Biografia di Frà Paolo Sarpi/Vol. I/Capo IX

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Capo IX.

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CAPO NONO.


Gli storici prima di descrivere le grandi battaglie che mutarono le sorti del mondo sogliono descrivere la posizione rispettiva degli eserciti, le loro forze materiali e morali e i mezzi di oppugnazione e di difesa, acciocchè chi legge possa giudicare dei duci e de’ combattenti, e delle ragioni che decisero la vittoria. Tale io, oramai presso a narrare un famoso conflitto dello intelletto umano che ebbe tante conseguenze sulla società, e che aggiunse tanta gloria al nome di Frà Paolo, trovo conveniente di far precedere a’ racconti due necessari episodi: coll’uno de’ quali dirò come la potestà de’ papi nacque, ingrandì e si corruppe; e coll’altro quali fossero gli ordini del governo veneto, e per quali condizioni si sia egli solo, fra tanti regni e repubbliche, conservato invulnerabile contro i fulmini di Roma.

L’origine del papato si smarrisce in un buio mitologico di tradizioni volgari non altrimenti della origine della vecchia Roma. Nissuna istoria, nissun monumento contemporaneo o quasi, ci attesta il viaggio di San Pietro alla capitale del mondo, la fondazione della sua cattedra, il suo ponteficato e il suo martirio; nè chi fossero o se abbiano esistito realmente e quando e per quanto tempo i primi quattro suoi successori. Solo è chiaro che San Paolo andato a Roma verso l’anno 57 fondò ivi una [p. 140 modifica]piccola congregazione di cristiani, composta presso che tutta di Levantini, e ne lasciò la direzione ad Aquila proselite ebreo cui conobbe in Epiro, ed a Priscilla moglie di lui; di forma che per ragione di storia Aquila e Priscilla dovrebbero avere il primo luogo nella serie de’ papi. Nissun buono argomento ci obbliga a credere che Lino, Clemente, Cleto e Anacleto, (seppure i due ultimi non sono uno stesso individuo) siano stati vescovi di Roma e successori l’uno dell’altro: apparendo invece che vivessero quasi coetanei e non fossero che i papi o anziani di piccole adunanze cui assembrava ciascuno nella propria casa. La Chiesa avendo ovunque imprestato gli ordini politici, e in Roma il culto essendo affidato ad un collegio di pontefici, i cristiani affidarono il reggimento della loro comunità ad un collegio di vecchi; nè fu se non verso il finire del primo verso il cominciare del secondo secolo che la Chiesa romana adottò il governo di quelle della Acaia, dandosi un ispettore che in greco chiamano episcopo e noi corrottamente vescovo. Nei primi tre secoli quella chiesa fu composta quasi esclusivamente di Greci o Siriaci od Africani che in gran numero accorrevano nella capitale: i vescovi stessi furono pressochè tutti Levantini; e solo dopo la metà del III secolo cominciò a contare nel suo seno veri Romani.

Ne’ suoi esordii ella era così oscura che non ebbe alcuna parte nelle faccende delle altre Chiese; così umile che andato a lei l’eretico Marcione, verso il 150, per farsi assolvere dalla scomunica di suo padre che era vescovo, i preti di Roma lungi dallo arrogarsi quella sconfinata autorità che usurparono [p. 141 modifica]più secoli dopo, lo rimandarono al vescovo che scomunicato lo aveva, confessando che lui solo poteva sgravarlo; e in ultimo era così povera che fino al 220 usò vasi sacri di legno. Zeffirino vescovo di Roma, che visse a quel tempo, fu il primo che ne introdusse di vetro; e circa dieci anni dopo un suo successore li sostituì di argento, quando appuntoFonte/commento: ed. Basilea, 1847 l’imperatore Alessandro Severo proibiva gli argenti al culto pagano siccome oggetti di pompa inutile e di mondano fasto. Nel 254 questa sede era diventata abbastanza illustre per stimolare l’ambizione; Cornelio e Novaziano se la contesero e fecero scisma: d’allora in poi per circa 150 anni vi furono due vescovi in Roma, ed anco tre o quattro, viene a dire che ciascuna setta vi aveva il suo; finchè Dàmaso protetto dal prefetto di Roma e da’ primi senatori, abbenchè pagani, riuscì a dominar solo.

Nel 167 abbiamo il primo esempio in cui i vescovi romani s’immischiarono negli affari comuni della Chiesa. Discordavano i cristiani sul tempo in cui dovessero celebrare la pasqua: quelli della provincia di Asia ed altri del Ponto e della Cappadocia, appoggiati alla tradizione degli apostoli Giovanni e Filippo, la celebravano ad un modo; e quelli dell’Acaia e dell’Occidente, appoggiati alla tradizione degli apostoli Pietro e Paolo, la celebravano ad un altro; prova che le tradizioni apostoliche erano già incerte fino di allora. San Policarpo vescovo di Efeso andò a trovare Sant’Aniceto vescovo di Roma: non poterono concordare, ma si divisero amici.

La medesima contesa rinacque verso il 198. Vittore romano, in cui già pullulavano pretese di [p. 142 modifica]autorità, scomunicò gli Asiatici, i quali scomunicarono Vittore. Sant’Ireneo vescovo di Lione gli fece un rimprovero, e San Policrate vescovo di Efeso gli scrisse contro una catilinaria; nè la lite restò decisa fino al concilio di Nicea nel 325.

Verso il 256 San Stefano vescovo romano ebbe un fieroFonte/commento: ed. Basilea, 1847 alterco con San Cipriano vescovo di Cartagine intorno alla validità del battesimo conferito dagli eretici. L’Africano diceva che non era buono, e il Romano che lo era: scrissero l’uno contra l’altro, si dissero delle ingiurie, si scomunicarono a vicenda; e Sant’Agostino dice che Cipriano fece bene a sostenere il suo puntiglio, e che Stefano a torto voleva dettargli la legge sopra una materia non risoluta ancora da niuno concilio.

Intorno al medesimo tempo due vescovi di Spagna deposti ricorsero a Stefano che li ristabilì. Ciò era contrario alle vigenti discipline, per le quali le cause de’ preti dovevano essere definite nella loro propria provincia, ed erano vietate le appellazioni. Quindi gli altri vescovi spagnuoli se ne querelarono a Cipriano che riscrisse: al mandato di Stefano non obbedissero, e che i due deposti avevano giunto peccato a peccato ricorrendo ad un vescovo forestiero.

Verso il 311 surse nell’Africa lo scisma dei Donatisti; e l’imperatore Costantino, al tribunale di cui fu portata la causa, elesse nel 313 Melchiade vescovo di Roma con alcuni altri vescovi delle Gallie acciò la esaminassero. Il giudizio de’ quali non essendo piaciuto a’ Donatisti che tacciavano i giudici d’incompetenza, l’imperatore la rimise l’anno [p. 143 modifica]seguente ad un concilio di vescovi radunato da esso lui in Arli. Ma i Donatisti appellarono dalla sentenza del concilio al tribunale dell’imperatore, che pronunciò definitivamente in Milano nel 316.

Questi esempi bastano a mostrare che il vescovo di Roma non aveva potestà al disopra degli altri: anzi il primato gerarchico fu per bene due secoli attribuito alla sede di Alessandria, ed Eraclas vescovo di quella città, morto nel 231, fu il primo che si meritò il titolo di beatissimo papa; il quale poscia fu dato anco a San Cipriano, che, come dice San Gregorio di Nazianzo, tenne finchè visse il grado di primo vescovo e di presidente della Chiesa. Giovi avvertire che quel titolo non si dava che ai morti, seguendo l’uso de’ Romani che chiamavano divi o santi gl’imperatori defunti. San Girolamo fu il primo che per adulazione o per lusso lo profuse anco ai vivi, come a Sant’Ambrogio vescovo di Milano, a Cromazio di Aquilea, ad Agostino d’Ippona, a Dàmaso di Roma e in generale a tutti i suoi amici o protettori. Siricio, successore di Dàmaso nel 384, fu il primo che se lo attribuì da sè nella decretale ad Imerio vescovo di Tarragona.

È noto che il Pontefice Massimo era il capo del culto nazionale de’ Romani: dignità illustre, e premio a quelli che avevano percorso gli uffici più insigni della Repubblica; e fatta ancora più illustre dopo Augusto quando diventò inseparabile dalla dignità di principe e d’imperatore. Costantino che si diceva vescovo de’ cristiani era in pari tempo sommo pontefice de’ gentili; e il ponteficato continuò nei suoi successori fino a Graziano, che lo rifiutò [p. 144 modifica]giudicando incompatibile a un principe cristiano di essere sommo sacerdote degli idolatri. Non così delicati furono i vescovi di Roma: i gentili fino dai tempi di Ammiano Marcellino gli chiamavano pontefici massimi de’ cristiani, ed e’ non ricusarono un titolo che inferiva a grandezza e a potenza. Di fatti la pubblica opinione assueta a confondere il ponteficato colla dignità imperiale si avvezzò a considerare il vescovo di Roma rispetto a’ cristiani, pari a ciò che era l’imperatore rispetto a tutti gli altri; e in progresso di tempo i papi volendo ragguagliarsi alla dignità imperiale, usurparono i titoli di santità e di santissimi propri solo degli angusti, e quindi anco la porpora, la clamide, la stola, il cingolo e altre insegne.

