Le rime di M. Francesco Petrarca/Vita del Petrarca

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Lodovico Beccatelli

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Le rime di M. Francesco Petrarca Compendio della vita del Petrarca
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Le rime di M. Francesco Petrarca I p006.png


VITA


DEL


PETRARCA


SCRITTA DA MONS.


LODOVICO BECCATELLI


Arcivescovo di Ragusi, al Signor’


ANTONIO GIGANTE


DA FOSSOMBRONE.


LOzio dilettevole ch’abbiamo, Messer’ Antonio mio, in questa dolce Isola di Giupana, ove il sollione senza noja passiamo, con vaghissimo prospetto di terra, e di mare, m’invita a pagare il debito che già buon tempo vi son tenuto, cioè di mettere in scrittura quello che partitamente altre volte vi ho ragionato della vita, costumi, e studj del nostro Messer Francesco Petrarca; intorno a che m’affaticai già sono venti anni con molto mio piacere, quando con monsignor Illustrissimo Polo fui in in Provenza, ed a Carpentrasso, ove tornando di Spagna ci fermammo sei mesi, ritenuti [p. viii modifica]dall’amorevolezza di Monsignor Reverendissimo Sadoleto, e di Monsignor Paolo suo nipote, Eletto di quella città. Nel qual tempo io, com’ozioso ch’era, visitando più d’una volta quelle contrade, e spezialmente la fonte di Sorga in Valchiusa, dove il Petrarca con tanto studio lungamente si trattenne, ebbi comodità di discorrere tutte ‘l Opere sue Latine, che quivi da un’amico mi furono prestate, nelle quali molti luoghi notai degli accidenti de la vita sua, che dagli scrittori di quella non erano stati avvertiti, avendo solamente discorso, ed assai leggermente, come s’innamorò, e visse, e finalmente morì.

Perchè, parendomi che gran torto venisse fatto a quel bello ingegno, ed a quella buona natura di che Dio gli fece grazia, raccolsi intorno a ciò molti capi, com’alle volte vi ho ragionato. Ed ora, poichè tanto me n’avete fatto instanza, con l’occasione di questa quiete, tenterò per quanto sarà in poter mio di soddisfarvi. E se forse non avrò scelto ogni cosa delle sue molte virtuti, voi per quella medesima strada camminando ch’io già discorrendo passai, cioè attentamente leggendo l’Opere sue Latine, e Volgari, potrete far crescere il volume; che piena autorità ve ne dò; come quello che in Ragusi siete più ozioso di me, e su questo fiore della gioventù vostra potete a simili studj onestamente attendere: dove io e per l’età, e per il debito dell’offizio sono a pensieri più gravi chiamato, da che al presente la piacevolezza del luogo, com’ho detto, per pochi giorni m’assolve. Nell’Isola di Giupana del dominio di Ragusi, addi 28. di Luglio 1540.


[p. ix modifica]Scrisse Giovanni Villani 1 storico fedele delle cose di Firenze, il qual visse a’ tempi del Petrarca, che del 1302. a’ 4 d’Aprile fu scacciata di Firenze la parte de’ Bianchi; che così allora si domandavano i Ghibellini in quella città; della qual fazione si trovò essere Petracco di Parenzo, uno de’ cittadini di quella, e persona di buon giudizio, nè senza lettere. Era il detto Petracco maritato in una cittadina pur Fiorentina, che fu, secondo alcuni, de’ Canigiani, nominata Eletta; con la quale trovandosi in esilio, si raccolse in Arezzo, per esser vicino alla patria, dandosegli occasione di ritornarvi. Nel detto luogo fu concetto, e nacque il Petrarca; che fu, com’esso medesimo scrive, alli venti di Luglio in aurora in lunedì del 1304. in una casa posta nella Via dell’Orto; la quale poi per sua memoria fu conservata dagli Aretini, gloriandosi che ‘l Petrarca fosse tra loro nato. Stette il padre dopo l’acquisto del figliuolo, che nominò Francesco, con la famiglia circa sette mesi in Arezzo; di poi, essendo permesso alla moglie di ritornare alla patria, Petracco se n’andò a Pisa, e la moglie col figliuolino si raccolse ad una loro possessione all’Ancisa, luogo in Val d’Arno di sopra, ed ivi dimorò per sei anni.

Da questo credo, che gli Scrittori poco accurati abbiano tratto che l’origine del Petrarca era dall’Ancisa; dove per quello ch’egli medesimo scrive, fu de’ cittadini di [p. x modifica]Firenze, di non grande, nè vile, ma antica famiglia. Fa memoria 2 d’un suo bisavo detto Garcio, il quale visse 104. anni sano, narrando quanto fosse buono, e prudente, e come gli amici, e la repubblica si valessero del suo consiglio. Donde chiaramente si vede che fu per antico lignaggio di Firenze.

Cresciuto fino alli sette anni, nè aprendosi la via a Petracco suo padre di tornare alla patria, la madre si ridusse ad abitare col marito a Pisa, ove teneva casa, e quel viaggio fece non senza gran pericolo di perdere il figliuolo in Arno, per lo sinistro occorso al servitore che lo portava a cavallo, com’esso ha lasciato scritto.

A Pisa dimorò il padre un’anno ancora; poi stretto da necessità, per sostentar meglio la famigliuola che gli soprastava, passò alla Corte del Papa, ch’allora si riteneva in Avignone in Provenza. E pervenuto il figliuolo all’età di 11. anni, e vedendolo di buon’ingegno, e molto atto alle lettere, lo mise in casa d’un maestro di quei tempi dotto, e buono, che stava a Carpentrasso, città vicina ad Avignone 12. miglia; dove il Petrarca si portò in modo, che ‘l maestro l’amò sempre sopra gli altri. Dopo che giunto alli 15. anni, vedendolo il padre disposto agli studj, pensò di mandarlo alle scuole generali, acciocchè imparasse leggi, ch’erano in gran prezzo e molto a proposito de’ bisogni suoi. E così lo inviò a Monpelieri, ove stette quattro anni; e di poi in Italia a Bologna, ove fra gli altri eccellenti dottori leggevano M. Cino da Pistoja, e M. Gio: Andrea Calderino. Il Petrarca per [p. xi modifica]dire al padre studiò le leggi, e con grande speranza, e maraviglia di chi lo conosceva.

La qual’impresa però fece contra l’animo suo, che mal volentieri spendeva il tempo in istudio così maltrattato; avendo l’animo volto alla rettorica, e poesia: pure 3 non osava disubbidire, essendo per natura, e buoni documenti del padre, modesto, e religioso. Vero è che buona parte del tempo rubava alle leggi, e di nascosto lo dava agli studj d’umanità. Della qual cosa avvedutosi il padre, gli tolse un giorno quei libri, che teneva nascosti, e in sua presenza li arse; di che piangendo il giovane, il padre mosso a compassione gli diede il Virgilio, e la Rettorica di Cicerone, com’esso riferisce 4.

Dimorò in Bologna dal 1323. fino al 1326. del qual tempo fa dolcissima memoria 5 lodando Bologna, e lo stato di quegli anni; e fu per la bontà del suo ingegno, e delle bella maniera caro a tutti.

Ma sopravvenutagli la morte del padre, d’età d’anni 22. tornò in Avignone, andando le facoltà paterne a male per colpa de’ curatori, che male quella eredità trattarono; e liberato dal peso di quello studio, si diede liberamente alle lettere che più gli piacevano, ancorachè da molti sollecitato fosse a continuare l’incominciata impresa delle leggi; a che fatto sordo attese ad ornarsi di costumi, e lettere; nelle quali avendo già nome, fu per la dolcezza dello stile suo volgare tra gli altri grandemente amato da Giacomo Colonna Vescovo [p. xii modifica]Lomberiense, e fratello di Giovanni Cardinale, il quale ad un tempo medesimo era stato col Petrarca allo studio in Bologna discepolo di M. Gio: Andrea, benchè domestichezza non avessero insieme, se non di poi ritornato in Avignone. E dice il Petrarca che ’l detto Vescovo caramente l’amava come fratello: Delectatus6 meo vulgari stilo, in quo tunc juveniliter multus eram. E di questa loro amicizia, e carità n’ha fatto testimonio in più luoghi delle sue Rime, ed Opere Latine in versi, ed in prosa. Scrive ancora che, volendo il prefato Signore visitare la sua Chiesa Lomberiense in Guascogna, ch’oggidì da’ paesani Lombes si chiama, lo pregò ad andar seco: ove passò l’estate; della quale con molta dolcezza si ricordava. Allora fece amicizia con un giovane, famigliare del detto Vescovo, oltramontano, di gentilissima natura, il quale poi nelle scritture sue nomina Socrate, ancorachè per nome proprio Lodovico si chiamasse; e durò quella benevolenza con la vita, che furono più di 30. anni, come scrive7.

Tornato in Avignone si ritenne in casa di Giovanni Cardinale Colonna; che così volle il Vescovo, acciocchè abitassero insieme; ove non manco fu dal Cardinale, che dal Vescovo amato.

In quel tempo, come Dio permise, cadde il Petrarca d’età di 23. anni ne l’amore di Madonna Laura, del quale poi nacquero tante belle composizioni.

