Lepida et tristia/Sotto la Madonnina del Duomo

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Sotto la Madonnina del Duomo

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La morte di un Re Il linguaggio delle pietre e dei pesci

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SOTTO LA MADONNINA DEL DUOMO



Aristotile, (non si conturbi il signor lettore) nel principio della sua etica dice che ogni arte, ogni dottrina, ogni operazione pare muovere verso alcuna felicità di bene.

Ora il signor Ambrogino o Don Ambrogino, come lo chiamavano laggiù, non conosceva Aristotile, ma in tutti i suoi trentanni di regio impiegato di Prefettura aveva avuto in mente ed inseguito questo sogno di felicità: cioè liquidare la sua pensione e vivere almeno altri trent’anni, sano e vegeto; ma da libero cittadino e sopra tutto a Milano: a Milano cittadino fisso, stabile, con dimora sua, non randagio, come una pedina sullo scacchiere, per tutte quelle fetenti città della bassa Italia.

Giustizia vuole però che si dica come, tranne la servitù dello spostarsi ogni due o tre anni, egli non si era troppo consumata la salute nè i suoi nervi erano stati colpiti da nevrastenia per eccessivo zelo di servizio, nè [p. 68 modifica] la sua destra minacciata dal crampo degli scrittori per effetto dello straordinario lavoro.

— Dunque voi ci volete lasciare, Don Ambrogino? — gli chiedevano i conoscenti. — Ma vedete che bellu mare, che bellu cielo, che belli fiori: qui le zaghere fioriscono tutto l’anno, qui bevete del vino di Gragnano che lo avrete a rimpiangere, qui potete stare alla buona, in maniche di camicia e nessuno vi dice niente: fermatevi fra noi, Don Ambrogino!

Ma Don Ambrogino alzava gli occhi al cielo come a dire, compassionando: — Povera gente, cosa possono capir mai loro di quello che adesso è la Capitale morale? Il sole? il mare? — E per cortesia rispondeva talvolta: — Il mare? Ma non sapete cos’è il lago di Como? Il vino di Gragnano? Ma voi non avete l’idea di che cosa è il Barbèra fino che si beve a Milano! Il sole? Ma il signor Edison con le sue lampade ha messo in pensione la luna e fra poco metteremo a riposo anche il sole. Il progresso non basta conoscerlo, bisogna sentirlo!

Quando dunque sbarcò definitivamente a Milano — una grigia alba di autunno — tanta fu la carità del natio loco che quelle lampade elettriche, immote come lune morte, attorno a cui gemeva e friggeva la nebbia, gli parvero più belle del sole puro che avea lasciato a Sorrento; e quando il conduttore del tram, assonnato e rozzo, lo scosse con un: Ehi lu, go minga daa el bigliett? — gli si allargò tutto il cuore e gli parve che la più armoniosa e la più pura favella italiana fosse quella che si parlava

presso il bel fiume Olona a la gran Villa.

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A Milano con poco più di cento cinquanta lire al mese, al tempo che corre, non è cosa agevole mettere su casa, e sarebbe falsare il vero dicendo che per Ambrogino i principii non furono alquanto difficili. Per uno, ad esempio, che s’era abituato a far delle mangiate di insalatina fresca, e con due centesimi ne comperava tanta che ne avanzava per il dì appresso, vedersi misurare la lattuga, ben bagnata e fangosa, col bilancino, era uno sconforto. Egli è vero che il fruttivendolo lo avea assicurato che tutte le grandi città di commercio sono così: dove la roba se paga nagott, son città che non sono nemmeno degne d’essere nominate. Anche la scelta dell’alloggio costituì una certa difficoltà, giacchè Don Ambrogino voleva essere padrone lui di casa sua. Di stanze ammobigliate ne aveva fin sopra i capelli, e se avea fatto qualche risparmio, era appunto nella prospettiva deliziosa di metter su casa del suo. Ma appena ebbe tastato il polso ad un appartamentino di quattro stanze nella nuova Milano, proprio carino che pareva fatto a posta per lui e si sentì rispondere «novecento lire», provò l’effetto di una scottatura. — Ma c’è acqua potabile, riscaldamento, luce elettrica e gas: tutto il comfort moderno — gli disse il ragioniere della casa. — Già — pensava Ambrogino andandosene di lì — quest’è vero, c’è tutto gratis, calore, acqua, luce, fuoco: peccato che non vi siano anche le novecento lire per pagare tanti bei comodi e non vi sia la chiavetta pel vino accanto a quella dell’acqua! Del resto codeste furono inezie che non turbarono punto la definitiva sua felicità. — Bisogna prima conoscere tutti i vantaggi di una grande città e poi giudicare se è cara o no; e non sai tu, Ambrogino, povero fesso — diceva a sè medesimo — che stare a Milano al giorno d’oggi è [p. 70 modifica]come vivere a Londra, come a Parigi; e tu vuoi godere questi benefìci senza spendere? —

Dopo lungo cercare, alfine avea trovato un appartamentino di sua soddisfazione, formato di tre stanze di cui una così grande che ci poteva stare anche il letto matrimoniale, se Don Ambrogino non fosse stato tanto savio da conservarsi celibe.

Era una di quelle vecchie case della vecchia Milano, care al tuo santo cuore, o Emilio De Marchi, poeta, che ora ben dolcemente riposi sotto la tua terra lombarda! Il piccone demolitore non le ha ancora abbattute e quando cadranno, non sarà solo la materia sepolta sotto le mine!

Una gran corte: in mezzo della corte un povero giardino anemico e macilento, il quale però al tempo d’Aprile aveva la forza di lanciare, su per le quattro pareti scialbe, dei gran getti di glicine, le quali salendo anelanti di luce su per le ringhiere dei quattro piani, annunciavano alle etiche piante del giardino che il sole della primavera nasceva.

Casa di umili lavoratori lombardi: triste e tranquilla come un monastero. E permesso quivi di stendere sulle ringhiere i pannilini economicamente lavati in casa: i bambini non sono rifiutati dal padrone di casa, come nei palazzi moderni allo stil floreale, e posson anche giocare a tondo nel cortile. Verso le cinque, ogni sera, una trentina di pentole borbottando coi loro risi e col lardo, chiamano alla mensa e alla pace della lucerna i dispersi lavoratori.

Ambrogino nel fissare questo suo quartierino, avea provato una segreta dolcezza nel cuore, come chi rivede un amico disperso, come chi ode una voce che più non sperava di udire, perchè la sua infanzia era trascorsa proprio in una casa consimile a questa, ove ora trasportava gli Dei Penati, protettori della sua vecchiezza.

Abitava in alto, e dalle sue finestre si vedeva, chè [p. 71 modifica] pareva toccarla col dito, la cupola della chiesa di S. Lorenzo con que’ frenetici angeli del seicento e le pire con le pazze fiamme di marmo, disposte attorno al cornicione. Di lassù si vedeva lungi la linea pura della guglietta del Duomo con la Madonnina d’oro, la quale guglia sollevandosi ben alta e bianca sopra il mare dei tetti sconvolti, sembra un altare votivo offerto alla Vergine pura in isconto delle impurità che sotto di lei si commettono; ed Ella solleva le braccia e il volto supplice al Padre, come adire: «Staccami da qui e accoglimi in cielo!»

Si vedeva l’Arco della Pace, con quei cavalli che per lui, Ambrogino, rappresentavano l’espressione ultima e perfetta dell’arte plastica, tanto da dispensarlo da ogni altro studio o confronto in materia d’arte; e se era sereno, si scopriva il verde dei prati lontani che si ritraggono indietro, conquistati dall’assalto che loro muove l’ardore edilizio dell’immensa città infaticata.

Qualche volta, o gioia insperata, si scopriva anche la cresta del Resegone, proprio rimasta eguale a quella che descrive il Manzoni.

Don Ambrogino, benchè inquilino solo, lassù sui tetti, si sentiva con grandissima soddisfazione, non soltanto parte, ma comproprietario e, con la sua scheda elettorale, arbitro di quella grande città che gli era, per così dire, sottoposta.

A conferma di questi diritti, privilegi o benefici che dir si vogliano, egli usava, ogni mattino presto, di farsi trasportare dalla piazza del Duomo sino a Loreto, come un grande signore, in uno di quei magnifici carrozzoni elettrici che passano folgorando e rintronando che pare la gloria di Dio; e sono più di quattro chilometri; e con quale spesa? Con soli cinque centesimi.

