L'elemento germanico nella lingua italiana/F

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Facchino, chi porta pesi a prezzo; vile, abbietto (Cant. Carnas. 170; Ariosto). Una delle etim. più probabili che fin quì si sono potute assegnare a questa parola [fr. sp. faquin, port. faquino], è l’a. ol. vant-kîn, ragazzo, giovinastro, forma anteriore all’ol. ventje, che, secondo Kiliaen, viene da veint-ken. Però per la sicurezza di questa origine il Diez richiederebbe che la voce si trovasse già nell’afr., il quale si sarebbe formato dall’a. ol. vant-kìn, e dal senso primitivo di “giovane” avrebbe svolto successivamente quelli di “forte, robusto, fiero” ed infine quello di “portatore di pesi”. Il che sarebbe confermato dal fatto che in alcuni dialetti fr. faquin, non mostra traccia del significato di “portatore”, e presenta quello di “elegante”, il quale senso conviene al supposto primitivo di “giovane, forte, fiero”. L’it. e lo sp. avrebbero tolto in prestito dal fr. il vocab. nell’ultimo senso, cioè in quello di “portatore di fasci”. Ora è certo che la evoluzione di sensi proposta dal Diez combina a meraviglia con quella che ci offrono due altri vocaboli ger., cioè t. kerl e ol. mannekin e il fr. garçon; ma resta sempre la difficoltà non piccola che il fr. faquin è piuttosto recente, e forse non anteriore all’it. e sp. Di più: resta a spiegare come la sillaba vant dell’ol. vant-kîn si trasformasse in faq entrando nel romanzo, cambiamento certamente insolito. Quanto all’arb. faqîr, povero, miserabile, mi pare da escludere assolutamente, giacchè l’arb. ir resta sempre nel rom. (cfr. emiro, krumiro). Più omogeneo per la forma, nè molto distante pel senso è il celt. fachyn, popolo basso. Lo Storm volle connettere la parola in quistione all’it. fagotto, sicchè significasse originariamente “portator di fagotti”. Ma c’è troppa distanza tra le due forme; e poi il facchino non porta solo fagotti, ma pesi d’ogni sorta. Per La stessa ragione che lo Storm propose [p. 116 modifica]fagotto, si potrebbe proporre anche il t. Fach, cassa [fachen, battere a corda]: nel qual caso facchino varrebbe “portatore di casse”. Ma sono congetture arrischiate e campate in aria. Deriv.: facchina-ccio-ggio-ta; facchineggiare-ria-sca-mente-sco.

Fagno (ant.), astuto (Pataffio, Caro, Varchi). Dall’aat. feihano, feihhan, faihan, ags. faecne, as. fêcni, fêgni, astuto, frodolento, anrd. feikn, feikr, mostruoso; aat. faihan, feihhan, as. fâgn, inganno, dal vb. aat. feihhanon, feihnôn, ingannare; a cui è congenere con apofonesi l’aat. faihôn, coprire, in bifaihôn, gafaihôn, = πλεονεκτείν, essere cupido, avaro. Appartengono pure a questo ceppo aat. faih, feh, feigi, fihala e finco, (v. Finco). La rad. idg. è pik, che ha uno svolgimento amplissimo nelle lingue indeu. Difatti, oltre alle forme ger. già viste, si riconducono ad essa: l’a. sl. piegu, sl. peg, screziato, pêga, macchia, pegast, macchiato, pol. piega, piegaty, piegowaty, cz. piha, pihovaty, macchiato; le quali voci sl. sarebbero state, secondo il Miklosich 760, tolte in prestito dal t. Inoltre: a. sl. pistru, pistrota, pistriti, screziare, cz. pestrý, pstrý, pol. pstry, screziato [donde cz. pstruh, pol. pstrag, ol. postruga, serb. pastrma], a. sl. pisati, incidere, scrivere, serb. pisati, scrivere, pisac, scrittore, pisan, scritto, pismo, scrittura, sl. pisan, screziato, lusaz. pisaras, scritto, pisana, screziatura, pol. pisác, scrivere, rad. sl. pis da pik; a. prus. peisai, scrive, peisalei, scrittura. Nel lat. corrisponde qui pingere, pictor, pictura, rad. lat. pig da pik. Il gr. ci offre ποικίλος, screziato, dal vb. ποικίλλω πικρός, pungente, rad. gr. πικ. L’a. pers. presenta ni-pis, incidere da pik come lo sl.; lo zend. ha piça, figura, paeca, paêcanh, figura, ornamento; il sans. pêcas, forma, pêcalas, pic, ornamento, picámi, io adorno, rad. pic. La rad. idg. pik = pungere, formare pungendo, screziare, ornare; la quale nel campo ger. ha assunto il significato speciale di “astuzia, frodolenza” per un processo simile a quello con cui l’it. scaltrire, scaltrito, scaltro che dapprima [p. 117 modifica]valeva “scalpellare, incidere” [dal l. scalpturire] è passato a significare un “raffinamento d’ingegno”; e può averlo assunto ancora passandovi dal senso di “ornamenti”, precisamente come il nome it. furbo, deriv. dal vb. forbire, “pulire, lisciare”, passò al signif. che ha presentemente. Tanto s’assomiglia adunque in tutte le lingue il procedimento che tiene la mente umana nello svolgimento dei significati metaforici dalle idee più semplici e materiali, v. Forbire e Furbo. Sulla radice pik, v. Curtius, Gründzüge des grieschischen Etym., 156; Pott presso Kuhn, 6, 32. Deriv.: fagnone-ria, fagnonaccio.

Faida, diritto di vendetta privata presso i Longobardi (Muratori, Diss. I, 311; Capponi, Longob.). Viene dal mlt. faida formatosi dall’aat. fêhida, mat. fehede e fede, odio, contesa, tm. Fehde, ostilità, sfida, guerra. All’aat. corrispondono: ags. faehdh, faehdho, faehdhu, faehdhe, nimicizia, vendetta; got. * faihitha, dall’agg. * faihs che appare nell’ags. fáh [fág], inquieto, ags. gefáa, nemico, ing. foe, scozz. fae, nemico; e gli risponde nell’aat. gi-fêh, nel mat. gevêch, ostile. La rad. preger. è piq, che nell’a. irl. diè óech [da * poikos], nemico, nel lit. piktas, malvagio, pykti, divenir malvagio, peikti, perseguitare, paikas, stolto, prus. po-paiká, egli inganna. Congeneri sono il sans. piçunas, calunnioso, traditore, il l. pigere, sentir dispiacere. Secondo Grimm, Curtius e Pott è la stessa rad. pik, pungere, danneggiare, vista sotto la parola precedente. Dal bl. faida, agg. faidosus, venne pure afr. faide, faidiu, ostile, prov. faidir, perseguitare. Circa il valore giuridico della faida, v. Muratori Antiq. Ital. I, p. 282.

Faina, animale rapace simile alla donnola (Crescenzi; Ottimo Comm.). Questo nome [fr. fonine, afr. fayne, vall. fawéne, prov. faina, n. prov. faguino, fahino, cat. fagina, sp. fuine, port. folina] che da Bochart veniva derivato dal l. fagina “che si piace dei faggi” (di fatti dai Tedeschi è chiamata Buchmarder = martora dei faggi); dall’Adelung [p. 118 modifica]e dal Diez è invece tratto dal t. Fehe, sorta di martora, dall’ags. fâh, got. faih, screziato, e ciò pel colore di sua pelle. Al Littrè sembra preferibile la prima etim. attesa la vicinanza di molte delle forme rom. e massime del cat., al l. fagina. Però per ammetterla come certa, bisognerebbe provare che o nel l. classico o nel malt. questo animale fosse stato veramente chiamato fagina: il che non risulta da nessun documento. E quanto alla somiglianza della forma, si può osservare che se il cat. fagina è vicino al l. fagina, il n. prov. fahino è vicino al t.

Falbalà, falpalà, ornamento a pieghe increspate e gonfie che serve a diversi usi (Magalotti, Lett. scient., 256; Fagiuoli, Cocchi). Non esitiamo a porre questa parola nel novero di quelle che sono d’origine t. molto probabile. Infatti in Italia comparisce solo negli scrittori alla fine del sec. 17º; in Francia sotto Luigi XIV, che è quanto dire nella stessa epoca che in Italia; mentre in Germania Falbel era già stato usato da Lutero nei suoi Tischreden. È chiaro adunque doversi escludere la provenienza romanza della parola t., sostenuta da taluni, mentre è probabile il caso inverso. Il Iohanneau volle vedere in falbalà, l’ing. furbelow d’ug. sig., composto di fur = pelliccia, e di below = in basso: quindi furbelow varrebbe “pelliccia che piega in basso”. Il che pel senso potrebbe stare, e fors’anche per la lettera, dacchè dell’ing. ridingcoat il fr. fece redingote. Ma, come osserva lo Scheler, l’ing. potrebbe anche essere un raffazzonamento della parola romanza, all’ing. per darle un’apparenza di senso anche in quella lingua. Ma poichè delle forme romanze [sp. port. fr. falbalà, sp. anche farfala, crem. parm. frambala, piem. farabala, anald. farbala, moden. frappola] parecchie hanno la r, il Müller crede che queste siano anteriori alle altre e le rapporta al rom. farfala. Ma prescindendo anche dal fatto dell’anteriorità del t. Falbel rispetto al rom., ci pare che il supporre che falbalà abbia [p. 119 modifica]preso il nome dalla farfálla, sia una congettura poco fondata; poichè non so vedere quale somiglianza ci sia fra l’una e l’altra cosa per servir di fondamento alla metafora.

Falbo, color giallo scuro traente al rossiccio (Tassoni, Adimari, Corsini). Col prov. falb, fr. fauve procede dall’aat. falo, falw, falawer, mat. fal, falwer, pallido, giallo-biondo; tm. falb, fahl, lionato; as. falu; m. ol. fael, ol. faal; ags. fealu, fealo, ing. fallow, d’ug. sig.; anrd. fölr, pallido. Queste voci ger. han la stessa radice indeu. col lit. palwas, lionato, pìlkas, grigio, a. sl. plavu, bianco, serb. plav, biondo, plavka, biondina, sl. plav, pallido, cz. plavý, giallo, pol. plowy, biondo; gr. πελιός, πελλός, πιλνός, scuretto, πολιός, grigio; l. pullus, oscuro, pallidus, pallido, da palleo, [per * palveo]; sans. palitas, grigio. Dal che s’inferisce che l’it. pallido, fr. pâle, hanno la stessa origine di falbo. Alla rad. ger. spetta evidentemente anche il tm. Falbe “cavallo falbo”; all’incontro è incerto se ci appartenga il franco-ren. falch “cavallo o giovenco giallo” e gfalchet “giallo”; giacchè non si saprebbe spiegare donde sia nato quel ch. È poi quasi superfluo il notare essere impossibile una derivazione dell’agg. romanzo dal l. fulvus, non producendo mai il l. ol ul un al o au. Impossibile pure è una derivazione dal l. flavus, perchè non si capisce come salti fuori quel gruppo lb con indurimento insolito, mentre l’it. suole piuttosto addolcire il latino. Questa parola è pertanto d’orig. ger. certa, e non di provenienza incerta, come asserisce lo Zambaldi. Derivati francesi sono faveau e favette.

Falcare. Questo vb. che è necessariamente presupposto da diffalcare, benchè come semplice non sia usato in questo senso, d’ordinario si fa venire dal l. falx, falce. Dal Diez invece è derivato dall’aat. falcan, forma indurita di falgan, falgian, tagliar via. Difatti non è facilmente ammissibile che da falx o da falce siasi formato falcare con l’indurimento, mentre vediamo che l’it. ne ha cavato [p. 120 modifica]falciare e il fr. fauche conservando la gutt. dolce, còme suole fare il rom. (cfr. da silex, selce, selciare). Un composto è Defalcare (v. questa parola).

Falco-ne, sorta d’uccello di rapina (Giamboni, Novellino, Dante). Comunemente si tiene che questo nome venga dal l. falco, che appare già nel sec. IV (Servio, ad Aeneid. lib. X. v. 145) anche col significato di “uomini dalle dita ripiegate in dentro”, e ciò per la somiglianza cogli artigli dei falchi. A questi poi un tal nome sarebbe stato applicato per avere gli unghioni e il becco fatti a foggia di falce. Ora pei sostenitori di quest’etim. anche l’aat. falco, falcho, falucho, mat. falke, tm. Falcke, Falch, anrd. falke, ol. falk, ing. falcon sarebbe venuti dal l. All’incontro il Kluge considerato che Falco appare già come np. presso i Longobardi e presso gli Anglosassoni [Falcho, Westerfalcna], e che presso questi ultimi il falco è chiamato wealhheafoc “astore celtico”, e l’anrd. ha valr “il celta” (cfr. t. Walnuss, welsch); il Kluge inchina a credere che l’aat. falcho, abbia la sua origine nel nome di popolo Wolcae “Celti”, che in t. sarebbe diventato falkon, e che da quest’ ultimo sian venuti l’it. falcone, e fr. faucon. Questa ipotesi sarebbe convalidata dal tardo apparire in l. della parola in discorso, e dal fatto che quest’uccello è proprio dei paesi settentrionnali d’Europa più che dei meridionali; ed è poi noto che i popoli ger. sono sempre stati appassionati per la caccia del falco. Egli ammette anche la possibilità d’un composto colla radice di fahl, at. falch, lionato (v. Falbo); sicchè falcke varrebbe Falber, ossia “il sossobruno”.