Chi fosse Madonna Laura, ed in che luogo, e come di lei s’innamorasse, molte cose da [p. xiii modifica]altri sono state dette. Io non ne dirò se non quello medesimo che ’l Petrarca n’ha lasciato scritto, cioè che Laura fu di sangue nobile, nata però fuor d’Avignone in un luogo ch’esso picciol borgo chiama, di che anco fanno testimonio quelle rime, quali ch’elle si siano, che furono trovate già 25. anni nella sepoltura di Madonna Laura in S. Francesco in Avignone, come appresso si dirà; le quali di lei parlando dicono: Nata in borgo d’Avignone. Donde potemo pensare che fosse qualche picciol luogo, non lontano d’Avignone. E però nei capitoli della Morte il medesimo Petrarca fa dire a Madonna Laura, ch’a lei dispiaceva esser nata in umil terreno ec.. E di ciò non è maraviglia, essendosi a quel tempo, per la corte che in Avignone cresceva, ridotte le famiglie de’ cittadini a’ luoghi vicini. Ma nata dove si volesse, la prima volta che la vide, e di lei s’innamorò, fu in Avignone del 1327. a’ sei d’Aprile nella chiesa di Santa Chiara, come lasciò scritto di sua mano dopo i libri di Virgilio in una Epistola Latina, che comincia: Laura propriis virtutibus illustris, & meis longum celebrata carmibus &c. la qual’è poi stata stampata in alcuni libri delle sue Rime, e sarà anco nel fine di questa scrittura. E per quello ch’esso nel terzo Colloquio ragiona con S. Agostino, di molti anni non era maggior di lei. Tal che credere si può ch’ella fosse intorno alli 18. anni. Ora come si sia, di lei acceso sentiva gran pena, e per l’età, e per la natura sua disposta a simile passione. Ed ancorachè fino a quel tempo alcuni pensassero ch’egli più tosto fingesse, per aver soggetto da scrivere, che veramente sentisse tanto fuoco; nientedimeno noi [p. xiv modifica]non ne dovemo voler saper più di quello ch’egli n’ha in più luoghi scritto, cioè ch’ardentemente l’amasse. Perchè oltre alle Rime, che sono tante, e così infiammate, ne fa nei suoi Colloqui8 lunga scusa con Santo Agostino, confessando il suo errore, e come non solo nel cuore, ma anco col pennello dipinta portava seco l’immagine di lei; e ne scrive al Vescovo Colonna, e ad altri.

Grandemente dunque l’amò e in vita di lei, che furono anni 21. e dopo morte per fin ch’egli visse, che furono 26 come di poi diremo.

E fu detto amore senza dubbio casto, e buono, moderatisi gli appetiti giovanili di lui con la virtù della donna amata. Tal che di quel fuoco ardente uscì una fiamma così chiara, che tutti due loro fece illustri in vita, e dopo morte, con grandissimo onore delle Muse Toscane, le quali ha mostro, com’altamente, e santamente (per dir così) possano cantar d’amore senza mescolarvi lascivia alcuna; cosa che forse sino a qui alcun’altro poeta in qualunque altra lingua non ha fatto.

Ma per tornare alla storia della sua vita, dico che, tocco dal detto fuoco, e sentendosi ogni dì più infiammare, già d’età d’anni 28. per moderare, com’esso scrive9, l’affanno che sentiva, e tornare in libertà, deliberò partirsi d’Avignone, e visitare parte d’Europa, acciocchè con la vista di nuove genti, e paesi desse anco nella sua mente luogo a nuovi pensieri. Ed ottenuta10 buona licenza da Giovanni Cardinale Colonna, e dal Vescovo [p. xv modifica]suo fratello, coi quali si riteneva, com’è detto, se n’andò a Parigi, ed in Fiandra, e poi lungo il Reno per l’Alemagna vide molte città, e paesi, e passò per la selva d’Ardenna, e dopo non pochi mesi ritornò verso Lione per la via del Rodano; ove 11 giunto, intendendo la gita del Vescovo Colonna a Roma, fermatosi in Lione, ebbe lettere da quello che lo invitavano a seguitarlo; e giunto a Capranica, ivi si fermò col Signor’ Orso padron del luogo, non assicurandosi d’andar più avanti per esser a quei tempi le strade mal sicure, rispetto alle nimicizie che erano tra’ nobili Romani. Ma intesa la sua venuta al detto luogo dalli Signori Colonnesi, il Vescovo medesimo con cento cavalli, e col Signore Stefano suo fratello andò a levarlo, e salvo lo condusse alle sue case in Roma, ove dal Signore Stefano, padre del Cardinale, e di sei altri figliuoli maschi, fu come l’ottavo raccolto, e da tutta Roma onorato per la fama già sparsa della sua virtute.

Stato alcuni mesi in Roma, desideroso di seguire gl’incominciati studj si risolse tornare in Avignone, ed indi si raccolse alla solitudine di Valchiusa, per istar fuor della frequenza della Corte, e non così vicino al fuoco che sentiva dell’amore di Madonna Laura; e tutto fece con buona grazia del Cardinale Colonna.

La stanza di Valchiusa continuò circa 10. anni, 12 e con gran frutto nelle lettere, colle quali fece quel luogo famoso, ed ivi compose, o cominciò la maggior parte dell’ [p. xvi modifica]Opere sue ed in prosa, ed in verso, e tra l’altre l’Africa con gran lode del nome suo.

Fece ancora di molte Rime secondo ch’amore lo sospingeva: di che parlando in una sua Epistola dice: Flamma13 cordis erumpente, miserabili, sed, ut quidam dicebant, dulci murmure vellescalumque complebam. Hinc illa vulgaria juvenilium laborum meorum cantica, quæ eodem morbo affectis, ut videmus, sunt acceptissima.

Era in quel luogo dalli signori, ed amici della Corte alle volte visitato, ed alcuni di lontani paesi mossi dalla gloria del nome suo mandarono a posta, ed andarono per vederlo, come fra gli altri fu Pietro Pittaviense, Vir insignis, com’esso dice14, religione & literis. E gran cosa fu15 che in un giorno medesimo da Parigi dal Cancelliere di quello studio, e da Roma dal Senatore ebbe lettere che lo invitavano d’andare a coronarsi Poeta tra loro: parendo a ciascuno di non poco onore alle città, ed accademie sue, se a persona così virtuosa donassero la corona. Il qual’onore nei tempi buoni dagli antichi poeti fu stimato assai: di poi con la rovina dell’Imperio Romano, e delle lettere era ito in obblivione. Onde parendo che ’l Petrarca fosse il primo dopo tant’anni che rinnovasse la poesia, per questo l’invitavano. Il qual’invito16 a quel tempo fu di grand’onore, nè a lui dispiacque, come quello che di gloria era vago, e ne fece quella bella Canzone:

Una donna più bella assai che’l Sole, ec.

[p. xvii modifica] Affetto che facilmente cade nei belli ingegni, se ben poi il mondo17 per la goffezza de’ compositori, e la malignità de’ secoli, ha ridotto quest’onore della corona, com’altre cose buone, in poca stima. Non era così allora; e fu il Petrarca il primo, e solo che dopo tanti anni lo rinnovasse in Italia: anzi il Boccaccio in alcuni versi Latini, che di sotto riferirò, scusa Dante, se per la malvagità della fortuna del suo esilio fu senza corona.

Ora, per tornare al proposito, egli, avute le lettere, stette in dubbio a quale dovesse andare, per la gran fama dello studio di Parigi, e per la riputazione, ed il nome di Roma. E consigliatosi col suo amorevole Signore il Cardinale Colonna, si risolse andare a Roma; e stimando molto quell’atto del coronarsi, volle sopra ciò il parere di Roberto Re di Napoli, il quale a quel tempo era non solo dotto, ma riputato savissimo, e lo splendore de’ Signori d’Italia18. Onde del 1341. imbarcatosi a Marsiglia se n’andò a Napoli, ove amorevolmente fu raccolto da quel magnifico Re, il quale non solo un giorno, ma tre continui fu con M. Francesco, ed udì li versi suoi; di che sopra modo rimase contento, pregandolo a’ voler pigliare la corona per sua mano in Napoli; della qual cosa si escusò il Petrarca, per la risoluzione già fatta di Roma. Onde il Re volle che gli promettesse d’intitolargli i versi dell’Africa, della quale già gran parte avea scritto, e per la quale il mondo lo stimava tanto. Il che promise, ed attese di [p. xviii modifica]poi, ancorachè prima quel buon Re morisse. Ma era il Petrarca più della virtute, che della fortuna degli uomini amatore, e però non si dimenticò la promessa. Sul partire suo da Napoli, il Re gli disse che, se così vecchio stato non fosse, gli avria volentieri fatto compagnia, per trovarsi in quella festa in Roma. Ma poi ch’andare non vi potea, vi mandò alcuni personaggi, e scrisse in raccomandazione di M. Francesco al Senatore di Roma, ed a quei Signori con largo testimonio della sua virtute. Giunto in Roma il Petrarca, essendo Senatore il Signor’ Orso dell’Anguillara, suo amorevolissimo, e conoscente, e dovendo tosto finire il magistrato; per coronarlo di sua mano, si ordinò19 che nelle feste della Pasqua di Resurrezione, che venne alli 8. d’Aprile del detto anno 1341. si facesse la coronazione; della qual vista tutta Roma era desiderosa. Onde con gran concorso, ed allegrezza si fece in Campidoglio: di che esso scrive in più luoghi, e nei versi Latini, e nelle Prose. Dopo che portò, o mandò quella corona a S Pietro; la quale ivi fu conservata molti anni.

Questa cosa a M. Francesco portò gloria, ed invidia; la qual sempre nelle cose virtuose si mescola volentieri; ed esso medesimo lo ricorda dicendo20: Hac laurea hoc mihi prastitit, ut noscerer, ac vexarer. ed altrove: Hæc laurea scientiæ nihil, invidiæ vero * mihi quæsivit. La qual’invidia, o malignità più tosto, fino a’ nostri giorni ha steso le radici. Imperocchè non ha molti anni che fu data [p. xix modifica]alla stampa una Lettera sotto nome di Sennuccio del Bene, amicissimo del Petrarca, scritta al Signor di Verona, della detta incoronazione, piena di tante inezie, e cose indegne, ed impertinenti, ch’è una vergogna. E per questa facilità, e licenza delle stampe cresciuta oggidì tanto, non solo la detta Lettera ho veduto, ma delle altre ancora sotto nome d’antichi autori, come Dante, M. Cino, ed altri, pubblicate solo per far carico o a signori, o a privati, con iscorno di questo secolo, che cose tali, e peggiori comporta. Nè fu così accorto l’inventore di quella favola, che s’avvedesse che non s’accorda il suo tempo della festa con quello che ne scrive il Petrarca medesimo, facendola esso far di Maggio il giorno dell’Ascensione, dove che fu d’Aprile, com’è detto. Nè s’avvide anco dicendo che perciò fu data la pieve d’Arquato al Petrarca, ch’esso non ebbe, nè volle mai beneficj curati, come si dirà di sotto. E lo stile pur troppo, senza parlarne più, mostra ch’è farina di questo tempo, e non di quello del Petrarca; come facilmente giudicherà chi ha qualche pratica delle scritture antiche. Queste cose ho voluto dire per lo stomaco che mi fa la vana, e sciocca malignità di simili presuntuosi.

