Dei sepolcri (Bettoni 1808)/Dei Sepolcri

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Dei sepolcri, carme di Ugo Foscolo

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L'editore I sepolcri (Pindemonte)
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DEI SEPOLCRI



CARME


di


UGO FOSCOLO

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XII TAB.

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A IPPOLITO PINDEMONTE


All’ombra de’ cipressi e dentro l’urne
Confortate di pianto è forse il sonno
Della morte men duro? Ove più il Sole
Per me alla terra non fecondi questa
5Bella d’erbe famiglia e d’animali,
E quando vaghe di lusinghe innanzi
A me non danzeran l’ore future,
Nè da te, dolce amico, udrò più il verso
E la mesta armonia che lo governa,
10Nè più nel cor mi parlerà lo spirto
Delle vergini Muse e dell’amore,
Unico spirto a mia vita raminga,
Qual fia ristoro a’ dì perduti un sasso
Che distingua le mie dalle infinite
15Ossa che in terra e in mar semina morte?
Vero è ben, Pindemonte! Anche la Speme
Ultima Dea, fugge i sepolcri; e involve

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Tutte cose l’obblio nella sua notte;
E una forza operosa le affatica
20Di moto in moto; e l’uomo e le sue tombe
E l’estreme sembianze e le reliquie
Della terra e del ciel traveste il tempo.
     Ma perchè pria del tempo a sè il mortale
Invidierà l’illusïon che spento
25Pur lo sofferma al limitar di Dite?
Non vive ei forse anche sotterra, quando
Gli sarà muta l’armonia del giorno,
Se può destarla con soavi cure
Nella mente de’ suoi? Celeste è questa
30Corrispondenza d’amorosi sensi,
Celeste dote è negli umani; e spesso
Per lei si vive con l’amico estinto
E l’estinto con noi, se pia la terra
Che lo raccolse infante e lo nutriva,
35Nel suo grembo materno ultimo asilo
Porgendo, sacre le reliquie renda
Dall’insultar de’ nembi e dal profano
Piede del vulgo, e serbi un sasso il nome,
E di fiori odorata arbore amica
40Le ceneri di molli ombre consoli.
     Sol chi non lascia eredità d’affetti
Poca gioja ha dell’urna; e se pur mira
Dopo l’esequie, errar vede il suo spirto

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Fra ’l compianto de’ templi Acherontei,
45O ricovrarsi sotto le grandi ale
Del perdono d’Iddio: ma la sua polve
Lascia alle ortiche di deserta gleba
Ove nè donna innamorata preghi,
Nè passeggier solingo oda il sospiro
50Che dal tumulo a noi manda Natura.
     Pur nuova legge impone oggi i sepolcri
Fuor de’ guardi pietosi, e il nome a’ morti
Contende. E senza tomba giace il tuo
Sacerdote, o Talia, che a te cantando
55Nel suo povero tetto educò un lauro
Con lungo amore, e t’appendea corone;
E tu gli ornavi del tuo riso i canti
Che il Lombardo pungean Sardanapalo
Cui solo è dolce il muggito de’ buoi
60Che dagli antri abdùani e dal Ticino
Lo fan d’ozi bëato e di vivande.
O bella Musa, ove sei tu? Non sento
Spirar l’ambrosia, indizio del tuo Nume,
Fra queste piante ov’io siedo e sospiro
65Il mio tetto materno. E tu venivi
E sorridevi a lui sotto quel tiglio
Ch’or con dimesse frondi va fremendo
Perchè non copre, o Dea, l’urna del vecchio
Cui già di calma era cortese e d’ombre.

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70Forse tu fra plebei tumuli guardi
Vagolando, ove dorma il sacro capo
Del tuo Parini? A lui non ombre pose
Tra le sue mura la città, lasciva
D’evirati cantori allettatrice,
75Non pietra, non parola; e forse l’ossa
Col mozzo capo gl’insanguina il ladro
Che lasciò sul patibolo i delitti.
Senti raspar fra le macerie e i bronchi
La derelitta cagna ramingando
80Su le fosse e famelica ululando;
E uscir del teschio, ove fuggìa la Luna,
L’ùpupa, e svolazzar su per le croci
Sparse per la funerea campagna,
E l’immonda accusar col luttùoso
85Singulto i rai di che son pie le stelle
Alle obblïate sepolture. Indarno
Sul tuo poeta, o Dea, preghi rugiade
Dalla squallida notte. Ahi! sugli estinti
Non sorge fiore ove non sia d’umane
90Lodi onorato e d’amoroso pianto.
     Dal dì che nozze e tribunali ed are
Dier alle umane belve esser pietose
Di sè stesse e d’altrui, toglieano i vivi
All’etere maligno ed alle fere
95I miserandi avanzi che Natura

