Storia della rivoluzione di Roma (vol. I)/Capitolo XIII

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Capitolo XIII

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CAPITOLO XIII.

[Anno 1847]


Banchetto pubblico sul monte Esquilino alle terme di Tito il 21 di aprile pel natale di Roma. — La festa di san Pio V il 5 maggio. — Dimostrazione il 13, giorno natalizio del Santo Padre. — Altra imponentissima il 17 di giugno, anniversario della elezione del pontefice. — Nuovo coro di Sterbini: Scuoti, o Roma, la polvere indegna. — Pompe e servizi funebri dal 20 aprile alla fine di giugno 1847, fra le quali lo più notevoli furon quella pel cardinale Polidori il 26 aprile, quella pel cardinale Micara il 27 maggio, e quella per l’abate Borghi il 30. — Il nuovo giornale la Bilancia del professor Francesco Orioli avversato dal Movimento. — Tenerezze degl’Inglesi pel papa salito in credito perchè principe riformatore. — Il marchese Dragonetti. — Brevi cenni sulla sua vita. — Tentato e non riuscito allontanamento del medesimo, e sue cause. — Concistoro dell’11 giugno, nel quale creati quattro nuovi cardinali. — Motu-proprio sul Consiglio dei ministri del giorno 12. — Notificazione del cardinal Gizzi del 22 contro le dimostrazioni popolari. — Il Santo Padre amministra la comunione al collegio romano il giorno 27. — Agitazione in Roma fra vetturini abruzzesi e romani, fra cristiani ed ebrei, fra lavoranti e padroni. — La festa di san Pietro il 29; foglietto clandestino d’indole minacciosa pel Santo Padre, affisso in città. — Pranzo il 30 al palazzo di Venezia per monsignor Romilli arcivescovo di Milano, interpretato malignamente per il ritorno del cardinal Lambruschini al potere. — Ciceruacchio e consorti spiano i convitati. — Ballo la sera in villa Borghese preso sinistramente dai progressisti, e minaccie perfino di dar fuoco al palazzo. — Elogio di O’Connell fatto dal padre Ventura in sant’Andrea della Valle nei giorni 28 e 30 giugno.


Comecché narrando la festa per la Consulta di stato noi Siam giunti al giorno 22 di aprile, pure ci è forza tornare due giorni indietro per narrare un banchetto di circa duecento persone, che volle darsi il giorno 20 dagli abitanti della città Leonina ai bastioni di santo Spirito, e precisamente in sant’Onofrio sotto la quercia del Tasso, ai rappresentanti dei rioni di Roma.

[p. 207 modifica]Furonvi fra i convitati, i principi Aldobrandini, Conti, e Corsini, il duca Don Marino Torlonia, Don Bartolomeo de’ principi Ruspoli e Ciceruacchio. Vi erano altresì Sterbini, d’Azeglio, Orioli e il poeta Giuseppe Benai, i quali recitaron tutti dei poetici componimenti, e quest’ultimo in dialetto romanesco. Parlarono di questo banchetto quasi tutti i giornali. nota

Esso banchetto precedette di un giorno quello che si die il 21 di aprile alle terme di Tito sul monte Esquilino. Narrammo al capitolo VII le particolarità di quello che si dette in modo imponentissimo la sera dell’ll novembre dello scorso anno nel teatro Alibert. Narreremo ora nel presente le particolarità di quello ch’ebbe luogo alle terme di Tito il giorno 21 di aprile 1847 per solennizzare il natale di Roma nell’anno 2601 dalla sua fondazione.

Il primo fu notturno ed a porte chiuse, fu questo diurno ed all’aria aperta.

Volendo noi allontanarci dal metodo tenuto dagli altri scrittori, che o per ignoranza o per paura o per ispirito di parte ti direbber come al solito, che il popolo romano il tal giorno fece la tal cosa, narreremo per disteso ciò che occorse relativamente a questo banchetto, incorniciando dalle sue prime origini.

Diremo per tanto che vago ed innamorato il poeta Sterbini, come più o meno lo siam tutti, delle patrie grandezze, escogitò dì solennizzare il natale di Roma; e siccome l’argomento portava a richiamare di necessità le storiche reminiscenze che riscaldar potessero le menti, divisò di farlo all’aria aperta, ed in tale situazione da poter distintamente vedere il Colosseo ed il Foro romano.

Vario però fu lo scopo che si propose instaurando la festa del natale di Roma. Fame prima di tutto una festa duratura anche per l’epoca avvenire: richiamare l’attenzione

1 [p. 208 modifica]della romana gioventù a cose più serie: e lammentando e Romolo, e Numa, e Fabrizio, e Decio, e Catone, e Tullio, e i padri coscritti, voleva in certo modo far sentire ai Romani ch’essi del padre Quirino eran tuttavia e figli e discendenti.

Ma un altro scopo pure aveva, ed era quello di distruggere la festa gioviale e burlesca che dai Tedeschi davasi annualmente in un luogo della campagna romana chiamato Cerbaro, ove i Romani ed i forestieri alacremente affluivano, ed a tal fine scrisse un foglietto intitolato: Un Romano ai suoi concittadini,2 il quale servir dovea come di programma del banchetto pel natale di Roma.

Detto foglietto non porta per verità il nome dello Starbini; ma si disse comunemente esser suo. Del resto chesso ne fosse o no l’autore poco monta, ma che fosse il principal promotore della festa è cosa incontrastabile, perchè tutti lo seppero e lo videro, e vider pure ch’erasi associato a suo aiutante di campo un tal Fabiani, soprannomato il Carbonaretto, il quale andava, veniva, prendeva la sterbiniana imbeccata, e diramava i suoi ordini.

Crediamo non ostante riportare le ultime parole del programma, o foglietto attributo allo Sterbini, onde meglio conoscer lo spirito di que’ tempi.3 Eccole:

«Non è a dubitare che questo popolo sempre eroico e intelligente, non sia per accettare con sommo giubilo questa circostanza di dimostrare al mondo non essere in esso spenta la reminiscenza delle antiche virtù, nè soffocato il santo amore di patria, e che maggior cura ed affezione porrà nel festeggiare i suoi fasti gloriosi, ed onorare le patrie reminiscenze, di quello che assistere meschinamente a talune fredde ed insignificanti riunioni di stranieri (si allude alla festa, o meglio baccanale del Cerbaro) che sotto estere garanzie nel nostro paese, [p. 209 modifica]facendo soltanto strepito ed orgia di baccanti, erano specialmente per lo passato tempo (in cu! era a noi interdetto di riunirci in libera, comunque onorata conversazione, e chiamarci l’un l’altro) un’onta alla nostra dignità ed al nostro onore.»

Siccome poi le prime parole del foglietto dicevan così: «Nel giorno 21 di aprile di quest’anno 1847 vengono compiti 2598 anni,4 da che furon gittate le prime fondamenta di questa eterna città,» parve, che si volesse, facendo una parentesi del papato e dell’era cristiana, ricominciare a proseguire l’antico millesimo.

Vedasi da ciò intanto come si prendesser da lontano le mosse, e come, mentre s’inneggiava a Pio IX, si gittavan le prime scintille senza ritegno veruno di quel fuoco che volevasi accendere per ricostituire una Roma repubblicana.

In seguito di ciò non vi volle molto per distogliere i Romani dal recarsi al Cerbaro. I Tedeschi sentirono non essere più per loro il vento che spirava, e dimisero all’istante qualunque idea di festa; e così sparì dal calendario delle ricreazioni la festa del Cerbaro, sostituendovi invece quella del natale di Roma.

Ebbe dunque luogo come abbiam detto di sopra il succitato banchetto, al quale intervennero più di ottocento persone oltre ad un numero immenso d’individui muniti di biglietto d’ingresso, per assistere semplicemente alla festa.

Vi recitarono componimenti

Il march. Luigi Dragonetti
» prof. Francesco Orioli
» dott. Pietro Sterbini
» march. Massimo d’Azeglio
» dott. Pietro Guerrini
» poeta Giuseppe Benai
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Il poeta Filippo Meucci
» conte Giovanni Pagliacci
Alessandro Rossi.

Il giovane Giovanni de Andreis poi recitò alcuni versi del Checchetelli assente.

Il discorso dello Sterbini, che troppo sentiva d’incenso per la Roma pagana, rincrebbe immensamente al Santo Padre. Si disse che non ne avrebbe voluto la pubblicazione, ma essa ebbe luogo unitamente a quella degli altri componimenti in un foglio a parte aggiunto al Contemparaneo che pubblicamente vendevasi al caffè nuovo.5

Sulla sommità del colle Esquilino eran disposte le tavole pei commensali. La statua emblematica di Roma, e ai piedi della medesima la lupa coi gemelli Romolo e Remo dominavano il banchetto. Il tempo bellissimo, amenissima la situazione, belli o almeno saporiti e acconci ai tempi i discorsi degli oratori e i versi dei poeti, applausi, evviva fragorosissimi: gioia in tutti i volti, uno sventolare continuo di fazzoletti, e perfino i melodici concerti della banda militare vennero a rallegrar la festa, che riusci oltre ogni dire bella, animata e dilettevole. Chi non vi si è trovato non può concepirne una idea adeguata, e chi vi si trovò difficilmente potrebbe con appropriate parole descriverla.

Gli universitari ancora sopraggiunsero accompagnati dalla banda musicale dei vigili, cantando inni per abbellir la festa. Anche quei giovani vi volevano, perchè in Roma e dappertutto il corpo dogli universitari era divenuto (ci si permetta l’espressione) una salsa piccante che condir doveva tutte le dimostrazioni.6

[p. 211 modifica]Sembrerà forse a taluno che noi ci diffondiamo troppo in racconti di feste, banchetti e dimostrazioni. Ma come fare diversamente se in Roma era una dimostrazione continua, e se questo era il solo mezzo adottato per fare la pacifica rivoluzione? Passiamo ad altro.

