Storia delle arti del disegno presso gli antichi (vol. II)/Libro undecimo - Capo I

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Libro undecimo - Capo I

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LIBRO UNDECIMO.


Storia dell’arte greca presso i Romani dai tempi
della Repubblica sino ad Adriano.

C a p o  I.


Stato delle arti del disegno in Roma — Prima del triumvirato — Teste... e Scudo di Scipione — Ai tempi del triumvirato... Tempio della Fortuna a Preneste... e Musaico di Palestrina — Arti favorite dal lusso... principalmente sotto Giulio Cesare – Esercitate da greci liberti... e talor anche da uomini ingenui... alcuni de’ quali restarono tuttavia in Grecia — Monumenti dì que’ tempi — Statue di due re prigionieri... e di Pompeo — Gemma coll’effigie di Sesto Pompeo - Pretese statue di Mario... e di Cicerone.


Stato delle arti del disegno in Roma. Le arti del disegno che in Grecia sostenersi non poteano in tempi sì infelici per quelle altre volte floridissime contrade, vennero a cercare ricovero e vita in Roma, ove la gioventù non solo col greco linguaggio apprendea le dottrine de’ [p. 306 modifica]greci filosofi, ma istruivasi eziandio nelle arti di quella nazione. Dicemmo già altrove1 che Paolo Emilio avea scelti a maestri de’ suoi figliuoli (fra’ quali v’era il giovane Scipione) degli statuarj e dei pittori.

Prima del triumvirato. §. 1. Nulla si dirà dell’arte che vi fiorì ne’ primi secoli della repubblica, e sotto i re, poichè essa appartiene all’arte etrusca, anzichè alla greca, e ne abbiamo altronde parlato abbastanza al Capo IV. del Libro VIII. Cominceremo dai tempi che precederono di poco il primo triumvirato, rammentandone i conosciuti o i supposti lavori.

Teste... §. 2. E primieramente seguendo qui la ricevuta opinione dovrei rammentare come lavori di quello tempo le teste di Scipione, ed un preteso scudo o clipeo d’argento nel museo del re di Francia, in cui vuolsi vedere espressa la continenza di quell’eroe romano2. Di tali teste io pubblicai3 quella di una gemma esistente in Roma nel museo del sig. principe di Piombino. Quella di basalte verdognolo nel palazzo Rospigliosi è la più bella e la più celebre, ed essendo siata trovata nelle ruine dell’antico Literno, ov’era la villa di [p. 307 modifica]Scipione il seniore, ha servito a riconoscere, e a dare il nome a tutte le altre, una delle quali vedesi nel museo Capitolino4, l’altra nel palazzo Barberini, la terza nella villa Albani5, la quarta trovasi nel palazzo di Sua Altezza il signor principe ereditario Carlo di Brunsvic, da esso acquistata a Roma e la quinta di bronzo vedesi nel museo Ercolanense, ed ha essa pure, come le summentovate, un taglio in croce sul cranio per indicarne la ferita, sebbene non vedasi quello segnato sulla stampa pubblicatane, né avvertito nella spiegazione6. Finalmente v’è un insigne cammeo di milord Forbich somigliante alla detta gemma7. Tali teste altresì son tutte rase, il che ci fa ricordare delle parole di Plinio8, secondo cui il primo che introdusse l’uso di radersi tutt’i giorni fu Scipione, primus omnium radi quotidie instituit Africanus sequens; ma qui notisi che la voce sequens indica chiaramente il secondo, onde la omise il Fabri9, che voleva in quella ravvisare Scipione Africano il seniore, a cui diffatti apparteneva la villa di Literno. Plinio usò pur altrove10 la voce sequens, dicendo dello stesso Africano: libras xxiii. argenti Africanus sequens hæredi reliquit. Dovea altronde sapere il Fabri che il più vecchio degli Scipioni, al riferir di Livio11. solea portar lunghi capelli. Per tanto in tutte le mentovate teste dovremmo riconoscere l’effigie del secondo anziché del primo; se non che nasce una difficoltà dalla ferita che fu tutte vedesi indicata. Del secondo nulla ci dicono gli storici, che [p. 308 modifica]serva a renderne ragione; laddove leggiamo del primo, che nel suo diciottesimo anno, alla battaglia contro Annibale presso il Po, fu mortalmente ferito allorchè salvò la vita a suo padre generale del romano esercito12. Non dee però far maraviglia le non lappiamo noi a quale dei due attribuire quelle teste13, se già ai tempi di Cicerone non sapeasi più [p. 309 modifica]discernere la vera effigie di que’ celebri uomini; poiché egli racconta che a’ giorni suoi era flato inciso il nome di Scipione sotto una statua equestre di bronzo, trasportata dalla Macedonia per ordine di Metello, e con parecchie altre collocata in Campidoglio14.

... e scudo di Scipione. §. 3. Nello scudo poi io non credo in alcun modo che vi si rappresenti la continenza di Scipione; ma piuttosto vi ravviso Briseide renduta ad Achille, e la riconciliazione di questo con Agamennone15. Ho esposto nel mio Saggio [p. 310 modifica]sull'allegoria, e nella Prefazione ai Monumenti antichi inediti le ragioni per cui sulle vetuste opere dell’arte dobbiamo ricercare piuttofto i tratti della storia eroica de’ Greci, che gli avvenimenti de’ Romani16.

Ai tempi del triumvirato. §. 4. Ne’ tempi antecedenti, e prima del triumvirato, erasi ne’ Romani destato un certo amore per le arti de’ Greci, e teneansi esse già in molto pregio; ma i costumi erano ancor troppo semplici, e troppo poveri eran essi, perchè gli artisti vi trovassero que’ vantaggi che le fanno fiorire. Quando però venne ad alterarsi l’uguaglianza de’ cittadini per la preponderanza d’alcuni, a’ quali colla prepotenza, coi doni, e colla magnificenza riuscì di deprimere nella moltitudine lo spirito repubblicano, ne nacque allora il triumvirato, cioè l’alleanza di tre, che la repubblica a loro talento reggeano. Nel primo triumvirato il primo che governò dispoticamente l’impero fu Silla, il quale ad imitazione d’altri possenti cittadini eresse magnifici edifizj a proprie spese; e poichè distrusse Atene sede delle arti17, egli dichiarossi protettore delle medesime in Roma.

Tempio della Fortuna a Preneste... §. 5. Superò quanto di grande aveano fatto mai i suoi concittadini, nell’edificare a Preneste il tempio della Fortuna, della cui magnificenza abbiamo ancora un argomento negli avanzi, che tuttora sen veggono. Era quello nella salita del monte, ove è oggidì Palestrina, fabbricata colle di lui ruine, la quale però molto meno del tempio medesimo s’estende. In questo monte scosceso bensì, ma dirupato con una certa regolarità, si va al tempio per mezzo di sette ripiani, le ampie piazze de’ quali sostenute sono da lunghi muri di pietre quadre, tranne la inferiore di tutte, che è formata di tegole incastratevi, e ornata di nicchie. Nella prima e nell’ultima v’erano de’ magnifici serbatoj d’acqua, che tuttora si [p. 311 modifica]riconoscono. Al quarto ripiano trovavasi il primo vestibolo del tempio, di cui ci è restato un gran pezzo della facciata con mezze colonne, e sulla piazza che v’è davanti si tiene ora il pubblico mercato. Ivi nel pavimento stava il rinomato musaico, che prende perciò il nome di Palestrina da questa città, feudo del principe Barberini, nel cui palazzo continua a servire di pavimento. Quello palazzo occupa il luogo dell’ultimo ripiano, e ivi ergeasi propriamente il tempio della Fortuna.

