Giro del mondo del dottor d. Gio. Francesco Gemelli Careri - Vol. II/Libro I/II

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Cap. II

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Libro I - I Libro I - III
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CAPITOLO SECONDO.


Continuazione del viaggio sino a Tauris, con

la descrizione di quella Città, e di

Nakcivan.


PEr non perdere anche la seconda occasione, feci il Sabato 5. caricare i Timballi sul cavallo del servidore, e mi posi frettolosamente in cammino, circa le 21. ore in compagnia del P. F. Domenico; essendo il P. Dalmazio partito la mattina per Sciamaki alla sua Missione, e’l P. Martino rimaso in Erivan. [p. 15 modifica]Facemmo adunque camminare di buon passo i cavalli, per sopraggiungere il Giorgiano, ed altri partiti prima. Cominciò verso un’ora di notte la pioggia, e i baleni soliti dell’Ararath; ed essendo giunti prima delle due alla riva del fiume Gavuri-ciny, che portava molt’acqua, e si dovea passare a guazzo; nè parve miglior consiglio differire il passaggio sino al giorno. Pernottammo quindi nel Casale dello stesso nome, dove erano molti Kurdi, contentandoci d’aver fatte 18. miglia di strada. La picciolezza del Karvanserà obbligò alcuni Turchi, che s’erano accompagnati con noi, a dormir sui suolo all’aria aperta.

Al far del giorno la Domenica 6. passammo il fiume con una guida del paese; perché essendo largo due tiri di schioppo, con difficultà si guada da chi non è pratico. Camminammo poi per paese piano, parte incolto, e parte coltivato, con l’acque, che si tolgono da’ fiumi vicini, per irrigare i grani, e l’altre biade; le quali però han questo grandissimo difetto, che non si conservano più d’un’anno. Facemmo in quel giorno 30. miglia in 11. ore, e la sera albergammo nel Casale di Satarach; dove in vece di dormire, [p. 16 modifica]ciascheduno stiede in guardia delle sue robe, per tema de’ paesani, espertissimi nel mestiere di rubare i viandanti.

Il Lunedi 7. di buon’ora continuammo il viaggio per una valle molto pericolosa per gli ladri. Usciti dalla medesima, dopo 15. miglia passammo a guazzo un’altro profondissimo fiume. Quivi trovammo i Rattar o Guardie delle strade, i quali pretendevano una somma straordinaria da me, e dal P. F. Domenico; onde mi vidi obbligato ad aprirmi il passo colla pistola alle mani. Eglino frattanto non lasciavanoil P. F. Domenico, il quale vedendosi il cavallo trattenuto per la briglia, dimandava l’altra pistola per spaventare il Rattaro; ma all’ultimo vedendo essi la mia risoluzione lo lasciarono, contentandosi d’un’Abassì per testa. Rintanate le Guardie nel loro tugurio, passammo un’altro profondo fiume in un paese ben coltivato; e dopo due altre miglia un’altro fiume detto Arpaci, o Arpasu. Questo, benché sia diviso in tre braccia, è nondimeno molto impetuoso, e vi ci avemmo a perdere. Su gli occhi nostri la corrente trasportò un buon tiro di moschetto una Donna Armena Cattolica a cavallo, col figlio in groppa, ed ella [p. 17 modifica]intrepida non si sbigottì punto; come ne anche un’altra, portata in groppa da un Turco (ponendosi in Persia tre e quattro sopra un cavallo.) Quando cresce più l’acqua per le nevi liquefatte, si passa una lega più sotto. Continuando il cammino per campagne affatto incolte, andammo a pernottare in vicinanza del Karvanserà dì Karaba, dopo aver fatte 30. miglia in 11. ore.

Questa fabbrica era quadrata, e delle più capaci e belle, ch’io avessi vedute. Vi è un’abbondante sorgiva di buone acque, che scaturisce da una pietra tagliata. Dicono gli Armeni, che l’avesse fatta Sem figliuolo di Noè. Per quel che tocca all’impietrirsi quest’acqua nello spazio di dieci mesi, posta in un fosso, fu sogno del Tavernier1; poiché niuno de’ Persiani, o Armeni pratici del luogo seppe dirmene alcuna cosa; non che il Karvanserà fusse stato fabbricato di tai pietre.

Il Martedì 8. dopo 15. m. di strada giugnemmo a 14. ore in Nakcivan; donde partì subito il P. F. Domenico per lo Convento di Abarener, per cui era destinato; temendo fortemente de’ Rattari, che sono grandissimi ladri. Restai adunque io solo bersaglio delle furberie di [p. 18 modifica]costoro; poiché mi dimandarono 20. Abassì per lo cavallo, quando gli Armeni ne pagano due o tre; e a gran fatica gli contentai per nove. Usano più che ad ogni altro tai rigori co’ Franchi, i quali sono astretti a dar loro quello, che vogliono, per non esporsi a qualche affronto; essendo eglino temerarj al sommo, ed insolentissimi. Quindi con verità si può dire, che Nak Civan, a cagion de’ Rattari, sia il più penoso passo della Persia, e come un’altro Arzerum di Turchia.

