Il denaro pavese e il suo corso in Italia nel XII secolo

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Vincenzo Capobianchi

1896 D Indice:Rivista italiana di numismatica 1896.djvu Rivista italiana di numismatica 1896/Numismatica/Pavia Il denaro pavese e il suo corso in Italia nel XII secolo Intestazione 21 maggio 2018 75% Da definire

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IL DENARO PAVESE


ed il suo corso in Italia nel XII secolo




I.


Nessuna altra valuta in forma tanto indeterminata ci appare dai documenti, quanto il denaro pavese nel XII secolo, poichè, mentre per l’Italia di mezzo ci risulta come la più nobile valuta corrente, nella Lombardia e Liguria ci appare invece come la più vile. Non determinato del pari fu il suo corso legale, da renderci sovente impossibile riconoscere quando intendasi di moneta effettiva e quando di valuta ideale o di calcolo.

Il Desimoni, nelle preziose note da lui fatte all’Illustrazione del Registro arcivescovile di Genova del Belgrano1, fu il primo a dare ragionati ragguagli sul valore e corso della moneta pavese in Genova, dal principiare dell’XI secolo all’anno 1139 in cui quel Comune otteneva da Corrado II il privilegio di battere moneta. Il Brambilla nella sua dotta opera sulle Monete di Pavia, completava quel periodo; ma in quella parte solo che si riferisce al corso della moneta nel territorio pavese e nei comuni vicini, restando così il suo lavoro incompleto nell’altra parte riguardante il corso generale del denaro pavese nel rimanente d’Italia.

[p. 22 modifica]Per dare una completa esposizione dello stato monetario di quel periodo conveniva senza dubbio generalizzare le ricerche, giacchè Pavia era la prima officina d’Italia, ed il suo denaro correva accreditato dovunque. A persuaderci di questa verità basti il fatto ignoto all’illustre scrittore della numismatica pavese, che, mentre in Roma nell’anno 1164 un denaro pavese valeva due denari lucchesi2, nello stesso anno in Genova, come ci fa conoscere una tariffa di monete colà pubblicata, libre quattro e soldi sei (soldi 86 di conto) di denari pavesi eguagliavano invece soldi 48 di denari lucchesi3, ciò che era pressochè l’opposto.

Questa differenza di valore del denaro pavese, secondo le regioni ove correva, era inesplicabile e la spiegazione di questo fatto doveva cercarsi coordinando e ristudiando le fasi della moneta pavese, ciò che mi sono provato di fare.

L’annalista genovese Caffaro sotto l’anno 1102 riferisce: " Primo anno istius consolatus moneta denariorum papiensium veterum finem habuit et alia incepta nove monete brunitorum fuit„ ed all’anno 1115: " In secundo anno predicti consolatus denarii bruni prioris monete mense octobris finem habuerunt, et alia moneta minorum brunitorum incepta fuit „ ed infine al 11 39: " In isto consolatu bruniti finem habuerunt et in isto consulatu moneta data fuit Januensi urbi a Cunrado Theutonico Rege4. Il Promis, il Desimoni ed il Brambilla furono concordi nel ritenere, [p. 23 modifica]che le parole del Caffaro, sotto l’anno 1102, " moneta denariorum papiensium veterum finem habuit„, non si debbono altrimenti interpretare che per la cessazione della loro battitura in Pavia, e nelle parole alia incepta nove monete brunitorum fuit, il principio della coniazione della nuova moneta, egualmente pavese ma deteriorata, dei bruniti così denominata dal colore bruno in essi prodotto da soverchio aumento di lega. E di fatto dopo l’anno 1100 sovente negli atti viene fatta distinzione fra la vecchia e nuova moneta pavese. Il Desimoni riporta che nel libello della Domocolta di San Vincenzo, consentito nel 1083 da Corrado vescovo di Genova a Lanfranco avvocato, questi promette pagare, exinde pensionem per unumquemque annum denarios III. Ma più tardi l’economo Alessandro quando attese a compilare il registro della curia arcivescovile, essendo in corso la nuova moneta pavese, non mancò di ben chiarire la cosa, scrivendo, che filii Lanfranci Avocati dant denarios III papienses veteres de Domo colta essendo in corso i nuovi denari5. Nell’anno 1128 i diritti da pagarsi per l’introduzione in Genova di mercanzie forestiere, furono stabiliti in solidi denariorum papiensium antiquorum6, e nello stesso anno in un decreto dei Consoli di Genova si prescriveva che le prestazioni imposte ai sudditi genovesi dovessero pagarsi al Comune in denarios de Papia antiquos7. In denari pavesi antichi furono parimenti stabiliti, nel 1149, certi diritti che i Pisani erano soliti di pagare entrando in Genova8, e nel Liber Censuum della chiesa romana compilato da Cencio Camerario troviamo registrato che il monastero di San [p. 24 modifica]Siro di Fontanella nel vescovato di Parma, corrispondeva alla Santa Sede per censo duos denarios papienses veteris monete9.

Esempi contemporanei ritrovansi egualmente per la nuova moneta pavese: in un trattato di pace dell’anno 1110 fra il preposto della chiesa di San Lorenzo di Genova e gli abitanti di S. Romolo, la pena pei contravventori è determinata in centum librarum denariorum monete nove10 appellativo che davasi alla nuova moneta pavese dei bruniti. Nello stesso anno (1110), in " viginti libras denariorum nove monete„ fu costituita una donazione al monastero di S. Stefano posto fuori della città di Genova11, ed in una carta genovese dal 1113 è detto " argentum denarios bonos solidos triginta de novis denariis12. Il più completo esempio però lo abbiamo in una convenzione stipulata nella stessa Pavia nel 1° di maggio dell’anno 1129 fra il preposto di S. Giovanni Domnarum e l’Abate di San Dalmazio di Pedona, riferibile ad un fitto che fu determinato nella corrisposta di " denariorum bonorum papiensium monetae novae Heinrici soldos duodecim et dimidium13, e quivi chiaramente vedesi come essendo tuttavia in corso la vecchia moneta che parimenti portava il nome d’Enrico ed affinchè di quella non dovesse intendersi perchè di più valore, per maggior chiarezza se ne volle dichiarare e determinare la specie. Infine in un atto d’investitura stipulato in Vercelli nel 1144 [p. 25 modifica]trovansi " libras quatuor denariorum novorum papenstum14.

Dopo quest’ultima data cessano sulle carte lombarde e liguri le denominazioni di moneta nuova e moneta vecchia, e ciò devesi attribuire al totale esaurimento, in quelle regioni, di quest’ultima specie, per cui rimanendo in corso definitivamente una sola specie di moneta, questa fu chiamata colà semplicemente denarius papiensis, come erasi chiamata quello vecchio nell’XI secolo.

Occorreva anzitutto determinare questo fatto poichè fu precisamente dal simultaneo corso delle due specie di denari vecchio e nuovo che derivò quella apparente diversità di valore del denaro pavese nel XII secolo.

Allorchè circa l’anno 1100 la zecca di Pavia cessò di battere il suo vecchio ed accreditato denaro, questo trovavasi diffuso nella più gran parte d’Italia. La scarsezza che ne derivò portò immediatamente una maggior diffusione del denaro lucchese e milanese; il primo, spandendosi, occupa maggior territorio, giungendo fino a Treviso15, Padova16, Parma17, Piacenza18; l’altro, irrompendo per la provincia [p. 26 modifica]Flaminea, traversa la Toscana, penetra nel Patrimonio di San Pietro ove rimane per parecchi anni in corso col lucchese19, e nel 1119 era giunto in Sutri20, e nel 1123 in Capranica21, castelli posti sul confine del Patrimonio di San Pietro e poco distanti da Roma, indi retrocede rientrando nella Lombardia. Il vecchio denaro pavese ciò nonostante seguitò ad aver corso per lungo periodo di anni in tutto l’esteso territorio già occupato, conservando per la sua eccellenza la denominazione di denarius papiensis, mentre il nuovo denaro pavese non ebbe in Italia che scarsissimo credito, correndo nel territorio di Pavia e nei comuni circonvicini, nella Liguria ed in qualche contrada dell’Italia di mezzo. Ecco il motivo per il quale nell’anno 1164 in Roma due denari lucchesi equivalevano un pavese mentre in Genova nello stesso anno soldi 86 di pavesi richiedevansi invece per soldi 48 di lucchesi; i primi erano pavesi vecchi, i secondi pavesi nuovi.

Il Brambilla ci diede un dettagliato quadro di questi due periodi della moneta pavese, il primo dei quali, che può denominarsi periodo della moneta [p. 27 modifica]antica o vecchia, ebbe principio col regno di Ottone I (962-967), terminando al 1100: il secondo, quello della moneta nuova, dal 1100 perdurò fino al 1220, anno in cui veniva assunto al trono Federico II di Hohenstaufen.

Secondo questo scrittore nel primo periodo furono battuti nella zecca di Pavia tre differenti specie di denari22.

1.° 1 denari di Ottone I, che dovendo contenere grammo 1,155 di argento puro, valutato l’argento fine monetato a lire 222 al Kilogrammo, avrebbero corrispondenza con centesimi 25, 64 di odierna moneta italiana.

2.° I denari antiqui-veteres, denari cioè di Ottone III, di Enrico I (II di Germania), di Corrado il Salico, di Enrico II (III) e di Enrico III (IV), sarebbero quelli a’ quali si riferisce il computo delle pensioni che la Curia Arcivescovile di Genova riscuoteva da S. Romolo, ragguagliati al valore di tre genovini23. Il prezzo medio di questo denaro sarebbe di centesimi 24, ossia di tre genovini da centesimi 8.

3.° I pavesi buoni o d’argento, formerebbero l’ultima e più recente specie della vecchia moneta: sono quelli a cui allude il decreto genovese del 1149, ove sono equiparati a due genovini24. Il Brambilla, per ragioni che vedremo in seguito, in luogo di centesimi 16, equivalenza di due genovini, ne eleva il prezzo a centesimi 18, 11.

