Filli di Sciro – Discorsi e appendice/Filli di Sciro/Atto primo

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Atto primo

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Filli di Sciro Filli di Sciro - Atto secondo
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ATTO PRIMO

SCENA I

Melisso, Sireno.

          Mel.Ecco l’alba: odi l’aura,
          ch’è la squilla del cielo, ond’ei richiama
          in sul mattin gli addormentati augelli
          a riverir ne l’orïente il sole.
          Ma chi vide giammai dal gremb’oscuro
          di sí torbida notte
          nascer sí bell’aurora?
          Mira come vezzosa,
          furando al ciel le stelle,
          empie di fior la terra.
          Oh be’ campi fioriti !
          non sembran questi fiori
          stelle appunto del ciel discese in terra?
          Sir.Parmi un sogno, Melisso. Ecco pur dianzi
          imperversava il mondo, era travolto
          fra le nuvole il mar, fra l’onde il cielo;
          s’udian da’ nembi i tuoni
          scoccar fremendo orribile tempesta:
          splendeva ad ora ad ora
          di fiera luce il ciel, e già facendo
          a lume di baleno
          pompa dei suoi furori:
          parean soffiando i venti
          fin da l’alte radici

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          tutta smover la terra:
          piover già non parea, parean superbi,
          quasi sdegnando omai rive terrene,
          correr per l’aria i fiumi.
          Ed ora fu ch’i’ dissi: — Oimè, cad’egli
          dal cielo in terra il mare? —
          E, se vo’ dir il vero,
          io non ardia stamane
          d’uscir da la capanna:
          temea l’orror dei tempestati campi,
          temea di riveder qui svelti i fiori,
          colà trite le biade,
          quinci i rami sfrondati,
          indi i tronchi abbattuti,
          e d’ogn’ intorno sparsi
          gl’ infelici trofei de le battaglie
          che fa contra la terra il ciel guerriero:
          là dove poi riveggio
          infin degli arboscelli
          culte le verdi chiome.
          Fronda non è che, scossa dal suo ramo,
          languisca appiè del tronco.
          Ogni valle, ogni piaggia, ogni campagna,
          carca più che mai fusse
          veggio d’erbe e di fior lieta e ridente
          dei favori del cielo insuperbire.
          Oh meraviglie! addunque
          fien l'ingiurie del cielo
          favori de la terra?
          le tempeste del ciel seme dei campi?
          Mel.Siren, dagli usi eterni
          senza prodigio mai non esce il cielo:
          egli è 'l vero maestro
          de le future cose;
          i suoi lumi, i suoi giri han voce e parlano.
          Se folgora, se tuona,

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          cosí balbo talor con noi ragiona.
          Forse col van terrore
          de la passata notte,
          a cui succede, fuori
          d’ogni speranza umana,
          sì felice mattin, vuole additarci,
          dopo breve tempesta
          di temuto dolore, il bel sereno
          d’improvisa letizia.
          Sir. E fia chi ’l creda?
          Ah se tai cure il ciel di noi prendesse,
          anzi ch’oggi spiegar i suoi be’ raggi,
          staria fra l’onde il sol, per non vedere
          i nostri, oimè, pur troppo certi affanni!
          Or non sai tu ch’è giunto
          a questo lido Oronte,
          il regio esecutore,
          l’esecutor de le miserie nostre?
          Mel.Io non so nulla: appena
          nel tramontar del sol giunsi iersera,
          con la mia figlia Clori,
          da l’isola sacrata, ove n’andammo,
          come tu sai, su la stagion primiera;
          e poi ch’io sono abitator di Sciro,
          ove tre volte ho già veduto i campi,
          biondi la state, incanutire il verno,
          uom tal non ci fu mai, che mi rimembri.
          Sir.Ei qui non vien ch’ad ogni terzo lustro,
          ma lasciaci di sé memoria eterna.
          O Melisso, Melisso,
          pria che per l’aria bruna
          veggi stasera andar nottole e strigi
          stridendo, udrai ridir sin da’ fanciulli
          l’alto dolor di Sciro.
          Ma io vo’ gir, ché si dee gir per tempo
          a venerar il tempio.