Questa gita gli serviva eziandio per far le sue provviste di carne, di caffè e di altri commestibili, i quali abilmente incartati e sepolti in certe tasche recondite, [p. 72 modifica] faceva passare senza pagar gabella, e questa impresa giustificava a se stesso osservando che, avendo passato trent’anni a far eseguire la legge, era giustificabile se qualche volta la avesse frodata nei trenta anni che, a suo giudizio, gli restavano di vita. E giunto al suo domicilio e traendo fuori e sciorinando le provviste sulla tavola, si convinceva sempre di più che Milano è la città più a buon mercato del mondo per chi sa accontentarsi del necessario e dove si trova ogni sorta di ben di Dio, per chi lo vuol cercare. Un fornelletto a gaz gli cuoceva con molta prestezza la colazione; dopo di che egli attendeva a lucidare, scopare, ordinare la sua proprietà.

Le finestre, di fronte all’appartamento di Don Ambrogino sono aperte: un nuovo inquilino è venuto ad abitarvi. Vi si vede come essere in casa loro e si potrebbe sentire quello che dicono. All’accento Ambrogino capì che doveano essere venuti dall’Italia bassa, come la chiamava lui, e che non dovevano essere molto pratici di Milano. — Sono proprio due sposini: sposini freschi per giunta: non fanno altro che baciarsi. —

Don Ambrogino li ha scoperti che si baciavano alla finestra: lei, come si vide scoperta, è diventata rossa ed è fuggita: — Ma fate pure, le mie tortorelle, — aveva sclamato in cuor suo il dabben uomo, — io a queste cose non mi commuovo più: fate: di fuori è freddo, così vi riscalderete. —

Don Ambrogino, diventato libero cittadino, con casa propria, stentò non poco per fare la conoscenza della sua Milano che si era tanto mutata da quella di una volta. [p. 73 modifica]

Era come un mondo nuovo e Don Ambrogino non soltanto nelle vie, ma in tante altre cose, faticava a rendersi familiare con la sua vecchia patria ringiovanita; ed esclamava: — Che gente! che ingegno che c’è adesso! La sola cosa che mi fa paura è pensare dove si andrà a finire con tanto ingegno! —

E al mattino, prima di avviarsi per le sue ispezioni, stava come incantato a vedere tutti que’ tram, quelle carrozze, quelli automobili, quelle genti che s’incrociavano con gran fragore come pezzi di un meccanismo enorme che si metteva in moto ogni mattina. In fondo anche lui era una particella di quel mostruoso organismo, senonchè, come libero cittadino, mentre tutti fuggivano da un lato e pareano spinti da una folata di bufera, lui poteva andare dall’altro, e magari a casa sua a fare una fumatina e coltivare i fiori del suo giardinetto pensile!

— Oh, alla finestra dell’appartamento di fronte hanno messo le tendine, i piccioncini non si voglion far vedere. Fate bene, ma potevate risparmiarli quei quattro soldi e comperare tanto pane, e poi se voglio, vedo lo stesso. — Difatti egli essendo, come diceva, «più alto locato», poteva di lassù notare tutto quello che avveniva in quella casa. — Deve essere una buona sposina; non pare nemmeno dell’Italia bassa! — e la vedeva far quella stanza da letto e quella cucina (l’appartamento non era più grande) girare, montar su le sedie, chinarsi giù; pulire, scopare, lucidare. Indi messo tutto in assetto, ella si ripuliva, si pettinava; poi si metteva al fornello o al tavolino da lavoro, svelta svelta, linda linda, sola sola, finchè arrivava lui, e allora Don Ambrogino si ritirava per lasciare alle tortorelle la libertà di baciarsi: — Fate pure!

Anche lui, il marito, doveva essere un bravo [p. 74 modifica] giovane, benchè dell’Italia del sud o sudicia, come sogliono dire taluni con aggettivo reputato nuovo ed arguto. Lo avea visto fuori, correre anche lui come tanti altri, messo in moto da quella gran macchina mostruosa che muove tutta la città. — Però con quel velo di spolverino, il mio caro uomo, devi aver freddo: credi tu forse di essere qui sulla riviera di Ghiaia o a Capodimonte? Qui ci vogliono fior di pastrani: guarda il mio, comperato dai fratelli Bocconi: quaranta lire e fior di roba! A tre usi: c’è per il sole, per la neve e il cappuccio per la pioggia! Trionfi della grande industria!

Sola sola! linda linda! Ma una mattina, mentre Don Ambrogino, — era decembre e c’era un sole ammalato, come un saluto della buona stagione che se ne va, — mentre stava su la sua altana a lavorare devotamente certe scalette di legno per i vasi dei fiori, e allora sentì nel silenzio dei tetti una voce languida e gaia che modulava un canto a lui ben noto, per cui egli rimase col martello e col chiodo sospeso: la voce cantava con quella rapida passione di suoni che s’ode soltanto laggiù:

Carmè quanno te veco
     me sbatte o’ core!
Dimmelo tu ch’è chesto
     si nun è ammore!

poi mutando registro:

A mezzanotte ’n coppa a lo mare
splende la luna d’argiento fine....

Don Ambrogino rimasto così com’era col martello sospeso, non vide no l’Arco del Sempione, e le guglie del Duomo, benchè si vedessero, ma vide invece tutto il Vesuvio di [p. 75 modifica]viola, vide tutto d’azzurro il mare di Capri, e pensò a quel sole di laggiù che versava flutti d’oro fiammante e che in quel mese le zaghere erano fiorite di tra il verde lucido degli aranceti. — E poi — esclamò fra sè Don Ambrogino, crollando il capo e ripigliando l’opera del martello — qui gli spaghetti col pomidoro non li sanno fare; sanno far tutto, ma quelli no. E anche il barbèra era più buono quello che si beveva una volta, a’ miei tempi.

Ma quante cose nuove e meravigliose sono sorte a Milano in così breve tempo! La piazza Castello con le baracche del Tivoli chi la potrebbe riconoscere più? E quel Parco cresciuto come per opera di una bacchetta magica? E quel castello dove stavano i croati col Radetzky? Lui se li ricordava i croati; a scuola le avea anche lui cantate le preghiere gravi per «il nostro imperator!» E tutti quei monumenti? Ce n’è per tutti i gusti e per tutti i partiti. E i palazzi del Foro Bonaparte? tutti sembrano di marmo, a cinque o sei piani, e vi si monta senza scale. E il cimitero di Musocco? Dev’essere quasi una soddisfazione morire per andare in un luogo tanto spazioso e messo bene: in tram elettrico anche lì; tutto elettrico adesso! Invece laggiù, per i mortori, tutte quelle campane, tutti quei ceri, tutti quei fiori, tutti quei pianti, quelle nenie, tutti quei catafalchi rossi e d’oro che non finiscono più, come fosse una mascherata! Qui invece tutto in fretta: in tram e via! Volete essere cremati? Basta dirlo prima.

Don Ambrogino non è curioso, ma ieri è rimasto parecchio tempo a strologare che cosa faceva la sposina [p. 76 modifica]al suo tavolo da lavoro: che cosa cuce, che cosa agucchia? — Oh, che stupido — disse poi: — ma quello è il corredo per un bambino.

E il giorno seguente la rivide di sfuggita, con uno scialletto di lana in testa: rincasava in fretta dopo aver fatto le provviste col suo cestello; la osservò: — Issa tiene ò piccirillo! — canterellò Don Ambrogino.

Doveva essere negli ultimi mesi perchè da allora in poi la vide uscire assai di rado. — Hanno comperato una stufa. Era tempo. Il caldo dei baci va bene per loro due, ma il bambino che deve nascere non la penserà così! Ma che stufa hanno preso mai! di quelle stufe basse di lamiera con dentro un rivestimento di terra che bisogna star lì ogni quarto d’ora a buttarci giù del carbone: e il fumo e il puzzo che fanno, puah! Dovevano comperare una stufa come la mia, vero, tu? — e si rivolgeva alla sua stufa, la quale era stata per lui una questione seria come e più forse dell’appartamento. Le avea passate tutte in rassegna, a cock, a legna, a gaz; uno studio lungo e serio fatto sui cataloghi, controllati da debite informazioni, e finalmente avea dato la preferenza ad una stufa americana con regolatore, in forma di una casetta con bei metalli nichelati, con le lastrine di mica che fanno vedere il bel fuoco il quale veglia tranquillo di dentro. Chi lo avea deciso a tale acquisto era stato il signor....: un nome che termina in mann, ed apparteneva ad un gentiluomo lungo lungo, mezzo tedesco e mezzo milanese, che gli aveva detto: «Volete, signor, l’ultima espressione del progresso e della scienza, una razional stufa? una stufa hors ligne? Comprate mia stufa».

Era costata cara, ma come ne era contento! Pensare che non si spegneva mai: andava piano pianino, andava forte, più forte, fortissimo; consumava e risparmiava il carbone secondo che voleva lui! La completa fiducia nella sua Americana gli era nata al ritorno da una gitarella [p. 77 modifica]che avea fatto a Menaggio sul lago di Como, dove avea alcuni suoi parenti; ed era stato a visitare anche Brunate che è una delle meraviglie del mondo, dove è proprio vero quello che dice il bollettino in Galleria, cioè che lassù v’è sempre il sole; sul lago c’è la bruma e lassù splende il sole di primavera: si vede tutta la Svizzera, tutta la Lombardia, tutto il lago di Como che è il più bel lago del mondo, e chi vuole spendere cento lire al giorno trova da buttarle via e bene, e chi non vuol spendere niente, non spende niente e non trova nemmeno un mendicante che lo fermi con un: — Signurì, Eccellenza, facile a carità! — come nell’Italia sudicia.