Falda, parte della sopravveste che scende dalla cintura al ginocchio; piegatura; lembo: pendio d’un monte (Dante, Boccaccio). Coll’afr. faude [fr. fauder = piegare], prov. fauda, sp. falda, halda, port. fralda, procedette dall’aat. falt, falda, mat. falte, falde, tm. Falte, m. ol. fou, ol. fouw, anrd. falda, ing. fold, d’ug. sig. Tutte queste sono [p. 121 modifica]forme nominali svoltesi dal vb. aat. faltan, faldan, falten, mat. falden, falten, tm. falten, piegare, increspare; got. falthan, ags. fealdan, anrd. falda, fêld, ing. to fold, sv. falla, fallade, dan. folde, follede, m. ol. fouden, foude, ol. fouwen, fouwde. La rad. ger. comune è falt, preger. plt, che scorgesi nell’a. sl. pleta, plesti, intrecciare, lit. plotiju, io piego; gr. διπλάσιος, doppio, l. duplus, triplus, ecc., sans. puta, piega, per plta. Del resto il got. falts, ags. feald, ing. fold, [two-ten-hundred-fold], t. falt [aat. mat. einfalt, tm. einfältig], anrd. foldr, è comune suffisso ger. per la formazione dei numerali moltiplicativi dalla rad. pel, ple, pl che apparisce semplice nel gr. άπλός, διπλός, δίπαλτος [διπλάσιος da * pltios], ampliata nel ger. e nello sl. con t, in l. plico con k, e quest’ultima (plec) ampliata ancora con t in plecto, aat. flihtu, tm. flechten; intrecciare. Però alcuni non dall’aat. falt, mat. tm. Falte, traggono la parola in discorso, bensì dall’aat. halda, mat. halde, tm. Halde, “pendio d’un monte”; il qual senso risponderebbe benissimo ad uno dei significati di falda, ed alla forma sp. halda. Ma contro questa derivazione si può obbiettare che l’h iniziale ger. passando nelle lingue rom. non offre esempi di trasformazione in f, salvo alcune parole sp. d’orig. ger. passate a traverso il fr., e l’it. fianco, fr. flanc dall’aat. hlanca, il quale ultimo caso è peraltro contestato (v. Diez, Gram. I, p. 298, e Wört. I, 177). Forme congeneri dell’aat. halda e tutte contenenti l’idea di “piegatura” sono: aat. hold, ags. heald, anrd. hallr, got. halths, zoppo, storto [donde aat. halz, ags. healt, ing. halt, anrd. haltr, d’ug. sig.]; got. hulths, benevolo [propriamente “bene inclinato”], aat. haldig, haldi, halden; hulda, huldi, huldian; aat. mat. tm. hold, favorevole, propizio. Tutte queste voci si raggruppano al vb. aat. haldian, heldan, mat. helden, piegare dalla rad. hal ampliata col t. Deriv.: faldella, faldiglia, faldoso; sfaldare, sfaldatura, sfaldellare; affaldare, affaldellare. [p. 122 modifica]

Faldistorio-ro, sedia pieghevole usata per lo più da’ prelati (Fra Giordano, Prediche). Venne dall’aat. faldistol, faltistol, faltestuol, falstuol, ags. fyldstól; nel quale composto entrano l’aat. falt = piega, visto alla parola precedente, e l’aat. stuol, stual, stôl, mat. stuol, tm. Stuhl, seggio; as. stól, ol. stoel, ags. stôl, ing. stool, anrd. stóll, got. stols, trono [ags. cynestol] dal tema ger. stôla, rad. ger. sta, idg. stha. Questo nome verbale s’è formato dalla rad. sta mediante il suffisso lo, come got. sit-ls, seggio dalla rad. idg. sed. Non pare abbia alcuna affinità colla rad. idg. sthal, da cui tm. stellen, porre. Fuori del campo ger. corrispondono a stuol, Stuhl, il lit. pastólas, piedistallo, a. sl. stolu, seggio, trono, e gr. στήλη, colonna. V. Anche Palchistuolo. Insieme coll’it. procedettero dall’aat. il mlt. faldestolium, faldestorium, l’a. sp. facistor, facistol, sp. faldistorio, prov. faudestol, afr. faudesteul, faudeteul, fr. fauteuil; la quale ultima parola peraltro non conserva più il valore primitivo ed etimologico, ma significa semplicemente “poltrona, seggio”. Il tm. dall’aat. faldistol, mat. faltestuol cavò Feldstuhl: ed in questa formazione ebbe parte un falso ravvicinamento della prima parte del composto, falt, al nome Feld, campo: cioè si credette che l’intera parola volesse dire “sedia da campo”. L’ing. ha faldstool.

Fango, terra rammollita dall’acqua (Dante, Petrarca). Dal tema ger. fanja, fanjâ si svolsero il got. fanj [gen. fanjis], fango, aat. fenna, fenne, fenni, palude, agg. fennig, paludoso, ags. fenn, fen, ing. fen, anrd. fen, ol. fen, fenne, feen, bt. fenne, a. fris. fenne, fene, fris. finne, fehn, palude; colle quali forme ger. il Bopp Gl.3 234 confronta il sans. panka, loto, polvere. Ora dal ceppo ger. fanja ebbero origine le voci romanze: it. sp. fango, prov. fanha, fanc, afr. fanc, fr. fange, norm. fangue, lomb. fahna, mota, melma. Il vall. ha fanjë [fr. fagne], applicato principalmente al nome geografico les hautes faniëz des Ardennes, col signif. di “marese, palude”, e connesso foneticamente e logicamente [p. 123 modifica] colle forme ger. feen, fenne [ol. feen, ing. fen], come è stato dimostrato dal Grandgagnage. Il vall. presenta anche s’éfaniir, infangarsi. È evidente la corrispondenza della struttura del prov. fahna al ger. fanja; quanto alle altre forme rom., esse hanno seguito lo stesso processo per cui dal l. venio si formò it. vengo, prov. venc. Per escludere l’etim. di fango dal l. famicosus di Festo, basta considerare che in tal caso bisognerebbe ammettere che il nome rom. fosse derivato dall’agg. it. sp. fangoso, fr. fangeux, prov. fagos, e questo da famicosus: ora la formazione d’un sost. denotante cosa materiale da un agg. è inverisimile. Il l. famex famica presupposto, secondo lo Scheler, da famicosus, oltre che ipotetico, è foneticamente più lontano dalle voci romanze che il ger. fanja, che ha indubbiamente dato origine a molte forme dialettali francesi. È dunque chiaro che la maggiore probabilità milita per l’etim. ger.; la quale è ravvalorata anche dal fatto che parecchie altre parole di signif. affine sono venute di là, come melma, motta ecc. Anche il Littrè propende per l’orig. ger. dalla parola. Deriv.: fanga-ccio-ja-fanghi-ccio-glia; fangosità; fangoso; infangarsi; sfangarsi.

Fanone, velo di seta sottile che pende da una lancia; barba della balena; sorta di paramento. Per mezzo del bl. fano venne dall’aat. fano, fana, mat. fane, fan, panno, tm. Fahne, bandiera. L’as. è fano, l’ags. fana, ing. fane, ol. faan, bandier-a-uola. Questa parola che entrò in parecchi composti, come ougafano, velo, hantfano, fazzoletto da mano, halsfano, fazzoletto da collo [ouga = occhio; hant = mano; hals = collo], guntfano, bandiera di battaglia (v. Gonfalone), ha per base il ger. fanan, preger. pomo-n, che nel circolo delle lingue indeu. conta una larga parentela di voci contenenti tutte l’idea di “drappo”, come la più antica: l. pannus, pezzo di panno, cencio, pannus, filo da ciccione; a. sl. o-pona, cortina, ponjava, vola; gr. πήνος, πήνη, vestito, [dimin. πηνίον, πανίον], πηνίζεσθαι, πηνιτις, [p. 124 modifica] Πηνελ-όπεια, tutte parole inchiudenti il concetto di “tessere”. Una rad. idg. pen appare nell’a. sl. pina [peti], filare, lit. pinu, pinti, intrecciare, pinklas, intrecciatura. Quanto alle parole rom. derivate dal t., l’afr. fanon, fr. fanon, fanion conservarono il signif. originario di “straccio, fazzoletto, fascia”; mentre l’it., che da principio ebbe anch’esso lo stesso senso, ora non s’usa quasi più che in quello figurato di “barbe della balena”; forse perchè esse costituiscono come una specie di “velo” pendente dalla bocca della balena. Per ulteriori schiarimenti intorno alla parola v. Gonfalone.

Fara, (term. stor.), famiglia, schiatta; luogo dove essa abita; piccolo possesso (Capponi, Longob., 66, 82). È una delle parole ger. che venuteci per mezzo dei Longobardi, ed usate per tutto il tempo ch’essi dominarono in Italia, disparvero poi dal linguaggio popolare colla loro caduta. S’incontra in Paolo Diacono 2, 9 e nelle Gloss. Long, raccolte dal Massman, presso Haupts Ztschr., I, 548. Alla forma longob. fara, corrisponde il mat. far, ags. faru, andr. för, dal vb. got. faran, as. faran, faren, aat. faran, faren, farin, mat. faren, farn, andare, muoversi da un luogo ad un altro, tm. fahren, d’ug. sig.; ags. faran, ing. to fare, trovarsi, anrd. fara, sv. fara, dan. fare, foer, commuoversi. Il signif. di “movimento d’ogni specie” che riscontrasi nel got. farian, aat. ferian, mat. fern, si restrinse a quello di “movimento di nave” o “movimento con nave”, come si può vedere anche nel n. Fahre, e nel vb. führen nel tm. Altre forme ger. sono: far, farian, feria, ferio, ferari, ferid, farm, fart, fartôn, fürt, fürten, fare, fari, fèrja, fâng, fârâri, farungo, fuora, fuori, fuoraere, fuorian, fuorôn, fuorunga; as. fard; ags. fyrd, ferd; anrd. ferd; got. farto in us-farto. Questo per l’aat. e mat. Nel tm. spettano qui Fähre, Fährt, Führte, Ferge; ol. feer; ing. ferry dall’anrd. ferja. Come poi fara dall’idea fondamentale di “movimento” potesse passare a quelle di “famiglia, schiatta; [p. 125 modifica] luogo dove questa abita, piccolo possesso”, non è facile a spiegarsi. Probabilmente ciò dovette avvenire perchè nelle emigrazioni dei popoli barbari intere famiglie e schiatte si trasferivano da un luogo ad un altro per cercarvi una sede, una dimora; onde è verosimile che queste famiglie o schiatte fossero chiamate le fare ossia “le moventisi”; il quale nome una volta applicato ad una famiglia o schiatta era ovvio fosse dato anche al “luogo da essa occupato”, e finalmente “ai beni da essa posseduti”. Le espressioni del tm. fahrende Habe, mat. farnde habe, farndez guot, aat. faranti scaz, significanti tutte “beni mobili” parrebbero accennare che fara nel senso di “piccol possesso” s’applicasse solo al possesso di beni che le famiglie si potevano portare dietro da luogo a luogo. È utile del resto paragonare ai derivati della rad. ger. far quelli della rad. madre idg. per, par, por nelle altre lingue indeu. L’a. sl. ci offre prati, pirati, pera, essere portato; il gr. ha πόρος, traversata, πορθμός, stretto di mare, πορθμεύς, barcaiuolo, πορεύειν, πορθμεύειν, tragittare, πορίζειν, procacciare, poi περάν, trapassare, πειράω, tentare, πείρα, tentativo; in alcune delle quali voci gr. è notevole l’analogia con alcune ger. circa la restrizione del concetto generale di “movimento” a quello di “movimento fatto con nave”. Il l. poi ci presenta le parole porta, portus, peritus, comperire, periculum, experiri, experientia, tutte coll’idea di “movimento”, “luogo per cui si fa il movimento”, e poi di “pratica cognizione che s’acquista col movimento”. La quale gradazione ed evoluzione logica di idee ha un riscontro singolare nelle tre lingue greca, latina e tedesca. Così gr. περάν, πόρος, l. experiri, e t. fähren = muoversi; gr. πορθμός, l. porta, portus, t. Fart = luogo per cui si fa il movimento o dove si giunge. Infine gr. έμπειρος, l. peritus, t. erfahren = pratico. Il sans. dalla rad. par trasse piparti, piprati, tragittare. V. Grimm, Geschichte des deutschen Sprache, 396; Fick2 290; Curtius3 255. [p. 126 modifica]

Farda, belletto, imbratto, sornacchio (Franco, Son. 5º; Not. Malmant.). Questo nome, insieme col fr. fard d’ug. sig. risale all’anrd. , splendore, pulitura; donde il vb. aat. farawian, farawen, farewen, mat. verwen, varwen, tm. farben dar colore, tingere, pitturare; e i nomi aat. farawa, varawa, farowa, varewa, farwa, mat. varewe, varwe, tm. Farbe, colore, tintura; ags. färbu, isl. farvi, ol. verf, dan. farve, sv. färg, norv. fargie, sostantivi svoltisi dall’agg. aat. faro. Dall’aat. farwa originarono pure lit. párwas, colore, parvúti, tingere. Quanto al fr. fard, esso, secondo il Diez, procede immediatamente dal part. pass. di fárawîa, gi-farwit col quale in un gloss. ted. è reso il l. tincta. Ma poichè l’aat. presenta anche il part. passato farota (Otfried di Weissenburg, 4, 16, 30), che è ancor più vicino al nome rom., mi pare che a quello piuttosto che a gifarwit si potesse riannodare immediatamente il fr. fard, senza che siavi bisogno di farlo derivare mediante il suffisso rom. ard.