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     Mel.Il tempio è chiuso ancora, e non è lungi:
     possiamo dimorare in questo luogo
     di spazioso e lucido orizonte,
     mentre co’ raggi d’oro
     pennelleggiando il sole
     del ciel l’argento indora,
     per far de l’alba aurora:
     e fia l’ora ch’appunto il sacerdote
     ne l’aprirsi del ciel de’ aprire il tempio:
     e qui diraimi intanto
     chi sia costui, e di qua’ mali, e donde
     in queste rive apportator sen vegna.
     Deh fa’ che sappia anch’io
     le comuni sciagure,
     e non voler ch’io solo,
     piangendo ognun, non pianga!
     Sir.Dirolti; e udrai, Melisso,
     in duo brevi sospir lunghi dolori.
     Già sai che quando il gran signor de’ traci...
     Mel.Oh da nome crudel principio infausto!
     Sir.Gí soggiogando al suo barbaro impero
     le ville e le cittadi
     qui d’intorno a l’Egeo,
     fiero tributo impose,
     non di tondute lane,
     non di lanose gregge,
     non di cornuti armenti,
     non d’oro, non di gemme,
     parto vil di natura,
     ma de’ propri figliuoli,
     caro dono del cielo,
     di teneri bambini,
     che sian fra 'l secondo anno e 'l primo lustro,
     l’empio signore il fier tributo impose.
     Mel.Già sollo.
     Sir. Or costui dunque

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ATTO PRIMO
ad ogni terzo lustro
rimanda un capitano
a tٍr da questi lidi
i pargoletti servi,
o d’uno o d’altro luogo,
o diece, o cento, o mille,
si come avvien che più di gente abbondi.
Ma da questa infelice
isoletta di Sciro,
grande sol per gli affanni,
venti e venti ne prende:
quei che, fra mille in prima
da la sua mano eletti,
sceglie la sorte poi fra lor cadendo,
quella sorte crudel che fece, appunto
or compie il terzo lustro,
sovra d’ogni altro addolorato padre
Ormino e me dolenti,
(forza è pur ch’ad ogni ora
piangendo i’la rimembri!);
allor, dico io, che pur lo stesso Oronte
a me Filli rapi, Tirsi ad Ormino,
e ad entrambo il core. Oh me infelice !
Mel.Dunque né pur a’ figli
d’Ormino e di Siren, che son pur figli
scesi dal grande Achille,
germi di quegli amori
per cui famosa è Sciro,
non si perdona in Sciro?
Non han dunque risguardo
al real sangue i regi?
Sir.Ah no, che nulla vale
senza scettro real sangue reale.
E chi vuoi tu che scorga
sott’umil tetto, in pastorali spoglie,
fra semplici costumi alma reale?

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Mel.Se non gli uomini, almeno
vo’ che la scorga il cielo;
che ? ciel vede anco ove non splende il sole:
la vede il cielo, e ? ciel fors’anco un giorno
fia ch’a pietà sen muova.
Ma tu dimmi: costui dunque ch’è giunto,
è il capitلn di Tracia? ed egli è trace?
Sir.È trace di Bisanto, e dei più cari
servi del re, per quel ch’io n’udii quando
fu l’altra volta in Sciro, ed è sua cura
l’andar per li tributi.
Ond’al suo ufficio intento,
perché d’un di non varchi il terzo lustro,
termin fatale a rinovar le piaghe,
s’unir con l’onde i venti,
e ne ? portar volando.
Mel.Non più: nuovo pensiero,
nato or or di repente,
mi chiama altrove: è forza
che senza indugio il segua.
Sir.Va’pur felice a tuo piacere; anch’io
dal tempio andrٍ là, dove
sotto le tende al mar alloggia Oronte,
per intender se viva
giunse Fillide almeno a l’altra riva.
SCENA II
Clori, Melisso.
Clori.Celia, Celia!—Ma quinci
ned appar, né risponde.
Mel.O Clori, o figlia!
Clori.Ahi lassa! e dove, o padre,
si frettoloso e mesto?

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ATTO PRIMO
Mel.A te men vegno.
Clori.A me cosi turbato?
oimè, per qual cagione?
che sciagura m’apporti?
Mel.Gente di Tracia in Sciro: a questo lido
co’ tuoi nemici la tua morte arriva:
sai ben se quel tiranno
la tua morte desia.
Clori.Ahi lassa! O Tirsi,
o Tirsi, anima mia!
Mel.Ma, figlia, non temere... Anzi pur temi,
temi pur e paventa,
che guardia più sicura
non ha la vita tua che la paura.
Or vedi ch’è in tua man la tua salute.
È pur leggiera impresa
al cor d’una fanciulla aver paura.
Clori.T’inganni: a me cotanto
già non concede il cielo: egli non vuole
ch’osi pur di temere.
Ah, s’io non so se Tirsi
o sia vivo o sia morto,
non so s’io deggia aver de la mia morte
o temenza o desire. O Tirsi, o Tirsi,
mille fiate in vano
s’io ti chiamai, quest’una a si grand’uopo
deh mi rispondi almen: sei vivo o morto?
se’ vivo o morto, o Tirsi?
ove degg’ io seguirti ?
fra l’ombre o fra i viventi?
Mel.Ecco la pazzarella
sul vaneggiar d’amore.
E’ ti par che la morte
abbia ceffo amoroso, onde se’ vaga
d’amoreggiar con la tua morte a fronte?
Clori.Ahi che, se morto è’1 mio bel Tirsi, bella

