Novella di Bonaccorso di Lapo

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XV secolo N Indice:Due_novelle_aggiunte_in_un_codice_del_MCCCCXXXVII.djvu Novelle letteratura Novella di Bonaccorso di Lapo Intestazione 25 gennaio 2015 100% Novelle

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Nuvola apps bookcase.svg Questo testo fa parte della raccolta Due novelle aggiunte in un codice del MCCCCXXXVII contenente il Decamerone di Giovanni Boccaccio


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Novella di Bonaccorso di Lapo Giovanni, cognominato Bonaccorso dai modi, e di messer Giovanni arcidiacono.

E' non è ancora gran tempo passato, che nella nostra città di Firenze fu una buona e grande compagnia di mercatanti ricchi uomini, de' quali, come maggiore e più ricco, ne fu fatto capo uno che si chiamava Andrea di Signino Baldisserri, e in lui diceva il nome della compagnia, cioè Andrea di Signino e compagni, come che lui poco o niente v'attendesse; ma attendeva ad uccellare, a cacciare [p. 37 modifica]e ad altri suoi piaceri. Appresso a lui era nella detta compagnia uno che chiamato era Bonaccorso di Lapo Giovanni, uomo grande e bello di corpo, costumato e di bella apparenza e di laudabili maniere, savio e pratico, non solamente nella sua arte, ma generalmente in tutte le cose, tanto che gran parte delle questioni e terrestri e marine ed eziandio fuori di mercatanzie, o forti o ardue che si fossero, per le mani gli veniano, e molte altre che erano nelle mani d’altri. Ed essendo venuti a lui per consiglio, a tutti dava qualche forma e modo; e così molti cittadini avendo questioni a decidere, e non essendovi d’accordo, dicevano in fra loro: andiamo a Bonaccorso. E discorse tanto la boce e la fama sua, che quasi per la maggiore parte de’ cittadini era chiamato Bonaccorso da’ modi, e questo era giudicatore del tutto. E appresso era nella detta compagnia uno giovane pratico e da assai, che si chiamava Mari Villanucci. Costoro tenendo uno [p. 38 modifica]grande e bello fondaco di panni vicino alla piazza di Mercato nuovo, questa compagnia conduceva in Firenze grandissima quantità di panni provenzali e franceschi e inghilesi e d’ogni villaggio, e grandissima quantità di lana d’Inghilterra, e facevano grandissimo traffico. Ancora facevano molto di cambii, non solamente per quelli luochi, ma per molte altre parti; il perchè era loro di bisogno tenere per la loro compagnia o compagno o fattore a Vignone, a Parigi, in Inghilterra e a Roma che provvedesse a’ loro fatti; e così tenevano. E Bonaccorso spesse volte andava provveggiendo in tutti li predetti luochi, e sì per la fama della loro compagnia e ancora per sè medesimo, che era valentissimo e famoso mercatante, era per tutte parti conosciuto1.

[p. 39 modifica]Ora avvenne che negli anni del Nostro Signore Jesù Cristo mille trecento settantadue, del mese di febbraio, essendo Bonaccorso in Firenze, fu recata una lettera al detto fondaco, soprascritta nel detto Bonaccorso; e non essendovi detto Bonaccorso, fu lasciata a’ giovani guardiani del detto fondaco: ma tornando detto Bonaccorso al fondaco gli fu per li detti giovani la detta lettera posta in mano, e appresso l’aperse e lesse; il tenore della quale in questo modo diceva:

»Bonaccorso, per ch’io ho molte volte udito ragionare della vostra buona fama e condizione, piglio sicurtade di darvi uno puoco di fatica, come che in fine non sarà con vostro dannaggio. Egli è vero ch’io mi partii delle parti di Vignone per andare al Santo Sepolcro d’oltra mare, e trovandomi nelle parti di Talamone assai gravato di infermità, operai tanto col padrone ch’egli mi mise a terra; e non sanza grandissima mia fatica sono giunto insino [p. 40 modifica]a qui a Siena, e qui sono e ho certi miei danari, che sono circa fiorini ottocento d’oro, i quali vorrei che voi ne li guardassi insino alla mia tornata. E anche vorrei che certe mie rendite ch’io ho intorno a Vignone pervenissero nelle mani de’ vostri di là, e che tutto mi fosse guardato e salvato insino al detto termine. Non m’estendo in più dire però che con l’aiuto di Dio vi credo in pochi dì personalmente venire a vedere. Sono sempre al vostro piacere apparecchiato per lo vostro

Mess. GIOVANNI ALBERTO,arcidiacono d’Argentara.
Data a Siena, nello Spedale di Santa Maria dalla Scala.»

Quando Bonaccorso ebbe letta questa lettera, si maravigliò forte, però che questo chierico non avea mai nè veduto nè conosciuto, e d’altra parte ne fu molto contento, pensando con questi danari trafficare nel loro fondaco, e forse in sua utilità propria. E volendolo andare a visitare a Siena, e non [p. 41 modifica]vedendo più onesto modo, pensossi di andare al bagno a Petriolo, e così prestamente fece. E giunto a Siena, di presente n’andò allo spedale, e dimandò del detto mess. Giovanni, dando tutti que’ segni che per lui dare si potero acciò che insegnato gli fosse. Ma per lo guardiano dello spedale niente gli fu saputo dire che di lui si fosse, dicendo: Egli puote essere ch’egli gli è stato, come che a noi non ne ricordi; ma perchè quivi capita molta gente e di diversi paesi, sarebbe uno impossibile potersi di tutti ricordare. Faciamvi noi bene fede che al presente in questa casa non è. Di che Bonaccorso si parti male contento, e al bagno se n’andò, sempre pensando dove costui potesse essere capitato. Stette Bonaccorso al bagno quello tempo che s’usa, o forse alcuno dì meno, e a Firenze se ne tornò, dimandando alla tornata allo spedale di Siena del detto mess. Giovanni, e fugli risposto come di prima. E giunto al fondaco dimandò i giovani da cui [p. 42 modifica]aveano avuto quella lettera che data gli aveano anzi che egli andasse al bagno, e chi la recò. I giovani dissero non ricordarsi pure della lettera, non che di chi recata l’avesse; di che Bonaccorso gli riprese aspramente, dicendo ch’egli erano smemorati e non istavano attenti a quello che bisognava: e ogni volta ch’egli entrava nel fondaco, se cento volte vi fosse entrato, ogni volta gli riprendeva e stordiva. Di che la paura dell’aspra riprensione fece assotigliare l’animo d’uno di loro, e in piccolo spazio di tempo si ricordò essere suta recata da uno vetturale di una villa del contado di Firenze chiamata Marcialla, il quale era chiamato Martellino e usava molto il cammino da Siena a Firenze, e a Bonaccorso il disse.

