Le vite de' più eccellenti pittori, scultori e architettori (1568)/Accademici del Disegno e il Bronzino

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Accademici del Disegno e il Bronzino

Le vite de' più eccellenti pittori, scultori e architettori (1568)/Diversi artefici fiamminghi Le vite de' più eccellenti pittori, scultori e architettori (1568)/Giorgio Vasari IncludiIntestazione 23 gennaio 2010 50% Biografie

Diversi artefici fiamminghi Giorgio Vasari

DEGL’ACCADEMICI DEL DISEGNO PITTORI, SCULTORI ET ARCHITETTI E DELL’OPERE LORO E PRIMA DEL BRONZINO

Avendo io scritto in fin qui le vite et opere de’ pittori, scultori et architetti più eccellenti che sono da Cimabue insino a oggi passati a miglior vita, e con l’occasioni che mi sono venute favellato di molti vivi, rimane ora che io dica alcune cose degl’artefici della nostra Accademia di Firenze, de’ quali non mi è occorso in sin qui parlare a bastanza. E cominciandomi dai principali e più vecchi, dirò prima d’Agnolo detto il Bronzino, pittore fiorentino veramente rarissimo e degno di tutte le lodi. Costui, essendo stato molti anni col Puntormo, come s’è detto, prese tanto quella maniera et in guisa immitò l’opere di colui, che elle sono state molte volte tolte l’une per l’altre, così furono per un pezzo somiglianti. E certo è maraviglia come il Bronzino così bene apprendesse la maniera del Puntormo, conciò sia che Iacopo fu eziandio co’ suoi più cari discepoli anzi alquanto salvatico e strano che non, come quegli che a niuno lasciava mai vedere le sue opere, se non finite del tutto. Ma ciò nonostante fu tanta la pacienza et amorevolezza d’Agnolo verso il Puntormo, che colui fu forzato a sempre volergli bene et amarlo come figliuolo. Le prime opere di conto che facesse il Bronzino, essendo ancor giovane, furono alla Certosa di Firenze, sopra una porta che va dal chiostro grande in capitolo, in due archi, cioè l’uno di fuori e l’altro dentro: nel difuori è una Pietà con due Angeli a fresco, e di dentro un San Lorenzo ignudo sopra la grata, colorita a olio nel muro, le quali opere furono un gran saggio di quell’eccellenza che negl’anni maturi si è veduta poi nell’opere di questo pittore. Alla cappella di Lodovico Capponi in Santa Felicita di Firenze fece il Bronzino, come s’è detto in altro luogo, in due tondi a olio due Evangelisti, e nella volta colorì alcune figure. Nella Badia di Firenze de’ monaci neri fece nel chiostro di sopra a fresco una storia della vita di San Benedetto, cioè quando si getta nudo sopra le spine, che è bonissima pittura. Nell’orto delle suore dette le Poverine dipinse a fresco un bellissimo tabernacolo, nel qual è Cristo che appare a Madalena in forma d’ortolano. In Santa Trinita pur di Firenze si vede di mano del medesimo in un quadro a olio, al primo pilastro a man ritta, un Cristo morto, la Nostra Donna, San Giovanni e Santa Maria Madalena, condotti con bella maniera e molta diligenzia. Nei quali detti tempi che fece queste opere, fece anco molti ritratti di diversi, e quadri che gli diedero gran nome. Passato poi l’assedio di Firenze e fatto l’accordo, andò come altrove s’è detto a Pesero, dove appresso Guidobaldo duca d’Urbino fece, oltre la detta cassa d’Arpicordo piena di figure, che fu cosa rara, il ritratto di quel signore e d’una figliuola di Matteo Sofferoni, che fu veramente bellissima e molto lodata pittura. Lavorò anche all’Imperiale, villa del detto Duca, alcune figure a olio ne’ peducci d’una volta, e più n’averebbe fatto, se da Iacopo Puntormo suo maestro non fusse stato richiamato a Firenze perché gl’aiutasse a finire la sala del Poggio a Caiano. Et arrivato in Firenze, fece quasi per passatempo a Messer Giovanni de Statis, auditore del duca Alessandro, un quadretto di Nostra Donna, che fu opera lodatissima, e poco dopo a monsignor Giovio, amico suo, il ritratto d’Andrea Doria, et a Bartolomeo Bettini, per empiere alcune lunette d’una sua camera, il ritratto di Dante, Petrarca e Boccaccio, figure dal mezzo in su bellissime. I quali quadri finiti, ritrasse Bonacorso Pinadori, Ugolino Martelli, Messer Lorenzo Lenzi oggi vescovo di Fermo, e Pierantonio Bandini e la moglie con tanti altri, che lunga opera sarebbe voler di tutti fare menzione. Basta che tutti furono naturalissimi, fatti con incredibile diligenza e di maniera finiti, che più non si può disiderare. A Bartolomeo Panciatichi fece due quadri grandi di Nostre Donne con altre figure, belli a maraviglia e condotti con infinita diligenza, et oltre ciò i ritratti di lui e della moglie, tanto naturali che paiono vivi veramente e che non manchi loro se non lo spirito. Al medesimo ha fatto in un quadro un Cristo crucifisso, che è condotto con molto studio e fatica, onde ben si conosce che lo ritrasse da un vero corpo morto confitto in croce, cotanto è in tutte le sue parti di somma perfezzione e bontà. Per Matteo Strozzi fece alla sua villa di San Casciano, in un tabernacolo a fresco, una Pietà con alcuni Angeli, che fu opera bellissima. A Filippo d’Averardo Salviati fece in un quadrotto una Natività di Cristo in figure piccole tanto bella, che non ha pari, come sa ognuno, essendo oggi la detta opera in stampa. Et a maestro Francesco Montevarchi, fisico eccellentissimo, fece un bellissimo quadro di Nostra Donna et alcuni altri quadretti piccoli molto graziosi. Al Puntormo suo maestro aiutò a fare, come si disse di sopra, l’opera di Careggi, dove condusse di sua mano ne’ peducci delle volte cinque figure: la Fortuna, la Fama, la Pace, la Iustizia e la Prudenza, con alcuni putti fatti ottimamente. Morto poi il duca Alessandro e creato Cosimo, aiutò Bronzino al medesimo Puntormo nell’opera della loggia di Castello. E nelle nozze dell’illustrissima donna Leonora di Tolledo, moglie già del duca Cosimo, fece due storie di chiaro scuro nel cortile di casa Medici, e nel basamento che reggeva il cavallo del Tribolo, come si disse, alcune storie finte di bronzo de’ fatti del signor Giovanni de’ Medici, che tutte furon le migliori pitture che fussero fatte in quell’apparato. Là dove il Duca, conosciuta la virtù di quest’uomo, gli fece metter mano a fare nel suo ducal palazzo una cappella non molto grande per la detta signora Duchessa, donna nel vero, fra quante furono mai, valorosa, e per infiniti meriti, degna d’eterna lode. Nella qual cappella fece il Bronzino nella volta un partimento, con putti bellissimi e quattro figure, ciascuna delle quali volta i piedi alle facce, San Francesco, San Ieronimo, San Michelagnolo e San Giovanni, condotte tutte con diligenzia et amore grandissimo. E nell’altre tre facce (due delle quali sono rotte dalla porta e dalla finestra) fece tre storie di Moisè, cioè una per faccia. Dove è la porta fece la storia delle bisce, o vero serpi, che piovono sopra il popolo, con molte belle considerazioni di figure morse, che parte muoiono, parte sono morte, et alcune guardando nel serpente di bronzo guariscono. Nell’altra, cioè nella faccia della finestra, è la pioggia della manna, e nell’altra faccia intera quando passa il Mare Rosso e la sommersione di Faraone, la quale storia è stata stampata in Anversa; et insomma questa opera, per cosa lavorata in fresco, non ha pari et è condotta con tutto quella diligenza e studio che si poté maggiore. Nella tavola di questa cappella, fatta a olio, che fu posta sopra l’altare, era Cristo deposto di croce in grembo alla madre; ma ne fu levata dal duca Cosimo per mandarla, come cosa rarissima, a donare a Gran Vela, maggiore uomo che già fusse appresso Carlo Quinto imperadore. In luogo della qual tavola ne ha fatto una simile il medesimo e postala sopra l’altare in mezzo a due quadri non manco belli che la tavola, dentro i quali sono l’angelo Gabriello e la Vergine da lui annunziata. Ma in cambio di questi, quando ne fu levata la prima tavola, erano un San Giovanni Batista et un San Cosimo, che furono messi in guardaroba quando la signora Duchessa, mutato pensiero, fece fare questi altri due. Il signor Duca, veduta in queste et altre opere l’eccellenza di questo pittore, e particolarmente che era suo proprio ritrarre dal naturale quanto con più diligenzia si può imaginare, fece ritrarre sé, che allora era