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anco è per me la morte!
Ma se tu forse, o padre,
per soverchia pietà del mio dolore
la sua morte m’ascondi,
del tuo pietoso inganno
fin qui ti doni il ciel, non so s’io dica
o mercede o perdono.
Ma poich’ora la strada
per la mano de’ traci
apre si larga a la mia morte il fato,
abbia pur fine omai
cotesto mal per me pietoso inganno.
Se Tirsi è giunto a morte,
colà certo m’aspetta;
ed or che qui mi scorge
cosi vicina al varco,
eccol (parmi ch’io ? veggia)
mi vien incontro: e mentre
ei porge a me la mano,
sarà ch’io volga a lui le spalle? Ahi lassa!
Mel.Or con questi sospiri
finirلn le tue favole?
Vive, vive il tuo Tirsi.
Oh tu se’ discredente !
Per lo ciel, per la terra
mille volte il giurai, ned anco il credi?
Ei vive, dico, e viva
al tuo amor, al tuo sposo, a la tua vita
la tua vita riserba.
Clori.Ed è pur vero? e fia ch’io ? creda? vive,
vive dunque il mio Tirsi? ah verrà mai
quel di ch’io lo riveggia?
Mel. Verrà, se tu l’aspetti.
Clori.E quando fia giammai?
Mel.Tosto non vedi
se ? ciel, che i di rimena,

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ATTO PRIMO
lassù girando a suo poter s’affretta.
Ma lascia ch’a lor tempo
partoriscano i fati,
e non voler che faccia,
per immatura morte,
la tua fortuna aborto.
Clori.Dunque che debb’io far? dove? in che guisa
dalla mano de’ traci
fia scampo a la mia vita?
Già temp e tremo.
Mel.(Or le ha pur insegnato
la speranza a temere.)
Clori.Vuoi tu che per li campi,
in selva, in grotta o in altra
vie più remota parte i’ mi nasconda?
Mel.Ma quai fia mai cosi remota parte,
ove, mentre persegue armenti o fere,
non ponga mano il trace?
Sola bella fanciulla in luoghi ascosti
non è sicura, ove s’aggira il trace.
Clori.Vuoi ch’a lo scoglio io varchi?
Quivi certo non fia ch’armento o fèra
i traci ingordi alletti.
Io andrٍ: e se non trovo
pronta barchetta al lido,
ancor che ? mar, poco anzi
turbato, anco non posi,
pur io v’andrٍ nuotando.
Mel.Or cotesto è già fatto
troppo ardito timore.
Nuotando, una fanciulla
d’irato mar premere il dorso all’onde,
ir nuotando a lo scoglio?
Ma né pur anco in barca.
Tutta di gente è piena
la spiaggia; il capitano
II

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lunghesso ? lido alberga.
Clori.Né fia dunque per me luogo al mio scampo?
Mel.Io colà verso il mare,
con gli ami e con le reti
quasi intento a pescare, andrٍ dei traci
gli andamenti spiando.
Con più certo consiglio
in breve a te rivegno.
Clori.Ed io, misera, intanto?
Mel.Tu qui d’intorno in luogo aperto aspetta, .
ch’or se’ sicura; e mentre a te ritorno,
lascia a me tutto ? peso
del tuo ti mor, né far ch’altri ti scorga
timida e fuggitiva.
Se vengon ninfe a l’ombra,
e tu fra loro in schiera
ridi, scherza, ragiona,
perché fra l’altre in torma
se ti veggono i traci,
sarai men conosciuta.
Ma da quegli occhi tuoi non so qual luce,
che ’n altrui non si vede,
troppo viva risplende; a tanto lume
non potrai star nascosa.
Fa’ che quasi per vezzo
sparso intorno a la fronte il crin disciolto
le tue belle sembianze
vada in parte adombrando:
tanto parrai men dessa,
quanto parrai men bella.
Clori.Ecco non pur il crine,
ma ? velo ancor disciolto.
Oimè, son troppo inculta!
Mel.Né se’ perٍ men bella.
Or il più fido schermo
ne l’accorto parlar tutto è riposto.
Sai ben come apprendesti

