Della moneta/Note aggiunte nella seconda edizione

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Note aggiunte nella seconda edizione

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Note aggiunte nella seconda edizione
Libro V - Conclusione Appendice

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NOTE

aggiunte nella seconda edizione

[p. 313 modifica]

I

(p. 2, rr. 23-4)

È facile accorgersi nella lettura di questo libro che fu mio proponimento di citar per nome il meno che mi fosse possibile quegli scrittori ai quali mi sarei opposto, parendomi che i sentimenti, e non i nomi delle persone, siano da combattersi da chi tiene contraria opinione. Inoltre previdi che, quando si sarebbe risaputo che io era l’autore, moltissimi si sarebbero scandalezzati a veder un giovanetto mancar di riverenza a qualche nome venerato, e, senza pesar piú oltre le ragioni, avrebbero subito concluso che io non potessi dir bene: tanto è proclive la nostra natura a cercar le cause di persuadersi di fuori sempre dalla ragion intrinseca delle cose. Ora, che non son più giovane e che, come dicea il Correggio, «sono pittore anche io», non temerò di dire che tra molti scrittori, che ebbi in mira allora di biasimare per avere sconciamente e male scritto sulla moneta, e che, malgrado ciò, si trovavan citati quasi avessero autorità, si diresse particolarmente il mio pensiere a Bernardo Davanzati e all’abate di Saint-Pierre. Il Davanzati scrisse nel principio del secolo passato una Lezione accademica sulle monete in basso volgar fiorentino (che è senza dubbio di tutti i dialetti italiani il più disgustoso, verificandovisi il noto assioma, che «corruptio optimi est pessima »), ed è impressa nel tomo quarto delle Prose fiorentine. Non migliori dello stile sono i suoi insegnamenti. L’abbate di Saint-Pierre, Ireneo du Castel, scrisse pure sulla moneta, avendo avuto soltanto in mira i successi del famoso sistema del Law. Erano le sue opere, di cui si fece una compiuta edizione in Olanda nel 1743, di fresco giunte in Italia, e statevi accolte con entusiasmo per la stima dell’autore, che fu certamente d’animo quanto possa mai dirsi onesto e virtuoso. Ma la mente di rado ha corrispondenza col cuore, come ce ne dá [p. 314 modifica]esempio, tra gli altri, Niccolò Machiavelli. La stima de’ suoi scritti è ora sbassata al suo giusto livello. Il Cardinal di Fleury gli chiamava «les rèveries d’un fiorume de bien », e tali infatti sono.

II

(p. 2, r. 4 dal basso)

I trattati di Giovanni Locke, in inglese, Sull’interesse del danaro e Sulla moneta sono anteriori di tempo al Saggio del commercio del signor Melun; ma furon da me nominati in secondo luogo, perché gli stimo da meno. Non erano nel 1750, anno in cui pubblicai quest’opera, stati pubblicati tradotti in alcuna altra lingua, ma furono poco di poi impressi in italiano in Firenze, nel 1751, da’ dotti uomini e miei amici signor Giovanni Francesco Pagnini e signor Angelo Tavanti, in due tomi in 4°, per Andrea Bonducci. I traduttori fiorentini vi aggiunsero note, riflessioni, commentari, rischiarazioni. Inoltre slogarono e smossero tutto il testo, per poterlo così divider in capi e sezioni, e dar qualche ordine alle materie. Malgrado tanta fatica, l’opera è restata orribilmente oscura. Io, che per mio studio della lingua inglese avea nell’anno 1744 fatta questa traduzione, mi svogliai di rilimarla e pubblicarla, appunto perché mi era avvisto del disgusto che recava ai lettori quel disordine e quella continuità senza rifiato, come l’avea composta l’autore. Oltracciò, non adottando io molti principi e molti sentimenti di lui, vidi che sarei stato obbligato a lunghe note e confutazioni, invece delle quali mi parve meglio impiegato il tempo a far quest’opera, che contenesse solo i miei pensieri.

III

(p. 7, in fine)

Allude questa frase alla privazione d’ogni soccorso e d’ogni consiglio altrui, a cui mi era volontariamente condannato per custodire il segreto. E qui voglio avvertire una volta per tutte, che, per meglio nascondermi, mi parve conveniente fingere quasicché l’autore del libro fosse uomo grave, di matura età, combattuto e stancato dall’avversa fortuna e giunto al tedio d’un mondo troppo ben conosciuto; e valsemi tanto questa finzione ed innocente maliziuola, che niuna cosa giovò più a far applaudire al libro e a non [p. 315 modifica] lasciar indovinar l’autore. Senza questo avviso, non s’intenderebbe la ragione di alcune frasi sparse nel libro, e principalmente di quella ch’è alla fine del capo quarto del secondo libro (p. 131), che punto non mi si conveniva allora, e Dio non voglia ch’abbia mai a convenire al tenore del breve resto di mia vita.

IV

(p. 13. r. 15 sgg.)

Contengono questi pochi periodi il brevissimo ristretto d’un libro, sul quale fin dal mio diciottesimo anno io mi era affaticato; ma che, essendo superiore alle quasi puerili forze, restò non compito. Doveva essere il suo titolo Dell’antichissima storia delle navigazioni nel Mediterraneo: materia infinitamente trattata e discorsa, ma non mai in tutto per quella via ch’io pensava tentar di calcare.

Abbandonando i sistemi delle allegorie così fisiche come morali o chimiche o astronomiche, che si vogliono ravvisare nell’antica mitologia e storia greca e che, fuori di pochissime, sono tutte sforzi e scherzi d’ingegno lussureggiante; né fidandomi troppo alla mal sicura scorta dell’etimologie, io m’appigliava alle indicazioni, che mi davano le singolari rassomiglianze tralla storia de’ viaggi moderni dal Colombo e da Vasco di Gama in qua nelle terre nuove, e le storie greche antichissime. Persuaso io che tutta la storia altro non è che una ripetizione di consimili avvenimenti, credetti ravvisare moltissime verità storiche o fisiche laddove si crede essere più capricciosa e mendace la greca mitologia. Ne darò qui alcuni pochi esempi. Il serpente, che, avvolgendo, uccise Laocoonte e i figli, non è punto favoloso: è quel serpentaccio che ancor trovasi nell’isole della Sonda e nell’interiore dell’Africa, che, col ravvolgersi intorno a quegli animali che sorprende, gli schiaccia e ne fa poi suo pascolo. L’animale, che spaventò i cavalli d’Ippolito, era un leone marino, altrimenti detto «vacca marina » o «lamentino », frequentissimo a venire a terra dovunque gli uomini moltiplicati non ne lo han spaventato. Le sirene sono quegli uccelli aquatici detti «pinguim», che abbondano ora sulla costa magellanica, che di lontano rassomigliano a donne nude fuor d’acqua. Le stinfalidi e le arpie sono altri uccelli aquatici e voraci, che nidificano sugli scogli deserti in tanta copia, che gli [p. 316 modifica] rendono quasi inaccessibili all’uomo. Aveano i nostri mari allora le balene e i mostri marini; avean le terre i cannibali e forse i gran patagoni; avean tigri, leoni, serpenti. L’uomo bianco (il conquistatore della natura) gli fugò, gli distrusse; e, quando non se ne videro piú nelle nostre regioni, il racconto dello stato antico parve apocrifo e favoloso. Ma le facili sovversioni e le frequenti traslazioni delle nascenti colonie sono consimili nell’antica mitologia e nella moderna storia de’ viaggi. Lo studio e le osservazioni per assicurarsi dell’aria e della terra salubre nel fondarle in suolo ignoto, furono l’origine dell’aruspicina e degli augúri etruschi. Le guerre cogli indigeni selvaggi, ed il traffico contemporaneamente con essi fatto, rassomigliano nell’una storia e nell’altra. La preferenza data all’isolette le piú meschine per fondarvi le colonie, evitando la terraferma, piú soggetta alle sorprese di gente selvaggia e brutale, ma che non avea navi, è simile del pari nella storia antichissima de’ fenici ed in quella d’America. L’ambrosia e il nettare sono i cibi dolci e le bevande spiritose recate a’ selvaggi europei, che ne divengono golosissimi e che le chiamano cibo e bevanda degl’iddii, perché «dii» chiamavano quel popolo piú culto, d’Oriente venuto, che gli civilizzò e gli conquistò. Orfeo è un missionario che viene d’Egitto a dar le prime idee d’un culto religioso a’ selvaggi, e vi perde la vita.

Mi arresto qui. Lo sviluppo e la dimostrazione di quel che accenno è materia troppo piú che d’una semplice nota. Chi sa ch’io non finisca un giorno questo libro. Confesserò ingenuamente che non era esso ripieno di molte cose che fussero in tutto nuove e non dette da altri, ma il riunirle in una veduta sola e formarne quasi un sistema d’una storia la piú verisimile e la piú semplice e purgata da’ trasporti e da’ voli della fantasia degli eruditi, era forse cosa utile e nuova.

V

(p. 15, r. 4 sgg)

A dimostrar che ai tempi della guerra troiana era giá la voce «ecatombe» passata a dinotar anche i sagrifizi d’agnelli e di capre, sembrami qui bastante il rapportar due passi d’Omero. Al libro primo dell’Iliade, versi 65-7: [p. 317 modifica]

Εἴτ´ ἄρ´ ὅγ´ εὐχωλῆς ἐπιμέμφεται εἴθ´ἑκατόμβης,
αἴ κέν πως ἀρνῶν κνίσης αἰγῶν τε τελείων
βούλεται ἀντιάσας ἡμῖν ἀπὸ λοιγὸν ἀμῦναι...


Se mai [Giove] di voto [non adempiuto] ci accusa o di ecatombe; sicché, di agnelli l’odoroso grasso e di scelte capre gradendo, voglia da noi la peste respingere.


E nello stesso libro [vv. 315-6], narrando la restituzione di Criseide al suo padre e i sacrifizi d’ecatombe fatti da’ greci in espiazione, dice:


ἕρδον δ´ Ἀπόλλωνι τεληέσσας ἑκατόμβας
ταύρων ἠδ´ αἰγῶν παρὰ θῖν´ ἁλὸς ἀτρυγέτοιο:


Sacrificavano ad Apollo ecatombe di scelti tori e di capre sul lido del mar sonante.


Che poi non fosse il numero degli animali sacrificati nell’ecatombe piú di uno solo, è facile dimostrarlo da altri versi del poeta: dalla piccolezza della nave d’Ulisse, su cui fu imbarcata una ecatombe [ivi, 309], e da molti altri argomenti raccolti da me in una dissertazione sullo Stato della moneta ai tempi della guerra troiana per quanto ritraesi dal poema di Omero, letta nell’accademia degli Emuli nel 1748, che non ha mai vista la luce del pubblico, essendomi sempre parso un lavoro soverchio giovenile. La conservo tralle mie carte fregiata d’una postilla, che degnò farvi di sua mano l’immortale Mazzocchi, e per questo solo mi è cara.

VI

(p. 43, r. 9 sgg.)

