Chiaroscuro/La volpe

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La volpe

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Lasciare o prendere? La cerbiatta
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LA VOLPE.

[p. 200 modifica] [p. 201 modifica] Eran tornate le lunghe e tiepide sere di maggio e ziu Tomas sedeva di nuovo, come l’anno prima, come dieci anni prima, nel cortiletto aperto davanti alla sua casetta che era come l’ultimo acino d’un grappolo di piccole costruzioni nerastre addossate alla crosta grigia di un monte. Ma invano la primavera mandava fin lassù il suo soffio di voluttà selvaggia: il vecchio decrepito, immobile tra un vecchio cane nero e un vecchio gatto giallo, sembrava pietrificato e insensibile come tutte le cose intorno. Solo l’odore dell’erba, alla sera, gli ricordava i pascoli fra cui aveva trascorso la maggior parte della sua vita, e quando la luna sorgeva dal mare lontano, grande e dorata come il sole, e i monti della costa, neri sul cielo d’argento, e tutta la grande vallata e il semicerchio fantastico delle montagne davanti e a destra dell’orizzonte si coprivano di veli scintillanti e di zone d’ombra e di luce che davan l’illusione di foreste e laghi lontani, egli pensava a cose puerili, ai morti, a Lusbè il diavolo che conduce al pascolo le anime dannate tramutate in cinghiali; e se la luna si nascondeva dietro qualche nuvola egli [p. 202 modifica] pen sava sul serio alle sette vacche figliate che il pianeta andato in quel momento a cena si divorava tranquillamente nel suo nascondiglio.

Egli non parlava quasi mai; ma una sera Zana, la nipote, quando lo scosse per avvertirlo che era tempo di coricarsi, lo trovò così ostinatamente silenzioso, dritto e rigido sul suo sgabello, che lo credette morto. Spaventata, chiamò zia Lenarda, la sua vicina di casa, ed entrambe riuscirono a scuotere il vecchio e l’aiutarono a rientrare e a stendersi sulla stuoia davanti al focolare.

— Zia Lenarda mia, bisogna chiamare il dottore: nonno è freddo come un trapassato, — disse la ragazza, toccando il vecchio.

— Il nostro dottore è partito: è andato per due mesi in continente per studiare le malattie d’orecchi, perchè dice lui che tutti diventan sordi quando si tratta di pagargli il fitto dei suoi pascoli.... quasi che questi non li abbia comprati coi denari del paese, la giustizia lo incanti! Adesso in cambio suo c’è quel beffulanu del dottore di città... che si crede il medico del re di Spagna. Chissà se verrà?

— Zia Lenarda, egli è obbligato a venire. Egli prende venti lire al giorno! — disse Zana fieramente.

E la donna andò.

Il sostituto del dottore abitava nella palazzina di questi, ch’era l’unica casa abitabile del paesetto. Circondata di orti, con terrazze e pergolati, con un gran cortile tutto ricoperto di vite e di glicine, l’abitazione era tale da [p. 203 modifica] confortare anche il sostituto, il quale veniva da una città che, per quanto piccola, aveva tutte le esigenze, i vizi, gli strozzini, le donne e le case da giuoco delle grandi città.

Zia Lenarda lo trovò che leggeva un libro giallo, giù nella sala da pranzo che s’apriva sul cortile: senza dubbio un libro di medicina, a giudicarne dall’intensità con cui egli, con gli occhi miopi rasente alle pagine, i pugni bianchi ficcati nelle guance scure un po’ molli, le labbra carnose sollevate sui denti sporgenti, pareva se lo divorasse.

La serva dovette chiamarlo due volte per fargli notare la presenza della donna. Egli chiuse d’un colpo il libro, s’alzò e seguì zia Lenarda, molle e distratto. Ella non osava parlare, e lo precedeva come per insegnargli la strada, saltando agile e silenziosa giù di pietra in pietra per le straducole rocciose, battute dalla luna.

