Angoscia, Doglia e Pena le tre furie del mondo/Doglia

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Doglia

../Angoscia ../Pena IncludiIntestazione 11 gennaio 2018 75% Da definire

Angoscia Pena
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DOGLIA

la seconda furia del mondo

PROEMIO

Altissimo Signore Iddio, sotto l’imperio di cui vi sta l’universo, a cui si li spiriti celesti come gli animali terrestri ubediscono, pentito, dolente e tristo di miei giorni, settimane, mesi ed anni mal spesi in questo carcere terreno, ricorro a te per aiuto e per favore, perché altamente son perso e morto senza il tuo soccorso. Perché in sí longo strazio della mia donna, che non solo mi punge la carne, ma ancora mi rode il core giá consumato, me trovo di dolce libertá ridutto al stato amaro. Sí che, Signor pio, Signor benigno, Signor grazioso, a te me ricomando, perché dal dí ch’io intrai in laccio giugale insino al presente giorno, sonno scorsi anni tre volte del numero di piaghe vostre, ed altritanti mesi, con alquanti giorni, con tutto ch’io me truovo nella ettá di quatro dieci anni. Nondimeno con tutto ciò, Signor mio, vi ringrazio, perché son certo che tu vuoi che l’uomo diventa piú perfetto negli affanni, non derogando perciò a te cosa alcuna. Stanco e sazio del fastidio della mia donna, riprendo me istesso di errore che feci, ne l’intrare della amarissima servitú, da la quale non coglio altro frutto ch’infamia, morte, angoscia e pianti, come giá mi annunziò il vecchio e savio Socrate. Pertanto mi pare che ’l seme d’ogni virtú da me sia giá spento, sí che, Signor mio, volinteri omai a te renderei l’anima; ma, se pure tu vòi che in mezo gli affanni spenda il tempo cercando pace, son per ubedirvi, pure ch’alfine sia salvo del danno eterno. [p. 120 modifica]

Pertanto, essendo constretto di ubedire alla natura l’animo stanco e carco di pensieri, da novo fu consperso il corpo d’un grave sonno, come de l’acqua che amorza il foco. E cosí, nel sonno, mi pareva vedere di volare uceli col tempo, che aveano scritto di sopra le ali: «Affanni, affanni del mondo». Il che vedendo, sonava in mezzo il mio core quella parola: — Donna, donna fastidiosa; — nè mi pareva che ciò fusse il mio concetto, ma di quelli che il dì innanzi m’erano apparsi, ragionando della mia donna; il che avete udito nella passata mia contemplazione. Sí che, tra sonno e veglia, mi apparveno li detti Nifo e Socrate un’altra volta, pure ragionando de la mia donna, ed io pur stava appoggiato di sopra il medesimo marmo, dove era sculpita la imagine di tutti dua. E, finito che ebbeno il suo ragionamento, di nuovo mi comandorno che dovesse seguire la mia impresa. Pertanto, non per mostrarvi cosa nuova, ma per ridurvi in memoria quel che avete posto in oblio, vi scrivo sopra questo secondo ragionamento, accioché chi non crederá alla sua donna si possa chiamar felice. [p. 121 modifica]


Nifo e Socrate.

Nifo. Che cosa è donna?
Socrate.  Furia proterva;
carca di fausto e di superchio sdegno.


Biondo. Senza alcun dubbio confesso a voi, ciechi amanti, che la natura, rettrice de l’uomo, non senza la gran cagione ha conspcrso l’uomo di molto umore; e questo accioché lui possa restare ad ogni gran fuoco. Ed ancora piú oltra io confesso che Iddio ha datto solo a l’uomo che con l’intelletto possa penetrare persino alle cose divine, e piú, che nel proprio operare usasse la sua discrezione, sí come usa il fabro l’arteficio nel fabricare de l’opere di ferro. Imperò, per virtú divina operando il mio intelletto, comprendo che Nifo e Socrate, miei maestri, apparendomi piú volte, son fatti non solo miei instruttori, ma ancora participi de tutti gli miei affanni. Percioché, doppo tanti anni loro ombre apparendomi, si mostrano miei soliciti consolatori, placando il mio dolore col ragionamento, circa il fatto della mia donna. Sí che, essendoli manifesto che chi è tormentato dalla sua donna non solo in presenzia, ma ancora in assenzia, non è sano, nè egli è infermo, nè suo di sè si dimanda, nè di altrui si giudica essere, nè si stima esser ignorante, con tutto ciò che egli non è uno de li prudenti, gli è ben vero che talvolta crede essere animal selvagio, ed alle volte se conosce di avere intelletto, ragion e memoria; nondimeno, per essere troppo sensuale, si perde. Pertanto, conoscendo il mio maestro ch’io a pena respiro, anzi vedendo che coglio il fiato per mandarlo a Dio, cerca de consolarmi, ragionando pure della mia donna con Socrate, accioché non mi fia sì nero il giorno come giá si vedde essere la notte; perché la donna mia me ha consumato quanto [p. 122 modifica] io aveva di recreamento al mio spirito. Perciò chi omai si specchia in me vede che giá non solo la mia carne, ma l'ossa e le medolle ancora son consumate dal fastidio della mia donna. Sí che voi, privi del morbo feminile, non vi maravigliate che ’l spirito mio si attrista, nè che il corpo diventi languido, a guisa de colui che è caduto nel mal sotile. Pertanto, vedendome Nifo nella grave tristezza lagrimoso, acciò non me struggia piú presto che vòl il tempo ed essa natura, di nuovo in tal modo dicendo, scioglie la voce: — O savio vecchio, non mi pare che ciò che tu hai detto del fatto della mia donna, che me abbia satisfatto: perciò da nuovo dimando che cosa è donna. — Come se dir volesse: — Èvi forse musa del grande Omero? — No. — Èvi di Virgilio? — No. — Èvi di Ovidio? — No. — Èvi di Tibulo o delli dua altri? — No. — Èvi alcuna delle Parce? — No. — Èvi una delle Sibille? — No. — Èvi prudenzia? — No. — Èvi giustizia? — No. — Èvi temperanza? — No. — Èvi alcuna altra virtú? — No, dico no. — Èvi forse la tanto amata moglie da Periandro corinzio, il quale vòlse usare con la sua donna, morta ancora, per grande amore che gli portava? — No. — Èvi un’altra Ipermestra, che, sola fra le cinquanta, amò il marito perfettamente? — No. — Èvi un’altra Porzia, che, dopo la morte di un altro Brutto, vuol morire col fuoco in bocca? — No, no. — Èvi simile ad Aspasia, cara a nuovo Pericle? — No, perché oggi fugge il marito dalla sua donna, per essere strana piú de la furia infernale. — Èvi almeno la donna un’altra Laodomia, che, doppo la morte del suo sposo, dimandò per grazia dagli suoi dèi che potesse vedere l’ombra del suo sposo, per spirar fuori l’anima stando con lui abbracciacollo? — Non è alcuna delle dette donne, nè è simile ad alcuna altra cosa onorata. — Imperò, vedendo Socrate che Nifo stava anscio per sapere che cosa era la donna, voluntaroso de satisfare al mio maestro, gli disse perfettamente che cosa era la donna, acciò doppo tante dimande stesse con la mente quieta. Perciò disse: — Sappi Nifo mio, che la donna è furia proterva. — Oh che gran parola! Parola di non essere udita, parola piú ardente di fuoco! Pertanto de qua si comprende la donna essere danno eterno e morte perpetua. [p. 123 modifica] Imperoché la furia è una de li gran furori d’inferno, il che gli è cosa orrenda di udire non che di conversar seco, percioché la furia in noi altro non inspira che mortalissimo furore, non tanto al corpo, ma ancora all’anima bellissima. Sí che, per intendere il detto di Socrate, convien che intendiamo che cosa è l’inferno, ancora che sia cosa vulgare di ragionar omai d’inferno, per essere noto giá insino alle piante. Nondimeno dirò de l’inferno, solo per dichiarare che cosa è «furia infernale», a cui è assimigliata donna, accioché s’intenda quanto disse il savio vecchio, rispondendo al mio maestro, dicendo che la donna è «furia proterva»; perché cosí meglio intenderete quello che vuole dire il savio Socrate. Perciò dicono i piú scelti che «protervo» è colui che col suo cubito e senza vergogna percote colui che incontra; overo «protervo» è chiamato colui che vuol che gli sia fatto il loco per la sua ingiuria. Il che mi pare conveniente titolo alla furia d’inferno ed ancora alla donna. Imperò dittemi voi, lascivi e parziali della donna, chi non percote la malvagia e furiosa, overo dove non vuole che non gli sia dato il loco per la sua ingiuria. Per il che, essendo la donna essa furia, non è gran meraviglia che sia proterva. Ma, ritornando all’inferno, dirò che l’inferno gli è un loco orrido e tenebroso, loco destinato alle pene nostre, loco di perdizione, ed è l’inferno un loco che mai si impie nè si satola, come gli occhi de l’uomo. Perciò avete a sapere che per tutto si dice che vi sonno tre cose al mondo che mai se saziano: e la prima cosa è l’inferno, la seconda è la donna, la terza è la terra, che mai potrá vedersi sattóla d’acqua, come ancora non si vede il fuoco mai esser sazio di legne. Pertanto, volendo satisfare il savio vecchio alla dimanda del mio maestro, dice che non basta alla donna solo essere furia infernale, ma ancora va «carca di fausto», cioè di vanagloria. Perciò mi pare che si possa dire senza alcun rispetto, e ciò per supplimento di sua dichiarazione, che la donna è furiosa, è vanagloriosa senza fine. Imperò, essendo la donna carca di fausto overo di vanagloria, discorreremo se la vanagloria è vizio overo virtú, perché cosí si saperá se la donna è animale come gli altri uomini o no. Sí che sappiate voi, ciechi d’amore, che ’l fausto, [p. 124 modifica] o vanagloria, è vizio capitale, il quale si comette in tre modi: il primo modo gli è gloriandosi di quello che non si truova e avantandosi di cose passate; l’altro modo è quando si cerca una cosa dagli uomini piú tosto che da Iddio, in man di cui vi stanno le cose che si truovano e no; ma il terzo modo è quando l’uomo non usa le cose secondo il suo proprio ordene. Perciò sappiate che’l fausto produce questi sette effetti: inobedienza, iattanzia, discordia, contenzione, ippocrisia, presunzione e pertinazia. Sí che ogni volta che voi vedete che una donna se gloria di cosa incerta, ditte che egli è faustosa; come era Niobe, che si anteponeva alla dea Latona con la sua bellezza, onde quel che è seguito son certo che ’l sappete, percioché per tutto di questa donna si favolegia. Vana è ancora la donna quando vi pone tutta la mente in vanagloria de l’opere delle sue mani; come si narra di Aracne, che si preponeva alla Minerva col suo lanifizio. Sí che la donna massimamente è faustosa quando non recusa essere inimica di se medesima, solo per avere il nome di vanagloriosa. Sí che ogni volta che voi vedete che la donna si avanta con la propria voce, dite che egli è faustosa, nè altramente direte di quella che sta admirata di cose proprie, ma false, persuadendosi grandemente essere cose vere. Perciò diremo la donna esser faustosa per la sua pertinazia, non piú credendo ad altrui che a se istessa. Perciò lasso giudicar a voi, afflitti, ancora quante volte si odeno e vedeno quelle che piú credeno alla sua menzogna che alla veritá di sua vicina. Oh quante sonno quelle che non vogliono essere supperate d’una parola, non che de fatti! E ciò, per essere incontinente e disobediente, overo per non sottomettere le sue opere ad altrui giudizio. Pertanto, quando voi volete sapere chi è colui che non danna il fausto, nè vòle che la vanagloria sia peccato, guardate colei che non vòl vencere alcun vizio, anzi ama da esso essere superata. Imperò direte tal donna essere faustosa, piú che mai fusse Antigona, che si anteponeva alla dea Giunone, e piú che Casiope, la qual voleva esser tenuta piú faustosa delle ninfe. Sí che sempre giudicarete quella donna essere faustosa, che piú crede alla soave fallazia, che non crede all’opere [p. 125 modifica] fruttuose. Nondimeno, o donne, per obligo che ho con voi per natura, ve aviso che, mentre che amate la vana gloria del mondo, state nel perpetuo timore, percioché ’l fausto è cosa pericolosa, perché da lui nasce ogni dubioso principio, e nel procedere delle cose si nutrisse la improvidenza, ed al fine si aspetta grave penitenzia. Sí che, se me fosse lecito de ricontarvi il fausto di nostri tempi e quelle che vanno inciocolate di vanagloria, vi trovaria esserne maggior copia, che non vi si trovano frutti nel territorio de Tivuli, piú che pesci nel lago di Garda, e piú che le fenice che si pascono in Arabia, anzi piú che le fruttifere pecorele che si svernano in Puglia piana, e forsi piú che gli grani d’oliva che si coglieno intorno a Venafri e nelle isole Fortunate.

