Orlando furioso/Canto 19

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Canto 19

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Canto 18 Canto 20


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 [1]
Alcun non può saper da chi sia amato,
     Quando felice in su la ruota siede:
     Però c’ha i veri e i finti amici a lato,
     Che mostran tutti una medesma fede.
     Se poi si cangia in tristo il lieto stato,
     Volta la turba adulatrice il piede;
     E quel che di cor ama riman forte,
     Ed ama il suo signor dopo la morte.
     
 [2]
Se, come il viso, si mostrasse il core,
     Tal ne la corte è grande e gli altri preme,
     E tal è in poca grazia al suo signore,
     Che la lor sorte muteriano insieme.
     Questo umil diverria tosto il maggiore:
     Staria quel grande infra le turbe estreme.
     Ma torniamo a Medor fedele e grato,
     Che ’n vita e in morte ha il suo signore amato.
     
 [3]

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Cercando già nel più intricato calle
     Il giovine infelice di salvarsi;
     Ma il grave peso ch’avea su le spalle,
     Gli facea uscir tutti i partiti scarsi.
     Non conosce il paese, e la via falle,
     E torna fra le spine a invilupparsi.
     Lungi da lui tratto al sicuro s’era
     L’altro, ch’avea la spalla più leggiera.
     
 [4]
Cloridan s’è ridutto ove non sente
     Di chi segue lo strepito e il rumore:
     Ma quando da Medor si vede assente,
     Gli pare aver lasciato a dietro il core.
     — Deh, come fui (dicea) sì negligente,
     Deh, come fui sì di me stesso fuore,
     Che senza te, Medor, qui mi ritrassi,
     Né sappia quando o dove io ti lasciassi! —
     
 [5]
Così dicendo, ne la torta via
     De l’intricata selva si ricaccia;
     Ed onde era venuto si ravvia,
     E torna di sua morte in su la traccia.
     Ode i cavalli e i gridi tuttavia,
     E la nimica voce che minaccia:
     All’ ultimo ode il suo Medoro, e vede
     Che tra molti a cavallo è solo a piede.
     
 [6]
Cento a cavallo, e gli son tutti intorno:
     Zerbin commanda e grida che sia preso.
     L’infelice s’aggira com’un torno,
     E quanto può si tien da lor difeso,
     Or dietro quercia, or olmo, or faggio, or orno,
     Né si discosta mai dal caro peso.
     L’ha riposato al fin su l’erba, quando
     Regger nol puote, e gli va intorno errando:
     
 [7]
Come orsa, che l’alpestre cacciatore
     Ne la pietrosa tana assalita abbia,
     Sta sopra i figli con incerto core,
     E freme in suono di pietà e di rabbia:
     Ira la ’nvita e natural furore
     A spiegar l’ugne e a insanguinar le labbia;
     Amor la ’ntenerisce, e la ritira
     A riguardare ai figli in mezzo l’ira.
     
 [8]
Cloridan, che non sa come l’aiuti,
     E ch’esser vuole a morir seco ancora,
     Ma non ch’in morte prima il viver muti,
     Che via non truovi ove più d’un ne mora;
     Mette su l’arco un de’ suoi strali acuti,
     E nascoso con quel sì ben lavora,
     Che fora ad uno Scotto le cervella,
     E senza vita il fa cader di sella.
     
 [9]
Volgonsi tutti gli altri a quella banda
     Ond’era uscito il calamo omicida.
     Intanto un altro il Saracin ne manda,
     Perché ’l secondo a lato al primo uccida;
     Che mentre in fretta a questo e a quel domanda
     Chi tirato abbia l’arco, e forte grida,
     Lo strale arriva e gli passa la gola,
     E gli taglia pel mezzo la parola.
     
 [10]
Or Zerbin, ch’era il capitano loro,
     Non poté a questo aver più pazienza.
     Con ira e con furor venne a Medoro,
     Dicendo: — Ne farai tu penitenza. —
     Stese la mano in quella chioma d’oro,
     E strascinollo a sé con violenza:
     Ma come gli occhi a quel bel volto mise,
     Gli ne venne pietade, e non l’uccise.
     
 [11]

[p. 231 modifica]

Il giovinetto si rivolse a’ prieghi,
     E disse: — Cavallier, per lo tuo Dio,
     Non esser sì crudel, che tu mi nieghi
     Ch’io sepelisca il corpo del re mio.
     Non vo’ ch’altra pietà per me ti pieghi,
     Né pensi che di vita abbi disio:
     Ho tanta di mia vita, e non più, cura,
     Quanta ch’al mio signor dia sepultura.
     
 [12]
E se pur pascer vòi fiere ed augelli,
     Che ’n te il furor sia del teban Creonte,
     Fa lor convito di miei membri, e quelli
     Sepelir lascia del figliuol d’Almonte. —
     Così dicea Medor con modi belli,
     E con parole atte a voltare un monte;
     E sì commosso già Zerbino avea,
     Che d’amor tutto e di pietade ardea.
     
 [13]
In questo mezzo un cavallier villano,
     Avendo al suo signor poco rispetto,
     Ferì con una lancia sopra mano
     Al supplicante il delicato petto.
     Spiacque a Zerbin l’atto crudele e strano;
     Tanto più, che del colpo il giovinetto
     Vide cader sì sbigottito e smorto,
     Che ’n tutto giudicò che fosse morto.
     
 [14]
E se ne sdegnò in guisa e se ne dolse,
     Che disse: — Invendicato già non fia! —
     E pien di mal talento si rivolse
     Al cavallier che fe’ l’impresa ria:
     Ma quel prese vantaggio, e se gli tolse
     Dinanzi in un momento, e fuggì via.
     Cloridan, che Medor vede per terra,
     Salta del bosco a discoperta guerra.
     