Il giorno 28 di aprile moriva l’eminentissimo Polidori, uomo pio, dotto, caritatevole. Si lamentò molto la sua perdita, e la sera del 26 in cui la sua spoglia mortale fu trasportata nella chiesa di sant’Ignazio, un grande numero di giovani vestiti a bruno ne seguirono il feretro. 7

Come complemento della circolare di segreteria di stato del 24 agosto 1846, la Congregazione degli studi emise il giorno 24 aprile una circolare per prefiggere lo norme sugli asili d’infanzia, la quale venne riportata dall’Orioli nella sua Bilancia. 8

E giacchè abbiamo nominato la Bilancia diremo come vedendo il professore Orioli, rappresentante il partito dei moderati, la irruzione dello idee esagerate che non tanto negli scritti, quanto nei discorsi pubblicamente diffondevansi, si prefìsse di opporvi un riparo. Confidava molto l’Orioli nell’autorità della sua voce, e mirava sopra tutto ad avversare le idee dello Sterbini del quale non sembrava professarsi nè amico nè ammiratore.

Sperava l’Orioli di volgere a bene il movimento iniziato, e impedire che trasmodasse, e in ciò aveva ragione, perchè niuno meglio di lui, che primeggiò nel movimento del 1831, e fece parte di quel governo provvisorio che decretò la decadenza del papato dal governo degli stati romani, conoscer poteva i segreti intendimenti del partito cui aveva appartenuto. Credevano allora i Romani che questo partito si fosse estinto, ma ciò era un sogno.

Si associò l’avvocato Andrea Cattabeni, amico ed agente di casa Mastai in Senigallia, ed il romano Paolo Mazio il [p. 212 modifica]quale godeva fama di scrittore erudito. Invitò inoltre l’Orioli molti chiari letterati italiani a secondarlo, associandosi come collaboratori al detto giornale. Lo promisero in iscritto, ma in fatto non attenner la loro promessa, trattenuti forse dallo essere venuto in voce il professore anzidetto, se non di retrogrado, per lo meno di liberale troppo moderato.

Difatti uscito appena il programma della Bilancia il 29 aprile 1847, eccitò tali clamori per parte dei progressisti, che non si fece per molti giorni se non che gridare la croce addosso al prenominato professore, qualificandolo perfino di liberale rinnegato, o sacco rivoltato. Nè a ciò soltanto si attennero, ma incominciarono a pubblicar de’ foglietti, uno dei quali intitolato la Controbilancia, e l’altro la Controbilancia numero 1, ed in fine uno diretto ai componenti il triumvirato della Bilancia.9

Queste manifestazioni ostili pertanto spiegano il silenzio degl’italiani scrittori. Essi per altro così operando, non detter buon saggio del loro coraggio civile.

Era l’Orioli venuto in uggia ai liberali, ad onta della sua dottrina, per quel suo linguaggio che sentiva troppo di sentenzioso e cattedratico, e sopra tutto per il sospetto che appunto in grazia degli anni e della dottrina alzar volesse cattedra di dottrine avversatrici il movimento di allora.

Rincrebbe inoltre la difesa che assunse della legge sulla stampa del 15 marzo. Infine guai quando incominciasi a gridare al lupo. Bastò tutto questo perchè il suo periodico fosse considerato come un giornale codino. Da ciò il ritegno in molti dall’associarvisi, e in molti altri perfin dal parlarne. E così molte volte l’opinione di alcuni querula, mordace, petulante, e chiassosa non guida già, ma tiranneggia la società umana.

Volemmo dare questi cenni sul giornale la Bilancia [p. 213 modifica]perchè denotano la impotenza in allora del partito moderato, ed apron la strada a meglio spiegare quegli avvenimenti che si svolsero in seguito.

Il giorno 5 di maggio fu rimarchevole, perchè come festa di san Pio V, si volle onorare il nome di Pio assunto dal pontefice, con una dimostrazione notturna che provocò al solito la benedizione del Santo Padre.

La mattina vi era stata gran musica nella chiesa di santa Maria degli Angeli, ove l’arcidiacono Lorini recitò una orazione panegirica.10

La sera poi mentre sul Quirinale davasi dal Santo Padre la benedizione al popolo romano, nel casino dei particolari al palazzo Costa al Corso davasi un banchetto ove il professore Orioli recitò un discorso.

Sulla festa del 5 di maggio potranno leggersi a piè di pagina gli stampati, ove si riportano le più minute particolarità alla medesima relative.11

Sogliono i papi recarsi il giorno dell’Ascensione nell’arcibasilica lateranense per assistervi alla messa solenne, e quindi dalla loggia ch’è sulla facciata della chiesa e che guarda la campagna romana e i colli albani, compartire al popolo romano la benedizione.

Ricorreva nel giorno 13 maggio ad un tempo e la festa dell’Ascensione, ed il giorno natalizio del pontefice.

La festa solenne che teneva il popolo in libertà, esonerandolo dalle occupazioni dei giorni feriali, la stagione dolce di primavera, e la situazione incantevole ove recarsi doveva il papa, inebriarono siffattamente i Romani, che vollero dargli una solenne riprova del loro affetto, concorrendo tutti nel luogo ove per compiere al suo sacro ministerio di pontefice e vescovo di Roma recarsi doveva. E certamente nè più bella nè più opportuna occasione [p. 214 modifica]potea presentarsi, per onorare il di natalizio dell’amato pontefice e sovrano.

Circa tre ore avanti mezzodì usciva il papa con isplendido corteggio e con pompa solenne dal suo palazzo del Quirinale, movendo alla volta dell’arcibasilica lateranense.

Tutte le case lungo le strade per dove passava erano ornate di serici addobbi. Serti di verdura e di fiori pendevan dalle finestre, popolo immenso per via che inginocchiato salutavalo rispettosamente e festosamente acclamavalo.

Giunto al Laterano il Santo Padre, e compiuta la sacra cerimonia, comparve sulla loggia superiormente nominata.

L’immenso spazio che si allarga innanzi alla medesima, e che termina colla basilica di santa Croce in Gerusalemme, presentava allo sguardo uno spettacolo oltre ogni dire imponente, perchè sin dove l’occhio permetteva di vedere l’arcibasilica le masse accalcate di popolo eran venute occupandolo. La truppa in bell’ordine schierata sulla piazza; le bande musicali in prossimità della medesima facevan sentire i loro armoniosi concerti. Gli artiglieri lungo le mura della città tenevansi pronti a far tonare le artiglierie nel momento della benedizione.

Quale fosse il grido che sì sollevò gigante al comparir del pontefice sulla gran loggia, non sapremmo con adeguate parole descriverlo; nè il protendere delle braccia infinite, nè l’agitar de’ pannilini per tutto quell’immenso piazzale. Sorge in piedi il vicario di Cristo, s’inginocchian tutti, e sottentra per rispetto il silenzio più profondo; allora il pontefice con voce sonora che alle più lontane orecchie degli astanti perviene, pronunzia quel desiderato: sit nomen Domini benedictum, e le parole della preghiera che precede la benedizione; un amen sonoro eruppe al tempo stesso da tutte le bocche in risposta. Quindi, alza la mano il pontefice, e benedice al suo popolo. Grida fragorose moltiplici di evviva sursero allora, e ripeterono frammiste al suono de’ sacri bronzi, al tonar delle artiglierie, ai concerti musicali delle bande. Chi non sentissi [p. 215 modifica]commosso in quel momento non poteva avere un cuore che palpitasse nel seno, ma l’ebber tutti, e può dirsi senza tema di esagerazione che l’uomo ancora che non fosse tenero nè pel cattolicismo nè per le sue cerimonie, provò in quell’istante tale un commovimento, che nè penne nè bocche umane saprebber descrivere.

Ma appena fu compiuta la cerimonia al Laterano, altra e più imponente ancora preparavasene sul monte Quirinale, e tu vedevi allora l’immenso popolo raccolto nel primo sgomberare a furia, e correr lungo lo stradale per giungere sollecitamente sulla vetta del secondo.

Già molta gioventù erasi raccolta sulla piazza del Popolo. Ivi ognuno con un serto di fiori, precluso e stretto da un nastro bianco e giallo, veni vasi schierando, e quindi preceduti da musicali concerti difilando ordinatamente pel Corso giunsero e si schierarono sulla piazza del Quirinale, accompagnati da molti altri individui, ai quali si aggiunsero tutti quelli che trassero dal centro della città, e che non avevan preso parte alla festa del Laterano. S’immagini ognuno che cosa fosse al sopraggiungere della folta di popolo che a tutta corsa ritornava dal Laterano onde precedere l’arrivo del pontefice. La piazza del Quirinale quantunque assai vasta non sembrava atta a contenere tutti gli accorsivi.

Giunge il pontefice, dopo avere ricevuto per via saluti, evviva, nembi di fiori, tutto, ciò in somma che esprimer possa amore, gratitudine, rispetto.

Al giunger del medesimo si raddoppiarono le acclamazioni; la gioventù levava in alto i serti di fiori, mentre altri agitavano e cappelli e pannilini e bandiere, e allora più che mai festose si fecero udire le armonie della banda. Era un giubilo universale.

Il pontefice dopo breve sosta si mostra sulla gran loggia del Quirinale. Al suo primo mostrarsi voci innumerevoli in un sol grido confuse lo salutarono, e disfatti in un istante i serti di fiori, venner verso di lui lanciati.

[p. 216 modifica]Quindi un silenzio profondo tenne dietro a questa entusiastica e commovente dimostrazione. Il papa, levata la mano, benediceva di nuovo al popolo genuflesso. Dopo di che, fra la gioia e le acclamazioni reiterate, nell’ordine il più perfetto dissipossi, chi prendendo l’una e chi l’altra direzione, quella folta immensa di popolo.

