Catullo e Lesbia/VII. Di alcuni traduttori di Catullo

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VII. Di alcuni traduttori di Catullo

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Gaio Valerio Catullo, Mario Rapisardi - Catullo e Lesbia (Antichità)
Traduzione dal latino di Mario Rapisardi (1875)
VII. Di alcuni traduttori di Catullo
VI. La fortuna dei carmi di Catullo Traduzione

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VII.

DI ALCUNI TRADUTTORI DI CATULLO.



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I.


Bisogna convenire di due cose, dice il Pezay: l’una che gli uomini di mondo sanno raramente il latino; l’altra che Catullo e Tibullo non possono esser tradotti da un pedante. I loro versi sfuggiti al delirio dell’orgia e all’orgia dell’amore, scritti sulla tavola di Manlio, o ispirati nell’alcova di Delia, saranno difficilmente sentiti da un professore delle Quattro Nazioni. Per intender Catullo bisogna aver provato un po’ l’ebbrezza del vino di Tokay, e un po’i capricci delle donnette eleganti; e un emerito dell’Università si farebbe uno scrupolo di conoscer codeste cose. Si può ciò non ostante conoscere la buona società, le belle donne e il buon vino e fare una cattiva traduzione.1

L’Autore delle Serate elvetiche ci prova una volta di più, che i discorsi preliminari e le prefazioni son fatti a posta per dar dell’ascia in su’ piedi di chi li fa. La sua versione in prosa difatti mostra chiaramente che egli è assai più uomo di spirito che bravo traduttore. [p. 134 modifica]

Non gli si può negare un certo garbo, una tal naturale spigliatezza, quel non so che di elegantemente negletto, che si lascia desiderare in quasi tutte le traduzioni poetiche di Catullo; ma incaponito a tradurre a uso delle dame francesi, e costretto quindi a mutilare, a parafrasare, a sopprimere, per ragion di galanterìa, egli riesce a regalarci un Catullo in guanti paglini, un giovane marchese del tempo della Reggenza. I francesi han questo di singolare: trasformano tutto a propria immagine; credono in buona fede, che il buon Dio abbia creato apposta il mondo per loro; epperò, tenendosi in diritto d’imporre le loro idee, la loro lingua, i loro capricci a chiunque, perfino ai morti, cavano di tomba Omero e gli metton la tuba e la giubba a coda di rondine; chiamano Andromaca sulla ribalta, e per non far torto all’abbigliamento delle loro dame, le mettono il cappellino alla Don Carlos e il goletto alla Medici.

Meno infedele, ma assai meno elegante di questa del Pezay, è l’altra versione in prosa di Heguin de Guerle.2 È fatta senza scrupoli, ed ha il pregio di essere intera; molti passi incerti ed oscuri sono resi con evidenza e interpretati con acume; ma se di frequente c’è la parola, lo spirito di Catullo non c’è quasi mai; è tirata su a via di stenti, e procede fredda, guardinga, misurata, come poco sicura del fatto suo. Gli scolari che non han voglia di far la traduzione da sè, possono andare a copiarne qualche brano, e fare una canzonatura al maestro; ma l’anima inquieta di [p. 135 modifica]Catullo ci sta così poco ad agio in quella prosa come un povero matto dentro ad una camicia di forza.

Oltre a queste due traduzioni e a quella dell’abate de Marolles e del Collet, che io non ho potuto vedere, i Francesi hanno un romanzo sugli amori di Catullo di un tal de la Chapelle3 da non confondere, com’egli scrupolosamente ci avverte nella prefazione, con La Chapelle, amico dell’amabile Bachaumont. Benché il fondo del racconto sia storico, pure le circostanze e gli avvenimenti sono così alterati, falsati o guastati in guisa tanti aneddoti della vita del poeta, accozzato il tutto ed abborracciato con si poca bravura, che se il libro riesce fino ad un certo punto saporito, gli è perchè ritien metà del pasticcio.