D’altra parte Roma era il centro dell’imperio, la sede del comando, e come se le altre città non fossero che suoi sobborghi essa sola era chiamata semplicemente Urbs, la Città; e fosse anco a’ confini della Persia, quand’uomo diceva la Città, intendeva Roma: negli storici di quel tempo o negli editti degl’imperatori è quasi sempre indicata colla antonomasia di Città eterna, o di Città signora. Era eziandio la città santa de’ pagani e de’ cristiani; e prevaleva fra gli ultimi una profezia di cui parlano spesso i Padri della Chiesa, che colla fine della Città sarebbe finito il mondo; a tal che quando fu presa e saccheggiata da Alarico nel 408 fu universale lo spavento, e San Gerolamo atterrito scrisse essere vicino il giorno finale.

Premesse queste notizie, ricordo ciò che dissi altrove, che il governo ecclesiastico imprestò le sue [p. 145 modifica]forme esterne dal governo civile, imperciò i vescovi delle città metropoli dove stanziavano i governatori cominciarono tra il secondo e il terzo secolo a darsi il nome di vescovi della prima sede, e più tardi di metropolitani, e ad attribuirsi una primazia sui vescovi provinciali; quindi accettato il principio che la Chiesa misticamente fosse una, era inevitabile la conseguenza che il centro di quella mistica unità dovesse essere Roma.

Sopravvenute nel IV secolo le turbolenze suscitate dalla eresia di Ario, i vescovi di Roma se ne vantaggiarono mescolandosi negli affari anco più lontani, intromettendosi arbitri delle altrui discordie, spalleggiando ora l’una ora l’altra fazione, e profittando di tutte le concessioni fatte alla loro autorità o dalla adulazione o dal bisogno, e cui essi poscia convertivano in diritto. Era un articolo stabilito che le cause ecclesiastiche dovessero essere giudicate sul luogo e da un concilio di vescovi della provincia, ma i concilii dominati allora da facinorosi avevano perduto ogni forza; per il che Osio vescovo di Cordova fece accettare dal concilio di Sardica (nel 347) un canone (quando non sia stato falsificato più anni dopo come dubitano molti eruditi) che è la pietra angolare della monarchia pale. «I vescovi, disse, volendo appellare da un concilio, potrebbero onorare, così a loro piacendo, la cattedra di San Pietro e deferire al giudizio del vescovo romano».

Quest’atto puramente provvisionale, di un concilio che non ebbe mai alcuna autorità, e affidato al libero volere degli appellanti, fu dai papi [p. 146 modifica]convertito in legge obbligatoria. Un secolo dopo, Zosimo volle prevalersene contro il clero d’Africa, il quale invigorito da Sant’Agostino rigettò il canone e dichiarò irrite le appellazioni di oltremare; ma i papi non trovando sempre e dapertutto una uguale resistenza, a forza di ripetere i tentativi sortirono l’effetto di radicare l’abuso delle appellazioni a Roma.

Venticinque anni dopo il concilio di Sardica Dàmaso ottenne dall’imperatore Valentiniano I una legge che dava facoltà al vescovo romano di giudicare gli altri vescovi; e Leone I detto il Grande ottenne dall’imperatore Valentiniano III altri rescritti ancora più larghi e più profittevoli alla sua Sede. Dei quali favori non conviene sempre dar colpa alla imbecillità dei principi o alla astuzia de’ pontefici; ma a circostanze naturali e ai bisogni de’ tempi e della politica. Il clero incominciava a influenzare il popolo, e decadendo l’Impero e le provincie essendo piene di disordini, e moltiplicandoli i preti colle loro discordie, tornava utile alla corte imperiale d’Italia d’ingrandire i vescovi di Roma, perchè al principe più vicini e più soggetti, e di ridurre tutta in quelli e nel loro concilio la potestà sacerdotale cristiana a modo che la pagana la era nel pontefice massimo e nel suo collegio.

In Oriente, dove il cristianesimo si assodò più presto, molte erano le Sedi che si dicevano fondate dagli apostoli e molte le città per grandezza e ricchezza rivali; quindi emulandosi i vescovi ed essendo la religione turbata da eresie, nissuno potè alzarsi tanto da dominare gli altri. Quelli di [p. 147 modifica]Alesandria e di Antiochia sovrastavano, è vero; ma in appresso il vescovo di Costantinopoli cominciò ad uguagliarsi a loro; poi nel 381 ottenne dal concilio costantinopolitano il primo grado dopo il vescovo di Roma; indi dal concilio di Calcedonia nel 451 fu agguagliato in dignità e potenza al vescovo romano in onta alle proteste di papa Leone I. La quale superbia de’ patriarchi bizantini eccitò l’invidia di quelli di Alessandria e di Antiochia, che a vendetta si chiarirono in favore della supremazia romana.

Ma nell’Occidente il cristianesimo s’introdusse a stento. Tra il II ed il III secolo alcune comunità cristiane, colonie di Greci venuti dall’Asia, si stabilirono a Parigi, a Lione ed a Vienna di Provenza; ma non fruttarono, e andarono in dileguo, finchè alla metà del III secolo Fabiano vescovo di Roma mandò altra colonia di missionari latini. Nella Spagna aveva fatto qualche progresso; ma gl’Italiani a’ tempi ancora di Costantino erano quasi tutti annebbiati di paganesimo, e cinquant’anni dopo vi perseveravano per la maggior parte. Quindi essendo poche le Chiese e sparse qua e là, i vescovi di Roma poterono inforzarsi a loro agio e dominare senza rivali; e quando verso la metà del IV secolo sursero le chiese di Milano, di Aquilea e di Ravenna, la riputazione di quella di Roma era già stabilita. A quel tempo la giurisdizione de’ papi non usciva dalle provincie suburbicarie, cioè da un raggio di 100 miglia descritto in giro alla città di Roma: era la giurisdizione del prefetto urbano. I vescovi di Milano si ampliavano per tutto il vicariato d’Italia, cioè dal Rubicone fino alle Alpi, fin [p. 148 modifica]dentro la Rezia, la Baviera e la Pannonia. Erano soggetti a loro i patriarchi di Aquilea, i quali e i vescovi di Milano, si consecravano a vicenda. Quelli di Ravenna si chiamavano Autocefali, cioè indipendenti, e a loro obbedivano come a metropolitani molte città della Toscana, della Flaminia e del Piceno nel vicariato di Roma.

Ma i papi oltre ai già descritti vantaggi, un altro ne avevano potentissimo, ed erano le ricchezze; col mezzo delle quali si procacciarono numerose clientele nella Magna Grecia, in Sicilia, in Sardegna, nell’Illirico, nelle Gallie, e insomma in tutto quasi l’Occidente; e già nel 483 erano saliti a potenza tanto grande che Odoacre re d’Italia se ne adombrò, e stabilì per legge che nissuno potesse essere eletto pontefice senza il regio assenso. Teodorico avendo annullato tutte le cose fatte dal suo antecessore, serbò questa legge avvengachè dispiacesse a’ Romani. Poscia Amalasunta sua figlia, per mitigarla, concedette a’ papi potestà giudiciaria intorno a certe cause tra’ preti e preti, o tra i preti e laici. Indi caduto il regno de’ Goti, gl’imperatori greci che regnarono in Italia non pure mantennero la legge di Odoacre, ma ne gravarono i capitoli, e costrinsero i pontefici a pagare eziandio una tassa onde essere confermati.

Ma la fortuna continuò a favorire il papato. La chiesa di Milano, splendida rivale di quella di Roma, decadde quasi subito dopo Sant’Ambrogio, e posciachè la città fu distrutta dai Borgognoni nel 539, i suoi vescovi stanziarono a Genova per più di un secolo. Aquilea distrutta anch’essa a più [p. 149 modifica]riprese, ebbe per arrota uno scisma, e da lei si divise la chiesa di Grado; e i papi inframettendosi nelle loro contese, così si avanzarono che intorno al 595 Gregorio I disponeva delle loro entrate e della elezione de’ loro vescovi. I vescovi di Ravenna si sostennero alquanto per la protezione degli Esarchi; ma questi vicerè e gl’imperatori greci avendo troppo spesso necessità di accarezzare i papi, furono obbligati più di una volta a sacrificar loro l’ambizione degli Autocefali, i quali perciò non poterono mai assumere una independenza decisa, e finirono coll’essere pienamente soggiogati dalla sede di Roma.

Dal 590 al 795, cioè dalla elezione di Gregorio I a quella di Leone III, il ponteficato era una dignità che non ha un termine per essere adeguatamente significata. Il papa era eletto militarmente come a un dipresso si usa da’ Barbareschi quando eleggono i loro pascià. Il clero, i nobili e il popolo si adunavano armati in una piazza o in una chiesa, ciascuno sotto la bandiera del suo quartiere o della sua scuola o fratrìa, e ciascuna banda condotta da suoi capi che chiamavano giudici. Se non erano di accordo sul candidato, i partiti decidevano la questione a colpi di sciabola o di alabarda. Dopo fatta l’elezione si prendevano il nuovo pontefice, lo mettevano a cavallo e lo conducevano processionalmente alla chiesa di Laterano dov’era intronizzato. La processione era un misto di militare e di religioso: colle bandiere di guerra andavano le croci e gli stendardi delle parecchie, col suono bellicoso delle trombe si confondevano le antifone ed i salmi; in mezzo agli uomini d’arme cavalcavano i preti in [p. 150 modifica]cotta e stola; la turba armata era preceduta da fanciulli e zitelle vestiti di bianco e portanti in mano rami di ulivo; e intanto che i soldati intuonavano inni di guerra il coro delle donne cantava le litanie.