Bonaccorso immantinente si mise a fare cercare di costui, e in ispazio d’alcuni di fu trovato: e, venuto a lui, Bonaccorso il dimandò se recata avea quella lettera; il quale rispose che sì. Appresso il dimandò, se di colui [p. 43 modifica]che data glie l’avea gli sapesse dire alcuna cosa, o dove si fosse, però ch’egli era da poi due volte stato a Siena e non l’avea trovato. A cui il vetturale rispuose, che di quegli pochi dì lasciato l’avea col prete della villa della chiesa di Marcialla, ed era cotale infermuzzo. Udito Bonaccorso questo, subitamente a cavallo montato, a Marcialla n’andò, dove dal prete e da mess. Giovanni fu lietamente riceuto, e poco appresso mess. Giovanni, chiamato Bonaccorso da parte, sì gli disse: Io sono certo, Bonaccorso, che tu non mi conosci, ma io conosco molto bene te, sì per la tua virtude e fama, e sì perchè a Vignone e a Roma io t’ho più volte visto. Egli è vero, [come già t’ho scritto, ch’io mi partii da Vignone più tempo fa per andare a Napoli e da Napoli al Santo Sepolcro, dove io intendo d’andare, se a Dio piace, a visitare que’ santi luoghi e stare tre anni per lo meno. Ora la gravezza ch’io ti vo dare si è questa: Con ciò [p. 44 modifica]sia cosa2] ch’io ho certe mie rendite intorno a Vignone, le quali possono montare l’anno circa fiorini mille e cinquecento d’oro: io voglio che tu commetti a’ tuoi di là, che prendano questa fatica di riscuotere e rimettere qua i denari a te, e io ti farò quella procura e lettera che ti parrà che sieno di bisogno. E oltre a questo io ho certi danari, tanti che, oltre a quegli che mi bisognano per la mia andata, possono essere circa fiorini ottocento d’oro, i quali danari ti voglio lasciare infino alla mia tornata: ma se Iddio facesse altro di me, intendo che a te rimangano; e nella tua discrezione rimetto che quella parte che ti parrà di darne per l’anima mia, che tu il facci dove e come a te parrà: sì veramente che sia sì secreto, che altro che tu e io nol sappia. Ma una cosa voglio che tu mi prometta sopra la [p. 45 modifica]tua fede, che questi danari che tu terrai insino alla mia tornata, de’ quali non intendendo d’averne alcuno utile o profitto, che tu gli traffichi in cose licite e oneste, e non contra a niuna coscienza. E molte altre cose intorno a ciò disse, come colui che sapeva molto bene dire, e come colui ch’era perfettissimo rettorico e scienziato molto.

Udito Bonaccorso quello che costui dicea, e parendogli uno solenne uomo, di etade di circa trentasei anni, uomo gentilesco e dilicato e di pelo biondo, e pareva nato d’ogni gentile lignaggio, costumato e riverente d’atti e di parole quanto uomo essere potesse, e grazioso e piacevole a tutte maniere di genti, vestito di umili vestimenti, sanza niuna pompa (costui era di grande scienza; Tullio non parlò mai meglio di lui; e a prova di ciò mess. Giovanni Boccacci, a cui costui capitò a Certaldo prima che venisse a Marcialla, disse che mai non gli parve praticare col più sufficiente chierico) [p. 46 modifica]3, Bonaccorso gli diede quella piena fede che dare si dee ad ogni dritto e leale uomo, e così tenne per essere vero e certo ciò che da lui udito avea, e con bone e savie parole gli rispuose, prima ringraziandolo dello amore e della fede che in lui avea, e appresso gli disse essere presto e apparecchiato di fare il suo volere e fermamente osservare ciò che per promissione di fede dimandato gli aveva; ma che da lui voleva una grazia, la quale non voleva che egli negasse, cioè, che conciofosse cosa che egl’ era poco sano, con lui insieme n’ andasse a Firenze in casa sua, e che lui lo farebbe curare e servire bene e diligentemente, sicchè per la grazia di Dio tosto sarebbe guarito e libero, e poi potrebbe andare a suo viaggio. A cui mess. Giovanni rispuose, sè essere apparecchiato a fare li suoi [p. 47 modifica]piaceri; di che Bonaccorso si diede a ciernere d’una buona calvalcatura a ciò che soavemente e con meno affanno del detto il potesse a Firenze condurre; e così fece. Era il detto mess. Giovanni solo, sanza compagno o famiglio e assai vilmente vestito; di che non che Bonaccorso che era uomo avveduto molto, ma ogni grosso uomo n’arebbe preso sospetto, dicendo a Bonaccorso alcuna volta: Non ti maravigliare se io vado a questo modo, però che chi va in questo santo peregrinaggio, come vo io, non si dee curare di vestimenti nè cercare alcuna pompa, anzi si dee spregiare e umiliarsi a Dio.