E tornando alle cose di sopra, dico che onorato della corona il Petrarca in Roma, se ne passò in Lombardia21, ove da tutti quei Signori era amato grandemente, e giunto a Parma, signoreggiata allora da quelli da Correggio, e dove esso era Archidiacono, fu dalli detti Signori ritenuto; e ridottosi secondo l’uso suo a una solitudine in luogo [p. xx modifica]detto Selva Piana sopra il fiume Lenza, tornò all’opera della sua Africa, ed agli altri studj.

Qui non voglio tacere una cosa assai notabile, ch’egli scrive22 essergli in questa dimora avvenuto, e ciò fu, ch’essendo, nel tempo ch’egli prese la corona a Roma, il Vescovo Colonna suo carissimo Signore andato alla visita della sua Chiesa Lomberiense in Guascogna, ivi se ne morì; ed in quel tempo appunto appunto che ’l Petrarca era ito a Parma; e dice che in quella notte medesima lo vide in sogno venire a se solo, ed in fretta, e domandatolo ove andava, e perchè così solo, rispose ridendo: Son partito di Guascogna, e vado a Roma; e dicendogli il Petrarca di volergli far compagnia, disse mezzo turbato: Va, che non ti voglio ora per compagno. Al qual’atto, scrive che si avvide ch’era morto; ed ebbe tanto dolore, che si svegliò, e di lì a 25. giorni sopraggiunse l’avviso della morte; e fatto il conto del tempo, trovò ch’era stato quel giorno medesimo che gli apparve: cosa certo notabile; e dopo alcuni mesi fu trovato tra le scritture del Vescovo23, e mandato al Petrarca un Sonetto, il quale gli scriveva, allegrandosi della sua coronazione in Roma; e ne fece particolar ricordo, e rispose a lui così morto com’era, e tutt due sono stampati.

Mentre Petrarca in Lombardia dimorava24 passò Carlo Imperatore in Italia, e giunto a Mantova lo mandò a chiamare da Milano, ove era a quel tempo, e fecegli grandissima accoglienza. [p. xxi modifica] Di poi il Petrarca tornò ad Avignone, ed al solito ricetto di Valchiusa; ove scrisse, come si vede, quei tre Colloquj fatti con Santo Agostino, che fu dal 1343. nel qual tempo essendo morto il Re Roberto a Napoli25, e successagli la nipote detta Giovanna, Papa Clemente VI. ch’era in Avignone, mandò il Petrarca a Napoli per alcune faccende, e per visitare la Regina già moglie al Re defunto. E indi per la via di Roma, visitato il Signore Stefano Colonna, ritornò in Avignone, ed all’ozio de’ suoi studj.

In questo mezzo più volte fu invitato con lettere dal Signor Giacomo da Carrara, Signore a quel tempo di Padova, a voler trasferirsi a lui, chè lo desiderava grandemente; ed in guisa lo stimolò, che ’l Petrarca si deliberò26 soddisfarlo, e così passò in Lombradia, ed a Padova del 1347. scrivendo esso27 che fu due anni avanti la morte del detto Signore, il quale come nota il Corio, fu ucciso del 1349. Dal qual Signore fu accarezzato, ed onorato; e perchè più volentieri seco si ritenesse, lo fece creare Canonico di Padova.

In questo tempo sopravvenne l’anno 1348. che portò gran calamità per la peste universale, che corse quasi tutto il mondo, come descrive il Boccaccio nel principio del suo Decamerone; e quell’anno medesimo in Avignone morì Madonna Laura, tanto da lui amata, e celebrata, di che fa ricordo nell’Epistola [p. xxii modifica]riferita di sopra: Laura propriis virtutibus illustris &c. dicendo che ebbe la nuova in Italia, ed a Verona, ove a quel tempo per caso si ritrovava: e fu sepolta, come in detta Epistola scrive, alla Chiesa de’ Frati Minori in Avignone. E così in effetto si ritrovò gli anni passati al tempo di Papa Clemente VII. aprendosi a caso quell’arca, nè sapendosi di chi fosse; nella quale tra quell’ossa trovarono una cassetta di piombo con un Sonetto dentro scritto in cartapecora, che diceva così: Qui giacciono quelle caste ec. E fu composto da qualche giovane di quel tempo, che lo volle con essa seppellire per la fama grande ch’aveva; ed io l’ho veduto nella sagrestia de’ detti frati in Avignone. E senza questo, M. Benvenuto da Imola, che fu ai tempi del Petrarca, e comentò le sue Egloghe, lo dice chiaramente nell’Egloga XI. sopra quei versi: qua nodosis impexa capistris Colla boum &c. Di che ho fatto ricordo, perchè si sappia certo, ove morì, e fu sepolta Madonna Laura, acciocch’altri non s’immagini riporla in Lilla, o Cavaglione, com’hanno fatto alcuni.

Stette il detto anno del 4828 ed il seguente il Petrarca in Lombardia fino alla morte ✝ del predetto Sig. Giacomo, che seguì del 49 per dispiacere della quale si partì da Padova, e d’Italia, ancorachè dal Signor Francesco, figliuol, ed erede del morto, fosse cortesemente invitato a restar seco; e tornossi a Valchiusa.

Ma già non solo Madonna Laura, ma anco [p. xxiii modifica]il Cardinale Colonna, e molti altri amici suoi erano morti. Per lo che la piacevolezza che soleva prendere della vista d'Avignone, e di quella valle cominciò ad essergli non grata, anzi noiosa, e dice egli:29 Quicquid dulce erat, uno naufragio amisimus: quodque sine suspirio dici nequit, virentissima olim Laurus mea vi repentinæ tempestatis exaruit, quæ una mihi non modo Sorgiam, sed Druentiam Ticino fecerat carsorem. Velum quo oculi mei obtegebantur, ablatum est.

Sopravvenne l'anno 1350. nel quale fu il gran Giubbileo a Roma; onde per devozione il Petrarca andò a Roma30, così caro al Signore Stefano Colonna, già vecchissimo, come se gli fosse stato figliuolo; e seco quel buon Signore si dolse della morte delli figliuoli, a' quali tutti era sopravvissuto, e dissegli che ciò avea molto innanzi previsto.

Indi partito fece la via d'Arezzo31, e fu in quella città onoratissimo da tutti, e gli mostrarono la casa dove era nato, dicendogli che per amor suo volevano che in quello stato si conservasse.

Ritornò in Avignone32, e, per quel che si vede, chiamato dal Papa; dolendosi in molti luoghi di quella stanza, e della sua occupazione.

Scrisse a Valchiusa i quattro libri d'Invettive contra33 il Medico, nel tempo che Innocenzio VI succedette a Clemente VI. che fu [p. xxiv modifica]del 1352. E finalmente sazio della stanza di Provenza, si deliberò quel resto di vita che gli avanzava, farla in Lombardia, ove da tutti li signori era onorato, desiderato, e massime dalli Visconti.

E per questo, lasciata la Corte d’Avignone, si ridusse a Milano, vivendo ancora il Signor Giovanni Visconti, Arcivescovo di Milano, e tanto potente Signore in Italia, da quale fu accarezzato, e adoperato, mandandolo a Venezia al tempo del Serenissimo Andrea Dandolo, per comporre la pace tra quella Signoria, e Genovesi, che guerra crudele facevano insieme. E dopo la morte dell’Arcivescovo, che fu del 1354. d’Ottobre, continuò la stanza con li nepoti, e successori suoi, che furono Matteo, Barnabò, e Galeazzo.

Scrive il Petrarca al Boccaccio34, che stette in Milano dieci anni, de’ quali in Santo Ambrogio ne fece cinque continui. E fu di tanta grazia appresso tutti i Signori di quei luoghi, che per inimici che fossero insieme, era da tutti ben visto.

Scrive esso35 che, dovendo da Pavia partir per Venezia, e volendosi imbarcare per far il viaggio per Pò, fu molto disconsigliato a non mettersi a tal rischio, essendo a quel tempo ogni cosa piena d’arme, e le rive del Pò ad ogni passo secondo la diversità de’ Signori guardate. Tuttavia confidato nell’innocenzia, e buon’animo suo volle andare; e dice che da tutti fu accarezzato, e che gli dicevano ch’altri ch’esso non saria stato lasciato passare: di maniera che a Venezia giunse non [p. xxv modifica]solo salvo coi suoi, ma carico di presenti ricevuti.

Quanto dalli Signori Veneziani fosse amato36, oltre l’altre cose che si leggono, gran segno ne fa lo avergli per decreto pubblico, com’anco nei libri dei Signori appare, concesso una casa comoda per sua abitazione; e negli spettacoli solenni37 che si fecero in piazza di S. Marco per la ricuperazione di Candia del 1364. in preferenza di tutto il popolo, e di molti Signori, il Serenissimo Lorenzo Celso, allora Principe, volle che sedesse a sua man destra. Tal che da tutti, e per tutto fu sempre onorato.

Piacque a Barnabò Visconti38 che tra gli altri Signori al Battesimo di Marco suo primogenito il Petrarca fosse compare; di che se ne vede una sua Epistola in versi; e Galeazzo Visconti alle nozze che fece di Violante sua figliuola in Lionello Duca di Clarenza, e figliuolo del Re d'Inghilterra, che furono magnificentissime, volle che M. Francesco si trovasse, ed a tavola con quei Signori sedesse per onorare la sposa, chiamatolo da Padova39, ove allora già vecchio s’era ridutto.

