L'Acarne
| Questo testo è completo, ma ancora da rileggere. |
L’ACARNE D’ARISTO-
FANE. COMEDIA. V.
Persone de la comedia.
| Diceopoli, | I vecchi, |
| Coro de gli Acarnesi, | Cefisofone, |
| Megareo, | Beoto, |
| Filasio vilano spattatore, | Precone, |
| Occhio de’l re, | Madre, |
| Euripide, | Le giovani, |
| Nicarco calumniatore, | Famiglio ò Paranimfo, |
| Amfiteo, | Teoro, |
| Figlia, | Lamaco, |
| Calumniatore, | Noncio di Lamaco. |
diceopoli.
Pre. Venite quà inanti, uenite, à ciò che entro faciate il sacrificio.
Pre. Che vuol parlare?
Am. Io.
Pre. Che sei tu?
Am. Amfiteo.
Pre. Non sei huomo?
Am. Non, ma immortale. questo Amfiteo fu figliuol di Cerere, et Trittolemo, et di costui, Celeo: et Celeo tolse moglie Fenarete mia fante, da la quale Licino è nato, da’l quale io. Io son immortale, et à me solo i dei hanno comesso far le triegue à i Lacedemonij: ma io essendo immortale ò huomini non ho da viuere, perceé i Pritanesi non me ne danno.
Pre. I sagittarij.
Am. O Trittolemo, e ò Celeo mi rifutate?
Di. O huomini Pritanesi, iniuriate voi il concilio, scaciando via questo huomo, il quale ne voleua far triegua, e farn’appicare i scuti.
Pre. Sedi e taci.
Pre. Questi sono legati regij.
Di. Di qual rè? però che mi doglio pè legati, pauoni, & tali superbie.
Pre. Taci.
Di. O dio, ò habito Ecbatano.
Leg. Ne ha mandato noi a’l gran rè portandoli per mercede due dragme a’l giorno, sendone Euthimene il signore, e commandandocelo.
Di. Oimè, due dragme?
Leg. Certamente eramo conturbati per i Caistri campi, havendo fallita la via, collegati ne cocchij, e sendo sbigottiti.
Di. Et io ne stava beniβimo, giacendo sopra una stuora in difensione.
Leg. Poi alogiati, bevevamo vino dolce à non più posso con tazze di vetro, et d’oro.
Di. O sassosa citade sentitu il bertegiar de legati?
Pre. I Barbari pensano essere huomini soli quelli, che molto possono mangiare et bevere.
Di. Et noi adolteri, et cinedi.
Leg. Quatro anni fa, che venessimo ne la corte regia, et egli andò a’l cacatoio per pigliare l’essercito, et ricagò per otto mesi ne gli aurei monti.
Di. In quanto tempo poi si chiude il culo?
Leg. In un plenilunio. poi andò a casa, et poi ne diede alogiamento, e ne metteva inanti bovi integri tolti da’l forno.
Leg. Et così per Giove ne puose inanti un magiore, che non è tre Cleonimi, et haveva egli nome Fenace.
Di. L’ingannavi tu portando le dragme?
Leg. Et adesso siamo venuti guidando Pseudartaban, l’occhio diritto de’l Rè.
D. Te becchino i corvi ò legato.
Pre. L’occhio de’l Rè.
D. O Rè Hercole, per i dei ò huomo tu guardi l’arsenale, et volgiti à la sommitade, e vedi la casa de la nave: tu hai il coperchio da basso circa l’occhio.
Pre. Hor su dirai ciascuna cosa, che t’ha commesso il Rè, che dici à gli Atheniesi, ò Pseudersoba, Iartaman, Exarxan, Apissonalatra, intendete quello ch’egli dice?
Di. Per Apolline io nò.
Pre. Egli dice che ’l Rè vi manda de l’oro, dì tu piu apertamente l’oro, Oylepsi Chrisohaunoprocte Ioanau. oime infelice quanto apertamente?
Di. Che dicelo anchora?
Pre. Che à gli Iaoni il culo gli sbadacchia, imperoche aspettano oro da li Barbari.
D. Non, ma egli dice misure dove gli è dentro l’oro.
Pre. Che misure? tu sei superbo ò huomo affatticato.
Pre. Taci, e sedi. il concilio chiama ne’l Pritaneo l’occhio del Rè.
D. Questo non è un strangolare? e io poi ancho voglio combatter quà? la porta non mi hà tenuto di allogiar costoro, ma farò ben qualche facenda. grave e grande. Amfitheo dove è?
Am. Egli è quà.
Di. Piglia queste otto drachme et fà la tregua à i Lacedemonij, à me solo, à li figlioli, et à mia moglie. e voi mandate la legatione e sbadacchiate?
Pre. Lasciate vivere quello Theoro da Sitaleo.
Th. Egli è questo.
Pre. Theoro.
Di. Chiamasi un’altro superbo.
Th. Molto tempo non saressimo stati ne la Tracia.
D. Per Giove nò, se non havesti portato gran mercede.
Di. Poss’io pessimamente morire, se niente cregio di questo.
Th. Et che generation per guerregiare de Traci, adesso ne hà mandato?
Di. Questo horamai è manifesto, e chiaro.
Pre. O Traci, i quali Teoro hà condotto, venite quà.
Di. Qualche male aviene.