Il Diez veramente non parla che del fr. fard, in questo caso; tanto è vero che lo mette fra le parole che il solo fr. ha tratto dal t. A me sembra che anche le parole it. farda, fardata, infardare (Sacchetti, Nov. 106) le quali presentano il senso di “imbrattare” siano evidentemente la stessa cosa del fr. fard, e da ricondursi per conseguenza alla stessa origine.

Fazzuolo, quadrato di tela o seta da coprirsi il capo, o da soffiarsi il naso (Vita di S. Alessio). Il Diez rigettata la derivazione di questo nome [sp. fazaleja] dal l. facies, e tanto più dall’it. fascia, per il suffisso zzuolo che ripugna all’una e all’altra origine, lo trae dal mat. vëtze, tm. Fetzen, cencio, straccio, analogamente all’it. pezzuola significante ad un tempo “pezzo di panno” e “fazzoletto da naso”. Questa etim. ci pare tanto più accettabile inquantochè l’aat. presenta le forme faz, vaz [gen. fazzes], mat. vaz, che oltre al signif. di “vaso”, hanno anche quello di “legame, fascia, vestito”. Più [p. 127 modifica] vicine anche per la forma sono le congeneri alle precedenti, aat. fazza, vazza, fazzil, fezzil, vezzil, mat. vezzel, fâzzelin, anrd. fetill “legame, fascia”. Accanto ad esse stanno as. fat, vaso, ol. vat, ags. fät, anrd. fat, legame, vestito; sv. fat, dan. fad. Il got * fato, diede port. fato, sp. hato, vestimento. Tutti questi nomi ger. si riannodano al vb. aat. fazzôn, vazzôn, mat. vazzen, abbracciare, coprire, vestire, che ha per affini fassen, prendere, legare, contenere, Fass, vaso, botte, Fessel, legame. Nel campo indeu. si possono raffrontare lit. pudas, pentola, pudelis, pudyne, * pudius, pods, pentoletta; a. sl. serb. cz. popasti, comprendere, dalla rad. idg. pad, abbracciare. Dalla rad. ger. faz, originarono i temi fëzan, fëzzera, fizza, fuoz, fast. L’aat. fëzan, [ags. got. fetian] = cadere; e gli rispondono a. sl. serb. padati, cadere, serb. padavac, chi cerca di cadere, padavica, caduta, cz. padati, padnouti, cadere, padouc, cadente, pol. padac, cadere. L’aat. fëzzera, mat. vëzzer, vëzzir, as. fëter, ags. fëter, ing. fetter, anrd. flötur = catena; ed ha per corrispondenti l. com-pes, catena, pedica, laccio; gr. πέδη, catena, πεδάν, incatenare. L’aat. fast, mat. fast, tm. fest, forte, solido, produsse aat. fastâ, mat. vaste, tm. Fasten, digiuno; ol. vaste, anrd. fasta; vb. got. fastan, aat. fastôn, fastên, mat. vasten, digiunare; dove è chiaro che l’idea di “fortezza, temperanza” fondamentale nella parola si è specializzata in quella di “digiuno”. Inoltre spetta a fast, l’aat. fastî, festî, mat. feste, festî, “robustezza, sicurezza, fortezza”; donde tm. Festung, “fortificazione, castello”. Altri deriv. da fast, v. in Schade, Altdeutsches Wörterbuch, I, p. 170-171. L’aat. fuoz, fuaz, foaz, föz, mat. vuoz, tm. Fuss = piede, as. fôt, fuot, bt. vôt, ol. voet, ags. fôt, ing. foot, a. fris. fôt, fris. foet, anrd. fötr, dan. fod, got. fodus d’ug. sig. Nelle altre lingue indeu. corrispondono qui: lit. pâdas, suola dei piedi, pedà, orma dei piedi; l. peda, orma dei piedi, staffa, pes, piede, agg. pedûlis, pedûle, suola: gr. πούς, piede, πεδίλον, suola, [p. 128 modifica] πέδον, pavimento, πεδίον, pianura, πέζα, piede; zend. padha, piede, a. pers. pad, piede, padam, luogo; sans. pádas, piede, padam, orma dei piedi. Curtius3, 230; Fick2, 789, 792, 585, 116. Quanto a fizza, v. Fetta. Del resto la genesi logica dei significati svoltisi da quelli di “tenere fermo, comprendere, abbracciare, pestare, cadere su qualche cosa che lascia traccia” della rad. idg. pad, ger. faz, non è difficile a capirsi. Deriv.: fazzoletto.

Federa, panno d’accia e di bambagia; guscio dei guanciali (Bellincioni, Franco). Viene dall’aat. fëdara, fëdera, mat. fëdere, fëder, tm. Feder, penna, piuma, molla; pelliccia di calugine (come il mlt. penna). Altre forme ger. sono: as. fëthâra, fëthera, penna, ala; ol. feder, feer, ags. fehder, fëder, ing. feather, anrd. flödhur, sv. fjâder, dan. fjeder, fjer = mezzo per volare. Il got. * fithara, da un preger. péterâ ha per corrispondenti: a. sl. russ. serb. cz. pero [da ptero, ptetro], pol. plóro, penna; gr. πτέρόν, penna, ala, πτέρυζ, penna, ala, piuma; sans. pátatram, ala; lit. pâtalas, letto (forse di “penne”), a. sl. puta, uccello, putica, passero, l. penna, a. l. pesna da * petna, petere, tendere, gr. πέτεσθαι, volare, πτίλον per πέτιλον, penna, πίπτειν, cadere, sans. patati, volare, cadere, colpire, patarà, volante, catápatra, che ha cento ali o cento penne. Bopp Gl.3 227; Grimm, Gramm. d. d. Sprache, 396; Curtius3, Grundzüge d. gr. Etym., 198; Corssen 12, 181; Fick2 115, 114. Tutte le forme viste qui sopra hanno per base la rad. indeu. pat che nel campo ger. mediante l’apofonesi aiutata in alcuni casi dall’ampliamento epentetico, mostrò uno sviluppo prodigioso di forme molteplici e svariate che si possono classificare sotto i quattro tipi radicali fed, pad, fad, find. Al primo, oltre le forme ger. già viste, si riconducono: aat. fëdarah, fëderah, fëdrah, fëdrach, mat. fëdrach, fëderich; as. fëtherac, fitherac, fëtherac, ala. Poi aat. fedah, fëddah, fëddhah, fëthdhah, fëtah, fëttah, fëtdach, mat. fëtech, fëttech, fëtich, fëttich, fëdeche, fëteche, fitiche, fitche, [p. 129 modifica] tm. Fittich, ala. Al secondo, pad, si riannodano aat. phad, phath, fad, pfad, mat. phad, pfat, sentiero; ags. padh, pädh, a. fris path, pad; a cui rispondono gr. πάτος, sans. pathin, pâthas, sentiero, zend. pathan, a. pers. pathi, via, l. pons, salita [donde pontifex], gr. πόντος, via dei popoli, via delle onde, a. sl. pati, via. Curtius3, 253. Al terzo, fad, si riferiscono aat. fadam, fadum, fathum, faden, mat. fadem, faden, fadme, tm. Faden, filo; as. fathmôs, fadhmôs, le braccia distese; ol. fadem, faam, bt. fadem, faem, filo, tesa; ags. fädhm, braccia distese, tesa, patto, donde ing. fathom, filo, tesa; anrd. fadhmr, sv. famm, dan. favn, abbraccio, tesa; tutte le quali forme contengono l’idea generale di “ciò che è dilatato o si dilata”. Corrispondono qui l. patulus, aperto, patere, essere aperto, patina, padella; gr. πέταλος, dilatato, πέταλον, foglia, πέτασος, cappello a larghe falde, πέτασμα, velo, πέταννυμι, io mi dilato. Curtius3, 199. Al quarto, find, da preger. pent, ampliamento di pet con epentesi di n, si raggruppano aat. findan, finthan, fintan, finden, mat. finden, tm. finden, trovare; as. findan, fithan, fidan; ags. findan, ing. find, a. fris. finda, fris. fynnen, anrd. finna, dan. finde; got. finthan, conoscere, esperimentare, e propriamente = sforzarsi, cadere su qualche cosa. Il quale passaggio da “cadere” a “trovare” ricorre anche nel tm. auf etwas fallen “indovinare”, e nel l. invenio, trovare, e a. sl. na-iti, d’ug. sig. Al t. fan riscontro: a. sl. pati, via, gr. πίπτω, πιτνέω, μέτομαι, πότμος, πταίω; sans. patâmi, io cado, volo, capito, pâtayâmi, faccio cadere, pâtas, caduta, volo. Kuhn 5, 398; Bopp Gl.3 226, 237; Curtius3 198; Fick2 114. Del resto è poi evidente che l’it. federa, assunse il signif. che ha presentemente pel fatto che il guanciale o cuscino s’imbottiva di penne o piume. Nelle altre lingue rom. questa parola non s’incontra. Deriv.: infederare, sfederare.

Feldmaresciallo (neolog.), maresciallo di campo, comandante generale. Per mezzo del fr. feldmaréchal, è [p. 130 modifica] venuto dal tm. Feldmarschall, composto di Feld e Marschall. Il secondo elemento sarà da noi trattato sotto le voci Marescalco e Maresciallo. Quanto al primo, esso è l’aat. feld, fëlth, fëldh, fëlt, mat. fëlt, tm. Feld; a. fris. fëld, field; ags. fëld, ing. field, campo, pianura, campo aperto (questo presso i Longob.; Paolo Diac. 1, 20) L’anrd. fold = prato, ags. folde, as. folda, terra, paese. La rad. idg. è plth, “largo, piano”, [sans. prth], a cui si riannodano: a. sl. serb. polie, cz. pol.1 pole, lusaz. polo, pianura, campo, lit. platùs, largo; gr. πλατύς, largo, piatto; lit. plýnas, piano, plýne, vasta pianura, pleîne, piatto liscio; l. planus, piano, liscio. Altre corrispondenze v. alla parola Fiadone.

Feldspato (neolog.), spato dei campi; nome d’una sostanza minerale. È un composto di Feld, visto di sopra, e di Spath, che tratteremo alla parola Spato.

Fellone, nequitoso, crudele; traditore (Guittone, Dante). Collo sp. fellon, prov. felon, felhon, fellon, procedette dal bl. felo-nis che s’incontra già in un capit. di Carlo il Calvo. Dal primitivo afr. e prov. fel venne l’it. fello “scellerato, crudele”. Nel dial. anal. fele = “forte, robusto”, se è detto di cose; “arrogante”, se è detto di persone. In altri dialetti = “debole”. Ma perchè i due signif. fondamentali di “crudeltà” e “tradimento”, sono affatto irreducibili l’uno all’altro, lo Scheler crede che fr. felon “crudele” e felon “traditore” siano due omonimi derivanti da radice differente. Ora questa origine prima di fel, l’Hickes e lo Schilter l’avevan cercata nell’ags. felle, donde ing. fell, crudele; il Ducange propose l’as. faelen, felen, cadere, abbandonare, mancare di fede. Altri proposero il l. fel, fiele, per la ragione che quei che commettono un delitto lo fanno felleo animo; altri il gr. φηλείν, beffare, φήληξ, impostore. Il Grandgagnage risale all’ags. fell, a. fris. fol, ol. fel, scozz. [p. 131 modifica] fel, feroce, violento; Chevallet all’aat. fel, fiero, crudele; Du Meril all’isl. fella, uccidere. Il Diez, venuto dopo tutti questi, rigetta l’etim. dal l. fel, osservando che una tal parola si è sempre dittongata in rom. [it. fiele, fr. fiel, sp. hiel]; e trascurata con ragione la greca che non presenta caratteri di verisimiglianza, crede trovare il prototipo della parola in discorso nell’aat. i, flagellatore, boja, dal vb. aat. fillan, flagellare [v. Ferzare]; fondandosi principalmente sul fatto che nell’afr. e prov. il vocab. fa al nomin. sing. fel o feli, accus. felon concordando in ciò col ger., nomin. fillo, accus. fillun, fillon, e che la forma prov. ammollita felh, felhon ha analogia nel ger. filjan per fillon. Senza disconoscere l’acutezza delle ragioni del Diez, specialmente per escludere il l. fel, mi pare che la derivazione, già proposta dal Ducange dall’as. sia e per forma e per concetto da preferire a quella dall’aat. fillo. Ed invero l’as. felljan, felljen [aat. fellan, fellen, vellin, mat. vellen] vale “fare cadere, abbattere, uccidere” dal qual signif. a quello di “crudele, scellerato e traditore” il passaggio si presenta spontaneo; forse più, a mio avviso, che da quello di fillan, flagellare. Quanto alla forma, benchè un ger. * fello atterratore, uccisore, non sia documentato (come del resto non lo è il fillo del Diez) non ci pare improbabile ch’esso potesse svolgersi o dal vb. as. già visto, o dal suo primitivo aat. fallan, fallen, mat. vallen, as. fallan [pret. fêll, fellun], m. ol. vallen, vêl, vêllen, ags. feallan, feôll, feóllon, ing. fall, fêll, an. falla, fêll, fêllum, sv. fall, föll, föllo, che evidentemente è morfologicamente più vicino al rom. che il proposto dal Diez. L’aat. mat. fal, falla, mat. valle = caduta; ma l’ags. fyll = uccisione, rovina, e fealle = laccio, inganno. Ora questo senso, preso moralmente, s’accosta al rom. fellone anche più di quella del vb. as. aat. corrispondente. La rad. ger. dell’as. fellan, fallan, è fal-l, e la preger. è phal-n, che si riflette nel gr. σφάλλω, cadere, fare cadere, σφάλλωμαι, cadere prefisso s come nel sans. sphal vacillare [phala = [p. 132 modifica] frutti cadenti per maturità]; nel l. fallo, ingannare; lit. pulu, pulti, cadere, pulis, pulimas, caduta, pulineti, inciampare. Grimm, Deutsche Sprache, 839. Deriv.: fellone-sca-mente-sco, fellonia, fellonoso, infellonire.