Nak Civan vogliono alcuni, che sia la Città più antica del Mondo, dicendo, che Noè uscito dall’Arca vi abitasse2; forse perché è lontana solo 30. m. dal Monte Ararath. Dicono di più, che vi fusse sepellito Noè, e confermano la loro opinione coll’etimologia della Città stessa; perocché Nak in lingua Armena significa Nave, e Civan dimora. Che che sia di ciò bastevole testimonianza della sua antichità rendono le reliquie de’ suoi edificj, ridotti al nulla dalle continue guerre; e spezialmente dalla barbarie di Amuratte, il quale ruinolla affatto, non rimanendo vestigio dì bellissime Moschee edificate da’ seguaci di Hali, stimate da’ Turchi immonde: onde avviene, che [p. 19 modifica]ovunque giungono le loro armi, le distruggono; come anche fanno i Persiani delle Turchesche, per una gara di Religione, della quale ragioneremo appresso.

Nella Città moderna non è che una sola strada assai lunga, ma stretta; con un buon Bazar, e quattro ottimi Karvanserà, e ben grandj, per lo comodo di tante Caravane, che necessariamente denno passarvi. Il Borgo è picciolo, con case fatte a somiglianza di grotte. Si vede un grand’edificio di mattoni vicino la Città, alto più di 70. palmi, di figura ottangolare, che termina in modo di aguglia. Per una gran porta s’entra, e si monta per scale a lumaca a due alte Torri, che sono a’ lati, senz’aver comunicazione con l’aguglia. Dicono che sia opera del Tamerlan, quando andò alla conquista di Persia. La Città, e’l paese tutto è governato da un Kan.

Vedendomi in potere di gente così cattiva come i Rattari o guardie (che in dimandando il passo minacciano bastonate) proccurai di fuggire, non che di partire il più presto che potei. Disposi perciò l’istesso giorno di accompagnarmi con un’Inviato Persiano, che passava [p. 20 modifica]in Ispahan, a portare un presente al Re: onde pigliati ad affitto due cavalli, per me e per lo servidore, a cinque Abassì l’uno, feci mossa io solo dalla Città circa le tre ore di notte, per aspettare l’inviato in un determinato luogo. Due miglia lontano, passai sopra un bel ponte di dodici archi un fiume,che si getta nell’Arasse; e poco indi lontano ne unimmo coll’Inviato. Continuammo quindi la strada per paese piano, impedito da molti canali per irrigare i campi; onde le loro acque correvano torbide, e mescolate di loto, siccome l’Arasse medesimo, nel quale entrammo.

Passate 27. miglia in 9. ore riposammo il Mercordì 9. in Zulfa, per passare indi l’Arasse sulla scafa. Zulfa oggidì si può dire affatto disabitata; perché Scia-Abas I. Re di Persia, trasportò tutte le famiglie ad abitare in Zulfa la nuova, nella Provincia di Guilan, ed altrove, per non lasciarle esposte alle continue scorrerie, de’ Turchi: quello nondimeno che ne rimane sotto aride pietre a sinistra dell’Arasse, sa ben conoscere non essere stata Città molto ragguardevole; essendo un mucchio di fango, e di caverne fabbricate sotto terra. I due karvanserà fatti [p. 21 modifica]fabbricare, e con gran spesa, dal Coggìa Nazar Armeno dall’una e l’altra parte del fiume, sono anche rovinati; e intanto v’abitano que’ pochi Armeni, in quanto che un miglio indi lontano v’è un’ottimo, e fertile terreno.

L’Arasse in questo luogo essendo ristretto fra due monti, vedesi poco largo, ma profondo (accresciuto dalle acque di quel fiume, che tre miglia prima passammo a guazzo quattro volte.) Stimano che sia l’istesso con quello, che la Scrittura3, e Mosè chiama Geone, e che nasce dal Paradiso terrestre; poiché trae l’origine dalla medesima montagna, e poco discosto dall’Eufrate; quello scorrendo verso Oriente, e questo quasi ad Occidente. La barca, che serve al passo dell’Arasse è mal fatta, e peggio governata, non avendo che due remi, che la ritengono; ond’è, che venendo all’opposta riva, la rapidità del fiume la porta sempre un tiro di moschetto più in giù di quello che bisogna, e fa di mestieri tirarla poi su con una corda. Vi si paga a’ rematori mezzo Abassì per cavallo; e vi assiste una persona deputata dal Rattar di Nakcivan, il quale dà una carta suggellata in segno d’essersi pagati i dritti delle [p. 22 modifica]Guardie; che se si tralasciasse, gli fariano pagar di nuovo: cotanto è insolente e furbo il Guardiano, non meno di chi lo deputa. V’era anticamente un ponte di pietra, che poi fu abbattuto da’ Re di Persia. Passato l’Arasse camminammo per fertili colline altre 14. m. nello spazio di 4. ore, e pernottammo poi nel karvanserà di Deradus, che per non esser capace di tutti, bisognò dormire all’aria aperta.

Il Giovedì 10. tre ore prima del dì, entrammo in una valle fra due monti, molto frequentata da ladri; fuori della quale usciti, ne andammo per un sterile piano nel karvanserà di Alachì, dopo 15. m. e quattro ore di cammino. L’edificio è di mattoni, ben grande e quadrato, con quattro Torri ne’ quattro angoli. Indi continuando il viaggio dopo 20. m. arrivammo nel Casale di Maranta.