La popolazione del Regno in quel tempo si credeva generalmente essere di due milioni quattrocentomila anime al piú; ma Bartolommeo Intieri la calcolava a tre milioni duecentomila almeno, e non s’ingannò. Perciò io calcolai allora il consumo del grano a quindici milioni di tumoli nel nostro popolo, gran mangiatore di pane e di pasta e poco carnivoro. Presso altre nazioni si può calcolare a tre tumoli e mezzo per anno a testa, e non più, sebbene si creda universalmente che sia assai maggiore. È andata [p. 318 modifica]di poi sempre crescendo la popolazione del Regno, sicché oggi oltrepassa i quattro milioni e mezzo, ed il consumo del grano ascende a piú di venti milioni di tumoli. Ma, siccome è cresciuta anche alquanto la coltivazione, cosí ha potuto esistere ancora qualche sovrabbondanza di grano non solo negli anni ubertosissimi, ma anche in quegli di mediocre fertilitá. È però minore che prima non era; e quindi i pronti incarimenti ad ogni piccola facilitazione di tratte; quindi le frequenti allarme ed il piú facile monipolio e la trepidazione, or giusta, or simulata. Tanto è vero che il grano è gran capo di commercio solo per le nazioni misere e spopolate. Né siavi chi m’opponga che la coltivazione attuale si è non giá un poco, ma di molto e molto accresciuta, come è visibile, in gran parte del Regno: perché io intendo qui parlare, non della generale coltivazione, ma solo di quella che riguarda il grano. Or, se si rifletterá che il maggior progresso della coltivazione tra noi ha consistito nell’aggiungere a’ campi, che giá prima si seminavano, ciocché noi diciamo «arbusto», si comprenderá che, quantunque ora un campo ha maggior valuta di prodotti, come quello che unitamente dá, oltre al grano, il vino e le legna mediante l’arbusto, produce però meno grano di prima. Similmente la piantagione de’ gelsi immensamente cresciuta, gli oliveti, il canape, e da oggi innanzi il tabacco, sono tutte coltivazioni che ristringono quella del grano. Perciò credo non a torto aver detto che solo alquanto è cresciuta quella del grano. Potrebbe, è vero, il suolo del Regno di Napoli darne assai maggior prodotto che oggi non dá, se si mettessero a piena coltura le parti piane e marittime di esso, ridotte in gran parte ad infelici e palustri pascoli. Ma di questo non è da incolpare né l’infingardaggine de’ popoli né la trascuraggine del governo, come gli sciocchi fanno ciarlando e i galoppanti viaggiatori, per parer occhiuti osservatori, stampano. La colpa è d’una infelice antichissima legislazione, che ha ridotte queste terre o a non poter appartenere a’ privati, rendendole demaniali; o a non potersi chiudere, custodire e ben coltivare, per esservisi introdotti certi dritti, che furono giá di sollievo ai poveri. Il governo ha temuto ora far legge, che paresse violar i diritti antichissimi de’ cittadini. Gloriosa timiditá. Tocca al savio disporre gli animi colla persuasione e praeparare viae Domini. La legge ha da venir dopo la persuasione e la conoscenza, che abbia il popolo del suo maggior vantaggio; e questo disinganno esigge lungo tempo, e talvolta di piú e piú generazioni. [p. 319 modifica]

VII

(p. 43, r. 23 sgg.)

Fino all’anno 1750, tempo in cui fu scritto questo libro, il prezzo del grano nelle province negli anni felici era di sotto ai dieci carlini, e caro si diceva se giungeva a tredici carlini. Ora i prezzi sono di gran lunga mutati, ed è il prezzo tra i dodici e i quattordici carlini negli anni ubertosi, tra i diciassette e i diciannove nelle sterilitá regolari. La straordinarissima sterilitá del 1763 dètte la mossa a questa considerabile alterazione.

VIII

(p. 85 sgg.)

Tutto ciò che in questo capo e ne’ seguenti si dice sulla moneta immaginaria, o sia di conto, è diretto a confutare l’opera di Carlo Broggia, nella quale sommamente si esaltava la moneta di conto e si proponeva introdurla tra noi, quasicchó il nostro ducato, con cui sempre numeriamo, non fosse anche esso in oggi una moneta immaginaria, giacché niuna se ne batte di questo valore.

IX

(p. 89, r. 5 sgg.)

Esiste ancora ne’ registri della cancelleria del re Carlo primo all’anno 1274, lett. B, fol. 2, il diploma, con cui si assegna sulla dogana di Napoli questo soldo a fra Tommaso d’Aquino, rapportato nel dotto libro Della storia dello studio di Napoli di Gian Giuseppe Origlia, impresso nel 1753, al t. 1, p. 142. Ma qui mi conviene far avvertire che, se io valutai quell’oncia d’oro, data per soldo a san Tommaso, come corrispondente a sei ducati, ciò fu per riunire in una espressione sola e far comprendere prontamente tutte le variazioni, che il valore della moneta ha fatte tra noi da quel tempo in qua. Il solo peso dell’oncia non si è mutato. Tutto il resto ha cambiato. Il ducato era moneta d’oro, valente la sesta parte dell’oncia. Ora non è piú tale, ed è appena la terza [p. 320 modifica] parte dell’antico. Cosicché equivale alla diciottesima parte dell’oncia. La proporzione trall’argento e l’oro è mutata a segno, che, laddove era allora poco piú del dieci all’uno, ora è del quindici ad uno. Infine la maggior copia, e quindi l’avvilimento, de’ metalli preziosi è stata tanta dopo la scoperta dell’America, che, secondo le ricerche che io ho potuto farne, la quantitá dell’oro si è triplicata, quella dell’argento si è quadruplicata tra noi. Perciò il soldo di san Tommaso fu da me ragguagliato a sessanta ducati il mese attuali o poco meno. Né arrechi maraviglia un cosí grosso salario, e neppur credasi essere stato straordinario e concesso solo alla di lui somma e singolare dottrina, poiché noi abbiamo dagli stessi registri che in quel tempo a Giovanni di Casa Miczola (villaggio dell’isola d’Ischia), professor di medicina, davansi venti once l’anno, e venticinque al professor di dritto canonico. Ma erano in que’ tempi i maestri delle scienze in altissimo pregio, e per la raritá loro erano con larghissime mercedi condotti, ed invitati anche talvolta da lontani paesi.

Sicché, concludendo, dico che la giá detta di sopra mi pare esser oggi l’equivalenza morale tralla moneta attuale e le once d’oro de’ tempi di Carlo primo, che nel capitolo Ad hoc si prefiggono per misurare la gravezza della pena de’ furti, determinandosi che un furto di sotto all’augustale sia punito colla fustigazione e sfratto dalla provincia; trall’augustale e l’oncia, coll’amputazion della mano; dall’oncia in su, colla morte. Coloro, che sonosi ora impegnati nell’indagamento di questa proporzione, ricerca trascurata e non riflettuta da tutti gli antichi giuristi, commentatori e glossatori della legge, accolgano con amichevole animo l’indicazione ch’io qui vengo a dar loro: che, secondo me, dovrebbe quell’oncia valutarsi oggidí per cinquantaquattro e forse anche per sessanta ducati, e l’augustale per la quarta parte della suddetta somma. Sia almeno la mia opinione oggetto e scopo delle loro dotte ricerche per confirmarla o per combatterla e confutarla.

X

(p. 90, r. 3 dal basso)

Questo mio pensiere sul modo da tenersi per trovar un valor fisso ed universale sembrò oscuro a moltissimi lettori, e lo era infatti anche in me, come dal tenore del mio dire si comprende. [p. 321 modifica] Né io avrei detto «forse si troverá», se giá lo avessi trovato. Solo mi pareva allora veder quasi un barlume ed una via, che sull’uomo stesso e sulle sue relazioni verso gli altri uomini fosse da trovarsi questo valor fisso. Sempre ho ripensato poi a sciogliere il problema. Ho conosciuto che il regolarsi sul prezzo degli schiavi (come allora mi parve potersi fare) non soddisfa. Miglior guisa sarebbe il salario del soldato; ma neppure è guida sicura, perché sono essi stati variamente trattati e stimati secondo i vari secoli e le varie nazioni. Inoltre quel, che imbarazza il calcolo, è che né a’ soldati né a’ faticatori di qualunque arte o mestiere quel, che si dá, si dá tutto in moneta: sicché pare che s’abbia da far cosí. Ridurre prima a valuta di danaro tutto quel tanto, che un uomo ha di bisogno per vivere; cercare indi quello stato infimo e piú disaggiato, a cui può ridursi un povero vivendo, sicché non muoia. Questa somma, ridotta a questo termine, sará il valor fisso costante, che dará l’idea delle proporzioni di ricchezza e dello stato della moneta in ogni secolo ed in ogni nazione, perchè esprime la proporzione che un uomo fisico, cioè spogliato d’ogni valor morale e calcolato quasí come un bruto, di quelli ai quali non dia valore la bellezza o l’intelletto (come ne’ cavalli e ne’ cani da caccia), ma semplicemente come un animal da soma, ha al resto della societá. Questa ragion di valuta è manifesto che abbia ad esser sempre costante, e sempre lo sia stata in tutti i tempi e in tutti i luoghi. Per spiegarmi piú chiaramente: in Napoli io calcolo che, al di d’oggi, un uomo, con sua donna e senza figli, se quanto han di bisogno e ricevono si valutasse tutto in denaro, non possono vivere con meno di otto ducati al mese; nella marca d’Ancona lo possono forse con cinque scudi romani; in Parigi non lo potrebbero con meno di settanta lire, né in Londra con meno di cento scellini. Dico dunque che otto ducati in Napoli nel 1780 equivalgono a cinque scudi nella marca d’Ancona, a settanta lire in Parigi, a cento scellini in Londra. Questa è l’equivalenza morale, la quale, siccome varierá moltissimo ne’ nomi e ne’ numeri delle monete ad ogni minima vicenda di tempo e di luogo, cosí sempre in se medesima sará costante. L’equivalenza numeraria per contrario, che si regola sul solo peso del metallo, sembra immutabile, perché sará sempre certo che cinque tari correnti napoletani pesino quanto quattro lire e tre soldi di Francia; ma sará sempre variante l’equivalenza ad ogni minima varietá di ricchezza o di povertá di luogo e di felicitá o di calamitá di annata. Il saper le [p. 322 modifica] proporzioni numerarie giova ai soli mercanti a regolare i cambi; ma la proporzione morale era la sola che giovava agli storici ed ai legislatori; e questa è stata negletta a segno, che solo da pochi anni in qua si è cominciato dagli eruditi a farne qualche ricerca.

Io credo adunque che, senza cercar la valuta d’un genere solo, ancorché creduto di prima necessitá, perché niuno ve n’è che sia di costante necessitá, convenga cercar quello della massa e dell’insieme di tutti i primi bisogni d’un uomo, valuta assai meno variabile. Ma la maniera di ridurre a calcolo tutto l’assoluto preciso bisogno dell’uomo e valutarlo a denaro è cosa piú diffícile ed intrigata che dapprima non pare; ed io penso che moltissimi si maraviglieranno d’avere io detto che la totalitá de’ bisogni d’un uomo con donna in Napoli non possa oggidí valutarsi di sotto agli otto ducati al mese, credendo essì che con molto meno si viva. Ai quali, senza correre a condannarmi, prego soltanto d’avvertire che io devo ridurre in danaro e porre in calcolo anche la probabilitá di qualunque soccorso i poveri ritraggono dalla caritá pubblica e dalla privata e da tutti i fortuiti profitti. E che questo calcolo non si scosti molto dal vero, si confirma da quanto in quest’opera si dice al capo primo del libro quarto, alla pagina 231.

Mi basti aver qui indicato un poco piú chiaramente e dopo piú matura meditazione questo mio pensiere. Sia cura d’altri il perfezionarlo o il confutarlo.

