Storia della letteratura italiana (Tiraboschi, 1822-1826)/Tomo II/Libro II/Capo IV

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Capo IV - Storia

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Capo IV.

Storia.

I. Qualche maggior numero di coltivatori ebbe a questo tempo la storia, o almeno hanno essi avuto più felice destino, poichè alcuni de’ loro libri, benchè in piccolo numero, si sono fino a noi tramandati. Ma questo studio [p. 464 modifica]H. Storia Ji Giuslino C notule di esso« 464 unno ancora soggiacque alle vicende degli altri in ciò che ò eleganza di scrivere. Anzi la confusione e il disordine in cui era il romano impero pare che agli storici ancora si comunicasse e disordinate e confuse rendesse le loro storie5 Di ciò appunto si duole uno di essi, cioè Giulio Capitolino, mostrando che benchè essi scrivesser di cose seguite quasi a’ loro tempi aveanle nondimeno sconvolte per modo che5 molti oltre altri errori, eran giunti perfino a fare5 di Massimo e di Balbino, che regnarono insieme , un solo imperadore (in Max. et Balb. c. 15). E Trebellio Pollione ancora dimostra quanto diverse ,e contrarie cose avessero scritte intorno a’ trenta Tiranni (in trig. Tirann, c. 1)e que’ medesimi che così si dolgono degli altri, non ci hanno comunemente lasciate storie di tal natura che non abbiamo, a desiderare in essi parimenti un ordine o una chiarezza maggiore. Cominciamo da quelli de’ quali ancor ci rimangon le storie, e poscia ragionaremo di coloro le cui opere sono perite. II. Giustino, che in qualche codice si chiama Marco Giuniano Giustino, in qualche altro Giustino Frontino (V. Voss. de Histor. lat. l. 1, c. 32; et Fabr. Bibl. lat. l. 3, c. 3), credesi comunemente che vivesse a’ tempi di Antonino Pio; e il motivo di crederlo son le parole che leggonsi in alcune antiche edizioni di questo autore, colle quali egli gl’indirizza la sua Storia. Altri però affermano che le accennate parole non veggonsi in alcuno de’ codici a penna che ancor si conservano; e certamente in due di essi assai belli che ne ha questa celebre [p. 465 modifica]SECONDO /}6£ biblioteca Estense, esse non si ritrovano, nè si può quindi stabilire questa opinione con tal certezza, che non rimanga ancor luogo a dubitarne. Egli ridusse in compendio latino le ampie Storie scritte già nella stessa lingua da Trogo Pompeo, di cui abbiamo parlato tra gli storici del secol d’Augusto; Storie che comincian da Nino, e giungono fino a’ tempi del medesimo Augusto; e che da lui furono intitolate Filippiche, perchè singolarmente si stendevano nel racconto delle cose appartenenti all’impero dei Macedoni. Qualche scrittore de’ bassi secoli ha confuso Giustino lo storico latino col martire greco; errore che da se medesimo chiaramente si manifesta. Egli ha uno stile, per riguardo a’ tempi in cui visse, colto ed elegante; ma in poco pregio n’ è la storica fedeltà, in ciò singolarmente che appartiene alla cronologia. Veggasi intorno a Giustino la bella prefazione premessa dall’ab. Favier alla traduzione francese di questo storico che egli ha pubblicata in Parigi l’anno III. Dopo Giustino, supposto ch’egli fiorisse a’ tempi di Antonino Pio, un grande vuoto incontriamo nella storia romana; perciocchè non ne abbiamo scrittore alcuno fino ai tempi di Diocleziano, cioè per oltre ad un secolo. Nè è già che non vi fossero allora alcuni che scrivesser la storia de’ tempi loro. Ne vedremo frappoco i nomi. Ma convien dire che poco conto si facesse delle loro fatiche; poichè sembra impossibile, come osserva il Vossio (De Histor. lat. l. 2, c. 1), che se esse fossero state in pregio, alcune almeno non si dovessero Tiraboschi, Voi. II. 3o [p. 466 modifica]4(36 LIBRO conservare. L’unico scrittore di questi tempi che ancor abbiamo, e che in qualche modo appartiene agli scrittori di storia, è Censorino