A compiere poi la bellezza della festa ebbe luogo la sera una luminaria generale, ma ricca e variata; cosicchè può dirsi che questa fu una delle più belle dimostrazioni romane, e possiamo aggiungere che, salvo la processione dei giovani coi fiori partitasi dalla piazza del Popolo, di origine sospetta perchè organizzata preventivamente, tutto il resto portò l’impronta di cosa romana.

Sulla detta festa potranno i nostri lettori trovare più ampie particolarità negli scritti che abbiam designato a piè di pagina.12

Circa all’ebrezza o entusiasmo per Pio IX, in quel tempo, possiamo asserire ch’esso era falso per parte di quei soltanto che non amavano nè papa nè papato, ma sincero e reale pei veri Romani, e più che semplice entusiasmo era ammirazione ed amore, e pochi sovrani crediamo che sian pervenuti a conciliarsi la benevolenza e l’affetto dei sudditi come fece il pontefice Pio IX.

Ma siccome l’astuzia e l’inganno avevan saputo creare e mantenere ad arte questa ebrietà tropp’oltre spinta, l’astuzia e l’inganno associaronsi poco dopo per fargliela perdere. E ciò accadde non già perchè egli si fosse allontanato dai doveri che come pontefice gl’incombevano, ma per esservisi invece mostrato saldo ed inflessibile. In una parola si volle fargli perdere la popolarità allorquando gli uomini del movimento incominciarono ad avvedersi che non potevano far di lui ciò che volevano. Allora una gran parte dei Romani, che ignara degli artifici dei partiti e delle sètte, si lasciava guidare dagli uomini che [p. 217 modifica]avean preso il sopravvento sull’opinione pubblica, vedendo che costoro incominciavano a diminuire il loro entusiasmo verso il pontefice, cominciarono a diminuirlo ancor essi colla stessa facilità colla quale lo avevano innalzato e glorificato.

Queste sottigliezze di osservazioni conveniamo ancor noi che allora non potevan farsi, ma oggi che ne abbiamo avuto la esperienza, dobbiamo avvertirle e metterle in sodo, a disinganno degli ancor viventi e per lume di chi verrà, dopo di noi.

Non isfuggì al Ranalli questa considerazione allorquando scriveva quanto appresso:

«Non paia inutile il riferire cotali feste e dimostrazioni continue, avendo esse servito a consolidare l’opinione di quell’accordo fra il pontefice e i popoli, che fu primo seme di questo nostro risorgimento; conciossiachè sperasse Pio l’amicizia popolare poter rivolgere in vantaggio della sedia apostolica, e sperare il popolo di adoperare l’amicizia papale in pro della libertà; onde l’uno avvicinandosi e gratificandosi all’altro intendeva di fare la causa propria. Non dirò che questo fosse un gabbarsi reciproco, ma fu viceversa un vicendevole giovarsi di quella forza che ognuno in sè aveva. Chi dei due finalmente ottenesse l’intento, le cose che ci restano a narrare dimostreranno.»

Solo noi differiamo dal Ranalli sulle intenzioni reciproche del sovrano e del popolo, e sulle sue conseguenze, in quanto che mentre esso sostiene che le feste e dimostrazioni servissero a mantenere V accordo fra il pontefice e i popoli, e non vorrebbe ammettere che fosse un gabbarsi reciproco, noi al contrario diciamo che per parte del Santo Padre ciò non si verificò davvero, ma sibbene negli altri che artificiosamente e non realmente si chiamarono e si chiamano popoli, mentre non sono che un partito. Potrà ammettersi nel papa una condiscendenza o arrendevolezza forse spinta tropp’oltre. Potrà concedersi in esso troppa [p. 218 modifica]facilità nel credere all’altrui sincerìtà, e aver confidato troppo di avere ammansito gli animi degli ostili al papato e col perdono, e colle beneficenze, e colle concessioni; ma sulla rettitudine delle sue intenzioni non fia chi si attenti di spargere la minima ombra. Lungi dunque dallo ammettere che in un certo modo facessero a farsela, come dicesi volgarmente, noi diremo francamente che il primo fu onesto e sincero sempre, gli altri nol furono mai, e se lo furono per un istante, si fu a condizioni incompatibili col papato e fintanto che credettero di aver trovato nel papa un manutengolo alle loro mire. Ciò abbiamo provato in parte con quel che precede, e proveremo meglio con quel che seguirà.

Ma giacchè siam nel mese più fecondo di dimostrazioni, amiamo di proseguirne il racconto fino a quella che fu forse di tutte la più colossale, per non dire formidabile, cioè a quella del 17 giugno per l’anniversario della elezione del Santo Padre; proseguiremo quindi la narrazione delle nostre vicende fino alla istituzione della guardia civica, colla quale daremo principio al capitolo seguente.

Incominceremo pertanto a rammentare la festa che si diè il giorno 16 maggio in Zagarolo, grosso e bel paese di un cinquemila abitanti, appartenente ai Rospigliosi, e distante diciotto miglia da Roma. L’oggetto della feste fu la inaugurazione dello stemma pontificio. Venne date dal municipio e popolo di quella città, ma ne fu promotore il Zauli-Saiani. Ebbe luogo un banchetto di duecento commensali con poesie, brindisi, bandiere, e tutti quei soliti segni delle dimostrazioni; ed affinchè nulla vi mancasse, si mandò a prendere in Roma la solita compagnia di promotori di feste, cioè il marchese d’Azeglio, il dottor Guerrini, Angelo Bezzi e Ciceruacchio.13

Il giorno 24 venne a morte l’eminentissimo Micara cappuccino, il quale anche nel grado cospicuo del [p. 219 modifica]cardinalato mantenne la rigorosa osservanza delle austere leggi del proprio istituto. Era uomo dotto, severo e benefico, e passava per amante del popolo. Buona parte di Romani ne accompagnò le spoglie mortali alla chiesa ove fu sepolto.14

In seguito della morte da noi raccontata del cardinale Polidori ordinario dell’abbazia di Subiaoo, il Santo Padre volle prenderne il titolo e assumerne il possesso. A tal effetto partì per Subiaco la mattina del 27 maggio di bonissim’ora, e non ostante, una immensa turba di popolo si recò al Quirinale onde colla semplice presenza e colle acclamazioni augurare alla Santità Sua un viaggio felice.

Narrar le feste, i ricevimenti, le accoglienze reciproche le cerimonie, e le accademie di poesia, non che le manifestazioni di gioia che misero in moto le popolazioni tutte dei monti simbruini, ci menerebbe tropp’oltre, e posson leggersi nella relazione che venne pubblicata.15

Restituendosi la Santità Sua il giorno 31 in Roma dalla sua gita in Subiaco, che fu una ovazione continua, venne incontrata a varie miglia oltre la porta san Lorenzo da uno stuolo, si disse, di circa duecento giovani recanti una supplica o ricorso contro monsignor Grassellini, al quale si apponeva di avere intimato l’ordine di sfratto al marchese Dragonetti. Altri però sostenne che fosse per un motivo differente. Tutto ciò si disse, e noi senza garantirlo lo riferiamo. Il giornalismo però non fece menzione veruna di questo fatto del quale pon si rinverrebbe traccia nelle memorie stampate di quel tempo. Avremo però occasione di riparlarne in sul fine del presente capitolo.

Intanto al Portonaccio, in vicinanza della basilica, di san Lorenzo fuori le mura, trovò il Santo Padre un numeroso assembramento di festeggianti. Era Ciceruacchio con le sue turbe.

[p. 220 modifica]Entrato la porta san Lorenzo, o lungo la strada tutta che corre fino al Quirinale, era immenso il numero delle persone ch’eransegli fatte incontro per festeggiarlo e porgergli il ben tornato. Ed il Santo Padre, poichè fu entrato nel palazzo, concedotte a tutti l’apostolioa benedizione. Fu dunque ancor questa una delle ovazioni che caratterizzarono quell’epoca festosa, e che fu meritevole di speciale ricordo. La Bilancia o gli altri giornali di quel tempo ne detter la relazione.16

Si ebbe il 30 di maggio a deplorare la perdita di un illustre poeta e letterato italiano il canonico Borghi nato in Bibbiena nella Toscana, e morto nella casa dei monaci Benedettini in san Callisto, presso i quali era ospitato da qualche tempo.

Fu il Borghi quanto amante della libertà, altrettanto seguace sincero del cattolicismo non solo, ma sostenitore dei diritti della Santa Sede sul governo degli stati romani. Sembra inoltro che fosse molto amante delle formo popolari, poichè sostiene nelle sue storie,17 «che l’eloquenza morì con Tullio, mai più rinacque in Italia, nè lo potè. S’ella vi rinascerà sallo Iddio. Noi sappiamo che senza popolo uno, dominatore, possente, non sarà mai eloquenza.»

Storico valente pubblicò in cinque volumi in-8 le Storie Italiane, di cui abbiamo citato un brano; ma queste storie per nostro danno rimasero incompiute. Pubblicò eziandio io odi di Pindaro voltate dal greco nell’italico idioma, ed aveva pubblicati alcuni inni sacri ch’ebber molta rinomanza. Aveva composto altresì poco prima di morire alcune poesie inedite18 onde celebrare le glorie e le speranze d’Italia, e le grandezze dell’immortale pontefice Pio IX.

[p. 221 modifica]Venne trasportata la sua spoglia mortale il giorno 31 da san Calisto a santa Maria in Trastevere, ed il giorno seguente da santa Maria in Trastevere a san Paolo fuori le mura, con un imponente accompagnamento di persone. I circoli ancora vi preser parte.

