Le Mille ed una Notti/Storia del Cavallo Incantato

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Storia del Cavallo Incantato
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NOTTE CCCLXXXI

STORIA

DEL CAVALLO INCANTATO.


Scheherazade, continuando a raccontare al sultano delle Indie le sue dilettevoli storielle, alle quali egli pigliava tanto piacere, cominciò a narrargli in tal guisa quella del cavallo incantato.

— Sire,» diss’ella, «come vostra maestà non ignora, il Nuruz, vale a dire il giorno novello, ch’è il primo dell’anno e della primavera, così detto per eccellenza, è una festa sì solenne ed antica in tutta l’estensione della Persia da’ primi tempi dell’idolatria, che la religione del nostro profeta, pura qual è, e che noi teniamo per la vera, introducendovisi, non ha potuto sino ad ora pervenire ad abolirla, benchè dir si possa esser dessa tutta pagana, e che le cerimonie che vi si osservano sono superstiziose. Senza parlare delle grandi e piccole città, non v’ha borgo, villaggio o casale, in cui non sia celebrata con istraordinarie allegrezze.

«Ma le allegrezze che si fanno alla corte, le superano tutte infinitamente per la varietà degli spettacoli sorprendenti e nuovi, e la quantità dei forastieri degli stati limitrofi, ed anche dei più lontani, attirati dalle ricompense e liberalità dei monarchi verso quelli che distinguevansi sopra gli altri colle invenzioni e l’industria loro; di modo che nulla si vede nelle altre parti del mondo che pareggiar possa tanta magnificenza.

[p. 317 modifica]«Ora, in una di tali feste, dopo che i più destri ed ingegnosi del paese, insieme agli stranieri che trovavansi a Sciraz, ove allora risiedeva la corte, ebbero dato al re ed a tutto il suo seguito il divertimento dei loro spettacoli, e che il re ebbe fatto le consuete largizioni secondo il merito di ciascuno, e ciò che spiegato aveva di più straordinario, maraviglioso e meglio soddisfacente, distribuite con un’equità che aveva contentati tutti; mentre si disponeva a ritirarsi e congedare la grande assemblea, comparve appiè del suo trono un Indiano, facendo avanzare un cavallo sellato, imbrigliato e riccamente bardato, foggiato con tal maestria, che a guardarlo lo si sarebbe preso per un vero cavallo.

«Prosternossi l’Indiano davanti al trono, e quando si fu alzato, mostrando al re il destriero: — Sire,» gli disse, «benchè mi presenti l’ultimo davanti a vostra maestà per entrare in lizza, posso nondimeno assicurarla che in questo giorno di festa ella non ha veduto nulla di più maraviglioso e sorprendente, quanto il cavallo sul quale la supplico di volgere lo sguardo.

«— Io non veggo in questo cavallo,» rispose il re, «null’altro fuorchè l’arte e l’industria dell’artefice nel dargli la somiglianza, più che gli fu possibile, d’uno di codesti animali vivi; ma un altro artista far ne potrebbe uno consimile, che fors’anco lo superasse in perfezione.

«— Sire,» ripigliò l’Indiano, «non è appunto per la costruzione, nè da quanto egli sembra all’esterno, ch’io intendo far dalla maestà vostra considerare il mio cavallo come una maraviglia; bensì per l’uso ch’io so trarne, e che farne può al par di me ogni uomo, mediante il segreto che posso comunicargli. Quando io vi salgo, in qualunque sito della terra, per lontano che possa essere, io voglia trasportarmi per le regioni aeree, posso in breve tempo [p. 318 modifica]eseguirlo. In poche parole, o sire, ecco in qual cosa consiste la maraviglia del mio cavallo: maraviglia di cui alcuno non ha mai udito parlare, e della quale m’offro di mostrare a vostra maestà la prova, ove si degni comandarmelo. —

«Il re di Persia, curioso di tutto ciò che fosse straordinario, ed il quale, dopo tante cose di tal genere da lui cercate e desiderate di possedere, non aveva nulla veduto che vi si avvicinasse, nè udito dire che nulla di simile vi fosse, disse all’Indiano non esservi che l’esperienza allora propostagli, la quale convincer lo potesse della preminenza del suo cavallo, e ch’era pronto a vederne la verità.

«L’Indiano, posto subito il piede nella staffa, saltò con leggerezza sul cavallo; e quand’ebbe messo il piede nell’altra staffa, e si fu ben assicurato in sella, chiese al re di Persia dove gli piacesse di mandarlo.

«A circa tre leghe da Sciraz eravi un’alta montagna che scoprivasi appieno dalla gran piazza nella quale trovavasi il re davanti al suo palagio, affollata di tutto il pipolo che vi si era adunato. — Vedi tu quel monte?» disse il re, accennandolo all’Indiano, «là bramo che tu ti rechi; la distanza non è grande ma basta per far giudicare della sollecitudine che metterai nell’andarvi e tornare. E poichè non è possibile di accompagnarti sin là cogli occhi, per segno certo che vi sarai stato, intendo che mi riporti un ramoscello d’una palma che si trova alle falde della montagna. —

«Appena il re di Persia ebbe finito di dichiarare con tali parole la sua volontà, l’Indiano fe’ girare un cavicchio, che sporgeva alquanto dal collo de’ cavallo, presso al pomo della sella; e tosto questi alzossi da terra, sollevando il cavaliere nell’aria come un lampo, e tant’alto, che in pochi momenti anche [p. 319 modifica]gli occhi più acuti lo perdettero di vista con grande ammirazione del re e de’ suoi cortigiani, ed in mezzo alle grida di maraviglia di tutti gli spettatori.

«Non era quasi scorso un quarto d’ora dalla partenza dell’Indiano, quando lo si scoprì nell’alto de’ cieli che tornava col ramoscello in mano. Fu veduto finalmente giungere al di sopra della piazza, dove fece parecchi caracolli fra le acclamazioni di gioia del popolo plaudente, sinchè venne a posarsi davanti al trono del re, nel luogo medesimo ond’era partito, senza veruna scossa che lo incomodasse. Discese, ed accostatosi al trono, si prosternò, deponendo appiè del monarca il ramoscello.

«Il re di Persia, testimonio, con non minore maraviglia che stupore, dello spettacolo inaudito datogli dall’Indiano, concepì nel medesimo tempo violentissima voglia di possedere il cavallo, e persuadendosi di non trovare difficoltà a trattarne coll’Indiano, risoluto di accordargli qualunque somma fosse per domandare, già consideravamo come la cosa più preziosa del suo tesoro, onde calcolava arricchirlo.

«— A giudicare il tuo cavallo dall’apparenza esteriore,» diss’egli all’Indiano, «io non comprendeva dovess’essere considerato, quanto mi facesti vedere che merita in fatti. Ti sono grato d’avermi disingannato, e per dimostrare quanta stima ne faccia, sono disposto ad acquistarlo, se vuoi venderlo.

«— Sire,» rispose l’Indiano, «io non ho dubitato un sol istante che la maestà vostra, la quale, fra tutti i regnanti oggidì sulla terra, passa per quello che meglio sa giudicare di tutte le cose ed apprezzarle secondo il giusto loro valore, avrebbe reso al mio cavallo la giustizia che meritava, tostochè le avessi fatto conoscere da qual lato era degno della di lei attenzione, lo aveva inoltre preveduto ch’ella non si contenterebbe di ammirarlo e lodarlo, ma bramerebbe [p. 320 modifica]eziandio esserne possessore, come mi ha testè dichiarato. Dal canto mio, o sire, benchè ne conosca il sommo pregio, ed il suo possesso mi dia occasione di rendere il mio nome immortale, non vi sono tuttavia tanto affezionato, da non poter privarmene per soddisfare al nobile desiderio di vostra maestà. Ma facendole tale dichiarazione, glie ne debbo fare un’altra rispetto alla condizione, senza la quali non posso lasciarlo passare in altrui mano, e che ella forse non prenderà in buona parte. Vorrà dunque la maestà vostra permettermi,» continuò l’Indiano, «di dichiararle non aver io comprato quel cavallo: non l’ho ottenuto dall’inventore e fabbricatore se non concedendogli in matrimonio l’unica mia figliuola ch’egli mi domandò, esigendo in pari tempo ch’io non dovessi venderlo, e che se avessi a dargli un altro padrone, ciò fosse per un cambio come stimerei più conveniente. —

«Volea l’Indiano proseguire, ma al nome di cambio, il re di Persia lo interruppe. — Son pronto,» soggiunse, «ad accordarti il cambio che vorrai chiedere. Sai che il mio regno è vasto e pieno di grandi città, potenti, ricche e popolose. Lascio in tuo libero arbitrio quella che ti piacerà scegliere, facendotene dono in piena padronanza e sovranità pel resto della tua vita.»


NOTTE CCCLXXXII


— Sire, un cambio simile parve a tutta la corte di Persia veramente regio; ma pur era di gran lunga inferiore a ciò ch’erasi proposto l’Indiano, volendo egli portare le sue mire a più sublime meta. Rispose [p. 321 modifica]dunque al re: — Sire, sono infinitamente grato alla maestà vostra dell’offerta ch’ella mi fa, e non posso abbastanza ringraziarla della generosità sua. Pure la supplico a non offendersi se mi prendo l’ardire di manifestarle che non posso cedere il cavallo, se non ricevendo in isposa di sua mano la principessa sua figliuola. —

«I cortigiani, che circondavano il trono del re di Persia, non poterono trattenersi dal prorompere in un grande scroscio di risa alla domanda stravagante dell’Indiano. Ma il principe Firuz Schah, primogenito del re ed erede presuntivo della corona, la udì con alta indignazione. Il monarca peraltro pensò diversamente, e credendo poter sagrificare la figliuola all’Indiano per soddisfare alla propria curiosità, rimase però sovrappensiero prima di determinarsi ad abbracciare tale partito.

«Il principe Firuz Schah, vedendo come il re suo padre esitava intorno alla risposta da dare all’Indiano, e temendo non gli accordasse ciò che questi domandava, cosa cui egli avrebbe risguardata come egualmente ingiuriosa alla dignità reale, alla sorella ed alla propria persona, prese la parola, e prevenendolo: — Sire,» gli disse, «mi perdoni la maestà vostra se oso chiederle se sia mai possibile ch’ella titubi un istante sul rifiuto che dar deve alla domanda insolente d’un uomo da nulla, d’un infame ciarlatano, dandogli così occasione di lusingarsi un sol momento ch’ei possa entrare in parentela con uno de’ più possenti monarchi della terra. La supplicò a considerare ciò, ch’ella deve non solo a sè medesima, ma ben anche al suo sangue ed all’alta nobiltà degli avi.