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fin da bambina a favellar, quand’altri
del tuo stato chiedesse.
Clori.Io ? so.
Mel.Veggiamo
se ten rimembra. Attendi:
com’è’l tuo nome?
Clori.Clori.
Mel.Onde se’ tu?
Clori.Di Smirna.
Mel.Figlia di cui?
Clori.D’Armilla e di Melisse
Mel.Tirsi?
Clori.Non so chi sia.
Mel.Filli?
Clori.Non la conosco.
Mel.Tracia?
Clori.Mai non la vidi.
Mel.Appunto, appunto
cosi convien che parli :
e non fallar, s’hai pur la vita a grado.—
Non è già chi n’ascolti?
Vien dal bosco una ninfa.
Clori.Oh! ella è Celia, quella
ch’ha meco a parte il cor, quella che dianzi
smarrita i’ già cercando.
Mel.Or con lei ti dimora.
SCENA III
Clori, Celia.
Clori.O dolcissima Celia,
a pena colsi un fior, che ti perdei.
Ma dove e gli occhi e ? piede
si turbata ravvolgi?
sdegni ch’io ti riveggia?

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Deh che nuovi portenti!
Sul mio primo apparir a le tue case
tu m’accogliesti appena
con un cotal sorriso,
a cui non rispondea per gli occhi il core.
Poscia ne l’abbracciarmi
con le braccia cadenti
non mi stringesti al seno, e da l’estremo
de le gelate labbra
parve cader, non iscoccare il bacio.
Indi con fioca voce
non so se pur dicesti:
— Ben vegna Clori ! —
Io non t’udii già dir, come solevi
mentre pur ti fui cara:
— Cloride, vita mia! —
Poi ti sei data a gir d’intorno errando
torbida e lagrimosa:
io ti seguo, e tu fuggí:
io ti parlo, e tu taci :
io ti miro, e tu piangi.
Si m’odii forse? o ingrata,
e che fee’io perché tu deggi odiarmi?
anzi che non fee’ io
perché tu deggi amarmi? or siam noi desse?
se’ tu Celia ed io Clori?
Celia.(O dolor che m’uccidi,
deh lasciami sol quanto
or a costei risponda,
e ? mio dolore e la mia morte asconda!)
Clori.Cosi dunque, o scortese,
nieghi a me quelle voci,
quelle che spargi al vento?
a cui fia più ch’io parli,
se tu non mi rispondi?
che fia (lassa!) di me, se tu, che sola

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ATTO PRIMO
raddolcisci talora i miei tormenti,
se’ tu che mi tormenti? Oimè, che questo
è forse ancor de l’alta mia sventura
qualche fero prodigio!
Vuoi forse il ciel che sieno
le mie lagrime eterne, or s’ei mi toglie
chi talor le rasciuga.
Celia.Ahi, Clori, vita mia!
Clori.Quel «vita mia»
tratto è di bocca a forza;
non l’ha mandato il core, io ? riconosco.
Celia.(Or simuli chi puٍ, che la mia lingua
non sa disdire al core.)
Odi, Clori (né dico
Cloride vita mia,
perché tu mi se’ cara,
e la mia vita amara):
non son più Celia, è vero;
ma, qual ch’io sia, me stessa e non altrui
ho pur in odio e fuggo.
Ecco fin dove lece
che di me si ragioni.
Tu lascia omai ch’i’vada
per li secreti orrori
de le romite selve,
ove fra l’ombre oscure
me stessa i’ non riveggia.
Clori.Oimè! che nuova stella
contra te nata in cielo
a tal dolor ti mena?
Ch’io ti lasci? Non mai,
finch’io non oda almeno
di sí fero dolor l’alta cagione.
Ma che fia mai che turbi,
fuor d’amorosi impacci,
il tuo felice stato?

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i6
FILLI DI SCIRO
Udii pur mille volte
cantar dalle più sagge:
« Non sa che sia dolore
chi non conosce amore».
Che sarà dunque? avrai
(mira grandi sciagure!)
fra l’altre ninfe in qualche di solenne
o saettato o dardeggiato ili vano?
avrai forse perduto
quel bell’arco d’avorio,
ch’io non tei veggio al fianco? ovver è morto
(ma questo si che fora
l’estremo dei dolori) il tuo bel capro?
Celia.E fu ben egli almeno
cagion de la mia morte;
per lui rimasi io preda
d’Euritone centauro,
principio orrendo, oimè, del mio martoro!
Clori.Tu preda di centauri? e come? e quando?
Deh si nuova fortuna
non mi tacere almeno.
Celia.Te la dirٍ: ma d’altro
non mi richieder poscia.
Clori.Com’a te pare.
Celia.Or odi :
E quand’io t’avrٍ detto
come rapita fui, vo’ ben che sola
tu mi rilasci allora.
Clori.Deh segui omai!
Celia.Quel giorno
che tu, per gir a le solenni feste
de la gran Madre a l’isola sacrata,
venisti a le mie case a tٍr congedo,
io per frenar il pianto,
quasi presaga, oimè, ch’a maggior uopo
sparger poi ne do vea,