Felpa, drappo di seta col pelo più lungo del velluto (Leg. Fior., sec. 16; Chiabrera, Rucellai). Il Ferrari aveva già detto che questo nome [sp. port. felpa] era d’orig. tedesca. Il Wackernagel all’incontro ritenne che il t. Falbel fosse voce it. Ma il Diez osserva giustamente che Falbel [sv. fälp] non è di stoffa latina; ed accenna al t. Felbe [bavar. Felber, dall’aat. * fëlawâri, fëlwâri, vëlwâre, fëlwâr, mat. vëlwaere, vëlwer] come ad etim. possibile. Questa parola formatasi dall’aat. fëlawa, fëlewa, vëlwa, mat. velwe, got. * filwa, significa “salice”, ed anche, specialmente il bav. Felber, “salvia”. Ora, essendo queste piante notevoli per la loro peluria, possono perciò avere dato il nome alla felpa. L’aat. fëlawa poi è dal Bopp, Gl.3 236, raffrontato al lit. pélke, luogo paludoso, l. palus, palude, sans. palvala, palude, piumaccio. Il fr. non conosce questa voce; ma la possedeva l’afr., giacchè Roquefort ci offre un feulpier che dichiara con fripier; e il borg. ha poil feulpin = lanugine; le quali forme presuppongono un * feulpe. Secondo lo Scheler ed altri, felpa verrebbe dal fr. fripe, frangia, tessuto sfilacciato, mediante le forme antiche frepe, ferpe, bl. frepatae, ferpatae [vestes]. Ora questo fr. fripe s’è svolto dal vb. friper “consumarsi, guastarsi”, venuto a sua volta secondo il Diez dall’anrd. hripa “fare presto”, colla trasformazione dell’hr ger. nel fr. iniz. fr. Invece il Bugge (Rom. 111, 148) si studia di mostrare la poca verisimiglianza dell’orig. isl. di questa parola, che egli deriva dal l. fibra, filamento, lembo, estremità. L’it. presenta anche la forma accessoria pelpa, il sic. felba, il sard. cat. pelfa, l’a. port. falifa. Deriv.: felpato.

Feltro, panno non tessuto formato di lana compressa insieme (Marco Polo, Villani). Questo nome collo sp. fieltro, [p. 133 modifica] prov. afr. feltre, fr. feutre procedette immediatamente dal bl. filtrum che a sua volta derivò dall’aat. filz, vilz, mat. vilz, tm. Filz, d’ug. sig. Altre forme ger. sono: ol. vilt, sv. dan. filt, ags. ing. felt. Secondo il Kluge il t. Filz, [got. * filtis, preger. * peldos] del pari che Falz, falzen, scavatura, piegare, spetta alla rad. ger. falt “percuotere, martellare”, la quale poi col l. pellere, da * peldere, riposa sull’idg. peld. All’incontro il Kluge mette in dubbio l’affinità di Filz col gr. πίλος, feltro, cappello di feltro, l. pileus, pileum, feltro, berretta di feltro, pilus, capello: affinità che peraltro è sostenuta da Curtius3 259; Grimm, Gramm. 398; Corssen, 12, 525. Anch’egli però ammette la parentela col lit. filcas, feltro, e a. sl. plusti, d’ug. sig. Nel tm. c’è altresì il vb. filzen, feltrare, e filtriren; ma quest’ultimo verosimilmente è rientrato in t. dall’ital. o dal fr. Deriv.: feltra-iuolo-re-tura-zione; infeltrare, infeltrire. V. anche Filtro.

Felza, coperta da letto di lana o bombagia coll’ordito sottile e ritorto, la trama grossa e pelosa (Cit. Tipocos. 493). Presuppone evidentemente un * felza, che sarebbe una forma riposante sul t. Filz, donde è venuto anche feltro.

Felze, spazio coperto a guisa di stanza nelle barche (dialet. venez.). Anche questo nome sembra essersi formato dal mat. vilz, tm. Filz, feltro; forse perchè dapprima un tale spazio era coperto di questa sorta di panno.

Ferlino, piccola moneta usata nel medio evo, d’origine settentrionale e probabilmente anglosassone (Fr. Iacopone, Velluti). Mediante il mlt. ferlingus, afr. ferling, ferlin, a. sp. ferlin, venne dall’ags. feordhling, feording [donde a. ing. ferthing, ing. farthing = quattrino] che è, secondo ogni verisimiglianza, un derivato dell’agg. feórdha, féoverdha, numero ordinale significante “quarto” quindi feordhlinge, ferlino varrebbero “quartino”. È un caso analogo a quello dell’it. quattrino, che venuto o da quattro [p. 134 modifica] o da quartino, divenne il nome d’una piccola moneta propriamente = quarta parte di denaro. Altre forme ger. corrispondenti all’ags. féordha, sono: aat. fiordo, fëordo, fëortho, fiardo, fierdo, vierdo, mat. vierde, tm. vierte; as. fiortho, ol. vierde, ing. fourth, a. fris. fiurda, an. fiardi, dan. fierde. Schleicher2 508. Questi agg. ordinali riposano sul n. card. aat. fior, fëor, fiar, fier, mat. vier, tm. vier, quattro; as. fiuwar, fiwar, fior, viar, ags. feóver, ing. four, a. fris. fiuwer, fr. fyra, dan. fire, got. fidwôor; da una forma fondamentale petwor, petur per qetwor, qetur. Queste ultime forme lasciano apparire chiara la connessione del ger. col. l. quattuor, gr. πίσυρες τέσσαρες, celt. pedvar, bret. pevar, irl. ceathair, a. sl. cetyri, lit. keturi, zend. kathware, sans. katwâr. Curtius3 445; Schleicher2 497. Da tutto questo s’inferisce che ferlino, oltre al presentare una grandissima analogia con quattrino pel processo logico con cui l’una e l’altra parola passarono a denotare una piccola moneta, hanno anche la stessa radice idg. Deriv.: ferlinante.

Ferzare, flagellare, percuotere (Dante, Villani Poliziano). Il Diez rigetta la derivazione di questo vb. da un * feritiare, che sarebbesi svolto da ferito, e ciò per la ragione che la quarta coniugazione non produce vb. partecipiali: al che si potrebbe aggiungere che da ferito la formazione diretta sarebbe feritare; e che ferzare non è propriamente “ferire”. Quindi egli ricorre all’aat. * fillian, fillan, fillen, mat. villen, levar la pelle, flagellare, punire; as. filljan, fillôn, flagellare, frustare. Una forma intensiva di questo vb. è l’aat. * fillazan, * filzan, tm. filzen, punire; e da esso sarebbe venuto immediatamente l’it. * felzare, e da questo ferzare, staffilare, e suoi derivati col rinforzo della l in r, come in scarmo da scalmo. Il vb. aat. fillan, è nominale; ed ha per base l’aat. mat. fël, vël, tm. Fell, pelle; as. fël, fëll, ol. vel, ags. fëll, fël, ing. fell, a. fris. fël, anrd. fëll, fial, felldr, got. fill dal tema filla, filna; infine ags. filmen, ing. film, pellicola degli occhi. [p. 135 modifica] È evidente l’affinità dal nome ger. col l. pellis, pelle gr. πέλλα, pelle, cuojo, πέλος e πέλας in άπελος, ferita aperta, πέλμα, suola delle scarpe o dei piedi, έρυσίπελας pelle rossa accesa; lit. pelwe, pellicola dell’ovo, a. pruss. pleynis, pelle del cervello. Grimm, Ges. d. d. Sp., 396; Curtius3, 255; Fick2, 373. Deriv.: ferza; sferzare, sferza, sferzino, sferzata, sferzatìna, sverzino.

Fetta, particella d’alcuna cosa tagliata sottilmente dal tutto (Novellino, Fra Giordano). Coll’a. sp. fita, legame, venne dall’aat. fizza, fiza, vitza, mat. vitze, viz, tm. Fitze, grig. fetza, [anche tm. Fitschel, corda, vb. fitscheln, dare la corda, vengono forse di qua], fili insieme attorti; as. * fittia, fittëa, donde mlt. vittea, che significò “divisione d’un libro, d’un poema o canto”; bt. fitt “lingua di paese umido”; ags. fit [accus. fitte], cantilena, ing. fit, caduta, accidente; anrd. fit, orlo, dan. fed, legame, filo. Il got. è fitia, dal vb. * fitan. L’aat. procede immediatamente dal vb. fëzan dalla rad. idg. pad, vista sotto la parola fazzuolo. Si possono confrontare cz. vend. pol. pasmo da padmo, filo attorto, vend. pasmowác, composizione a foggia d’attorcimento, cz. pasminska, gomitolo, pasmice, grembiale. Non pare che ci sia attinenza colla rad. fat, fet, filare, tessere. Grimm, Wörterbuch, 3, 1695; Haupt, Zeitschrift, 16, 141. Fra i derivati it., fettuccia è quello che s’attiene più strettamente al signif. originario del vocabolo ger. Altri deriv.: fettina, fettolina, fettona, fettone, fettuccina, affettare.

Feudo, dominio che rileva da persona diversa da chi lo gode (Borghini, De-Luca, Muratori). Procede immediatamente dal bl. feudum, feodum, a cui si assegna da tutti un’origine ger., benchè ci sia controversia a quale di tre o quattro parole t. esso risalga. Pare anzitutto accertato che il bl. feudum, feodum riposi su di un feuum coll’inserzione eufonica d’un d; allo stesso modo che da laico si formò ludico, e da chioo [dal l. clavus] chiodo. Quanto al bl. * feuum, esso sarebbe la forma latinizzata dell’afr. [p. 136 modifica] fiu, fieu, prov. feu, a. cat. feu, a. port. fai, a cui risponde l’it. fio (v. questa parola); il quale afr. fiu, fieu, secondo il Diez, proviene dall’aat. fihu, fehu, tm. Vieh, bestiame. Questo vocabolo dell’aat., poichè rappresenta pur sempre la più verosimile delle etim. di feudo e d’altra parte la conoscenza piena di tutte le sue forme può rimuovere molti dubbi, merita che se ne parli un po’ lungamente. L’aat. fihu, fiho [fieho, fieo], fëho, vëho, mat. vëhe, vihe, vich, vie, vê, tm. Vieh = κρήματα, άργύριον, sostanze, potenza, denari, bestiame (pel fatto che questo anticamente costituiva la principale ricchezza dell’uomo; cfr. pecunia, dal. l. pecus, pecu). Gli corrispondono l’ags. feoh, feo, ing. fee, as. fëhu, fëho, fëo, fë, ol. vee, anrd. , sv. dan. , got. faihu nel campo ger.; nell’indeu. l’a. pruss. pecku, l. pecus, pecu, zend. paçu, sans. paçus, “bestiame”, e propriamente “ciò che viene preso e tenuto stretto”. Le forme nominali ger. finquì vedute si riannodano al vb. got. fahan, as. fâhan, fâhen, fâan, aat. fâhan, fâhen, mat. vâhen, tm. fangen, prendere, afferrare, abbracciare, conquistare, tenere; l’ags. è fôn, a. fris. fân, fris. fean, fun, ol. vaan, anrd. , dan. faae. A questo vb. si raggruppano pure: aat. fah, fahjan, fahêths, fëhan, gifëho, fëhon, gafëhaba; fag, fagên, fagunga; fuoga, fuogjan, vuoc; fagan, faginôn; fagar, gafahrian. La rad. idg. è pah [sans. paç], tenere forte, prendere legare; la quale si riflette nel lit. pakaius, pace, stanza; l. pax, pace, pâcâre, pacificare, pacisci, patteggiare, pacio pactio, patto, pangere, tenere forte, pâgus, villaggio, pâlus, palo, compages, commettitura; gr. πηγός, fermo, saldo, πήγνομι, conficcare, πήγμα, palco, πάγη, trappola, πάγος, ciò che è conficcato, πάσσαλος da πάκιαλος, piuolo; sans. pâças, cordiglio, pâcayâmi, io lego, pagras, fitto. Curtius2, 251; Corssen 12, 393; Grimm., Ges d. d. Sp. 396. Ora tornando al proposito, ognuno vede che parecchie delle forme ger. specialmente dall’aat. e ags., sono vicinissime all’afr. e all’a. it., e difficilmente potersi sostenere che la voce rom. [p. 137 modifica] non sia venuta di là. Tuttavia alcuni ci si sono provati. Così il Wackernagel ricorre al sost. got. thiuth, buono, bene [unthiuth, cattivo; thiutheigs, che vive nel bene, thiuthian, ga-, benedire] dal tema thiutha, formatosi dalla rad. tu, crescere, prosperare, e antico suff. ta; dalla quale rad. vennero pure aat. diot, dioh, dûhjan, dûht, dûmo, anrd. thiorr, forse anrd. thyss e got. thûsundi e verisimilmente anche thiu in thiuphadus. Però qui il difficile sta a provare come sia avvenuto il cangiamento della p, ossia della fricativa interdentale sorda nella labiale f: al che è d’aggiungere che questo nome thiut essendo solo got. e non proprio anche degli altri dial. ger., è inverosimile abbia dato orig. ad una parola significante una istituzione che non dai Goti, ma da altre popolazioni ger. fu introdotta sul suolo latino. Anche il Mackel (p. 126) rigetta l’etim. del Wackerngel da thiut, e dice che la parola in quistione sia che la si faccia venire da vëhu, sia da fëhod, risale sempre alla rad. idg. pak, ger. fah, che appare in fahan. Il prof. Kern, rigettando il d eufonico del Diez, e fondandosi sul senso di “usus fructus, id quo quis fruitur”, annesso anticamente a feudum, feodum, riporta quest’ultima parola al sost. * fehod che sarebbesi formato dal vb. got. feihon, aat. fëhôn, as. gifëhon, godere, profittare, e sarebbe stata parola franca. Ma al Kern si può obbiettare primieramente che questo fehod è puramente ipotetico, non essendovene esempio in tutto l’aat. e mat., e poi che ad ogni modo sarebbe sempre una parola avente la stessa radice non solo indeu. ma ger. dell’aat. fihu, ags. feoh, cioè fahan, come si può vedere qui sopra. Altri finalmente supposero il mlt. feodum essere un composto dell’aat. , salario, e od, bene, buono; e sarebbesi chiamato così il feudo, perchè veniva ad essere una ricompensa dei servizi resi dal vassallo al suo signore. Anche qui però entrerebbe sempre l’aat. fihu, giacchè non è che una forma secondaria di quello. Ma in tal caso bisognerebbe poi spiegare la caduta del d finale [p. 138 modifica] dalle forme romanze antiche, e da quelle ger. stesse. Sicchè, tutto computato, mi pare quasi evidente che la maggiore probabilità sta sempre per l’etim. sostenuta dal Diez e accettata dal Littrè. La forma fr. moderna è fief, dove la f sarebbe un indurimento di u o v, finale dell’afr. fieu; benchè altri traggano fief immediatamente da fied (come soif da sitis), e fied da fëhod; ed infine Gröber (Zeits., II, 459) ritiene che fief sia sost. verbale tirato da fiever [bl. fevare], che viene direttamente dall’etim. t. fe(h)u, dove l’u finale s’è consonantizzato in v, precisamente come in esquiver da ger. skiu(h)an. Fief avrebbe poi generato fiefer. I deriv. fr. procedono non da fief, bensì da feudum o feodum, come gl’italiani feudale, feudatario, infeudare.