Era stato lassù e si era riempito gratis le tasche delle castagne di cui sono cosparsi que’ sentieruoli de’ boschi, ed era tornato a Milano. Bene: la sua «Americana» ardeva, e lo attendeva tranquillamente col suo mite calore! — Queste macchine hanno oramai più giudizio dei cristiani! —

Era la stufa come una cosa viva nel suo appartamento solingo, e ne parlava con frequenza e compiacimento e diceva: «La mia stufa» come un altro avrebbe detto: «La mia signora!»

Ora quella gente li avrebbe dovuto comperare una stufa simile alla sua, se avessero avuto giudizio. — Povera donna, soffia, soffia adesso per accenderla, altro che cantare Carmè quanno te veco!

Una mattina Ambrogino scorse il suo inquilino di fronte che alzava la tendina dietro i vetri e aveva un coso bianco in braccio, un fagottino bianco.

— Il piccirillo è nato, eccolo là! — disse Don Ambrogino.

Era nato nella notte: il babbo ora alzava la tendina [p. 78 modifica]della finestra e gii faceva vedere il mondo per la prima volta.

Nevicava quella mattina.

— Queste sono disgrazie che non accadono a noi, vera ti? — raziocinò a mo’ di conclusione Don Ambrogino rivolgendosi alla sua stufa, su la quale posava il bricclietto del caffè e latte, giacchè da quell’ingegnoso uomo che era pensava la stufa dover servire a qualche altra cosa oltre che a dare il suo mite calore.

Quanti siano i vantaggi di una grande città come Milano, non è facile numerare: ci proveremo tuttavia:

Quando verso mezzanotte rincasava dalla sua partita a tresette — un giuoco che non lo sanno giocare garbatamente se non a Milano — si era sicuri di trovare sempre le vie illuminate, e che luce! Cadeva la neve? Il giorno dopo non c’era caso di trovarne una falda per terra. Ed egli di tutti questi vantaggi godeva senza spendere niente. Ecco la civiltà! E lo spettacolo della galleria, del corso Vittorio Emanuele, quando tutti i signori vanno fuori prima del pranzo e ci si sente quel lusso che quasi vi mette soggezione, chi lo paga? Egli no di certo! Una sera anzi Ambrogino arrivò a casa tutto profumato. E pur lui soldi in profumi non ne spendeva: ebbene, olezzava di viole come un pratello d’aprile. E anche questo gratis. Basta passar vicino a una signora, eccoti bell’e profumato.

Ma a volerle raccontare tutte non si finirebbe così presto. Se uno vuole istruirsi — il che non era il caso di Don Ambrogino, — vedi quante conferenze, università, quanti circoli di pnblico insegnamento con una filza di professori patentati, più lunga della lista dei piatti del [p. 79 modifica]gran banchetto che qualunque mortale può con tenue pecunia offrire a sè stesso al caffè X***: dove si comincia il primo piatto col Mèlange Biffi, poi sfilano consumè, omelette al burro, aspergi all’uovo, salade alla russe, gelati a la napolitaine, che c’è da prendere l’olio di ricino se uno vuol mangiar tutto quel che regalano per quattro lire: come era accaduto a lui una volta che aveva voluto provare.

E i teatri? Ogni tanto opere nuove, ogni inverno, si può dire, è la rivelazione di qualche genio musicale o dramatico o poetico. Come è nato? Nessun lo saprebbe dire con sicurezza. Le trombe della fama intanto suonano: i giornali ripetono quel nome e te lo inchiodano in mente come L’acqua chinina Migone: Volete la salute? ecc.. Cioccolata Suchard, ecc. L’anno dopo si mette da parte quel primo genio e viene fuori un altro genio: insomma sempre articoli nuovi; e pare che ci voglia proprio quel terreno lì della Galleria perchè nascano simili artisti. Ben è vero che Don Ambrogino preferiva la serie dei quintini al teatro, alla poesia, alle conferenze; ma stando a Milano a furia di sentir ripetere certi nomi e certi giudizi, si acquista, naturalmente, un abito artistico e critico. Questo nessuno lo può negare! Passate, ad es., per le nuove vie, XX Settembre, Via Dante, ecc. Ma voi educate il gusto allo stile architettonico, alla originalità del bello, all’idealità estetica più fine. Tutto quivi ormai è floreale, liliale, spiritale: figure parietali, fregi, cancellate; ideali anche i marmi perchè sono di scagliola, fredda e lustra, come la prosa di un letterato che si rispetti e sia rispettato dalle Autorità superiori. Di reale in quelle case non c’è che il prezzo della pigione.

E le istituzioni umanitarie? Agli affamati all’ultimo stadio è offerto il pane graziosamente: le madri che hanno altre cose a cui attendere, trovano balia e baliatico: gli scolaretti poveri pane e pietanza ogni dì: i fanciulli [p. 80 modifica]abbandonati dai genitori, non mancano di chi li accolga, nutra ed allevi.

Certo, un filosofo idealista o brontolone potrebbe preferire che le madri non attendessero ad altro lavoro che la casa e non avessero il seno esausto; che i genitori non abbandonassero i loro nati alla via, che non ci fossero affamati di pane; che i padri potessero dar loro ai figliuoli la colazione e che, invece di stili floreali, ogni abitazione avesse lo spazio, l’aria e la luce per abitarvi pudicamente e secondo le savie leggi d’Igea. Ma santa ragione! A tirar troppo, la corda si schianta. Se il pater familias (poniamo) si trovasse proprio bene a casa sua, frequenterebbe meno l’osteria. Ciò è evidente. Ma in questo caso gli interessi dei mercanti di vino sarebbero danneggiati; e se tutti vivessero secondo l’igiene, i fabbricatori di tonici, di corroboranti, di prodotti adatti a debellare l’anemia, la scrofola, la nevrosi dovrebbero chiedere il fallimento. Non è cosi?

Insomma a pretendere troppo, a volere essere troppo filosofi e perfetti, si rischia di sentirsi chiuder la bocca da una risposta consimile a quella che il conte Attilio diede a quell’impenitente idealista che fu Padre Cristoforo: risposta che sembra stolta, ed è savissima per il fatto che gli uomini la deridono, ma agiscono invece in conformità di essa.

Al banchetto di Don Rodrigo sorse gran disputa su questo argomento, se fosse lecito ad un cavaliere bastonare il portatore di un cartello di sfida. Padre Cristoforo, costretto a dir la sua, espose il parere che non ci fossero nè sfide, nè portatori, nè bastonate. Al che il conte Attilio rispose: «Ma, Padre Cristoforo, padron mio colendissimo, con queste sue massime lei mi vorrebbe mandare il mondo sottosopra».

E così dicasi a chiunque troppo pretende dall’umana natura. [p. 81 modifica]

Fra le molte felicità di Ambrogino vi fu però una scoperta triste.

Non era nè il risotto, nè il barbèra, secondo lui deteriorati da quel che erano in antico, no, era un’altra cosa di cui a bella prima non si voleva persuadere, ma di cui dovette mal suo grado amaramente convincersi.

Lasciamo stare che i milanesi veri come lui, dal cuore largo e dal parlar rude e franco, non erano più che in pochi: c’erano veneti, friulani, emiliani: ma pazienza! Non per nulla si era fatta l’Italia. Ma i tedeschi, ma gli svizzeri, che c’entravano loro?

Per certe strade non si sente che parlar tedesco, e tutta gente ben vestita, e che pezzi d’uomini e di donne, e che tuono! Li aveva visti lui! Entrano nelle botteghe, comandano come fossero loro i padroni: questo modo di fare se lo poteva tutt’al più permettere lui che era vero cittadino di Milano, ma loro! Se lui avesse dovuto andare a Berlino o a Vienna, si sarebbe presentato col cappello alla mano, avrebbe chiesto licenza come si fa quando si entra in casa degli altri: invece loro...! Un giorno alla birreria ne aveva vicini due, grossi come due corazzieri: mangiavano quelle carni tedesche affumicate facendo scricchiolare sotto i denti i salzstangen: parlavano, e non sapeva certo lui di che cosa, ma senti due o tre volte il nome d’Italia detto in un certo modo che gli si inacidì il sangue, e uno rideva con una certa bocca che pareva voler dire: noi mangiare tutta bella Italia con tutto risotto e con tutti maccaroni, e bere anche tutto vino.

