Commedia (Buti)/Inferno/Canto IV

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Inferno
Canto quarto

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Inferno - Canto III Inferno - Canto V
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C A N T O   IV.





1Ruppemi l’alto sonno nella testa
     Un greve tono, sì ch’io mi riscossi,
     Come persona, che per forza è desta:
4E l’occhio riposato intorno mossi
     Dritto levato, e fiso riguardai,
     Per conoscer lo loco, dove io fossi.
7Ver’è che in su la proda mi trovai
     Della valle d’abisso dolorosa,1
     Che tuono accoglie d’infiniti guai.
10Oscura, profonda era, e nebulosa2
     Tanto, che per ficcar lo viso al fondo
     Io no vi discerneva alcuna cosa.
13Or discendiam qua giù nel cieco mondo,
     Cominciò il poeta tutto smorto:
     Io sarò primo, e tu sarai secondo.
16Et io, che del color mi fui accorto,
     Dissi: Come verrò, se tu paventi,
     Che suoli al mio dubbiar esser conforto?
19Et elli a me: L’angoscia delle genti,
     Che son qua giù, nel viso mi dipigne
     Quella pietà, che tu per tema senti.

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22Andiam, che la via lunga ne sospigne.
     Così si mise, e così mi fe entrare
     Nel primo cerchio, che l’abisso cigne.
25Quivi, secondo che per ascoltare,
     Non avea pianto, ma che di sospiri,
     Che l’aura eterna3 facevan tremare.
28Ciò avvenia di duol4 sanza martiri,
     Ch’avean le turbe, ch’eran molte e grandi,
     D’infanti, e di femmine, e di viri.
31Lo buon Maestro a me: Tu non dimandi,
     Che spiriti son questi, che tu vedi?
     Or vo’ che sappi, innanzi che più andi5,
34Ch’ei non peccaro; e s’elli ànno mercedi,6
     Non basta, perchè non ebber battesimo,
     Ch’è parte della Fede che tu credi;
37E se furon dinanzi al Cristianesimo,
     Non adorar debitamente a Dio:
     E di questi cotai son io medesimo.
40Per tai difetti, e non per altro rio,
     Noi sem perduti, e sol di tanto offesi,7
     Che sanza speme vivemo in disio.
43Gran duol mi prese al cor, quando lo intesi:
     Perocchè genti di molto valore
     Conobbi, che in quel limbo eran sospesi.
46Dimmi, Maestro mio, dimmi Signore,
     Cominciai io per voler esser certo
     Di quella Fede, che vince ogni errore:

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49Uscicci mai alcuno o per suo merto,
     O per altrui, che poi fosse beato?
     E quei che intese il mio parlar coverto,
52Rispose: Io era nuovo in questo stato,
     Quando ci vidi venir un Possente,
     Con segno di vittoria coronato.
55Trasseci l’ombra del primo parente,
     D’Abel suo figlio, e quella di Noè,
     Di Moisè legista et ubidente,
58Abraam patriarca, e Davit re,
     Israel con lo padre, e coi suoi nati,
     E con Rachele, per cui tanto fe,
61Et altri molti, e feceli beati:
     E vo’ che sappi, che dinanzi ad essi,
     Spiriti umani non eran salvati.
64Non lasciavan l’andar, perch’ei dicessi89;
     Ma passavam la selva tuttavia,
     La selva dico di spiriti spessi.
67Non era lunga ancor la nostra via
     Di qua dal sommo, quando vidi un foco,
     Ch’emisperio di tenebre vincia.
70Di lungi v’eravamo ancora un poco;
     Ma non sì ch’io non discernessi in parte,
     Ch’orrevol gente possedea quel loco.
73O tu, che onori e scienzia et arte,
     Questi chi sono, ch’ànno tanta orranza,10
     Che dal modo de li altri li diparte?

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76Et elli a me: L’onrata nominanza,
     Che di lor suona su nella tua vita,
     Grazia acquista nel Ciel, che sì li avanza.
79In tanto voce fu per me udita:
     Onorate l’altissimo poeta:
     L’ombra sua torna, ch’era dipartita.
82Poi che la voce fu restata, e queta,
     Vidi quattro grandi ombre a noi venire:11
     Sembianza aveano nè trista, nè lieta.
85Lo buon Maestro cominciò a dire:
     Mira colui con quella spada in mano,
     Che vien dinanzi ai tre, sì come sire.
88Quelli è Omero poeta sovrano:
     L’altro è Orazio satiro, che vene12,
     Ovidio è il terzo, e l’ultimo Lucano.13
91Perocchè ciascun meco si convene
     Nel nome, che sonò la voce sola,
     Fannomi onore, e di ciò fanno bene.
94Così vid’io adunar la bella scola
     Di quei Signor dell’altissimo canto,14
     Che sopra li altri, come aquila, vola.
97Da ch’ebber ragionato insieme alquanto,
     Volsersi a me con salutevol cenno;
     E il mio Maestro sorrise di tanto:
100E più d’onor ancora assai mi fenno,
     Ch’ei sì mi fecer della loro schiera,
     Sì ch’io fu’ sesto tra cotanto senno.

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103Così n’andamo infino alla lumera,15
     Parlando cose che il tacere è bello,
     Sì com’era il parlar colà dov’era.
106Venimo al piè d’un nobile castello
     Sette volte cerchiato d’alte mura,
     Difeso intorno d’un bel fiumicello.
109Questo passammo come terra dura:
     Per sette porte entrai con questi savi:
     Giugnemo in prato di fresca verdura.
112Genti v’eran con occhi tardi e gravi,16
     Di grande autorità ne’ lor sembianti:
     Parlavan rado con voci soavi.
115Traemoci così dall’un de’ canti,
     In loco aperto, luminoso et alto,
     Sì che veder si potean tutti quanti.
118Colà diritto sopra il verde smalto
     Mi fur mostrati li spiriti magni,
     Che di vederli in me stesso n’esalto.
121Io vidi Elettra con molti compagni,
     Tra’ quai conobbi Ettore et Enea,
     Cesare armato con li occhi grifagni.
124Vidi Camilla e la Pentesilea:
     Dall’altra parte vidi il re Latino,
     Che con Lavina sua figlia sedea.
127Vidi quel Bruto che cacciò Tarquino,
     Lucrezia, Giulia, Marzia, e Corniglia,
     E solo in parte vidi il Saladino.
130Poi che innalzai un poco più le ciglia,
     Vidi il maestro di color che sanno,
     Seder tra filosofica famiglia.

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133Tutti lo miran, tutti onor li fanno.
     Quivi vid’io Socrate e Platone,
     Che innanzi alli altri più presso li stanno.
136Democrito che il mondo a caso pone,
     Diogenes, Anassagora, e Tale17,
     Empedocles, Eraclito, e Zenone.
139E vidi il buono accoglitor del quale,
     Dioscoride dico; e vidi Orfeo,
     Tullio e Lino, e Seneca morale,
142Euclide geometra, e Tolomeo,
     Ipocrate, Avicenna, e Galieno,
     Averrois che il gran commento feo18.
145Io non posso ritrar di tutti appieno,19
     Però che sì mi caccia il lungo tema,
     Che molte volte al fatto il dir vien meno.
148La sesta compagnia in due si scema:
     Per altra via mi mena il savio Duca,
     Fuor della queta nell’aura che trema:
151E vengo in parte, ove non è che luca.


  1. v. 8. C. M. d’abisso tenebrosa,
  2. v. 10. C. M. nubilosa
  3. v. 27.  C. M. che l'aere eterno
  4. v. 28.  C. M. Ciò provenia da duol
  5. v. 33.  Andi, voce regolare del verbo andare; ma oggi sostituita da vada o vadi. E.
  6. v. 34.  s'elli ebber mercedi,
  7. v. 41.  Siamo perduti,
  8. v. 64. lasciavan. Gli antichi finivano in no la prima persona plurale ad esempio de’ Provenzali, e questa uscita si è conservata in talune voci che s’incorporano con l’affisso o pronome. E.
  9. v. 64. ei dicessi. Terminate in i le persone singolari del presente del congiuntivo, così pure in antico furono quelle dell’imperfetto, il quale ora serba tale desinenza nella sola prima e seconda persona, quantunque segua l’opposto nella bocca del popolo toscano. E.
  10. v. 74. C. M. ornanza,
  11. v. 83. quattro ombre grandi
  12. v. 89. Vene, convene e più sotto lumera mostrano l’uso di fognare l’i presso gli antichi. E.
  13. v. 90. C. M. e ultimo è Lucano.
  14. v. 95. Di quel Signor
  15. v.103. Andamo, venimo, giugnemo e simili sono cadenze primitive e regolari, che s’incontrano sovente nelle antiche scritture. E.
  16. v. 112.  C. M. Genti v’avea
  17. v. 137. Tale per Talete all’imitazione de’ Latini. Così dee intendersi di Dido, draco, in cambio di Didone, dracone e simili. E.
  18. v. 144. Per una tale proprietà di cadenza gli antichi aggiugnevano una sillaba alla terza persona singolare del perfetto indicativo, donde feo, udìo, sentie, moritte ed altre. E.
  19. v. 145. C. M. Io non posso ridir




C O M M E N T O


Ruppemi l’alto sonno ec. In questo quarto canto l’autore tratta del primo cerchio d’inferno, e fa principalmente due cose: imperò che prima pone come trovò una selva piena di spiriti, in questo primo cerchio; nella seconda, come truova uno nobile castello, in questo primo cerchio ancora, et è la seconda, quivi: Non era lunga ec. Questa prima che sarà la prima lezione si divide tutta in cinque [p. 114 modifica]parti, perchè prima pone come svegliato dal sonno si trovà1 in su la proda dell’abisso. Nella seconda, come Virgilio il conforta a discendere nel primo cerchio, e la loro discensione, quivi: Or discendiam ec. Nella terza pone quel che vi trovò, e certe dichiarazioni che fa Virgilio, quivi: Quivi, secondo ec. Nella quarta pone come ebbe compassione loro, e la domanda che fa a Virgilio, quivi: Gran duol ec. Nella quinta pone la risposta di Virgilio, quivi: E quei che intese ec. Divisa adunque la lezione, è da vedere la sentenzia litterale, la quale è questa.
     Poichè l’autore à finto che s’addormentasse per lo baleno che venne, dice che si svegliò per uno grave tuono che sentie, sicchè si riscosse come l’uomo che è svegliato per forza, e levato in piede e riposato, mosse li occhi d’intorno per vedere2 chi v’era, et elli si trovò di là dal fiume, in su la proda della valle d’abisso, ove si raccogliea uno tuono3 d’infiniti guai ch’erano in essa: et è quella valle scura, profonda e tenebrosa, sì che per guardare in giù niente discerneva, onde Virgilio li cominciò a dire: Or discendiam qua giù nel cieco mondo; diventato tutto pallido, io andrò innanzi e tu mi seguiterai. Allora Dante vedendo Virgilio diventato pallido, disse: Come verrò io, se tu ài paura, che suoli essere conforto al mio dubbio? Allora Virgilio li rispose: L’angoscia delle genti che sono quaggiù mi fa questo colore che viene di pietà, e non da paura come tu credi: andiamo, che la via lunga ci sollicita, e così si mise Virgilio, e fece entrare Dante nel primo cerchio dell’inferno. E qui dice che non avea pianto, se non di sospiri che faceano tremare quell’aere, che mai non dee venir meno: e questi mossi da dolori sanza martirio ch’aveano quelle grandi turbe di fanciulli maschi e femmine, e di uomini e femmine grandi. Allora Virgilio disse a Dante: Tu non dimandi che spiriti son questi? Io voglio che sappi innanzi che vadi più oltre, che questi che sono qui, non ànno peccato; e benchè abbino meritato non basta, perchè non furono battezzati; e benchè fossono innanzi al battesimo, non sono scusati: imperò che non credettono in Cristo che dovea venire, e di questi cotali son io, dice Virgilio a Dante; e per questo difetto e non per altro peccato siamo dannati a questa pena, che stiamo in continuo desiderio d’avere beatitudine, e siamo certi che mai non la doviamo avere. Allora Dante ebbe grande dolore, perchè conobbe che gente di grande valore erano in quel primo cerchio, che si chiama limbo, e mosse uno dubbio a Virgilio per essere certo della fede cristiana; se mai di quel limbo uscì alcuno per suo merito, o per merito altrui, che poi fosse beato. [p. 115 modifica]Allora Virgilio che intese il parlar coperto di Dante rispose: Io ci era venuto di poco, ch’io ci vidi venire uno Possente, coronato di corona di vittoria, e trasse di questo luogo l’anima d’Adam e d’Abel suo figliulo, e di Noè, di Moisè datore della legge, di Abraam patriarca, di David re, d’Isaach, di Iacob e de’ suoi figliuoli, e della moglie che fu chiamata Rachele, e di molti altri, e feceli tutti beati: imperò che li menò seco alla beatitudine; e sappi che innanzi a costoro non furono mai salvati li spiriti umani: imperò che i rei andavano all’inferno, e i buoni venivano in questo limbo. Et aggiugne Dante che, ben che Virgilio dicesse, tutta via passavano la selva piena di spiriti; e qui finisce la lezione prima. Ora è da vedere il testo con le esposizioni litterali et allegoriche.