Il Contemporaneo del 5 giugno ci racconta che ne ac- compagnarono il cadavere oltre duemila persone, e che vi erano i soci dei diversi casini e accademie artistiche, ed i giovani eziandio delle università di Roma in abito di lutto, e che la coltre veniva sostenuta da monsignor Gazòla, dal marchese Dragonetti, da Felice Scifoni e dal dottore Pietro Sterbini.

Era stato amicissimo di monsignor Muzzarelli, al quale indirizzò i cenni sulla sua vita, cenni che lo stesso prelato fece pubblicare nel Contemporaneo del detto giorno.

Dentro la chiesa di san Paolo ne pronunciò l’elogio funebre il benedettino abate Zelli, fuori della chiesa si recitò un elogio del defunto, e quindi si lessero alcuni componimenti da Angelo M. Geva e da altri, e il dottore Masi improvvisò un sonetto.19

Col trasporto funebre del canonico Borghi ebber fine le dimostrazioni del mese di maggio, ma ve ne sarebbero state anche di più, se si fosser permessi alcuni altri banchetti che si era in animo di fare e che l’autorità non permise, cioè,

1.° Quello di tutte signore progettato dalla marchesa Muti-Bussi nel teatro Alibert.

2.° Quello di tutti i commercianti a Ripa grande.

3.° Quello dei legali a villa Torlonia. Del primo e del terzo avemmo noi stessi personale comunicazione dai promotori.

Furon troppe nei tempi di cui abbiamo discorso le [p. 222 modifica]manifestazioni, parte lugubri parte festevoli, nelle quali l’elemento popolare fu in piena attività, e che tennero occupato il governo nel sorvegliarle. Poco quindi o nulla potè farsi in tanta distrazione per la cosa pubblica. E difatti non avrem che da registrare una circolare che in data del 12 maggio mise fuori la segreteria di stato sull’arresto dei debitori.20

Intanto produsse una grata sensazione in Roma un articolo che si leggeva nella Bilancia sulla probabilità dd ripristinamento delle relazioni fra Roma e Londra. L’articolo è del tenore seguente:

«Si legge nei giornali inglesi come in una delle ultime sessioni della camera dei comuni il signor Horsman, tornato di recente da questa capitale in Inghilterra, domandò a lord John Russell se aveva alcuna comunicazione a fare circa il ristabilimento delle relazioni diplomatiche del gabinetto inglese colla Santa Sede. Lord Russell rispose: che Pio IX avendo mostrato tanta liberalità di opinione, era desiderabile che queste relazioni si riavviassero, ma che un’antica legge inglese vi si opponeva. Aggiunse che essendo l’ora già tarda, bisognava differire ad altra sessione la proposta di un bill per l’abolizione di detta legge.»21

Ciò viene in comprova di quanto asserimmo nel capitolo XI sulle simpatie inglesi per riannodare le relazioni diplomatiche fra la corte di Roma e quella della Gran Brettagna.

In proseguimento della narrazione di ciò che accadde in quei tempi rammenteremo che il Santo Padre nelle ore pomeridiane del giorno 25 di aprile aveva assistito alle manovre dei vigili, eseguite con rara attività nel cortile di Belvedere.22

[p. 223 modifica]Il 22 maggio amministrò il battesimo a quattro neofiti all’arcibasilica lateranense. 23

Il 26 recossi Sua Santità in nobile treno alla ebiesa di santa Maria in Vallicella, detta la chiesa nuova, ove tenne la consueta cappella papale, 24 e quindi ricevette la visita del principe Massimiliano ereditario di Baviera. 25

Il 2 giugno accolse la regina madre Maria Cristina di Spagna, ed il duca di Rianzarès suo, sposo, nel suo palazzo Quirinale. Erano essi giunti in Roma il giorno antecedente.26

Ell’era al certo cosa soddisfacente e di buonaugurio il vedere da quando a quando personaggi ragguardevoli recarsi in Roma da lontani paesi per ossequiare quel pontefìce che faceva parlar tanto di sè, e ch’era salito in sì gran fama ed ammirazione, che ognuno desiderava di conoscerne le gesta, o di tributargli personalmente atti di ossequio.

Il celebre O’Connell fu uno di quelli, che preso da sensi di ammirazione e di desiderio di ossequiare un tanto pontefice, recavasi in Roma espressamente per porre ai suoi piedi quei sentimenti che come cattolico lo animavano; quando una malattia fatale sopravvenutagli in Genova lo privò di vita il giorno 15 maggio. Verso il finire del mese la triste notizia era pubblica in Roma, e nel Contemporaneo si riportarono molte particolarità sulla sua malattia. Si pensò subito a rendergli i funebri onori di cui parleremo in fine del presente capitolo. 27

Dicemmo in proposito del ritorno del Santo Padre da Sobiaco il 31 di maggio di un ricorso contro il governatore di Roma e direttore di polizia monsignor Grassellini, in favore del marchese Luigi Dragonetti.

[p. 224 modifica]Diremo dunque alcune cose sul conto del Dragonetti prima di procedere nel racconto di ciò che in Roma accadde per cagion sua.

Rammenteremo pertanto come figurasse egli in primo grado fra i più eloquenti oratori nel parlamento napolitano del 1820 e fosse arrestato per sospetto di cospirazione nel 1833.28 Liberato qualche tempo dopo, venne arrestato di nuovo nel 1842 per essersi chiarito o creduto complice della congiura dell’Aquila scoperta nello stesso anno.29 Liberato poi di nuovo, era fra gli esuli che recaronsi in Roma incoraggiati dalle romane larghezze, e vi pose sua stanza colla famiglia. Era quest’uomo per dottrina e gentilezza di modi quasi generalmente stimato, e veniva riguardato dai liberali come uno dei martiri della libertà italiana.

Scrittore egregio, lavorava nel Contemporaneo; e uomo di felice elocuzione, non si ristava dal frequentar banchetti, circoli, e popolari riunioni.

Esso pertanto venne effettivamente consigliato da monsignor Grassellini di allontanarsi da Roma. Non fu dunque un intimato sfratto, come si diceva, sibbene un consigliato allontanamento. È vero però che la differenza non consisteva che nei modi, imperocchè quanto all’effetto era la stessa cosa.

Nè di questo consiglio del Grassellini al Dragonetti era molto a meravigliarsi, perchè ammesso ancora che il governo napolitano non avesse affacciato alcuna osservazione in proposito, egli è chiaro che vedendo figurare e primeggiare il Dragonetti nella vita pubblica in una città come Roma, ch’è quasi alle porte di Napoli, non poteva prenderlo per un complimento. Nè poteva fargli piacere di sentire che divulgasse scritti, e pronunziasse discorsi di natura infiammabile i quali leggevansi poi pubblicamente, e stampati circolavano nella stessa città di Napoli. Cosicchè fosse pur vero che il governò di Napoli si tacesse, [p. 225 modifica]cosa non lasciava non pertanto di essere compromettente pel pontificio governo il quale desiderar doveva di stare in armonìa con tutti. Il consiglio del Grassellini pertanto ebbe luogo effettivamente, ma fu tutto amichevole, con bel garbo, e come suol dirsi ad aures.

Pur non ostante se ne volle fare dello strepito, si misero in piazza i segreti del governo dagl’indiscreti amici del Dragonetti, e quindi si diffuse la cosa nei circoli e nei caffè, e divenne il tema favorito del giorno. Da qui sursero e grida e clamori e rampogne contro i ministri del governo, e quando di un’governo si deprimono i ministri, non sappiam concepire come possa essere forte e rispettato.

Ovunque facevansi caldi discorsi a favore del Dragonetti, n papa stesso, quantunque lo avesser poco meno che divinizzato a cagione delle sue altissime virtù, non andava esente dalle rampogne. Se dal pontefice partiva il consiglio di allontanamento al Dragonetti dicevasi essere male, se dai suoi ministri, ed esso li lasciava al potere, peggio. Ma si andò più oltre, e talmente grave comparve il delitto, che mentre sì facevano già i preparamenti per la festa straordinaria colla quale celebrar volevasi l’anniversario della esaltazione del pontefice Pio IX, si mise in bilancia e si discusse seriamente se si dovesse procedere innanzi o sospendere il tutto. Queste cose accadevano dal primo al dieci di giugno.

Non mancarono però i pacieri ad interporsi per una conciliazione, ed il giorno 11 di giugno un foglietto di genere clandestino pubblicamente circolava in questi termini:


«Cittadini romani!

» Un vostro fratello vi parla. Degnatevi di porgergli volenterosi ascolto. Fu mai sempre di pubblica notorietà e incontrovertibile sentenza che al popolo non mai venne dato di penetrare le ragioni per le quali i sovrani giudicano delle cose pubbliche o degli individui che le [p. 226 modifica]masse compongono, quantunque questi insigni sieno di non dubbi meriti. Corre voce che il Sommo nostro Gerarca che glorioso regna in Vaticano, e della cui misericordia e giustizia è piena tutta la terra, abbia esternato un giudizio pel quale querele molte si mossero dal popolo, come chè egli operato avesse in opposizione al bene pubblico e al diritto delle genti. Pio IX segue le leggi evangeliche tutte di carità e giustizia, per iterate prove gloriose, cui il mondo segnò a indelebili ricordanze. Miei fratelli, rispettiamo i suoi giudizi, e non ci mostriamo innanzi al mondo ingrati a chi ci redense. Oggi le menti di tutti sono rivolte, alla nostra eterna città, non macchiamo turpemente l’animo di colpe. Suoni fausto o glorioso in tutto il mondo cattolico, e in Roma solenne ai presenti, e memorando ai posteri, il giorno in cui l’Eterno ci donò l’uomo del miracolo in Pio IX; veneriamo prostrati l’eletto da Dio, che l’opera del Cristo santamente continua... Ripetiamo vivamente coll’insigne P. Bandini: O figli della chiesa lodate l’Eterno!30

«Da Roma 11 giugno 1847.»