Dicono4 che quivi sia sepellita la moglie di Noè. Il villaggio per altro è grande, o per meglio dire è una selva di case, per gli alberi e giardini fraposti, che impediscono di lontano la veduta delle fangose case. Il suo sito è in un piano ottimo e fertile, tre miglia lungo, e due largo; con molti altri Casali all’intorno. Vi è un famoso, e grande karvanserà con [p. 23 modifica]quattro Torri ne’ quattro angoli, e una bellissima sorgiva della migliore acqua, ch’io abbia gustata fuor d’Italia.

Quattro miglia prima di giungervi, mi erano venuti all’incontro i Rattar, o Guardiani di strada. Di costoro bisogna temere assai più che de’ ladri; imperocchè eglino sotto colore del loro uficio rubano a man salva, essendo armati di nodosi bastoni (arme comuni a’ Nobili, ed ignobili in Persia) a guisa di fuoriusciti: e più che ad ogn’altro fan torto a’ Franchi, da’ quali esiggono quel che vogliono indiscretamente, senza riguardare alla qualità delle mercatanzie; e perché non aprono le balle, tanto si piglieranno per un fardello di cenci, quanto per le migliori gioie dei Mondo. L’ordinario pagamento è di cinque Abassì per cavallo, ma essi non si contentano nè anche di tutta la borsa di un povero viandante.

Il Venerdì 11. prima di giorno ci ponemmo per una strada montuosa. In fine della quale trovammo gli altri Rattar di Schiachit, che prendono un’Abassì per Tambellì. Dopo 10. m. e tre ore di strada, passammo per l’ottimo Karvanserà di Jamghet, anche ben fabbricato di mattoni, con quattro Torri negli angoli, e [p. 24 modifica]capacissimo di centinaja di persone. Fatte altrettante miglia per un piano arenoso, giugnemmo nella Città, o per meglio dire foresta di Sofiana; poiché sono tanti gli alberi, ed ottimi giardini all’intorno, che non si veggono le abitazioni, se non vi si pone il piede dentro. Fermatici due ore nella medesima, dopo aver camminato 18. miglia, e sei ore per una fertile pianura, giugnemmo nella Città di Tauris con un’ora di giorno. Per istrada osservai un colle, dove mi dissero, che nel 1638. stava accampato l’Esercito di Amuratte, venuto all’assedio di questa Città, che poi prese, ed incendiò.

Narrano per raro esemplo della fortezza di animo di Scia-Sofì Re di Persia, ch’egli a tal novella poco o nulla turbato disse: Venga pure innanzi Amuratte, che da sé stesso perirà: e nell’istessoo tempo diede ordine si distornassero tutte le acque all’intorno; non essendovi altri fiumi da Tauris in poi. S’avverò il suo presagio, perché innoltratosi quegli per aride, e sterili campagne, con i 100. mila combattenti, vi perdè buona parte dell’esercito, e fu sforzato con poco onore tornarsi indietro.

Tauris, overo Ecbatana, è situata nella [p. 25 modifica]Provincia di Adirbeitzan (giusta il parlare de’ Persiani) a gr. 33. di longitudine, e 40. di latitudine. Fu già Metropoli dell’Imperio de’ Medi5, ch’ebbe il suo cominciamento 876. anni prima della nascita del Signore. Oggidì non è rimasa che l’ombra del suo antico aplendore; essendo stato lo scopo dell’armi Persiane, e Turchesche, mentre sono stati in guerra quei due Monarchi. Quella, che si vede di presente, è in fine d’una gran pianura, e circondata per tre parti da’ monti nella stessa guisa d’Arzerum; siccome con Erivan ha di comune l’incostanza dell’aria. Il suo circuito è di 30. miglia Italiane, a cagion de’ moltissimi giardini, e piazze che vi sono. Le case sono mal composte di fango, ma i Bazar, e i Karvanserà sono buoni; perché la comodità del suo sito vi attrae infinito numero di negozianti, e Moscoviti, e Tartari, come anche Arabi, Giorgianj, Mingreliani, Indiani, Turchi, Persiani, e di altre nazioni con ogni sorte di mercanzie; particolarmente di sete, che vengono dalla Provincia di Guilan, ed altri luoghi; ond’è che gran quantità di persone sono occupate al lavoro delle medesime. Quantunque il suo giro sia di [p. 26 modifica]30. miglia, ed un Padre Gesuita Francese l’uguagli a Roma, nella Relazione che ne fà; non credo però che vi sia maggior numero di 250. m. abitanti ; sì per gli campi, e giardini, come perché le case sono poco abitate.

Andai Sabato 12. a vedere la Torre di Sciam-Casan, che alcuni vogliono, con poco fondamento, che sia quella di Babel mentovata nella Sacra Scrittura. La fabbrica è di mattoni, 220 de’ miei passi di circuito: il diametro è di 40.passi, e la larghezza delle mura 12.; però da due parti è rovinata. Si monta ad una camera, ch’e nella sommità, per una scala a lumaca di 110. gradini; e le mura di questa camera sono al di fuori scritte di cifre e caratteri. Nel fondo si vede una inferriata, dove dicono i Persiani, che sia sepellito il Fondatore.

Passai poi a vedere l’Atmeidan. Questa è una gran piazza, dove concorre la maggior parte de’ mercanti, ed artefici, perché vi si vende più mercato, che altrove. Il maggior negozio che vi si faccia è di buoni cavalli, ed a buon prezzo, (avendone comprato uno per 90. Abassì, che in Napoli avria valuto 300.) come anche di pelli di zegrino, del quale in [p. 27 modifica]quelle parti si consuma assai; non essendovi persona civile, che non ne abbia gli nivali, e scarpe. Le sanno del cuojo di cavalli, asini, e mule, della parte della groppa solamente.