 [15]
E getta l’arco, e tutto pien di rabbia
     Tra gli nimici il ferro intorno gira,
     Più per morir, che per pensier ch’egli abbia
     Di far vendetta che pareggi l’ira.
     Del proprio sangue rosseggiar la sabbia
     Fra tante spade, e al fin venir si mira;
     E tolto che si sente ogni potere,
     Si lascia a canto al suo Medor cadere.
     
 [16]
Seguon gli Scotti ove la guida loro
     Per l’alta selva alto disdegno mena,
     Poi che lasciato ha l’uno e l’altro Moro,
     L’un morto in tutto, e l’altro vivo a pena.
     Giacque gran pezzo il giovine Medoro,
     Spicciando il sangue da sì larga vena,
     Che di sua vita al fin saria venuto,
     Se non sopravenia chi gli diè aiuto.
     
 [17]
Gli sopravenne a caso una donzella,
     Avolta in pastorale ed umil veste,
     Ma di real presenza e in viso bella,
     D’alte maniere e accortamente oneste.
     Tanto è ch’io non ne dissi più novella,
     Ch’a pena riconoscer la dovreste:
     Questa, se non sapete, Angelica era,
     Del gran Can del Catai la figlia altiera.
     
 [18]
Poi che ’l suo annello Angelica riebbe,
     Di che Brunel l’avea tenuta priva,
     In tanto fasto, in tanto orgoglio crebbe,
     Ch’esser parea di tutto ’l mondo schiva.
     Se ne va sola, e non si degnerebbe
     Compagno aver qual più famoso viva:
     Si sdegna a rimembrar che già suo amante
     Abbia Orlando nomato, o Sacripante.
     
 [

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 [19]
E sopra ogn’altro error via più pentita
     Era del ben che già a Rinaldo volse,
     Troppo parendole essersi avilita,
     Ch’a riguardar sì basso gli occhi volse.
     Tant’arroganza avendo Amor sentita,
     Più lungamente comportar non volse:
     Dove giacea Medor, si pose al varco,
     E l’aspettò, posto lo strale all’arco.
     
 [20]
Quando Angelica vide il giovinetto
     Languir ferito, assai vicino a morte,
     Che del suo re che giacea senza tetto,
     Più che del proprio mal si dolea forte;
     Insolita pietade in mezzo al petto
     Si sentì entrar per disusate porte,
     Che le fe’ il duro cor tenero e molle,
     E più, quando il suo caso egli narrolle.
     
 [21]
E rivocando alla memoria l’arte
     Ch’in India imparò già di chirugia
     (che par che questo studio in quella parte
     Nobile e degno e di gran laude sia;
     E senza molto rivoltar di carte,
     Che ’l patre ai figli ereditario il dia),
     Si dispose operar con succo d’erbe,
     Ch’a più matura vita lo riserbe.
     
 [22]
E ricordossi che passando avea
     Veduta un’erba in una piaggia amena;
     Fosse dittamo, o fosse panacea,
     O non so qual, di tal effetto piena,
     Che stagna il sangue, e de la piaga rea
     Leva ogni spasmo e perigliosa pena.
     La trovò non lontana, e quella colta,
     Dove lasciato avea Medor, diè volta.
     
 [23]
Nel ritornar s’incontra in un pastore
     Ch’a cavallo pel bosco ne veniva,
     Cercando una iuvenca, che già fuore
     Duo dì di mandra e senza guardia giva.
     Seco lo trasse ove perdea il vigore
     Medor col sangue che del petto usciva;
     E già n’avea di tanto il terren tinto,
     Ch’era omai presso a rimanere estinto.
     
 [24]
Del palafreno Angelica giù scese,
     E scendere il pastor seco fece anche.
     Pestò con sassi l’erba, indi la prese,
     E succo ne cavò fra le man bianche;
     Ne la piaga n’infuse, e ne distese
     E pel petto e pel ventre e fin a l’anche:
     E fu di tal virtù questo liquore,
     Che stagnò il sangue, e gli tornò il vigore;
     
 [25]
E gli diè forza, che poté salire
     Sopra il cavallo che ’l pastor condusse.
     Non però volse indi Medor partire
     Prima ch’in terra il suo signor non fusse.
     E Cloridan col re fe’ sepelire;
     E poi dove a lei piacque si ridusse.
     Ed ella per pietà ne l’umil case
     Del cortese pastor seco rimase.
     
 [26]
Né fin che nol tornasse in sanitade,
     Volea partir: così di lui fe’ stima,
     Tanto se intenerì de la pietade
     Che n’ebbe, come in terra il vide prima.
     Poi vistone i costumi e la beltade,
     Roder si sentì il cor d’ascosa lima;
     Roder si sentì il core, e a poco a poco
     Tutto infiammato d’amoroso fuoco.
     
 [27]
Stava il pastore in assai

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buona e bella
     Stanza, nel bosco infra duo monti piatta,
     Con la moglie e coi figli; ed avea quella
     Tutta di nuovo e poco inanzi fatta.
     Quivi a Medoro fu per la donzella
     La piaga in breve a sanità ritratta:
     Ma in minor tempo si sentì maggiore
     Piaga di questa avere ella nel core.
     
 [28]
Assai più larga piaga e più profonda
     Nel cor sentì da non veduto strale,
     Che da’ begli occhi e da la testa bionda
     Di Medoro aventò l’Arcier c’ha l’ale.
     Arder si sente, e sempre il fuoco abonda;
     E più cura l’altrui che ’l proprio male:
     Di sé non cura, e non è ad altro intenta,
     Ch’a risanar chi lei fere e tormenta.
     