il quale nella sua operetta de Die Natali molte questioni ha trattato, che a rischiarare la crolonogia e la storia giovano mirabilmente, e che perciò dal P. Petavio vien detto (De Doctr. Temp. l. 9, c. 45) auctor omnium judicio probatissimus ac diligentissimus in egregio nec unquam satis laudato opere de Die Natali, ec. Viveva egli e scriveva il suo libro, come attesta egli stesso (c. 21), l’anno di Roma 991 ossia dell’era cristiana 238, regnando il terzo Gordiano. Sembra ch’egli a qualche.onorevole dignità fosse sollevato in Roma; perciocchè indirizzando il suo libro a Q. Cerellio, confessa di essere a lui debitore della dignità, dell’ 0nore e di tutti gli agi di cui godeva. Di lui parla ancora con lode Prisciano, e il chiama uomo dottissimo in gramatica (l. 1), e ne rammenta ancora un libro sopra gli Accenti, di cui fa menzione il celebre Cassiodoro (l. de Geometria, et l. de Musica). Lo stile però di Censorino è qual conveniva all’età in cui scrisse , lontano assai dall’antica eleganza , e sparso di parole nuove e non più usate, effetto dell’affollato concorrere che facevano a Roma gli stranieri d’ogni nazione, che i lor costumi e la lor lingua comunicavano ai Romani. Io aggiungerò qui ancora Giulio Obsequente autore di un libro de’ Prodigi avvenuti in Roma e altrove, eli’ egli raccolse singolarmente da Livio, usando spesso ancora delle stesse parole. Non si sa precisamente a quale età ei vivesse, [p. 467 modifica]SECONDO 467 c diversi sono su ciò i pareri degli eruditi. Io credo di doverlo porre a questi tempi, poichè lo stile di cui egli usa, non parmi convenire a’ secoli posteriori. Non tutto però questo libro, ma una parte sola ce n’è pervenuta. IVr. Gli ultimi storici di questa età vissuti a un dipresso al tempo medesimo , e esercitatisi nel medesimo argomento, sono gli scrittori della Storia Augusta. Con questo nome si chiama una raccolta di Vite degl’imperadori, cominciando da Adriano fino a Carino e a Numeriano, scritte da diversi autori, ma tutte nel medesimo stile incolto comunemente e senza ornamento, e eleganza di sorte alcuna; talchè trattene le notizie che vi si contengono, ed esse ancora non sempre esatte, e spesso disordinate e confuse, non trovasi in esse cosa che le renda pregevoli. Degli autori stessi poco più sappiamo che i nomi e l’età a cui vissero. Essi sono Elio Sparziano, Giulio Capitolino, Elio Lampridio, Vulcazio Gallicano, Trebellio Pollione e Flavio Vopisco di patria siracusano, che è il meno incolto di tutti gli altri. Anzi alcuni sospettano che quattro soli debbansi riconoscere autori di queste Vite. Perciocchè di Vulcazio Galicano, dicono essi, non abbiam che la Vita di Avi dio Cassio che usurpossi il trono per qualche tempo, regnando M. Aurelio. Or questa Vita in altri codici si attribuisce a Sparziano, e molte ragioni sembrano render probabile questa opinione. Innoltre Elio Lampridio credesi da alcuni che non sia diverso da Sparziano, il cui nome voglion che fosse Elio Lampridio Sparziano; e recano [p. 468 modifica]468 LIBRO essi pure a pruova del lor sentimento l’autorità di alcuni codici, ne’ quali le Vite che soglionsi attribuire a Lampridio, attribuite si veggono a Sparziano. Molto ancor si contende tra gli eruditi nel dividere fra’ diversi autori le diverse Vite, e non son molte quelle in cui tutti convengono in riconoscere per autore uno a preferenza degli altri. Ma io mi asterrò dall’entrare in queste aride e spinose quistioni, in cui, dopo avere lungamente annoiati i lettori, altro finalmente non potrei fare che conchiudere, non potersi intorno ad esse determinare cosa alcuna di certo. Ciò che con più sicurezza si può affermare , sì è che essi vissero a’ tempi di Diocleziano e ancora di Costantino; perciocchè Sparziano e Vulcazio e Lampridio (se furono da lui diversi) e Giulio Capitolino dedicarono