Fiadone, favo di miele (Libro Simil.; Tratt. Car.). Questo nome coll’afr. flaon, fr. flan [donde ing. flawn, focaccia d’uova] prov. flauzon, sp. flaon, focaccia larga, venne mediante il mlt. flado, usato già da Venanzio Fortunato, dall’ aat. fiado, focaccia pei sagrifici, mat. vlade, focaccia larga e sottile, tm. Fladen, a. ol. vlade, via, m. ing. flate [got. * flatha], focaccia, vall. flate “fiadone di vacca”. È evidente che l’idea di “piano, piatto” è la fondamentale in tutte queste voci, e che la specializzazione in quella di “favo di miele” è avvenuta sul territorio delle ling. neolatine. La voce ger. spetta al preger. platan o plathan, che vediamo riflessa nel gr. πλατύς, largo, πλάτανον, platano, πλάθανον [il θ per idg. th] piastra da far focaccie, sans. prthús, largo [donde prthúi, terra, v. Feldmaresciallo], práthas, larghezza, zend. perethus, largo, frathanh, larghezza, lit. platús, largo. Qui si connettono pure mediante apofonesi il l. plôth che scorgesi in Plôtus, Plautus propriamente “piede piatto,” semiplotia, mezza scarpa, mat. vluoder = tm. Flunder, pesce piatto. Affini, ma più lontanamente, sono i derivati dall’aat. flaz, anrd. flatr, piano, piatto, cioè: ags. ing. flat, dan. flad; poi aat. flazzi, flezzi, dal quale ceppo si svolsero prov. flatar, adulare, flataria, adulazione, flataire, adulatore, fr. [p. 139 modifica] flatter, flatterie, flatteur; afr. flat, percossa, flatir, percuotere sul pavimento. Qui da “fare piano” s’è svolto il senso di “fare liscio”; e “lisciare” dal senso proprio è passato al figurato. Bopp Gl.3 252; Miklosich, 570; Curtius3 261; Kuhn 12, 107.

Fianco, parte del corpo fra le coste false e la coscia. (Dante, Petrarca). Insieme col prov. e fr. flanc procedette dall’aat. hlanca, lanca, lanka, lancha, mat. lanche, lanke, anca, coscia, lombo; ags. hlanc, ing. lank, sottile, magro, stretto, smilzo, gracile; ags. hlence, hlenca, dan. länke, anrd. hleckr, catena; ags. hlinc, ing. linch, colle, ciglione, anrd. hlickr, obbliquità, curvità. Il significato fondamentale di queste voci sembra essere stato quello di “piegatura, curvatura” che appare nel vb. denominativo mat. tm. lenken formatosi di qui, e significante “dare una direzione obbliqua” e che sembra affine al lit. lénki, piegare; nel mat. gelenke, giuntura, articolazione di tutto il corpo, tm. Gelenk, articolazione in generale; e nell’aat. lenka, mat. linc, lenc, tm. linki, sinistro, mancino [aat. lenka = mano sinistra], colle forma secondaria slinc, storto, ing. left [da ags. * lyfte]. Il Kluge crede che anche il l. languere, essere stanco, e gr. λαγαρός, stanco, abbiano una lontana parentela col gruppo ger. che qui abbiamo considerato. Difatti dal concetto di “piegatura, stortura” a quello di “debolezza” è facile il passaggio; onde abbiamo visto che parecchie delle forme ger. hanno precisamente il signif. di “debole, fiacco, smilzo”. Il Diez mosse un’obbiezione all’etim. della voce rom. dal ger., cioè quella del mutamento insolito dell’h in f. Ma il Kluge ha osservato giustamente che se tale trasformazione è rara, non è però impossibile, dacchè la vediamo verificarsi, nel caso dell’aat. * hlâo, lâo, mat. lâ, lâwer, anrd. hláer nel fr. flau, flou. Il Mackel (p. 66) fa rilevare che contro la derivazione dall’aat. hlanca, lanca sta non tanto il cangiamento del gruppo hl in fl, fi, quanto la diversità del genere. Perciò propone in quella [p. 140 modifica] vece l’agg. ags. hlanc, hanck, sottile, stretto che pel senso risponde al l. flaccus, messo innanzi dal Diez. Il tm. Flanke non procede dall’aat. hlanca, ma rientrò in Germania nel sec. 17º dal fr. flanc, flanque. Deriv.: fiancale, fiancare, fiancata, fiancheggia-mento-re, fianchetta, fiancuto; rinfiancamento-re, rinfianco.

Fiappo, floscio, cascante. È voce dei dial. piem. lomb. e veneto, dove si presenta generalmente sotto la forma di fiap. Il crem. ha flapp, avvizzito. Il ceppo ger. flapp presenta molte forme accessorie, tutte però coll’idea fondamentale di “qualche cosa di cascante, lento”. Così flap = bocca aperta; bt. flabbe = labbro inferiore pendente, anrd. flipi = labbro inferiore del cavallo, flep, straccio. Questa derivazione proposta dal Diez, ci pare evidente sotto tutti i rispetti; onde non sappiamo come altri abbiano, dopo di ciò, pensato a proporre il l. flaccidus, che corrisponde pel senso ma non per la forma, e il l. flavidus, giallo, avvizzito, lontanissimo anch’esso foneticamente. Nel dial. di Montese s’incontra la voce sfioppola, significante “quella pelle che si solleva per una forte pressione, ammaccatura o scottatura”, e che sembra presupporre un fioppa “cosa floscia”. Credo che si riferisca qui, del pari che il romag. fiapa.

Fiavo, favo (Crescenzi, 9, Sacchetti, Vite SS. Padri). È verosimilmente un doppione di * fiado, forma antica di fiadone, col trapasso del d in v, come in biada. Perciò risalirebbe all’aat. flado. V. Fiadone. Ma dal momento che da faba venne fiaba, e da * facula [der. di fax] fiaccola, non è improbabile anche la orig. da favus. Deriv.: fiale, fiare.

Fignolo, enfiato piccolo e marcioso (Bencivenni, Cur. Malat.). Derivò dal mat. pfinne, vinne, ol. vin, tm. Finne, pustola, bolla. Il Kluge non potendo spiegare l’accozzamento della forma mat. pfinne che presuppone nel got. un p, e dell’ol. vin che richiede una f, crede che ci sia stato un miscuglio col mat. phinne, finne, bt. finne, [p. 141 modifica] pinne, ol. vin, pin, pen, ing. flin, pin, forme svoltesi dall’ag. finn, pinna, piuolo, cavicchio. Ma poichè l’ags. finn compare prestissimo nel ger., cioè prima della differenziazione vocalica operatasi nell’aat., e avanti il principio della cronologia tedesca, il Kluge respinge la derivazione tanto del mat. phinne, tm. Finne, pinna, quanto del mat. pfinne, tm. Finne, fignolo, dal l. pinna, penna; derivazione sostenuta anche dal Diez. Piuttosto egli ammette una parentela primitiva dell’ags. finn col l. pinna. Deriv.: fignoloso.

Filibustiere, ladrone di mare, corsaro (neolog.). Questo nome immediatamente procede dal fr. flibustier afr. fribustier, parola d’origine ger. che presenta le seguenti forme nei vari rami di quell’idioma: ol. vrybuiter, dan. fribytter, ing. freebooter, t. Freibeuter. È un composto dell’agg. frei, libero, che sarà trattato alla voce franco, e di beuter, bottinajo, dal t. Beute, bottino, ol. buit, anrd. byte, ing. booty (v. Bottino). Significa dunque “libero corsaro”; e fu il nome applicato ai corsari inglesi e francesi che nei mari d’America assalivano le navi spagnuole. È dunque falso ciò che asseriscono alcuni circa l’etim. della parola in discorso dall’ing. flyboot “battello mosca”, da fly, mosca, e boot, battello; nome che passò nel fr. filibot e nello sp. filibote; ma che non ha niente che fare con filibustiere.

Filtro, panno non tessuto che consiste insieme per l’umor tenace onde è imbevuto (Manetti, Mei, Salvini). Procede dall’ags. felt [aat. filz, tm. Filz], da cui è venuto feltro col quale aveva in origine lo stesso significato. Ma poi filtro passò a indicare “colamento di liquidi”, perchè nell’ operazione del colare s’adoperava principalmente, se non esclusivamente, di quel panno. Denotò poscia “ogni pezzo di carta o di tela ad uso di colare”; e infine significò lo stesso “penetrare dei liquidi in qualunque materia”. In senso di “bevanda atta ad ispirare amore” viene dal gr. φίλτρον, amatorio. Deriv.: filtrare, filtratura, filtrazione; infiltramento, infiltrarsi. [p. 142 modifica]

Finco, specie di fringuello (voce del dialetto venez.). È la riproduzione esatta dell’aat. finco, vinco, fincho, vincho, fringuello; donde vennero mat. vinke, tm. Fink; Finke; ags. finc, ing. finch, ol. vinc, sv. finc, dan. finke, [got. * finki, * finkian, mancano]. È sorprendente la somiglianza del vocab. ger. col cimb. pinc, lieto, fringuello; brett. pint, fr. pinçon, sp. pinzon, pinchon, it. pincione; dial. ing. pinch, pink, fringuello. Però nè il ger. fincho viene dal rom. o dal cimb. pink, nè viceversa. E neppure pare siavi alcuna relazione col l. fringila, it. fringuello. Quanto al ger. fink, il Grimm, Wörterb., 3, 1663, lo collega a fanke, e funke, scintilla, traendolo dalla rad. verbale da cui il vb. mat. funken, tm. finken, fank, gefunken, scintillare, risplendere, a cagione del colore delle penne di certe sorti di questi uccelli detti dai Tedeschi Brandfinken, e Goldfinken, con probabile rapporto alla tradizione rustica degli “uccelli portatori del fuoco”. Lo Schade invece I, 196, seguendo lo Schmarda, Zool., 2, 446, lo connette ancor egli alla stessa radice, ma in considerazione delle piume rosse o rossogrigie del petto del Buchfinken e Bergfinken, ossia fringuello di faggio e fringuello montano, del capo e collo screziato e delle striscio gialle del Distelfinken o cardellino. Perciò questo nome risalirebbe alla rad. pik, colorare, dipingere, donde anche sans. ping, dipingere, pingas, nereggiante. Bopp, Gl.3 240. Dal che il Kluge deduce che il ger. fink e rom. pink siano originariamente affini. Egli accenna anche ad una possibile parentela col gr. σπίζα, σπίγγος. V. anche Friggibuco. Nel Veneroni ricorre anche la forma frinco, dovuto forse ad un ravvicinamento popolare con fringuello.

Fio, feudo o tributo che si pagava pel feudo. Questa voce s’usò in tal senso fino al tempo del Bembo. G. Villani 4, 20 scrisse: «Molti nobili e gentili uomini largamente dato loro sotto fio, li si fece vassalli». In seguito cessando d’esser adoperata in senso proprio, assunse varii [p. 143 modifica] signif. metaforici, cioè di “tributo, merito, ricompensa, pena, nonnulla”. Procedette direttamente dal longob. fio che s’incontra nel composto faderfio, “bene paterno della sposa”, cioè “quantum ei pater in die nuptiarum dederit” (Leg. Rotharis, 81; Haupt, I, 552; Grimm, Deutsche Rechtsalterthümer, 429). È forma sorella dell’aat. fiho, fihu, fëho ecc., che abbiamo visto avere dato origine al prov. feu, afr. fiu, donde fr. fief, e l’it. feudo (v. questa parola). Altri però vorrebbero riannodare fio al got. faih, faihu, danaro. Ma la forma ed il concetto stesso decidono a favore della voce longob. Del resto è poi sempre la stessa radice, come si vide già a Feudo.