... e musaico di Palestrina. §. 6. Leggendo noi in Plinio18, che Silla fece ivi lavorare il primo musaico che fatto siasi in Italia, è probabile che fosse questo quel medesimo che vi s’è poscia trovato; e quei che lo credon opera de’ tempi d’Adriano, non hanno miglior fondamento di quel che n’abbia la spiegazione da loro datane. Alcuni hanno creduto di vedervi rappresentato il viaggio d’Alessandro in Egitto19; ma volendo supporvi espressa una storia vera, perchè non crederemo noi che Silla abbiavi fatto effigiare un qualche avvenimento che lui risguardasse, anziché i casi altrui? Su quello principio il sig. abate Barthelemy20 per ispiegarlo più facilmente (poiché molte cose ivi indicano l’Egitto) attribuillo ad Adriano, che abbia voluto con una pittura eterna perpetuare la memoria del suo viaggio in quel regno. Ma giacché gli artisti, come altrove s’è dimostrato, generalmente non ricercavano soggetto fuori del circolo mitologico che termina col ritorno d’Ulisse in Itaca, non potremo noi qui ravvisare un qualche tratto favoloso o preso da Omero? Allora potremmo scorgervi Menelao ed Elena andati in Egitto; e con ciò renderebbesi [p. 312 modifica]ragione di molte cose che veggonsi nel musaico. Menelao esser potrebbe l’eroe che beve ad un corno; e la figura muliebre che mostra d’avervi versato qualche liquore, e tiene tuttavia nelle mani il simpolo (vaso che qui non è stato sinora ben riconosciuto), farebbe Polidanna, che gli dà a bere il nepente, come presso Omero dato avealo dianzi ad Elena21. Per meglio intendere il tutto basterebbe riportarsi alla tragedia d’Euripide. Secondo lui Elena non è rapita da Paride, ma da Giunone è trasportata in Egitto, e non resta al drudo che un’immagine formata d’aria. Menelao dopo la presa di Troja, spinto da una procella al Faro d’Egitto, ivi trova sua moglie, amata e richiesta in ispofa da Teoclimene figliuolo di Proteo re d’Egitto. I due consorti meditano di fuggire, e per meglio riuscirvi, Menelao sconosciuto in quel paese si finge un messo, che venga a portare ad Elena la nuova del naufragio e della morte di suo marito. Essa allora fa sembiante d’acconsentire alle inchieste di Teoclimene; ma prima vuole dal re una nave per fare le esequie a Menelao in mare, dicendo esser costume de’ Greci, che le spose rendano ai mariti gli ultimi onori in quel luogo, e su quel letto in cui cessaron essi di vivere22. Il re lieto l’accorda, e mentre il tutto appresta per celebrare il matrimonio con pompa, Elena parte con Menelao, né più ritorna.

§. 7. Ciò premesso rendesi ragione della cassa quadrilunga portata da quattro persone a foggia d’un cataletto, e forse indica il letto chiesto da Elena come necessario a tal rito. Essa può ravvisarsi in quella figura muliebre che siede innanzi a loro. Ivi pur vedesi sulla sponda la nave. In coloro che beono e che suonano sotto una pergola, raffigurarsi posssono i preparativi delle feste nuziali23. Finora non s’è [p. 313 modifica]ancora saputo spiegare il significato della parola posta sotto ΣΑΥΡΟΣ, presso una lucerta, perchè mancano alcuni de’ sassolini che la componevano24. Ivi si dee leggere ΠΗΧΥΑΙΟΣ, che è l’aggettivo di πῆχυς, voce che significa una misura d’un palmo e mezzo; onde dee leggersi: σαῦρος πηχυαῖος, lucerta d’un palmo e mezzo; e tale è appunto la lunghezza dell’animale qui espresso.

§. 8. Questo musaico non è certamente de’ più fini, anzi è pel lavoro molto inferiore ad un altro più piccolo esistente nel palazzo Barberini in Roma, e trovato in un pavimento del medesimo tempio. Ivi rappresentasi Europa rapita: nella parte superiore veggonsi alla sponda del mare le sue compagne sbigottite e dolenti col di lei padre Agenore, che spaventato v’accorre25.

Arti favorite dal lusso... §. 9. Il trapiantamento, se così possiamo chiamarlo, dell’arte greca in Roma molto debbe alla pompa, pricipalmente nelle fabbriche, anche per abitazione di cittadini privati, le quali in pochi anni a tanta magnificenza crebbero, che la casa di Lepido (il quale fu console l’anno dopo la morte di Silla) considerata allora per la più bella di Roma, dopo trentacinqu’anni meritava appena il centesimo luogo26. Or. siccome le antiche abitazioni non aveano che un piano solo, e siccome scrive Varrone e vedesi tuttavia nelle ruine di Pompeja, rinchiudeano un sol cortile, detto da’ Romani cavædium, e da’ Greci ἀυλή27, essendo quelle poscia state [p. 314 modifica]alzate a più ripiani, sostenute da molte colonne, ed estese con lungo ordine di camere che magnificamente si ornavano, necessariamente esser vi doveano in Roma parecchie centinaja d’artisti d’ogni maniera. Quindi s’intende come la casa di Clodio costar potesse quattordici milioni e ottocento mila sesterzj28.

... principalmente sotto Giulio Cesare. §. 10. Uno de’ più magnifici fra i cittadini romani fu Giulio Cesare, quanto avido della pompa, altrettanto amante delle arti. Ei fece grandi collezioni di gemme incise, di figure in avorio e in bronzo, e di quadri d’antichi pittori29, e impiegò al tempo stesso gli artisti allora viventi per formare i gran monumenti che eresse nel secondo suo consolato. Edificar fece in Roma il magnifico suo foro, e sontuosissime fabbriche elevò a proprie spese per l’Italia tutta, nelle Gallie, nelle Spagne, e nella Grecia medesima30. Fra le colonie destinate a ripopolare le abbandonate città, e a [p. 315 modifica]rifar le distrutte, una mandonne a far risorgere Corinto dalle sue ruine, nella qual occasione molti antichi monumenti furono disepolti31. Forse a quell’epoca riferirsi deve una grande e bella statua di Nettuno disotterrata nella città medesima alcuni anni addietro, appiè della quale evvi un delfino con quella iscrizione sul capo:

Π. ΛΙΚΙΝΙΟС
ΠΡΕΙСΚΟС
ΙΕΡΕΥС...


da cui rilevasi essere stata eretta quella statua da P. Licinio Prisco sacerdote: e si vede che la forma delle lettere è di que’ tempi. Talvolta il nome della persona, che ha fatta ergere la statua, trovasi unito a quello dell’artista32.

Esercitate furono in Roma da’ greci liberti... §. 11. I Romani da tutte le contrade in cui aveano soggettati i Greci, principalmente per le vittorie di Lucullo, di Pompeo, e d Augusto, fra gli innumerevoli prigionieri, trasportarono a Roma eziandio molti artisti, i quali essendo fatti liberti, continuavano ad esercitare le arti loro33. Uno di questi fu l’autore dell’impareggiabile testa d’Ercole esistente nel museo Strozzi a Roma34. Ei chiamavasi Gnajo, o Gneo, nome romano, probabilmente avuto da colui che data aveagli la libertà, e forse dallo stesso Pompeo, che talora vien [p. 316 modifica]indicato col semplice prenome di Gneo. Altro incisor di gemme a questi tempi fu Agatangelo, il cui nome trovasi intagliato su una corniola bellissima rappresentante Pompeo Magno, della quale già s’è parlato altrove35. Alcamene, il cui nome leggesi su un basso-rilievo36, chiamossi Quinto Lollio prendendo questi nomi dal suo padrone, che era forse il rinomato Lollio contemporaneo d’Augusto. Più celebre ancora fu Evandro37 scultore ateniese, che andò in Alessandria col triumviro Marc’Antonio, e fu dal mentovato Augusto condotto a Roma con altri prigionieri38; a lui fu ingiunto di rifare la testa ad una Diana di Timoteo coevo di Scopa posta nel tempio d’Apollo sul Palatino39.