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ATTO PRIMO I7
mi diedi a solazzar con quel mio capro
che già tutte solea
consolar le mie pene,
mentre io non ebbi inconsolabil pena.
Questa fera gentile, ? ’? sua sembianza
la mia crudel fortuna, in mille guise
co’ suoi scherzi mi trasse infin al lido,
là ’ve si presso al bosco il mar s’avanza,
che va l’ombra a nuotar, vien l’onda a l’ombra.
Or quivi mentre i’ colgo
le vergate conchiglie
per intrecciarne un bel col laro al capro,
eccomi dietro un trito calpestio
di corrente animale;
e volgo gli occhi appena,
ch’a le spalle mi veggio
non so se uomo o fera,
che nel furor del corso
le più minute arene
co’ pie mi sparse al volto.
Quinci gli occhi serrando,
senza veder da cui,
sento, lassa, rapirmi.
Volli gridar, ma non ardi la voce
d’uscir, che per timore
fuggí tacita al core.
Ond’ io, già quasi morta,
non prima in me rivenni,
che mi vidi portata in mezzo al bosco;
vidimi fatta, oimè, d’orribil mostro
inevitabil preda:
mi vidi (e tremo a rimembrarlo) in braccio
a quel centauro, a quello
che potrai ben (se tanto
avrai di cor negli occhi),
veder tu stessa al tempio.
G. BoNARELLi, Filli di Sciro. a

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i8
FILLI DI SCIRO
Clori.Ah che solo in udir mi raccapriccio!
Celia.Quivi ad un forte cerro
stretta legommi, e rinforzٍ i suo’ lacci
con la mia lunga chioma. Oh chioma ingrata,
oh mal nudrita chioma!
Poscia venne il crudele
a prendermi da piede ambe le gonne,
e tutte in una scossa
fin da capo squarciolle.
Or pensa tu s’allora
si fé’ per onta il mio pallor vermiglio!
Io, che, mirando ? ciel, con alte strida
chiedea là suso aita,
abbassai gli occhi a terra, e mi parea
con le palpebre chine
sotto gli occhi coprir l’ignude membra.
Ma poscia ch’io m’avvidi
de l’empio suo talento,
sospirando ver lui: — Eccomi, dissi,
a le tue brame acconcia: or vien, satolla
la scelerata fame. —
Clori.E perché dunque
cosi infelice priego?
Celia.Acciocché, divorata,
nel ventre ingordo almen fussi coperta.
Clori.E credi che i centauri
manuchin le fanciulle?
Celia.Nerea noi crede, e se ne rise allora
che ciٍ le raccontai.
Ma di’, perché voleami
aver legata e ignuda,
se non per trangugiarmi a suo bell’agio,
cosi viva e guizzante a membro a membro?
Onde già mi venia
a braccia aperte incontro,
già mi ghermiva al seno:

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ATTO PRIMO
quand’ecco duo pastori
quivi apparir correndo.
Clori.Or teco anch’io respiro!
Ma chi fur quei felici
dal ciel pietoso al tuo soccorso eletti?
Celia.Aminta di Sireno, il cacciatore,
e Niso, un forastiero
cui non conosci. Ahi lassa!
Clori.Ancor tu ne sospiri.
Celia.Ed ho ben onde.
Clori.Ma come quivi in si remota parte
condusse la fortuna
duo pastori ad un punto?
Celia.Era Aminta a la valle, ov’egli stava
presso ai lacci in agguato:
era Niso a la spiaggia, ov’in quell’ora
da lontane contrade
l’avea gittato il mare.
Ma, tratti a le mie strida,
fur quivi ambo ad un tempo. In arrivando,
scoccٍ l’un l’arco, e l’altro avventٍ M dardo;
né l’un né l’altro invano; onde il centauro,
leggermente ferito
a l’omero sinistro, al braccio destro,
poco sangue versٍ, molta ira accolse.
Qui s’appiccٍ tra loro
sanguinosa battaglia, ov’il superbo,
sdegnando che duo soli e già feriti
giovanetti pastor potesser tanto
regger al suo furore,
per far l’ultimo colpo, ond’ei credea
d’uccider ambo a un tratto,
alta l’asta vibrando,
arbor, ch’ebbe di me forse pietade,
fra gl’intricati rami
a lui di man la trasse. Allor, sentendo