XI

(p. 99, r. 29)

Giuliano Passaro, setaiuolo, uomo di niuna coltura di lettere, ma di somma ingenuitá, la cui Cronica curiosissima, che giunge fino all’anno 1524, per nostra trascuraggine rimane ancora manoscritta, è il solo scrittore, tra i finora letti da me, che faccia menzione della calamitá del buon mercato de’ viveri e l’abbia come si conveniva deplorata. Ma veramente, siccome, dalla scoperta dell’Indie in qua, il solo Regno di Napoli è stato quello che provò la massima tralle disavventure d’una nazione, cioè la perdita de’ propri sovrani, avvenne che, mentre per l’aumento de’ metalli tutta l’Europa si lagnava dell’incarimento de’ viveri, soli noi provammo la penuria della moneta, e quindi l’avvilimento d’ogni genere. Trascriverò qui le parole stesse di questo cronista nel suo natio [p. 323 modifica] dialetto, tratte dal codice che ne conserva l’illustre mio amico l’avvocato fiscale della Camera signor don Ferdinando de Leon.

In questo anno 1509 e 1510 in lo Regno de Napoli fo una tanta abondanzia de grassa, come fo de grano, carne e vino e oglio e amendole e onne cosa, che non se ne trovava denaro nullo; e questo lo causava la gran povertate, che era in detto Regno, perché lo Riame era stimulato da multi pagamenti novamente imposti per li offiziali del signor re cattolico. Pensate che in le marine de Puglia valeva cinque docati lo carro dello grano, e non se ne trovava denaro nullo; e ancora in la casa della farina de Napoli valeva la cossina della farina, che sono quattro tomola, ad sette e ad otto carlini la cossina; e in mezzo lo mercato de Napoli lo porco, che pesava ’no cantaro, l’avive a dudici carline, e non se ne trovava prezzo nullo: de manera che chi vendeva, se ne stava male contento.

Della proporzione, che avea il carlino di quel tempo all’attuale, veggasi la nota susseguente.

Coloro, che avidamente agognano oggi tra noi le basse assise e le basse «voci», e in esse credono consistere la felicitá d’un popolo, meditino su questo luogo, e decidano se sia desiderabile che noi tornassimo allo stato dell’anno 1510.

XII

(p. 99, r. 3 dal basso)

A dimostrar questo cosí considerabile incarimento de’ viveri, o, per meglio dire, avvilimento de’ metalli preziosi, seguito da tre secoli in qua e prodotto non meno dalla maggior copia de’ metalli che dagli alzamenti della moneta in vari tempi fatti, io potrei addurre infinite pruove, e potrei anche rimandare il lettore alle diligenti fatiche di alcuni dotti uomini di straniere nazioni, che si sono, dopo la prima pubblicazione di questo libro, applicati alla ricerca di sì fatte vicende nelle loro nazioni. Ma sará piú piacevole ai miei lettori l’indicarne qui alcuna. Nella Prattica della mercatura di Giovanni Antonio da Uzzano fiorentino, scritta nel 1442, pubblicata nel 1765 dal signor Pagnini nel tomo terzo del suo Trattato della decima mercatura e moneta de’ fiorentini, al capo 53, si dice che negli anni di comunale ricolta compravansi in grosso in Puglia «cento salme o sia ottocento tomboli [noi pronunziamo «tumoli»] di grano per 25 o 27 e sino a 30 once, ed a minuto vendevasi per un carlino il tombolo o circa». Così si legge nell’opera stampata; ma è troppo chiaro che o nel manuscritto, sul quale [p. 324 modifica] è fatta l’edizione, vi è errore, o travidde l’editore, e lesse «carlino» quella voce che diceva «tarino». Certo è che sempre il carlino tra noi è stato la sessantesima parte dell’oncia, ed il tarino ha sempre valuto due carlini. Or non combinerebbe ciò che l’Uzzano dice in prima, che la salma di 800 tumoli valesse tralle 25 e le 30 once, e quel che se gli fa dire, che il tumolo valesse un carlino, giacché 800 carlini fanno non piú di 13 once e 1/3: ma, leggendosi «tarini», combina benissimo col termine medio tralle venticinque e le trenta once. Di quanto peso d’argento fosse poi il carlino in quel tempo, lo abbiamo con esattezza dalla Relazione delle diverse qualitá di monete costrutte nella regia zecca di Napoli, cominciando dal 1442 fino al 1629, distesa per ordine del Collaterale e conservataci e pubblicata ne’ suoi Discorsi sopra le monete del Regno di Napoli da Giovanni Donato Turbolo, maestro della zecca. In essa si legge:

Nell’anno 1442, regnante in questo Regno il serenissimo Alfonso primo d’Aragona, nella regia zecca si battevano monete de’ carlini di lega antica de’ carlini, istituita a tempo del serenissimo re Carlo primo d’Angiò, dal cui nome si chiamò detta moneta «carlino», e la zecca pagava la libra dell’argento di essi ducati 8, 3, 5 e mezzo, e ogni carlino pesava trappesi quattro ed acino uno e mezzo, e si spendeva per grana dieci.

I carlini, che furono battuti sotto Carlo secondo e Filippo quinto e che oggi corrono, pesarono trappesi due ed acini sei, e la lega è alquanto migliore di quell’antica; sicché, disprezzando le minuzie, può dirsí che il carlino di Alfonso valesse quanto diciotto grana attuali, ed il tarino valea per conseguenza quanto Irentasei grana, le quali, moltiplicate per quattro, fanno quattordici carlini e mezzo, che in punto è nelle spiagge della Puglia il prezzo del grano negli anni di comunale ricolta.

Dallo stesso Giovanni Antonio da Uzzano si ha che due botti e mezza di vino di Maddaloni della misura di 24 coglia a botte si solevano pagare 30 carlini: vale a dire che si vendeva ogni botte per tanto peso d’argento quanto incirca ne entra oggi in 22 carlini correnti, i quali, moltiplicati per quattro, danno circa ducati nove, prezzo regolare oggi de’ vini di quella qualitá. Ma di questo secondo calcolo non sono cosí sicuro come del primo: giacché, siccome è certo non essersi mutata la misura del tumolo da Alfonso in qua, cosí è dubbio di qual misura di botte intendesse l’Uzzano, essendo varia ne’ vari luoghi del Regno, ed essendosi potuta [p. 325 modifica] alterare d’allora in qua, non essendo fissata per legge di zecca; e la cogna (corruzione della latina voce «congium») è passata ad essere soltanto misura degli oli in alcune province.

Da un documento de’ prezzi dei grano d’una comunale raccolta passo ad una della massima carestia. Giuliano Passaro nella sua cronica manuscritta (citata di sopra nella nota XI), all’anno 1496, lasciò notato ciò che siegue:

In questo tempo eie una grandissima carestia in Napoli, dove che lo tuinolo de lo grano vale nove carlini, e dieci lo tumolo de la farina, e questo eie per lo grandissimo male tiempo de pioggia che fôro, che durao tre mesi, e in Napole non potette venire per mare, nè etiam per terra, grassa. Pensate che non fo lo simile mai. Ma, come vòlse Nostro Signore Dio, in termine di tre misi lo male tiempo mancai; dove per questo incominzai ad venire grassa in Napole.

Nove carlini di quel tempo corrispondono nel peso a circa sedici correnti, i quali, quadruplicati, danno il prezzo di circa ducati sei e mezzo il tumolo; prezzo cosí strabbocchevole, che appena la memorabile carestia del 1764 ne fornì nel Regno qualche esempio. Ma questa narrata dal Passaro fu originata da accidentali cagioni, che la resero particolare alla sola cittá e di assai piú breve durata.

Devesi far susseguire a questa notizia l’altra lasciataci dallo stesso Passaro de’ prezzi vili, che nella somma abbondanza si ebbero nel 1510 (da me rapportata nella nota XI); ma si conviene avvertire che giá nel suddetto anno l'immensa quantitá di metalli preziosi trasportata dalla scoperta America e circolante in Europa avea mutato di molto il prezzo delle merci, e perciò il darsi un tumolo di farina in Napoli per meno di due carlini di quegli battuti dagli Aragonesi, e il vendersi trentasei tumoli di grano nelle marine di Puglia per cinquanta carlini, era un avvilimento tale da produrre la rovina de’ coltivatori, come infatti seguì.

E che la calamitá della somma penuria di denaro, e quindi dell'avvilimento de’ prezzi delle merci, continuasse ad affliggere il Regno, ce ne dá documento il vedersí che un secolo dopo, cioè nell’anno 1547, abbiamo una lettera di monsignor Onorato Fascitelli (che dal dotto e diligente signor Vincenzo Meola è stata inserita tralle altre memorie di questo letterato), scritta da Torre Maggiore la vigilia di Natale a messer Giambattista Possevini, in cui gli dice:

Io mi ritrovo in Puglia a far mercatanzia de’ grani de’ miei beneficiuoli, e, acciocché Vostra Signoria abbia che ridere, ne ho vendute molte centinaia ad otto grana e mezzo il tumulo. [p. 326 modifica]

In quel tempo i carlini di dieci grana eran di un ottavo meno pesanti di quelli che si battevano a tempo degli Aragonesi, giacché sappiamo dalla sopracitata relazione della nostra zecca che nell’anno 1542 si erano cominciati a battere del peso di trappesi tre, acini dieci e mezzo. Il carlino, adunque, del tempo in cui vendè il grano il Fascitelli, valeva incirca sedici grana correnti; ed il prezzo, a cui lo vendè, corrisponderebbe in peso di metallo a circa quattordici grana attuali, le quali, se fossero moltiplicate per quattro, darebbero il prezzo di cinque carlini e mezzo: che sarebbe un prezzo infimo e da far ridere, a cui, in una somma abbondanza di raccolta e divieto d’estrazione, potrebbero sbassare in oggi i grani in Puglia. E pure ritraesi da altri documenti che la differenza de’ prezzi da quell’anno al di d’oggi non è piú che del triplo: onde è che il Fascitelli non venne a vendere il suo grano piú che se oggi si vendesse meno di cinque carlini. Tanto il Regno erasi sommamente dissanguato ed impoverito di moneta, dacché erasi trovato convertito in infelice provincia della Spagna!

E che veramente dal 1547 a noi i prezzi siansi soltanto triplicati, mi pare che ad evidenza si scorga da un altro documento, che la diligenza dello stesso signor Meola (della cui amicizia singolarmente mi pregio) mi ha fatto dissotterrare. E questo una cronichetta manuscritta autografa d’un don Geronimo de Spenis, prete d’una principale e ricca famiglia di Frattamaggiore, il quale fu curioso di scrivere nel suo natio napoletano linguaggio alcuni avvenimenti notabili della cittá nostra dal 1543 fino al 15471, e in mezzo ad essi inserì anche qualche fatto suo privato; tra’ quali il maggiore, a parer suo, era stato la prima messa che cantò e il pranzo pubblico che dètte per questa occasione a tutto il villaggio (residuo del costume antico dell’«epulum populo datum») e della colletta di offerte fattegli, secondo il costume in somigliante funzione. Ci ha cosí tramandata la notizia de’ prezzi di tutto quel che fu comprato per lo banchetto. Tutto il racconto è cosí curioso e ci conserva tante memorie di antichi costumi oggi disusati, che io non so trattenermi dal riportarlo fedelmente per intero, ancorché non tutto faccia al mio proposito:

Die primo mensis Augusti anni 1546, in Fratta, de domenica, che io donno Ieronimo cantai la prima messa dentro la ecclesia de Santo Sossio a lo [p. 327 modifica] altare magiore con molti e diversi cantori preyti e seculari; dove fóro de le persune mille de piú e diversi lochi, cittá, terre, casali, e maxime de Neapoli, Marigliano, Aversa, Iugliano, Marano, Chiaiano, Panecuocolo, Santantamo, Casandrino, Grumo, Casapozana, Orte, Pumigllano de Atella, Crispano, Frattapiccola, Cardilo, Pumigliano ad Arculo, Santo Petro ad Paterno, Casoria, Secondigliano, Arzano, Caserta, Capoderise e tutta Fratta integra. Dove fo fatta una grandissima ed indemerabilissime festa con piú diverse vidanne e vivenne, con piú e diversi instrumenti musici’, archi trionfali, torrioni, galere e altri artifici de foco.