...e talor anche dagli ingenui... §. 12. Nè erano già i soli greci liberti che l’arte esercitassero in Roma, ma ivi pur concorsero i più valenti artisti della Grecia, fra i quali si distinsero Arcesilao e Pasitele40. Il primo fu uno degli amici del famoso Lucullo, ed i suoi modelli tanto erano pregiati, che pagavansi dagli artefici stessi più che le opere finite degli altri artefici. Lavorò egli per Giulio Cesare una Venere, che fugli levata dalle mani41 avanti che dato le avesse l’ultimo compimento42. Pasitele originario della Magna Grecia, ottenne pe’ suoi talenti la cittadinanza di Roma43: egli occupavasi principalmente a far bassi-rilievi, o a cisellare in argento. Fra le opere sue rammenta Cicerone l’effigie del celebre comico Q. Roscio, rappresentato, qual lo vide la sua nutrice, circondato da un serpente44. Famosa era la sua statua di Giove in avorio45, [p. 317 modifica]e sommamente pregiavansi i cinque libri da lui scritti su tutti i lavori dell’arte allor conosciuti46.

§. 13. Viveano, cred’io, a questi tempi e vennero a Roma due statuarj ateniesi Critone e Nicolao, il nome de’ quali trovasi così inciso sul canestro posto in capo ad una Cariatide maggiore della grandezza naturale:


ΚΡΙΤΩΝ ΚΑΙ
ΝΙΚΟΛΑΟΣ
ΑΘΗΝΑΙΟΙ ΕΠΟΙ
ΟΥΝ47

Questa Cariatide, con un’altra simile e col torso d’una terza48, scoperta fu nel 1766. in una vigna di casa Strozzi circa due miglia fuori di porta s. Sebastiano sull’antica via Appia non lungi dal sepolcro di Cecilia Metella moglie di quel Crasso sì rinomato per le sue ricchezze. Essendo tale strada sparsa dai due lati di sepolcri, ai quali uniti erano de’ giardini, e delle piccole ville, come possiamo argomentare dall’iscrizione appartenente al sepolcro di Erode Attico, è probabile che quelle Cariatidi in numero di quattro, o in altro numero pari, siano state scolpite per siffatti edifizj ad ornato e sostegno di qualche volta nella tomba, o nell’annessa villa, e che ivi siano state lavorate. Or non pare che prima dei tempi del triumvirato s’introducesse la pompa de’ sepolcri abbelliti con simili Cariatidi e statue; ornandoli questi dianzi colla semplice effigie del morto, come lo rileviamo dalla statua d’Ennio collocata nel sepolcro degli Scipioni presso [p. 318 modifica]la medesima via49. Cosi dal luogo, in cui trovate furono, si congettura che in questo tempo sieno siate fatte; e lo stesso pur s’inferisce dallo stile, poichè le teste hanno un non so che di troppo molle e gentile, e le forme ne sono soverchiamente ritondate, e come mozze; laddove ne’ tempi anteriori, ai quali non disconverrebbe forse la forma delle lettere, i tratti erano più forti, taglienti, e significanti.

... alcuni de quali restarono tuttavia in Grecia.

§. 14. Le arti però non erano affatto abbandonate in Grecia, comechè molto vi fossero decadute per esser venuti a Roma i migliori maestri. Alcuni valenti artisti colà trattenuti furono dall’amor della patria, fra i quali probabilmente annoverarsi dee Timomaco di Bisanzio50. Plinio51 nel dir che viveva ai tempi di Cesare non ce ne dà notizie molto distinte. Convien dire però ch’ei fosse allora in età molto avanzata; perciocchè i due di lui quadri rappresentanti Ajace e Medea, che lo stesso Cesare comprò per ottanta talenti, come dicemmo innanzi52, e li collocò nel suo tempio di Venere, eran già stati da altra persona goduti53. Ai tempi di Pompeo, celebre era Zopiro cisellatore in argento come Pasitele54. Non abbiamo, a vero dire, certo argomento per asserire ch’egli lavorasse in Grecia anzichè a Roma, ma possiamo così congetturarlo. Fra le opere di Zopiro cisellate in argento vengono rammemorate da Plinio due tazze, in una delle quali erano rappresentati gli Areopagiti, e nell’altra il giudizio d’Oreste al cospetto dell’Areopago. Or quell’ultima favola vedesi espressa su una tazza d’argento [p. 319 modifica]lavorata a basso-rilievo, che creder si può quella di Zopiro, esistente presso il signor cardinale Nereo Corsini; e siccome fu trovata nel riattare il porto d’Anzio, è verosimile, che non sia stata lavorata in Roma, ma da altrove e probabilmente dalla Grecia portata in quel porto, ove siasi a caso affondata. Può vedersene la figura ne’ miei Monumenti antichi55, ove ne ho spiegata la rappresentazione56, ed ho notato che per la forma avea della somiglianza con quella di Nestore presso Omero, poiché il lavoro a rilievo non è propriamente sulla coppa, ma su una specie di recipiente, in cui la coppa si pone, e se ne leva a piacimento57: le due parti però ne sono sì ben commesse insieme, che a men di saperlo non si discerne la doppiezza della tazza. Quindi s’intende ciò che sia la ἀμϕίθετος φιάλη, cioè la doppia tazza d’Omero58.

§. 15. Sembra che Zopiro e Pasitele siansi principalmente occupati a rappresentare gli avvenimenti della mitologia e della storia eroica; e lo stesso prima di loro avea fatto Mentore, come rileviamo da Properzio59:

Argumenta magis sunt Mentoris addita formæ;
At Myos exiguum flectit acanthus iter.

Ivi sotto nome d’argomenti intende certamente il poeta simili figure cisellate; il che pare non sia stato inteso né in questo passo, né in altri scrittori, ove di simili lavori si parla60: così distingue il lavoro più nobile dal più volgare e facile, che consiste in fiori, fogliami, e principalmente negli ornati, nel che Mis fra gli altri distingueasi; e ciò volle dir il poeta quando lodò la sua abilità nell’incidere le foglie dell’acanto61.

[p. 320 modifica]Monumenti di questi tempi. §. 16. Oltre la mentovata tazza che con verosimiglianza dir si può di questi tempi, altre opere ci restano che lo sono indubitabilmente. Tali sono due statue di re prigionieri in Campidoglio, e fors’anche la creduta statua di Pompeo Magno nel palazzo Spada.

Statue di due re prigionieri... §. 17. Le due prime sono belle statue di marmo nero, e rappresentano due re traci, di que’ Traci medesimi, che Scordisci chiamavansi62, e che al riferir di Floro63, furon fatti prigionieri da Marco Licinio Lucullo fratello di colui che fu sì rinomato per la sua splendidezza e prodigalità. Inasprito egli per la replicata perfidia di que’ popoli, fece ad ambi i loro re mozzar le mani, ad uno fin sopra ii gomito, e all’altro sopra il polso, quali appunto sono nelle suddette statue64, e quali erano le figure degli schiavi sul [p. 321 modifica]mausoleo del re Osimandue in Egitto65, e le venti statue colossali presso Sais rammentate da Erodoto66. Cosi i Cartaginesi mutilarono coloro che trovarono sulle due navi da loro depredate nel porto di Siracusa67, e così puniva Q. Fabio Massimo i soldati romani che disertavano dalla Sicilia68.