C. IV - v. 1-12. In questi quattro ternari che contengono la prima parte, l’autore pone come si svegliò dal sonno che prese, quando venne il baleno, come detto è di sopra; e come4 desto si trovò in su l’altra proda della valle dell’abisso di là dal fiume Acheron; e come quivi andasse nol dice, se non che si dee comprendere per li accidenti detti di sopra, che significano l’avvenimento dell’Angelo che, poi che fu addormentato, l’Angelo venne e pigliollo e portollo di là; e questo non dovea dire, poi che finge che dormisse: chè chi dorme non sente, come è detto. Dividesi questa parte in due, perchè prima pone come si svegliò; e nella seconda pone il luogo, discrivendolo ove si trovò, quivi: Ver’è ec. Dice così il testo: Ruppemi l’alto sonno; cioè il profondo sonno, e per questo vuole mostrare che fosse bene addormentato profondamente, nella testa. Questo dice: però che il sonno incomincia dal capo e discende in tutte le membra: imperò che, quando l’uomo dorme, la virtù sensitiva dell’anima si riposa, e la vegetativa sempre vegghia, e mentre che l’uomo vive non à mai riposo; e perchè la virtù sensitiva è più nella testa, per li cinque sentimenti che vi sono, che nell’altre parti del corpo, ove non è se non uno sentimento comune, però dice che nella testa si ruppe il sonno quivi, ove si cominciò: chè quivi prima si rompe il sonno, ove prima si comincia. Un greve tono. Qual fosse questo si dichiara di sotto, ove dirà che fosse il tuono de’ guai infiniti dell’inferno. sì ch’io mi riscossi. Chi è svegliato di subito per forza, si riscuote, perchè la virtù sensitiva viene subito ai suoi strumenti di fuori; ma quando l’uomo si sveglia da sè, viene5 riposatamente e non con impeto, e però non si scuote l’uomo, e però aggiugne: Come persona, che per forza è desta; cioè svegliata. E l’occhio riposato intorno mossi. Qui dice che, poichè fu riposato, mosse li occhi intorno. Necessario era che scosso dal sonno, si riposasse e poi [p. 116 modifica]movesse li occhi d’intorno. Dritto levato; cioè levato in piè. Questo è naturale che chi è svegliato subitamente si riposa prima: chè volendosi levare subito cadrebbe; e poi che s’è riposato si leva in piè, e così dice che fece l’autore, e mosse, poi che fu levato, li occhi intorno, e fiso riguardai; cioè attentamente, Per conoscer lo loco, dove io fossi. Questo era convenevole, perchè non si vedea nel luogo dov’era, quando s’addormentò. Questo che allegoricamente l’autore dice di sè si conviene a chi nel mondo è uscito del peccato, e venuto alla contemplazione e dispregio di quello per la grazia illuminante: chè com’elli à addormentata la sensualità al mondo, e alla carne; così lo svegli poi lo tuono delli infiniti guai; cioè tumulto de’ viziosi e li loro lamenti a considerare la viltà del peccato, e le sue specie, e le pene a loro convenienti, sicchè per questo stia fermo nel primo proposito buono. E notantemente dice che svegliato fu dal tuono de’ guai dell’abisso, perchè le miserie de’ peccatori e li loro guai trassono la sua sensualità, che stava come addormentata quanto alle cose del mondo, a comprenderle, et a considerarle; e questo dice l’autore per insegnare ancora alli altri che modo debbano tenere, quando fossono in sì fatto stato. Ver’è che in su la proda mi trovai Della valle d’abisso dolorosa. Qui manifesta l’autore il luogo ove si trovò, e dice che si trovò di là dal fiume in su la proda della valle dolorosa; cioè piena di dolore dell’abisso; cioè della profondità dell’inferno; e per questo possiamo comprendere che l’autore finge che insino a qui l’inferno dalla sua entrata stesse come una piaggia, e quivi cominciasse la ripa a calare nel primo cerchio, e quello avesse una ripa che calasse nell’altro infino all’ultimo, che è nel profondo. Che tuono accoglie d’infiniti guai. Qui manifesta qual tuono fosse quello che lo svegliò, dicendo che quella proda accoglie tuono di guai infiniti; cioè di guai che non deono mai aver fine, o innumerabili, a mostrare la grandissima moltitudine de’ dannati: però che infinito alcuna volta si piglia sanza numero; rimbombava quivi e fa come uno tuono6: fu quello che lo svegliò. Oscura, profonda era, e nebulosa. Descrive com’era fatta la valle, dicendo, ch’era oscura in quanto era sanza luce; profonda, in quanto era molto cupa, infino al centro della terra; nebulosa; cioè piena di nebbie7 della terra. Sono esalazioni umide che fanno nebbia; ma l’autor pone queste cose, benchè sieno convenienti al luogo, secondo allegorico intelletto: però che nell’inferno è privazione di chiarità, perchè non v’è niuno degno di loda; ma di biasimo: ancora v’è profondità di malivolenzia, e d’iniquità, et evvi nebbia; cioè ignoranzia d’intelletto, e questo medesimo s’intende [p. 117 modifica]dello inferno del mondo, il quale s’intende essere la congregazione delli ostinati, come detto è di sopra. Tanto, che per ficcar lo viso al fondo Io non8 vi discerneva alcuna cosa. Dice che tanto era scura la valle, e profonda, e nebbiosa che, benchè ficcasse il viso in giù, niuna cosa vi potea discernere. Benchè questo sia conveniente secondo la lettera; non lo disse sanza intendimento d’allegoria, intendendo che di tanta oscurità sieno li dannati, tanta profondità di malizia è in loro, e tanta cechità d’intelletto, che l’uomo virtuoso, benchè inchini il suo intelletto a considerare secretamente queste cose basse e vili, non vi discerne veruna cosa; cioè in tanta bassezza d’essere sono, che non vi conosce cosa che si possa dire che abbia essere, o che si possa dire cosa, per che quivi non è, se non privazione.

C. IV - v. 13-24. In questi quattro ternari pone l’autore il discenso suo nel primo cerchio, e fa due cose: imperò che prima pone il conforto di Virgilio al discenso con la sua dubitazione; nella seconda, la risposta di Virgilio al dubbio e il discendimento; et è la seconda: Et elli a me ec. Dice adunque prima Virgilio a Dante: Or discendiam qua giù nel cieco mondo. Vero è che nell’inferno sono tenebre, sì che si può ben dire, nel mondo cieco per convenienzia, et ancora per allegorico intelletto, della vita viziosa de’ mondani, che ben si può dire cieca: imperò che nelli uomini viziosi è cechità d’intelletto; e bene9 discendere, venire alla considerazione di sì fatti, alla quale veniva Dante. Cominciò il poeta tutto smorto; cioè Virgilio: Io sarò primo, e tu sarai secondo. Virgilio guidava Dante e sapeva il luogo ove menava Dante, sicchè conveniente cosa era che andasse innanzi, e Dante lo seguisse, e che avesse pietà dell’angoscia che era là giù, per la quale era lo smortore, come si dirà incontanente. E questo è conveniente, secondo la fizione e secondo l’allegorico intelletto che la ragione di Dante significata per Virgilio, descendendo a considerare ancora la pena de’ viziosi mondani, debbiasi muovere a pietà. Et io, che del color mi fui accorto, Dissi: Come verrò, se tu paventi, Che suoli al mio dubbiar esser conforto? Qui Dante muove dubbio a Virgilio, dicendo poichè s’avvidde10 dello smortore di Virgilio: Come verrò io, se tu ài paura, che suoli essere conforto al mio dubitare? Veramente la ragione conforta la sensualità, quando teme. Et elli a me; cioè Virgilio disse a me Dante: [p. 118 modifica]L'angoscia delle genti, Che son qua giù, nel viso mi dipigne Quella pietà; cioè quello smortore che viene da pietà, che tu per tema senti; cioè che a te Dante pare che vegna per tema; cioè per temenza. Andiam, che la via lunga ne sospigne. Ben pare lo lungo cammino faccia più sollicito l’andatore, che lo piccolo. Così si mise; Virgilio, e così mi fe entrare Nel primo cerchio, che l’abisso cigne. E qui mostra che entrassono nel primo cerchio dell’inferno. E qui secondo la lettera, per avere intenzione di quello che si dirà nella prima cantica, doviamo sapere che l’autore finge che l’inferno sia nella concavità della terra, come detto fu di sopra, e che dopo lo fiume Acheronte si cominci a discendere, e discendesi una grotta e trovasi una ripa la quale sta in tondo com’uno cerchio, e terminasi all’altra grotta, et à ben grande latitudine la grossezza del cerchio; cioè dalla grotta stesa, infino all’altra dove si discende. E similmente il vacuo è grande spazio qual si conviene alla grossezza della terra, e questo chiama lo primo cerchio ovvero limbo, ove pone che stiano li parvoli, et uomini, e femmine virtuosi, che non ànno avuta la fede cristiana; ma pone in questa grossezza del cerchio, più in ver lo grotto, uno nobile castello cerchiato11 di sette alte mura d’intorno e d’un bello fiumello12, et in questo finge essere dispersi13 dalli altri uomini e femmine famose; e poi pone lo secondo alla discesa dalla grotta seconda tanto di meno giro, che il primo quanto è la grossezza del primo, et in questo finge che si punisca il peccato della lussuria; e poi finge il terzo di meno giro che il secondo, alla discesa della terza grotta tanto, quanto è la grossezza del secondo, e qui finge che si punisca il peccato della gola; e poi finge il quarto cerchio per lo modo delli altri detti di sopra, et in questo finge che sia il peccato dell’avarizia; e poi finge il quinto per lo modo delli altri di sopra; ma ponci una palude che va intorno per lo cerchio, che si chiama Stige, et in questo finge che si punisca il peccato dell’ira e dell’accidia; e poi il sesto per lo modo delli altri, se non che finge che sia intorniato di mura di ferro, e che dentro a quelle mura sia lo sesto cerchio, e il settimo, l’ottavo, e il nono, per lo modo, che è detto di sopra, e chiama l’autore questi cerchi così murati la città di Dite. E dentro a questi finge che sia punito il peccato della superbia e della invidia, che sono più gravi peccati che li altri, e perciò li pone più al fondo; et ancora la lussuria, gola, avarizia, ira, accidia in quanto vengono da malizia e da bestialità: chè in quanto vengono da incontinenzia, finge che sieno puniti nelli cerchi detti di sopra, fuor della città di Dite. E non procede più l’autore, secondo lo genere de’ [p. 119 modifica]detti peccati; ma secondo le loro specie, ponendo che nel sesto cerchio sia punito il peccato della eresia in tombe di fuoco, e perchè è specie di superbia. E poi finge il settimo, secondo il modo delli altri; ma distinguelo in tre cerchi, sicchè il primo è a lato alla grotta che scende del sesto cerchio, e il secondo a lato al primo, e poi il terzo all’altra grotta; e nel settimo cerchio così distinto finge che si punisca il peccato della violenzia. E poi finge l’ottavo cerchio, secondo il modo delli altri, se non che lo divide in x fossati che li chiama bolge, l’uno dopo l’altro, intorno con ponticelli che valicano da l’una ripa all’altra; et in questo cerchio finge che sieno punite x specie di peccati contenute sotto la fraude contro all’amore naturale. E poi finge il nono al centro della terra, lo quale distingue in quattro parti in tondo come li altri, e qui finge che sia punito il peccato della fraude contro l’amicizia, e questo è l’ultimo: e di questo più largamente si dirà, quando si tratterà di quelli. Tanto doviamo sapere che l’autore finge che sieno nove cerchi: però che Virgilio nel sesto libro dello Eneida, ove tratta del discendimento d’Enea all’inferno, pose ancora nove cerchi, et in questo l’autore lo vuole seguitare: et ancora come nella terza cantica à posto l’ascendimento delle virtù per li nove cieli; così volse porre qui lo discenso del vizio per nove cerchi.