Giunti la sera in Firenze, e a casa di Bonaccorso ismontati, Bonaccorso, come avvisato e savio, avea mandato innanti e fatto ordinare una onorevole cena, e fatto invitare alcuno amico e vicino per farli compagnia, e fra quelli ve ne fu uno ch’avea nome il Fulla4, ed era da Marcialla, [p. 48 modifica]grandissimo amico di Bonaccorso, uomo non molto ricco, il quale viveva, di una rendita di terra ch’egli avea a Marcialla, assai leggermente. Cenato ch’egli ebbero, disse il Fulla a Bonaccorso: Perchè tu sei molto stretto in casa e hai grande famiglia, io non veggo che questo tuo chierco ed amico tu il potessi tenere in casa sanza tuo isconcio: ma se ti piacesse il menerò a stare in casa mia, e forse ancora egli se ne contenterà più; e tu sai ch’io ho poca famiglia, e non mi sarà di ninno isconcio. Ed èssi a credere Bonaccorso gli avesse già ragionato della condizione e ricchezza di questo cherico, e quello che andava facendo. A cui Bonaccorso rispuose, essere contento; e mandati a casa del Fulla certi fornimenti da letto più onorevoli che quelli del Fulla non erano, a casa del Fulla, in una camera per lui diputata, di suo consentimento il menarono. La mattina seguente, acciò che fosse bene servito, ordinò Bonaccorso uno famiglio bene [p. 49 modifica]acconcio, ch’era di bisogno per andare a stare a sua compagnia e apparecchiarli la vivanda e comperare tutto quello che gli bisognasse, il quale avea nome Michele Petrucci, e un altro famiglio a’ servigi più minimi, che sapeva molto bene cucinare, il quale avea nome Tento. Questi due famigli a niun’altra cosa attendeano, se non a servire costui, a’ quali Bonaccorso disse: Siate contenti di faticarvi in servigio di costui che l’è persona che ’l vale, e bene discreto a rendere merito a chi gli farà servigio, e siate certi ch’io so bene quello ch’io dico. E oltre a costoro il Fulla e la sua donna con ogni sollecitudine al suo servigio attendeano, come fosse stato uno loro padre. Dato l’ordine per Bonaccorso chi avesse a servire costui, ebbe il maestro Francesco da Conegliano5, il quale era allora il più famoso medico che in Firenze fosse, e [p. 50 modifica]menollo a vedere il detto mess. Giovanni, ricomandandoglielo quanto più si puote, e fra l’altre cose che gl’impuose, e così si fece promettere, che da lui non pigliarebbe alcuno danaro nè altro premio, ma che contentarebbelo bene lui, e simile ordinò allo speziale, che danari non togliesse, ma che gli desse ciò che bisognasse e tutto ponesse, che Bonaccorso dovesse dare6. Dato l’ordine per lo medico della vita che a tenere avesse, il detto medico con ogni sollecitudine attendeva alla sua guarigione: e non vorrei però che voi credessi che fosse stato gravato per modo, che fuori non andasse alcuna particella del dì; e andava spesso al fondaco di Bonaccorso a starsi con lui, e già da tutti quelli del fondaco era conosciuto, tornandosi a casa del Fulla a cena e a desinare, dove sempre era apparecchiato per lui di dilicatissime cose, le quali tutte erano comperate per Michele de’ denari a lui [p. 51 modifica]dati da Bonaccorso. E quando mess. Giovanni andava fuori, sempre era accompagnato dal detto Michele e dal Tento le più volte, e talvolta dal Fulla.

Ora accadde che venendosi un giorno a stare con Bonaccorso, come talvolta era usato di fare per ispazio di due tre ore, Mari Villanuzzi disse al figliuolo di Bonaccorso: Costui dee essere qualche arciere di lingua7 che va cercando il mondo, però che non è verisimile che se ’l fosse si grande chierico, come voi dite, il fosse capitato in questo paese così vilemente; e vedi che non ha recato lettera nè alcuna conoscenza di là, che gli si possa dare intiera fede. A cui egli rispuose: Mari, tu fai una grande villania a dire queste parole d’uno [p. 52 modifica]così venerabile uomo, e se Bonaccorso il sapesse l’arebbe forte per male. Bonaccorso non è smemorato, e s’ello nol conoscesse, non gli farebbe quello ch’el fa.

Bonaccorso ebbe uno di Andrea di Signino, e dissegli: Tu sai che dappoi che noi facciamo questo traffico da Vignone, noi abbiamo avuto a fare con molti chierici, e con tutti portato danno; ma ora, per la grazia di Dio, credo che noi saremo da uno restorati per tutti. E dissegli di quelle rendite che messer Giovanni voleva che provenissero nelle loro mani insino alla sua tornata; ma de’ denari contanti non gli disse covelle. Oltre a questo gli disse chi costui era, e dove andava, mostrando averlo conosciuto molto tempo davanti, e come era suo intimo amico. Istando la cosa in questi termini, messere Giovanni disse un giorno a Bonaccorso, che egli volea fare uno cambio con lui di fiorini trecento d’oro i quali gli farebbe dare a Vignone a cui Bonaccorso volesse, [p. 53 modifica]ed egli glieli dèsse in Firenze; ma ch’egli non ne voleva veruno insino a tanto che la lettera fosse venuta che gli danari fossero pagati; e così fu fatto. Mess. Giovanni fece la lettera del pagamento a uno mess. Arrigo chierico nella livrea del cardinale Guglielmo, e il ricevere a Franceschino di Meolo8 che allora era a Vignone per la detta compagnia. E giunta la lettera nelle mani del detto Franceschino, di presente fu alla detta livrea per trovare il detto mess. Arrigo e appresentargli la lettera, e nol puotè trovare; e partendosi uno fante di procaccio n’avvisò Bonaccorso, aggiungendo che tanto ne cercherebbe il seguente giorno che ’l troverebbe; non pensando che questo fosse inganno nè lettera fittizia9.