parte a Diocleziano, parte a Costantino le loro Vite; Trebellio Pollione scrisse regnando Costanzo Cloro, e al tempo medesimo, o poco appresso scrisse ancora Vopisco. Intorno a tutte queste quistioni che da noi si sono brevemente accennate, veggansi i commentatori della Storia Augusta, e singolarmente il Salmasio e il Casaubono, il Vossio (De, Histor. lat. l. 2, c. 5, 6, 7) e il Fabricio (Bibl. lat. l. 3, c. 6), il quale ancora ha diligentemente raccolti i sentimenti degli eruditi intorno a questi scrittori, e il Tillemont (in Diocl, art. 26, 27). V. Assai maggiore è il numero degli scrittori da cui sappiamo che furon composte Storie ora interamente perite; ma null’altro comunemente sappiamo fuorchè questo stesso , eli’ essi scrissero, perchè li veggiamo citali [p. 469 modifica]SECONDO 4<39 ila’ posteriori scrittori, anzi non troviam pure non poche volte di qual patria essi fossero, e in qual lingua scrivessero le loro Storie. Già abbiam parlato di Giulio Tiziano che scritti avea alcuni libri sulle Provincie dell1 impero, da1 quali probabilmente sarebbonsi potuti raccogliere molti lumi per la storia di que’ tempi; e detto abbiam parimenti dell1 opera sulle Cose recondite composta da Samonico il padre. Così pure abbiam rammentato e la Vita che di se medesimo avea scritta Settimio Severo, e gli elogi de’ migliori principi composti da Alessandro Severo. Altri molti se ne veggon citati dagli scrittori della Storia Augusta, come Elio Mauro liberto di Flegonte, liberto esso pure di Adriano, il quale qualche cosa avea scritta appartenente alla vita di Settimio Severo (Spart, in Sev. c. 20); Lollio Urbico che avea scritta la storia de’ suoi tempi, cioè del regno di Severo e de’ successori (Lampr. in Anton. Diadum. c. 9); Aurelio Filippo ed Encolpio e Settimio ed Acolio che scrissero la Vita di Alessandro Severo (id. in Alex. Sev. c. 3, 48); Gargilio Marziale che oltre la Vita del medesimo imperadore (ib. c. 37) avea scritti ancora alcuni libri sulla cultura degli orti (Pallad. de Re rust.), seppure non son questi due scrittori diversi; e Mario Massimo e Elio ovver Giunio Cordo, che di molti imperadori aveano scritta la Vita, e spesso perciò vengono rammentati nella Storia Augusta; ma ripresi amendue di avere usata soverchia prolissità, e di avere nelle loro storie inseriti racconti favolosi’ , inutili e puerili (Vop. in Firmo, ec. c. 1; [p. 470 modifica]47° ’ libro Capitoliti, in Gordianis c. 21, ec.); e ruoli; altri che io potrei qui rammentare, se volessi tessere una lunga e noiosa serie di nomi. Ma veggasi il Vossio che gli ha già diligentemente raccolti (De Histor. lat. l. 2, c. 1, à, 3, 4, 5). VI. Prima d’innoltrarmi a parlar degli storici 1 greci che fiorirono o scrissero in Roma, vuoisi ^ qui fare alquanto di riflessione sul carattere degli scrittori della Storia Augusta, de’ quali abbiam or or favellato. Svetonio, che fu il primo a scriver separatamente le Vite dei Cesari tenne, come a suo luogo abbiamo osservato un cotal suo modo di scrivere, per cui parve che volesse anzi tramandarci la domestica che la pubblica storia di quegl’imperadori; e maggior diligenza usò comunemente nel descriverci il privato tenore della lor vita, che le guerre e le altre vicende del loro impero. Or come i primi esempi si seguono facilmente, il metodo di Svetonio fu abbracciato e seguito da quegli scrittori che ne continuarono l’argomento collo scriver le Vite degl’imperadori seguenti; poichè anch’essi furono comunemente minuti troppo, e, direi quasi, superstiziosi nel descriverci il portamento, le costumanze, l’abito, il vitto ed altre simili circostanze di non molto peso della vita dei loro principi. Abbiamo accennato che questo difetto rimproveravasi singolarmente a Giunio Cordo. Noi non abbiam voluto, dice Giulio Capitolino (in Gordianis.c. 21), narrare alcune cose