Avea mutato di posto per non compromettersi e avea chiesto al cameriere un giornale: il cameriere, nemmeno a farlo apposta, gli avea buttato lì cinque o sei giornali tedeschi di cui non si capiva nemmeno il titolo. [p. 82 modifica]

Anca ti te diventet todesch? — avea chiesto al giovane, il quale di rimando:

Was wollen Sie?

Copet! — avea sclamato Ambrogino, e se ne era andato.

Del resto, per lui, tutti i partiti andavano bene, non per niente era stato nell’Italia del sud per tanti anni dove partiti veri non ve ne sono fuor che questo: mangia ti che mangi anca mi! e avrebbe anche lui condiviso le opinioni di un suo compagno di tarocchi che al mattino a messa è cattolico, quando deve trattare i suoi affari, è monarchico, e la sera, quando ha la pancia piena, rivolge un pensierino altruistico a chi muore di fame e diventa socialista; e se arriva al sesto quintino e perde al giuoco, minaccia di diventar anarchico. Anche per Ambrogino, dico, ogni partito andava bene, ma quella cosa lì dei tedeschi non la poteva mandar giù e poi non la capiva. Per che cosa dunque aveva fatto le cinque giornate? Veramente lui non avea combattuto, ma essendo che in quell’anno era nel grembo di sua mamma, e sua mamma avea anche lei buttato giù la mobilia dalle finestre e avea sentito il fischio delle palle dei croati di Radetzky, così si poteva, a tutto rigor di termini, affermare che anche lui l’aveva fatto il quarant’otto.

— I tedeschi li abbiamo cacciati dalla porta e sono tornati dalla finestra.

— Puoi dire invece, — corresse quel suo compagno di tarocchi, — che li abbiamo buttati giù dalla finestra ed entrano trionfalmente per la porta, e le nostre ricchezze naturali e i nostri commerci sono in gran parte in mani loro.

Ma uno della compagnia (che questi ragionari si tenevano alla sera in un’osteriuzza, fra molti quinti di così detto barbèra) diè sulla voce a tutt’e due chiamandoli vecchi; non più all’altezza dei tempi. [p. 83 modifica]

— Abbonatevi qui se volete capire qualche cosa, — e colui aveva buttato in mezzo del tappeto verde un certo giornale. Era costui grande elettore democratico e rimbeccò sdegnosamente: — Ma che tedeschi, ma che croati, ma che italiani? Tutti fratelli! Leggete il Verbo! (cioè quel giornale).

E a Don Ambrogino era allora venuta fuori una frase che dovea essere stata bella perchè anche un’altra compagnia che giocava a tresette ad un tavolo vicino, applaudì. Avea risposto: — Bene, fratelli! ma loro fratelli padroni e noi fratelli servitori e bastonati. Provate andare da loro a fare i fratelli negli affari e vedrete cosa vi rispondono!

Quella notte (la disputa si era protratta ben tardi) rincasando al lume delle lampade elettriche che non costano un bel niente, egli rimuginava le cose dette ed udite e ne sentiva tristezza, giacchè, essendo vecchio, l’idea nuova e nobilissima della fratellanza universale non riusciva ad imprimersi nei lobi già induriti dal cervello; ma si consolò ben presto quando fu davanti alla sua stufa razionale e anglo-americana.

— Ambrogino, vuoi viver felice e vedere il secolo? Ecco l’elixire: ogni mattina un biccherino di me ne impipo e perciò, comunque le cose vadano, nun te ne incaricà! — e fece il noto gesto che.avea appreso nella sua lunga dimora laggiù. — La tua casa, la tua stufa, la tua pensione non te la porteranno via per questo! Tu sei solo, e tu andrai sempre bene. Tu non sei come quei poveri diavoli là!

Erano le due dopo la mezzanotte: nella casa di contro luceva ancora la lampada.

— Si vede che il piccirillo non vuol dormire, — ar[p. 84 modifica]gomentò Don Ambrogino, spogliandosi e ripiegando e spazzolando i suoi abiti di mano in mano che se li toglieva di dosso. — Ambrogino, nun te ne incaricà! — ripetè e spense il lume ravvolgendosi nelle lenzuola, e questa giaculatoria era come la sua preghiera serale.

Maggio! È venuto maggio con le rose e i mughetti. Milano splende e suona operosa nel sole. Sono verdi i prati come smeraldi. I giardini espongono le loro aiuole fiorite de’ fiori più rari: il parco è un incanto. Le ruote delle carrozze signorili scintillano e passano co’ loro cerchioni di gomma sulla ghiaia fine, ondeggiano mollemente sospese alle grandi cinghie: i palafreni che vanno di bel portante fanno suonare i metalli de’ loro fornimenti e il loro trotto pare che abbia ritmo di musica.

— Questo bel parco, questo splendido giardino io li posso godere come fossero una mia proprietà, — dicea Don Ambrogino; e poichè il medico gli ha consigliato la cura primaverile del latte come antidoto a quella invernale del barbèra, così egli si reca ogni mattina alla latteria dei Giardini publici; e v’è una stalla «razionale», cioè modello, ove le mucche sono più pulite ed hanno più comoda stanza dei cristiani; e il latte è servito in fini cristalli con sottocoppe di squisito lavoro e vi sono bei sedili e opache ombre per bere il detto latte alla frescura: e fanno il servizio belle giovani in grembiule bianco.

Alla latteria ha incontrato una giovane donna col cappellino, e un bambinello in braccio: stentò un poco a riconoscerla, ma poi la ravvisò. Poverina, come è data giù! E la sua vicina di casa che viene a comperare il [p. 85 modifica]latte pel bambino: il quale però è assai florido. Non è più uno sdentato, ha già due dentini.

— Che bella primavera! par di essere in campagna! — aveft esclamato Don Ambrogino, e si era presentato come suo vicino di casa.

— Mi pare bene di averlo veduto! — osservò la giovane.

— Sono stato anch’io laggiù tanti anni, che le conosco bene quelle parti.

Ella parve contenta di questa informazione e disse che ciò si capiva un pochino anche dalla parlata, e aggiunse che ella era di Siena e suo marito di Nocera de’ Pagani.

Eh, eh! li conosceva bene tutti quei luoghi dell’Italia bassa, Ambrogino; li conosceva meglio di Porta Ticinese, e a Nocera c’era stato un anno.

— Già, noi ci siamo conosciuti e sposati laggiù, — disse ella. — Conosce allora il tale, la tal’altra, quella che ha sposato, ecc.? quello che ha fatto, ecc.?

— Altrochè! — Altrochè se Ambrogino li conosceva: che cos’è che non conosceva lui?

— Eh, Milano, — sospirò la giovane, — è una grande città, gran commercio; vi sono i fratelli Bocconi che li conoscono anche dalle nostre parti, laggiù, e mi scrivono perchè faccia compre: ma son gente superbiosa i milanesi!

Ambrogino protestò.

— I milanesi veri, i veri ambrosiani hanno un cuore grand inscì. Peccato — e qui anche Ambrogino sospirò, — che i veri milanesi di Milano vadano scomparendo.

— Sarà come lei dice, ma noi si stava meglio laggiù, nel paese del mi’ marito, benchè io come gli ho detto, sia senese. Ma tant’è: mi ci era abituata! E poi lo sa bene: «A ogni uccello su’ nido è bello!»

— Già, come dicono anche a Milano: Milan e poeu pu! [p. 86 modifica]

E così fecero conoscenza e si vedevano sovente ed ella gli raccontava dell’esser suo.

— Quella, — ella diceva, — era stata un annataccia; ma poteva andar peggio, e c’era da ringraziare la Provvidenza perchè il cittino stava bene e non avea avuto nè il lattime nè la rachitide: un vero miracolo se si pensa che si deve vivere in quelle du’ stanzine basse basse e senza mai sole. Guardi che bei dentini gli ha messo: questo si può proprio dire che glieli ho fatti io col mi’ sangue. — Lei sì l’era data giù! Ora del latte non ne avea più tanto, e il medico avea consigliato il latte della latteria dei Giardini.

— Pensi, signor mio, che cosa mi costa questo latte! Da porta Ticinese venir sin qui col bimbo in braccio, io non reggo: dunque dieci centesimi del tranvai a venire, e dieci a tornare: un po’ il bimbo ne beve, un po’ bisogna portarne a casa e sa, è vero, che cosa costa qui il latte al litro, che non è mai un litro? dieci soldi. Anche dal macellaio, dal pizzicagnolo, dal droghiere....

— Sì dal fondeghee — corresse Ambrogino»

.... non danno mai la misura giusta: mettono certi pezzettacci di carta fatti a bella posta con la calce che su di un etto se ne vanno venti grammi a dir pochino: e poi danno certe spinte alla bilancia che la va giù se anche non vuole. Io un giorno ho fatto le mi’ rimostranze, e si dovevano mostrar confusi: che! Hanno risposto, e con che tono, e m’hanno chiesto se la su’ pigione e le su’ tasse le pagavo io: creda che son molto superbiosi i milanesi.