Governo civile e religioso erano una cosa medesima; e il papa, capo in Roma di ambedue, era un magistrato rigorosamente costituzionale, che non decideva nissun negozio di momento senza il consenso dell’assemblea, cui chiamavano concilio; e a questo concilio intervenivano non i soli preti, ma i primi eziandio de’ nobili e del popolo. Oltre alla autorità politico-sacerdotale, ristretta al solo ducato di Roma o alla Italia romana secondo le circostanze, i pontefici frequentissimamente venivano consultati intorno a casi di coscienza dai vescovi delle Gallie, o della Spagna, o della Inghilterra, o della Germania; ed erano visitati o in persona o per deputazioni da’ principi barbari, massime dagli Anglo-sassoni, che mandavano ricchi doni al sepolcro di San Pietro. Se perciò i papi non vantavano quella potestà assoluta che oggidì si arrogano, ne godevano una di opinione che non pativa contrasti, e per la quale influivano col consiglio e coll’opera su tutto l’Occidente.

La stessa riputazione non godevano fra i Greci; chè gl’imperatori per gelosia e i patriarchi bizantini per ambizione gli avrebbono voluto umiliare; ma le forze non corrispondevano ai desiderii, e i papi in Italia molto più potevano che non gli augusti di Costantinopoli; i quali per interesse e per politica erano costretti a maneggiarli con riguardo e a fare [p. 151 modifica]in modo che non se ne disguastassero. Dal canto loro i pontefici si riconoscevano sottomessi alla potestà imperiale, ubbidivano alle sue leggi e ne rispettavano le decisioni.

Nella costituzione dell’imperio romano gli augusti erano capi dello stato politico e della religione; perciò, come nota l’istorico Socrate gl’imperatori tosto che divennero cristiani si impadronirono degli affari della Chiesa e disposero de’ maggiori concili. I quali convocati espressamente da loro, essi gli facevano presiedere, ed essi soli avevano la facoltà di approvarne i decreti; e quello che oggi sarebbe una mostruosità da far inorridire tutti i buoni preti della curia romana si è, che il secondo concilio di Nicea fu convocato (nel 787) da una donna, per comando di lei fu trasferito da Nicea a Costantinopoli, ella ne presiedette l’ultima sessione, ella se ne fece leggere i decreti e gli approvò, e ringraziando i Padri, fu ella che disciolse la sinodo. Quella donna era l’imperatrice Irene, e quel concilio è il settimo fra gli ecumenici, cioè fra quelli inspirati dallo Spirito Santo.

Gl’imperatori regolavano altresì la disciplina interiore ed esterna; facevano leggi sui vescovi e’ cherici e’ monaci e le chiese; ne facevano sulle feste e i riti; dispensavano i matrimoni nei gradi proibiti; e decidevano fino dei dogmi, come fece l’imperatore Teodosio quando (nel 381) fattosi dare le confessioni di fede dai Niceni ed Ariani, le lesse, e di propria autorità decise ciò che si doveva credere o non credere. Giudicavano ancora le imputazioni contro a’ vescovi, come fece Costantino che giudicò San [p. 152 modifica]Silvestro, e Valentiniano che giudicò Dàmaso. Lo stesso facevano nelle contese di competenza in occasione di scisma, come si ha dell’imperatore Onorio che sentenziò tra Bonifacio ed Eulalio, e del re Teodorico tra Simmaco e Laurenzio, i quali si contrastavano la sede di Roma.

Ma i due secoli in cui l’Italia fu tenuta parte dai Greci e parte da’ Langobardi furono ai papi una scuola di avversità dove impararono la prudenza e la saviezza, acquistarono l’amore de’ popoli, e divennero quasi necessari. Gl’Italiani odiavano i Langobardi perchè barbari e feroci; e il governo greco in Italia sempre più s’indeboliva e non valeva a proteggerli dalle rapinerie continue di que’ selvaggi tedeschi. Quindi i papi ad addoppiare lo zelo e l’attività di difendere le terre che ancora il dominio langobardo non riconoscevano; e perciò salirono in tanta estimazione che alla metà dell’VIII secolo apparivano come l’appoggio di quel fantasima cui chiamavano Impero, e i protettori delle repubbliche federative dell’Italia romana. Scelti fra uomini addottrinati di buon ora nelle lettere e nel maneggio degli affari, niuna epoca del papato offre una successione così continua d’uomini grandi come furono i pontefici che regnarono dalla decadenza dell’Imperio d’Occidente verso il 440 fino al suo risorgimento nell’800.

Un essere nuovo surse allora per l’Europa di cui non è mio instituto di narrare i beni e i inali. Solo dirò che fin qui i papi s’inalzarono per opere benefiche lodevoli; ma dopo Carlo Magno la prosperità, le ricchezze, il fasto, l’orgoglio gli [p. 153 modifica]corruppe, ed e’ corruppero il mondo. A peggiorare lo stato della Chiesa e a rovesciare ogni ordine buono e ogni regolar disciplina contribuì una solenne impostura, e furono le false Decretali comparse tra l’VIII ed il IX secolo, che regolarono la Chiesa per circa 800 anni, e di cui, dopo che la menzogna fu scoperta, restarono le conseguenze. Per le false Decretali scadde l’autorità de’ vescovi e de’ metropolitani, fu indebolita l’autorità delle sinodi generali, furono dimenticate le sinodi provinciali, fu capovolta l’antica disciplina, le norme de’ reggimenti politici furono applicate al governo spirituale delle anime, le scomuniche ebbero effetti civili, e i papi esaltati esorbitantemente diventarono monarchi universali: delle quali cose gioverà toccare alcuni capi.

I vescovi o inspettori della Chiesa instituiti fino dal tempo degli apostoli erano eletti dal popolo e consecrati da tre altri vescovi della stessa provincia. E quantunque la Chiesa fosse una, ciascun vescovo, come dice San Cipriano, aveva ricevuto la sua parte in solido, e la governava indipendente da ogni altro. Per gli affari della parocchia come la chiamavano allora, o diocesi come la chiamiamo adesso, il vescovo convocava un concilio de’ suoi preti e diaconi, nel quale ciascuno dava il suo voto; per gli affari comuni a tutta una provincia, il metropolitano convocava a concilio tutti i vescovi e preti di quella, e colà decidevano di comune accordo; e gli affari generali della Chiesa erano discussati nei concili generali intimati dall’imperatore. Le cause de’ preti non potevano essere trattate fuori della loro provincia, quindi l’appellare da un [p. 154 modifica]metropolitano ad un altro era violazione de’ canoni. Ma per le cose che ho narrate di sopra i papi cominciarono ad allargare le mani e ad arrogarsi una autorità al di là dei termini concessi dalle leggi ecclesiastiche. I vescovi d’Occidente che abitavano i regni barbari, talvolta per ignoranza e tal altra per aggiugner peso a ciò che intendevano fare, solevano spesso consultarsi col vescovo di Roma, che appo gli idioti popoli aveva fama di celeste oracolo; ma ciò che i papi davano prima per consiglio, assunse poco poco aria di comando, e quella che era una dependenza volontaria divenne una necessità. Particolarmente in Francia i prelati avevano quasi continui litigi fra loro, nei quali ciascuna delle parti cercava di affortificarsi ricorrendo a Roma. I preti ancora diventarono indisciplinati, e non volendo ubbidire alla sentenza dei loro vescovi facevano ricorso al papa: abusi che moltiplicandosi stabilivano se non di diritto, almeno di fatto le appellazioni tanto detestate dalla Chiesa. Nè le cause che si portavano a Roma erano solamente ecclesiastiche, ma temporali, di laici e fin anco di principi; e negli ultimi anni del secolo X salivano già a tanto numero, e la venalità ed avarizia de’ tribunali romani era così scandalosa, che promossero i più vivi lamenti de’ vescovi francesi adunati al concilio di Reims.

Gl’imperatori di Oriente solevano regalare a titolo di onore mantelli di porpora che chiamavano pallii, in quella guisa che il Sultano de’ Turchi suole oggi regalare pelliccie. I preti che smaniano le distinzioni de’ titoli e degli abiti, fecero del pallio una [p. 155 modifica]particolare insegna della loro gerarchia; e i papi col tempo gli mutarono la forma di mantello rosso in quella di un collare di lana bianca con crocette nere, preparato con quella ricercatezza di cerimonie con cui a Roma suolsi dare importanza fino alle bagattelle. La lana è tolta da un agnello consecrato dal papa il giorno di Sant’Agnese, poi allevato e nutrito in un convento di monache: sacre mani lo tosano, sacre mani ne filano i velli e tessono i pallii, che poi con solennità sono deposti sul sepolcro di San Pietro ed ivi lasciati per una notte affinchè il principe degli apostoli ne perfezioni la manifattura.