 [29]
La sua piaga più s’apre e più incrudisce,
     Quanto più l’altra si ristringe e salda.
     Il giovine si sana: ella languisce
     Di nuova febbre, or agghiacciata, or calda.
     Di giorno in giorno in lui beltà fiorisce:
     La misera si strugge, come falda
     Strugger di nieve intempestiva suole,
     Ch’in loco aprico abbia scoperta il sole.
     
 [30]
Se di disio non vuol morir, bisogna
     Che senza indugio ella se stessa aiti:
     E ben le par che di quel ch’essa agogna,
     Non sia tempo aspettar ch’altri la ’nviti.
     Dunque, rotto ogni freno di vergogna,
     La lingua ebbe non men che gli occhi arditi:
     E di quel colpo domandò mercede,
     Che, forse non sapendo, esso le diede.
     
 [31]
O conte Orlando, o re di Circassia,
     Vostra inclita virtù, dite, che giova?
     Vostro alto onor dite in che prezzo sia,
     O che mercé vostro servir ritruova.
     Mostratemi una sola cortesia
     Che mai costei v’usasse, o vecchia o nuova,
     Per ricompensa e guidardone e merto
     Di quanto avete già per lei sofferto.
     
 [32]
Oh se potessi ritornar mai vivo,
     Quanto ti parria duro, o re Agricane!
     Che già mostrò costei sì averti a schivo
     Con repulse crudeli ed inumane.
     O Ferraù, o mille altri ch’io non scrivo,
     Ch’avete fatto mille pruove vane
     Per questa ingrata, quanto aspro vi fôra,
     S’a costu’ in braccio voi la vedesse ora!
     
 [33]
Angelica a Medor la prima rosa
     Coglier lasciò, non ancor tocca inante:
     Né persona fu mai sì aventurosa,
     Ch’in quel giardin potesse por le piante.
     Per adombrar, per onestar la cosa,
     Si celebrò con cerimonie sante
     Il matrimonio, ch’auspice ebbe Amore,
     E pronuba la moglie del pastore.
     
 [34]
Fersi le nozze sotto all’umil tetto
     Le più solenni che vi potean farsi;
     E più d’un mese poi stero a diletto
     I duo tranquilli amanti a ricrearsi.
     Più lunge non vedea del giovinetto
     La donna, né di lui potea saziarsi;
     Né, per mai sempre pendergli dal collo,
     Il suo disir sentia di lui satollo.
     
 [

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35]
Se stava all’ombra o se del tetto usciva,
     Avea dì e notte il bel giovine a lato:
     Matino e sera or questa or quella riva
     Cercando andava, o qualche verde prato:
     Nel mezzo giorno un antro li copriva,
     Forse non men di quel commodo e grato,
     Ch’ebber, fuggendo l’acque, Enea e Dido,
     De’ lor secreti testimonio fido.
     
 [36]
Fra piacer tanti, ovunque un arbor dritto
     Vedesse ombrare o fonte o rivo puro,
     V’avea spillo o coltel subito fitto;
     Così, se v’era alcun sasso men duro:
     Ed era fuori in mille luoghi scritto,
     E così in casa in altritanti il muro,
     Angelica e Medoro, in vari modi
     Legati insieme di diversi nodi.
     
 [37]
Poi che le parve aver fatto soggiorno
     Quivi più ch’a bastanza, fe’ disegno
     Di fare in India del Catai ritorno,
     E Medor coronar del suo bel regno.
     Portava al braccio un cerchio d’oro, adorno
     Di ricche gemme, in testimonio e segno
     Del ben che ’l conte Orlando le volea;
     E portato gran tempo ve l’avea.
     
 [38]
Quel donò già Morgana a Ziliante,
     Nel tempo che nel lago ascoso il tenne;
     Ed esso, poi ch’al padre Monodante,
     Per opra e per virtù d’Orlando venne,
     Lo diede a Orlando: Orlando ch’era amante,
     Di porsi al braccio il cerchio d’or sostenne,
     Avendo disegnato di donarlo
     Alla regina sua di ch’io vi parlo.
     
 [39]
Non per amor del paladino, quanto
     Perch’era ricco e d’artificio egregio,
     Caro avuto l’avea la donna tanto,
     Che più non si può aver cosa di pregio.
     Se lo serbò ne l’Isola del pianto,
     Non so già dirvi con che privilegio,
     Là dove esposta al marin mostro nuda
     Fu da la gente inospitale e cruda.
     
 [40]
Quivi non si trovando altra mercede
     Ch’al buon pastor ed alla moglie dessi,
     Che serviti gli avea con sì gran fede
     Dal dì che nel suo albergo si fur messi,
     Levò dal braccio il cerchio e gli lo diede,
     E volse per suo amor che lo tenessi.
     Indi saliron verso la montagna
     Che divide la Francia da la Spagna.
     
 [41]
Dentro a Valenza o dentro a Barcellona
     Per qualche giorno avea pensato porsi,
     Fin che accadesse alcuna nave buona
     Che per Levante apparecchiasse a sciorsi.
     Videro il mar scoprir sotto a Girona
     Ne lo smontar giù dei montani dorsi;
     E costeggiando a man sinistra il lito,
     A Barcellona andar pel camin trito.
     
 [42]
Ma non vi giunser prima, ch’un uom pazzo
     Giacer trovato in su l’estreme arene,
     Che, come porco, di loto e di guazzo
     Tutto era brutto e volto e petto e schene.
     Costui si scagliò lor come cagnazzo
     Ch’assalir forestier subito viene;
     E diè lor noia, e fu per far lor scorno.
     Ma di Marfisa a ricontarvi torno.
     
 [43]

[p. 235 modifica]

Di Marfisa, d’Astolfo, d’ Aquilante,
     Di Grifone e degli altri io vi vuo’ dire,
     Che travagliati, e con la morte inante,
     Mal si poteano incontra il mar schermire:
     Che sempre più superba e più arrogante
     Crescea fortuna le minacce e l’ire;
     E già durato era tre dì lo sdegno,
     Né di placarsi ancor mostrava segno.
     