«— Figlio,» rispose il re di Persia, «prendo in buona parte la vostra rimostranza, e vi son grato dello zelo che dimostrate per conservare lo splendore [p. 322 modifica]della vostra nascita nello stato medesimo in cui lo riceveste; ma voi non considerate abbastanza l’eccellenza di quel cavallo, nè che l’Indiano, il quale mi propone tal via per acquistarlo, può, se lo respingo, andare a far la medesima proposta in altro sito, dove non si baderà tanto al punto d’onore, e ch’io sarei alla disperazione se un altro monarca potesse vantarsi di avermi superato in generosità, togliendomi la gloria di possedere il cavallo, cui stimo la cosa più singolare e stupenda che esista sulla terra. Non voglio però dire di acconsentir a concedergli ciò ch’ei domanda. Forse anch’egli si è a quest’ora ritratto, pensando alla sua assurda pretesa, e posta da un lato la principessa mia figliuola, son pronto a fare qualunque altra convenzione vorrà. Ma prima di venire alla conclusione del contratto, vi prego di esaminare il cavallo e farne voi medesimo la prova, per dirmene il vostro parere. Non dubito ch’ei non voglia permetterlo. —

«Siccome è cosa naturale lusingarsi di ciò che si desidera, l’Indiano, il quale credè travedere nel discorso, allora udito, che il re di Persia non fosse assolutamente lontano dall’imparentarsi con lui, accettando a tal prezzo il cavallo, e che il principe, invece di essergli contrario, come avea dato a divedere, potrebbe divenirgli favorevole, lungi dall’opporsi ai desiderii del re, ne dimostrò anzi contentezza; ed insegno che vi assentiva con piacere, prevenne il principe accostandosi al cavallo, pronto ad aiutarlo a salirvi, ed avvertirlo poi di ciò ch’era d’uopo facesse per ben governarlo.

«Il principe Firuz Schah, con agilità mirabile, balzò in sella senza l’assistenza dell’Indiano, ed appena ebbe assicurati i piedi nelle staffe, senza aspettare alcun avviso del padrone, girò il cavicchio che avevagli veduto girare poco tempo prima quando [p. 323 modifica]avevalo montato. Appena l’ebbe girato, il cavallo si sollevò in aria colla rapidità d’una freccia scoccata dal più forte e destro arciere; e per tal modo, in brevi momenti, il re, tutta la corte e la numerosa adunanza lo perdettero di vista.

«Il cavallo ed il principe Firuz Schah già più non apparivano nell’aere, ed il re di Persia faceva inutili sforzi per iscoprirlo, quando l’Indiano, inquieto di ciò ch’era accaduto, gettatosi appiè del trono, costrinse il re ad abbassare gli sguardi su lui, e prestar attenzione al discorso che gli tenne in questi sensi. — Sire,» disse, «vostra maestà vide ella medesima che il principe non mi ha, colla sua troppa furia, permesso di dargli l’istruzione necessaria per governare il cavallo. Da ciò che m’ha veduto fare, volle dimostrare che non aveva d’uopo de’ miei suggerimenti per partire e sollevarsi in aria; ma egli ignora il consiglio che io doveva dargli per far voltare il cavallo e tornare nel luogo d’onde è partito. Perciò, o sire, la grazia che domando a vostra maestà si è, ch’ella non mi voglia tener garante di checchè possa accadere alla di lui persona. Ella è troppo equa per imputarmi il male che ne può avvenire. —

«Il discorso dell’Indiano afflisse vivamente il re, il quale comprese essere inevitabile il pericolo, in cui versava il principe suo figliuolo, se vero era, come sosteneva l’Indiano, che vi fosse un segreto per far voltare il cavallo, diverso da quello che facevalo partire ed innalzarsi in aria. Gli chiese quindi perchè non lo avesse richiamato nel momento che avevaio veduto partire. — Sire,» rispose l’Indiano, «vostra maestà è stata ocular testimonio della rapidità, colla quale il cavallo ed il principe s’involarono: lo stupore che m’invase, e nel quale ancora mi trovo, mi tolse sul subito la favella; e quando fui in istato di valermene, egli era già sì lontano, [p. 324 modifica]che non avrebbe certo intesa la mia voce; ed allorchè pure l’avesse udita, non avrebbe potuto dirigere il cavallo per farlo tornar indietro, non conoscendone il segreto, nè avendo avuta la pazienza di volerlo intendere da me. Ma, sire,» soggiunse, «v’ha però da sperare che il principe, nell’imbarazzo in cui si troverà, possa avvedersi di un altro cavicchio, e girarlo; il cavallo allora cesserà dall’alzarsi, scendendo tosto verso terra, dove potrà posarsi nel luogo che giudicherà meglio, governandolo colla briglia. —

«Malgrado il ragionamento dell’Indiano pieno di probabilità, il re di Persia, atterrito dall’evidente pericolo che sovrastava al figliuolo: — Suppongo,» riprese, «cosa peraltro incertissima, che il principe mio figlio si accorga dell’altro cavicchio, e ne faccia l’uso che tu dici; non può il cavallo, invece di calare in terra, cadere sulle rocce, o precipitarsi con lui nelle profondità del mare?

«— Sire,» rispose l’Indiano, «posso liberare la maestà vostra da simile timore, assicurandola che il cavallo passa i mari senza mai cadervi, e porta sempre il cavaliere dove ha l’intenzione di recarsi; vostra maestà può stare certa che per poco il principe si avvegga dell’altro cavicchio, il cavallo lo porterà sempre laddove vorrà recarsi; ned è da credere ch’ei si porti altrove se non in luogo da poter trovare soccorsi, e farsi conoscere. —

«A quei detti dell’Indiano: — Comunque sia la cosa,» replicò il re di Persia, «siccome non posso fidarmi nell’assicurazione che tu mi dai, il tuo capo mi risponderà della vita del mio figliuolo, se fra tre mesi non lo veggo tornar sano e salvo, o non sappia al certo ch’egli esista.»

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NOTTE CCCLXXXIII


— Sire,» continuò a raccontare Scheherazade, «il re di Persia comandò quindi di assicurarsi della di lui persona, lo fece rinchiudere in istretto carcere, e ritirossi nel suo palazzo, estremamente afflitto perchè la festa del Nuruz, tanto solenne in Persia, fosse finita in modo sì tristo per lui e la sua corte.

«Intanto il principe Firuz Schah, sollevato in aria colla rapidità che abbiam detto, in meno di un’ora si trovò tant’alto, che nulla più distingueva sulla terra, dove montagne e valli gli apparivano confuse colle pianure. Allora pensò a tornare al luogo ond’era partito, e s’immaginò che, girando in senso contrario la caviglia e voltando nello stesso tempo la briglia, vi sarebbe riuscito; ma estremo fu il suo stupore quando vide che il cavallo lo sollevava sempre più colla medesima velocità. Girò e rigirò più volte il cavicchio, ma indarno. Allora conobbe il gran fallo commesso di non aver preso dall’Indiano tutte le indicazioni necessarie per governare il cavallo prima di arrischiarsi a cavalcarlo, e ad un tempo comprese la gravità del periglio in cui versava; ma tale cognizione non gli fe’ perdere il senno. Meditando a lungo sul partito da prendere, si mise ad esaminare con minuta attenzione la testa ed il collo dell’animale, e potè infine accorgersi d’un altro cavicchio più piccolo e meno del primo apparente, presso all’orecchia destra. Girò dunque il cavicchio, e sul momento si avvide che scendeva verso terra, per una linea simile a quella per cui era salito, ma meno rapidamente. [p. 326 modifica]

«Era circa mezz’ora che le tenebre notturne coprivano la terra nel sito sopra cui il principe Firuz Schah trovavasi a perpendicolo, allorchè girò il minor cavicchio; ma siccome continuava a discendere, il sole tra poco tempo tramontò anche per lui, sinchè trovossi al tutto ravvolto in cupa tenebria. Per tal modo, lungi dallo scegliere un luogo ove comodamente smontare, fu costretto ad abbandonar la briglia sui collo al cavallo, attendendo pazientemente che terminasse di scendere, non senza molta inquietudine del sito in cui sarebbe per fermarsi, cioè se un luogo abitato, un deserto, un fiume, od il mare.

«Finalmente il cavallo fermossi e posò. Era oltre mezza notte, ed il principe Firuz Schah smontò, ma in grandissima debolezza, proveniente perchè non avea preso nulla sin dalla mattina di quel giorno, prima di uscire col re suo padre dal palazzo, per assistere agli spettacoli della festa. La prima cosa che fece nell’oscurità fu di riconoscere il luogo dov’era, e trovossi sulla terrazza d’un palazzo magnifico, coronato da una balaustrata di marmo. Esaminando la terrazza, incontrò la scala per la quale vi si saliva, e la cui porta non era serrata, ma socchiusa.

«Ogni altro, fuor del giovane Firuz Schah, non avrebbe forse arrischiato di scendere in mezzo alla grande oscurità che regnava allora per la scala, oltre alla difficoltà che naturalmente presentavasi, se avrebbe trovati amici o nimici, considerazione che non fu capace di trattenerlo. — Io non vengo per far male a nessuno,» diceva egli fra sè; «e probabilmente quelli che mi vedranno pei primi, non iscorgendomi armi in mano, avranno l’umanità di ascoltarmi prima di attentare alla mia vita. —

«Apri dunque la porta senza far rumore e discese del pari con somma precauzione, per evitar di fare [p. 327 modifica]qualche passo falso, il cui strepito potesse svegliare alcuno. Vi riuscì; ed in un angolo della scala trovò la porta aperta d’una sala, ove scorgevasi lume.

«Fermatosi il principe sulla soglia, e teso l’orecchio, non udì altro rumore se non quello di gente che profondamente dormiva, russando in diversi modi. Inoltrossi alquanto, ed al lume d’una lampada vide che i dormienti erano eunuchi negri, ciascuno con accanto la sciabola sguainata; da ciò comprese esser quella la guardia dell’appartamento di una regina o d’una principessa, e di fatti lo era.

«Dopo la sala seguiva la camera da letto della principessa, e la porta, essendone aperta, lo facea conoscere dalla gran luce ond’era illuminata, la quale traspariva attraverso una portiera di seta leggerissima. Avanzossi Firuz Schah, sulla punta dei piedi, sino alla portiera, senza svegliar gli eunuchi e sollevatala, entrò senza fermarsi a considerare la magnificenza della camera, ch’era tutta regia, circostanza che poco gli caleva nello stato in cui trovavasi, non facendo mente se non a ciò che maggiormente importavagli. Vide più letti, uno solo sul sofà e gli altri abbasso. In questi erano coricate alcune donne della principessa per tenerle compagnia ed assisterla ne’ suoi bisogni, e la real donzella stava nel primo.

