Cristoforo Colombo (de Lorgues)/Introduzione

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Introduzione

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Prefazione dell’autore Capitolo I

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INTRODUZIONE


Indifferenza de’ contemporanei di Cristoforo Colombo rispetto alla sua gloria. — Costanti simpatie della Santa Sede verso di lui. — Cagioni dell’oblio è del dispregio in cui cade la sua memoria. — L’età nostra tende a rimetterla in onore. — Preoccupazioni di fresco ispirate al pubblico dall’erudizione protestante. — accuse sistematiche e complicità retrospettiva di una fazione straniera. — Errore inevitabile de’ biografi intorno la persona, il carattere e le condizioni domestiche di Cristoforo Colombo. — Necessità di una nuova storia di questo Eroe del cattolicismo.

§ I.

Il 20 maggio 1506Fonte/commento: Pagina:Cristoforo Colombo- storia della sua vita e dei suoi viaggi - Volume I (1857).djvu/447, giorno dell’Ascensione, verso il mezzodì, a Valladolid, nella stanza d’un’osteria, il vice-re delle Indie, grande ammiraglio dell’Oceano, don Cristoforo Colombo, giacente sopra il letto de’ suoi dolori, assistito da alcuni religiosi Francescani, circondato da’ suoi due figli e da sette ufficiali della sua casa, rendeva l’anima a Dio.

La morte dell’Uomo che aveva raddoppiato lo spazio della Terra non parve produrre alcun vuoto, cagionare alcuna tristezza; non sembrò tampoco un avvenimento per la città, e molto meno una perdita per la Spagna, ove non fece senso; e rimase interamente ignorata fuori. A que’ dì l’attenzion pubblica era tutta volta all’arrivo della principessa Giovanna, figlia d’Isabella la Cattolica, la quale veniva, accompagnata dal suo real consorte, l’arciduca Filippo d’Austria, soprannominato «il bello» a pigliar possesso del regno di Castiglia, diventato eredità sua. Tutti i Grandi erano corsi ad incontrare gli augusti principi, cui la fama aveva già divulgato essere sbarcati alla Corogna [p. 20 modifica]dopo un viaggio pericoloso interrotto da una specie di naufragio sulle coste d’Inghilterra. L’universale non pensava altro che alla venuta di que’ principi. L’affettuoso fratello di Cristoforo Colombo, l’amico della sua infanzia, lo stesso don Bartolomeo aveva dovuto, nell’interesse de’ propri nipoti, abbandonare il letto del malato, e andare in suo nome a complimentare i nuovi sovrani.

Maligne indiscrezioni intorno le contese coniugali che si levavano di frequente fra’ giovani monarchi, la discordia che si diceva già separare da suo genero il re Cattolico, le dissensioni della corte, le fazioni che vi si formavano, le gravi inquietudini sull’avvenire che questi conflitti preparavano, preoccupando tutti gli animi, distolsero l’attenzione da Cristoforo Colombo. Inoltre sapevasi che l’Ammiraglio dell’Oceano era scaduto dalla grazia del Re Cattolico, e quindi inviso alla corte. La sua morte rimase inavvertita. L’Uomo che aveva fatto dono alla Spagna della metà del globo, non ottenne nè onori, nè orazion funebre, nè monumento, ned epitafio!

L’indifferenza della turba per Cristoforo Colombo era tale che un letterato lombardo, in gran voga a que’ dì, Pietro Martire di Anghiera, il quale si era dianzi gloriato di essere familiare del grand’Uomo, e aveva preso stanza in Ispagna, nella speranza, diceva, di vivere alla posterità, scrivendo la storia della scoperta, non degnò neppure mentovare questa morte: perfino la cronaca di Valladolid, che dall’anno 1333 sino all’anno 1539 ha minutamente notati tutti gli avvenimenti d’interesse locale, fondazioni di cappelle, di scuole, nascite e matrimoni illustri, incendi, condanne capitali, entrate di vescovi nella diocesi, nomine di magistrati; non credette la morte di Colombo meritevole di venire ricordata ne’ suoi annali; onde per Colombo il silenzio dell’obblio parve precedere e accompagnare quello della tomba: niuno si curò del fine di lui: le sue gloriose e derelitte spoglie mortali furono piamente deposte dai Francescani, suoi soli amici, nel lor convento di Valladolid.

Epperò in capo a sette anni, avendo Ferdinando il Cattolico mutato consiglio, e volendo lasciare alla storia un esempio della sua reale gratitudine, si risovvenne dell’Uomo, che aveva [p. 21 modifica]cresciuta sì magnificamente la grandezza della Spagna, e che, in ricompensa era stato ucciso a poco a poco dalla sua malafede, dalle sue mortali lentezze freddamente calcolate, e dalla feroce cortesia de’ suoi rifiuti. Egli comandò si facessero al Defunto esequie conformi al suo grado di grande ammiraglio. Il suo feretro fu cavato dal convento di san Francesco, e trasportato nella cattedrale di Siviglia, ove a spese del monarca celebrossi un solenne funerale; dopodichè il corpo fu posto nelle tombe del convento di Las Cuevas, nella cappella del Cristo di recente edificata: sul marmo funebre fu scolpita la leggenda (in due versi) del suo stemma; e questo fu tutto.

Colombo, venuto provvidenzialmente dall’Italia in Ispagna, vi era considerato come straniero, non ostante i suoi diplomi di cittadinanza: morendo, non vi aveva lasciato nè parenti nè amici potenti che pigliassero a sostener la causa della sua gloria e della sua discendenza. Da ben nove anni, la via audacemente aperta dal suo genio, attraverso il mare tenebroso sin allora temuto e creduto insuperabile, era solcata da valenti e felici avventurieri: molte scoperte erano succedute alle sue, e facevano dimenticare le aspre fatiche dello scoprimento, più splendido per prodigi che largitor di ricchezze. Nuovi astri si levavano sull’orizzonte della fama. Le scoperte de’ Portoghesi in Oriente, e la navigazione de’ Castigliani nelle Indie Occidentali mettevano in luce nomi ignorati. Da che Vasco de Gama aveva passato il Capo delle Tempeste, scoperto Mozambico, Melinda, Guzarate, stabilito banchi a Cochin ed a Cananor, sotto bandiera castigliana, Vincenzo Yanez Pinzon aveva valicata la linea equinoziale. Mentre la sommessione di Madagascar, di Zocotora, la scoperta di Sumatra, di Malaca, il conquisto di Goa spandevano da lungi la gloria delle armi portoghesi, un nuovo ardore destosi in tutti i porti della Spagna, recava ad effetto sperimenti di colonizzazione sul nuovo Continente, nel golfo di Uraba, a Darien, a Porto Bello: Giovanni Ponce de Leon, scopriva la Florida, indi a poco il generoso Vasco Nunez de Balboa veleggiava per primo il mare del Sud. In mezzo a questi trionfi e a queste speranze, nessuno pensava a Colombo. [p. 22 modifica]

Per due anni consecutivi, il suo Primogenito aveva inutilmente chiesto al re Ferdinando l’investitura delle cariche e dignità del Padre, conforme alle convenzioni firmate il 17 aprile 1492 nella pianura di Granata, ratificate il 23 aprile 1497 e confermate a Valenza, con lettera reale del 14 marzo 1502. Quanto egli potè alla perfine ottenere dal sospettoso monarca, fu l’autorizzazione di far valere per via giudiziale i suoi diritti. Ma in questo processo intentato alla corona di Castiglia, don Diego Colombo si trovava avere avversario il ministero pubblico sotto nome di Procurator Fiscale, il qual avversando ogni diritto e ragione dell’Ammiraglio, aprì inquisizioni, in cui tutti i nemici di Colombo, gl’ingrati, gl’invidiosi, gli ufficiali stati ribelli alla sua autorità furono chiamati a deporre contro di lui. Il Procurator Fiscale opponeva alle giuste pretensioni del Figlio, che suo Padre non aveva reso alla Castiglia alcun eminente servigio, e che non era stato il vero autore della scoperta: lo si accusava di avere spogliato del suo progetto, delle sue carte, delle sue osservazioni un piloto sconosciuto morto in sua casa quando dimorava nell’isola portoghese di Porto Santo, e di essere, mercè questo furto quasi sacrilego, riuscito nella impresa. Fu affermato, altresì, che, quand’anche egli avesse scoperto alcune isole, non era sceso il primo sulla terra ferma, sul nuovo Continente. In questa guisa si riprodussero, fortificate e ringiovanite, tutte le vecchie calunnie di cui l’invidia lo fè segno dopo il suo trionfo.

Mentre continuavano queste inquisizioni, un fiorentino letterato e matematico, Americo Vespucci, era stato assunto presidente della commissione degli esami della marineria. Da principio in qualità di dirigente la casa di spedizione marittima fondato a Siviglia dall’armatore Berardi suo compatriota, e perciò entrato necessariamente in dimestichezza con Cristoforo Colombo, egli attinse nelle conversazioni di questo l’amore della cosmografia, e la vaghezza delle maraviglie lontane. Americo, abbandonò quell’impiego, prese a trattar l’astrolabio ed il sestante, e fece diversi viaggi, dopo i quali diventò piloto maggiore: salì poscia capo del Consiglio Idrografico. In gioventù suo zio, Giorgio Antonio Vespucci, dotto religioso di san Marco, [p. 23 modifica]attendendo all’educazione di alcuni fanciulli di sangue illustre, lo aveva associato ai loro studi. Con istile copioso e insieme elegante, Americo continuò, finiti ch’ebbe i suoi studi, a carteggiare con diversi suoi antichi condiscepoli, divenuti uomini d’alto affare. La descrizione de’ suoi viaggi per nuove regioni da lui mandata al duca Renato di Lorena, a Lorenzo di Pier Francesco de’ Medici ed al gonfaloniere di Firenze Pietro Soderini, gli acquistò una riputazione grandissima. In una delle sue quattro relazioni, certe espressioni vaghe ed ambigue davano facoltà di credere, che per primo avess’egli veduta la terraferma: ad imporre il nome di Nuovo Mondo a quelle ignote contrade parv’essere stato egli.

Tuttavia, nessuno fino allora aveva dato nome al Continente scoperto da Colombo. Essendo la scoperta stata fatta sotto gli auspici della Croce e pel trionfo della Croce, questa nuova terra veniva generalmente indicata sulle carte, col segno e col nome della Croce. Il qual nuovo Continente fu primieramente chiamato terra della santa Croce o Nuovo Mondo. La celebre edizione della Geografia di Tolomeo, fatta a Roma nella stamperia di Evangelista Tosino, da Marco di Benevento e Giovanni Cotta di Verona, nel 1608, riproduceva un Mappamondo di Ruysch, in cui il nuovo continente era indicato da queste parole Terra sanctæ Crucis, sive Mundus novus. Ma appunto allora la Relazione di Americo Vespucci, già stampata a Vicenza l’anno precedente, veniva ristampata a Milano; e, senza volerlo, la Francia aveva rapito per sempre a Colombo l’onore d’imporre il suo nome a questo Nuovo Mondo di cui era esso il ritrovatore.

Un geografo lorenese, che dimorava a S. Dié ne’ Vosgi, aveva pubblicato sotto lo pseudonimo di Martino Ilylacomilus, un’opera di cosmografia, seguita dalle quattro Relazioni de’ viaggi di Americo Vespucci. Questo scritto intitolato Introduzione alla Cosmografia, compilato a S. Dié, stampato primamente in questa città nel 1507, e ristampato a Strasburgo nel 1509, era dedicato all’imperatore Massimiliano. L’autore Martino Waldsemüller, non vi nominava, neppure una volta, Cristoforo Colombo, e pareva non sospettasse tampoco che un tale uomo fosse vissuto: attribuiva apertamente la scoperta del nuovo continente al genio [p. 24 modifica]di Americo Vespucci. Nella sua ammirazione per l’ingegno di Americo, il cosmografo di S. Dié dichiarava di non vedere qual diritto vietasse di dare a tal Nuovo Mondo il nome di colui che lo aveva scoperto, e di chiamarlo America, poichè l’uso ha reso femminini i nomi dell’Europa e dell’Asia. L’alta destinazione di questo scritto agevolò l’adozione del nome proposto da Martino Waldsemüller. Vediamo nell’edizione di Giovanni Gruniger del 1509, che la Relazione dei quattro viaggi di Vespucci, fu scritta primieramente in spagnuolo, indi tradotta in portoghese, poi trasportata in italiano, donde fu poscia voltata in francese, e in breve dal francese in latino, il che la rendette europea. Questa grande pubblicità preparava l’universale ad approvare l’ingiusta denominazione proposta dal geografo di S. Dié.