E poi, eh dico, signor mio, non gli hanno mica una gran creanza! Che almeno avessero quella! Tu vai in una bottega e ti senti chiamare dal merciaio: ehi lee, [p. 87 modifica]popòla, bella tosa! ma son modi codesti? I primi tempi me ne feci caso: oh, per chi mi han presa, per una poco di buono? diceva fra me: ma poi non ci badai più: ho inteso che anche alle signore dicono così a volte.

— Ma già — spiegò Ambrogino che si divertiva a sentire quel bel toscano in bocca di giovane donna: lingua che, dopo il milanese, è, a suo avviso, la più gentile d’Italia — è un modo di dire: anche a me, vedela, me disen bel tos.

— Ma sono anche — ribattè lei — tanto sfacciati: anno, quando venni qui, che ero un po’ bellocia, sentivo de’ ragazzacci buttarmi de’ complimenti che chiamavano gli schiaffi....

— Che li compatisca, la mia signora, — disse Ambrogino in modo che ella ne rise — fan mica a posta! Siamo sensibili, noi milanesi, alla bellezza, non ce ne abbiamo colpa noi. Siamo sempre stati inscì fin dai tempi della battaglia di Legnano.

Ella proseguì:

— Ora la faccia il su’ conto: per il latte sono quattordici soldi che vanno ogni volta, a farla misera; e io non ho più tempo di accudire alle mi’ faccenduole e il mi’ marito mi sgrida perchè non trova la colazione pronta. Ma come s’ha a fare che le braccia son due e questi piccini non intendono ragioni? Ho provato il latte del lattaio, ma la è tutta roba artefatta: sarà abilità codesta di affaturare tutto, ma i bimbi ne soffrono. Anch’io, veda, dovrei venir qui a bere il latte perchè sono diventata anemica; ma se bevo io non beve il bimbo, le pare? Al mi’ paese il latte puro....

Don Ambrogino fece osservare che quel latte lì si mungeva su di un terreno assai caro, e che quelle mucche erano tenute con ogni regola, tanto che il veterinario le visita ogni giorno.

— Eh, lei avrà ragione, ma tutte queste belle cose [p. 88 modifica]non le mangia mica il mi’ bimbo e invece la paga è sempre quella! I piccoli impiegati come noi non possono ricorrere alla beneficenza come fanno gli operai, e aggiunga codesto: che per noi vi son troppe esigenze. Vuol che glielo dica che io mi vergogno a uscir di casa così mal vestita? Creda, avere de’ figliuoli qui è un lusso come avere una pariglia: lo stesso preciso. Io ero venuta a Milano con qualche scudo del mio e ora ce n’è rimasti pochini. Glielo dico a lei: già tanto nessuno mi conosce.

E così parlavano sotto una bella ombria: e Don Ambrogino a sua volta le ragionava del suo passato, dei suoi fiori, del suo appartamento, della sua stufa. Quanto alla questione de’ figliuoli l’avea trovata lui la soluzione del problema: dovea fare come fanno molte spose a Milano, che i figliuoli li danno a balia e loro poi vanno commesse di negozio e si cavano la giornata come un uomo.

— Ah, lo so bene, — rispose la giovane, — che qui fanno così e il mi’ marito voleva bene che lo mandassi a balia, il mi’ citto. Ma veda: io al mi’ marito gli ubbidisco in tutto, che se mi dice sta costì e non ti muovere; e io non mi muovo: ma in questo di dare il mi’ figliuolo a balia, no, no, e poi no! L’ho fatto io? Lo voglio allevare io. Saran pregiudizi, ma il mi’ sentimento mi dà così: che si fanno i figliuoli per il piacere di farli? E poi ne muore la metà di quelli che vanno a balia.

«Buona tosa, ma un po’ cialla, — che gli è come dire un po’ melensa, pensava Don Ambrogino: — quella lì non capirà mai cos’è Milano. Si muore a balia? Ma son morto io che sono stato dato a balia?» [p. 89 modifica]

Ma, ohimè, Ambrogino ne dovea sentir venir fuori delle altre da quelle pallide labbra di mamma giovane, e con le parole vennero fuori anche certe lagrime amare.

La pace non c’è ora più in famiglia: suo marito che prima era tanto buono, tanto di casa, adesso non lo si riconosce più: non la guarda più e la trascura.

— Guardi le mi’ mani come son diventate rosse a lavare i piatti! — dicea. — Bisognerebbe far quello che fa la inquilina del primo piano! Tutto il giorno si gingilla in vestaglia, una più bella dell’altra, e quando esce la sera, veder che roba! Quella lì il mi’ marito la guarda, e i fornitori le fanno credito e la chiamano sciora con tanto di inchino, e non è invece che una svergognata, una mala femmina. Son sola il giorno perchè lui è all’ufficio: son sola la notte, perchè quando ha mangiato quel boccone, scappa, e chi lo vede più? La mia compagnia è questo povero citto. Lui, poverino, non intende nulla, gli ha otto mesi oramai, si figuri! ma io ragiono con lui come se fosse grande e certe volte fa certi sorrisi aperti che pare intenda tutto, e invece so che non intende nulla. E mi dica con chi dovrei parlare tutto il giorno e tutta la sera quant’è lunga?

— Che la guardi che ride! — disse Ambrogino.

— Ma se le dico che par che intenda tutto! veda que’ du’ dentini che gli sono spuntati? veda come son bellini bianchi? La mi’ pena era che non gli nascessero denti: che è segno di rachitide e invece se lei ci mette il dito sente come le gengive sono accalorate.

Ambrogino, benchè di bimbi avesse poca esperienza, si sfogava in elogi e lei rispondeva crollando le spalle, e aveva certi «che, che!» e un certo modo di dire così grazioso che non c’è neanche in milanese: diceva: «ca[p. 90 modifica]nini, gattini e bambini di contadini son carini quando son piccini». Dopo poi! — e qui un gran segno. — Io, veda, vorrei che restasse sempre così piccino.

30 maggio. Gran premio del commercio. Chi vuol vedere che città sia Milano, deve venir qui il maggio quando ci sono a S. Siro le corse, quelle che fanno i signori. Sono spettacoli che non si vedono in nessuna altra parte del mondo, ovvero bisogna andare a Parigi a Londra; e quanto costano? Un bel niente.

Quelli poi che sanno fare a giocare, con cinque lire ne possono guadagnare anche cento. Ci si provò Ambrogino, ma tutto quel gergo degli scomettitori non gli volle entrare, e si accontentò per allora di assistere al ritorno delle corse.

La gente sta sotto il sole come lui stava, finchè arrivano le prime carrozze: tutta via Dante, tutto il largo Cairoli è zeppo di gente, e tutta ben vestita, perchè a Milano se qualcuno ha della miseria, se la tiene in casa e non la mette in mostra. I soldati a cavallo, i carabinieri in gran tenuta, col piumaccio rosso, regolano la folla e fanno proprio un gran bel vedere. Ambrogino non è uomo belligero, ma i bei soldati sui bei cavalli gli piacciono. Almeno — egli pensa — già che si pagano le tasse, che si accontenti un poco anche la vista dei contribuenti.

Proprio mentre Ambrogino, con un occhio degno di un agente delle imposte, computava per passatempo quanto potesse guadagnare un caffè come l’Eden con tutti quei tavoli esposti, si abbattè nella giovane sposa che avea il bambino in braccio, con una bella cuffiettina nova, di bucato, tutta a sbecchi. La sposina presentò Ambrogino a Pasqua, il marito, che già si conoscevano di vista e di saluto. [p. 91 modifica]

Quando cominciarono a sfilare le grandi carrozze e le berline, più superbe che un tempo quelle de’ cavadenti, la giovane donna non potè frenarsi a quel nembo di folgorante ricchezza che passava davanti alla sua timida ammirazione. E ritta sulla punta de’ piedi, sporgevasi in avanti quasi dimenticando il bambino che reggeva, e le esclamazioni di stupore le fiorivano sulle labbra smorte.

Ma Ambrogino che godea di quell’ammirazione quasi che quelle berline, que’ sauri che nel muoversi luceano come di raso, quello splendore di vestimenta e di monili fossero stati un tantino di sua proprietà, le diceva sorridendo di giusto trionfo:

— Altro che il palio di Siena!

— È altra cosa — rispondea lei a pena, senza voltarsi. — Ma certo questo seduce di più.

Chi non sorrise, chi non spianò la fronte fu Pasquà. Si faceva livido. Finalmente scoppiò a dire grignando i denti:

Quanto se’ fessa! Ammira, ammira perchè è tutto sangue del povero quello che hanno addosso quella gente lassù, e lo portano in mostra. Ma lo vogliamo fare anche noi il maggio con del rosso di sangue: e li mortaretti per da vero.