Pre. L’essercito d’Odomanti.
D. Di che Odomanti? dimi che cosa è questa? chi streperà il membro de gli Odomanti?
Th. Se alcuno desse due drachme in mercede à costoro, elli fuggiogarian tutta la Beotia.
Di. Due drachme à sti menechioni? il popolo maritimo conservatore de la citade sospirarà. oime misero me, son morto da gli Odomanti, che mi hanno stirpato su l’aglio.
Di. Guardate ò Pritanesi, che cosa patisco io ne la patria. et da gli huomini Barbari, ma io aviso à i Traci che non facino concilio de la mercede. et vi dico, che questo è una piogia fuor di tempo, e una giozza mi ha percosso.
Pre. Che i Traci se partino, e siano presenti a’l nuovo principio, imperoche i Pritanesi finiscono il concilio.
Di. Oime povero, quanto pulmentario hò io perso? questo Amfiteo è da Lacedemone. Dio ti salvi Amfiteo.
Am. Non anchora, nanzi ch’io fuga. bisogna che io fuga da gli Acarnei.
D. Che gli è?
Am. Portandote la tregua son affrettato à venire. Questi
Acharnici vecchij l’hanno odorato, vechij sodi, fiancosi, duri, combattitori ne’l Marathone, funditori, e tutti hanno gridato ò sceleratissimo portitu la pace sendo tagliate le vigne? et ne le vesti hanno colletto pietre: et io son fugito, e elli mi perseguitavano e gridavano.
Di. Dunque grideranno? portali la pace.
Am. Io ti dico, cbe tre sono le gustationi, sono queste di cinque anni, pigliale e gustale.
Di. Oh, oh.
Am. Che gli è?
Am. Queste da dieci anni guastale.
Di. Et queste sanno accutissimamente de legati ne le citadi, come de la immoratione de gli aiutori.
Am. Ma queste paci sono di tret’anni in terra e in mare.
Di. O Dionisie feste. quefie sanno di Ambrosia et netttare, e di non osservare cibarij di tre dì, et dicono và dove voi, queste recevo, le gusto, e bevo.
Am. Vadino con dio tutti gli Acarnei.
Di. Et io liberato da la guerra et da le disgratie, accrescerò le Dionisie feste per li campi.
Am. Et io fuggerò questi Acarnei.
- Coro de gli Acarnei.
Co. O povero me in quelli mei anni. non ne la mi gioventude, quando io portando il carico de carboni seguiva Failo e correva. sì mattamente portando la pace costui scacciato da me, saria fugito: ne levemente saria scampato.
Co. Tutti tacciono. havete udita ò huomini la laude: costui è quello, che ricercamo. ma ogniun si faccia quà davanti. imperoche l’huomo che è per sacrificare a’l mio parere uscisse.
Di. Laudate, laudate.và inanti, accioche poco inanti
portando il canistro Santhia, statuisca il Priapo diritto.
Mad. Metti giu ii canistro ò figlia, accioche cominciamo.
Fi. O madre dami il cocchiare, ch’io metterò la fava
su la fugaccia.
Di. Et certo è buono ò Dionisio signore, ch’io (mandandoti questa pompa, e sacrificandoti con i servi) celebri le Dionisie feste felicemente ne li campi, sendo liberato da l’essercito: e ch’io gli apporti la pace per trent’anni.
Di. O Santhia. il Priapo da voi è da essere prodotto diritto, dietro à quella che porta’l canestro: et io seguendo canterò la laude di Priapo. e tu ò donna guardami da’l tetto, Dionisio vien inanti, amico compotatore di Bacco, ò mecho che vai a torno di notte, amatore de putti, gia sei anni te hò salutato venendo spontaneamente in questo popolo, facendo la pace à me medesimo, e sendo da facende, travaglij, pugne e guerre liberato. ciò a molti è cosa souave ò Dionisio, Dionisio. quando robasti quella formosa giovane, Tratta di Strimodoro da Felleo, pigliatala per traverso, elevatala, et buttatala giu ben la chiavasti, ò Dionisio Dionisio. se con noi insieme beverai crapulando in questa mattina, e uno catino di pace sorberai, questo scuto ti starà pendente ne la cugina.
Co. Egliè questo, egliè questo proprio, tragli, tragli, tragli, batti, batti questo scelerato. non gli darai, non gli darai?
Di. Hercole che cosa è questa, rompirete il lavezzo?
Co. Ti lapidaremo ò scelerata testa.
Di. La causa ò vecchij Acarnei?
Co. Ch’io te ascolta? tu morerai, te copriremo de sassi, ti lapidaremo.
Di. A maniera nessuna, nanzi che udite. ò huomini da bene tolerate alquanto.
Co. Non tolerarò mai, ne mi parlar piu: che piu te hò in odio che Cleone: ch’io voglio tagliarl’à pezzi à cavallieri, ma non ti udirò, che fai troppo longo il parlar et prolisso, il quale hai fatto la pace con li Laconi: ma te punirò.
Di. O gentil’huomini, lasciate da longi questi Laconi, et udite le mie tregue, se ben hò fatto pace. Co.
Di. Io so i Laconi, di quali ne fate stima, non essere la causa de tutte le cose à noi.
Co. Non de tutte ò scelerato? hai ardimento dire queste cose apertamente in noi? poi ch’io ti deba perdonare?