Giù, nello sfondo, davanti alla finestra nera della donna, il dottore vedeva le cime argentee dei monti. L’odore puro della valle si mischiava all’odore di ovile che usciva dalle casupole, che emanava dalle figure di pastori accoccolate qua e là sugli scalini delle porte: tutto era triste e grandioso. Ma nel patiu (cortiletto) di ziu Tomas l’odore dell’erba e del verbasco dominava; e davanti al muricciuolo sospeso sul ciglione, con la luna grande e una stella quasi rasente al capo, il dottore vide una figurina di donna così sottile, specialmente dalla vita in giù, così fasciata [p. 204 modifica] e senza contorni, che gli diede l’impressione di un’erma.

Vedendolo, ella rientrò nella cucina, prese un lume e si piegò sulle ginocchia davanti alla stuoia del nonno, mentre zia Lenarda correva a prendere dalla stanza interna una seggiolina dipinta per offrirla al dottore.

Egli sedette, si curvò per prendere il polso del vecchio, estrasse il cronometro d’oro che scintillò al lume di Zana.

Allora la fanciulla sollevò il viso e lo guardò negli occhi, ed egli provò un’impressione che non dimenticò più. Gli parve di non aver mai veduto un viso di donna più bello e più enigmatico: un po’ largo sulla fronte coperta fin sulle sopracciglia, una più alta dell’altra, da due bande di capelli neri e lucenti, finiva in un mento sottile e sporgente; gli zigomi lisci proiettavano un po’ d’ombra sulle guance rientranti, e i denti bianchissimi, serrati, davano alcunchè di crudele alla bocca sdegnosa, mentre i grandi occhi neri erano pieni di tristezza e d’un languore profondo.

Vedendosi guardata così, Zana abbassò gli occhi e non li sollevò più; ma siccome il nonno non rispondeva alle domande del dottore, ella mormorò:

— È sordo da più di vent’anni!

— Salute! Bisognerebbe fargli almeno un pediluvio molto caldo: ha le estremità gelide.

— Un pediluvio? Non gli farà male? — disse zia Lenarda consultando Zana. — Saranno otto mesi che non si leva le scarpe! [p. 205 modifica]

— Salute! E lo lasciate qui, adesso?

— E dove? Ha dormito sempre qui.

Il dottore si alzò e dopo aver scritto sul taccuino una ricetta la diede a Zana e si guardò attorno.

Il luogo era nero come una caverna; si intravedeva un andito con una scaletta di legno in fondo, e tutto denotava miseria. Egli guardò Zana con pietà: così bianca e sottile gli dava l’idea d’un asfodelo cresciuto appunto sull’orlo di una grotta.

— Il vecchio è denutrito.... — disse esitando, — e tu pure, mi pare.... Avreste tutti e due bisogno di una cura ricostituente.... Se potete....

Ella capì subito.

— Tutto possiamo!

La sua bocca era così sdegnosa che l’uomo se ne andò via quasi intimidito.

E su e su, di pietra in pietra, su per il sentiero di macigni se ne tornò alla sua oasi; la luna inargentava il pergolato e i grappoli delle glicinie sembravano di un’uva fantastica di cui il solo profumo ubbriacava. La vecchia serva filava sulla porta ed egli, con lo strano viso di Zana sempre davanti agli occhi, domandò:

— Conoscete ziu Tomas Acchittu?

Chi non li conosceva gli Acchittu?

— Persino a Nuoro se ne sa la fama, conforto mio! C’è più d’un laureato che vuól sposare Zana.

— Sì, è bella. Non l’avevo mai veduta. [p. 206 modifica]

— Non esce quasi mai; ma non c’è bisogno che esca, per l’anima mia! La rosa odora anche dentro la cassa. E vengono gli stranieri da tutte le parti, persino da Nuoro, sì, e passano per vederla.

— Ma è forse andato il banditore in giro per annunciare la sua bellezza?