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2O
FILLI 01 SCIRO
la man senz’arme e senza core il core,
tosto e’ fu volto in fuga.
E mentre inverso ? monte si rinselva,
ecco la sua fortuna infra que’ lacci,
che tesi avea per grosse fiere Aminta,
a traboccar nel mena.
Clori.E cosí resta
nobile preda il predator superbo.
Celia.Seguivanlo i pastori;
ma poco indi lontan caddero a terra,
versando per le piaghe,
ond’erano ambidue feriti a morte,
un torrente di sangue,
ch’a’ piedi miei sen corse,
me£saggiero mortai, chiedendo aita.
Gran cosa, o Clori, udrai, ned è menzogna.
Io per pietà si forte allor mi scossi,
che i forti lacci infransi:
fransi que’ lacci allora
per la pietà d’altrui, che per me stessa
ben mille volte in prima
tentato avea di rallentare in vano.
Quando sciolta mi vidi,
per poco non mi diedi a correr nuda.
E mira strano affetto...
Clori.Ma che dicesti ancor, che non sia strano?
Celia.Giunta fra i duo giacenti
semivivi pastor, quand’io dovrei
da le ferite almeno
raccor co’ veli il sangue,
or l’uno or l’altro i’ miro,
ver l’un, ver l’altro i* movo;
bramo pur d’aiutar ambo ad un tempo,
e nullo aiuto intanto,
non sapendo a cui dar l’aiuto in prima.
Al fin pur cominciai; né so da cui,
perocché, mentre a l’uno

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porgea la mano aita,
correva a l’altro il core,
ned io sapea con qual mi fussi intanto.
Clori.E che facesti al fin?
Celia.Quant’io potea.
E nulla omai potea.
Ma gli urli spaventosi, ond’il centauro,
fremendo contro il ciel, fea tra que’ lacci
tutta da lungi rimbombar la valle,
trasser ninfe e pastori in quella parte;
ove poich’ebber visto
duo sommersi nel sangue, una nel pianto,
tosto portaro ambo i feriti a casa
del buon vecchio Siren, padre d’Aminta.
Clori.E vivon ei? son risanati ancora?
Celia.Ciٍ non so dir.
Clori.Ma come?
curi dunque si poco
la vita di color che per tuo scampo
la vita non curar? Se’ ben ingrata !
Celia.Clori, non più: fia l’ora
del dovuto silenzio.
Dissi quanto chiedevi.
Or vado. — Oimè, che veggio?
Clori.Che vide là costei? per onde volse
cosi repente in altra parte il piede? —
O Celia, egli è un pastore, e sembra Aminta.
SCENA IV
Aminta.
Lodato il cielo, io torno
a ricalcar i campi,
a respirar a l’aura,
a rivedere il sole!

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Santi numi del ciel, se quando umile
a voi porsi i miei prieghi,
a queste membra esangui
vostro favor die vita,
date anco spirto a l’alma,
ora ch’io vo devoto
per adorare il sole e sciorre il voto.
I’ vo per adorare
il sol? Ma, lasso, e dove
è l’idolo del sole?
G vo per sciorre il voto
al sol, perché son vivo:
ma dov’è la mia vita?
Io non ti veggio, o Celia; e tu pur sei
la vita del mio core,
tu l’idolo del sole.
Ove se’? ove se’? ove t’ascondi?
Celia, folgor del cielo
venisti in un baleno
a ferire e sparire.
Tu mi fuggisti allor eh1 io non potea
trar da la morte il piede: or in qual parte
n’andrai ch’io non ti segua?
Per le più scure selve,
per le più cupe valli
godrٍ pur di seguire, ancorché ’n vano,
del leggiadretto pie l’orme fugaci;
godrٍ di gir lambendo
là ’ve tu poni il piede;
conoscerollo ai fiori,
ove saran più folti;
godrٍ di sugger l’aria
che bacia il tuo bel volto;
conoscerollo a l’aure,
ove saran più dolci ;
godrٍ d’ir vagheggiando

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ne le vermiglie rose,
nei candidi ligustri,
ne le dorate spiche,
nel sole e ne le stelle
le tue sembianze belle.
Ma, stolto! in van raggiro
gli occhi al cielo, a la terra:
veggio ben gigli e rose, e veggio il sole,
ma Celia non appare,
e senza lei non veggio
né colorati i fiori,
né rilucente il sole.
Oh di viva beltade
troppo morte sembianze,
troppo inculto pittore!
Vieni tu, Celia, vieni:
tu sola puoi compire,
tu sola a te simile, il mio desire. —
Odo io fischiar da lungi? È Niso, è desso;
e’ viene a la mia traccia.
A tuo bell’agio, o Niso; io qui t’aspetto.
Caro Niso! non puote
far senza me brevissima dimora.
Né fia che, mentre in Sciro
costui farà soggiorno, il veggian mai
lungi dal fianco mio le stelle ? ? sole.
Or che farٍ? come potrٍ celargli
i miei giri amorosi?
Si, si, vien, Niso, vien, segui il sentiere.
Io son novello amante,
ei seppe amar fin da fanciullo, e porta
in giovanetto sen canuti amori.
Meglio è ch’io me gli scopra:
saprà forse anco dar col suo consiglio
qualche aita al mio male.
Ma fia ch’Aminta, Aminta il cacciatore,