La quale festa fo fatta a la casa e cortiglia de Angelillo e Gabriele de Spenis: e perché lo iovidi precedente in detta casa de Angiolillo morse e trapassò da questa vita presente una sua nepote, nomine Menechella de Spenis, inmaritata con Santillo de Catello, la morte de la quale me fo danno piú de vinte scuti, perché tutti quelli de casa, tanto mascoli come femine, stavano mali contenti de la morte de essa Menechella, e ogni cosa andò assacco e arroina. La quale Menechella era stata piú de sei mise malata: «mò more», «adesa more». Finalmente, invitati tutti, e comprate vacche, porcelle e tutte altre cose, che non se possea sperlongare piú, fo de necessario cantare la messa e fare detta festa. A la quale festa fatta per me nce spise da circa ottanta ducati, e dessi non nde fice sexanta, dove nce perdie piú de vinte scuti, e de piú me fòro arrobati misale, tovaglie, stoiabocche, piatti de creta e de ligno, pigliata, arciola, scotelle, carrafe, gotti, le porcelle sane sane e tutte altre cose che se posséro arrobare.

Siegue indi la nota de’ generi e de’ loro prezzi spesi per lo pranzo dato, ed è la seguente:

In primis per sei ienche bellissime 35. 11. 0
Per porcelle piccole e grande 5. 2. 10
Per quaranta papari, 25 comparati e li altri di casa, dico. 2. 2. 17
Per undici anatrelli 0. 2. 15
Per sexanta pollastri 2. 1. 3
Per quattrocento ova 1. 0. 0
Per uno presutto e verrinia 0. 3. 5
Per otto pezze de caso cellese rotula 30 e cinque rotula de caso cavallo e gabella 2. 0. 5
Per ottanta rotola de vermicelli 1. 1. 5
Per dieci rotola de rise 0. 4. 0
Per tanta spezie e zuccaro 2. 0. 0
Per tanta frutti tra percoca, nucepersiche e pere, dico 1. 1. 10
Per melluni mostrati de Ponte ad sedici 0. 4. 0
Per tanta lumencellucce 0. 1. 10
Per provole de due sorte 0. 1. 0
Per trentauno rotola de lardo 1. 2. 15
58. 1. 19
[p. 328 modifica]

A chiunque abbia pratica de’ prezzi attuali de’ viveri, sará facile calcolare che quegli di questa nota sono poco piú della terza parte de’ correnti, tolto quello del riso, il quale è per contrario maggiore dell’attuale. Né io penso doversi tutto attribuire a scarsezza di raccolta, che ve ne fosse stata in quell’anno; ma credo esserne la cagione la poca cultura che si faceva di esso.

Concludendo adunque il discorso, vedesi quanto sia vero che, riunite insieme la mutazion del valore delle monete e la mutata quantitá de’ metalli preziosi, ciocché dicevasi un carlino ai tempi di Alfonso primo equivale a sette carlini d’oggidi.

XIII

(p. 116, r. 14)

Da questo mio sentimento sulla forma e regola da tenersi per continuare a monetare tra noi il rame, non ho ragione di ritrattarmi; anzi gli avvenimenti seguiti di poi m’incoraggiscono a confirmarlo. Voglio perciò tramandare alla posteritá questo che io passo a dire, giacché da niun istorico sará forse narrato, e conviene alla gloria de’ buoni principi che la storia sia la depositaria non solo degli errori e degli abbagli in politica, che sono per debolezza dell’umana natura frequenti, ma de’ pentimenti e delle ritrattazioni, che sono non meno gloriose che rarissime.

Nel 1755 fu indotto il re a risolvere di batter nuova moneta di rame, non di maggior peso che di sette carati il grano. L’antica era stata battuta quale di dodici e quale di dieci carati il grano. La ragionevole resistenza, che la deputazione della cittá ed i piú saggi magistrati fecero allora a cosí pernicioso consiglio, fu voluta tacciare di poco rispettosa. Ma non tardò quel giusto e saggio re ad accorgersi dell’errore, e fu sospesa in tutto la monetazione del rame, né mai piú vi si pensò.

Scorsi piú di venti anni, alcuni progettanti, credendo forse essersi cancellati dalla memoria degli uomini i fatti occorsi allora, hanno tornato a mettere in campo il progetto di battere la nuova moneta di rame, dandogli l’intrinseco di sette trappesi a grano, ed offerendo con ciò il profitto al principe di due, e fino di sei ducati per cantaio. Non è stata minore la resistenza che lo zelo degli eletti della cittá e magistrati gli han fatta; e la giustizia e l’avvedutezza del sovrano, lungi dall’irritarsene, questa volta l’ha altamente applaudita. [p. 329 modifica] Ma non deve tacersi esser nel popolo tanta l’ignoranza della materia della moneta, che moltissimi sono persuasí che in non accettare somiglianti progetti il sovrano abbia sagrificato un suo profitto al bene de’ suoi vassalli, quando la cosa è intieramente al rovescio. Col diminuire il valor intrinseco delle monete (come io ho dimostrato in tutto il libro terzo), si diminuiscono in fatti, benché non in voci, le rendite del sovrano che esigge, si alleggeriscono i dazi del popolo che paga. Sicché, con diminuire del terzo il valore intrinseco del rame, avrebbe tra pochi anni il re, per lo piccolissimo e disprezzevole profitto di poche migliaia di ducati, perduto in realtá la rendita di un milione e mezzo di ducati annui, non giá perché non avrebbe esatto la stessa somma di ducati che ora riceve, ma perchè, incarendosi ogni cosa, con questa tal somma non avrebbe potuto fornire agli stessi bisogni dello Stato.

Ora mi si domanderá come sia avvenuto che il popolo si opponesse all’alleggerimento de’ suoi dazi. Ciò, se sembra dapprima maraviglioso, è facile a spiegare. Sa il popolo che, se al sovrano si diminuiscon le rendite, è forzato ad impor nuovi dazi per ripienarle. E quanta scossa dia all’intero Stato ogni nuovo dazio, non è di bisogno che qui si dica.

XIV

(p. 21, r. 8)

La moneta d’argento, che si batteva in Napoli fin dal nuovo zeccamento fatto dal marchese del Carpio, era di undici once di puro a libra. Su questo piede si è battuta fino al 1735, quando, cominciandosi a battere le nuove monete coll’impronto del Sebeto giacente a vista del Vesuvio e la leggenda «De socio prínceps», si battettero di once dieci e sterlini 18, due sterlini meno delle once 11, sebbene avesse il re con suo dispaccio ordinato che si battesse la moneta dello stesso peso e lega dell’antica, mutando solo il conio.

A’ 6 ottobre 1747, essendosi andato a far i soliti saggi e trovatasi la moneta di once dieci e sterlini 18, si protestò la deputazione e non volle far la liberata alle monete coniate. Si fece rappresentanza al re sotto il dì 7 ottobre, con esporgli che, oltre [p. 330 modifica] al danno de’ sudditi per tal mutazione, vi era quello, che, secondo l’antico appalto per la formazione della nuova moneta di grana 14 a libra, verrebbe l’appaltatore a guadagnare altre 13 grana a libbra per l’importo de’ due steriini che mancano, senza profitto della reale azienda.

Con dispaccio degli 11 ottobre 1747 fu terminata dal re la quistione, con ordinare che la moneta si fabbricasse «del mismo peso y valor de la que corre y se cuñò en los años 1735 y 1736, mayormente por averse en todas partes au meni ado el valor de la plata». Fu saggia la risoluzione, giacché l’esperimento di tanti anni ha comprovato l’equilibrio della nostra moneta d’argento coll’oro e col rame. Dico, di piú, che è tanto di poi incarito l’argento, che da alcuni anni in qua si è cessato di batterne, non trovandosi appaltatore che possa intraprenderlo senza discapito e danno. Ma è cosí abbondante tra noi la moneta d’argento, che niun incomodo ci arrecherá, se scorreranno ancora molti altri anni senza coniarsene.

XV

(p. ivi, r. 13)

Col bando pubblicato a’ 27 novembre 1749, fu dichiarato dal sovrano il peso e la bontá delle tre nuove monete d’oro. Quella valutata ducati sei, e che si volle denominare «oncia», fu dichiarato pesar trappesi nove ed acini diciassette e mezzo. Quella di ducati quattro, che si volle chiamar «doppia», pesa trappesi sei ed acini undici e tre quarti. Infine quella di ducati due, che dovea chiamarsi «zecchino napoletano», pesa trappesi tre ed acini cinque ed un quarto. La bontá di tutte queste monete è la medesima, ed è di carati ventuno e tre quarti.

Quasi nel tempo istesso furono ammesse a libera circolazione nel Regno le monete d’oro siciliane, chiamate «onze», valutandole per trenta carlini. La loro bontá, secondo il saggio fattone dalla deputazione il di 30 gennaio 1750, è parimente di carati 21 e 3/4; il peso di trappesi 4 e acini 19.

Da quel tempo in poi sono venute in grandissima copia le onze d’oro siciliane a noi, e, quantunque fin dal 1758 abbia quella zecca cessato di coniare, sono ancora abbondantissime nel Regno. Delle monete d’oro battute nella nostra zecca non è minore l’abbondanza. [p. 331 modifica] essendosene, dacché si cominciò a battere fino a tutto l’anno 177ò* coniate per lo valore di 15.591.168 e, dal principio dell’anno 1774 fino a gli 11 giugno 17 78, altri 4.058.080 ducati.

Con tanta abbondanza d’oro, non abbiam avuto piú bisogno dell’oro straniero, che infatti è scomparso intieramente da noi: anzi è avvenuto che qualche poco del nostro oro ha cominciato a circolare ne’ paesi a noi vicini e nel Levante ottomano. Ho con piacere rapportata questa notizia, estratta fedelmente da’ registri della zecca, perché niuna più sicura pruova poteva io dare quanto questa della cresciuta opulenza e felicitá del Regno di Napoli.

Dell’argento se n’è coniato tra noi, dal 1747 fino al 1773, per la somma di ducati 4.609.828: poi si è cessato dal piú coniare; ma ha cominciato a circolare in maggior copia l’argento coniato in Sicilia, che prima dell’anno 1750 non avea libero corso e legale accettazione.

Queste sono le mutazioni avvenute nella moneta de’ ricchi metalli da’ trenta anni in qua; ma la facile circolazione e il giusto equilibrio tra essi è restata sempre l’istessa. e forma una delle maggiori e piú sincere glorie del governo.

XVI

(p. 129, r. ultimo e p. 131, r. 3 sgg.)