Per attestato del Caffaro si sa che la nuova moneta pavese fu di due specie: i denari bruni che [p. 28 modifica]ebbero corso in Genova dal 1102 al 11 15, ed i bruniti o denari bruni inferiori cominciati coll’ottobre di quest’ultimo anno e durati fino a tutto il 1139. A queste due specie di denari nuovi il Brambilla ne aggiungeva tre altre, due delle quali scadentisssime; quella cioè enunciata nell’atto di concordia fra imperatore Federico I ed i Piacentini del 116225 e l’altra, la più deteriorata di questa serie, della tariffa genovese del 117226: la terza specie poi avrebbe avuto l’elevatissimo valore come i denari di Ottone I, e, secondo il Brambilla, sarebbero stati battuti per la seguente particolare circostanza.

Mentre dall’anno 1102 al 1172 avvenivano gradatamente gli accennati molteplici deterioramenti della nuova moneta, i Pavesi che già dal declinare dell’XI secolo o sui primi del XII eransi costituiti a repubblica ed esercitavano d’allora la zecca per proprio conto, l’avrebbero di nuovo messa sull’antico sistema monetario, per commemorazione o dimostrazione di un fatto, come il Brambilla si esprime, da cui emergesse ben chiara l’antica grandezza dell’officina di Pavia che da regia era diventata effettivamente municipale, battendovisi per tal dimostrazione denari di fine argento e di elevato peso eguali a quei dell’epoca d’Ottone I. Questa speciale e nuova moneta, che secondo congettura il Brambilla, sarebbe quella moneta nuova Heinrici del documento pavese dell’anno 1129 di sopra menzionato e battuta mentre imperava Enrico IV (V di Germania, 1106-1125). Questa nuova specie di moneta sarebbe stata emessa in quantità tale quale appena bastasse a [p. 29 modifica]dimostrazione dì quel fatto, cessandone ben tosto la coniazione per proseguire quella delle specie deteriorate27.

I denari di questo secondo periodo (seguendo il detto autore) dovrebbero avere i seguenti prezzi28.

4.° I denari bruni che ebbero corso in Genova dal 1102 al II 15, ossia la moneta mediana pavese dei documenti astensi29, sarebbero la metà del pavese antico vecchio n. 2 e perciò verrebbero ragguagliati a centesimi 12.

5.° I denari bruniti correnti in Genova dal 1115 al 1139, nità dei pavesi buoni o d’argento n. 3, varrebbero centesimi 9.

6.° Il denaro nuovo pavese della moneta d’Enrico quello a cui alluderebbe, secondo il Brambilla, il documento pavese del 1129: dall’esemplare effettivo della collezione di lui, raggiungerebbe invece l’elevato prezzo di centesimi 27.

7. Il denaro pavese dell’atto di concordia fra l’imperatore Federico I ed i Piacentini dell’anno 1162, del quale manca la moneta effettiva: questo denaro sarebbe corrispondente a centesimi 5 846/1000.

8.° Infine il denaro pavese della tariffa genovese del 1172, sarebbe il più deteriorato della specie dei nuovi denari che manca, ed avrebbe dovuto valere soli centesimi 5.

I secoli XI e XII costituiscono un periodo di eccezionale interesse della moneta pavese per l’esteso [p. 30 modifica]corso che questa ebbe in tutta Italia, e pei rapporti con le altre due monete associate di Lucca e di Milano. Il Brambilla non tralasciò ricerche per determinare le fasi di questo oscuro ma importante periodo della moneta pavese, però conviene ammettere che l’illustre numismatico abbia omesso una cosa, cioè di non aver generalizzate le ricerche, che possono dirsi limitate ai soli documenti di Pavia e di Genova; per la qual cosa alcuni fatti essenziali o gli apparvero sotto una forma incompleta o gli rimasero del tutto ignorati. Egli non potè perciò osservare che colla denominazione denarius papiensis, senza altro, nel XII secolo in Italia s’intendeva l’antico e vecchio pavese, il quale tanta celebrità acquistò come valuta censuale da conservare inalterato ancora nel XIII secolo il valore di quell’accreditata specie che nell’XI secolo erasi propagata per l’Italia; e che la decadenza dell’officina pavese principiò circa l'anno 1100 colla cessazione di questo celeberrimo denaro, del qual fatto fu cagione la costituzione a repubblica del comune di Pavia, per cui quella zecca da regia divenne municipale, mentre il Brambilla credette che questa emancipazione avesse portato invece a quell’officina un nuovo lustro. Egli non si avvide ancora che all’elevato valore dei denari che le tre officine italiche Pavia, Lucca e Milano battevano nell’XI secolo seguì un periodo di generale diminuzione, che fu adottata ancora dalle nuove zecche che nel XII secolo andarono man mano costituendosi in Italia, per la qual cosa non furono fatte restituzioni e ripristinazioni di sistemi monetari passati che riaumentassero il valore delle monete correnti in quel periodo, perchè contrarie e d’impedimento alle nuove e più ragionate esigenze commerciali. Egli infine non potè osservare che il numero delle specie dei nuovi denari da lui assegnati alla zecca di Pavia dal 1100 al 1172 era eccessivo in [p. 31 modifica]confronto dell’esiguità delle specie che Lucca e Milano, allora le più accreditate officine d’Italia, contemporaneamente battevano. Lucca, che si sappia, nel XII sec, non battè che una sola specie di denaro: denarius lucensis che ebbe corso per l’Italia unitamente al vecchio lucchese detto afforziato per il suo più elevato valore, la coniazione del quale spetta all’XI secolo. Fu solamente dopo l’anno 1181 (allorquando conchiuse la pace con Pisa sciogliendo la convenzione monetaria che aveva con questa città)30 che principiò la coniazione di un nuovo e più scadente denaro che per essere la metà dell’altro fu detto medaglia come ci apprende un decreto d’Innocenzo III dell’anno 1200 circa31. Questo nuovo denaro in carte riminesi del 1185, 1191 e 1195 è detto lucchese nuovo e bruno32, l’altro fino allora corrente enunciavasi denaro buono comune lucchese, mentre quello antico era detto afforziato. Milano egualmente, come risulta da suoi documenti, non coniò che una sola specie di moneta, il denaro nuovo milanese33 metà del vecchio denaro milanese unitamente al quale corse dal principio [p. 32 modifica]del XII secolo fino all’epoca di Federico Barbarossa. Di questo nuovo denaro milanese la serie numismatica ci fa conoscere una frazione34.

Se tanto limitato fu adunque il numero delle specie di denari coniati da Lucca e Milano, che erano allora le più accreditate officine monetarie d’Italia, e che tenevano tanto esteso commercio, sarebbe incomprensibile come Pavia, che trovavasi nella massima depressione, coniasse invece tante e variate specie di denari, fra le quali una ancora con cui rimetteva la propria zecca sull’antico sistema monetario come all’epoca di Ottone I? Fatto del tutto nuovo del quale da documenti non apparisce traccia veruna!

Per queste considerazioni mi è sembrato opportuno un più accurato esame dei documenti e delle monete effettive di quel periodo, potendovi essere errore nei risultati proposti dal Brambilla.

Da una tariffa genovese allegata ad un atto dell’anno 116435 (non del 1172 come riportò il Brambilla, trattandosi sotto quella data di un’altra copia della [p. 33 modifica]stessa tariffa)36 e dal ragguaglio fra la nuova moneta genovese e la vecchia moneta pavese del decreto sopracitato dell’anno 114937, sappiamo che nel 1164 tre denari nuovi pavesi equivalevano approssimativamente un denaro vecchio pavese (n. 3) di quei cessati in Genova all’anno 1102.

L’annalista Caffaro completava queste notizie determinando a due le specie dei nuovi denari) la prima dall’anno 1102 corse in Genova fino al 1115: la seconda di specie inferiore, da quest’anno al 1139, non per cessazione di battitura, ma perchè Genova principiò a battere moneta propria. Riduzioni posteriori della nuova moneta pavese non risultano da’ documenti.

Con questi dati l’ipotesi più probabile è che la prima diminuzione dalla vecchia alla nuova moneta sia avvenuta per metà, come nella moneta milanese e la seconda, per terza parte. A convalidare l’ipotesi della prima diminuzione per metà molto opportunamente serve l’espressione dei documenti astensi dal 1123 al 113438, di moneta mezzana pavese. Il Desimoni però opinò diversamente, dicendo che la voce mezzana non al taglio ma alla composizione della moneta si riferiva che era metà argento e metà rame al titolo cioè di per libbra39, benchè si avesse la dimostrazione contraria nella stessa denominazione [p. 34 modifica]data ai mezzi denari imperiali che battevansi nelle zecche di Cremona e di Brescia, e che perciò furono detti mezzani, e così in luogo di assegnarvi il medesimo valore del genovino, che era la metà del vecchio pavese, lo disse di valore intermedio. Il Brambilla ritrovò il modo di conciliare i due significati e stabiliva che la moneta mezzana pavese dei documenti astensi o moneta bruna delle carte genovesi era effettivamente metà del denaro pavese, però di quello più antico ed equivalente al valore di tre genovini (n. 2), e che i bruniti furono egualmente mezzi denari pavesi ma di quei più recenti che valsero due genovini (n 3). Da quest’ultima specie discendeva alla scadente moneta dell’atto di concordia fra l’imperatore Federico I ed i Piacentini del 1162, ed infine a quella ancora più scadente della tariffa genovese del 1164.

Primieramente osserveremo che nell’atto di concordia del 116240 e nella tariffa genovese del 1164 non intendesi punto di due differenti specie di denari pavesi ponderate con lo stesso marco coloniese, ma bensì di una sola e corrente specie che nell’atto di concordia, stipulato nella stessa città di Pavia, fu ponderata a peso pavese e perciò il marco d’argento fine trovasi corrispondere a libbre IIII di denari pavesi (soldi 80), mentre nella tariffa genovese fu invece ponderata col marco di Colonia, il quale, essendo più grave, occorrevano dei medesimi denari libbre IIII e soldi VI (soldi 86), preziosissimo ragguaglio che ci faceva conoscere la proporzione di peso fra questi due marchi.