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il nemico d’Amore,
or si discopra amante?
Mi vergogno, i’ non oso.
Farٍ come dicea
la maestra d’amore: scoprirٍgli
l’amore e non l’amante: andrٍ mostrando
il foco del mio amor ne l’altrui seno.
SCENA V
Aminta, Niso.
Amin.Ove, o Niso?
Niso.Ad Aminta.
Ma dove Aminta senza Niso?
Amin.Al tempio.
Ma non già senza Niso; ora io v’andava
a trattar con Narete
del nostro voto, e poscia
per te sarei tornato.
Niso.Verrٍ teco; ma lascia
che qui respiri alquanto; io son già stanco.
È sanata la piaga,
ma non è fermo il piede;
ei trema, e treman gli occhi,
e par che male il cor d’ambo si fidi.
Amin.Che meraviglia? Appena abbiam lasciate
quell’oziose piume,
in cui mentre feriti
ambo giacemmo al buio,
l’innamorata luna
gí per tre volte a farsi bella al sole.
Niso.E pur tu si leggiero
givi traendo or per la piaggia il fianco,
che mal potean seguire

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il tuo passo i miei sguardi.
Amin.O Niso, una dolcezza,
che spirar novamente
parean la terra e ? cielo,
lusingandomi il core,
poteo ingannarmi il piede,
che senza toccar terra
quinci mi già portando.
Niso.Vedrai che qualche boschereccio nume
è venuto a portar pe’campi in braccio
il fanciullin d’Aminta!
Amin.Non rider, no, ch’e’ fu ben forse un nume
del cielo, e non de’ boschi, un nume alato
che fa volar altrui senz’aver ali.
(Troppo avanti mi scopro.)
Niso.Qualche beffa gentile
or contr’Amor s’ordisce.
O beffardo d’Amore,
non ischerzar d’Amore:
non è fanciul da scherzar seco Amore.
Amin.M’ingiuri a torto; i’ non son tale, o tale
non m’hai tu scorto almeno.
Niso.Io no: ma non fu già ninfa o pastore,
ov’io giacea ferito,
che parlando di te non mi narrasse
cotesta tua d’amor selvatichezza.
E mi diceano appunto
che tu d’amor non parli
se non rampogni e beffi, e ch’indi altero,
quasi da’ suoi dispregi
tu le tue glorie attenda,
ovunque altro pastore
in quercia annosa o in giovinetta scorza
fece scrivendo le sue fiamme eterne,
e tu quivi il tuo nome incidi e ? fregi
d’un titolo inumano:

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«. Aminta il cacciatore,
il nimico d’Amore ».
E vuoi far de l’amante?
Amin.Ciٍ non dich’io: ma sarei forse il primo
tra’ nemici d’Amor, cui vinca Amore?
Niso.Voglialo il cielo! Oh s’io vedessi un giorno
fra nostre schiere Amore
trarsi legato Aminta!
Ardirei forse allora
d’aprir avanti agli occhi tuoi la piaga
che chiusa il cor mi rode;
ov’or non oso appena
mover pur un sospir, che tu mi veggia.
Oh quanti i1 ne rimando
fin da le labbra al core! E se pur quindi
alcun ne scoppia a forza,
temo che tu ten rida,
e meco Amor s’adiri
ch’avanti a’ suoi nemici
dei suoi tesori io sparga.
Amin.Niso, t’inganni; anch’io
so degli altrui sospiri
aver omai pietade.
Cosi deh sapess’ io
porger aita a chi d’amor sospira!
Fors’anco egli vivrebbe
un pastorel, che è già condotto a morte.
Ma tu, cui noto è per lung’arte amore,
odi il suo caso, e mira
se per la costui vita
fia nel regno d’Amor consiglio o scampo.
Niso.Io nel regno d’Amore
altro non so che l’arte
de lo stillare il pianto
a la fiamma del core.
Ardere e pianger solo,

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ATTO PRIMO
altro non so d’Amor. Ma quel pastore
conoscol io ?
Amin.Sí, tu ? conosci, e l’ami
al par de la tua vita.
Niso.E la sua ninfa?
Amin.La più leggiadra e bella
che ne’ campi di Sciro,
spiegando il crine al vento,
tenda le reti a l’alme.
Ma di lei poscia: io voglio
che del misero amante
odi l’istoria in prima,
dolente si, ma breve,
poiché ’n breve ora ei fu condotto a morte.
Fu costui ad Amore
anch’ei ritroso un tempo.
Ma volle il suo destino
ch’un di, per la salute
d’una ninfa gentile,
fusse ferito anch’egli.
Niso.E la cagione?
Amin.Altra volta l’udrai. Or tu m’ascolta.
Colei, fin qui pietosa,
ben mille volte e mille
sopra ? ferito seno
calde lagrime amare
distillava piangendo,
e d’intorno a la piaga
con soavi sospiri
dolcemente soffiando,
come se mormorato
magici incanti avesse,
sen portava il dolore.
Or mentr’ella si dolce
con medica pietade
già curando al pastore