Sapendo il savio vecchio di non avere satisfatto al mio maestro con tutto ciò che ha detto disopra, ed avendo detto essere «carca di fausto», soggionge dicendo essere carca ancora «di superchio sdegno». Perciò convien che conosciamo che cosa è questo «superchio sdegno», accioché perfettamente conosciamo che cosa è donna. Imperò tutti quelli che hanno ragionato di sdegni hanno detto il sdegno esser odiar alcuno senza cagione, perciò col cor forte acceso. Alcuni altri hanno detto «superchio sdegno» essere un furore del nostro animo, quando non conosce il vero dal falso. Pertanto dico che ’l sdegno superchio, cioè furor ed ira accesa, fa precipitar la mente. Imperò chi ha la mente precipitata è furioso ed a le volte egli è taciturno, perché li effetti dil core si manifestano per gli occhi e per la lingua. Imperò, quando voi volete conoscere un furioso, per questi contrasegni il conoscerete. Dico che al furioso la lingua è impedita, la faccia infocata e gli occhi accesi, il corpo trema, il cor non sta fermo, crida ad alta voce, senza saper quel che si dica. Sí che, vedendo la donna essere tal cosa, me spavento da me medesimo, pensando al latto di gioveni volonterosí come sí calcatamente li correno appresso. Perch’io trovo che la donna furiosa è piú grave d’un gravissimo marmo, overo è di maggior peso che non è la molta arena, raccolta insieme. Perciò vi esorto, o voi, sfrenati, bizari e scatenati, che vi ricordiate del ditto [p. 126 modifica] di Salomone, quando dice: «Non essere amico a l’uomo sdegnoso, nè caminarai col furioso, accioché tu non impari li suoi gesti e modi, e che tu non scandaleggi la tua anima». Sí che sappi, insipido amante, che ’l furore scaccia la sapienzia e soverte l’inteletto: donque se deve fugir la donna piú che il naufragio di ’l mare. Il che vedendo che faccia alcuno, ancora che fusse ignorante, da poco e pieno di sciochezza, dirò che egli è piú valoroso di colui che espugna la fortissima cittá. Perciò ditemi, sfrenati gioveni: che vi giova di saper frenare un bel corsieri e saper temperare il suo corso co’ l’aspro morso, poiché non sappete refrenarvi dal furore di la vostra donna, la qual continuamente vi danna? Pertanto ditemi, sboccati e disonesti, come fatta l’anima è di colei, di cui l’imagine è bruta di fuori? Giudico che nol sapete. Imperò son disposto de scoprirvi la sua imagine; accioché a me, meschino, non siate di ricreazione, come compagni in miseria ed affanni, anzi che me siate specchio in cercar di consolarmi fra lacci e fuoco, benché io temo di far il fine della farfala. Perciò voi, liberi e senza laccio, quando vedete una che voi amate cordialmente, dite che la sua anima è qual si pinge il demonio overo alcun altro monstro infernale, cinto di fuoco e fiamma tra migliaia di serpenti. Pertanto chi conversa continuamente con la donna, un giorno è matto, l’altro è pazzo, terzo è senza l’inteletto, quarto non ha ragione, il quinto è insensato, sesto ed ultimo è fuori di sentimento; tanto che l’ultimo giorno di la settimana si può dimandar infelice al mondo. Ma, se pure alcun di voi sta addolorato e non mi crede per grande amore che porta alla sua doglia, e dice che gli antichi filosofi lodavano sdegno, furor ed ira, dicendo che alle volte questi accidenti in noi son atto di fortezza, vi rispondo che egli disseno che ciò se debbia intendere contra li inimici e contra i malvaggi cittadini: nondimeno, con tutto ciò, convien ancora allora di turbarsi poco, perché leve ira in noi altri è gran battaglia. Pertanto quella donna, che ha il nome di sdegnosa, propriamente si dimanda «superba e crudele». E sappiate che queste doi virtú talmente dotano il suo animo, che mai per nisun modo può avere alcun bon consiglio. Sí che, scordáti di ’l [p. 127 modifica] ben eterno, considerate queste mie parole con quelle degli antichi troiani, che, raggionando d’Achille, dicevano: — Consideriamo come possemo placar Achille adirato. — Sí che ve aviso, gioveni e vechi, che fuggiate il superchio sdegno della vostra donna, percioché gli è grande impeto, d’una furiosa. Pertanto sappiate che piú volenteri contrastaria col fortissimo inimico overo col fuoco ardente, che non farebbe con la donna furiosa. Il che se gli è vero, guardate al furore di Aiace e non ad Aiace; imperò quanti occise che non meritavano la morte! E di Agave, figlia di Cadmo, che cosa diròvi, poiché ha morto il suo figliuolo essendo furiosa? Ma degli altri, quel che fece, lasso giudicare a voi, gioveni senza freno. Pertanto omai io giudico altro non essere donna piena di sdegno che la crudel peste, che non perdona ad alcuno. Sì ch’ogni volta che voi scontrate la donna furiosa, dite che nel suo petto vi stanno le schiere di sanguinolenta guerra, sdegni, tradimenti e mille altri modi di offender noi altri; e, per essere malvaggia, alcuna volta non possendo offendere altrui, vorebbe offendere se medesima. Tanto è amica a l’odio e sdegno, cioè al furore! [p. 128 modifica]


Nifo e Socrate.

Nifo. Che cosa è donna?
Socrate. Padul di morte, ed ha col serpe regno,
qual nascosto venen in bocca serva.


Biondo. Convien ch’io afflitto vada piangendo i miei tempi passati, i quali ho mal speso in amare una putrida palude, senza avedermi quanto son per dover essere altissimo essempio d’infelicitá a tutto il mondo. Pertanto non vi meravigliate, felici amanti, piú di me, che nè io nè il mio maestro di ciò che abbiamo detto sia satisfatto. Perciò, conoscendo egli il duol mio grave, insoportabil peso, il mio pianto, e di tanti anni, non cessa de dimandare al vecchio che cosa è la donna, sí come lui stesse chiuso nella profonda grotta overo nel scurissimo carcere, che non potesse vedere con gli ochi quel che chiede con la voce: perciò, come dubioso e pieno di sospetto, come uomo sottoposto alla paura, se la donna era aqua o succo di qualche erba amara o dolce, dimandava — Èvi ancora — diceva — uno di quelli cibi che ristorano i corpi consumati? Èvi liquor d’oliva sacra? Èvi il succo del frutto della vite? Èvi fonte vivo o fiume corrente? — Panni che in questo modo rispondeva il savio Socrate: — No, no è cosa di detti succi, acque nè liquori. — Ma, acciò il mio maestro non rimanesse non satisfatto e di cosa vile, in tal modo gli risponde il vecchio: — Sappi, o amoroso Nifo, che la donna è una putrida palude, in cui la nostra morte ha il vero dominio. — Pertanto, accioché non rimanga loco inesplorato di questo deserto, nè parola inesposta del principiato ragionamento, diròvi, o gioveni, come a pescatori, che cosa è la palude di essa morte, perché cosí conoscerete la donna non essere altro che mortalissima palude. Sappiate che per tutto si dice e giudicasi quella cosa essere peggiore e piú vile che in [p. 129 modifica] comparazione ad altre è piú imperfetta. Il che vi dico se deve intendere di essa palude, la quale, se fosse acqua perfetta come sono l’altre acque, nè si spesso nè cosí presto si putrefarebbe come si putrefa e corrompe. Ma, acciò non vi sia incognito questo nome, dechiarando, vi dico che la palude è un picciol concorso di acqua in alto loco sparsa alquanto apertamente, ed alcuna volta si secca. Sí che non è gran meraviglia che ’l gran medico abbia detto che tutte le cose de la palude sono piene di malignitá; ed il vecchio Ippocrate disse che le cose paludose mollificano e riscaldano. E il suo spirito è piú grosso d’ogni altra acqua corrente; piú ria e di maggior malignitá, perché l’acqua della palude l’estate è amara, accida, grossa e di mal odore, spezialmente quando non è refatta dal sol ardente. Imperò, dalle dette proprietá contemplando la donna, veramente doglia comune, truovo che tutti li nostri ligamenti mollifica con la sua malignitá, la qual, per essere immensa, non si può comprendere quanto è grande; perché la disgiunge non solo i nostri nervi, corde e ligamenti, ma ancora con la sua malignitá gli mollifica, nè perciò comprendo quanto è grande, perché non solo i nostri nervi, corde e ligamenti, ma le medesime ossa fa molle, disgiongendole quando con spaventevoli voce, quando con parole ingiuriose, quando con stridi e lamenti orribili, senza cagione, convenevoli piú presto a fère selvagge che a corpi umani. E piú alle volte ne riscalda tutte le membra con superchia ira, con rissar ingiurioso, con accendersi d’un veneno piú acuto che non è di qual vòi serpe venenoso (e ciò per darci la morte), con infiammarsi di piú ardente fuoco, che non è quel che esse dal monte Etna, di sorte che la mia giá me ha ridutto nel carbone, che sta per diventare minuta cenere. Del spirito maligno e grosso che debb’io dire? Perché m’attrista tanto, che infetando me corrompe, e levarne dal mio essere, talché non godo la unione nè forza de le mie membra, nè sento del vigore del calor naturale, nè vivo, di spirito suave passendomi. Perciò non è gran meraviglia che Socrate disse la donna essere palude de l’acerba morte, conciosiaché si truova essere stata orribile ancora agli antichi dèi. Pertanto ditemi, o animi pacifici e senza [p. 130 modifica] doglia, chi non corrompe una palude piena di puzza e di fetore?