L’autore ciò non ostante vuol sostenere, che l’opera sua è un’epopea bella e buona, e fatta sulle ricette di Aristotile e di Racine, i quali, secondo me, si troveranno impacciati a sentirsi citare a proposito di Catullo. Ci avverte oltre a ciò, che egli regala al pubblico codesto suo poema epico, non per altro che per mera carità cristiana verso quegli uomini pervertiti di gusto, a cui la lettura dell’Evangelo non è una distrazione sufficente; ei vuole, com’egli stesso s’esprime, trattarli come des malades faibles, dégoûtés et affamés, à qui l’on permet les appétits les moins nuisibles, de peur qu’ils ne s’abandonnent à de plus dangereux. Dopo ciò, conclude il Pezay, mi sembra che il signor de la Chapelle meriti meglio un posto alle missioni straniere, che all’Accademia francese.

Chi volesse poi formarsi un’idea delle versioni che [p. 136 modifica]son qua e là intarsiate in codesto romanzo epico, legga questi quattro versi che traducono il nec mala fascinare lingua del bellissimo carme sui baci:

Et je veux que la pale et mordante satire,
Qui, répandant partout son venin plein d’horreur.
Donne à la vertu méme une noire couleur,
N’ose pourtant blàmer l’amour qui nous inspire!

La quaresima in pieno carnevale! Catullo doventa frate: Lesbia l’avrebbe messo subito alla porta.

Meno infelici di queste sono le imitazioni del Pelisson, del De Tuvigny, del Dorat e del conte di Bussy-Rabutin; ma dobbiamo convenire che il povero Catullo non ha avuto in Francia una gran fortuna.


II.


E in Italia? Se Messenia piange, Sparta non ride. Traduttori famosi di questo o di quel carme abbiamo parecchi: bastano il Foscolo e il Conti per tutti, ma traduzioni generali di Catullo che non ci facciano ridere o vergognare, tolta quella del Puccini e la recentissima del Bocci, di cui non devo parlare, possiamo dire a dirittura di non averne.

Il Puccini è buon latinista; traduttore piuttosto fedele, verseggiatore discreto; manca però di sentimento; intende Catullo, ma non lo sente; l’interpreta, non lo traduce.

I suoi versi sono senza rilievo, senza colore, non hanno il fuoco dell’anima, non risentono della situazione in che furono scritti; possono adattarsi a questo [p. 137 modifica]o a quell’altro carme indistintamente; son come gli abiti da nolo.

I metri che sceglie fanno spesso a calci col sentimento del carme, somigliano alla musica di Petrella. Il carme ottavo, ad esempio, ch’è tutto pieno di sdegno e di malinconia, nella poesia del Puccini doventa tutt’altra cosa:

Lascia, Catullo, omai
Lascia di delirar,
Perduto ben che mai
Più rieda non sperar!

Tutt’al più, par di sentire un eroe di Metastasio, che si dispera in tono di cabaletta.

II carme sugli annali di Volusio, che nell’originale è sparso di tanto sale e di tanto brio, tradotto come è in ottava rima, muta del tutto fisonomia, assume un contegno grave, solenne, quasi epico. E com’è poco felice nella scelta dei metri, e l’orecchio non gli è sempre fedele nell’armonia dei versi, così egli non cura, o piuttosto non sente, certe finezze, certe sfumature, in cui è riposta talvolta tutta la bellezza d’un carme. La divina poesia di Saffo, resa tanto mirabilmente da Catullo, perde nei versi del Puccini tutta la fragranza dell’anima. Egli traduce:

Pari ad un Dio, maggior, se lice ancora,
Mi sembra degli Dei, quegli che assiso
A te rincontro e vede e ode talora
                                        Il tuo bel riso.

Lasciamo l’andamento prosaico di tutta la strofa, e il brutto iato del terzo verso, ma il sentimento dell’originale dov’è? [p. 138 modifica]

Saffo dice:

Φαίνεταί μοι κῆνος ἴσος θεοῖσιν
ἔμμεν ὠνὴρ, ὄστις ἐναντίος τοι
ἰσδάνει, καὶ πλασίον ἀδὺ φωνευ-
                                        σας ὐπακούει.
καὶ γελάϊς ἰμερόεν.

E Catullo con fedeltà e felicità uguale traduce:

Ille mi par esse Deo videtur,
Ille, si fas est, superare divos
Qui sedens adversus identidem te
                                        Spectat et audit
Dulce ridentem.