Il primo fra’ pontefici che concedesse il pallio fu Simmaco che intorno all’anno 500 lo diede a Cesario vescovo di Arli; ma questa decorazione era talmente di diritto degli Augusti che il papa non si ardì conferirla senza averne chiesta la licenza all’imperatore Anastasio. Circa 40 anni dopo Vigilio lo concedette ad Ausonio successore di Cesario, ma nel diploma usò una fra le doppiezze precipue allo stile della curia romana. Dice che i soli imperatori possano dare il pallio, che i clementissimi principi Giustiniano e Teodora lo concedevano ad Ausonio per le preghiere del gloriosissimo ed eccellentissimo patrizio Belisario, e (nota) che l’uso di esso pallio lo concede egli, papa Vigilio, per l’autorità di San Pietro: cavillo che servì a’ successori e primamente a San Gregorio per dare il pallio anco senza ricorrere alla corte di Costantinopoli. La vanità rese quell’indumento un distintivo indispensabile a tutti i metropolitani: prima i papi lo mandavano; poi [p. 156 modifica]verso il 1000 obbligarono i metropolitani di andarlo a prendere a Roma, al qual fine fu falsificato un canone dell’ottavo concilio generale. Fa poco onore alla corte romana che le falsità siano stati gli istrumenti della sua grandezza: falsò i canoni di Nicea affine d’interpolarvi quelli di Sardica cui voleva accreditare; falsò la donazione di Costantino per ingannare Pipino e Carlo Magno; falsò le donazioni di Pipino e di Carlo Magno e di altri per acquistare un dominio temporale; e falsò le Decretali per esercitare un potere dispotico. Hanno ragione i papi di occultarsi nel mistero e di abborrire i curiosi che pretendono svelarlo.

Il pallio trascinò seco un’altra importante conseguenza. In un concilio tenuto a Francoforte nel 742, Bonifacio arcivescovo di Magonza e legato di papa Zaccaria non solo obbligò i metropolitani delle Gallie e della Germania a chiedere il pallio, ma prescrisse a tutti i prelati un giuramento di osservanza verso la Sede Romana; nel secolo seguente la formola di Bonifacio ricevette nuove clausole per opera di Nicolò I e di Giovanni VIII, e nel secolo XI Gregorio VII la ridusse ad un vero giuramento di fedeltà e vassallaggio verso il pontefice. Lo stesso Gregorio VII dopo di avere obbligati i metropolitani ad andare a Roma per il pallio, vi obbligò anco gli altri vescovi per essere esaminati e consecrati; le quali cose oltre a’ titoli d’imperio, apportavano ricchezza, essendochè il pallio e le ordinazioni pagassero tassa: nel 1190 un vescovo francese sborsò per la sua ordinazione 700 marchi d’argento. [p. 157 modifica]

Dicono i Curiali che l’esame giovi ad escludere gl’ignoranti e a conservare la buona disciplina; ma vai meglio dirla una invenzione per avvilire i vescovi, tenerli soggetti e far loro sentire la distanza infinita che gli separa dal Vice-Dio. Gli ordinandi, dice Scipione Ricci, stanno a ginocchi in mezzo a numerosa adunanza presieduta dal papa, intanto che sono interrogati dagli esaminatori, frati per lo più. Del resto «chiunque è pratico di questa formalità non ignora che gli esaminatori comunicano antecedentemente la questione, ed anco i libri da cui gradiscono che si traggano le risposte; giacchè non è minore il timore che hanno essi di essere messi in sacco e di fare trista comparsa, di quel che possa averne l’esaminato».

Le false Decretali dando voga alla erronea massima che i sinodi ecumenici o provinciali o diocesani non valgono se non sono approvati da’ papi, questi si arrogarono il diritto di mandare qua e là i loro legati a cui attribuivano facoltà sopra i vescovi delle provincie, e il diritto di presedere e di dirigere i concili loro. La qual cosa non piacendo a’ vescovi che abborrivano da questa nuova servitù, dopo di esservisi opposti inutilmente, omisero di convocarsi a concilio, e tale trascuranza lasciò libero il varco agli abusi e alla indisciplina de’ preti.

Dai canoni erano parimenti vietate a’ vescovi le traslazioni di una sede all’altra; e fare di due sedi una, o di una farne due, non si poteva senza il consenso del metropolitano. Ma nei tempi di mezzo l’avarizia o l’ambizione spingeva i vescovi oltremontani a saltare da una sede meno ricca ad una [p. 158 modifica]più ricca, e per dare qualche legittima apparenza all’abuso solevano farlo approvare da Roma. Poscia per le invasioni de’ Normanni e de’ Saraceni disertate le terre, fugati gli abitanti, impoverite le chiese, rimanevano le diocesi abbandonate dai loro pastori; intorno alle quali i papi essendo richiesti di consiglio, essi le davano in governo a qualche vescovo vicino, riunendo provvisionalmente le rendite di due poveri episcopati in un solo. Talvolta una diocesi per essere troppo vasta, o per liti tra città e città, per contrasti tra il vescovo e il clero, veniva dal papa di accordo col metropolitano e col principe divisa in due. Ma le false Decretali acconsentirono a’ pontefici una piena autorità sulle traslazioni, unioni o divisioni delle sedi, che fu inseguito origine a disordini, a simonie e ad ogni genere di corruttele.

Da esse pure, ovvero dalla sconfinata potestà che attribuivano a’ pontefici, furono autenticate tutte le esorbitanze de’ cherici intorno alle immunità e privilegi loro. Costantino fu il primo che permise alla Chiesa di acquistare beni stabili per donazione; e 50 anni dopo l’avidità dei cherici era andata tant’oltre che (nel 370) Valentiniano I proibì loro di accettare legati neppure per via intermedia: legge molto lodata da Sant’Ambrogio e da San Gerolamo. Ciò nondimeno fu abolita in seguito; e i cherici vantaggiandosi della superstizione altrui non solo arricchirono, ma attribuirono alle loro ricchezze idee di santità e di possesso divino, e ne dedussero la conseguenza che fossero inviolabili. E quantunque Sant’Ambrogio e San Gregorio il Grande ed altri [p. 159 modifica]storici e dottori attestino che anco i beni della Chiesa pagavano i pubblici tributi, i preti de’ regni oltremontani, applicando la teocrazia ebraica e il sistema feudale al governo della Chiesa, introdussero le decime e le primizie che i laici dovevano pagare ai preti, e le esenzioni dei tributi a favore degli ecclesiastici, pretendendo che i beni loro essendo beni di Dio non potevano essere gravati dai governi secolari. Quindi i preti acquistando sempre e nulla contribuendo alle pubbliche fazioni, la Chiesa esorbitantemente arricchiva, impoveriva lo Stato, e languivano le arti e l’agricoltura.

Dice Salomone esservi tre cose insaziabili, e la quarta che giammai dice: basta. E sono il sepolcro, la matrice infeconda, la terra non mai sazia di acque; e il fuoco per cui non vi è alimento che basti. Se quel re moralista avesse vissuto venti secoli dopo avrebbe dovuto aggiungerne una quinta, molto più ingorda di tutte le quattro insieme; chè i cherici per quanto abbiano acquistato in ricchezza e in potenza e quindi anco in vizi, non mai dissero: basta.

«Costantino Magno circa il 315, dice Frà Paolo, esentò gli ecclesiastici dalle fazioni pubbliche, personali e curiali. Costanzo e Costante suoi figli aggiunsero le esenzioni dalle fazioni sordide e da’ censi, e concessero a’ soli vescovi l’esenzioni da’ giudizi del fôro secolare, restando gli altri ecclesiastici a’ giudici secolari così in criminale, come in civile: e sopra di ciò vi sono dopo altre leggi, una di Valente e Graziano circa il 380, l’altra di Arcadio ed Onorio circa il 400. Ma intanto l’anno 420 Onorio e Teodosio II, e dopo lo stesso Teodosio con [p. 160 modifica]Valentiniano III concessero il giudizio de’ cherici a’ vescovi, quando le parti ambedue si fossero contentate; rimettendo ai magistrati secolari, quando una non volesse accettare il vescovo; la quale cosa fa anco confermata da Marziano circa il 460 e da Leone suo successore. Finalmente da Giustiniano circa il 560 fu fermata e stabilita ogni varietà con la legge che gli ecclesiastici nelle cause civili fossero soggetti al vescovo, nelle criminali al giudice secolare; il che durò fino al 630 quando Eraclio gli esentò dai magistrati secolari così in civile come in criminale, salva però sempre l’autorità de’ delegati dal principe; e fino alla divisione dell’imperio così sempre fu osservato; e dopo quella, tale è stato sempre l’uso e lo stile della Chiesa greca infino a tanto che è durato quell’imperio».

Ma sotto le ruine dell’impero d’Occidente perì anco la legislazione. I re barbari non sapendo leggere e nulla intendendo delle dispute de’ preti lasciarono ch’e’ facessero, e poco poco il clero costituì uno Stato suo indipendente dallo Stato politico; e si governò con leggi e tribunali propri, a’ quali tirò anco i laici. Se un laico aveva causa contro un prete, doveva farla giudicare dai preti; e se un prete ne aveva contro un laico, lo tirava al fôro ecclesiastico: dove i giudicii erano sempre lunghi, parziali, o corrotti dall’avarizia. Quindi i preti arrogandosi la facoltà di sentenziare su tutto ciò che appartenesse a religione e non vi essendo cosa in cui la religione bene o male non ci entri, diventarono con questo pretesto i despoti di tutte le relazioni e transazioni sociali; e per circuirsi di [p. 161 modifica]numerose clientele e di mezzi di potenza, non contenti di avere esentuate dalle pubbliche gravezze e dal fôro comune le persone loro, vi esentuarono anco quelle dei loro famigli e dipendenti, dette perciò persone privilegiate; e i teologi ebbero per deciso che anco le concubine de’ preti appartengono ai fôro della Chiesa. Non è una facezia di Frà Paolo Sarpi o una finzione di lui come fu creduto da alcuni, ma è un punto di giurisprudenza notato dai glossatori del diritto canonico i quali dicono: Uxor non legitima, cum sit de familia sacerdotis est de foro ecclesiæ, sicut et alii qui sunt de familia ejus.