C. IV. - v. 25-42. In questi sei ternari l’autore finge le pene, a che sono condannate quell’anime che sono nel primo cerchio, e fa due cose principalmente: imperò che prima pone quello che qui sentì; nella secondo parte pone come Virgilio lo incita a domandare, e come risponde alla domanda, e toglie via un’obiezione, quivi: Lo buon Maestro a me ec. E questa à tre parti, perchè prima incita Dante a domandare; nella seconda risponde, quivi: Or vo’ che sappi ec.; nella terza solve l’obiezione che si potrebbe fare, quivi: E se furon ec. Dice adunque: Quivi; cioè in quel luogo; cioè in tutto il primo cerchio, secondo che per ascoltare; cioè secondo quello che si comprende ascoltando, Non avea pianto, ma che di sospiri; cioè se non di sospiri, Che l’aura eterna facevan tremare; cioè che facean tremare l’aere infernale, che mai non dee aver fine. Ciò avvenia di duol sanza martiri; cioè questi sospiri avveniano pur per dolori, che venivano sanza ricever martirio, Ch’avean le turbe, ch’eran molte e grandi; cioè questo duolo aveano le turbe, ch’erano quivi grandi e molte. D’infanti; cioè di fanciulli, maschi e femine: chè sotto questo nome si comprende il maschio e la femina, e di femmine, e di viri; uomini e femine grandi. Lo buon Maestro; cioè Virgilio, disse, a me: Tu non dimandi. E qui mostra come Virgilio incita Dante ad attendere alla dichiarazione di quello che qui si potrebbe dubitare, che incontanente lo dichiara dicendo: Che spiriti son questi, che tu vedi? [p. 120 modifica]Or vo’ che sappi, innanzi che più andi. Qui dichiara Virgilio che questi che sono nel limbo, sono pur condannati per lo peccato della infedelità e non per altro peccato, perchè finge che quivi sieno pur li parvoletti non battezzati, e li uomini, e le femine che ànno pur operato bene nella loro vita, che almeno sono vivuti civilmente; ma non sono stati cristiani, e in questo si discorda l’autore della santa Chiesa, la quale non puone questo luogo se non li parvoli. Puossi scusare l’autore che il dice poeticamente, per seguitare i poeti che pongono questi così fatti nelli campi elisi; e però dice: Ch’ei non peccaro. Debbasi intendere qui d’altro peccato che d’infedelità; altrimenti seguitarebbe che fossono dannati ingiustamente, se sanza avere peccato fossono dannati. e s’elli ànno mercedi, Non basta. Risponde qui a una obiezione che si potrebbe fare; s’elli ànno meritato in questa vita operando le virtù politiche, come non sono meritati del lor bene adoperare? Dice che quel bene aoperare non basta ad avere vita eterna, et assegna la ragione secondo la nostra fede. perchè non ebber battesimo. Ecco la cagione perchè non valse loro bene adoperare, perchè non ebbono battesimo senza il quale niuna buona opera è accettata a Dio. Ch’è parte della Fede che tu credi; cioè il quale battesimo è parte della fede cristiana che tu Dante credi: imperò che il battesimo è uno de’ sette sacramenti della chiesa, li quali ciascuno cristiano crede, s’elli è vero cristiano. E se furon dinanzi al Cristianesimo. Qui risponde ad un’altra obiezione che si potrebbe fare di quelli che morirono innanzi che venisse Cristo, che non era battesimo: imperò potrebbe alcuno dire: Costoro non dovrebbono essere dannati: imperocchè allora non si battezzava. A ciò risponde l’autore, ponendo che risponda Virgilio che costoro sono dannati perchè non adorarono veramente 14 Idio: però che doveano adorare il Padre, e il Figliuolo, e lo Spirito Santo sì, come uno Idio in tre persone, e doveano credere in Cristo che dovea venire, e però dice: Non adorar debitamente a Dio: E di questi cotai sono io medesimo. Dice Virgilio sè essere di costoro, perchè adorò l’idoli o vero li idii come disse di sopra nel primo canto. Per tai difetti, e non per altro rio; cioè e non per altra colpa. Noi sem perduti; quanto alla beatitudine, e sol di tanto offesi; cioè solamente aviamo tanto d’offensione. Che sanza speme, vivemo in disio; cioè viviamo in desiderio d’avere beatitudine, sanza avere speranza d’averla: imperò siamo certi che in perpetuo saremo privati della visione di Dio. E qui è da notare che questa è conveniente pena a così fatto peccato, sì che ben fa l’autore buona poesi in questo: imperò che degna cosa è che chi è stato sanza [p. 121 modifica]speranza in questa vita, sia ancora sanza essa tormentato dal desiderio nell’altra. Ogni infedele in questa vita è sanza speranza: imperò che la fede genera speranza; e però chi non à la vera fede non à la vera speranza; e questo ancora si verifica per l’infedeli del mondo, che vivono in continuo desiderio di beatitudine e non ne possono avere vera speranza, perchè non ànno vera fede.

C. IV - v. 43-50. In questi due ternari e due versi l’autore domanda Virgilio d’uno dubbio, non che ne dubitasse; ma per darne più fermezza, e fa due cose: però che prima mostra d’avere compassione a quella gente, et assegna la cagione; nella seconda muove il detto dubbio, quivi: Dimmi, Maestro ec. Dice prima: Gran duol mi prese al cor; cioè grande dolore ebbi io Dante al cuore, quando lo intesi; cioè Virgilio. Ora assegna la cagione: Perocchè genti di molto valore; e d’animo e di corpo, Conobbi, che in quel limbo eran sospesi. Ecco che qui nomina lo primo cerchio limbo, come lo nomina la santa scrittura, e dice sospesi; cioè remoti da grazia e da tormento di martìri: però che quivi non è, se non dolore di desiderio. Dimmi, Maestro mio, dimmi, Signore, Cominciai io. Ecco che Dante domanda qui certezza di quello che tiene la nostra fede, e però dice: per voler esser certo Di quella Fede, che vince ogni errore; cioè della fede cristiana. Uscicci mai alcuno o per suo merto, O per altrui; merito s’intende di questo luogo che si chiama limbo, che poi fosse beato; cioè che poi avesse vita eterna? E questo dice, per mostrare che non intenda per altro modo l’uscire, che per avere beatitudine: però che per tornarvi sapeva che n’era uscito Virgilio: e questo non era dubbio secondo la fizione, nè quel di prima era dubbio, secondo la nostra fede; ma fa questa domanda per mostrare che n’avesse perfetta fede, e per confermare li uomini grossi che non s’avveggono che l’autore parla fittivamente come poeta; e qui non è altra esposizione.