giovane, armato tutto d’arme bianche e con una mano sopra l’elmo, in un altro quadro la signora Duchessa sua consorte, et in un altro quadro il signor don Francesco loro figliuolo e prencipe di Fiorenza. E non andò molto che ritrasse, sì come piacque a lei, un’altra volta la detta signora Duchessa, in vario modo dal primo, col signor don Giovanni suo figliuolo appresso. Ritrasse anche la Bia fanciulletta e figliuola naturale del Duca; e dopo, alcuni di nuovo et altri la seconda volta, tutti i figliuoli del Duca, la signora donna Maria, grandissima fanciulla, bellissima veramente, il prencipe don Francesco, il signor don Giovanni, don Garzia e don Arnaldo in più quadri, che tutti sono in guardaroba di sua eccellenzia insieme con ritratto di don Francesco di Tolledo, della signora Maria madre del Duca e d’Ercole Secondo duca di Ferrara con altri molti. Fece anco in palazzo quasi ne’ medesimi tempi, due anni alla fila per carnovale, due scene e prospettive per comedie, che furono tenute bellissime. Fece un quadro di singolare bellezza, che fu mandato in Francia al re Francesco, dentro al quale era una Venere ignuda con Cupido che la baciava, et il Piacere da un lato et il Giuoco con altri amori, e dall’altro la Fraude, la Gelosia et altre passioni d’amore. Avendo fatto il signor Duca cominciare dal Puntormo i cartoni de’ panni d’arazzo di seta e d’oro per la sala del Consiglio de’ Dugento, e fattone fare due delle storie di Ioseffo ebreo dal detto et uno al Salviati, diede ordine che il Bronzino facessi il resto. Onde ne condusse quattordici pezzi di quella perfezzione e bontà che sa chiunque gli ha veduti. Ma perché questa era soverchia fatica al Bronzino, che vi perdeva troppo tempo, si servì nella maggior parte di questi cartoni, facendo esso i disegni, di Raffaello dal Colle, pittore dal Borgo a San Sepolcro, che si portò ottimamente. Avendo poi fatto Giovanni Zanchini dirimpetto alla cappella de’ Dini in Santa Croce di Firenze, cioè nella facciata dinanzi entrando in chiesa per la porta del mezzo a man manca, una cappella molto ricca di conci, con sue sepolture di marmo, allogò la tavola al Bronzino, acciò vi facesse dentro un Cristo disceso al Limbo per trarne i Santi Padri. Messovi dunque mano condusse Agnolo quell’opera con tutta quella possibile estrema diligenza che può mettere chi desidera acquistar gloria in simigliante fatica. Onde vi sono ignudi bellissimi, maschi, femine, putti, vecchi e giovani, con diverse fattezze et attitudini d’uomini che vi sono ritratti molto naturali, fra’ quali è Iacopo Puntormo, Giovanbatista Gello, assai famoso accademico fiorentino, et il Bacchiacca dipintore, del quale si è favellato di sopra. E fra le donne vi ritrasse due nobili e veramente bellissime giovani fiorentine, degne per la incredibile bellezza et onestà loro d’eterna lode e di memoria: madonna Gostanza da Somaia, moglie di Giovanbatista Doni, che ancor vive, e madonna Camilla Tedaldi del Corno, oggi passata a miglior vita. Non molto dopo fece in un’altra tavola grande e bellissima la Ressurezzione di Gesù Cristo, che fu posta intorno al coro della chiesa de’ Servi, cioè nella Nunziata, alla cappella di Iacopo e Filippo Guadagni. Et in questo medesimo tempo fece la tavola che in palazzo fu messa nella cappella, onde era stata levata quella che fu mandata a Gran Vela, che certo è pittura bellissima e degna di quel luogo. Fece poi Bronzino al signor Alamanno Salviati una Venere con un satiro appresso, tanto bella che par Venere veramente dea della bellezza. Andato poi a Pisa, dove fu chiamato dal Duca, fece per sua eccellenzia alcuni ritratti, et a Luca Martini suo amicissimo, anzi non pure di lui solo, ma di tutti i virtuosi affezionatissimo veramente, un quadro di Nostra Donna molto bello, nel quale ritrasse detto Luca con una cesta di frutte, per essere stato colui ministro e proveditore per lo detto signor Duca nella diseccazione de’ paduli et altre acque, che tenevano infermo il paese d’intorno a Pisa, e conseguentemente per averlo renduto fertile e copioso di frutti. E non partì di Pisa il Bronzino, che gli fu allogata per mezzo del Martini da Raffaello del Setaiuolo, Operaio del Duomo, la tavola d’una delle cappelle del detto Duomo; nella quale fece Cristo ignudo con la croce et intorno a lui molti Santi, fra i quali è un San Bartolomeo scorticato, che pare una vera notomia et un uomo scorticato da dovero, così è naturale et imitato da una notomia con diligenza; la quale tavola, che è bella in tutte le parti, fu posta da una capella, come ho detto, donde ne levarono un’altra di mano di Benedetto da Pescia, discepolo di Giulio Romano. Ritrasse poi Bronzino al duca Cosimo Morgante nano ignudo tutto intero, et in due modi, cioè da un lato del quadro il dinanzi e dall’altro il di dietro, con quella stravaganza di membra mostruose che ha quel nano, la qual pittura in quel genere è bella e maravigliosa. A ser Carlo Gherardi da Pistoia, che in fin da giovinetto fu amico del Bronzino, fece in più tempi, oltre al ritratto di esso ser Carlo, una bellissima Iudit, che mette la testa di Oloferne in una sporta; nel coperchio che chiude questo quadro a uso di spera, fece una Prudenza che si specchia. Al medesimo fece un quadro di Nostra Donna, che è delle belle cose che abbia mai fatto, perché ha disegno e rilievo straordinario. Il medesimo fece il ritratto del Duca, pervenuto che fu sua eccellenzia all’età di quaranta anni, e così la signora Duchessa, che l’uno e l’altro somigliano quanto è possibile. Avendo Giovambatista Cavalcanti fatto fare di bellissimi mischi, venuti d’oltra mare con grandissima spesa, una cappella in Santo Spirito di Firenze e quivi riposte l’ossa di Tommaso suo padre, fece fare la testa col busto di esso suo padre a fra’ Giovan Agnolo Montorsoli, e la tavola dipinse Bronzino, facendovi Cristo che in forma d’ortolano appare a Maria Madalena e più lontane due altre Marie, tutte figure fatte con incredibile diligenza. Avendo alla sua morte lasciata Iacopo Puntormo imperfetta la cappella di San Lorenzo, et avendo ordinato il signor Duca che Bronzino la finisse, egli vi finì dalla parte del Diluvio molti ignudi, che mancavano a basso, e diede perfezzione a quella parte e dall’altra, dove a’ piè della Ressurrezione de’ morti mancavano nello spazio d’un braccio incirca per altezza, nel largo di tutta la facciata, molte figure, le fece tutte bellissime e della maniera che si veggiono; et a basso fra le finestre in uno spazio che vi restava non dipinto, finì un San Lorenzo ignudo sopra una grata, con certi putti intorno. Nella quale tutt’opera fece conoscere che aveva con molto miglior giudizio condotte in quel luogo le cose sue, che non aveva fatto il Puntormo suo maestro le sue pitture di quell’opera. Il ritratto del qual Puntormo fece di sua mano il Bronzino in un canto della detta cappella a man ritta del San Lorenzo. Dopo diede ordine il Duca a Bronzino che facesse due tavole grandi, una per mandare a Porto Feraio nell’isola dell’Elba alla città di Cosmopoli, nel convento de’ frati Zoccolanti, edificato da sua eccellenzia, dentrovi una Deposizione di Cristo di croce con buon numero di figure, et un’altra per la nuova chiesa de’ Cavalieri di Santo Stefano, che poi si è edificata in Pisa insieme col palazzo e spedale loro con ordine e disegno di Giorgio Vasari, nella qual tavola dipinse Bronzino dentrovi la Natività di Nostro Signore Gesù Cristo. Le quali amendue tavole sono state finite con tanta arte, diligenzia, disegno, invenzione e somma vaghezza di colorito, che non si può far più. E certo non si doveva meno in una chiesa edificata da un tanto principe, che ha fondata e dotata la detta Religione de’ Cavalieri. In alcuni quadretti piccoli, fatti di piastra di stagno e tutti d’una grandezza medesima, ha dipinto il medesimo tutti gl’uomini grandi di casa Medici, cominciando da Giovanni di Bicci e Cosimo Vecchio insino alla Reina di Francia, per quella linea, e nell’altra da Lorenzo fratello di Cosimo Vecchio insino al duca Cosimo e suoi figliuoli, i quali tutti ritratti sono, per ordine, dietro la porta d’uno studiolo che il Vasari ha fatto fare nell’appartamento delle stanze nuove nel palazzo