«A tal distinzione, Firuz Schah non poteva ingannarsi nella scelta da fare per rivolgersi direttamente alla principessa; si avvicinò al suo letto senza destare nè lei, nè alcuna delle sue donne, e quando le fu presso, vide una beltà sì straordinaria e maravigliosa, che ne rimase abbagliato e tutto acceso d’amore al primo sguardo. — Cielo!» sclamò fra sè; «m’ha il mio destino condotto in questo luogo per farmi perdere la mia libertà, conservata intera [p. 328 modifica]sino a questo punto? Non debbo io attendermi ad una schiavitù certissima, aperti che abbia gli occhi, se quelle luci, come devo aspettarmi, finiscano di dar perfezione ad una riunione tanto stupenda di attrattive e di vezzi? Bisogna bene che mi ci risolva, non potendo più retrocedere senza rendermi omicida di me medesimo, e perchè la necessità lo prescrive. —

«Terminando simili riflessioni circa allo stato in cui trovavasi ed alla beltà della principessa, il giovane si mise in ginocchio, e prendendo l’estremità della manica penzolante dalla camicia della fanciulla, d’onde usciva un braccio candido come la neve e ben tornito, la tirò leggermente.»

Schahriar e Dinarzade avrebbero ben voluto che la notte non avesse finito così presto, per conoscere l’accoglienza che avrebbe fatto la principessa al giovane Persiano, ma furono costretti di aspettare il dì dopo.


NOTTE CCCLXXXIV


— Sire,» proseguì la sultana delle Indie, «la principessa aprì gli occhi, e nella sorpresa di vedersi davanti un uomo leggiadro e ben vestito, rimase interdetta, senza tuttavia dare verun segno di timore o spavento.

«Il giovane approfittò dell’istante favorevole, abbassò il capo sin quasi sul tappeto che copriva il suolo, e quindi rialzandolo: — Vezzosa donzella,» le disse, «per un’avventura la più straordinaria e maravigliosa che si possa immaginare, voi vedete a’ vostri piedi un principe supplicante, figliuolo [p. 329 modifica]del re di Persia, che ier mattina trovavasi presso suo padre, in mezzo alle allegrezze di una festa solenne, ed ora si scorge in paese sconosciuto, ov’è in pericolo di perire se voi non avete la bontà e generosità di assisterlo col vostro soccorso e la vostra protezione: e questa imploro, adorabile principessa, colla fiducia che voi non vorrete negarmela; oso persuadermelo col maggior fondamento, essendo impossibile che l’insensibilità s’incontri con tante attrattive e tanta maestà. —

«La giovane, alla quale Firuz Schah erasi così felicemente rivolto, era la principessa di Bengala, figliuola maggiore del re del paese di tal nome, il quale le avea fatto erigere quel palazzo poco discosto dalla sua capitale, dov’ella spesso veniva a villeggiare. Dopo averlo ascoltato con tutta la bontà che poteva desiderare, colla medesima bontà gli rispose: — Principe, rassicuratevi; non siete già in paese di barbari: l’ospitalità, l’umanità e la gentilezza non regnano meno nel paese di Bengala che in quello di Persia. Nè son io che vi concede la protezione cui invocate; la trovate bella e pronta non solo nel mio palazzo, ma ben anche nel regno tutto: potete credermi, e fidarvi nella mia parola. —

«Voleva il giovane ringraziare la principessa del Bengala della sua cortesia e della grazia accordatagli, ed aveva già chinato assai basso il capo per farle il suo complimento; ma essa non glie ne diede tempo. — Per quanto grande sia la mia voglia,» soggiunse, «di sapere da voi per qual avventura abbiate messo sì poco tempo a venire dalla capitale della Persia, e per qual incanto abbiate potuto giungere a presentarvi a me segretamente sì da eludere la vigilanza delle mie guardie, nondimeno, siccome non è possibile che non abbiate bisogno d’alimenti, considerandovi in qualità d’ospite ben venuto, preferisco [p. 330 modifica]rimettere la mia curiosità a domani mattina, e dare intanto ordine alle mie donne di alloggiarvi in alcuna delle mie camere, e trattarvi bene, lasciandovi in riposo sinchè sarete in grado di soddisfare alla mia curiosità ed io di darvi ascolto. —

«Le donne della principessa, le quali eransi deste sin dalle prime parole di Firuz Schah alla loro signora, con una sorpresa tanto maggiore, vedendolo al capezzale del suo letto, perchè non concepivano com’egli avesse potuto giungere colà senza svegliare nè esse, nè gli eunuchi; quelle donne, diceva, appena ebbero compresa l’intenzione della principessa, vestitesi in fretta, ne eseguirono sul momento gli ordini. Presa da ciascheduna una delle tante bugie che in gran numero illuminavano la stanza, quando il giovane si fu accommiatato dalla principessa, ritirandosi rispettosamente, gli camminarono dinanzi, conducendolo in una camera bellissima dove alcune prepararongli un letto, mentre altre corsero alla cucina ed alla dispensa.

«Sebbene fosse ora indebita, quest’ultime non fecero attendere a lungo Firuz Schah; ma portate varie sorta di vivande in copia, potè egli scegliere a piacimento; quand’ebbe mangiato a sufficienza, secondo il bisogno che ne aveva, sparecchiarono, lasciandolo in libertà di coricarsi, dopo avergli fatto vedere vari armadi, ne’ quali avrebbe trovato le cose necessarie.

«La principessa del Bengala, presa da’ vezzi, dallo spirito, dalla gentilezza e dalle altre belle qualità del giovane persiano, dalle quali era stata colpita nel breve colloquio con lui avuto, non erasi ancora riaddormentata, allorquando le sue donne rientrarono per tornare a letto; essa domandò loro se avessero avuta tutta la cura dell’ospite, se egli se ne dimostrasse contento, se nulla gli mancasse, e che cosa pensassero di quel principe. [p. 331 modifica]

«Soddisfatta che l’ebbero le donne sui primi articoli, risposero all’ultimo: — Principessa, noi ignoriamo cosa ne pensiate voi stessa. Per noi, vi stimeremmo felicissima se il re vostro padre vi sposasse ad un sì amabile principe. Non ve n’ha alcuno in tutta la corte di Bengala che possa stargli a petto, e non sappiamo neppure che ve ne siano de’ più degni di voi negli stati vicini. —

«Il discorso lusinghiero non ispiacque alla real donzella; ma non volendo manifestare i suoi sentimenti, impose loro silenzio. — Siete tante ciarliere,» disse loro; «rimettetevi a letto, e lasciatemi dormire.»


NOTTE CCCLXXXV


— Alla domane, la prima cosa che la principessa fece, appena alzata, fu di mettersi alla toletta. Sin allora non si era mai dato pensiero, quanto quel giorno, per acconciarsi, consultando ad ogni momento lo specchio; mai le sue donne avevano avuto maggior bisogno di pazienza per fare e disfare più volte la medesima cosa, prima che ne fosse contenta.

«— Non ho dispiaciuto così svestita al principe di Persia, me ne sono ben avvista,» diceva fra sè; «ma vedrà tutt’altro quando mi sia abbigliata. —

«Ornossi il capo de’ diamanti più grossi e brillanti, con una collana, braccialetti ed una cintura di pietre consimili, il tutto d’inestimabil valore; l’abito che indossò era d’una stoffa la più magnifica di tutte e Indie, che non lavoravasi se non pe’ soli re, [p. 332 modifica]i principi e le principesse, e d’un colore che finivi di ornarla con tutto suo vantaggio. Consultato allora nuovamente, ed a più riprese, lo specchio, e chiesto alle sue donne, ad una ad una, se mancasse alcuna cosa al proprio abbigliamento, mandò a vedere se il principe fosse desto ed alzato, ed in tal caso, siccome non dubitava ch’ei non chiedesse di poter presentarsele, gli si dichiarasse che stava per venire ella medesima in persona a trovarlo, avendo le sue ragioni di così agire.

«Il principe di Persia, che aveva acquistato di giorno il tempo perduto nella notte, ed il quale erasi già perfettamente ristabilito dal penoso suo viaggio, finiva appunto di vestirsi, allorchè ricevette il buon giorno della principessa di Bengala per mezzo d’una delle sue damigelle.

«Il giovane, non lasciando alla donna il tempo di dire tutto ciò che doveva partecipargli, le chiese se fosse il momento favorevole di presentarle i suoi doveri ed i suoi rispetti. Ma quando la donzella ebbe soddisfatto agli ordini ricevuti: — La principessa,» rispos’egli, «è la padrona, ed io non mi trovo in casa sua se non per obbedire a’ suoi comandi. —

«Appena la principessa del Bengala ebbe saputo che il principe di Persia l’aspettava, essa venne a trovarlo. Dopo i complimenti reciproci, da parte del principe perchè fosse venuto a destare la giovane sul meglio del sonno, onde le chiese mille volte perdono, e da parte della principessa, la quale lo richiedea come avesse passata la notte ed in quale stato si trovasse, questa sedette, e Firuz Schah fece altrettanto, collocandosi a rispettosa distanza.

«Allora la donzella, presa la parola: — Principe,» disse, «avrei potuto ricevervi nella stanza in cui mi trovaste stanotte addormentata; ma siccome il capo de’ miei eunuchi ha la libertà d’entrarvi, e mai [p. 333 modifica]qui non penetra senza mio permesso, nell’impazienza in cui sono di udire da voi l’avventura maravigliosa che mi procura il bene di vedervi, ho preferito venir qui a sentirne il racconto, come in luogo dove non saremo interrotti. Fatemi dunque la gentilezza, ve ne scongiuro, di darmi la soddisfazione che vi domando. —

«Per compiacere alla principessa, Firuz Schah cominciò il suo discorso dalla festa solenne ed annua del Nuruz, in tutto il regno di Persia, col racconto di tutti gli spettacoli degni di curiosità, che avevano formato il divertimento della corte, e quasi generalmente della città di Sciraz. Venendo poi al cavallo incantato, ne fece la descrizione, e la narrativa delle maraviglie che l’Indiano, montato su esso, avea fatto vedere davanti un’assemblea tanto celebre, convinse la principessa che nulla potevasi immaginare al mondo di più sorprendente in quel genere.

«— Principessa,» proseguì il giovane, «voi già indovinerete che il re mio padre, il quale non risparmia spese per accrescere i suoi tesori delle cose più rare e curiose di cui possa aver cognizione, dev’essersi acceso d’immenso desiderio d’aggiungervi un cavallo di tal natura. Se ne invogliò in fatti, e non esitò a chiedere all’Indiano a qual prezzo lo mettesse.