Di. Non di tutte, non di tutte. ma io vi mostrerò, quelli essere stati molto ingiuriati.
Co. Questa parola è grave, mi commove et perturba il cuore: se harai ardimento di dire contra noi nemici.
Co. Ditemi, che sparmiamo le pietre ò citadini? non si scortica questo huomo ne la porpora, che si come un negro stizzone, adesso brusciava.
Di. Non udirete, udirete la veritade ò Acarneidi?
Co. Non udiremo certamente.
Di. Io patirò dunque aspramente.
Co. Poss’io morire, se io odo.
Di. In niun modo Acarnici?
Co. Morendo il saperei adesso.
Di. Certamente io vi morderò, vi annucierò gli amicissimi de vostri amici, che io gli hò per segurtà,
quali piglierò, et scannerò.
Co. Ditemi, che parola minaccialo à voi Acarnei, o huomini populari? ha egli forsi in pregione alcun fanciullo de qualcuno che quà sia presente? o in ch’ei se inanima?
Di. Trategli, se volete: che io ammacerò costui. et presto vederò quale è quello di voi, che habia cura de li carboni.
Co. Moriamo. questo è il mio citadino Larco: ma guardati da quel che dici, hai in animo ad
ogni modo, ad ogni modo.
Di. Vi ammazzarò. mi chiamarete, et io non sentirò.
Co. Tu ammazzarai questo coetaneo Filanthraceo?
Di. Non havete udito quello, di ch’io parlava.
Di. Gettate via queste pietre.
Co. Gettarle? e tu metti giu la spada.
Di. Non ritenete, nanche voi le pietre ne le vesti.
Co. Le havemo gettate via, non le veditu? hor non ti scusare, metti giu l’arma: imperoche la veste è
squassata, e fassi la versione insieme.
Di. Tutti dunque volevate conquassarmi con la voce, niente manca ch’io non sia morto ò Parnassij carboni, e ciò per l’assurdezza de citadini, poi per la paura de la cenere, che spessa questo Larco
me l’ha sparsa adosso, com’à sepia. è cosa grave, ha versi cosi generat’acerbità, che l’animo de gli huomini, s’infiammi e gridi, et vogli udire niuna cosa simile à la simile: volendo io dire il tutto su’l desco sopra à i Lacedemonij, nondimeno anchora voglio bene à l’anima mia.
Co. Che non dici dunque, portando fuora il scanno, quello che vuoi dire ò poveretto? veramente ho
io quell’animo ch’hanno gli homicidi, ma in quanto hai divisa la pena, metti quà il scanno, et comincialo à dire.
Co. Che t’involgi in queste cose? che fai, et indugij? piglia à mio nome da Hieronimo la celata de l’inferno, oscura, spessa, et capillata, poi dirai l’inventioni di Sisifo, che questa contentione, non
desidera iscusatione.
Di. E tempo di acchetarsi hormai, et ho d’andare da Euripide. regazzo, regazzo.
Ce. Ch’è quello?
Di. E dentro Euripide?
Ce. Non c’è, è pur dentro, s’hai cervello.
Di. Come egli è, poi non gli è?
Ce. Certamente ò vecchio. il cervello collegendo li iambici, mi dice non è dentro. et egli è dentro, et
fà una tragedia havendo un piè su l’altro.
Di. O Euripide tre volte beato. però che’l servo sì saviamente mi ha risposto, chiamalo quà
Ce. Non si puo.
Eu. Non ho tempo.
Di. Vien à la finestra.
Eu. Vegno, ma non ho tempo da venir giu.
Di. Euripide.
Eu. che chiami?
Di. Con un piè su l’altro tu componi, bisognando che giu havesti i piedi. non indarno li fai Claudi. hai tu i straci de la Tragedia, le miserabili vesti? indarno li fai Claudi. Ma ti prego dinanti i ginocchi, Euripide, dammi qualche stracio de la fabula antica: imperò che bisogna ch’io a’l popolo
lungamente parli. et se dico male, il parlar mio mi da la morte.
Eu. Quali straci? quelli che pugnando haveva questo povero vecchio Eneo?
Di. Non erano di Eneo, ma d’uno piu poveretto.
Eu. Quelli di Fenice ceco?
Di. Non di Fenice, ma d’un’altro piu sgratiato.
Eu. che straci de pepli dimanda costui? dici quelli anche erano de Filoctete pitoco?
Di. No. ma d’un’altro molto, molto piu povero.
Eu. Vuoi tu quelli sordidi puzzolenti straci, che haveva questo Bellorofonte zoppo?
Di. Non Bellorofonte, ma egli era zoppo, mendico, zanciatore, mal dicente.
Di. Sì che è Telefo. ma di gratia dami i suoi stracci.
Eu. Regazzo, dagli i stracci di Telefo. sono di sopra in quelli Thiestei.
Re. Ecco, pigliali.
Di. O Giove. de straci di sopra lucidi, di sotto lucidi, e da ogni parte mi vestirò. Euripide poi che m’hai donato questi, dami anchora quelli che gli vien dietro, il capelletto Misio in testa, imperò che bisogna che hoggi pari povero: che sia certo, come io son, ma ch’io pari, nò. questi spettatori sanno quello ch’io sono: ma quelli tripudiatori stannosi impacciti, et io facilmente li bertegiarò.