ducale, dove è gran numero di statue antiche di marmi e bronzi e moderne pitture piccole, minii rarissimi et una infinità di medaglie d’oro, d’argento e di bronzo, accomodate con bellissimo ordine. Questi ritratti dunque degl’uomini illustri di casa Medici sono tutti naturali, vivaci e somigliantissimi al vero, ma è gran cosa che dove sogliono molti negl’ultimi anni far manco bene che non hanno fatto per l’addietro, costui fa così bene e meglio ora, che quando era nel meglio della virilità, come ne dimostrano l’opere che fa giornalmente. Fece anco non ha molto il Bronzino a don Silvano Razzi monaco di Camaldoli nel monasterio degl’Angeli di Firenze, che è molto suo amico, in un quadro alto quasi un braccio e mezzo una Santa Caterina tanto bella e ben fatta, ch’ella non è inferiore a niun’altra pittura di mano di questo nobile artefice. Intanto che non pare che le manchi se non lo spirito e quella voce che con[fuse] il tiranno e confessò Cristo suo sposo dilettissimo insino all’ultimo fiato. Onde niuna cosa ha quel padre, come gentile che è veramente, la quale egli più stimi et abbia in pregio, che quel quadro. Fece Agnolo un ritratto di don Giovanni cardinale de’ Medici, figliuolo del duca Cosimo, che fu mandato in corte dell’imperatore alla reina Giovanna; e dopo quello del signor don Francesco prencipe di Fiorenza, che fu pittura molto simile al vero e fatta con tanta diligenza, che par miniata. Nelle nozze della reina Giovanna d’Austria, moglie del detto Principe, dipinse in tre tele grandi, che furono poste al ponte alla Carraia, come si dirà in fine, alcune storie delle nozze d’Imeneo, in modo belle che non parvero cose da feste, ma da essere poste in luogo onorato per sempre, così erano finite e condotte con diligenza. Et al detto signor Prencipe ha dipinto, sono pochi mesi, un quadretto di piccole figure, che non ha pari, e si può dire che sia di minio veramente. E perché in questa sua presente età d’anni sessantacinque non è meno inamorato delle cose dell’arte che fusse da giovane, ha tolto a fare finalmente, come ha voluto il Duca, nella chiesa di San Lorenzo, due storie a fresco nella facciata a canto all’organo, nelle quali non ha dubbio che riuscirà quell’eccellente Bronzino che è stato sempre. Si è dilettato costui e dilettasi ancora assai della poesia, onde ha fatto molti capitoli e sonetti, una parte de’ quali sono stampati. Ma sopra tutto (quanto alla poesia) è maraviglioso nello stile e capitoli bernieschi, intanto che non è oggi chi faccia in questo genere di versi meglio, né cose più bizarre e capricciose di lui, come un giorno si vedrà, se tutte le sue opere, come si crede e spera, si stamperanno. È stato et è il Bronzino dolcissimo e molto cortese amico, di piacevole conversazione, et in tutti i suoi affari è molto onorato; è stato liberale et amorevole delle sue cose quanto più può essere un artefice e nobile come è egli. È stato di natura quieto e non ha mai fatto ingiuria a niuno, et ha sempre amato tutti i valent’uomini della sua professione, come sappiamo noi che abbiam tenuta insieme stretta amicizia anni quarantatré, cioè dal 1524 insino a questo anno, perciò che cominciai in detto tempo a conoscerlo et amarlo, allora che lavorava alla Certosa col Puntormo, l’opere del quale andava io giovinetto a disegnare in quel luogo. Molti sono stati i creati e’ discepoli del Bronzino. Ma il primo (per dire ora degl’accademici nostri) è Alessandro Allori, il quale è stato amato sempre dal suo maestro, non come discepolo, ma come proprio figliuolo, e sono vivuti e vivono insieme con quello stesso amore fra l’uno e l’altro che è fra buon padre e figliuolo. Ha mostrato Alessandro in molti quadri e ritratti, che ha fatto insino a questa sua età di trenta anni, esser degno discepolo di tanto maestro e che cerca con la diligenza e continuo studio di venire a quella più rara perfezzione, che dai begli et elevati ingegni si disidera. Ha dipinta e condotta tutta di sua mano con molta diligenza la cappella de’ Montaguti, nella chiesa della Nunziata, cioè la tavola a olio e le facce e la volta a fresco; nella tavola è Cristo in alto e la Madonna in atto di giudicare, con molte figure in diverse attitudini e ben fatte, ritratte dal Giudizio di Michelagnolo Buonarroti; d’intorno a detta tavola, due di sotto e due di sopra, sono nella medesima facciata quattro figure grandi in forma di Profeti o vero Evangelisti, e nella volta sono alcune Sibille e Profeti condotti con molta fatica e studio e diligenza, avendo cerco imitare negli ignudi Michelagnolo. Nella facciata che è a man manca guardando l’altare, è Cristo fanciullo che disputa nel tempio in mezzo a’ Dottori. Il qual putto in buona attitudine mostra arguire a’ quisiti loro; et i Dottori et altri, che stanno attentamente a udirlo, sono tutti variati di volti, d’attitudini e d’abiti, e fra essi sono ritratti di naturale molti degl’amici di esso Alessandro, che somigliano. Dirimpetto a questa, nell’altra faccia, è Cristo che caccia del tempio coloro che ne facevano, vendendo e comperando, un mercato et una piazza, con molte cose degne di considerazione e di lode. E sopra queste due sono alcune storie della Madonna, nella volta figure e non molto grandi, ma sì bene assai acconciamente graziose, con alcuni edifizii e paesi, che mostrano nel loro essere l’amore che porta all’arte e ’l cercare la perfezzione del disegno et invenzione. E dirimpetto alla tavola, su in alto, è una storia d’Ezechia quando vide una gran moltitudine d’ossa ripigliare la carne e rivestirsi le membra; nella quale ha mostro questo giovane quando egli desideri posseder la notomia del corpo umano, e d’averci atteso, e studiarla, e nel vero in questa prima opera d’importanza ha mostro, nelle nozze di sua altezza con figure di rilievo e storie dipinte, e dato gran saggio e speranza di sé e va continuando, d’avere a farsi eccellente pittore, avendo questa et alcune altre opere minori, come ultimamente in un quadretto pieno di figure piccole a uso di minio che ha fatto per don Francesco principe di Fiorenza, che è lodatissimo, et altri quadri e ritratti ha condotto con grande studio e diligenza per farsi pratico et acquistare gran maniera. Ha anco mostro buona pratica e molta destrezza un altro giovane, pur creato del Bronzino nostro accademico, chiamato Giovanmaria Butteri, per quel che fece, oltre a molti quadri et altre opere minori, nell’essequie di Michelagnolo e nella venuta della detta serenissima reina Giovanna a Fiorenza. È stato anco discepolo, prima del Puntormo e poi del Bronzino, Cristofano dell’Altissimo pittore, il quale, dopo aver fatto in sua giovanezza molti quadri a olio et alcuni ritratti, fu mandato dal signor duca Cosimo a Como a ritrarre dal museo di monsignor Giovio molti quadri di persone illustri fra una infinità che in quel luogo ne raccolse quell’uomo raro de’ tempi nostri, oltre a molti che ha provisti di più, con la fatica di Giorgio Vasari, il duca Cosimo, che di tutti questi ritratti se ne farà uno indice nella tavola di questo libro per non occupare in questo ragionamento troppo luogo; nel che fare si adoperò Cristofano con molta diligenza e di maniera in questi ritratti, che quelli che ha ricavato insino a oggi, e che sono in tre fregiature d’una guardaroba di detto signor Duca, come si dirà altrove de’ sua ornamenti, passano il numero di dugentoottanta, fra pontefici, imperatori, re et altri principi, capitani d’eserciti, uomini di lettere, et insomma per alcuna cagione illustri e famosi. E per vero dire abbiàn grande obligo a questa fatica e diligenza del Giovio e del Duca, perciò che non solamente le stanze de’ principi, ma quelle di molti privati si vanno adornando de’ ritratti o d’uno o d’altro di detti uomini illustri, secondo le patrie, famiglie et affezione di ciascuno. Cristofano adunque fermatosi in questa maniera di pitture, che è secondo il genio suo o vero inclinazione, ha fatto poco altro, come quegli che dee trarre di questa onore et utile a bastanza. Sono ancora creati del Bronzino Stefano Pieri e Lorenzo dello Sciorina, che l’uno e l’altro hanno nelle esequie di Michelagnolo e nelle nozze di sua altezza adoperato sì, che sono stati conumerati fra