Essendovi anche la Moschea di Hassan-Bascià, andai a vederla. Questo edificio su fatto dagli Osmanlì, senza risparmiar nè tempo, nè spesa. Si vede nel primo ingresso una facciata d’ingegnoso lavoro di mattoni, con rilievo di marmo lavorato all’uso d’Italia, con fiori, uccelli, e frutta di varie maniere. La porta è tutta di un pezzo di marmo bianco (come quella di Osmanlù) donde s’entra in un chlostro, o cortile quadrato, e poi in una volta a tre ordini, a’ fianchi della Moschea, senza veruno ornamento. Indi per due picciole porte, fatte nell’estremità, si passa nella Moschea, che hà la facciata con due alte Torri dello stesso lavoro; però le cime delle Torri sono rovinate. Consiste la Moschea in una sola gran cupola, lavorata vagamente dello stesso marmo, con arabeschi di azurro, e di oro; e dipinta leggiadramente in alcune parti di buoni fiori, ed in altre di capricciosi disegni. La nicchia, dove pochi vanno ad orare, è dal lato del Meidan, o piazza, [p. 28 modifica]onde le porte sono solamente da’ lati corrispondenti a’ due chiostri, che vi sono uno per parte ugualmente fabbricati.

La galleria, o loggia superiore della Moschea, è sostenuta dalla cupola in poi, da dodici archi, tre per ogni lato, de’ quali quelli che sono presso alle mentovate porte da Oriente, e da Occidente, sono uguali (essendo quelle da Mezzodì, e Settentrione serrate) e gli altri più grandi. Nella parte superiore di ogni angolo sono come balconi separati, per vedere quello, che vi si fa. A’ lati della nicchia si veggono due belle pietre di marmo trasparente, come alabastro; a sinistra un pulplto, al quale si saglie per 15. gradi; nel pavimento cattive stuoie, perché i Persiani non sanno gran stima di tal Moschea, e la credono impura, per aver servito a’ settatori d’Osmar. Dietro alla medesima dalla parte di Settentrione, vi è un ben grande giardino quadro, con alberi di varie sorti.

Vicino questa Moschea si scorge un’altro edificio, co’ medesimi ornamenti al di fuori, che di presente va in rovina. Lo chiamano luogo dell’acque, perché i Persiani vi lavano i morti. Nella stessa piazza è una Chiesa di Armeni quasi [p. 29 modifica]dirupata, dove dicono, che S. Elena mandò una parte della Croce. In fine del Meidan si vede un gran palagio fabbricato da’ Turchi, mentre vi signoreggiarono. Ogni sera sul tardi s’ode in una loggia del medesimo un vago concerto di trombe, e tamburi.

Circa il mezzo giorno fece la solenne entrata il nuovo Luogotenente del Kam, o Governadore della Città, accompagnato da 500. cavalli, che avea seco condotto; oltre 1500. che gli erano usciti incontro. Ma prima di passare oltre, fie bene dire alcuna cosa dell’altro Luogotenente predecessore, morto poco tempo prima in Tauris; perocchè egli fu sempre mai amicissimo di Cristiani, e spezial Protettore de’ Missionarj Cappuccini Francesi, a’ quali nelle pubbliche adunanze dava luogo al suo lato, con gran dispiacere de’ Sacerdoti Persiani.