«La risposta dell’Indiano fu delle più stravaganti. Disse di non aver comprato il cavallo, ma bensì acquistatolo in cambio d’una sua figliuola unica; ed essendogli stato ingiunto di non privarsene se non sotto condizione consimile, non glielo poteva cedere che sposando, col suo consenso, la principessa mia sorella.

«La turba de’ cortigiani che circondavano il trono di mio padre, sentendo la stravaganza di tale proposta, se ne fecero altissime beffe: ed io, in ispecial [p. 334 modifica]guisa, ne concepii tal indignazione, che mi fu impossibile dissimularla, tanto più avvedendomi che il re titubava intorno alla risposta che doveva dargli. In fatti, credetti vedere il momento in cui stava per concedergli quanto chiedeva, se io non gli avessi rappresentato vivamente il torto ch’era per recare alla sua gloria. Non valsero però le mie rimostranze a fargli abbandonare intieramente l’idea di sagrificare mia sorella ad un uomo sì spregevole; anzi credette potessi anch’io entrare nel suo sentimento, se giungessi una volta a comprendere, come lui, secondo s’immaginava, quanto fosse prezioso quel cavallo per la sua singolarità; con tal vista, volle che lo esaminassi, e ne facessi io medesimo l’esperimento alla presenza di tutta la corte.

«Per compiacere mio padre, salii sul cavallo e quando fui in sella, avendo veduto l’Indiano por mano ad un cavicchio e girarlo per farsi alzar in aria, senza prendere da lui altre istruzioni, feci anch’io la medesima cosa, e sull’istante mi vidi sollevato nell’aere con una velocità molto maggiore di quella d’una freccia scoccata dall’arciere più destro e robusto.»


NOTTE CCCLXXXVI


— In brev’ora mi trovai sì lontano da terra, che non distingueva più verun oggetto, e sembrava avvicinarmi tanto alla vôlta de’ cieli, che temeva d’andarvi ad urtare il capo. Nel movimento rapidissimo da cui era trasportato, rimasi assai tempo come fuor [p. 335 modifica]di me medesimo, e lontano dal poter far attenzione al pericolo presente, cui era già esposto in vari modi. Volli girare in senso contrario il cavicchio che aveva prima girato, ma non n’ebbi l’effetto che me ne aspettava; il cavallo continuò a portarmi in alto, allontanandomi così viemaggiormente dalla terra. In fine, avvistomi d’un altro cavicchio, lo girai; ed il cavallo, invece d’alzarsi più oltre, cominciò a declinare verso terra; e siccome mi trovai in breve avvolto nelle tenebre notturne, nè era possibile governar l’animale per farmi deporre in luogo sicuro, tenni la briglia sempre nella stessa guisa, e mi rimisi alla volontà di Dio sulla futura mia sorte.

«Sostò finalmente il cavallo; io smontai, ed esaminando il luogo, mi trovai sulla terrazza di questo palazzo, dove, veduta la porta della scala socchiusa, discesi senza rumore, finchè mi s’affacciò un uscio aperto, da cui esciva un po’ di lume. Allungai la testa, e scorgendo vari eunuchi addormentati, ed una gran luce attraverso una portiera, la necessità urgentissima, malgrado il pericolo inevitabile ond’era minacciato se gli eunuchi si fossero svegliati, m’ispirò l’ardire, per non dir la temerità, d’inoltrarmi leggermente ed aprire la portiera.

«Non è d’uopo, o principessa, dirvi il resto,» soggiunse il giovine; «voi lo sapete. Or mi resta a ringraziarvi della bontà e generosità vostra, e supplicarvi a volermi indicare per qual via io possa dimostrarvi la mia riconoscenza per tal beneficio, in guisa che ne siate soddisfatta. Siccome, secondo il diritto delle genti, io sono già vostro schiavo, nè posso più offrirvi la mia persona, altro non mi resta che il cuore. Che dico, principessa? Più non è mio questo cuore; voi me lo avete rapito colle vostre attrattive, ed in modo che, ben lungi dal ridomandarvelo, ve lo abbandono. Permettetemi adunque di dichiararvi che [p. 336 modifica]non vi conosco meno padrona del mio cuore, che noi siate della mia volontà. —

«Queste ultime parole di Firuz Schah furono pronunziate con accento ed un’aria che non lasciarono dubitare un sol istante alla principessa di Bengala dell’effetto ch’erasi aspettato da’ suoi vezzi, nè rimase scandalizzata dalla dichiarazione del principe di Persia, come troppo precipitosa. Il rossore che le salì al volto non servì che a renderla più bella ed amabile agli occhi del giovane.

«Allorchè Firuz Schah ebbe finito di parlare: — Principe,» rispose la fanciulla, «se mi faceste un piacere sensibilissimo raccontandomi le cose stupende e maravigliose or dette, dall’altro canto non ho potuto, senza spavento, mirarvi nelle più alte regioni eteree; e quantunque avessi il bene di vedervi davanti a me sano e salvo, non ho però cessato di temere se non quando mi diceste essere il cavallo dell’Indiano venuto a posarsi felicemente sulla terrazza del mio palazzo. La medesima cosa poteva accadere in mille altri siti; ma son lieta che il caso mi abbia data la preferenza, concedendomi così l’occasione di farvi conoscere che lo stesso caso poteva indirizzarvi altrove, ma non dove poteste essere accolto più gratamente e con maggior piacere. Perciò, principe, io mi terrei sensibilmente offesa, se volessi credere che il pensiero cui mi dichiaraste d’essere mio schiavo, fosse fatto sul serio e non lo attribuissi alla vostra gentilezza piuttosto che ad un sentimento sincero; l’accoglienza che ieri vi feci, deve farvi conoscere abbastanza di esser qui non men libero che in mezzo alla corte del re di Persia.

«Quanto al vostro cuore,» aggiunse la principessa, in accento denotante tutt’altro che un rifiuto, «siccome sono persuasa che non abbiate atteso sinora a disporne, colla scelta d’una principessa che lo [p. 337 modifica]meriti, sarei dispiacentissima di darvi occasione ad usarle un’infedeltà. —

«Volle Firuz Schah protestare d’esser venuto di Persia padrone del proprio cuore: ma mentre stava per ricominciare il discorso, una seguace della principessa, che ne avea l’ordine, venne ad avvertire che il pranzo era pronto.

«Cotesta interruzione liberò i due giovani da una spiegazione che li avrebbe egualmente imbarazzati, e della quale non abbisognavano; la principessa del Bengala rimase appieno convinta della sincerità del principe di Persia; e questi, benchè la real donzella non si fosse spiegata, giudicò non pertanto, dalle parole di lei e dal modo favorevole col quale avevalo ascoltato, di doversi stimar contento della sua fortuna.

«Siccome la donna della principessa teneva la porta aperta, questa, alzandosi, disse al giovane, che fatto avea lo stesso, di non essere solita mangiare sì per tempo; ma che, dubitando non gli avessero fatta fare una cattiva cena, aveva dato ordine di servire il pasto prima del consueto; e così discorrendo, lo condusse in una magnifica sala, nella quale stava la mensa, coperta in copia di squisite vivande. Postisi a tavola, appena vi furono seduti, le schiave della principessa, in buon numero, belle e ben abbigliate, cominciarono un gradevolissimo concerto di voci e d’istrumenti che durò per tutto il pasto.

«Siccome quella musica era dolcissima, e trattata in modo da non impedire ai giovani di conversare, essi passarono gran parte del tempo, questa a servire il principe invitandolo a mangiare, e quello a servire a sua volta la principessa delle cose migliori, ad oggetto di allettarla con maniere e parole che gli procurarono nuove gentilezze e nuovi complimenti da parte della principessa; nel quale reciproco scambio [p. 338 modifica]di cortesie e d’audizioni, l’amore fece d’ambo i lati maggior progresso, più che non in un incontro premeditato.

«Alzatisi finalmente da tavola, la principessa condusse il giovine in un gabinetto grande e magnifico per la sua costruzione, per l’oro e l’azzurro che simetricamente lo abbellivano, e sfarzosamente ammobigliato: quivi, sedutisi sul sofà che aveva amenissima vista sul giardino, il quale fu da Firuz Schah ammirato per la varietà de’ fiori, degli arbusti e degli alberi, tutti diversi da quelli di Persia, cui non la cedevano in bellezza, pres’egli da ciò occasione di legar discorso colla real fanciulla.

«— Principessa,» le disse, «aveva creduto non esistesse al mondo se non la Persia, ove si trovassero edifizi superbi e mirabili giardini, degni della maestà dei re; ma veggo che ovunque sono grandi monarchi, sanno farsi erigere dimore degne della loro grandezza e potenza; e se v’ha differenza nel modo di fabbricare e negli accessori, si somigliano però tutti nella grandezza e nello sfarzo.

«— Principe,» rispose la principessa di Bengala, «siccome non ho verun’idea dei palazzi della Persia, non posso portar giudizio sul paragone che voi ne fate col mio onde potervene esternare il mio parere; ma per quanto sincero possiate essere, duro fatica a persuadermi che sia giusto, e mi permetterete di credere avervi molta parte la compiacenza. Non voglio però disprezzare il mio palazzo: avete occhi troppo buoni, e siete di troppo buon gusto per non giudicarne il vero valore; ma vi assicuro di trovarlo mediocrissimo quando lo confronto con quello del re mio padre, che lo supera infinitamente in grandezza, bellezza e magnificenza. Me ne direte voi stesso la vostra opinione quando lo avrete veduto. Poichè il caso v’ha guidato sino alla capitale di questo regno, non [p. 339 modifica]dubito che non vogliate vederla, e salutare il real mio genitore, affinchè vi renda gli onori dovuti ad un principe del grado e del merito vostro.»


NOTTE CCCLXXXVII


— Facendo sorgere nel principe di Persia la curiosità di vedere il palagio di Bengala e presentare i suoi ossequi al re suo padre, lusingavasi la principessa che, ove vi potesse riuscire, questi, vedendo un giovane leggiadro, saggio e compito in ogni nella qualità, potesse forse risolversi a proporgli un’alleanza, offrendo di dargliela in isposa; persuasa d’altronde di non essere indifferente al principe, e che questi non avrebbe rifiutato d’entrare in tale relazione di parentela, sperava di giungere al compimento de’ suoi voti, conservando le convenienze addicenti ad una figliuola che volea mostrarsi sottomessa ai voleri paterni. Ma il principe di Persia non corrispose su questo punto conforme a ciò ch’ella avea creduto.