Tutta la bellezza di questi versi risulta dalla simultaneità e dal concentramento delle impressioni del vedere e dell’udire sull’animo dello spettatore. L’animo dell’amante rimane assorbito dalla vista di lei; amore, come direbbe Dante, caccia tutti gli spiriti dalle loro possessioni e dai loro strumenti, e si asside egli solo, padrone e signore: è la beatitudine di tutti i sensi riconcentrati in una sola impressione prodotta dalla parola e dal sorriso della donna amata; e non veramente dal sorriso e dalla parola, ma da lei che dolce parla e dolce ride, come disse Petrarca; da lei unico segno, unico obietto, unico punto, m cui si confondono tutti i raggi dell’anima innamorata. Per questa ragione il te spectat et audit dulce ridentem di Catullo, a me pare che non valga meno della parola di Saffo a rendere tutta la bellezza di questa situazione, benché il verbo audire abbia meno valore d’υπακούειν, che vuol dire ascoltare con attenzione, ita audire ut alter alteri se quasi accommodet, Spectat et audit però costruiti a questo modo danno come una sola impressione, confondono i due [p. 139 modifica]sensi in quell’oggetto, ch’è il dulce ridentem, doventano un senso solo; ed audire detto così senz’altro obietto che il te, appunto perchè più indefinito, è più bello, dice più di udire le tue parole, il tuo canto,

come tradusse il Foscolo, facendo piuttosto da interprete che da poeta.

Il Puccini non si dà pensiero di tutto questo, trascura e guasta ogni cosa. Quel talora del terzo verso, gettato là per brutta necessità di rima, non solamente rompe la continuità dell’impressione e della beatitudine dello spettatore, ma allontana l’impressione, la rende casuale, ed incerta, ora sì ed ora no.

Nè questo è tutto. Il buon Pistoiese non s’accorge, che, se Catullo poteva dire spectat et audit, perchè l’oggetto te dulce ridentem s’adatta benissimo ai due verbi, e riconcentra la parola e il sorriso nella persona che parla e sorride, non era permesso a lui il tradurre vede e ode il tuo bel riso, perchè il bel riso è il sorriso, e il sorriso non si ode, ma si vede, e se per avventura si ode, non è più quel lieto e venusto atteggiare delle labbra, degli occhi e di tutto il volto, ma piuttosto un cachinno; oltrechè il vedere non ha la forza dello spectare, ch’è guardare attentamente e con meraviglia, da cui venne spectaculum, che è tutto ciò che attira gli sguardi, e spectabilis, degno d’esser veduto, ragguardevole, mirabile.

Ma se per tutte queste ragioni la traduzione del Puccini non ci può contentare, essa non è a ogni modo da buttar là insieme a quelle di tanti altri, che hanno [p. 140 modifica]avuto tanto garbo a tradurre Catullo, quanto un asino a sciacquare i bicchieri.

Come, come! non abbiamo altre buone traduzioni di Catullo in Italia? o la mia non conta? Il Silvestri l’ha ristampata nella sua Biblioteca scelta; va da parecchi anni in giro per le scuole con quella sua brava copertina rossa ch’è un amore, e lei non si degna neppure di nominarla? Ma scusi, lei giudica in fretta: qui nimium properat, serius absolvit.

autore.

Se lei ha questa speranza, buon Pastorino del cuor mio, allungherà un pezzo il collo ad aspettare l’assoluzione. Lei dice, che io giudico in furia; ma le traduzioni come la sua, scusi, non faccio per vantarla, si possono giudicar lì per lì su due piedi: citius quam asparagi coquuntur, direbbe lei, che conosce gli adagi latini. Vuol vedere? Scelga lei un carme, a piacer suo, quello che le sembri il migliore, e facciamo giudicare il pubblico.

pastore.

Il pubblico l’ha bell’e dato il suo giudizio; ma per mostrarle ch’io non ho paura della sua sfida, su, su, prenda il mio libro, e carte in tavola: legga un carme qualunque, a sua scelta: per me vai tanto l’uno che l’altro.

autore (leggendo).

Carme quinto: A sua moglie. chi era, di grazia, la moglie di Catullo?

pastore.

Ma lei è proprio ottuso: pistillo retusius. Come si [p. 141 modifica]fa a non capire che io ho detto moglie per non far sapere ai ragazzi che Catullo aveva una ganza? Legga un po’ il frontespizio; ad uso della gioventù studiosa. Mi par che vada da sè.

autore.