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Con veci eterne a sensi altri destina.
Testimonianza a’ fasti eran le tombe,
Ed are a’ figli; e uscian quindi i responsi
De’ domestici Lari, e fu temuto
100Su la polve degli avi il giuramento:
Religïon che con diversi riti
Le virtù patrie e la pietà congiunta
Tradussero per lungo ordine d’anni.
Non sempre i sassi sepolcrali a’ templi
105Fean pavimento; nè agl’incensi avvolto
De' cadaveri il lezzo i supplicanti
Contaminò, nè le città fur meste
D'effigïati scheletri: le madri
Balzan ne’ sonni esterrefatte, e tendono
110Nude le braccia su l'amato capo
Del lor caro lattante onde nol desti
Il gemer lungo di persona morta
Chiedente la venal prece agli eredi
Dal santuario. Ma cipressi e cedri
115Di puri effluvj i zefiri impregnando
Perenne verde protendean su l'urne
Per memoria perenne, e prezïosi
Vasi accogliean le lagrime votive.
Rapían gli amici una favilla al Sole
120A illuminar la sotterranea notte
Perchè gli occhi dell’uom cercan morendo

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Il Sole; e tutti l’ultimo sospiro
Mandano i petti alla fuggente luce.
Le fontane versando acque lustrali
125Amaranti educavano e vïole
Su la funebre zolla; e chi sedea
A libar latte e a raccontar sue pene
Ai cari estinti, una fragranza intorno
Sentía qual d’aura de’ beati Elisi.
130Pietosa insania che fa cari gli orti
De’ suburbani avelli alle britanne
Vergini dove le conduce amore
Della perduta madre, ove clementi
Pregaro i Genj del ritorno al prode
135Che tronca fe’ la trïonfata nave
Del maggior pino, e si scavò la bara.
Ma ove dorme il furor d’inclite geste
E sien ministri al vivere civile
L’opulenza e il tremore, inutil pompa
140E inaugurate immagini dell’Orco
Sorgon cippi e marmorei monumenti.
Già il dotto e il ricco ed il patrizio vulgo,
Decoro e mente al bello Italo regno,
Nelle adulate reggie ha sepoltura
145Già vivo, e i stemmi unica laude. A noi
Morte apparecchi riposato albergo
Ove una volta la fortuna cessi

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Dalle vendette, e l’amistà raccolga
Non di tesori eredità, ma caldi
150Sensi e di liberal carme l’esempio.
     A egregie cose il forte animo accendono
L’urne de’ forti, o Pindemonte; e bella
E santa fanno al peregrin la terra
Che le ricetta. Io quando il monumento
155Vidi ove posa il corpo di quel grande
Che temprando lo scettro a’ regnatori
Gli allôr ne sfronda, ed alle genti svela
Di che lagrime grondi e di che sangue;
E l'arca di colui che nuovo Olimpo
160Alzò in Roma a’ Celesti; e di chi vide
Sotto l'etereo padiglion rotarsi
Più mondi, e il Sole irradïarli immoto,
Onde all’Anglo che tanta ala vi stese
Sgombrò primo le vie del firmamento;
165Te beata, gridai, per le felici
Aure pregne di vita, e pe’ lavacri
Che da’ suoi gioghi a te versa Apennino!
Lieta dell’äer tuo veste la Luna
Di luce limpidissima i tuoi colli
170Per, vendemmia festanti, e le convalli
Popolate di case e d’oliveti
Mille di fiori al ciel mandano incensi:
E tu prima, Firenze, udivi il carme