Noi siamo inoltre costretti a confessare che la Francia fu la prima che scrivesse questo nome di America sulle sue carte geografiche; le più antiche stampate a Lione portano il nome di America, a indicazione del Nuovo Mondo: tal è la carta del 1522, impressa su legno, che fu unita alla ristampa del Tolomeo da Melchiore e Gaspare Frechsel; tal eziandio quella che pubblicò nel 1541 Ugo di Portes.

La stampa protestante dell’Alemagna moltiplicò e diffuse a gara questa cieca usurpazione. Il Monaco apostata Sebastiano Munster, autore dell’Introduzione alla Cosmografia, diffuse questo nome di America colle stampe di Basilea. Da un altro lato, Gioachino Vadiano, nella sua Cosmografia universale, venuta fuori a Zurigo nel 1548, propagò il nome di America. Firenze accolse giuliva questa denominazione, che lusingava il suo orgoglio patrio. Dopo essere stato scritto in un libro di cosmografia, indi impresso su planisferii il nome di America, andò per la prima volta, nel 1570, intagliato col bulino sopra un globo in rilievo. Questo globo, di composizione metallica, riccamente damaschinato d’oro e d’argento, era opera del milanese Francesco Basso.

A que’ di, il nome d’America venne accettato senza contrasto, da lunga pezza non si pensava più a Colombo: la sua posterità era già spenta nella linea mascolina che avrebbe fatto [p. 25 modifica]rivivere il suo nome. Compilando la sua raccolta di viaggi nel 1507, Fracanzo di Montalbodo non si era informato della morte di Cristoforo Colombo, e ignorava perfino la sua ultima spedizione marittima. Nella version latina, la cui prefazione è firmata da Madrignano il 1°. giugno 1508, leggesi che «sino a quel giorno Cristoforo Colombo e suo fratello, sciolti dalle loro catene, vivevano in onore alla corte di Spagna.» Il continuatore della celebre cronaca dei Re Cattolici di Hernando del Pulgar, Valles, attribuisce la scoperta del Nuovo Mondo, non ad un uomo, ma ad un caso. Questa noncuranza, conseguenza logica di tanti errori, procedeva naturalmente dal profondo discredito con cui era terminata la vita del grande Ammiraglio dell’Oceano. Si può giudicare dell’indifferenza del pubblico per la gloria di lui, da questo, che un contemporaneo della scoperta, cappellano del re Cattolico, ingegno elegante, Lucio Marineo, chiamato dalla Sicilia in Castiglia affine di propagarvi il gusto delle lettere latine, scrivendo la sua storia delle cose memorabili di Spagna, avea già confuse le idee intorno la scoperta del Nuovo Mondo, sfigurava il nome maravigliosamente simbolico di Cristoforo Colombo, e non si vergognava chiamarlo Pietro Colombo! Egli si rendeva così complice del medico alemanno Jobst Ruhamér, che, nel primo libro germanico, in cui siasi parlato del Nuovo Mondo, non pronunzia neppure una volta il nome di Colombo; e si ostina a chiamarlo Christoffel Dawber, il che significa in italiano Cristoforo piccione maschio.

Costoro non si avvedevano dell’enormità della loro profanazione.

Dopo il suo terzo viaggio, Cristoforo Colombo era scaduto sì fattamente nell’opinion pubblica, che nessuno degnava neppure occuparsi di lui. Per molti ei non era più di questo mondo: altri, non mettendo alcuna importanza a ciò che lo risguardava, non si curavano neppure di verificare le date. Noi vediamo che questo discredito della sua gloria era generale, al tempo in cui apparvero le tre prime decadi oceaniche di Pietro Martire, ad Alcala de Henares, nel 1516, dieci anni avanti la prima edizione de’ primi libri della storia delle Indie, scritta [p. 26 modifica]da Oviedo, pubblicata a Toledo; e quando il veneziano Ramusio aveva già cominciata la sua raccolta di viaggi: ne fanno prova i loro scritti. Tutti adopransi a discolpar Colombo delle accuse che la malevolenza continuava a spandere contro di lui, dopo la sua morte; epperò il sentimento degli storici spagnuoli era impotente a riformare l’opinion pubblica; in primo luogo perchè le loro opere, richiedendo assai studio, non erano destinate a diventar popolari; in secondo luogo, perchè nessuna di queste opere fu pubblicata, che fosse condotta a fine; e per ultimo, perchè la maggior parte di esse rimasero manoscritte. Il secondogenito di Colombo, don Fernando, che si fece suo biografo, non terminò il suo lavoro che nel 1536, e lo lasciò manoscritto; il virtuoso Bartolomeo Las Casas cominciò il suo molto tardi, e non lo compiè che cinquantatrè anni dopo la morte di Cristoforo Colombo: lo lasciò anch’egli manoscritto. L’opinione rimase, adunque, sotto l’influenza delle più ingiuste preoccupazioni. La calunnia che aveva tormentato incessantemente la vita di Colombo, implacabile non ostante la morte, si levò accanita contro il suo nome, si assise sulla sua tomba, e infamò per secoli interi la sua memoria.


§ II.


In mezzo a questo errore quasi generale, il solo Pontefice Romano conservava il presentimento della grandezza apostolica di Cristoforo Colombo.

Tre Papi uno dopo l’altro avevano onorato della loro fiducia questo araldo della Croce: la Santa Sede non mutò mai a suo riguardo: il Sacro Collegio rimase fedele a questa nobile simpatia. Già, mentr’egli era in vita, allorchè la sua gloria giaceva offuscata da tanti calunniatori in quella Spagna ch’egli rese la più gran nazione del mondo, a Roma la Santa Sede e i Cardinali onoravano le sue fatiche immortali. Il solo scritto di questo grand’Uomo pubblicato mentre viveva, fu stampato a Roma, nel 1493 da Aleandro Di Cosco, coi tipi di Eucario Argentino.

Il primo personaggio di Roma che ricevesse e propagasse le particolarità storiche della scoperta fu il cardinale Ascanio Sforza. [p. 27 modifica]

Il cardinale Bernardino Carvajal carteggiava su Colombo col celebre letterato Pietro Martire di Anghiera, professore di latinità alla corte di Spagna.

Il cardinale Luiz d’Aragona mandava uno de’ suoi segretari a raccogliere, sotto la dettatura di Pietro Martire, ciò che questo elegante letterato imparava dallo stesso Colombo.

L’illustre cardinale Bembo aggiungeva, nella sua storia di Venezia, un libro intero sulla scoperta di Cristoforo Colombo.

Papa Leone X si faceva leggere nelle sere invernali, in mezzo alla corte pontificia, tutte le scoperte di Colombo, di cui Pietro Martire d’Anghiera aveva composto la storia sotto il titolo di Decadi Oceaniche.

Tutto quasi il Cardinalato Romano invitò un nobile cittadino della città, Giulio Cesare Stella, a scrivere in versi latini l’epopea del Nuovo Mondo.

Il cardinale Alessandro Farnese diede particolarmente una gran voga a questo poema, colla lettura che ne fece fare alla sua Villa Farnese; e indusse il gesuita Francesco Benci ad arricchirla di una prefazione.

Il cardinale Benedetto Panfili consigliò ad altro gesuita, Ubertino Carrara, di comporre un poema sul medesimo argomento. Il cardinale Sforza Pallavicino celebrò l’opera di Colombo ne’ suoi Fasti Sacri.

Il cardinale vescovo di Verona, il grande Agostino Valerio, nel suo libro De consolatione Ecclesiae, additò magnificamente il fatto della scoperta, e la sua importanza cattolica; e glorificò implicitamente Colombo, applicando alla sua missione alcuni testi notevoli delle profezie di Isaia.

Sotto gli auspici di papa Innocenzo IX, e del cardinale Gabriele Paleotto, il dotto oratoriano Tomaso Bozio pubblicò la parte del suo libro De signis Ecclesiæ Dei, in cui anch’egli applica a Cristoforo Colombo diversi passi delle profezie.

Il primo cardinale che stimolasse un poeta a celebrare in italiano la navigazione di Colombo, fu Antonio Perrenot francese, più conosciuto sotto nome di cardinale Granvelle. E, vuoisi dichiararlo, il poeta bresciano Lorenzo Gambara adempiè degnamente le sue intenzioni. [p. 28 modifica]

In Roma, un nobile genovese, storico delle grandezze della Liguria, Uberto Foglietta, manifestò la sua indegnazione contra «il vergognoso silenzio e l’incredibile accecamento» della sua patria, la quale decretava statue ad alcuni cittadini per cause volgari, e non ne rizzava alcuna al solo de’ suoi figliuoli la cui gloria non ebbe pari. Sino all’anno 1577, la repubblica di Genova, indifferente come gli altri Stati verso Colombo, non aveva pensato a consacrargli un pezzo di quel marmo di cui abbondano cotanto i suoi palagi. Dalla Città Eterna uscì la generosa protesta del Patrizio genovese, e la sua dichiarazione del servizio incomparabile, reso dal suo compatriota alla Chiesa di Gesù Cristo.

La gran mercè dell’influenza romana, l’Italia non perdette interamente la memoria di Cristoforo Colombo. La voce dei poeti suscitati dal Cardinalato, risvegliò l’amor patrio. Come a’ tempi eroici dell’ingegnosa Grecia sette città si disputarono la gloria di aver prestata la culla ad Omero, così altrettante città borgate si contesero l’onore di aver dato i natali a Cristoforo Colombo; Savona, Pradello, Nervi, Cugurea, Bugiasco, Cuccaro, osarono contrastarlo a Genova la superba. Ma lasciando dall’un de’ lati questa lotta di amor proprio tutto locale, il rimanente dell’Europa, e la Francia in particolare, non pose alcuna seria attenzione nè alla persona di Cristoforo Colombo, nè alla sua opera sovrumana, nè vi fu alcuno che facesse pensiero di scriverne la storia: nè v’ebbe parimenti alcuno che si pigliasse la cura di tradurre per intero la parte delle opere relative all’America, pubblicate in Ispagna sotto il titolo di Storia delle Indie Occidentali: tutti si attennero a vaghe dicerie, ad errori manifesti: la sola circostanza, che impedisse di porre interamente in oblío Cristoforo Colombo fu, per avventura, quel racconto dell’uovo, che, non ostante la sua inverosimiglianza, riuscì ad accreditarsi. Cristoforo Colombo aveva scoperto il Nuovo Mondo, e per ispiegare la sua scoperta, aveva schiacciato per l’un de’ capi un uovo sopra una tavola: l’opinione riassumeva così i due punti principali della sua vita, i soli che rimanessero nella memoria. Siccome il racconto dell’uovo ricreava l’infanzia, così la prima storia di [p. 29 modifica]Cristoforo Colombo, che fu scritta in Alemagna, fu destinata a trastullare la gioventù.

Come poteva il mondo occuparsi seriamente di Colombo, quando l’opera sua era in sì poca considerazione appo gli scrittori ed i filosofi che facevano legge nel secolo decimottavo, epoca in cui era conosciuta la totalità del Continente Americano, e compiutamente determinata così l’estensione come la forma della terra? Cotesti uomini, i quali credevano aver trovate in America obbiezioni contro Mosè ed i Libri Santi, non erano tali da poter apprezzare la missione dell’Uomo che pose l’antico Mondo in relazione col nuovo.

Non è da stupire dell’error volgare, allorché vediamo un celebre scrittore, Raynal, decorato del titolo di filosofo e autore della famosa Storia filosofica delle Indie, collocar Gama sopra Colombo, e considerare il passaggio del Capo come l’epoca più grande della storia. Per ringraziare l’accademia di Lione d’averlo eletto fra’ suoi membri, ei le propose un premio a chi meglio sciogliesse questo quesito:«La scoperta dell’America è stata dessa nociva od utile al genere, umano?» Fra cotesti enciclopedisti, che, secondo il loro titolo, possedevano tutte le scienze, neppur uno aveva sentore del genio di Cristoforo Colombo e della grandezza dell’operato da lui: lo stesso dotto Buffon, cadendo nell’error comune sull’importanza del Nuovo Mondo, poneva la scoperta de’ Portoghesi avanti quella di Colombo: «essi oltrepassarono, dice, il Capo di Buona Speranza, traversarono i mari dell’Africa e delle Indie; e, mentre dirigevano tutti i lor pensieri verso l’Oriente e il Mezzogiorno, Cristoforo Colombo rivolse i suoi verso l’Occidente».

