Storia della letteratura italiana (Tiraboschi, 1822-1826)/Tomo III/Libro I/Capo VII

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Capo VII – Arti liberali

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Tomo III - Capo VI Tomo III - Libro II
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Capo VII.

Arti liberali.

I. Quel favore medesimo e quella regia munificenza di cui fu liberale Teodorico il Grande verso le lettere e le scienze, fu da lui ugualmente rivolto alle bell’arti ancora e a’ loro coltivatori. Cassiodoro gliene seppe istillare sì saggiamente la stima e 1 amore, che fu questo un degli oggetti di cui egli principalmente occupossi nel tranquillo e glorioso suo regno. Non vi ha cosa per avventura di cui si ragioni sì spesso nelle Lettere scritte da Cassiodoro in nome del suo sovrano, come della conservazione e della ristorazione delle fabbriche antiche e degli antichi più celebri monumenti. Tra le formole distese dal medesimo Cassiodoro, con cui dal re conferivansi alcune ragguardev oli cariche, veggiam quella ch’è intitolata Formula Comitivae Romanae (l. 7 Var.form. 13), e che corrisponde a quel magistrato, di cui abbiam altrove parlato, il quale dicesi latinamente Comes nitentium rerum. Or in questa formola caldamente si raccomanda a chi riceveva un cotale impiego, d’invigilare con somma attenzione di notte tempo, perchè le statue, di cui le strade e le piazze di Roma erano in ogni parte adorne, non fossero da qualche mano rapace o brutale rubate, o guaste. Abbiam parimenti la formola con cui soleasi nominare un pubblico architetto di Roma (ib. form. 15), di cui dovea esser pensiero provvedere alla [p. 105 modifica]PRIMO I o5 conservazione delle fabbriche e delle statue antiche, rinnovar quelle che avesser sofferto danno, e aggiugner quelle’ che si credessero opportune o necessarie. E in amendue queste formole chiaramente si scuopre quanto fosse di tali cose sollecito Teodorico, e quanto gli stesse a cuore che sotto il suo regno Roma non decadesse punto dall’antica maestà e grandezza. E ben sapeva egli che per tal m aniera sarebbesi conciliata la stima e l’amor de’ Romani; perciocchè questi, come narra Procopio (de Bello goth, l. 4, c. 22), erano singolarmente solleciti di conservare i bei monumenti di cui fino da’ più antichi tempi adorna vedevasi la lor città. R. Nè solo provvide generalmente alla conservazione delle fabbriche e de’ monumenti di Roma, ma spesso profuse egli medesimo i suoi tesori a ripararne or le mura, or altri pubblici edificj (l. 1 Var. ep. 25, 28; l. 2, ep. 7, 34; l. 3, ep. 29, 31). I sotterranei canali, fabbriche di m ara lùgli oso lavoro, furono per comando di lui ristorati (l. 3, ep. 30). Il teatro romano che, benchè fatto di pietre, minacciava nondimeno rovina, volle che a sue proprie spese si rinnovasse (l. 4, ep 51). Di queste provide cure di Teodorico a vantaggio di Roma frequentissime pruove s’incontrano nelle Lettere di Cassiodoro. E S. Ennodio ancora fra le altre lodi che dà a questo gran principe, annovera quella (Paneg. Theod.) di aver fatta risorgere all’antica grandezza non solo Roma, ma più altre città ancora. Infatti ad altre parti d’Italia egli pure rivolse la sua beneficenza. Una statua di bronzo era stata occultamente rubata 11. E nel riparare in Roma e altrove gli auliciti etliGxi. [p. 106 modifica]m. Nuovi! mapmli.lic ra|,. Iirii li» da lui in |>iti parli innalzale. IOG tlBRO in Como; ed egli mandò ordine che si facessero diligenti ricerche a scoprirne il rubai ore, e che cento monete d’oro si promettessero a chi lo indicasse; perciocchè, dic’egli per mezzo di (Cassiodoro (l. 2 Var. ep. 35), ella è cosa amara