... e di Pompeo. §. 18. La statua di Pompeo vien da alcuni tenuta per quella medesima, che stava nella Curia vicina al di lui teatro, e presso la quale è stato trucidato Cesare69. Questa però non fu trovata nel sito ove quella stava, poichè v’è fra mezzo a que’ due luoghi il Campo de’ fiori, e la Cancellaria70; e leggiamo altresì in Suetonio71 che Augusto aveala fatta trasportare altrove72. Qualunque volta considero tale statua, mi fa maraviglia il veder Pompeo interamente ignudo, colla sola clamide, cioè rappresentato all’eroica, e come un imperatore a cui rendansi gli onori divini; il che dovea parere strano ai Romani, non essendo stato Pompeo, che cittadino privato, e non è credibile che siagli stata eretta la statua dopo morte, poichè allora oppressi o dispersi erano tutt’i suoi partigiani. Questa altresì sarebbe, a mio credere, la sola statua d’un cittadin romano ai tempi della repubblica rappresentato all’eroica, poichè, secondo l’insegnamento di Plinio medesimo, uso era bensì presso i Greci di effigiare ignudi i loro grandi uomini; ma i Romani [p. 322 modifica]soleano sempre rappresentarli armati, principalmente se erano guerrieri73.

§. 19. Può quindi nascer dubbio se quella dicasi a ragione la statua di Pompeo, sebbene a farla creder tale concorra la somiglianza del volto74 tra questa e alcune poche rarissime medaglie che abbiamo di quel grand’uomo. Io non dissimulerò qui non trovarsi nella statua un certo indizio, che secondo Plutarco75 distingueva l’effigie di Pompeo dalle altre, cioè la ἀναστολὴ τῆς κόμης ossia i capelli della fronte ripiegati in su, quali portar soleali Alessandro. Ivi i capelli cadongli sulla fronte, quali si vedono a Sesto suo figliuolo su una di lui moneta. Mi pare quindi strano che Spanhemio, adducendo una rara moneta di Pompeo colla descritta capigliatura, pretenda contro l’evidenza di vedervi l’ἀναστολὴν τῆς κόμης e quindi chiamila exsurgens capillitium7677.

Gemme di Sesto Pompeo. §. 20. Deve fra i lavori di questi tempi annoverarsi l’effigie del mentovato Sesto Pompeo su una bellissima corniola, di cui già parlammo altrove78, col nome dell’artista, la quale fu scoperta a principio di quello secolo non lungi dal sepolcro di Cecilia Metella, legata in un anello d’oro che oltrepassava il peso d’un’oncia: e sebbene la gemma lucida e bella abbastanza fosse per sé stessa, pur le si è voluto accrescere del fuoco col sottoporvi una foglia d’oro. Il nome del poco noto artista Agatangelo, che secondo la sua etimologia significa lieto nunzio, è posto in genitivo [p. 323 modifica]secondo il solito, ma inusitata n’è l’ortografia, leggendovisi ΑΓΑΘΑΝΓЄΛΟΥ, in luogo di ΑΓΑΘΑΓΓЄΛΟΥ, poiché i greci sogliono scrivere due ΓΓ quando s’ha a pronunziare il N avanti il Γ. E’ vero però che la medesima ortografia trovasi non di raro usata79; e posso addurne in prova l’iscrizione del musaico di Palestrina ove leggesi ΛΥΝΞ (lince, animale di questo nome) in vece di ΛΥΓΞ, come suole generalmente scriversi, essendo il Ξ equivalente a ΓΣ: così in un’antica iscrizione80 si trova ΠΑΝΚΡΑΤΙΑСΤΗС in luogo di ΠΑΓΚΡΑΤΙΑСΤΗС; e l’erudito Enrico Stefano ha veduto in un antico codice scritto ἄνγελος in vece di ἄγγελος81. Che ivi si rappresenti Sesto Pompeo rilevasi dalla somiglianza che ha la testa della gemma con quella d’una rara medaglia d’oro del medesimo82, intorno alla quale si legge MAG PIVS IMP ITER (Magnus Pius Imperator iterum), e nel rovescio vi sono due piccole teste, delle quali una è l’effigie del suo padre Pompeo Magno, e l’altra quella d’un suo figlio coll’epigrafe PRÆF CLAS. ET. ORÆ MARIT. EX S. C. (præfectus classis & oræ maritimæ, ex Senatus consulto). Quella medaglia si vende quaranta scudi. La testa della gemma ha il mento e le gote coperte da una corta barba, come d’un uomo che da molti giorni non si fosse fatto radere; ed è qui forse un indizio di afflizione per la morte del padre. Così Augusto83 si lasciò per qualche tempo crescere la barba dopo la sconfitta delle tre intere legioni comandate da Varo in Germania. Appartiene quella preziosa pietra alla duchessa di Ligniville-Calabritto a Napoli.

Pretese statue di Cajo Mario... S. 21. Sarebbe superfluo, che io qui facessi menzione della pretesa statua di Cajo Mario del museo Capitolino, se [p. 324 modifica]nella descrizione delle statue di quello museo sotto tal nome non fosse stata pubblicata anche da Bottari nell’ultima edizione84. Fabri, che altronde non è molto scrupoloso ad imporre i nomi alle statue, nel suo commentario sopra le immagini degli uomini illustri di Fulvio Orsini85, osserva che quella non può rappresentar Mario, poiché tiene ai piedi uno scrigno, che è indizio di senatore o di letterato, e Mario non era né l’uno né l’altro. Su qual fondamento vogliasi in quella statua ravvisare quello gran capitano io nol saprei, poiché di lui non ci resta nessun’altra effigie, essendo tutte supposte e false le monete che vanno sotto il suo nome, e soltanto sappiamo da Cicerone e da Plutarco86 ch’egli aveva un’aria severa e burbera. Su quella sola notizia è stato dato il nome di Mario ad una testa incisa in una gemma presso il citato Orsini87, a due teste di marmo del palazzo Barberini e della villa Lodovisi, e ad una statua della villa Negroni, che vengono allegate da Bottari88.

.... e di Cicerone. §. 22. Così senza fondamento fu apposto il nome di Cicerone ad un’altra statua del museo medesimo89, e ad essa al tempo stesso fu fatto sulla guancia un porro ben visibile, che da’ latini diceafi cicer (cece) per alludere al nome di Cicerone. Quel che più sorprende è la franchezza con cui è stato inciso sulla base il nome dell’orator romano90. La [p. 325 modifica]vera di lui testa col nome nel palazzo Mattei91 restaurata nel naso, nelle labbra, e nel mento, esser dovrebbe lavoro a un di presso dello stesso tempo. A questo pare che non convenga la forma delle lettere non troppo eleganti; ma nelle pubbliche iscrizioni abbiamo a distinguer quelle, che apposte furono ai monumenti da particolari artisti a tal uopo destinati, da quelle che gli scultori medesimi non tanto pratici metter soleano ai proprj lavori.

§. 23. Di Lucio Bruto la più bella testa che v’abbia in Roma, è, a parer mio, quella che possiede il signor marchese Rondanini. Fra le tante col nome di Giulio Cesare, che adornan varj musei, non ve n’è pur una che al suo ritratto nelle medaglie interamente rassembri. Quindi è che il signor cardinale Alessandro Albani, soggetto de’ più periti, nell’antiquaria, dubita che vere immagini di quell’imperatore non siansi conservate; e vanamente si pretende che il busto posseduto dal signor cardinale di Polignac ne sia l’unica e vera tratta dal naturale92. Merita d’esser qui per ultimo notata la disposizione di quella dama romana, che in testamento obbligò il suo consorte ad ergere allo stesso imperatore una statua d’oro del peso di cento libre in Campidoglio93. D’una pretesa statua di Clodio più opportuna occasione avremo di ragionare in fine del Capo seguente.