Furbo davvero! perchè poi traduce il carme a Celio, e quell’altro in cui si parla del marito di Lesbia? Le pare che sia roba da ragazzi codesta? E le par d’esser logico a questo modo?

pastore.

Veramente in questo non ha tutti i torti. Io però dal canto mio ho fatto quello che ho potuto per salvare almeno le apparenze dell’onestà; veda, infatti, che quando mi son trovato di fronte a un verso, a una frase, che non avrei potuto rendere decentemente, ho fatto uso della spada d’Alessandro; ho tagliato a dirittura.

autore.

Ha presa la scorciatoia. Vuole ora sapere che cosa io farei a tutti i mutilatori ad usum delphini? Li condannerei al fastidioso accidente di Ati, il quale, come lei sa:

Divellit ilia acuto sibi pondera silice.

pastore.

Misericordia! Ma lasciamo questi discorsi: legga la traduzione del VI carme che non è mutilato.

autore (legge).

Miser Catullo al vaneggiar pon fine
E di quel che perduto ornai tu vedi,
Datti pur pace: per te già sereni
Splenderò i giorni, quando tu ne givi
Dove che ti traea quella si amata
Per noi Madonna, ch’altra non fia poi;
E quivi tanti bei si fean trastulli,
Quanti a te ne piacea, nè ripugnante
Madonna vi trovavi....

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pastore.

O perchè si ferma costi? Legga, legga fino in fondo, e vedrà.

autore.

Dio me ne scampi! mi prenderebbe uno svenimento.

pastore.

Si fa presto a giudicare a questo modo: ma dica un po’: manca forse la fedeltà, la chiarezza, la purità, la proprietà?...

autore.

No, no, Pastorino mio bello, di tutte codeste cose non manca forse nulla nella sua traduzione; la rettorica la lascio tutta a lei.

pastore.

Dunque?

autore.

Gliel’ho proprio a dire?

pastore.

Dica pur liberamente; d’altronde il pubblico giudicherà.

autore.

Ed è appunto per non fare un torto al pubblico, che io riduco a quattro parole il mio giudizio: la sua traduzione, non se n’abbia per male veh! non è veramente una traduzione, molto meno una traduzione [p. 143 modifica]poetica; chiamiamola un impiastrò di zucca o di semi di lino, e saremo d’accordo.

pastore.

Ed io ho l’onore di dirle, che lei è un impertinente, e che la sua critica non basta a intaccar per nulla la mia reputazione:

                    Quid dentem dente juvabit
Rodere? Carne opus est, si satur esse velis.

autore.

Vuol dire che il suo Catullo è tutt’ossa? Seppelliamolo dunque, e mi lasci in pace. (Il Pastore va via borbottando.)

Ehi, di casa....

autore.

Passi pure, si accomodi. In che posso servirla?

lanzi

(entrando in punta di piedi, e facendo quattro inchini ai quattro angoli della stanza).

Scusi, sa; forse la disturbo, ma io vorrei farle osservare, sottomettere al suo luminoso giudizio....

autore.

Dica su, dica su; meno preamboli.

lanzi,

Prima di tutto lei ha fatto benissimo a trattar male il Pastore....

autore.

Ah! sarebbe anche lei?...

lanzi.

Un modesto traduttore di Catullo, per servirla. [p. 144 modifica]

autore.

Me n’ero già accorto alla carità verso il confratello. Che cosa vuole?

lanzi.

Lei ha dimenticato la mia modesta, ma pur non del tutto dispregevole versione....

autore.

Tutt’altro: ne so per fino a memoria qualche brano.

lanzi.

Possibile? è un onore codesto, a cui non ero apparecchiato. Ma come mai adunque?...

autore.

Ah! lei vuole ch’io faccia menzione del suo Catullo? ma badi; lei stuzzica il vespaio.

lanzi.

Non importa: ho più paura del silenzio.

autore.

La servo subito: prendo, per esempio, il carme secondo; faccia il piacere dica la sua traduzione.

lanzi

(si rischiara ben bene, si pulisce la bocca col fazzoletto; stereotipa un sorrisetto leggiadretto sulle labbra e incomincia):

Gioia di Lesbia, passer ameno,
Con cui trastullasi, cui tiene in seno,
A cui tutt’avido porge del dito
La punta e attizzane il morso ardito,
(Qualor vien voglia al mio bel foco
Caro e piacevole d’un cotal gioco)
E come credesi, mentre si stanno
Sue fiamme fervide tempri il su’ affanno....