 [44]
Castello e ballador spezza e fracassa
     L’onda nimica e ’l vento ognor più fiero:
     Se parte ritta il verno pur ne lassa,
     La taglia e dona al mar tutta il nocchiero.
     Chi sta col capo chino in una cassa
     Su la carta appuntando il suo sentiero
     A lume di lanterna piccolina,
     E chi col torchio giù ne la sentina.
     
 [45]
Un sotto poppe, un altro sotto prora
     Si tiene inanzi l’oriuol da polve:
     E torna a rivedere ogni mezz’ora
     Quanto è già corso, ed a che via si volve:
     Indi ciascun con la sua carta fuora
     A mezza nave il suo parer risolve,
     Là dove a un tempo i marinari tutti
     Sono a consiglio dal padron ridutti.
     
 [46]
Chi dice: — Sopra Linmissò venuti
     Siamo, per quel ch’io trovo, alle seccagne; —
     Chi: — Di Tripoli appresso i sassi acuti,
     Dove il mar le più volte i legni fragne; —
     Chi dice: — Siamo in Satalia perduti,
     Per cui più d’un nocchier sospira e piagne. —
     Ciascun secondo il parer suo argomenta,
     Ma tutti ugual timor preme e sgomenta.
     
 [47]
Il terzo giorno con maggior dispetto
     Gli assale il vento, e il mar più irato freme;
     E l’un ne spezza e portane il trinchetto,
     E ’l timon l’altro, e chi lo volge insieme.
     Ben è di forte e di marmoreo petto
     E più duro ch’acciar, ch’ora non teme.
     Marfisa, che già fu tanto sicura,
     Non negò che quel giorno ebbe paura.
     
 [48]
Al monte Sinaì fu peregrino,
     A Gallizia promesso, a Cipro, a Roma,
     Al Sepolcro, alla Vergine d’Ettino,
     E se celebre luogo altro si noma.
     Sul mare intanto, e spesso al ciel vicino
     L’afflitto e conquassato legno toma,
     Di cui per men travaglio avea il padrone
     Fatto l’arbor tagliar de l’artimone.
     
 [49]
E colli e casse e ciò che v’è di grave
     Gitta da prora e da poppe e da sponde;
     E fa tutte sgombrar camere e giave,
     E dar le ricche merci all’avide onde.
     Altri attende alle trombe, e a tor di nave
     L’acque importune, e il mar nel mar rifonde;
     Soccorre altri in sentina, ovunque appare
     Legno da legno aver sdrucito il mare.
     
 [50]
Stero in questo travaglio, in questa pena
     Ben quattro giorni, e non avean più schermo;
     E n’avria avuto il mar vittoria piena,
     Poco più che ’l furor tenesse fermo:
     Ma diede speme lor d’aria serena
     La disiata luce di santo Ermo,
     Ch’in prua s’una cocchina a por si venne;
     Che più non v’erano arbori né antenne.
     
 [51]

[p. 236 modifica]

Veduto fiammeggiar la bella face,
     S’inginocchiaro tutti i naviganti,
     E domandaro il mar tranquillo e pace
     Con umidi occhi e con voci tremanti.
     La tempesta crudel, che pertinace
     Fu sin allora, non andò più inanti:
     Maestro e Traversia più non molesta,
     E sol del mar tiràn Libecchio resta.
     
 [52]
Questo resta sul mar tanto possente,
     E da la negra bocca in modo esala,
     Ed è con lui sì il rapido corrente
     De l’agitato mar ch’in fretta cala,
     Che porta il legno più velocemente,
     Che pelegrin falcon mai facesse ala,
     Con timor del nocchier ch’al fin del mondo
     Non lo trasporti, o rompa, o cacci al fondo.
     
 [53]
Rimedio a questo il buon nocchier ritruova,
     Che commanda gittar per poppa spere,
     E caluma la gomona, e fa pruova
     Di duo terzi del corso ritenere.
     Questo consiglio, e più l’augurio giova
     Di chi avea acceso in proda le lumiere:
     Questo il legno salvò che peria forse,
     E fe’ ch’in alto mar sicuro corse.
     
 [54]
Nel golfo di Laiazzo invêr Soria
     Sopra una gran città si trovò sorto,
     E sì vicino al lito, che scopria
     L’uno e l’altro castel che serra il porto.
     Come il padron s’accorse de la via
     Che fatto avea, ritornò in viso smorto;
     Che né porto pigliar quivi volea,
     Né stare in alto, né fuggir potea.
     
 [55]
Né potea stare in alto, né fuggire,
     Che gli arbori e l’antenne avea perdute:
     Eran tavole e travi pel ferire
     Del mar, sdrucite, macere e sbattute.
     E ’l pigliar porto era un voler morire,
     O perpetuo legarsi in servitute;
     Che riman serva ogni persona, o morta,
     Che quivi errore o ria fortuna porta.
     
 [56]
E ’l stare in dubbio era con gran periglio
     Che non salisser genti de la terra
     Con legni armati, e al suo desson di piglio,
     Mal atto a star sul mar, non ch’a far guerra.
     Mentre il padron non sa pigliar consiglio,
     Fu domandato da quel d’Inghilterra,
     Chi gli tenea sì l’animo suspeso,
     E perché già non avea il porto preso.
     
 [57]
Il padron narrò lui che quella riva
     Tutta tenean le femine omicide,
     Di quai l’antiqua legge ognun ch’arriva
     In perpetuo tien servo, o che l’uccide;
     E questa sorte solamente schiva
     Chi nel campo dieci uomini conquide,
     E poi la notte può assaggiar nel letto
     Diece donzelle con carnal diletto.
     