Fitta, terra che sfonda (Lab. 388, Pataffio, Firenzuola). Il Diez assegna come probabile etim. di questa parola l’aat. fiuhti, terra umida, col quale si può confrontare il grig. fiecht dal tm. feucht, umido; ma il Ronsch lo connette a fitta da fingere, come se volesse signif. “terra finta, ingannevole”; il che però ci sembra poco verosimile.

Flirtare, scherzare, civettare (neolog.). È il fr. flirter, d’ug. sig., venuto a sua volta dall’ing. to flirt. Questo poi, può procedere o dall’ags. fleurdjan, motteggiare, o dal t. flirren, flirtsen, flirtschen, fare del rumore.

Fodera, fodra, tela o stoffa da soppannare vestiti (Niccolò da Uzzano; Legg. Tosc.). Questo nome non è che una forma varia dal seguente con senso specializzato, cioè ristretto da quello di “guaina o custodia” a quello di “guaina o custodia del vestito”. Deriv.: fodera-ia-re-tore-tura; infoderare; sfodera-re-mento.

Fodero, guaina della spada, soppanno, legnami o travi collegate insieme; vettovaglia (Novellino, Tav. Rit., Liv. M., Crescenzi). Procede direttamente dal mlt. foderum, e questo dal got. fôdr, guaina, custodia della spada: aat. fuotar, fuatar, fôtar, mat. vuoter, vûter, ol. voeder, nutrimento, guaina, tm. Futter; ags. fôdor, fôddor, fôddur, ing. fodder, cibo, anrd. fôdhr, foraggio. In tutte queste voci ger., [p. 144 modifica] eccetto la got., ci sono evidentemente due signif. sostanzialmente diversi, cioè quello di “nutrimento” e quello di “custodia”; il quale accozzamento di significati alcuni hanno tentato di spiegare supponendo che la parola da principio denotasse “mezzo per nutrire e per custodire”, fondandosi sulla rad. idg. pa indicante “proteggere, conservare, nutrire”. Il Kluge per contrario opina che nell’aat. fuotar, tm. Futter sia avvenuta la fusione fonetica di due parole radicalmente diverse, una delle quali avrebbe avuto il signif. di “custodia”, che appare tuttavia l’unico nel got. fôdr, e l’altra quello di “alimento”. Il Mackel (p. 30) sostiene anch’egli l’opinione del Kluge; e trae fôdr in senso di “guaina” dal preger. po col suffisso dro, e fôdr in signif. di “cibo” dalla rad. preger. fod. La seconda sarà da noi trattato alla voce foraggio. Quanto alla prima, essa è dal Kluge, dietro le orme del Bopp Gl.3 201, rimenata alla rad. idg. pat che riscontrasi nel sans. pâtra-m, recipiente, vaso. Dalla voce ger. presa in questo senso, oltre all’it. fodero e suoi derivati, ebbero origine sp. port. forro, prov. afr. fuerre, fr. feurre, fourreau, fourrure, pelliccia. V. anche Foraggio, Foriere, Foriero, Forra, Furiere.

Folco, moltitudine (dial. comas.). Coll’afr. folc, fouc, prov. folc, greggia, esercito, procede dall’aat. ags. folc, folk, folch, folg, anrd. fôlk, mucchio, schiera, mat. volc, tm. Volk, popolo. Il tema ger. è fulka. Gli corrisponde l’ags. fylce, distretto, anrd. fylki, fylking, manipolo, fýlkia, mettere in ordinanza, fylkir, condottiero. Si possono confrontare lit. pulkas, mucchio di uomini, pulkatis, pulkwatis, mettere in mucchi; lett. pùlks, pulka, schiera; a. sl. pluku, schiera, cz. pluk, schiera, pol. pulk, polk, reggimento, pulkownik, colonello, serb. sl. puk, popolo. La forma ger. slav. fondamentale è pulka, idg. parka, dalla rad. idg. par, riempire. Mikl. 575; Curtius3 260. Gli si può raffrontare anche il l. vulgus. [p. 145 modifica]

Folla, gran moltitudine di gente stipata (Segneri, Lippi). La tarda comparsa di questa voce nell’it. ci conduce a supporla venuta dal fr. foule oppure dallo sp. folla d’ug. signif. [vb. sp. holler, fr. fouler]. Lo sp. poi e il fr. si fanno comunemente derivare dal vb. l. da cui si formò fullo-onis, follatore, e it. follare, calcare, pestare; a quel modo che da calcare si svolse calca nello stesso senso di folla. Ora, senza negare la molta verisimiglianza di quest’etim. proposta dal Diez, è lecito domandare se le voci romanze non potrebbero essere derivate dal ger. che ci presenta le forme got. fullô, pienezza, abbandonanza, aat. follâ, fulli, vullâ, mat. volle, ags. fyllo, anrd. fylli, tm. Fülle, piena, copia, ed anche “moltitudine”. A me pare che la perfetta uguaglianza delle forme, e la molta vicinanza dei signif., rendano assai probabile questa etim. ger. a cui, ch’io sappia, finora nessuno ha pensato. A tutti questi nomi si riannodano: vb. got. fulljan, as. fulljan, fullôn, aat. fulljan, fullen, mat. vüllen, tm. füllen, riempire; ags. fyllan, anrd. fylla, dan. fylde; che hanno a fondamento l’agg. got. fulls, aat. fol [tm. voll, ing. full, ol. vol] pieno, le cui relazioni colle altre lingue idg. si vedranno sotto la parola Folle. Qui basti il dire che il t. Fülle spetta alla stessa rad. del t. Volk, popolo, e del l. plenus, pieno. Deriv.: affolla-mento-re; affollatamente, sfollare.

Folle, stolto insensato (Tavol. Rit.; Brunetto). A questo agg. [fr. fol, fou, a. sp. prov. fol, ing. fool] si assegna da tutti per etim. il bl. follus; ma variano poi i pareri sull’origine prima di quest’ultimo. I più lo fan venire dal bl. follere, muoversi qua e là, formatosi da follis, soffietto, “ciò che va e viene”; e si fondano sull’idea di ballottamento propria dell’antico vb. fr. foler, folier; donde folletto (fuoco folletto = a “fuoco che gira”, analogamente alla denominazione t. Irrlicht = luce errante). Altri, pur tenendosi a questa etim., partono dall’idea di “gonfiatura”. Ma sono state proposte anche due deriv. ger., la più [p. 146 modifica] verosimile delle quali è l’agg. voll, pieno, ubbriaco, quindi “forsennato”. Voll poi procede dall’aat. mat. i, got. fulls, ags. ing. full dal preger. pelno. Il sans. ha pârná, lo zend. parena, lit. pilnas, a. sl. plunu, a. irl. lan, l. plenus [manipulus = mano piena]. Plenus è ampliamento, mediante il suffisso no, della rad. verbale idg. pel, ple che appare anche in com-pleo, im-pleo, e nel gr. πλήρης, πληρόω, πιμπλάναι. Se non s’accetta la derivazione da voll, credo che tanto meno si potrà accettare quella dall’agg. aat. ful [got. fuls, ags. ful, ing. fouls] mat. vul, tm. faul, marcio, e dal gr. φαύλος, dappoco. Deriv.: folleggiamento, follemente, folletto, follia, follore.

Foraggio, provvigione per le bestie (Fra Guittone, Villani). Credo che insieme collo sp. forrage, immediatamente derivasse dal prov. fouratge, fr. fourrage, giacchè l’it. dall’aat. fuotar, fôtar, non ne avrebbe mai cavato foraggio. Il fr. fourrage poi è un ampliamento di feurre, forma fr. svoltasi immediatamente dal voc. ger. Come abbiamo detto di sopra, l’aat. fuotar spetta alla rad. ger. fod, fad, il cui svolgimento nel campo ger. e la cui corrispondenza in quello indeu. è molto istruttiva, e merita d’essere trattata un po’ diffusamente. Nel ger. adunque essa diè origine a quattro forme fondamentali fôdian, fadar, faths, fuotar. Il got. fôdjan, as. fôdjan, fuodian, fuodëan, aat. fuottan, fuattan, foatan, fôtan, mat. vûten, vuoden = nutrire, ingrassare, produrre; ags. fêdan, lo stesso; ing. feed, [food = cibo] a. fris. fôda, fêda, fris. fieden, nutrire; anrd. fôstr, fostri, ags. fôstur, nutrimento, ing. to foster, nutrire, curare. Il got. fadar, as. fadar, fader, aat. fatar, fatir, fater, father, mat. vater, tm. Vater = padre, ags. fäder, feder, ing. father, a. fris. feder, fader, feider, fris. faer, faar, ol. vader, vaar, anrd. fadhir, sv. dan. fader; ags. fadhu, fahde, sorella del padre, aat. fataro, mat. vedere, fratello del padre. Infine got. faths, fads = signore, superiore. La rad. idg. è pa, la quale ampliossi mediante un d nel ger., [p. 147 modifica] e mediante un t nelle altre lingue indeu., dove si riscontra nell’a. sl. pitati, nutrire, pitomu, ingrassato, serb. sl. pitati, ingrassare, lit. pietus, pranzo, zend. pitu, cibo, sans. pitus, alimento; gr. πατέομαι, io mangio, άπαστος, che non ha goduto, πάτνη, πάθνη, φάτνη, greppia: tutte le quali voci corrispondono al got. fôdian. A fadar fan riscontro: sans. pita [da pitar o patar], gr. πατήρ, l. pater. A faths, fads risponde: lit. pàts, marito, pati, moglie, l. potis, potens, potiri, gr. πόσις, πότις, marito, δεσ-πότης, signore, sans. patis, signore, marito, patni, signora, moglie, patis, egli domina, protegge. A fuotar non si trova altra corrispondenza fuori del campo ger. che il sans. patram, custodia, vaso. La rad. idg. pa = proteggere, contenere, nutrire; e benchè il signif. di “nutrire” sia il prevalente in quasi tutte le forme ger. e indeu. finquì vedute, tuttavia in alcuni casi ricorre anche quello di “recipiente, custodia”, come nel sans. patram, nel gr. φάτνη; onde l’asserzione del Kluge sulla duplicità della rad. di fuotar, guaina, e di fuotar, nutrimento, sembra non essere assai fondata. Bopp Gl.3 201, 227, 237, 240, 244; Curtius, 253, 254, 257, 265; Grimm Ges d. d. Sp., 266; Pictet, 2, 348. Deriv.: foraggia-mento-re, foraggiere.

Forare, fare buchi, trivellare (Guinicelli, Dante). Viene dal l. foro (Plauto, Columella); e noi lo accenniamo qui solo perchè esso ha comune col t. la rad. idg. bhor, che diè origine all’aat. bora, tm. bohren, donde it. borino, bulino. V. queste parole.

Forbannuto, (ant.), bandito, esiliato (M. Villani). Dal bl. forbannitus delle L. Rip., e ferbannitus delle L. Sal. originarono l’it. forbannuto, afr. forbannir, e fri forban. Il bl. forbannitus è un composto ibrido, in cu entra il l. for = foras, fuori e il rom. bannire, venuto dal got. bandvjan, aat. bannan, bannen, visto già alla voce bando.

Forbire, nettare, pulire, lustrare (Dante, Cresc.). Dall’aat. furban, furpan, mat. furben, fürben, vurwen [p. 148 modifica] vürwen, tergere, pulire. Questo vb. sparì dal tm., e non sembra che abbia alcuna relazione col vb. farben, tingere, colorare, Farbe, colore. Coll’it. forbire, ne derivarono pure prov. forbir, fr. fourbir, ing. furbish, pulire, lisciare. V. anche Furbo. Deriv.: forbitamente, forbitezza, forbitojo, forbitura.

Foresta, terreno incolto e coperto di grandi alberi (Novellino, Dante). Il Grimm 12 416 tentò di derivare questa parola [sp. port. cat. floresta, con evidente mescolanza di flos, fiore; prov. forest, foresta, fr. forêt] dall’aat. foraha, fohra, mat. vohre, tm. Föhre [ags. furh, ing. fir, anrd. furn], pino selvatico, da cui sarebbe venuto il tm. Forst, e da questo le voci rom. Egli si fonda specialmente sul fatto che, l'estensione del senso primitivo di “bosco di pino” a quello di “bosco” in generale si presenta anche nella sl. bor [t. Föhre] “pino” e “bosco”; e nel mat. tan che significò “bosco di abeti” e “bosco” in genere. Ma contro il Grimm il Diez osservò giustamente che la scomparsa dell’h è inesplicabile, e che il suffisso est, ast in tedesco è rarissimo. Perciò egli preferisce il l. foris, foras, fuori, da cui s’era già svolto il forasticus di Placido, “esterno”, e donde provenne anche l’it. forestiero. Su questo modello il bl. formò forestare, mettere di fuori, bandire. Di qui uscì il mlt. forest-is-e-us-um-a; forast-um-a che s’incontra già nel 556 in un docum. del re franco Childeberto I, e che significò da principio “bando, proscrizione” e “terreno su cui era posto un bando”. Indi forestare passò a significare “creare una foresta”, perchè queste proscrizioni s’applicavano principalmente ai boschi dove si trovavano le bestie selvatiche, e dove naturalmente il terreno lasciato incolto a cagione del bando doveva produrre grandi alberi. Questo è, secondo il Diez e il Littrè, lo svolgimento storico per cui da foresta “territorio messo a bando”, si passò a foresta “bosco folto”. Questo ragionamento è certamente acuto e sottile; e difatti lo Scheler, [p. 149 modifica] Schade, Kluge, Mackel e quasi tutti i filologi s’attengono a questa etim. Però resta il fatto che una glossa antica riportata dal Graff III, 698, dice che foresta è parola dei Franchi. Se questo è vero, non potendo chiamarsi franca una parola tolta dal latino, è evidente che la parola in discorso sarebbe d’origine germanica.