Stando mess. Giovanni a casa del [p. 54 modifica]Fulla, ed essendo fedelmente servito, così dal Fulla e dalla sua donna, come da famigli a lui deputati, mess. Giovanni ebbe un giorno il Fulla, e dimandollo teneramente de’ suoi fatti e di suo stato, e appresso gli disse: Io vedo che tu hai tre fanciulle femmine: come hai tu da maritarle quando da ciò seranno? Rispose il Fulla: Messere, io non potrei dare loro uno soldo, se Iddio non mi apparecchia altra ventura; ma converrammi tanto vendere di quello poco ch’io ho, che le possa maritare; ed è mia intenzione di maritarle in contado, però che qui si costuma di dare sì grande dote, per le grandi spese che ci si fanno, che non mi sarebbe possibile qui maritarle. Messere Giovanni disse al Fulla: Io voglio che tu ti conforti, che Iddio non t’abbandonerà. Poi appresso gli disse: Io voglio che tu mi prometta, di cosa ch’io ti dica, tu mai ad alcuna persona dirai. E ricevuto la promessa gli disse: Fulla, tu m’hai tanto servito e servi tu e la tua donna, [p. 55 modifica]che s’io fossi vostro padre non mi potresti più fare; il perchè mi pare esservi obrigato, di che intendo di rendertene qualche parte di guiderdone. Egli è vero che Bonaccorso ha una buona quantitade de’ miei denari, e ancora è per più averne; di che io intendo, avanti che di qui mi parta, farti dare fiorini trecento d’oro10, cioè fiorini cento per ciascheduna delle tue figliuole, acciò che tu ad onore le possi conducere; e se Iddio mi dà grazia ch’io torni, se io ti farò meglio, tu il vederai. Il Fulla udendo la sua profferta fu molto allegro, prima ringraziandolo quanto meglio seppe, e appresso gli disse, essere sempre al suo comandamento apparecchiato. E già mille anni parendogli che pigliasse partito del partire; perchè dando fede [p. 56 modifica]alle sue parole gli pareva avere i danari in borsa; se prima il serviva bene e fedelmente, il serviva poscia molto più; e per osservargli la promessa fede, alla sua donna di questa promessa non disse niente. Passato alcuno dì, mess. Giovanni chiamò Michele, e fattosi giurare credenza di ciò che dire gli volesse, disse: Michele, io intendo di renderti merito de’ servigi che fatti m’hai e fai tutto giorno, e però piglia de’ tre partiti l’uno qual più ti piace: o vogli andare a Vignone a riscuotere quelle mie rendite, o vogli ch’io ti faccia dare a Bonaccorso fiorini cento d’oro, o vogli venire con meco al Santo Sepolcro: e promettoti, se tu vieni, tu non puoi altro che bene fare, che tornando io sano e salvo, o che ancora Iddio altro di me facesse, io mi porterò sì verso di te, che tu ti chiamerai molto bene contento. Michele udendo la sua profferta fu molto allegro, e ringraziollo molto; poi gli disse, dove a lui piacesse, esso si contenterebbe assai dello andare a [p. 57 modifica]Vignone; e mess. Giovanni disse: Pensa quale ti pare che faccia più per te, e quello sì sarà che tu delibererai.

Essendo già stato mess. Giovanni in casa del Fulla presso che uno mese, Bonaccorso fu con lui, e dissegli: Questi vostri danari dove gli avete voi? aveteli voi in luogo bene sicuro? guardate dove voi gli tenete! Mess. Giovanni rispuose: Egli è vero che quando mi partii da Siena io gli lassai ad uno mio caro amico, e già li arei fatti venire qui, se non è ch’io ho in animo d’andare al bagno a Petriolo, e alla mia tornata me li farò dare e arrecarogli qui a te. Di che Bonaccorso rimase per contento.

Aveva Bonaccorso già presso che vuoto uno botticello di vernaccia a mess. Pazzino degli Strozzi11 per fare bagnuoli al capo e immolare i denti a mess. Giovanni, a avanti che deliberasse il dì dell’andata sua al bagno, Bonaccorso il menò a San Casciano [p. 58 modifica]a’ luoghi suoi, essendo già bene guarito assai, e ivi il tenne più giorni in festa e in piacere. Deliberato che ebbe mess. Giovanni d’andare al bagno, e per consiglio del medico preso gli siroppi e medicine, com’è usanza di fare, e trovandosi uno dì al fondaco, Bonaccorso gli disse: Voi siete troppo male vestito, secondo la vostra condizione, e basterebbe ad ogni piccolo pretignuolo, e però intendo che voi vi vestiate; e chiamato Mari gli disse: Leva canne sei di panno delle tali ragioni e dàlle a mess. Giovanni. A cui mess. Giovanni rispuose: Per certo io non mi voglio vestire, però che, come altre volte t’ho detto, chi va in peregrinaggio, come vo io, non si dee curare di vestimento nè d’altra pompa. E Bonaccorso facendoli pure forza, rispuose: E dappoi che tu pure vogli, fammi levare qualche bigio grosso12. A questo non volendo [p. 59 modifica]Bonaccorso consentire, disse mess. Giovanni: Dappoi che tu pure vogli, fammi levare d’uno panno che non sia da vista, e che mostri peggio di sè. Mari parendoli che questa fosse un’ipocrisia, gli levò tale panno quale parve a lui che se gli convenisse. Dato il panno al cimatore e poi al sarto, gli fu detto, che danari non gli togliessino; e così fu fatto. Ed è vero che, quando si tagliò il panno per lo sarto, mess. Giovanni non ne volle che braccia XVI e il resto rendè a Mari, e montò il panno fiorini diciotto d’oro, e mess. Giovanni fu scritto per debitore al libro del fondaco, e fu scritto da piè: promise Bonaccorso di Lapo per lui.