Eu. Te li darò, imperò che tu pensi cose sottili ne la prudente mente tua.
Di. Sia felice. quanto son’io ripieno di parole, de quali era anchor Telefo. pur ho bisogno d’un baston da poveretto.
Eu. Piglialo, et và à i lapidei limetali.
Di. Animo mio vedi come siamo scaciati da tutte le case, havendo bisogno di molte cose. adesso dei divenire humile, mendico, pregando Euripide, dami la sportella abbrusciata da la lume.
Eu. Che hai bisogno di tal’implicatione poverino?
Di. Niente, pur la voglio.
Eu. Sapi che sei tristo, partiti via de la mia casa.
Di. Oime sia felice, come per il passato tua madre.
Di. No. ma solamente dami un gotto anchora, se un poco sia rotto.
Eu. Piglialo, porta via, che me hai turbato.
Di. Non sai per Giove, che male fai: ma ò dolcissimo Euripide, solamente mi darai una olla otturata,
ò serrata con la spongia.
Eu. Huomo mi robarai la tragedia. partitu, e pigliala.
Di. Mi parto, nondimeno che facio? di questo solo ho bisogno. non havendolo son morto. odi dolcissimo Euripide pigliando questo mi parto, et non venirò piu. dami de le soglie ne la sportella.
Eu. Tu mi consumerai. ecco che gli Atti diventano vani.
Di. Non piu, ma io mi parto. certamente molto io turbato sono, e non pare che ho in odio i signori, oime infelice, io son morto. Mi son dimenticato in che modo stanno le cose, Euripidetto dolcissimo, ò amighetto mio, poss’io morir se io piu altro ti domanderò salvo che questo solo, questo solo, dami de l’herba scannaria di tua madre.
Eu. Costui m’ingiuria. sara la porta.
Co. Che farai? che dirai? sapi huomo impudente, et ferreo, che dai la cervice à la cità, che vuoi dire à tutti il contrario?
Sem. Questo huomo non trema ne’l travaglio suo. lascia ch’egli statuisce, che vuol parlare.
Sem. O degno da essere sbeffato, o sceleratissimo, hai ardimento sendo povero dir queste cose? et se vi fusse alcun calumniatore, lo reprenderesti.
Sem. Per Nettuno quello ch’egli dice è tutto giustamente, et niente dice di bugia.
Sem. Se giustamente, bisogna che egli lo dica? ma nanche se ne gioirà d’haver cosi detto.
Sem. Tu dove corri? non starai saldo? ma se punirai questo huomo, ei presto se inalcierà.
Sem. O Lamaco, ò che vedi queste saette aiutami, ò che hai la lucente celata. O Lamaco, ò amico, ò servatore, s’egli è alcuno capitano di squadra, ò soldato, ò combatitore de muri, ò ciascuno huomo
aiutore frettati, ch’io son legato.
La. D’onde ho io udito voce di menar l’unghie? dove bisogna aiutare? dove bisogna far tumulto? che
hà eccitato la Gorgona fuori de la sua cassa.
Di. O Lamaco barone, de celate arme et squadre.
Co. O Lamaco, questo huomo non fà ingiuria à la cità nostra gia tempo assai?
La. Puoi tu dire queste cose sendo povero?
La. Che hai tu detto? non lo dirai à noi?
Di. Non so anchora, imperoche non vedo per la paura de l’arme: ben ti prego, levami via la paura.
La. Ecco.
Di. Dammi colui con lo ventre in su.
La. Eccolo ch’ei giace.
Di. Dammi la penna de la celata.
La. Vuoi questa penna?
Di. Tien mi la testa, che voglio vomitare, imperò che hò in odio le celate.
La. Che vuoi fare? con la penna vuoi tu vomitare?
Di. Dentro vi è la penna, dimi, di ch’ell’era per il passato?
La. D’uccello.
Di. D’un che risonando s’inalza?
La. Penso che morirai.
Di. No ò Lamaco, non è ciò tua franchezza. se sei forte, perche non mi hai castrato? imperoche sei ben
armato.
La. Ditu questo sendo povero, ad un soldato?
Di. Ch’io son povero?
La. Che sei dunque
Di. Che? buon citadino, sopra à quelli che non sono presti. ma quando è la guerra, soldato. Tu, quando
è la guerra sei capitano per mercede.
La. Se me hanno eletto.
La. Gli hanno eletti.
Di. La causa? che voi meritate il stipendio in ogni luogo, et che costoro niente habiano? certamente ò Marilada hai fatto una legatione sendo vecchio, ò pur egli negalo? non di meno vi è Sofrone e Argate. che poi Dracillo et Eusoride, ò Primide, alcuno di voi hà veduto l’Ecbatana ò i Chaoni? non rispondono: ma ben Cesira e Lamaco, i quali tutti gli amici gli hanno laudati, oltra ’l premio et devere, come ispargendoli l’aqua di sera, quando ei se lava.
La. O principato e signoria de’l popolo, cose intolerabili.
Di. Non certamente, se Lamaco non è mal contento per lo stipendio.
La. Io combatterò con tutti i Peloponesij et gli comanderò à le navi, à fanti da pie. tanto vaglio di forteza.