— Non è questo, per l’anima! È che il vecchio è ricco che non sa quanto ha. Terreni quanto il regno di Spagna, e, dicono, più di ventimila scudi nascosti in una sua tanca. Zana sola sa il posto. Ecco perchè lei non vuole neanche don Juacchinu che è nobile ma non tanto ricco.

— E queste ricchezze si può sapere donde vengono?

— Come si hanno le cose del mondo. Il vecchio, dicono — salva sia l’anima mia, io non nego nè affermo — ha preso parte a più d’una grassazione nel tempo dei tempi, quando i dragoni non erano svelti come i carabinieri adesso. Allora, in quei tempì, più di un pastore tornava a casa con la bisaccia colma da una parte di formaggio e dall’altra di posate e monete d’oro....

La vecchia cominciò a raccontare e pareva tirasse fuori dalla sua memoria le storielle come il filo dalla conocchia: l’uomo ascoltava, all’ombra del pergolato seminato di monete d’oro, e adesso capiva il riso di Zana e le sue parole: «tutto possiamo!».

L’indomani la sua prima visita fu alla casetta: il vecchio stava seduto sulla stuoia e [p. 207 modifica] ruminava tranquillamente il suo pane di orzo inzuppato nell’acqua fresca. Il cane da una parte, il gatto dall’altra. Il sole entrava obliquo dalla porticina e il vento di maggio portava via la puzza di cuoio e di selvatico che il vecchio emanava.

— Ebbene, come andiamo?

— Bene, lo vede, — disse Zana, non senza un lieve accento di disprezzo.

— Lo vedo, sì! Quanti anni avete, ziu Tomas?

— Ancora li ho, sì! — disse il vecchio mostrando un avanzo di denti neri.

— Ha capito i denti! Nonno, — disse Zana curvandosi sul vecchio e mostrandogli le mani con le dita, tranne il pollice destro, tutte aperte, — così, vero?

— Sì, novant’anni, salvo Dio.

— Salute e a cento anni, anzi a più di cento! E tu, Zana, sei rimasta sola con lui?

Ella gli raccontò com’erano morti tutti i suoi parenti, gli zii, le zie, le cugine, i vecchi, i bambini; e parlava della morte con calma, come di un avvenimento semplice e senza importanza. Il nonno capiva ciò che ella diceva e approvava; ma quando il dottore si volse a lui gridando:

— Cambiar vita!.... Pulizia, carne arrosto, buon vino! E far divertire Zana, ziu To’!

Il vecchio domandò:

— Quando torna?

— Chi?

— Oh, — disse Zana, — è che aspetta il [p. 208 modifica] nostro dottore perchè gli guarisca le orecchie!

— Benone! Ecco assicurata la celebrità al nostro dottore!

Il vecchio, che continuava a capire a modo suo, si toccò la manica del giubbone lacero e lucido di grasso.

— Sporco? E uso! La gente che sta bene non ha bisogno di farlo vedere.

Il dottore aveva infatti già notato che i più puliti, nel paesetto, erano i poveri: i ricchi non si curavano delle loro vesti, per disprezzo delle apparenze, ma anche forse per comodità. Ecco infatti zia Lenarda che aspetta il dottore nel cortiletto, vestita come una serva, mentre anche lei è una donna benestante, una proprietaria di terre e di bestiame, tanto ricca che nonostante i suoi quarantatrè anni ha sposato un bel giovane di venti.

— Buon giorno a Vossignoria il dottore. Vorrei domandarle una grazia Mio marito Jacu fa il soldato: adesso è il tempo della tosatura e vorrei che egli venisse in permesso. Vostè non conosce gente della Corte del Re?

— Pur troppo no, buona donna mia.

— Lo dissi anche al nostro dottore: se ne occupi, se passa a Roma. Ma lui dice sempre sì, poi si dimentica. Jacu mio è un bel ragazzo — non lo vanto perchè son sua moglie — e buono come il miele.... Con una piccola spinta potrebbe ottenere tutto....

Ella faceva atto di spinger qualche cosa col fuso; ma il dottore andò via sospirando. [p. 209 modifica]

— Non basta esser belli e buoni, per ottenere tutto quello che si vuole, buona donna mia!