i nostri accademici. Della medesima scuola del Puntormo e Bronzino è anche uscito Batista Naldini, di cui si è in altro luogo favellato, il quale dopo la morte del Puntormo, essendo stato in Roma alcun tempo et atteso con molto studio all’arte, ha molto acquistato e si è fatto pratico e fiero dipintore, come molte cose ne mostrano che ha fatto al molto reverendo don Vincenzio Borghini, il quale se n’è molto servito et ha aiutatolo insieme con Francesco da Poppi, giovane di grande speranza e nostro accademico, che s’è portato bene nelle nozze di sua altezza, et altri suoi giovani, i quali don Vincenzio va continuamente esercitandogli et aiutandogli. Di Batista si è servito già più di due anni e serve ancora il Vasari nell’opere del palazzo ducale di Firenze, dove, per la concorrenza di molti altri che nel medesimo luogo lavoravano, ha molto acquistato, di maniera che oggi è pari a qual si voglia altro giovane della nostra Accademia. E quello che molto piace a chi di ciò ha giudizio, si è che egli è spedito e fa l’opere sue senza stento. Ha fatto Batista in una tavola a olio, che è in una cappella della Badia di Fiorenza de’ monaci neri, un Cristo che porta la croce, nella quale opera sono molto buone figure, e tuttavia ha fra mano altre opere, che lo faranno conoscere per valent’uomo. Ma non è a niuno de’ sopra detti inferiore per ingegno, virtù e merito Maso Mazzuoli, detto Maso da San Friano, giovane di circa trenta o trentadue anni, il quale ebbe i suoi primi principii da Pierfrancesco di Iacopo di Sandro nostro accademico, di cui si è in altro luogo favellato. Costui, dico, oltre all’avere mostro quanto sa e quanto si può di lui sperare in molti quadri e pitture minori, l’ha finalmente mostrato in due tavole con molto suo onore e piena sodisfazione dell’universale, avendo in esse mostrato invenzione, disegno, maniera, grazia et unione nel colorito. Delle quali tavole in una, che è nella chiesa di Santo Apostolo di Firenze, è la Natività di Gesù Cristo. E nell’altra, posta nella chiesa di San Piero Maggiore, che è bella quanto più non l’arebbe potuta fare un ben pratico e vecchio maestro, è la Visitazione di Nostra Donna a Santa Lisabetta, fatta con molte belle considerazioni e giudizio; onde le teste, i panni, l’attitudini, i casamenti et ogni altra cosa è piena di vaghezza e di grazia. Costui nell’esequie del Buonarruoto, come accademico et amorevole, e poi nelle nozze della reina Giovanna in alcune storie si portò bene oltre modo. Ora perché non solo nella vita di Ridolfo Ghirlandaio si è ragionato di Michele suo discepolo e di Carlo da Loro, ma anco in altri luoghi, qui non dirò altro di loro ancor che sieno de’ nostri accademici, essendosene detto a bastanza. Già non tacerò che sono similmente stati discepoli e creati del Ghirlandaio, Andrea del Minga, ancor esso de’ nostri accademici, che ha fatto e fa molte opere, e Girolamo di Francesco crucifissaio, giovane di ventisei anni, e Mirabello di Salincorno pittori, i quali hanno fatto e fanno così fatte opere di pittura a olio, in fresco e ritratti che si può di loro sperare onoratissima riuscita. Questi due fecero insieme, già sono parecchi anni, alcune pitture a fresco nella chiesa de’ Scapuccini fuor di Fiorenza, che sono ragionevoli. E nell’esequie di Michelagnolo e nozze sopra dette si fecero anch’essi molto onore. Ha Mirabello fatto molti ritratti e particolarmente quello dell’illustrissimo Prencipe più d’una volta, e molti altri che sono in mano di diversi gentiluomini fiorentini. Ha anco molto onorato la nostra Accademia e se stesso Federigo di Lamberto d’Asterdam fiammingo, genero del padoano Cartaro, nelle dette esequie e nell’apparato delle nozze del Prencipe; et oltre ciò ha mostro in molti quadri di pitture a olio grandi e piccoli et altre opere, che ha fatto buona maniera e buon disegno e giudizio. E se ha meritato lode in sin qui, più ne meriterà per l’avenire, adoperandosi egli con molto acquisto continuamente in Fiorenza, la quale par che si abbia eletta per patria, e dove è ai giovani di molto giovamento la concorrenza e l’emulazione. Si è anco fatto conoscere di bello ingegno et universalmente copioso di buoni capricci Bernardo Timante Buonacorsi, il quale ebbe nella sua fanciullezza i primi principii della pittura dal Vasari, poi continuando ha tanto acquistato, che ha già servito molti anni e serve con molto favore l’illustrissimo signor don Francesco Medici principe di Firenze. Il quale l’ha fatto e fa continuamente lavorare, onde ha condotto per sua eccellenza molte opere miniate, secondo il modo di don Giulio Clovio, come sono molti ritratti e storie di figure piccole, condotte con molta diligenza. Il medesimo ha fatto con bell’architettura ordinatagli dal detto Prencipe uno studiolo con partimenti d’ebano e colonne di elitropie e diaspri orientali e di lapislazzari, che hanno base e capitelli d’argento intagliati, et oltre ciò ha l’ordine di quel lavoro, per tutto ripieno di gioie e vaghissimi ornamenti d’argento, con belle figurette. Dentro ai quali ornamenti vanno miniature, e fra’ termini accoppiati figure tonde d’argento e d’oro, tramezzate da altri partimenti di agate, diaspri, elitropie, sardoni, corniuole et altre pietre finissime, che il tutto qui raccontare sarebbe lunghissima storia. Basta che in questa opera, la quale è presso al fine, ha mostrato Bernardo bellissimo ingegno et atto a tutte le cose; servendosene quel signore a molte sue ingegnose fantasie di tirari per pesi d’argani e di linee, oltra che ha con facilità trovato il modo di fondere il cristallo di montagna e purificarlo e fattone istorie e vasi di più colori, che a tutto Bernardo s’intermette, come ancora si vedrà nel condurre in poco tempo vasi di porcellana, che hanno tutta la perfezzione che più antichi e perfetti; che di questo n’è oggi maestro eccellentissimo Giulio da Urbino, quale si trova appresso allo illustrissimo duca Alfonso Secondo di Ferrara, che fa cose stupende di vasi di terre di più sorte, et a quegli di porcellana dà garbi bellissimi, oltre al condurre della medesima terra duri e con pulimento straordinario quadrini et ottangoli e tondi per far pavimenti contrafatti che paiono pietre mischie, che di queste cose ha il modo il Principe nostro da farne. Ha dato sua eccellenzia principio ancora a fare un tavolino di gioie con ricco ornamento per accompagnarne un altro del duca Cosimo suo padre, finito non è molto col disegno del Vasari, che è cosa rara, commesso tutto nello alabastro orientale e ne’ pezzi grandi di diaspri e chiropie, corgnole, lapislazzari et agate con altre pietre e gioie di pregio che vagliono ventimila scudi; questo tavolino è stato condotto da Bernardino di Porfirio da Leccio, del contado di Fiorenza, il quale è eccellente in questo, che condusse a Messer Bindo Altoviti parimente di diaspri un ottangolo commessi nell’ebano et avorio col disegno del medesimo Vasari, il quale Bernardino è oggi al servigio di loro eccellenzie. E per tornare a Bernardo dico che nella pittura il medesimo mostrò altresì, fuori dell’aspettazione di molti, che sa non meno fare le figure grandi che le piccole, quando fece quella gran tela, di cui si è ragionato, nell’essequie di Michelagnolo. Fu anco adoperato Bernardo con suo molto onore nelle nozze del suo e nostro Prencipe, in alcune mascherate, nel Trionfo de’ Sogni, come si dirà, negl’intermedii della commedia, che fu recitata in palazzo, come da altri è stato raccontato distesamente. E se avesse costui quando era giovinetto (se bene non passa anco trenta anni) atteso agli studii dell’arte, sì come attese al modo di fortificare, in che spese assai tempo, egli sarebbe oggi per aventura a tal grado d’eccellenza che altri ne stupirebbe, tuttavia si crede abbia a conseguire per ogni modo il medesimo fine, se bene alquanto più tardi, perciò che è tutto ingegno e virtù. A che si aggiugne l’essere sempre esercitato et adoperato dal suo signore et in cose onoratissime. È anco nostro accademico Giovanni della Strada fiammingo, il quale ha buon disegno, bonissimi capricci, molta invenzione e buon modo di colorire. Et avendo molto acquistato in dieci anni che ha lavorato in palazzo a tempera, a