Secondariamente diremo che in queste tassazioni nulla vi è che possa far supporre recenti o nuove [p. 35 modifica]diminuzioni della moneta pavese. La tariffa genovese, della quale or ora più diffusamente ragioneremo, era la tariffa officiale allora in vigore in Genova. Questa tariffa fu allegata all’atto del 1164 nello stesso modo che più tardi fu allegata all’altro atto del 1172, per sola dimostrazione delle somme da pagarsi, e la data della sua compilazione, senza dubbio è anteriore alla data del primo atto a cui trovasi unita. Per l’introduzione in Italia del nuovo peso del marco tutti i valori indistintamente allora, per la prima volta, furono equiparati a quel peso secondo i differenti marchi in uso, e questa tassazione fu senza dubbio il principio di un nuovo ordinamento economico, per mezzo del quale venivasi a conoscere con precisione l’intrinseco contenuto in ciascuna specie di moneta corrente.

Per queste ragioni noi dobbiamo considerare le tassazioni dell’atto di concordia e della tariffa genovese riferibili solo alla seconda ed inferiore specie di denari pavesi bruniti, di quella cioè che secondo il Caffaro principiò in Genova all’anno 1115, che durava nel 1139 e nei seguenti, e che ritroviamo ancora nel documento di Vercelli del 1144, disopra riferito.

La serie dei denari che la zecca di Pavia battè nel corso dell’XI secolo, per una gran parte si costituisce di quei denari detti Enriciani che la costante uniformità di tipo rese finora impossibile di classificare. Il Brambilla con diligenti assaggi arrivò a conoscere i vari gradi del loro valore intrinseco e per questo mezzo egli potè dare un ordinamento a quella serie, assegnando ai denari di maggior peso e più fine titolo l’epoca più antica ed agli altri più scarsi e scadenti l’epoca posteriore. Fra i migliori di questi denari molti ne ritrovò che equivalevano al valore di tre e di due genovini, come era indicato sui documenti genovesi per le due specie dell’antica moneta pavese.

[p. 36 modifica]Egli escluse quei più deboli ed inferiori, che ritenne dovere appartenere alla specie della moneta nuova bruna, abbenchè i più scadenti superassero la metà di valore del meno antico pavese della vecchia moneta.

Per formare la moneta nuova bruna questi residuali denari Enriciani mal si adattavano, avendo i più deboli come dicemmo maggiore intrinseco di quello che si richiedesse. Il Brambilla perciò immaginò nuove divisioni, principiando coll’elevare il valore del vecchio pavese dell’ultima specie (n. 3) a centesimi 18, in luogo di 16 come richiedevasi per due genovini da centesimi 8 ossia per due terzi di centesimi 24, valore del pavese antico (n. 2); ed in questo modo formò la moneta bruna con denari Enriciani da 12 e da 9 centesimi. Allorquando però egli giunse all’atto di concordia del 1162 ed alla tariffa genovese del 1164, ove per il nuovo peso del marco veniva determinato il valore intrinseco dell’ultima specie della moneta nuova, fu allora che si convinse che di quella mancava la specie effettiva, non essendo noti fin’ora denari pavesi del valore di centesimi 5 o poco più.

L’ordinamento dato dal Brambilla alla serie dei denari Enriciani, oltre che trovasi in disaccordo coi documenti, ove per moneta vecchia e moneta nuova sono indicate due distinte e differenti specie di danari, presenta inoltre un gravissimo quesito: come mai tutte quelle monete apparentemente uniformi, e che senza ordine avevano tutte le gradazioni di valore e di peso, potevano fra loro esser distinte? Al nostro illustre scrittore non sfuggì questa gravissima circostanza, sulla quale egli sorvolò, dicendo che il peso e la superiorità dell’intrinseco dovè servire di guida a discernere nel comune corso le migliori specie; il più scarso peso ed il meno brillante aspetto dei pezzi, le inferiori. Noi siamo dolenti di non poter [p. 37 modifica]partecipare all’idee dell’illustre numismatico per la ragione che per ciascun denaro, che in quell’epoca avesse dovuto spendersi, sarebbe indubbiamente sorto litigio per determinare a quale delle quattro correnti specie dovesse appartenere.

Il più saggio partito, a nostro avviso, sarebbe stato di abbandonare la via mal certa del valore delle monete effettive di questo decadente periodo, ed attenersi invece ai documenti dai quali solo potevansi attingere più sicure notizie, ed allora il peso ed il titolo delle monete sarebbero stati di guida a più giuste considerazioni sullo stato di declinazione di quella celebre officina per giungere poi a più giusti risultati.

Il passaggio dalla vecchia alla nuova moneta è un fatto troppo precisamente determinato dai documenti, per poter supporre che sia avvenuto senza un cambiamento palese di tipo, peso e titolo della moneta corrente; le parole del Caffaro moneta denariorum papiensium veterum finem habuit et alia incepta nove monete brunitorum fuit, chiaramente lo dicono e tutti i documenti dell’Italia, eccettuati quei del territorio pavese, lo confermano, nei quali immancabilmente nel XII e XIII secolo per denarius papiensis senza altro per antonomasia si è voluto intendere il buon denaro pavese del vecchio sistema; solamente in qualche territorio più presso a quello di Pavia, alcune volte per distinguerlo da quello nuovo, che vi aveva corso col medesimo nome, vi si aggiunse la specifica vetus od antiquus. Il denaro nuovo all’incontro nello scarsissimo credito che ebbe lungi da Pavia mai ottenne il nome di pavese che era dato solamente al vecchio denaro, ma bensì di moneta bruna, come sulle carte genovesi, o di moneta o denaro d’Enrico senza altro, come osserveremo in nuovi documenti e come vedemmo già nel documento pavese dell’anno 1129.

[p. 38 modifica]Per queste ragioni tutta l’intera serie dei denari Enriciani noti appartener deve al solo periodo della vecchia moneta, e le mancanze di valore, anziché farci supporre nuove specie di denari, debbono invece dimostrarci, quali illegali adulterazioni fossero state introdotte in quell’officina nell’ultimo periodo del suo credito.

Delle due specie di denari nuovi pavesi manca finora la moneta effettiva che dovrebbe avere il valore di otto e di cinque centesimi circa; questa specie di moneta, sulla cui esistenza i documenti ce ne danno indiscutibile prova, riappare effettiva nel XIII secolo sotto Federico II col nome di denaro piccolo pavese.

Circa quella moneta nova Heinrici del documento pavese dell’anno 1129, che secondo il Brambilla avrebbe la zecca di Pavia battuto in commemorazione della sua antica grandezza, del qual fatto nulla risulta dai documenti, notammo di già come le ripristinazioni di sistemi monetari passati non fossero verosimili in quell’epoca in cui tutti i valori sempre più suddividevansi; aggiungeremo ora, che non solo in Pavia ma nell’Italia coll’enunciativa moneta Heinrici si volle intendere invece la nuova e più scadente moneta pavese affinchè venisse ben distinta dal denaro pavese propriamente detto, che costituiva l’antica e più accreditata specie. Il Zanetti suppose che i denari d’Enrico fossero le monete che stampavansi in Lucca col nome di quell’imperatore; noi però coll’autorità del surriferito documento pavese e con nuovi altri esempi tolti dalle pergamene ’dell’archivio Chiaravallese di Piastra, nella Marca anconitana, potemmo con certezza stabilire che il denaro d’Enrico fu moneta affatto diversa e dal vecchio denaro pavese e dal lucchese, coi quali contemporaneamente correva in quella provincia, ritrovandolo usato in [p. 39 modifica]un "atto dell’anno 1164 unitamente a quest’ultimo. Pietro preposto di San Salvatore nel novembre del detto anno concedeva in enfiteusi a terza generazione ad Attone figlio di Pietro, Bentevollo figlio di Attone ed Alberto figlio di Grimaldo, una casa posta in Cerreto per l’annuo censo di " duos denarios crossos de rigo„ sborsando essi all’atto della stipulazione " XXII soldos lucenstum „ ed obbligandosi inoltre alla pena di " tres libras lucensium „ per non adempimento dei patti41. L’epiteto crossi dato ai denari d’Enrico nel suddetto atto,, e che manca in tutti gli altri atti chiaravallesi di data anteriore e posteriore42, ci porge argomento ad una nuova osservazione. Il Desimoni aveva già notato che epiteto eguale davasi sul registro delle pensioni della curia arcivescovile di Genova ai denari bruni soggiungendo che quell’espressione, la quale non poteva applicarsi punto a quella specie di grossi che cominciarono ad usarsi soltanto verso la fine del secolo XII, fu precisamente introdotta allorchè per le corrisposte censuali fu mestieri distinguere i bruni maggiori dai minori o bruniti43; e questa circostanza, identica a quella del documento chiaravallese, ove trattasi di valuta censuale e riferibile probabilmente a concessioni precedenti, dimostrerebbe ancora una volta la giustezza delle nostre osservazioni nel ritenere che due sole furono le specie della nuova moneta pavese.

[p. 40 modifica]Per quel denaro effettivo infine, dal Brambilla ritenuto per uno di quei cui il detto documento del 1129 alluderebbe, noi diremo che l’elevato valore indiscutibilmente ci dimostra che quel denaro, appartiene invece ad un sistema monetario antico e del tutto diverso da quello allora in uso. Inoltre, esaminando più attentamente quel denaro, ritroviamo che il nome HEINRICus ha la lettera E riunita alla H come egualmente ritrovasi sui soli denari attribuiti ad Enrico I (II), di quei che sul rovescio hanno la leggenda PAPIA disposta in una sola riga e traversata da un’asta terminata a croce, mentre sopra tutti gli altri denari Enriciani posteriori costantemente leggesi HINRICus. Questo rarissimo denaro formerebbe, a mio avviso, il secondo e meno antico tipo delle monete d’Enrico I (II), poichè per stile del lavoro, per la disposizione dell’epigrafe, per la mancanza dei globetti disposti a triangolo ai lati del monogramma imperiale, e per il segno di abbreviatura sulla C, (per le ultime due lettere mancanti al detto monogramma), è affatto simile ai denari di Conrado il Salico successore immediato di Enrico I (II)44.