E tornò su alla sua oasi, pensando a Zana e a tante cose del suo passato. Egli credeva d’essere stato bello e buono, in gioventù; eppure non aveva ottenuto nulla; non l’amore, non la fortuna, neanche il piacere. E vero, forse, che non li aveva cercati, aspettando che venissero a offrirsi spontanei a lui: e aspetta aspetta, il tempo era passato inutilmente. Ma da qualche anno a questa parte egli talvolta si sentiva preso da pazze ribellioni, e vendeva le sue terre e si dava a cercare affannosamente l’amore, la fortuna, il piacere. Un bel momento si accorgeva però che queste cose non si comprano e, vuotata la borsa, tornava a visitare i suoi pochi clienti, scherzava bonariamente con loro, passeggiava distratto e leggeva romanzi francesi.

Zia Lenarda, dal canto suo, convinta che la bellezza può ottenere tutto, visto che il dottore tornava tutti i giorni dagli Acchittu, sebbene il vecchio stesse bene, si rivolse a Zana.

— Daglielo tu, palma d’oro! Tutti si preparano per la tosatura: come posso far io che ho la roba affidata a mani estranee? Il dottore ti guarda con occhi grossi come le nacchere del mio fuso! E come non guardarti, luna mia? Se tu glielo dici, che domandi il permesso di Jacu, a te non dirà di no.

Ma Zana non prometteva: e quando il dottore, dopo il tedio di quelle lunghe giornate [p. 210 modifica] a cui il vento tiepido, il cielo azzurro desolato, il sole chiaro, davano una tristezza ineffabile, se ne andava alla sera nel patiu di ziu Tomas e sedeva a cavalcioni sulla seggiolina dipinta, davanti alla siepe carica di lucciole e di stelle, ella scherzava con lui e gli domandava come vengono certe malattie, come si curano, come si fanno le medicine, come si fanno i veleni, e parlava calma di molte cose, ma non domandava il piacere desiderato dalla sua vicina di casa.

Qualche volta questa, seduta sul muricciuolo, filava al buio e prendeva parte alla conversazione. Ciò dava noia al dottore che, dopo aver convinto il vecchio a coricarsi presto, perchè l’aria della sera fa male ai sordi, voleva star solo con Zana. La donna parlava sempre della tosatura.

— Vedesse che festa, Vostra signoria mia! Neanche alla festa di San Michele e di San Costantino c’è tanto spasso. Io l’inviterei, se venisse Jacu. Ma senza Jacu la festa parrebbe un funerale.

— Ebbene, volete sentirla, buona donna mia? Solo nel caso che voi foste malata accorderebbero il permesso al vostro Jacu! Ma voi state bene come una pasqua.

Allora ella cominciò a lamentarsi: aveva tanti malanni, dopo che non c’era il suo Jacu; adesso, poi, l’avvicinarsi dell’epoca della tosatura le dava un vero affanno mortale. Per convincer meglio il dottore ella si mise a letto: ed egli si lasciò intenerire e fece il certificato [p. 211 modifica] medico e le ordinò una medicina. Zana assisteva la sua vicina di casa: versò la medicina nel cucchiaio, guardandola attraverso la luce rossastra della lucerna ad olio e mormorò:

— Non sarà veleno, no?

Poi tornò nel suo cortiletto ove il dottore stava seduto sulla seggiolina dipinte. Era una sera ai primi di giugno, calda già e profumata. Notte d’amore e di ricordi! E questi salivano, dolci e amari, dal passato scuro e tortuoso del dottore, come dalla valle scura e tortuosa saliva l’odore dolce e amaro dell’oleandro. Egli avvicinò la seggiolina al muricciuolo ove Zana s’era seduta, e cominciarono i soliti discorsi. Qualche pastore passava nella straducola, senza impressionarsi troppo se nel patiu di ziu Tomas sentiva la voce del dottore. Oramai tutti credevano che questi facesse regolarmente la corte a Zana e ai denari del vecchio, ed erano convinti che Zana l’avrebbe accettato, altrimenti non si sarebbe lasciata avvicinare così. Del resto quei due, nel cortiletto, parlavano di cose in apparenza innocenti, di erbe, di fiori velenosi, di medicamenti.