C. IV. - v. 51-66. In questi cinque ternari et uno verso l’autore fa due cose: però che prima pone la risposta di Virgilio alla sua dimanda; nella seconda continua il suo processo, quivi: Non lasciavan. Dice adunque prima: E quei; cioè Virgilio, che intese il mio parlar coverto; cioè che intese bene quello per ch’io lo dicea, ben ch’io non lo dichiarassi nella domanda, Rispose, Io era nuovo in questo stato. Finge l’autore che Virgilio dicesse che di nuovo era venuto al limbo, quando Cristo venne a spogliare lo limbo, e vero è che Virgilio era morto poco innanzi che Cristo, perchè morì sotto l’imperio d’Ottaviano Augusto; ma s’elli andò nel limbo, o in altra parte dell’inferno, questo sa Idio: l’autor finge che sia nel limbo. Quando ci vidi venir un Possente. Questo fu Cristo. Con segno di vittoria coronato; cioè coronato come re, con palma che significa [p. 122 modifica]vittoria, e col gonfalone della croce che significava che avea triunfato in sulla croce, del dimonio nostro avversario. Trasseci l’ombra del primo parente; cioè l’anima d’Adam, che fu il primo padre dell’umana specie. D’Abel suo figlio. Qui è da sapere che Abel fu secondo figliuol d’Adam e d’Eva: imperò che il primo fu Cain15, e lo secondo Abel; lo qual Abel pastore fu per invidia ucciso da Cain, e questo Abel fu pianto da Adam e da Eva cento anni in una valle, che per questo fu chiamata valle di lacrime. Abel pastore, perchè Idio aveva comandato ch’elli facessono sacrificio, li sacrificava volentieri de’ migliori animali della mandria, et Idio accettava il suo sacrificio, e prosperavalo di bene in meglio; ma Caino ch’era avaro offereva delle più triste spiche del campo, e facevalo mal volentieri, e però ogni cosa li andava di male in peggio; onde mosso per invidia del bene del suo fratello Abel, ad odio l’uccise, sicchè Abel fu il primo ch’entrasse nel limbo: Cain poi fu morto et andò l’anima sua nel profondo dell’inferno; e così finge l’autore, e però dice che, quando Cristo spogliò lo limbo, ne cavò l’anima d’Abel figliuolo d’Adam. e quella di Noè. Incomincia a contare di quelli della seconda età che dura da Noè infino ad Abraam, e dice che Cristo ne trasse ancor quell’ombra; cioè l’anima di Noè, lo qual Noè solo fu trovato giusto nella sua generazione; e però Idio volendo punire l’umana specie per diluvio d’acque, essendo già Noè d’anni ottocento, et avendo tre figliuoli; cioè Sem, Cam e Iafet, comandò che facesse un’arca molto grande che fosse alta trenta16 gomiti, e lunga trecento gomiti, e che vi facesse molte mansioni, sì che vi capesse elli e la moglie e’ figliuoli, e le mogli de’ figliuoli, e di tutte le specie di animali, che non nascessono di corruzione di terra, due; cioè il maschio e la femmina, e penolla a fare cento anni, e poi che l’ebbe fatta, abitò in essa elli e la famiglia sua e due di ciascuna specie di animali. E così venendo il diluvio dell’acque che coperse li monti più alti di quindici gomiti, riservossi l’umana specie delli animali in quelli dell’arca et uscinno17 fuori, quando fu cessato il diluvio, e riempiette il mondo. Noè e Sem abitarono in Asia, Cam in Affrica, Iafet in Europa; e perchè Noè fu giusto, però fu di quelli del limbo, e trattone poi da Cristo. Di Moisè legista et ubidiente. Passa ora l’autore alla terza età, che durò da Abraam in sino a Moisè, e conta [p. 123 modifica]di Moisè da cui incominciò la quarta età, dicendo che Cristo trasse ancora del limbo l’anima di Moisè, il quale fu legista et ubbidiente a Dio. Moisè nacque in Egitto, quando il popolo di Dio era in servitudine di Faraone, e trovato nel Nilo dalla figliuola del re Faraone, statovi gittato dalla balia, che non volle ucciderlo, secondo che avea comandato Faraone, lo fece allevare e crebbe in grazia del re e di tutta la corte; ma per uno omicidio che fece, fuggì in India e stette con uno sacerdote ch’ebbe nome Raguel, et ebbe la figliuola sua, ch’ebbe nome Sefora, per moglie. E guardando le bestie, li apparve Idio in specie di fuoco in uno pruno ch’ardeva e non si consumava, e chiamollo e comandolli che andasse a Faraone e comandasseli che lasciasse lo suo popolo e diedeli li segni della verga che diventasse vipera e poi ritornasse in verga, e della mano che messa in seno diventasse lebbrosa e poi rimessa fussi libera, et ancora li diede autorità d’affliggere l’Egitto con dieci piaghe, se non volesse lasciare lo popolo suo; onde elli ubidiente andò, e con grande fatica trasse il popolo di servitudine, come si racconta nella Bibbia, e condusselo nel deserto ch’era in mezzo tra l’Egitto e la terra di promissione. E quando fu nel diserto, Idio li fece dire che andasse in sul monte Sinai che li voleva dare la legge scritta, che dovea tenere et osservare lo suo popolo, et elli vi andò e stettevi quaranta di’ e notti sanza mangiare e sanza bere, e il popolo non vedea in sul monte se non fummo. Scritta la legge in due tavole18, Moisè tornato al popolo che in quel mezzo aveano adorato il vitello, come Idio li revelò in sul monte, uccise qualunque era stato colpevole; e perchè avea rotte le tavole, tornò ancora per la legge et arrecò dieci comandamenti; cioè tre che spettavano a Dio in una tavola, e sette che spettavano al prossimo, in un’altra tavola; e quella legge diede al popolo e comandò da parte di Dio che l’osservassono, e però dice l’autore che Cristo trasse del limbo l’anima di Moisè legista et ubidiente. Abraam patriarca. Ora pone l’autore di quelli della quarta età che durò da Abraam a Moisè, e dice che Cristo trasse del limbo Abraam patriarca. Abraam fu lo primo fedele vecchio a cui Idio rivelò la Trinità, e fu padre di molte genti: però che di lui sono nati i Giudei e li Saracini; cioè di Isaac suo figliuolo e di Sara sua donna, li Giudei; e d’Ismael suo figliuolo, e d’Agar ancilla li Saracini; e dall’Apostolo è chiamato padre di tutti quelli che deono essere salvati: a lui fu fatta la promessione che Cristo, lo quale è nostra salute, nascerebbe di lui: in el vecchio19 Testamento, [p. 124 modifica]la fede d’uno Idio, primo predicò publicamente, e fu lo primo che facesse recettaculo di peregrini, e però ben disse l’autore: Abraam patriarca; cioè primo di padri: e Davit re. Ora fa menzione l’autore di quelli della quinta età, che durò dalla trasmigrazione di Babilonia in fino a Cristo, dicendo che Cristo trasse del limbo Davit re, che fu della quinta età. Davit fu figliuolo di Iesse e fu re del popolo di Dio, e succedette al re Saul e fu Profeta e fece li salmi e fu padre di Salomone. Di David; cioè del seme suo, è nato Cristo, e perciò dice: Davit re, Israel con lo padre, e coi suoi nati. Ritorna ancora l’autore a narrare di quelli della terza età, che fu da Abraam a Moisè, e dice che Cristo ne trasse Israel. Costui fu chiamato per altro nome Iacob e fu figliuolo di Isaac, figliuolo d’Abraam et ebbe Iacob xii figliuoli, i quali furono chiamati Ruben, Simeon, Levi, Iudas, Issacar, Zabulo, Dan, Gad, Aser, Neftali, Iosef e Beniamin, che sono detti xii patriarchi, e però ben dice l’autore che ne trasse Israel; cioè Iacob col padre; cioè Isaac e co’ suoi nati; cioè con quelli xii patriarchi nominati: li sommi patriarchi sono tre; cioè Abraam, Isaac, e Iacob; e xii sono poi li altri figliuoli di Iacob, che fu chiamato Israel; cioè vedente Idio. E con Rachele per cui tanto fe. Rachele fu una delle figliuole di Laban bellissima, per avere costei per moglie, Iacob servì Laban prima vii anni, pascendo il bestiame del suocero; e poi fu ingannato da Laban, che in iscambio di Rachele, li diede Lia un’altra sua figliuola ch’era sozza, onde Iacob volendo anche Rachele la quale amava molto, fece patto con Laban di servirlo altri vii anni; sicchè xiiii anni servie Iacob per avere Rachele, et in fine di xiiii anni tornò con l’una e con l’altra a casa sua, rivocato da Esaù suo fratello, per cui paura s’era partito; e però ben dice l’autore: per cui tanto fe; cioè servì xiiii anni. Et altri molti. Poichè l’autore à nominati li principali, conchiude delli altri dicendo, e molti altri oltre a quelli che detto è, e feceli beati; menandoli seco in vita eterna. E vo’ che sappi, che dinanzi ad essi, Spiriti umani non eran salvati. Dichiara affermando che questi furono i primi uomini che avessono beatitudine, e però dice che spiriti umani non erano salvati innanzi ad essi, perchè non s’intenda delli spiriti angelici: però che come peccarono li cattivi angeli, li buoni furono confermati in grazia, e salvati: et intende qui de’ puri uomini, non di Cristo, che è Idio e uomo, lo spirito umano del quale, come fu creato, fu salvato. Non lasciavan l’andar, per ch’ei dicessi. Dice l’autore, che ben che Virgilio parlasse, non lasciavano però l’andare. Ma passavam la selva tuttavia. Finge quel luogo esser fatto come una selva, e però dice: Ma passavam la selva tuttavia, La selva dico di spiriti spessi. Dichiara che selva questa fosse, e perchè non s’intenda che fosse di [p. 125 modifica]virgulti, e d’arbori, dice: Io dico la selva di spiriti spessi: imperò che quelli spiriti stavano fermi come si fossono virgulti, et erano spessi come sono le piante e li arbori nelle selve; e per questo mostra la moltitudine esser grande. Convenientemente finge l’autore che questi spiriti stessono come li sterpi nella selva, perchè questi così fatti ànno saputo pure le cose della terra, e non quelle di Dio, e così allegoricamente si può dire che sieno quelli, che sono nel mondo in così fatto stato, perchè sanno pur le cose della terra; ma del cielo niente, e però in essa stanno fermi. E nota che l’autore divide quelli del limbo in due specie, ponendo coloro che ànno avuto fama onorevole nel mondo di per sè, da quelli che non l’ànno avuta, e però divide il primo cerchio in due mansioni: però che prima pone una selva per tutto il cerchio, et in essa pone quelli che sono stati sanza fama; e poi pone uno castello in questa selva, alto e separato dalla selva et in esso pone l’infedeli e non battezzati, che ànno avuto onorevole fama nel mondo, e di questi tratta nella seguente lezione: de’ primi che sono stati sanza fama, che pone nella seconda selva, non nomina alcuno; di quelli del castello nominerà assai nella seguente lezione. Seguita la seconda lezione.
     Non era lunga ec. In questa seconda parte della prima divisione che contiene la seconda lezione, l’autor pone ovvero finge, come trovò dopo la detta selva, in questo primo cerchio, uno nobile castello, ove pone di per sè quelli che sono stati infedeli e non battezzati; ma ànno avuto onorevole fama nel mondo, e dividesi questa lezione in otto parti: imperò che prima pone come vide uno fuoco, e lo luogo più onorevole ch’è quel della selva predetta, benchè fosse nel primo cerchio; e come di ciò dimanda Virgilio. Nella seconda pone la risposta di Virgilio, e quello che Dante udì, quivi: Et elli a me ec. Nella terza pone come Virgilio lo dichiara dell’avvenimento di quelli che venivano in verso loro, ove comincia a nominare, qui: Lo buon Maestro. Nella quarta pone come giunsono al castello, quivi: Da ch’ebber ragionato ec. Nella quinta pone come era fatto descrivendo quello castello, quivi: Questo passammo ec. Nella sesta nomina l’autore alquanti valenti uomini stati nell’atto dell’arme, e famosi che conobbe nel castello, quivi: Io vidi Elettra ec. Nella settima pone come vide alquanti famosi nelle scienzie, e quelli nomina, quivi: Poi che innalzai ec. Nell’ottava et ultima pone la sua escusazione e il processo più oltre, quivi: Io non posso ec. Divisa la lezione è da vedere la sentenzia litterale.
     Dice l’autore che mentre che passavano la selva detta di sopra, non essendo molto di lungi dall’altezza d’onde si scende nel primo cerchio, elli vide uno fuoco il quale era attorniato da tenebre dal lato, e di sopra: e da questo fuoco era elli e Virgilio ancora [p. 126 modifica]un poco di lungi; ma non sì ch’elli non conoscesse che onorevol gente possedea quel luogo, e però domandò Virgilio chi fossono costoro che aveano tanto vantaggio dalli altri ch’aveano lo fuoco, e li altri no. E Virgilio allora li rispose che per la fama che aveano avuta nel mondo, aveano acquistato grazia d’avere quel vantaggio dalli altri; e mentre che così ragionava con Virgilio udì una voce che diceva: Onorate l’altissimo poeta: l’ombra sua, ch’era partita da noi, ritorna. E poi che la voce fu ristata dice che vide quattro ombre venire verso loro, nè liete, nè triste: allora Virgilio lo dichiarò chi elli fossono, dicendo che quelli, che venia innanzi con una spada in mano, era Omero sommo poeta, l’altro Orazio satiro, il terzo Ovidio, e l’ultimo Lucano; e perchè sono tutti e quattro poeti com’io, mi fanno onore e fanno bene: imperò che onorando me, onorano sè medesimi, e così s’aggiunsono insieme questi quattro poeti con Virgilio. E poi ch’ebbono alquanto ragionato insieme, si volsono in verso Dante con atto salutevole, di che Virgilio sorrise, et ancora feciono tanto più d’onore a Dante che lo feciono di loro brigata, sicchè elli fu il sesto poeta con quelli cinque detti di sopra: e così se n’andarono tutti e sei infino al lume detto di sopra, parlando cose che in questa comedia si convengono tacere, perchè non sono pertinenti alla materia, così com’era conveniente di dirle qui, tra lor sei poeti: e così parlando vennono in piè d’uno nobile castello con sette mura d’intorno e con uno bel fiumicello, e questo fiume passarono come terra dura, et entrò per sette porte Dante insieme co’ detti cinque poeti, e giunsono in uno bel prato molto verde e fresco. E quivi vide gente di grande autorità e gravità, che parlavano rado e con soavi voci, e recaronsi dall’uno lato et in luogo alto, e luminoso, sì che bene si poteano vedere tutti. Et allora Dante vide Elettra con molti compagni, tra’ quali conobbe Ettor et Enea, Cesare, Camilla, Pentesilea, lo re Latino, Lavina sua figliuola, Bruto, Lucrezia, Giulia, Marzia, Cornelia, e il Saladino. E poi che ragguardò più in alto vide Aristotile sedere tra’ filosofi, lo quale tutti ragguardavano, et onoravano: e quivi vide Socrate, e Platone che stavano più presso ad Aristotile che li altri: vide Democrito che pone ogni cosa esser fatta nel mondo a caso et a fortuna, Diogene, Anassagora, Tale, Empedocles, Eraclito, Zenone, Dioscoride ricoglitore delle qualità dell’erbe e delle piante e de’ frutti, Orfeo, Tullio, Lino, e Seneca morale filosofo: e vide Euclide che fu geometra, Tolomeo che fu astrologo, Ipocrate, Avicenna, Galieno maestri della medicina, Averrois che fece lo commento sopra Aristotile. All’ultimo si scusa l’autore ch’erano assai più; ma non può dire a pieno di tutti: però che lunga materia à a trattare che sollicita sì, che spesse volte lascia delle cose fatte che non le dice, [p. 127 modifica]per servare l’acconcia brevità: aggiugne che poi Virgilio et elli si partirono da quelli quattro poeti, che sono detti di sopra: e Virgilio lo guidò per altra via, fuori di quel castello dov’era l’aere cheta, nell’aere che tremava, e giunse allora in parte ove non era lume, come nel castello. Ora finita la sentenzia litterale, è da vedere il testo con le esposizioni allegoriche o ver morali.