Ma, se gli è il vero che infetta ciascheduno, meravigliatevi non come io non sia morto, ma come giá tanti anni vivo a canto alla mortalissima palude de la mia donna. Pertanto dico che la donna è il serpente egipzio, gli è la fastidiosa mosca, gli è il furioso leone, gli è la forma di pellicano, gli è la ingrata colomba, gli è la vipera insidiosa al suo marito, gli è l’anguilla odiosa finalmente. Perciò credo che pria gli agneli farano preda di lupi, viteli di leoni, li pesci minuti incalciarano i delfini, e la colomba per l’aria pria caciará l’aquila potente, che la donna perda la proprietá e vizio, dil qual dice Socrate essere dotata, nella sua creazione, da la natura.

Son certo che giá ogni spirito gentile rimane almen confuso del falso amore de la sua donna, se pure in tutto non è privo da li begli occhi, dal chiaro viso, da li biondi capelli, da l’ornate e ben composte parole, dal finto riso, da le mani e da le braccia che conquistarebbeno un altro Ercole ed un altro Achille, avendo inteso quanto disse Socrate, con mio maestro raggionando. Nondimeno, se da li sua raggionamenti ancora non è confuso, perciò credo che diventará o tutto piloso overo rimanerá senza pele colui che intenderá da me la qualitá e sorte del regno de la sua donna; perché, quando disse Socrate che la donna ha il regno in compagnia dil serpe, non disse ciò piú de la mia donna che di ciascuna altra donna. Sí che, questo nome «donna» essendo comune a tutte le donne, dico che ciascuna donna ha il regno qui fra noi: perciò, col serpe. Imperò sappiate che, quando Socrate disse «regno», giudicava che avesse detto dianzi alcuna cosa del cielo: cioè che la donna avesse il regno nel cielo, a cui accostandomi potessi essere raccolto come in loco di salvazione. Nondimeno, sturandomi alquanto meglio l’orecchie, udii il sono d’un spirito che rispondeva: — Serpe, regno. — Pertanto, intendendo alquanto meglio tal voce, cominciai considerarla, che felice regno fosse di serpente, che pacifico albergo o che glorioso signoreggiare sia mai di colei che abita nel medesimo loco dove vi sta il serpente. Pertanto, considerando la natura del detto animale, truovo che gli è chiamato dal strasinar che fa [p. 131 modifica] per terra senza alcun ordene, percioché va serpendo per vie dumose, inculte, orride e piene di puzza e di fetore, abitando nelle profonde caverne e fossi della scurissima terra. Pertanto, conoscendo io che la natura del serpente è frigida, il che gli è contraria dote al vivere nostro, giudico che la donna è di tal natura: perciò ancora dico che gli è contraria alla vita nostra, non altrimente che la vipera, overo idra e basilisco, over scorpione, quali son contrari alla natura umana. Pertanto, grazioso mio lettore, da queste mie parole facilmente comprenderai il regno della tua donna; perciò accorto trascorerai quanto scrivo. Dicessi che in India si trovano serpenti di tal grandezza, che facilmente ingioteno un buoe sano e l’uomo ancora: con quali avendo la donna il regno, quanto si debbe fugire quietamente tu pòi considerare. Perciò, essendo tale, seco vi si perde l’anima ed il corpo; ma, accioché meglio possi intendere qualmente la donna regna equalmente col serpe, prestami l’animo quieto alle infrascritte ragioni, perché cosí conoscerai quanto la donna è uniforme al detto animale e come di tutti dua vi è un medesimo regno. La donna ha la proprietá nella sua testa a guisa di quel serpente che con le sua come inganna gli uccelli, percioché orna il suo capo, come sai, piú d’ogn’altra parte, scondendo il resto del suo corpo, e forse impiagato. Sí che, o gioveni furiosi, guardatevi delle sue corna! Ha due teste in modo di quel serpe che ha una testa nel busto e l’altra nella coda; nondimeno quella, che vi sta nella coda di qual vòi donna, è molto piú orribile di vedere, che non è di quel serpe per nome chiamato «anfisbena». Oh, quanto è simile alla varietá di quei colori di quel altro serpe, il qual ha macchiata tutta la sua pele de diversi colori! Perciò quanti vari colori porta la donna! Son certo che giá vi par di vedere che abbia consumato la purpura di Levante, li ingegnevoli lavori d’Africa, i superbi reccami d’Italia, la grana di Vinegia, Genoa, Napoli, Fiorenza e Milano, d’ogni sorte di tagli, divise e lavori, che assai piú costano che non fa il preciosissimo drappo. Sí che me persuado che tu sai quanti inganna la donna con le sue fogge e vari colori, percioché ritarda i gioveni e vecchi, piú che non sòl tardare gli animali [p. 132 modifica] quel serpe machiato d’infiniti colori. Sí che sappi, accorto giovene, che uno e l’altro amaza mortalmente. Di la sua sete altro non dico, percioché ella ancora per la gran sete amaza, a guisa di quel serpente che mortifica gli animali con la sete. Né dormendo la donna è priva di natura del serpe, perché, ancora dormendo, amazza come il serpe, il veneno di cui si compra per dar morte agli altri serpenti. Morde come il serpe, che occide col morso, perché succhia il sangue a l’uomo, in cui sta la vita. Pertanto, quando la donna percote alcuno, certo è che ’l stende in terra in modo di quel serpente, che, percottendo, distende l’uomo morto. Sí che dalle dette proprietá giudicarai che Socrate ha detto raggionevolmente che la donna ha il regno col venenoso serpe, considerando le sue proprietá, le quali quanto sono dannevole alla natura umana, savio mio lettor, saper lo pòi.

Qual nascosto veneno è quello che la donna conserva nella sua bocca a comparazione dil venenoso serpe, per certo non mai da me medesimo potria nè conoscere, nè intendere di la mia donna, se pria non avesse inteso il ragionamento di Nifo e Socrate. Pertanto, contemplando la sua natura, trovo essere simile al serpente, massime nel raggionare, benché il serpe non favela, ma fischia solamente. Perciò dico che ’l veneno non è posto nel son della voce, ma gli è ben posto nel membro che è cagion de la voce. E, perché la lingua vi sta nella bocca di ciascuno animale, pertanto, ancora che ’l veneno stia propriamente nella lingua, essendo in bocca, si può dire che ’l veneno vi sta in bocca. Sí che avemo di vedere che veneno è questo che sta in bocca di ciascuna donna, accioché, essendo conosciuto, ciascuno si sappia guardare, piú che non s’ha guardato insino al presente. Ma sappiate che per questa caggion si dimanda «veneno», percioché discorre per le vene prestamente. E veneno è quella cosa che subitamente muta la natura di colui a chi è datto; sí che veneno è la contraria èsca del nostro corpo. Imperò, sí come il cibo diventa parte del corpo e tutto si assimiglia alla parte che notrisse, riforzando la parte debole, cosí il veneno sí accosta al nostro corpo, overo alla parte del corpo, di sorte [p. 133 modifica] che ’l tira alla sua natura venenosa, ed in quela il converte, e finalmente l’assimiglia alla sua malignitá. Perciò adviene che, sí come gli animali che nascono dalla terra, la natura di quali converte il cibo in spezie dii membro notrito, ed in nostro nutrimento, cioè in nostra spezie, si converte; cosí quelli corpi, che sono gionti al veneno, se ’l mangiano ed inghiottino, li fa mutare in altra natura diversa a quella che era, percioché si muta in veneno. Perché ogni agente è piú prestante del paziente, si che passa in la natura del veneno, il quale ha l’attivitá di veneno, sí come l’èsca di fuoco che passa nel fuoco, posta che vi è sul fuoco, percioché nel fuoco è l’azzione, e nella èsca vi è la passione. Pertanto li savi medici hanno detto il veneno essere cosa che amaza il corpo e dissolve la natura umana, alle volte snoda li parti. Di sorte l’infirmitá, che vengono per causa del veneno, sono l’infirmitá comune e non proprie. E di tre raggioni noi troviamo il veneno secondo Avicena ed Averoè; ed uno è di minera, l’altro è di piante ed il terzo di animali. Perciò, lassando li dua primi, solamente ragionarò del terzo, perché la donna è animale. Pertanto dico che tutti quei animali sono venenosi, di quali la natura è lontana della natura umana e disconveniente alla sua complessione, overo è inimica ed opposita alla sua specie. Sí come sono serpenti, vipere e tiri, e quelli percossi da la saetta e morti, e tutti li uomini e donne che sono ambiate, di sorte che la rabbia non si conosce altrimente salvo col furore acceso, inespeditte parole, mala ed inspedita pronunzia, il spesso anelar e vibrar di lingua a guisa di serpenti, ingiuriar cordialmente e non saper la caggione, biestemar e maledire piú crudelmente che non fa il sacerdote nel giovedí santo li inimici di Cristo. Pertanto ditemi, lettori miei, se comprendete qualmente la donna conserva il veneno nella sua bocca ogni volta che tace, perché, quando egli favella, piú delle volte atoseca colui a chi favella. Imperò, essendo io vostro amico cordiale, vi aviso che nella donna si trovano doi sorte di veneni. Perciò dite che gli è piú venenosa d’un altro animale; perché non solo l’ira, sdegno, biasteme, ingiurie e maledizioni sono il suo veneno, ma ancora le dolce parole, [p. 134 modifica] con quali ve invesca mentre che amoreggiate, con quali ve losinga mentre che l’accareciate, la bocca con qual vi basa quando voi pensate di goderla. Allora vi avenena, quando vi succhia la lingua o labri, mordendovi e licandovi con la sua lingua, che move piú velocemente di qual vòi cane morto di sete, overo di quel serpente che, aceso di veneno, si apparechia di butarlo adosso. Pertanto la donna, quando tace, conserva in bocca il mortal veneno: imperò, quando parla, amaza mortalmente. E, se gli è il vero che ’l suo veneno è ascosto, voi il sappete, perché non vi è uomo che conosce il veneno de la sua donna, ancora che stia con gli occhi aperti; perché il suo veneno conserva occultalmente, secundo che dice Socrate al mio maestro. Ed è cosa certa, perché, s’io avesse conosciuto tal veneno essere in bocca de la mia donna, averia fuggito nelle estreme parti di Etiopia, pria che mai avesse tolto la donna per continua mia compagna. Pertanto, essendo nascosto il detto veneno, non me accorsi, sí che son rimaso ingannato, anzi infetto persino alla medolla. Di sorte non vi maravigliate che gli antichi abbiano chiamato molte donne «venefice», overo maestre di veneno; come fu Circe, de la quale si favoleggia che abbia mutato li compagni di Ulisse in diversi animali con suo veneno. Di Medea quel che si ragiona voi il sapete: come fu sufficiente di fare un vestito, tinto di veneno non conosciuto, il qual mandoe in dono a Creusa, moglie giá del suo marito; il quale poiché ebbe vestito, si accese di vivo fuoco, di sorte che abrusò la sposa con quanti erano convitati alle nòce. Perciò che cosa dirò di Micale, la qual fermava la luna con li soi incanti? Erifia, la qual col sue sguardo avenena quel animale che guardava con gli occhi? Pertanto ciascuna donna possemo chiamar «locusta», perché non studia ad altro che al mortal veneno, come studiava donna Locusta. Oh quanti si vedeno ciechi dal veneno de la donna, che imita la Gutrune, la quale con li suoi incanti molti cecava senza alcun male o altro diffetto che se vedesse di fuori. Lasso da canto Canidia napolitana, venifica, Sagana e quella ninfa trazia saga, venefica e saltatrice, giá tenuta dea in Trazia, perché non solo l’istoria antica, ma [p. 135 modifica] ancora l’esperienza moderna ve insegna e mostravi che Socrate disse il vero, cioè che la donna conserva il veneno nascosto nella sua bocca, perché voi vedete quanti avenenati dalla sua donna vanno stropiati, impiagati, muti si vedeno, sordi e ciechi. Pertanto non vi fidate d’alcuna donna, se desiderate di vedervi lieti in questo mondo. [p. 136 modifica]