 [58]
E se la prima pruova gli vien fatta,
     E non fornisca la seconda poi,
     Egli vien morto, e chi è con lui si tratta
     Da zappatore o da guardian di buoi.
     Se di far l’uno e l’altro è persona atta,
     Impetra libertade a tutti i suoi;
     A sé non già, c’ha da restar marito
     Di diece donne, elette a suo appetito.
     
 [

[p. 237 modifica]

59]
Non poté udire Astolfo senza risa
     De la vicina terra il rito strano.
     Sopravien Sansonetto, e poi Marfisa,
     Indi Aquilante, e seco il suo germano.
     Il padron parimente lor divisa
     La causa che dal porto il tien lontano:
     — Voglio (dicea) che inanzi il mar m’affoghi,
     Ch’io senta mai di servitude i gioghi. —
     
 [60]
Del parer del padrone i marinari
     E tutti gli altri naviganti furo;
     Ma Marfisa e’ compagni eran contrari,
     Che, più che l’acque, il lito avean sicuro.
     Via più il vedersi intorno irati i mari,
     Che centomila spade, era lor duro.
     Parea lor questo e ciascun altro loco
     Dov’arme usar potean, da temer poco.
     
 [61]
Bramavano i guerrier venire a proda,
     Ma con maggior baldanza il duca inglese;
     Che sa, come del corno il rumor s’oda,
     Sgombrar d’intorno si farà il paese.
     Pigliare il porto l’una parte loda,
     E l’altra il biasma, e sono alle contese;
     Ma la più forte in guisa il padron stringe,
     Ch’al porto, suo malgrado, il legno spinge.
     
 [62]
Già, quando prima s’erano alla vista
     De la città crudel sul mar scoperti,
     Veduto aveano una galea provista
     Di molta ciurma e di nochieri esperti
     Venire al dritto a ritrovar la trista
     Nave, confusa di consigli incerti;
     Che, l’alta prora alle sua poppe basse
     Legando, fuor de l’empio mar la trasse.
     
 [63]
Entrar nel porto remorchiando, e a forza
     Di remi più che per favor di vele;
     Però che l’alternar di poggia e d’orza
     Avea levato il vento lor crudele.
     Intanto ripigliar la dura scorza
     I cavallieri e il brando lor fedele;
     Ed al padrone ed a ciascun che teme
     Non cessan dar con lor conforti speme.
     
 [64]
Fatto è ’l porto a sembianza d’una luna,
     E gira più di quattro miglia intorno:
     Seicento passi è in bocca, ed in ciascuna
     Parte una rocca ha nel finir del corno.
     Non teme alcuno assalto di fortuna,
     Se non quando gli vien dal mezzogiorno.
     A guisa di teatro se gli stende
     La città a cerco, e verso il poggio ascende.
     
 [65]
Non fu quivi sì tosto il legno sorto
     (già l’aviso era per tutta la terra),
     Che fur seimila femine sul porto,
     Con gli archi in mano, in abito di guerra;
     E per tor de la fuga ogni conforto,
     Tra l’una rocca e l’altra il mar si serra:
     Da navi e da catene fu rinchiuso,
     Che tenean sempre istrutte a cotal uso.
     
 [66]
Una che d’anni alla Cumea d’Apollo
     Poté uguagliarsi e alla madre d’Ettorre,
     Fe’ chiamare il padrone, e domandollo
     Se si volean lasciar la vita torre,
     O se voleano pur al giogo il collo,
     Secondo la costuma, sottoporre.
     Degli dua l’uno aveano a torre: o quivi
     Tutti morire, o rimaner captivi.
     
 [

[p. 238 modifica]

67]
— Gli è ver (dicea) che s’uom si ritrovasse
     Tra voi così animoso e così forte,
     Che contra dieci nostri uomini osasse
     Prender battaglia, e desse lor la morte,
     E far con diece femine bastasse
     Per una notte ufficio di consorte;
     Egli si rimarria principe nostro,
     E gir voi ne potreste al camin vostro.
     
 [68]
E sarà in vostro arbitrio il restar anco,
     Vogliate o tutti o parte; ma con patto,
     Che chi vorrà restare, e restar franco,
     Marito sia per diece femine atto.
     Ma quando il guerrier vostro possa manco
     Dei dieci che gli fian nimici a un tratto,
     O la seconda pruova non fornisca,
     Vogliàn voi siate schiavi, egli perisca. —
     
 [69]
Dove la vecchia ritrovar timore
     Credea nei cavallier, trovò baldanza;
     Che ciascun si tenea tal feritore,
     Che fornir l’uno e l’altro avea speranza:
     Ed a Marfisa non mancava il core,
     Ben che mal atta alla seconda danza;
     Ma dove non l’aitasse la natura,
     Con la spada supplir stava sicura.
     
 [70]
Al padron fu commessa la risposta,
     Prima conchiusa per commun consiglio:
     Ch’avean chi lor potria di sé a lor posta
     Ne la piazza e nel letto far periglio.
     Levan l’offese, ed il nocchier s’accosta,
     Getta la fune e le fa dar di piglio;
     E fa acconciare il ponte, onde i guerrieri
     Escono armati, e tranno i lor destrieri.
     
 [71]
E quindi van per mezzo la cittade,
     E vi ritruovan le donzelle altiere,
     Succinte cavalcar per le contrade,
     Ed in piazza armeggiar come guerriere.
     Né calciar quivi spron, né cinger spade,
     Né cosa d’arme puoi gli uomini avere,
     Se non dieci alla volta, per rispetto
     De l’antiqua costuma ch’io v’ho detto.
     