C. IV - v. 67-75. In questi tre ternari l’autore pone come vide uno luogo luminoso, sicchè s’accorse che onorevole gente era posta in quel luogo, e però domandò Virgilio chi erano. Onde in questa prima parte fa due cose: però che prima pone quello che vide, e ch’elli ne comprese; nella seconda parte pone perciò come domandò Virgilio, quivi: O tu, che onori ec. Dice adunque così. Non era lunga ancor la nostra via Di qua dal sommo. Dice l’autore che non erano ancor di lungi dal sommo di qua; cioè non erano ancor molto dilungati dalla sommità di qua; cioè dalla sommità onde si scende nel primo cerchio: e dice di qua, poi che quando l’autore scrisse questo, era tornato et era di qua, secondo che finge. quando vidi un foco; cioè io Dante, Che; cioè il qual fuoco, emisperio; cioè la metà d’uno tondo, di tenebre; ch’erano intorno, vincia; cioè intorniava. Questo fuoco illuminava la parte di sopra e dal lato intorno intorno: et intorno a questo tondo illuminato era poi tutto l’altro tenebra, sì che le tenebre erano intorno al lume. Di lungi v’eravamo; io e Virgilio, ancora un poco; dal detto fuoco, s’intende; Ma non sì; di lungi, ch’io non discernessi; cioè io Dante, in parte; cioè in alcuna parte del detto luogo, Ch’orrevol gente possedea quel loco; e però incominciò Dante a parlar a Virgilio, dicendo: O tu, che onori e scienzia et arte. Veramente Virgilio onorò la scienzia e l’arte, con le sue opere: li scientifici e li artisti onorano, con le loro opere che compongono, le scienzie e l’arti in quanto dimostrano quanto vagliano. Questi chi sono, ch’ànno tanta orranza. Domanda Dante chi sono costoro che ànno tanto vantaggio dalli altri, e però dice, Che dal modo delli altri li diparte: imperò che li altri stanno con tenebre, e costoro con lume? Finge questo l’autore, non perchè credesse che nell’inferno sia veruna luce o chiarezza; ma per convenienzia della divina Giustizia, vuole significare che questi così fatti che nel mondo sono stati famosi di prodezza di corpo nell’armi, o d’animo nelle scienzie abbino lume di là; cioè abbino chiara la loro coscienzia, che di loro non ànno lasciato malo esemplo alli altri nelle dette cose; ma ànno lasciato buono e sì fatto, che la loro fama ancora luce. Et allegoricamente intendendo di quelli che sono nel mondo significa, che essendo già nell’inferno, quanto alla condizione et obbligazione per la infedelità, pur ànno lume; cioè fama di loro esercizi virtuosi: e questo non vede la sensualità, e però ne domanda Virgilio, cioè la ragione, che dichiara ciò. [p. 128 modifica]

C. IV — v. 76-84. In questi tre ternari, che sono la seconda parte, l’autore fa due cose: però che prima pone la risposta di Virgilio alla domanda sua; appresso aggiugne quel che udì e vide: et è la seconda, quivi: In tanto voce ec. Dice prima: Et elli; cioè Virgilio, a me; cioè Dante, rispose, s’intende: L’onrata nominanza; cioè l’onorata fama, Che di lor suona su nella tua vita; cioè nel mondo. Ecco che conferma quello ch’è detto di sopra. Grazia acquista nel Ciel; cioè appo Dio. Ponsi qui la cosa che tiene per quella che è tenuta, ponendo il cielo per Idio, et è colore retorico, lo quale si chiama denominazione. che sì li avanza; cioè la qual grazia sì li vantaggia sopra li altri. Ecco che la cagione di questa chiarezza è l’onorevole20 fama, come è esposto. In tanto; cioè in quel mezzo, voce fu per me udita; dicente questo; cioè Onorate l’altissimo poeta; cioè Virgilio che veramente si può dire l’altissimo poeta per l’altezza dell’ingegno, che ebbe nella poesi. Che21 gridasse questo nol pone; ma doviamo intendere che questo gridò la fama sua, la quale continuamente questo grida; ma quanto alla lettera convenientemente possiamo dire che fosse Aristotile, lo quale porrà di sotto stare sopra tutti li altri a sedere con li filosofi: et a’ filosofi appartiene di comandare ai poeti, perchè la poesia è sottoposta alla filosofia. L’ombra sua torna, ch’era dipartita; cioè l’anima sua torna, ch’era dipartita di questo luogo. Poi che la voce fu restata, e questa; cioè la voce udita, Vidi quattro grandi ombre; cioè io Dante, a noi venire; cioè a Virgilio, e a me: Sembianza22 aveano nè trista, nè lieta; cioè non erano tristi, perchè non aveano martirio; nè lieti, perchè non aveano beatitudine: chi fossono costoro il dirà di sotto, e questo non à altra esposizione, perchè è posto dall’autore per convenienzia del testo.

C. IV — v. 85-96. In questi quattro ternari l’autore finge che Virgilio li manifestasse chi fossono questi quattro, che vennono loro incontro, onde dice: Lo buon Maestro; cioè Virgilio, cominciò a dire: Mira colui con quella spada in mano, Che vien dinanzi ai tre, sì come sire; cioè come signore. Quelli è Omero poeta sovrano; cioè sopra li altri. Finge l’autore che Omero fosse con la spada in mano, perchè trattoe23 delle battaglie che fece Achille, nell’una delle sue opere. Questo fu poeta greco, e fu di una isola che si chiama Smirna, et avanzò tutti li altri poeti greci nell’arte della poesia24: e poi dice [p. 129 modifica]che fu poeta sovrano; cioè sopra li altri, e che venìa innanzi ai tre sì come segnore: imperò che per fama era innanzi a loro. L’altro è Orazio satiro, che vene; mostra che dopo Omero seguitasse Orazio, il quale tra’ poeti latini si dice essere secondo, sicchè Virgilio sarebbe il primo, et Orazio secondo; e contando li greci, Omero lo primo, Virgilio lo secondo, et Orazio lo terzo. Questo Orazio fu di una città chiamata Venusa, che è tra Campagna e Puglia, e fu valentissimo poeta in tanto, che a Roma ove elli visse, fu fatto correggitore de’ poeti: dice satiro, perchè in tutte le sue opere fu satirico, perchè trattò della riprensione de’ vizi. Ovidio è il terzo. Questo Ovidio fu d’una città che si chiamà25 Sulmone, posta in una contrada chiamata Peligno, che è in Puglia, e fu poeta e trattò dell’amore, in tutte le più sue opere, et ancora visse a Roma. e l’ultimo Lucano; il quale Lucano fu valentissimo poeta, nipote del grande Seneca, e fu di Cordòva città di Spagna, e visse a Roma, e compose lo libro della dissensione tra Cesare e Pompeio: et elli medesimo lo recitò, e corresse; ma non compiè la sua intenzione prevenuto dalla morte; e perchè poco vide le fizioni poetiche scrivendo la nuda verità, per ciò lo pone l’ultimo tra li poeti sopraddetti. Perocchè ciascun meco si convene. Assegna Virgilio la cagione a Dante, perchè costoro li vengono incontro dicendo: Perchè si convengono meco Nel nome, che sonò la voce sola; che disse: Onorate l’altissimo poeta; cioè in questo nome poeta; cioè, che sono poeta com’io, Fannomi onore, e di ciò fanno bene. Commenda Virgilio questo costume che l’uno artista commenda l’altro; ma oggi si fa il contrario: chè per invidia l’uno biasima l’altro, et è notabile lo detto dell’autore. Così vid’io; Dante, adunar la bella scola; quando questi quattro poeti s’aggiunsono con Virgilio, Di quei Signor; cioè Omero, Virgilio, Orazio, Ovidio, e Lucano, dell’altissimo canto; cioè del poema eroico: però che tutti e cinque scrissono con verso eroico che suona sopra tutti li altri versi, e però disse dell’altissimo canto, Che sopra li altri, come aquila, vola. Fa una similitudine che, come l’aquila vola sopra tutti li altri uccelli; così lo verso eroico dattilico, sopra tutti li altri è eccellente. Ad esponere questo, più non m’affanno26: però che a’ volgari non potrei tanto dire che m’intendessono, et ai litterati questo è noto; e non è qui altra esposizione che litterale.

C. IV - v. 97-108. In questi quattro ternari lo nostro autore dimostra due cose; prima quello che feciono i quattro poeti nominati di sopra, poi che furono congiunti insieme; e nella seconda pone il processo del cammino, quivi: Così n’andamo ec. Dice prima: Da ch’ebber ragionato insieme alquanto; li quattro poeti e [p. 130 modifica]Virgilio, Volsersi a me con salutevol cenno; E il mio Maestro sorrise di tanto; cioè Virgilio, quando mi vide salutar da quelli poeti: E più d’ onor ancora assai mi fenno; cioè i detti poeti, Ch’ei sì mi fecer della loro schiera. Per questo significa che il facessono poeta, sicchè da loro fu approvato poeta, e però dice: Sì ch’io fu’ sesto tra cotanto senno. Li poeti nominati di sopra erano quattro, e Virgilio era tornato a loro, ecco cinque, et aggiuntovi poi Dante, ecco sei; e così Dante fu il sesto poeta tra così fatti poeti. Così n’ andamo infino alla lumera. Ora pone il processo, dicendo che così raccolti insieme questi sei poeti se ne andarono infino alla lumiera; cioè infino al luogo luminoso, del quale lume fu detto di sopra. Parlando cose che il tacere è bello. Molti esquisitori domandarebbono qui: Che parlarono costoro che l’ autore dice che il tacere è bello? Ai quali si può rispondere convenientemente che parlarono della poesia: imperò che dice Orazio: Quod medicorum est, promittunt medici: tractant fabrilia fabri. Et è qui notabile ai poeti, et a’ componitori che non deono fare nelle loro opere digressioni impertinenti alla materia che si dee scrivere, e però dice: che il tacere è bello; per non incorrere in vizio, che si potrebbe chiamare nell’arte della poesia Nimia27 ampliatio. Sì com’era il parlar colà dov’era. Quasi dica:28 L’autor pone due cose a parlare colà della poesia, tra i quali poeti cooperanti la . . . . . quella materia, perchè in questa materia, o vero comedia non si tratta di ciò, e sarebbe impertinente. dov’era si può intendere dov’ era lo parlare; e puossi intendere, dov’ era io Dante con quelli cinque poeti. Venimo al piè d’un nobile castello; noi sei poeti andando così parlando della materia sopra detta, e descrive lo castello nel quale finge che fossono li virtuosi esercitati nelli esercizi corporali, come nell’arme per la giustizia o per la repubblica, e li esercitati nelli esercizi mentali, come nelle scienzie, i quali sono morti sanza battesimo e sanza fede cristiana, e chiama questo castello nobile, e descrivelo dicendo: Sette volte cerchiato d’alte mura, perchè dimostra che il castello avesse intorno a sua difensione e fortezza sette mura l’ uno dopo l’altro. Difeso intorno d’un bel fiumicello. Mostra che oltre alle mura avea intorno per sua difensione uno fiumicello, e questa è la esposizione litterale. Sopra questa parte la quale non à allegoria, se non sopra la descrizione del castello, ove si può comprendere chiaramente che l’autore ebbe altra intenzione che litterale, descrivendo questo castello, e però si può dire che convenientemente fingesse, quanto all’ arte della poesia, intendendo questi così fatti essere posti quanto alla reputazione di [p. 131 modifica]quelli che sono nel mondo in altezza e fortezza, e fermezza di fama onorevole, la quale è difesa da sette mura; cioè dalle stette arti meccaniche, quanto alli esercizi corporali; e dalle sette scienzie liberali, quanto ad esercizio dell’animo; e queste arti et esercizi ovvero scienzie difendono i loro esercitatori dalle pene de’ martìri e pongonli in fortezza alta, ove risplende lo lume della fama laudabile che è rimasa di loro nel mondo. E questa alta fortezza, quanto a quelli del mondo s’intende contra li vizi e contra le persecuzioni mondane: imperò che questi così fatti sono in sì fatto stato, che poco possono essere nociuti. E lo fiumicello che difende intorno il castello si conviene alla fizione del castello: chè comunemente le fortezze sogliono essere intorniate dall’acque; ma quanto a quelli del mondo, de’ quali allegoricamente intende l’autore, significa l’abbondanzia delle ricchezze, le quali sono necessarie a coloro che si vogliono esercitare in sì fatti esercizi sì, che per esse si cacci via la indigenzia, con la quale non si può vacare a’ detti esercizi.