Siccome ho avvertito di sopra, per non lasciar indovinar l’autor del libro, mi piacque usar ogni arte a farlo credere lavoro d’uomo di avanzata etá. Perciò dètti come giá da me composto un altro libro sull’Arte tutta del governo, perché sarebbe parso infatti impossibile che un giovane di ventunanni ne avesse fatti giá due. L’inganno riuscí. Non era però tutta menzogna. Siccome sono gli animi giovanili proclivi alle intraprese di gran lunga maggiori di quelle loro forze, che mal sanno misurare, aveva io veramente imaginato scriver su tutta la scienza politica, e molte parti ne avea o sbozzate o ammannite. Il meno imperfetto fu trasportato in questo libro, e messovi in forma di digressioni, come son quelle su’ dazi, sul lusso ed altre. Della legislazione de’ grani ho poi scritto in altro tempo e in altro linguaggio. Qualche altra cosa rimane tralle mie carte; ma l’opera tutta non è mai da me stata fatta. Me ne ritrasse l’immensitá del lavoro, i pericoli della veritá, il rossore delle adulazioni, il tormento delle reticenze; ma soprattutto [p. 332 modifica] me ne svogliò il detto d’un uomo grandissimo, che, occupando la piú sublime dignitá, un giorno, tediato dagli affari ed aprendosi a me, mi disse: — Credimi, Ferdinando, gli uomini non vogliono né meritano esser governati. — Queste parole, che dopo tanti anni ancor mi risuonano nella mente, sebbene non mi persuasero, m’hanno però sempre lasciato turbato.

XVII

(p. 37, r. ultimo)

Ecco le parole del Melun:

La strile a démenti tout ce rapport, et fait connaître ou l’insuffísance grossière, ou la mauvaise foi du rapporteur (Poulain); peut-être l’une et l’autre. Cependant il avait de la réputation, et c’était à lui que le ministre renvoyait les mèmoires sur les monnayes, dont son avis faisait la dècision. Les meilleurs esprits ont bien de la peine à n’être point la dupe de ces rèpulations excroquèes. Le lègislateur le sera nécessairement lui-même, s’il n’examine scrupuleusemenl les personnes, dont il se seri. Un maintien grave et imposant, un manège toujours enveloppè de mystère, l’adroit ètalage de quelques connaissances superficielles, l’art facile d’èchapper par un silence dèdaigneux aux gènies pènetrants, des proneurs intèressès, souvent encore plus ignorants, dont la voix est comptèe, des richesses, des dignités bien ou mal acquises par une heureuse cupiditè; tout cela met sur la scène des personnages trop tard dèmasquès pour le bonheur de l’État.

XVIII

(p. 142, r. 3 sgg.)

La storia della nostra zecca, o sia la narrazione delle variazioni della valuta della moneta nel Regno di Napoli da’ tempi di Federico secondo finora, giacché di quelle che precedettero l’epoca di questo gran principe o mancano le memorie, o solo ne traspare il disordine, la sporchezza e l’abuso, sarebbe stata materia degna di trovare tra noi qualche scrittore, se l’amore della patria ci accendesse gli animi, o, per meglio dire, se chi lo nutriva, avesse mai incontrato o applauso ne’ suoi concittadini o incoraggimento in chi reggeva. L’intraprenderla io con quella scrupolosa esattezza di calcoli e di ragguagli, che si conviene alla materia, oltreacchè [p. 333 modifica] sarebbe opera lunga e che oltrepasserebbe assai i confini di una nota, forse (se io non m’inganno nel giudicare del gusto de’ miei concittadini) stancherebbe piú che non arrecherebbe istruzione o diletto a’ miei lettori. In grosso adunque, e disprezzando ogni minuto conteggio nascente o dalle piccole alterazioni nel peso o nella lega o finalmente dalla insensibile ma sempre progressiva alterazione di proporzione che è stata tra l’oro e l’argento, vengo a dire che la moneta d’oro, chiamata dal popolo «agostaro», cioè augustale, di Federico secondo, fu coniata del peso della quinta parte d’un’oncia. Dodici carlini (nome d’una moneta d’argento cominciata a battere da Carlo primo d’Angiò) equivalevano all’augustale; sicché un’oncia d’oro valeva 60 carlini. L’oncia non fu mai moneta, ma soltanto peso, che non si è variato. Due carlini equivalevano ad un tarino; ma la zecca non batteva moneta più grossa del carlino: í quali, restati sotto le stirpi degli Angioini con piccolissime alterazioni di peso, sotto Alfonso, primo degli Aragonesi, furono fissati al peso di quattro trappesi ed un acino e mezzo. Così restarono fino al 1510, che sotto Ferdinando il cattolico furono mancati di un acino; e quindi continuatamente, a misura che la proporzione tra l’oro e l’argento andava variandosi, andarono diminuendosi. Ed è stata tanta la diminuzione nel peso loro e la diversa valutazione prodotta dagli alzamenti fatti in tutta la moneta d’argento alla fine del passato secolo, che i carlini sono ridotti ad essere quasi la metá degli antichi. Intanto, siccome la proporzione dell’argento all’oro, che, prima della scoperta dell’America e del piú facile commercio coll’Indie, era quasi di uno a undici, è saltata ad essere di uno a quindici, è avvenuto che l’augustale, che nel coniarsi valse 12 di que’ carlini, corrisponde ora a 42 incirca de’ correnti. Lo scudo, moneta antica angioina, che successe all’augustale, fu sempre moneta d’oro purissimo, pesante cinque trappesi, o sia il sesto d’un’oncia, e nel coniarsi fu fatto del valore di dieci carlini; ma nel principio del decimosesto secolo giá valeva undici carlini, ed andarono indi aumentando di prezzo fino a tredici, senza mutarsi di peso e di bontá, finoacché si cessò dal coniarne d’oro, nel 15S2. Fu cominciato nel 1590 a batterne d’argento, del peso di un’oncia, trappesi tre ed acini undici; ma dalla sfrenatezza de’ tosatori furono tosto guasti e distrutti. Si battettero quasi con egual sorte, indi a poco, i mezzi ducati, detti «cianfroni». ed in maggior abbondanza seguitaronsi a coniare carlini e tari. Questi sbassandosi sempreppiú, si giunse finalmente all’anno 1684, [p. 334 modifica] in cui il marchese del Carpio risolvette battere i ducati, o sia scudi, non piú d’oro, ma in grosse monete d’argento. Gli batté del peso d’un’oncia, un trappeso (ch’è la trentesima parte dell’oncia) e quindici acini, con lega di un duodecimo. Questa moneta ha ancora corso tra noi, ma è divenuta rarissima, e solo sono comuni le sue suddivisioni, principalmente i tari e i carlini di essa, che oggi valgono 26 e 13 grana. Tutte queste nel 1688 furono alzate d’un dieci per cento, ed indi nel 1691 d’un altro ventidue per cento: in tutto d’un trentadue per cento. Ma i tari ed i carlini furono alzati solo del trenta per cento, per evitare la minutissima frazione. I ducati con le loro suddivisioni, che il conte di Santostefano avea battuti, si trovarono, col suddetto alzamento del 1691, alzati del venti per cento, e cosí divennero pezzi di dodici carlini, ed i carlini, suddivisioni di essi, divennero dodici grana. Da quel tempo in poi la moneta di dodici carlini ha continuato ad essere la nostra maggior moneta d’argento, né si è battuta moneta equivalente a dieci carlini, o sia ducato, salvo pochissimi battuti sotto Carlo sesto, che, per essersi fatti di soverchia bontá, sono stati dagli orefici liquefatti e sono spariti. Intanto siegue a tenersi il conto in carlini, tari e ducati; e talvolta si tiene in once (moneta intieramente ideale e fatta equivalente a sei ducati attuali), tari e grana. Delle monete di billon, o sia di argento e rame, ne abbiamo avute da Guglielmo primo normanno sino al 1622. Sotto gli Svevi e sotto la seconda razza angioina furono copiosissime, e sempre indivisibili compagne delle epoche delle maggiori nostre calamitá.

Ecco una idea, data all’ingrosso, delle vicende della moneta tra noi. Dalla quale si scorge che, avendo conservato fermo il peso dell’oncia d’oro, e fermi soltanto i nomi di ducati e di carlini, e mutatane l’intrinseca valuta, si è venuto in quattro secoli a fare un alzamento piú del duplo rispetto all’argento e del triplo rispetto all’oro. Cosicché l’oncia d’oro, valutata da Carlo primo sei ducati, oggi ne vale diciotto ed anche piú, se l’oro è purissimo; e l’oncia d’argento, che equivaleva a sette carlini di Carlo primo, oggi equivale a tredici e qualche grano dippiú. E questo è rispetto al peso e al valore relativo tra i due metalli nobili. Rispetto poi alla mutazione tra’ l valore de’ metalli e quello de’ viveri e di ogni altra mercanzia, parmi averne discorso abbastanza nella nota decimoseconda. [p. 335 modifica]

XIX

(p. 144, r. 20 sgg.)

Quanto in questo capitolo si dice sulla inutilitá e sul danno da temersi dalla moneta di billon, è parimente diretto a confutare le opinioni del Broggia, che avea proposto il ristabilirsi tra noi sì fatta moneta. Ebbe il governo la saviezza di abborrir da sì fatto consiglio. In Roma fu abbracciato, e l’evento ha comprovato quanto sia stato poco salutare. Sotto il pontificato di Clemente decimosecondo si battettero sì fatte monete, colla lusinga che restassero nello Stato, vedendosí che i giuli e i paoli antichi sparivano. Ma queste vecchie monete non sparivano perché si liquefacessero, ma passavano nella Toscana: del che la ragione era che, avendo le monete d’oro e di buon argento pontificie e toscane libera accettazione in ambedue gli Stati, avean però i zecchini fiorentini e i romani diversa valutazione rispetto all’argento ne’ due suddetti domini. Quindi metteva conto portar oro da Toscana in Roma ed argento da Roma in Toscana.

XX

(p. 146, r. 31 sgg.)

Abbiamo tralle nostre leggi il capitolo «Perpensa deliberatione» di Roberto, nel quale si proibisce con rigore l’estrazione de’ carlini d’argento dal Regno: ma non si vieta però ai negozianti esteri il portar via secoloro la moneta d’argento ritratta dalla vendita delle merci portate a noi. Di sì fatto stabilimento, che a prima vista appare sommamente ridicolo ed assurdo e che da niuno degli ignoranti glossatori è stato rischiarato, la ragione dovette essere uno sbaglio, che commise in materia di moneta il suddetto principe. Il carlino da lui battuto (come ce ne ha mostrato uno il marchese Giambatista Pedicini, gentiluomo beneventano, che accoppia una non ordinaria coltura di spirito ad una singolar cortesia) pesa quattro trappesi e dieci acini, laddove quei de’ due Carli, suoi predecessori, non pesano piú di quattro trappesi e cinque acini. Essendo adunque questa moneta migliore e piú forte, avvenne ciocché doveva naturalmente avvenire, cioè l’esser portata via dagli stranieri, che lasciavano monete cattive [p. 336 modifica] in cambio di essa. Perciò intese il sovrano vietar questo solo cambio, e non giá quello delle merci col danaro. Ma il rimedio creduto dare con siffatto divieto fu assai mal immaginato e restò inefficace. E pur tanta era l’infelicitá de’ secoli, che quel principe ebbe fama di savio. Gli altri non ne sapevano piú di lui.