«— Principessa,» soggiuns’egli, «non dubito, dietro la vostra testimonianza, che il palagio del re di Bengala non meriti la preferenza che gli attribuite sul vostro. Quanto alla proposizione che mi fate di tributare i miei rispetti al re vostro padre, me ne farei non solo un piacere, ma bensì un grande onore. Ma, principessa,» soggiunse, «ne lascio giudice voi medesima: mi consigliereste voi a presentarmi dinanzi alla maestà di sì possente monarca come un avventuriere, senza seguito, e senza un treno conveniente al mio grado?

— Principe,» rispose la fanciulla, «non [p. 340 modifica]inquietatevi; non avete che a volere; non vi mancherà denaro per farvi il corteggio che vi piaccia; ve ne somministrerò io. Abbiamo qui negozianti in gran numero della vostra nazione; potrete sceglierne quanti crederete opportuni, per formarvi una casa che va faccia onore. —

«Firuz Schah penetrò nell’intenzione della principessa di Bengala, ed il segno sensibile ch’essa di tal modo gli dava dell’amor suo, accrebbe la passione per lei concepita; ma per forte che fosse, non gli fece dimenticare il proprio dovere. Rispose adunque senza esitare:

«— Principessa, accetterei di buon cuore l’offerta obbligante che mi fate, per la quale non so abbastanza esprimervi la mia riconoscenza, se l’inquietudine, in cui si deve trovare il re mio padre per la mia lontananza, non me lo impedisse assolutamente. Mi renderei indegno della bontà e tenerezza ch’egli ebbe sempre per me, se non mi restituissi al più presto presso di lui per farla cessare. Io lo conosco; mentre ho il bene di godere della conversazione di sì amabile donzella, son certo ch’egli sta immerso in afflizione mortale, ed ha già perduta la speranza di rivedermi. Spero mi farete la giustizia di comprendere che non posso, senza ingratitudine, ed anzi senza colpa, dispensarmi dal correre a restituirgli la vita, mentre un ritardo troppo prolungato potrebbe cagionarne la perdita.

«Dopo questo,» proseguì il principe di Persia, «se mi stimate degno di aspirare alla felicità di diventar vostro sposo, siccome il re mio padre mi ha sempre dimostrato di non volermi violentare nella scelta d’una consorte, non avrò difficoltà di ottener di far qui ritorno, non come ignoto, ma da principe, a chiedere da parte sua al re di Bengala, d’imparentarci seco lui col nostro matrimonio. Son certo ch’egli [p. 341 modifica]vi si deciderà da sè medesimo, appena io l’avrò informato della generosità, colla quale mi accoglieste nella mia disgrazia. —

«Dal modo onde spiegavasi il giovane persiano, era la principessa troppo ragionevole per insistere a persuaderlo di presentarsi al re di Bengala, ed esigere da lui di nulla fare contro il suo dovere e l’onor suo; ma s’inquietò della pronta partenza ch’ei meditava, per quanto le parve, e temè che se da lei prendesse commiato, lungi dal tenerle la promessa che le faceva, non la dimenticasse appena avesse cessato di vederla. Per distogliernelo adunque, ella gli disse: — Principe, facendovi la proposta di contribuire a mettervi in grado di ossequiare il re mio padre, non fu mia intenzione d’oppormi ad una scusa legittima quanto quella che mi adducete, e ch’io non aveva preveduta. Mi renderei io stessa complice della colpa che commettereste se pensassi il contrario; ma non posso approvare il vostro pensiero di partire così subitamente come sembra che divisiate. Concedete almeno alle mie preghiere la grazia che vi domando, di darvi il tempo di prender ristoro dalle sofferte fatiche; e poichè la mia ventura volle che siate giunto nel regno di Bengala piuttosto che in mezzo ad un deserto, o sulla cima d’un monte scosceso sì che vi fosse stato impossibile discenderne, vi prego a soggiornarvi uno spazio di tempo sufficiente per portarne notizie dettagliate alla vostra corte. —

«Simile discorso della principessa di Bengala aveva per iscopo che Firuz, facendo con lei una dimora di qualche durata, divenisse insensibilmente più caldo ammiratore delle sue attrattive, colla speranza che, per tal mezzo, l’ardente brama che in lui scorgeva di tornare in Persia, si rallentasse, e potesse allora determinarsi a comparire in pubblico, e [p. 342 modifica]mostrarsi al di lei genitore. Nè il principe potè civilmente negarle la grazia ch’essa chiedeva, dopo il ricevimento e l’accoglienza avuta; laonde ebbe la compiacenza di accondiscendervi, e la giovane più non pensò se non a rendergli, per mezzo di tutti gl’immaginabili divertimenti, gradito il suo soggiorno.

«Per più giorni non furono che feste, balli, concerti, banchetti o merende magnifiche, passeggiale nel giardino, e cacce nel parco del palazzo, dov’erano ogni sorta di bestie selvatiche, cervi, capriuoli, daini, cerviatti ed altre simili, particolari al regno di Bengala la cui caccia, senza pericolo, poteva convenire alla principessa.

«Al finire di quelle cacce, riunivansi i due amanti in qualche bel sito del parco, dove facevano distendere un gran tappeto con cuscini, acciò vi potessero stare comodamente seduti, e là, riprendendo lena e riposando dall’esercizio violento sostenuto, conversavano su vari argomenti. La principessa di Bengala davasi specialmente gran cura di far cadere il discorso sulla grandezza, sulla potenza, le dovizie ed il governo della Persia, onde potere, dalle parole di Firuz Schah, aver occasione di parlargli a sua volta del regno di Bengala e de’ suoi vantaggi, è così farlo risolvere a fermarvisi; ma accadde tutt’al contrario di ciò ch’erasi proposto.

«In fatti, il principe di Persia le fece, senza esagerazione alcuna, tal fervida pittura della grandezza del regno di Persia, della magnificenza ed opulenza che vi dominavano, delle forze militari, del commercio per terra e per mare sino ai più lontani paesi alcuni de’ quali erangli sconosciuti, e della moltitudine delle sue grandi città, quasi tutte popolose quanto quella scelta dal re a sua residenza ov’erano eziandio palazzi addobbati, pronti a [p. 343 modifica]riceverlo secondo le diverse stagioni, di modo che stava in suo arbitrio il godere d’una perpetua primavera, che la principessa, prima ancora che avesse terminato, considerò il regno del Bengala di gran lunga inferiore su parecchi punti a quello di Persia. Avvenne inoltre che quand’ebbe finito il discorso, e pregatala di parlargli a sua volta delle particolarità del regno del di lei genitore, non vi si seppe ella risolvere se non dopo le ripetute istanze del giovane.

«Diede dunque la principessa tale soddisfazione a Firuz Schah, ma diminuendo molti pregi, pe’ quali rendevasi manifesto che il regno di Bengala superava quello di Persia, facendogli conoscere in tal guisa la di lei disposizione di colà accompagnarlo, ch’ei giudicò avrebb’ella acconsentito alla prima proposta che gliene esternasse; ma credè non fosse conveniente di fargliela se non quando le avesse usato la condiscendenza di rimanere con lei tanto tempo, da metterla dalla parte del torto nel caso volesse trattenerlo più a lungo, ed impedirgli di recarsi presso al proprio padre.»


NOTTE CCCLXXXVIII


— Per due intieri mesi Firuz Schah abbandonossi intieramente ai voleri della principessa di Bengala, partecipando a tutti i divertimenti ch’ella potè immaginare, e che le piacque di dargli, come se non dovesse mai far altro che passare a quella guisa la vita. Ma scorso tal termine, ei lo dichiarò seriamente essere omai troppo tempo che mancava al proprio [p. 344 modifica]dovere, e la pregò di accordargli in fine la liberta di soddisfarvi, ripetendole la promessa già fatta di tornare in breve, ed in un arnese degno d’amendue, a chiederla con tutta regola in consorte al re di Bengala.

«— Principessa,» aggiunse il giovane, «forse le mie parole vi saranno sospette; e fors’anco, per la licenza che vi domando, mi avrete già posto nel novero di quei falsi amanti che mettono l’oggetto del loro amore in obblio, appena ne sono lontani; ma in prova della verità e sincerità della passione che risento per una donzella amabile come voi siete, e che mi ama da non dubitarne, oserei domandarvi il favore di condurvi meco, se non temessi che foste per offendervi della mia richiesta. —

«Avvistosi il principe che la fanciulla aveva arrossito a quell’ultime parole, e che senza verun indizio di collera, esitava sul partito da abbracciare: — Principessa,» continuò, «quanto al consenso del re mio padre, ed all’accoglienza colla quale egli vi riceverà nella sua famiglia, io posso assicurarvelo. Circa poi al re di Bengala, dopo i contrassegni di tenerezza, d’affetto e considerazione ch’egli ha sempre avuti, e conserva ancora verso di voi, bisognerebbe fosse tutt’altro di quello che me lo dipingeste, cioè nemico della quiete e felicità vostra, se non ricevesse con benevolenza l’ambasciata che gli manderebbe il re mio padre, per ottenere da lui l’approvazione del nostro matrimonio. —

«La principessa non rispose nulla a tal discorso dell’amante; ma il suo silenzio, e quegli occhi abbassati, gli fecero comprendere, meglio di qualunque altra dichiarazione, ch’essa non provava ripugnanza ad accompagnarlo al suo paese, e che già vi acconsentiva. La difficoltà che parve vi trovasse, si fu che il principe di Persia non fosse abbastanza [p. 345 modifica]esperimentato per governare il cavallo, talchè temeva di trovarsi con lui nel medesimo imbarazzo di quando ne aveva tentata la prova. Ma il giovane la liberò tanto bene da quel timore, persuadendola di fidarsi in lui, poichè, dopo quanto eragli accaduto, egli poteva sfidare l’Indiano medesimo a governarlo con maggior destrezza, ch’ella non pensò più se non a prendere con lui tutte le misure opportune onde partite con tal segretezza, che niuno del suo palazzo potesse concepire il minimo sospetto del loro disegno.

«E vi riuscì: la mattina seguente, un po’ prima dello spuntar dell’alba, quando tutta la casa stava ancora sepolta in profondo sonno, recatasi col principe sulla terrazza, questi volse il cavallo verso la Persia, in un sito, in cui anche la principessa poteva comodamente salirvi in groppa. Balzò egli pel primo in sella, ed allorchè la giovane si fu adagiata dietro a lui, e che, abbracciatolo con una mano per maggior sicurezza, gli disse che poteva partire, girò lo stesso cavicchio da lui girato nella capitale della Persia, ed il cavallo alzossi in aria.