 [72]
Tutti gli altri alla spola, all’aco, al fuso,
     Al pettine ed all’aspo sono intenti,
     Con vesti feminil che vanno giuso
     Insin al piè, che gli fa molli e lenti.
     Si tengono in catena alcuni ad uso
     D’arar la terra o di guardar gli armenti.
     Son pochi i maschi, e non son ben, per mille
     Femine, cento, fra cittadi e ville.
     
 [73]
Volendo tôrre i cavallieri a sorte
     Chi di lor debba, per commune scampo
     L’una decina in piazza porre a morte,
     E poi l’altra ferir ne l’altro campo;
     Non disegnavan di Marfisa forte,
     Stimando che trovar dovesse inciampo
     Ne la seconda giostra de la sera,
     Ch’ad averne vittoria abil non era.
     
 [74]
Ma con gli altri esser volse ella sortita:
     Or sopra lei la sorte in somma cade.
     Ella dicea: — Prima v’ho a por la vita,
     Che v’abbiate a por voi la libertade;
     Ma questa spada (e lor la spada addita,
     Che cinta avea) vi do per securtade
     Ch’io vi sciorrò tutti gl’intrichi al modo
     Che fe’ Alessandro il gordiano nodo.
     
 [

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75]
Non vuo’ mai più che forestier si lagni
     Di questa terra, fin che ’l mondo dura. —
     Così disse; e non potero i compagni
     Torle quel che le dava sua aventura.
     Dunque, o ch’in tutto perda, o lor guadagni
     La libertà, le lasciano la cura.
     Ella di piastre già guernita e maglia,
     S’appresentò nel campo alla battaglia.
     
 [76]
Gira una piazza al sommo de la terra,
     Di gradi a seder atti intorno chiusa;
     Che solamente a giostre, a simil guerra,
     A cacce, a lotte, e non ad altro s’usa:
     Quattro porte ha di bronzo, onde si serra.
     Quivi la moltitudine confusa
     De l’armigere femine si trasse;
     E poi fu detto a Marfisa ch’entrasse.
     
 [77]
Entrò Marfisa s’un destrier leardo,
     Tutto sparso di macchie e di rotelle,
     Di piccol capo e d’animoso sguardo,
     D’andar superbo e di fattezze belle.
     Pel maggiore e più vago e più gagliardo,
     Di mille che n’avea con briglie e selle,
     Scelse in Damasco, e realmente ornollo,
     Ed a Marfisa Norandin donollo.
     
 [78]
Da mezzogiorno e da la porta d’austro
     Entrò Marfisa; e non vi stette guari,
     Ch’appropinquare e risonar pel claustro
     Udì di trombe acuti suoni e chiari:
     E vide poi di verso il freddo plaustro
     Entrar nel campo i dieci suoi contrari.
     Il primo cavallier ch’apparve inante,
     Di valer tutto il resto avea sembiante.
     
 [79]
Quel venne in piazza sopra un gran destriero,
     Che, fuor ch’in fronte e nel piè dietro manco,
     Era, più che mai corbo, oscuro e nero:
     Nel piè e nel capo avea alcun pelo bianco.
     Del color del cavallo il cavalliero
     Vestito, volea dir che, come manco
     Del chiaro era l’oscuro, era altretanto
     Il riso in lui verso l’oscuro pianto.
     
 [80]
Dato che fu de la battaglia il segno,
     Nove guerrier l’aste chinaro a un tratto:
     Ma quel dal nero ebbe il vantaggio a sdegno;
     Si ritirò, né di giostrar fece atto.
     Vuol ch’alle leggi inanzi di quel regno,
     Ch’alla sua cortesia, sia contrafatto.
     Si tra’ da parte e sta a veder le pruove
     Ch’una sola asta farà contra a nove.
     
 [81]
Il destrier, ch’avea andar trito e soave,
     Portò all’incontro la donzella in fretta,
     Che nel corso arrestò lancia sì grave,
     Che quattro uomini avriano a pena retta.
     L’avea pur dianzi al dismontar di nave
     Per la più salda in molte antenne eletta.
     Il fier sembiante con ch’ella si mosse,
     Mille facce imbiancò, mille cor scosse.
     
 [82]
Aperse al primo che trovò sì il petto,
     Che fôra assai che fosse stato nudo:
     Gli passò la corazza e il soprapetto,
     Ma prima un ben ferrato e grosso scudo.
     Dietro le spalle un braccio il ferro netto
     Si vide uscir: tanto fu il colpo crudo.
     Quel fitto ne la lancia a dietro lassa,
     E sopra gli altri a tutta briglia passa.
     
 [83]

[p. 240 modifica]

E diede d’urto a chi venìa secondo,
     Ed a chi terzo sì terribil botta,
     Che rotto ne la schiena uscir del mondo
     Fe’ l’uno e l’altro, e de la sella a un’otta;
     Sì duro fu l’incontro e di tal pondo,
     Sì stretta insieme ne venìa la frotta.
     Ho veduto bombarde a quella guisa
     Le squadre aprir, che fe’ lo stuol Marfisa.
     
 [84]
Sopra di lei più lance rotte furo;
     Ma tanto a quelli colpi ella si mosse,
     Quanto nel giuoco de le cacce un muro
     Si muova a’ colpi de le palle grosse.
     L’usbergo suo di tempra era sì duro,
     Che non gli potean contra le percosse;
     E per incanto al fuoco de l’Inferno
     Cotto, e temprato all’acque fu d’Averno.
     
 [85]
Al fin del campo il destrier tenne e volse,
     E fermò alquanto: e in fretta poi lo spinse
     Incontra gli altri, e sbarragliolli e sciolse,
     E di lor sangue insin all’elsa tinse.
     All’uno il capo, all’altro il braccio tolse;
     E un altro in guisa con la spada cinse,
     Che ’l petto in terra andò col capo ed ambe
     Le braccia, e in sella il ventre era e le gambe.
     