Noi chiuderemo la prima parte di questo ragionamento con alcune osservazioni sulla tariffa genovese del 1164.

Questa tariffa45, da cui togliemmo il ragguaglio più sopra riferito che 86 soldi di denari pavesi nell’anno 1164 erano eguali a 48 soldi di denari lucchesi è il documento italiano più antico e più completo di questo genere, e come tale ci è sembrato utile rilevarne l’importanza.

In questa tariffa ciascuna quantità di una sola [p. 41 modifica]specie di denari è equiparata a tanta quantità d’argento fine quanto ne sarebbe entrato in un marco a peso di Colonia; per cui 86 soldi di denari pavesi, 48 soldi di denari lucchesi ed un marco d’argento fine a quel peso erano eguali in valore intrinseco.

Giova conoscere che sul declinare dell’XI secolo un nuovo peso, che ritiensi con fondamento derivasse dall’Inghilterra46, fu adottato in tutti gli stati d’Europa. Alla libra romana di 12 once, libra pensans, fu sostituito, ma per pesare solamente le monete ed i metalli fini non monetati, il Marco che ne rendeva solamente 8, o più chiaramente essendo una Libra d’argento puro monetato tagliata in 20 soldi di 12 denari ognuno (240 denari), il Marco che era due terze parti della libra venne corrispondente a soldi XIII e denari IIII (160 denari). Da quell’epoca ciascuno stato ebbe il proprio Marco particolare, per la qual cosa ciascun Marco venne chiamato col nome della propria città, o della propria provincia, e ciò in special modo allorquando veniva usato altrove.

I più celebri Marchi furono: 1.° Il Marco della torre di Londra detto egualmente della Rocella, del peso di soldi XIII e denari IIII di den. steriino, moneta inglese di argento che per il suo perfetto titolo e giusto peso serviva ovunque di campione. 2.° Il Marco Trecense (Troyes) o di Parigi di soldi XIIII e denari II di den. steriino. 3.° Il Marco Lemovicense di soldi XIII oboli III di den. steriino. 4.° II Marco Turonense di soldi XII e oboH XXI di den. sterlino. 5.° Ed infine il Marco di Colonia che aveva egual peso di quello della Torre di Londra; avvertendo che ciascun [p. 42 modifica]Marco corrispondeva poi a soldi XIII e denari IIII del proprio effettivo peso.

In Italia parimenti fu adottato questo nuovo peso. in Roma e nel ducato romano denominossi marca ad pondus romanum, nella Lombardia e nella Liguria marca Papiae, ed allorquando questi marchi erano usati nel proprio territorio, per brevità venivano indicati col solo nome marca. Non fu così per il marco coloniense, il quale essendo forestiero e di differente peso del marco romano e del papiense, occorreva immancabilmente dichiararne il nome, come ancora occorreva dichiarare il nome del marco romano e del papiense allorquando questi erano usati o contemporaneamente al marco coloniense, ovvero fuori de’ loro territori.

Della tariffa genovese della quale ora ragionasi vi sono due esemplari. Il primo, come abbiamo riferito, trovasi allegato ad un atto di dichiarazione di debiti che Barisone giudice d’Arborea aveva contratti col comune di Genova per la sua incoronazione a re della Sardegna; quest’atto fu rogato in Genova " in capitulo Sancii Laurentii anno millesimo centesimo sexagesimo quarto, sexto decimo die Septembris et indictione XI47.

I debiti di Barisone dovevano essere rimborsati colla medesima tariffa colla quale i Consoli del Comune di Genova avevano già pagato per conto di lui all’imperatore Federico I la somma di 4000 marchi d’argento fine a peso di Colonia. Questa tariffa è del seguente tenore: " Hec [debita] soluenda sunt ita quemadmodum soluimus domino Imperatori quatuormilia marcharum. uidelicet hoc modo argenti fini marcham Ccolonie pro solidis LVI ianuensibus, unciam de marcha [p. 43 modifica]parvi ponderis de marinis melechinis et barhariagiis pro marca argenti, et similiter pro marca argenti solidos XLVIIL Luc. de Pisa uel Luc. de Papia libras IIII. sol. VI. de Imperialibus solidos XXXIII et dimidio „.

Il secondo e posteriore esemplare della suddetta tariffa, di quello cioè che usò il Brambilla, trovasi egualmente in testa ad una nota di debiti del Barisone; ed abbenchè nell’ordine del Liber iurium segua immediatamente un atto dell’anno 117148, pur nondimeno è evidente che quella tariffa faceva parte di un precetto emanato nel 1168 per la mancata soluzione delle suddette somme tolte a prestanza come fu notato dallo. stesso traduttore. Questo esemplare differisce dal primo in due punti; 1° ove nel primo è detto unciam de marcha parvi ponderis, nell’altro trovasi, untia de marca papie: 2° in luogo de Imperialibus solidis XXXIII et dimidio, si ha de imperialibus soldos XXXII et dimidio.

La prima di queste differenze derivò sicuramente dai traduttori che diversamente sciolsero le sigle pp, e delle due versioni devesi senza dubbio accettare quella di untia de marca papiae, perchè marchi di piccolo peso non ve ne furono, notandosi come ivi a cagione del marco di Colonia, col quale era equiparata quella tariffa, occorreva dichiarare il nome ancora del marco papiense per la differenza del suo specifico peso. Per la seconda variazione della cifra XXXIII et dimidio in XXXII et dimidio per l’imperiali, è logico che la prima debba essere la vera, ed a conferma di ciò abbiamo molti ragguagli della stessa epoca non che posteriori fra i denari imperiali ed i pavesi, dai quali ragguagli [p. 44 modifica]costantemente risulta che i denari imperiali erano corrispondenti a due quinti precisi dei denari pavesi49 per la qual cosa con soldi 33 e 1/2 d’imperiali per marco non si avrebbero che soldi 83 e denari 3 di denari pavesi in luogo di 86 soldi come è riportato sopra entrambi gli esemplari; questa circostanza ci farebbe avvertire un errore eziandio in quest’ultima cifra che in luogo di libras IIII, sol VI, esser dovrebbe libras IIII, sol. IIII, meno tre denari. Non potendosi però dare una soluzione certa su questa differenza, noi crediamo più conveniente lasciare le cifre come trovansi nella prima tariffa, cioè soldi 33 1/2 per l’imperiali e libbre IIII e soldi VI (soldi 86) per i pavesi.

Da questa tariffa si ricaverebbe adunque che un marco d’argento fine a peso di Colonia eguagliava:

1) Soldi LVI di denari genovini (den. 672).

2) Un’oncia del marco di Pavia di marini, melechini e barbariagi (monete d’oro non italiane).

3) Soldi XLVIII di denari lucchesi della zecca di Lucca ovvero di Pisa50 (den. 576).

[p. 45 modifica]4) Libbre IIII e soldi VI (soldi 86) di denari pavesi (den. 1032).

5) Soldi XXXIII e mezzo d’imperiali (den. 402).

Dividendo perciò l’odierno peso effettivo del marco di colonia di grammi 233. 8123, che si ritiene essere tuttavia l’antico, per ciascuna delle suddette quantità di denari, ragguagliando l’argento fine a lire 222 al Kilogrammo, che è il prezzo assegnato al nostro argento monetato, ottengonsi i seguenti prezzi: centesimi 8 scarsi (7,724268) per il denaro genovino: centesimi 9 (8,980122) per il denaro lucchese: centesimi 5 (5,0296542) per il denaro pavese: centesimi 13 (12,9120064) per il denaro imperiale.

Nella tariffa genovese trovasi eziandio menzionato il marco di Pavia, ma senza indicazione della sua equivalenza. Or bene noi ritroviamo per avventura quest’equivalenza nell’atto solenne di concordia celebrato a di 12 maggio del 1162, e stipulato nella chiesa di San Salvatore fuori la città di Pavia, fra l’imperatore Federico I ed i Piacentini che si obbligarono di pagare "domino imperatori et domine imperatrici et curie VI milia marcarum examinati et puri argenti, vel pro unaquaque marca IIII libras papiensium denariorum51. Raramente s’incontra in documenti tanta chiarezza d’analogia. Nell’atto di concordia rogato nella stessa città di Pavia intendesi del marco papiense ed è perciò che se ne tralasciò il nome, mentre nella tariffa genovese, perchè usato fuori del territorio di Pavia e di più unitamente al marco di Colonia che aveva differente e più elevato peso, occorse dire il nome ancora del marco pavese.52.

[p. 46 modifica]L’aumento di VI soldi ossia del 7 per cento nel marco di Colonia costituiva la differenza fra quei due marchi; perciò se il marco di Colonia aveva il peso effettivo di grammi 233, 8123 e la sua oncia, di grammi 29, 2265: il marco di Pavia avrebbe dovuto corrispondere a grammi 217 4992 (dalla libra romana di gr. 326, 2488) e l’oncia di questo marco "uncia de marca Papie„ a grammi 27 1874: dimostrandoci, questa differenza di peso, la ragione per la quale dovè usarsi il marco di Pavia unitamente a quello di Colonia.

Chiuderemo questa prima parte che può essere riassunta come segue.

Dal decreto dell’anno 1249, col quale i Consoli del comune di Genova stabilirono nella nuova moneta dei Genovini le tasse daziarie che i Pisani solevano corrispondere già dall’epoca nella quale correva il vecchio denaro pavese, tassandolo a due denari genovini " denarios duos ianuensis monetae eo quod antiquitus dabant denarium unum papiensem „ e dal computo egualmente fatto nella nuova moneta de’ genovini dalla Curia arcivescovile di Genova delle pensioni che riscuoteva da S. Romolo che essendo costituite [p. 47 modifica]nel più antico denaro pavese, ragguagliandolo invece a tre genovini, noi abbiamo eziandio il prezzo delle due specie di denari pavesi nell’ordine che segue:

1.° Denaro antico pavese del valore di tre genovini; avrebbe il prezzo di centesimi 23 abbondanti di nostra odierna moneta (23, 172804).