Messosi in punto mess. Giovanni per andare al bagno, fu da Bonaccorso dimandato se egli avesse danari da spesa, e rispondendo di no, Bonaccorso prestamente prese dal banco fiorini [p. 60 modifica]XX d’oro e puoseglieli in mano, e oltre a questo accattate tre buone cavalcature, l’una per lui e l’altre per due famigli, come che di suo consentimento, rimaseno d’accordo, che giunti al bagno, Michele se ne tornasse e il Tento rimanesse al suo servigio: e forniti di quegli confetti che s’usano di portare, al nome di Dio di Firenze si partirono. Il Fulla impetrò grazia da lui, che gli piacesse ch’egli l’accompagnasse almeno tanto, che facendo la via da Marcialla si riposasse la sera a casa sua; e questo disse per poterli fare onore a casa di uno suo fratello e d’altri parenti della villa; a cui rispuose essere contento, e che gli piacieva per potere far motto al prete loro, non ostante che la via alquanto rallungasse. Giunti a Marcialla, furono dal prete graziosamente ricevuti, e saputo la cagione della sua andata, gli piacque molto: e desinato col prete, dove il Fulla fece venire di casa del fratello e d’altri suoi amici vini di più ragioni e altri presenti assai, [p. 61 modifica]come ebbero desinato, mess. Giovanni tirò il prete da parte, e dissegli così: Come che io non sia ora bene in destro di potervi rendere merito dello onore che fatto m’avete, intendo pure in parte rendervene guiderdone. Io mi ricordo che altra volta ch’io ci fui, ragionando con voi di molte cose, io vi domandai di cui era quello poderetto che era così vicino alla vostra chiesa e che vi stava così bene, e se si voleva vendere: voi mi diceste che sì, e ch’egli era di Filippo di mess. Alamanno, e che ne voleva fiorini cinquecento d’oro il meno. — Avvenne per caso che il detto Filippo era venuto il dì innanzi a questo suo podere e ancora v’era; di che mess. Giovanni disse: Io intendo di comperarlo e lassarlovi insino alla mia tornata dal Sepolcro, cioè che la rendita sia vostra, e la carta dica in me; per modo che, se a Dio piace ch’io torni, io sia signore di poterne fare la mia volontà; e se Iddio facesse altro di me, il podere sia vostro e della [p. 62 modifica]vostra chiesa. E dette queste parole chiamò il Fulla, e disse: Va a Filippo di mess. Alamanno, e se tu puoi fare mercato del suo podere insino a fiorini quattrocento d’oro, e se pure meglio non puoi, non lasciare per insino a fiorino CCCCL d’oro, e tè il fiorino e il danaio di Dio13. Partito il Fulla e andato per fare il detto mercato, mess. Giovanni disse al prete così (prima facendosi promettere, che di cosa che egli dicesse, niente mai ad alcuna persona direbbe): Egli è vero che Bonaccorso ha una buona partita di miei danari, ed anche glie n’è per pervenir molti più: io gli scriverò che paghi i danari di questo podere, se avere si potrà per lo pregio predetto. E poi soggiunse: Quando mi partii da Firenze Bonaccorso mi diede per ispese fiorini XX d’oro, e credendo che mi bastassero non dissi che pochi [p. 63 modifica]fossero: ora io vorrei piuttosto che m’avanzassero cinque o sei fiorini in borsa ch’egli mi mancasse uno picciolo; di che io vi prego che voi mi prestiate insino alla mia tornata fiorini dieci d’oro. Il prete udendo le grandi e larghe promesse, come che male agiato ne fosse, tanto si diede attorno, che vide modo d’avergli e di prestarglieli. E stando uno gran pezzo, il Fulla tornò, e in effetto disse che ’l podere non si potea avere per meno di cinquecento fiorini d’oro uno solo picciolo. Mess. Giovanni si fe rendere il fiorino e il danaio di Dio, che dato gli avea, dicendo: Indugiaremoci insino alla mia tornata da lo bagno; mostrando certamente volerlo comperare. Stando uno gran pezzo, mess. Giovanni prese il Fulla per la mano, e di giù in su andando, ragionando gli disse: Come altra volta ti dissi, Bonaccorso ha de’ miei danari, e ora quando mi partii da Firenze, mi diede per ispese fiorini XX d’oro, e io avvisando che fossero tanti che [p. 64 modifica]dovessino bastare non dissi: e’ sono pochi; e per soprastanza ch’io facessi o per altri casi che avvenire possono, non mi vorrei trovare con così pochi danari; e però se prestare mi potessi fiorini XV per fiorini XX doro, tu me ne faresti servigio. Il Fulla gli rispuose, che da sè non gli potea prestare uno grosso, ma che saprebbe se ’l fratello gli avesse; e così fece. Il Fulla fu col fratello e richieselo di questi danari, e dissegli quello che fare ne volea, soggiungendo che costui era uno grande chierico e ricco, e che bene a suo uopo gli era a casa capitato, e che più avanti dire non gli potea. Il fratello che per sua ventura pochi giorni avanti venduto avea uno bue14 fiorini XVIII d’oro ed era per ricomperarne un altro al primo mercato, e come che male volontiera il facesse, pure glieli prestò, e, avuti i danari, di presente a mess. Giovanni [p. 65 modifica]gli portò: il quale tutto quello giorno e la notte vegnente stette nella detta villa, e la mattina di buonora si partì e al bagno n’andò; e il Fulla a Firenze se ne tornò. E giunto al bagno; Michele Petrucci, messolo in ordine di casa e ciò che bisogno li fu, a Firenze se ne tornò, lasciando con lui il Tento, che lo servisse.

Stando adunque mess. Giovanni al bagno circa a XX giorni, come colui che male volontieri a Firenze tornava, Bonaccorso che aspettava la ’mbeccata de’ danari che seco recare dovea, cominciò di costui a sospettare, e vedendo che non tornava, fece montare Michele a cavallo e al bagno il mandò a sapere che di lui fosse. E avvenne per caso che Michele giunse a otta che pure allora mess. Giovanni avea cominciata una messa, la quale disse tanto bene, che mai non gliene parve avere udita una simile, e in sè medesimo il comendò. Detta la messa, Michele fu da lui, e fattoli la riverenza, gli disse, che [p. 66 modifica]Bonaccorso vedendo la sua soprastanza dubitava forte che ’l male ritornato non gli fusse, o altra disavventura incontrata, e però l’avea mandato a lui per saperne novelle. A cui egli rispuose (dopo il ringraziare) che per la grazia di Dio istava bene, e che del tutto gli pareva essere guarito, e che ’l bagno gli avea fatto gran prò, e però gli era tanto soprastato, e che ancora stare vi volea quattro o cinque dì; e desinato ch’egli ebbero, Michele partendosi gli disse: Bonaccorso mi disse ch’io vi dicessi che voi non vi scordassi il fatto che da Siena a recare avete. A cui rispuose, che bene l’avea a mente, e che fatto sarebbe. Tornato Michele a Firenze, subito fu a Bonaccorso, e dissegli come trovato l’avea e la risposta che fatto gli avea, e soggiunse avergli udito dire una messa con tanta riverenza e divozione, come che mai alcuna udita n’avesse, nè che più a ben fare il disponesse: e per certo io non vidi mai chierico di tanta riverenza nè di tanta umiltà quanta è in costui.