 [86]
Lo partì, dico, per dritta misura,
     De le coste e de l’anche alle confine,
     E lo fe’ rimaner mezza figura,
     Qual dinanzi all’imagini divine,
     Poste d’argento, e più di cera pura
     Son da genti lontane e da vicine,
     Ch’a ringraziarle e sciorre il voto vanno
     De le domande pie ch’ottenute hanno.
     
 [87]
Ad uno che fuggia, dietro si mise,
     Né fu a mezzo la piazza, che lo giunse;
     E ’l capo e ’l collo in modo gli divise,
     Che medico mai più non lo raggiunse.
     In somma tutti un dopo l’altro uccise,
     O ferì sì ch’ogni vigor n’emunse;
     E fu sicura che levar di terra
     Mai più non si potrian per farle guerra.
     
 [88]
Stato era il cavallier sempre in un canto,
     Che la decina in piazza avea condutta;
     Però che contra un solo andar con tanto
     Vantaggio opra gli parve iniqua e brutta.
     Or che per una man torsi da canto
     Vide sì tosto la compagna tutta,
     Per dimostrar che la tardanza fosse
     Cortesia stata e non timor, si mosse.
     
 [89]
Con man fe’ cenno di volere, inanti
     Che facesse altro, alcuna cosa dire;
     E non pensando in sì viril sembianti
     Che s’avesse una vergine a coprire,
     Le disse; — Cavalliero, omai di tanti
     Esser déi stanco, c’hai fatto morire;
     E s’io volessi, più di quel che sei,
     Stancarti ancor, discortesia farei.
     
 [90]
Che ti risposi in sino al giorno nuovo,
     E doman torni in campo, ti concedo.
     Non mi fia onor se teco oggi mi pruovo,
     Che travagliato e lasso esser ti credo. —
     — Il travagliare in arme non m’è nuovo,
     Né per sì poco alla fatica cedo
     (disse Marfisa); e spero ch’a tuo costo
     Io ti farò di questo aveder tosto.
     
 [

[p. 241 modifica]

91]
De la cortese offerta ti ringrazio,
     Ma riposare ancor non mi bisogna;
     E ci avanza del giorno tanto spazio,
     Ch’a porlo tutto in ozio è pur vergogna. —
     Rispose il cavallier: — Fuss’io sì sazio
     D’ogn’altra cosa che ’l mio core agogna,
     Come t’ho in questo da saziar; ma vedi
     Che non ti manchi il dì più che non credi. —
     
 [92]
Così disse egli, e fe’ portare in fretta
     Due grosse lance, anzi due gravi antenne;
     Ed a Marfisa dar ne fe’ l’eletta:
     Tolse l’altra per sé, ch’indietro venne.
     Già sono in punto, ed altro non s’aspetta
     Ch’un alto suon che lor la giostra accenne.
     Ecco la terra e l’aria e il mar rimbomba
     Nel mover loro al primo suon di tromba.
     
 [93]
Trar fiato, bocca aprir, o battere occhi
     Non si vedea de’ riguardanti alcuno:
     Tanto a mirare a chi la palma tocchi
     Dei duo campioni, intento era ciascuno.
     Marfisa, acciò che de l’arcion trabocchi,
     Sì che mai non si levi, il guerrier bruno,
     Drizza la lancia; e il guerrier bruno forte
     Studia non men di por Marfisa a morte.
     
 [94]
Le lance ambe di secco e suttil salce,
     Non di cerro sembrar grosso ed acerbo,
     Così n’andaro in tronchi fin al calce;
     E l’incontro ai destrier fu sì superbo,
     Che parimente parve da una falce
     De le gambe esser lor tronco ogni nerbo.
     Cadero ambi ugualmente; ma i campioni
     Fur presti a disbrigarsi dagli arcioni.
     
 [95]
A mille cavallieri alla sua vita
     Al primo incontro avea la sella tolta
     Marfisa, ed ella mai non n’era uscita;
     E n’uscì, come udite, a questa volta.
     Del caso strano non pur sbigottita,
     Ma quasi fu per rimanerne stolta.
     Parve anco strano al cavallier dal nero,
     Che non solea cader già di leggiero.
     
 [96]
Tocca avean nel cader la terra a pena,
     Che furo in piedi e rinovar l’assalto.
     Tagli e punte a furor quivi si mena,
     Quivi ripara or scudo, or lama, or salto.
     Vada la botta vota o vada piena,
     L’aria ne stride e ne risuona in alto.
     Quelli elmi, quelli usberghi, quelli scudi
     Mostrar ch’erano saldi più ch’incudi.
     
 [97]
Se de l’aspra donzella il braccio è grave,
     Né quel del cavallier nimico è lieve.
     Ben la misura ugual l’un da l’altro have:
     Quanto a punto l’un dà, tanto riceve.
     Chi vol due fiere audaci anime brave,
     Cercar più là di queste due non deve,
     Né cercar più destrezza né più possa;
     Che n’han tra lor quanto più aver si possa.
     
 [98]
Le donne, che gran pezzo mirato hanno
     Continuar tante percosse orrende,
     E che nei cavallier segno d’affanno
     E di stanchezza ancor non si comprende;
     Dei duo miglior guerrier lode lor danno,
     Che sien tra quanto il mar sua braccia estende.
     Par lor che, se non fosser più che forti,
     Esser dovrian sol del travaglio morti.
     
 [

[p. 242 modifica]

99]
Ragionando tra sé, dicea Marfisa:
     — Buon fu per me, che costui non si mosse;
     Ch’andava a risco di restarne uccisa,
     Se dianzi stato coi compagni fosse,
     Quando io mi truovo a pena a questa guisa
     Di potergli star contra alle percosse. —
     Così dice Marfisa; e tuttavolta
     Non resta di menar la spada in volta.
     