fresco et a olio, con ordine e disegni di Giorgio Vasari, può stare a paragone di quanti pittori ha al suo servizio il detto signor Duca. Ma oggi la principal cura di costui si è fare cartoni per diversi panni d’arazzo, che fa fare pur con l’ordine del Vasari il Duca et il Principe di diverse sorte, secondo le storie che hanno in alto di pittura le camere e stanze dipinte dal Vasari in palazzo, per ornamento delle quali si fanno, acciò corrisponda il parato da basso d’arazzi con le pitture di sopra. Per le stanze di Saturno, d’Opi, di Cerere, di Giove e d’Ercole ha fatto vaghissimi cartoni per circa trenta pezzi d’arazzi. E per le stanze di sopra, dove abita la Principessa, che sono quattro dedicate alla virtù delle donne, con istorie di Romane, Ebree, Greche e Toscane, cioè le Sabine, Ester, Penelope e Gualdrada, ha fatto similmente cartoni per panni bellissimi, e similmente per dieci panni d’un salotto, nei quali è la vita dell’uomo. Et il simile ha fatto per le cinque stanze di sotto, dove abita il Principe, dedicate a Davit, Salamone, Ciro et altri. E per venti stanze del palazzo del Poggio a Caiano, che se ne fanno i panni giornalmente, ha fatto con l’invenzione del Duca ne’ cartoni le cacce che si fanno di tutti gl’animali et i modi d’uccellare e pescare, con le più strane e belle invenzioni del mondo. Nelle quali varietà d’animali, d’ucelli, di pesci, di paesi e di vestiri, con cacciatori a piedi et a cavallo, et uccellatori in diversi abiti e pescatori ignudi, ha mostrato e mostra di essere veramente valent’uomo e d’aver bene appreso la maniera italiana con pensiero di vivere e morire a Fiorenza in servigio de’ suoi illustrissimi signori, in compagnia del Vasari e degl’altri accademici. È nella medesima maniera creato del Vasari et accademico Iacopo di maestro Piero Zucca fiorentino, giovane di venticinque o ventisei anni, il quale, avendo aiutato al Vasari fare la maggior parte delle cose di palazzo et in particolare il palco della sala maggiore, ha tanto acquistato nel disegno e nella pratica de’ colori, con molta sua fatica, studio et assiduità, che si può oggi annoverare fra i primi giovani pittori della nostra Accademia. E l’opere che ha fatto da sé solo nell’essequie di Michelagnolo, nelle nozze dell’illustrissimo signor Principe et altre a diversi amici suoi, nelle quali ha mostro intelligenza, fierezza, diligenza, grazia e buon giudizio, l’hanno fatto conoscere per giovane virtuoso e valente dipintore, ma più lo faranno quelle che da lui si possono sperare nell’avenire, con tanto onore della sua patria quanto gli abbia fatto in alcun tempo altro pittore. Parimente fra gl’altri giovani pittori dell’Accademia si può dire ingegnoso e valente Santi Tidi, il quale, come in altri luoghi s’è detto, dopo essersi molti anni esercitato in Roma, è tornato finalmente a godersi Fiorenza, la quale ha per sua patria, se bene i suoi maggiori sono dal Borgo San Sepolcro et in quella città d’assai orrevole famiglia. Costui nell’essequie del Buonarruoto, e nelle dette nozze della serenissima Principessa, si portò certo nelle cose che dipinse bene affatto, ma maggiormente e con molta et incredibile fatica nelle storie che dipinse nel teatro, che fece per le medesime nozze all’illustrissimo signor Paol Giordano Orsino, duca di Bracciano, in sulla piazza di San Lorenzo, nel quale dipinse di chiaro scuro in più pezzi di tele grandissime istorie de’ fatti d’i più uomini illustri di casa Orsina. Ma quello che vaglia si può meglio vedere in due tavole che sono fuori di sua mano, una delle quali è in Ogni Santi o vero San Salvadore di Firenze (che così è chiamato oggi) già chiesa de’ padri Umiliati et oggi de’ Zoccolanti, nella quale è la Madonna in alto et a basso San Giovanni, San Girolamo et altri Santi. E nell’altra, che è in San Giuseppo dietro a Santa Croce, alla cappella de’ Guardi, è una Natività del Signore fatta con molta diligenzia e con molti ritratti di naturale, senza molti quadri di Madonne et altri ritratti, che ha fatto in Roma et in Fiorenza e pitture lavorate in Vaticano, come s’è detto di sopra. Sono anco della medesima Accademia alcun’altri giovani pittori, che si sono adoperati negl’apparati sopra detti, parte fiorentini e parte dello stato. Alessandro del Barbiere fiorentino, giovane di venticinque anni, oltre a molte altre cose, dipinse in palazzo per le dette nozze, con disegni et ordine del Vasari, le tele delle facciate della sala grande, dove sono ritratte le piazze di tutte le città del dominio del signor Duca, nelle quali si portò certo molto bene e mostrossi giovane giudizioso e da sperare ogni riuscita. Hanno similmente aiutato al Vasari in queste et altre opere molti altri suoi creati et amici: Domenico Benci, Alessandro Fortori d’Arezzo, Stefano Veltroni suo cugino et Orazio Porta, amendue dal Monte San Savino, Tomaso del Verrocchio. Nella medesima Accademia sono anco molti eccellenti artefici forestieri de’ quali si è parlato a lungo di sopra in più luoghi; e però basterà che qui si sappino i nomi, acciò siano fra gl’altri accademici in questa parte annoverati. Sono dunque Federigo Zucchero, Prospero Fontana e Lorenzo Sabatini bolognesi, Marco da Faenza, Tiziano Vecello, Paulo Veronese, Giuseppo Salviati, il Tintoretto, Alessandro Vittoria, il Danese scultori, Batista Farinato veronese pittore, et Andrea Palladio architetto. Ora per dire similmente alcuna cosa degli scultori accademici e dell’opere loro, nelle quali non intendo molto volere allargarmi, per esser essi vivi e per lo più di chiarissima fama e nomea, dico che Benvenuto Cellini cittadino fiorentino (per cominciarmi dai più vecchi e più onorati), oggi scultore, quando attese all’orefice in sua giovanezza, non ebbe pari, né aveva forse in molti anni in quella professione et in fare bellissime figure di tondo e basso rilievo e tutte altre opere di quel mestiero: legò gioie et adornò di castoni maravigliosi, con figurine tanto ben fatte et alcuna volta tanto bizzarre e capricciose, che non si può, né più, né meglio imaginare. Le medaglie ancora, che in sua gioventù fece d’oro e d’argento, furono condotte con incredibile diligenza, né si possono tanto lodare che basti. Fece in Roma a papa Clemente Settimo un bottone da piviale bellissimo accomodandovi ottimamente una punta di diamante intornata da alcuni putti fatti di piastra d’oro et un Dio Padre mirabilmente lavorato, onde oltre al pagamento ebbe in dono da quel Papa l’ufizio d’una mazza. Essendogli poi dal medesimo Pontefice dato a fare un calice d’oro, la coppa del quale dovea esser retta da figure rappresentanti le Virtù teologiche, lo condusse assai vicino al fine con artifizio maravigliosissimo. Ne’ medesimi tempi non fu chi facesse meglio, fra molti che si provarono, le medaglie di quel Papa di lui, come ben sanno coloro che le videro e n’hanno. E perché ebbe per queste cagioni cura di fare i conii della Zecca di Roma, non sono mai state vedute più belle monete di quelle che allora furono stampate in Roma. E perciò dopo la morte di Clemente, tornato Benvenuto a Firenze, fece similmente i conii con la testa del duca Alessandro per le monete per la Zecca di Firenze, così belli e con tanta diligenza, che alcune di esse si serbano oggi come bellissime medaglie antiche e meritamente, perciò che in queste vinse se stesso. Datosi finalmente Benvenuto alla scultura et al fare di getto, fece in Francia molte cose di bronzo, d’argento e d’oro mentre stette al servizio del re Francesco in quel regno. Tornato poi alla patria e messosi al servizio del duca Cosimo, fu prima adoperato in alcune cose da orefice, et in ultimo datogli a fare alcune cose di scultura, onde condusse di metallo la statua del Perseo, che ha tagliata la testa a Medusa, la quale è in piazza del Duca vicina alla porta del palazzo del Duca, sopra una basa di marmo con alcune figure di bronzo bellissime alte circa un braccio et un terzo l’una, la quale tutta opera fu condotta veramente con quanto studio e diligenza si può maggiore a perfezzione e posta in detto luogo degnamente a paragone della Iudit di mano di Donato, così famoso e celebrato scultore. E certo fu maraviglia, che essendosi Benvenuto esercitato tanti