Note

  1. Qui avanti pag. 160.
  2. Riguardo alla sposa di Alludo principe de’ Celtiberi in Ispagna, di cui parla Livio l. 26. c. 37. n. 50., o Indibile, come lo chiama Valerio Massimo l. 4. c. 3. n. 1. Gli Editori Milanesi facevano dire al nostro Autore, riguardo a Sofonisba sposa di Massinissa, forse per aver occasione d’intrudere in nota quanto siegue. „Una gemma incisa colla testa di Massinissa fu pubblicata da Antonio Agostini Gemme ant. figur. num. 66., il quale fa pur menzione d’una rarissima corniola della dattilioteca Barberini [di moderno lavoro, come si conosce anche dai zolfi], in cui è intagliato lo stesso re con tre suoi figliuoli. Un’altra ne abbiamo noi pubblicata alla pag. 172. assai più pregevole, perchè unita a quella di Massinissa v’è la testa, o il profilo almeno di Sofonisba, che può darci un’idea della beltà sì rinomata di quella regina. Ivi sono le medesime lettere puniche che in quella dell’Agostini, i medesimi tratti, e lo stesso elmo, se non che in questo, in vece d’una biga, v’è inciso un delfino che probabilmente indica la possanza marittima di Massinissa, o almeno il suo dominio sul lido del mare africano, come il cavai marino nella gemma dell’Agostini. Per la itessa ragione veggonsi i delfini sulle monete siracusane. Possiede questa gemma, ch’è un’onice a due colori di lavoro finissimo, il eh. signor abate Bianconi segretario perpetuo della reale Accademia delle Belle Arti eretta in quella città con sovrana munificenza. L’ovale soggiunta al disegno ne mostra la vera grandezza„. Nè l’una, nè l’altra di quelle gemme rappresenta Massinissa, di cui abbiamo il sicuro ritratto nella pittura, che descriverò qui appresso, ove ha poca barba, e pochi capelli come i mori, e ne ha pure il colore olivastro. E quanta differenza non v’è anche fra di esse? Quella dell’Agostini potrebbe essere un Marte etrusco. Qualunque sia il soggetto di quella del signor Bianconi, non si ometterà di darne la figura in appresso.
  3. Monum. ant. ined. num. 176.
  4. Questa ha l'iscrizione, che si crede antica, e avrà servito a conoscere le altre. Se fosse del secondo Africano vi si sarebbe dovuto aggiugnere Emiliano, o altra parola, per distinguerlo dal primo.
  5. Non rassomiglia alle altre, ed ha la cicatrice al di sopra della fronte. Quella bellissima, che daremo qui appresso, è del Museo Pio-Clementino.
  6. Bronzi d’Ercol. Tomo I. Tav. 39. e 40.
  7. Ho corretto e supplito questo paragrafo con ciò che dice Winkelmann nei Monumenti al numero citato, Par. iiI. Capo 11. pag, 231. Ivi aggiugne che poca, o niuna somiglianza ha con queste teste quella gemma del museo del re di Francia col nome di Scipione, data da Mariette Pierr. grav. Tom. iI. pl. 40., e che se non v'è stato inciso dopo il nome potrebbe essere del primo di questo nome. Ma si veda qui appresso n. a.
  8. lib. 7. cap. 59. sect. 59.
  9. Comm. in imag. Fulv. Urs. n. 49. p. 29.
  10. lib. 33. cap. 11. sect. 50.
  11. lib. 28. cap. 17. sect. 35.
  12. Polyb. lib. 10. pag. 577. D. [Svaniva subito la difficoltà se Winkelmann avesse badato, che Polibio dice ferito il padre di Scipione Africano maggiore, non lui stesso, allorchè questi in età di circa diecissett’anni lo sottrasse dall’imminente pericolo di essere oppresso dai nemici: Postquam in acie patrem suum vidisset cum duobus, aut tribus equitibus ab hoste circumventum, ac gravi etiam vulnere affectum; come dice anche Livio lib. 21. cap. 18. n. 46., Dione Cassio presso Costantino Porfirogeneta Exceprta, pag. 600. in fine, e Val. Massimo lib. 5. cap. 4. n. 2.
  13. Ora possiamo dire con sicurezza, che appartengano al primo; perocchè egli ha la stessa fisonomia, senza barba e senza capelli, nella pittura inedita del ninfeo Ercolanense citata più volte, in cui è rappresentato con Massinissa, e Sofonisba, dopo che questa ebbe preso il veleno, secondo Diodoro presso Costantino Porfirogeneta Excerpta, p. 288., Livio lib. 30. cap. 11. num. 15. A quello non ostarebbe la difficoltà dei lunghi capelli; perciocchè scrive Livio, che così li portava allorchè si abboccò la prima volta con Massinissa in Ispagna. Egli era allora nel fior dell’età sua, come dice lo stesso Livio, e avea circa ventinov’anni; poichè ne avea circa diecisette, come si è detto qui avanti, quando nell’anno di Roma 554. salvò il padre suo vicino al Po, e si abboccò con Massinissa nell’anno 546. Non è improbabile, che passato poi in Africa, ove lì trattenne del tempo, forse per il gran caldo del paese, cominciasse a radersi la testa, e il mento; e ciò almeno nell’anno 549., o anche prima, essendosi in quell’anno avvelenata Sofonisba. Da Plinio, su cui si appoggia Winkelmann per attribuire le teste al secondo Africano, altro non si rileva se non ch’egli fosse il primo a raderli ogni giorno; e quello non toglie, che altri siensi rasati prima di lui, ed in ispecie l’Africano maggiore; mentre Winkelmann stesso ha notato sopra pag. 154. §. 19., che Marco Livio dovè lasciare i segni di lutto, e di mestzia, facendosi radere, e tagliar capelli e barba, per consiglio del Senato; il che fu nell’anno 544. contemporaneamente a Scipione. Gli eruditissimi Accademici Ercolanesi nell’esposizione delle citate Tavole, pag. 140. hanno portato più avanti l’argomento, pretendendo ricavare da Plinio, che ai tempi dell’Africano maggiore non si usasse rader la barba; ma quanto ciò sia falso potrà vedersi dallo stesso Plinio, che ho citato alla detta pag. 154. §. 19.; e per Aulo Gellio lib. 3. cap. 4., cui tanno dire lo stesso, basta leggerlo per vedere, che non fa al proposito; non dicendo altro le non che l’Africano minore cominciò a radersi la barba prima dei quarant’anni, che era l’età, in cui solevano allora i nobili principiare a radersi; e volendo osservar bene il testo di Gellio pare che questo Scipione non si radesse la testa, perocchè scrive soltanto che li radeva la barba: e Plinio non dice le si radesse ogni giorno la barba, e la testa, oppure la barba solamente, come è più probabile, sì perchè non portava tanto tempo, e sì perchè la ragion di mollezza, che poteva essere nel rader la barba, non cadeva forse nei capelli.