Egli si chiamava Sultan - Bigian-Begh figlio del gran Rustan - Kan (detto Spasalar) Gran Generale dell’esercito Persiano, che discacciò gli Osmanlini, o Turchi del paese di Tauris. Il Gran Rustan fu suo Avolo; e Sultan Bigian, che morì Kan d’Erivan suo Zio. La sua famiglia è stata sempre [p. 30 modifica]nella benivoglienza, e grazia del Re; essendo del sangue de’ Principi Georgiani; cadde però dal favore Regio il Bigian, durante il comando dell’Atmat-Dolet, o Gran Visir suo nemico, che lo facea tenere dal Re per pazzo, ed ubbriaco. Costui (ch’è quello, di cui ragioniamo) vedendosi abbattuto dalla fortuna, dopo il governo di Sciamakì, si ritirò in Tauris a menar vita privata con 25. servidori, riponendo tutto il suo sollazzo in vuotar tazze dell’ottimo vino del paese. Or essendo al servigio dei Re Rustan-Kan suo nipote, al presente Generale dell’esercito, e Divan-Bey (cioè capo di tutti i Giudici) e molto avanti nell’affetto del suo Signore, fugli un giorno da questi detto, che gli dimandasse qualche grazia. Rispose egli modestamente, che gli bastava l’onore, e’l pane, che gli dava giornalmente; ma replicando il Re, che dimandasse pure qualche grazia, disse: poiché cosi comanda la M. Vostra, non la supplico d’altro, se non che riponga la mia casa nell’istesso onore, in cui era in tempo del Gran Rustan mio Avo. Interrogollo il Re se aveva alcun parente per fargli del bene. Rispose Rustan, che vi era suo Zio [p. 31 modifica]Sultan-Bigian-Begh: e volendo il Re sapere dove dimorava; disse, che in Tauris mangiava quel pane, che gli rimaneva la bontà di Sua Maestà. Soggiunse il Re: quel pazzo di tuo Zio Sultan Begh? Non è altrimente pazzo (repilcò Rustan) ma i nostri nemici l’han tale rappresentato a Vostra Maestà, la quale se si compiacerà di farlo venire in sua presenza, conoscerà quanto sia lontano dal vero quel che ha creduto sin’ora. Bene (diss il Re) fatelo venire. Sire (ripigliò l’altro) l’abbiam chiamato più volte, e giammai non ha voluto partirsi; onde senza un vostro spezial comandamento, nè anche ora verrà. Volontieri io farò, e mandarovvi un figlio d’un Kan a condurlo: disse il Re. Non ha Sire beni (rispose Rustan) per fare un presente ad un’Inviato di Vostra Maestà; e perciò basterà, che se gli mandi il comandamento in iscritto per un corriere. In fatti nel mese di Marzo 1692. si mandarono tre Corrieri con l’ordine Regio; all’arrivo de’ quali trovandosi egli bevendo, vuotò una tazza alla salute del Re, ponendosi la Regia Carta sul capo; e da indi in poi non bevè mai più vino. Giunto che fu in Ispahan si pose nell’Ala-Capì; o Casa di Rifugio, [p. 32 modifica]dove si ritirano tutti i colpevoli; e quelli ancora che sono dal Re chiamati, prima di sapere se per loro male o bene sono venuti alla Corte. Saputo ch’ebbe il Re dal nipote tale arrivo, e come dimorava nella Real casa di Rifugio, ordinò che ne lo facessero uscire, e se gli preparassero buoni appartamenti, perché volea vederlo. Indi a due giorni introdotto il Bigian alla sua udienza, con molta cortesia ricevendolo, dissegli in segno d’affetto: Babà (cioè a dire Avo) sia il ben venuto; e dimandatolo se bevea vino, e rispostogli, che se bene ne avea allegramente bevuto, mentre era stato in Tauris; nulla di manco dopo aver ricevuto il comandamento Reale, ed averne bevuto una tazza alla salute di S. M. non ne avea giamma più gustato. No, disse il Re; e fatto portare del vino, fecelo bere nella sua tazza d’oro; e poi fumare tabacco nel suo Galeone d’oro. Gli diede poscia la carica, che aveva occupata il G. Rustan suo Padre di G. Generale; ma egli generosamente rifiutolla, scusandosi sulla sua vecchiezza: pregando intanto S. M. che se così le fusse in grado, la dasse a Rustan suo nipote, di cui si contentava esser Luogotenente in Tauris (andando col [p. 33 modifica]Generalato sempre accoppiato il Governo di Tauris) ciò che benignamente gli concedette il Re; onde di là a pochi mesi si ritirò al suo governo. E’ vero però che suo nipote non ricevette gli emolumenti, che porta seco la carica di Kan di Tauris; perché il G. Generale non vi và mai, ma si prende solamente una certa somma da’ Luogotenenti, che vi pone: i quali s’approfittano del rimanente. Questa è la vera istoria di Sultan Begh, Principe cotanto ben’affetto a’ Cappuccini Francesi; e spero che a’ Lettori non sia dispiacciuta sì picciola digressione per amor di lui.

Mentre feci dimora in Tauris, albergai co’ PP. Cappuccini: i quali vi hanno una buona Chiesa, e Convento per la liberalità di Mirza-Ibraim, che fu Intendente di quella Provincia, e grande amatore delle scienze: nelle quali egli, e suo figliuolo vollero essere istrutti dal P. Gabriele Chinon allora Guardiano.

La Domenica 13. passando per l’Atmeidan, vidi percuotere leggiermente con una verga i piedi d’un’uomo ligato ad un legno alto: nel quale si tira con le frecce in occasione di feste pubbliche. Osservai poscia alcuni Religiosi Persiani. [p. 34 modifica]Eglino portano un Turbante alla maniera de’ Turchi, con sessa all’intorno, e quel di mezzo aguto, e coperto di drappo rosso.

Dopo desinare mi posi a cavallo, ed andai passeggiando in compagnia di amici per la Città; passammo sopra diversi ponti il fiume Schienkayc, che corre per mezzo Tauris, e porta ottime acque; però alle volte s’ingrossa talmente, che ne inonda buona parte. Osservai molti campi, così per seminarvi, come per varie sorti d’alberi fruttiferi, fra’ quali sono le case. Vi sono per lo mezzo varj sepolcri fabbricati, altri di figura rotonda, ed altri in altre guise, che terminano in Piramidi, coperte d’ottime porcellane turchine e nere al di fuori, vagamente lavorate, anche con caratteri, ed arabeschi. Nel ritorno che fei al Convento, incontrai un’uomo a cavallo con un Turbante alla Turchesca, con pennacchio sulla fronte, ed a’ lati due corna dritte di ottone fisse nel medesimo Turbante, nel cui mezzo s’ergeva un non so che di figura cilindrica coperto di drappo di seta rossa e turchina. Mi dissero ch’era un Giarci, (de’ quali ne sono quattro nella Città) che sono come Capi di birri, e servono [p. 35 modifica]a bandire il prezzo del pane, ed intimar le sentenze del Governadore, o Luogotenente.