Fornire, provvedere, somministrare, guernire, finire. (Novellino, Dante). Contro l’etim. proposta dal De Brosses da furnus che ci condurrebbe a dare a fornire il signif. di “cuocere al forno, apprestare il cibo”; sta il fatto che il prov. presenta le forme formir, furmir, frumir, e molto più il signif. di “finire” che spesso ha preso questo vb. Quindi resta assai più verisimile la derivazione dall’aat. frumian, frumman, vrumman, frummen, frummin, as. frummian, frummean, mat. vrummen, vrümen, curare, compiere mettere avanti, fare avanzare. Il tm. frommen fu usato solo da Lutero. Dall’aat. frumjan si svolse prov. afr. fromir, formir, fornir, fournir, e a traverso a queste voci dovette passare l’it. (v. Mackel, Die germanischen Elemente in franz. und prov. Sprache, p. 22, 188). Al vb. aat. frummen si riannodano l’agg. aat. frumm, tm. frommen, buono, bravo, eccellente, sost. fruma, utilità, e agg. got. fruma, primo; ags. feorma, forma, as. formo, primo; a cui rispondono lit. pirmas, pirms, primo, l. primus, gr. πρόμος, sans. paramas, il più alto. Bopp, Gl.3 231; Curtius3 74, 266; Grimm, 397. Forme it. ant. sono fronire, frunire. Lo sp. port. è fornir, l’ing., tolto evidentemente dal fr.. furnish. Deriv.: fornimento, fornimentuzzo, fornito, fornitrice, fornitura; rifornire.

Forra, franatura fra monte e monte, valle stretta, fratta (Burchiello, Pulci). Immediatamente venne dall’afr. fourre [fr. fourrè], solco, scanalatura, porca, aiuola, con un po’ di sfumatura di significato. Il fr. alla sua volta riposa sull’aat. furuh, furh, mat. furch, tm. Furche, solco fatto coll’aratro. L’ol. ha voor, ags. furh, donde ing. furrow, solco, ed anche furlong, sorta di misura itineraria, [p. 150 modifica] anrd. for, canale. La rad. preger. è prk che troviamo riflessa nel l. porca, spazio fra due solchi, porculetum, campo diviso in ajuole; nell’arm. herk, maggese di fresco arato, cimb., rhyh, a. gall. rikâ, a. irl. rech, porca. La forma fondamentale di questa parola è prka. Trarre questa voce dal got. fôdr, come tentarono alcuni, ci pare assurdo, specialmente pel senso; dacchè il got. non significa altro che “provvigione, pascolo”; onde fra i due sensi c’è divario grandissimo.

Forsennato, privo di senno (Novellino, Dante). È un composto ibrido del l. for per foris, fuori, e del rom. sen, venuto dall’aat. sin, tm. Sinn, senno, mente (v. Senno). Probabilmente a noi venne dal prov. forsenat, afr. forsené [donde fr. forcené], giacchè la composizione di for con sen non era possibile che sul territorio delle lingue francese e provenzale dove la voce t. si trasformò in sen. Deriv.: forsennare, forsennataggine, forsennatamente, forsennatezza, forsenneria.

Frac, sorta d’abito d’uomo (neolog.). Procede dal fr. frac ricorrente già nel Duclos, che il Littrè trae dal tm. Frack, usato in Germania sin dalla metà del sec. passato. Questo t. Frack, secondo l’Adelung e il Kinderling, insieme colla cosa significata, venne dall’ing. frock, essendo noto che l’o ing. nella pronuncia piega verso l’a. Ma è poi oscuro che cosa etimologicamente sia questo ing. frock.

Framea, arma degli antichi Franchi, ch’era una specie di lancia col ferro molto lungo (term. stor. ). È il l. framea che Tacito ci rappresenta come vocabolo ger. Viene da alcuni collegato all’ags. franca, giavellotto; da altri al t. Pfriem, ol. priem, sved. pren, punteruolo.

Franco, libero, indipendente, sincero, leale, esente da spese o cure ecc. (Malespini, Dante). Circa questo vocabolo importantissimo nella storia, tutti convengono che sia d’orig. ger., salvo il Diefenbach che lo giudicò celtico, ma con poca o niuna verisimiglianza. Immediatamente [p. 151 modifica] adunque procedette da Franco, nome d’un popolo ger. che nel sec. IV comparì sul Basso Reno, donde a poco a poco invasa e soggiogata la Gallia le diè il nome di Francia. Però perchè il nome di questo popolo potesse diventare sinonimo di “libero”, bisogna supporre o che esso fosse “libero” per eccellenza; il che non è confermato da alcuna tradizione storica, ovvero cha il nome da esso assunto significasse già antecedentemente “libero”. Quindi è da credere che i Franchi fossero bensì il veicolo per la gran diffusione della parola in discorso, ma non che essi per la loro indole e condizione le facessero acquistare un valore speciale. Difatti il Grimm opina che da principio fosse un agg. svoltosi dal got. freis, tm. frei, libero; e che questo agg. fosse in seguito applicato ad un popolo, e poscia a una sorta d’arma. Però quest’etim. oltre che non dà ragione dell’applicazione ad una spada, non ispiega il passaggio fonetico molto forte da freis, aat. fri, a francho; e per consegnenza oggi è quasi abbandonata, seguendosi comunemente l’opinione che trae il nome del popolo aat. Franko, Vranko, mat. Vranke, tm. Franke-n dall’ags. franca, dimin. di framea, sorta di arma da getto, già mentovata da Tacito. E questa deriv. del nome d’un popolo da quello d’un’arma ha un esempio analogo nel nome dei Sassoni dall’aat. Sahsun, venuto da sahs, spada. Ora non è ben certa la connessione tra ags. franca, e il framea tacitiano; ma la difficoltà della derivazione del concetto di “libertà” da quello di “spada” si può facilmente spiegare considerando che la spada era la condizione necessaria per diventare o mantenersi liberi. Quindi il Kluge ammette senz’altro come sicuro che il fr. franc, it. sp. port. franco vengano dal t. Franken, nome d’un popolo ger., aat. Frankun, che propriamente designava l’uomo libero; e poi che questo nome di popolo sia una derivazione dal perdutosi aat. Francho, “lanciotto”, che si conservò nell’ags. franca, e nell’anrd. frakke d’ug. sig. Secondo il Diez molti dei [p. 152 modifica] derivati romanzi di questo aggettivo, e precisamente quelli ove si conserva il c duro sono venuti dal mlt. francus svoltosi immediatamente dall’aat. francho, “uomo libero”, senza passare a traverso il nome del popolo; dal quale, fissatosi nel bl. Francia, sarebbero invece derivati quelli col c dolce. Spettano al primo gruppo: franca-bile-gione-mente-mento-re-tura-zione; franche-ggiare-zza, franchigia, franco, (moneta), francobollo, francogallico; franco-lino-ne; affranca-bile-mento-re-tore-tura-zione, rinfrancare, sfranchire. Al secondo: Francesco-a, francescano-a, francescone, frances-eggiare-ino-ismo-ume; infran-cesare-ciosare, sfranciosare, framassone.

Frappare, trinciare, tagliuzzare (Sacchetti, Pulci). Il Diez trae questo vb. [prov. frappar, fr. frapper = colpire] dal nd. hrappa, ingiuriare, rimproverare. L’ing. frappe, fare rimproveri, gli fa supporre che il fr. frapper abbia avuto da principio un signif. uguale. Ma questo salto dal morale al materiale essendo molto inverisimile, lo Scheler e il Grandgagnage propongono il bt. flappen, ing. to flapp, colpire con alcunchè di piatto [afr. flaber, flauber, vall. flabauder = battere]. Anche il Littrè dà la preferenza alla seconda delle etim. proposte, e fa notare che questa voce in fr. non compare che nel sec. XIV. In it. nel sec. XIV abbiamo il sost. frappa usato dal Sacchetti in senso di “lembo, frastaglio”. Probabilmente qui, come nel caso del fr. couper, il vb. dal senso di “battere, colpire” passò a uno più determinato, quello di “tagliare”.

Freccia, arma da scagliare, saetta (Villani, Boccaccio). Collo sp. port. frecha, flecha, prov. flecha, afr. fr. flèche, vall. fliche, piem. sard. flecia, moden. frizza, viene dal Diez derivato dall’ol. flits, flitz, flitsche, d’ug. sig.; mat. flitsch, vliz, arco, tm. Flitz. Ma il Mackel ritiene che questa sia etim. tutt’altro che sicura, e così la pensa anche il Baist, Rom. Forschungen I, 108. Il Thurneysen reca in mezzo l’a. irl. flesc da * vlisca, verga, bastoncello. Ad ogni modo il fatto che un certo numero di nomi d’armi ci [p. 153 modifica] vennero dal t. [alabarda, archibugio, elmo, schiniere, spiedo], rende verosimile l’etim. dal t., poniamo pure che la derivazione non risponda perfettamente alle leggi della fonetica, circa le quali alcuni glottologi sono forse troppo scrupolosi. Deriv.: frecciare, frecciata, frecciatore.

Fregio, linea fatta con penna per ornamento (Dante, Boccaccio). Immediatamente venne dal mlt. frisium, frigium d’ug. sig. Ora questo insieme col fr. frise, vb. frisser, ing. frieze, si riporta ad un tema ger. da cui provennero ags. frise, increspare, ing. to friz, frizzle, arricciare, a. fris. frisle, capigliatura del capo. L’afr. ci presenta anche le forme frese, e il fr. fraise. Il tm. Fries, Friese, secondo Kluge e Mackel viene direttamente dal fr. insieme col n. ing. frieze. La ragione del nome sta nel fatto che il fregio almeno da principio era propriamente “un ornamento arricciato”. Un rapporto etim. di questa parola coi Frisi, popoli della Germania mediante i pallia fresonica, vestimenta de Fresarum provincia, mentovati sin dai primi secoli del bl., sarebbe possibile se questi pallii frisii fossero stati “increspati ed arricciati”. Ma pare invece che fossero stoffe molto rozze. Lo Scheler propone per tipo comune del bl. frigium la rad. che produsse l’ags. vringen, vringlian, inanellare, increspare; ed inoltre accenna al nd. hringr, anello. Ma mi sembra difficilissimo che il duro gruppo ger. ng siasi addolcito in g, anche prescindendo dalla non frequente mutazione dell’hr in fr, e dalla poco convenienza del signif. Quanto all’Atzler che riattacca la parola in quistione al tm. Friesel, freddo; il dire che un tal termine sarebbe stato applicato a tutto ciò che “si increspa e s’arriccia” unicamente perchè il freddo fa “intirizzire la pelle”, mi pare sia una stiracchiatura insoffribile. La derivazione dai Phrygii, popoli dell’Asia Minore, è foneticamente impossibile por le forme francesi. Deriv.: fregett-o-ino; fregia-mento- re-tore-tura; sfregiare, sfregio; frisare, friso. [p. 154 modifica]

Fresco, moderatamente freddo, verde, florido, vigoroso, recente (Dante, Boccaccio). Dall’aat. frisc, mat. vrisch, tm. frisch, nuovo, giovane, vivace, robusto, ardito. Corrispondono qui l’ags. fërsc [donde ing. fresh], l’anrd. fersckr, fresco, irl. friskr, sv. farsk, frisk, dan. fersk, frisch, got. * frisks, dal tema friska, dove fri è il participio, e ska è suffisso. Quanto a fri, che appare nel got. e solo in composti, esso è una particella significante “avanti, in avanti”, corrispondente allo sl. lit. pri, prie, presso, avanti, e al l. pri, che entra in priscus, primus, [ant. privus, eccellente, singolare], al gr. πρό, zend. fra, sans. pra, avanti. Quindi il got. friska = che guarda innanzi, che sta sopra; dal quale signif. è ovvio il passaggio all’attuale delle lingue rom.: fr. frais, fraiche, prov. fresc, vall. friss; e celt. cimb. fresg, brett. fresk, ung. fris, venuti anch’essi dal ger. Non sappiamo come l’Ulrich abbia sentito il bisogno di pensare ad una derivazione da un l. * fricsum da frigere avere freddo, che per metatesi avrebbe dato un friscum; poichè l’origine dal ger. si presenta tanto spontanea per forma e per senso; il quale senso invece (anche prescindendo dalla inverosimiglianza d’un participio di frigeo) s’è svolto naturalmente nel ger. da quello di “nuovo, vigoroso” e non da quello di “freddo”, come pare presupporre l’Ulrich. Affini sono l’a. sl. presinu “fresco”, dall’ idg. praiskino, il cui dittongo appare anche nell’aat. freiscing, che vedremo alla voce Frisinga. Connesso alla rad. ger. fri, che entra in frisch, è anche aat. frao, frô, as. frâ, mat. vrô, tm. froh, lieto, giocondo; a. fris. frô, ags. freá, lieto, anrd. frâr, snello; donde frawi, frawida, Freyr, Freyja. Nel campo idg. sono corrispondenti qui: a. sl. pruvu, il primo, zend. paurva, che è avanti, eccellente, a. pers. paruva, primo di tempo, sans. pûrvas, primo, orientale. Bopp, Gl.3 246; Mikl, 714; Corssen, 12, 780. Deriv.: fresc-amente-ura-hezza-heggiare-hetto-hino-olino-uccio; raffresca-mento-re; rinfresca-mento-re-ta-tina-tìvo, rinfresco. [p. 155 modifica]

Fricassea, vivanda fatta di carni sminuzzate cotte in istufato con salsa di uova (Fra Giordano, Cecchi). Il Mahn tentò ricondurre questa parola al vb. l. frigere, friggere, mediante un deriv. * frictare da cui * fricare e in ultimo fricasséa. Ma se è facilmente spiegabile un deriv. frictare da fricare, non lo è ugualmente il caso inverso che si sarebbe verificato qui colla perdita inusitata del t. Questo dal lato della forma. Quanto al senso, si può notare che il concetto fondamentale di fricasséa non è quello di “frittura”, bensì quello di “manicaretto, cosa ghiotta”. Per tutto questo è molto più preferibile l’etim. messa avanti dal Diez, secondo il quale il fr. fricassée (da cui l’it.) insieme con fricadelle, fricandeau, fricasser, fricot, procedono dal got. friks, avido, a cui corrispondono aat. frëh, avaro, ghiotto, mat. frec, tm. frech, ardito, gagliardo, ags. frëc, ardito, m. ing. frek, anrd. frek, avido, ardito: dalle quali forme provenne certamente l’afr. frique, prov. fric, gajo, lesto. Dal quale senso era facile il passaggio a quello di “ghiotto, amico del piacere, cosa squisita”. Ora questo è precisamente il senso che riscontrasi nel n. prov. fricaud, ghiotto, delizioso, fricot, banchetto, fricoter, trattarsela, friquette, ragazza pubblica, fricandeau, ghiottornia, delfin. fricandela, ragazza vivace, fricasser preparare ghiottonerie. È evidente che in molti di questi vocaboli campeggia il signif. di “cosa ghiotta, saporita” e quindi a quelli riferiamo fricasséa, che per tal modo sarebbe d’orig. germanica.