In seguito di ciò i progetti di festa si riassunsero; ma intanto facevansi sapere dal governatore al Dragonetti che restasse in Roma, purchè si contenesse prudentemente coi suoi discorsi onde non porre in una falsa posizione il governo pontificio con quel di Napoli. Pare difatti che in seguito di questo avviso il Dragonetti non desse altro motivo di reclamo pel modo onorevole col quale si condusse in Roma, e lo stesso ministro di Napoli conte Ludolf non lasciò di ammetterlo alla sua conversazione. Restò quindi in Roma per tutto l’anno 1H47; e quando, ed in quale circostanza se ne allontanasse da sè spontaneamente, racconteremo a suo luogo.

Gli storici Farini e Ranalli non ne fecer parola affatto; [p. 227 modifica]forse li consideraron come peccadillos della rivoluzione non meritevoli di essere ricordati. E pure, se ben si considera il tutto, non era a passarsene, imperocchè ciò farebbe toccar con mano quanto poca libertà di azione abbia chi governa in tempi consimili, in guisa che, se non si ha la forza di romperla una volta, diviene una necessità, volendo o non volendo., il governare secondo il libito della piazza.

Tenutosi l’11 di giugno il concistoro segreto dal Santo Padre, oltre all’avere provveduto a tre chiese vescovili, vi pubblicò pure i seguenti cardinali di santa Chiesa.

Monsignor Pietro Giraud arcivescovo di Cambray, e Giacomo M.ª Antonio Celestino Dupont arcivescovo di Bourges.

Monsignor Giuseppe Bofondi decano della sacra Rota romana.

Monsignor Giacomo Antonelli tesoriere della reverenda Camera apostolica.31

Recossi il Santo Padre nel giorno seguente al convento de’ santi XII Apostoli, e vi promulgò il decreto sulle virtù eroiche esercitate dal servo di Dio Antonio Lucci vescovo di Bovino.32

Il giorno 14 venne pubblicato il motu-proprio del 12 sul Consiglio dei ministri.33

I circoli, i faccendieri politici gridaron contro il detto motu-proprio, perchè il gridare contro tutto era all’ordine del giorno, ed i giornali ancora ne fecer la critica.34

II consiglio dei ministri componevasi come segue:

Cardinal Gizzi, segretario di stato, presidente del Consiglio de’ ministri, ministro dell’interno e degli affari esteri ecclesiastici e secolari.

[p. 228 modifica]Cardinal Riario Sforza, camerlengo, per la industria ed il commercio.

Cardinale Massimo, prefetto delle acque e strade, pei lavori pubblici.

Monsignor Lavinio de’ Medici-Spada, presidente delle armi, corrispondente al ministro di guerra e marina.

Cardinale Antonelli, il quale rimaneva provvisoriamente nella qualifica di tesoriere (per le finanze).

Monsignor Grassellini, governatore di Roma, e direttore generale di polizia.

Monsignor Roberti, uditore della Camera. — Era in quel tempo maggiordomo di Sua Santità e prefetto dei sacri palazzi apostolici monsignor Alerame Pallavicini genovese.

Ma mentre parlavasi ancora dei nuovi cardinali, del Consiglio dei ministri, e del marchese Dragonetti, e come accader suole, un po’ bene un po’ male si ragionava su questi argomenti, altra causa di distrazione presentavasi, perchè eravam giunti al 17 giugno, giorno in cui volevasi celebrare con una dimostrazione solennissima l’anniversario della esaltazione di Pio IX al pontificato. Prima però di raccontarne alla meglio le particolarità diremo che in quel giorno stesso instituiva il Santo Padre l’equestre ordine Piano, e giungeva monsignor Bartolommeo Romilli arcivescovo di Milano.35

La dimostrazione di cui ora faremo parola fu cosa del più grave momento e per la sua imponenza, e per le circostanze che l’accompagnarono. La rivoluzione assunse in quel giorno un carattere più deciso e minaccioso, ed incominciò a palesare lo tinte di colore repubblicano.

Difatti si volle innanzi tratto che si prendesser le mosse dal Foro romano, come quel luogo che ridestava le reminiscenze dell’antica Roma.

Consisteva la dimostrazione in una interminabile processione, che fu detta delle bandiere, perchè recavansi dai capi-popolo le quattordici bandiere rappresentanti i [p. 229 modifica]quattordici rioni di Roma, fra le quali faceva bella mostra dì sè quella che i Bolognesi avevano inviato ai Romani in pegno d’amistà e fratellanza.

Era il Ciceruacchio uno dei capi-popolo, e come tale portava ancor esso la sua bandiera sulla quale erano scritte queste parole: «Amnistia, Codici, Strade ferrate, Municipi, Deputati, Istruzione» le quali parole, per chi sapea leggerne la portata, equivalevano ad apologia del già fatto, ma ad eccitamento pure pel da farsi.

Vi erano inoltre tutte le bandiere venute dai paesi circonvicini a Roma, e che costituiscono la Comarca o suburbio di Roma. Eranvi però alcune bandiere venute dai paesi della Sabina.

Le bandiere erano accompagnate dalle bande musicali dei rispettivi paesi, e da alcune centinaia d’individui venuti ad accompagnarle e prender parte alla festa. Ed è bene a sapersi che bande musicali, e individui che le accompagnavano, e bandiere che eran l’oggetto della festa, tutte queste cose vennero in Roma non ostante l’interdizione del governo. Ma lo volevano i circoli, ed i circoli erano già più dello stesso governo potenti.

Mosse la processione, come si è detto, dal Foro romano, e si recò sulla piazza del Quirinale. In questa occasione per la prima volta si sentì il nuovo coro di Pietro Sterbini, posto in musica dal bolognese maestro Magazzari. Si chiamò il coro di Pio IX: i buoni Romani gli largivan tale appellativo, ma era un coro repubblicano bello e buono, e che può considerarsi siccome la marsigliese dei Romani.

Difatti, stampato che fu, non mancarono alcuni dal fargliene avvertenza, esortandolo a correggerlo, perchè fra le altre cose neppure una parola facevasi in esso di Pio IX che ne era, o almeno avrebbe dovuto esserne il protagonista. Fu allora che lo Sterbini vi aggiunse due strofe, e così se ne fece un coro repubblicano-papalino.

Per maggiore schiarimento dei nostri lettori, [p. 230 modifica]sottoponiamo il coro, secondo la prima edizione, e le strofe aggiunte nella seconda. 36

Scuoti, o Roma, la polvere indegna,
Cingi il capo d’alloro e d’olivo,
Il tuo canto sia canto giulivo,
Di tua gloria la luce tornò.
Quel vessillo che Felsina invia
È di pace l’augurio beato,
È il segnale d’un patto giurato
Che il fratello al fratello donò.


Risposta. Delle trombe guerriere lo squillo

Di Quirino la prole destò:
Salutiamo il fraterno vessillo
Che superbo sul Tebro s’alzò.
Sotto l’ali dell’aquila altera
Che l’aspetta sul colle Tarpèo,
E vicino di Mario al trofeo
Quel vessillo piegato starà.
Ma nei giorni d’infausto periglio
Contro l’ire di perfido fato.
Quel vessillo fraterno spiegato
La speranza di Roma sarà.


Qui terminava la prima edizione.

Ecco le strofe aggiunte nella seconda.

Dio possente che muovi la terra
Come foglia rapita dal vento.
Tu spavento — tu fulmine in guerra
De’ tuoi figli la gloria sei Tu.
Dio possente il tuo popol difendi,
Tu di PIO lo ricuopri col manto;
Tu di santo — valore l’accendi,
Tu ridesta la patria virtù.


Risposta. Delle trombe guerriere ecc. ecc.

[p. 231 modifica]Quantunque però fossero aggiunte le due strofe in un foglietto, la litografia contenente le note musicali e sottovi le parole rimase secondo la prima edizione, cioè senza che vi fosse nominato nè punto nè poco il Santo Padre.37

Nella prima edizione pertanto di un coro che scrivevasi perchè fosse da cantarsi da tutti, e che effettivamente si conobbe negli stati pontifici non solo, ma in tutta l’Europa, di un coro fatto per solennizzare il giorno della elezione del pontefice, di questo non si parlava affatto.

Ciò costituì una mancanza imperdonabile per parte dello Sterbini, ma fu pure una mancanza anche più forte per parte dell’autorità che lo permise o lo tollerò.

Converrebbe quindi credere o che lo sbalordimento avesse accecato i revisori delle pubbliche stampe o che la rivoluzione avesse già preso un tale sopravvento, che le stesse autorità governative fosser già disconosciute e derise.

Si raffrontin di grazia le parole del coro con quelle pronunziate nel discorso dello Sterbini in occasione del banchetto alle terme di Tito. Nel suo discorso esaltavansi le glorie dell’antica Roma, e si parlava di Romolo, e del popolo re e del senato, e della rupe Tarpea, e nel coro si parla dell'aquila altera, e dei trofei di Mario, e del colle Tarpèo.

Sommamente c’incresce che nè il Farini nè il Ranalli, per non aver forse conosciuto queste particolarità, abbian potuto farne menzione nelle loro storie famigerate. Ciò che noi scriviamo è verità documentata che ognuno potrebbe a suo bell’agio verificare.