«Adoperò la maravigliosa macchina la solita celerità, e Firuz Schah la governò in maniera, che in due ore e mezzo circa scoprì la capitale della Persia. Non andò a discendere nella gran piazza ond’era partito, nè nel palazzo del sultano, ma in una villa poco discosta dalla città. Condotta la principessa nel più bell’appartamento, le disse che per farlo rendere gli onori dovuti al suo grado, egli andava ad avvertire del loro arrivo il re suo padre, e ch’essa avrebbelo in breve riveduto; intanto diè ordine al custode del palazzo, colà presente, di non lasciarle mancar nulla del necessario.

«Lasciata quindi la principessa nell’appartamento, Firuz Schah comandò al custode di fargli sellare un [p. 346 modifica]cavallo, vi salì, e rimandato presso la donzella il servo con ordine di farle apprestar subito una magnifica colazione, partì. Per via, e nelle contrade della città per le quali dovè passare onde recarsi al palazzo, fu ricevuto in mezzo alle acclamazioni del popolo, che cangiò la sua tristezza in gioia, dopo aver disperato di mai più rivederlo dal momento che era sparito. Il sultano dava udienza quando il giovane si presentò davanti al consiglio, ch’era tutto vestito a lutto, al pari del re medesimo, sin dal giorno che il cavallo lo aveva portato via. Egli lo accolse abbracciandolo con lagrime di gioia e tenerezza, e chiesegli con premura cosa fosse stato del cavallo dell’Indiano.

«Quella domanda diè occasione al principe di raccontare al padre l’imbarazzo ed il pericolo, in cui erasi trovato dopo che il cavallo avevalo innalzato in aria; in qual maniera se la fosse cavata, e come fosse giunto al palazzo della principessa di Bengala; la buona accoglienza avutane; il motivo che avevalo costretto a fare presso di lei più lungo soggiorno che non doveva, e la compiacenza mostrata dalla fanciulla di non mai dispiacergli, sino ad ottenerne che finalmente venisse in Persia con lui, dopo averle promesso di sposarla. — E, sire,» soggiunse terminando, «promessole in pari tempo che non mi neghereste il vostro consenso, l’ho qui condotta sul cavallo dell’Indiano; ella attende, in un palazzo di delizie della maestà vostra, dove la lasciai, ch’io vada ad annunziarle di non averle fatto una vana promessa. —

«A tali parole, il principe si prosternò davanti al genitore per commoverlo; ma egli lo trattenne, ed abbracciatolo la seconda volta: — Figlio,» disse, «non solo acconsento al vostro matrimonio colla principessa di Bengala, ma voglio anche andarle incontro in persona, ringraziarla pegli obblighi che [p. 347 modifica]le ho in particolare, condurla al mio palazzo, e celebrare oggi stesso le vostre nozze. —

«Così il sultano, dati gli ordini pel ricevimento che voleva fare alla giovane, ordinò che, lasciati gli abiti da lutto, cominciassero le allegrezze col concerto de’ timballi, delle trombe e dei tamburi, e tutti gli altri strumenti guerrieri, comandando pure che, fatto uscir di prigione l’Indiano, gli fosse condotto.

«Quando l’Indiano fu alla di lui presenza: — Io mi era assicurato della tua persona,» gli disse il sultano, «affinchè la tua vita, la quale però non sarebbe stata una vittima sufficiente alla mia collera ed al mio dolore, mi rispondesse di quella del principe mio figliuolo. Rendi grazie a Dio che l’ho ricuperato. Vanne, riprendi il tuo cavallo, e non comparirmi più davanti. —

«Allorchè l’Indiano fu lungi dalla presenza del sultano della Persia, avendo saputo da quelli ch’erano venuti a trarlo di prigione, che Firuz Schah era tornato colla principessa da lui condotta sul cavallo incantato, il luogo dove l’aveva lasciata smontando, e che il sultano disponevasi ad andarla a prendere e condurla nel proprio palazzo; non esitò a prevenir lui ed il figliuolo, e senza perder tempo, si recò in tutta fretta al palazzo di delizie, e dirigendosi al custode, gli disse di venire da parte del re e del principe di Persia a prendere in groppa la principessa di Bengala, e condurla per aria al sultano medesimo che l’attendeva, diceva egli, nella piazza del palazzo per riceverla, e dare tale spettacolo alla sua corte ed alla città di Sciraz.

«L’Indiano era conosciuto dal custode, il quale sapeva che il re lo avea fatto arrestare; laonde, vedendolo libero, tanta minor difficoltà oppose a prestargli fede. Presentossi alla principessa, e questa, [p. 348 modifica]appena ebbe udito che veniva specialmente da parte del fidanzato, acconsentì al di lui desiderio, com’ella supponeva.

«L’Indiano, lieto fra sè della facilità che trovava nel mettere ad effetto la sua ribalderia, salì sul cavallo, prese in groppa, coll’aiuto del custode, la principessa, girò il cavicchio, e tosto sollevaronsi entrambi nel più alto dell’aere.»

— Compiango la bella principessa,» sclamò Dinarzade, quando la sorella ebbe cessato di parlare. «Quell’Indiano mi commette un infame tradimento, di cui spero sarà per essere punito. — Abbi pazienza,» rispose la sultana, «e vedrai cosa accadde, se il sultano, mio signore, mi permette di continuare la novella.»


NOTTE CCCLXXXIX


La sultana, volgendosi a Schahriar, proseguì in questi sensi:

— Sire, in quel medesimo momento il sultano di Persia, seguito da tutta la corte, usciva dal suo palazzo per recarsi a quello di delizie, ed il giovane era già corso innanzi onde preparare la fidanzata a riceverlo, quando l’Indiano ostentava di passare al di sopra della città colla sua preda, per deridere il sultano ed il principe, e vendicarsi del trattamento ingiusto cui pretendeva fossegli stato fatto.

«Allorchè il re di Persia ebbe scoperto il rapitore, cui tosto riconobbe, fermossi colpito da una sorpresa tanto più sensibile ed affliggente, che impossibile era [p. 349 modifica]farlo pentire dell’affronto insigne che così gli faceva; gli volse mille imprecazioni, co’ suoi cortigiani, e tutti gli astanti testimoni d’insolenza così segnalata e di quell’incomparabile malvagità.

«L’Indiano, poco scosso da quelle maledizioni, il cui rumore giunse sino a lui, continuò la sua strada, mentre il sultano di Persia rientrò nel suo palagio, dolentissimo dell’atroce ingiuria, e di vedersi nell’impotenza di punirne l’autore.

«Ma qual non fu il dolore del principe Firuz Schah quando vide che sotto i propri occhi, senza poter porvi impedimento od ostacolo di sorta, l’Indiano rapivagli la principessa di Bengala, ch’ei tanto appassionatamente amava, da non poter più vivere senza di lei! A tal inaspettata vista, rimase come colpito dal fulmine; e prima ch’egli avesse deliberato se scatenarsi dovesse in ingiurie contro l’Indiano, o rammaricarsi della misera sorte della fidanzata, e chiederle perdono della poca cura presa per conservarla, ella ch’erasegli abbandonata in modo dinotante quanto ne fosse amato, il cavallo, che li trasportava entrambi con incredibile velocità, avevali già sottratti alla sua vista. Qual partito prendere? Tornerà egli al palazzo del genitore a rinchiudersi nel suo appartamento ed immergersi nell’afflizione, senza darsi alcun pensiero di correre in traccia del rapitore, liberare dalle sue mani la principessa, e punirlo come meritava? La sua generosità, l’amore, il coraggio suo noi consentivano, talchè proseguì alla volta del palazzo di delizie.

«Al di lui arrivo, il custode, già avvistosi della propria credulità, e d’essersi lasciato gabbare dall’Indiano, si presenta al principe colle lagrime agli occhi, si getta a’ suoi piedi, si accusa da sè della colpa che crede aver commessa, e si condanna alla morte, aspettandola dalle di lui mani.

[p. 350 modifica]

«— Alzati,» gli dice il principe, «non sei tu ch’io incolpo del ratto della mia sposa; non ne incolpo se non io medesimo e la mia dabbenaggine. Senza perder tempo, va a cercarmi un abito di dervis, e bada bene di non dire che sia per me. —

«Poco lontano dalla villeggiatura esisteva un convento di dervis, il cui sceik ossia superiore era amico del custode; questi andò a trovarlo, e fattagli la falsa confidenza della disgrazia d’un ufficiale di considerazione della corte, al quale professava grandi obblighi, e ch’egli voleva favorire per sottrarlo alla collera del sultano, non ebbe difficoltà ad ottenere quanto dimandava, e portò a Firuz Schah un abbigliamento completo di dervis. Spogliatosi del suo, il principe se ne vestì, e travestito in tal guisa, munito, per la spesa e pei bisogni del viaggio che stava per intraprendere, d’una scatola di perle e diamanti da lui recata per farne dono alla sposa, uscì dal palazzo di delizie sul far della notte, incerto della strada che doveva prendere, ma risoluto a non redire se non avesse trovata e ricondotta a casa la principessa.

«Ora torneremo all’Indiano: governò egli il cavallo incantato per guisa che nello stesso giorno, di buon’ora, giunse in un bosco presso alla capitale del regno di Cascemir (1). Sentendo bisogno di mangiare, e stimando che la principessa di Bengala si trovasse nella medesima disposizione, smontò in quel bosco in un sito dove lasciò la donzella sull’erba, accanto ad un ruscello d’acqua fresca e limpidissima.

«Durante l’assenza dell’Indiano, la giovane, vedendosi in balìa d’un indegno rapitore, di cui [p. 351 modifica] paventava la violenza, avea pensato a sottrarsene, e cercare un luogo d’asilo; ma siccome avea mangiato pochissimo la mattina, al suo arrivo al palazzo di delizia, si trovò talmente debole quando volle eseguire il suo disegno, che fu costretta ad abbandonarlo, e rimanere senz’altra risorsa fuor del proprio coraggio, colla ferma risoluzione di soffrire piuttosto la morte che mancar di fedeltà al fidanzato. Non aspettò quindi che l’Indiano la invitasse una seconda volta, mangiò, e riprese forze bastanti per rispondere coraggiosamente ai discorsi insolenti che colui, sul finire del pasto, cominciava a tenerle. Dopo varie minacce, quando vide che l’Indiano preparavasi ad usarle violenza, alzossi per resistergli, mandando altissime strida, le quali attrassero in un momento una torma di cavalieri, che tosto li circondarono entrambi.