Il protestantismo venne in aiuto alla filosofia francese.

Robertson trovò, che, rispetto alla scoperta, non vi aveva alcun bisogno di Colombo. «Se la sagacità di Colombo, dice, non ci avesse fatto conoscere l’America, alcuni anni più tardi qualche felice caso vi ci avrebbe condotti;» quasi che vi sarebbero stati naviganti che si sarebbero avventurati sotto quelle temute latitudini senza la riuscita di Cristoforo Colombo, il quale aveva sicurati i marinai, e chiariti i misteri del [p. 30 modifica]mar tenebroso! Otto diplomatico francese, credette di mostrar perspicacia filosofica, e meritar bene dall’archeologia, tentando provare che Colombo non aveva fatto alcuna scoperta, poiché l’America era conosciuta anteriormente alla sua impresa. Il primo aprile 1786, egli indirizzava da Nuova York al celebre Franklin una memoria su questo argomento. Il seguente anno, nelle osservazioni e addizioni materialiste alla traduzione delle memorie filosofiche d’Ulloa, sulla scoperta dell’America, fu riprodotta la vecchia accusa dei nemici di Colombo, e venne qualificato Navigatore il piloto sconosciuto che fu detto aver a lui fidate le sue carte. Già altri, non limitandosi a spogliarlo della scoperta, gli avevano contrastata l’assiduità e le meditazioni. Ciascuno sa che la prima osservazione di magnetismo terrestre venne fatta sulla bussola da Cristoforo Colombo, il 13 settembre 1492. Fontenelle, nella Storia dell’Accademia Reale delle scienze, non teme di far omaggio di questa scoperta a Sebastiano Cabot, il quale non partì che nel 1497, od anche a Grignon di Dieppe, posteriore di trentott’anni a quest’ultimo.

Questo dispregio di Colombo, l’incertezza della sua origine, della sua patria, dell’opera sua, fecero sì che si parlò di lui a caso, e senza rappiccarvi importanza. Gli uomini più gravi non si diedero alcuna cura di esser esatti ogniqualvolta notavano fatti date che risguardassero Colombo: perciò lo stesso Montesquieu, nel suo Spirito delle leggi, biasima coloro che si dolevano che Francesco I non avesse provveduto di navi «Cristoforo Colombo che gli proponeva le Indie»: egli dimenticava che l’America già era scoperta da ben ventitré anni, allorché Francesco I salì il trono. Così un altro magistrato, nostro contemporaneo, il signor di Marcangy, nella sua Gallia poetica, non nota la scoperta se non quale accessorio; l’ha in conto di un’impresa di second’ordine; e dopo parlato del Capo di Buona Speranza superato da Vasco di Gama, dice solamente: «Intorno a questo tempo la scoperta dell’America fatta da Cristoforo Colombo aggiunse nuovo ardore e sviluppo all’operosità commerciale, ed all’amore delle spedizioni lontane, ecc.;» non altrimenti che se la spedizione di Vasco di Gama, la quale avvenne nel 1497, non fosse stata la conseguenza della scoperta fatta [p. 31 modifica]nel 1492 da Cristoforo Colombo! Per questo ostinato errore sul carattere eccezionale di Colombo, il geografo Malte-Brun, unendosi coi detrattori della sua gloria, supponeva che si fosse servito per la sua scoperta del giornale particolare del veneziano Antonio Zeno: ma questo giornale manoscritto era stato dimenticato e perduto nella sua famiglia; e non fu conosciuto che alloraquando, appena ritrovato, Marcolino lo pubblicò nel 1558, vale a dire cinquanta due anni dopo la morte di Colombo.

La Spagna, del paro, continuava a mostrar poca reverenza per questa fama immortale. Nella sua grande storia generale della Spagna, il Mariana non riconosce a Colombo alcun merito di invenzione e d’iniziativa; a senno suo la scoperta fu un’opera collettiva; egli dice: «con qual fortuna, e qual prodigioso successo questi uomini intrepidi valicarono spazi immensi di mare!». Dopo narrata l’ignobil calunnia del preteso piloto morto in casa di Colombo, e da questo spogliato della sua gloria, riferisce, che, coll’aiuto di carte rapinate al defunto. Colombo riconobbe «tutte le coste che sono fra’ due poli, dallo stretto di Magellan sino al capo di Vacallao; e che corse così «più di cinque mila leghe.» L’autore di un’altra storia generale della Spagna, Ferreras, fa scoprire il Nuovo Mondo da Americo Vespucci, e pretende che Colombo si avventurò alla sua impresa col mezzo delle note e delle carte di Americo! Un capitano generale, il marchese de la Solana, osava scrivere queste linee al famoso Godoi principe della Pace; «Colombo non fece che scoperte ... il conquisto di così belle colonie fu riservato ai Cortez, ai Sandoval, agli Alvarez, ai Pizzarri.» Nel suo compendio della Storia di Spagna, Ascargorta è in pieno errore sopra tutto ciò che risguarda Colombo; ignora la metà della sua vita; non conosce che due de’ suoi viaggi; confonde gli avvenimenti, le date, e crede che scoprì la Terra-Ferma nella sua seconda spedizione.

Se gli Spagnuoli commettono di tali errori sulla storia del loro paese, come si vorrà che noi biasimiamo severamente uno scrittor francese, Paquis, di avere nella sua Storia di Spagna fatto pigliar terra a Colombo in Portogallo solamente al ritorno del suo secondo viaggio; e Alessandro Dumas di scrivere che [p. 32 modifica]Colombo aveva passato una parte della sua vita in prigione, mentre la sua carcerazione durò meno di tre mesi? Lamartine fa approdar Colombo in Ispagna nel 1471, quindici anni prima del suo arrivo; Granier di Cassagnac afferma, che, «le Isole Vergini furono scoperte da Cristoforo Colombo nel suo ultimo viaggio, nel novembre del 1493»: ora, l’ultimo viaggio di Colombo, cominciato nel maggio 1502, terminò nel novembre 1504, undici anni dopo il termine erratamente indicato. Nella sua Storia di Spagna il signor Rosseuw-Saint-Hilaire nota il celebre Las Casas fra i dodici missionari che menava seco il padre Boyl, nel secondo viaggio di Colombo, del 1493; ma Las Casas non passò il mare che nel 1502. Due antichi ministri dell’istruzion pubblica, membri dell’Istituto, scrittori eminenti e abitualmente esatti, non si sono fatto scrupolo di commettere intorno a Colombo errori di fatto, di date e di luogo. Noi passiamo sotto silenzio gli anacronismi, le contraddizioni e le confusioni innumerevoli, commesse dalla turba de’ letterati di second’ordine.

Nondimeno, ad esser giusti, bisogna confessare che questa leggerezza de’ nostri scrittori verso Colombo non è da imputar loro direttamente; perocch’essi l’hanno ereditata dal secolo passato. A’ dì nostri si manifesta un movimento di giustizia riparatrice e di benevolenza per la fama di Colombo: si cerca di onorarlo: si moltiplicano i ritratti, le statue dell’eroe: diverse città rizzano monumenti in onor suo: libri e raccolte periodiche mirano a rendere volgare la sua biografìa. Nonpertanto, non fu mai che la gloria di lui corresse maggiori pericoli come a’ dì nostri. Non ostante la rettitudine delle intenzioni, Cristoforo Colombo rimane disconosciuto: la peggiore delle oscurità, quella che ingenera falsa erudizione, ci separa da lui. L’errore storico ha condensato le sue tenebre intorno la sua memoria: questo errore altero e pedantesco noi lo conosciamo intimamente: abbiam sorpreso il segreto del suo nascere, abbiam seguito le sue tracce dal suo primo esordire, ne abbiam notato la data, rivelate le cause del suo successo e del credito che ha saputo acquistare; speriamo di smascherarlo. [p. 33 modifica]Ma, prima, onde provare quanto la memoria di Colombo sia atta a suscitare interesse, volgiamo uno sguardo sulle simpatie che l’età nostra professa per questa grandezza, che non le fu peranco interamente rivelata.


§ III.


Al principiare di questo secolo, un francese, che noi abbiam conosciuto di persona, il cavalier di Pory, scrisse i suoi viaggi nella parte del Continente scoperto da Cristoforo Colombo, e venne a Parigi a stampare quel suo libro, il quale mostrava la sua ammirazione per lo scopritore del Nuovo Mondo. Verso quel tempo medesimo l’Accademia di Torino ascoltava comunicazioni relative a Cristoforo Colombo.

Nel 1805, un piemontese, il conte Galeani Napione, pubblicò una dissertazione sulla patria di Cristoforo Colombo, ch’ei pretendeva nato a Cuccaro nel Monferrato.

Nel 1808, il conte Damiano Priocca riprodusse a Firenze questa pubblicazione e la commentò.

Nel 1809, l’abate Francesco Cancellieri, mandò in luce a Roma alcune dissertazioni su Cristoforo Colombo; e incoraggiato dal buon riuscimento, Galeani Napione dettava sul medesimo argomento una dissertazione intitolata — Del primo scopritore del Nuovo Continente. Un anno dopo il bibliofilo Morelli stampava a Bassano, sotto nome di Lettera rarissima, una lettera di Cristoforo Colombo scritta dalla Giammaica. Questo documento, da lunga pezza dimentico, alzò gran remore nelle società dotte. Savona si preoccupò delle pretensioni di Cuccaro e scrisse per rivendicare i suoi diritti; Genova fece manifesti i suoi: la sua Accademia delle scienze, lettere ed arti creò fra’ propri membri una commissione incaricata di esaminare la quistione della nascita di Cristoforo Colombo; e nel 1812 la sua relazione suscitò una viva curiosità.

La caduta dell’Impero Francese, e il riordinamento degli Stati Italiani sospesero questa discussione senza terminarla.

Nel 1816, la Revista di Edimborgo ripigliava l’aspra contesa. Nel 1817, Luigi Bossi preparava a Milano la sua vita di Cristoforo Colombo. [p. 34 modifica]

Nel 1818, il Cardinale Zurla parlava di Cristoforo Colombo nel suo lavoro sui Viaggi de’ Veneziani più illustri.

Nel 1819, il padre Spotorno, barnabita e bibliografo, pubblicava a Genova la sua opera in tre libri, intitolata: Dell’origine e della patria di Cristoforo Colombo.

Nel 1821, un autore anonimo faceva stampare in Milano l’Elogio delle scoperte del Nuovo Mondo, accompagnato da note storiche sulla patria di Colombo. Verso quel tempo l’eccellente re Vittorio Emanuele dava al municipio di Genova la raccolta de’ privilegi di Cristoforo Colombo, conservata dal senatore Michel Angelo Cambiaso.

Nel 1823, il consiglio municipale di Genova fece, coll’aiuto di sottoscrizioni, stampare tutti i titoli e documenti relativi a Colombo, e li raccolse in un magnifico volume sotto il titolo di Codice diplomatico Colombo, Americano, incaricando il padre Spotorno di premettere a quel libro una introduzione biografica.

Il seguente anno, la Francia, che non poteva rimanersi indifferente a questo nobile pensiero di rintegrar la gloria di Colombo, ebbe la traduzione della sua vita scritta dal Bossi, La Spagna non era straniera a questa preoccupazione. Il direttore dell’Accademia reale di storia a Madrid, Don Martin Fernandez de Navarrete, affrettava la raccolta de’ documenti relativi alla storia dell’America ed ai progressi della marineria, che compilava per ordine della Corona: correndo il 1823 mandò in luce il primo volume.