— L’oleandro? No, quello non è velenoso ma la cicuta, sì. La conosci?

Su buddaru? Chi non la conosce?

— Ebbene, è l’erba sardonica. Fa morire ridendo.... come fai tu!

— Mi lasci il polso, dottore! Non ho la febbre, come zia Lenarda. [p. 212 modifica]

— Ce l’ho io la febbre, Zana!

— Bè, si prende la china! Anche quella è veleno?

— Ce l’hai stasera coi veleni! Hai da ammazzare qualcuno? Se vuoi te lo avveleno subito.... ma....

— Ma?....

— Ma....

Egli le riafferrò il polso ed ella lasciò fare: tanto era buio e dalla straducola non li vedevano.

— Sì, vorrei un veleno, per la volpe.

— Uh, viene fin qui?

— Mi pare! Mi lasci: — ella aggiunse sottovoce, torcendosi minacciosa; ma egli le aveva preso anche l’altra mano e la teneva ferma come fosse una ladra.

— Un bacio, Zà! Un piccolo bacio solo....

— Il tizzone ardente lo baci! Ebbene, sì, se mi dà il veleno.... La volpe ci ruba gli agnellini appena nati....

Spedita la domanda per la licenza di Jacu, accompagnata dal certificato medico, zia Lenarda guarì e tornò ad immischiarsi nei fatti dei suoi vicini di casa: e senza sorpresa si accorse che il dottore aveva preso fuoco come un campo di stoppie. Egli passava e ripassava nella straducola come un ragazzo, e visitava anche due volte al giorno il vecchio [p. 213 modifica] ziu Tomas pretendendo di guarirlo dalla sua sordità ancora prima che tornasse il collega dal continente! Zana sembrava impassibile; spesso non si lasciava neanche vedere, chiusa nella sua stanzetta a tessere come un ragno in fondo al suo buco.

Alla domenica, solo giorno in cui ella usciva per andare alla messa, il dottore l’aspettava davanti alla chiesa.

Venivano su per la stradetta tortuosa le donne una dopo l’altra, rigide nel loro costume festivo, con le mani incrociate sul grembiale ricamato, o coi loro bimbi in braccio coperti dal manto rosso segnato d’una croce celeste; arrivate a un certo punto si volgevano verso il monte di Nuoro vigilato dalla statua del Redentore e si segnavano: il sole faceva scintillare l’oro delle loro cinture e illuminava il loro bel profilo greco: ma il dottore fissava solo Zana, come incantato, e le vecchie maliziose pensavano:

— La figlia di Tomas Acchittu gli ha dato da bere la mandragora!...

Un giorno ai pochi uomini che assistevano allo sfilare delle donne s’unì Jacu tornato in licenza. Era bello davvero, non c’è che dire, alto, rosso, sbarbato, con gli occhi verdognoli così luminosi che le donne abbassavano i loro nel passargli davanti, sebbene egli non badasse a loro. La vita militare gli aveva dato un certo aspetto da conquistatore, ma di cose ben più serie che non fossero le donne. Appena arrivato era salito su dal dottore per ringraziarlo [p. 214 modifica] e gli aveva portato un capretto e lo aveva invitato alla famosa tosatura. Il dottore gli parlava in dialetto, egli rispondeva in italiano, e alla domanda un po’ suggestiva:

— Inviterai molta gente?

— Sì, perchè la parentela è estesa e un uomo come me se ha molti nemici ha anche molti amici, — rispose. — Io poi sono un uomo liberale, e invito anche i parenti del primo marito di Lenarda. Mi ammazzino, se dico bugia: se ella avesse preso tre mariti avrei invitato i parenti di tutti e tre.