Ambrogino gli fece osservare che li si veniva per divertirsi, e non per guastarsi il fegato.

— Sfruttatori, sia pure, — dicea, — ma lei poverina che colpa ce n’ha?

— Ci ha colpa sì, ci ha colpa! — rispose lui con fare cupo e da cattivo. — Via a casa che non la voglio più vedere questa mascherata!

Lei supplicò un altro istante.

— A casa, dico — ripetè lui, e ruppe di traverso la folla estatica. Lei gli andò docilmente dietro con la cuffietta bianca del bambino che, immemore, sopravanzava la gente. [p. 92 modifica]

— Della felicità non ce ne deve essere tanta — disse a sè stesso Ambrogino, come la coppia scomparve.

Il dì seguente Ambrogino vedendo la sposa ai giardini, si le chiese bonariamente:

— Suo marito Pasquale non deve mica essere monarchico costituzionale.

— Che! Lui ora è tutto per la rivoluzione.

— E lei cosa ne dice?

— Io? che vuol che le dica. A me dispiace perchè ho paura che si comprometta, che perda l’impiego e forse peggio. Del resto io non me ne intendo di politica. Quello che le posso assicurare è che quando comincia a mancar la roba in casa, si finisce col perdere tutti i buoni sentimenti e ad acquistare tutti i sentimenti cattivi: uomini e donne.

— Gli dica a suo marito — disse allora seriamente Ambrogino — che stia attento. Delle volte a parlar troppo forte di certe cose può capitar male....

— Glielo ho detto tante volte — rispose lei. — Ma sa che mi risponde? Che se lo prendono anche, lui ha piacere. Sono i cattivi compagni che lo hanno guastato, creda, — concluse tristamente.

— E che cosa vuole?

— Lui dice che vuole il comunismo e la rivoluzione; e anzi una volta per celia io gli dissi: «Oh, vai, allora mi farò un bel damo anch’io!»

— E lui?

— Lui m’ha dato un ceffone.

In verità la felicità aveva fatto S. Michele da quelle due stanzette dove un tempo le due tortore aveano edificato il loro nido d’amore. [p. 93 modifica]

Passò un anno ed è il giugno. Oh, gli ultimi anni della vita devono pur essere allegri e chi può, gode, viva dio! Don Ambrogino si è persuaso che luglio, agosto e settembre non sono i mesi più belli e salubri in Milano, e quel suo nipote che sta a Menaggio gli ha detto che se vuol venire a far campagna, una stanza a sua disposizione ce l’ha, e per mangiare si accozzerà il pentolino.

Ambrogino ha accettato.

Chi lo vede adesso sul lago con un berretto alla russa, ben rasato e i baffi grigi tirati su le gote piene e rubizze, lo può scambiare per un maggiore in ritiro o per un gentiluomo straniero, e invece è semplicemente Ambrogino: il quale se ne sta in un battelletto alla frescura attendendo senza impazienza che qualche luccio o trota onori l’amo della sua lenza.

Ottobre. Don Ambrogino, se la va innanzi così, rischia di riuscire una persona qualificata. Le sue buone qualità sono state apprezzate sul lago di Como più che a Milano: uomo indipendente, gentile con tutti, con un passato che è una garanzia d’ordine, con certe idee moderne che gli fanno molto onore; insomma, l’ho a dire? gli è stato proposto se voleva accettare d’essere consigliere comunale.

Naturalmente avea rifiutato, ma in un certo modo che si capiva bene che non avrebbe detto di no ad una seconda preghiera. Però quell’offerta gli avea cagionato una gran gioia. Il Governo lo aveva liquidato senza dargli nè meno uno straccio di croce. Il suo paese invece riparava ai torti e faceva quel conto che si doveva dei suoi meriti. [p. 94 modifica]

Novembre. Don Ambrogino è tornato a Milano: è dubbio però se, riuscendo eletto, non trasporterà i suoi penati e la sua stufa a Menaggio.

Ha riveduto la sposina. Lui le ha contato come passò quattro mesi sul lago e che bella vita vi si conduce. Lei alla sua volta gli ha raccontato che adesso lavora in casa per conto di un mercante di abitini fatti.

— E il suo Pasquà?

La sposina alzò le spalle:

— Peggio di prima — disse.

— E come va per il resto? Coi milanesi ha fatto la pace? Ci si è adattata al risotto e al minestrone?

— Eh, così, così — disse sorridendo — ci si viene abituando un po’ per volta. Sa che devo andare in un negozio di mode come banchiera? mi prenderebbero volentieri, mica per la bellezza che non c’è, ma per la parlata: due franchi al giorno e la colazione. Se non fosse pel bambino avrei di già accettato.

— Vede che si adatta anche lei? — disse Ambrobrogino. — Milano è fatta a posta per svegliar le gente.

— Sì, sì, non sono più così sciocca come prima! — e pareva volesse dire dell’altro, ma si spicciò con un: — Arrivederla, signor Ambrogino.

Ambrogino la seguì con lo sguardo. Ora camminava non più impacciata come una volta; ma avea preso quel fare galante e sciolto della pedina milanese. Il volto non avea acquistato lietezza di vivo sangue, ma da quel pallore traeva profitto l’acconciatura dei capelli e la studiata cura del volto, le quali arti prima le erano ignote. [p. 95 modifica]

1.° dicembre. Il bambino della vicina deve essere ammalato perchè la finestra della stanza da letto degli sposi è rimasta illuminata tutta la notte. Si vedevano due ombre passare spesso, era lui ed era lei. Dunque segno che il piccirillo era ammalato. Anche la notte seguente tornando a casa vide la luce splendere lassù in alto: stette un poco con gli occhi a guardare come uno che fa un pensiero, ma non lo conduce a termine: mosse il passo per avvicinarsi al portone della casa di fronte, ma poi voltò in dietro e infilò la chiave nello sportello della sua casa. Se c’è sospetto di una sventura a destra, e tu volta a sinistra! Questa è filosofia pratica.

Quando si svegliò (anzi lo svegliò la portinaia col fattorino della posta che recava una lettera per espresso) erano le otto suonate. La lettera era del nipote che gli scriveva di prendere subito il treno e venire a Menaggio, e c’era una lettera d’invito del Comitato elettorale per un’adunanza, e che si affrettasse: tutto andava benone, ma bisognava che si facesse vedere, che parlasse: non per gli amici, ma per non dar pretesto agli avversari con la sua assenza.

Ambrogino mise fuori d’un salto le gambe dal letto, si vestì in fretta, fece la spesa di una vettura e si fece portare alla stazione del Nord, che il treno per Como partiva in quel punto.

Guarda come è fatto il mondo e specialmente quello che ha l’onore di circondare Milano! Era partito che la nebbia era grigia e densa da tagliar col coltello: ebbene a pena a Saronno, si diradava in una lieve trasparenza di sole che parea tepido, e procedendo ancora, nei pressi di Fino, venivano fuori le ville bianche, le vette dei colli brianzoli ridenti come visi di donne che si tolgano il velo. Ecco lassù Brunate nel sole! [p. 96 modifica]

Dal treno saltò sul battello, e allo sbarco a Menaggio c’erano il nipote ed alcuni amici ad aspettarlo. Temevano che non arrivasse. Macchè! svelto come un giovinotto, Ambrogino era venuto. Subito in carrozza, e di lì alla sede del Comitato.

Che cosa avea detto? che cosa avea fatto Ambrogino in quella memorabile seduta?

Ah, la sua felicità non era mai stata così completa: non già perchè l’elezione era assicurata, no, ma perchè avea scoperto in se stesso delle virtù nuove che non credeva di possedere. Preso così d’improvviso, avea parlato, avea detto il suo parere su molte questioni amministrative e politiche, tanto che gli avevano detto «bravo!» anche gli avversari che erano lì nella sala. Macche repubblicani, macche monarchici, macche socialisti, macche clericali! cose vecchie. V’è un’idea buona dei socialisti? Subito in pratica. V’è un’idea buona dei clericali? E in pratica anche lei e presto: e su questo tuono avea seguitato a parlare finendo con tali preziose conclusioni: E tempo che non vi sia che un solo partito: quello che nei limiti della possibilità e della ragionevolezza faccia il bene di tutte le classi sociali. E tempo finalmente che gli uomini godano la felicità che loro è dovuta! Questa anzi era stata l’idea direttrice, se vogliam credere che ne avesse avuta una, del suo discorso e, avea scombussolati i piani degli amici e degli avversari. Questi pensieri lo accompagnarono per tutto il viaggio del ritorno nel dì seguente, come una caramella ben grossa che il bimbo si è messa in bocca e avaramente succhia per tutto il viaggio.

Ma quando fu davanti alla soglia di casa sua, vide una cosa nuova che interruppe il corso dei suoi festosi pensieri; e un’imagine lugubre volle penetrare a forza nella mente lieta di Ambrogino. [p. 97 modifica]

Il portone della casa di fronte era per metà socchiuso. Ora è uso a Milano, a pena qualcuno muore, di chiudere uno dei due battenti.