troppo e spiacevole, che mentre noi cerchiamo ogni giorno di accrescere gli ornamenti della città, i monumenti antichi a’ nostri tempi vengano meno.; Erano celebri fin d’allora i bagni d’Abano nel Padovano, ma le fabbriche che loro stavano intorno per comodo di chi ne usava, e un palazzo singolarmente che vi era vicino, sembrava che per antichità volessero sfasciarsi e cadere. Egli diè commissione a un architetto, che a spese regie tutti quegli edificj ristorasse con diligenza, e li rendesse sicuri e agiati per modo che all’uso lor proprio potessero perfettamente servire (ib. ep. 39). III. Ma al grande e magnifico Teodorico poco sembrava l’occuparsi soltanto o in impedire o in riparar le rovine. Egli accrebbe ancora all’Italia nuovi ornamenti, e fe’innalzare in più parti regali edificj. L’autore della Storia detta Miscella, che di nuovo è stata pubblicata dal ch. Muratori (Script. Rer. ital t. 1), accenna in breve ch’egli nelle più popolose città si fè innalzare magnifiche reggie (Hist. Misc. l. 15). Ma l’Anonimo Valesiano ce ne ha lasciato più distinta menzione; perciocchè dopo aver detto ch’egli era amator di fabbriche, e ristoratore delle città (p. 522, ed. Vales.), rammenta singolarmente il ristorar ch’egli fece l’acquedotto fatto già da Trajano in Ravenna, un palazzo [p. 107 modifica]PRIMO IO7 nella stessa città fabbricato insieme co’ portici che il circondavano, delle quali fabbriche fatte già in,Ravenna troviamo anche menzione nelle Lettere di Cassiodoro (l. 1 Var. ep. (6; l. 3, ep. 9); il palazzo pure e le terme fatte in Verona, e un lungo portico che dalla porta della città conduceva al detto palazzo, e un antico acquedotto ivi ancor rinnovato, e le nuove mura di cui aveala circondata; nuove mura parimenti e palazzo e terme e anfiteatro da lui fabbricati in Pavia; e più altre città finalmente da lui in somigliante maniera abbellite ed ornate. Paolo Diacono aggiugne ancora (De Gestis Long. l. 4, c. 22) ch’egli soleva passare il tempo di state nel nobil borgo di Monza presso Milano, allettato dalla salubrità dell’aria non meno che dall’amenità del sito, ed è perciò verisimile che ivi pure ei lasciasse alcun monumento della regia sua munificenza. Perchè non ebbe l’Italia per più secoli ancora sovrani barbari sì e stranieri , ma in questa parte somiglianti al gran Teodorico? Ella non avrebbe avuto a piangere la rovina e la perdita di tanti egregi monumenti che dal furore delle guerre che venner dopo, le furon rapiti. IV. Prima d’innoltrarci nella storia dell1 arti di questa età, vuolsi qui accennar qualche cosa de’ cambiamenti che soffrì in essa f architettura. 11 eli. Muratori si sdegna contro coloro che rimirano i Goti come nemici dell’arte, e distruttori dei più bei monumenti (Diss. sopra le Antich. ital. t. 1, ai ss. 23, 24)- E certo io non so intendere come il dotto P. ab. Angelo della Noce potesse scrivere (in not. ad Leon, osliens. [p. 108 modifica]108 I.IBRO Chron. I. 3, c. 29) che il re Teodorico omnes bonas artes eliminavit ex Italia; mentre la storia di questi tempi sì chiaramente ci mostra quanto ei fosse sollecito di mantenerle e di avvivarle. Ma il valoroso apologista dei Goti non è contento di liberarli da questa taccia che loro ingiustamente si appone. Egli non vuole innoltre che credasi da essi introdotto nell’arti un certo cattivo gusto che dicesi gotico. Vediamo , dic’egli, caratteri delle stampe assai grossolani: li chiamiamo gotici; miriamo basiliche di rozza e sproporzionata architettura: gridiam tosto che e fattura gotica. Tutte immaginazioni vane. E per ciò che appartiene a’ caratteri che si chiaman gotici, non può negarsi ch’essi siano inferiori di