2.° Denaro vecchio pavese equivalente a due genovini, cent. 15 e mezzo (15, 448536).

3.° Moneta bruna, o denari bruni grossi, o moneta mezzana ovvero denari grossi d’Enrico. Questo denaro nuovo, corrispondente al genovino, avrebbe il prezzo di 8 scarsi (7, 724268).

4.° Bruniti inferiori, moneta nuova delle carte genovesi, denari nuovi pavesi o denari d’Enrico senza altro, varrebbero solamente cent. 5 (5, 1495). Essi corrisponderebbero a due soli terzi del genovino.





[p. 48 modifica]


II.



I documenti che tuttora rimangono meno esplorati, in quella parte che si riferisce al valore e corso dell’antico denaro pavese nel XII secolo, sono quelli dell’Italia di mezzo, da’ quali costantemente risulta che quel denaro fu la più nobile ed accreditata valuta corrente.

La Chiesa romana già dall’XI secolo in denari pavesi aveva costituito buona parte de’ suoi censi. Seguitò nel XII secolo a rinnovarli ed a costituirne dei nuovi, e siccome, per la cessazione della battitura di quel denaro nella zecca di Pavia, già dal 1100 circa, veniva a mancare la moneta effettiva, prescriveva che per il pagamento di questi censi si dovesse dare o il vecchio denaro pavese, ovvero il prezzo equivalente nella moneta in corso, a tariffa "denariorum papiensium vel aestimationis eorumdem „53. E tal credito aveva acquistato questo denaro divenendo ideale, che i livelli, le pensioni enfiteutiche e qualsiasi altro obbligo di pagamento annuale ed a lungo periodo d’anni nel XII secolo, venivano stabiliti in denari pavesi, mentre tutti i pagamenti che effettuavansi alla stipulazione degli atti e nelle annuali scadenze erano fatti sempre nelle specie correnti.

Abbiamo raccolto le seguenti notizie sui prezzi ai quali fu tassato il denaro pavese nel XII secolo.

[p. 49 modifica]Un decreto di papa Innocenzo III riguardante una questione sorta sul modo di corrispondere un censo, ci fa apprendere che circa il 1160 in Spoleto nell’Umbria, un denaro pavese valeva tre denari lucchesi54. Ed in Fermo città della Marca Anconitana nel 1161 una promessa di pagamento fu stabilita, in otto libre e mezza di denari pavesi ovvero in dieci nove libre di lucchesi, ragguagliando due denari pavesi a cinque lucchesi55.

Roma per i suoi cambiamenti di monete avvenuti durante il XII secolo, de’ quali ora daremo per intelligenza delle formole monetarie un cenno, ci trasmise ne’ suoi documenti i più completi e dettagliati ragguagli sul valore di questa moneta.

Al buon denaro pavese indi a quello lucchese detto afforziato, monete che già dall’XI secolo servirono per le due più accreditate valute correnti di Roma, era succeduto, sulla metà del XII secolo, un nuovo denaro, il provisino o proveniese della Sciampagna ed a questo circa il 1184 il provisino o proveniese del Senato; colla coniazione del quale veniva riaperta l’officina monetaria di Roma rimasta inoperosa da molti anni. Per questi successivi cambiamenti di moneta avvenuti in Roma, i censi, i livelli e tutti quegli obblighi che erano stati pattuiti in denari pavesi fu duopo equipararli man mano colle nuove monete che succedevansi, avendo avvertenza sopratutto per [p. 50 modifica]i censi, d’indicare nelle rinnovazioni dei contratti il denaro col quale era stato costituito in origine il censo da mantenersi in rapporto delle successive specie monetarie sostituite. Ed è per questo fatto che nel XIII secolo ritroviamo ancora censi e livelli stabiliti e rinnovati in denari pavesi antichi, abbenchè di quella specie ne fosse cessata la battitura in Pavia già dalla fine dell’XI secolo.

Ai 16 ottobre del 1164 Ildibrando abate del venerabile monastero dei SS. Cosma e Damiano di Roma cedeva e locava a Bovo figlio di Bovone una casa posta sul Gianicolo al prezzo (sborsato alla stipulazione) di " XV solidos provisinorum„ . Oltre il censo annuo da pagarsi al monastero alla festa dei suddetti SS. Cosma e Damiano di " unum denarium papiensem, vel duos lucenses, vel duos provisinos56.

E a’ dì 3 luglio dell’anno 1177 Bobone abate del suddetto monastero vendeva ad un tal Nicolino d’Alfedocia un casalino sito in Trastevere nel luogo detto Canapina per " quinque solidos bonorum provisinorum„ purché ogni anno corrisponda al monastero a titolo di pensione " dimidium denarium papiensem vel unum affortiatum„. Obbligandolo inoltre nel caso di vendita del suddetto Casalino, di preferire il monastero al minor prezzo " commimus (quod minus) sex denarios papienses vel duodecim affortiatos, vel provisinos57.

Per bene intendere le differenze di prezzo al quale ritroviamo tassato il denaro pavese nei quattro precedenti atti conviene riportare alla memoria quello [p. 51 modifica]che di sopra fu detto cioè, che la diminuzione di valore delle monete correnti, principiata nella zecca di Pavia, venne successivamente adottata nelle altre zecche d’Italia. Per questo motivo Lucca egualmente, cessando la coniazione del vecchio denaro afforziato, che tanto credito aveva ottenuto, onde la Chiesa romana aveva costituita e rinnovata parte dei censi in sostituzione del denaro pavese batteva correndo il XII secolo un nuovo denaro di specie inferiore, che venne detto solamente lucchese ovvero lucchese comune. Questo denaro lucchese non diversamente dal nuovo pavese ebbe minor credito correndo nel territorio di Lucca, in quelli più prossimi ed in qualche altra città d’Italia, mentre il vecchio afforziato seguitò ad aver corso ovunque fintantoché anche esso divenne valuta ideale. Perciò, durante il XII secolo, due denari lucchesi di differente valuta contemporaneamente furono in corso.

A questo fatto dobbiamo aggiungerne un altro il quale invece faceva risultare di prezzo variante lo stesso denaro lucchese afforziato!!

La più grande parte delle corrisposte censuali in denari pavesi era costituita in piccolissime somme di denari spiccioli per le quali non potevasi affatto dare il prezzo equivalente nella moneta dei lucchesi afforziati. Questo prezzo equivalente adunque risultava più spesso minore, come lo è di fatto, nei due precedenti censi romani degli anni 1164 e 1177, quali un denaro pavese fu ragguagliato a due lucchesi afforziati, mentre risultava maggiore, ma in casi più rari e per patto speciale, come ce lo dimostra il documento fermano del 1161, ove per un denaro pavese dovevansi dare invece due lucchesi [afforziati] e mezzo. Questo inconveniente però non avveniva nel computo delle grandi somme, ove il ragguaglio fra le due monete ottenevasi sempre esatto e nelle [p. 52 modifica]proporzioni stabilite; e questo ragguaglio esatto sarebbe precisamente quell’altro che ritrovasi nel documento fermano stesso, fra le otto libre e mezza di denari pavesi con le diecinove libre di lucchesi [afforziati]. Dal qual ragguaglio si ha la proporzione di un denaro pavese con due lucchesi [afforziati] ed un quarto, o più chiaramente nel modo di computare d’allora di XII denari pavesi cambiati con XXVII lucchesi afforziati (26 ed 82 centesimi).

Questa proporzione corrisponde quasi esattamente con quella della tariffa romana dell’anno 1195, della quale ora ragioneremo; ove XII denari pavesi sono ragguagliati a XXVII proveniesi {della Sciampagna) che dai surriferiti documenti romani sappiamo avere avuto lo stesso prezzo dei lucchesi afforziati.

Il denaro lucchese del decreto d’Innocenzo III non era l’afforziato, ma bensì quello nuovo, tre dei quali occorrevano per pareggiare un denaro pavese. Questo denaro lucchese è quello stesso che ritroviamo menzionato nella tariffa di Genova del 1164, ove correva tassato a soldi XLVIII per un marco d’argento a peso di Colonia; mentre il lucchese afforziato, come ora vedremo, era tassato in Roma a soldi XXXVI e denari IV per un marco d’argento a peso romano, ossia al medesimo prezzo del proveniese della Sciampagna: però siccome il marco di Colonia era più grave del romano del 9 e 17 per cento, ne viene che il denaro lucchese afforziato avrebbe valso a questo marco invece soldi XXXVIIII e denari VIII. Ed ora constatiamo un altro fatto. La proporzione che abbiamo ritrovato fra il denaro lucchese afforziato ed il lucchese comune nuovo cioè da due ed un quarto a tre, non è la medesima che si avrebbe da soldi XXXVIIII e den. VIII a soldi XLVIII, pareggiando i due denari lucchesi col marco di Colonia. Due sono le ipotesi che spiegano questa differenza: o che il lucchese nuovo fosse [p. 53 modifica]apprezzato in Spoleto diversamente che non era in Genova; ovvero, per le stesse ragioni di sopra addotte, che il prezzo di tre lucchesi comuni nuovi per un denaro pavese fosse stato alquanto eccessivo per mancanza di moneta suddivisoria spicciola.

Fra i documenti romani che ci ricordano il denaro pavese antico, quello però che presenta maggiore interesse è uno dell’anno 1195 della raccolta di Cencio Camerario.

Noi ragionammo di già su questo documento allorquando, altrove, trattammo sulle origini del denaro provisino del Senato romano58. Ci occorre ora ragionarne di nuovo per tutto ciò che da esso si ricava, sia sul valore intrinseco dell’antico denaro pavese, sia su quello delle altre monete che successivamente nel XII secolo ebbero corso in Roma.