anni in far figure piccole, ci condusse poi con tanta eccellenza una statua così grande. Il medesimo ha fatto un Crucifisso di marmo tutto tondo e grande quanto il vivo, che per simile è la più rara e bella scultura che si possa vedere. Onde lo tiene il signor Duca, come cosa a sé carissima, nel palazzo de’ Pitti, per collocarlo alla cappella o vero chiesetta che fa in detto luogo, la qual chiesetta non poteva a questi tempi avere altra cosa più di sé e di sì gran prencipe; et insomma non si può quest’opera tanto lodare, che basti. Ora, se bene potrei molto più allargarmi nell’opere di Benvenuto, il quale è stato in tutte le sue cose animoso, fiero, vivace, prontissimo e terribilissimo, e persona che ha saputo purtroppo dire il fatto suo con i prìncipi, non meno che le mani e l’ingegno adoperare nelle cose dell’arti, non ne dirò qui altro, atteso che egli stesso ha scritto la vita e l’opere sue, et un trattato dell’oreficeria e del fondere e gettar di metallo con altre cose attenenti a tali arti e della scultura con molto più eloquenza et ordine che io qui per aventura non saprei fare. E però quanto a lui, basti questo breve sommario delle sue più rare opere principali. Francesco di Giuliano da San Gallo scultore, architetto et accademico, di età oggi di settanta anni, ha condotto, come si è detto nella vita di suo padre et altrove, molte opere di scultura: le tre figure di marmo alquanto maggior del vivo, che sono sopra l’altare della chiesa d’Or San Michele, Santa Anna, la Vergine e Cristo fanciullo, che sono molto lodate figure. Alcun’altre statue, pur di marmo, alla sepoltura di Piero de’ Medici a Monte Casino; la sepoltura, che è nella Nunziata, del vescovo de’ Marzi, e quella di monsignor Giovio, scrittore delle storie de’ suoi tempi. Similmente d’architettura ha fatto il medesimo, et in Fiorenza et altrove, molte belle e buon’opere et ha meritato, per le sue buone qualità, di esser sempre stato come loro creatura favorito della casa de’ Medici, per la servitù di Giuliano suo padre, onde il duca Cosimo, dopo la morte di Baccio d’Agnolo, gli diede il luogo che colui aveva d’architettore del duomo di Firenze. Dell’Amannato, che è anch’egli fra i primi de’ nostri accademici, essendosi detto a bastanza nella descrizione dell’opere di Iacopo Sansovino, non fa bisogno parlarne qui altrimenti. Dirò bene che sono suoi creati et accademici Andrea Calamech da Carrara, scultore molto pratico, che ha sotto esso Amannato condotto molte figure et il quale dopo la morte di Martino sopra detto è stato chiamato a Messina nel luogo che là tenne già fra’ Giovan Agnolo, nel qual luogo s’è morto. E Batista di Benedetto, giovane che ha dato saggio di dovere, come farà, riuscire eccellente, avendo già mostro in molte opere che non è meno del detto Andrea, né di qual si vogl’altro de’ giovani scultori accademici, di bell’ingegno e giudizio. Vincenzio de’ Rossi da Fiesole scultore, anch’egli architetto et accademico fiorentino, è degno che in questo luogo si faccia di lui alcuna memoria, oltre quello che se n’è detto nella vita di Baccio Bandinelli, di cui fu discepolo. Poi dunque che si fu partito da lui, diede gran saggio di sé in Roma, ancor che fusse assai giovane, nella statua che fece nella Ritonda d’un S. Giuseppo con Cristo fanciullo di dieci anni, ambidue figure fatte con buona pratica e bella maniera. Fece poi nella chiesa di Santa Maria della Pace due sepolture, con i simulacri di coloro che vi son dentro sopra le casse e di fuori nella facciata alcuni Profeti di marmo di mezzo rilievo e grandi quanto il vivo, che gl’acquistarono nome di eccellente scultore, onde gli fu poi allogata dal popolo romano la statua che fece di papa Paulo Quarto, che fu posta in Campidoglio, la quale condusse ottimamente. Ma ebbe quell’opera poco vita, perciò che, morto quel Papa, fu rovinata e gettata per terra dalla plebaccia, che oggi quegli stessi perseguita fieramente che ieri aveva posti in cielo. Fece Vincenzio dopo la detta figura, in uno stesso marmo, due statue poco maggiori del vivo, cioè un Teseo re d’Atene, che ha rapito Elena e se la tiene in braccio in atto di conoscerla, con una troia sotto i piedi. Delle quali figure non è possibile farne altre con più diligenza, studio, fatica e grazia. Per che andando il duca Cosimo de’ Medici a Roma, et andando a vedere non meno le cose moderne degne d’essere vedute, che l’antiche, vide, mostrandogliene Vincenzio, le dette statue, e le lodò sommamente, come meritavano; onde Vincenzio, che è gentile, le donò cortesemente, et insieme gl’offerse in quello potesse l’opera sua. Ma sua eccellenza avendole condotte indi a non molto a Firenze nel suo palazzo de’ Pitti, gliel’ha pagate buon pregio. Et avendo seco menato esso Vincenzio, gli diede non molto dopo a fare di marmo, in figure maggiori del vivo e tutte tonde, le fatiche d’Ercole, nelle quali va spendendo il tempo, e già n’ha condotte a fine quando egli uccide Cacco e quando combatte con il Centauro. La quale tutta opera, come è di suggetto altissima e faticosa, così si spera debba essere per artificio et eccellente opera, essendo Vincenzio di bellissimo ingegno, di molto giudizio, et in tutte le sue cose d’importanza molto considerato. Né tacerò che sotto la costui disciplina attende con sua molta lode alla scultura Illarione Ruspoli, giovane e cittadin fiorentino, il quale non meno degli altri suoi pari accademici ha mostro di sapere et avere disegno e buona pratica in fare statue, quando insieme con gl’altri n’ha avuto occasione nell’essequie di Michelagnolo e nell’apparato delle nozze sopra dette. Francesco Camilliani, scultore fiorentino et accademico, il quale fu discepolo di Baccio Bandinelli, dopo aver dato in molte cose saggio di essere buono scultore, ha consumato quindici anni negl’ornamenti delle fonti, dove n’è una stupendissima, che ha fatto fare il signor don Luigi di Tolledo al suo giardino di Fiorenza. I quali ornamenti intorno a ciò sono diverse statue d’uomini e d’animali in diverse maniere, ma tutti ricchi e veramente reali e fatti senza risparmio di spesa. Ma in fra l’altre statue che ha fatto Francesco in quel luogo, due maggiori del vivo, che rappresentano Arno e Mugnone fiumi, sono di somma bellezza, e particolarmente il Mugnone, che può stare al paragone di qual si voglia statua di maestro eccellente. Insomma tutta l’architettura et ornamenti di quel giardino sono opera di Francesco il quale l’ha fatto per ricchezza di diverse varie fontane sì fatto, che non ha pari in Fiorenza, né forse in Italia. E la fonte principale, che si va tuttavia conducendo a fine, sarà la più ricca e sontuosa che si possa in alcun luogo vedere, per tutti quelli ornamenti che più ricchi e maggiori possono immaginarsi e per gran copia d’acque, che vi saranno abbondantissime d’ogni tempo. È anco accademico, e molto in grazia de’ nostri prìncipi per le sue virtù, Giovan Bologna da Douay, scultore fiamingo, giovane veramente rarissimo. Il quale ha condotto con bellissimi ornamenti di metallo la fonte che nuovamente si è fatta in sulla piazza di San Petronio di Bologna, dinanzi al palazzo de’ Signori, nella quale sono, oltre gl’altri ornamenti, quattro Serene in su’ canti bellissime, con varii putti attorno a maschere bizzarre e straordinarie; ma quello che più importa, ha condotto sopra e nel mezzo di detta fonte un Nettunno di braccia sei, che è un bellissimo getto, e figura studiata e condotta perfettamente. Il medesimo, per non dire ora quante opere ha fatto di terra cruda e cotta, di cera e d’altre misture, ha fatto di marmo una bellissima Venere, e quasi condotto a fine al signor Prencipe un Sansone, grande quanto il vivo, il quale combatte a piedi con due Filistei, e di bronzo ha fatto la statua d’un Bacco maggior del vivo e tutta tonda, et un Mercurio in atto di volare, molto ingegnoso, reggendosi tutto sopra una gamba et in punta di piè, che è stata mandata all’imperatore Massimiliano come cosa che certo è rarissima. Ma se in fin qui ha fatto molte opere e belle, ne farà molto più per l’avenire e bellissime, avendolo ultimamente fatto il signor Prencipe accomodare di stanze in palazzo e datoli a fare una statua di braccia cinque d’una