Nel 1826, mentre l’avvocato Giambattista Belloro rinnovava le pretensioni di Savona a dirsi culla di Cristoforo Colombo, e inseriva la sua dissertazione nella Corrispondenza astronomica del Barone di Zach, il Messico stampava le due opere di La Vega e di Bustamente sulla scoperta del Nuovo Mondo. Nell’anno medesimo, un letterato americano che dimorava in Ispagna, Washington Irving, entrato in relazione cogli archivisti di Madrid, e avendo a sua disposizione materiali già preparati, scriveva la sua Storia della vita e de’ viaggi di Cristoforo Colombo. Quest’opera accolta con viva sollecitudine, si sparse in pochi anni in tutti gli Stati dell’Europa. Nel 1828, Ferdinando Denis, diede, sotto la forma di [p. 35 modifica]romanzo storico, un quadro grazioso e poetico della scoperta, nel quale il carattere distintivo di Colombo giace ritratto con esattezza ed espresso nel modo più felice. Ismael ben Kaïssar, è il titolo di questa composizione, in cui la ricchezza de’ colori locali si accoppia felicemente colla verità della storia. Poscia fu veduto un celebre romanziere degli Stati Uniti, Fenimore Cooper, ispirarsi di questo argomento, volerselo appropriare e trasportarlo nella propria lingua; ma il fatto non rispose al desiderio; egli non riuscì diffondervi quello splendore spontaneo, quell’incanto di descrizione poeticamente fedele e que’ profumi della natura intertropicale, di cui Ferdinando Denis aveva, direi, come imbalsamata l’opera sua. Indi venne in luce a Genova la versione di Washington Irving, accresciuta di note. Alcuni anni dopo Humboldt commentò le scoperte di Cristoforo Colombo, in cinque volumi con titolo di Esame crìtico della Storia della Geografia del Nuovo Continente.

Pochi anni dipoi Felice Isnardi ripigliò la quistione della patria di Cristoforo Colombo, e volle che fosse il borgo di Cogoleto. Correndo il 1839, l’infaticabile avvocato Belloro replicò colla sua Rivista critica, e sventò questa pretensione. Tornato Felice Isnardi alle riscosse, l’avvocato Belloro non contento del suo trionfo, aggiunse un’appendice alla sua rivista critica. Nel 1845, il nostro libro, la croce nei due mondi venne per la prima volta a rivelare la missione provvidenziale commessa a Colombo, e ad affermare altamente la quasi santità del suo carattere. Quest’opera, onorata della quarta edizione, e stata tradotta, in italiano, insegnò a considerare sotto il suo vero aspetto l’araldo della Croce. Il seguente anno, l’illustre Carlo Alberto, quel re cavalleresco e cristiano, così ben fatto per comprendere l’eroismo, nella sua giusta ammirazione di Colombo, comandò che fosse finalmente rizzato a Genova un monumento alla sua memoria a spese del tesoro pubblico. Ma l’amor patrio de’ Liguri fu tocco da una nobil gara. Genova non desiderava ricevere qual puro dono dalla munificenza reale questa testimonianza cui bramava rendere ella stessa al più glorioso de’ suoi fighuoli. Nel 1845 una Commissione di notevoli genovesi, aventi alla testa il marchese Durazzo e Lorenzo Pareto aprì [p. 36 modifica]un’associazione a tal effetto. Il congresso dei dotti italiani che si doveva raccogliere in Genova aggiunse uno splendore nazionale a siffatta sottoscrizione.

Per giovarsi del buon punto, la magnifica opera dei Liguri illustri fu nel 1846 messa alla portata del popolo in un’apposita edizione per le cure dell’abate Luigi Grillo, cappellano della marineria sarda: v’era spezialmente cercato e letto l’articolo dell’abate Gavotti sul grande ammiraglio dell’Oceano. Lorenzo Costa stampava con lusso il suo vivace poema sull’eroe genovese: in quella il professore Angelo Sanguineti scriveva un compendio della vita di Cristoforo Colombo: ma, dal canto suo, la storia del Monferrato, di Vincenzo Conti, ravvivava l’antica controversia sulla vera patria dell’eroe.

Nel correre del 1847, diversi governi stranieri associarono le loro simpatie all’omaggio che Genova apparecchiava a quella illustre memoria. La Francia volle recare la sua offerta all’erezione di quel monumento. La storia, la pittura, la poesia, la scoltura avevano pagato lor tributi a Cristoforo Colombo, e la musica venne ad aggiungervi i propri: amoroso cantore del deserto, Feliciano David, componeva in onore di Colombo le sue melodie dell’Oceano.

Gli avvenimenti del 1848, e la commozione europea che ne provenne, non distornarono lungamente l’attenzion pubblica da un argomento che l’attira, senza mai stancarla. Anche alcune repubbliche americane vollero onorar l’Eroe dei due Mondi. Diverse città gli decretarono un monumento. Sin dal 1850 il governo del Perù decise rizzargli una statua colossale sulla piazza maggiore di Lima, e ne fidò l’esecuzione al celebre scultore Salvatore Revelli. Nel 1851, un ligure eminente, a’ servigi di Sua Santità, monsignore Stefano Rossi, mise in luce, dettato dall’amor patrio, un notevole scritto intitolato Dell’esiglio di Cristoforo Colombo genovese.

Quasi al tempo stesso, il patrizio genovese che ha maggiormente contribuito ad illustrare all’estero il regno di Sardegna, aggiungendo la sua dignità personale alle alte missioni ond’era insignito, il marchese Antonio Brignole-Sale,Fonte/commento: Pagina:Cristoforo Colombo- storia della sua vita e dei suoi viaggi - Volume I (1857).djvu/447 lunga pezza ambasciatore in Francia, avuto in generale estimazione nel [p. 37 modifica]mondo diplomatico, sì noto ai poveri, e sì caro alle arti, alle lettere e sopratutto al Cattolicismo, faceva eseguire a Parigi dal suo compatriota, l’eccellente scultore Raggi, un gruppo notevolissimo rappresentante Cristoforo Colombo nel momento della scoperta.

Correndo il 1852, il nostro illustre amico, conte Tullio Dandolo, pubblicava a Milano il suo libro I secoli di Dante e di Colombo, nel quale riproduceva la parte del nostro la Croce nei due Mondi, che risguarda il carattere religioso di Colombo; e tutta Italia applaudiva a questa nuova opera. In quel mentre medesimo, a Parigi, Lamartine adoprava la penna in onore di Colombo colorando poeticamente un mezzo volume della sua miglior prosa. Poco appresso un degno uom di mare, che, avuto risguardo alla rettitudine delle sue intenzioni, noi non mentoveremo per nome, mescolava stranamente la finzione colla storia, in un grosso volume, e credeva seriamente di avere scritto da vero uom di mare la vita dell’eroe dei mari.

Nel 1853, l’unico discendente dei conti Colombo di Cuccaro, ultimo membro superstite della famiglia di Colombo, monsignor Luigi Colombo, prelato domestico di Sua Santità e segretario della Congregazione delle Indulgenze, componeva uno scritto sopra il suo immortale antenato. Nel suo libro che si andava stampando al tempo della nostra ultima dimora in Roma, e di cui l’illustre prelato ebbe la cortesia di comunicarci le bozze, è sollevata la quistione della nascita, ma non è definitivamente risoluta. Quantunque tale opera offra piuttosto un insieme di giudizi sotto l’aspetto esclusivo del parentado, che non una storia reale delle scoperte di Cristoforo Colombo, pure reca luce sui servigi che ha resi al mondo l’Uomo che ne integrò lo scovrimento.

Il 20 febbraio 1854, l’omaggio più solenne che ricevesse Cristoforo Colombo gli fu tributato a Genova.

Sua maestà il re Vittorio Emanuele era venuto colla real famiglia, la corte, i ministri, il corpo diplomatico, le deputazioni delle camere legislative ad inaugurar la strada ferrata che unisce il porto di Genova colla metropoli del Piemonte. Alla presenza del monarca, dei principi e dei grandi del regno, dinanzi [p. 38 modifica]ad un magnifico altare, tra ’l concorso de’ popoli della Liguria ed una moltitudine accorsa da ogni parte degli Stati Sardi, il venerabile arcivescovo di Genova, in cui la scienza e la pietà si congiungono col più generoso amor patrie, monsignor Addrea Charvaz in una magnifica allocuzione, modello di buon gusto letterario. disseminata di pensieri profondi, piena di grandezza cristiana, e dimostrante somma conoscenza dell’età nostra, dopo avere presentati all’immensa assemblea gli antichi titoli di gloria di Genova la superba, coronò questo fascio di splendide memorie coll’imagine di Cristoforo Colombo: e in quella ch’egli invocava le benedizioni del cielo su questo progresso dell’ industria la qual raccosta gli uomini e i continenti, l’illustre Arcivescovo richiamava la memoria del navigatore genovese, quel missionario del progresso, che primo tra tutti pianto nel Nuovo Mondo la Croce, simbolo immortale della salute e dell‘ incivilimento de’ popoli.


§ IV.


Così, dall’esordire del secolo decimonono, fin oltre la sua prima età, una serie ascendente di pubblicazioni, che si vanno moltiplicando a misura che ci allontaniam dall’epoca della scoperta, prova il profondo interesse desto dalla memoria di Colombo. Tale successione non interrotta di lavori e di testimonianze sul medesimo argomento, costanza di cui l’età nostra non offre altro esempio, fa manifesto come l’attenzione è tuttavia lungi dall’avere esaurito questo magnifico soggetto storico.

Ma questa persistenza della curiosità pubblica palese implicitamente un bisogno non soddisfatto, e indica una nuova aspettazione. Ed a buon dritto voglionsi nuove particolarità, ed altri schiarimenti: istinto dei popoli non s’inganna; imperocchè noi l’affermiamo, non ostante questi omaggi delle arti, queste fatiche degli eruditi, queste affermative degli storici, Cristoforo Colombo è a’ di nostri più mal conosciuto che non un secolo fa. Allora, almeno, lo s’ignorava, senza pretendere di conoscerlo a fondo: l’incertezza dell’opinione era cosa nota, e si sapeva di non sapere, o che si sapeva male; lo che riesce spesso [p. 39 modifica]peggiore. A’ dì nostri tutti hanno la pretensione, in apparenza fondatissima, di conoscere e giudicare Colombo. L’opinione si è formata sul giudizio di scrittori, i cui nomi, in molto credito, proteggono l’errore del volgo: non è udita che una voce, quella di una dotta e ambiziosa brigatella, la qual si è impadronita della storia di Cristoforo Colombo, e ha fatto della memoria di lui una maniera di suo patrimonio.

Il tempo della riabilitazione storica è finalmente giunto; e noi diremo intera la verità.

Questa dotta brigatella si compone di quattro scrittori. Di questi quattro, uno ha scritto la vita di Colombo nella forma regolare della storia; due non hanno fatto che dissertazioni, annotazioni e introduzioni; l’ultimo non ha tessuto nè memorie. ne biografia; si è limitato a tessere un commentario; ma l’autorità del suo nome europeo ha confermati gli errori commessi e pubblicati dagli altri tre, aumentandoli di tutto il peso de’ suoi propri.

Andiamo sino al fine nella nostra schiettezza.

Questi quattro scrittori , la cui tacita e retrospettiva associazione si appropriò la storia di Colombo, falsando la sua persona e la sua azione provvidenziale, sono, il genovese Giambattista Spotorno, l’americano Washington Irving, l’accademico Spagnuolo don Martin Fernandes de Navarrete, e l’illustre prussiano Alessandro Humboldt.

Spotorno ha scritto per ordine del corpo decurionale di Genova; Navarrete per ordine della corte di Spagna; Washington Irving per guadagnare la corona letteraria che i suoi precedenti successi presagivangli; Humboldt, per improntare con un suggello imperituro il suo viaggio nelle regioni equinoziali.

Spotorno e Navarrete non hanno fatto che dissertazioni, e riunire faticosamente materiali, con cui Humboldt e Washington Irving composero, questo la sua storia della vita e de’ viaggi di Cristoforo Colombo, quello, i suoi commentari sotto il titolo di Esame critico della storia della geografia del nuovo Continente. Questi quattro scrittori si sono ingannati, ed hanno ingannato il pubblico. La posizione ufficiale dei due primi, la gran rinomanza dei secondi hanno dato alle loro fatiche un’autorità [p. 40 modifica]imperiosa, ond’essi imposero i loro errori ai nostri contemporanei.