    L’argomento che il Fabri ricava dall’essere stata trovata in Literno la mentovata testa di basalte, non pare tanto disprezzabile, come vogliono i detti Accademici, e il nostro Autore, dopo Gronovio. È certo che là egli aveva la sua villa, in cui passò tanto tempo, e più probabilmente vi morì e vi fu sepolto, come si ha da Livio lib. 38. cap. 35. num. 56., Strabone lib. 5. pag. 372., Seneca Epist. 86., e da altri. È certo almeno che là vi erano statue, e monumenti di lui, come fa oaaervare lo stesso Livio; ed è ben probabile, che piuttosto volessero averne dei ritratti anche gli abitanti di Literno, che sì lungamente conversarono con lui, e doveano credersene onorati, anzichè dell’altro Scipione, di cui non si fa che sia mai stato in quel paese, o in quella villa. Nè abbiamo fondamento di credere, che nella stess villa vi fossero altri sepolcri di Scipioni, come vorrebbero gli Accademici, e molto meno del secondo Africano. Possiamo anzi credere tutto il contrario, primieramente perchè nessuno scrittore dice tal cosa; ma dicono solo del primo Africano che vi fosse sepolto, non mai dal secondo; come, se fosse stato vero, lo avrebbe detto almeno Strabone, il quale molto meglio avrebbe rilevato il pregio di Literno col dirvi sepolti amendue que’ gran capitani, che col primo soltanto: e in secondo luogo le tante iscrizioni trovate sinora nel sepolcro della loro famiglia, e tra le altre quella del padre dello stesso Africano minore, fanno credere, che ivi fosse il luogo della comune loro sepoltura. Le dette iscrizioni possono vedersi riportate nell’Antologia Romana Tom. VI. n. 49. anno 1780. pag. 387., Tom. VII. num. 48. anno 1781. p. 377. segg., Tom. VIII. n. 31. anno 1782. pag. 244., num. 32. pag. 249., Tom. IX. n. 17. anno 1783. pag. 187. segg. num. 28. pag. 227. Nel detto Tom. VIII. p. 24. li descrive la cassa sepolcrale di Scipione Barbato, che accennammo nel Tom. I. pag. 30. not. a. Essa, come scrive il sig. abate Visconti, è di peperino del più compatto, ha la lunghezza di palmi dodici, l’altezza di sei, e la larghezza di cinque. La viltà del sasso è troppo ben compensata dall’importanza della iscrizione, che illustra e la romana storia, e l’antica geografia. La materia stessa resta nobilitata dal lavoro, essendo di squisiti ornamenti abbellita. Piuttosto che una cassa sepolcrale sembra un basamento di magnifica architettura, circondato da cornice a dentelli, e da un bel fregio lavorato a triglifi, che lasciano degli spazj, ne’ quali sono leggiadramente scolpiti de’ rosoni. Le arti, e il gusto greco sembra che di già incominciassero a sgombrare la romana rusticità, e accusarebbero una età meno remota, quando l’iscizione non ci facesse conoscere, che appartiene al quinto secolo di Roma, e che è il più antico fra tutti i monumenti scritti della romana antichità; poiché è più antica di quella di Lucio Scipione di lui figlio incisa parimente in peperino, come si e detto qui avanti alla pag. 153. §. 18., e trovata nello stesso sepolcro fin dal secolo scorso; siccome è più antica della iscrizione di Duillio, sia originale, sia copia secondo che dice Winkelmann al luogo citato; giacché questi fu console quarant’anni dopo Scipione Barbato. Annessa a questa casa ve n’era un’altra, che conteneva le ceneri di una donna, dal cui nome segnato nel coperchio si rileva che era Aulla Cornelia figlia di Cneo Cornelio Scipione Ispalo, o piuttosto moglie di un Ifpallo. Fu trovata in questo sepolcro anche la testa giovanile incognita coronata di lauro, di cui ho parlato eziandio alla detta pag. 30., ed una piccola testa alta un pollice in terra cotta, rappresentante un vecchio senza capelli, e senza barba. Tutti questi monumenti passeranno probabilmente ad ornare il Museo Pio-Clementino.
  14. ad Act. lib. 6. epist. 1. [ Il sentimento di Cicerone è ben diverso da questo, e da ciò che gli fa dire Winkelmann qui avanti pag. 207. Egli dice anzi all’opposto che l’effigie di Scipione Africano (non dice però se il primo, o il secondo) si sapeva indubitatamente, e ne nomina due statue, una erettagli da Attico, al quale scrive, e l’altra più antica, che si conosce, dic’egli, per sua dall’atteggiamento, dall’abito, dall’anello, dalla fisonomia. Cicerone biasimava soltanto Metello perchè avesse errato nel mettere alla base d’una statua eretta da lui a Scipione Africano, o a Scipione Nasica Serapione, che non è troppo chiaro, un titolo, che non gli conveniva.
  15. Può vedersene la figura predo lo Spon Recherch. des antiq. & curios. de la ville de Lyon, pag. 186., e Miscell. erud. antiq. sect. 4. pag. 152., ove lo dice del peso di 21. libra, del diametro di due piedi, e due oncie, trovato nel Rodano presso Avignone nel 1656. Fu pubblicato anche nel Silio Italico dell’edizione di Drakenborchio al lib. 15. vers. 268., e se ne parla nell’Acad. des Inscript. Tom. IX. Hist. p. 152. segg. Il signor abate Bracci Dissert. sopra un clip. vot. p. 67. e 73. crede che rappresenti il fatto di Scipione, senza darne nuove ragioni.
  16. Vegg. qui avanti alla pag. 147.
  17. Vegg. qui avanti pag. 297.
  18. lib. 6. cap. 25. sect. 64.
  19. Nella stampa datane nell’anno 1711. in grande.
  20. Explic. de la mosaïq. de Palestr. Acad. des Infcript. Tom. XXX. Mém. p. 508. [Alla pag. 504. porta le varie opinioni degli altri,che lo hanno voluto spiegare, fra i quali sono il P. Kirchero Lat. vetus & nov., ove ne dà la stampa alla pag. 101. non poco scorretta, e Ciampini Vet. monum. Tom. 1. Tabula 30. pag. 81.
  21. Odyss. lib. 4. vers. 228.
  22. Eurip. in Helen. vers. 1263.
  23. ibid. vers. 1451. [Era tutte le opinioni, questa di Winkelmann pare la più insussistente. La figura, che dà a bere, tiene un lungo ramo di palma, o d’altra pianta, nella mano sinistra. Il supposto cataletto è una mensa con sopra un candeliere acceso, che portano quattro persone, uscendo da un tempio, ove sono sacerdoti coronati di frondi, e con varj strumenti. Accanto vi è un cane, o scimia, sopra una base, che forse vi sta per idolo. È certamente difficile a spiegarli il soggetto di questo musaico. Ciò che pare sicuro, è che vi si rappresentino delle feste, una caccia, e una pesca, fatte forse da qualcuno dei Tolomei in occasione dell’allagamento del Nilo, e di qualche sua vittoria. Si sono trovati in altri pavimenti dei musaici con delle cose egiziane presso a poco sullo stesso gusto. Forse gli antichi Romani guardavano per ornati le cose dell’Egitto, come noi le cose della Cina. V. Lib. XII. C. I. §. 11.
  24. Barthel. loc. cit. pag. 535.
  25. Ne dà la stampa in rame Ciampini loc. cit. Tab. 33. pag. 82., e l’Enciclopedia.
  26. Plin. lib. 36. cap. 15. sect. 24. §. 4.
  27. Può vedersi il traduttor fiorentino dei Caratteri di Teofrasto, cap. 18. Tom, iiI. pag. 245. not. 2.
  28. ibid §. 2. [370000. scudi romani.
  29. Suetonio nella di lui vita, cap. 47.