molto a’ tempi de’ Goti. Ma per riguardo all’architettura penso che sia d’uopo di un diligente esame per ben decidere una tal quistione. Il Muratori per mostrare quanto irragionevole sia l’accusare i Goti del decadimento dell’archittettura, rammenta e le magnifiche fabbriche di Teodorico, e le Lettere di Cassiodoro da noi pure accennate, dalle quali raccogliesi chiaramente quanto a quest’ottimo principe stesse a cuore che i suoi edificj non cedessero in bellezza e in maestà agli antichi. Ma, a parlare sinceramente, non parmi ch’egli abbia abbastanza distinte due cose che pur sono tra loro diverse assai, magnificenza e gusto. Che Teodorico avesse idee e disegni alla grandezza del suo animo corrispondenti; eli’ egli volesse che le sue fabbriche potessero gareggiare colle più rinomate di Roma e di tutta l’Italia; che perciò profondesse con regia [p. 109 modifica]PRIMO log liberalità i suoi tesori , non può negarsi. Ma ciò non pruova che il gusto allora seguito comunemente non fosse cattivo. Lucano, Seneca, Tacito ed altri scrittori de’ loro tempi usarono di ogni sforzo per uguagliare e per superare ancora la fama degli scrittori dell’età precedente , ed essi erano uomini d’ingegno nulla inferiore a chiunque. Ma il poco buon gusto a cui s’appigliarono, fece ch’essi ottenessero gloria minore assai di quella de’ loro predecessori. ¡Non altrimenti può avvenire, e avvien di fatto dell’arti, che anche allor quando il favor de’ sovrani le onora e le avviva, per l’infelice gusto de’ loro coltivatori esse decadano. V. Or che a’ tempi de’ Goti l’architettura venisse a stato sempre peggiore, io non credo che da alcuno possa negarsi. Essa avea cominciato già da alcuni secoli addietro a dicadere, come abbiamo osservato, e col proceder del tempo si venne vie maggiormente guastando. Anzi, benchè il Muratori affermi che quella che suol chiamarsi gotica architettura, non fu introdotta che ne’ secoli susseguenti, io penso nondimeno che una riflession diligente sugli scrittori di questa età ci possa persuader facilmente che a’ tempi appunto de’ Goti essa ebbe principio. Egli è ben vero, come saggiamente riflette il march. Maffei Ver. illustr. par. 1, l. 11), che ne’ bassi tempi, per quanto riguarda la perfetta compositura delle muraglie e la soldità e la magnificenza, si ritenne in Italia non solamente dopo la venuta de’ Barbari, ma sino agli ultimi secoli la stessa maniera de’ Romani, grandi e perfetti materiali usando, v. Se P architettura venisse a lor tempo a stato peggiore assai. [p. 110 modifica]I 10 LIBRO frammischiando poca calce, e pulitamente commettendo. In questa magnificenza stessa però de’ bassi tempi veggonsi, come il medesimo autore confessa, i difetti che chiamansi di architettura gotica, cioè i sesti acuti degli archi, e l’irregolarità de’ capitelli e delle colonne. Or io osservo clic questi difetti, e quelli singolarmente che sono i più frequenti a vedersi nelle «archilei ture che diconsi gotiche, erano in uso fin da’ tempi de’ Goti. E primieramente, se è vero ciò che il ch. ab. Frisi afferma (Sag. sull’Archit. got.), che uno de’ primi esempj di archi continuati sopra le colonne isolate, invece di congiugnerle , come più anticamente si usava, cogli architravi, sia nella chiesa di S. Vitale in Ravenna cominciata, dic’egli, sotto il regno di Amalasunta, noi veggiamo in ciò un notabile cambiamento, e un principio di decadenza nell’architettura. Io guarderommi bene però dall’affermare che tale o tal altra fabbrica ancora esistente sia opera de’ Goti. Mi esporrei in tal guisa.a pericolo di rinnovare una guerra accesa non ha molt’anni in Italia, per cui si sono veduti uscire animosamente in