Nifo e Socrate.

Nifo. Che cosa è donna?
Socrate. Astuta volpe, che sempre l’uom snerva,
e, dove il piè non può, porta l’ingegno.



Biondo. Invero giá mi pare che ’l mio maestro sia diventato di natura d’uno idropico, il quale quanto piú beve, tanto piú disia di bevere. Né altrimente quanto piú ode il Nifo delle definizioni della mia, vostra e di ciascuna donna, tanto piú disia de intendere che da Socrate gli sia diffinita maggiormente. Imperò, non essendo satisfatto di alcuna delle sopradette ragioni, da nuovo dimanda: — O Socrate, dimmi per grazia che cosa è donna? — Pertanto il savio vecchio, desideroso de satisfarli, non dice che la donna sia la candida cerva, nè mansueto agnelo, ma dice che gli è l’astuta volpe. Perciò la donna essendo assimigliata alla fetente volpe, convien che noi vediamo che animale è la volpe e di che natura, perché cosí conoscerete perché la donna è chiamata «volpe astuta». Sí che sappiate voi, amanti, che fate professione d’imprudenzia, che si legge nel libro De natura delle cose che la volpe è uno animale puzzolente per la bocca mentre che ’l vive, e nel punto de la morte puzza cosí dietro come dinanzi. Pertanto la donna, essendo tale, merita essere chiamata «volpe astuta», perché non mai si sente maggior puzza della bocca d’una volpe, che vi si sente dalla bocca d’una donna iniqua. Percioché ogni sua parola esse col fiato piú puzolente, che non vi è il fiato dil detto animale. Conciosiaché ’l suo fiato non amaza nè offende tanto l’uomo, quanto offende e amaza quel de la donna, e perciò meritamente la donna è chiamata «volpe», essendo astuta come la volpe. E l’astuzia del detto animale è tale, quando il tasso esse del suo fosso: perché la volpe subito poi vi entra e vavi del corpo, [p. 137 modifica] di sorte che imbratta il loco: poscia, tornando il tasso e trovando il fosso puzzolente, il fugge abbandonandolo; il che vedendo, la volpe vi entra drento. Ecco l’astuzia de la volpe, a cui si assimiglia summamente la donna. Percioché quanti onorevoli palaggi imbrata dove entra! De l’altre sue astuzie non raggiono, perché son certo che voi sappete quante volte si fa morta, come la volpe, per ingannare altrui. Pertanto dico che la donna molto simiglia alla volpe, per essere ingegnosa nel male, come la volpe. La donna sempre studia in rapina come la volpe, perciò è degna di odio, benché gli è incauta de la sua salute, mentre che studia all’inganno, perciò merita essere chiamata «volpe». Pertanto vi dico che la donna è animale troppo impaziente, pieno di rissa e duoli, i quali col proprio nome dimandarne «astuzie». Sí che la donna, essendo astuta e piena d’inganni, si dimanda «astuta». Pertanto, astuzia essendo la sua dote, gli è cosa conveniente che dechiaramo questa astuzia. Perché gli è quel coltelo tagliente, che taglia la carne a l’omo e nervi a le ossa. Perciò sappiate che la astuzia non è altro che la escusazione di cose ingiuste, il che è atto de ingiuriar altrui, ed è la proprietá di volpe e di donna, di donna e di volpe. E sappiate che l’astuzia si conosce in tre modi. Il primo modo è la grazia occulta, secondo è il favore ventoso, il terzo modo è vano desiderio de piú cose. Imperò la volpe e donna, per natura astutamente si sforcia di offendere, apertamente incrudelisse, benché si scende alcuna volta, e studiosamente, per offenderci; ma sappiate che chi si guarda d’una freza ascosta overo lontana, manco l’offende; la spada tagliente da vicino, overo chi si diffónde da vicino d’un ferro accuto, molto piú si diffende d’una saeta che sta lontano. Sí che state lontano dalla donna, perché d’apresso non vi offenderá; e, d’apresso guardandovi, di lontano non vi potrá far noia alcuna. E piú vi dico che l’astuzia è titolo di volpe, e forza è di leone: de’ quali uno possedè la donna, e l’altro si sforza di conseguire. Pertanto ve aviso che piú vi guardate di astuzia de la vostra donna che dil laberinto dil vostro inimico, percioché questo è manifesto e quel altro non si vede, imperò, se vi guardarete dalle dolci [p. 138 modifica] parole de la vostra donna, vi guardarete della sua astuzia. Perché, sí come il mèle copre il veneno, cosí le dulci parole ascondeno l’astuzia; di sorte, dove la donna non può andare con li soi piedi, si sforcia di giongere col proprio ingegno, per modo che piú delle volte semina risse e custioni dove fosse molta pace. Perciò giudico che altro non voglia dire il savio vecchio che la donna, oltra l’astuzia volpina, essere rissosa. Perché la rissa è una delle qualitá dell’intelletto, imperoché se diffinisse in questo modo: «rissa» è un audace voler de vindicarsi di qual vòi ingiuria o cosa negata (pertanto dico la donna essere guerra privata); processa dalla inordinata voluntá e consiste nelle parole, sí che «rissa» dirai essere temerario contrasto, dove non accade che la donna stenda li soi piedi, imperoché bast’adoperare l’ingegno. [p. 139 modifica]


Nifo e Socrate.

Nifo. Che cosa è donna?
Socrate. Ventre, d’inganni e di lussuria pregno,
pungente spino, d’ossa, carne e nerva.