Nell’anno 1195 la Chiesa romana liquidava un debito che aveva contratto colla famiglia dei Prefetti già dal 1158, allorquando regnava papa Adriano IV59. Nella somma che la Chiesa romana doveva rendere a questa famiglia erano comprese cento libre di denari pavesi che costituivano la dote della nobile Porpora, già moglie del fu Pietro di Vico, primo di questo nome, ed avola dei presenti eredi a’ quali quella dote spettava e fra i quali doveva essere divisa in porzioni differenti. Per due terze parti di questa dote ossia a libre 66, soldi 13 e denari 4 di denari pavesi, eguali ad ottantadue marchi e mezzo d’argentò fine a peso romano, la Camera Apostolica sborsò e pagò in moneta corrente duecento sei libre e cinque soldi di denari provisini del Senato.

[p. 54 modifica]Abbiamo veduto di già come coll’introduzione in Italia del nuovo peso del marco, sulla metà del XII secolo, tutte le monete correnti venissero allora equiparate a questo peso, e come per mezzo di tariffe officiali se ne indicasse il valore intrinseco d’argento fine contenuto in ciascuna specie.

Vedemmo egualmente come le città di Genova e di Pavia avessero messo in vigore le proprie tariffe; Genova equiparandola al marco di Colonia e Pavia al marco cittadino quello papiense.

Or bene, dal documento del 1195 apprendiamo che Roma egualmente aveva la propria tariffa officiale colla quale venivano regolati tutti i conti, compilata dalla Camera dei mercanti della Città e pareggiata al marco " ad pondus romanum60.

Con questa tariffa, che venne trascritta nell’atto, la Chiesa romana nell’anno 1195 calcolò e pagò alla famiglia dei Prefetti le somme dovute, [p. 55 modifica]computando primeramente XII denari pavesi con XXVII proveniesi vecchi: indi XII proveniesi vecchi con XVI provisini e mezzo del Senato61.

Da questo computo viene a risultare, che, nell’anno 1195 ottantadm marchi e mezzo d’argento a peso romano erano eguali di valore a libre 66, soldi 13 e denari 4 di denari pavesi (corrispondenti a denari pavesi 16,000), a libre 150 di denari proveniesi vecchi (corrispondenti a proveniesi vecchi 36,000), ed a libre 206 e soldi 5 di denari provisini del Senato (corrispondenti a denari del Senato 49,500). Perciò un marco d’argento a peso romano si ragguagliava a soldi 16 denari 2 di pavesi, a soldi 36 denari 4 di proveniesi vecchi, ed a soldi 50 di provisini del Senato.

Come di già dimostrammo, allorquando si trattò [p. 56 modifica]delle origini del Senato, il marco romano avrebbe dovuto trovarsi corrispondente all’odierno peso di grammi 214, 15866 (due terze parti della libra romana di grammi 321, 238)62. per questo motivo, marchi 82 e mezzo a quel peso avrebbero dovuto pareggiare chilogrammi 17,6680 d’argento fine, che divisi per le suddette cifre darebbero i seguenti quozienti di peso che rappresenterebbero il valore intrinseco contenuto in ciascun denaro, cioè:


Denaro pavese gr. 1,10390
Denaro prov. vecchio (uguale al lucchese afforz.) 0,49118
Denaro provisino del Senato 0,35693

Il denaro pavese della dote di Porpora avrebbe valso adunque in nostra odierna moneta, apprezzando l’argento a lire 222 al chilogrammo, come il nostro [p. 57 modifica]argento fine monetato, centesimi 24,50 (24, 50568). Perciò le cento libre di denari pavesi che costituivano quella dote corrisponderebbero oggidì a lire italiane 5883 e cent. 47.

Come ognuno può ben vedere, il denaro pavese della dote di Porpora, ch’è lo stesso col quale erano costituiti tutti i censi della Chiesa romana, era quello antico e della migliore specie che la zecca di Pavia avesse coniato nell’XI secolo, ed era quello stesso nel quale il Brambilla aveva ritrovato un valore di argento fine, corrispondente al prezzo medio di centesimi 24 già da noi veduto.

Come avveniva adunque che il prezzo di questo antico denaro, divenuto ideale, giungeva inalterato fino a quell’epoca dopo i deterioramenti avvenuti nella specie effettiva? Il prezzo di questo denaro giungeva inalterato in Roma nel 1195, nello stesso modo che era giunto inalterato in Genova circa il 1150, cioè in valuta censuale, trasmessa di equivalenza in equivalenza, sia per mezzo dello stesso denaro pavese deteriorato, sia coi denari di altre zecche che successivamente lo sostituirono.

Genova, nell’anno 1139, e Roma nel 1184, costituirono le loro zecche principiando a battere moneta propria. In quella occasione, queste due città successivamente ricercarono e stabilirono nella nuova propria moneta, il cui intrinseco corrispondeva bene al valore assegnato, il vero prezzo che l’antico denaro pavese aveva avuto all’epoca in cui venne diffuso in Italia e col quale, nell’XI secolo, erano stati stabiliti censi e contratti.

Ma quale potrà essere stata la ragione per la quale ritrovammo in Genova l’antico denaro pavese corrispondere al prezzo di centesimi 23, 172804 di nostra moneta corrente, mentre lo stesso denaro in Roma avrebbe valso cent. 24,50?

[p. 58 modifica]Il ragguaglio di Genova di tre denari genovini per un denaro pavese antico, servir doveva per le corrisposte censuali ed in moneta spicciola per le quali non poteva darsi la giusta equivalenza, mentre il ragguaglio di Roma del 1195 era per il computo delle grandi somme e perciò divisibile e corrispondente bene all’intrinseco che legalmente doveva contenere quell’antico denaro.

Ignorasi l’epoca precisa in cui nell’Italia cessava l’antico denaro pavese come moneta effettiva, rimanendo valuta ideale. Questa fase non risulta dai documenti, e le formole indicanti il denaro palese antico rimasero costantemente uguali. Un solo indizio di questa cessazione si ha nel fatto, cioè, che nei contratti in luogo di una sola moneta, (la pavese), come era solito praticarsi, principiano ad essere introdotte due specie di monete: la prima quella nuova e corrente serviva al pagamento della somma che doveva farsi alla stipulazione dell’atto: Taltra specie, cioè il denaro pavese divenuto ideale, era per le corrisposte future ossia censi, livelli, rinnovazioni, etc.63.

[p. 59 modifica]Porremo termine coll’osservare che mentre coll’antico denaro pavese erano stati costituiti e rinnovati in tutta Italia buona parte dei censi camerali apostolici, nell’episcopato papiense all’incontro non ve ne ha alcuno in quella moneta, ma bensì ritrovansi tassati in Marabotini, in denari milanesi ed [p. 60 modifica]imperiali64. Ciò devesi attribuire senz’altro agli abbassamenti di valore che Pavia introdusse nella propria moneta, la quale dalla migliore che ritrovavasi in Italia in breve tempo divenne la più scadente, non valendo alla fine (1164) che circa centesimi 5 di nostra moneta corrente.


Vincenzo Capobianchi.               

[p. Tav. I modifica]

RIVISTA ITALIANA DI NUMISMATICA

Anno IX. Tav. I


Classificazione dei denari pavesi dei seguenti imperatori, secondo il Brambilla.


TAVOLA VI.


Enrico I imperatore (1014-1024).

Brambilla Enrico I denari Rivista italiana di numismatica 1896 (page 158 crop).jpg


Corrado I imperatore (1027-1039).

Brambilla Corrado denari Rivista italiana di numismatica 1896 (page 158 crop).jpg


TAVOLA VII.


Enrico II imperatore (1046- 1056). Enrico IV imp. (1106-1125).
Brambilla Enrico II denari Rivista italiana di numismatica 1896 (page 158 crop).jpg
Brambilla Enrico IV denari Rivista italiana di numismatica 1896 (page 158 crop).jpg




Rettifica cronologica per il denaro pavese d’Enrico I (1014-1024) attribuito dal Brambilla ad Enrico IV (1106-1125).


TAVOLA VI.


Enrico I imperatore (1014-1024).


Capobianchi Enrico I denari Rivista italiana di numismatica 1896 (page 158 crop).jpg


Corrado I imperatore (1027-1039;.


Capobianchi Corrado denari Rivista italiana di numismatica 1896 (page 158 crop).jpg


TAVOLA VII.

Enrico II imperatore (1046- 1056).


Capobianchi Enrico II denari Rivista italiana di numismatica 1896 (page 158 crop).jpg


V. CAPOBIANCHI. — Il denaro pavese ed il suo corso in Italia nel XII secolo.

(Anno 1896 - Fasc. I).