A ciò contribuì la superstiziosa sommessione che le nazioni germaniche professavano inverso a’ loro druidi o preti. Il cristianesimo insegnato da missionari ignoranti e non sempre disinteressati o sinceri, lindo a fondersi nel druismo e ne scaturì una mistura di culto barbarico che aveva del cristianesimo i nomi e le apparenze, ma era sostanziale e pretta idolatria. Ciò accadde precipuamente nelle Gallie e nella Brettagna dove il clero subentrando a’ druidi ne ereditò la preponderanza, e acquistò di molte ricchezze: le ricchezze fruttarono le corruzioni, poi le gare e le discordie, e infine la necessità di un giudice independente a cui ricorrere. L’arci-druido era appo i Celti il pontefice massimo, e, lui solo interprete legittimo de’ divini secreti, esercitava sul sacerdozio subalterno e sui laici un’autorità piena, assoluta, tremenda. Scomparsa poi quella religione, i vescovi rappresentarono la parte dei druidi, e agli occhi de’ Barbari diventò arci-druido il vescovo romano, tanto più per loro reverendo quanto che si [p. 162 modifica]occultava in una misteriosa lontananza, divinità mortale, ma assorta in contemplazioni celesti, magnificata dai preti e da’ pellegrini che visitavano la città santa, e che ignorandone le fragilità lo vedevano e lo adoravano fra i raggi di una imponente pompa religiosa.

In ultimo le falsi Decretali, invertendo l’ordine delle cose fino allora stabilito, posero la massima che la dignità pontificia è superiore alla dignità imperiale. Come abbiamo detto, il pontefice nuovamente eletto non poteva esercitare il suo ufficio senza essere prima confermato da un rescritto della corte di Costantinopoli. Passato l’impero in Carlo Magno e ne’ suoi successori, non solo fu conservata la stessa usanza; ma accadde più volte che gl’imperatori franchi o in persona o per mezzo de’ loro commissari giudicassero i papi accusati di alcuna colpa, o le cause che vertiano tra loro od altri vescovi od abati. I tre Ottoni furono gelosissimi di questo diritto; ma dagli altri imperatori tedeschi venendo debolmente esercitato, porse a’ pontefici di emanciparsi a poco a poco da quella dipendenza; ed a Gregorio VII di dichiararla al tutto illegittima, fondandosi sulla ragione che gl’imperatori ricevendo la corona dai papi, erano conseguentemente inferiori e non superiori a loro. Infatti Carlo Magno fu incoronato in Roma da Leone III nell’800; ma quel principe, antivedendo i pericoli che dalla continuazione di questo rito poteva risultarne a’ successori, e come esso attribuiva troppa influenza al clero, volle che suo figlio Lodovico, dichiarato imperatore in Aquisgrana nell’813, si mettesse la corona da sè. [p. 163 modifica]Ma Lodovico, debole e pinzochero, non potè persuadersi di essere imperatore legittimo finchè papa Stefano V, chiamato da lui in Francia nel 816, non lo incoronò di nuovo nella chiesa di Reims: lo stesso praticarono gli altri imperatori, e quindi si radicò l’opinione che a’ soli papi si appartenesse conferire la dignità imperiale; e poichè nel jus pubblico di que’ tempi l’imperatore era considerato superiore e capo di tutti gli altri re e principi, se ne tirò la conseguenza che questi ancora fossero soggetti ai pontefici, i quali potevano disporre dei regni e dominii altrui, e toglierli o darli a cui più piaceva.

È singolare che la potestà de’ papi continuasse ad ingrandire nella opinione degli Oltremontani quando in Roma correva pericolo di andar spenta. Nel secolo X i conti di Tuscolo essendosi insignoriti della città e del castello Sant’Angelo ridussero il papato a condizioni molto ristrette; e peggio accadde sotto i tre Ottoni che tennero l’Italia dal 960 sino alla fine del secolo: i quali mirando a stabilire la loro sede a Ravenna e gelosi de’ pontefici, gli spogliarono d’ogni potestà temporale e di ogni influenza in Roma, gli dominarono, e ne fecero un istromento a’ loro disegni. Ma estinta la stirpe in Ottone III, gl’Italiani, che avevano patito grandi crudeltà dai Tedeschi, intesero a governarsi a comune; e non erano passati 50 anni dopo il 1000 che moltissime città si erano costituite in altrettante repubbliche. I papi allora risorsero, e promovendo quel moto di libertà acquistarono in breve una potenza formidabile. [p. 164 modifica]

Il celebre monaco Ildebrando «allevato ed istrutto in Roma (dice il Micrologo), investigò diligentissimamente tutte le tradizioni apostoliche (cioè tutte le opinioni favorevoli alla grandezza papale), e dopo averle investigate, studiosissimamente si affaticò per ridurle in atto». I primi tentativi gli fece sotto i ponteficati di Leone IX, Vittore II, Stefano IX, Nicolò ed Alessandro II de’ quali fu segretario, o per dir meglio il direttore: indi pontefice egli stesso dal 1073 al 1086, e conosciuto col nome di Gregorio VII, vi pose l’ultima mano; e trovò nelle passioni di quei tempi, nell’odio degli Italiani avverso gl’imperatori tedeschi, e nella ambizione della famosa contessa Matilde sua protettrice, altri tanti potentissimi elementi che favorirono i suoi pensieri: umiliò un imperatore, fu egli stesso perseguitato e infelice, morì esule, sempre fiero e irremovibile del paro nella prospera e nella avversa fortuna: i Romani ne fecero un santo, gli Oltramontani un facinoroso; ma fu certo un grand’uomo e se non il creatore, l’ordinatore almeno della monarchia de’ papi. Avendo egli raccolto e perfezionato gli sparsi abozzi gettati in molti secoli dal talento e dalla fortuna, nè modellò un compiuto sistema, e, per usare le parole del Baronio, «ridusse a 29 capitoli le massime ricevute e praticate fino allora nella Chiesa cattolica, cui egli chiarì e promulgò onde reprimere l’audacia de’ vescovi e dei tiranni». Le quali massime sono:

«Che la Chiesa romana è la sola fondata da Dio, il pontefice è il solo vescovo universale; egli solo e di suo arbitrio può deporre e assolvere i vescovi, [p. 165 modifica]trasferirli da una sede all’altra, creare nuove sedi, dividerle, riunirle, e insomma far leggi come gli attalenta, e obbligare i vescovi a ciò che gli piace. Senza il suo assenso nissun concilio è legittimo, nissun libro santo è canonico. Pe’ suoi legati può presedere a tutti i concili, può giudicar tutti, e nissuno può giudicarlo; tutte le cause maggiori della Chiesa devono essere portate a lui, e pecca chi condanna quegli che appella alla Sede Apostolica. Può riformare le sentenze di ogni uno, ma nissuno può riformare le sue: chè il capo della Chiesa romana è infallibile, e il papa canonicamente eletto, è santo. Il suo nome è il solo da recitarsi nella Chiesa, e che sia sacro al mondo».

«Il solo papa può usare le insegne dell’imperio, creare e deporre gl’imperatori, e può liberare i sudditi dal giuramento di fedeltà. Tutti i principi sono obbligati a baciargli i piedi. Chi non è unito alla Chiesa romana, chi non professa queste massime, non è cattolico; e lo scomunicato dal papa debbe essere cansato da tutti».

Già le menti umane si erano avvezzate per lunga abitudine a considerare così enormi errori quali verità indubitabili, quindi non dobbiamo ammirare se ridotti a pratica legale furono creduti, registrati e comentati dai giureconsulti e dai teologi. Burcardo, poi Ivone, poi Graziano gl’inserirono nei loro Canoni, che diventarono il codice legislatore di tutta l’Europa: altri papi gli accrebbero, altri glossatori gl’interpretarono od ampliarono; e d’allora in poi l’autorità de’ pontefici fu fatta pari, e talvolta superiore a quella di Dio. Oltre alle facoltà sopradette, [p. 166 modifica]dicendosi essi padroni di tutti i beneficii ecclesiastici si arrogarono il diritto di conferirli, di darli in commenda o pluralmente, di gravarli di pensioni, di soggettarli a regressi e a riserve, o di permutarli: vantandosi padroni de’ possessi mobili e stabili delle chiese e luoghi pii, essi soli pretesero di poterne disporre, o di poter concedere che lo Stato levasse sopra di loro decime o tributi; a sè soli attribuirono la facoltà di concedere esenzioni o dispense o privilegi a’ cherici, agli Ordini regolari e ai laici, e la licenza di poter testare de’ beni della Chiesa; si arrogarono la facoltà di eredar essi le spoglie dei beneficiati morti, e di esigere a proprio profitto censi, decime ed annate; e si attribuirono la facoltà di legittimare o invalidare i matrimoni, di dispensare nei gradi di parentela, di commutare le ultime volontà, di approvare i notai; e di erigere università di studi, e di conceder loro privilegi ed esenzioni, e di conferir titoli e giurisdizioni a’ principi, ed immunità a’ privati. Andarono più innanzi: imputando a sè soli la potestà di rimovere i cardini celesti, e la non meno incredibile potestà di convertire ciò che è disonesto in atti onesti, usurparono i diritti impreteribili ed eterni della giustizia. Quindi Giovanni XXII nel 1320 inventò le famose tasse della Cancelleria romana, e Benedetto XII nel 1336 quelle della Penitenziaria, per le quali ad uno stabilito prezzo si arbitravano i papi di poter dispensare da tutti i doveri che impongono le leggi o la coscienza. E non bastando tanto esercizio di potere smodato sui vivi, lo distesero anco ai morti. Fin dal 1095 Urbano II aveva introdotte le [p. 167 modifica]indulgenze venali, che i papi successori ampliarono all’infinito, e toccarono gli ultimi eccessi a’ tempi di Leone X nel 1516, dond’ebbe origine la rubellione di Lutero.