Di. Io dico à tutti li Peloponesij, Megaresi, et Beotij che comprino e vendino à me, à Lamaco non.
Co. Come stanno bene queste cose: uccidere un vecchio, huomo canuto circa la clessidra, molto et in molte cose affaticatosi et forbendosi giu il caldo sudore, l’huomo da bene circa la cità di Maratone. e quando eramo à Maratone, il scacciavamo. Adesso siamo scacciati da huomini da niente, e siamo grandemente offesi. à questo quale Marsia ne contradira?
Di. Questi sono i termini de’l foro, che son mei, è lecito à Peloponesij, Megarei, e Beotij quà comprare? et hor che vendino à me, e non à Lamaco. ma constituisco trè Edili eletti per sorte, e le scorregiate de leprosi. quà non entri nessuno calunniato, ne altro che sia phasiano cioè sicofanta ò calunniatore. Io me ne vò à la colonna dove feci la pace, per manifestarla ne’l foro.
Me. Foro Atheniese dio te salvi amico à li Megaresi, qual io desiderava per amico, come mia madre. hor ò affatticate figlie de l’infelice padre andate, se in alcun luogo ritrovate pan biscotto. udite? aggiungete a noi il corpo vostro: ò volete essere vendute, ò piu presto morir di fame?
Fil. Vendute, vendute.
Di. Che cosa huomo Megarico?
Me. Venemo à far facende?
Di. In che modo ve ne state?
Me. Sempre a’l fuogo moremo di fame.
Di. Per Giove se gli fusse la piva. che fate altro ò Megarese?
Me. Ciò che solevamo, quando se partissimo i princiipali de la cità, cercavano che tostamente moressimo, et disgratiatamente.
Di. Prestamente seremo ispediti da li travaglij.
Me. Che cosa? che cosa altro?
Di. O Megarese, in che modo se vende il formento?
Me. E cosi in prezzo à casa nostra, come i dei.
Di. Tu porti de la sale?
Me. Non gli signoregiate voi ad essi?
Di. Ne aglij?
Di. Che porti dunque?
Me. Porche da sacrificare.
Di. Ben dici. mostrami un poco.
Me. E certo sono belle: tasta, se ti piace, in che modo sono grasse, et buone.
Di. Che cosa è questa?
Me. Una porca per Giove.
Di. Che dici? d’onde vien la porca?
Me. Da Megara. non è questa una porca?
Di. Non, a’l mio giudicio.
Me. Non è’lla grave? vedere la incredulità di costui? non si dice che egli è un porco? ma piacendoti, guarda queste sali meschiate con cipolla: se questo non è un porco à costume Greco.
Di. Gli è non so che di huomo.
Me. Per Diocleo, tu pensi che’l sia qualch’un’huomo, vuoi tu udir la voce?
Di. Sì per dio.
Me. Grugnisce, su presto ò porcella, grida ò pessima furfante. un’altra volta ti porterò à casa per Mercurio.
Fi. Coi, coi.
Me. Questa è la porca.
Di. Il porco adesso apparirà, egli è nodrito. la sua matrice è di cinque anni.
Me. Sapilo certo che assomigliarà à la madre.
Di. Ma nanche questa è da sacrificare.
Di. Non ha la coda.
Me. E giovane, ma accresciuta venirà grande, grassa, e rossa. ma se la vuoi notrire, questo è buono luogo.
Di. La sua ribeba è molto simile à l’altra.
Me. Ella è di quella medesima madre, et padre: ma se ella sarà ingrassata, et spessa nel pelo, sarà un
buon porco da sacrificare à Venere.
Di. Un porco non si sacrifica à Venere.
Me. Non un porco? à Venere sola de le dee, et la carne di queste porche diviene suavissima arrostita
ne’l speto.
Di. Mangiali sanza la madre?
Me. Per Nettuno anchora senza padre.
Di. Che mangiala piu volentieri?
Me. Quello tutto, che gli dai, dimandagli un poco.
Di. O porco, ò porco.
Fi. Coi, coi.
Di. Mangitu de’l cicere?
Fi. Coi, coi.
Di. Poi d’i fighi fibalei?
Fi. Coi, coi.
Di. Che mangitu i fighi?
Fi. Coi, coi.
Me. Io n’ho ricevuto uno.
Di. Per Giove, sono civili queste bestie. per quanto i porcelli? di su.
Me. Uno di questi doi per una pilla d’aglio, questo altro poi, piacendoti per una chenice di sale.
Di. Tu vuoi che’l compri?
Me. O Mercurio Facendere, che io vendi mia moglie cosi, e mia madre?
Cal. D’onde sei ò huomo?
Me. Mercante de porchi, da Megara.
Cal. Io ti mostrerò che questo porcelli sono de nimici, et anche tu.
Me. Questo accade di nuovo, che mi è principio d’un mal’anno.
Cal. Piangendo megaregerai. non metterai giu il sacco?
Me. Diceopoli, Diceopoli, son assassinato.
Di. Da cui? che egli?
Me. Questi edili.
Di. Non chiuderete le porte à i calumniatori? che imparar dimostri sanza stoppino?
Cal. Non ti mostrerò io che sono de nimici?
Di. Tu piagnerai, se in altro luogo non vai à calumniare.
Me. Che male è questo in Atene?
Me. Ma certamente non è de la patria.