Cosa singolare; non v’ebbe europeo che tessesse la vita di Cristoforo Colombo! Cosa non meno strana, nessuno scrittore cattolico ha tracciata intera la biografia del messaggero della Croce nel Nuovo Mondo! Come ha sì giustamente notato il celebre padre Ventura di Raulica, mentre nella storia di Bossi Colombo occupa appena quarantatrè pagine, Washington Irving gli consacra quattro volumi e i commentari di Humboldt son compresi in cinque volumi. Ora, Washington Irving ed Humboldt, i soli scrittori che abbiano trattato largamente questa storia, sono l’uno e l’altro protestanti. È facile comprendere che, per le preoccupazioni di setta, essi non abbiano potuto giudicar sanamente dello spirito e degli atti dell’Uomo che rappresentava nella sua persona il più ardente Cattolicismo. La storia di questo Servo di Dio è stata, dunque, giudicata esclusivamente da due scrittori opposti alla sua credenza, avversi alle impressioni del suo cuore, inconscii delle aspirazioni dell’anima sua: la biografia di Colombo è rimasa derelitta in mano de’ suoi nemici naturali: essi ce l’hanno presentata quale la manipolarono senza che alcuno li sorvegliasse.

La gran fortuna che sortì lo scritto di Washington Irving, e il gran nome di Humboldt impaurirono tutti dal far alle loro opere qualsivoglia rettificazione od ammenda. Quanto era uscito dalla loro penna protestante, parve il giudizio definitivo della storia. Da vent’anni in qua gli accademici, le società letterarie, le biografie, le riviste, le enciclopedie ripetono con rispetto i fatti e le opinioni cavate da questi due scrittori: e non fu stampata nel mondo intero una sola linea su Colombo, che non fosse attinta docilmente all’una od all’altra di quelle due sorgenti. Dal che conseguita che lo sguardo del protestantismo è il solo che abbia misurata l’opera più vasta e più evidentemente sovrumana del genio cattolico: da che conseguita altresì, che la preoccupazione, l’inimicizia, e l’ostilità contro la Chiesa cattolica hanno l’incredibile privilegio d’insegnare al Cattolicismo, la vita di un uomo ch’è una delle sue glorie più luminose.

Siffatta anomalia non è dessa forse altrettanto strana, quanto [p. 41 modifica]irrazionale? Anche prima d’ogni esame, non è egli evidente quanta preoccupazione dovette porsi nel giudizio che il protestantismo portò dell’araldo della Chiesa Cattolica, per sua ispirazione mandato agli abitatori delle regioni sconosciute? La scuola protestante non potrebbe comprendere il carattere e la missione di Colombo. All’ostacolo procedente dalle credenze religiose, se ne aggiunge un altro, derivato dal suo sistema di composizione storica. Le biografie di Colombo sono state scritte in un ordine di idee preconcepite, e unicamente conforme i dati della filosofia umana. La scuola protestante non attribuisce all’avvenimento che ha raddoppiato il mondo un carattere sopranaturale. Essa non vi riconosce epoca predestinata dalla sapienza divina, e l’adempimento di una volontà dall’Altissimo. Secondo i suoi alunni questa scoperta, in cambio di Colombo, sarebbe stata naturalmente operata mercè del progresso delle scienze nautiche: essi non sanno aquietarsi a vedere nella scoperta del Nuovo Mondo un intervento provvidenziale: come concederebbero un aiuto sovranaturale alla fede di Colombo? preferiscono attribuire al compasso ed all’astrolabio ciò che negano alla bontà divina: essi ammettono i miracoli del genio umano, e negano il favor celeste: essi rifiutano a Dio ciò che consentono all’uomo: e mentre Cristoforo Colombo, dopo di avere le tante volte provata questa protezione sopranaturale, la riconosceva con gratitudine, la confessava fin nelle sue relazioni ufficiali al Governo, e si considerava come un semplice strumento della Provvidenza, essi, raccontando la sua storia, si ostinano a negare questa assistenza efficace, stimano di conoscer Colombo meglio di quello che sapesse Colombo conoscere se stesso.

In virtù della loro teorica, la quale vuole che il fondo dell’umanità sia dappertutto identico, essi hanno rigettato il carattere superiore dell’Uomo scelto dal Cielo, e spogliato Colombo della sua grandezza spirituale, affine di renderlo simile al rimanente degli uomini: studiarono d’impicciolirlo, farlo come son essi: lo hanno animato de’ lor propri sentimenti, gli hanno prestato i loro disegni, i loro istinti, lo giudicarono secondo il loro cuore: temendo che sopravvivesse nella maestà de’ suoi lineamenti qualche traccia della nativa grandezza, [p. 42 modifica]hanno trovato in lui, non solamente imperfezioni, ma difetti, e perfino vizi: nondimeno la loro indulgenza ha misericordiosamente tentato di scusarlo, paragonandolo agli eroi dell’antichità pagana, la cui grandezza non esentolli dal pagare tributo all’umana debolezza. Sotto il pretesto di erudizione, di imparzialità e di critica storica, questa brigatella dei quattro Scrittori falsò i fatti intimi della vita di Colombo.

Dopo disseppellite tutte le accuse, che vennero a lui fatte mentre viveva, costoro seppero gravarlo di una calunnia, ignorata affatto da’ suoi contemporanei, lorchè lo malmenavano nel modo più accanito; niun nemico di Colombo insultò alla purezza de’ suoi costumi: il soffio dell’odio non aveva osato offuscare quello specchio di castità: una tale profanatrice impostura era riservata ai nostri giorni.

Ma è omai il tempo di sventare questa calunnia concepita in Piemonte, nata a Genova, nodrita in Ispagna, e adottata con sollecitudine dal protestantismo, per contrapporla alla grandezza cattolica dell’Uomo incaricato dalla Provvidenza di sollevare il velo che ci occultava, da ben seimila anni la totalità dell’opera terrestre. Che la pietà de’ fedeli si assecuri; che gli ammiratori di Colombo non abbiano alcun timore; l’araldo della Croce fu sempre senza rimprovero, com’egli era stato senza paura: se ebbe alcune delle nostre imperfezioni, se cadde in alcuno de’ nostri mancamenti quasi involontari, non fu mai, almeno, ch’egli dimenticasse quanto gl’imponeva l’onore che la Maestà divina aveva degnato fargli. Tuttavia, per quelli che giudicano preziosa l’integrità della storia, non meno della gloria di Colombo, noi dobbiamo, prima di esporre la vita di questo gran Servo di Dio, smascherare in poche righe la calunnia ch’è il perno delle imputazioni a lui fatte. Si vedrà con quanta leggerezza uomini gravi hanno scagliato il biasimo e accolta l’impostura.

Noi mostreremo in qual modo questa calunnia si è sfacciatamente presentata, com’è stata accettata, messa in credito e imposta alla dotta Europa.

Nel 1805, Galeani Napione, spirito erudito, ma sofistico e caparbio, il quale si ostinava, contro l’evidenza, a far nascere Colombo nel Castello di Cuccaro nel Monferrato, frugando nel [p. 43 modifica]cumulo voluminoso de’ processi, successivamente orditi in Ispagna, per la successione dei discendenti di Colombo, credette di trovare un lume storico in una memoria tessuta a profitto di un certo Diego Colon y Lariategui, che d’altronde fu dichiarata apocrifa. L’avvocato aveva bisogno, a prò della sua causa, di attaccare retrospettivamente, a traverso i secoli, la legittimità del secondogenito di Colombo, don Fernando. Siccome questa prova d’illegittimità non risultava da verun documento ostensibile, da verun atto de’ processi anteriori o pendenti, l’astuto leguleio imaginò d’indurla, non da una espressione di cui valersi al suo intento, sibbene dalla ommissione di una parola, che pretendeva necessaria, quantunque non fosse neppur utile. Nel suo testamento, Cristoforo Colombo, raccomandava al suo erede di pagare una pensione a Beatrice Enriquez, madre del suo secondogenito don Fernando. Questa clausola era per sé chiarissima. Ma il testatore non aveva fatto precedere del titolo di sua moglie il nome di Beatrice. L’avvocato ne inferiva la non esistenza del legame matrimoniale, per conseguenza l’illegittimità di Fernando Colombo. Lo si crederebbe? Questa misera arguzia parve una dichiarazione a Napione! quindi tessè una serie di ragionamenti, e presentò come una scoperta da lui fatta, rispetto allo stato civile di Colombo, questa miserabile induzione dovuta allo scartafaccio del povero licenziato Luiz de la Palma y Freytas. Napione ebbe così a buon patto gli onori di spiritoso e felice investigatore.

Nel 1809 l’antiquario e bibliografo Francesco Cancellieri, valente in raccogliere i fatti, ma assai manchevole di lucidezza filosofica, ripetè, senza esaminarla, la pretesa induzione di Napione, a cui, valga il vero, nessuno pose attenzione. Fino a quel punto questa temeraria affermativa, arrischiata in un’opera di mediocre importanza, non poteva recare alcun danno alla fama di Cristoforo Colombo. Ma secondo il volgare proverbio «che non si è mai traditi che da’ suoi,» alcuni anni dopo, un genovese, antico barnabita, il Padre Spotorno, stimolato da un vivo risentimento contro il secondogenito di Colombo, don Fernando, ch’egli accusava di aver seminato apposta dubbi sull’origine e il luogo delle nascita del proprio padre, accolse questa imputazione di bastardume che giovava al suo odio. [p. 44 modifica]

E nulla fu che arrestasse la sua preoccupazione; non la prova contraria, risultante doppiamente dall’affermativa e dal silenzio degli scrittori spagnuoli, non la dimostrazione così logica dei fatti, non il carattere quasi sacerdotale del messaggero della Croce: bisognavagli ad ogni patto questa macchia di origine per far parere dubbia la sincerità dello storico più vicino e meglio informato di Cristoforo Colombo. In tutti i suoi scritti lo Spotorno ripete con odiosa compiacenza che illecita era l’unione di Colombo con Beatrice Enriquez, ed ha rinnovato la sua accusa d’illegittimità contro don Fernando. Non contento di averla nel 1819 inserita nel suo libro, Dell’origine e della patria di Cristoforo Colombo, l’ha riprodotta orgogliosamente nella sua storia letteraria della Liguria, presentandola siccome il frutto della sua propria sagacia. Come Napione si era fatto bello di un’arguzia rubata da lontano ad un avvocato spagnuolo ridotto agli estremi, così Spotorno, a forza di ripetere il plagio commesso da Napione, finì per credere sua proprietà personale questa miserabile calunnia, di cui ignorava la vera provenienza.

Appo lettori frivoli, questa pretesa scoperta della tresca segreta di Colombo pose Spotorno in grido di critico erudito; e gli valse nel 1823 l’onore di essere incaricato dal corpo decurionale di Genova della pubblicazione dei documenti relativi a Colombo, la cui raccolta formava il Codice Colombo Americano: vennegli fidata la cura d’inaugurar quel volume con una notizia biografica sull’Eroe genovese. Allora Spotorno colse una sì bella occasione per ricominciare la sua accusa d’illegittimità: per ferire più sicuramente il figliuolo, scagliò al padre l’imputazione di amorazzi misteriosi. La posizione sociale del Padre Spotorno diede alla sua diffamazione non meno autorità che notorietà: per lui si diffuse ovunque l’opinione della fragilità dell’Eroe.

Contemporaneamente don Martin Fernandez de Navarrete proseguiva la raccolta de’ viaggi marittimi degli Spagnuoli, cominciata dal dotto don Battista Munnoz per ordine del re Carlo IV: scrittore facile, quantunque senza originalità, ricco di una erudizion speciale, ma privo dell’acume ch’è indispensabile allo [p. 45 modifica]Storico per ben giudicare i fatti, Navarrete, cui non mancavano cariche e onoranze, spingeva sino all’adorazione il suo rispetto per la Maestà reale: indispettito della sincerità del Bossi, e sopratutto del suo traduttore francese, il qual ha ricordato brevemente l’ingratitudine di Ferdinando il Cattolico verso Cristoforo Colombo, si assumette scolpare il più ingrato, calunniando il più generoso degli uomini: la vendetta armò la sua penna: nel corso delle sue investigazioni, Navarrete non aveva trovato nulla che facesse sospettare le tresche di Colombo con Beatrice Enriquez: tutte le annotazioni da lui raccolte mostravano Fernando Colombo qual figlio legittimo dell’Ammiraglio dell’Oceano: la calunnia di Spotorno gli porse un’arme.