Molto ancora mi resterebbe a dire se volessi memorar tutte le esorbitanze nelle quali l’orgoglio, l’adulazione, l’avarizia, e una falsa persuasione di essere infallibili trasse i pontefici; e le tristi conseguenze che ne derivarono, di scismi, di eresie, di corrotta fede pubblica, di guerre e sollevamenti e ribellioni, di mutati imperii e di ogni altra sorte di disordini o colpe: una sola ricorderò ancora, e sono le scomuniche, che si moltiplicarono e divennero tremende a’ re e ad imperatori, più volte per esse balzati dal trono: come ancora fu più volte veduto per esse il figlio ribelle al padre, o il fratello al fratello, o legittimata la usurpazione, o santificato il regicidio. I preti di Roma nemici crudelissimi dei re, quando e’ furono potenti, ora gli adulano perchè sono inviliti; e se tornassero potenti torneriano nemici; chè Roma ha dimenticato nissuna delle sue orgogliose pretese, e solo le dissimula per astuzia, non potendo farle valere per debolezza.

La scomunica fu così detta perchè privava della comunione spirituale della Chiesa il cristiano che n’era colpito; ma fra gli Oltremontani, per morali predisposizioni nel volgo, prese un carattere al tutto disforme; imperocchè quando ancora vigevano nel paganesimo, l’anatema de’ loro druidi frangeva tutti i vincoli sociali, di rispetto, di obbedienza, di amicizia, di sangue: la quale superstizione i vescovi trovandola utile a loro, la sostennero e la [p. 168 modifica]confortarono coll’esempio degli anatemi ebraici che importavano pena di sterminio. E quando il clero si trovò immensamente ricco, i baroni che non erano molto differenti da’ capi-masnadieri si gettavano sui beni ecclesiastici, gli manomettevano, gli saccheggiavano, taglieggiavano i conventi, spogliavano le chiese, e intrudevano nelle dignità ecclesiastiche cui loro più piaceva. Contro le quali violenze i cherici non avendo mezzi materiali per resistere, usarono le armi loro, e colle scomuniche mettevano al bando della società quelli cui volevano punire. Ciascuno poteva ammazzare lo scomunicato e impadronirsi de’ suoi beni; e in un secolo di ferocia e d’ignoranza, dedito alle armi e alle rapine, pieno di sedizioni e di malviventi, questi dogmi sovversivi di ogni pubblico bene trovavano documenti nell’avarizia, nella ambizione, nelle passioni, negli odii e nelle vendette.

In quei tempi agitandosi la società in un continuo stato di guerra, l’andare armato e a cavallo era il distintivo dell’uomo libero; ma l’una e l’altra cosa era vietata dalle leggi canoniche ai gravati di pubblica penitenza: con ciò i preti significavano che lo scomunicato, finchè durava la sua condizione di penitente, era anco incorso nella degradazione civile. La qual massima bene radicata nel popolo non fu difficile di applicarla anco ai principi. Il primo tentativo fu fatto in Ispagna nel 684 contro il re Vamba; ma di maggiore audacia fu quello rinovato in Francia nel 833, quando un pugno di vescovi sediziosi volendo colorire di religione un’empia congiura, assoggettarono alla pubblica penitenza l’imperatore Lodovico Pio, lo privarono [p. 169 modifica]della sua dignità e lo relegarono in un monastero; ma l’atto parve così nuovo ai popoli che fu ricevuto con isdegno. Eppure questo principe imbecille e i suoi successori, germi imbastarditi di Carlo Magno, tanto concessero al clero fino a confessarsi inferiori a’ vescovi nella dignità; e questi inorgoglirono al segno da statuire nel concilio di Troja l’anno 878 che il re non debba sedere al cospetto loro senza averne prima ottenuta la licenza.

Questo processo della opinione a favore del clero giovò a Nicolò I che fu pontefice dal 858 al 867, le varie intraprese del quale sugli ecclesiastici e sui principi furono i materiali che poi servirono al monaco Ildebrando e da lui ridotti a principii teorici e fondamentali della monarchia pontificia. Nicolò fu il primo tra i pontefici che pretese di sottomettere i monarchi affermando ch’e’ non regnano per diritto pubblico ma per l’autorità della Santa Sede, e fra gli atti autorevoli di lui ricorda la storia quello contro Lotario re di Francia; il quale avendo ripudiato Teutberga per isposarsi Valdrada, fu dal pontefice scomunicato, e la scomunica trovò da un lato favore ne’ fratelli e ne’ vassalli del re che ambivano i suoi dominii, e dall’altro nei popoli a cui spiacevano le azioni di esso, diventate ancor più odiose pei mali trattamenti usati alla divorziata regina. Lotario dovette cedere, abbenchè di malavoglia; e morto poi quel pontefice e’ si ripigliò la Valdrada, ma continuando i disordini nel suo regno in conseguenza degli anatemi sacerdotali, andò a Roma a giustificarsi con Adriano II nel 870, primo esempio di un monarca umiliato innanzi al tribunale de’ [p. 170 modifica]papi; e la morte di Lotario e di varii suoi cortegiani, seguita poche settimane dopo un apparente riconciliazione col pontefice, fu considerata dal volgo superstizioso e vantata dai preti come un castigo di Dio in pena dei loro spergiuri. Quind’innanzi le scomuniche sempre più ingrossarono, massime dopo che furono maneggiate dall’accorto ed inflessibile Ildebrando, e accreditate con finzioni portentose dal suo coetaneo ed amico San Pietro Damiano. Terribili al sommo e pericolosi ne divennero gli effetti: perdita di ogni dignità ed onore, incapacità di testare o di eredare o di fare atto pubblico, di amministrare i suoi beni o di disporne, di esigere i suoi crediti, di usare de’ suoi diritti civili: insomma lo scomunicato era un uomo posto fuori delle leggi, contro al quale tutte le braccia dovevano armarsi, e su le robe o i dominii o la libertà o la vita di cui chicchesia aveva diritto. Giovanni XXII, Giulio II e Paolo IV nei loro anatemi fulminati, i due primi contra i Veneziani, e il terzo contro il re e i parlamenti d’Inghilterra, non inorridirono di raccomandare per la maggior gloria di Dio, che gli stabilimenti di commercio dei reprobi fossero atterrati, saccheggiate le loro case, massacrate le persone o per lo meno fatte schiave e vendute sui mercati pubblici A tanto eccesso di atroce follìa precipitarono uomini che si vantavano infallibili.

Dalle scomuniche vennero gl’interdetti, in ciò diversi dalle prime, che quelle dannano l’anima di coloro che sono colpiti e questi li privano solamente dei sussidii della religione. Spiritualmente la scomunica è più terribile, perchè lo scomunicato, fosse [p. 171 modifica]anco un santo, è preda sicurissima dell’inferno; conciossiachè il papa gli ha chiuse le porte del paradiso e comandato a Dio di non riceverlo: ma negli effetti temporali l’interdetto è di maggiore scandalo, essendochè proibisce gli esercizi di religione ad una intiera comunità, disturba le pie coscienze, scema i lucri a’ sacerdoti, fomenta la irreligione, suscita tumulti e dà motivo a disordini infiniti. Imperciò gl’interdetti sono biasimati dagli stessi canonisti romani, detestati dalla Chiesa e osservati di rado.