Guardò in su alle finestre della casa come se quelle avessero dovuto dire qualche cosa: non dicevano nulla; solo nell’aria gelida, dal cielo di piombo, venivano giù certe piccole falde di neve: preavviso di una nevicata, di quelle nevicate grandi che coprono tutto, che hanno virtù di Stranamente addormentare i rumori dell’opera umana.

Evidentemente il piccirillo è morto!

E anche questa volta Ambrogino parve titubare; ma si risolse alfine per quell’azione che il torpido egoismo senile gli inibiva.

Entrò dunque e domandò al portinaio se era morto il figlio della napoletana, che così era chiamata, giacchè nel nostro dolce paese è uso comune dire «napoletano» uno di qualsiasi regione dell’Italia meridionale o centrale: nel modo istesso che un emiliano, un lombardo, un veneto, nell’Italia meridionale, viene chiamato piemontese.

— Sì, sì, l’è morto ieri — rispose il portinaio dal suo deschetto a pena illuminato da un barlume che cadea dall’alto d’un finestrino — ma credo che sia stato meglio così — concluse con quella filosofia stoica e paziente sulle mondane sventure che è caratteristica dei portinai in genere e del portinaio milanese in ispecie.

— Si può andar di sopra?

— Tutte le volte che vuole.

Andò dunque di sopra e si trascinò sino all’ultimo pianerottolo, e a ogni ripiano delle viscide scale lo nauseava quel tanfo di privato in comune. Credeva, di mano in mano che saliva, di sentire dei gemiti e degli strilli, e ne avea disgusto e sgomento: invece era tutto quieto [p. 98 modifica]anche davanti alla porticina verde e chiusa ove stava la napoletana.

— È qui dove sta la napoletana? — domandò ad una bambinella che sul ripiano giocava placidamente alla bambola con due altre bambine.

Quella che ghe mort el fiolin? — chiese. — Sì, la sta lì.

E Ambrogino tirò di campanello.

Venne quasi subito ad aprire lei.

Aveva gli occhi rossi e gonfi ma non piangeva: si era vestita di nero ed era tutta ravviatina.

— Povera tosa! — compassionò Ambrogino prendendo la mano di lei, fredda e umidiccia, tra le sue. — Ma come l’è stata?

La madre sospirò di un sospiro profondo e senza lagrime, e poi disse:

— Venga pur avanti, signor Ambrogino.

— Non c’è mica lui. Pasquà?

— No, è fuori.

Attraversò un piccolo corridoio buio, dove si sentiva dall’odore e si capiva da una tenda rossa che c’era dietro il fornello, e poi entrarono in una stanzettina.

Era la stanzettina dalle cui finestre, tre anni avanti, avea visto le due tortorelle baciarsi e fare il loro nido adorato. Allora era un giorno grigio come in quel dì, e l’aria avea anche allora il sospiro pieno di raccolta pace della neve.

— La si accomodi qui, — disse la giovane, e lo fece sedere vicino al tavolo da lavoro dove c’erano le cuffie, le maglie che la donna lavorava per il mercante.

Ella cominciò a raccontare com’era stata la cosa e lui, prima di sedersi, fece atto di levarsi il cappotto.

— No, lo tenga, — disse lei, — non faccia complimenti, qui è freddo, — e seguitò a raccontare tutta la malattia con una tranquillità indifferente che fece mera[p. 99 modifica]vigliare Ambrogino. Pareva che parlasse dei casi successi ad un altra persona.

— Gli è stato meglio così, sì proprio, meglio cosi! — concluse infine come ebbe il tutto minutamente narrato; e non sapeva poi dir altro che queste poche parole e lui voleva domandare perchè diceva che era stato meglio così; ma allora lei scoppiò in un gran pianto, così grande e con tante lagrime da quegli occhi rossi e gonfi che Ambrogino ne ebbe pietà e le prese la testa e la appoggiò contro il suo pastrano e stette tanto così che sentiva il caldo di quelli occhi e di quelle lagrime arrivargli alle carni.

Si calmò un poco per volta e ritornò come prima, e come prima ripetè:

— Gli è stato, creda, meglio così: il Signore che dicono che non c’è, ha capito lui le cose e se l’è preso; sì, meglio così: ora la è finita: gli è finito tutto. Anche la famiglia fa liquidazione per fine stagione, come dice il mio mercante.

— Ma perchè? — domandò Ambrogino che era confuso a quella forma di vivo dolore; e lui era tanto che non conosceva il vivo dolore; se pur l’avea mai conosciuto!

— Perchè? — rispose ella, — e me lo chiede? Perchè sarebbe stato un infelice, perchè il su’ babbo è un poco di buono e io.... io, — e si strinse nelle spalle, — io non ho più la forza di essere una mamma come dev’essere una mamma, e quando le mamme e i babbi non devono essere buoni, è meglio che i figliuoli se li prenda il Signore. Veda, noi tutti si vive così, giorno per giorno, si pensa a tante cose, a questo a quello; ma quando si more allora soltanto si capisce che cosa è la vita, allora ci è detta una gran parola, e lui poverino, veda, che aveva du’ anni soli, capì, sì, capì e chiamò il su’ babbo e la su’ mamma con una certa vocina che non diceva altro che: «babbo, mamma, tu qui e tu qui!» cioè io da una parte [p. 100 modifica]e lui da un’altra; e soltanto quando ci mettemmo come voleva lui, sembrò contento e poi spirò. Ma se l’avesse sentita quella voce! pareva che sapesse tutto, tutto quello che era stato, e che lui ci giudicasse; e ci ha voluti l’uno qua e l’altro là del su’ letto e teneva una manina su la mano di lui.... di Pasquà, e ci ha uniti per l’ultima volta con più santità che il prete all’altare quando ci ha sposati. — E la giovane donna che avea parlato così sino allora, scoppiò in un urlo orrendo che atterrì Ambrogino, e si ritrasse in fondo alla stanza e gridò tre volte: — Signore! Signore! Signore! — e si buttò per terra, sul pavimento, con le braccia stese che faceva pietà.

Ambrogino guardò attorno impaurito che venisse qualcuno, chiamato a quel grido che pareva la volessero ammazzare. Non c’era nessuno, ma già cadeva la neve e avvolgeva tutto nel silenzio.

Allora si accostò alla giovane quasi con sospetto e si chinò e la levò su, le pulì le vesti che erano imbrattate e col suo fazzoletto le asciugò il volto e non diceva nemmeno più «povera tosa»; ma crollava il capo come per dire: «ma guarda cosa c’è mai nel mondo!»

Dopo, per fortuna, la si riebbe da per sè, se no Ambrogino era deciso a chiamar gente, anzi dopo quello sfogo sembrò come sollevata. Sorrideva quasi e disse:

— Grazie, signor Ambrogio. Il Signore, che c’è (non l’ho mai sentito così bene da vicino come ora che c’è) il Signore le renderà merito della sua carità: non mi sono potuta sfogare con nessun altro e mi sono sfogata con lei, l’avevo qui nella gola come una cosa dura; ora l’ho mandata fuori. Lui, povero martire, l’ha pagata per tutti, oh, l’ha pagata per tutti! gli ha fatto come Cristo: è morto lui per gli altri, lui povero cittino, solo, capisce? solo e senza difesa!

— Ma che la non si commuova più...., — supplicò Ambrogino. [p. 101 modifica]

— No, no, adesso sono tranquilla, sto bene.

— E lui? Pasquà?

— Lui! Oh, ha sofferto anche lui, sì, povero infelice, perchè d’animo non era cattivo. Ma quello che è spezzato non si attaccca più. Liquidazione di tutto, le dico. Meglio cosi! Dopo che lui è passato, avrà bevuto più di una bottiglia di grappa: è diventato più feroce e più bruto di prima. Allora ci siamo accapigliati là, davanti a lui. Non voleva il prete e la croce, io la volevo. Finalmente ha ceduto. Ma ha detto che il cadavere lo vuol sbattere in faccia a qualcuno. Perchè ha detto che se era ricco, il su’ figliuolino non sarebbe morto; ha detto, e mi ha fatto paura.

Domandò Ambrogino: — E adesso dov’è?

— Adesso è andato a chiamare i compagni.

— A che ora lo portano via?

— Alle due, hanno detto, ma con questo tempo chissà se si potrà! Lo vuol vedere?

— No! no! — fece Ambrogino con gran riluttanza.

— Non fa mica paura, sa! — disse la donna sorridendo, — pare così che dorma. Venga!

Ma Ambrogino si tirava indietro.

— No, venga! — e aperse l’uscio della stanza.

Ambrogino allora dovette guardare e vide un corpicino disteso placidamente sul letticciuolo.