che Giunio Cordo ridicolosamente e scioccamente ha raccolte intorno a’ domestici piaceri e ad altri più vili oggetti. Chi fosse avido di saperne, legga lo stesso Cordo, il quale racconta [p. 471 modifica]SECONDO 471 ¡¡ncora quali schiavi e quali amici avesse ognuno de’ principi, e quante vesti, la scienza delle quali cose non giova punto. E altrove (in Opilio Macrino, c. 1): Giunio Cordo ha voluto scriver le Vite di quegl’Imperadori cui vedeva essere men famosi; ma in ciò non è stato molto felice; perciocchè poche cose potè rinvenire, e quelle ancora non degne d? essere raccontate, essendosi egli medesimo prefisso di voler ricercare le più piccole cose, come se molto importar ci dovesse il saper di Traiano, di Antonino Pio e di M. Aurelio, quante volte uscisser di casa, come variassero i cibi, quando cambiasser le vesti, e chi promovessero e quando; le quali cose avendo egli volute narrare , ha riempite le sue Storie di favolosi racconti. Ma lo stesso Giulio Capitolino che riprende Cordo di un tal difetto, non ha saputo andarne esente egli stesso. Basta leggere alcune delle Vite da lui e dagli altri autori della Storia Augusta descritte, per riconoscere come essi ancora, contenti di accennare in breve le pubbliche rivoluzioni , si perdono inutilmente in racconti domestici di tali cose che a chi vive singolarmente lontan da que’ tempi non recano nè utile nè piacere alcuno. Così 1 esempio di Svetonio fu dagli altri imitato 3 e così avviene spesso che uno scrittore, singolarmente se sia uomo di qualche fama, basti ad infettare col suo esempio tutta una città e anche una intera provincia. VII. Or venendo a parlare degli storici greci che vissero almen qualche tempo in Roma, e le cui Storie ci son rimaste, giacchè di essi VII. Storici jyeri in Riunì j c primiera» oivule Ap[p. 472 modifica]473 LIBRO soli farem menzione, i più antichi di quest’ poca sono Appiano Alessandrino e Arriano di Nicomedia. Il primo scriveva la sua Storia coni’ egli stesso afferma (in Syriac.), circa dugent’anni dopo il cominciamento della monarchia di Cesare, cioè circa la metà del secondo secolo cristiano. Egli erasi per qualche tempo esercitato nel trattar le cause nel Foro; poscia gli fu dagl’imperadori affidata l’aniministrazione de’ loro beni, come dalla sua stessa prefazion si raccoglie. Prese egli a trattare un argomento che già da molti altri scrittori era stato illustrato, cioè la storia romana; ma per dare alla sua opera un nuovo aspetto, in vece di seguir T ordine cronologico, come gli altri avean fatto, scrisse separatamente di ciascheduna delle nazioni che dai Romani erano state soggiogate, e delle guerre ch’essi perciò aveano sostenute. Quindi scrisse ancora la Storia delle funeste guerre civili che per tanti anni travagliata aveano la repubblica. Sette intieri libri delle guerre straniere, e cinque delle civili ci son rimasti, oltre qualche frammento. Ma assai più aveane egli scritto, come raccogliesi e da lui stesso che cita alcuni suoi libri che or più non abbiamo, e da Fozio che ne annovera ventiquattro (Bibl. c. 57). Lo stile, secondo il parere dello stesso Fozio, ne è semplice, ma è sincero il racconto, e assai opportuno ad istruire chi il legge nell’arte militare. Egli è però ripreso da alcuni di essersi fatto bello delle fatiche altrui, e di aver preso molto da Polibio e da Plutarco (V. Voss. de Histor. gr. l. 2, c. i3; e Fa.br. Bibl. gr. l. 4, c. 12). Il secondo, cioè [p. 473 modifica]SECONDO 4-3 Irriano di Nicomedia, fu, come altrove s1 è accennato, discepolo di Epitetto, di cui scrisse la Vita, e raccolse i sentimenti e le massime, Fozio dice (Bibl. c. 58) ch’ei fu chiamato il secondo Senofonte, e che ebbe ancor l’onore del consolato. Ei visse secondo Suida (in Lex.) a’ tempi di Adriano, di Antonino e di M. Aurelio. Di lui abbiamo più opere elegantemente