«Era il sultano del regno di Cascemir, il quale, tornando col suo seguito dalla caccia, e passando da quel luogo, fortunatamente per la principessa di Bengala, accorreva al rumore. Rivoltosi all’Indiano, gli domandò chi fosse, e cosa pretendesse da quella dama che là vedeva; l’Indiano rispose con impudenza, essere sua moglie, e che a niuno competeva di frammischiarsi nel loro diverbio.

«La giovane, non conoscendo il grado, nè la dignità dell’uomo che tanto a proposito compariva per liberarla, smentì l’Indiano, e: — Signore, chiunque voi siate,» disse, «che il cielo manda in mio soccorso, abbiate compassione d’una principessa, e non prestate fede ad un impostore. Dio mi guardi dall’esser moglie d’un Indiano sì vile e spregevole! E un abbominevolo mago, che oggi m’ha rapita al principe di Persia, cui io era destinata in isposa, qui conducendomi sul cavallo incarnato che vedete. —

«Non ebbe la principessa di Bengala uopo di più [p. 352 modifica] lungo discorso onde persuadere al sultano che diceva il vero; la sua bellezza, l’aria principesca e le sue lagrime parlavano in di lei favore. Volle proseguire: ma il sultano di Cascemir, giustamente sdegnato dell’insolenza dell’Indiano, lo fece sul momento arrestare, e comandò gli fosse mozzata la testa. E quell’ordine fu con tanta maggior facilità eseguito, che l’Indiano, avendo commesso il ratto nell’uscire dalla prigione, non avea arme veruna per difendersi.

«La principessa di Bengala, liberata dalla persecuzione dell’Indiano, cadde in un’altra che non le fu meno dolorosa. Il sultano, fattala salire a cavallo, la condusse nel suo palazzo, dove assegnolle un appartamento il più magnifico dopo il proprio, e buon numero di schiave per servirla, con vari eunuchi per la sua guardia. La condusse egli medesimo a quell’appartamento, in cui, senza lasciarle tempo di ringraziarlo nel modo da lei meditato pel grande favore ch’essa gli doveva: — Principessa,» le disse, «non dubito non abbiate bisogno di riposo; vi lascio in libertà di prenderlo. Domani sarete in migliore stato d’intertenermi sulle circostanze della strana avventura che vi è accaduta.» Dette le quali parole, si ritirò.»

Lo spuntar dell’alba costrinse Scheherazade a rimandare alla notte seguente la continuazione del racconto. [p. 353 modifica]

NOTTE CCCXC


— La principessa di Bengala era piena d’allegrezza inesprimibile vedendosi in sì poco tempo liberata dalla persecuzione d’un uomo che non potea mirar senza orrore, e si lusingava che il sultano di Cascemir avrebbe messo il colmo alla propria generosità, rimandandola al principe di Persia quando avessegli detto in qual modo apparteneva al giovane, e lo supplicasse a farle tal grazia: ma era ben lontana dal vedere il compimento delle concepite speranze.

«In fatti, il re di Cascemir aveva determinato di sposarla il giorno appresso, facendone annunziare le feste sin dal sorgere dell’aurora col suono de’ timballi, de’ tamburi, delle trombe ed altri stromenti propri ad inspirare la gioia, che rimbombavano non solo nel palazzo, ma ben anco per tutta la città. Risvegliata la principessa di Bengala allo strepito di que’ tumultuosi concenti, ne attribuì l’origine a tutt’altro motivo fuor di quello per cui faceansi sentire. Ma quando il sultano, il quale avea dato ordine d’avvertirlo appena la giovane fosse in grado di ricever visita, si fe’ introdurre presso la donna, e che dopo essersi informato della di lei salute, l’ebbe detto che i suoni cui udiva, erano per rendere più solenni le loro nozze, pregandola a parteciparvi, ella ne fu tanto costernata, che svenne.

«Le donne della principessa, che trovavansi presenti, accorsero in di lei aiuto, ed il sultano medesimo si adoperò a farla rinvenire; ma ella rimase assai tempo in quello stato prima di riprendere gli [p. 354 modifica] spiriti. Riavutasi finalmente, piuttosto allora di mancare alla fede promessa a Firuz Schah, acconsentendo alle nozze stabilite dal sultano di Cascemir senza consultarla, ricorse al partito di fingere che, nello svenimento, le avesse dato volta il cervello, e da quel momento cominciò a dire mille stravaganze in presenza del sultano; alzossi perfino come per iscagliarsegli contro, in guisa che questi, stupito ed afflittissimo per quel disgustoso contrattempo, vedendo che non rientrava in senno, la lasciò colle sue donne, alle quali raccomandò di non abbandonarla e prenderne cura. Nel corso del dì si diede premura di mandare sovente ad informarsi dello stato della di lei salute, ed ogni volta gli fu riferito o giacere la giovane nella medesima condizione, od essere il male piuttosto cresciuto che diminuito. Anzi esso parve più violento verso sera che non di giorno; e così il sultano di Cascemir non fu quella notte felice quanto erasi ripromesso.

«La principessa di Bengala non continuò soltanto il giorno seguente negli strani discorsi ed a dare altri segni d’alienazione mentale; lo stesso accadde i giorni seguenti, talchè il sultano si trovò costretto a radunare i medici della sua corte, onde parlar loro di quella malattia, e chiedere se non sapessero mettervi qualche rimedio.

«I medici, consultatisi fra loro, risposero unanimi esservi più sorta e gradi di quella malattia, alcune delle quali, secondo la loro natura, potevano guarirsi, altre erano incurabili; nè poter eglino giudicare di qual indole fosse quella della principessa di Bengala, se prima non la vedessero. Il sultano ordinò agli eunuchi d’introdurli nella stanza della giovane, l’un dopo l’altro, secondo il rispettivo grado.

«La principessa, avendo preveduta la cosa, e temendo che qualora lasciasse avvicinare i [p. 355 modifica] medici alla propria persona, per venire a tastarle il polso, il meno esperto subito non conoscesse esser ella in perfetta salute, e la sua malattia non altro che una finzione; mano mano che presentavansi, prorompeva in trasporti d’avversione tali, accingendosi a graffiar loro il volto se si accostavano, che uno solo non ebbe l’ardire di esporvisi.

«Alcuni fra quelli che pretendevansi più abili degli altri, e si vantavano di giudicar delle malattie alla sola vista degli ammalati, le ordinarono certe pozioni, cui ella faceva niuna difficoltà a prendere, essendo sicura che stava in proprio potere d’apparir inferma finchè le piacesse o stimasse opportuno, e che tali pozioni non poteano farle verun male.»

Qui la sultana cessò di parlare, ripigliando la domane in tal guisa:


NOTTE CCCXCI


— Quando il sultano di Cascemir vide che i medici della corte nulla avevano oprato a guarigione della principessa, chiamò quelli della capitale, la cui scienza, abilità ed esperienza non ebbero miglior riuscita. Fece poi invitare i medici delle altre città del regno, specialmente i più rinomati nella pratica della lor professione; ma la principessa non fece a costoro miglior accoglienza che ai primi, e quanto ordinarono non produsse effetto veruno. Spedì finalmente negli stati, ne’ regni e nelle corti de’ principi vicini appositi messi con consultazioni in regola da distribuirsi ai medici più famosi, promettendo di [p. 356 modifica] pagar bene il viaggio a quelli che si recassero nella capitale di Cascemir, ed una magnifica ricompensa a chi guarirebbe l’inferma.

«Parecchi di que’ medici intrapresero il viaggio; ma niuno potè vantarsi di essere stato più felice di quelli della corte e del regno; nessuno valse a raddrizzarle il cervello, ciò non dipendendo da loro, nè dall’arie che professavano, ma dalla volontà della principessa medesima.

«Frattanto Firuz Schah, col mentito abito di dervis, aveva percorse parecchie province e le città principali con tanta maggior costernazione di spirito, senza mettere in conto le fatiche del viaggio, perchè ignorava se forse non tenesse una via opposta a quella che avrebbe dovuto prendere onde aver notizia di colei che cercava.

«Attento alle nuove che spacciavano in ogni luogo pel quale passava, giunse in fine in una grande città delle Indie, ove parlavasi molto d’una principessa di Bengala, impazzita nel giorno medesimo stabilito dal sultano di Cascemir per la celebrazione delle sue nozze con lei. Al nome di principessa di Bengala, supponendo tosto fosse quella che formava lo scopo del suo viaggio, con tanta maggior verisimiglianza, perchè non aveva udito esservi alla corte di Bengala alcun’altra principessa fuor della sua sulla fede del rumore comune ch’erasene sparso prese la strada della capitale di Cascemir. Al suo arrivo colà, albergò in un khan, dove subito il primo giorno seppe la storia della principessa di Bengala e la trista fine dell’Indiano (quale però se la meritava), che l’aveva condotta sul cavallo incantato: circostanza che fecegli conoscere, in guisa di non potersi ingannare, essere colei appunto ch’ei cercava; ed infine l’inutile spesa sostenuta dal sultano facendo venire tanti medici che non aveano potuta guarirla. [p. 357 modifica]

«Informatosi bene il giovane di tali particolarità, il giorno dopo si fece subito fare un abito da medico; e così vestito e colla lunga barba lasciata crescere per viaggio, si diede a conoscere, camminando per le strade, per medico di professione. Nell’impazienza di vedere la fidanzata, non differì d’andare al palazzo del sultano, dove, chiesto di parlare ad un ufficiale, fu diretto al capo degli uscieri, al quale manifestò che avrebbesi forse potuto ritenerlo come un temerario, se in qualità di medico veniva a presentarsi per tentare la guarigione della principessa, dopo che tanti altri non vi erano prima di lui riusciti; ma ch’ei sperava, in virtù di alcuni specifici noti a lui solo, e de’ quali aveva pratica, di procurarle quella salute che gli altri non aveano saputo darle. Il capo degli uscieri gli rispose ch’era il ben venuto, che il sultano lo vedrebbe con piacere, e che se riusciva a dargli la soddisfazione di rivedere la principessa nel primiero stato, poteva attendersi ad una ricompensa conveniente alla liberalità di sì possente monarca.

«— Attendetemi,» soggiunse, «sono tosto da voi. —

«Era qualche tempo che nessun medico più veniva a presentarsi; ed il sultano di Cascemir, con grande cordoglio, aveva quasi perduta la speranza di veder guarita la principessa di Bengala, ed in pari tempo quella di dimostrarle, sposandola, quanto egli l’amasse; talchè udito il capo degli uscieri, gli comandò di condurgli immediatamente l’annunziato medico.