Di. Lasciami il fastidio à me de gli altri. ò porcelli approvate anchora sanza padre, dar à dosso à la sale, se alcuno ve ne dà.
Co. Questo huomo è molto aventuroso. non hai sentito con che consiglio, et deliberatione ei procede. l’huomo pigliara il frutto sedendo, e stando ne’l foro. Et se alcuno Ctesia vi entrarà, ò alcuno altro calumniatore piangendo, ò alcun’altro ingannatore, nanche ti offenderanno, ne à te Prepis il largo segio forbirà: ne sarai scaciato da Cleonimo, et havendo la lucida veste trapascierai. et Hiperbolo non inscontrandoti t’empira d’accusationi. ne venendo in foro venirà à te Cratino, toso con un pistogliese, ne il poltron Artemone, molto veloce à la Musica che sà di poltronerie sotto le lasene di suo padre Tragaseo, ne anchora Lisistrato te cavillerà ne’l foro con vituperio de colargei, pieno di gaiofarie, e scelerità, che patisce freddo, et fame piu di trenta giorni di ciascuno mese.
Be. Sapilo Hercole: ho fatto il callo malamente: metti giu Ismenia chetamente il pulegiolo, et voi che sete senatori Thebani, enfiate il culo de’l cane, con le pive d’osso.
Be. Per Ioalo ò gratioso hospite. da Thebe spicando da le mie spalle hanno gettato in terra i fiori del pulegiolo. hor se’l ti piace compra qualche cosa di quelle ch’io porto, ò balle, ò locuste.
Di. Di gratia Beotino divoratore di pane che porti tu?
Be. Ciascuna cosa, che è buona à i Beotij semplicemente, origano, glacone, psiathi, thriallidi, anedre, piche, attagi, falaridi, trochili, colimbi.
Di. Come piogia di ucelli sei venuto ne la piaccia?
Be. Porto de le oche, lepori, volpi, sorzi, echini, aluri, pictidi, ictidi aquatici, anguille Copaide. Di.
Be. Donna da le cinquanta copaide giovani, vieni che sei grata à l’hospite.
Di. O carissima sei venuta, gia molto tempo desiderata da gli immascarati cori, amata da Morico. regazzi portatemi la gradicella, et il folle. vedete ò servi un’anguilla ottima che viene, gia sei anni desiderata, salutatela figliuoli. io vi darò li carboni, per amore di questa albergatrice. portala dentro: e non fusse gia morto senza te arrosto.
Be. Il precio di costei come sarà?
Di. La darai per il tributo de’l foro. venditu anchor altre cose? dimilo.
Di. Hor per quanto? portarai tu di quì in là altri carichi?
Be. Quello che è in Atene, ne la Beotia non è.
Di. Condurai dunque de le Asie falarice, overo una lagena.
Be. Afie, ò lagene? elle sonno lì. ma quello che apresso di noi, non molto è lì.
Di. Sò ben dunque. mena fuori il calumniatore come se fusse una lagena.
Be. Per Siò. haverò guadagno se’l guido via, che è come simia pieno di molte astutie.
Di. Nicearco viene quà e mostrami una cosa.
Be. Egli è piciolo.
Di. Egli è tutto pestifero veneno.
Ni. Di che sono queste robe?
Be. Sono mie, et sono ancho da Tebe per Giove.
Ni. Et io ti mostrerò queste hostili ferite.
Be. Come hai tanto male? hai guerregiato con gli ucelli?
Ni. Ti mostrerò anchora queste.
Di. Che ingiuria t’è stà fatta?
Ni. Ciò ti dirò per amore de circonstanti, che da i nemici induci stoppini, e bombaci.
Di. Le mostritu per questi?
Ni. Questi abbrusciaran l’arsenale.
Di. L’arsenale il stoppino?
Ni. Credolo.
Ni. S’un Beotico pone ne’l tife, lo manderà ne lo arsenale, osservando per un canaletto il gran Borea, se’l fuogo un tratto piglia le navi, le navi risplenderanno ardentemente.
Di. O pessimo scelerato tu, risplenderanno per stoppino, et per il tise?
Ni. Il giuro.
Di. Ti piglio per il cavezzo, dami una corda, che lo voglio legare, et portare come lagena, à ciò
che portandolo non lo facia rompere il portante.
Co. Lega bene ò ottimo la mercantia à l’hospite, à ciò che’l portante non la rompa.
Di. Di ciò ne ho cura, imperò che ei và mormorando non so che, e da niente, et è nemico à li dei.
Co. Che mai haverà bisogno di esso lui?
Di. D’ogni parte serà buono vaso, tazza de mali, testimonio d’accusationi, mostrator de rei, candelaro, et gotto da turbare il tutto.
Co. A che modo si persuaderà alcuno usar tal vaso per casa? che sempre fà strepito in qualche cosa.
Di. Egli è forte, ò compagno, ne mai si romperà, anhora che egli sia attaccato con i piedi in su.
Co. Ciò ti conviene.
Be. Voglio metterlo giu.
Di. A pena che ho legato malamente questo scelerato Beotio, e lievalo, piglia la lagena.
Be. Ismenico chiappalo per i testicoli, e portalo, e sia ben cauto. in tutto porterai niente di buono, nondimeno almanco guadagnarai, portando il carico. e sarai aventurato per rispetto de calumniatori.