Biondo. Giá piú volte omai ho detto: non potrá piú, dubitando, dimandare il mio maestro che cosa è donna. Nondimeno, ben stanco, credo, ma non satisfatto di quanto gli ha detto Socrate, pertanto perseverando dimanda che cosa è donna, sí come dicesse. — Essendo quella che stirpa la mia radice da mezo il mio core, essendo inimica della mia virtú, essendo continuo mio contrasto, essendo per me di sopra terra orrendo inferno, essendo quella che mille volte all’ora me ingiote e sputami tornando al vomito come il cane, che cosa è donna? — Pertanto non è da meravigliarsí che Socrate dica la donna essere «ventre d’inganni», come udirete, perché, di quanto abbiamo detto il mio maestro non essendo satisfatto, non resta novamente de dimandare il savio vecchio pure che cosa è donna. Pertanto, non avendo udito cosa che gli abbi satisfatto, per satisfare non solo a me, ma ancora a tutti quelli che desiano essere in compagnia di questo imperfetto animale, dimanda: — Che cosa è donna? Evi forse la testa d’un corpo umano, involta in trezze bionde? — No. — Èvi il bianco petto, overo alcuna delle mamele d’una verginella? — No. — Èvi alcuna delle sue braccia? — No. — Èvi il suo pede attilato? — No. — Èvi la polposa cossa? — No. — Èvi il suo gorgo senza fondo? — No — sempre rispondeva il vecchio. Imperò il mio maestro, come colui che gionge al trabucco, essendo gionto al membro che voleva il savio vecchio che fusse la donna, subito sogionge dicendo: — Será perciò la donna un ventre, pregno d’inganni e di lusuria! — Sí che, volendo intendere la donna essere tal [p. 140 modifica] cosa, bisogna che noi intendiamo che cosa è questo ventre, che cosa son l’inganni e che cosa è la lusuria, e finalmente come il detto ventre è pregno d’inganni e di lusuria, perché cosí facilmente conosceremo la donna secondo la mente di Socrate. Perciò alcuni dicono che il ventre altrimente si dimanda «corpo», ed è quella parte ne l’uomo dalla cintura persino alla pelosa parte ed il membro prolifico, nè mai perciò dirai ventre essere stomaco, perché quel che intende Socrate per il ventre è quella parte, dove la natura pose l’intestini, dal fondo del stomaco in giú persino alla vesica. Di sorte che nel ventre vi stano le féce separate dal nutrimento del corpo, percioché le féce sono cose superchie al corpo, anzi gli sono di nocumento, imperò la virtú potente ogni giorno le caccia fuori del corpo. Stavi ancora nel detto ventre di ciascuna donna un animale chiamato «la madre», dove si coglie il sangue mal cotto, e questo membro è quello che disse Platone essere disobediente alla natura de la sua donna. Pertanto questo membro, essendo dotato di poche virtú, anzi d’incredibile vizio (perché talora si gonfia ed alle volte si purga, alle volte si attrista, talora vi sta contento), di sorte che credo che Socrate non vòlse intendere altro ventre che questo essere la donna. Perché questo membro è quello che fa precipitare noi altri, ci fa consumare ed ardere senza fine, questo è quel animale che vive d’infiniti inganni, perché ci invita a spassi, piaceri e feste, dove non si trova alfine altro che guai, morbi e tempesta; questo è quel membro che mai si satolla; questo è quella parte che a la donna fa perdere l’onestá; questo è quel membro che non si sazia mai, se ben si stracca alcuna volta, imperoché si suol dire che la donna sazia non mai, ma stracca vi si trova. Pertanto convien che io dica: Oh membro maladetto! membro disgraziato! membro famelico! membro ruina de l’uomo! membro albergo de puzza e di veneno! membro fondamento de disonore! membro somma malizia! membro mordente e senza denti! membro caverna di nostri guai! membro fosso senza fondo, disposto a sola lusuria! membro che d’ogni nostro mal gode e dil ben si attrista! membro gravissimo nostro morbo! membro finalmente [p. 141 modifica] ultima nostra ruina e perpetua morte! Pertanto, o gioveni, vi aviso che questo è quel membro che sempre sta pieno d’inganni, non altrimente che suol stare quando la donna è gravida e pregna, perché, sotto la fugace dolcezza, in detto membro natura pose infiniti inganni. Né perciò, come noverca, li tacque, anzi gli manifestoe: ma noi, increduli, gli corremo dietro, per essere molto sensuali; sí che, per un poco di dolce, acquistamo molto amaro, e breve dolcezza compensamo con longa amaritudine. Imperò, tale essendo l’atto d’ingannatore, dirò che cosa è l’inganno. Dico che l’inganno è ogni sorte di astuzia, overo è il pensier astuto per ingannare altrui. Sí che ogni volta che alcuno pensa a qualche astuzia, allora colui pensa all’inganno, e l’inganno è fratel giurato alla fraude. Nondimeno l’inganno consiste in parole, e fraude in fatti. E sappi, curioso amante, che la donna in tre modi cerca de ingannarvi: ed il primo modo è quando mostra di fuori quel che non è di drento; l’altro è quando vi fa favore borioso, il che è cosa vana; terzio è quando si mostra avida di quel che voi desiderate, e ciò ancora promettendovi senza che vi attenda. Sí che sappiate che longo studio d’inganni è fomento di suspizione, falce di poca pazienza, matregna di amore e vera madre della disperazione. Pertanto dirai che l’inganno è astuta malizia e fallace modo d’offendere, sí che gli è gravissimo peccato di compiacere ad alcuno con occulto inganno. Pertanto nè donna simile alla volpe nè uomo simile al leone laudarai, anzi dirai uno e l’altro essere molto alieno dalla natura umana. Imperò, descendendo alla lusuria, dico che lusuria è inordinato apetito di cose lascive, overo è desidèro di ciascuna cosa, ma inconveniente alla ragione; e, se le dette ragioni non vi piaceno, direte ultimamente lusuria essere soluzione d’animo nelli piaceri. E sappi, discretto lettore, che pochi se trovano al mondo senza lusuria di carne, perché la lusuria fa impazire ancora i savi, ed i santi leva dalla via bona; vence i forti come fu Salomone. Pertanto, quando lusuria non si reprime con la mente, suol dannare l’omo ne l’operare. Sí che sappi che la donna in lusuria supera gli animali salvaggi, perché si trovano alcuni animali, come la peccorela, che, poi che ha [p. 142 modifica] conceputo, non admete il suo montone. Imperò la donna non studia in altro salvo nella lusuria, perché, se ben fosse certa di impregnarsi mille volte il giorno, mille volte si giongeria all’uomo, tanto è lusuriosa. Pertanto ve aviso che quella donna ancora è tenuta crudele, non che lusuriosa, quale, per caggion di lusuria carnale, procura di essere sempre sterile ed infecunda. E piú vi dico, o furiosi amanti, che lusuria non è vizio del corpo bruto o bello overo di persona piacevole, ma gli è peccato d’un spirito maligno, che ama li piaceri sprezando ogni temperanza, la qual si conviene a noi grandamente. Perciò dico lusuria essere inimica a Dio, inimica alla virtú e ruina di nostra sustanzia. Sí che, quando noi si consumamo nelli piaceri, non permette lusuria che noi pensamo alla povertá: pertanto dirai che lusuria è nata dalla voluntá perversa. Perciò, mentre che la donna attende al detto vizio, el mette in usanza, e, non ostando alla usanza del detto vizio, il fa deventare necessitá; sí che dirai che la donna lusuriosa, vivendo, è morta. E sappiate che nelle donzelle si vede magior fame ed apetito di lusuria, percioché elle giudicano essere cosa dolcissima quel che non hanno gustato. E dicovi che questo male nasce da l’ozio e poca fatica. Perché gli è tal diffinizione di «lascivia», ed è: la passione del spirito che vive nel corpo umano; ed alcuni dipingeno lusuria essere sopra d’un carro, rotata di quattro corsieri. Il primo corsieri dimandano «vizio di gola»; il secondo chiamano «coito e libidine»; il terzo dicono essere «vestito delizioso e molle»; il quarto gli è manifesto a tutti: «ozio e negligenza», ed è come un certo sapore di lusuria. La qual ha ancora doi guidardoni e doi altri staffieri: li guidardoni sono «prosperitá ed abondanza di beni temporali»; li staffieri sono «la pigrizia e securitá senza spavento». Nondimeno fra le donne è gran differenza di lusuria: imperò, quando voi volete sapere qual donna è piú lusuriosa, mirate a li membri e sua lineamenti, imperoché la magra e nervosa, a rispetto della corpulente e grassa, è molto piú lusuriosa. Nondimeno ciascuna donna, in quanto è donna, è come la giumenta, qual piú d’altre bestie di tal sesso disia la copula carnale. Imperò, amandovi cordialmente, [p. 143 modifica] non restarò di avisarvi che assai piú vive colui che fugge tal vizio, che non fa colui che vive lusuriando con la sua donna. Il che essendo noto al savio Demostene, un giorno, toccando il ventre di Laida, nobilissima meretrice, dimandò quanto l’aprezava, ed ella rispose: — Mille denari. — Allora Demostene rispose: — Non comprarò per tanto il pentire. — Perciò, se noi volemo considerare quale è la eccelenza e dignitá nella natura umana, conosceremo quanto è vil cosa di vivere lusuriando, perché cosí trovaremo quanto è cosa onesta la severitá e continenza. Ma, acciò non passamo questa parte senza essempio, considerate la regina di Candia, la qual si inamorò perfina del toro, onde poi nacque il Minotauro. E piú si legge che Augusto Cesare bandezasse la figlia e la nepote, per essere trovate contaminate di tal vizio. E la regina d’Assiri, vivendo di viziosamente, tanto era molestata da lusuria, che non solamente si gionse al marito morto, ma ancora molti di sua soldati provocò a l’atto di lusuria, quali dopo il fatto occideva. E Messalina, moglie di Claudio Cesare, ellesse una ancela d’una meretrice nobilissima al contrasto de la sua libidine; di sorte che l’ancela la superoe fra il dí e la notte di volte vinticinque. Ed oltra mille altre potria adure per essempio, nondimeno le lasso, per non abundare in lusuriosi esempi. Pertanto giá dalla dechiarazione fatta di lusuria facilmente si può conoscere la natura dil ventre della donna. Nondimeno, per maggior intelligenza di questo passo, dico che la natura ha dato al sesso feminile l’organo della concepzione, e ad esso organo ha dato certa spezial virtú, che sempre si debbia deletare di copula umana. E piú dotto e’ natura il sesso feminile d’una usura di mirabile ed inefabile apetito di lusuria: perciò il ventre d’una donna, avendo tal dotte, sempre è pregno di lusuriosi inganni, perché alla donna mai manca il stimulo di lusuria, ancora che fosse pazza, giovene e incauta, intanto che non conoscesse che cosa fusse lusuria o delettazione, come colei che non ha l’intelletto sano. Pertanto, sotto spezie di generazione, sempre la donna attende all’inganno, disiando la pratica de l’uomo, perché l’uomo sempre perde, con la sua donna praticando. Sí che perfettamente [p. 144 modifica] disse Socrate la donna essere ventre pregno d’inganni e di lusuria.

Omai per certo in dubbio de la mia vita mi trovo, di sorte che piú volte io piango che rido, poiché il mio maestro non possa essere sodisfatto di tante diffinizioni della donna, fatte da Socrate; anzi mi pare che sia piú che mai avido e desideroso de intendere che cosa è la donna. Perciò il savio Socrate non resta di voler sodisfare al mio maestro. Di sorte, perseverando, dicela donna essere un «spino pungente». Pertanto, contemplando io qual spino possa essere la donna e discorrendo, dico: Son certo che la donna non è spino di rosa, perché gli è la diversa sua proprietá, nè spino di dumo essere ella credo, nè ancora di alcuna spezie di cardo nè altro qual vòi sorte di spino. Imperò credo che Socrate, raggionando col savio Nifo, per metafora disse la donna essere «spino», perché, come l’acuto spino per disgrazia ponge il scalzo viatore, cosí la donna, anzi piú acutamente, ponge con la sua lingua, perché è piú acuta d’ogni altro spino. Sí che dirai la lingua acuta, maldicente, detratrice e ingiuriosa essere un spino acuto, perché la mala parola è piena di obrobrio, ed è quel spino che passa la carne, il nervo e l’osso con la medolla. Il che se gli è il vero, vi giuro per le nostre vigilie, che, solo essendo, rinchiuso in qualche loco, devotamente prego Iddio che la mia donna faccia muta e senza lingua. Percioché, avendo la lingua ingiuriosa, mi punge piú che non fa un coltello a quel vitello che si macella in cibo umano. Perché da la sua bocca, per virtú della sua lingua spinosa, sento le piú acute parole, li piú mordenti stridi, le piú crudel biasteme, le maggior esecrazioni, che mai si possono udire al mondo. Perciò la donna è piú che pungente spino, perché, quando oddo che la me dice: — Possi essere amazzato! — Me possa venire di te la mala novella! — Te possi rompere il collo! — Ogni disgrazia te possa seguitare! — Non mai te possi vedere sano! — Sempre possi stentare! — Sempre possi stare nelli affanni! — Sempre possi contrastare con la povertá ! — Non mai possi essere contento! — Possi essere tolto in falo! — Ogni disgrazia ti venga adosso! — Li amici prego Iddio [p. 145 modifica] ti diventino inimici! — e finalmente: — Possi desiderare la morte, ma non possi morire! — e piú, cridando come una pazza, la sòl dire: — Ogni cosa ti venga per contrario! — In pene, doglia e guai sempre possi stare al mondo! — e mille altre parole pongenti, sí che mi pare che queste parole siano veramente un spino pongente; il quale se passa la carne, il nervo e l’ossa, lettor mio caro, pensar lo pòi. E, se io non credesse la proprietá di tal spino esservi nota, veramente piú oltra me stenderia raggionando di esso; ma, perché gli è cosa manifesta la sua mala natura, perciò vi essorto, o furiosi amanti, che non lodate tanto la dolce parole di quella che voi amate, perché la lingua, che pronunzia le dolci parole, è piena de accuti e di pongenti spini. Pertanto la donna, avendo le dette proprietá, si può chiamare «pongente spino», che consuma i nostri nervi, ossa e carne. [p. 146 modifica]


Nifo e Socrate.