Nelle ore pomeridiane dello stesso giorno il famoso padre Gavazzi recitò un discorso nella chiesa di santa Maria degli Angeli.38 Fu lodato dai progressisti esagerati, biasimato altamente da tutto il resto di Roma. Dopo di ciò [p. 232 modifica]vi fu il Te Deum, ed in fine la benedizione col Venerabile, ed il padre Desanctis curato della Maddalena (che poi apostatò) fece da cerimoniere.39

La processione e il codazzo che attirò dietro di sè, dopo di aver ricevuto secondo il solito la benedizione dal Santo Padre, difilò per le Quattro fontane, piazza di Spagna, piazza del Popolo e il Corso, e si sciolse al Campidoglio. E così il Foro romano ed il Campidoglio furono l’alfa e l’omega della dimostrazione.

È inutile il dire che le finestre eran guernite dei soliti serici addobbi; ma con questa dimostrazione, è pur forza il dichiararlo ad omaggio di verità, mentre i Romani credevano di onorare il sovrano pontefice, amatissimo da loro, onoravano invece la plebe romana, cui dallo Sterbini vole vasi reintegrare nei suoi diritti, a foggia della plebe antica, e per questo chiamolla a far parte, quasi esclusivamente, della imponente processione.

Fu soggetto di seria considerazione per gli uomini calmi e riflessivi quel vedere un’agglomerazione di plebe così numerosa (poichè di quasi tutta plebe era composto il corteggio) incedere ordinatamente e militarmente verso il palazzo del papa. Incominciaron molti in quel giorno a vedere con foschi colori le cose future, e sentimmo noi colle nostre orecchie Natale del Grande dire: «Che le cose, con simili apparecchi non potevano volgere a buon fine.» E disse bene, e parve che presentisse il tristo esperimento che doveva farne un giorno col perder la vita nel combattimento di Vicenza.

Terminò la festa con una luminaria brillantissima nella sera in tutta la città, e dobbiamo aggiungere a lode del vero che tutto si passò nell’ordine il più perfetto.

Dopo questa dimostrazione, che fu di tutte la più importante pel numero di quelli che vi presero parte, oltre i cittadini, ne fu grandemente allarmata la stessa autorità; il perchè pochi giorni dopo essa cercò di prevenirne la [p. 233 modifica]ripetizione col pubblicare una notificazione, della quale andremo or ora a parlare.

La pubblica stampa entrò nelle più minute particolarità di questa festa. I desiderosi di conoscerle non avranno che a consultare quegli scritti ove possono attingerne le notizie, e che noi indicheremo a pie di pagina.40

Intanto il 18 di giugno, giorno che succedeva alla festa, si dava un lauto banchetto ai deputati dei comuni, venuti in Roma colle bandiere. Il locale scelto fu quello ritenuto dal Ciceruacchio fuori la porta del Popolo. L’altro banchetto di Romani41 e Prussiani ebbe luogo il 20 nei prati di castello fuori la porta Angelica.42

Il giorno 21, ricorrendo la solennità della incoronazione del Santo Padre, vi fu nel palazzo del Quirinale la cappella, dopo la quale tutti i cardinali, i prelati, i capi della milizia, e i rappresentanti delle corti estere vennero come è costumanza a fare le loro congratulazioni al pontefice.

La sera in segno di letizia s’illuminò la città; alla quale festa è bene avvertire non prese parte la rivoluzione, e ciò trovossi naturalissimo, perchè era consacrata non tanto al papa, quanto al sovrano di Roma. La rivoluzione in questo era coerente, perchè non aveva tenerezza pel pontefice Pio IX che, come re o principe dello stato pontificio, avrebbe voluto esautorare, sibbene per Pio IX, perch’era simbolo parola di riconoscimento pel risorgimento italiano.

Relativamente a quanto dicemmo di sopra sulle conseguenze della festa del 17, ed in comprova dell’allarme che non tanto la sua imponenza, quanto la qualità degli elementi che vi presero parte suscitar doveva, venne [p. 234 modifica]emanata dal cardinal Gizzi, nella sua qualìfica di segretario di Stato, una notificazionc portante la data del 22 giugno, la quale riportiamo per disteso nel sommario, ed ove fra le altro cose dicevasi.

«Non aver potuto la Santità Sua non iscorgere, senza grave pena dell’animo suo, che alcuni spiriti agitati giovar si vorrebbero dello stato presente, per esporre e fare prevalere dottrine e pensieri totalmente contrari alle sue massime, e per ispingere ad imporne del tutto opposte all’indole tranquilla e pacifica, ed al sublime carattere di chi è vicario di Gesù Cristo, ministro di un Dio di pace, e padre di tutti i cattolici, a qualsivoglia parte del mondo essi appartengano, e per eccitare nelle popolazioni con lo scritto e con la voce, desideri e speranze di riforme, oltre i limiti sopra indicati.» E quindi dopo altre considerazioni soggiungeva: «Se non che il paterno cuore di Sua Santità soffre grandemente nel vedere le popolazioni ed i particolari del continuo dispendiati, anche con incomode collette, per concorrere a pubbliche dimostrazioni; nello scorgere gli artieri intralasciare il lavoro con discapito delle loro famiglie; nell’osservare la gioventù destinata agli studi perdere un tempo per essa prezioso; e nel rimarcare la dissipazione che si cerca di mantener nel popolo. E più ancora soffrirebbe l’animo di Sua Santità se ciò oltre si prolungasse. ec.»

Riportò la detta notificazione il nostro Diario.4344 Si tacque però il giornalismo romano, ed alla sola Bilancia si permisero poche parole per narrare, secondo l’officio di cronisti, l’acerba sensazione che negli uomini del progresso produsse, e le parole dei moderati per attenuarne il dolore. Chiudevasi l’articolo della Bilancia con quel celebre detto, che «Irae amantium amoris redintegratio45

[p. 235 modifica]Non è a illudersi però; i progressisti ebbero colla notificazione del cardinale una grave sconfitta; imperocchè far desistere dalle dimostrazioni chi appunto nelle dimostrazioni consister faceva il mezzo più valido della rivoluzione pacifica si, ma rivoluzione che voleva effettuarsi, era questione di essere o non essere, era insomma questione di vita di morte.

Immenso fu dunque, quantunque represso, il rancore, fondate le apprensioni future, necessari pei promotori altri provvedimenti, altri mezzi per conseguir l’intento.

Sintomi di agitazione intanto ovunque appalesavansi nell’ultima decina di giugno, e nei primi del luglio veniente. Qua e là i vetturini romani insultare e accendere risse coi vetturini regnicoli. I lanaiuoli romani contro quei di Arpino, che nello stesso opificio lavoravano, venivano a risse e minaccie, ed eran pronti a mandare a fiamme ed a fuoco le macchine. Gli ebanisti contro i lor padroni tumultuavano; e lo avere ottenuto gl’Israeliti abilitazione di slargarsi oltre il claustro, accendeva le ire di molti artieri e bottegai; ire che nella plebe superstiziosa ad arte diffondevansi per incitarla contro di essi ad atti riprovevoli e criminosi.46

Si sarebbe potuto credere, e da molti si credette, che oscuri emissari ad arte sparsi tra la plebe avesser suscitato cotali inimicizie; perchè se sempre eran vissuti in pace i cocchieri, gli ebanisti e i lanaiuoli, com’è che vennero fra loro ad inimicarsi tutto ad un tratto, senza un fatto antecedente o una causa qualunque che ne desse una spiegazione? E ciò in qual tempo? Nel tempo appunto in coi non facevasi che parlar di carità, di umanità, e di affratellamento, fino al punto di sentire di caricatura!

Si comprese allora dai più scaltri che questa era un’agitazione artificiale e fittizia, ma giovevole, sotto duplice scopo, alla rivoluzione.

1.° Rendendo necessaria la pacificazione fra i dissidenti, e così porgere il destro ed il merito ai Guerrini, ai [p. 236 modifica]Zauli-Saiani, ai Ciceruacchio, di operar la pacificazione, acquistando così sempre più e la stima e l’influenza.

2.° Eccitando così universalmente il desiderio della guardia cittadina, come unico espediente a ripristinare pel presente, o mantener pel futuro, l’ordine e la concordia pubblica. E così in fatti dicevasi.

Il sospetto che si fosse fatta nascere ad arte la guerra fra popolani per poi far la pace, si avverò pochi giorni dopo, perchè il 4 di luglio davasi a torre di Quinto un popolare banchetto da Ciceruacchio, ove recitaron discorsi il Guerrini, e il Zauli-Saiani, e nel giorno seguente usciva il decreto per la istituzione della guardia civica, di cui terremo discorso in principio del seguente capitolo.47

Vedranno in seguito delle prenarrate cose i nostri lettori come, appagate le brame degli uomini della rivoluzione, andasse quinci innanzi tutto a seconda dei lor desideri, meno che la fiducia del Santo Padre in essi, la quale andava tutto giorno scemando.

Quest’epoca di cui trattiamo ci ha presentato le più gravi difficoltà per chiarirne la storia, e non fu se non in grazia dell’ampiezza dei materiali in nostro potere, che riuscimmo di strigarne e svolgerne gli avvenimenti alla meglio che ci fu possibile.

Intanto volendo proseguire per ordine di tempi la narrazione delle cose occorse, dovrem ripiegarci di qualche giorno indietro, fino al 24 di giugno, nel qual giorno sacro a san Giovanni Battista vi fu un banchetto di circa ottanta persone, composto di tutti i soci della società artistica italiana, e quindi il giorno seguente si decretò l’affratellamento della medesima società col circolo romano.48 E il giorno 26 emettevasi una istruzione circolare sulla organizzazione dei tribunali.49

Il giorno 27 il Santo Padre recossi alla chiesa di [p. 237 modifica]sant’Ignazio, appartenente ai padri Gesuiti, e quivi amministrò la comunione agli alunni pel giorno di san Luigi, nel quale non vi si era potuto recare stante la coincidenza col giorno della sua incoronazione.