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la ferita del sen, gli ferí ? core.
Allor che lo ’nfelice
senti ? colpo mortai, richiese aita;
ma fatta ella ad un punto
di pietosa crudel, ratto fuggendo,
mai più non la rivide.
Niso.O grazioso Aminta, ed è ben forza
ch’ora fra queste braccia
mille volte io ti baci.
Amin.Che? forse dunque intendi
chi sia ? pastore amante?
Niso.E non vuoi ch’io lo’ntenda,
ancor che tu il suo nome
cosi n’adombri e taccia?
Amin.Dillo tu stesso; io certo,
vergognando per lui, par che non osi.
Niso.Io ? dirٍ; e, se vuoi, ad alta voce
l’andrٍ cantando ancora:
egli è Niso, egli è Niso!
Non arrossir per me, ch’io me ne pregio.
Tu va pur, e disciolto
dagli amorosi lacci
alza superbo il collo:
a me il mio giogo è caro.
Niso è ? pastore amante,
e Celia è, che pietosa
l’ha ferito, e crudele
ora l’ancide e fugge.
Per Celia, oimè, per Celia,
(tu ? sai, non fia ch’io ? nieghi)
per lei sospiro ed ardo.
Amin.Tu per Celia? Mi beffi.
Non farai già ch’io ? creda:
d’altr’esca è l’ardor tuo; ne’ tuoi sospiri
Altro nome risuona.
Niso.E non mi credi?
o pur vuoi con quest’arte,

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per la mia nuova fiamma
ripigliar il mio errore,
schernir la mia ’ncostanza?
S’ho d’altr’esca altro ardore,
d’altr’esca incenerita
cieco ardor senza fiamma
sol mi rimane al core;
e se ne’ miei sospiri
altro nome risuona,
nome senza soggetto,, un’ombra vana,
una spenta beltade, oimè, sospiro.
Or sol di vivo ardor ardo per Celia;
e morrٍ certo, Aminta,
se non m’aiti a ritrovarne aita.
Amin.(Lasso, mi chiede aita,
e si mi fere a morte!
Ma né pur anco il credo.) E come, e quando
ne divenisti amante?
Niso.Mentre colà ferito
i’ giacea quasi estinto,
dal grembo de la morte,
a l’aura dei sospiri,
sotto due crude stelle
(mira infausto natal!) nacque il mio amore.
Amor, figlio di morte,
somiglia la sua madre:
ancide, ed ei non muore;
ond’io morrٍ, né fia
che morto anco non ami.
Amin.(Ad un varco, ad un laccio ed in un tempo
fé’ doppia preda Amore.)
Niso.Ma, benché si t’infinga,
tu ? sai perٍ, che givi
in persona d’altrui di punto in punto
raccontando il mio mal. Non so già come
si fé’ nel mio silenzio altrui palese.
Forse, dormendo, in sogno,

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o vaneggiando a morte, allor che l’alma
suoi divenir più saggia,
narrava per suo scampo il mio dolore?
o pur, di sua fierezza
altera vantatrice,
Celia stessa il ridice?
Tu non di’ nulla, Aminta. Aminta, sembri
isbigottito. Ove se’ tu? non m’odi?
qual si forte pensiero
ti rapisce a te stesso?
Amin.(Arde Niso per Celia, e si non finge.)
Ma di’, s’altro pastore
per Celia ardesse anch’egli,
come ti senti il core?
lasceresti il suo ardore?
Niso.Anzi la vita.
Oimè, tu mi trafiggi !
S’egli è vero, io son morto.
Amin.(Morrٍ ben io più tosto.) Or ti consola:
cosi parlai da scherzo.
Niso.Lascia cotesti scherzi:
son troppo duri, Aminta. Io tei perdono,
perché d’amor non senti.
Amin.Or quant’avrٍ di spirto
vo’ ch’a tuo pro s’adopri.
Ma l’ora è tarda; il sole
già si fa d’alto a riveder le valli.
Andiamo ove Narete
per la pompa del voto
presso ? tempio n’aspetta, e fors’ancora
de lo ’ndugio si duol.
Niso.Va, ch’io ti seguo.
Ma se vuoi pur ch’i1 viva,
il mio soccorso affretta:
che breve tempo vuole
a spirar un che muore.