— Sei un uomo di mondo, si vede. Bravo; inviterai anche i vicini, suppongo.

Da uomo di mondo, Jacu finse di non saper nulla dell’ammattimento del dottore per Zana.

— E s’intende! Il vicino è più che il parente.

Il giorno della tosatura arrivò, e Zana, zia Lenarda e altre donne presero posto sul carro guidato da Jacu.

L’ovile era sull’altipiano e il pesante veicolo tirato da due giovenchi neri appena domati ribaltava su per il sentiero roccioso; ma le donne non avevan paura e Zana, con le mani intrecciate sulle ginocchia, stava tranquillamente accoccolata come davanti al suo focolare; e sembrava triste, ma i suoi occhi splendevano d’un fulgore profondo, come d’una fiamma lontana che brillasse in una notte di tenebre giù in fondo a un bosco.

— Vicina, m’impicchino, — disse Jacu, beffardo, — hai una faccia da mortoio. Verrà, [p. 215 modifica] verrà, fulano! Verrà più tardi, col parroco, appena questo ha detto la messa....

— Allegra, Zana! — dissero allora le donne, scherzando non senza malizia. — Sento il passo del cavallo che trotta come il diavolo.

— Allegra, fanciulla! Vedo scintillare la catena dell’orologio....

— Una palla nel cocuzzolo! Quanto costerà quella catena? Nove reali?

Zana allora si stizzì.

— Mala fata vi guidi, lasciatemi in pace. Io non lo posso vedere. Mi pilucchi l’occhio il corvo, se io oggi lo guarderò neppure in faccia....

Il dottore e il prete arrivarono poco prima di mezzogiorno, accolti da evviva e da grida di gioia. All’ombra d’un sovero Jacu, il servo, gli amici, tosavan le pecore stendendole, ben legate, su una larga pietra come sopra un’ara per un sacrifizio; i cani si rincorrevano fra l’erba, gli uccelli fischiavano sulla quercia; un vecchio rassomigliante al profeta Elia raccoglieva la lana entro un sacco e intorno i fiori dell’asfodelo e i gigli selvatici curvati dal vento odoroso pareva si spingessero in avanti curiosi di veder anch’essi ciò che succedeva in mezzo a quel gruppo d’uomini curvi con le cesoje in mano. La pecora tosata e slegata balzava su dal mucchio della lana come da un’onda di schiuma, e si allontanava, rimpicciolita, col muso per terra.

Per un po’ il dottore stette a guardare, con le mani intrecciate sulla schiena, poi tornò [p. 216 modifica] verso la capanna ove le donne cucinavano aiutate dal vecchio padre di Jacu, il quale s’era riserbato l’onorevole incarico di arrostire allo spiedo un capretto intero. Più in là il prete, sdraiato sull’erba all’ombra di un altro sovero, raccontava una storia boccaccesca ad alcuni giovani invitati. Le donne battevano i gomiti sui fianchi di Zana, accennandole il dottore, ed ella a un tratto, cambiato umore, si mise a scherzare con lui, pregandolo di rendersi utile, almeno, con l’andar a prender l’acqua alla fontana. Egli assecondava gli scherzi di lei; prese un recipiente di sughero e s’avviò, nel gran sole che scaldava le erbe e il verbasco e ne traeva un odore inebbriante.

La comitiva intorno al prete seguì il dottore con fischi ed urli, ed anche il vecchio che arrostiva il capretto fece le fiche in segno di disprezzo. Un uomo istruito, un uomo maturo, lasciarsi burlare così dalle donne! Allora Zana imprecò e corse tenendosi fermo con la mano il fazzoletto svolazzante sulla testa, finchè raggiunto il dottore gli tolse di mano il recipiente. Da lontano le donne videro l’uomo seguirla nel sentieruolo che conduceva alla fontana, e il vecchio padre di Jacu cominciò a sputare sul fuoco rabbiosamente, quasi volesse spegnerlo.