Non. Diceopoli.
Di. Che è quello? che mi chiami tu?
Non. Imperò che Lamaco ha commandato, che tu anchor partecipi di questa drachma ne i sacrificij, et essolvi partecipa de le tordelle: poi ha lasciato, che un’anguilla Copaida de tre drachme si
comprasse.
Di. Quale è questo Lamaco da l’anguilla?
Non. Un’huomo grave, bizzaro, forte, gagliardo, il quale squassa la Gorgona sua, volgendo le tre adumbrose criste.
Di. Non per Giove. che se egli mi desse à me il scuto, lo farei squassare le criste ne li salsamenti: ma s’el gridasse chiamarei gli edili, et io pigliandomi questa impresa, me ne vado sotto l’ale de li tordi, et copsichi.
Di. O pace amica de la bella Venere, et de le dilette gratie, havendo sì bel viso, dove tanto tempo sei stata n’ascosta? in che guisa alcun’amore amendoi guidandone, ne condura, amore dico come depinto, havendo la bella corona? hai forsi pensato, ch’io sia vecchietto? ma se io ti piglio te lo farò tre volte. primamente farò il longo solco de la vignetta, poi apresso di nove piante de fighetti: poi à cerco, à cerco questo vecchietto gli ponerà le olive. ma aggiungetemi anchor me da ciò à le Neomenie.
Pri. Udite popolo, che bevete i sacrificij secondo la patria. colui che beverà il primo, haverà la panzetta di Ctesifone.
Co. Laudo io il buono consilio, et piu il convivio et il pastegiare se gli sono io presente.
Di. Perche cosi, poi che hvuete veduti li tordi inspedati?
Co. Penso che tu dici bene.
Di. Che si isbragi il fuogo.
Co. Oditu quanto cuochescamente, superbamente, cenatoriamente egli è servito?
Ag. Oime infelice.
Di. O Hercole chi è costui?
Ag. L’huomo infelice.
Di. Stà sopra di te.
Ag. O amicissimo: imperoche hai la pace tu solo, misurami la pace almanco per cinque anni.
Di. Che hai patuto?
Ag. Da Fila mi pigliarono i Beotij.
Di. O tre uolte infelice, hor sei vestuto di bianco?
Ag. Per Gioue, peroche mi notrivano in ogni cibo.
Di. Poi, di che hai bisogno?
Ag. Hò perso gli occhij piangendo i bovi, se hai cura di Derceto Filasio, ungemi presto di pace gli
occhij mei.
Di. O agricola, non son io il publicante.
Ag. Hor di gratia, se haverò gli bovi in alcun modo.
Di. Non bisogna: ma piagni à quelli di Pittalo.
Di. Nanche una ghiozza. ma partendoti n’anderai à piagnere in altro luogo.
Ag. Oime infelice, i mei aratori buovi.
Co. L’huomo hà trovato alcuna cosa dolce e buona da sacrificare, et no mi pare volere dar à nessuno.
Di. Ponimi quà ne le viscere del miele, e cuocimi de le sepie.
Co. Hai udito il minacciare?
Di. Arrostite l’anguille.
Co. Mi farai morir me di fame, et li vicini. per l’odore udendo parole di cose cosi fatte.
Di. Arrostite queste cose, fatele ben gialle.
Par. Diceopoli.
Di. Ch’è quello? ch’è quello?
Par. Un certo sposo tè hà mandate queste carni da le nozze sue.
Di. Hà fatto bene, voglia che se sia.
Par. Ei voleva, che in vece de la carne metesti ne l’alabastro un gotto di pace: acioche egli non guerregi, ma sendo sicuro in casa, possa stare con la sua sposa.
Di. Porta, porta via le carni, e non me le dare: imperoche non te ne daria per mille drachme. ma che
è quella?
Par. La Pronuba, la quale secretamente te vorria dir quattro parole.
Co. Certamente costui tenendo gravi le supercilia, affrettasi per annonciarne qualche cosa grave.
No. O fatiche, ò guerre, ò Lamachi.
La. Chi batte à le porte armate di ferro?
No. I soldati comandano, che hoggi prestamente le facij aguati, se piglij gli almetti e le celate: et che s’osservi lo impetuoso ne le incursioni, imperoche sotto li sacrificij et olle un certo ne hà avisito, che i latroni Beotij ne vogliono assaltare.
La. O soldati piu che huomini da bene.
Di. Non sono queste cose aspre e gravi? non mi è lecito mangiare? essercito bellicoso Lamacaico.
La. O misero, bertegitu me?
Di. Vuoi to combattere con Gerione che hà quattro teste?
La. Oime, oime, che aviso me ha dato il precone?
Di. Oime, oime, che quello che m’è occorso? noncialomi qualche cosa?
No. Diceopoli.
No. Và à cena, prestamente piglia la cesta, e la boccala, imperoche il sacerdote di Dionisio ti manda à chiamare ma corre, però adesso non cenare. che tutto ciò vi è apparecchiato, lettice, tavole, cossini, letti, corone,unguento, bellaria, meretrici,amyli, fugazze, sesamonti, itrij, saltatrici, le inamorate di Hermodio, belle: ma vien prestissimamente.
Di. Certamente tu pingevi la grande Gorgona, sara via, et alcun parecchij la cena.