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Che allegrò l’ira al Ghibellin fuggiasco,
175E tu i cari parenti e l’idïoma
Desti a quel dolce di Calliope labbro
Che Amore in Grecia nudo e nudo in Roma
D’un velo candidissimo adornando,
Rendea nel grembo a Venere Celeste:
180Ma più beata chè in un tempio accolte
Serbi l’Itale glorie, uniche forse
Da che le mal vietate Alpi e l’alterna
Onnipotenza delle umane sorti
Armi e sostanze t’invadeano ed are
185E patria e, tranne la memoria, tutto.
Che ove speme di gloria agli animosi
Intelletti rifulga ed all’Italia,
Quindi trarrem gli auspicj. E a questi marmi
Venne spesso Vittorio ad ispirarsi.
190Irato a’ patrii Numi, errava muto
Ove Arno è più deserto, i campi e il cielo
Desïoso mirando; e poi che nullo
Vivente aspetto gli molcea la cura,
Qui posava l’austero; e avea sul volto
195Il pallor della morte e la speranza.
Con questi grandi abita eterno: e l’ossa
Fremono amor di patria. Ah sì! da quella
Religïosa pace un Nume parla:
E nutría contro a’ Persi in Maratona

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200Ove Atene sacrò tombe a’ suoi prodi,
La virtù greca e l’ira. Il navigante
Che veleggiò quel mar sotto l’Eubea,
Vedea per l’ampia oscurità scintille
Balenar d’elmi e di cozzanti brandi,
205Fumar le pire igneo vapor, corrusche
D’armi ferree vedea larve guerriere
Cercar la pugna; e all’orror de’ notturni
Silenzi si spandea lungo ne’ campi
Di falangi un tumulto e un suon di tube
210E un incalzar di cavalli accorrenti
Scalpitanti su gli elmi a’ moribondi,
E pianto, ed inni, e delle Parche il canto.
     Felice te che il regno ampio de’ venti,
Ippolito, a’ tuoi verdi anni correvi!
215E se il piloto ti drizzò l’antenna
Oltre l’isole Egée, d’antichi fatti
Certo udisti suonar dell’Ellesponto
I liti, e la marea mugghiar portando
Alle prode Retée l’armi d’Achille
220Sovra l’ossa d’Ajace: a’ generosi
Giusta di glorie dispensiera è morte;
Nè senno astuto nè favor di regi
All’Itaco le spoglie ardue serbava,
Chè alla poppa raminga le ritolse
225L’onda incitata dagl’inferni Dei.

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     E me che i tempi ed il desio d’onore
Fan per diversa gente ir fuggitivo,
Me ad evocar gli eroi chiamin le Muse
Del mortale pensiero animatrici.
230Siedon custodi de’ sepolcri, e quando
Il tempo con sue fredde ale vi spazza
Fin le rovine, le Pimplée fan lieti
Di lor canto i deserti, e l’armonia
Vince di mille secoli il silenzio.
235Ed oggi nella Tróade inseminata
Eterno splende a’ peregrini un loco
Eterno per la Ninfa a cui fu sposo
Giove, ed a Giove die’ Dárdano figlio
Onde fur Troja e Assáraco e i cinquanta
240Talami e il regno della Giulia gente.
Però che quando Elettra udì la Parca
Che lei dalle vitali aure del giorno
Chiamava a’ cori dell’Eliso, a Giove
Mandò il voto supremo: E se, diceva,
245A te fur care le mie chiome e il viso
E le dolci vigilie, e non mi assente
Premio miglior la volontà de’ fati,
La morta amica almen guarda dal cielo
Onde d’Elettra tua resti la fama.
250Così orando moriva. E ne gemea
L’Olimpio; e l’immortal capo accennando

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Piovea da crini ambrosia su la Ninfa
E fe’ sacro quel corpo e la sua tomba.
Ivi posò Erittonio, e dorme il giusto
255Cenere d’Ilo; ivi l’Iliache donne
Sciogliean le chiome, indarno ahi! deprecando
Da’lor mariti l’imminente fato;
Ivi Cassandra, allor che il Nume in petto
Le fea parlar di Troja il dì mortale,
260Venne; e all’ombre cantò carme amoroso,
E guidava i nepoti, e l’amoroso
Apprendeva lamento a’ giovinetti.
E dicea sospirando: Oh se mai d’Argo,
Ove al Tidíde e di Laérte al figlio
265Pascerete i cavalli, a voi permetta
Ritorno il cielo, invan la patria vostra
Cercherete! Le mura opra di Febo
Sotto le lor reliquie fumeranno.
Ma i Penati di Troja avranno stanza
270In queste tombe; chè de’ Numi è dono
Servar nelle miserie altero nome.
E voi palme e cipressi che le nuore
Piantan di Príamo, e crescerete ahi presto
Di vedovili lagrime innaffiati,
275Proteggete i miei padri: e chi la scure
Asterrà pio dalle devote frondi
Men si dorrà di consanguinei lutti