Nifo. Che cosa è donna?
Socrate. Animai che non sta fermo o constante;
onor disprezza, a l’appetito cede,
volubil sempre, vagabondo, errante.


Biondo. Vedendo il savio vecchio che, con quanto ha detto di sopra, non ha satisfatto al mio maestro, anzi odendo che Nifo persiste in la medesima dimanda, volendo chiarirsi perfettamente che cosa è donna, delibera il savio vecchio di manifestare chiaramente che cosa è la donna. Pertanto el dice: — La donna è uno animale che non sta fermo nè constante. — Sí che, non avendo detto «gli è animal razionale», al quale si convien fermezza e constanzia, nondimeno, trovando in donna contraria proprietá ad ella e non possendo fuggire di non dire veramente che cosa è donna, ha voluto dichiararla, circoscrivendo con sua proprietá, inpropria ail’uomo, dicendo: «è animale non di ragione, ma pieno de instabilitá». Percioché all’uomo ed alla donna si conviene la fermezza e constanzia. Imperò, in donna non essendo queste virtú, non so che animale la dimanderemo. Perché son certo che non è vacca, perché la vacca piú delle volte vi sta ferma, ruminando a canto il suo vitello; nè egli è bufala, perché la bufala gode alcuna volta nel fiume, overo nella palude, stesa e ferma; nè è giumenta, perché la giumenta se ferma talora sotto qualche pianta col suo pulledro, ripossando; nè mi pare essere scrofa, perché la scrofa pur si stende e fermasi per satolar li soi porceli; nè cagna traditora ella è, perché la cagna suol star ferma sopra li soi cagnoli; nè bioca si può chiamare, perché la bioca si ferma e cova li soi pulcini; nè occa può essere, perché l’occa pure si ferma pescando nel suo gorgo. Nondimeno la donna è animale. E, per non aver detto il savio vecchio questo nome [p. 147 modifica] «donna», nome veramente orrendo, ma volendo darci ad intendere di che sorte animale è la donna, el dice che gli è uno animale che non sta fermo; e il non star fermo significa essere instabile ed incostante. Pertanto dico che la instabilitá è vizio che fa il moto ne l’operare; ed inconstanzia è cagion della mutabilitá d’ogni proposito. Perciò dirai la donna essere animal instabile e senza proposito, perché il suo animo non è fermo nè stabile. E qui vi potria adure assaissimi esempi; ma, perché giudico vi siano notissimi, perciò li lasso da canto. Donque bastavi di sapere che la donna è animale instabile ed incostante. Sí che non si deve fare fondamento in cosa alcuna di un tal animale; nè ancora fidarsi in conto alcuno, perché, per essere egli tale, dice il savio vecchio che la donna «disprezza l’onore». Imperoché forse l’onor è cosa vile? Pertanto odi che cosa è l’onore. Onore è la reverenza e dignitá fatta per qualsivoglia cosa. Onore è giudizio di ben fare. Onore si prepone alle richezze. Onore è virtú de l’animo, ed è suo perfettissimo nutrimento. Sí che la donna, disprezzando l’onore, dispreza la piú perfetta cosa che si trova al mondo, perché non vi è cosa per la quale si stenta maggiormente, nè vi conoso frutto, al quale piú solecitamente si attende che all’onore. Il che essendo vero tesoro al mondo, ma disprezato dalla donna, dico che egli è il maggior ignorante che la natura creasse mai al mondo. Perciò dirai la donna essere colma di vizio e di ignoranza. Pertanto non vi meravigliate se lei cede a l’apetito di ragione: e questo adviene perché ella séguita la sensualitá, e sforciaci di satisfare a l’apetito in ogni cosa: il che è offizio piú presto di bestia che di uomo. Il che se gli è il vero, lasso contemplare a voi, che state in continua conversazione de la vostra donna. Perché a me ancora è occorso di vedere la donna mia di volersi satisfare in cose che la ragione gli negava. Nondimeno, non stimando l’onore, come avemo detto, cedeva all’apetito in cose vilissime. Imperò, giá tal cosa essendovi manifesta, lassarò di contemplare a voi soli e senza darvi esempio, per essere cosa manifesta. E, descendendo per li gradi di sua natura, per certo averei de dire molto de la sua volubilitá; ma, perch’io [p. 148 modifica] so che voi sappete quante volte ogni momento si volge senza proposito, perciò non vi meravigliate se ella è piú instabile di acqua corrente, piú mobile di l’onda dil mare, piú volubile di foglia o fronde. Sempre in moto, a guisa de la formica estiva, di sorte è giudicata omai piú vagabonda di ciascuna fera selvagia, e piú errante di quella peccorella che va pascendo senza il suo pastore. Di sorte, essendo stanco giá di udire il mio maestro maggior proprietá ed altre diffinizioni della donna, tacque, rimanendo come colui che ha udito contare la ruina de la sua casa. [p. 149 modifica]


Socrate.

Socrate. Falace e vana, inimica di fede,
suave fuoco a consumar l’amante.
Oh, felice colui che non gli crede!