XXI

(p. 158, r. 13)

Mi ripugna il cuore dal tacere che la negligenza usata da alcuni magistrati provinciali sul giusto e ben calcolato prezzo delle «voci» de’ grani, degli oli, delle sete e di altri generi, ha fatto e fa danno grandissimo al nostro commercio, dandogli la scossa maggiore e piú perniciosa che abbia da gran tempo ricevuta. È bisognato ricorrere a’ metodi nuovi: far riveder da’ tribunali maggiori le valutazioni delle «voci»; farle riformare; perder tempo; far processi e liti; sono nate incertezze e quistioni legali nel senso de’ contratti; controversie tra la «voce» fatta e la «voce» riformata; dubbiezza di quanto e quale sia la pubblicata. Quindi mala fede, nuove malizie, contrasti tra’ commettenti e i loro commessi, incaglio e ruina. Evvi chi in tanto pericolo ha creduto men male abolir per sempre in tutto le «voci». Questo consiglio sarebbe stato precipitoso in quel tempo, in cui fu scritto il presente libro. Sará utile allorquando l’opulenza delle province e la ricchezza de’ coltivatori sará giunta a segno da liberargli dalla necessitá d’un contratto, che in sostanza altro non è che una vendita di frutto immaturo con anticipazione di denaro, a cui si dá lucro d’interesse incerto.

XXII

(p. 171, r. 3)

IUo seguitai allora la generale opinione di tutti gli antiquari, niuno eccettuatone, che riguardano le monete foderate come lavoro di particolari falsatori. Il gusto e la passione, che ho sempre avuta per lo studio delle monete, mi ha fatto poi nascer nell’animo una opinione che le monete foderate siano state tutte battute anche esse dalla pubblica autoritá ed abbiati tenuto luogo di monete di due metalli, o sia di billon. Cosicché le monete [p. 337 modifica] d’argento consolari ed imperiali, quando sono tutte d’argento, eran denari o quinari; le foderate erano i sesterzi. Non posso restringere nel breve spazio d’una nota gli argomenti che mi muovono a pensar così; dovendo anzi esser soggetto d’una lunga dissertazione, che nulla avrebbe che fare coll’oggetto del presente libro. Solo qui dirò esser rimarchevole che ovunque si battettero monete foderate, non vi furono monete di billon, e allora cominciano le monete di billon imperiali sotto Gallieno, quando finiscono le foderate. Avvertirò inoltre non esser vero ciò che in questo libro ho detto, seguendo le opinioni altrui, che si sbassò il rilievo de’ conii per riparar alla frode delle monete foderate. Il gusto di batter le monete poco alte di rilievo si osserva cominciato in Roma mentre era ancor repubblica e nelle medaglie etrusche di Capua e di qualche convicino luogo, ed osservasi del pari usato nelle monete d’argento e in quelle di rame. Ed appunto tralle consolari, che sono di poco alto rilievo, s’incontra il maggior numero di foderate; mentre nelle rilevatissime monete e assai piú grosse d’argento di Sicilia, d’Atene e d’altri luoghi, non s’incontra niuna moneta foderata, come niuna se n’è trovata mai d’oro foderata. Grandissimo argomento che ciò non provenisse da’ falsatori. Né è minore argomento il vedersi per cinque secoli e piú nella sola repubblica romana e nelle colonie italo-greche copia grandissima di monete foderate, senza che né gli storici parlino di esse come d’una calamitá, né s’incontrino leggi fatte per ripararla.

XXIII

(p. 171, r. 13)

Monsignor Diego Vidania spagnuolo, uomo di sano giudizio, di coraggiosissimo animo e di vasta letteratura, esercitò con gloria la carica di cappellan maggiore tra noi, finché nel 1733, avendo oltrepassata l’etá centenaria, se ne dismise, poco prima di morire, cedendola a monsignor Galiani, arcivescovo di Taranto, mio zio. Il Vidania avea per lunghissimi anni, prima di passare a Napoli, esercitata in Ispagna la carica d’inquisitore. Confessava ingenuamente al suo segretario don Giacomo Taccone che in tanti e tanti anni, di quante inquisizioni sulle stregonerie, sortilegi, incantesimi, apparizioni avea fatte egli o i suoi compagni, [p. 338 modifica] o ne’ registri di quel tribunale esisteva memoria di altre piú antiche fattesi, in niuna mai si era imbattuto, che non si fosse alla fine scoperta essere o impostura o volontaria illusione. Solo, tra tanta vanitá di cose, erasi imbattuto in due secreti chimici di altissima importanza. L’uno era quello d’una pasta, la quale cingendola ad un ferro anche della grandezza di quei che sogliono usarsi ne’ cancelli de’ carcerati, e premendola indi e ritenendola sotto il calor della mano, nello spazio di cinque o sei ore ammolliva il ferro a segno che si poteva torcere e piegare meglio che se si fosse fatto infocare; e ciò, senza che cosí potenti droghe nuocessero alla salute dell’uomo, che le teneva chiuse dentro la mano. Riflettendo egli d’essere tutta la sicurezza della vita e de’ beni d’ogni uomo consegnata al ferro e su questo metallo unicamente riposarsi, risolvè seppellir nell’oblio cosí terribile segreto, né volle mai comunicarne a veruno la composizione. L’altro segreto consisteva in questa pasta, che io descrivo. Di esso fu men rigido custode, e comunicollo al Taccone, il quale mi mostrò una moneta d’un grosso scudo di Spagna, dal quale, osservandolo anche con diligenza, nulla pareva che mancasse e nessun tratto della impressione compariva smussato; e pure se gli vedeva accanto la sottilissima foglia d’argento, che coll’applicazione della pasta se n’era staccata, la quale, solo scandagliandola col peso, si sarebbe scoperto mancare alla moneta. Fu don Giacomo Taccone uomo di probitá non inferiore alla dottrina e al buon senno. Morì nel 1761, paroco della real chiesa del Castelnuovo. Da lui. che fu mio amicissimo, mi fu fatto tutto il precedente racconto, e volle anch’egli, con egual virtú, nascondere ad ognuno, finché visse, e lasciar perdere quest’altro pericoloso segreto; e mi lusingo che sia infatti restato ignotissimo, giacché in tutto il corso della mia vita non ne ho inteso mai piú da altri favellare.

XXIV

(p. 230, rr. 18-9)

Avvertasi che, se fu da me asserito in questa pagina che non piú d’un milione e mezzo di ducati in rame circolassero nel Regno nell’anno 1750, io lo feci perché, come nella susseguente pagina 231 ben chiaramente spiegai, mi premeva, per non fallarne [p. 339 modifica] la conseguenza, tenermi di sotto assai del vero. Veggo con piacere ora che nello scorso anno da’ credenzieri di cittá assistenti alla zecca fu asserito al sovrano che ve ne fosse fino alla somma di tre milioni e trecentomila ducati. Come abbiano essi calcolato con esattezza questo che asseriscono, non mi è noto. Comprendo bene che potevano con faciltá (in virtú della loro carica e della libertá che hanno di poter consultar i registri e gli archivi loro) saper fino all’ultima esattezza quanta in vari tempi se ne sia battuta, ma quanta poi ne sia la distrutta, dispersa, andata via, non si può se non per congetture sapere. Ad ogni modo, io credo che sia piú vera la quantitá asserita da’ credenzieri che quella da me di sotto al vero, per non sbagliare, presupposta. Lo stesso posso dire della quantitá dell’argento e dell’oro circolante tra noi. Inoltre, come nella nota decimaquinta ho di sopra avvertito, è sommamente e quasi del doppio cresciuta la quantitá dell’oro e dell’argento nel Regno, ed io non dubiterei asserire che vi siano attualmente piú di otto milioni di ducati d’argento e piú di venti milioni d’oro.

XXV

(p. 247. r. 12 sgg.)

Sará facile ai lettori ravvisare in questa breve sentenza, non dico il germe, ma anzi l’ultima analisi e la conclusione di quanto fu da me a lungo disteso e disputato venti anni dopo in que’ Dialogues sur le commerce des blés, pubblicati in Parigi nel 1769, che ebbero tante lodi e tante confutazioni, e forse del pari ambedue poco meritate. Abbagliò dunque l’illustre mio amico l’abate Morellet, allorché, in una delle confutazioni da lui scritta, credè scorgere contraddizione tra questo mio libro della Moneta e quello, e convincermi cosí, applicando al commercio d’esportazione quanto io generalmente e sempre ho detto in favore della libertá. Mai non è stata mia opinione che si dovesse assolutamente vietare o frastornare il commercio d’esportazione de’ grani. Ho solo detto, e sieguo a dirlo, doversi sospirare e desiderare quel momento, in cui, per la cresciuta popolazione e non per lo divieto d’inopportune leggi, una nazione non è piú in istato di farlo; ed aggiungo doversi dal principe piuttosto sagrificare questo commercio all’aumento della popolazione che non questa a quello. [p. 340 modifica] A sí felice stato giá mi pare il Regno di Puglia pervenuto, o ben poco manca. La Sicilia può e deve continuare la sua libera esportazione, finché non ritorni a quella stupenda -popolazione, che sotto i Dionigi e gli Ieroni ebbe e che non ha mai di poi ricuperata.

XXVI

(p. 248, r. 9 sgg.)

Il Regno, se fusse deserto d’abitatori, non valerebbe nulla. Vale adunque in ragion degli abitatori che ha. Sono questi in oggi circa 4.500.000. Valuto il consumo d’ogni individuo, tra uomini e bambini, in termine medio, a quarantotto ducati l’anno, ragguagliando il piú caro vivere della capitale col piú vile delle province. Valuto l’interesse del denaro a piú del 4 e 3/4 per 100, ragguagliando la capitale, ov’è di sotto questo limite, colle province, dove il denaro è tra ’l cinque ed il sei per cento, ed anche talor dippiú, quando è stranissimo. Sicché la valuta in capitale d’ogni individuo è di mille ducati, ed il Regno viene a valere quattromilacinquecento milioni. Il frutto di questo capitale è (alla ragion di sopra accennata) duecentosedici milioni, e questa è la valuta annua di tutti i prodotti mobili e degli stabili del Regno. Ma quasi la metá di questa somma non ha bisogno d’esser rappresentata col contante, venendo consumata dagli stessi proprietari o data in baratto ed in luogo di contante. Rimangono adunque da circa centoventi milioni, che hanno da rappresentarsi con moneta; e, siccome è sicuro essere la quantitá della moneta nostra attuale incirca di trenta milioni, vede ognuno che, col solo girar ragguagliatamente quattro o cinque volte in un anno, basta a muover il tutto. Ed ecco perché il Regno nostro apparisce abbondante d’ogni classe di monete. Ognuno mi concederá che io mi sono apposto sempre di sotto, non mai di sopra al vero. Sicché non si troverá che io abbia dato un eccedente valore ad ogni uomo del Regno, valutandolo come un capitale di 1200 ducati. Se, malgrado questo che ho detto, io sembrerò soverchio oscuro a taluno, egli è perché lo spazio d’una nota non mi concede d’esser diffuso; e, se io volessi esserlo, farei quel libro, che non ho voglia né ragione di fare. [p. 341 modifica]

XXVII

(p. 249. r. 29 Sgg.)