La. Regazzo, regazzo portami fuora la sporta.
Di. Regazzo, regazzo porta quà le ciste da me.
La. Regazzo portami la sale et le cepolle.
Di. Et à me le particelle mie, percioche le cepolle mi fastidiano.
La. Portami una fetta di cervelato vecchio.
Di. A me anchora: ch’io lo rostirò subito.
La. Portami quà la penna de la celata.
Di. Et à me le fasse et le turdelle.
La. Quella bella penna biancha di passere.
Di. E molto buona la carne di fassa.
La. Huomo, non mi bertegiar le mie arme.
Di. Non vuoi tu huomo guardare nancho i mei dordi?
La. Porta fuora il vaso de i tre coni.
Di. Et à me un catino di carne leporina.
La. I vermi mi hanno mangiati i coni.
Di. Nanti la cena havemo mangiato le trippe.
La. Huomo, non mi vuoi tu parlare?
et commettelo à Lamaco, che è piu dolce ò le locuste, ò i dordi?
La. Oime, come sei ingiurioso.
Di. Ei giudica le locuste piu presto.
La. Regazzo, regazzo, piglia la lancia, portala
fuora.
Di. Regazzo, regazzo, piglia et porta quà le trippe.
La. Portala, che la cavaremo fuori de la guagina, tiene, tira regazzo da la tua banda.
Di. E tu tien di quà regazzo.
La. Porta fuora regazzo il tripie da porvi su i’l
scuto.
Di. Et tu porta fuori i mei pani ben cotti.
La. Porta fuora il Gorgonoto cerchio de’l scuto.
Di. Et tu dammi il cerchio Tironoto de la fugazza.
La. Questo largo non è ridiculo à gli huomini?
Di. Questa fugaccia non è sempre dolce à gli huomini?
La. Butta giu de l’aglio su’l ferro. io vego il vecchio à fugire di paura.
Di. Butta giu de’l miele, et questo manifesto vecchio. io voglio ben che piagni quello Lamaco di Gorgaso.
La. Porta quà regazzo da guerregiare la coraccia.
Di. Portalila, et à me il boccal da’l vino.
La. Con questo n’anderò contra li nemici.
Di. Con questo anderò contra li combattitori.
Di. O regazzo lega la cena ne la cista, et io piglierò la cappa et io me n’anderò.
La. Piglia e togli suso il scuto, regazzo vallo à torre. il nevica, cancaro, cose invernali.
Di. Piglia e togli suso la cena, cose da far collatione.
Co. Andate homai alegrandovi a la militia, cosi si và per la via eguale e diritta. Costui beverà sendo coronato, e tu piglierai il fresco, e costui dormirà con una bellissima meretricula, che con la mano gli menerà a bere la bestia.
La. Oime, onne queste passioni mei sono mortali, povero me ch’io moro, percosso da la nemica lancia. Quello di che tutti se lamentavan, à me verrà piangolente. Se Diceopoli me vede impiagato, molto se ne riderà.
Di. Oime, oime, queste poppe sono dure et come un pomo codogno, ò mamelle adorate basciatemi un poco dolcemente, cacciatami entro la lingua e di fuori, et io il primo hò gustato questo mosto.
La. O infelicità grande de mei mali, ò ferite, oime, oime affanose.
Di. Sta in cervello, e di buona voglia, et alegrati ò Lamachetto.
Di. Et io hò affanno.
La. Che mi conturbi tu?
Di. Che mi mordi tu?
La. Povero me, la scaramuccia, et la grave concursione.
Di. Qualch’uno ha cercato le comparationi de libami.
La. Oime, oime, Peone Peone.
Di. Peonia adesso non si ritrova.
La. Pigliatemi, pigliate le gambe mie, oime pigliatemi ò dilettissimi.
Di. E voi pigliatemi ambedue in mezzo de la caviglia, ò dilettissime.
La. La testa mi duole percossa da la pietra, et le tenebre mi offuscano.
Di. Et io voglio dormire, et dogliomi, et le tenebre mi offuscano.
La. Portatemi fuora in quello di Pittalo con l’Apollinari mani.
Di. Portatemi à li giudici, dove è il re, datemi l’olla mia, ò la pelle in premio.
La. Alcun mi ha cacciato la lancia per le ossa, onde ne piango io.
Di. Vedete voi questo luogo vacuo?
Di. Tenella è Callinico.
Di. Tenella se pur ò vecchio dici Callinico io ho pigliato la tazza, da bevere il puro liquore.
Di. Seguitemi voi cantando ò Tenella Callinico.
Co. Piacendoti ti seguiremo, cantando l’asco, e Callinico Tenella.
Il fine de l’Acarne.
Altri progetti
- Testi con errata corrige
- Testi in cui è citato Euripide
- Testi in cui è citato Tucidide
- Testi SAL 75%
- Collegamento wikidata appropriato
- Teatro
- Testi-L
- Teatro-L
- Commedie
- Testi di Aristofane
- Testi del 425 a.C.
- Testi del V secolo a.C.
- Traduzioni di Bartolomio Rositini
- Traduzioni di Pietro Rositini
- Traduzioni del XVI secolo
- Traduzioni dal greco
- Traduzioni da Aristofane
- Testi con versione cartacea a fronte