C. IV - v. 109-120. In questi quattro ternari l’autore pone come entrò co’ detti savi nel detto castello, et in genere mostra quello che vi trovò; onde dice: Questo; cioè lo fiumicello, passammo; noi sei savi, come terra dura; cioè sanza bagnarci: Per sette porte entrai; io Dante, e dice sette porte, perchè à finto ch’avea sette mura, sì che conveniente è ogni muro avesse la sua. con questi savi; cinque sopra detti: Giugnemo in prato di fresca verdura. E per questo significa che dentro al castello era un bel prato, ove finge che fossono li esercitati nelle operazioni corporali. Genti v’eran con occhi tardi e gravi. Descrive in genere chi era dentro in quel castello; cioè genti sapute, secondo il mondo. Di grande autorità ne’ lor sembianti; cioè nelli loro atti: Parlavan rado con voci soavi. Quattro segni pone notantemente delli uomini savi; cioè la gravità delli occhi in levarli, la tardezza in volgerli, la rarità del parlare, e la soavità della voce; et oltre a questi pone generalmente li altri, quando dice: Di grande autorità ne’ lor sembianti; e questo si può intendere delli altri atti corporali, come stare col capo alto e fermo, col movimento onesto delle mani, con l’andamento temperato. Traemoci così dall’un de’ canti. Ora dice che per vedere meglio s’arrecaron dall’un lato: In loco aperto, luminoso et alto, Sì che veder si potean tutti quanti; cioè quelli ch’erano in su quella prateria, e questi erano li armigeri. Colà diritto sopra il verde smalto Mi fur mostrati li spiriti magni. Perchè li armigeri si sono esercitati nelle fatiche corporali, però finge che a sedere stessono diritti loro; cioè in contra loro che stavano a vedere. E perchè nelli campi sono stati li loro esercizi, però finge che fossono in una prateria, e finge che fossono mostrati per li poeti: però che quelli che nominerà sono quelli, de’ quali fanno menzione [p. 132 modifica]li poeti per la maggior parte: e dice li spiriti magni per quelli tali, i quali finge essere quivi, che furono di grande animo. Che di vederli in me stesso n’esalto. Qui dimostra che ancora n’à esultazione et allegrezza d’averli veduti, e però dice: n’esalto in me stesso; cioè ne fo allegrezza in me medesimo del vedere; cioè d’averli veduti. Qui non è allegoria.

C. IV - v. 121-129. In questi tre ternari l’autore nomina alquanti di coloro, che furono famosi per esercizi corporali; e però dice: Io vidi Elettra. Elettra fu figliuola del re Atlante, e fu moglie di Corito il quale abitò in Italia, dal quale fu denominato il monte e la terra che elli abitò; cioè Corito: e di questo Corito ebbe uno figliuolo che ebbe nome Iasio: e di Giove re di Creta ebbe uno figliolo lo quale ebbe nome Dardano, lo quale Dardano et Iasio venendo in cruccio col loro fratello l’uccisono e perciò si partirono d’Italia et andaronsene, Iasio a Tracia, e Dardano a Troia. E quivi incominciò nella valle ad abitare, e così fu Dardano lo primo edificatore della città chiamata prima Dardania, poi Ilion; e debbesi intendere che la regione si chiamò Troia, e la contrada Frigia, e la città principale del regno Dardania, prima, e poi Ilion: et alcuna volta appo li autori si chiama la città di Troia. E perchè Elettra fu principio delle generazioni de’ Troiani, perciò fa l’autore menzione d’Elettra, perchè li Troiani furono uomini molto esercitativi e però aggiugne: con molti compagni. Questi compagni pose l’autore per li discendenti di Elettra nella stirpe di Dardano: imperò che di lui discese Erittonio; e di Erittonio, Troe et Ilo; e di Troe, Assaraco; e d’Assaraco Capi; e di Capi Anchise; e d’Anchise e Venere discese Enea; e d’Enea, Giulio Ascanio, e di Creusa troiana sua moglie; ma di Lavinia d’Italia che fu poi moglie d’Enea, discese Silvio; e d’Ascanio primo figliuolo d’Enea discese Giulo Latino; e di Latino, Alba29, lo quale compose la città d’Alba; e d’Alba, Epico e Capi; il qual Epico fece la nuova città chiamata Troia; e di Capi, Tiberino, della figliuola del quale nacquero Romolo che fu percosso dalla saetta, et Agrippa, del quale Agrippa nacque Aventino; e d’Aventino, Foca; e di Foca, Numitore et Amulio; e di Numitore, Ilia e Lauso; lo quale Lauso Amulio uccise, acciò che non succedesse nel regno, et Ilia fece monaca della dea Vesta, acciò che non avesse successione di figliuoli; ma di lei e di Marte nacquono Romolo e Remo; lo quale Romolo uccise Amulio, e restituì lo regno a Numitore suo avolo, e questi due Romolo e Remo furono li edificatori di Roma. E perchè molti furono di costoro degni d’essere posti nel sopra detto luogo, però disse: Io vidi Elettra con molti compagni, Tra’ quai [p. 133 modifica]conobbi Ettore et Enea. Enea appare chi fosse per quello che è detto di sopra; cioè che fu figliuolo d’Anchise troiano, il quale fu virtuosissimo, come mostra Virgilio nella sua Eneida, e regnoe dopo il re Latino in Italia. E con Enea regnarono innanzi che si facesse Roma xv re30, 152 anni successivamente; cioè Enea primo ch’edificò Lavinio; lo secondo Ascanio figliuolo del detto Enea e della moglie troiana Creusa, lo quale fece Alba; il terzo Silvio Postumo figliuolo d’Enea, e di Lavina figliuola del re Latino; il quarto Silvio Latino fratello di Silvio Postumo; lo quinto Silvio Enea figliuolo di Silvio Postumo; il sesto Silvio Alba figliuolo di Silvio Enea; il settimo Silvio Atis; l’ottavo Silvio Capis; il nono Silvio Capeto; lo decimo Silvio Tiberino, dal quale lo fiume fu chiamato Tevere, che prima si chiamava Albula: imperò che in quello annegò; l’undecimo Silvio Agrippa; il duodecimo Silvio Romolo; il tredecimo Silvio Aventino, dal quale uno delli sette monti che sono dentro in Roma, si chiama Aventino, il quale31 in esso fu sepulto; il quattordecimo Silvio Procas; il quindecimo Silvio Amulio, e di questo Silvio Amulio furono nipoti Romolo e Remo, i quali edificarono Roma, e dopo Romolo regnarono vii re, in fino a Tarquino Superbo in Roma, il quale fu ultimo: e poi ressono la repubblica li consoli. Lo primo re fu Romolo, poi con lui Tazio sabino; ma Romolo rimase, poi Numa Pompilio, poi Anco Marzio, poi Tullo Ostilio, poi Tarquino Prisco, poi Tullo Servio, poi Tarquino Superbo: et in costui finì lo regno per la ingiuria fatta dal suo figliuolo Sesto a quella nobilissima donna chiamata Lucrezia. E regnarono questi sette re in tutto dalla edificazione della città, infino alla cacciata di Tarquino Superbo anni ccxliiii. Ettor fu figliuolo del re Priamo, il quale discese da Dardano ancora dall’altro fratello; cioè Ilo che fu figliuolo d’Erittonio figliuolo di Dardano, sì che Ilo fu nipote di Dardano, e fratello di Troe onde discese Anchise padre d’Enea, come già è detto di sopra; ma da Ilo discese Titono e Laumedon; e di Laumedon, il detto re Priamo; e di Priamo, Ettore, lo quale fu arditissimo e gagliardissimo, e fu morto per difendere la patria da Achille greco, come appare nelle istorie troiane. E così Enea morì per difendere la patria, che avea fatta nuova in Italia, contro Turno che lo infestava: imperò che cavalcando e passando il fiume Numicio v’annegò dentro, e perchè non si trovò il corpo suo dissono ch’era deificato. Cesare armato con li occhi grifagni. Questo Cesare fu romano, e discese della stirpe d’Ascanio Giulio figliuolo di Enea, e però fu chiamato Giulio, e fu il primo che solo tenesse la signoria del mondo ch’aveano i Romani: e perchè fu uomo battagliere, [p. 134 modifica]come appare nelle istorie romane e nel Lucano, et in uno libro che fece elli medesimo, che si chiama Cesariano, massimamente nelle parti occidentali, e molto fu felice in ciò: imperò che cinquanta volte o circa, si trova32 Cesare avere combattuto a gonfaloni spiegati et essere stato vincitore, e però dice, armato con occhi grifagni. Dice perchè Cesare ebbe la guatatura33 rilucente e spaventevole ad altrui, et erano li occhi suoi di quel colore ch’è lo grifone; e però dice: con li occhi grifagni; cioè di colore nero rilucente; cioè nè al tutto neri, nè al tutto gialli; ma fulvi, come lo colore della penna del grifone: potrebbesi ancora intendere a modo delli occhi del grifone, che credo che sieno così fatti. Cesare visse 56 anni. Da Romolo e gli altri re succedenti che furono infino in sette, si regnò anni 244, come già è detto; cioè sotto li re: poi sotto li consoli si signoreggiò Roma anni 474. E così, da poi che fu fatta la città infino alla morte di Cesare, erano passati anni 718, e fu morto in Campidoglio da Bruto, e da Cassio e loro seguaci, con li stili, e il corpo suo fu incenerato, e messo in uno vasello34 di metallo in su una pietra altissima, che oggi è chiamata la Giulia, e che comunemente si dice la Guglia. Vidi Camilla. Di questa Camilla fu detto di sopra nel primo canto, quando fu detto: Per cui morì la vergine Camilla; e però qui più non ne dico. e la Pentesilea. Questa fu vergine e fu reina dell’Amazoni, la quale, come descrive Dares troiano, con moltitudine di femmine venne in aiuto a’ Troiani, quando li Greci assediarono Troia dieci anni. E di costei e di questo fa ancora menzione Virgilio nel primo dell’Eneida, e fu morta nella battaglia con le sue femmine da’ Greci, e perchè fu esercitativa però ne fa menzione qui l’autore. Dall’altra parte vidi il re Latino. Poichè l’autore à fatto menzione delli strani, qui incomincia a nominare delli Italiani e ponli di per sè dalli altri, e però dice: Dall’altra parte vidi il re Latino. Questo re Latino fu re d’Italia del quale nacque Lavinia, moglie che fu poi d’Enea troiano, poi che venne in Italia. Et è da notare che prima regnò lo re Giano in Italia il quale si dice che fu edificatore di Genova; e dopo lui regnò Saturno padre di Giove, lo quale Saturno edificò Sutri; e lo terzo che regnò fu Pico; e il quarto fu Fauno; e il quinto fu lo re Latino padre di Lavinia moglie che fu poi d’Enea, et infino ad Enea da Giano erano passati anni 150: chè prima Italia non era stata sotto re, per quello che si truovi; poi regnarono li re d’Alba35, come già è detto. Che con Lavina sua figlia sedea. Questa Lavina, come già è detto, fu figliuola del re Latino e moglie d’Enea troiano, et in onore di costei fece Enea la [p. 135 modifica]città che la chiamò Lavinio. Vidi quel Bruto che cacciò Tarquino. Due furono li Bruti in Roma, uomini famosi; l’uno fu quello che cacciò Tarquino Superbo re di Roma del regno; e l’altro fu quello che co’ suoi congiurati nel senato con li stili uccise Cesare: quel primo Bruto fu quello, di che l’autore parla, et a differenzia del secondo, dice che cacciò Tarquino. Questo Bruto fu prima chiamato Giunio, e poi fu chiamato Bruto: imperò che vedendo la crudeltà del suo zio Tarquino ch’avea uccisi tutti li virtuosi uomini romani, perchè niuno si trovasse che resistere potesse alla sua crudeltà, tra’ quali avea morto il padre e il fratello di questo Giunio, lo quale s’infinse ne’ costumi essere come animale bruto, acciò che Tarquinio non concepesse contra lui; e però fu chiamato Bruto, benchè nell’animo fosse savio, come poi le sue opere mostrarono: e sì in cacciare Tarquinio co’ suoi, per la ingiuria fatta a quella nobilissima donna Lucrezia da Sesto figliuolo di Tarquinio, come già è detto, e come mostrò poi nel consolato il quale, elli eletto primo consolo, resse con molta giustizia, in tanto che per amore di giustizia, due suoi figliuoli condannò a morte, perchè trovò che faceano setta contra la republica per rimettere Tarquinio in Roma, sì come dice Tito Livio nella prima decade nel secondo libro. E dimostrando lo tocca Virgilio nel sesto libro dell’Eneida, e Valerio nel libro vii De vafre Factis tocca della sua industria ove mostra che all’oracolo di Febo andato co’ figliuoli di Tarquino, udito che colui dovea essere signore di Roma dopo Tarquino, che prima baciasse la madre, lasciossi cadere in terra subitamente e baciò la terra, intendendo meglio l’oracolo che non aveano inteso ellino, che intendeano della madre ch’era rimasa a casa in Roma, et elli intese della madre terra: e vero disse l’oracolo che elli fu primo console eletto dopo Tarquino, e morì nel consolato, e fu pianto da tutte le donne di Roma come padre della città, come dice Tito Livio nel predetto libro. Lucrezia. Questa Lucrezia duca della romana onestà, come dice Valerio nel vi libro, capitolo De Pudicitia, ebbe animo virile intanto, che poi che fu sforzata da Sesto figliuolo di Tarquinio non vogliendo vivere corrotta, la macchia del suo corpo lavò col proprio sangue. Questa istoria pone Tito Livio nel primo libro della prima decade dicendo; che essendo Tarquino ad assediare Ardea città de’ Rutili, li suoi figliuoli con li altri giovani si trovavano spesso in cene e in desinari, et essendo una volta a cena con Sesto figliuolo del re Tarquino, tra’ quali era Collatino marito di Lucrezia, vennesi a parlare delle mogli sì, che lodando ciascuno la sua e contendendo insieme disse Collatino: Non contendiamo, proviamo la verità, andiamo ora insieme a vedere le nostre donne, e secondo che si truova, si giudichi. Allora montarono a cavallo, et andaronsene a Roma, e [p. 136 modifica]trovarono le donne de’ figliuoli del re Tarquino stare in conviti, giuochi e trastulli, poi n’andarono a Collazio e trovarono Lucrezia stare con le sue serve a filare con grandissima onestà. Allora fu data la vittoria a Lucrezia dell’onestà sopra le nuore del re Tarquino, e tornatisi nel campo, dopo certi dì Sesto figliuolo del re, innamorato di Lucrezia, sì per la sua bellezza, e sì per la sua onestà, andonne a Collazio e ricevuto da Lucrezia onorevolmente, come figliuolo del re e dopo la cena menato nella camera a dormire, quando li parve tempo andossene alla camera di Lucrezia et apertala per forza, entrò al letto a Lucrezia quando dormiva, e col coltello ignudo in mano, e postali la mano in sul petto disse: Taci, Lucrezia, io sono Sesto figliuolo del re Tarquino, et ò il coltello ignudo in mano, se gridi, io t’uccido. E svegliata Lucrezia, et eleggente innanzi di morire che fare la volontà sua, fu presa dalla vergogna della infamia: imperò che non avendola potuta vincere con minacce, nè con lusinghe aggiunse che ucciderebbe lei e lo servo insieme, e direbbe che li avesse trovati in adulterio, e perciò li avesse morti: et allora vinta Lucrezia per paura dell’infamia consentì, per viver tanto che ciò potesse manifestare. Venuta la mattina et andato via Sesto, Lucrezia mandò subito per lo marito nell’oste, e per lo padre che era a Roma che venissono con li loro fedeli amici tostamente: imperò che era avvenuto uno grandissimo e gravissimo caso. E venuto Collatino marito, e Valerio padre, e Lucrezio e Bruto congiunti a lei, trovarono Lucrezia nel letto inferma per lo dolore, e domandato Collatino Lucrezia, se le cose erano salve, Lucrezia rispose che no, aggiugnendo che non può essere salva la donna, perduta la castità. E chi vuole più distesa questa istoria cerchi nel Tito Livio nel predetto luogo. Ma in somma Lucrezia s’uccise in presenzia del padre, Valerio, e Bruto suo zio, e di Collatino suo marito e di Lucrezio suo parente, dicendo che ben che fosse libera dal peccato, perchè non avea consentito, se non con proposito di morire, non liberava il corpo ch’era maculato, dalla pena e che non volea che niuna donna vivesse non casta ad esemplo di Lucrezia. Giulia. Questa Giulia fu figliuola di Giulio Cesare e moglie di Pompeo Magno, la quale, come dice Valerio nel quarto libro, capitolo De Amore coniugali, essendo gravida, vedendo arrecata a casa la veste di Pompeo, macchiata di sangue, spaventata temendo che Pompeo fosse stato morto, cadde in terra tramortita e disertossi del parto, e di ciò parve che morisse e fu la sua morte danno di tutto il mondo: imperò che, se fosse vivuta, non sarebbe stata la discordia che fu tra Cesare e Pompeo. Marzia. Questa Marzia fu moglie dell’ultimo Catone, la quale, poi ch’ebbe avuti di lei figliuoli, la diede per moglie ad Ortensio il quale non avea figliuoli, acciò che di lei n’avesse, volendo [p. 137 modifica]Catone da quindi innanzi vivere sanza atti carnali; ma poi morto Ortensio, e Marzia avendo avuti figliuoli d’Ortensio, si ritornò ancora a Catone primo marito, non che poi vi fosse più mistura di matrimonio, come testifica Lucano. e Corniglia. Due furono Corniglie, famosissime donne nella città di Roma; l’una fu figliuola del primo Scipione, e moglie di Gracco, la quale onestissima addomandata da una parente ov’erano le gioie sue e li suoi adornamenti, imperò che onestissima non ne voleva, disse: Aspettate che ve li mostrerò adesso; e tornati li figliuoli in casa dalla scuola, disse: Queste sono le mie gioie, et adornamenti. L’altra Cornelia fu figliuola di Metello, e moglie prima di Marco Crasso, e poi di Pompeo Magno, poi che fu morta Giulia, e poi che Marco Crasso morì appo li Parti. E solo in parte vidi il Saladino. Questo Saladino fu soldano di Babilonia, e fu nel suo tempo uomo savissimo, del quale si contono molte belle istorie; ma perchè non le ò autentiche, non le scrivo. Tanto è da dirne che essendo di vile nazione: imperò che quello uficio del Soldano non si dà per nazione, o vero origine; ma per nuovo modo, per elezione del popolo, usando la virtù che usò, e sì in giustizia, e sì in cortesia, all’autore parve degno di farne menzione in questo luogo; e perchè di sua condizione non era più veruno, per ciò parve che dicesse: E solo in parte ec.