campo valorosi guerrieri armati di assai grossi volumi a provare che un tal edificio fu opera de’ Romani , non già de’ Goti, ed altri il contrario sostener francamente che fu opera de’ Goti, non già de’ Romani. Io temo troppo l’espormi a sì calde mischie, e perciò sarò pago di recare un passo di Cassiodoro, da cui parmi che si possa raccogliere che l’architettura ai tempi de’ Goti venne degenerando. Egli dunque in una sua lettera lodando le maraviglie dell’arte, fa espressq [p. 111 modifica]PRIMO III menzione della strana sottigliezza delle colonne che sostenevan le fabbriche, cui egli perciò paragona alle canne, o alle aste: Quid dicamus columnarum junceam proceritatem? Moles illas sublimissimas)fabricarum, quasi quibusdam erectis hastilibus contineri, et substantiae quali tate concavis canalibus excavatae, ut magis ipsas destimes fuisse transfusas, alias seris judices factum, quod metallis durissimis vidcas eapolita ru (/. 7 Var. form. 15). Qui abbiam dunque chiaramente spiegata la sottigliezza delle colonne, e pare ancora che qualche cenno vi si faccia de’ capricciosi rabeschi che a’ capitelli soleansi aggiugnere. Ma la sottigliezza delle colonne suppone necessariamente i sesti acuti, senza de’ quali non potrebbe una pesante fabbrica sostenersi su colonne sottili, come a’ dotti architetti è abbastanza noto. E perciò parmi, s’io non m’inganno, che da questo passo raccolgasi ad evidenza che ai tempi de’ Goti prese ad usarsi ciò che è uno de’ principali caratteri della gotica architettura. Ma possiam noi veramente accertare che una tal maniera di fabbricare non fosse anche ne’ precedenti secoli introdotta? Io non so se esista fabbrica alcuna di tal natura , o se ve ne sia cenno di qualche scrittore innanzi a’ tempi de’ Goti. Ed io perciò atterrommi alla mia opinione, finchè non mi si mostri che la gotica architettura fu più antica de’ Goti. A me basta di avere or dimostrato, per quanto sembrami, ch’essa non fu a lor posteriore (12). (12) Questa opinione intorno all’architettura gotica, [p. 112 modifica]1 I 2 MURO VI. Lo stesso march. Maffei, apologista egli pure de’ Goti, prende a difenderli dall’accusa che loro dassi da molti, di aver guasta l’architettura, ma in maniera diversa da quella tenuta dal Muratori. Perciocchè ei non nega (/. cit.) c alla spiegazione ilei passo di Cassiodoro, in cui ho credulo di dover ravvisare l’origine del’sestacuto, non ’ più mi sembra ora probabile, avendo ottimamente os- 1 servato il sig. ab. Fea (IVtnck, Stor. tir li’ Arti, t. 3, J p. 272) die Cassiodoro non parla ivi de’ monumenti j a suo tempo innalzali, ma degli antichi romani che tuttor sussistevano, e che perciò, ove egli indica le colonne sottili a loggia di giunchi , non delibasi intendei e di quelle che veggnnsi nell’architettura detta volgarmente gotica, ma che con qualche esagerazione disegni le ordinarie colonne che scmbran sottili riguardo alle gran fabbriche che sostengono, quando singolarmente si parli di quelle di ordine corintio, che sono di minor diametro delle altre. L’eruditissimo ed esattissimo os-, J servatole delle vicende dell’Arte, il cavaliere d’Agincourt, che prima di tutti ha fatta questa medesima ri- 1 flessione, ini ha su questo argomento scritta una lunga lettera che sarebbe degna di essere pubblicata s’io non credessi di non dover prevenire la grand’opera che sulla Storia dell’Arte ne’ bassi tempi ci si apparecchia a darci. Mi basti qui l’accennare cli’ei prupva chiara- ■ niente Ciò che da lui avea appreso l’ab. Fea, che Gas- -r siodoro , come sopra si è detto. parla delle fabbriche romane, non delle gotiche; ch’egli osserva che non è ancor ben definito qual sia quella