Note

  1. Atti della Società Ligure di Storia Patria, Volume II, parte I pag. .592 e seg.
  2. Pergamena originale dell’Archivio del Mon. dei SS. Cosma e Damiano di Roma, n. 141, anno 1164, 16 di ottobre. Locazione di una casa posta sul Gianicolo; per annua pensione "unum denarium papiensem uel duos lucenses „. Nel R. Arch. di Stato di Roma.
  3. Hist. Patriae Monum. Chart. Tom. I, col. 839, dxxix. Ragguaglio dei debiti di Barisone d’Arborea, contratti per la sua incoronazione a re di Sardegna.
  4. Monum. Germ. Hist. Script., Tom. XVIII, pag. 14, 15 e 19.
  5. Desimoni, Note sopracitate.
  6. Hist. Patriae Monum. Liber Jurium Reip. Genuen. Tom. I, col. 32.
  7. Loc. cit., col. 33.
  8. Loc. cit., col. 142.
  9. Le " Liber Censuum „ de l’Eglise romaine, par M. Paul Fabre, pagina 103.
  10. Hist. Patriae Monum. Liber Jurium, etc. Tom. I, col. 19.
  11. Desimoni, Note sopracitate.
  12.         "         Idem.
  13. Robolini, Notizie appartenenti alla storia della sua patria, (Pavia). Vol. III, pag. 248, nota 71.
  14. Hist. Patriae Monum. Tom. II, Chart. Leges mun., col. 255, anno 1144 in Agosto. Vercelli.
  15. Le "Liber Censuum„, etc, sopracitato, pag. 133. " In Episcopatu Tervisino. Ecclesia Sancti Laurentii iuxta forum iiij lucenses. Monasterìum Nervisij xij lucenses„.
  16. Brunatii Joannis, De re nummaria Patavinorum, pag. 15, cap. III, anno 1095 " precio librarum mille lucensis monete „ ed a pagina 16, anno 1136 ’ quadraginta solidorum lucensium «.
  17. Affò Ireneo, Storia della città di Parma, Tom. II, pag. 340, anno 1092 ai 3 di Gennaro " Denariorum bonorum lucensium libras viginti et quatuor „ ed a pag. 345, anno 1114 "pena viginti librarum lucensium «.
  18. Le "Liber Censuum „ etc, sopracitato, pag. 116. " In Episcopatu Placentino. Eccl. de Montebello ij sol. lucensium,.
  19. Codice dipiom. della città di Orvieto, Pag. 11, anno 1118 " pro xl libris bonorum den. medulanensium pag. 12, anno 1118 "accepimus sexaginta libr. ben. den. lucensium„ — pag. 13, anno 1126 sol. xxxx medulanensium — pag. 15, anno 1131 "accepit sol. x inforziatorum — pag. 18, anno 1140 "pretii undecim libras lucensis monete„.
  20. Pergamena originale dell’Arch. del Monas. de SS. Cosma e Damiano di Roma, n. 1110, anno 1119 in marzo. Locazione di terreni fruttiferi posti nel territorio di Sutri, con obbligo di dare ogni anno alla festa di S. Giacomo "quatuor denariorum melanensiuin„. Nel R. Arch. di Stato di Roma.
  21. Pergamena originale dell’Arch. del Monas. di S. Silvestro in capite di Roma, n. 10, anno 1123 in maggio. Vendita di " uno cobiculo nel Castello di Capranica " pro pretio duos solidos de melano,. Nel R. Arch. di Stato di Roma.
  22. Brambilla, Monete di Pavia, pag. 234 e 235.
  23. Atti della Società ligure di Storia Patria. Vol. II, part. II,
  24. Hist. Patriae Monum. Liber Jurium Reip. Genuen. Tomo I, col. 142, dcli, anno 1149 ".... denarios duos ianuensis monete eo quod antìquitus dabant denarium unum papiensem „.
  25. Boselli Gio. Vincenzo, Delle Storie Piacentine, App. di Documenti, p. 313.
  26. Hist. Patriae Monum. Liber Jurium, etc. Tomo I, col. 267, anno 1172, in gennaio.
  27. Brambilla, Op. cit, pag. 239 e 240.
  28. Loco citato, pag. 235, 279 e 280.
  29. Hist. Patriae Docum. Chartarum. Tomo I, col. 753, anno 1123. 23 luglio, Asti " pro libras decepi denariorum honorum papiensium medie monete, — col. 754, anno 1123, 29 agosto, Asti "pro libras triginta octo denariorum bonorum papiensium medie monete»— col. 770, anno 1134, in maggio, Asti " libras quatuor dena.... mediane monete papie».
  30. Zanetti. Tomo I, pag. 314, anno 1181 “Pisani et Lucenses inter se paciscuntur de moneta cudenda, conveniuntque ut in moneta Pisana nomen Lucae, vel Henrici non contineatur, immo nominatim contineatur in moneta, quam Pisani fabricare debent, nomen Friderici, seu Cunradi, et nomen Pisae; testantur etiam ante haec pacta Pisani se habuisse potestatem faciendi Lucensem monetam, vel de ipsa moneta, ex concessione, seu datione Cunradi Regis, aut Friderici Imperatoris„. V. Jo. Lamil, Delic. Erudii, Adnot, ad Leonis Urbevel. Chronic. Imper. Pagina 318.
  31. Antiquae Collec, DecreL Edit Parisiis, 1609, Lib. Ili, cap. V, pagina 379.
  32. Zanetti. Tomo V, pag. 380, anno 1185 “xiiij libras honorum Luc. novos et brunos„ — anno 1191 “Libras lucenses xiij medietatem novi et bruni et alii comunes boni„ — anno 1193 “octo libras Lucenses novos et brunos„ .
  33. Dell’antichità longobardiche milanesi. Vol. II, p. 272, anno 1110 “Libras quinque mediolanensium denariorum nove monete„.
  34. Gnecchi, Le Monete di Milano, Pag. 20, n. 6.
  35. Hist. Patriae Monum. Chart. Tomo I, col. 834, anno 1164, 16 settembre, Genova. Promesse reciproche di favori e di protezione fra Barisone giudice d’Arborea incoronato di recente dall’imperatore Federico I, re dell’isola di Sardegna, e il Comune di Genova. Dal primo volume Jurium della Repub. di Genova, pag. 94, esistente nel Regio Archivio di Corte.
       Ibidem. Col. 837, anno 1164, 16 settembre, Genova. Barisone giudice d’Arborea si obbliga verso il Comune di Genova al pagamento delle somme tolte a prestanza per la sua incoronazione in re di Sardegna. Dal libro intitolato Jurium già esistente nell’Arch. ducale di Genova.
       Ibidem, Col. 839. Ragguaglio dei debiti di Barisone d’Arborea contratti da lui per la sua incoronazione, come nelle due carte precedenti. Dal libro intitolato Jurium, già esistente nell’Arch. ducale di Genova.
       NB. Benchè questa scrittura sia senza data, è chiaro pel suo contenuto che essa è dello stesso anno 1164 in cui furono scritte le precedenti, delle quali doveva far parte.
  36. Hist. Patriae Monum. Liber Jurium Reip. Genuensis. Tomo I, col. 267, anno 1172.
  37. Loco citato, col. 142.
  38. Loco citato. Chartarum. Tomo I, col. 753, anno 1123, 23 di luglio, Asti “pro libras decem denariorum honorum papiensium medie monete„ — col. 754, anno 1123, 29 di agosto, Asti “pro libras triginta denariorum honorum papiensium medie monete„, — col. 770, anno 1134 in maggio, Asti “denar... libras quatuor denarii mediane monete papie„.
  39. Desimoni, Note sopracitate.
  40. Boselli Gio. Vincenzo, Delle Storie Piacentine, App. di Docum., pag. 313 "VI milla marcanim ezaminati et puri argenti, vel pro una quaque marca IIII libras papiensium denariorum«.
  41. Pergamena originale dell’Arch. del Monas. Chiaravallese di Piastra, n. 88. Nel Reg. Arch. di Stato di Roma.
  42. Pergamene originali del suddetto Arch., n. 82, anno 1163 gennaro " in pretio valenti solidos x enrici monete „
    Idem, n. 97, anno 1116, in ottobre. Vendita di una terra per "xiiij denarii de erigo „.
    Idem, n. 149, anno 1177, in febbraio "quinquaginta soldos denariorum enrici „.
  43. Desimoni, Note sopracitate.
  44. Brambilla, Op. cit. Tavole VI e VII . Vedasi per questo cambiamento la nostra tavola dimostrativa.
  45. Hist. Patr. Monum. Chart. Tomo I, col. 839, dxxix.
  46. Annuaire de la Sociètè française de numismatique et d’archèologie, mai-juin, 1888, pag. 225-29. Paris: L’origine du Marc, par Louis Blancard.
  47. Hist. Patriae Monum. Chart. Tomo I, col. 837 e 839.
  48. Loco cit, Liber Jurium, etc, Col. 267.
  49. Hist. Patriae Monum. Chart. Tomo I, col. 864, doc. dxlix, anno 1170 "dare fodrum de sua caneva de decem millibus librarum papiensium uel quatuor millibus imperialium. — Brambilla, Op. cit, pag. 279, anno 1179 " de decem millibus libris papiensibus, uel quatuor millibus imperialibus „. — Hist. Patriae Monum. Tomo VI, Chart. Il, col. 1175, anno 1196 "de xxx papiè pro solido [imperialium]». — Brambilla, Op. cit, pag. 279, anno, 1218 "pro debito solidorum xxx imperialium ualentium libras iiii minus solidos v. papiensium „.
  50. Lucca e Pisa fino all’anno 1181 batterono monete di conio eguale ossia del tipo lucchese, e ciò trovasi sovente dichiarato nelle stipulazioni. Nel 1175 in novembre, una terra posta nel comitato di Camerino (Marche) fu data in pegno per " decem et octo solidos de lockisi monete de lucca et de pisa». Perg. orig. dell’Arch. del Monas. Chiaravallese di Piastra, n. 144. Nel Regio Arch. di Stato di Roma.
  51. Boselli G. V., Delle Storie Piacentine, Tom. I, app. di Doc. p. 313.
  52. Il motivo che induceva il Brambilla a credere che il marco di Pavia nell’anno 1162, avesse lo stesso effettivo peso del marco di Colonia ebbe origine dall’avere egli ritrovato in uno statuto della società dei Mercanti di Pavia, esistente nella biblioteca della Regia Università, nel quale statuto vi erano delle disposizioni del cadere del XIII secolo fin verso la metà del XIV, che il marco pavese aveva lo stesso peso del marco di Colonia " marco qui appellatur et dicitur Marchus papiensis vel de colonio„. (Brambilla, p. 277). Noi accettiamo completamente questo fatto riportato nei statuti, però tutto ciò non impedisce che nel 1162 quei due marchi fossero stati differenti. Noi già notammo che le compilazioni e pubblicazioni delle due tariffe cioè di quella dell’atto della concordia del 1162 e della tariffa genovese del 1164 debbono essere contemporanee. Questo non sfuggi al Brambilla il quale mendicò invece per le due tariffe una distanza d’epoca che non esiste, ed è perciò che egli si servì della tariffa allegata all’atto del 1172 invece di quella del 1 164, creando così due specie di denari pavesi che non hanno mài esistito mentre quelle due tariffe tassarono una sola specie di moneta che già da lungo tempo era in corso.
  53. Antiquae Collectiones Decret. Parisiis, 1609, decret. L. Ili, e. V, p. 379: Olim causam, etc.
  54. Loco cit, "pro singulis papien. tres lucen. „
  55. Perg. orig. dell’arch. del monas. Chiaravallese di Fiastra, n. 77. Nel R. Arch. di Stato di Roma. — Fermo, ann. 1161 in giugno. Tebaldo figlio di Atto dà in pegno a Roggero quaranta moggia di terreni nel fondo Cerreto con la promessa che se Maria figlia del detto Roggero fosse venuta a morire senza eredi, egli (Tebaldo) gli avrebbe restituito "octo libras et dimidiam denariorum papiensium monete si recipere voluerìs si non recdemus quinque lucenses pro duobus denariis et xviiij libris lucensium «.
  56. Perg. orig. dell’arch. del Monas. dei SS. Cosma e Damiano dì Roma, n, 141: Settimo contratto sulla stessa perg. Nel R. Arch. di stato di Roma.
  57. Perg. orig. del med. preced. arch., n. 140.
  58. V. Capobianchi, Appunti per servire all’ordin. delle monete del Sen. rom., etc. in Arch. della R. Soc. rom. di Storia patria, anno 1895, voi. XVIII, p. 437 a 29.
  59. Theiner, Cod. diplom., 1, 18 "Oppignoratio Civitatis Castellanae facta dominis de Praefectis ab Hadriano, PP. IV, a. 1158„.
  60. Loco cit. Le somme tolte a prestanza da Adriano IV sono ponderate al marco romano " nos a vobis xxx marcas fini arg. ad pondus romanum pro necessitatibus Eclesie mutuo recipisse. Datum Narnie III Kal. septembris „. In altri documenti ugualmente allorchè è indicato il peso del marco questo è sempre " ad pondus romanum „. Quale autorità poi avesse esercitata la Camera dei mercanti della Città sul corso e sulla coniazione della moneta di Roma, autorità che già aveva nel 1195 per cui la Chiesa romana rimettevasi alle deliberazioni di questa, emerge chiaramente dagli Statuti dei Mercanti di Roma scritti nel 1317, particolarmente al capitolo " de moneta facienda „ dal quale sappiamo che quella Camera stabiliva le specie delle monete che dovevansi coniare in Roma " postquam camerarius mercatantie requisitus fuerit a dictis dominis Senatoribus vel Vicario de predicta moneta facienda, ordinet et eligat cum Consilio mercatantie vel cum parte consilii aliquos bonos et legales mercatores ut ipsis videbìtur qui sint et possint esse faciendum dictam monetam „ (Statuti dei Mercanti di Roma pubblicati da G. Gatti per cura dell’Accad. di Confer. storicogiuridiche. Roma, 1835, p. 32). Dalle quali deliberazioni conosciamo che la zecca di Roma dipendeva dalla Camera dei Mercanti, e questo privilegio doveva certamente rimontare all’epoca della costituzione della zecca di Roma, cioè al 1184.
  61. V. Capobianchi, Appunti sopra cit., pag. 428. Dobbiamo al Sig. P. Fabre l’emendamento di due errori nelle due principali cifre di questa tariffa (Paul Fabre, Le “Liber Censuum „ de l’Eglise ramaine, Paris, 1889, p. 47, col. a, nota i, e p. 48 col. 1 e 2). Nel primo errore incorse il Muratori, che invece di pro xxvij proveniensibus veteribus 9 come riporta il testo, trascrisse “pro xx proveniensibus veteribus «. Il secondo errore era avvenuto per omissione dello scriba allorquando trascriveva il documento dall’atto originale nel primo Liber Censuum. Nei due codici più antichi, l’uno cioè della Vaticana e l’altro della Riccardiana di Firenze, leggesi “pro vi proveniensibus et dimidio Senatus «mentre come risulta indiscutibilmente dalla somma pagata, quella cifra deve essere " pro xvi proveniensibus et dimidio Senatus «. Questa tariffa a dimostrazione della somma pagata fu trascritta nell’atto ed è del seguente tenore: “Hanc autem restitutionem, concessionem et mandatum vobis, ut dictum est, facimus . pro octuaginta duabus marcis argenti et dimidia, quos nobis, ut dictum est, pro omni iure nostro duarum partium predicte dotis centum librarum denariorum papiensium.... datis atque persolvitis pro ducentis vi libris proveniensium senatus et v solidis, eo quod denàrii papienses secundum statutam formam a iudicibus et mercatoribus Urbis, xij denarii pro xxvij proveniensibus ve teribus nunc computa ntur et habita portione provenienses veteres ad provenienses senatus qui nunc xij, provenienses veteres pro [x]vi proveniensibus et dimidio senatus cambiantur (Vatic. lat. 8486, fol. 156 B et Riccard., 228, fol. 126 B).«.
  62. V. Capobianchi, Pesi proporzionali desunti dai documenti della libra romana, merovingia e di Carlo Magno, in Rivista Italiana di Numismatica. Anno V, fasc. I, 1892, p. 106. Noi abbiamo ivi ritenuto che all’VIII secolo la libra romana avesse potuto avere il peso effettivo di grammi 321, 238, non solo per le ragioni ivi addotte, ma ancora perchè questo peso ci era stato dato ugualmente da un raro Exagium in bronzo di libra romana del IX secolo di perfetta conservazione, posseduto dall’illustre archeologo romano cav. Costantino Corvisieri (Nota 49): “Questo Exagium della libra romana, del quale riproducemmo il disegno nella nostra tav. dimostrativa n. 1, ha forma rotonda e due lati piani. Sopra un lato alla foggia dei denari carolini del IX secolo, è incisa in giro la leggenda † leo . nemr . men .; nel campo vedonsi scanalature concentriche nel cui mezzo sta una piccola appendice. Eccetto il nome proprio leo e la parola abbreviata men che deve significare mensura, il rimanente è di oscura interpretazione. Questo Exagium rende il peso di grammi 321,250. Pur nondimeno il significato probabile della suddetta leggenda potrebbe ben essere il seguente: † leo . n[onvm] e[xagivm] m[onetae] r[omanae] . men[svrae] In una carta dell’anno 1044 dell’arch. del mon. dei SS. Cosma e Damiano di Roma si ha “accepi in argento mensuratas libras denariorum numero sex boni et obtimi «. Nel R. Arch. di Stato di Roma.
  63. Contratti ne’ quali sono dichiarate due specie di moneta. La prima, quella corrente è usata per i pagamenti fatti alle stipulazioni ovvero alle scadenze stabilite, l’altra, il denaro pavese, è invece adoperato per le corrisposte future.