Biondo. Vedendo giá tacito e pieno di gran dolore il mio maestro, e volendo il savio vecchio perfettamente satisfarli, mosso alfine da se medesimo, li dichiara le sue proprietá, dicendo: — La donna è falace. — Cioè che per natura possedè la falazia, ed è la proprietá d’un vero sofista, overo d’un uomo doppio. Perché «falace» altro non vòl dire che pieno di modi ed arte d’ingannare quanto aspetta, a chi è falace, e non al suo compagno: nè per questo dirai essere falace chi per l’ignoranza se stesso inganna, ma dirai falace colui che sta in su l’inganno. Il che altro non vòi dire che «pieno di falsitá». E, perché la donna, mentre che dorme o veglia, tace overo favela, studia all’inganno, perciò se dice «fallace», volendo scoprire la sua malignitá onestamente. Per che, avendo detto Socrate quanto si possa dire del fatto della donna, per concludere il suo ragionamento, el dice che, ragionando con ella, tu devi intendere le sue parole per contrario; percioché colui è fallace che una cosa dice e l’altra fa. Sí che, dolce mio lettore, sappi che la fallazia e l’inganno, che procede dalla voluntá, è piú grave di quel inganno che nasce dalla infirmitá. Pertanto la donna doppia e falsa chiamarai «fallace», perché, dove tu trovi il contrario della veritá, ivi giudicarai essere la falsitá. Imperò falsa è colei che per contrario espone alcuna cosa. Perciò dirai la falsitá essere vizio d’intelletto, sí che la donna, essendo tale studiosamente, è fallace ed è falsa. Imperò, savio lettore, fuggi da lei lontano. È «vana», cioè si spassa nelli piaceri pacescamente; overo è vana, perché si avanta di quelle cose che non son sue; è vana, [p. 150 modifica] perché si avanta di cose totalmente false; di sorte la donna, mostrando la imprudente menzogna, mostra l’argumento di grandissimo vizio e somma pazzia. Pertanto «vana» vòl dire «iattabonda»; e sappiate che da «vana» a «superba» gli è tal differenzia, che «vana» vòl dire studiosa di mostrare la sua gloria, ma «superba» è la donna quando desia, senza ordine, alcuna eccellenza; vana è ancora la donna, avendo oscura notizia senza la vera lode. Imperò sappiate che in alcune cose malfatte ancora è migliore la umilitá, che non è la superba vanitá nelle bone opere. Pertanto dico che gli è cosa detestabile gloriarsi del peccato, e quanto gran peccato sia l’essere vano, lasso contemplare a voi altri. Perciò sappiate che la vanitá è testimonio di mala conscienza, sí che la vanitá quanto è cosa vile o quanto è amaro fruto, sanno quelli che stanno in compagnia d’una donna superba. O donna, vana gloria, fallace diletto de chi te ama, perché altro in te non si trova che un mare di vanitá ventosa? Perciò quante donne hanno conculcato il suo nome darò con la vanitá, non si sa, per essere infinite. Imperò credo che non si trova al mondo piú vituperosa cosa de la vanitá, perché di falsa gloria altro non si coglie che propria vergogna e disonore. Pertanto, ogni volta che voi vedete una donna che fugge la fatica ed il servigio, allora dite che studia in cose vane. Imperò ve aviso che non si trova cosa peggiore che di non avere cosa in sè della quale l’uomo si può avantare onestamente. Pertanto chi negará mai che la vanitá non sia cosa di fortuna, overo chi affirmará essere beneficio di alcuna virtú? Imperò avete a sapere che mai è tanta la vanitá, che sempre non partecipi di amaro vituperio. Perciò ricordative, amici miei, che dopo la vanitá sèguita il biasmo gravissimo: perciò dico che gli è diffidi cosa, con vanitá, di acquistare il nome bono. Pertanto la vanitá sempre nóce; sí che la donna vana sempre si debbe fuggire, come il basilisco, il quale naturalmente è inimico a l’uomo. Ed è nostro inimico chi attende alla nostra ruina, sí che la donna, essendo inimica di fede, attende alla ruina de la fede. Ma, accioché s’intenda questo passo chiaramente, convien che contempliamo che cosa è la fede, perché cosí conosceremo la inimicizia della donna quanta è con noi [p. 151 modifica] e con le cose sacre. Imperò sappiate che la fede si piglia in piú modi, percioché la fede è la promissione e fideltá, la fede ancora è conscienzia, fede è credito di debitori, overo è il credere di quello che non si vede: perciò è sacramento. Imperò san Paulo, vaso di elezzione, disse «la fede essere sostanzia di cose sperate ed argumento di non apparenti». Perciò dico che la fede non solo è di libero arbitrio, ma gli è ancora il don de Iddio. Pertanto non si meravigli alcuno, che la fede governa piú la repubblica che li sudori umani. Né perciò la fede può essere senza giustizia: imperò chi crede allo indovinare di alcuni pazzi, overo all’arte maga, ha perso la vera fede. Ed è la donna che mai attende ad altro che alle fatuchiarie e profetar di cingani: perciò la donna ha perso la fede vera, e perciò è la sua inimica. Imperò vi giuro per le parole poste in queste carte con gran doglia del core, che infinite volte ho desiderato la virtú di Terpandro lesbio, per indolcire l’animo mio, turbato da la donna mia; la quale, quante volte mi stringe la sua inferma fede di non consumarme con parole orrende, ingiuriose e piene di lupina rabbia, tante volte e piú me tormenta, m’affligge, me dismembra e squarciami il core (Dio il sa!), e senza la mia cagione. Sí che, essendo instabile, gli è senza la fede. Pertanto credetime, lettori miei, che spenderia non solo i fugaci beni, ma la mia propria vita, per avere un uomo come fu Terpandro (il quale indolciva gli animi adirati, anzi li sforciava diventare amici), quando la mia donna rumoreggia, quando grida, quando diventa foribonda, quando io sospiro senza possa, quando io ingiotto mille morsi piú duri di patire che non è il ferro, quando per sorte l’avess’io ingiottito. Perciò credetime che la donna non serva la fede per sodisfare ad alcun suo errore: imperò tu, donna malvagia, sappi che Iddio sodisfa a ciascuno secondo la giustizia e la sua fede. Perciò, vedendo io universalmente tutte le donne ricche di malizia e povere di fede, desidero che nasca un’altra volta un Pigmalione, un Polinnestore, uno Aceo, un Dionisio tiranno, acciò, come avari, incrudeliscano centra la donna, e la spoglino di sua malizia. Perché, perdendo tale sua ricchezza, forse forse ch’io riposaria con le mie muse, imitando [p. 152 modifica] Achille citaredo, per levarme li fastidi da la mente: perché io trovo che Alessandro macedone l’ave ancora imitato, volendo consolare la mente fra gli affanni del mondo. Sí che voi, donne, uditemi un poco e prestatime la fede: se voi serete caste e fidele al vostro sposo, ogni cosa vi succederá prosperamente. Né vi giova esser pietose, quando ancora non séte fidele; benché molte si trovano pietose ed infidele, perciò incredule infidelmente viveno, perché l’animo loro è perverso. Imperò quella, che si trova giusta, la vive in eterno; ma quella, che gli è di poca fede, sempre sta dubiosa. Pertanto, o donne, sappiate che, se me respondete voi essere fidele, e non operate l’opere bone, dicovi che, sí come il corpo è morto senza il spirito, cosí la fede è morta senza le bone opere. Pertanto non si trovano maggior ricchezze, nè maggior tesori, nè piú grande onore, nè maggior sustanzia, in questo mondo, di essa fede, perché la fede salva ciascuno, la fede illumina i ciechi, la fede sana l’infermi, la fede giustifica i fideli, e’ giusti argumenta, i penitenti repara, corona le vedove, conserva nella castitá le vergine e maritate. Oh fede bianca, fede chiara, fede vera speranza, fede tesoro perfetto, fede riposo, chi in te ferma la sua speranza! Pertanto, essendo la fede sì perfetta cosa come avete udito, possete giudicare quanto è imperfetto o quanto è grande inimico di umana generazione, anzi di esso Iddio, colui che è inimico della fede. Imperò, se gli è vetato di conversare col proprio inimico, se gli è proibito di praticare col publico oste, quanto è piú proibito e vetato di conversare con quella che è inimica di fede! Per certo se deveria caciare fuori della pratica e nostra conversazione, perché gli è ribella non a cose umane, ma a quelle del cielo. Nondimeno, s’io potesse fare che la donna diventasse amica alla detta fede, con musica o canti, di quali veggio lei essere pazza, non faria come fece Tamira musico, che provocò le muse al cantare, da le quali essendo superato fu esso ancora ciecato; ma imitaria Epicle, citaredo ateniese, che fu pregato da Temistio che in casa sua volesse essercitare l’arte, accioché fusse frequentato forse dalle donne per farle fideli; anzi cercaria de diventare Ismenia trombetta, [p. 153 modifica] per liberare tutte le donne della sua infidelitá, come lui liberava dal morbo gli animi umani col suo sonare. E, se ciò ancora non bastasse, me sforzarebbe di farme tanto grato ad elle, quanto era caro Aristoceno tarentino al suo prencipe, overo Ermogene, suave sonatore, grato a Cesare; di sorte che m’ingegnarla di fare le mura della fede di pili duro marmo che non fece Anfione le mura di Tebe, essendo seguitato da li monti e scogli sassosi, come si favoleggia. E, se ciò ancora non bastasse, pure che io credesse di rimovere la donna dalla inimicizia della fede, la faria scolpire ne l’argento, piú perfettamente che non scolpiva Mentore Giove capitolino overo Diana efesia. E questo ancora essendo poco, la faria fabricare di massa d’oro, piú perfettamente che non fece Fidia scultore la statua di Minerva, che fu d’oro. Ma, se voi, donne, perseverate nella detta inimicizia, dirò che non amate Dio, perché non vencete il vostro errore, ed il vencere di errore serebbe essere amica alla fede. Il che parendo cosa dura a Socrate, disse la donna inimica di fede, perché la sua donna Santippe era tanto fastidiosa e piena di ogni vizio, che piú facilmente tolerava la fama e sete che la sua donna; anzi piú volentieri caminava sopra il giaccio e neve con piedi nudi di mezzo il verno, che stava un sol momento di udire la sua donna risosa, la quale, se pure gli prometteva taciturnitá e pace, mai la osservava. Perciò disse che la donna è inimica di fede, perciò io ancora la dimando «invida»; non altrimente che fu invido Aiace ad Ulisse, vedendo l’arme di Achille essergli donate; pertanto, converso nel furore, amazò se medesimo. E piú dirò che avete la natura di Zoilo, il quale ingiuriava Omero, principe di poeti. Benché non solo avete invidia a l’uomo, ma ancora fra voi altre sète di natura di Senofonte e di Platone, fra i quali vi fu non picciol livore, anzi grande invidia. Pertanto giusta cosa è che da l’uomo debbiate essere odiate.

«Suave fuoco», anzi in suave ardore; perché quella cosa che ha natura di sapor dolce, altrimente suave, non consuma alcuno ardendo, anzi il conserva senza fuoco e senza fiamma. Imperò il savio vecchio, volendo dare a intendere al mio maestro che [p. 154 modifica] cosa è donna, finalmente la dimanda «suave fuoco», la natura del quale è di consumare. Pertanto, essendo la donna consumazione nostra ed ultimo fine, dopo il quale non vi si vede altro di noi che sola cenere, perciò saviamente dice il vecchio che la donna è fuoco, perché, sí come dal fuoco le legne diventano polve e cenere, cosí del falso amore di qual vòi donna alfine l’uomo diventa a sembianza d’un legno consumato dal fuoco materiale. Imperò, per la grande astuzia e singulare sua dote, meritamente assimigliò la donna al detto fuoco: perciò dice «suave», cioè forte fuoco, cioè ardor grave, il quale ne riduce a l’ultimo fine, cioè alla consumazione. Sí che da qua si conosce la perfezzione de ciascuna donna. Ma, accioché non paia arido e secco questo mio fine, esponerò meglio ch’io potrò, de parte in parte, accioché voi, afflitti, sconsolati e mal accorti, conosciate il vostro fine. Il che conoscendo, fuggirete da la donna, come dal profondo abisso, come da la spada tagliente e come da la falce di morte orrenda. Imperò «suave fuoco» altro non vòl dire che non avertito male, overo occulta passione, o venenoso diletto, il quale vi mena da questa vita, che sappete, a quella che non conoscete quel che sia. Sí che da la natura del fuoco descenderete alla natura della vostra donna; perciò, sí come il fuoco ogni cosa consuma, cosí ancora la donna: pertanto la donna è fuoco, il quale conduce in polve chi l’ama. Imperò credo che Socrate vòlse dire in «suave fuoco» fuoco austero, fuoco aspro e morbo crudele, perché il fuoco, cioè, sacro gli è quel male che si accende nelle membra interiori, del quale si sente un dolore acuto circa il core. E, quando la detta passione ascende alla testa, l’uomo diventa palido e smorto, contrario effetto alla salute, ed è vero segno e manifesto della vicina morte, cioè del presto morire; ed è, a comparazione della ferita, infiammato con gran dolore, il che è segno del passaggio di questa vita a l’altra. Pertanto dico che Socrate intese essere tale la donna qual è il vizio del sangue sottile, acceso del furore della còlera. Deh, Dio! che grave dolore, che acuto morbo, che incurabil malatia, che atroce pena, che incomportabile supplicio! Oh che consumazione senza riparo di danno eterno! [p. 155 modifica] Perciò piangete voi, infetti di tanto male! E, se pure pianger non volete sempre, pregovi che in breve di acerbo pianto e folte lagrime vi squagliate, piú tosto che, per cagion della vostra donna, diventiate polve. Perché vi è piú utile, e manco doglia avete di morire di ghiaccio e congelarvi, come molte fère si trovano a tempo di l’aspro verno e coppia di neve e giaccio, perché, cosí morendo, morirete senza alcun dolore; e, morendo del fuoco, morirete con stenta, con tormenti, con incomportabil sete, con infiniti sospiri, con lamentar senza modo e fine, non trovando loco nè possa, mentre che ardendo non sète estinti. Oh fuoco odioso, fuoco pena infernale, fuoco non fuoco, ma vera rabbia del core afflitto e di essa anima meschina! Né perciò vi meravigliate che non vi riduco in memoria ciò che scrisse Ippocrate contra il detto fuoco, ciò che narra Galeno per vencere il suo furore, ciò che ordina Celso per estinguere la sua inestinguibil fiamma, perché non si trova appresso i detti alcun rimedio, che piú tosto non accenda il detto morbo a maggior furore, che lo estingua. Pertanto, o voi amici, fuggete da la donna come dalla peste, perché vi consuma non altrimente che la peste sòl consumarci, contra la quale non giova essere crudele, non forte, non potente, non destro, non fortunato, non da molti amato, non essere bello, nè litterato. Perciò giudico che la crudeltá di Damasippo, il quale occideva gli uomini come fosseno vittime di sacrificio, fosse manco acerba di questo fuoco. Né Ptolemeo Fisico, re di Egitto, con sua crudeltá puotè essere uguale, non che superiore, al detto fuoco, benché tagliasse in pezzi il proprio figlio, del quale mandò alla sua madre li piedi e le mani, col capo, tagliati e posti in nella sporta, in dono de la sua nativitá. Donque non giova ad alcuno essere de l’animo di Erode, il quale fece morire tanti migliaia di fanciulli, per offendere insieme il nostro Salvatore, perché il fuoco di una malvagia supera la bestialitá di costoro e di piú crudeli o bestiali. Sí che, se non volete essere consumati pria che per natura devete morire, fuggirete questo contrario de natura umana, sí che farete cosa grata a voi, alli parenti e vostri amici, e finalmente, morendo e vivendo secondo la legge, vi mostrarete essere [p. 156 modifica] veri amici del Salvatore del mondo, al quale, dal dì che nasce, ciascuno fidel cristiano se destina; di sorte, ancora che ’l passa di vita presente morendo, in lui non more mai, anzi vive in eterno.