che sogliam dire gotica architettura; che non è vero ciò che l’ab. Frisi ha affermato che la chiesa di S. Vitale di Ravenna sia una delle prime in cui si veggano gli archi continuati sopra le colonne isolate, perchè abbiamo, per tacer di altri più antichi monumenti, il palazzo di Diocleziano nella città di Spalato tanto anteriore a’ tempi de’ Goti fabbricato alla stessa maniera; che i difetti che diconsi gotici, sono comunemente più recenti del secol de’ Goti; e che in somma 11011 deesi abbandonare l’opinione del >1 [p. 113 modifica]pniMO 113 chc P arte venisse sempre più decadendo a’ lor tempi; ma dice che non se ne debbono incolpare i Goti. Questi erano, dic’egli, soldati, e non architetti nè muratori; ed eran nativi di tai paesi ove appena si sapea che cosa fosse fabbricare di muro. Gl’Italiani dunque non già i Goti furono i corrompitor di quest1 arte. Ma questa ragione è ella veramente di quel peso che a prima vista si crede? I Goti eran soldati, ma certo non tutti; poichè, come narra Giornande scrittor di que’ tempi, tutta la lor nazione fu da Teodorico condotta in Italia: Theodoricus ad silos revertens gentern Gothontm, quac tamen ci praelmerat conscnsum, assumens, Hcsperiam tendit (De Rebus goth.) Non i soli soldati adunque, ma il minimo popolo ancora era venuto con Teodorico; e questo, ancorché si conceda che non avesse mai veduto nel suo paese nè fabbrica nè muro alcuno, poteva nondimeno aver apprese in Italia alcune di quelle arti che a guadagnarsi il vitto erano opportune. Inoltre Teodorico era stato lungo tempo alla corte di Costantinopoli, ove avea ricevuta la prima educazione. I suoi Goti aveano scorse varie provineie della Grecia, e Muratoli e del Maffei da me qui impugnata. Io ben volentieri mi arrendo alle ragioni da lui prodotte, e avrei cambiato interamente tutto questo passo, se non avessi creduto che non fosse per dispiacere a’ lettori il vedere come io abbia pensato in addietro, e come pensi ora. Altro non mi resta a bramare, se non che questo eruditissimo cavaliere non indugi più oltre a pubblicar la sua opera che rischiarerà felicemente un argomento involto finora fra dense tenebre. TutABOSCUI, Voi. III. 8 [p. 114 modifica]1 1 4 LI URO vi avean potuto osservare i magnifici edifizj di cui erano adorne. Quindi stabiliti in Italia, è facile a intendere come s1 invaghissero essi pure di render celebre il nome con grandi e maestose fabbriche, ma adattate al lor gusto ,1 e alla maniera di pensare lor propria. E ancorchè si supponga che gl’italiani fossero e i disegnatori e gli esecutori di tali edifizj, questi nondimeno sarannosi conformati probabilmente al genio e al gusto de’ lor signori; come veggiamo avvenire in un paese il qual cambi » dominio, che tosto vi s’introducono le usanze e le mode di quella nazione che ne diviene padrona. Aggiungasi che Teodorico per quella ira ma che suole comunemente avere un novello conquistatore, di rendersi immortale presso que’ popoli stessi ch’egli ha soggiogati, avrà cercato di lasciar tali memorie della sua magnificenza, che potessero gareggiare con quelle dei più magnifici imperadori; e quindi è verisimile che nascesse quello sforzato e quel capriccioso che vedesi nelle gotiche architetture. Osservo infatti che Teodorico per mezzo di Cassiodoro si vanta in certa maniera di perfezionare e di correggere le opere degli antichi: Hoc enim studio largì tas nostra non cedit, ut et facta veterum, exclusis defectibus, innovemus, et nova! vetustatis gloria vestiamus (l. 7 Var. form. 15). Tutte queste riflessioni mi sembran bastanti a conchiudere che i Goti furono almeno in parte j cagione dei vizj e de’ difetti che s’introdus- , sero