Dimorò, com’è detto, tornato di Provenza circa dieci anni a Milano, e luoghi vicini, come Pavia, ed altri; andando alle volte a Venezia, ed a Padova, secondo l’occorrenze. Di poi sentendosi invecchiare, e desiderando ozio al corpo, ed alla mente, per [p. xxvi modifica]pascere più l’anima che i sensi, volle ridursi a Venezia, vedendo tuttavia continuare le guerre in Lombardia, senza speranza di pace.

In Venezia avea40, com’è detto, casa, ed a Padova un Canonicato, e dall’uno all’altro luogo andava senza discomodo, e piacevagli starsi alle volte in Arquato, villa su i colli di Padova, ove s’aveva a suo gusto fabbricata una casa per godere la solitudine, conforme al desiderio suo naturale: e buona parte del tempo stava in Venezia; e continuò quella vita fino a tanto che tra i Signori Veneziani41, e il Signor Francesco da Carrara si ruppe la guerra; al qual tempo parve al Petrarca, per torre ogni sospetto che qualche maligno avesse potuto pigliare, di ridursi ad Arquato, e servire, come poteva, alle volte al suo Canonicato in Padova. Ed ancorachè in quel tempo Urbano V passasse d’Avignone a Roma, ed invitasse con grandissima instanza il Petrarca ad esser seco, non per affaticarlo, come scriveva, ma solo per onorarne la Corte, e trattarlo bene; nientedimeno, essendo già vecchio, e mal sano, non si partì; e ne fece scusa col Papa42: attendendo tuttavia alle lettere sacre, ed a morire, come diceva, in porto, essendo vissuto in tempesta. E così tra’ suoi santi pensieri, e con gli amici suoi cari, ch’alle volte lo visitavano in Arquato, tra’ quali era il Signor medesimo di Padova, andava verso la fine, sentendo ogni dì il corpo più fiacco, e dalle malattie, com’esso dice, assediato; che tanto più di [p. xxvii modifica]strano gli sapeva, quanto che fino all’età di 64. anni era vissuto sanissimo: dal qual tempo la vista indebolì, e spesso fu da febbri, e dolori molestato, e da certi accidenti che lo tenevano molte ore morto; spezie di morbo comiziale. E scrive esso43 che una volta tra l’altre quel male in Ferrara l’assalì in casa d’un’amico suo, e per 30. ore lo tenne come morto affatto, e per tale fu riputato, e pubblicato. Ed a questo termine condotto pregava GESU’ CRISTO benedetto che gli desse il purgatorio in questa vita; e pigliava ogni cosa in pace. E fatto il suo testamento da vero, ed umile Cristiano, com’anco si vede, presi gli ordini della Santa Chiesa, essendo aggravato di febbre, nella detta villa d’Arquato, tra persone a lui care, ed amorevoli, alli44 18 di Luglio 1374 due giorni avanti il suo natale, rese l’anima a Dio, di età appunto di 70 anni. Alla cui sepoltura si mosse tutto il Clero, e lo Studio di Padova, ed il Signor medesimo della città; com’anco si vede notato in un libro vecchio della sagrestia di detta Chiesa; e con onorevoli funerali lo seppellirono in quella Chiesiuola vicina della villa, ma non così umilmente come aveva ordinato. Imperocchè Francesco da Brossano, suo erede, e genero, come di sotto diremo, gli proccurò una bell’arca di pietra su quattro colonne, come [p. xxviii modifica]oggidì si vede in mezzo quel cimiterio, e gli fece intagliare questo Epitafio:

Frigida Francisci lapis hic tegit ossa Petrarcæ.
Suscipe, Virgo parens, animam: sate Virgine, parce;
Fessaque jam terris, Cæli requiescat in arse.


con queste altre parole da basso:


Viro insigni Francisco Patrarcæ Laureato Franciscolus de Brossano Mediolanensis, gener individua conversatione, amore, propinquitate, & successione, memoria. Moritur anno Domini 1374. die 18 Julii.

Ed è anco quel luogo visitato assai per memoria di lui, acciocchè come in vita, e morte, così ancora dopo se gli faccia onore: e meritatamente; poichè in esso concorsero tanta bontade, e virtuti.

Questo fu il corso della vita sua: il che per avventura basterebbe a molti, che della semplice istoria s’appagano. Ma perchè, come di sopra dissi, non si cerca l’istoria solo della vita sua, ma di vedere anco come in un chiaro specchio la immagine di molte, e singolari virtuti che in lui risplendettero; però, per significarle come meglio potrò, quasi di nuovo ripigliando il tempo della vita sua, dico:

Che nato, com’ho riferito, di buon padre, in buona famiglia, ebbe due fratelli; a’ quali fu maggiore45. L’uno morì [p. xxix modifica]fanciullo, vivendo anco il padre: l’altro sopravvisse, e si chiamò Gherardo; col, quale s’allevò, e visse amorevolmente46; e scrivevano versi insieme, com’esso ricorda47.

Da poi in processo di tempo il detto Gherardo si fece Monaco nella Certosa di Marsiglia, ove lungamente visse, e morì alla fine; e leggonsi lettere del Petrarca molto pie a lui scritte: per amor del quale compose l’Opra de Otio Religiosorum. Andavalo alle volte a visitare, e nella sua fine di lui si ricordò, come si vede nel Testamento. La madre, che si chiamava, com’ho detto, Eletta, morì di 38. anni, essendo il Petrarca giovane, e, com’esso dice, nel bivio tra le virtuti, ed il vizio, siccom’ho trovato in un libro antico, in 38. versi Latini composti da lui in memoria della madre, e del nome di lei, i quali saranno scritti nel fine di questa istoria. Il padre morì da poi, essendo il Petrarca in studio a Bologna, com’è detto. La roba ch’egli lasciò era atta sostentar lui, ed il fratello, per quanto scrive48, se da’ commessarj lasciati dal padre non era mal condotta.

Ebbe anco già fatto uomo una figliuola, che acquistò, com’alcuni hanno detto, a Milano di madre non vile. Era fresco, e grazioso, e favorito per tutto, e di natura amorevole; e però gran fatto non fu che traboccasse in simile rete. Ma fatto l’errore, lo emendò col far bene allevare la figliuola, la quale nominò Francesca, e maritolla di poi in un giovane Milanese detto Francesco [p. xxx modifica]ancor'esso, figliuolo di buon padre, e per le sue buone parti molto caro al Petrarca; col quale si rattenne assai, e dopo che fu suo genero non l’abbandonò mai; e fu suo erede, come si vede. Di quella figliuola, e di Francesco vide il Petrarca49 un nipotino, che pur si nominò Francesco, il quale visse 28. mesi e poi morì a Pavia, ove si trovavano a quel tempo. Lo fece seppellire con un Epitafio di 12 versi Latini, che sono questi:

Vix mundi novus hospes eram, vitæque volantis
     Attingeram tenero limina dura pede.
Franciscus genitor , genitrix Francisca; secutus
     Hos de fonte sacro nomen idem tenui.
Infans formosus, solamen dulce parentum:
     Nunc dolor. hoc uno sors mea læta minus
Cetera sum felix, & vera gaudia vitæ
     Nactus, & æterna tam cito, tam facile.
Sol bis, luna quater flexum peragraverat orbem,
    Obvia mors, falior, obvia vita fuit.
Me Venetum terris dedit urbs, rapuitque Papia:
   Nec querer; hinc Cælo restituendus eram.


Alle quali cose s’alcuni che la sua vita hanno voluto scrivere, avessero atteso, non avrebbono detto che fu figliuolo del Petrarca, e quasi infamatolo d’incontinenza, sendo già vecchio; perchè molti anni prima, come diremo, avea per simil conto rese l’armi al tempio.

Ma tornando alla sua prima età, fu sano50 per natura, e di complessione sanguigna, e di [p. xxxi modifica]colore tra il bianco, e ’l bruno, con occhio vivace. La vista lo servì benissimo fino a 60. anni passati: di poi ricorse agli occhiali. Non era di forze molte51, ma destro a saltare, e veloce nel corso, e calido per natura; e però aveva l’estate per nimica, e massime il Settembre. Mangiava frutti52, ed erbe volentieri, e nella sua gioventù bevve sempre acqua, ed invecchiando usò il vino temperatamente; serbando in costume la sera di bere acqua; la quale dice esso che gli toglieva ogni fastidio che sentisse nello stomaco.

Del mangiar carne non fu molto amico, anzi soleva dire che53 se GESU’ CRISTO Sig. nostro non avesse mangiato carne, e bevuto vino, ch’esso gustato non avrebbe. Non volentieri si trovava a conviti magnifici, e rare volte si levava da tavola ch’avesse saziata la fame.

Digiunava tutta la quaresima54, e le vigilie, ed ogni venerdì faceva il digiuno55 in pane e acqua; e così continuò fino alla vecchiezza.

Giovanetto si dilettò d’andar pulito56, e pettinato, ed usava lo specchio. Suonava di liuto57, e l’usò fino alla vecchiezza, e se ne fa menzione nel suo testamento. [p. xxxii modifica] Fu molto stimolato dalla carne58, e per lo gran dispiacere che ne sentiva, alle volte desiderava esser di pietra. Si tenne quanto potè, e fece sì, che giunto presso a’ quarant’anni, visse castissimo: cum adhuc satis haberet caloris, & virium, com’esso59 scrive.

Levavasi ordinariamente a mezza notte60 e diceva il Mattutino, e poi si dava agli studi; ch’erano, come scrive, le sue ore migliori. E per questo usava tenere tutta la notte il lume acceso.

Cominciò di 25. anni ad esser canuto61; e due volte l’anno, cioè di primavera, e d’autunno, si traeva sangue62; Era inclinato all’ira63, ed allo sdegno, le quali cose a lui, e non ad altri nocevano: imperocchè nissuno offendeva, e tosto si mitigava.