Vittoria con un prigione, che va nella sala grande dirimpetto a un’altra di mano di Michelagnolo. Farà per quel Principe opere grandi e d’importanza, nelle quali averà largo campo di mostrare la sua molta virtù. Hanno di mano di costui molte opere e bellissimi modelli di cose diverse Messer Bernardo Vecchietti gentiluomo fiorentino, e maestro Bernardo di monna Mattea muratore ducale, che ha condotto tutte le fabriche disegnate dal Vasari con gran eccellenza. Ma non meno di costui i suoi amici e d’altri scultori accademici è giovane veramente raro e di bello ingegno Vincenzio Danti perugino, il quale si ha eletto, sotto la protezzione del duca Cosimo, Fiorenza per patria. Attese costui essendo giovinetto all’orefice, e fece in quella professione cose da non credere. E poi datosi a fare di getto, gli bastò l’animo, di venti anni, gettare di bronzo la statua di papa Giulio Terzo alta quattro braccia, che sedendo dà la benedizione, la quale statua, che è ragionevolissima, è oggi in sulla piazza di Perugia. Venuto poi a Fiorenza al servizio del signor duca Cosimo, fece un modello di cera bellissimo maggior del vivo d’un Ercole che fa scoppiare Anteo, per farne una figura di bronzo, da dovere essere posta sopra la fonte principale del giardino di Castello, villa del detto signor Duca; ma fatta la forma addosso al detto modello, nel volere gettarla di bronzo non venne fatta, ancora che due volte si rimetessi, o per mala fortuna, o perché il metallo fusse abruciato, o altra cagione. Voltosi dunque, per non sottoporre le fatiche al volere della fortuna, a lavorare di marmo, condusse in poco tempo di un pezzo solo di marmo due figure, cioè l’Onore, che ha sotto l’Inganno, con tanta diligenza, che parve non avesse mai fatto altro che maneggiare i scarpelli et il mazzuolo. Onde alla testa di quell’Onore, che è bella, fece i capegli ricci tanto ben traforati, che paiono naturali e proprii mostrando, oltre ciò, di benissimo intendere gl’ignudi, la quale statua è oggi nel cortile della casa del signore Sforza Almieri, nella via de’ Servi. A Fiesole, per lo medesimo signore Sforza, fece molti ornamenti in un suo giardino et intorno a certe fontane. Dopo condusse al signor Duca alcuni bassi rilievi di marmo e di bronzo, che furono tenuti bellissimi, per essere egli in questa maniera di sculture per aventura non inferiore a qualunche altro. Appresso gettò, pur di bronzo, la grata della nuova cappella fatta in palazzo nelle stanze nuove, dipinte da Giorgio Vasari, e con essa un quadro di molte figure di basso rilievo, che serra un armario dove stanno scritture d’importanza del Duca. Et un altro quadro alto un braccio e mezzo e largo due e mezzo, dentrovi Moisè che per guarire il popolo ebreo dal morso delle serpi, ne pone una sopra il legno. Le quali tutte cose sono appresso detto signore, di ordine del quale fece la porta della sagrestia della pieve di Prato, e sopra essa una cassa di marmo con una Nostra Donna alta tre braccia e mezzo, col Figliuolo ignudo appresso e due puttini, che mettono in mezzo la testa di basso rilievo di Messer Carlo de’ Medici, figliuolo naturale di Cosimo Vecchio e già proposto di Prato, le cui ossa, dopo esser state lungo tempo in un deposito di mattoni, ha fatto porre il duca Cosimo in detta cassa et onoratolo di quel sepolcro. Ben è vero che la detta Madonna et il basso rilievo di detta testa, che è bellissima, avendo cattivo lume non mostrano a gran pezzo quel che sono. Il medesimo Vincenzio ha poi fatto per ornarne la fabrica de’ magistrati alla Zecca, nella testata sopra la loggia che è sul fiume d’Arno, un’arme del Duca messa in mezzo da due figure nude, maggiori del vivo, l’una fatta per l’Equità e l’altra per lo Rigore. E d’ora in ora aspetta il marmo per fare la statua di esso signore Duca, maggiore assai del vivo, di cui ha fatto un modello, la quale va posta a sedere sopra detta arme, per compimento di quell’opera, la quale si doverrà murare di corto insieme col resto della facciata, che tuttavia ordina il Vasari che è architetto di quella fabrica. Ha anco fra mano e condotta a bonissimo termine una Madonna di marmo maggiore del vivo, ritta e col figliuolo Gesù di tre mesi in braccio, che sarà cosa bellissima. Le quali opere lavora insieme con altre nel monasterio degl’Angeli di Firenze, dove si sta quietamente in compagnia di que’ monaci suoi amicissimi, nelle stanze che già quivi tenne Messer Benedetto Varchi, di cui fa esso Vincenzio un ritratto di basso rilievo, che sarà bellissimo. Ha Vincenzio un suo fratello nell’Ordine de’ frati Predicatori, chiamato frate Ignazio Danti quale nelle cose di cosmografia eccellentissimo e di raro ingegno e tanto che il duca Cosimo de’ Medici gli fa condurre un’opera che di quella professione non è stato mai per tempo nessuno fatta, né la maggiore, né la più perfetta; e questo è che sua eccellenzia con l’ordine del Vasari, sul secondo piano delle stanze del suo palazzo ducale, ha di nuovo murato a posta et aggiunto alla guardaroba una sala assai grande, et intorno a quella ha accomodata di armari alti braccia sette con ricchi intagli di legnami di noce, per riporvi dentro le più importanti cose e di pregio e di bellezza che abbi sua eccellenzia; questi ha nelle porte di detti armari spartito dentro agl’ornamenti di quegli cinquantasette quadri d’altezza di braccia due incirca e larghi a proporzione, dentro a’ quali sono con grandissima diligenzia fatte in sul legname a uso di minii dipinte a olio le tavole di Tolomeo misurate perfettamente tutte, e ricorrette secondo gli autori nuovi e con le carte giuste delle navigazioni, con somma diligenzia fatte le scale loro da misurare, et i gradi dove sono in quelle, e’ nomi antichi e moderni. E la sua divisione di questi quadri sta in questo modo: all’entrata principale di detta sala sono negli sguanci e grossezza degli armarini, in quattro quadri, quattro mezze palle in prospettiva: nelle due da basso son l’universale della terra e nelle due di sopra l’universale del cielo, con le sue imagini e figure celesti; poi come s’entra dentro a man ritta è tutta l’Europa in 14 tavole e quadri, una dreto all’altra fino al mezzo della facciata che è a sommo dirimpetto alla porta principale, nel qual mezzo s’è posto l’oriolo con le ruote e con le spere de’ pianeti che giornalmente fanno entrando i lor moti: quest’è quel tanto famoso e nominato oriolo fatto da Lorenzo della Volpaia fiorentino. Di sopra a queste tavole è l’Affrica in 11 tavole, fino a detto oriolo; séguita poi di là dal detto oriolo l’Asia nell’ordine da basso, e camina parimente in 14 tavole dell’Asia, in altre 14 tavole, seguitano le Indie Occidentali cominciando come le altre dall’oriolo e seguitando fino alla detta porta principale, in tutto tavole 57; è poi ordinato nel basamento da basso in altretanti quadri attorno a torno, che vi saranno a dirittura a piombo di dette tavole tutte l’erbe e tutti gli animali ritratti di naturale secondo la qualità che producano que’ paesi. Sopra la cornice di detti armari, ch’è la fine, vi va sopra alcuni risalti che dividono detti quadri che vi si porranno alcune teste antiche di marmo di quegli imperatori e prìncipi che l’hanno possedute, che sono in essere, e nelle facce piane fino alla cornice del palco, quale tutto di legname intagliato, et in 12 gran quadri dipinto per ciascuno quattro immagini celesti, che farà 48, e grandi poco men del vivo con le loro stelle; sono sotto (come ho detto) in dette facce 300 ritratti naturali di persone segnalate da 500 anni in qua o più dipinte in quadri a olio (come se ne farà nota nella tavola de’ ritratti, per non far ora sì lunga storia con i nomi loro) tutti d’una grandezza e con un medesimo ornamento intagliato di legno di noce, cosa rarissima. Nelli due quadri di mezzo del palco larghi braccia quattro l’uno, dove sono le immagini celesti, e’ quali con facilità si aprono senza veder dove si nascondano, in un luogo a uso di cielo saranno riposte due gran palle alte ciascuna braccia tre e mezzo, nell’una delle quali anderà tutta la terra distintamente, e questa si calerà con un arganetto che non vedrà fino a basso e poserà in un piede bilicato che ferma si vedrà ribattere