scritte, cioè quattro libri de’ Discorsi di Epitteto, sette libri delle Spedizioni di Alessandro il Grande, la descrizione delle Coste del Ponto Eusino, un libro intorno all’ordinare le schiere, oltre altre opere che son perite, delle quali veggasi il Fabricio (Bibl. gr. l. 4, c. 8). Pausania forse ancora vuol qui rammentarsi, di cui abbiamo i dieci libri della descrizion della Grecia, la quale, benchè contenga de’ favolosi racconti , è nondimeno una delle opere più importanti per lo studio delle antichità e per la storia delle arti. Egli dee aver luogo nella Storia dell’Italiana Letteratura, quando sia vera l’opinione del Vossio (ib. c. 14) che questi sia quel Pausania sofista e discepolo di Erode Attico , di cui parla Filostrato (Vit. Soph. l. 2), e di cui racconta che declamò non solo in Atene, ma in Roma ancora, e che in questa città invecchiato finì i suoi giorni. Ma a dir vero, non facendo Filostrato menzione alcuna di questa opera scritta dal suo Pausania, il che sembra ch’ei non avrebbe dovuto tacere, parmi più verisimile l’opinione di Tillemont (in M. A tir. § 33) che inclina a credere che il sofista Pausania diverso sia dallo storico, vissuti però al tempo medesimo. [p. 474 modifica]474 LIBRO di VOI. Con più certezza e per assai miglior* «• ragione dobbiamo a questo luogo parlare del celebre storico Dione Cassio, detto ancor Cocceiano. Egli ebbe a padre Aproniano che fu governatore della Cilicia (Dio l. 69) e della Pannonia (ib. l. 49)? e cbe è perciò probabile che gran parte della sua vita passasse in Roma Dione nondimeno dicesi nativo di Nicea nella Bitinia; ma certo egli era già in Roma a’ tempi di Commodo; poichè venendo a raccontare le crudeltà da lui usate, dice di narrar cose che avea vedute egli stesso (l. 72); anzi era egli allora già senatore, e rammenta il consiglio ch’ei diede ad alcuni de’ suoi colleghi di porsi in bocca una foglia d’alloro per frenare le risa, allor quando Commodo in pien senato vantava ridicolosamente le sue prodezze (ib.). Pertinace successore di Commodo avealo nominato alla dignità di pretore (l. 83); ma pare che la morte dello stesso imperadore gli impedisse il conseguirla; molto più che Giuliano successore di Pertinace non eragli molto amico., poichè, avendo Dione trattate talvolta contro di lui alcune cause nel Foro, avealo tacciato d’ingiusto (ib.). Pare ch’egli fosse console la prima volta sotto Settimio Severo (l. 76). Di molte provincie ebbe egli poscia il governo; di Pergamo e di Smirne dall’imperadore Macrino (l. 79); e da’ seguenti imperadori, della Bitinia, dell’Egitto e della Pannonia superiore (l. 80). Alessandro Severo gli fè l’onore di nominarlo seco console per la seconda volta l’anno 229. Ma egli che sapeva di aver incorso l’odio de’ pretoriani , perchè era esattor rigoroso della [p. 475 modifica]toilitar disciplina, temè, come egli stesso racconta (ib,), che quando il vedessero rivestito delle consolari insegne , non lo uccidessero. Alessandro perciò comandogli che in tempo di questo suo consolato se ne stesse fuori di Roma in qualche città d’Italia. Il che avendo egli fatto, tornossene poscia a Roma, e quindi recossi ad Alessandro che stavasi in Terra di Lavoro; e trattenutosi alcuni giorni con lui, ottenne, per cagione di non so quale infermità che soffriva nei piedi, di tornarsene alla sua patria per passarvi tranquillamente ciò che gli rimaneva di vita. IX. Scrisse egli in ottanta libri un’intera Storia romana dalla venuta di Enea in Italia fino a’ tempi di Alessandro Severo. Confessa egli stesso di avere impiegati dieci anni (l. 72) a raccoglier le notizie per ciò opportune, e dodici anni a distender la storia fino alla morte di Commodo, a cui poscia aggiunse ciò che apparteneva agli altri imperadori. Ma i primi trentaquattro libri e una gran parte del xxxv si son perduti. Abbiamo