[p. 67 modifica]Istato mess. Giovanni al bagno circa XXIIII dì e a Firenze tornando, a casa del Fulla n’andò. Saputo Bonaccorso la sua tornata, fu di presente a lui, e fattoli riverenza, come era usato, prima ringraziò Iddio che della sua infermità liberato l’avea, e che fosse il molto ben tornato: appresso il dimandò se gli avea recato il fatto. A cui egli rispose che no, però che come giunse in Siena udì che uno vetturale venendo da Siena a Firenze fu in su la strada rubato; il perchè, dubitando, non li volle recare: ma bene ordinato ho con l’amico mio, che, come più tosto vedesse lui poterli mandare, me gli mandi. E vedete quanto la fortuna era a costui benevole ad incitarlo alle sue male volontà, che tutte le cose gli andavano prospere! Egli era la verità, che di que’ dì uno vetturale molto usato in sul cammino da Siena a Firenze, e usato molto riportare danari di mercatanti da Siena a Firenze e da Firenze a Siena fu rubato vicino a San [p. 68 modifica]Donato in Poggio circa di fiorini MM d’oro di più mercatanti fiorentini e senesi, di che in Siena e in Firenze vi fu grande rumore. E Bonaccorso, udita la risposta, dandogli pienamente fede, rimase per contento. E istato quattro o sei di e i danari non venendo, Bonaccorso anche ritoccò a mess. Giovanni, ed egli rispuose, che molto si meravigliava, e che se in fra due di venuti non fossero, egli manderebbe per essi cui Bonaccorso volesse.

Passato due dì, Bonaccorso fece mettere in punto Michele Petrucci per mandarlo a Siena per gli danari. Mess. Giovanni disse: Buona persona mi pare Michele, ma questo importa molto, che i danari non si vogliono fidare ad ogni uomo; non di meno fanne come a te pare: ma e’ mi pare convenevole, che da poi che tu mandi per essi chi a te pare, che gli danari venissero a tuo rischio. Rispuose Bonaccorso: S’egli fossero cento millia si potrebbeno a costui fidare; e [p. 69 modifica]perchè veggiate quanta fidanza io in lui ho, io sono contento che a mio rischio vengano. Rispuose mess. Giovanni: Bonaccorso, tu sei troppo liberale, e però non intendo che per miei fatti t’incorra alcuno rischio o pericolo: vada Michele per essi, e vengano a mio rischio. E diedero l'ordine che la seguente mattina Michele andasse a Siena per gli danari, e rimasero che la sera mess. Giovanni facesse la lettera, e Michele andasse la mattina per essa. La mattina così a cavallo Michele n’andò per la lettera, e trovò mess. Giovanni che ancora era nel letto, il quale gli disse: Togli quelle tre lettere che sono insuso cotesta cassetta, e quella che va al frate è quella per la quale i danari averai, e l’altre vanno a due gentili uomini da Siena grandissimi miei amici; da’ quali, secondo che da poi si sentì, avea cercati certi danari quando fu a Siena, mostrando loro che al bagno volesse andare; ma non furono grande quantità. Michele, prese le lettere per [p. 70 modifica]andare a suo viaggio, disse mess. Giovanni: O non è egli oggi domenica? Rispuose Michele: Messer si. Disse mess. Giovanni: Io non voglio che tu ti parta stamane per niuna cagione, che essendo domenica in non credo che bene me ne potesse incorrere, e però poni giuso il ronzino e va a udire una messa e poi mangerai, e dopo il mangiare andarai a tuo viaggio. Michele fu contento, e così fece.

Giunto Michele a Siena, di presente diede la lettera al frate, e dimandogli i danari. Il frate con turbato viso rispuose: Che danari? Avv’egli fatto a credere ch’io abbia suoi danari? E’ non dice il vero, anzi si parte bene da ogni verità, come bugiardo e cattivo ch’egli è. Vedo bene ch’egli ha appiccato zacchere a Firenze, come egli ha fatto qui; ma per certo egli è un grande fraschiere. Michele ch’era in questo fatto semplice, rispuose: Voi dite male, e dite queste parole per non pagare, e perchè voi il vedeste infermo pensate forse ch’el sia [p. 71 modifica]morto: ma io v’avviso ch’egli è guarito e sano e chiaro e fresco più che fosse mai; e se voi non me gli date, egli verrà qui e faravvi quella vergogna che voi meritate. Che voi diciate che sia bugiardo e fraschiere, voi dite grande villania, però ch’egli è uno dritto e leale, onesto e savio chierico: e facciovi assapere che l’è grandissimo amico di Bonaccorso di Lapo Giovanni, e se bisogno sarà, egli verrà insino a qua con lui per questo fatto, e seragli fatto ragione in questa terra, chè ci ha di molti amici, e sapete quanta fede gli è data per tutti i sanesi. E questo disse Michele perchè Bonaccorso era suto più volte a Siena ambasciatore del suo Comune, e teneva grande amicizia con sanesi, e massimamente con quelli dello Stato; sicchè per questo si pensò ispaventare il frate. E il frate gli rispuose quello medesimo che di prima detto avea. Michele partitosi assai nell’animo turbato, diede l’altre lettere, e messosi in punto per tornare a Firenze, ritornò un’altra [p. 72 modifica]volta dal frate, o disse: Io me ne vo: voletemi dire altro? Il frate con minaccievoli parole l’accomiatò. Michele con grandissimo suo dispiacere da Siena si parti, e a Firenze se ne tornò, in sè medesimo più volte dicendo: Or va mo, e fidati di frati!

Messer Giovanni che bene stava avvisato in qual dì Michele tornare dovesse; avendolo avvisato che alla sua tornata facesse la via da Marcialla che vi troverebbe il Tento e con lui insieme se ne venissero; due dì dopo la partita di Michele egli ebbe il Tento, e dissegli: Tè queste chiavi, e pregoti che in mio servigio e’ non ti sia fatica di andare insino a Marcialla, e apri quella cassetta che è nella camera del prete, e recami una carta di pecora che v’è, la quale m’è di grandissimo bisogno, e puoi aspettare Michele, però ch’io l'avvisai che alla tornata facesse la via da Marcialla, e poteretevene venire insieme. E fatto ragione quando Michele e ’l Tento dovessero o potessero venire, quello [p. 73 modifica]dì appresso il mangiare, non essendo il Fulla in casa, nè altri che la sua donna, disse mess. Giovanni: Io voglio andare uno puoco fuori, e tantosto tornerò; e andò via; e mai riveduto non fu.