nell’architettura; o almeno che essendosi .questi a’ lor tempi singolarmente introdotti, non è irragionevole il chiamare cotai lavori col nome di architettura gotica. [p. 115 modifica]PK1MO I l5 VII. Atalarico e Teodato ancora non furono trascurati nel mantenere il decoro degli antichi pregevoli monumenti, come veggiamo in alcune lettere a loro nome scritte da Cassiodoro (l. 8 Var. ep. 29, 30; l. 10, ep. 30), in una delle quali singolarmente il primo comanda che si provveda alla conservazione di due elefanti di bronzo ch’erano nella Via Sacra, echeminacciavan rovina. Ma la guerra che poscia si accese fra i Goti e i Greci, come alle lettere, così alle arti fu sommamente fatale. L’Italia non era il paese natio nè degli uni nè degli altri; e quindi nè gli uni nè gli altri non eran punto solleciti di conservarle i suoi più rari ornamenti. Ciò che narra Procopio avvenuto in Roma, mentre era assediata da’ Goti, l’an 537 (de Bello goth. l. 2, c. 22), basta a farci conoscere qual danno nel corso di sì lunga guerra avessero a soffrire le arti. In un assalto che i Goti diedero alla Mole di Adriano, detta ora Castel S. Angelo, i difensori non avendo forse altre armi a difendersi, dieder di mano alla maggior parte delle statue che ivi si conservavano, e fattele in pezzi, di esse si valsero a rispingere i nemici. Gli amatori dell’arti, dice leggiadramente il sig. di Saint-Marc (Abr. de l’Hist. d’Ital. ad h. an.), avrebbono amato meglio di veder preso il castello, che di soffrir la perdita di sì bei monumenti. Osserva il "Winckelmann (Hist. de l’Art. t. 2, p. 338) che allor quando sotto Urbano V OI si ripurgò la fossa di quel castello, vi si trovaron due statue, una di un Fauno addormentato mancante di gambe e di cosce e del braccio sinistro, che [p. 116 modifica]Il6 LliiRO or conson asi nella Galloria Barberini; 1’altra di Settimio Severo} ed è probabile, com’egli riflette, che a questa occasione vi fosser gittate, e vi rimanesser sepolte (13). Chi può ridire quante altre statue e quanti altri antichi e bei monumenti andarono a questa occasione perduti e in Roma e in tutte raltre città d’Italia che tutta fu involta e compresa dall’orribile incendio di questa guerra? In ciò nondimeno che appartiene a’ pubblici edificj in Roma, dobbiam confessare a gloria de’ Barbari stessi, che non troviam pruova alcuna che da essi fossero rovinati, o arsi. Io ben so che alcuni moderni scrittori usano assai sovente di dire che Roma fu arsa, fu distrutta, fu quasi atterrata da’ Barbari. Ma non credo che essi ne possano addurre il testimonio di alcun autorevole antico scrittore. Di rapine, dirubamenti, talvolta ancora di strage trovasi bensì menzione nelle lor opere} ma di rovina e di distruzione non già. Intorno a che degna è di vedersi una lettera di Pietro Angelio da Barga, che (a) Il sig. ab. Fea ini riprende (TVinck. Stor. dell’Arti, t. 3, p. 3u3) perchè fo dire a Winckelmann, che nelle fosse di Castel S Angelo fu trovata anche la statua di Setlimio Severo. E certo cih non si legge n.-l1’edizione che di quest’opera egli ci ha data. Ma nella prima edizion francese eh’ è quella che sempre è stata da me citata, e ch’era la sola, oltre la prima tedesca che si avea, quando io pubblicai la mia Storia , chiaramente si legge: On y trouva aussi la statue de Septime Severe et non dans le fosse du Chdteau Gandolfò hors de Rome, camme Breval le dit. Poteva io forse prevedere che nelle seguenti edizioni queste parole si dovessero ommettere? [p. 117 modifica]PRIMO tratta a lungo di questo argomento (Ep. de Aedificiorum urb. Romae eversoribus, t. 4 Thes. Antig. rom. Graev.). Alcuni però degli obelischi, degli archi e di