i venticinque seguenti; benchè alcuni credano che tra questi gli ultimi sei siano tronchi ed imperfetti. Ma dopo il lx libro tutti gli al tiri sono perduti; e solo ci è fortunatamente rimasto il compendio che di Dione ha fatto Giovanni Sifilino nipote di un patriarca di Costantinopoli dello stesso nome nell’undecimo secolo, che comincia dal xxxv libro, e giunge fino all’ultimo, trattone il i.xx libro ch’era smarrito fin da’ tempi di Sifilino, e a cui perciò egli altro non potè fare che sostituire un brevissimo supplemento. Dione, in ciò [p. 476 modifica]47*5 LIBRO che appartiene allo stile, è uno dei più cojtscrittori che abbia la lingua greca; ma in ciò che appartiene a fedeltà di storico, molti in lui la vorrebbon maggiore; ed oltre i prodigi ch’egli seguendo il comun pregiudizio ciecamente adotta, le accuse con cui egli ha cercato di oscurar la fama di Cicerone, di Cassio di Seneca e di altri avuti fra’ Romani in grandissima stima, pare che cel dimostrino o bugiardo calunniatore, o scrittore non bene informato. Non è qui luogo a cercare se i mentovati personaggi fosser rei di que’ delitti ch’ei loro oppone; e quanto a Seneca, abbiam già mostrato di sopra ch’ei non era certo quel santissimo uomo che da alcuni si è creduto. Ma checchessia di ciò, egli è verisimile che Dione seguisse scrivendo le voci che vedeva allora più comunemente sparse e ricevute in Roma; e perciò sembra che se egli scrisse il falso, debba dirsi scrittore credulo anzichè maligno calunniatore. E a dir vero, gli onorevoli impieghi da Dione sostenuti anche a tempo di ottimi imperadori, e singolarmente di Alessandro, sono argomento della stima in cui dovea egli essere d’uom saggio e onesto. Suida rammenta (in Lex.) alcune altre opere di Dione che sono interamente perite, delle quali, e di tutto ciò che appartiene a questo scrittore, veggasi il Fabricio (Bibl. gr. l. 4, c. 10). X. Erodiano, di cui abbiamo otto libri in greco della Storia romana dalla morte di M. Aurelio fino al regno de’ Gordiani, fiorì egli pure a questi tempi. Egli dice di narrar cose ch’egli stesso avea vedute e udite, e in molte delle [p. 477 modifica]SECONDO 477 duali aveva avuto parte, perciocchè era stato (adoperato in pubblici ragguardevoli impieghi l 1, n. 4). Ma di lui null’altro sappiamo. Fozio ne loda assai l’eleganza dello stile (Bibl. c. 81); ma la maniera non troppo favorevole con cui (egli parla di Alessandro Severo, e le lodi che dà al crudele Massimino, rendono a molti sospetta la sua sincerità (V. Voss. de Hist.gr. l. 2, c. 15). Per ultimo non deesi qui tacer di Eliano, e tanto più che credesi comunemente ch’ei fosse romano di patria. Abbiamo altrove parlato di un Eliano greco autore di un’opera intorno all’ordinare le schiere, che visse ai tempi di Adriano, e abbiamo ivi accennato l’opinione di Jacopo Perizon appoggiata ad assai forte ragioni, che non sia già egli l’autore di due altre opere che sotto il nome di Eliano ancor ci rimangono, una intitolata Storia Varia, l’altra Della Natura degli Animali; ma che sia un altro Eliano diverso dal primo. Filostrato parla (Vit. Soph. l. 2) di un Eliano sofista nato in Palestrina, ma così erudito nella lingua greca, che in essa esprimevasi scrivendo e parlando non altrimenti che se fosse ateniese; e di lui racconta che dopo essersi esercitato per alcun tempo nel declamare, secondo il costume ordinario de’ Sofisti, non reggendoli a ciò le forze, si volse a scrivere. Di lui parla ancora Suida (in Lex.), e dice con parole troppo generali, che dopo i tempi di Adriano insegnò rettorica in Roma. Or il Perizon dimostra con ottimi argomenti (praef. ad Aelian. Var. Hist.), che questi non potè vivere che a’ tempi di Alessandro Severo , e che perciò non può essere [p. 478 modifica]liiìho quell’Eliano medesimo che scrisse sotto Adriano Oltrechè questi era, come si