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E santamente toccherà l’altare.
Proteggete i miei padri. Un dì vedrete
280Mendico un cieco errar sotto le vostre
Antichissime ombre, e brancolando
Penetrar negli avelli, e abbracciar l’urne,
E interrogarle. Gemeranno gli antri
Secreti, e tutta narrerà la tomba
285Ilio raso due volte e due risorto
Splendidamente su le mute vie
Per far più bello l’ultimo trofeo
Ai fatati Pelidi. Il sacro vate,
Placando quelle afflitte alme col canto,
290I Prenci Argivi eternerà per quante
Abbraccia terre il gran padre Oceáno.
E tu onore di pianti, Ettore, avrai
Ove fia santo e lagrimato il sangue
Per la patria versato, e finchè il Sole
295Risplenderà su le sciagure umane.

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NOTE



Ho desunto questo modo di poesia da’ Greci i quali dalle antiche tradizioni traevano sentenze morali e politiche presentandole non al sillogismo de’ lettori, ma alla fantasia ed al cuore. Lasciando agl’intendenti di giudicare sulla ragione poetica e morale di questo tentativo, scriverò le seguenti note onde rischiarare le allusioni alle cose contemporanee, ed indicare da’ quali fonti ho ricavato le tradizioni antiche.


Pagina 3


                       .   .   .   . il verso
E la mesta armonia che lo governa.

Epistole, e Poesie campestri d’Ippolito Pindemonte.


Pag. 5


Fra ’l compianto de’ templi Acherontei.

     Nam jam saepe homines patriam carosque parenteis
     Prodiderunt vitare Acherusia Templa petentes.1

E chiamavano Templa anche i cieli.2

[p. 16 modifica]

Pagina 5


             .   .   .   . i canti
Che il Lombardo pungean Sardanapalo.

Il Giorno di Giuseppe Parini.


Pag. 5


Fra queste piante ov’io siedo. . . .

Il boschetto de’ tigli nel sobborgo orientale di Milano.


Pag. 6


   .   .   .   .fra plebei tumuli. . . .

Cimiterj suburbani a Milano.


Pag. 6


Testimonianza a’ fasti eran le tombe.

Se gli Achei avessero innalzato un sepolcro ad Ulisse, oh quanta gloria ne sarebbe ridondata al suo figliuolo!3


Pag. 7


   .   .   .   .
 are a’ figli.

Ergo instauramus Polydoro funus et ingens
Aggeritur tumulo tellus, stant manibus Arae
Coeruleis moestae vittis atraque cupresso.4

Uso disceso sino a’ tempi tardi di Roma, come appare da molte iscrizioni funebri. [p. 17 modifica]
Pagina 7


             . uscian quindi i responsi
De’ domestici Lari.

Manes animae dicuntur melioris meriti quae in corpore nostro Genii dicuntur; corpori renuntiantes, Lemures; cum domos incursionibus infestarent, Larvae; contra si faventes essent, Lares familiares.5


Pag. 7


             .   .   .   . prezïosi
Vasi accogliean le lagrime votive, e seg.

I vasi lacrimatorj, le lampade sepolcrali, e i riti funebri degli antichi.


Pag. 8


Amaranti educavano e vïole
Su la funebre zolla.

               Nunc non e manibus illis,
Nunc non e tumulo fortunataque favilla
Nascentur violae?6


[p. 18 modifica]
Pagina 8

             .   .   .   . e chi sedea
A libar latte.

Era rito de’ supplicanti e de’ dolenti di sedere presso l’are e i sepolcri:

Illius ad tumulum fugiam supplexque sedebo
Et mea cum muto fata querar cinere.7


Pag. 8


             .   .   .   . una fragranza intorno
Sentìa qual d’aura de’ beati Elisi.