Mancandomi il danajo per proseguire il mio viaggio, e pagare il cavallo che avea comprato; un’Armeno Cattolico di Zulfa, detto Malachia, mi prestò ottanta scudi a semplice mia richiesta per rendergli in Ispahan; cortesia, che non avrei trovata in Cristianità.

Lunedì 14. andai a vedere la Casa Reale detta Sciun-evì; credeva di trovar gran fabbriche, ma rimasi ingannato, poiché non era altro il primo appartamento, che tre camere con una lunga galeria, dal piano della quale si entra ne’ giardini. Quivi bisogna essere attento a non calpestare un certo marmo bianco rotondo; poiché tenendolo i Persiani in gran venerazione, come pietra di Mortusale, avrebbe delle bastonate chi v’inciampasse. Vidi ivi due giardini ordinarj con alberi di mandorle, e meliachi, overo bricoccoli (de’ quali grandemente abbonda Tauris) con rose di più sorti. Eravi in uno di essi un picciolo appartamento per prendere il fresco nella State. Data la mancia al Giardiniere, passai a veder meglio la Moschea di Osmanlu, ch’è la più bella [p. 36 modifica]di Tauris: e i Persiani lasciano andarla in ruina, come impura, e di Eretici; essendo stata fabbricata da’ Sunnì Settatori di Omar, com’è detto di sopra. Questa fabbrica è quadrata: e la facciata principale nella gran porta (alla quale si monta per otto gradini) è superbamente lavorata quasi a mosaico di mattoni delicati di color turchino, paonazzo, bianco, e nero; con due alte Torri, che terminano a modo di Turbante, coperte di simil lavoro, ma rilevato. Per dentro tengono le loro scale a lumaca, però la sinistra fu mezza abbattuta da una folgore. La Moschea, al di dentro è ornata di belle dipinture alla Moresca, e di cifre, e lettere Arabiche in oro ed azurro. La porta della Moschea non è che quattro piedi larga, tutta d’un pezzo di pietra bianca trarparente, alta 24. piedi, e larga 12.

La cupola è di 34. passi di diametro, con gli stessi lavori al di dentro, che fanno invidia al pennello, sostenuta da 12. pilastri di marmo dentro, e 16. al di fuori, che sono molto alti, e ciascheduno di sei piedi in quadro, con nicchie dalla parte di fuori per porvi le scarpe, come si costuma da’ Maomettani. All’intorno si vede una balaustrata con porte per passare da una parte all’altra. [p. 37 modifica]Per tre lati si gira all’intorno, perché dal quarto si passa dalla cupola ad un’altra men grande, ma più bella, e dipinta ad oro. Il pavimento è di marmo trasparente, simile a quello della prospettiva: e ne sono anche coperti i pilastri per l’altezza di otto palmi da terra. Il giro interiore di quella cupola è vagamente adorno d’un lavoro a color di violetta, con varie sorti di fiori in oro; e’l pavimento due palmi più basso di quello della prima. Al di fuori la cupola grande è coperta di mattoni verdi con piccioli fiori bianchi; e la seconda di stelle bianche a fondo nero, che rendono vaga la lor veduta. Dentro la Moschea è a sinistra una sedia di noce alta sei gradini, appoggiata al muro della prima cupola: e a destra un’altra dell’istesso legno meglio lavorata. All’intorno è una picciola balaustrata, alla quale si monta per 14. gradini. Dalla parte di Mezzo dì sono due grandi pietre bianche, e trasparenti, che paiono rosse, quando vi passa il raggio solare. Dicono che questa è una spezie d’alabastro, che si fa dalla congelazione d’un’acqua lontana un giorno da Tauris, che posta in un fosso si congela in breve tempo. Si stima grandemente fra quella [p. 38 modifica]Nazione, che la pongono nei sepolcri, e ne fanno vasi, ed altri lavori, presentandola come una rarità in Ispahan; che sia una congelazion d’acqua me l’affermarono tutti concordemcnte: negandomi all’incontro quella del karvanserà di sopra, riferito del Tavernier.

Dall’altra parte della strada all’incontro questa Moschea si vede ancora in piedi la facciata del palagio del G. Prete, o Schec-Iman artificiosamente lavorata dì pietre colorite.

Nel ritorno fui a vedere due Templi di Gentili detti Unà-sciagheret, cioè Maestro e Discepolo. Sono separati l’uno, e l’altro dalla strada: quello della parte sinistra (entrando alla Città) è più picciolo, e quadrato, con due porte grandi, e 30. finestre all’intorno. La Cupola, ch’era rotonda, è caduta. Il Tempio a destra è dello stesso lavoro, ma assai più grande. Dalla gran porta verso l’Atmeidan sono in piedi due smisurati pilastri, che si scorge aver sostenuto altro Tempio congiunto a’ due mentovati. Le facciate sono fatte con lo stesso lavoro, di cui ho ragionato di sopra; però la fabbrica, sebbene molto larga, e di buoni mattoni, è tanto antica, che non [p. 39 modifica]può durar lungamente.

Camminandosi due tiri di moschetto più avanti, si scorge del medesimo lavoro fatta la bella, e gran facciata d’una Moschea, che va in ruina. Entrandosi (saltando per sopra il marmo di Mortosale) si vede un bello e gran giardino con varie sorti di alberi, e fiori; nell’estremità del quale sono alcune grandi fabbriche, che dicono essere state d’un’antico Tempio di pagani, detto Aluscian-taghì. V’erano due porte a’ lati, ed una in fronte. Per le feste pubbliche poi v’è una gran piazza serrata di buone muraglie di mattoni.