è già veduto greco di patria; quegli di cui ora parliamo, era* di Palestrina. Fin qui il discorso del Perizon non soffre difficoltà. Ma non panni di’ egli pruovi abbastanza che l’Eliano di cui parlano Filostrato e Suida, sia l’autore delle due opere di sopra mentovate. E due difficoltà singolarmente io vi veggo, alle quali non so che cosa potrebbe rispondere questo dotto scrittore. Se egli avesse composte le dette opere, Filostrato e Suida ne avrebbono probabilmente fatta parola. Or Filostrato altro non dice, se non ch’ei si rivolse a scrivere, senza accennar quali opere; e, ciò che è più, Suida, il qual suole comunemente recar i titoli delle opere scritte da quelli di cui ragiona, non fa motto di libro alcuno composto da Eliano. Innoltre Filostrato narra che il sofista Eliano soleva dire di non aver giammai posto piede fuori d’Italia , nè di aver mai veduto il mare. Or l’autore de’ libri della Natura degli Animali parla (l. 117 c. 40) di un bue cui dice d’aver veduto egli stesso in Alessandria. Se dunque Filostrato, che fu contemporaneo al sofista Eliano, ci ha detto il vero, quando ha affermato che Eliano non uscì mai dall’Italia, questi non fu certamente l’autore de’ libri della Natura degli Animali. Queste riflessioni mi fan sospettare che a questo tempo medesimo vi fossero due Eliani, uno sofista, di cui parlano Suida e Filostrato, l’altro autore delle due opere mentovate. Quando però si dia qualche probabile spiegazione alle accennate difficoltà, la opinione del Perizon [p. 479 modifica]SECONDO 4?9 p0trìi allora ammettersi senza perieoi di errore, pare nondimeno che l’Eliano scrittore della Storia Varia fosse certamente romano, perciocchè in un antico codice di essa, che conservasi nella Biblioteca Laurenziana, e di cui fa menzione l’eruditissimo canonico Bandini bibliotecario della medesima, nel titolo si legge: Aeliani Romani (V. Cat. Bibl. Laurent, t. 1, PXI. Io non parlo qui nè di Diogene Laerzio autor delle Vite de’ Filosofi antichi, nè di Polieno scrittore di otto libri degli Stratagemmi de’ gran capitani, nè di alcuni altri men celebri storici greci che vissero a questi tempi medesimi; perciocchè io non trovo fondamento bastevole ad affermare ch’essi vivessero in Roma. Conchiuderò dunque ciò che appartiene agli storici di questa età, riflettendo che in questo studio ancora i Greci ch’erano in Roma, andarono innanzi a’ Latini; perciocchè di questi, se se ne tragga Giustino, di cui non è ancora ben certo se vivesse di questi tempi, non vi è storico alcuno che per eleganza di stile, o per arte di narrazione sia degno di molta lode. Tra’ Greci al contrario quasi tutti que’ che abbiam nominati, si hanno in pregio di storici eleganti e colti. Nè è a stupirne. Questi venivano a Roma singolarmente per acquistarvi fama co’ loro studj, e a questi perciò si applicavano seriamente; e scrivevano in un linguaggio che, non essendo in Roma il linguaggio del volgo, non soffriva quelle vicende e que’ danni che il miscuglio di tante genti straniere recava alla lingua latina. I Romani XI. Per qual ragione gli storici greci siati migliori de1 latini. [p. 480 modifica]til contrario, avviliti dalla tirannia di tanti pes simi imperadori, ammolliti dal lusso e guasti dal comune libertinaggio, sfuggivan gli studj che senza noia e fatica non possono coltivarsi* e quegli ancora che li coltivavano, usando d’una lingua che per la ragione accennata venivasi vieppiù corrompendo ogni giorno, recavano nel loro stile quella rozzezza medesima che ne’ famigliari ragionamenti erasi introdotta. Così e pochi erano quelli che si volgessero con ardore agli studi, e quegli ancora che in essi si esercitavano, il facevano comunemente con poco felice successo. Ma dell1 indolenza de1 Romani di questi tempi nel coltivare gli studj avremo pruove ancora più chiare nel capo seguente.