  30. Avremmo un bel monumento, e che ci darebbe un’idea più vantaggiosa dell’arte a questi tempi, se potessimo credere, che la celebre statua della galleria Granducale a Firenze, detta volgarmente l’Arrotino, perchè rappresenta un uomo, che inginocchiato per terra sta in atto di arrotare un coltello sopra una cote, fosse stata eretta al babiere di Giulio Cesare, per avere scoperta la congiura ordita contro di lui da Achilla, e Potino, di cui parla Plutarco nella vita di quell’imperatore, p. 731 B. op. Tom. I. Pare che a quella opinione inclini il signor Lanzi nella tante volte citata descrizione di quella galleria, cap. 14. pag. 174. Ma supposto che a costui fosse fatta alzare una statua dal suo padrone, o in Alessandria, ove accadde il fatto, o in Roma, io non crederò mai che fosse quella, non permettendolo lo stile della scultura che è di migliori tempi, e non sapendovi trovare il minimo indizio che possa alludere a quel fatto, o alla persona del barbiere. La figura coi mustacci, e qualche fiocchetto di barba, qui deve indicare un barbaro di nazione, e di costumi; il solo panno gettato trascuratamente sul destro omero è proprio d’uomo, che vuol essere spedito per accingersi a qualche operazione; e l’aria severa, e truce del volto è d’un manigoldo. Come possono convenire tali cose al barbiere d’un principe romano? Se al dir di Plutarco egli scoprì quella congiura in occasione di un pubblico convito, al quale era presente, e forse ministrava, esplorando ciò che si diceva da questo, e da quello, che convenienza vi farebbe stata di rappresentarlo nella espressione anzidetta, inginocchiato per terra in atto di arrotare un coltello?
    Io non so dipartirmi dall’opinione di Lionardo Agostini, riportata da Gronovio Thesaur. antiq. gréæc. Tom. iI. Tab. 86., e seguita da Winkelmann nei Mon. ant. ined. Par. I. cap. 17. n. 42. pag. 50., di riconoscervi cioè quello Scita, cui Apollo ordinò di scorticar Marsia, e che apartenesse ad un gruppo; giacché dalle varie statue, che si hanno di Marsia appeso all’albero, una delle quali è in villa Medici, due in villa Albani, possiamo arguire, che un tal gruppo fosse ripetuto, e molto celebre. In tale atteggiamento, ma però vestito, si vede quello barbaro nel bassorilievo, che illustra Winkehnann al luogo citato, e in un altro espresso nella parte laterale di un sarcofago collocato sotto il portico della chiesa di s. Paolo fuor delle mura. La mossa della testa, che il signor Lanzi crede atteggiata a timore, è propria d’un esploratore, e quella di guardar Marsia in un’aria mista quasi di piacere, e di barbata fierezza, come lo guarda la figura nei detti bassi-rilievi, e come lo guardava in una pittura descritta da Filostrato giuniore Icon. 2. p. 865., ove pare che descriva questa statua: Furtim autem (Marsyas) intuetur hunc barbarum, qui in ipsum gladii aciem acuit. Vides enim utique ut manus ejus coti, & ferro intentæ sunt, utque in Marsyam glaucis terribiliter intuetur oculis, coma arrecta agresti, & squallida. Rubor in gena ejus autem cædem parantis est, ut ego puto: superciliumque oculo incumbit ad iram compositum, atque animo quemdam induit affectum. Quin etiam ringitur sævum quiddam super iis, quæ patrare parat: nec an præ gaudio id faciat, an intumescente ad jugulationem animo, fatis scio. Il coltello non è certamente da far barba, cone conviene il signor Lanzi, ma è appunto da scorticare, benché lo neghi senza ragione il medesimo; nè è tanto dissimile a quello degli anzidetti, ed altri monumenti, Così intendo di escludere anche l’opinione di quelli, che nella stessa statua vogliono effigiato colui, il quale scopri la congiura di Catilina, o quella dei figli di Bruto, o quella de’ Pisoni contro Nerone; di cui possono vedersi le congetture del Gori Mus. Florent. Statuæ, Tab. 95. 93., ove ne dà la figura, data anche da Gronovio l. cit., e da Maffei Raccolta di statue, Tav. 41.
  31. Ved. Tom. I. pag. 23. §. 5.
  32. Orvil. Animadv. in Charit. lib. 2. c. 5. pag. 186. Tom. I.
  33. Vedasi qui avanti pag. 71. seg.
  34. Stosch Pierr. grav. pl. 23., Gori Dactyliotheca Smithiana, Tom. I. Tab. 23.
  35. Qui avanti pag. 29.
  36. Vegg. qui avanti pag. 144. §. 5.
  37. Hor. lib. 1. serm. 3. vers. 91.
  38. V. Schol. Horat. loc. cit.
  39. Plin. lib. 36. cap. 5. sect. 4. §. 10.
  40. idem lib. 35. cap. 12. sect. 45.
  41. Per la fretta di dedicarla. Plinio l. cit.
  42. Assai vaga fu una leonessa di marmo del nominato Arcesilao, posseduta da M. Varrone. Plin. lib. 36. cap. 5. sect. 4. §. 13. Le stavano giuocando all’intorno varj alati Amorini, alcuni de’ quali legata tenevanla, altri la forzavano a bere ad un corno, altri le mettevano i calzari ai piedi: e tutte quelle figure da un masso solo erano cavate.
  43. Vedi qui avanti pag. 225.
  44. De divin. lib. 1. cap. 16.
  45. Plin. lib. 36. cap. 5. sect. 4. §. 12.
  46. Pasitele fu eziandio eccellente nel formare de’ modelli in creta, Plin. lib. 35. c. 12. sect. 45. & lib. 36. cap. 5. sect. 4. §. 12.: la qual arte diceva egli esser la madre della statuaria, della scultura, e dell’intaglio. Si distinse pure a que’ tempi Posidonio non meno nella statuaria, che nel bulino. Plin. lib. 33. cap. 12. sect. 55., & lib. 34. cap. 8. sect. 19. §. 34. È d’avviso Francesco Giunio Catal. arch, &c. pag. 175. esser questi lo stesso Posidonio amico di Cicerone, De nat. deor. l. 2. c. 4. n. 88., e inventore d’una maravigliosa sfera astronomica, rappresentante tutt’i moti celesti sì diurni che notturni del sole e della luna e dei pianeti. A questi si può aggiugner Ledo, che celebre si rendette nel cisellare l’argento. Plin. lib. 33. c. 12. sect. 55.
  47. Critone e Nicolao ateniesi fecero.
  48. Ora tutte tre nella villa Albani.
  49. Livio lib. 38. c. 35. num. 56. Ved. qui avanti pag. 308. n. a., e Tom. I. p. 30. n. a.
  50. Nel Trattato preliminare, Cap. IV. pag. LXXXVI. diceva l’Autore assai probabile che si fosse stabilito in Roma. Forse avrà mutato parere in quella seconda edizione della Storia.
  51. lib. 35. cap. 11. sect. 40. §. 30.
  52. Qui avanti pag. 228.
  53. Ciò non si ricava facilmente da questo luogo di Plinio, nè da altri che io sappia. Anzi in tutte le edizioni del detto scrittore anteriori a quella d’Arduino, che ho vedute, si legge il pronome ei riferito a Cesare, con cui viene a dire Plinio che per Cesare lavorasse Timomaco que’ due quadri. Arduino lo emenda senza darne ragione.
  54. Plin. lib. 33. cap. 12. sect. 55.[ Lo stesso, di cui si è parlato al §. 12., e si veda alla pag. 225.
  55. num. 151.
  56. Veggasi anche Tomo I. pag. 440. §. 7.
  57. Vegg. Tom. I. pag. 36. col. 1.
  58. Iliad. lib. 23. vers. 616.
  59. lib. 3. eleg. 9. vers. 13. 14.
  60. Ovid. Met. lib. 13. vers. 684. [ Ved. Giunio De pict. vet. lib. 3. cap. 1. §. 6. p. 146.
  61. Plinio lib. 32. cap. 12. sect. 55. parla di amendue questi cisellatori Mentore, e Mis, e li loda per le opere di figure.
  62. Abitavano sull’Istro, o Danubio, Strabone lib 7. pag. 489. C.
  63. lib. 3. cap. 4.