La sera in su l’ora della cena tornò il Fulla in casa per cenare con mess. Giovanni, come usato era, però che sempre da mattina e da sera al mangiare li facea compagnia, e in casa non trovandolo si maravigliò, e dimandò la donna se sapesse là dove andato fosse. La donna rispuose di nò. Il Fulla se n’andò fuori, e più volte tornò in casa a sapere se tornato fosse, e, non tornando, dimandò la moglie: A che otta di’ tu ch’egli usci di fuori? La donna rispuose: Poco dopo che tu andassi fuori drieto al mangiare: egli si puose a sedere a cotesta tavola, e trassesi della scarsella danari e annoverogli, che per mio avviso poteano essere circa fiorini cento d’oro, e rimisegli nella scarsella, e tolse una sua spada, e andò fuori. Come udì questo, [p. 74 modifica]subitamente disse: Questi se n’è andato via come ribaldo e cattivo uomo che dee essere, e subito se n’andò a Bonaccorso, e dissegli il fatto come era. Di che Bonaccorso disse: Per certo costui se ne dee essere andato, chè, se così è, egli ha fatto come il più reo, come il più cattivo, come il più sagace uomo che mai fosse. Il Fulla, dolendosi di questo fatto, disse Bonaccorso: Lascia dolere a me, però che a te non getta mala ragione, che di lui non hai tu avuto altro che briga. Disse il Fulla: Tu sei forte errato, e non sai bene ogni cosa; e dissegli dei fiorini XVIII d’oro prestatigli, e il modo, e delle grandi promesse fattegli, e per ordine gli contò tutto, e che ’l povero prete da Marcialla prestati gliene avea anche lui X15, e come falsamente gli mostrò di volere comperare il podere, e tutti [p. 75 modifica]gli ragionamenti che mess. Giovanni con lui e col prete tenuti avea; affermando lui essere della più malvagia condizione che niuno altro cattivo uomo con cui mai praticato avesse. E non di meno non gli parea che questo potesse essere, che vero fosse che partito si fosse, e pure avea alcuna vana speranza che tornasse, pensando che qualche faccende sopravvenute lo avessero si occupato, che non potesse essere quella sera a casa tornato; e in sè medesimo il sì e ’l no contrastava, e non gli pareva dovere credere quello che vedeva.

Istando in questi ragionamenti Bonaccorso e il Fulla, tornò Michele Petrucci da Siena, e trovato insieme Bonaccorso e il Fulla, con puro animo e con turbato viso disse: Quello ladro del frate crede che mess. Giovanni sia morto, e però non m’ha voluto [p. 76 modifica]dare gli danari, e veggolo sì disposto, che se altro che parole non ci s’usa, o voi non andate sino là, questi danari non s’aranno mai: e ordinatamente gli contò tutte le parole sute tra lui e il frate. Bonaccorso, che di questo fatto avea grande dolore per lo danno che gliene seguiva delle spese fatte per lui, fiorini XX prestati, fiorini XVIII del panno, e perchè avea fiorini ottocento d’oro messi a intrata, e pareali che del fatto gliene seguisse vergogna (ma come che savio niente fuori ne dimostrava), sorridendo gli disse, come mess. Giovanni quello dì furtivamente partito s’era, e che non sapeano dove andato si fosse. Di che Michele si turbò forte, e a niuno modo credere poteva che così fosse; poi disse a Bonaccorso della larga promessa fattagli, di che con tutto che Bonaccorso fosse nell’animo turbato, udendo come sagacemente prima avesse ingannato lui e appresso ambedui costoro, mostrò loro avere piacere della beffa che ricevuto aveano, [p. 77 modifica]e appresso si miseno a cercare di costui; ma mai niente ne poterono sapere.

La mattina vegnente, essendo il Fulla uscito fuori di casa, venne uno fanciullo con una lettera che venia al detto mess. Giovanni, e data la lettera alla moglie del Fulla, fu da lei dimandato cui la mandava e chi lui era che portata l’avea. Rispuose il fanciullo, che stava alla tavola di Piero di Bonaventura, e credea la lettera venisse da Siena; e partissi. Tornato il Fulla a desinare, che tutta quella mattina affaticato s’era a cercare e investigare di costui, la donna gli diede la lettera, e il Fulla prestamente apertala e lettala n’ebbe uno vano piacere, però che la lettera diceva:

»Sappiate che li danari vostri sono giunti nel porto d’Ancona, e sono fiorini MD d’oro. Grazia n’abbia Iddio che fatti gli ha salvi; e però scrivete prestamente quello che volete se ne faccia: o volete vi si mandano contanti o che vi sieno rimessi per lettera di cambio.

[p. 78 modifica]Sono sempre apparecchiato al piacer vostro.

Il vostro ANNIBALE DAL MONTE16 vi sia raccomandato. In Siena, all’Albergo del Gallo.» Come il Fulla ebbe letta la lettera, con grande festa a Bonaccorso n’andò, e disse: A dispetto di questo ladro di mess. Giovanni noi saremo pagati di lui, e mostrogli la lettera. Come Bonaccorso l’ebbe letta, disse: Fulla mio dolce, tu cavalchi la capra, però che a costui non basta averci fatto danno, che ora aggiunge al danno le beffe, però che questa lettera è fittizia; sicchè Bonaccorso dopo il danno divenne savio. Il Fulla n’andò al banco di Piero di Bonaventura a sapere quando questa lettera che ricevuto avea fosse venuta da Siena, e non trovò che in quello dì alcuna lettera vi fosse da Siena mandata: il che a casa prestamente n’andò, e dimandò la moglie se franteso avesse che il fanciullo [p. 79 modifica]istesse alla tavola di Piero di Bonaventura. A cui ella rispose, veramente non avere frasteso. Il Fulla per essere bene di questo fatto chiaro, montato a cavallo, a Siena all’Albergo dal Gallo n’andò, e dimandato del ditto Annibale Dal Monte, fugali risposto ch’ivi mai capitato non era, nè mai non lo aveano udito ricordare. Di che il Fulla avendo aggiunto al danno la spesa, assai malinconoso a Firenze se ne tornò17.