Grave delitto fu questo agli occhi degli uomini della rivoluzione, perchè avrebber voluto che in seguito di quanto si era detto e scritto contro i Gesuiti il Santo Padre si fosse astenuto dall’intervenirvi; egli avrebbe così somministrato un chiaro argomento di averla rotta del tutto col loro Ordine.50

Agglomeravansi per tale modo i semi di mal umore fra il Santo Padre e gli uomini del movimento, e si diceva pubblicamente essersi egli riavvicinato al partito retrogrado, e posto sotto la influenza del cardinal Lambruschini. E ciò che racconteremo in seguito proverà quanta consistenza avesser presa queste falso voci.

Intanto il 28 di giugno facevasi nella chiesa di sant’Andrea della Valle il funerale pel celebre Daniello O’Connell, ed il famoso e dotto padre Ventura vi recitava la prima parte del suo elogio funebre spirante quei sensi ch’erano in voga allora, e che aggiunsero splendore a quella celebrità che per le sue vaste cognizioni erasi già procacciata.

Il detto elogio funebre pronunziato in un tempo in cui le idee giobertiane assegnavano al elencato il sommo indirizzo del movimento italiano, assicurò al padre Ventura il primato fra i sacri oratori, e ne fecero il campione del elencato liberale in Roma. In seguito di che divenne eziandio l’uomo del consiglio nelle alte e nelle medie regioni, ed a lui quinc’innanzi i liberali di Roma come a lor centro confluivano.

Le idee del Ventura, com’egli stesso ci confessò, propendevano in quel tempo a far dell’Italia una specie di [p. 238 modifica]repubblica, con il papa a capo della medesima. Più tardi ripudiò per un momento queste idee, e avrebbe voluto escludere del tutto nel papato il potere temporale;51 ma finalmente fatto più maturo per senno, per dottrina e per esperienza, pubblicò un’opera dottissima sul Potere pubblico, nella quale sostiene validamente la giustizia e la necessità assoluta del conservare il potere al papato.52

Queste nozioni preliminari abbiam creduto esporre fin da ora a maggiore intelligenza degli atti di quest’uomo famoso il quale figurò non poco nella rivoluzione romana, di cui stiamo tessendo la storia. Quanto all’uomo, avremo a parlarne in seguito parecchie volte.

Ora diremo che solennizzandosi il giorno 29 la festa di san Pietro, il Santo Padre celebrò la messa pontificale. Ebbe luogo altresì la girandola nella sera, e Roma attirò in quella occasione buon numero di persone dai vicini paesi.

Lo spirito pubblico però era già viziato dalle perfide insinuazioni di chi aveva in odio e la notificazione del 22 del cardinale Gizzi, e la visita del Santo Padre il 27 a sant’Ignazio. Qua e là per le vìe di Roma prorompevasi in discorsi acerbi ed oltraggiosi contro qualunque autorità.

Difficilmente si crederanno, perchè le parole consegnate ai venti svaniscono e non lascian di loro traccia veruna, ma chi vivida ancora conserva la memoria di quei tempi tristissimi render potrà giustizia alle nostre parole. Lo stato di Roma in quel tempo potrebbe rassomigliarsi ad un frutto bello e odoroso, e della più incantevole apparenza. Era bella però a vedersi la corteccia soltanto, ma la magagna e il verme distruggitore ch’eran dentro sfuggivano all’occhio. Il silenzio intanto della stampa sul vero stato della povera Roma faceva sì che all’estero noi continuavamo ad essere invidiati e lodati e pochi o niuno sapeva [p. 239 modifica]ch’eravamo invece meritevoli di essere a calde lacrime compianti.

Viene a comprovare il nostro asserto un foglietto di genere clandestino che trovossi il giorno stesso di san Pietro affisso per tutte le vie di Roma. Tale pertanto convien credere che fosse lo sbalordimento o l’anarchia prevalente nei pubblici dicasteri, che quantunque contenesse una minaccia pel Santo Padre, non osarono i carabinieri di staccarlo dalle pareti, ed ebber così tutti bell’agio di leggerlo e considerarlo.

Egli è dunque da inferirne o che vi fosse già (come suol dirsi) una maniglia preparata per nascondere di simili sconcerti alPautorità, o che questa sentendosi debole, evitar volesse ogni sorta di compromessa.

Il foglietto diceva così:

«Il Popolo Romano
ama
in PIO IX
il Padre del Popolo
il Principe equo e magnanimo
e non confida che in Lui
in Lui solo.
»


«Beatissimo Padre!

» Se taluno vi pone in dubbio la nostra fede e quell’ affetto che ci anima tutti per l’augusta vostra persona, se taluno osa mostrarci quali incontentabili, irrequieti, irreligiosi, quali indegni in una parola di voi, diffidate di costui, Beatissimo Padre! Costui è più vostro nemico che nostro. Costui tende a precipitare in un abisso medesimo voi e noi! . . . Ma Dio veglia! Quel Dio che costoro ebbero sempre sulla bocca, e non mai nel cuore . . . Quel Dio che vi ha eletto a padre e rigeneratore del popolo! . . . Beatissimo Padre! Gli altri principi non son [p. 240 modifica]responsabili che del presente nel cospetto di Dio; voi del presente e dell’avvenire.»53

Quel costui sul quale tanto appoggiavasi il foglietto venne chiarito, e andiamo subito a provare che non altri era se non il tanto odiato dalla rivoluzione cardinale Lambruschini, il quale credevasi o fingevasi di credere allora che ritornar potesse al potere.

Altro foglietto clandestino che portava per titolo chiedete, fu pubblicato in quei giorni;54 ma vi è anche di peggio.

Davasi il 30 di giugno dall’ambasciatore di Austria conte Lutzow, un pranzo a monsignor Romilli arcivescovo di Milano, e furono invitati vari personaggi, fra i quali il cardinal Lambruschini e monsignor Corboli Bussi. La sera poi eran corsi gl’inviti per un ballo in casa Borghese ma non in città, sibbene nella sua villa fuori la porta del Popolo.

Bastò questo perchè i rivoluzionari sognassero essere queste dimostrazioni di letizia o di cortesia un preludio del ritorno al potere del cardinal Lambruschini, e quindi fecero essi spiare il palazzo di Venezia, ed il Ciceruacchio in pieno giorno ebbe l’impudenza di porsi co’ suoi fidi alla porta del palazzo per osservare ed appuntare i nomi delle persone intervenute.

Era questo un procedere incivile non solo e abbominevole, ma compromettente per sè e per gli altri in sonuno grado. (Queste son cose degne soltanto della rivoluzione francese del 1793, e pure si vedevano in Roma nel 1847, epoca in cui voleva farsi credere che in Roma si fosse instaurato il regno della libertà: imperocchè se in qualunque tempo, in qualunque luogo rispettar devonsi le cose che accadono nelle mura domestiche dei privati cittadini, molto più sono da rispettarsi quelle che occorrono nell’intangibile e sacro domicilio dei ministri e degli ambasciatori, perchè ammesse dall’uso, dalla civiltà, rese [p. 241 modifica]necessarie dai reciproci rapporti di governi amici, e consacrate dai trattati internazionali e dallo stesso diritto delle genti.

Quanto poi al ballo, o fosse semplicemente per ispaventare i Borghese, o ammonire i Lambruschini e i suoi aderenti, egli è certo che la sera stessa turbe di giovinastri percorrevano il Corso ad alta voce gridando: che conveniva dar fuoco alla villa Borghese.

Dell’appostamento del Ciceruacchio il giorno, e delle voci d’incendio la, sera, non esiste documento veruno da quello in fuori degli occhi che videro e delle orecchie che ascoltarono simili indegnità; ma pure un documento assai significativo esprimente il mal umore degli eccessivi esiste tuttora fra i nostri documenti, di cui stante la importanza accenneremo alcuni brani. II foglietto intero poi si riporterà in sommario.55

Ecco il brano del foglietto:

«Ora nella capitale e nelle provincie è a tutti manifesto che la fiducia del popolo verso Pio IX è grandemento scemata; è pur manifesto che l’intrapreso progresso minaccia soffermarsi; è manifesto che i nemici de’ novelli ordinamenti imbaldanziscono.»

E più sotto:

«Che la concordia raffreddasi, il malcontento universalmente aumenta. Sì, tornano gli animi a concitarsi come delusi, gli odi sopiti risalgono, accapigliansi di nuovo i partiti, e le vendette qua e là insanguinano il suolo, pochi mesi fa di festivo nazional patto ridente teatro. Il perchè ier l’altro banchettava pubblicamente l’austriaco ministro con la vecchia astuta e novella incauta corte romana, che alla sera del giorno stesso raccoglievasi a tripudiare, fremente Roma tutta, nella villa del gesuita principe

Omettiamo il resto per brevità, quantunque da tutto il contesto del foglio siano da attingersi preziose [p. 242 modifica]spiegazioni delle ire, dei sospetti, e delle organnizzate agitazioni, e sopratutto dalle parole che chiudono il foglietto, e che contengono una impertinente minaccia sotto il titolo di ammonimento. Dicono esse così: «Della pubblica opinione grandemente agitata è questo, o sommo Pio, lo schietto ammonimento

Lo stesso giorno poi in cui dieronsi il pranzo ed il ballo, de’ quali abbiam fatto testè menzione, e che fu il 30 di giugno, recitavasi dal padre Ventura in sant’Andrea della Valle, avanti un uditorio dei più imponenti che siasi giammai visto, la seconda parte dell’elogio funebre di Daniello O’Conncll, e si raccontò che per poco gli ascoltanti, dimenticata la santità del luogo, non proruppero in vivissimi applausi.56