 [100]
— Buon fu per me (dicea quell’altro ancora),
     Che riposar costui non ho lasciato.
     Difender me ne posso a fatica ora
     Che de la prima pugna è travagliato.
     Se fin al nuovo dì facea dimora
     A ripigliar vigor, che saria stato?
     Ventura ebbi io, quanto più possa aversi,
     Che non volesse tor quel ch’io gli offersi. —
     
 [101]
La battaglia durò fin alla sera,
     Né chi avesse anco il meglio era palese;
     Né l’un né l’altro più senza lumiera
     Saputo avria come schivar l’offese.
     Giunta la notte, all’inclita guerriera
     Fu primo a dir il cavallier cortese:
     — Che faren, poi che con ugual fortuna
     N’ha sopragiunti la notte importuna?
     
 [102]
Meglio mi par che ’l viver tuo prolunghi
     Almeno insino a tanto che s’aggiorni.
     Io non posso concederti che aggiunghi
     Fuor ch’una notte picciola ai tua giorni.
     E di ciò che non gli abbi aver più lunghi,
     La colpa sopra me non vuo’ che torni:
     Torni pur sopra alla spietata legge
     Del sesso feminil che ’l loco regge.
     
 [103]
Se di te duolmi e di quest’altri tuoi,
     Lo sa colui che nulla cosa ha oscura.
     Con tuoi compagni star meco tu puoi:
     Con altri non avrai stanza sicura;
     Perché la turba, a cu’ i mariti suoi
     Oggi uccisi hai, già contra te congiura.
     Ciascun di questi a cui dato hai la morte,
     Era di diece femine consorte.
     
 [104]
Del danno c’han da te ricevut’oggi,
     Disian novanta femine vendetta:
     Sì che se meco ad albergar non poggi,
     Questa notte assalito esser t’aspetta. —
     Disse Marfisa: — Accetto che m’alloggi,
     Con sicurtà che non sia men perfetta
     In te la fede e la bontà del core,
     Che sia l’ardire e il corporal valore.
     
 [105]
Ma che t’incresca che m’abbi ad uccidere,
     Ben ti può increscere anco del contrario.
     Fin qui non credo che l’abbi da ridere,
     Perch’io sia men di te duro avversario.
     O la pugna seguir vogli o dividere,
     O farla all’uno o all’altro luminario,
     Ad ogni cenno pronta tu m’avrai,
     E come ed ogni volta che vorrai. —
     
 [106]
Così fu differita la tenzone
     Fin che di Gange uscisse il nuovo albore,
     E si restò senza conclusione
     Chi d’essi duo guerrier fosse il migliore.
     Ad Aquilante venne ed a Grifone
     E così agli altri il liberal signore,
     E li pregò che fin al nuovo giorno
     Piacesse lor di far seco soggiorno.
     
 [

[p. 243 modifica]

107]
Tenner lo ’nvito senza alcun sospetto:
     Indi, a splendor de bianchi torchi ardenti,
     Tutti saliro ov’era un real tetto,
     Distinto in molti adorni alloggiamenti.
     Stupefatti al levarsi de l’elmetto,
     Mirandosi, restaro i combattenti;
     Che ’l cavallier, per quanto apparea fuora,
     Non eccedeva i diciotto anni ancora.
     
 [108]
Si maraviglia la donzella, come
     In arme tanto un giovinetto vaglia;
     Si maraviglia l’altro, ch’alle chiome
     S’avede con chi avea fatto battaglia:
     E si domandan l’un con l’altro il nome,
     E tal debito tosto si ragguaglia.
     Ma come si nomasse il giovinetto,
     Ne l’altro canto ad ascoltar v’aspetto.


 
 [1]
Le donne antique hanno mirabil cose
     Fatto ne l’arme e ne le sacre muse;
     E di lor opre belle e gloriose
     Gran lume in tutto il mondo si diffuse.
     Arpalice e Camilla son famose,
     Perché in battaglia erano esperte ed use;
     Safo e Corinna, perché furon dotte,
     Splendono illustri, e mai non veggon notte.
     
 [2]
Le donne son venute in eccellenza
     Di ciascun’arte ove hanno posto cura;
     E qualunque all’istorie abbia avvertenza,
     Ne sente ancor la fama non oscura.
     Se ’l mondo n’è gran tempo stato senza,
     Non però sempre il mal influsso dura;
     E forse ascosi han lor debiti onori
     L’invidia o il non saper degli scrittori.
     
 [3]
Ben mi par di veder ch’al secol nostro
     Tanta virtù fra belle donne emerga,
     Che può dare opra a carte ed ad inchiostro,
     Perché nei futuri anni si disperga,
     E perché, odiose lingue, il mal dir vostro
     Con vostra eterna infamia si sommerga:
     E le lor lode appariranno in guisa,
     Che di gran lunga avanzeran Marfisa.
     
 [4]
Or pur tornando a lei, questa donzella
     Al cavallier che l’usò cortesia,
     De l’esser suo non niega dar novella,
     Quando esso a lei voglia contar chi sia.
     Sbrigossi tosto del suo debito ella:
     Tanto il nome di lui saper disia.
     — Io son (disse) Marfisa: — e fu assai questo;
     Che si sapea per tutto ’l mondo il resto.
     
 [5]
L’altro comincia, poi che tocca a lui,
     Con più proemio a darle di sé conto,
     Dicendo: — Io credo che ciascun di vui
     Abbia de la mia stirpe il nome in pronto;
     Che non pur Francia e Spagna e i vicin sui,
     Ma l’India, l’Etiopia e il freddo Ponto
     Han chiara cognizion di Chiaramonte,
     Onde uscì il cavallier ch’uccise Almonte,