  64. Se Lucio Floro parlasse così chiaramente, come lo fa parlare Winkelmann, dopo l’abate Francesco Valesio in una Dissertazione particolare inserita nei Saggi di dissert. dell’Accad. di Cortona, Tom. I. n. X. p. 105. segg., non vi sarebbe più dubbio intorno al soggetto delle dette due statue. Ma egli parla in maniera da farci credere tutto l’opposto. Non dice che fossero fatti schiavi due re di que’ popoli traci, nè che fossero a uno tagliate le mani, all’altro le braccia. Scrive soltanto che i Romani nella guerra contro di loro non trovarono pena più sensibile per atterrirli, che di tagliar le mani a quanti prigionieri ne facevano, rimandandoli poi così a vivere infelicemente nei proprj paesi. Eppure le statue rappresentano persone reali, come si conosce dal diadema, e da una certa dignità della persona. Cade pertanto il fondamento principale di questa opinione. A ciò si aggiunga, che la faccia serena del volto di quelle figure non dà verun indizio di aver sofferto simil tormento; e il taglio delle mani per una, e delle braccia sin sopra il gomito per l’altra a considerarlo da vicino non può far credere, che sia stato fatto per indicare un castigo. La forma dell’abito di quella, che daremo in fine di questo Tomo, Tavola VIII., rassomiglia alle figure di due Traci, o Sciti, prigionieri scolpiti su quella patte della colonna trionfale dell’imperator Teodosio, di cui si parlerà nel Libro XII. Capo iiI. §. 7., data in rame tra gli altri dal Bandurio Imper. orient. Tom. iI. par. 4. Tubula 18. pag. 581. Ma questi sono soldati, o persone private. Il re, e le persone principali, che si vedono su carri di trionfo nella Tavola 5. e 6., hanno abiti affatto diversi.
    Non crederei meglio provata l’opinione di monsignor Braschi, che in una lunga differtazione latina, per altro eruditissima, vuol provare che quelle statue rappresentino Siface, e Giugurta, re numidi, come già notammo alla prefazione del nostro Autore nel Tomo 1. pag. xxvij. not. a. Egli equivoca primieramente nel dire che siano di basalte, mentre sono di bigio morato. In secondo luogo la qualità delle veste, e del manto grande e pesante ornato di larghe frangie, con quei calzari, o piuttosto stivali, anch’essi grandi e pesanti, non convengono a! clima caldissimo della Numidia; siccome neppur la barba, e i capelli, che in quelle parti hanno corti, e ricciutelli, come si veggono a Massinissa, di cui parlammo qui avanti pag. !306. not. b., e ad un busto di Annibale in marmo esistente in casa Renzi nella Terra di s. Maria nel regno di Napoli, trovato nelle ruine dell’antica Capua, e dato in rame con un lungo ragionamento per illustrarlo dal signor Giuseppe Daniele in Napoli nell’anno 1781. Le congetture poi, che questo dotto prelato ricava rial la storia, non hanno alcun sodo fondamento.
  65. Diod. Sic. lib. 1. §. 48. pag. 57.
  66. lib. 2. cap. 11. pag. 166. [ Dice che era opinione degl’ignoranti, che esse fossero state rappresentate senza le mani, che egli avea vedute per terra cadute per l’antichità. Ved. Tom. I. pag. 7. not. a.
  67. Diod. lib. 19. §. 103. pag. 397. Tom. iI.
  68. Val. Mass. lib. 2. cap. 7. num. 11.
  69. Plutarco nella di lui vita pag. 739. D. oper. Tom. I., e Suetonio parimenti nella di lui vita cap. 88., e nella vita di Augusto cap. 31.
  70. Fu trovata nel vicolo de’ Leutari presso al palazzo della Cancellaria nel tempo di papa Giulio III., come narra Flaminio Vacca Memorie, num. 57.
  71. in August. cap. 31.
  72. La fece collocare dirimpetto alla Basilica dello stesso Pompeo, che stava accanto al teatro; e vi corrisponde a maraviglia il luogo ove fu trovata la statua di Spada: onde poteva il Nardini Roma ant. lib. 6. cap. 3. reg. IX. pag. 292. argomentar quindi il luogo ove era la detta Basilica. Si crede, che fa Musa colossale del palazzo Farnese nominata nel Tomo I. pag. 322., e l’altra, che prima stava nel palazzo della Cancellaria, ed ora è nel Museo Pio-Clementino, nominata pure alla pag. 411., siano state trovate nei dintorni del detto teatro; cosicchè potrebbero considerarsi come opere di quel tempo, e darci un’idea dello stile.
  73. Græca res est nihil velare; at contra romana ac militaris thoracas addere, lib. 34 cap. 5. sect. 10. [ Non è però cosa rara trovare gl’imperatori all’eroica. Di Augusto vedasi al Capo seguente §. 8. in fine, e di Caligola al §. 32.
  74. Può vedersene la figura presso Maffei Raccolta di statue, Tav. 127.
  75. in Pomp. oper. Tom. I. pag. 603. D. [Ved. Tom.I. pag. 359. §. 6.
  76. De præst. & usu num. dissert. 10. §. 3. Tom. iI. pag. 67.
  77. Una bella statua di Pompeo in marmo bianco di grandezza maggiore del naturale vedesi nella magnifica villa di Castellazzo fuori di Milano già Arconati, ora Busca. Essa pure è tutta ignuda fuori del braccio sinistro, che è coperto da un panno, il quale dalla sinistra spalla gli pende sino a terra. Vi fu questa statua trasportata da Roma; e in alcune parti essendo guasta, fu da mano moderna rassettata.
  78. Vegg. qui avanti pag. 28.
  79. Henr. Steph. Paral. gramm. græc. pag. 7. 8.
  80. Falcon. Inscr. atlet. pag. 60. 66. 101.
  81. loc. cit.
  82. Pedrusi I Cesar. in oro, ev. Tom. I, Tav. 1. num. 1.
  83. Suetonio nella di lui vita cap. 23.
  84. Mus. Capit. Tom. iiI. Tav. 10.
  85. num. 88. pag. 55.
  86. in C. Mario, princ. op. Tom. I. p. 406.
  87. cit. num. 88.
  88. loc. cit. pag. 106.
  89. Nel palazzo dei Conservatori. Maffei Raccolta di statue, Tav. 21. ne dà la figura.
  90. Avvi anche in Milano una statua assai nota, detta volgarmente l’uomo di pietra, nella quale alcuni hanno ravvisato l’immagine di Cicerone. V. Gratiol. De præcl. Med. ædif. pag. 133., & Giulin. Memor. di Mil. pare. 2.p.zg. z-jg. La toga romana di cui è vestita, e un motto di quell’oratore, che scritto si legge al di sopra del capo, sono i fondamenti a cui appoggiasi tale opinione. Ognuno però ben vede quanto questi siano deboli ed insussistenti. Alla fisonomia truce e severa sembra la statua accostarsi piuttosto a C. Mario, a cui con molta ragione poterono i Milanesi averla innalzata dopo quella vittoria, che al fiume Adige riporto sovra i Cimbri e i Teutoni, per la quale furono quelle contrade liberate dall’imminente pericolo che loro sovrastava. Con una tonsura, olssia corona ecclesiastica, che una mano imperita vi fece ai capelli, si è preteso di effigiare in essa Adelmano, uno degli arcivescovi di Milano verso la metà del secolo decimo.
  91. Ne dà la stampa in rame non troppo esatta Fulvio Orsini Imag. illustr. num. 146., e il signor abate Amaduzzi Monum. Matthæj. Tom iI. Tab. 10. 11. La testa del museo Capitolino senza nome è più bella di questa; e bellissimo e di grandissima diligenza è il cameo del signor principe Chigi bianco in fondo di sardonica, pagato mille zecchini.
  92. Cabinet de Polignac.
  93. V. Lips. Eclet. lib. 1. c. 9. op. Tom. I. pag. 252.