«Il principe di Persia fu presentato al sultano di Cascemir sotto le mentite spoglie di medico, ed il sultano stesso, senza perdere il tempo in vani discorsi, dopo averlo prevenuto che la principessa non poteva sopportare la vista d’un medico senza prorompere in trasporti che non faceano se non accrescerne il male, lo fe’ salire in un gabinetto o soppalco, d’onde per una gelosia poteasi mirarla senza esserne veduti. [p. 358 modifica]

«Salì Firuz Schah in quel luogo, e vide la sua amabile principessa seduta negligentemente, che cantava, colle lagrime agii occhi, un’arietta, nella quale deplorava il misero suo destino che la privava forse per sempre dell’oggetto teneramente amato. Intenerito dalla trista situazione in cui vedea la diletta fidanzata, il principe non ebbe uopo d’altri indizi per comprendere come la sua malattia dovesse essere finta, e fosse per amor suo ch’ella trovavasi in quella dolorosa situazione. Discese dunque dal gabinetto, e riferito al sultano di qual indole era la malattia e come non fosse incurabile, gli disse che, per giungere a guarirla, era indispensabile che le parlasse in particolare, e da solo a sola; quanto alle smanie in cui dava alla vista dei medici, sperava che lo avrebbe accolto ed ascoltato favorevolmente.»


NOTTE CCCXCII


Questa notte Scheherazade, destata più presto dalla sorella, ripigliò il racconto così:

— Sire, il sultano fece subito aprire la porta della camera della principessa, e Firuz Schah entrò. Appena la giovane lo vide comparire, siccome lo prese per un medico, di cui portava l’abito, balzò in piedi come furibonda, minacciandolo e vituperandolo con mille ingiurie. Ciò però non gl’impedì di accostarsi; e quando le fu abbastanza vicino per farsi intendere non volendo essere udito che da lei sola, le disse sottovoce e con viso rispettoso: — Principessa, non sono medico. Riconoscete in me, ve ne supplico, il principe di Persia che viene a liberarvi. — [p. 359 modifica]

«Al suono della voce, ai lineamenti della parte superiore del volto, ch’ella riconobbe nel medesimo tempo, malgrado la lunga barba che il giovine erasi lasciata crescere, la donna calmossi, ed in un istante fece apparire sul viso la gioia che sol è capace di produrre quando avviene ciò che più si desidera e meno si aspetta. La grata sorpresa le tolse la favella, e diede a Firuz Schah il tempo di raccontarle la sua disperazione allorchè aveva veduto l’Indiano portarla via ai propri suoi occhi; la risoluzione fin d’allora presa d’abbandonare ogni cosa per cercarla in qualunque sito della terra potesse essere, e di non cessare se non l’avesse trovata e strappata dalle mani del perfido; e finalmente per qual ventura, dopo un lungo viaggio, pieno di noie e di fatiche, avesse il contento di rinvenirla nel palazzo del sultano di Cascemir. Quand’ebbe finito, pregò, in meno parole che gli fu possibile, la principessa d’informarlo di quanto erale accaduto dopo il suo rapimento, sino all’istante in cui aveva l’onore di parlarle, dichiarando che desiderava esserne istruito onde prendere le giuste misure per non lasciarla più a lungo sotto la tirannia del sultano di Cascemir.

«Non aveva la principessa un lungo discorso da tenere al giovane, non dovendogli raccontare se non in qual maniera fosse stata liberata dalle violenze dell’Indiano per mezzo del re di Cascemir, mentre questi tornava dalla caccia; com’ella si fosse crudelmente offesa, il giorno appresso, per la dichiarazione del disegno precipitoso formato dal re di sposarla nello stesso giorno, senza averle usata la minima civiltà per chiederle il suo consenso: condotta violenta e tirannica, ch’erale stata cagione d’un lungo deliquio, dal quale rinvenuta, non aveva saputo prendere altro partito fuor di quello che aveva scelto, come il migliore per conservarsi al principe, al quale [p. 360 modifica] avea donato il cuore e la fede, di morire piuttosto che darsi ad un sultano cui non amava, nè poteva amare.

«Il principe di Persia, al quale la donna non aveva in fatti altro da soggiungere, le chiese se sapesse cosa fosse avvenuto del cavallo incantato dopo la morte dell’Indiano. — Ignoro,» rispos’ella, «qual ordine possa aver dato il sultano intorno a ciò; ma dopo quanto glie ne ho detto, è presumibile che non l’abbia trascurato. —

«Siccome Firuz Schah non dubitò che il sultano di Cascemir non avesse fatto custodire accuratamente il cavallo, comunicò alla principessa il suo pensiero di servirsene per ricondurla in Persia, e convenuti insieme de’ mezzi da mettere in opra per riuscirvi, affinchè nulla potesse impedirne l’esecuzione, le raccomandò particolarmente che, invece di stare vestita come allora trovavasi, ella si abbigliasse alla domane per ricevere civilmente il sultano, quand’egli glie lo condurrebbe, senza però obbligarla a parlargli, poi se ne andò.

«Somma fu la gioia del sultano di Cascemir quando il principe di Persia gli ebbe riferito il buon esito operato sin dalla prima visita pel conseguimento della guarigione della principessa di Bengala; ed il giorno dopo lo considerò come il primo medico del mondo, poichè la donzella lo accolse in modo che lo convinse essere veramente assai avanzata la sua guarigione, com’ei gli aveva fatto intendere.

«Scorgendola in quello stato, si accontentò di manifestarle il sommo suo giubilo di trovarla sulla via di ricuperare in breve la perfetta salute, ed esortatala a concorrere con un medico sì abile a terminare ciò ch’erasi cominciato tanto bene, concedendogli tutta la sua confidenza, si ritirò senza attendere la risposta. [p. 361 modifica]«Il principe di Persia, il quale aveva accompagnato il sultano di Cascemir, uscì con lui dalla stanza; egli domandò se, senza mancare al rispetto a lui dovuto, potesse volgergli la domanda, per qual avventura una principessa di Bengala si trovasse sola in quel regno, tanto lontano dal suo paese, quasi lo avesse ignorato; ma lo fece a bella posta per far cadere il discorso sul cavallo incantato, e sapere dalla sua bocca cosa ne fosse avvenuto.

«Il sultano, il quale non potea penetrare per qual motivo il finto medico gli facesse tale ricerca, non glie ne fece mistero, e gli narrò all’incirca la medesima cosa già udita dalla principessa di Bengala; quanto al cavallo incantato, soggiunse di averlo fatto portare nel suo tesoro, come una grande rarità, sebbene ne ignorasse totalmente l’uso.

«— Sire,» rispose il finto medico, «la notizia che vostra maestà m’ha ora dato, mi somministra il mezzo di compiere la guarigione della principessa. Siccome è stata portata su quel cavallo, e questo è incantato, ella ha risentito certamente qualche cosa dell’incanto che non si può dissipare se non col mezzo di certi profumi a me sol noti. Se vostra maestà vuol averne il piacere, e dare alla sua corte uno de’ più stupendi spettacoli, non meno che al popolo della sua capitale, faccia domani venire il cavallo in mezzo alla piazza, davanti al suo palazzo, e si rimetta in me pel resto: prometto di far vedere a’ suoi occhi ed a tutta l’assemblea, in brevissimi momenti, la principessa di Bengala tanto sana di spirito e di corpo, quanto lo fu mai in sua vita; ed affinchè la cosa avvenga con tutto lo splendore che merita, sarà bene che la principessa sia vestita il più magnificamente possibile, coi gioielli più preziosi di vostra maestà. —

«Ben più difficili cose di quella che il finto [p. 362 modifica] medico gli proponeva, avrebbe fatto il sultano di Cascemir per giungere al godimento delle sue brame, ch’ei riguardava omai vicino. La domane, il cavallo incantato fu tratto, per suo ordine, fuor del tesoro e posto di buon mattino nella piazza del palagio; e la voce che ben presto si sparse per tutta la città, esser quello il preparativo per una cosa straordinariissima che doveva accadere, fece sì che la gente in folla vi accorresse da tutti i quartieri, disponendovisi intanto le guardie del sultano per impedire i disordini, e lasciare intorno al cavallo uno spazio libero.

«Il sultano di Cascemir comparve, e preso posto sur un palco, circondato dai principali signori ed officiali della corte, la principessa di Bengala, accompagnata da tutta la turba delle donne assegnatele dal sultano, si accostò al cavallo incantato, e le sue seguaci l’aiutarono a salirvi. Quando fu accomodata in sella co’ piedi in ambe le staffe e colla briglia in mano, il finto medico fe’ collocare tutto intorno al cavallo parecchie cassettine piene di fuoco che avea fatto portare; e girandovi attorno, gettò in ciascuna un certo profumo, composto di più sorta d’odori squisitissimi. Raccolto quindi in sè, cogli occhi bassi e le mani incrociate al petto, girò tre volte intorno al cavallo, fingendo pronunziare varie parole; e quando que’ vasi tutti esalavano un fumo densissimo, di soave odore, talchè la principessa n’era tutta circondata in modo che si durava fatica a scorgerla non meno del cavallo, il giovane balzò leggermente in groppa dietro di lei, mise la mano al cavicchio della partenza che girò, e mentre il cavallo alzavali entrambi nell’aere, proferì ad alta voce queste parole così distintamente, che anche il sultano potè udirle: — Sultano di Cascemir, quando vorrai sposare principesse che implorano la tua protezione, impara ad ottenerne prima il consenso. — [p. 363 modifica]«In tal maniera il principe di Persia ricuperò e liberò la principessa di Bengala, ed il medesimo giorno, in brevissimo tempo, la ricondusse alla sua metropoli, dove più non andò a smontare nella villeggiatura, ma in mezzo al regio palazzo, davanti all’appartamento del padre; ed il re di Persia non differì la solennità del matrimonio se non pel tempo necessario ai preparativi onde rendere più pomposa la cerimonia, e maggiormente farvi spiciare la parte che vi prendeva.

«Compito il numero de’ giorni stabiliti per la festa, prima cura del re di Persia fu quella di scegliere ed inviare un’ambasciata solenne al re di Bengala per partecipargli l’accaduto, e chiedergli l’approvazione e la ratifica della parentela con lui incontrata con tal matrimonio: ratifica che il re di Bengala, ben informato di tutte le cose, si fece l’onore ed il piacere di accordargli.»

Scheherazade finì di tal guisa la novella del cavallo incantato quando l’alba già appariva; la sultana fu dunque costretta a rimandare alla notte seguente il nuovo racconto ond’ella proponevasi di allettare il sultano e Dinarzade, sua buona e cara sorella.


Note

  1. Provincia dall’Asia, lunga trenta leghe circa, e larga dodici; era soggetta al Kan degli Afghani che abitano il Candahar. Vi si fabbricano bellissimi scialli, conosciuti in Asia e nell’Europa sotto il nome di cuscemiri.