Da questo punto fu inaugurato un intero sistema di accuse. Colombo ha abbandonato di nascoso il Portogallo per ingannare i suoi creditori. S’egli ha mostrato una gran pazienza a sopportare i ritardi che la Corte di Spagna frappose avanti approvare il suo progetto di scoperte, questa costanza, questa forza d’anima, attribuita alla fermezza della sua fede cattolica, è riconosciuta muovere da causa segreta; Colombo amava alla follia una bella donna di Cordova, da lui resa madre: per conseguenza le apparenze religiose in lui non erano che scaltrezza; si conformava esteriormente alle abitudini della Corte a que’ dì molto severa sui costumi. Ammessa l’ipocrisia, Navarrete prosegue pettoruto ad accusare l’avidità insaziabile di Colombo, e pare ammetta altresì alcuni atti di slealtà e di prevaricazione. Facendo violenza al racconto di Oviedo, vecchio nemico di Colombo, suppone delitti non qualificati, colpe nascose per le quali si cercava di punirlo evitando ogni pubblicità: indi vengono le accuse di violenza e di crudeltà. Il servile cortigiano ha calunniato Colombo più che seppe e potè, per esaltar meglio la clemenza del re Ferdinando, il qual, a suo dire, feceli grazia, lo trattò con favore.

Navarrete si arrogò poscia di giudicar Colombo sotto il punto di vista della filosofìa della storia. Egli trova che i suoi difetti furono l’opera propria della fragilità umana, e probabilmente dell’educazione che ricevette, della carriera che abbracciò e del paese ove nacque, paese in cui il traffico formava il ramo [p. 46 modifica]principale della ricchezza pubblica e privata. Navarrete non crede con ciò di scemare la gloria di Colombo «quale autore della scoperta del Nuovo Mondo,» e si fonda sopra esempi: «Alessandro dominato dalla collera e poscia dalla superstizione; Alcibiade pieno di ammirabili doti e di vizi infami; Cesare che riuniva ad eminenti doti un’ambizione smisurata, ecc., ci sono tuttavia presentati da Plutarco e da Cornelio Nipote, siccome uomini degni dell’ammirazione di tutti i secoli». In questa guisa è giudicato il discepolo di Gesù Cristo! Si crede di onorarlo paragonandolo agli uomini grandi del paganesimo!

Prima che uscisser tutte in luce le passionate elucubrazioni di Navarrete, Washington Irving, che si trovava in Ispagna, potò averne contezza. Quantunque protestante, e perciò più estraneo di Spotorno e Navarrete ai sentimenti che animavano Colombo, nondimeno concepì di questo grand’uomo un’idea più alta e più giusta. La sua rettitudine di spirito, aiutata dalle sue investigazioni bibliografiche, gli chiarì la meschinità e la parzialità di que’ due raccoglitori di materiali storici. Sebbene scrivesse sino ad un certo grado sotto i lor influssi e non ardisse porsi in aperta opposizione con Navarrete, pure non ammise che in parte le sue accuse, le mitigò e mentovò le maligne interpretazioni di Spotorno con una esitanza che provava la sua ripugnanza; per la qual cosa Spotorno conservò ruggine contra Washington Irving.

Lungi dal perdonare invecchiando, Spotorno, sempre adirato contro Fernando Colombo, e traendo vanità da quella congettura di bastardume prestatagli da Navarrete, la ripetè con puerile ostentazione; recavasi a vanto quella scoperta, mentre il vergognoso merito ne appartiene al Napione. Nelle annotazioni all’ edizione genovese di Washington Irving, Spotorno, vero ispiratore delle note anonime, fa all’autore americano rimprovero della sua timidezza; e ne attribuisce la cagione al non aver esso letta l’opera sua sull’origine e la patria di Cristoforo Colombo: egli esamina di nuovo ciò che ha già detto nell’opera Della origine, nel Codice Colombo Americano e nella Storia letteraria: e non contento di ripetersi, aggiunge, per via d’induzione, nuovi errori ai precedenti, e finisce di provare la propria ignoranza intorno a Cristoforo Colombo. [p. 47 modifica]

Si giudicherà di ciò da un solo esempio.

Essendosi ingannato intorno alcune parole di Pietro Martire, rispetto ad un Indiano delle Isole Lucaie battezzato in Ispagna, ov’ebbe padrino don Diego Colombo, fratello dell’Ammiraglio, e perciò fu chiamato «Diego» secondo il costume cristiano; Spotorno confonde questo Lucaiano, che serviva d’interprete all’Ammiraglio, col suo padrino stesso Don Diego fratello dell’Ammiraglio; e ci parla seriamente del matrimonio del genovese don Diego Colombo con una Indiana d’Haiti, mentre fu l’interprete Lucaiano Diego che sposò l’Indiana. Questo, nondimeno non è che un errore di persona, di stato, una materiale e sciocca inverosimiglianza: ma ciò che diventa colpevole gli è che su questa inetta notizia, Spotorno osa portare un’accusa contro il carattere di Colombo, assicurando che ritrasse il suo giovane fratello Diego dal mestiere di scardassiere, per formarlo alla navigazione; ma che arrossendo di lui lo tenne alcun tempo sulla propria nave senza riconoscerlo qual fratello, e trattandolo qual servo.

Lo Spotorno trova che Beatrice Enriquez non era nobile; dm doveva essere molto povera; e che i rimorsi di Colombo, e il suo timore di lasciarne veder la causa provano manifestamente che, figlia della fragilità umana, la sua unione con Beatrice Enriquez non era punto validata da legittimo nodo.

L’insistenza di Spotorno, i modi perentorii della sua affermazione, e sopratutto l’essergli mancati contraddittori, crebbergli autorità sui concittadini. Anzichè venir combattute, sendo le sue accuse state riprodotte, egli fu tenuto a Genova, e in tutta la Liguria in conto quasi d’oracolo. È vero che Spotorno avea fatte laboriose investigazioni e mostrato amor patrio nella discussione sull’origine di Colombo: ma da questa quistione in fuori, puramente locale, ei non ha compreso nulla dell’avvenimento della scoperta: non ha apprezzato l’eroe, ned il suo figliuolo don Fernando; disconobbe non meno il carattere di questo prezioso biografo, di quello che calunniasse la fama della madre sua: tuttavia in Italia Spotorno è citato con deferenza:

la sua opinione è di gran peso; i suoi compatriotti credono ch’egli sia il ristoratore della gloria di Colombo, [p. 48 modifica]mentre n’è il peggior detrattore: i Liguri hanno in lui siffatta credenza, che ripeterono candidamente la sua accusa, non ostante la loro ardente ammirazione dell’Uomo ch’è la prima gloria della loro Metropoli.

Nella sua bella pubblicazione de’ Liguri illustri, l’abate Gavotti, incaricato della notizia su Cristoforo Colombo, lo rappresenta come fanatico di gloria, e comincia con queste parole che danno la misura del suo errore: «l’uomo è stato definito l’animale della gloria. Questa nobile passione, germe di azioni immortali, è particolarmente quella de’ genii superiori.... pochi uomini ebbero altrettanti titoli alla gloria, quanti Cristoforo Colombo, che ne fu il campione e la vittima»; e il buon Abate lo mostra, sin dalla scuola infantile, stimolato dalla gloria; poscia, sopra una nave, tocco dall’amor della gloria; e finalmente lo dipinge in atto di tentare la sua impresa per amor della gloria e pel desiderio di attirare sopra di se gli sguardi de’ contemporanei e de’ posteri.

Imbevuto delle idee dello Spotorno, il professore Angelo Sanguineti nel suo compendio della vita di Cristoforo Colombo, rimette in campo la tresca con Beatrice Enriquez: Spotorno gli ha innestato il suo odio contro Fernando Colombo che accusa di aver oscurata l’origine di suo padre. Pieno delle sovranotate preoccupazioni, l’avvocato Gian Battista Belloro, archivista dell’ antico Ufficio di san Giorgio, osa accusar Colombo di aver saputo qualche volta mentire quando vi trovava il suo tornaconto. La riverenza che gli scrittori liguri professano per lo Spotorno (salve le loro controversie sulla quistione dell’origine), la loro credula ripetizione delle sue meschinità, i riguardi che vicendevolmente si usano quanto a’lor reciproci errori, avrebbero, non pertanto, fallito l’intento, se Navarrete non avesse con vituperevole ardore raccolta la denunzia di Spotorno contro i pretesi amori di Colombo a Cordova: e questa medesima accusa, priva com’era di fondamento, non avrebbe acquistata fedo se l’illustre Humboldt non l’avesse accettata siccome verità, coprendo col suo nome enciclopedico le brutture di Navarrete. Dopo la storia di Washington Irving, l’opera che tratta più espressamente e più largamente di Colombo, è certamente quella [p. 49 modifica]che ha pubblicato Humboldt con titolo di Esame critico della Storia della Geografia del nuovo Continente: e pertanto questi due libri costituiscono l’unico fondamento della scienza e della storia, relativamente alla scoperta del Nuovo Mondo: l’uno per la sua gran voga, l’altro per la sua autorità magistrale, hanno fermata l’opinione: le accademie, le società dotte, gli astronomi, i naturalisti, gli uomini di mare sopratutto non hanno intorno Colombo altre idee che l’emesse da Humboldt: noi medesimi avevamo creduto a modo suo prima di esaminare le cose coi nostri propri occhi. Ma qualunque sia la stima che facciamo de’ suoi giudizii, quanto a scienze fisiche, siamo costretti a confessare che nella sua storia della geografia del Nuovo Continente, in mezzo a discussioni altrettanto rapide quanto luminose, e in tutto degne del loro autore, gli alti e sopra tutto i pensieri di Cristoforo Colombo furono interpretati da uno spirito straniero, e, ci sia permesso di dirlo, antipatico alla natura di lui.

Fra’ due generi d’intuizione di Colombo e di Humboldt si apre un abisso più grande dell’Atlantico: ambo viaggiarono il globo, Colombo per mare, Humboldt per terra: ambo osservarono il creato con attenzione curiosa; ma ciascuno sotto l’aspetto particolare delle proprie credenze, e delle proprie predisposizioni morali.

Colombo, ardente discepolo del Verbo, pieno di una fede gagliarda, maravigliava all’aspetto della munificenza del suo Creatore: la sua contemplazione, seminata di estasi, riboccante di poesia, s’innalzava come un inno colla melodia dei zefiri impregnati de’ profumi sconosciuti di quelle nuove regioni. Quantunque accogliesse nella vastità del suo spirito l’impressione molteplice delle armonie terrestri, pure Humboldt non si dipartì mai dal sangue freddo filosofico dell’osservazione, e non si lasciò trarre fuori de’ limiti dell’apparenza.

Mentre nelle sue esplorazioni Colombo scopriva incessantemente Dio, suo benefattore e suo maestro, Humboldt non è giunto mai che a riconoscere le grandi forze della natura, le leggi della natura, la maestà della natura.

Colombo aveva una fede implicita nell’ordine provvidenziale, nell’azion divina che si manifestava in lui e per lui: le [p. 50 modifica]comunicazioni dell’invisibile col terrestre, gl’influssi dell’immutabile sull’accidentale erano per lui cose certe: le sue emozioni si proporzionavano all’immensità dell’opera sua, e non lo stornavano punto dal suo scopo: in nome del Redentore, se ne andava egli gloriosamente convitato ai misteri dello sconosciuto, dell’infinito.

Humboldt, per lo contrario, non avendo più a discoprire lo spazio, poichè la forma e l’estensione del nostro pianeta sono già esattamente determinate, non poteva pretendere che a verificare certe spiegazioni meteorologiche, ad arricchire la Flora universale, ad aumentare raccolte minerali, a cogliere forse gli indizii di qualche legge generale del globo, e a descrivere il tutto insieme della fisonomia cosmica di questo.

Humboldt avrebbe voluto essere Colombo, se non fosse stato Humboldt: pare talvolta trovare in Colombo un emolo che lo ha preceduto nelle contrade equinoziali, la cui penetrazione ha indovinato grandi principii naturali: ha più d’una volta invidiato le sue impressioni sublimi, e in molte circostanze si è segretamente paragonato a lui: si è occupato seriamente delle sue azioni, delle sue abitudini intime, de’ suoi scritti: ma, non ostante questa simpatia frammentaria, non potendo Humboldt comprendere il principio immortale di una tal fede, la sublimità di un tale scopo, non ha conosciuto le principali fasi della vita di Colombo. Egli non ha potuto vederlo tutto intero; quando ha ceduto a qualche movimento di ammirazione pel suo genio o per la sua tenerezza di cuore, si direbbe che teme di lasciarsi dominare da questa nobile imagine, e che cerca di scemarla, di avvilirla. Quantunque non abbia contra Colombo la ruggine di Navarrete, pure accoglie, dispensandosi da ogni verificazione di Colombo, le preoccupate affermative di questo contro la durezza, la avidità, la dissimulazione; ed aveva già sin dalle prime ammessa l’accusa contro la sua castità.