Il primo esempio di culto interdetto è quello che Incmaro vescovo di Laon fulminò contro la sua diocesi nel 870, per cui fu crudelmente punito dagli altri vescovi francesi. Quindi Giovanni VIII che regnò dal 872 al 882, papa operosissimo, e che fece tanto sciupinìo delle scomuniche che passavano per una formalità, fulminò un interdetto primamente in Roma nel 878 in occasione ch’e’ fu sorpreso e imprigionato da Lamberto duca di Spoleto e dai fuorusciti romani, e due anni dopo ne fulminò un altro contro Napoli perchè Anastasio vescovo e duca di quella repubblica si era alleato coi Saracini. Sebbene questa specie di censure non diventasse frequente, e che in Francia fossero ugualmente respinte dal clero e dai parlamenti, non perciò mancarono di eccitare ovunque sedizioni e tumulti e scandali; e la Glossa al capo Alma mater nel VI delle Decretali narra di un paese delle Marche dove un’interdetto durò tanto tempo che gli uomini avevano perduto ogni riverenza al culto, per cui quando cessò e che i preti incominciarono a dire la messa, ne furono derisi. [p. 172 modifica]

La sconfinata potestà a cui ascesero i pontefici dopo l’XI secolo e il cattivo uso che ne fecero, e i corrotti costumi del clero e l’avarizia della Corte, e le turbolenze continue degli Ordini monastici, eccitarono i lamenti di uomini celebri; ma a troppi premeva quello stato di cose, chè un decimo del sesso maschio nella popolazione europea vi partecipava. Tale immensa moltitudine, sparsa in varii regni, formava uno imperio indipendente dalle leggi locali, rêtto da un gerarca che si diceva (e i suoi seguaci lo proclamavano) supremo ai re, uguale a Dio. Indarno gli Albigesi, Vigleffo, Arnaldo da Brescia, Marsilio da Padova, Frà Dolcino ed altri tentarono di percuotere quel mostruoso edifizio: i tempi erano immaturi e i loro sforzi andarono macchiati di eresia. Indarno Nicola di Clemangis, Guglielmo Okamo, Guglielmo Durando, Giovanni Gersone e persino San Bernardo sclamarono contro i disordini: le loro deboli voci furono soffocate dalla corruzione universale. Il gran scisma di Occidente durato dal 1378 al 1428 offerse lo scandaloso spettacolo di due e fino tre papi in una volta, e di due concili ecumenici, l’uno avverso l’altro, e di papi e concili che s’ingiuriavano e scomunicavano a vicenda, intanto che si vantava ciascuno inspirato dallo Spirito Santo: i quali errori non valsero ancora a scemare il credito a’ papi, tanto profondamente erano prevenzionate le opinioni. Ma pure si spargevano i mali semi; e il giogo non ingrato all’Italia perchè dal papato traevano comodi e ricchezze numerosi individui, diveniva sempre più insopportabile oltremonti, vedendosi colà gl’immensi tributi pagati [p. 173 modifica]annualmente alla corte di Roma, e le più opime rendite ecclesiastiche investite negli Italiani che neppure risedevano alle loro chiese. Più aspro era sentito dai Tedeschi che poveri, semplici, devoti erano espilati e angariati da clero astuto ed avido. E però Lutero potè ivi trovare numerosi seguaci nel popolo, e, per cagioni politiche, potenti sostenitori nei grandi; e se la monarchia papale non ruinò sotto i colpi di lui, debbe saperne grado al cumulo d’interessi umani collegati alla sua esistenza.

L’alto clero oltremontano era ricchissimo ed aveva parte nel reggimento pubblico, intervenendo ne’ comizi come corpo di rappresentanza nazionale; la quale prerogativa, giunta alle altre come corpo ecclesiastico, lo rendeva non pure potentissimo, ma necessario. Laddove la riforma tedesca derogando al sistema gerarchico, ai privilegi ed esenzioni della Chiesa e ai beni de’ cherici, non si sarebbe potuto introdurla in Francia o Spagna od altre regioni monarchico-costituzionali senza sconvolgere gli ordini dello Stato. Molto più che in Germania essendo varie città libere, e le soggette a principe godendo di assai franchigie municipali, la riforma assumeva tutti i caratteri de’ governi popolari, e al principato faceva temere innovazioni pericolose.

Ben è vero che in Inghilterra, introdotta e maneggiata dalla mano dispotica di Enrico VIII e consolidata dalla prudenza di Elisabetta, prese altra specie e conservò la gerarchia; ma oltrechè le condizioni degli altri regni erano di lunga mano diverse, in quell’isola pure le sêtte popolari de’ puritani e presbiteriani non tardarono ad insorgere [p. 174 modifica]contro agli episcopali, origine a lunghe e miserevoli guerre civili. Se la Riforma non avesse mirato che all’eccesso della monarchia papale, avrebbe travato favore in ogni classe; ma invadendo tutti gl’interessi del clero e per riverbero anco le costituzioni statuali, il Sacerdozio e l’Imperio, tratti dalla necessità della propria conservatone, furono obbligati a sostentarsi a vicenda.

Questo intreccio fu pure la causa per cui i papi seppero tirare così grande profitto dal concilio di Trento cui temevano dover congregare a proprio danno. Tutti chiedevano riformazione nel capo e nei membri della Chiesa, ma ciascuno la voleva in ciò solo che non fosse a suo pregiudizio. Per gli ordini di quel tempo il clero dov’era al tutto emancipato dalla potestà laica, e dove in assai poche cose vi era sottomesso; ma quasi ovunque non dava tributi allo Stato se non in quanto piaceva al supremo gerarca. Da questo lato sarebbono piaciute le innovazioni luterane a’ principi se non avessero paventato le altre conseguenze narrate di sopra. Ai vescovi ancora sarebbe piaciuto sottrarsi dalla troppa soggezione romana; ma temevano pei loro beni ed esenzioni, e la servitù de’ laici.

In Francia dopo il Concordato di Francesco I la nominazione ai beneficii ecclesiastici apparteneva alla corona, che oltre al darli in premio a’ suoi fedeli ed esercitare sul clero una sorte di dominio, traeva un profitto dalle rendite de’ beneficii vacanti e da altri emolumenti a sè riservati; laddove restituendo la Prammatica Sanzione, que’ vantaggi smarrivano. Il cardinale di Lorena ebbe in pensiero di staccare [p. 175 modifica]la Francia da Roma e far sè patriarca della Chiesa Gallicana; e quel progetto, se non lo attraversavano altre ambizioni e i laceri regni di Francesco II e Carlo IX, avrebbe forse avuto adempimento.

Ancora nella Spagna il re aveva il diritto di nominare agli episcopati; ma i Capitoli composti dalla nobiltà del regno, erano quasi tutti di collazione pontificia. Imperciò quando era il caso d’impor decime o alienar beni chericali a profitto dello Stato, i vescovi per la doppia loro dependenza obbedivano, i Capitoli no. Desideravano adunque i re di Spagna di soggettare i Capitoli a’ vescovi; ma abborrivano una maggiore libertà nei secondi onde non farne altri tanti papi e tornare a’ tempi che un concilio deponeva i re e giudicava del regno: il giogo romano essendo considerato dalla corte di Madrid un utile freno alla soverchia potenza del clero nazionale. Altronde l’Inquisizione spagnuola, indipendente da quella di Roma, era un terribile ma giovevole istromento nella mano regia a contenere o spogliare le famiglie potenti o i prelati illustri, cui le regole ordinarie della giustizia non concedevano di percuotere. Quel Sant’Uffizio era ai re di Spagna, ciò che all’Impero germanico la famosa camera Vemica e alla repubblica di Venezia il Consiglio de’ Dieci.

La corona traeva ancora molto danaro dallo smercio di quella che chiamavano la Crociata; ed erano indulgenze concesse a prezzo stabilito, l’introito delle quali si diceva per fare la guerra ai Maomettani, ma più spesso era per farla a’ Cristiani. Popolo corrotto aveva bisogno di facili mezzi onde far tacere [p. 176 modifica]i rimproveri della coscienza contro i vizi e il mal costume; e quantunque que’ traffichi scandalosi fossero stati la causa della insurrezione di Lutero, l’ambasciatore spagnuolo a Trento chiese che le indulgenze della Crociata non potessero essere date gratis. Ciò piaceva alla corte di Roma, porgendole occasione di giustificare sè medesima.

Nella Germania i vescovi e gli abati essendo anco principi temporali, s’investivano di due o più vescovati, godevano di numerose prebende: e per tanto erano necessitati a sostenere un sistema così favorevole e ad opporsi ad una riforma che avrebbe scemate le immense loro rendite e abbassata la loro potenza.

Il papato fruttava all’Italia lo scolo di sterminate ricchezze, e il sapere o l’ambizione trovavano in corte di Roma un utile patrocinio; e maggiore stimolo agli alacri ingegni era la perfetta uguaglianza dei meriti. Oscuro frate nato in misera cuna saliva ai primi onori della Chiesa, e per fasto grandeggiava coi principi; o conseguiva il gran manto, e all’apice del potere soperchiava i primi monarchi. Quindi colà tutti accorrevano, uomini dotti, artisti preclari, cherici o bisognosi o cupidi. I prelati minori o i vescovi poveri servivano le mense o nelle anticamere ai prelati grandi, e da questi umili principii ascendevano a’ gradi supremi. Intanto chi conseguiva ricco beneficio in commenda, e chi pensione sopra altro beneficio, e chi il diritto di succedere a vecchio prebendato, ciò che chiamavano aspettativa, e chi faceva traffico del proprio beneficio, ritenendo i titoli e rassegnando ad altri, per [p. 177 modifica]pattovito prezzo, i proventi. Innumerevoli beneficiati cortegiani e sparsi in tutto il mondo cattolico, in ogni città, in ogni terra, e direi quasi in ogni casa, riconoscevano dalla Curia i loro agi, o ne traevano promesse e speranze: quindi generale il lamento, massime in Inghilterra e in Germania, che, migliori beneficii fossero pappati da Italiani; i quali per questo appunto difendevano, come articoli di fede, le prerogative romane. Nè omettevano i pontefici di palpare gli orgogli nazionali facendo sentire il lustro che dalla Santa Sede ridondava alla comune patria, acciocchè non patissero la ignominia che da superbi Oltremontani, cui gl’Italiani chiamavano barbari, le fosse fatta ingiuria.