Memoria Josiae in compositione unguentorum facta opus pigmentarii.8

E in urna sepolcrale:

ΕΝ ΜΥΡΟΙΣ
ΣΟΥ ΤΕΚΝΟΝ
Η ΨΥΧΗ


Negli unguenti, o figliuolo, l'anima tua9.


Pag. 8


             .   .   .   . le Britanne
Vergini.

Vi sono de’ grossi borghi e delle piccole città in Inghilterra, dove precisamente i campi santi offrono il solo passeggio pubblico alla popolazione; vi sono sparsi molti ornamenti e molta delizia campestre.10.

[p. 19 modifica]

Pagina 8


             .   .   .   . al prode
Che tronca fe’ la trionfata nave
Del maggior pino, e si scavò la bara.

L’ammiraglio Nelson prese in Egitto a’ Francesi l’Oriente vascello di primo ordine, gli tagliò l’albero maestro, e del troncone si preparò la bara, e la portava sempre con sè.


Pag. 9


             .   .   .   . il monumento
Vidi ove posa il corpo di quel grande, e seg.

Mausolei di Nicolò Macchiavelli; di Michelangelo architetto del Vaticano; di Galileo precursore del Newton; e d’altri grandi nella chiesa di santa Croce in Firenze.


Pag. 9-10


E tu prima, Firenze, udivi il carme
Che allegrò l’ira al Ghibellin fuggiasco.

È parere di molti storici che la divina Commedia fosse stata incominciata prima dell’esilio di Dante


Pag. 10


             .   .i cari parenti e l’idïoma
Desti a quel dolce di Calliope labbro.

Il Petrarca nacque nell’esilio di genitori fiorentini. [p. 20 modifica]
Pagina 10


             .   .   .   . Venere Celeste.

Gli antichi distingueano due Veneri; una terrestre e sensuale, l’altra celeste e spirituale;11 ed aveano riti e sacerdoti diversi.


Pag. 10


Irato a’patrii Numi errava muto
Ove Arno è più deserto.

Così io scrittore vidi Vittorio Alfieri negli ultimi anni della sua vita. Giace in santa Croce.


Pag. 11


Ove Atene sacrò tombe a’ suoi prodi.

Nel campo di Maratona è la sepoltura degli Ateniesi morti nella battaglia; e tutte le notti vi s’intende un nitrir di cavalli, e veggonsi fantasmi di combattenti.12 — Nel campo di Maratona veggonsi sparsi assai tronchi di colonne e reliquie di marmi e cumuli di pietre, e un tumulo fra gli altri simile a quelli della Troade13. L’isola d’Eubea siede rimpetto alla spiaggia ove sbarcò Dario.



[p. 21 modifica]
Pagina 11


   .   .   .   . delle Parche il canto.

Veridicos Parcae coeperunt edere cantus14.

Le parche cantando vaticinavano le sorti degli uomini nascenti e de’ morenti.


Pag. 11


   .   .   .   . dell’Ellesponto
I liti.

Gli Achei innalzino a’ loro Eroi il sepolcro presso l'ampio Ellesponto, onde i posteri navigatori dicano: Questo è il monumento d’un prode anticamente morto15. E noi dell’esercito sacro de’ Danai ponemmo, o Achille, le tue reliquie con quelle del tuo Patroclo, edificandoti un grande ed inclito monumento ove il lito più eccelso nell’ampio Ellesponto, acciocchè dal lontano mare si manifesti agli uomini che vivono e che vivranno in futuro16.


Pag. 11


Alle prode Retée l’armi d’Achille
Sovra l'ossa d’Ajace.

Lo scudo d’Achille innaffiato del sangue d’Ettore fu con iniqua sentenza aggiudicato al Laerziade; ma il mare lo rapì al naufrago facendolo nuotare non ad Itaca, ma alla tomba d’Ajace; e manifestando il perfido giudizio [p. 22 modifica]de’ Danai, restituì a Salamina la dovuta gloria17. Ho udito che questa fama delle armi portate dal mare sul sepolcro del Telamonio prevaleva presso gli Eolii che posteriormente abitarono Ilio18. — Il promontorio Retèo che sporge sul Bosforo Tracio è celebre presso tutti gli antichi per la tomba d’Ajace.