Fu verso gli amici, ed altri molto benigno, e non mancò accomodarli, quando potè, di danari, e favori, come diremo del Boccaccio, e d’altri; e teneva loro la casa aperta; e mal volentieri, e rade volte mangiava solo64. Amava la solitudine più che la frequenza, e per questo fuggiva le corti, nelle quali dice65 che non istette mai per accomodarsi a’ signori, ma quei più tosto a lui s’accomodavano. [p. xxxiii modifica] L’entrate sue non si vede appunto come fossero, ma però si conosce che potè con esse vivere ne’ termini della modestia onoratamente; perchè66 teneva famiglia assai, e cavalcature, ancorachè la frequenza de’ servitori molto non gli piacesse67; e tra quelli erano la maggior parte68 scrittori; di che a quel tempo a’ pari suoi era gran bisogno, non avendosi la stampa.

Trovo che fu Canonico Lomberiense69; che forse fu il primo beneficio ch’avesse, datogli dal suo amato Vescovo Colonna. Fu eziandìo Archidiacono70, e Canonico di Parma; e di Padova Canonico similmente. Altre cose ebbe, di che non so il nome. M. Bartolommeo da Benevento, uomo di molte lettere, e pratico, ha detto aver letto scritture per le quali si vede come il Petrarca ebbe la Badia di Gavello, detta altramente da Canalnovo, nella diocesi d’Adria, ch’è nei confini di Ferrara, e del Veneziano sul Pò; ed è oggidì beneficio c’ha d’entrata circa scudi 1200.

Scrive esso71 che Papa Innocenzio, che lo voleva per secretario, gli conferì due beneficj, e più ne prometteva. Egli in molti luoghi dice72 contentarsi dello stato suo, e di poter vivere modestamente. Chiara cosa è che mai non volle beneficj curati, e per questo [p. xxxiv modifica]ricusò d’esser Vescovo, essendogli più d’una volta offerto di farlo. La qual cosa offendeva, come73 dice, gli amici; anzi, facendogli scrivere Papa Urbano che voleva in ogni modo accrescergli l’entrata, rispose ringraziando, e non ricusando l’offerta, purchè non fossero beneficj curati; de’ quali nessuno voleva, parendogli assai il render conto a Dio benedetto dell’anima sua, non che di quella d’altri.

Viveva, e stava semplicemente, e massime nelle solitudini, e diceva74 per tappeti fini bastargli la paglia monda, cioè le stuoje; e dal Testamento che fece, chiaramente si comprende, com’esso dice, che molti danari, e roba non avanzava.

Vedesi per le sue Epistole, ch’a gli amici non mancava d’ajutarli, e soccorrerli; come tra gli altri M. Giovanni Boccaccio75, il quale, parendogli d’essergli molto debitore, fece scusa seco; a che il Petrarca risponde, non sapere d’essere con lui creditore se non d’amore, e però che lasci questo pensiero.

Non voglio qui tacere una cosa che Monsignor Reverendissimo M. Pietro Bembo mi disse una volta in Padova, aver inteso dal Clarissimo M. Bernardo suo padre; il qual riferiva ch’essendo giovanetto andò con alcuni altri a spasso in Arquato, ove trovò un contadino di quel paese vecchissimo, col quale parlando del Petrarca, che in quella villa era morto, e sepolto, il vecchio disse che nella sua puerizia lo aveva più volte veduto; e che di verno [p. xxxv modifica]portava una pelliccia di buone fodere dentro, ma di fuora scoperta, com’anco oggidì usano molti oltramontani; il che forse faceva o per l’usanza, o perchè fosse men greve. E diceva il contadino che in molti luoghi di quel cuoio era scritto variamente. Cosa che facilissimamente credo, per aver veduto scritture di mano del Petrarca fatte eziandio in pezzi di carta straccia; movendosi a scrivere repentinamente, secondo che l’animo lo sospingeva; e servendosi di qualunque materia se gli parasse davanti, uso quasi comune a tutti i poeti.

Questo ho voluto qui dire più per segno della modestia sua, che per altro; essendo chiarissimo che d’avarizia non può esser notato, perchè da tal vizio fu lontanissimo.

Ebbe molti amici, de’ quali nessuno perse mai76 se morte non glie lo tolse. Fra i privati grandemente amò Socrate, e Lelio. Questi furono due giovani familiari de’ Signori Colonnesi, coi quali visse sempre domesticamente77, ed erano partecipi del cuor suo, come di sopra di Socrate ho detto. Lelio era Romano; e vissero amici 34. anni.

Tommaso da Messina gli fu molto caro: erano d’una età, ed avevano studiato insieme a Bologna78, e sempre s’amarono carissimamente; ed esso disse, Una ætas, idem animus. Soggiungendo che, quando ebbe la nuova della morte di Tommaso, lo prese la febbre; che fu per torgli la vita.

Simodi, a chi molte Epistole scrive, fu79 nome finto. Domandavasi Francesco di [p. xxxvi modifica]Santo Apostolo, Fiorentino, e suo caro amico. Similmente Fiorentino fu Sennuccio del Bene, del quale e nelle Rime, e nelle Prose fa dolce memoria.

Franceschino era altresì Fiorentino, e suo parente80; e l’amò grandemente, e, dolendosi della sua perdita, prega a Savona, ov’era morto, male, e bene.

Ma per non empire il libro degli amici suoi, che furono molti; dirò solo di M. Giovanni Boccaccio, il quale per la sua virtute amò assai, come mostrano le molte Epistole scritte a lui.

Andò il Boccaccio a trovarlo in Venezia81 del 364. e stette seco tre mesi per goderlo, e tra loro col tempo passarono molte amorevolezze82, non mancando il Petrarca, com’è detto, soccorrerlo nei suoi bisogni dove poteva, invitandolo a vivere seco, per far i beni loro, come gli animi, comuni. Ed all’incontro il Boccaccio non mancò seco d’ogni segno d’amore, come tra gli altri furono83 tutte l’Opere di Santo Agostino, di che il Petrarca si dilettava, le quali gli mandò a donare legate in un volume, e scritte di lettera antica. Onde M. Francesco fece gran festa; e scrive non aver mai veduto libro maggiore.

Gli mandò anco a donare la Commedia di Dante scritta bene, coi sottoscritti versi Latini: [p. xxxvii modifica] Illustri Viro D. Francisco Petrarca Laureato.

ITaliae jam certus honos, cui tempora lauro
     Romulei cinuere duces, hoc suscipe gratum
     Damis opus, vulgo quo numquam doctius ullit
     Ante reor simili compactum carmine sæclis.
     5Nec tibi sit durum versus vidisse postæ
     Exsulis, ex patrio tantum sermone sonoros,
     Frondibus ac nullis redimiti crimine iniquæ
     Fortunæ. Hoc etenim exsilium potuisse futuris
     Quid metrum vulgare queat monstrare modernum
     10Causa fuit vati; non quod persæpe frementes
     Invidia dixere truces, quod nescius olim
     Egerit hoc auctor. novisti forsan & ipse,
     Traxerit ut juvenem Phœbus per celsa nivosi
     Cyprheos, mediosque sinus, tacitosque recessus
     15Naturæ, cælique vias, terræque, marisque,
     Aonios fontes, Parnassi culmen, & antra
     Julia, Pariseos dudum, extremosque Britannos,
     Hinc illi egregium sacro moderamine virtus
     Theologi, Vatisque dedit, simul atque Sophia
     20Agnomen, factusque est magna gloria gentis
     Altera Florigenum, meritis tamen improba lauris
     Mors properata nimis vetuit vincire capillos.
Insuper & coram si nudas ire Camænas
     Forte putas primo intuitu; si claustra Plutonis
     25Mente quidem reseres, amnem, momtemq; superbum
     Atque Jovis solium sacris vestirior umbris
     Sublimes sensus cernes, & vertice Nisæ
     Plectra movere Dei Musas, ac ordine miro
     Cuncta trahi, divesque libens, Erit alter ab illo
     30Quem laudas, meritoq; colis per sæcula, Dantes,
     Quem genuit grandis vatum Florentia mater,
     Et veneratur ovans, nomen celebrisque per urbes
     Ingentes fert grande suum, duce nomine nati,

[p. xxxviii modifica]

     Hunc oro, mi care nimis, spesque unica nostrum,
     35Ingenio quamquam valeas, cælosque penetres,
     Nec Latium solum fama, sed sidera pulses,
     Concivem, doctumque satis, pariterque poetam
     Suscipe, junge tuis, lauda, cole, perlege. Nam si
     Feceris hoc, magni & te decorabis, & illum
     40Laudibus, o nostræ eximium decus urbis, & orbis.

Nè degli amici privati ch’amassero il Petrarca, furono manco i Signori, e Principi ed in Italia, e fuori. tale grazia gli dava la sua virtute.

Papa Benedetto XI. Clemente VI.84 Innocenzio VI. ed Urbano V. lo desideravano aver appresso, e con onorate condizioni: e, fatto già vecchio, non mancò Papa Gregorio XI. pregarlo instantemente a voler esser seco, preparando la sua venuta in Italia con la Corte a Roma, come fece.

Lodovico e Carlo Imperadori ne fecero grandissima stima, e lo chiamarono più volte a sè in Germania, e prezzarono il suo giudicio, come si vede dalle lettere che a loro scriveva85.

Giovanni II. Re di Francia86, che visse al tempo di Papa Innocenzio VI. lo richiese anch’esso, a quel tempo appunto che Papa Innocenzio87 per secretario lo domandava; di che si duole, e scusa con un’amico suo88. [p. xxxix modifica]

Da Roberto Re di Napoli quanto fosse accarezzato, di sopra n’abbiamo tocco e molte delle scritture sue ne fanno testimonio.