Abbracciando il consiglio de’ Padri Cappuccini (che mi tenevano cortesemente per loro ospite) tralasciai la compagnia de’ Persiani, per non essere da essi rubato per lo cammino, o pure da i Rattar; i quali perché non sono pagati da’ Maomettani, prendono piacere fra l’altre insolenze di far spogliare ignudo un franco. A contentar queste guardie qualsivoglia grossa borza non è bastevole, mentre rubano indiscretamente, siccome è detto di sopra; avvegna che in Tauris per essere in Città, non mi avessero tolto che cinque Abassì. Quindi mi posi ad [p. 40 modifica]aspettare per maggior sicurezza qualche compagnia di mercatanti, i quali non sogliono arrischiarsi a viaggiar sprovveduti.

Il Martedì 15. partirono un Gesuita, un Carmelitano Scalzo, ed un’Agostiniano, per gire ad Arzerum dopo essere stati più giorni nel medesimo Convento de’ Padri Cappuccini. Andavano con cavalli propj comprati in Tauris, poiché non se ne trovano d’affitto fuori di Caravana. Questi Padri erano andati prima per Bagadat: e quando erano stati a Karmanica Città su i confini (quattro giornate lontana da Babilonia) il Kam o Bassà non avea voluto lasciargli passare; onde erano stati astretti ritornare indietro in Hamirdan per la strada di Tauris; per potere indi passare in Alep, o in Trabisonda, e poi in Costantinopoli; però furono nel ritorno rubati da’ Rattari e denari, e robe, particolarmente all’Agostiniano Portughese, che perdè ottanta scudi, e fu posto prigione col suo servidore, nè miglior trattamento ebbero gli altri due Padri Francesi.

Egli non si dee in tanto tacere, che nelle vicinanze di Tauris sono buone miniere di sale bianco: che dentro la [p. 41 modifica]Città vi sono ottime, e fresche acque, alle quali si scende tal volta per 50. e 60. gradi; e che vi è la Zecca a simiglianza di Erivan, ove quando io vi fui, si conjavano Abassì.

Per essere il Convento de’ Cappuccini vicino al Meidan, ogni sera al cader del Sole mi percoteva l’orecchio con dispiacevole concerto di tamburi, e trombe, per dare avviso, che ognuno serrasse la sua bottega, e che cominciassero le guardie a scorrere per gli Bazar. Nell’istesso tempo i Mullah gridano da i tetti (non già dalle Torri, come i Turchi) chiamando il popolo alla preghiera. Circa un’ora e mezza di notte poi s’udiva uno sconcertato tamburo, in segno che ogn’uno si ritirasse: e d’allora in poi non si può camminar senza lume, altrimente si va carcerato. Due ore prima del giorno tornava a suonar l’istesso tamburo, per avvertire i padroni delle botteghe, che le guardie già si ritiravano dopo aver girato per gli Bazar tutta la notte, e che ogn’uno guardasse il suo.

Il Mercoledì 16. il P. Giorgio di Vandome Francese, Superiore del Convento, mi condusse la mattina a vedere il Bazar fabbricato con gran spesa da [p. 42 modifica]Mirzà-Sadoc, mentre era Grande, ed Intendente della Provincia di Abdergiam, tutto coperto di mattoni cotti al Sole, ed assai grande. Vicino al medesimo vedemmo un Karvanserà, bagno, e luogo del Caffè fatti fabbricare dall’istesso con smisurato fosso, profondo cinquanta piedi, sessanta lungo, e quaranta largo, per conservare il ghiaccio, che si prende da uno stagno, dove l’acqua tosto si congela. Ivi presso è un gran Collegio per istruire i Giovani Persiani, con Moschea dentro.

Passammo poscia a veder la Moschea, Collegio, Karvanserà, luogo di Caffè, e fosso per la neve, edificati da Mirza Ibraim fratello dì Mirzà Sedoc, che occupò la carica di Mustofi Mumalek, o gran Cancelliere. Alla Moschea si entra per una gran porta, la cui facciata, e cupola son vagamente adorne di mattoni di vari colori, assai ben disposti. Si trova in prima un bello, ma picciolo giardino, in un lato del quale è una picciola, e vaga Moschea con due torricciuole a’ lati assai leggiadramente coperte degli stessi mattoni; all’incontro vedesi un Divan con simiglianti Torri, e un gran fonte d’acqua avanti per renderne deliziosa la dimora; e tutto con l’istesso [p. 43 modifica]ornamento di pietre. Non lungi è un’altra picciola Moschea consistente in una sola cupola, ma adorna della medesima guisa.