— La nipote di Tomas Acchittu, la vedete? Voleva star sola con l’uomo; se fosse mia figlia le metterei la nuca sotto i calcagni.

— Lasciate fare, suocero mio, — disse con benevolenza zia Lenarda. Ah, ella, sì, sapeva [p. 217 modifica] cos’è l’amore, che rende folli come quando si beve l’acqua dell’incanto.

Il dottore, infatti, stordito dal gran sole, seguì Zana fin dietro i rovi della fontana, e ancora una volta tentò di abbracciarla. Ella lo guardava coi suoi occhi simili a quelli della Regina di Saba, ma lo respingeva minacciando di versargli l’acqua del recipiente sul capo. Sempre così, fin dalla prima sera là accanto al muricciuolo del patiu; sempre la stessa storia; ella lo lusingava e lo respingeva, e tra l’ingenuo e il perfido domandava sempre la stessa cosa: un veleno.

— Bè, senti, Zà, ti contenterò; stasera verrò a casa tua e ti porterò una boccettina con la testa di morto. Bada di non andare in galera, però.

— È per la volpe, le ho detto! Sì, ma mi lasci, adesso; sente, viene qualcuno!

Infatti i rovi intorno alla fontana si scossero come per il passaggio di un cinghiale e Jacu apparve. Aveva il viso stravolto, sebbene fingesse di divertirsi a sorprendere quei due.

— Uh! Che fate all’ombra? È ora di mangiare, non di tubare....

— Tu hai più sete che fame, — disse Zana, ironica, sollevando il recipiente, — bevi, bello grande!

Ma Jacu si gettò disteso davanti alla sorgente a faccia a terra, e bevette ansando.

Il dottore rideva, durante il banchetto, mentre il parroco gli lanciava sul viso qualche briciola e faceva allusioni maliziose; rideva, [p. 218 modifica] ma di tanto in tanto si distraeva, colto da un’idea nuova. Dopo il banchetto andò a sdraiarsi all’ombra fra le rocce a cui era addossata la capanna; di là vedeva senz’essere veduto, e dominava la scena fin laggiù verso la quercia alla cui ombra i pastori continuavano la tosatura. Il prete e gli altri, più in qua, avevano cominciato una gara di canti estemporanei, e le donne ascoltavano, sedute in fila, con le mani in grembo.

Nel silenzio intenso le voci, i canti, le risate, si sperdevano come le nuvolette bianche nell’azzurro profondo; e il dottore sentiva un cavallo brucare l’erba dietro le rocce e un cane rosicchiare un osso dentro la capanna ove di tanto in tanto Jacu entrava per vuotare la lana tosata.

A un tratto Zana, mentre la gara estemporanea ferveva più animata, si alzò ed entrò anche lei nella capanna. Il dottore fumava; seguiva il filo azzurro che usciva dal suo sigaro e una specie di sogghigno gli sollevava il labbro lasciando vedere l’oro dei suoi denti impiombati.

Finalmente anche Jacu arrivò e la voce soffocata di Zana uscì come un gemito dalle fessure della capanna.

— Ti giuro.... i corvi mi tocchino.... se egli mi ha toccato neppure la mano.... So io perchè gli faccio buon viso.... È per il nostro bene.... Ma finirà questa penitenza.... finirà....

L’uomo, forse intento a vuotar la lana, taceva; ella riprese, esasperata, con voce di odio: [p. 219 modifica]

— Sono forse gelosa di tua moglie, io? di quella vecchia cornacchia, di quella vecchia volpe?... Ma tutto finirà.... e presto....

Allora Jacu rise; e poi di nuovo s’udirono le risate, i canti, il brucar dei cavalli.

Ma il dottore volle prendersi un gusto; balzò in piedi e cominciò a urlare:

— Uh! Una volpe, una volpe! — E i due amanti balzaron fuori dalla capanna, storditi, mentre giù la comitiva cessava di cantare e le donne guardavano qua e là e i cani abbaiavano come se davvero passasse la volpe. [p. 220 modifica]