Similmente s’è mostrato il conto che ne fecero i Signori Veneziani, ed i Visconti; nè per questo a gli altri Signori d’Italia fu men caro, e tra gli altri alla Repubblica di Fiorenza, sua onorata patria; la quale, da sè per onorarlo89;e non privarsi di sì raro cittadino, gli restituì i beni paterni già confiscati tanti anni, e lui invitò onoratamente a ripatriare; e mandarongli per M. Giovanni Boccaccio suo amicissimo la grazia fino a Venezia; e si vede anco la risposta che M. Francesco lor fece.

I Signori di Este Marchesi di Ferrara90 furono suoi amorevolissimi, ed a loro non solo lettere, ma libri di grandi opere ha scritto.

Fu ai Signori da Correggio carissimo, e dai giovani di loro come padre amato; di che fanno testimonio le lettere che a loro scritte ho veduto di mano del medesimo Petrarca.

I Signori dalla Scala, e da Gonzaga sempre lo videro volentieri, ed abbero caro.

Similmente i Signori Malatesti, il primo de’ quali, ch’era il Signor Pandolfo a quel tempo, lo volle non solo91 visitare in Milano, ma anco farlo due volte ritrarre, e portarsene la sua immagine, e più volte l’invitò a viver seco, e da lui ebbe una copia del libro delle Canzoni, e Sonetti suoi; di che si dilettava.

Fu eziandìo di grande autorità con il popolo Romano, e Cola Renzio Tribuno. [p. xl modifica] Dei Signori Colonnesi non accade dir molto, ch’esso92 e in rima, e in prosa ne fa buon testimonio; e dice in una Epistola93, già vecchio, parlando della Casa Colonna: Quam dilexi, & diligam, dum me diligam imperocchè fu non solo dal Vescovo, ma dal Cardinale amato come fratello, e dal Signore Stefano lor padre come figliuolo tenuto. E riferisce tra l’altre cose che, ritrovandosi in Avignone ancora giovane, e in casa del Cardinale Colonna, occorse che per alcuno bisogno il Cardinale volle parlare a tutti i suoi di casa, e fattili chiamare dava ad uno per uno il giuramento di dirgli il vero, dal qual’atto non assolse anco il Signor’ Agapito suo fratello Vescovo di Luna: e così giurando tutti, quando il Petrarca porse la mano sua per metterla sul libro, che ’l Cardinale teneva, esso lo ritirò dicendo: Di questo basta la parola sola, e non accade giuramento facendogli tal’onore in presenza della famiglia tutta.

Fu, com’è detto, caro ai Signori, ed ai privati; e non già perch’egli fosse adulatore, essendo nimico delle cose mal fatte, e riprendendole senza rispetto; di che fanno fede tante sue composizioni, e massime le Epistole scritte a Papi, e Prelati94. Per lo che alcuni maligni, e viziosi male lo comportavano, ed un Cardinale tra gli altri per nuocergli se poteva, e metterlo in disgrazia di Papa Innocenzio VI. disse ch’era eretico95 perchè studiava Virgilio96, e che biasimava la corte. La qual [p. xli modifica]calunnia a quel tempo per la rozzezza di quel secolo credette che egli avesse da valere. Ma fu più savio il Papa del Cardinale, e della sua accusa poca stima fece. Furono anco degli emuli (che sempre l’invidia mette radici) i quali scrissero contra lui, o di lui male parlarono; ed a questi in più parti dell’Opere sue Latine saviamente, nè senza sdegno alle volte risponde. Chiara cosa è che generalmente da tutti e grandi, e piccoli fu amato, e stimato. E fra gli altri un cieco, maestro di gramatica97 in Pontremoli, avendo udito delle sue composizioni, deliberò volerlo in ogni modo visitare, se poteva; ed intendendo che a Napoli si trovava al tempo del Re Roberto, lasciato ogni altro affare, e preso un suo figliolo per guida, andò a Napoli; donde, quando vi giunse, il Petrarca era partito per Roma; la qual cosa dal Re Roberto intesa, volle parlare al cieco, e, vedendo che solo amore di virtù lo spingeva a questo peregrinaggio, gli fece alcuno presente, e l’inviò a Roma; ove nè anco trovò il Petrarca, che già era partito; e così sconsolato tornò a casa sua: dove non lungo tempo da poi intese che ’l Petrarca era in Parma; per lo che subito si fece là condurre. E fu cosa mirabile vedere la festa che faceva d’aver trovato M. Francesco, e parlar seco, baciandogli il capo, e le mani; a che correndo le genti, il cieco diceva: Voi non conoscete quest’uomo: io vedo più di voi, e Dio ringrazio, che m’ha fatto degno di trovarlo. Della qual cosa i Signori di Parma, che molto il Petrarca stimavano, avevano piacere, e fecero cortesie a quel buon’uomo, che dopo tre [p. xlii modifica]giorni che stette con M. Francesco, se ne tornò tutto contento a Pontremoli.

L’inclinazione di M. Francesco alle lettere sempre fu grande98, e rari furono quei giorni che non leggesse, o scrivesse, o pensasse, o ascoltasse qualche cosa bella; ma non già a tutte le sorti di studj si diede, che, come di sopra dissi, a quello delle leggi non si mise volentieri, ancorachè avesse maestri famosissimi a quel tempo in quella facoltà, che furono M. Cino da Pistoia, e M. Gio. Andrea Calderino Bolognese, al quale fu sempre amico,99 e si scrivevano: ad esso ringrazia Dio che non si fermò per questo più di quello che fece in Bologna; non già perchè le leggi in sè gli spiacessero, ma per il modo in che si trattavano; di che dice avere avuto lungo ragionamento con M. Oldrado da Lodi gran Giureconsulto. L’animo suo era più volto alle morali, all’istoria, ed alla rettorica, e sopra tutto alla poesia; per la quale si vede ch’era nato; e diceva tra sè100 Tentanda via est qua me quoque possim tollere homo; ed a questi studj si volse con ogni potere. E per esser allora la lingua Latina quasi sepolta, esso fu il primo che la scoprisse: e in prosa, ed in verso componeva assai; per lo quale rispetto fu nominato con onor suo per tutta Europa. E vera cosa è ch’al verso, de’ Latini parlando, fu più atto che alla prosa, nella quale non fece gran fondamento di stile pulito, per la varia, e molto difforme lezione che faceva, leggendo non solo Cicerone, e gl’istorici, ma [p. xliii modifica]Seneca101, e Santo Agostino; di che molto si dilettava: e fece un suo stile familiare, col quale ogni cosa facilmente scriveva. E per questo allora tanto più era maraviglioso, e lo riputavano pari a gli antichi, cosa che sul fiorire lo fece stare sopra di sè; perchè il comun consenso nelle proprie lodi facilmente accieca gli uomini; nientedimeno si ravvide, e disse102 conoscere lo stile suo debole assai.

Nel verso Latino ancora fece molto, ed andò più innanzi, perchè non tanto si tramescolò con altri. Ed attese più a Virgilio, e con la sua Africa sperò far gran cose, e ritornare le Muse in Parnaso, come scrisse nel nono libro di quella; e fu per ciò coronato in Roma. In questa parte ancora, non ostante, la lode comune che’l mondo gli dava, col tempo il suo buon giudizio non s’ingannò, e vide che non era giunto al segno che bisognava; e dice uno scrittore dei più vecchj della vita sua aver inteso che, trovandosi il Petrarca in Verona, e sentendo cantare i versi della detta Africa ad alcuno che se ne dilettava, egli pianse, dolendosi non poterla ascondere affatto, così fu il suo giudizio maturo, ancorachè fosse nato a tempi assai per detto conto sterili; e per questo scrive103 che molte cose sue che non erano in mano d’altri, abbruciò.

Nella poesia delle Rime Toscane fu facile, siccome quello che nella lingua era nato, e vedeva anco degli altri compositori viventi al suo tempo, che davano sprone al suo bello ingegno da farsi avanti; oltrachè vide i Provenzali, i quali imitò, e superò di gran lunga. [p. xliv modifica] Cominciò per ischerzo, e per amore: ma poi col tempo s’avvide che in questo la sua fama s’appoggiava più che in altro; e però con gran cura v’attese, e ben disse nelle Rime104 che vedeva nel pensier’ i duo begli occhi ec. Rimaner dopo lui pien di faville.

Di questi studj appunto gli avvenne il contrario di quello aveva fatto nei Latini, i quali stimò da prima, e non poi: ma questi apprezzò poi, avendogli da principio in non gran conto.

Scrive105 al Boccaccio già vecchio pentirsi di non essersi dato tutto al volgare, nel quale era più signore del campo; dove i Latini nell’altro avevano già buon tempo ogni cosa occupato. Ed ha lasciato scritto Pietro Paolo Vergerio aver inteso da Coluzio Salutato Fiorentino, che fu secretario di Papa Urbano, ed amico del Petrarca, ch’a lui aveva detto come le sue composizioni tutte poteva migliorare assai, dalle Rime in poi, nelle quali s’era tanto alzato, che più non gli dava l’animo d’arrivarle. E veramente io ho veduto alcuni fogli di dette Rime di sua mano propria, nei quali si vede la grandissima cura ch’usava per la lima di quelle, ritoccandole, già vecchio, e dopo che composte le aveva, per venti e più anni; e meritamente n’acquistò gran lode eziandìo vivendo. Onde il Boccaccio, che in questa parte ancora di comporre in rima s’affaticò, e ne desiderava onore, visto che non s’appressava a M. Francesco, sbigottì, e venne in pensiero d’ardere quanto in ciò avea scritto, e lo comunicò al Petrarca; il quale lo consola, dicendo che, se del terzo luogo non si [p. xlv modifica]contentava, volentieri gli cedeva il secondo; intendendo per modestia che’l primo fosse di Dante.

Nè tacerò qui che, dolendosi col Boccaccio ch’alcuni sotto suo nome davano fuora composizioni, dice ancora ch’altri con le sue Rime vivevano, e però alcuni andavano a pregarlo che grazia lor ne facesse; le quali poi recitavano dove che fosse, e ne ritraevano vesti; ed altri presenti. Tal che ad un certo modo faceva delle sue composizioni elemosina.