— Come è grande! forse perchè è tanto che non lo vedeva più! — sclamò a pena Ambrogino, e rimase con la bocca aperta.

Fra le manine incrociate c’era una corona; e la neve entrava dalla finestra aperta come una schiera di farfalle liete e stranie. Sì, pareva proprio che dormisse: solo quei dentini bianchi che venivano fuori dalle labbra, facevano pena e davano al visino un’espressione amara. Pareva gravemente imbronciato con la vita.

Ambrogino fece senza volerlo un antico, obliato segno [p. 102 modifica]della mano: il segno della croce, e alcune pure parole latine che invocano pace vera ed eterna gli ricorsero sulle labbra.

Dopo disse:

— Ci viene anche lei dietro?

— Oh sì, — rispose lei, — mi vestivo ora per quello.

Ambrogino salutò e disse che sarebbe venuto anche lui: si sentiva una certa cosa che gli moveva tutt’il sangue e aveva bisogno di respirar dell’aria. «Guarda che robe ci sono nel mondo!» e crollava il capo. Sul pianerottolo sedevano ancora le tre bambine, e la più grande domandò se il morticino era bello. Ma Ambrogino non vi badò: da tempo immemorabile non si era più commosso e adesso stava male. «Dovevo mica andare, ma già, se anche non andavo, quel dolore lì c’era lo stesso», diceva fra sè e sè. E alla prima bottega che trovò su’ suoi passi, entrò e prese un caffè con un bicchierino di cognac per darsi un po’ di spirito, «Certe cose non si dovrebbero mai andare a vedere, guastano il sangue. Povero bambino!»

Se lo ricordava quando veniva ai Giardini a bere il latte, e ne beveva! ed era tutto felice di giocare con la terra. Adesso della terra ne avrà anche troppo; e ricordava che gli aveva anche lui fatta una carezza su le guance. «Ne ha visto poco del mondo, lui!» E si sentiva delle vecchie lagrime nascere da ignote sorgenti e coprir le pupille. Ne era meravigliato, come era meravigliato di questo pensiero insistente che era proprio il contrario della linea direttiva del suo discorso politico e sociale; e tale pensiero mal suo grado gli si scolpiva davanti, netto: «La vita è cosa triste».

In via Santa Margherita passò davanti ad una bottega di fioraio: la neve cadeva, e dietro la smisurata [p. 103 modifica]superba vetrina, su un tappeto di capelvenere, giacevano come stanche di essere nate anzi tempo e senza sole, pallide rose e ciocche di gran viole. Dai verdi steli, invece, le orchidee spingevano i loro mostruosi e meravigliosi petali, come gole aperte di colubri; e le arzalee fiorivano in vaghe ombrelle.

Spinse la porta che era pur essa tutto un gran cristallo pesante.

C’era dentro il silenzioso e suntuoso negozio una dama coi capelli di rame e un mantello scarlatto puro fino ai piedi: un uomo con parvenza di gentiluomo e la commessa si adoperavano a fermar sul seno di colei, largo e sciolto, come si usa, ora, un gran mazzo di viole. Ella rideva con un’impudicizia superba e sicura da un bel volto che pareva lavorato a cesello nel pallido bronzo.

— Buon giorno! — disse la commessa volgendo il viso intento nell’opra, al nuovo venuto.

E Ambrogino disse che facesse pure che avea tempo, e si sedette. Quei due risero: si vagheggiarono a due grandi specchiere. Ella, la bella donna, volle porre alla sua volta un garofano bianco e magnifico all’occhiello di lui. E Ambrogino pensava che quando fosse stato consigliere avrebbe posto delle tasse da levar la pelle alle cose di lusso. Oh, in questo egli era socialista! Finalmente quei due adoratori della reciproca loro vanità se ne andarono.

— Io vorrei, — disse allora Ambrogino, — una corona di fiori per un povero bambino che è morto: mica molto grande e da non spendere tanto.

La giovane commessa disse che andava benissimo; ma quando espose il prezzo, ad Ambrogino parve che andasse malissimo.

— Cinquanta lire una coroncina per un piccolo bambino?

E la commessa spiegò che i fiori venivano tutti dalla riviera e che adesso coi teatri c’era un gran da fare. [p. 104 modifica]

E Ambrogino nicchiava. Se avesse avuto tempo sarebbe andato a Loreto dove c’è un giardiniere che doveva essere più a buon mercato.

«E poi per chi la compro la corona? — pensava tra sè e sè — Per lei no perchè è troppo afflitta e non se ne accorgerà nemmeno e non sta bene che io glielo dica: «guarda che ho comperato la corona», per lui no che è un miserabile: per il piccino no perchè non sente più.... Non sente più niente? E se sentisse, come sarebbe contento che io gli ho comperato la corona e mi sono ricordato di lui: povera robina piccola!» E pensava a delle cose strane e tristi, e la sua felice smemoratezza umana sentì distinto il suono di una verità che è come il tocco della campana sul faro del mare: suona sempre, ma noi non la udiamo se non quando la morte pone il dito su le labbra e dice: silenzio! e allora sentiamo bene, e solo quel suono ci pare vero e tutte le altre cose ci paiono cose vane.

La commessa intanto prese a dire, e parevano ad Ambrogino che fossero parole lontane:

— Se vuole spendere poco, faccia una cosa, prenda a nolo una di quelle corone di fiori secchi, fanno la loro figura e con quattro o cinque lire se la cava.

— No! no! — fece Ambrogino crollando il capo, — li voglio freschi, povero bambino.

— Allora parli col principale.

E sollevò una tenda e scoprì una stanzetta interna dove alcune donne facevano corone per morti e cestelli leggiadri per le cantanti: la tavola e il pavimento erano sparsi di fronde e’ di fiori: le donne legavano i mazzetti rapidamente e li infilavano in certe anime di paglia.

Venne il padrone e combinarono per quarantacinque lire una coroncina piccola di fiori freschi.

— Ma che siano belli, mica quella roba che è lì per terra! [p. 105 modifica]

— Stia tranquillo: lei sarà servito a dovere. Se ne andò.

Alle due era davanti alla porta del morticino.

Davanti alla porta c’era già il carro funebre con un vecchio cavallino bianco e il piccolo catafalco bianco: sul cocchiere e sul cavallino cadeva la neve. Nell’atrio c’era un prete che parlava con l’apparitore e stava dietro il portone per evitare la neve.

Ambrogino cercò con gli occhi e con animo sdegnato il padre: Pasquà. Ma quando lo vide, gli fece più pietà che ribrezzo. Se ne stava livido, impietrito, con gli occhi nel vuoto. Cinque o sei figure bieche e miserabili al par di lui lo circondavano senza parlare.

Ambrogino cercò con i suoi occhi gli occhi di Pasquà, ma non fu veduto.

Poco dopo scese giù dalle scale il becchino che qui chiamano con un bel nome greco: «il necroforo». Portava la piccola bara di abete sotto il braccio; e molti bimbi della casa seguivano la bara, e facevano sonar gli zoccoli di legno giù per le scale. Tutti si scansarono e si tolsero il cappello. La pesa nagott, sentiva Ambrogino che uno diceva. Il coperchio del sarcofago si alzò sulla piccola bara e ricadde con un rumore secco e forte.

All’apparire del feretro giù per la scala Ambrogino che non poteva staccar l’occhio da Pasquà, vide con un brivido di paura un lampo di belva passargli nella pupilla.

Fu un istante.

Ma quando la croce, stemma dell’umanità, fu inalberata davanti a lui e passò, il capo all’uomo cadde in giù, e i piedi strisciarono dietro il feretro.

Tutti gli altri seguirono.

Ambrogino vedeva la sua corona bianca più distinta [p. 106 modifica]di tutte le cose belle e grandi della grande città: distinta come una pia luce di stella fra molto buio e molte tenebre, e da quella corona si svolgeva l’aureola di un’idea che lo faceva lagrimare ancora:

— Chissà che non si ricordi!

Il piccolo, miserabile convoglio ora andava diritto, e ora il piccolo convoglio della morte avea forza di sospendere per un breve istante la furia potente dei tram, delle carrozze, della gente rapita dal lavoro: passava fra quelle vertigini di cose il piccolo convoglio, che solo va lento e sicuro, perchè va a meta sicura.

Si levava il cappello anche l’uomo del garofano bianco; si arrestava anche la dama dal mantello scarlatto: ultimo omaggio della civiltà alla verità.

Attraversò tutta Milano.

E quando furono poi nello spiazzale pulito entro il recinto del cimitero monumentale, dal carro fu tolta la piccola bara. Venivano giù intanto fuor della neve i grandi carrozzoni parati a nero del tram elettrico di Musocco.

La piccola bara ignota fu messa dentro fra altre bare ignote attendendo Chi la distingua.

Alcuni salirono: le ruote scintillarono una luce verde e il tram della morte sibilò e fuggì.

Tutto in fretta come a Milano.