altri cotai monumenti, dirò così, isolati, è probabile che fossero in tali occasioni atterrati, o guasti (14). VIII. Frattanto l’arte della scultura ancora e della pittura erasi conservata in Italia; ma amendue in quel decadimento ch’era necessario ad avvenire in questi tempi, nei quali il cattivo gusto già introdotto nell* età precedenti, e le universali sciagure non permettevano alle arti di sorger di nuovo all’antico loro onore. Molte statue furono innalzate a Teodorico e in Roma e in Ravenna e altrove, e abbi am veduto che Rusticiana moglie del famoso Boezio fu accusata di aver fatte atterrare quelle eh’erano in Roma. Una di nuova invenzione innalzata nel foro di Napoli al medesimo Teodorico rammentasi da Procopio (l. i de Bello goth. c. a/f), tutta composta di sassolini minuti, e a varii colori intrecciati e uniti insieme, di cui egli dice che erasi scompaginato e disciolto il capo, vivente ancora quel principe. Il Winckelmann parla di una statua (/. cit.) che conservasi nella Villa Giustiniani, la qual credesi da molti essere dell’imperador Giustiniano. Egli si mostra di contrario parere, e aggiugne che questa (a) Assai più ampiamente e più eruditamente ha illustrato questo argomento il soprallodato sig. ab. Fea nella sua dissertazione sulle Rovine di Roma , inserita nel tomo III della Storia delle Arti del Winckelmann da lui nuovamente data in luce (p. 267 , ec.). vui. La »cultura fu esercìtata frequentemente, ma con poco felice SUCCCMOi [p. 118 modifica]

IX. Par« i Goti amassero pittura. 118 libro statua, benché mediocre, sarebbe nondimeno una maraviglia dell’arte in un tempo sì barbaro. Passo sotto silenzio molte altre statue a questa età innalzate; e piacemi solo di accennare un passo dello storico Procopio, che ci fa intendere essere stato anche a questi tempi frequente l’uso d’innalzare statue singolarmente a’ principi. Racconta egli dunque (de Bello goth. l. 1, c. 6) che tra gli articoli di pace cui Teo-■ dato l’anno 535 propose a Giustiniano, uno fu questo, che a Teodato solo non mai si ergesse statua o di bronzo, o di altra materia, ma sempre a lui insieme e all’imperadore: Huic (Teodato) numquam statua ex aere aliave materia poneretur; at utrique semper. Così per tutto il tempo in cui regnarono i Goti in Italia , fu la scultura, benchè con poco felice successo, esercitata. hc EX..-Crederei» noi che i Goti si dilctt.isserò 9 non ancor di pittura? Io confesso che di ciò non u mi è avvenuto di trovare notizia alcuna. E parmi strano che nelle Lettere di Cassiodoro, I nelle quali pure si ragiona sì spesso di fabbriche, di statue, di palagi, non si faccia mai, 3 eli’ io sappia, menzion di pittura. Sopra tutto mi sembra degno di maraviglia che essendovi tra le formule con cui da’ re si conferivan le cariche, quella ancora con cui si dava la soprantendenza al reale palazzo (l.7 Var.form. 5), e nominandosi in essa tutti coloro ch’erano destinati ad ornarlo, cioè l’addobbatore delle pareti, lo scultore de’ marmi, il fonditore del bronzo, e quegli che formava le volte, e que- I gli che iacea lavori di gesso, e perfiu quegli [p. 119 modifica]PRIMO , n; che componeva i musaici, solo del pittore non si faccia alcun cenno. Eran dunque i Goti così nimici della pittura, che non volessero usarne ne’ lor palagi? L’argomento da me recato non basta ad accertarlo; ma non lascia però di destarne qualche sospetto; molto più che a me non pare di aver trovato in alcun altro scrittore di questa età cosa alcuna che ci dimostri aver essi ancora fatto uso della pittura, o almen avutala in pregio. De’ musaici però veggiamo dal passo sopraccitato, eli’ essi ancora si compiacevano, onde almen questo