Che diremo noi adunque di [p. 80 modifica]Bonaccorso, uomo tanto savio, accorto e avveduto, che avanzava gli altri uomini, che per un poco di cupidigia di possedere tre anni fiorini ottocento d’oro con alquanto di vana speranza che gli rimanessero in tutto o in parte, che perdesse sì il conoscimento, che non vedesse quello che vedere dovea uno orbo? - Che diremo noi del Fulla, che per la speranza della promessa del chierico gli prestasse fiorini XVIII? Certo dirò che fosse molto più la speranza di Bonaccorso e la fidanza delle parole del chierico e la fede da lui presa, che quella del Fulla. - E che diremo del povero prete idiota e rozzo fuori del suo officio?, che avendolo tenuto nella sua povera casa tanto tempo, e [p. 81 modifica]rato molto oltre sua possa, posto che da lui non isperasse avere alcuna remunerazione nè premio, pure non dovea isperare da lui ricevere alcuno danno! Poi aggiunta la presenza di lui uomo onesto, costumato e fondato in scienza, e veduta la riverenza fattagli per Bonaccorso così famoso cittadino com’egli era, non è da maravigliare che fosse giuntato e ingannato da lui di fiorini X, sì che amendue costoro ebbeno qualche legittima cagione di lassarsi trascorrere. Solo colui che più vedea fu quello che meno vide, e seguigliene il danno e col danno le beffe; e non fu solamente cagione del suo danno, ma col suo insieme del danno del prete e del Fulla.

Che diremo del tristo e doloroso chierico, dotato dalla natura di tanta virtù, di tanto avvedimento e di tanta astuzia, e appresso questo avere lo accidentale, cioè essere bonissimo grammatico, fino loico e ottimo rettorico, e tutto operare viziosamente? Questo è come è lo scorpione che solletica [p. 82 modifica]con le due bocche e trafigge con la coda. Questi è come è la sirena che col canto fa addormentare li marinari, e poi gli uccide. Costui sapendo molto, l’operava pure in malfare, sì che tutto procedeva da propria malizia; e il malizioso merita ogni male, ogni pena, ogni supplizio. Forte cosa è a pensare la sua presunzione, che avendo danneggiato e beffato Bonaccorso, e appresso gli altri due, volesse dopo la sua partita iscrivere e farsi beffe e scherno di loro. Questo fu il pentimento, questa fu la menda del suo malfare, questo fu il ristoro de’ loro danni; sì che dire non si può uomo, ma molto piuttosto demonio dell’inferno. E però è senno ad apparare all’altrui spese: e costui ha dato materia a ciascuno di guardarsi dalle lusinghe e inganni degli uomini malvagi.

Deo gratias.


Note

  1. Tutto questo preambolo manca nel codice Marucelliano del 1419 e nella stampa del Borghini (Firenze 1572), che offrono pure molti altri cambiamenti dal testo presente nel corpo della novella.
  2. Il brano chiuso da parentesi quadre manca nel codice modenese, e fu supplito col cod. Marucelliano e colla stampa del Borghini.
  3. L’ intiero paragrafo superiore è allogato più avanti nel cod. Mar. e nel Borghini.
  4. Fulla ha tanto il cod. modenese quanto il Marucelliano: il Borghini, Furla.
  5. Collegrana e Colligrana (cod. Mar. e Borghini), intesi per Colle di Giano, che corrisponde a Conegliano.
  6. Ponesse a debito di Bonaccorso.
  7. Accalappiatore a parole. — Il cod. Mar.: «qualche arciere che va ciurmando o per il mondo.» Il Borghini: «qualche arciere che va cercando il mondo.» La nostra variante prende interesse dall’avere la lezione del Borghini fornito un paragrafo al Vocabolario, che rimaneva men chiaro senza il completamento del cod. moden.
  8. Franceschino di Ragugi (cod Mar.).
  9. L’esito di questo tentativo d’inganno, che mi sembra dovesse compromettere il nostro chierico mess. Giovanni con una successiva lettera di Franceschino a Bonaccorso, è tenuto in ponte ne’ testi che ho esaminati.
  10. Sì fatta promessa di miss. Giovanni potrebbe aver relazione ai trecento fiorini chiesti sul credito fittizio di Avignone, e tendere a farsene agevolare, senz’altro aspettare, il pagamento da Bonaccorso, mediante gli offici interessati del Fulla.
  11. Fu mercante molto ricco, e morì nel 1400.
  12. Il Borghini nota: Forse quella sorte di panno detta beghino. «Quando li regi antichi venner meno Tutti, fuor ch’un renduto in panni bigi» (Dante). — Il cod. Maruc. ha: Bigello grosso.
  13. Danaio di Dio era quello che si pagava di tutte le vendite e compere per la edificazione della nuova chiesa di S. Reparata, che ne fa menzione il Villani (Borghini).
  14. Così anche il cod. Mar. Il Borghini ha: un paio di buoi.
  15. Sembrando più naturale e drammatico che il prete di Marcialla non palesi il prestito fatto a mess. Giovanni che quando seppe questi sparito, perciò il cod Mar. e la stampa del Borghini fanno giocare una tale notizia solamente in una diversa e succinta chiusura, che riporterò in nota.
  16. Annibale d’Altamonte (Borghini).
  17. Nel cod. Mar. e nella stampa del Borghini la novella termina con queste parole: «...... Di che e’ se ne tornò a Firenze e fu a Marciana, e disse al prete, come mess. Giovanni n’era andato, e gl’inganni ch’egli avea fatto a lui e a Bonaccorso e a Michele Petrucci. Il prete cominciò a darsi delle mani nel viso, e disse de’ dieci fiorini che gli avea prestati, di che il Furla, con tutta l’ira ch’egli avea, cominciò a ridere, perchè di tutto questo nulla ancora ne sapea; e tornato a Firenze fu a Buonaccorso, e per ordine gli disse come quello Annibale d’Allamonte non avea trovato. A cui Buonaccorso rispuose: Io mel sapea. E saputo de’ dieci fiorini del prete n’ebbe diporto e piacere: e accozzate tutte queste cose insieme, Buonaccorso medesimo disse ordinatamente questa novella a chi udire la volea.
    Se mi domandassi, di che lingua era questo mess. Giovanni, non so; ma secondo il suo parlare mostrava d’essere delle parti di Guascogna: ma ben parlava d’ogni linguaggio, come in taglio gli veniva.»