Faceva questo discorso allusione alle ricerche dal signor don Bartolommeo Intieri non inutilmente fatte in molti anni per ritrovare una miglior maniera di trebbiare il grano nella Puglia, dove la scarsezza degli abitatori e la grandezza delle ricolte non fa trovar gente bastante a batterlo con bastoni. Varie macchine furono da lui ingegnosamente imaginate per risparmiare in tutto l’uso delle giumente; ma in pratica riuscivano di diffícile esecuzione. Finalmente si fissò in una, la quale non toglieva interamente il bisogno delle giumente, ma ne diminuiva ad esse la mortale fatica; e questa cominciata ad usarsi dal signor don Filippo Celentano, gentiluomo di Manfredonia, ebbe felice successo. Ma la morte di lui e quella dell’Intieri, indi a poco seguita, la nostra incuria e naturale pigrizia, la durezza de’ cervelli de’ contadini, diffícilissimi a smuoversi dal sempre usato, han fatta andare in disuso questa pratica imaginata dall’Intieri, a segno che io credo far cosa utile alla posteritá il conservarne la memoria. Forse non sono lontani tempi piú industriosi, ne’ quali ne tornerá l’uso.

Voleva l’Intieri che, quando è giá l’aia tutta coperta de’ covoni (che noi diciamo «gregne»), invece di farvi entrar subito le cavalle a trebbiargli, vi si facesse passar sopra in giro per due o tre ore una macchina di legno, simile in tutto a quella che nell’architettura militare è chiamata «cavallo di Frisia», se non che le aste di legno erano piú lunghe e molto piú sottili. Veniva questa tirata lentamente da un bue, e serviva a far la prima ricalzatura de’ fasci, o sian covoni de’ grani, togliendo alle giumente la maggiore delle fatiche, quale è quella di entrar dentro alle spighe intere, dove affondano fino alla pancia, e, non giugnendo a trovar il duro del terreno sotto l’unghia, nuotano quasi sull’aia del grano. Ma, trovando l’aia, mediante il giro fattovi dalla suddetta macchina, giá sbassata assai ed eguagliata, con brevissima carriera se ne sbrigavano. Così, risparmiando le prime ore della mattina, nelle quali stan piú umidi gli steli, e son perciò piú difficili a rompersi, avendo maggior riposo e piú tempo da pascolare, le giumente soffrivano meno, e, bastandone un minor numero, non era forzoso far entrar nell’aia anche le gravide o [p. 342 modifica] le di fresco partorite e lattanti, con tanta distruzione de’ poliedri, che proviene nelle gravide dagli aborti, nelle lattanti dal latte riscaldato e malsano, che poi danno ai loro allievi.

XXVIII

(p. 256, r. 21 sgg.)

Veramente questa nostra prammatica fu dettata piú da ragioni politiche che da misure economiche per lo bene dello Stato. Era questo Regno, nell’anno precedente, passato sotto la dominazione alemanna colla conquista fattane dal conte di Martinitz. Si voleva obbligare il pontefice a dar l’investitura; ma, siccome ardeva ancora la guerra universale, il papa, piú saggio pontefice che ardito profeta, non sapendone preveder l’esito, temporeggiava. Si volle scuoterlo, spaventarlo, minacciarlo. Si attaccarono varie brighe giurisdizionali, e si fece questa prammatica, che fu una specie di dichiarazion di guerra a quel principe, a cui non si conviene far guerra. Ma a me pare che, ad ogni modo, non fu decente far una legge impossibile ad eseguire; e, fattala, non è stato bene il non rivocarla in tutto. Sará questa legge, finché si sosterrá, sempre causa che il cambio tra Roma e Napoli si scosterá dal naturale piú che non converrebbe; ed il cambio in cui sia gran distanza dal pari, anche quando è vantaggioso ai nostri mercanti, non torna mai in bene universale dello Stato.

XXIX

(p. 260, r. 5 sgg.)

Verso i principi del secolo decimosettimo, quando le piaghe del Regno di Napoli, cominciate un secolo innanzi e lentamente cresciute sempre, giunsero ad incrudelirsi, divenne grandissima la confusione e il disordine nelle monete e nei cambi. Questa, che dovea unicamente riguardarsí come effetto de’ mali, per cagion de’ quali si travasava tutta la nostra moneta in altri domini, fu riguardata dagli ignoranti della scienza politica ed economica (ignoranza in cui vivevano anche gli uomini in quel tempo piú gravi e piú celebrati) come causa di essi, e cercata medicare con moltissimi regolamenti e prammatiche tutte erronee, che, invece [p. 343 modifica] di ripararlo, accrebbero il male. Sarebbe opera degna di persona amante di questi nobili studi il raccogliere e di nuovo con rischiaramenti e note pubblicare gli scritti allora comparsi su queste materie, de’ quali oggi è interamente perduta la memoria; ed io ho ben piú volte pensato di farlo, se avessi avuto ozio bastante. E tanto piú volentieri l’avrei intrapreso, quantocché, siccome niuna cosa è piú atta a rallegrar gli animi umani quanto la memoria delle calamitá passate, così, scorgendosi da questi scritti quale fusse il duro e miserabile stato del Regno allora, crescerebbe il consuolo e il giubilo dello stato presente. Ma, giacché lo spazio di una nota non mi concede di piú diftusamente ragionarne, voglio almeno indicare i titoli di questi scrittori, affinché in altri si accenda la voglia di tornargli a pubblicare.

Il piú considerabile di essi fu Giovan Donato Turbolo, maestro della zecca di Napoli, il quale nel 1616, presso Tarquinio Longo, pubblicò un Discorso della differenza e inegualitá delle monete del Regno di Napoli colle altre monete di potentati convicini, e della causa della penuria di esse, con l’espediente dell’aggiustamento ed abbondanza sì delle monete di Regno come di forastiere per beneficio pubblico, e dedicollo al marchese di San Giuliano, luogotenente della Camera. Lo stesso, nel 1623, pubblicò un altro breve discorso indrizzato al viceré, col titolo: Massime necessarie sopra le quali si deve fondare le risoluzioni ed ordini per la provisione alli disordini correnti di monete, cambi e banchi, acciò li negozi e contrattazioni s’incaminano alla lor giusta, conveniente ed ordinaria regola. Finalmente, nel 1629, pubblicò un volumetto in quarto, contenente un Discorso sopra le monete del Regno di Napoli per la renovazione della lega di esse monete ordinata ed eseguita nell’anno 1622, e degli effetti da quella preceduti; e se il cambio alto per estraRegno sia d’utile o danno de’ regnicoli. Sussieguono a questo discorso tre relazioni: la prima delle diverse qualitá di monete nostre battute dall’anno 1442 fino al 1628; la seconda della quantitá, qualitá e valore delle monete d’oro e d’argento liberate nella zecca dall’anno 1599 fino al 1628; la terza delle monete d’oro nostre, liberate dal 1538 fino al 1628, ed il ragguaglio di esse colle monete d’oro d’altri potentati. Termina il libro con quattro discorsi: due dati in luce nell’anno 1618, ad istanza dell’avvocato fiscale Fabio Capece Galeota, per la rivocazione della prammatica pubblicata in quell’anno, che ordinò il pagamento de’ cambi in moneta forestiera; due altri, [p. 344 modifica] pubblicati nel 1619 e 1620 e dedicati alla Giunta de’ banchi e della zecca, riguardanti anche la materia delle monete. Di queste opere non solo non si trova fatta menzione dal Toppi e dal Nicodemi, ma anzi non è a me noto ove esistano altri esemplari, oltre a quello ch’io posseggo. Fu il Turbolo oscurissimo nel suo stile, e trattò la materia piú da maestro di zecca che da filosofo legislatore; ma non lasciò d’inculcare molte veritá, che o non si vollero intendere, o furono disadattamente e quasi a rovescio messe in pratica, e forse non per imperizia, ma perché, i veri mali nascendo da cause allora impossibili a medicare, si cercava occultargli agli occhi della moltitudine.

Avea scritto sulla stessa materia del disordine delle monete e de’ cambi, poco innanzi al Turbolo, Marcantonio de Santis: ma a me non è riuscito incontrare l’opera di costui, per quante ricerche ne abbia fatte; e mi sarebbe ignota, se non la trovassi indicata da chi lo confutò. Fu costui il dottor Antonio Serra cosentino, il quale nel 1613, presso Lazzaro Scorrigio, pubblicò un Breve trattato delle cause che possono far abbondare li regni d’oro e d’argento, dove non sono miniere, coll’applicazione al Regno di Napoli, diviso in tre parti. Chiunque leggerá questo trattato resterá sicuramente sorpreso ed ammirato in vedere quanto, in un secolo di totale ignoranza della scienza economica, avesse il suo autore chiare e giuste le idee della materia di cui scrisse e quanto sanamente giudicasse delle cause de’ nostri mali e de’ soli rimedi efficaci. Altro non ritiene dell’infelicitá del suo secolo, fuorché lo stile secco, sterile, oscuro e in tutto simile agli scolastici e a’ consulenti e repetenti legisti, usando molte divisioni e suddivisioni, distinzioni, articoli, paragrafi, che allungano talvolta tediosamente il discorso. Malgrado questo difetto, io non dubiterò di collocarlo nel grado del primo e piú antico scrittore della scienza politicoeconomica e di concedere alla Calabria anche questo finora ignoto vanto d’esserne stata la produttrice. Ma tale è il nostro fato, che non possiamo rammentar una gloria senza incontrarvi accanto qualche ragion d’arrossire. Quest’uomo, che io ardisco comparare al Melun de’ francesi e, in questa parte, al Locke degli inglesi, ma che gli supera ambedue per aver vivuto tanto tempo prima ed in un secolo di tenebre e di errori nella scienza economica; quest’uomo, di cosí perspicace intelletto, di cosí sano giudizio, fu disprezzato mentre visse ed è rimasto dopo morto dimenticato, una col libro suo. Niuno l’ha mai citato; e forse il solo esemplare [p. 345 modifica] che ne possedeva Bartolommeo Intieri, e a me donollo, se n’è salvato dall'obblio. Ma v’è di peggio. Dedica il Serra il suo trattato al conte di Lemos, e lo scrive «dalle carceri della Vicaria». Qual maraviglia che le cose della moneta andassero a precipizio, quando un Antonio Serra languiva in carcere e un Marcantonio de Santis era carico di ricchezze ed era l’oracolo del Collaterale? Che poi avvenisse al Serra mi è ignoto. Certo è che niun consiglio suo fu abbracciato, verificandosi in lui un proverbio grazioso e sensato del nostro volgo, che dice tre esser le cose non pregiate in questo mondo: la forza d’un facchino, la bellezza d’una meretrice, il consiglio d’un uomo meschino.

Merita infine che io faccia motto d’uno scrittore, che, quantunque straniero, scrisse su’ mali della nostra moneta. Fu questi il licenciado don Luis Enriques de Fonseca, che era stato amministratore e tesoriere delle rendite reali in Malaga. Di lá passato in questo Regno, stampò qui nel 1681, per Salvator Castaldo, nella sua lingua, un brevissimo Tratado y discurso sobre la moneda de el Reyno de Napoles, su estado y origen de sus danos, y el remedio para su consumo; ed a questo trattato va unito un altro Discurso en orden d que la moneda de vellon se disponga d modo de uso, por el qual sea mejor para los commercios que la moneda de piata. Questo libro mi sarebbe stato ignoto, se la cortesia del signor marchese di Sarno, che lo possiede nella sua vasta e sceltissima libreria, non me lo avesse indicato. Contiene qualche notizia utile alla storia della nostra moneta; ma piú mi ha servito a scoprire che una gran parte de’ pensieri e de’ proggetti del Broggia per introdurre tra noi la moneta di billon eran tolti da questo scrittore, da lui non citato.