Qui Humboldt supera lo stesso Navarrete. Egli ride di un deplorabile riso alla pretesa caduta del grand’uomo. Questa debolezza parve a lui un fatto assai piccante che «Navarrete ha svelato con molta sagacia approssimando le date»: egli ammette che non fu la persuasione de’ suoi amici e la sua predilezione per la Spagna «ciò che impedirono a Cristoforo [p. 51 modifica]Colombo di tornare a Lisbona ed accettare le nuove proferte del re di Portogallo, ma sì piuttosto gii amori e la gravidanza avanzata di una bella dama di Cordova, dona Beatrice Enriquez, madre di don Fernandez Colombo, figlio naturale dell’ammiraglio, nato il 15 agosto 1488.» Tale è la conclusione di Humboldt: sulle asserzioni altrui compromette il suo gran nome senz’avere esaminato da sè.

Noi affermiam che Humboldt niente lesse in proposito, ma seguì alla cieca Navarrete, che aveva alla sua volta supinamente copiata la menzogna di Spotorno, che l’aveva presa da Napione, il qual Napione l’aveva attinta nelle sofisticherie d’un leguleio che, appunto a cagion d’essa avea perduta la sua causa. Nondimeno, questa accusa è stata così generalmente ammessa, che la si tiene per fatto vero: più di ottanta scrittori l’hanno ripetuta, gli uni dopo gli altri: oggidì questa calunnia, nata cinquantadue anni fa, procede così accreditata da assumere autorità di documento storico, fondata su date, e nomi avuti in gran rispetto: nè si troverebbe forse un solo scrittore, di prima o di ultima classe, che, trattando questo argomento, ardisse prendere sopra di sè di non ripetere per l’ottantunesima volta l’antica calunnia.

Annichiliamola, finalmente, se piace a Dio.

Noi protestiamo formalmente contro la indicata calunniosa affermativa: neghiamo il fatto di unione illecita; neghiamo le particolarità che la risguardano; affermiamo che dona Beatrice Enriquez di Cordova fu sposa legittima di Cristoforo Colombo genovese: neghiamo la di lei povertà; neghiamo la sua ignobile condizione; neghiamo la sua gravidanza lorchè giunse a Colombo il messaggio del re di Portogallo; neghiamola pretesa passione di Colombo per Beatrice, e ch’essa sola avesse trattenuto Colombo in Ispagna.

E di tutto ciò ecco le prove.


§ V.


Mentre Colombo visse, unqua non fu sospetta la natura delle sue relazioni con Beatrice Enriquez, nè mai posta in questione la legittimità del suo secondogenito: l’idea di una simile accusa non [p. 52 modifica]si presentò a’ suoi nemici perchè assurda. Dopo la sua morte non se ne trova traccia, né la s’incontra in alcun autore contemporaneo, ned insinuossi in veruna storia spagnuola; e sì che spettava alla Spagna, anzichè all’Italia, di conoscere lo stato civile di Cristoforo Colombo; in Italia, durante tre secoli, non è fatta parola di simile imputazione. Non solamente gli storici non accusano Colombo di unione illecita, ma parlano formalmente del suo matrimonio; i più gravi tra loro, segnatamente il Tiraboschi, dicono che aveva sposato in seconde nozze Beatrice Enriquez.

Nessun impedimento si opponeva alla loro unione. Quella che Humboldt godesi qualificare «una bella dama di Cordova» era una fanciulla libera da ogni precedente impegno. La gran povertà e la condizione ignobile di Beatrice Enriquez, che Spotorno nota come per additare ostacoli, sono errori materiali.

La mancanza di ricchezze non avrebbe fatto indietreggiare Colombo; avvegnachè, chi era egli stesso, a que’ giorni, in Ispagna? un geografo straniero, vedovo, con un figlio maschio, senza protezione, che copiava libri e faceva carte geografiche per buscarsi il pane. Se nel suo primo matrimonio in Portogallo aveva trovato nella moglie bellezza, natali e virtù, non aveavi sicuramente raccolto ricchezze. Spotorno trae dal testamento di Colombo la prova che Beatrice era povera, perchè raccomandava al suo erede di pagarle una pensione. Intrinsecamente questa prova non ha valore alcuno: noi troviamo, per lo contrario, la negazione della povertà di Beatrice in una circostanza relativa, appunto, a questa disposizione testamentaria. Nei primi anni Beatrice Enriquez riscosse dall’erede di Colombo l’annua pensione di diecimila maravedis mentre dimorava a Cordova: indi i pagamenti furono irregolari, ed essa non ne mosse querele: quando l’erede cessò per diversi anni consecutivi di pagarle quella pensione, non se ne dolse neppure allora; e nemmeno diessi pensiero di ricordargli il suo dovere. Questa poca premura a chiedere la pensione non pagatale, e la nobiltà di un tale silenzio, ci sembrano confutare perentoriamente l’accusa di povertà.

La bassezza de’ natali non poteva impedire questo matrimonio, dacchè, per confessione di tutti gli storici, Beatrice [p. 53 modifica]Enriquez era nobile. Il solo Spotorno asserisce il contrario. Ma qui gli opponiamo un tale testimonio che fu altresì suo complice, Navarrete. Nella sua qualità di spagnuolo, non può negare il fatto notorio, della nobiltà di Beatrice Enriquez: la dice zitella nobile, e delle più qualificate di Cordova: suo fratello uterino, Rodrigo de Arana, era rinomato a Cordova, e l’Istoriografo imperiale lo chiama «onesto gentiluomo»: suo nipote, Diego de Arana, accompagnò Colombo nella prima scoperta, quale ispettore generale della flotta. Ramusio ricorda ch’esso era «buon gentiluomo di Cordova,» e la sua nobiltà doveva essere ben riconosciuta, dacchè Colombo mettesse sotto i suoi ordini due ufficiali della corona, elevandolo a governatore del forte della Navidad. Nel terzo viaggio dell’ammiraglio, un giovane fratello di dona Beatrice, Fedro de Arana, comandava una delle navi; avvegnachè appunto per questo suo parentado, v’ebbero sempre con Colombo alcuni degli Arana di Cordova. Dopo la morte dell’ammiraglio, e del figlio di lui, suo successore, si vede ancora un Diego de Arana, nella casa della vice regina delle Indie, che per la sua nobiltà, non meno che per la consanguineità, precedeva tutti gli ufficiali dell’illustre vedova dona Maria di Toledo. La nobiltà di Beatrice Enriquez è parimente provata nella notizia necrologica di suo figlio Fernando, raccolta dall’Annalista di Siviglia. La purezza della sua stirpe fu poscia invocata anche dai discendenti del primo matrimonio di Colombo. Nel 1671 don Pietro Colombo ricordava, nell’interesse d’una sua causa, alla Regina di Spagna, durante l’età minorenne del re Carlo II, che i due figliuoli del grande ammiraglio dell’Oceano ebbero a madri donne della più antica nobiltà.

Vediam ora se la passione di Colombo per «la bella dama di Cordova» fu il vero motivo che lo trattenne in Ispagna, non ostante le offerte del Re di Portogallo. Tanto peggio per l’illustre Humboldt, se riceve dai fatti una mentita un po’ dura: perchè non verificava le calunnie di Navarrete, prima di pigliarle sotto la sua egida?

Primieramente, quando la lettera del re Giovanni II giunse a Colombo, verso il cadere dell’aprile 1488, la gravidanza di Beatrice, che fu detta essere allora di quattro mesi e mezzo, [p. 54 modifica]non esisteva più; perch’ella partorì il 29 agosto dell’anno precedente. Fernando Colombo, nato a Cordova il 29 agosto 1487 (e non il 15 agosto 1488, come disse erroneamente Navarrete, riprodotto ciecamente da Humboldt, senza far nessuna verificazione) aveva otto mesi quando giunse a suo Padre la lettera del Re di Portogallo: non fu, dunque, lo stato interessante di Beatrice la cagione che fece rigettare le offerte di quel Principe.

Gli storici protestanti si accordano ad ispogliare Colombo del merito della sua pazienza, per attribuirlo ai vezzi di Beatrice Enriquez: sol essa, secondo che scrivono, potè determinarlo a rimanere sì lungamente in Ispagna.

Le date risponderanno a questa imputazione.

Come que’ rari fiori che non si trapiantano, ma nascono, brillano e muoiono sul terreno ove spuntarono, Beatrice Enriquez, nata, allevata e maritata a Cordova, non uscì mai fuor delle mura dell’antica città: Colombo non potè mai gustare il piacere della sua presenza, che andando egli stesso a Cordova: ora, Cordova è per lo appunto la città in cui egli si è meno sovente e men a lungo trovato, durante la sua dimora in Ispagna: non vi fec’egli che un solo soggiorno di alcuni mesi continui, nel primo anno del suo sbarco, che fu altresì quello del suo matrimonio: dopo d’allora le sue andate a Cordova furono brevi e rare, perchè gli assunti impegni lo chiamavano imperiosamente altrove: i documenti ufficiali ne fanno fede.

Già fin dal 1486 Colombo ha, per così dire, fermata la sua sede nelle anticamere.

Nel 1487 è a Salamanca per sottoporre il suo gran progetto al congresso scientifico, raccolto per ordine reale in quella celebre università: ivi passa il verno e una parte della primavera. Egli segue continuamente la corte. Alcune tratte, pagate dal tesoriere Francesco Gonzales di Siviglia, provano che nel maggio, luglio, agosto e ottobre, era egli lungi da Cordova. La gravidanza di Beatrice lo tratteneva sì poco allato a lei che al tempo in cui partorì, il 29 agosto, era assente. L’antivigilia, aveva riscosso quattro mila maravedis, ed era andato alla Corte, chiamato dai Sovrani. Un pagamento fatto in ottobre [p. 55 modifica]prova ancora la sua assenza da Cordova. Giunge l’inverno: la Corte ferma la sua stanza a Saragozza, e Colombo vi si trasferisce.

Correndo il 1488 è a Siviglia. Quivi il Re di Portogallo indirizzavagli la lettera del 20 marzo: di là continuava le sue istanze. Nella state, riscuoteva per le sue spese di viaggio tre mila maravedis. La Corte aveva eletto pel verno la sua sede a Valladolid; e Colombo vi si conduceva.

Nel 1489, Colombo era tuttavia lontano da Cordova, poichè fu da questa città medesima che venne spiccato il 12 maggio l’ordine di albergare a Siviglia ed altrove gratuitamente Cristoforo Colombo, chiamato alla Corte pel servigio dei Monarchi: venne diffatti a Cordova, ma non vi potè rimanere che pochi giorni. È noto che fece in qualità di volontario la campagna di Baza: or bene, questa guerra cominciò sul chiudersi del maggio, nè fu terminata che il 4 dicembre.

Nel 1490, Colombo si trovò ospite del duca di Medina Sidonia, e poco appresso del duca di Medina Celi, il quale poco mancò non assumesse egli stesso le spese della disegnata spedizione.

Nel 1491, vediamo ancora Colombo stanziare nella casa del duca di Medina Celi, e quivi far nuovi tentativi presso la Corte. Una lettera di quell’opulento gentiluomo, diretta al Cardinale di Spagna, il 19 marzo 1493, ricorda che ha dato l’ospitalità a Colombo per ben due anni, che così facendo ha contribuito a ritenerlo in Ispagna; e si prevale di questo servigio reso alla Corona per dimandare un favore.

Da questi fatti e da queste date si giudichi se fu il fascino della «bella dama di Cordova» che trattenne Colombo in Ispagna. Non fu, altresì, posto mente che nel 1488 egli contava cinquantadue anni compiuti; che ne aveva spesi in mare trentasei; che la maturità della sua ragione e la sua pietà sincera non potevano permettere ad un affetto illegittimo di germogliargli in cuore; che, d’altronde, la sua elevazione di spirito, e la sua fermezza imponevano silenzio alle sue passioni domate dall’età e dalla povertà, schiacciate dal pensiero che dovea fruttare la rivelazione del Nuovo Mondo.

Diremo a suo luogo in quali circostanze Colombo sposò dona [p. 56 modifica]Beatrice Enriquez: qui ci ristringeremo a ristabilire il fatto, cioè che la sua unione fu legittima, e ch’egli non andò mai dimentico di alcuno de’ suoi doveri.