C. IV - v. 130-144. In questi cinque ternari, poi che l’autore à contati coloro che furono pratichi nelle virtù morali, e nelli esercizi corporali, ora fa menzione di coloro che furono oziosi36; cioè studiosi et operaronsi nello esercizio dello ingegno; cioè nelle scienzie. E perchè questo è maggior grado, però li pone più in alto, dicendo: Poi che innalzai un poco più le ciglia; cioè poi che levai un poco più in alto li occhi, Vidi il maestro di color che sanno; cioè Aristotile, Seder tra filosofica famiglia. Però che avea intorno molti filosofi, dice di color che sanno: imperò che li filosofi primamente furono chiamati savi; ma Pittagora trovò lo nome del filosofo: imperò che addomandato s’elli era savio, disse ch’era amator di sapienzia, che tanto viene a dire filosofo. E dice che Aristotile era maestro di coloro, che sanno: però che comunemente si dice Princeps Philosophorum. E fu Aristotile d’una città di Grecia che si chiamò Elide, e fu discepolo di Platone, trovatore, vivente Platone ancora, della setta de’ peripatetici. Li quali andanti ora alli stoici, ora alli epicuri, disputavano del sommo bene, e dicevano che l’anima in parte era immortale; ma per la maggior parte mortale, e che il mondo non avea avuto principio, e non dovea aver fine, et altre cose che sono [p. 138 modifica]contro alla nostra fede; ma niente di meno disse sì eccellentemente dell’altre cose, che l’autore lo chiama maestro de’ filosofi ovvero delli scientifici: però che ora tutti li fisici e metafisici studiano Aristotile, e nelle scuole s’assegna la sua autorità: però che già si cominciano a lasciare le sue opere, perchè sono fatte nuove opere. E dice: Tutti li miran, tutti onor li fanno. Questo dice de’ filosofi che erano intorno a lui: imperò che la maggior parte de’ filosofi tirò alla setta sua, e da tutti fu onorato e come singolar cosa riguardato; e veramente in filosofia avanzò tutti li altri: però che più la manifestà37, e più ne scrisse che veruno delli altri. E però dice: Quivi vid’io Socrate e Platone, Che innanzi alli altri più presso li stanno. Socrate fu il maestro di Platone, e Platone fu maestro d’Aristotile, e niente di meno più valse Aristotile che Socrate o Platone, e però pone che li stessono più presso che li altri, perchè valsono più che li altri in filosofia e meno di lui, e però pone lui come maestro. Questo Socrate fu ateniese e fu di vile condizione, benchè la scienzia lo fece nobile, e fu trovatore dell’Etica; cioè della filosofia morale: e perchè riprendea li uomini dal coltivamento delli idoli, fu messo in prigione da Anito38 duca delli Ateniesi, e datali bere la cicuta; cioè erba velenosa ch’uccide l’uomo, benchè ingrassi le capre, e quando prendea lo beveraggio, piangea la moglie Santippe dicendo: O uomo innocente! Alla quale elli, pigliando lo beveraggio volentieri, perchè in quel tempo stando in prigione avea disputato della immortalità del’anima, rispose: Dunque reputi tu che mi fosse meglio a morir nocente, che piangi ch’io muoio innocente? Platone. Plato discepolo di Socrate, e maestro d’Aristotile, fu figliuolo d’Aristone ateniese, e studiò in una villa presso ad Atena che si chiamò Academia, ov’erano spessissimi tremuoti, acciò che per quelli si spaventassono li suoi discepoli da’ vizi: accordasi Plato con la catolica fede più che tutti li altri filosofi, e fu uomo di grandissima e soavissima eloquenzia, et andò in Egitto per imparare da’ sacerdoti geometria, e astrologia. Democrito che il mondo a caso pone. Costui fu antico e famoso filosofo, et essendo ricco, lo suo patrimonio donò alla patria, ritenutasene piccola somma: visse grande tempo ad Atene sconosciuto, et all’ultimo s’accecò per avere più sottili speculazioni. Altri dicono che il fece per non vedere le femine, le quali non potea vedere sanza concupiscenzia. Questi fu accrescitore dell’arte magica dopo Zoroastre re39 che fu primo trovatore di quella, et ebbe una falsa opinione; cioè che tutte le cose si reggessono per caso, e fortuna, e non per la prudenzia40 di Dio, sì che tutte le [p. 139 modifica]cose poneva incerte sì come li academici, della setta de’ quali fu questo Democrito, e però dice l’autore: che il mondo a caso pone; cioè pone il mondo essere a caso et a fortuna, e non alla providenzia di Dio. Diogenes. Costui fu filosofo naturale, e vivette in estrema povertà: imperciò che brievemente non volle possedere alcuna cosa, se non una tonica et uno mantello, et una tasca ove portava il cibo, et uno nappo41 di legno con che potesse bere dell’acqua: e vedendo bere al fiume un fanciullo con la mano, disse che non s’avea ancora posto a cura che la natura ci avesse data la coppa, et allora gittò via la coppa e la tasca come cose d’avanzo, e visse poi d’erbe le quali in ogni lato trovava. A costui Alessandro non potè dare alcuna cosa, perchè nulla volle ricevere da lui. Molte cose si dicono della sua estrema povertà, che al presente lascio per brevità. Anassagora. Costui fu filosofo e riprese la stoltizia di coloro ch’adoravano il sole, dicendo che il sole era come una pietra affocata, e però fu scacciato dalla città e sbandito come dice santo Agostino nel xviii libro De Civitate Dei, capitolo xli. e Tale. Questo Tale fu di Mileto città di Grecia, e fu uno di vii savi di Grecia i quali avanzarono tutti li altri nel tempo loro, e furono questi; cioè Tale di Mileto, Pittaco di Mitilene, Biante prieneo, Periandro di Corinto, Chilone di Sparta, Solone ateniese e Licurgo di Tracia. Questo Tale fu trovatore della filosofia appo li Greci, contemplando innanzi alli altri le cagioni del cielo e la virtù delle cose naturali; la qual poi Platone divise in matematica e fisica, e la matematica divise in arismetrica42 e geometria, musica et astrologia, chiamando quella che tratta delle cagioni del cielo, matematica; e quella che tratta delle virtù delle cose naturali, fisica. Empedocles. Costui fu antichissimo filosofo, e di lui dice Orazio che, per essere tenuto immortale, si gittò nel voragine d’Etna monte di Cicilia, onde evapora il fuoco, et arsevi dentro, e fu uomo sottilissimo a investigare le cagione43 delle cose. Eraclito. Costui ancora fu filosofo e fu molto oscuro nel suo parlare, e però dice Seneca, che fu chiamato Scotomio, dalla scurità del parlare. e Zenone. Costui fu filosofo stoico et uccise sè medesimo, acciò che dopo la morte vivesse felicissimo, come dice Lattanzio. E come dice santo Agostino, Zenone e Crisippo furono principi delli stoici; e come dice Valerio libro iii capitolo De Patientia, Zenone andò in Cicilia44, Agrigento e fecela liberare dalla [p. 140 modifica]servitudine del tiranno Falare, per nuovo modo, come qui appare. E vidi il buono accoglitor del quale, Dioscoride dico. Qui pone l’autore come vide Dioscoride filosofo, il quale fece il libro delle qualitadi di tutte le cose della natura, e però dice: accoglitor del quale; cioè della qualità delle cose. Dioscoride dico; cioè dico io, Dioscoride esser quello. e vidi Orfeo. Costui, secondo che dice Ovidio Metamorphoseos libro x, et ancora Boezio libro iii De Consolatione, fu sacerdote e citarista; cioè sonatore di strumento di corde, e fu di Tracia. Dicesi che fosse figliuolo di Febo, e di Calliope, che è una delle nove muse, come fu detto di sopra nel secondo canto, e però appare che fosse ancora poeta, e col suono della sua cetera, si dice che rivolgea tutte le cose da sua condizione, che non è altro a dire, se non che con la sua eloquenzia rivolgea li uomini dalli loro costumi, et induceali a quello che voleva. Di questo Orfeo si scrive una bella fizione, il quale andò all’inferno, la quale lascio per brevità: con ciò sia cosa che sia nota tra li letterati. Tullio. Costui fu cittadino di Roma nato d’Arpino, città ch’era presso a Roma, della quale si dice ancora esser nato Valerio Massimo; e fu filosofo morale e maestro d’eloquenzia latina, onde si trova avere fatti molti libri nell’una e nell’altra facultà; e fu fatto consolo di Roma prima che niuno45 nuovo cittadino, e resistette al trattato di Catellina e liberoe la patria da servitudine, come dice Sallustio nel primo libro detto Catellinario, e niente di meno n’ebbe malgrado: imperò che, perch’era della parte di Pompeo, quando Antonio Marco prese la republica dopo Cesare, fu mandato in bando a Gaeta, e come dice Valerio libro v capitolo De Ingratis, fu morto da uno chiamato Popilio Lenate46 che era della Marca, impetrate lettere dal detto Antonio per poterlo uccidere; lo quale Popilio Tullio avea defeso in Roma e campato dalla morte avvocando per lui, sanza che mai Tullio li avesse fatto alcuna offensione, e il capo e la mano diritta di Tullio il detto Popilio portò seco a Roma, per fare fede che l’avesse morto. e Lino. Questo Lino fu sacerdote, teologo, filosofo e poeta, e fu di Tracia, parente d’Orfeo, del quale fa menzione Virgilio nella Bucolica, quando dice: Ut Linus haec illi, divina veste sacerdos. e Seneca morale. Seneca fu filosofo morale, di Spagna per nazione d’una città chiamata Cordòva; e fu zio di Lucano poeta, e fu di continentissima vita intanto, ch’essendo maestro di Nerone imperadore, fu amicissimo di san Paolo apostolo, e scrisse molte epistole a san Paolo, e san Paolo a lui, per li quali santo Girolamo pone Seneca nel catalogo de’ santi; per la qual cosa si potrebbe [p. 141 modifica]dubitare come l’autore lo pone nel limbo. A che si può rispondere, che poi che la Chiesa non à determinato che sia, come dice, santo Girolamo, ognuno può tenere di Seneca come li piace; e perchè al nostro autore parve che Seneca mancasse da la fede, perchè non si fece battezzare, però lo pone qui nel limbo. E morì Seneca datoli da Nerone che si eleggesse la morte47, in uno bagno d’acqua calda, aperte le vene per le quali perdette tutto il sangue, e di ciò non si potè cassare48, volendo dare tutte le sue ricchezze a Nerone, pensando che Nerone lo facesse per avarizia; sicchè possiamo dire che, benchè li fosse data la elezione, non potea campare che non morisse. Questo Seneca fece molto belle opere, come l’epistole a Lucillo, le declamazioni, de’ benefici, de clementia, de ira, e molti altri libri; delle tragedie si dubita, se le facesse elli49 o altri. Euclide geometra. Costui fu grandissimo filosofo, e molto valse nella scienzia della geometria, sì che ne fece libro, et è la geometria arte delle misure. e Tolomeo. Costui fu re d’Egitto; cioè d’Alessandria, grandissimo filosofo, et astrologo perfetto, come testimonia Cassiodoro nel suo libro delle epistole, e fece libro d’astrologia. Ipocrate. Questo Ipocrate fu greco, principe de’ medici e primo trovatore della medicina, come testimonia Galieno; Cioè che la recò in ordine, e benchè molti ne avessono scritto innanzi, pur niuno n’avea scritto tanto ordinatamente, e fece più libri nell’arte della medicina, come sanno li medici. Avicenna fu saracino e fu di Spagna, e fu re di Saracini, e fu nelli tempi d’Averrois, che fece il commento sopra tutti i libri d’Aristotile. Questo Avicenna fu ammaestratissimo nella scienzia naturale e nella medicina, e dichiarò lo secondo libro di Galieno e fece ancora in medicina più libri. e Galieno. Questo Galieno fu di Grecia, e tanto famoso nella vita, che la fama sua venne infino a Roma, et a lui fu appropriato questo nome, come a medico, e fece più di cento volumi nell’arte della medicina, de’ quali appena se ne trovano ix. Averrois che il gran commento feo50. Averrois fu uomo saracino, il quale commentò tutti li libri d’Aristotile, e però dice l’autore che feo; cioè che fece il gran commento.