E siccome il padre Ventura nel lodare O’Connell veniva ad ispirare la imitazione delle suo gesta, ed a suggerire fedeltà al papato, non disgiunta da desideri di giuste riforme, e siccome inoltre fu esso il primo che alludendo al movimento romano lo qualificò da agitazione amorosa, vogliam chiudere il presente capitolo, che abbiamo protratto fino al 4 di luglio, riportando il seguente brano del suo elogio di O’Connell. Eccolo:

«Che anzi questo popolo sì buono e sì intelligente, ha perfezionata, direi quasi, la dottrina che l’apostolato di O’Connell ha accreditata in Europa. Roma alla più scrupolosa legalità ha aggiunto l’entusiasmo dell’amore, chiede per mezzo di un’agitazione amorosa, come Irlanda ha chiesto per mezzo di un’agitazione legale, la riforma degli abusi, perchè il tempo e le passioni, come sempre e da per tutto accade, hanno alterato la natura dell’antica costituzione degli stati della Chiesa, che conciliava sì bene l’ordine e la libertà. Poichè il linguaggio di un popolo che ama è impossibile che non sia inteso da [p. 243 modifica]un pontefice tutto amor pel suo popolo; poichè i cuori che sinceramente si amano è impossibile che alla fine non s’intendano; se però non ti arrestano, se però non t’ingannano, se però non ti tradiscono! Oh la bella pagina che aggiungerai alla tua storia! Quella in cui la posterità maravigliata leggerà la conquista che tu avrai ottenuta di ima saggia, di una vera libertà, per le vie sol dell’amore

E queste parole, questi elogi, queste apologie di una vera e saggia libertà pronunziavansi da padre Ventura il giorno stesso in cui accadevano le scene disgustose del pranzo e del ballo, di cui abbiamo intertenuto i nostri lettori. Esse ci chiamano inoltre a sottoporre le seguenti osservazioni.

H giorno 22 di giugno il segretario di stato, nello intendimento di far cessare l’agitazione, emana un atto col quale in nome di Sua Santità le dimostrazioni vengono interdette. Pochi giorni dopo padre Ventura in una delle chiese principali di Roma fa sentir la sua voce eloquente, encomiando l’agitazione e qualificandola d’amorosa. E così, questo buon popolo romano, fra l’agitazione sediziosa del Mazzini, tra quella amorosa del padre Ventura, tra gli eccitamenti dei poeti, le utopie dei giornalisti, eie concioni degli oratori, trovavasi mantenuto in uno stato dì perturbazione artificiale e costante. Questo stato di cose superlativamente anormale poneva il popolo alla mercè degli speculatori di rivolture, e sotto l’influenza incessante di astuti sovvertitori, cui tornava a buon conto di volgere a lor profitto la generosità e la sincerità dei Romani.

E così poniam fine al capitolo XIII.




Note

  1. Vedi l’Italico, anno I, n. 10. — Vedi il Roman Adoertiser, del 21 aprile. — Vedi la Rivista del 30 detto. — Vedi nel vol. II, Documenti sotto il n. 29 A. la poesia del Benai.
  2. Vedi Documenti, vol. II, n. 31.
  3. Vedi il foglietto intitolato: Un Romano ai tuoi coneìtiaàìni, nel volume II dei Docnumenti, n. 31.
  4. Per errore quell’anno si computò il 2598, non adottandosi allora, come pur si deve, l’era Varroniana, secondo la quale quel computo poi fu corretto. Però dovea dirsi l’anno 2600.
  5. Vedi il foglio aggiunto al n. 24 del Contemporaneo.
  6. Vedi il foglio aggiunto al n. 21 del Contemporaneo, l’Italico, n. 11 del 29 aprile. — Vedi i componimenti recitati nel banchetto nel vol. XIII, n. 3 delle Miscellanee. -— Vedi Ranalli vol. I, pag. 93. — Gualterio vol. I. parte II, Riforme pag. 435. — Vedi Documenti, vol. II, n. 30, 31 e 34. — Vedi il vol. stampe e litografie n. 22.
  7. Vedi l’Educatore dell’abbate Zanelli, pag. 144. — Vedi il Diario di Roma del 24 aprilo 1847. — Vedi il Contemporaneo del 1 maggio.
  8. Vedi il supplemento al n. 1 della Bilancia.
  9. Vedi i detti foglietti nel vol. II, Documenti n. 34, 36, 38, 38 A.
  10. Vedi l’orazione panegirica del Lorini intitolata: La religione e i pontefici Pio V, Pio VII, e Pio IX, nel vol. II, Miscellanee, n. 8.
  11. Vedi le Notizie del giorno del 6 maggio 1847. — l’Italico n. 12. — il Contemporaneo, n. 19. — il Documento n. 39. nel vol. II.
  12. Vedi Ranalli, vol. I, pag. 93. — l’Italico del 20 mnggio 1847 — il Contemporaneo del 15. d. — Documenti del vol. II, n. 41.
  13. Vedi la descrizione della festa in Zagarolo dal giorno 16 maggio 1847, nel Documento del vol. II, n. 41 A.
  14. Vedi il Diario di Roma del 25 e del 29 maggio. — Vedi l’Educatore pag. 173. — Vedi il Contemporaneo del 29 — Miscellanee, vol. XIII, n. 7.
  15. Vedi la relazione del viaggio a dimora di Nostro Signore in Subiaco nel vol. XVIII, Miscellanee n. 6.
  16. Vedi la Bilancia, del 1 e del 4 giugno 1847.- Vedi l’Italico, del 3 detto — Vedi il Contemporaneo, del 29 maggio e 5 giugno. Vedi il Diario di Roma, del 1 giugno.
  17. Vedi Borghi Giuseppe, Storie italiane. dall’anno 1 dell’era cristiana al 1840: Firenze, 1842, vol. I, pag. 67.
  18. Vedi l’Educatore, dell’abate Zanelli, pagina 179
  19. Vedi l’Educatore, dell’ab. Zanelli pag. 178. — Vedi il Contemporaneo, del 5 giugno 1847. — Vedi la Bilancia, n. 8. — Vedi le Notizie del giorno del 1 giugno. — Vedi il Mondo illustrato di Torino, alle pagine 378 e 429.
  20. Vedi il Diario di Roma, del 15 maggio 1847.
  21. Vedi la Bilancia, del 28 maggio 1847.
  22. Vedi Notizie del giorno 29 aprile 1847.
  23. Vedi il Diario di Roma, del 25 maggio.
  24. Vedi il Diario di Roma, del 29 maggio.
  25. Vedi le Notizie del giorno del 27 maggio.
  26. Vedi il Diario di Roma, del 1 e 5 giugno.
  27. Vedi il foglio aggiunto al Contemporaneo del 5 giugno 1847.
  28. Vedi Gualterio, vol. I, parte II, pagina 811.
  29. Vedi il suddetto, pag. 223 — ut supra.
  30. Vedi il vol. II, Documenti n. 41, ov’è riportato il detto foglietto clandestino
  31. Vedi il Diario di Roma del 12 giugno 1847. — Vedi il vol. I, Motu-propri ec, n. 10, A.
  32. Vedi il Diario di Roma del 19 giugno 1847.
  33. Vedi l’intero Motu-proprio nel Diario di Roma del 15 detto, non che nel vol. I, Motu-propri ec, n. 11. — Vedi il vol. II, Documenti.
  34. Vedi il Contemporaneo n. 29 e la Bilancia n. 14 e 17.
  35. Vedi il Diario di Roma del 10 giugno 1847. — Vedi il volume I, Motu-propri ec, n. 12.
  36. Vedi Documenti del vol. II, numeri 53, 58, 59 e 60.
  37. Vedila nel vol. II Documenti, n. 59.
  38. Vedilo nel vol. III delle Miscellanee, n. 5.
  39. Vedi Documento n. 61 del vol. II.
  40. Vedi il Diario di Roma, del 19 giugno 1847. — il Contemporaneo, n. 25. — il Roman Advertiser, n. 35. — la Bilancia n. 13. — l’Educatore, alla pag. 99. — il Ranalli, vol. I pag. 105. — il Farini, vol. I pag. 194 terza edizione. — il Grandoni, pag. 59. — il vol. XV delle Miscellanee n. 4. — il vol. II Documenti, dal n. 48 al n. 61.
  41. Vedi la Pallade, n. 8.
  42. Vedi la Pallade, n. 5. — il Diario di Roma del 22.
  43. Vedi il sommario, n. 5.
  44. Vedi il Diario di Roma, del 20 giugno 1847.
  45. Vedi la Bilancia, del 25 giugno n. 15.
  46. Vedi la Bilancia, n. 18, pag. 72; e n. 19 pag. 76.
  47. Vedi la Pallade, n. 13; Doc. n. 19. vol. II; Miscellanee, vol. XIII, n. 18.
  48. Vedi l’Italico, n. 20, del 30 giugno 1847.
  49. Vedi il vol. I, Motu-propri ec. n. 14.
  50. Vedi il Diario di Roma, del 23 giugno 1847. — Vedi il Contemporaneo, del 3 luglio 1847. — Vedi una litografia esprimente il fatto, nel vol. stampe, e litografie n. 29.
  51. Vedi la sua lettera nel Monitore Romano, del 19 mano 1849.
  52. Vedi la sua opera Sur le pouvoir public. Parigi 1859, pag. 594. — Vedi il suo ritratto fra le stampe e litografie n. 28.
  53. Vedi Documenti del vol. II, n. 67.
  54. Vedi Doc. del vol. II, n. 66.
  55. Vedi sommario n. 6. — Vedi il vol. II, Documenti, n. 67. A.
  56. Vedi il Contemporaneo, del 3 e del 10 luglio. — Vedi la Pallade, n. 10; e per il dipiù l’intero elogio stampato in un volumetto in-12 di 144 pagine, pubblicato a spese dell’edit. Filomeno Cairo.