L’istoriografo reale di Spagna, Antonio de Herrera, la cui imparziale sagacità ed esattezza sono ad una voce riconosciute, ha rimosso ogni dubbio sopra il secondo matrimonio di Colombo. Ecco le sue parole: «Dopo la morte di questa prima moglie, ne sposò un’altra, chiamata Beatrice Enriquez, della città di Cordova, da cui ebbe Fernando, gentiluomo virtuoso, di molta sperienza in fatto di buone lettere.»

Navarrete move l’obbiezione che non si è trovato sino ad oggi l’atto di matrimonio, e che non lo si produrrà: ma non fu trovato neppure l’atto di battesimo; se ne vorrà dedurre che Colombo non fu battezzato? duriam fatica a comprendere come abbia potuto essere ammessa l’idea di una unione adultera contro l’evidenza dei fatti e la dimostrazione del più volgare buon senso. Come mai un commercio scandaloso sarebbe stato tollerato dalla famiglia virtuosa di dona Beatrice? La vendetta di questa nobil Casa non avrebb’essa costretto il seduttore a riparare la sua colpa? E che! sarebbe dunque Cordova, paese privilegiato della maldicenza, che Colombo avrebbe scelto per farvi allevare il suo primo figliuolo? avrebb’egli incarico la sua druda di vegliare alla sua educazione? avrebbeglielo mandato col mezzo del degno ecclesiastico Martino Sanchez? e la Regina, così severa in fatto di costumi, avrebbe dato quai paggi all’infante don Giovanni, i due fratelli Colombo, uno legittimo, l’altro bastardo adulterino? i venerabili Religiosi, con cui Colombo passava una parte della sua vita, sarebbero essi stati complici ingannati? perocchè non si potevano ignorare le sue relazioni con Cordova, e la natura dei vincoli che quivi aveva. A motivo di questa notorietà Cordova era tenuta in conto di suo domicilio, quantunque non vi avesse mai dimorato sei mesi continui; un documento autentico lo prova. Il 23 maggio 1493, mentre sua moglie dona Beatrice attendeva a Cordova all’educazione de’ suoi due figli, Colombo ottenne il premio della prima scoperta consistente in una entrata vitalizia di diecimila maravedis: bisognava determinare un luogo al pagamento; per [p. 57 modifica]suo maggior agio, gli venne assegnato il suo presunto domicilio, per conseguenza Cordova: quella rendita fu assegnata sui livelli canoni de’ macelli di Cordova.

Gli storici contemporanei di Fernando Colombo non fanno parola che fosse illegittimo: lo trattano secondo i fatti, e perciò qual figlio legittimo dell’Ammiraglio: se non hanno cercato di stabilire la sua qualità, ciò avvenne perchè nessuno la contrastava. La legittimità di don Fernando risulta evidentemente dall’insieme dei fatti.

Primieramente nelle relazioni interne della famiglia, come nelle relazioni esteriori e pubbliche, non troviamo alcuna differenza fra Diego e Fernando Colombo, eccetto quella della primogenitura. Il loro apparire nel mondo avvenne in assenza del Padre; furono presentati alla Corte, il giorno medesimo, dal loro zio paterno don Bartolomeo Colombo, ch’era andato a prenderli a Cordova. L’uno e l’altro entrano col medesimo titolo, col medesimo grado, pel medesimo servigio nella Casa del Principe Reale: don Eustachio, nipote di Navarrete, fa questa confessione: Fernando, Colombo essendo paggio dell’infante don Giovanni, si trovava con suo fratello un de’ meglio favoriti dal Principe. Poscia ambedue passano al servizio della Regina. Anzichè stabilire tra’ due fratelli la menoma differenza sfavorevole al più giovane, è precisamente quest’ultimo ch’Isabella elegge suo paggio prima di concedere al primogenito quel favore. La elezione di Fernando precedette di ventiquattr’ore quella del suo fratello primogenito don Diego Colombo.

La convenzione fatta fra la Corona di Castiglia e Colombo nella pianura di Granata, il 17 aprile 1492, per istabilire l’eredità delle sue dignità nella persona del primogenito de’ suoi figli, prova implicitamente che Diego, figlio del primo letto, non è solo. Il prologo del giornale di Colombo ricorda che i Sovrani hanno promesso l’eredità al primogenito de’ suoi figli. Il decreto reale del 20 maggio 1493, che concede stemmi reali a Colombo, parla de’ suoi figli. L’atto d’istituzione del maggiorasco fondato da Colombo implica evidentemente il suo stato di matrimonio; conciossiachè da una parte prevede il caso in cui fosse per avere altri figli, oltre i due che egli nomina; e [p. 58 modifica]dall’altra parte, non ammette la possibilità di una nuova unione, poichè non istipula alcuna riserva o stato vedovile per una nuova sposa; la quale ultima condizione sarebbe nondimeno stata indispensabile. A quel tempo, il grande Ammiraglio, rotto della salute ed invecchiato, non avrebbe potuto sperare un’unione conforme al suo grado, senza costituire alla sua futura sposa ragguardevoli vantaggi.

La maniera sciolta e naturale con cui Colombo parla de’ suoi due figli, l’affezione espansiva delle sue parole intorno al più giovane nel suo carteggio ufficiale coi Sovrani, provano che scriveva libero e sicuro del suo dire e del suo pensare. Il modo con cui fa conoscere le precoci disposizioni e i servigi di questo adolescente, basterebbe per attestarne la legittimità: se i suoi natali fossero stati vergognosi, sarebbe l’Ammiraglio tornato con compiacenza sopra quell’argomento? avrebb’egli osato mandare questo giovinetto a riverire il governator portoghese di Arcilla, il quale aveva fra’ suoi ufficiali de’ parenti della sua prima moglie, dona Felippa di Perestrello? e questa particolarità ci sarebb’ella stata riferita dallo stesso don Fernando? Un bastardo non avrebbe mai ricordata questa circostanza, segretamente umiliante per lui.

La legittimità di Fernando, dimostrata dall’unanime credenza de’ suoi contemporanei, giustificata dalle materne bontà della regina Isabella, dai risguardi del Re Cattolico, dalla stima particolare dell’imperatore Carlo Quinto, ritrae maggior forza da un’altra prova. L’albero genealogico della famiglia dell’ammiraglio porta il nome di Fernando, immediatamente dopo quello di don Diego, suo primogenito, e sulla medesima linea. Nelle genealogie presentate dai Colombo d’Italia ai tribunali spagnuoli, quando si fece il processo della successione, Fernando fu sempre messo sul ramo stesso di don Diego. La consulta così spesso citata del senatore Giovanni Pietro Sordi, in favore di Baltazarre Colombo, prova che il celebre giureconsulto era lungi dallo avere il menomo dubbio sulla legittimità di don Fernando. Nella sua memoria alla Corte di Appello, del 15 luglio 1792, un gran giurista di Madrid, don Perez de Castro, respingendo sdegnosamente, con una semplice nota in margine, [p. 59 modifica]l’insinuazione del procuratore Palma y Freitas, stata respinta in prima istanza, dichiarava, che in nessuna parte dei documenti del processo aveva trovato prova che Fernando non fosse legittimo. Sull’albero genealogico dei Colombo di Cuccaro, mostratoci a Roma dal lor ultimo discendente, il nome di don Fernando è allato a quello di don Diego; e nella sua famiglia non fu mai il menomo dubbio intorno ai legittimi natali di don Fernando. Monsignor Luigi Colombo riconosce esplicitamente il matrimonio di Colombo colla madre di don Fernando. Finalmente queste assicurazioni ricevono la lor ultima e irrefragabile guarentigia dalla mano stessa di Cristoforo Colombo. In una lettera diretta alle persone ch’ei credeva dovessero favorire i suoi richiami alla Corte di Spagna, ricorda loro che pel servigio della Corona ha messo in abbandono ogni cosa, moglie e figliuoli; e non potè gustar mai le dolcezze della vita domestica.

La brutta-copia di questa lettera, scritta interamente di mano dell’Ammiraglio, esiste ancora. È cosa singolarissima, che l’autenticità autografica di questo documento, il qual confuta così perentoriamente Navarrete, sia stata riconosciuta e provata dal medesimo Navarrete, nella sua qualità officiale! Egli non ha potuto ignorarla; ma, accecato dalla sua passione, guardò senza leggere, senza comprendere, limitandosi a riconoscere e autenticare la scrittura, ned accorgendosi qual testimonianza questo autografo portava contro le sue calunnie.


§ VI


Spingere più oltre la dimostrazione dell’errore, pare a noi cosa inutile, perocchè i fatti parlano da sè. Lasciando di esaminare le particolarità, è chiaro, che, allorquando piacque volontariamente ingannarsi rispetto alla persona, alla famiglia, allo stato civile di Colombo, quando non si è voluta conoscere la sua grand’anima, quando si è preso abbaglio intorno il suo genio, e si è calunniato il suo cuore, ben è da presumere che la imparzialità sia stata messa da parte anche ne’ giudizi portati del carattere dell’opera sua.

E, veramente quelli che hanno scritto la vita di Colombo, cedendo all’influenza magistrale di cui abbiamo parlato, hanno [p. 60 modifica]messo dall’un de’ lati, o passato sotto silenzio grandi fatti, seppure non gli hanno falsati per renderli acconci al loro ordine preconcepito di storica esposizione. Dopo negata l’assistenza sopranaturale che si manifesta apertamente ne’ gran drammi in cui fu protagonista, rifiutano a Colombo perfino il genio della sua impresa: e mentre lo dichiarano quasi stranio alle scienze ed alle matematiche, consentono solo a concedergli una grande sagacità di osservazione. Per la tema di dipingerlo eroe, lo rivestono di volgarità, lo spogliano sistematicamente di tutto ciò che forma la grandezza, e lo accusano, non solamente d’ignoranza, d’ingratitudine, di bacchettoneria, di presunzione, di animo picciolo e di puerile vanità, ma hanno voluto del pari impicciolire gli avvenimenti esteriori della sua vita, diminuire gli ostacoli, abbreviare la lotta e sminuire i pericoli di cui la sua ispirazione dovette trionfare. Non si avvidero costoro che a forza di mirare al positivismo, cadevano nella mediocrità, e per conseguenza nel ridicolo e nell’impossibile.

Un uomo dotato semplicemente di fermezza e di osservazione avrebb’esso fatto quello che Colombo seppe fare? La sola sublimità del suo nome non dic’ essa quella del suo cuore? La rinomanza di Colombo, la più immensa, la più certa, la più inevitabile dell’umanità, fiume inesauribile di celebrità, cui il corso de’ secoli e delle generazioni sul nostro pianeta non può che allargare, anzichè esaurire o spegnere, non è dessa già il pegno della superiorità incomparabile dell’opera sua? e l’operaio, l’artista non è egli sempre più grande dell’opera sua, sia per la potenza del suo concetto, sia pel favore divino che lo ha fecondato?

Non istà bene dimenticare che l’impresa eseguita da Colombo è senza pari nella storia. Egli non ha potuto imitare alcuno, e nessuno potrà ripetere i suoi atti. Ciò ch’egli ha fatto mutò le relazioni dei popoli per tutto il durare di questo mondo. Questa missione, unica nella serie delle età, non poteva essere conferita dal caso o dalla scienza pura: bisognava assolutamente, per compierla, una correlazione perfetta fra la sublimità dell’uomo che ne fu investito, e l’incalcolabile grandezza dell’opera sua; grandezza tale di cui il genio umano non potrebbe neppure oggidì misurare la portata, e notare i limiti. [p. 61 modifica]

Riassumiamo.

È contrario al senso comune che l’incredulità spieghi la fede, e che il prodigio del genio cattolico sia esposto ai nostri sguardi dal protestantismo.

Anche lasciando di esaminare alcune particolarità, la sola riflessione getta giù dalla sua base il sistema de’ biografi di Colombo, e incontanente sorge la necessità di una nuova, integra e compiuta storia del ritrovamento del nuovo Mondo. Questa necessità, che somiglia cotanto ad un dovere, è stata profondamente compresa a Roma: e noi ci facciamo a tentare di provvedervi, così per la soddisfazione della verità, come per l’onore del nostro paese; poichè, come disse già De-Maistre, «sempre la verità ha bisogno della Francia».


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