    Documenti del Patrimonio di S. Pietro.


        Guglielmo vescovo della città d’Orvieto, nel 1126, concede a livello ad un tale Ildibrandino e suoi Soci, alcuni beni spettanti per una metà alla chiesa di S. Cristina e per l’altra alla chiesa di S. Martino coll’obbligo di pagare ogni anno alla festa di S. Stefano “denarios bonos papiensium iiij «(valuta censuale); mentre il vescovo Guglielmo qui “hunc libellum fieri rogavit «in moneta corrente all’atto della stipulazione “pretium haccepit sol. xxxx medulanensium»; come ancora Bovazano conte che dava termine a quel livello e che diceva averlo in feudo, dal vescovo e dalle infrascritte persone “recepit sol xx medulanensium.» (Cod. Diplom. della Città d’Orvieto; p. 13). — Nel 1131 lo stesso vescovo Guglielmo allivella ad un certo Pietro un terreno, purché ogni anno alla festa di S. Stefano paghi “unum denarium papiensem „ (valuta censuale futura), mentre il prefato vescovo “qui hunc libellum fieri rogavit pretium accepit sol. x inforziatorum „ (valuta corrente). Il denaro lucchese afforziato aveva sostituito nel Patrimonio di S. Pietro, nel 1131, il denaro milanese che aveva già cessato dì correre (loco cit. p. 15).


    Documenti romani.


        A dì a8 ottobre 1169 Nitto col consenso della moglie e di Rustico abate del monas. di S. Silvestro di Roma, cede a Giovanni cum zocculis la locazione di una pezza di vigna posta fuori la porta Pinciana per tre libre di provisini (provisini della Sciampagna, moneta corrente), e con l’obbligo verso il monastero del minor prezzo nel caso di vendita di xx denari pavesi (valuta futura). (Pergamena orig. dell’archivio del mon. di S. Silvestro in capite di Roma, n. 28. Nel R. Arch. di Stato di Roma. — Ai 20 decembre 1177, Gualterio col consenso della moglie e di Rustico abate del sudd. mon., il quale aveva ricevuto il commino di xxx provisini (valuta corrente;, cede a Tebaldo “unum tectum supra casalinum dicte ecclesie (S. Silvestro) „ per il prezzo di xviiij soldi di provisini (valuta corrente) e colla corrisposta annua di un denaro pavese (valuta censuale futura). (Ibidem: perg. n. 31). — Stefano abate del detto mon. di S. Silvestro, ai 10 febb. dell’anno 1196, dà a terza generazione a’ Paganello e Rainaldone una casa con orto posta in Roma nella regione di Trevi per il prezzo di cinquantadue soldi di buoni provisini (valuta corrente pagata alla stipulazione). Due denari pavesi per pensione annua; xij denari pavesi per il diritto del commino e x sol. di denari pavesi da pagarsi per ogni rinnovazione, (valuta futura). (Ibidem, perg. n. 44). — Lo stesso Stefano abate, etc. nel. 1203 13 febbraio loca a certa Tedora " unum argasterium positum regione campi Martis, pro xx solidis provisinorum „ (moneta corrente) per l’annua pensione " tres denarios papienses „ e pel commino “xxx denarios papienses „ (valuta futura). (Ibidem, perg. n. 55). — Anno 1214, i i marzo. Vendita dell’utile dominio di una vigna posta in Roma fuori di porta Pinciana per /libre sei e mezzo] di prov, del Senato (valuta corrente) e per annuo canone “unum denarium papiensem «(valuta futura). (Ibidem, perg. n. 68).

  64. P. Fabre, Le „ Liber Censuum „ Sopra cit, p. 117. “In Episcopatu Papiensi domini Pape. Monasterium Sancti Martini 1 marabutinum. Ecclesia Sante Mane Majoris de Laumello 1 marabutinum. Ecclesia regalis Sancte Marie Theodote, xij imperiales. Ecdesia Sancti Michaelis de Baseo cereum 1 cum denario 1 mediolanensi „.