Altro elemento di forza erano i frati mendicanti, i quali sotto qualunque clima nati e qualsiasi lingua parlassero tutti erano papalisti, e in tanto numero che sommavano almeno 500,000: i soli francescani a’ tempi del Sabellico contavano 60,000 individui; e quando Pio II volle fare la sua spedizione contro i Turchi, il generale di quell’Ordine gli offrì 30,000 de’ suoi frati. E se a’ frati si aggiungano i loro clienti, i pinzocheri che tutto coprono di religione, le donne che hanno tanta ingerenza nelle abitudini domestiche; e se si contano i validi mezzi con cui agivano in pubblico col linguaggio libero delle prediche, in occulto colle insinuazioni del confessionario, ben è da concedersi che i papi esercitavano sulle opinioni un impero universale, assoluto, terribile. Ed essi così bene il sapevano che quando appunto sembravano versare nel maggiore pericolo Clemente VII scomunicava Enrico VIII re [p. 178 modifica]d’Inghilterra; altra più feroce scomunica contro la regina Elisabetta fulminava Paolo IV; Pio IV citava al suo tribunale Giovanna d’Albret regina di Navarra; e il fiero Sisto V scomunicava e privava del regno Enrico III re di Francia, Enrico IV re di Navarra e poi di Francia, e il principe di Condé di regio sangue.

Con tutto questo la Riforma fece progressi e tolse di belle, ricche e fruttevoli provincie alla monarchia sacerdotale. Ma i papi anzichè transigere coi ribelli, gli rescissero dalla Chiesa, e dannatili in perpetuo, pensarono a sostenere la propria grandezza. Usciti con gloria dal tumultuoso concilio di Trento, diventato la pragmatica del nuovo diritto papale, i papi si ristrinsero viepiù col clero aggiogato a loro per nuove leggi; moltiplicarono i Regolari che diventarono la loro truppa di linea; si affortificarono coi gesuiti che ne furono la guardia del corpo; instituirono i seminari per dare ai cherici una educazione uniforme e quale il bisogno voleva; diffusero ovunque i collegi dei gesuiti a propagare gli stessi principii ne’ laici; fondarono in Roma i collegi germanico, ungarico, inglese, greco, maronita, a Loreto il collegio illirico, a Milano il collegio elvetico, provvedimenti profondi per l’avvenire onde riguadagnare col lento ma sicuro processo del tempo que’ popoli; diedero forza alla Inquisizione e ne ridussero tutti i fili alla Congregazione di Roma; instituirono la Congregazione dell’Indice onde respingere l’audacia degl’intelletti e impedire gli effetti irreligiosi delle scienze: e con questi ed altri artificiosi congegni il papato uscì [p. 179 modifica]fuori più poderoso, di forma che Pio V, poi santo, ardì pubblicare nel 1568 la sua famosa bolla in Cœna Domini.

Così detta, perchè leggevasi il Giovedì Santo da un cardinale diacono in presenza de’ cardinali e del pontefice; e il pontefice, finita la lettura, gettava nella piazza un cereo acceso in segno di maledizione. Se ne ignora l’origine. Alcuni la attribuiscono a Martino V nel 1420; ma dalle Clementine, capo Dudum Bonifacius, e dalla Glossa a quel capo si ricava che era già in uso prima di Clemente V, cioè prima del 1305, e gli eruditi ne trovano indizi anteriori al 1180: a talchè si può forse attribuirne la prima derivazione a Gregorio VII di cui ho sopra descritte le massime e che morì nel 1085. Ma sembra che prima di Martino V fosse uso di leggerla tre volte l’anno, Giovedì Santo, Ascensa e Dedicazione della basilica di San Pietro; e che da quel papa in poi sia prevalso di leggerla solamente nel Giovedì Santo. Varii pure furono gli autori di essa bolla, avendovi ciascun papa fatto delle aggiunte ad occasione, finchè da Clemente XIV (Ganganelli) nel 1773 fu non già soppressa ma posta in tacere: a dì nostri la Curia cova tentativi per farla rivivere.

Conteneva alcuni capi lodevoli come laddove scomunica i pirati, gli assassini, i ladri, i falsari; altri sopportabili, trattandosi di un papa che deve pensare da papa e non da filosofo, come le scomuniche contro gli eretici; ma in genere tendeva a niente meno che a sottomettere all’ecclesiastico tutte le potestà temporali. Era caso di scomunica [p. 180 modifica]gravissimo l’appellare dal papa al concilio, tradurre i cherici ai tribunali secolari, impedire le appellazioni a Roma, imporre tributi sui beni de’ cherici, fornire armi e munizioni ai Turchi, impedire l’importazione di vettovaglie o denari negli Stati del papa o turbarne il commercio con leggi doganali; ed era caso di scomunica imporre nuovi tributi ai popoli, ed accrescere od esigere gli antichi senza una dispensa del papa. Pio V dissimulava così poco la sua ambizione alla monarchia universale che a chi gli rimostrò quanto quella bolla fosse sovversiva di ogni buon governo e contraria ai diritti di ogni società politica, rispose: «A noi e non ad altri incombe il carico di governare i popoli, nè vogliam patire che siano tiranneggiati. Se i principi hanno bisogno di levar tributi, li dimandino a noi».

Stante quella bolla era impossibile, come osserva Frà Paolo, che vi fosse principe alcuno, per quanto pinzochero, che non si avesse in dosso 15, o 20 scomuniche: il gesuita Comitolo ne contò 36 sulle spalle della sola repubblica veneta. Ma come di tutte le cose eccessive, così la bolla in Cœna Domini cagionò bene assai tumulti, massime in Italia, ma non fu osservata; e solo contribuì a rendere viepiù indocili i cherici, sediziosi i frati, scontenti i popoli e a far increscere a’ principi la tirannia ecclesiastica. Ma se per avventura avesse potuto sortire il suo effetto, i pontefici romani diventavano maggiori che non erano mai stati, e i principi loro vassalli.

Ma le circostanze non erano più favorevoli; non era più l’età in cui i cherici soli sapevano leggere e scrivere. La stampa moltiplicava i libri, rendeva [p. 181 modifica]indestruttibili le cognizioni; la scoperta del nuovo mondo accresceva i bisogni e le industrie; i Riformati esistevano potenti e facevano valida opposizione al papato: e da questi tre elementi, combinandosi in varie forme, usciva una civiltà nuova con nuovi pensieri e nuove instituzioni; e respingeva o attraversava con mano invisibile e tuttora poco sentita, ma che sempre riceveva nuova forza, tutti i mezzi che l’industria romana aveva saputo inventare per sollevarsi alla prima altezza.

Anzi a deprimerla contribuirono i papi medesimi colla loro arroganza: imperocchè quel continuo metter le mani nelle faccende politiche e nella amministrazione degli Stati; quel concedere ogni licenza ai preti; quel continuo scomunicare i re, privarli dei loro dominii, e scioglierne i sudditi dal giuramento; quel continuo abusare della religione affine di coprire l’ambizione propria; e de’ loro nepoti, accreditarono le accuse de’ protestanti: e la mala fama si accrebbe pei decreti tridentini, gran parte di cui offendevano i diritti del principato e le consuetudini o la libertà de’ popoli; manifestando eziandio troppo chiaramente che in quella sinodo la Curia non ebbe tanto amore agl’interessi del cristianesimo quanto di esaltare sè proprio colla depressione della potestà temporale. I cattolici se ne adombrarono, e formossi tra loro una fazione potente per ingegno e dottrina, che conservando intatti i dogmi della Chiesa si accomunarono coi protestanti per fare opposizione alla monarchia papale. Ciò avvenne principalmente in Francia nelle turbolenze durate sotto il regno di Enrico III. Gli orrori e i [p. 182 modifica]delitti della lega di Parigi fomentata da Sisto V e dai preti e frati del partito romano, Enrico III assassinato da un domenicano, e i tentativi di assassinio contro Enrico IV, fecero detestare da ogni coscienza non pervertita dal fanatismo la dottrina che sia lecito ammazzare l’eretico scomunicato dal papa, e che questi possa disporre de’ regni altrui. Le controversie parlamentarie per l’accettazione del Concilio di Trento e gli anatemi fulminati contra i detti due principi, suscitarono una folla di scrittori avversi alla Curia; e la loro eloquenza popolare, declamatoria, appassionata, e, come volevano i tempi, non disgiunta da ingiurie, fu accolta favorevolmente. La potestà papale fu soggettata ad esame, se ne rintracciò l’origine; l’Inquisizione perseguitava gli scrittori, faceva abbruciare i libri, ne registrava i titoli nell’Indice; ma altri scrittori sorgevano, altri libri pullulavano: e come oggi a dispetto delle vigili polizie, così allora a dispetto del Sant’Offizio superavano le barriere degli Stati, confondevano l’ignoranza monastica, illuminavano i popoli, traducevano gl’intelletti sulla via delle ricerche.

Tale era la condizione della corte di Roma al principio del secolo XVII. Due forze occulte premevano per direzione contrarie lo spirito umano: il papismo e la civiltà nuova. L’uno aveva più mezzi meccanici, l’altra reagiva con mezzi intellettuali: pendevano in bilico; Frà Paolo fece cadere la bilancia in favore dell’ultima.