Andammo quindi al palagio di Mirzà Taer figlio di Mirzà Ibraim, allora Visir di Abderbegiam (ch’è il più stimato de’ quattro che sono in Persia) in luogo di suo Padre, che andava riscuotcndo le rendite Reali di più Provincie. La fabbrica esteriore era di fango, e di cattiva apparenza; però entrato dentro vidi un bel giardino con varj giuochi d’acqua; adorno di fiori, e di alberi fruttiferi. Indi entrai a veder gli appartamenti di Estate, l’Aram, o appartamento per le donne, e un magnifico Divan, benché non finito, per render Giustizia; tutti vagamente ornati di marmi, e dipinti assai bene alla maniera del paese. Eranvi da’ due lati fisse nel muro quattro lastre assai belle d’un marmo, che s’avvicina all’alabastro, con un gran fonte in mezzo; ammirai molto in questo lavoro la simmetria, e proporzione, che danno i Persiani a’ loro appartamenti, così nelle logge, e finestre, come ne’ tetti, e dipinture. Dall’altra parte del giardino era l’appartamento d’Inverno già finito, con un Divan picciolo, ma [p. 44 modifica]leggiadramente dipinto, e dorato con varj fiori in oro, ed azurro all’arabesca. Vedemmo ancora un’altro picciolo, ma vago giardino con giuochi d’acqua: ed un’altro Divan ben’ornato; allato a cui erano vaghe, e belle camerette, tutte parimente dipinte, e dorate, con alquanti specchi posti nelle mura, l’uno dirimpetto all’altro; come anche un cammino abbellito degl’istessi cristalli, che col riflesso del Sole abbagliavano la vista. Era coperto il suolo di buoni tappeti di Persia: e nelle camere erano fonti di alabastro per ricreare l’occhio; il tutto assai ben disposto dagl’ingegnosi Persiani, secondo il buon gusto dei sudetto Mirzà Taer. Questo istesso ha fatto fabbricare un’assai buono Karvanserà nel Meidan, che perciò si chiama Mirzà Taer: ed un’altro dove attualmente si batteva la moneta; amendue grandi, e di ottima fabbrica. Egli tiene altresì un famoso giardino da una parte della Città, donde si viene da Ispahan, con ogni sorte di buone frutta di Europa: ed a’ lati due case di delizia. Presso al suddetto palagio sono gli altri fatti fabbricare da Mirzà Sadoc, e Mirzà Ibraim, l’un suo Zio, e l’altro Padre, che sono veramente magnifici così nelle [p. 45 modifica]fabbriche, come negli ornamenti.

Ritornando per la Zecca, entrai a vedere una ben grande cupola vicino la medesima, che i Persiani dicono Eyssarà. Dentro di quelle erano le più ricche, e preziose mercatanzie della Città. Ivi da presso è la strada degli Orefici, ed Argentieri con belli archi di buoni mattoni, però coperta come tutte le strade, e Bazar d’Oriente.

Il Giovedì 17. passando per la piazza, dove son le forche, osservai una superstizione,o più tosto semplicità delle donne Persiane sterili; perocché le vidi passare tre e quattro volte sotto le forche, mentre attualmente vi stavano appiccati i corpi de’ malfattori; ciò che non avrei creduto prima di vederlo. Giudicano, che il morto corpo possa influire fecondità nel ventre, e far generare figliuoli: siccome tengono per certo, che passando più volte sopra il canale dell’acque, che scorre dal bagno, dove attualmente si lavano gli uomini, prendano la stessa virtù di generare. Io ben credo, che possano esser fecondate nel bagno, ma non sotto le sorche, dove sono i corpi morti.

In vece del rasojo adoprano gli uomini per farsi la barba, e le donne per trarsi i [p. 46 modifica]loro peli, mollette, onde quelli strappano con gran dolore dalle radici, acciò che non nascano così di brieve; perché facendoli cadere con unguento come san le donne Turche, temono che non si renda dura la pelle.

Tre miglia lontano da Tauris è una miniera d’oro; però essendo di più spesa, che guadagno, si è lasciato di cavarvi. Quattro giornate distante dalla medesima ve n’è un’altra di rame, che apporta grande utile all’Erario Regio.

Mentre io attendeva la partenza d’un Ius-Bascì Giorgiano rinegato, che dovea andare alla Corte d’Ispahan; per non stare ozioso il Venerdì 18. andai a cavallo a prendere il fresco, passeggiando fuori della Città accompagnato da un Francese pratico, e ben conosciuto dalle persone di qualità. Quando fummo due miglia avanzati, vedemmo a man destra sopra una montagna un ponte 50. passi lungo con belli archi, di niun uso per lo pubblico, perché colà giammai non vi è stata acqua, ed è impossibile a condurvela. Avendo io dimandato, perché fusse stata fatta tal fabbrica; mi risposero, che un Mullah desideroso d’essere nominato dal Re, lo fece fabbrica; [p. 47 modifica]sapendo, che Scia-Abas primo, Re di Persia, dovendo venire a Tauris, non poteva passare altronde. In fattii venuto il Re, ed avendo richiesto di tal fabbrica inutile; rispose il Mullah, che si trovava vicino: Sire, io l’ho fatta fare, acciò che venendo V. Maestà dimadasse dell’Autore. Altri dicono, che l’avesse fatto fabbricare una Donna.

Innoltrato due miglia, voltando lo sguardo verso Tramontana sopra una montagna vicina alla Città, vidi le rovine di una Moschea, e più sotto una Fortezza e Tempio, distrutti, e lasciati in abbandono da’ Persiani, come fabbricati da’ Turchi; si vede però intero un Monistero su l’orlo del precipizio.

  1. Tavern. liv. 1. pag. 43. chap. 4.
  2. Tavern. to. 1. chap. 4. pag. 43.
  3. Incerti Authoris Asiæ descrip. cap. 18. pag. 184.
  4. Tavern. tom. 1. chap. 4. pag. 43.
  5. Iustin. Epi. tom. histor. lib. 1. pag. 6.