Pag. 12


Eterno . . . . un loco.

I recenti viaggiatori alla Troade scopersero le reliquie del sepolcro d’Ilo antico Dardanide19.


Pag. 12


                    . . . La ninfa a cui fu sposo
Giove ed a Giove diè Dardano figlio.

Tra le molte origini de’ Dardanidi, trovo in due scrittori greci20 che da Giove e da Elettra, figlia di Atlante, nacque Dardano. Genealogia accolta da Virgilio e da Ovidio21.

[p. 23 modifica]

Pagina 13


                  .   .   . L’Iliache donne
Sciogliean le chiome.

Uso di quelle genti nell’esequie e nelle inferie:

                        Stant manibus arae,
Et circum Iliades crinem de more solutae22.


Pag. 13


Cassandra.

          Fatis aperit Cassandra futuris
Ora, Dei jussu, non umquam credita Teucris23.


Pag. 14


Mendico un cieco.

Omero ci tramandò la memoria del sepolcro d’Ilo24.

È celebre nel mondo la povertà e la cecità del sovrano Poeta.

                              Quel sommo
                    D’occhi cieco, e divin raggio di mente,
                    Che per la Grecia mendicò cantando:
                    Solo d’Ascra venian le fide amiche
                    Esulando con esso, e la mal certa
                    Con le destre vocali orma reggendo
                    Cui poi tolto alla terra, Argo ed Atene,
                    E Rodi a Smirna cittadin contende:
                    E patria ei non conosce altra che il cielo25.

[p. 24 modifica]Poesia di un giovine ingegno nato alle lettere e caldo d’amor patrio: la trascrivo per tutta lode, e per mostrargli quanta memoria serbi di lui il suo lontano amico.


Pag. 14


Ilio raso due volte.

Da Ercole26, e dalle Amazzoni27


Pag. 14


Ai fatali Pelidi.

Achille, e Pirro ultimo distruttore di Troja.

Note

  1. Lucrezio, lib. iii, 85
  2. Terenzio, Eunuco Att. iii, Sc. 5, Ed Ennio presso Varrone de l. l. lib. vi.
  3. Odissea, lib. xiv, 369.
  4. Virgilio, Eneid. lib. iii, 62. ibid. 305. lib. vi, 177, ARA SEPULCRI.
  5. Apulejo, de Deo Socratis.
  6. Persio, Sat. 1, 38.
  7. Tibullo, lib. ii, eleg. viii
  8. Ecclesiastic. cap xlix, i.
  9. Iscrizioni antiche illustrate dall’abate Gaetano Marini p. 184.
  10. Ercole Silva, Arte de’ giardini inglesi p. 327.
  11. Platone: nel Convito; e Teocrito, Epigram. xiii.
  12. Pausania, Viaggio nell’Attica, cap. xxxii.
  13. Voyage dans l’Empire Othoman, l’Egypte et la Perse par G. A. Olivier; Tom. Vi, chap. xiii.
  14. Catullo, Nozze di Tetide vers. 306.
  15. Iliade, lib. vii, 86.
  16. Odissea, lib. xxiv, 76 e seg.
  17. Analecta veterum Poetarum, editore Brunch, vo. iii, Epigram. anonimo cccxc.
  18. Pausania, Viaggio nell’Attica, cap. xxxv.
  19. Le Chevalier, Voyage dans la Troade, seconda edizione. — Notizie d’un viaggio a Costantinopoli dell’ambasciadore inglese Liston, di M. Hawhins, e del D. Dallaway.
  20. Lo scoliaste antico di Licofrone al verso 19. — Apollodoro, Bibliot. lib. iii, cap. 12.
  21. Eneide, lib. viii, 134. — Fasti, lib. iv, 31.
  22. Virgilio Eneide lib. iii, 65.
  23. Idem, lib, ii, 246.
  24. Iliade, lib. xi, 166.
  25. Versi d’Alessandro Manzoni in morte di Carlo Imbonati.
  26. Pindaro, Istmica v. epod. 2.
  27. Iliade, lib. iii, 189.