tutte le tavole che sono a torno ne’ quadri degli armari et aranno un contrasegno nella palla da poterle ritrovar facilmente. Nell’altra palla saranno le 48 immagini celesti accomodate in modo che con essa saranno tutte le operazioni dello astrolabio perfettissimamente. Questo capriccio et invenzione è nata dal duca Cosimo per mettere insieme una volta queste cose del cielo e della terra giustissime e senza errori e da poterle misurare e vedere, et a parte e tutte insieme come piacerà a chi si diletta e studia questa bellissima professione, del che m’è parso debito mio come cosa degna di esser nominata farne in questo luogo per la virtù di frate Ignazio memoria, e per la grandezza di questo Principe che ci fa degni di godere sì onorate fatiche e si sappia per tutto il mondo. E tornando agl’uomini della nostra Accademia, dico, ancora che nella vita del Tribolo si sia parlato d’Antonio di Gino Lorenzi da Settignano scultore, dico qui con più ordine, come in suo luogo, che egli condusse sotto esso Tribolo suo maestro la detta statua d’Esculapio che è a Castello e quattro putti che sono nella fonte maggiore di detto luogo, e poi ha fatto alcune teste et ornamenti che sono d’intorno al nuovo vivaio di Castello, che è lassù alto in mezzo a diverse sorti d’arbori di perpetua verzura. Et ultimamente ha fatto, nel bellissimo giardino delle stalle vicino a San Marco, bellissimi ornamenti a una fontana isolata, con molti animali acquatici fatti di marmo e di mischi bellissimi. Et in Pisa condusse già con ordine del Tribolo sopra detto la sepoltura del Corte filosofo e medico eccellentissimo con la sua statua e due putti di marmo bellissimi. Et oltre a queste va tuttavia nuove opere facendo per il Duca di animali di mischi et uccelli per fonti, lavori dificilissimi, che lo fanno degnissimo di essere nel numero di questi altri accademici. Parimente un fratello di costui, detto Stoldo di Gino Lorenzi, giovane di trenta anni, si è portato di maniera infino a ora in molte opere di sculture, che si può con verità oggi annoverare fra i primi giovani della sua professione e porre fra loro ne’ luoghi più onorati. Ha fatto in Pisa di marmo una Madonna annunziata dall’Angelo, che l’ha fatto conoscere per giovane di bello ingegno e giudizio. Et un’altra bellissima statua gli fece fare Luca Martini in Pisa, che poi dalla signora duchessa Leonora fu donata al signor don Garzia di Tolledo suo fratello, che l’ha posta in Napoli al suo giardino di Chiaia. Ha fatto il medesimo con ordine di Giorgio Vasari, nel mezzo della facciata del palazzo de’ Cavalieri di Santo Stefano in Pisa e sopra la porta principale, un’arme del signor Duca gran Mastro, di marmo, grandissima, messa in mezzo da due statue tutte tonde, la Religione e la Giustizia, che sono veramente bellissime e lodatissime da tutti coloro che se n’intendono. Gli ha poi fatto fare il medesimo signore, per lo suo giardino de’ Pitti, una fontana simile al bellissimo trionfo di Nettunno, che si vide nella superbissima mascherata che fece sua eccellenza nelle dette nozze del signor Principe illustrissimo. E questo basti quanto a Stoldo Lorenzi, il quale è giovane e va continuamente lavorando et acquistandosi maggiormente, fra’ suoi compagni accademici, fama et onore. Della medesima famiglia de’ Lorenzi da Settignano è Batista, detto del Cavaliere, per esser stato discepolo del cavaliere Baccio Bandinelli; il quale ha condotto di marmo tre statue grandi quanto il vivo, le quali gli ha fatto fare Bastiano del Pace cittadin fiorentino, per i Guadagni, che stanno in Francia, e’ quali l’hanno poste in un loro giardino, e sono una Primavera ignuda, una State et un Verno, che deono essere accompagnate da un Autunno, le quali statue da molti che l’hanno vedute sono state tenute belle e ben fatte oltre modo. Onde ha meritato Batista di essere stato eletto dal signor Duca a fare la cassa con gl’ornamenti et una delle tre statue che vanno alla sepoltura di Michelagnolo Buonarruoti, le quali fanno con disegno di Giorgio Vasari sua eccellenza e Lionardo Buonarruoti; la quale opera si vede che Batista va conducendo ottimamente a fine con alcuni putti e la figura di esso Buonarruoto dal mezzo in su. La seconda delle dette tre figure che vanno al detto sepolcro, che hanno a essere la Pittura, Scultura et Architettura, si è data a fare a Giovanni di Benedetto da Castello, discepolo di Baccio Bandinelli et accademico, il quale lavora per l’Opera di Santa Maria del Fiore l’opere di basso rilievo che vanno d’intorno al coro, che oggimai è vicino alla sua perfezzione, nelle quali va molto imitando il suo maestro e si porta in modo, che di lui spera ottima riuscita; né avverrà altrimenti, perciò che è molto assiduo a lavorare et agli studii della sua professione. E la terza si è allogata a Valerio Cioli da Settignano, scultore et accademico, perciò che l’altre opere che ha fatto in sin qui sono state tali, che si pensa abbia a riuscire la detta figura sì fatta, che non fia se non degna di essere al sepolcro di tant’uomo collocata. Valerio, il quale è giovane di ventisei anni, ha in Roma al giardino del cardinale di Ferrara a Monte Cavallo restaurate molte antiche statue di marmo, rifacendo a chi braccia, a chi piedi, et ad altra altre parti, che mancavano. Et il simile ha fatto poi nel palazzo de’ Pitti a molte statue, che v’ha condotto per ornamento d’una gran sala il Duca, il quale ha fatte fare al medesimo di marmo la statua di Morgante nano ignuda, la quale è tanto bella e così simile al vero riuscita, che forse non è mai stato veduto altro mostro così ben fatto, né condotto con tanta diligenza simile al naturale e proprio; e parimente gl’ha fatto condurre la statua di Pietro detto Barbino, nano ingegnoso, letterato e molto gentile, favorito dal Duca nostro. Per le quali dico tutte cagioni ha meritato Valerio che gli sia stata allogata da sua eccellenza la detta statua che va alla sepoltura del Buonarruoto, unico maestro di tutti questi accademici valent’uomini. Quanto a Francesco Moschino scultore fiorentino, essendosi di lui in altro luogo favellato a bastanza, basta dir qui che anch’egli è accademico, e che sotto la protezzione del duca Cosimo va continuando di lavorare nel Duomo di Pisa e che nell’apparato delle nozze si portò ottimamente negl’ornamenti della porta principale del palazzo ducale. Di Domenico Poggini similmente, essendosi detto di sopra che è scultore valent’uomo e che ha fatto una infinità di medaglie molto simili al vero et alcun’opere di marmo e di getto, non dirò qui altro di lui se non che meritamente è de’ nostri accademici, che in dette nozze fece alcune statue molto belle, le quali furono poste sopra l’arco della Religione al canto alla Paglia, e che ultimamente ha fatto una nuova medaglia del Duca similissima al naturale e molto bella e continuamente va lavorando. Giovanni Fancegli, o vero, come altri il chiamano, Giovanni da Stocco, accademico, ha fatto molte cose di marmo e di pietra, che sono riuscite buone sculture, e fra l’altre è molto lodata un’arme di palle con due putti et altri ornamenti, posta in alto sopra le due finestre inginocchiate della facciata di ser Giovanni Conti in Firenze. Et il medesimo dico di Zanobi Lastricati il quale come buono e valente scultore ha condotto e tuttavia lavora molte opere di marmo e di getto, che l’hanno fatto dignissimo d’essere nell’Accademia in compagnia de’ sopradetti. E fra l’altre sue cose è molto lodato un Mercurio di bronzo, che è nel cortile del palazzo di Messer Lorenzo Ridolfi, per esser figura stata condotta con tutte quell’avvertenze che si richieggiono. Finalmente sono stati accettati nell’Accademia alcuni giovani scultori, che nell’apparato detto delle nozze di sua altezza hanno fatto opere onorate e lodevoli. E questi sono stati fra’ Giovan Vincenzio de’ Servi, discepolo di fra’ Giovan Agnolo, Ottaviano del Collettaio, creato di Zanobi Lastricati, e Pompilio Lancia, figliuolo di Baldassarre da Urbino architetto e creato di Girolamo Genga. Il quale Pompilio nella mascherata detta della Geneologia degli dei, ordinata per lo più e quanto alle machine dal detto Baldassarre suo padre, si portò in alcune cose ottimamente.