Avendo omai sodisfatto il savio vecchio al mio maestro in dichiarare la donna e diffinire le sue proprietá, overo costumi, ed avendo aquietato la mente in ciò che dubitava Nifo, da per se solo tacitamente contemplava la orrenda proprietá, li ferini costumi, la inesplicabil malignitá della donna; e ciò faceva a guisa d’un leone, il quale, dopo il ben pasciuto corpo, stava disteso in terra, come stanco, ruminando, percioché aveva ingiottito avidamente. Nondimeno, sapendo Socrate che la vita nostra è breve, le voglie lunghe, come le arti, il tempo acuto, e giudicio nelle cose essere difficile, non può di non dichiarare ciò che ha nella niente per ultima sua conclusione. Pertanto, avendo egli trattato della donna, non come donna, ma danno universale, ed avendo discorso quanto si trova scritto appresso di quelli che hanno contemplato la sua natura, come Sileno, Diogene, Anassagora, Platone, Ermocrate, Crisippo, Asclepiade, Seneca, Plutarco, Empedocle, Lisia, Agclade, Teofrasto, Pitagora e gli altri; per sua conclusione, volendo mostrare che la cosa è perfetta, lassando il proprio ragionamento e non curandosi del suo fine, ma come mosso di furore, esclamando ad alta voce, disse: — O felice! — Non perciò chi possedè la donna dotata di giá dette proprietá; ma forse vòlse dire: Oh felice colui che mai conobbe la donna! Felice forse chi non la vede, e a chi mai vene incontro dico essere beato! Felice forse chi mai ha raggionato di bene o di male seco! Felice forse chi non passa dove ella si ferma per essere veduta! Felice forse chi mai se passe di ciò che lei apparecchia! Felice forse a chi mai vene in memoria! Felice forse chi abita fra selve, per non conversare con quella che di crudeltá avanza ogni fèra! Felice forse chi, nascendo, subito è morto, senza averla conosciuta, poiché essa è danno eterno! Felice ancora giudico essere colui che more pria che nasce al mondo, perché non è destinato di vedere nè di conversare con tal animale, che per natura deve essere odiato piú [p. 157 modifica] d’ogni monstro infernale! Imperò, non essendo io di natura di colui che facilmente digiuna, anzi essendo a similitudine di uomo addolorato, il quale manifesta il suo male col proprio lamento, cominciarò purgare me istesso, per sanare voi pazzi ancora. Pertanto, se voi me ubedirete, sanarvi spero; ma, essendo disubedienti, perirete. Né crediate che io vi nego quel che si deve dare al tempo, compiacere alla ragione, consentire alla etate, e conservare a la consuetudine. Ma, con tutto ciò, si deve avertire che in le dette cose non si discenda troppo, imperoché nelli vostri furori si deve frenar l’apetito, perché a compiacerli gli è maggiore pericolo. Pertanto, nanci ch’io descenda al rimedio del vostro male, contemplarò la sentenzia del savio vecchio. E, cominciando dalla prima parte, dico, che gli è di grande importanza il principio de la sua conclusione. Percioché chi si duole, overo si lamenta o sta contento, sempre comincia dolersi e contentarsi da tal breve littera «o» circolare cominciando, come dicendo: — O disgraziato me! o sfortunato me! o aventurato me! o fortunato me! o afflitto me! o sconsolato me! o giocondo me! o sconsolato me! o tristo! o lieto me! — Perciò comprendo che questa sola voce, overo littera, ha infinite significazioni. Sí che mi pare ch’io non sia suficiente nè di esporle, nè di comprenderle. Nondimeno, per satisfarvi, dirò quelle poche che comprendo, per non mancare di ubedire li miei maestri e per ridure al fine ciò che me hanno imposto sopra i loro ragionamenti. Pertanto dico che questa parola o voce «o» gli è tonda a modo d’un circolo overo a guisa de l’universo; di sorte che per natura representa grande difficultá di potersi espore, perché in essa non si trova alcun principio, nè fine: perciò gli è molto difficile la sua esposizione. Nientedimeno, facendo io quanto posso, spero che appresso a voi serò scusato. Pertanto mi pare che Socrate in questo fine invoca l’universo per vostro agiuto e per favore, con questa sola voce dicendo: — O cielo, o aere, o mare, o terra, pregovi che prestate il vostro favore a colui che è tormentato da la sua donna per essere danno sopra ogni altra ruina! — Overo dice: — O che crudeltá è la vostra, elementi! o che gran [p. 158 modifica] congiurazione verso il Biondo, per averlo giorno in compagnia ad una, che con la vista l’amorba di lontano! Perciò, se, stando appresso, l’atosica mortalmente, non è da meravigliarsi! — Ma, tornando al principio della conclusione, i professori della umanitá dicono che «o» gli è littera vocale; afermano ancora che «o» gli è la voce admirativa ed è parola di desiderio; «o» gli è voce de chi chiama; finalmente gli è il son di esclamazione, come si vede in questo loco. Percioché il savio vecchio esclama, dopo tante diffinizioni, che ha fatto della donna secondo l’ordine della natura. Dalle quali comprendo che essa è morbo, e non salute nostra, percioché con esclamazione vi esorta tutti che, non credendo a lei, ciascuno da essa debbia fuggire, perché dalla furia si fugge e dal fausto e vanagloria, perché è cosa odiosa. Il fettore d’una palude gli è cosa orribile; il conversare con serpenti è natura di crudele; false parole son veneno a gente pura; l’astuzia volpina è atto d’ingannare, perciò si vitupera; inganno e lusuria son le proprietá di quelli che moreno col corpo insieme; essere acuto, come un spino, gli è di avere natura di mordace; l’essere incostante è segno di pazzia; dispreciare l’onore gli è essere d’animo vile; cedere a l’apetito gli è l’atto di lussuriosi; essere instabile gli è argumento di leggerezza; essere falace gli è la proprietá d’inganatore; esser vano e giattabondo è di non servar fede e di non conoscere la ragione; ed avere la natura di fuoco gli è l’atto e disposizione di consumare ciò che manegia. Pertanto, essendo la donna nostro consumamento, il savio vecchio, cridando ad alta voce, ne esorta che da essa abbiamo da fuggire. Ma, accioché non paia che questo fuggire si faccia senza alcuna causa, dice ad alta voce che premio ha chi fugge la donna, propria consumazione: ed è la felicitá, la quale per natura ciascuno disia e brama. Percioché si conossa quel che si disia, ed acciò piú perfettamente si debbia disiare, dichiarovi che cosa è felicitá, ed esser felice. Dicono i savi «felicitá» essere la prosperitá, la qual dagli antichi era fatta dea, e da’ romani ancora era onorata. Ma il gran peripatetico disse «felicitá essere una certa operazione di l’anima, per mezo di perfetta virtú». Altrimente «felicitá» gli è [p. 159 modifica] quel che fa la vita nostra sufficiente, e da molti essere disiata, e di nulla cosa noi essere bisognosi. Overo «felicitá» gli è certo operare secondo la perfezzione della virtú operante nelli beni esteriori. Pertanto, sí come nulla cosa al mondo è piú disiata della felicitá, cosí per contrario non vi è cosa che si fugge piú della infelicitá, il che vòl dire privazion di beni sí del corpo come di l’anima. Donque dirò essere felice colui a chi tutte le cose onorevoli vanno prospere, ed infelice dirò a chi li suoi successi occoreno, ma non secondo la propria voluntá. Perciò Socrate nella sua esclamazione vòl dire: O beato colui che non crede! (cioè chi non presta fede alla sua donna) o prospero ed aventurato ogni volta che non si lassa ingannare dalla sua doglia! o fortunato piú della felice nave, chi non s’inganna dalle dolci parole della sua occulta inimica! Pertanto, contemplando il fine di questo ragionamento, trovo che Socrate non vòl che prestiamo fede nè che debbiamo credere a donna alcuna; perché poche si trovano che non son di natura di Sestilia monaca, di Cornelia, di Postumia e di Vidubia, giá ordinate alla castitá monacale, ma per non osservarla, di sorte che tutte le donne omai mi paiano matregne. Percioché la mia è fatta Ino, la vostra será Ippodomia, del compagno Stratonice, de l’amico Gidica, del patrioto Ida, del forestieri limone, di privati Opea, di domestici Eribea, di principi Alfrida e di populi será Nuceria. Pertanto, o voi senza guida innamorati di vostra ruina, ve aviso che non si trova piú fra mortali donna Cornificia, nè Cleobulina, nè Polla, nè Panfila grammatica, nè Femone, inventrice del verso omerico, nè Luceia, nè Debora, nè figlia di Pitagora, amica di filosofia, nè madre di Aristippo, donna veramente di grande essempio a le altre inique. Perché le donne di nostri tempi, essendo ignorante, vogliono parer sapute; e, iraconde, vogliono esser tenute piacevoli; piene d’inganno, vogliono esser giudicate pure e senza macchia alcuna; ingiuste essendo, vogliono esser tenute giustissime; pazze essendo, vogliono essere reputate savie; ingannatrice essendo, vogliono esser giudicate senza inganno; sciocche essendo, vogliono esser tenute agraziate; brute essendo, vogliono essere tenute belle; [p. 160 modifica] scandalose essendo, vogliono esser giudicate pacifice. — Sí che, o voi, donne, essendo in voi somma malizia, dico che nel vostro petto si chiudeno tante sceleritá quanti circoli vi sonno nella sfera. Pertanto sappiate, o voi che seguite il vostro appetito, che tutte quelle che viveno in modo di quel uccello, che per li deserti va beccando i corpi morti: hanno l’animo perverso, imperò non trovo quella che eccetuaremo. Perciò quella, che piú si accosta alla carogna, piú deve essere odiata, perché il fetore e puzza per natura corrompe ed infetta colui che abita in lochi pieni di fettore e passesi della carogna: perciò convien che corrompa non solo se medesimo, essendo infetto, ma ancora colui che conversa con lui. Pertanto, la donna essendo tale, fate come fanno li savi e dotti, quali, poiché, vedendo una bellissima ancòra, non l’amano come sogliono amarla gli altri pazzi sfrenati e senza legge, ma, solo mirandola come prudenti, trovano che, sotto vari vestimenti, gli è la volpe, nibio e cane arabiato. Perciò, quanto piú la vedete coperta, tanto piú la giudicarete essere malvagia, perché la bontá no, ma il vizio si sconde, benché le donne scoperte ancora e di viso chiare son piene di fraude. Sí che quella che non ha in sè consiglio o modo alcuno, direte che con consiglio non si può reggere o governare. Sí che, per non vivere in stracio eterno, non vi inamorate, anzi lasciate i pensieri vani, fuggite i van diletti, perché cosí fuggirete tutti gli errori e danno eterno.