Friggibuco, uccelletto dal canto monotono e lamentevole (voce assai rara). Probabilmente procede dal t. Finkbuch, invertito da Buchfinke, finco di faggio [Buch = faggio; Fink = fringuello, v. Finco. Nè una tale inversione fatta da una lingua romanza di due elementi d’una parola ger. è senza altri esempi analoghi. Così dall’aat. steinbokk, tm. Steinböck [da cui it. stambecco], l’afr. cavò bouc-estain. [p. 156 modifica]

Frignare, piangere, gemere, arricciare le labbra, beffare (dial. lomb.). Questo vb. viene connesso, coll’intermediario di * flignare, al tm. flennen, piangere, ridere, procedente dal mat. * vlennen, aat. flannên, torcere la bocca come fa chi piange o ride, contrarre il volto, dal ger. primitivo * flaznan. Lo sv. ha flina, dan. fline, stendere, ridere. In tutti questi casi, come nei deriv. it. che vedremo dopo, nel piem. flina, collera, delfin. deifrinà, essere spiacevole, fr. se refrogner, corrugare il viso, il signif. fondamentale è quello di “tensione, storcimento, contrazione”, che poi si esplicò in quelli di “pianto, riso, apertura”, come tanti modi speciali di “torcimento, contrazione”. La rad flas che diè forse origine anche al tm. fletschen da mat. vletsen, digrignare i denti, e pare avere affinità col. l. plos che si rivela in ploro. Il l. fleo che s’adatterebbe pel senso, è in opposizione colla legge di Grimm sulla trasformazione delle consonanti dall’indeu. primitivo nelle lingue derivate. Del mat. flans d’ug. rad. venne pure l’afr. flan, apertura d’un monte; e dall’anrd. flan, forte commovimento, sembra essersi svolto il fr. [dial. norm. borg. lor.] flaner, commuoversi. Quanto all’it., esso da questo tema ha cavato i seguenti deriv.: frigna, frignio, frignuccio; infrigno, infrignato; raffrignare, raffrigno, rinfrignare.

Frisinga, giovane porco (dial. siciliano). Coll’afr. fresange, fresanche, fraissengue, prov. fraysse, procedette dall’aat. frisking [forme secondarie ed oscure: friscing, friskinch, frisching, frussing, frusscing, ed altre], bestia pel sagrifizio, mat. vrischinc, vrischlinc, tm. Frischling, giovane porco selvatico. Il vocab. ger. si formò dall’agg. frisch col suffisso ing ling. La forma dell’as. era fërscang, vërscang, vërscung. Il Diez vuole connettere coll’aat. frisking anche l’it. frassugna, grasso, con mescolanza però anche di sugna.

Frizzare, pizzicare della pelle e del palato per effetto di frustate, o cose piccanti; pungere (Davanzati, Buonarroti). L’aat. frëzzan, mat. vrëzzen, tm. fressen, [p. 157 modifica] rodere, divorare, sembra avere dato origine a questo vb. [sp. frezar, freza], molto più verosimilmente che un * frictiare formatosi dal l. frico, fregare; prestandosi assai la forma, e più ancora il senso di “mordere, divorare”. Quanto al * frig’ diare dal l. frigidus, proposto dal Flechia, mi pare anzitutto che non corrisponda per niente il significato; giacchè non è la sensazione del “freddo” quella che costituisce o cagiona il frizzo, bensì quella del “rodimento, del morso e della puntura”. Poi se il rom. avesse in questo caso avuto bisogno di formare un vb. nominale non l’avrebbe cavato dal l. frigidus, ma dalle forme aggettivali romanze da quelle derivate, a quel modo che l’it. da freddo ha tratto freddare, infreddare, raffreddare, e il fr. da froid ha foggiato un refroidir. Tornando all’aat frëzzan, questo risultò da un antico * fraëzzan con sincope dell’a atonico; e qui si può raffrontare il got. fraïtan, consumare, ing. to fret, rodere, con un participio in ugual modo accorciatosi; sing. frêt, pl. frêtun, per * fraêt fraêtun. Il prefisso verbale got. fra appare nell’aat. sotto la forma di fir, far, mat. tm. ver; e nel mat. da ëzzen col solito prefisso ver s’ebbe un nuovo vb. verëzzen collo stesso signif. di frëzzen che etimologicamente è con esso una cosa sola. Qui però voglio accennare anche un’altra ipotesi. Nel dial. di Montese, e fors’anche d’altri luoghi, esiste un frizzo, con significato di “freccia, cosa che punge”, venuto probabilmente dalla stessa radice di freccia, cioè dal bt. flitsch ol. flitz. Ora io domando se il vb. frizzare, pungere, e frizzo, puntura, non potrebber essere etim. la stessa cosa con frizzo, oggetto che punge, ma con signif. non più materiale, bensì morale; e quindi se non si potesse fare senza delle origini assegnate fin qui alla parola in discorso dagli etimologisti. Derivati: frizzamento, frizzante, frizzantino, frizzio, frizzo.

Fuchsia, nome d’un’erba che trasse il nome dal bavarese Leonardo Fuchs († 1565). Il cognome Fuchs [p. 158 modifica] procede dal nome comune Fuchs, volpe, svoltosi dall’aat. fuhs, mat. vuhs; a cui rispondono ol. vos, ags. ing. fox. Il ger. è fohs [fohsu] dove l’s è suffisso del maschile; e perciò manca anche alle antiche formazioni femminili: aat. foha, mat. vohe, got. faúhô, anrd. fóa. L’anrd. fox è usato solo in senso d’“inganno”. La forma femminile Fuchsin s’attiene all’ags. fyxen, ing. vixen. lì got. faúhô da un preger. púkâ lascia apparire una relazione col tm. Vogel, got. fugls, preger. pukló-s come foneticamente possibile, caso che sans. puccha, coda, sia originariamente affine. Perciò la denominazione della “volpe” e dell’“uccello” in t. avrebbero la stessa radice a cagione dell’avere i due animali la coda. Abbiamo trattato con certa ampiezza questa parola perchè il cognome it. Foá sembra lasciare supporre che questo nome comune ger. fosse entrato nella lingua ital., benchè poi andasse perduto.

Furbo, barattiere, scaltro (Lippi, Segneri, Redi). Venne col fr. fourbe dall’aat. furban, furpan, mat. furben, pulire, mondare, perdutosi nel tm.; e da cui s’è visto essere derivato anche it. forbire, prov. forbir, fr. fourbir, lisciare, pulire. Propriamente significherebbe “dall’aspetto pulito”; e quindi si spiega come potesse passare a denotare “colui che inganna altrui sotto belle apparenze”. Con metafora simile il gr. dal vb. τρίβω, strofinare, ha cavato i due nomi επίτριμμα e περίτριμμα uguali nel signif. a furbo. Una derivazione di questa parola dal l. furvus, nero, proposta da taluni, è affatto impossibile per la niuna relazione del senso. Assurda ancora quella del l. fur ladro, da cui l’it. ha tratto furo, furoncello, furtivo, furto, ecc. Infatti donde sarebbe venuto quel b? Deriv.: furbac-chiolo-chione-chiotto; furbaccio; furbamente; furbe-ria-riola; furbesc-amente-o; furbettaccio, furbetto; furbizia, furbone.

Furiere, sotto ufficiale incaricato dei foraggi e dell’approvvigionamento dell’esercito; precursore (Jacopone, Machiavelli). L’it. si formò immediatamente dal fr. [p. 159 modifica] fourrier, che s’era svolto dal bl. fodrarius, venuto a sua volta dal got. fôdr, aat. fuotar, tm. Fütter, visto già sotto Fodero. Forme varie e posteriori di furiere sono foriere e foriero allegate poco di sopra. Che l’it. non potesse procedere direttamente da fôdr o da qualsiasi altro delle forme ger. è troppo evidente. È pure impossibile una connessione col tm. Führer, conduttore, guida, benchè la forma e fino a un certo punto anche il senso siano vicini. Circa lo svolgimento della rad. ger. nei varii rami di quell’idioma e sue corrispondenze nelle altre lingue indeu. rimandiamo a ciò che n’è detto sotto Fodero e Foraggio.

Fusciacca, cintola di nastro annodata di dietro o sui fianchi con due capi pendenti in basso (Salvini, Pros. Tosc. 2, 249). Alcuni, fra i quali lo Zambaldi, traggono questa parola dal t. Fuss-hake, composto di Fuss, piede, e i, calcagno, tallone; quindi = calcagno del piede. Ma contro questa etim. che dal lato della forma non presenta alcuna difficoltà, si può osservare primieramente che Fuss-hake è composto ignoto in tedesco, e che sarebbe anche abbastanza ridicolo, giacchè il calcagno o il tallone non può essere che del piede. Inoltre, anche dato che il composto ci fosse, il senso converrebbe assai male al signif. dell’it., il quale in ogni caso potrebbe richiedere una parola denotante “drappo che scende al tallone”; ma non puramente e semplicemente “tallone del piede”. Per tutto questo io sono d’avviso che sia bensì voce d’origine tedesca; ma che in luogo di Fuss-hake, abbia a fondamento il tm. Fuss-sack, sacco da piedi: il quale composto esiste realmente in t., ed inoltre s’adatta molto meglio sia alla forma che al senso dell’it. fusciacco, che viene in certo modo ad essere veramente un “sacco de’ piedi”, analogamente all’it. veste talare. Quanto agli elementi del composto, il primo è tm. Fuss dall’aat. fuoz, mat. vuoz; got. fôtus, anrd. fôtr, ags. fôt, ing. foot, ol. voet, as. fôt dall’idg. pôd, ped. Da quest’ultimo si svilupparono altresì gr. ποδ, eol. πώς, att. πους, [p. 160 modifica] ποδός, piede, l. ped, donde pes, pedis d’ug. sig., πέδιλον, suola, πεζός per πεδιός, pedestre. La stessa radice, modificata mediante apofonesi, scorgesi nel l. tripudium, a. ind. pád, padí, piede, padá, pedata; nell’anrd. fet, passo, lit. pedá, traccia, norveg. fet, orma de’ piedi; anrd. feta, trovar la via, aat. fëzzan, andare, ags. fëtjan, ing. to fetch, andare a prendere, raggiungere, ags. sitfaet, viaggio, anrd. fjaturr, tm. Fessel, parte de’ piedi, anrd. fit, parte di pelle compresa fra gli artigli degli uccelli, m. ing. fetlak, ing. fetlok, peli de’ piedi, mat. vizzeloh, piegatura mediana di piedi de’ cavalli, n. at. Fissloch. L’altro elemento è secondo noi, Sack, sacco, mat. aat. sac, got. sakkus, anrd. sekkr, ags. saecc, ing. sack, ol. zak: parola che il ger. tolse in prestito dal l. saccus, gr. σάκκος, i quali alla lor volta l’avean tratto dall’ebr. fen. sak, d’ug. sig. Hacke, calcagno, uncino, è parola propria del mat. e tm., chè l’aat. usava Ferse. La forma del mat. è hacchun, calce. Le corrisponde ol. hak, e viene comunemente tratta da haken, fendere, spaccare, tagliare; e fu applicata al tallone, perchè, questo è cosa “appuntita”. Il Kluge crede ad una affinità coll’ol. hiel, ags. hóh, calcagno, héla per * háehila, ing. heel, nd. háell, atteso specialmente il significato. Ad ogni modo qualunque sia la genuina delle due etim. qui sopra esaminate, noi ci troviamo dinanzi ad una parola che è di stoffa ger., e che penetrò unicamente nell’it., non s’incontrando in alcun’altra delle romanze. Un derivato it. importante è

Fusciacco, sorta di drappo ricamato che s’avvolge dietro al crocefisso quando portasi in processione (Gelli, lett. 7). Alcuni vorrebbero derivare questo nome dal pers. fisák, parasole; il che non sembra molto convenire alla forma del drappo.

Note

  1. Di qui russ. Polcha, pol. Polscka, donde t. Polen, it. Polonia.