Nello studio dell’istorie, e virtù morali si dilettò molto106, piacendogli più di ben vivere, che di sapere.

Ebbe tra gli altri buoni autori grande affezione a Santo Agostino, l’Opre del quale leggeva volentieri.

Ad Averroe, e suoi seguaci fu inimicissimo, e come empj li odiava. E scrive al Boccaccio107 aversi un giorno cacciato di camera uno scolare per le lodi che dava all’empie sentenzie d’Averroe. E di questa materia parlando108 dice: Quo plura contra Christi fidem dici audio, in Cristo sum firmior; & me de Christiano Christianissimum hæreticorum fecere blasphemiæ.

Non fu anche amico de’ medici di quel tempo, per la medesima cagione di seguire gli Arabi, ed in più luoghi ne fece con la penna109 fede.

Similmente a gli astrologhi nel giudicare non credette mai, e poca stima ne fece.

Studiò le morali d’Aristotile; il qual [p. xlvi modifica]diceva110 che gl’insegnava, ma non lo moveva a far bene, nella qual parte più gli giovavano Cicerone, Seneca, e Santo Agostino.

Fu diligentissimo in cercar l’opre degli Autori antichi111, e n’ebbe alcune ch’oggidì sono smarrite, come furono tra l’altre i libri De Gloria di Cicerone112.

Ebbe gran voglia d’imparare la lingua Greca, ma la carestia de’ maestri lo impedì, e duolsi113 averne uno perduto, che la morte gli tolse, il quale perciò aveva, e chiamavasi Barlaam, che di già gli avea dato i principj, e cominciavagli a leggere Platone; che restò seco, come114 dice, muto; e così Omero; il quale si fece mandare115 Latino da M. Giovanni Boccaccio; avendogliene mandato a donare116 uno Greco, e bello fin da Costantinopoli un secretario d’uno di quegl’Imperadori.

Non fu vago di lunga vita; anzi scrive117, ed afferma ad un medico suo amico che, se lo potesse far tornar giovane, non lo accetterebbe, conoscendo questa vita per misera; e più cara gli fu la vechiezza che la gioventù. E dice altrove118 che da poco è quel servo [p. xlvii modifica]che fugge l’aspetto del suo Signore, parlando d’esser apparecchiato a morire volentieri; onde la sua vecchiezza spese tutta in sacre lezioni. Dice bene119 aversi riservato per ispasso, ed ornamento le Muse.

Era per natura grave; e d’ingegno, com’esso dice120, più mansueto, e benigno, che acuto; e però quando lesse il Decamerone del Boccaccio, vedendolo in molti luoghi licenzioso, lo scusa, dicendo121 pensare che da giovane sia stato da lui scritto. Loda però il principio, ed il fine, quale fece anco Latino, come scrive, e si vede. Sopra tutto fu buonissimo Cristiano Cattolico, e pieno di pietà; e pregava tra l’altre cose Dio benedetto che lo facesse buono sì che lo amasse, e da lui fosse amato; dicendo: A questo son nato, e non alle lettere, le quali per sè fanno gli uomini gonfij: e riputava più felice assai un minimo semplice che in GESU’ CRISTO credesse, che Platone, ed Aristotile, e Cicerone, con tutto il saper loro122. E così attese più a ben vivere, che a ben parlare.

Questi in somma furono gli studj, pensieri, e costumi di M. Francesco Petrarca, i quali se con dritto occhio saranno guardati, si potrà facilmente vedere di quanto giudicio, e bontà, e religione fosse.

Non fu questi uno scrittore d’amor lascivo, nè cose cattive insegna, siccom’altri in altri secoli fecero; ma tutto grave, e Platonico. Alza spesso la mente al Cielo, o piange gli [p. xlviii modifica]affetti suoi con soavissima, e dolcissima melodia. E tanto più è degno di maraviglia, e lode, quanto che nacque a quei secoli, ed in fortuna avversa, e con poche facoltà; onde, dopo Dio benedetto, tutto l’onore è del buono ingegno, e della buona natura sua.

Resterebbe ch’appresso questa pittura che di sopra vi ho fatto della vita, e costumi di M. Francesco, similmente vi dicessi del modo, e diligenzia, ch’usava in ridurre le sue Rime a perfezione; il che assai bene ho potuto comprendere da alcuni fogli che di sua propria mano ho veduto scritti, parte in Padova in mano di Monsignor Pietro Bembo, come di sopra dissi, e parte in Roma in mano di M. Baldassare da Pescia; i quali fogli erano di quei primi originali dove le componeva, e correggeva; notando spesse volte, e sempre con parole (V. a c. 372. e segg.) Latine, l’ora, e’l tempo che ciò faceva, e la cagione perchè mutava, cosa che dà gran lume del suo giudizio; che come più invecchiava sempre si faceva migliore. Ma sopra ciò farò un discorso a parte, s’a Dio piacerà, per ora bastivi questo; a che solo per compimento aggiungerò alcune cose, di che già ho fatto ricordo. E la prima sarà un Sonetto, che tra moti di M. Giovanni Boccaccio ho trovato in un libro antico; fatto in morte di M. Francesco; il quale senza dubbio il Boccaccio fece nell’ultimo anno di sua vita; imperocchè l’anno seguente alla morte del Petrarca, d’anni sessantadue, morì, cioè de 1375.


[p. xlix modifica]

SONETTO


Di M. Giovanni Boccaccio in morte di M.

Francesco Petrarca.


OR se salito, caro Signor mio,
     Nel regno al qual salir ancora aspetta
     Ogni anima da Dio a quello eletta,
     Nel suo partir di questo mondo rio.
Or se colà dove spesso il desio
     Ti tirò già per veder Lauretta:
     Or se dove la mia bella Fiammetta
     Siede con lei nel cospetto di Dio.
Or con Sennuccio, e con Cino, e con Dante
     Vivi sicuro d’eterno riposo,
     Mirando cose da noi non intese.
Deh, s’aggrado ti fui nel mondo errante,
     Tirami dietro a te, dove gioioso
     Vegga colei che pria d’amor m’accese.


Memorabilia quædam de Laura, manu pro-
pria Francisci Petrarcæ scripta in quo-
dam Codice Virgilii in Papiensi Bi-
bliotheca reperto.


LAura, propriis virtutibus illustris, & meis longum celenrata carminibus, primum oculis meis apparuit sub primum adolescentæ meæ tempus, anno Domini 1327. die 6. mensis Aprilis in Ecclesia Sanctæ Claræ Avinioni hora matutina. Et in eadem civitate, eodem mense Aprilis, eodem die 6. eodem hora prima, anno autem Domini 1348. ab hanc luce lux illa subtracta est; cum ego forte Veronæ essem, heu fati mei nescius! Rumor autem [p. l modifica]infelix per literas Ludovici mei me Parmæ reperit anno eodem, mense Maji, die 19. mane.

Corpus illud castissimum, ac pulcherrimum in loco Fratrum Minorum repostum est ipsa die mortis ad vesperam. Animam quidem ejus, ut de Africano ait Seneca, in cœlum, unde erat, rediisse mihi persuadeo.

Hæc autem ad acerbam rei memoriam amara quadam dulcedine scribere visum est hoc potissimum loco qui sæpe sub oculis meis redit, ut cogitem nihil esse debere quod amplius mihi placeat in hac vita, &, effracto majori laqueo, tempus esse de Babylone fugiendi, crebra horum inspectione, ac fugacissime ætatis æstimatione commonear. Quod, prævia Dei gratia, facile erit præteriti temporis curas supervacuas, spes inanes, & inexspectatos exitus acriter ac viriliter cogitanti.


Ex Colloquio tertii diei.


SI vero paucorum numerus annorum quo illam præcedis, spem tribuit vanissimam, prius te quam furoris tui fomitem esse moriturum, & hunc naturæ ordinem tibi fingis immobilem. &c.

Item pudet, piget, & pænitet; sed ultra non valeo. Scis autem, quod hic mihi solatii est quod illa mecum senescit.

[p. li modifica]

SONETTO


Ritrovato nella sepoltura di Madonna Laura in Avignone del 1533. 123


QUi giaccion quelle caste, e felici ossa
     Di quell’alma gentile, e sola in terra.
     Aspro e dur sasso, or ben teco hai sotterra
     Il vero onor, la fama, e beltà scossa.
Morte ha del verde Lauro svelta, e mossa
     Fresca radice, e ’l premio di mia guerra
     Di quattro lustri, e più; s’ancor non erra
     Mio pensier tristo; e ’l chiude in poca fossa.
Felice pianta in borgo d’Avignone
     Nacque, e morì; e qui con ella giace
     Ma penna, e ’l stil, l’inchiostro, e la ragione.
O delicati membri, o vita face,
     Ch’ancor mi cuoci, e struggi! inginocchione
     Ciascun preghi ’l Signor t’accetti in pace.


Carmina Petrarcæ in Funeræ Electæ Matris.