XXX

(p. 276, r. 10)

Quantunque tutti gli scrittori, anzi posso dire tutti gli uomini, che vissero in que’ tempi, s’accorgessero dell’errore preso dal Law nell’aver creata una sterminata quantitá di biglietti, che furono la mina della sua banca e poco mancò che non lo fossero della Francia istessa; io non ho trovato finora scrittor veruno, che dica quali fossero le cause dell’abbaglio di questo ingegno grandissimo, [p. 346 modifica] e molto meno chi dica quale dovea essere la prefissa quantitá de’ biglietti di banco da crearsi per non errare. Voglio adunque io dirne brevemente qui la mia opinione, restringendola per quanto potrò nei confini di una nota. Il contróleur Law dovea non dimenticar mai che l’oggetto solo, a cui si dirigeva la banca da lui stabilita, era stato quello di ristorare quel regno e farvi rientrar tutta la moneta, che le calamitá delle guerre ne avean fatta uscire, e cosí riparare a quel languore, in cui le manifatture ed il commercio eran caduti dal trovarsi lo Stato in certo modo dissanguato. Or dunque, a scioglier il problema di quante azioni dovea essere il fondo della banca, era facile la via. Dovea calcolarsi (e non era difficile) quanta era stata la moneta della Francia nel 1698, epoca della maggiore auge sua: supponiamola di cinquecento milioni di lire. Calcolarsi indi quanta ne potesse esser uscita: supponiamone trecento milioni. Dunque la banca, che con biglietti, vale a dir moneta di carta, s’impegna a far comparir come esistente la moneta uscita, bastava che fosse di trecento milioni di lire; giacché, avvenendo che, col riposo della pace, colle industrie ed il commercio rinvigorito, ritornasse l’antica quantitá di moneta, questa avrebbe servito ad estinguere i biglietti. Ma, perché non solo poteva negli anni di prosperitá rientrar la travasata quantitá di moneta, ma ben anche accrescersi ed oltrepassare quella che eravi nel 1698, poteva il Law con sicurezza estendere il numero de’ biglietti fino a quattrocento milioni. Quindici anni di pace doveano essere bastanti al pieno ristoro. In questo tempo dovea adunque operarsi il rimborzo di tutti i biglietti e la loro conversione in moneta effettiva, cominciandola a venti milioni l’anno ed accrescendola successivamente. In simil guisa mai non si sarebbero discreditati i biglietti, perché la prospettiva e la certezza di potersi una carta tra breve tempo convertir in moneta ne assicura sempre l’accettazione ed il corso. Dopo i quindici anni, dovea trovarsi abolita in tutto la banca; e, se alcuno credesse che convenga render perpetue e durevoli sí fatte banche, avverta che il continuare ad applicar medicine ad un corpo giá guarito è pessimo consiglio. Il Law abbagliò in questo: che egli credette potersi co’ biglietti estinguer tutti i debiti dello Stato, e quindi ne creò a proporzione della massa di tutto il debito della corona di Francia. Errore gravissimo e non perdonabile a sí grand’uomo; perché una cosa non ha che fare nulla coll’altra; perché non è né utile né eseguibile l’estinguere tutti i debiti dello Stato; perché infine, quando ciò si [p. 347 modifica] potesse, la giustizia richiede che si faccia con moneta reale, e non con l’impostura d’una carta, che non rappresenta nulla di effettivo esistente e nulla di probabile nell’avvenire.

XXXI

(p. 279, r. 30)

L’odio del presidente di Montesquieu verso ogni governo assoluto traspare in tutti i suoi scritti, sebbene egli abbia cercato mascherarlo mutando senso alle voci piú usitate, e chiamando «monarchia» un governo misto e quasi repubblicano, quale egli voleva che fosse, ma non qual era la Francia, e dando i nomi di «dispotismo» e di «tirannia» alle attuali monarchie. Moltiplica contro le monarchie le imputazioni quanto può, e ne tace i pregi. Confonde le colpe de’ regnanti col vizio intrinseco delle forme monarchiche, e da caso particolare sempre vuol trarre massima generale. Invasati dal suo spirito, altri parlamentari hanno condotto in pochi anni quell’antico e necessario corpo alla totale ruina; e cosí il libro Dello spirito delle leggi ha causato quel maggior danno che potesse alla Francia, al bene della quale pareva scritto e destinato. Tanto è vero che chi scrive delle arti del governo ha da parlare delle cose come esse sono, non come egli vorrebbe che fossero.

XXXII

(p. 281, r. 20)

Era questi l’avvocato don Carlo Franchi, morto poi nel decembre del 1769, con fama d’esser stato tra noi il più illustre avvocato dell’etá sua. Fu invero uomo di bellissimo ingegno, dotato di facondia naturale nel dire e nello scrivere, ornato di varia e scelta erudizione, e, per compirne l’elogio, seppe di legge quanto basta, sicché potette conservar la mente non turbata dalle sofisticherie e stiracchiature e chiare le idee del giusto e dell’ingiusto. «Habuitque, quod est difficillimum, in iuris sapientia modum». Pubblicò egli nel 1747 due allegazioni in difesa di Gaspare Starace, cassiere del banco dello Spirito santo, accusato di grossa frode nel peso degli zecchini, ed in queste discorse a lungo delle monete e de’ nostri banchi. [p. 348 modifica]

XXXIII

(p. 284, r. 8)

Delle cause grandi d’intoppo, per cui, dopo un rapido cominciamento, si è visto forzosamente rallentarsi tra noi il corso del progresso e del ristoramento dell'agricoltura, ne furono in questo libro da me indicate due, cioè il disequilibrio del peso che cade sulle province in confronto di quello che è messo sulla capitale, e l’impossibilitá di mettere a piena cultura un’immensa quantitá di terreni o demaniali o feudali, imbarazzati da’ dritti e servitú comunali. Non voglio terminare queste note senz’aver detta la terza delle cause maggiori. In quella giovane etá, in cui composi questo libro, non la ravvisava io ancora. Il tempo e l’esperienza me l’han fatta conoscere, e non voglio tacerla, anche a rischio di non poterla a moltissimi persuadere. Io conto tralle maggiori cause di danno il sistema della dogana di Foggia: sistema, che al volgo sembra sacro e prezioso, perché rende quattrocentomila ducati al re; al saggio sembra assurdo, appunto perché vede raccogliersi solo quattrocentomila ducati da una estensione di suolo, che ne potrebbe dar due milioni; abitarsi da centomila persone una provincia, che ne potrebbe alimentare e far ricche e felici trecentomila; preferirsi le terre inculte alle culte, l’alimento delle bestie a quello dell’uomo, la vita errante alla fissa, le pagliaie alle case, le ingiurie delle stagioni al coperto delle stalle; e tenersi infine un genere d’industria campestre, che non ha esempio d’altro somigliante nella culta Europa, ne ha solo nella deserta Africa e nella barbara Tartaria.

XXXIV

(p. 295, r. 12)

Quando io pubblicai questi miei pensieri sulla giustizia e sull’ingiustizia del frutto del denaro, m’aspettavo incontrar grandi opposizioni e censure dalla parte de’ moralisti di qualche partito, e per contrario lodi ed approvazioni da quei che tenessero la mia opinione. Ma, con mia meraviglia, niuna lode e niun rimprovero me ne avvenne: onde conobbi che, a voler piacere agli scolastici, [p. 349 modifica] non solo conviene unirsi ad essi ne’ sentimenti, ma conviene usare ancora la stessa spezie di argomenti, e tratti dagli stessi fonti, che essi usano; e perciò qualunque veritá delle scuole, che da taluno sará dimostrata col calcolo mattematico, gli offusca, gli nausea e fa loro dispiacere. Io però credo aver (checché gli scolastici siano per dirne) data qui l’equazione generale della giustizia di tutt’i contratti, che si riduce sempre a questo: che qualunque cosa fa variar la ragione del comodo relativamente a noi, deve far variare la somma della cosa equivalente, che in cambio ci si ha da dare.

XXXV

(p. 306, r. 4)

Alludono queste parole al libro del Broggia, giá piú volte citato, a quello del marchese Belloni sul commercio e ad altri non pochi, scritti da persone dedite alla mercatura, i quali tutti ragionavano del profitto del cambio come di cosa importantissima allo Stato: opinione sciocca e degna solo di uomini che vorrebbero impegnar lo sforzo de’ sovrani nelle loro piccole speculazioni e meschini profitti. Il guadagno sul cambio, che quattro o cinque case di negozianti in tutto un gran regno fanno, benché per essi sia una considerabile ricchezza, è un nulla rispetto allo Stato, al quale tornerebbe piú conto incoraggire la piú meschina tralle manifatture ed aver l’esportazione delle spille, per esempio, e de’ sacchi di tela grossa che tutt’i cambi meglio specolati. Solo importa al governo osservar lo stato del cambio, per arguire lo stato della sanitá politica d’un corpo misto, che dal cambio, come dal polso ne’ corpi umani, è sempre fedelmente indicato.

Aggiunzione alle note IX e XVIII

Riccardo da San Germano nella sua Cronica rapporta che nel decembre dell’anno 1231 furono battuti gli augustali d’oro nelle zecche di Brindisi e di Messina, e al susseguente anno rapporta che fu dato loro il valore della quarta parte d’un’oncia. Così poi han ripetuto gli scrittori nostri, come l’Afflitto, comentando la costituzione «Quicumque mulierem», il Summonte, il Vergava, e infine tutti. Nella stessa opinione era io, allorché fu stampata la nota [p. 350 modifica] nona. Ma, natomi qualche dubbio nell’animo, ho voluto scandagliare esattamente il peso d’un augustale, giacché molti ne esistono ne’ musei de’ curiosi, e molti mi sono imbattuto a vederne ritrovati sotterra. Per l’esame ho prescelto uno di perfetta conservazione, che nel suo dovizioso museo possiede monsignor Calefati, vescovo di Potenza, uomo di scelta dottrina, di virtuoso animo, di dolci costumi e mio singolare amico; ed ho trovato che questa moneta pesa per appunto sei trappesi, o sia la quinta parte d’un’oncia, ha pochissima lega, ma, essendo lega d’argento e non di rame, ne rende l’oro pallido e scolorito. Da questo scandaglio mi sono indotto a credere esservi errore nella Cronica di Riccardo; e tanto piú me ne persuado, quantocché è noto esserne scorrettissimo e forse anche viziato il testo, a segno che anche nella data dell’anno si legge l’anno «1222», laddove si avrebbe a leggere «1232». Il testo scorretto di Riccardo ha indotto tutti gli altri in errore. L’Afflitto vi aggiunse un anacronismo, dicendo essere stato valutato l’augustale quindici carlini, non badando che i carlini cominciarono a battersi verso il 1266. Le monete d’argento di Federico secondo chiamavansi «tarini», voce portata a noi dalla Sicilia e che ancora ci resta. Intanto non ho dubitato di corrigere l’errore nella nota decimottava, e dire che l’augustale era la quinta parte dell’oncia, non parendomi possibile che l’imperador Federico avesse voluto dare ad esso un valor estrinseco cosí esorbitante e valutarlo per la quarta, allorché non pesava piú della quinta parte dell’oncia; né, se l’avesse fatto, sarebbesi per lungo tempo potuta sostenere contro all’evidenza una sí falsa valutazione.



  1. Breve cronica dal 2 giugno 1543 a 23 maggio 1547 di Geronimo de Spenis da Frattamaggiore, pubbl. da B. Capasso, in Arch. stor. nap., ii, 511-51. I brani che seguono sono stati corretti sul testo dato dal Capasso [Ed.].