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autore.

Può risparmiarsi la pena del resto. Il passer ameno mi ricorda l’ameno del fosso anacoreta, come il Prati si è degnato di chiamare il rospo; il morso ardito del passero è meno ardito di lei, che si è voluto cacciare in questi gineprai; il bel foco e il qualor vien voglia mi fan venire la voglia di mettere il foco, più o men bello per avventura, sotto la pancia del suo Pegaso, perchè prenda un po’ il galoppo (il Pegaso, non lei). Dia retta a un mio consiglio, sor Lanzi, lei è una buona pasta d’uomo, un vero olio di Lucca: lasci Catullo agli scapestrati, e vada in canonica a tradurre il messale. (Mentre il Lanzi si allontana sospirando, si ode una voce bianca, che canta in falsetto pecorino quell’aria di Metastasio):

D’amore il primo dardo
Che m’ha piagato il san
Venne dal tuo bel guardo,
Fille, mio caro ben,
Mia dolce pena.

autore.

O che maniera è questa d’entrare in casa dei galantuomini cantando?

parmindo (facendosi avanti).

Mille perdoni, credevo d’essere ancora nelle selve beate d’Arcadia:

Nei campi e nelle selve
Seguiva già le belve....

Mi chiamo Parmindo Ibichense, pastorello d’Arcadia:

Chi provato ha la procella,
Benché fugga il vento infido....

[p. 146 modifica]

autore.

La vuol smettere una buona volta con le sue citazioni? Ha trovato proprio la via più corta per entrarmi in tasca. Su, faccia lesto, non ho tempo da perdere. Che cosa vuole? Anzi, glielo dico subito io: lei è il così detto Parmindo, ha tradotto Catullo....

parmindo.

Come! lei sa?

Più bel desio,
Più bel contento
Bramar non so.

autore.

Faccia il piacere di non m’interrompere. Ha tradotto Catullo, o per dir meglio l’ha cangiato in pecora, e poi l’ha tosato, l’ha munto, l’ha pasciuto di vento....

parmindo.

Ohi questo poi no; lei non è giusto:

Di tanto ingiusto sdegno
Io la ragion non vedo....

autore.

La vedo io la ragione, e ’han veduta tutti coloro c’hanno mandato il suo libro al pizzicagnolo.

parmindo.

O stelle inique, o fato!

autore.

Una per tutte. Com’ha tradotto lei il verso:

[p. 147 modifica]

parmindo.

Com’ho tradotto?

Camminar con tardo piede
Come appunto la formica
Che in vederla mette affanno.

autore.

Benissimo; cioè malissimo. Prima di tutto lei ha fatto male a leggere mirmice e non mimice; il camminare adagio come la formica non è nè turpe nè molesto. In secondo luogo le paion versi codesti suoi? e badi son tutti così da cima a fondo. In terzo luogo come appunto ha lei trovato che la povera formica mette affanno in vederla? Scommetto che lei preferisce il trotto dell’asino.

parmindo

(si ritira cantando con voce disperata).

Ho perso i miei sudori,
Se basta un sol momento
Di tanti allori e cento
A togliermi l’onor.

autore.

Finalmente! mi lasciano un momento in pace. Vuo’ dare una passata a quel mucchio di libri sudici, che m’ha portato stamani il salumaio; la fortuna è capricciosa: non è difficile vi sia qualcosa di buono; gli darò in cambio tutta questa robaccia da chiodi, che mi vien tuttodì da tutte le parti a ingombrarmi il tavolino. Vediamo. (Comincia a squadernare i volumi.)

Raccolta di canti popolari. N’ho già piene le tasche di queste raccolte: al diavolo tutti codesti libri fatti più col sedere che con la testa. [p. 148 modifica]Lo Spazzino: romanzo realista di ***. Che buona carta! Mettiamolo da parte, può far sempre comodo.

L’Epistole di M. T. Cicerone. Povero Cicerone, se lo sapessi, come resteresti mortificato! Tu salvasti Roma da Catilina, ed io salverò il tuo libro dal formaggio svizzero e dalle acciughe.