SUscipe funereum, genitrix sanctissima, cantum,
Atque aures adverte pias, si præmia cælo
Digna fenens virtus, alios non sperint honores.
Quid tibi pollicear? nisi quod velut alta Tonantis

[p. lii modifica]

Regna tenes Electa Dei tam nomine, quam re,
Sic quoque perpetuum dabit hic tibi nomen honestas
Musarum celebranda choris, pietasque suprema,
Majestasque animi, primisque incœpta sub annis
Corpore tam eximio nullam intermissa per horam
Tempus ad extremum vitæ, notissima claræ
Cura pudicitiæ, facie miranda sub illa.
Jam brevis innocuæ præsens tibi vita peracta
Efficit ut populo maneas narranda futuro,
Æternum veneranda bonis, mihi flendaque semper.
Nec quia contigerit quicquam tibi triste, dolemus,
Sed quia me, fratremque, parens dulcissima, fessos
Pythagoræ in bivio, et rerum sub turbine linquis.
Tu tamen instabilem, felix o transfuga, mundum
Non sine ma fugies, nec stabis sola sepulcro.
Egregiam mater sequitur fortuna relictæ
Spesque domus, et cuncta animi solatia nostri.
Ipse ego jam saxo video mihi pressus eodem.
Hæc modo pauca quidem pectus testantia mæstum
Dicta velim, sed plura alias; cunctosque per annos
Hac tua, fida parens, resonabit gloria lingua:

[p. liii modifica]

Hac longum exsequias tribuam tibi; postque caduci
Corporis interitum, quod adhuc viget, optima, sub qua
Vivis adhuc, genetrix, cum jam compresserit urna
Hos etiam cineres; nisi me premat immemor ætas;
Vivemus pariter, pariter memorabimur ambo.
Sin aliter fors dura parat, morsque invida nostram
Extinctura venit fragili cum corpore famam,
Tu saltem, tu sola, precor, post busta superstes
Vive, nec immeritæ noceant oblivia Lethes.
Versiculos tibi nunc totidem, quot præbuit annos
Vita, damus: gemitus et cetera digna tulisti,
Dum stetit ante oculos feretrum miserabile nostros,
Ac licuit gelidis lacrimis infundere membris.




Il Fine della Vita del Petrarca scritta
da Monsignor Beccatelli.


Note

  1. Lib.8.c.48 Di queste materie tratta il Petrarca medesimo nell’Ep. ad Poster nelle senil. lib. 18. ed al lib. 10. Ep.2. ed al lib. 13. Ep. 2 ed al lib. 16. Ep. 1. e nel proem. delle Ep. fam.
  2. Nelle fam. Ep. 83. col. 4.
  3. Nel colloq. 3. col. 7. Nelle sen. Ep.2.lib.10.
  4. Nelle sen. Ep. I. lib. 16.
  5. Nelle sen. lib. 10. Ep. 2.
  6. Nelle sen. lib. 16. Ep. 1.
  7. Nelle sen. lib. 1. Ep. 3.
  8. Colloq. 2. col. 9. Nelle fam. Ep. 20.
  9. Nel coll. 3, col. 11.
  10. Nelle famil. Ep. 3. col. 4.
  11. Nelle famil. Ep. 60.
  12. Nelle famil. Ep. 116.
  13. Nelle famil. Ep. 116.
  14. Nelle sen. lib. 10. Ep. 7.
  15. Nelle famil. Ep. 52. & 53.
  16. Nel 3. colloq. col. 18.
  17. Nel 1. colloq. col. 3.
  18. Nell’Epistole in versi, e nelle famil. a 54. 56. ed altrove
  19. Nelle famil. Ep. 54. e 56.
  20. Nelle sen. lib. 17. Ep. 2. col. pen. ad post.
  21. Nelle famil. Ep. 57.
  22. Nelle fam. Ep. 74.
  23. Ivi, Ep. 61.
  24. Ep. 43. dopo le sen.
  25. Nelle sen. lib. 2. Ep. 1. col. 1 e nel lib. 3, Ep. 7. e nelle fam. Ep. 70. 72. e nell’Ep. in versi, nel lib. 2. ad Barbatum, & Rainaldum.
  26. Nell’Ep. alla posterità.
  27. Nelle dopo sen. Ep. 23.
  28. Nell’Ep. alla posterità. L’Elogio sepolcrale ad esso fatto dal Petrarca si trova posto avanti le Rime.
  29. Nelle fam. Ep. 116.
  30. Nelle famil. Epist. 114.
  31. Nelle sen. lib. 12. Ep. 3.
  32. Nelle dopo famil. Ep. 10. c. 13.
  33. Nelle Invettive lib. 4. c. 4
  34. Nelle sen. lib. 1. Ep. 5. col. 5.
  35. Ivi, lib. II. alla 1. e 2. Epist.
  36. Nelle sen. lib. 2. Ep.3.
  37. Ivi, lib. 4. Ep. 3.
  38. Nel 3. lib. delle Ep.
  39. Nell’istorie del Corio.
  40. Nelle senil. lib. 13. Ep. 8.
  41. Ivi, lib. 13. Ep. 8.
  42. Ivi, lib. 11. 1 e 2. Ep.
  43. Nelle senil. lib.3. Ep.7. e lib. 9. Ep. 2. lib. 13. Ep. 9. e lib. 15 Ep. 14 lib. 11 all’ult.
  44. + Non si accorda ciò col Bembo, il quale a carte 71. del III Vol. delle Lettere scrive esser morto a’ XX.
  45. Nelle fam. Ep. 12. in fine, e nelle dopo sen. Ep. 47.
  46. Nelle sen. lib. 15. Ep. 5. e 6.
  47. Nelle dopo sen. Ep. 29.
  48. Ivi, Ep. 29.
  49. Nelle sen. lib. 10. Ep. 4.
  50. Ad posteritatem Ep. lib. 18. senil. e nel lib.. 12. delle sen. Ep. 1. col.8.
  51. Nelle sen. lib. 11. Ep. 1. e 2. e nelle dopo sen. Ep. 23.
  52. Nelle fam.. Ep. 117.
  53. Nelle sen. lib. 12. Ep. 9. col. 13. e lib. 15. Ep. 3. col. 3.
  54. Nelle sen. lib. 12. Ep. 1. col. 9.
  55. Nelle dopo sen. Ep. 29. e nel lib. 3. in versi Ep. ad amicum Transalpinum.
  56. Nelle sen. lib. 11. Ep. 5. e nelle fam. Ep. 25.
  57. Nel colloq. 2. col. 11.
  58. Nelle sen. lib. 12. ad poster.
  59. Ivi, lib. 8. Ep. 1. e nelle fam. Ep. 98. e nelle sen. lib. 9. alla 2. e lib. 11 . alla 3.
  60. Nelle fam. Ep. 72.
  61. Nelle sen. lib. 5. Ep. 3.
  62. Nelle fam. Ep. 89. col. 4.
  63. Nel colloq. 2. col. 10.
  64. De vita solis. tract. 8 ed a c. 3
  65. Nelle sen. lib. 17. Ep. 2.
  66. Nelle famil. Ep. 62.
  67. Nelle dopo sen. Ep.49.
  68. Nelle sen. lib. 13. Ep. 8.
  69. Nelle fam. Ep. 60.
  70. Nelle sen. lib. 12. Ep. 1. col. 8.
  71. Ep. 2 . del 1. delle sen.
  72. Nelle sen. lib. 9. Ep. 2. lib. 11. Ep. 3. lib. 13. Ep. 12. e 13.ed Ep. 2. col 8.
  73. Nelle dopo sen. Ep. 49. contra Gallum c.5.
  74. Nelle sen. lib. 8. Ep. 2.
  75. Nelle sen. lib. 1. Ep. 5. al fine.
  76. Nelle sen. lib. 1. Ep. 3.
  77. Nelle sen. lib. 3. Ep. 1.
  78. Nelle fam. Ep. 58.
  79. Nelle sen. lib. 1. Ep. 3.
  80. Nelle famil. Ep. 107.
  81. Nelle sen. lib.... Ep. 1.
  82. Ivi, lib. 1. Ep. 5. in fine
  83. Nelle dopo sen. Ep. 24.
  84. Nelle sen. al I. lib. Ep. 2 e 4 nel lib. 13. Ep. 8. e 14. e nel lib. 11 Ep. 1. e 2.
  85. Nelle sen. lib. 15. Ep. 2. e nel lib. di ignor. sui col. 5. e contra Gallum col. 7.
  86. Nelle dopo sen. Ep. 43.
  87. Nelle lib. de ignor. col. 6.
  88. Nel I. delle sen. Ep. 2.
  89. Nelle Ep. dopo le sen. alla 6.
  90. Nelle sen. lib. 13. Ep. 1.
  91. Nelle sen. lib. 1. Ep. 6. e nel lib. 13. all’Ep. 10. e 11.
  92. Nelle fam. Ep. 39.
  93. Nelle sen. l. 15. Ep. 1.
  94. Nelle sen. lib. 17. e lib. 13. Ep. lib. 14. e lib. 11. Ep. 3.
  95. Nelle famil. Ep. 87.
  96. Nelle sen. l. 1. Ep. 4.
  97. Nelle sen. lib. 16. Ep. 7.
  98. De ignorantia col.8.
  99. Nelle famil. Ep. 64.
  100. Nelle sen. lib. 16. Ep. 6.
  101. Nelle Fam. Ep. 63.
  102. Nell’Ep. alla posterità.
  103. Nel proemio delle fam.
  104. Parte I. Son. CLXX.
  105. Nelle sen. lib. 5. Ep. 2.
  106. Nelle sen. lib. 2. Ep. 4. lib. 5. Ep. 2.
  107. Nelle sen. lib. 5. Ep. 3.
  108. De ignorantia col. 13.
  109. Lib. 12. senil. Ep. 2. col. 13.
  110. Nelle sen. lib. 1. Ep. ul. e nella 1. del 3. lib.
  111. De ignor. col. 25. & contra Gallum col. 23.
  112. Nelle sen. lib. 16. Ep. 1.
  113. Nelle sen. lib. 11 Epist. 9. e de ignor. col. 28. e colloq. 2. col. 11.
  114. Nelle sen. lib. 16. col. 5.
  115. Nelle sen. lib. 3. Ep. 6. e lib. 5. Ep. 1 e lib. 6. Ep. 2.
  116. Nelle dopo senil. Ep. 22.
  117. Nelle sen. lib. 15. Ep. 5.
  118. Nelle sen. lib. 8. Ep. 2.
  119. Alla posterità.
  120. Alla posterità, e nel 3. coll. col. 14.
  121. De ignor. col. 7.
  122. Ep. ad poster.
  123. Se qui non ha errore, convien dire che vi sia nella data della lettera del Beccatelli, e che in vece di 1540 debba leggersi 1558. quando questo sonetto si sia ritrovato 25 anni avanti, come agli afferma a carte xiii. lin. 7. V. a c. lvi. e poi alle xix.