genere di pittura converrà riconoscere che fu da essi coltivato. X. Ciò non ostante anche di pitture troviam menzione a questi tempi. Del pontefice Simmaco racconta Anastasio Bibliotecario (Vit. Pontif. vol. 3 Script. Rer. ital. p. 124), che oltre alcuni musaici di cui ornò la basilica di S. Pietro, abbellì ancor di pitture quella di S. Paolo. Di Giovanni vescovo di Napoli a tempo di Giustiniano racconta Giovanni Diacono (Chron. Episc. Neap. vol. 1 , pars 2 Script. rer. ital. p. 2y(j), che nella basilica detta Stefania, perchè edificata dal vescovo Stefano, ei fe’ dipingere a musaico con maraviglioso lavoro la Trasfigurazione del Redentore; e di Vincenzo, che in quella sede succedette a Giovanni, narra il medesimo storico (ib.), che avendo nelle stanze del suo vescovado fabbricato un ampio cenacolo, il fe’ ornar di pitture. Aggiungansi i musaici, de’ quali Massimiano vescovo di Ravenna, già da noi mentovato, ornò la basilica di S. Stefano, come narra Agnello nella Vita x. Tromsi però anche di questi tempi Ireq nenie menzione di pitture e di musaici. [p. 120 modifica]120 LIBRO PRIMO di questo vescovo} ed altri molti somiglianti lavori, intorno a’ quali si può vedere ciò che nelle loro opere su tali argomenti han ragionato monsig. Ciampini e il cardinale Fui ietti. Eranvi dunque anche di questi tempi pittori in Italia, che certo non ci lasciarono opere onde ottenere gran nome} ma pure fecer per modo, che fra tante calamità non perisse interamente quest’arte. [p. 121 modifica]LIBRO SECONDO Storia della Letteratura Italiana sotto il regno de’ Longobardi. IMell’inoltrarmi ch’io fo nella storia dell’Italiana Letteratura, e nell’entrare ne’ tempi del regno de’ Longobardi, a me sembra di essere qual viaggiatore che dopo aver corse per lungo tempo colte e popolose provincie, nelle quali benchè siagli avvenuto talvolta d’incontrar sulla via qualche tratto di sterile e abbandonato terreno, spesso nondimeno ha avuto il piacer di aggirarsi per maestose città, e per fertili ed ubertose campagne, vedesi finalmente in mezzo a un vastissimo incolto deserto in cui, comunque rivolga l’occhio per ogni parte , appena è mai che gli si offra allo sguardo o un fresco erboso cespuglio, o un fiorellino odoroso, o altro ridente oggetto che fra la noia di sì penoso cammino, e fra F orrore e ’1 silenzio di quella vastissima solitudine, gli possa recar conforto. I secoli dei quali abbiam finora parlato, benchè talvolta sconvolti dalle pubbliche calamità, e perciò poco felici all’italiana letteratura, non sono stati però oscuri e tenebrosi per modo, che qualche lume non si vedesse risplendere a quando a quando, e qualche oggetto non ci si offerisse, su cui fosse piacevole il trattenerci. Ma i tempi de’ quali [p. 122 modifica]ora dobbiaoi ragionare, son tempi di squallore e di universale desolazione. I nomi di orator, di filosofo, di astronomo, di matematico son nomi, direi quasi, barbari e sconosciuti. Un uomo che sappia scriver latino con qualche eleganza, un uomo che sappia alcuna cosa di greco, un uom che faccia de’ versi, è un uom prodigioso. È ella questa quelf Italia medesima in cui ne’ secoli trapassati abbiam vedute sì felicemente fiorire le scienze d’ogni maniera l Ecco l’infelice argomento su cui debbo or trattenermi. Mi sforzerò nondimeno di fare in modo che la noia che necessariamente mi convien sostenere nel ragionarne, ricada quanto men sia possibile su chi leggerà questa Storia; e alla diligenza nel raccogliere tutto ciò che appartiene alla letteratura italiana di questo tempo, unirò ancora la riflessione di toglierne, se mi verrà fatto, al racconto ciò che possa aver di spiacevole e di noioso.