Oh! guarda! una traduzione di Catullo, quella del Subleyras! Leggiamo la prefazione dell’editore: «Le durissime leggi che il traduttore s’è imposte, ne risaltano il merito. Ha egli tentato non solo con l’egual numero di versi, quasi sempre osservato, ma anche in certa maniera con le lor qualità e distribuzione d’uniformarsi all’originale.» Se il tradurre consistesse davvero in questi giochi di forza, i buoni traduttori bisognerebbe andarli a cercare nella compagnia Ciniselli. Ma non facciamo giudizii intempestivi; ecco qua il carme ottavo:

Miser Catulle, desinas ineptire;

sentiamo la traduzione:

Fine a l’inezie devi, o meschin Catullo,
Se un ben perdesti, crederlo vano e nullo.
Il sole, è vero, fausto per te splendea,
Che andavi e spesso dove a colei piacea,
Che tanto amasti quant’altra non potresti.

Per gobbo è fatto bene, disse quello. Per traduzione turca non c’è poi tanto male! Caro Subleyras dell’anima mia, che la mano del pizzicagnolo ti sia lieve! (Getta il libro.)

Oh! oh! un altro Catullo, un’altra versione [p. 149 modifica]anonima stampata in Massa. È sempre vero, come dice il poeta,

Che gli storni e i colombi vanno in schiera
E i daini e i cervi e ogni animai che teme.

Leggiamo l’avvertenza: «Se mai vi abbatteste in alcun termine che non vi sembrasse abburattato allo staccio, in alcuna espressione non corrispondente in tutto al testo latino, sappiate che non sempre usato ho del dizionario della Crusca, e che non ho avuto scrupolo alcuna volta a non tenermi dietro ai lessicografi e alla grammaticale latinità.» Santa sincerità!

Oh! ci guastiamo subito:

e più giù:

N’avrei, qual dicono, contento amico
Ch’ebbe dell’aureo pomo la celere
Vergin, che scioglierle fe’ il cinto antico.

Povera Atalanta ridotta a far da zitellona! ed altrettanto povera e non mai troppo compianta sintassi!

Voltiamo pagina:

Ecco per opera tua, che gli occhietti
Dal pianto fansi della mia Lesbia
Rossicci, torpidi e tumidetti!

Scusate s’è poco!

Bel tempo, Lesbia, diamci e ad amore,
E del severo stuolo il rimprovero
Non un sol picciolo prezzilo il core!

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Che grammaticale italianità! Ma il traduttore confessa ingenuamente d’aver fatta questa versione per mero passatempo; e se sapesse ch’io gli taglio i panni addosso per mero passatempo, son sicuro che mi ricanterebbe sulla faccia:

Bel tempo diasi il traduttore,
E del severo stuolo il rimprovero
Non un sol picciolo prezzilo il cuore.

Se non che egli ama il povero Catullo come questi amava Calvo:

Se più moltissimo degli occhi miei
Te non amassi d’un amor tenero,
giocondissimo Calvo, che il sei....

Ma se esercito più moltissimo la mia pazienza, scommetto che m’entrano i nervi.

Mettiamo dunque in massa l’anonimo di Massa; e voi, bravi pezzettini di tonno salato, fategli compagnia fino all’ultima dimora!

(Voci al di fuori.)

— Ora tocca a noi, ora tocca a noi!
— Che buscherìo è questo?
— Qua la tua traduzione; vogliamo esaminarla; i giudici siam noi!
— Quetatevi, cari lettori: la mia traduzione ve la do subito; voi siete i giudici e tutto ciò che volete, ma lasciate prima ch’io vi dica....
— Non vogliamo prefazioni, non accettiamo scuse!
— Farò tutto quello che vi piace, ma permettete prima....

[p. 151 modifica]

— È inutile, fiato sprecato!
— No? Eccovi dunque la mia versione; mettetevi il tòcco e la toga, e giudicate.

Stretta la foglia, larga la via;
Dite la vostra ch’i’ ho detto la mia.



[p. 152 modifica]
  1. Trad. de Catulle, Tibulle et Gallus, par l’aut. des Soirées helvétiques.
  2. Cat., Tib. et Prop. trad. de la collection Panckoucke.
  3. Paris, 1680.