C. IV - v. 145-151. In questi due ultimi ternari et uno verso il nostro autore pone la sua escusazione et il processo più oltre, e però à due parti; prima pone l’escusazione; nella seconda continua [p. 142 modifica]il processo, quivi: La sesta compagnia. E scusasi prima l'autore dicendo, ch'assai ve n'erano più, che non n'à raccontati di valenti uomini in armi, et in iscienzie; ma elli non può a pieno dire di tutti, e però dice: Io non posso ritrar di tutti; cioè io non posso scrivere di tutti quelli che v'erano, appieno; cioè sofficientemente, Però che sì mi caccia; cioè mi costrigne, il lungo tema; cioè la lunga materia, Che molte volte al fatto il dir vien meno; cioè che le parole non bastano alla narrazione del fatto, mancando spesse volte, secondo forse il parere delli uomini comuni, che non ànno l'ingegni acuti ad intenderle; ma secondo l'intelligenti, assai sufficientemente à detto d'ogni cosa; ma questo duce per sua umilità, et escusazione a coloro a' quali non satisfacesse. Dice poi, et è la seconda parte: La sesta compagnia; cioè la compagnia de' sei, perchè sei erano li poeti di sopra nominati, et accompagnati insieme; cioè Omero, Virgilio, Orazio, Ovidio, Lucano e Dante. in due si scema; cioè si manca in due; in Virgilio e Dante: imperò che li altri quattro si rimasono nel castello con li altri uomini savi. Per altra via mi mena il savio Duca; cioè Virgilio mi mena per la via che esce fuori del castello, quivi ove erano li savi scientifici, e li forti armigeri. Fuor della queta; s'intende aura ch'era nel castello predetto. nell'aura che trema; cioè nell'aura dell'inferno, ove è sempre tremore et agitazione. E vengo; io Dante, in parte; cioè dell'inferno, ove non è che luca; cioè risplenda, come era nel castello: chè v'era sempre fuoco, che risplendeva, come fu detto di sopra. E questo non abbisogna d'allegoria, e qui finisce il quarto canto.




Note

  1. C. M.  si trovò
  2. C. M.  per vedere dove elli fusse, et elli
  3. C. M.  uno suono
  4. C. M.  come isvelliato si trovò
  5. C. M.  da sè vive riposatamente
  6. C. M.  uno tuono, e questo tuono fu quello
  7. Altrimenti - nebule
  8. Nel testo è corso un errore di stampa; ma deve leggersi «non vi discerneva».  E.
  9. C. M.  bene è descendere.
  10. s’avvidde. Vedde e vidde sono le voci legittime e primitive del verbo vedere e videre nel perfetto dell’indicativo, nelle quali è raddoppiato il d, perchè venissero distinte da vede e vide appartenenti all’indicativo, il quale oggi usa il solo vede.  E.
  11. Da - più in ver - sino a - cerchiato - si è supplito col Cod. M. E.
  12. C. M.  fiumicello,
  13. C. M.  essere da per sè dalli altri
  14. C.M.  adorarono debitamente Idio:
  15. C. M. Cain agricola, lo qual per invidia uccise, e questo Abel pianse Adamo ed Eva.
  16. Nel nostro codice e nel Magliabechiano mancano i numeri dell’altezza e lunghezza dell’arca, i quali noi abbiamo intramessi, giusta quello che ne dice il Genesi.  E.
  17. uscinno equivale ad uscirono. La terza persona plurale del perfetto nell’indicativo risultava talora dalla terza singolare, con l’aggiunta della sillaba no, che poi fu scritta ancora con due n.  E.
  18. C. M.  taule,
  19. Il Cod. M. legge - in del vecchio Testamento - ed il nostro - in nel - Questo in nel è uno sbaglio de’ copisti, nel quale cadevano perchè, in questa, come in qualche altra parola, in proferirsi facevasi sentire quasi un doppio n. In el, che vale nel, è imitazione de’ Trovatori, i quali scorciaronlo dal latino in illo.  E.
  20. C. M.  è notevile fama,
  21. C. M.  Chi gridasse
  22. C. M.  Sembianza; cioè apparenzia, aveano
  23. trattoe oggi trattò. Acciocchè tutte le terze persone singolari del perfetto nell’indicativo cadessero in e si ridussero ad una sola coniugazione; cioè alla seconda. Quindi truovasi dè, servie e simiglianti.  E.
  24. C. M.  della poesi: e da lui prese Virgilio, et anche molti altri poeti latini seguitando la sua poesi, e però dice
  25. C. M. si chiamò
  26. C. M. non m’affatico: però
  27. C. M. Nimia compilatio.
  28. C. M. Come è cosa conveniente a parlare colà della poesi tra quelli poeti; così è bello a tacere ora quella materia,
  29. C. M.  Alba conditore della città Alba,
  30. C. M.  si facesse Roma dieci re,
  31. C. M.  perchè in esso
  32. C. M.  si trovò
  33. C. M.  l’occhiatura rilucente
  34. C. M.  in uno vagello
  35. C. M.  li re d’Italia, come detto è di sopra.
  36. Ozioso anche presso i Latini veniva adoperato in questo senso ed è da aggiugnere al nostro vocabolario.  E.
  37. C. M.  la manifestò,
  38. C. M.  Anezio
  39. C. M.  Zoroaste re,
  40. C. M.  per la providenzia di Dio,
  41. C. M. una coppa di legno
  42. Arismetrica, aritmetica. Il vezzo di frapporre l’r in certe parole derivanti dal latino era frequente negli antichi ed oggi non è da seguire, poichè le regole della favella sono stabilite. Niuno si meravigli di arismetrica, avendo pure balestra, ginestra, registro ec. E.
  43. C. M. cagioni
  44. in Cicilia, Agrigento. Questa è una maniera ellitica dove la particella in è sottintesa, alla foggia de’ Latini.  E.
  45. C. M.  niuno altro nuovo
  46. Da - che era - fino a - lo quale - si è tolto dal Cod. M.  E.
  47. C. M.  la morte, et elesse voler morire in uno bagno
  48. C. M.  non si poteo cessare,
  49. Delle tragedie pare fosse autore uno de’ tre figliuoli di Seneca, nominato pur egli Seneca.  E.
  50. Averois sebbene commentasse Aristotile, professò dottrine opposite al greco filosofo, onde i commenti di lui non furono in molto credito appo degl’Italiani. Qui dunque il gran commento potrebb’esser anche detto con ironia.  E.


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