L'elemento germanico nella lingua italiana/G

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F I

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G

Gabbare, burlare, beffare, ingannare, giuntare (Albertano, Guittone, Dante). Questo vb. coll’afr. gaber, prov. gabar, a. sp. gabar, procedette senza dubbio alcuno dall’anrd. gabba, burlare, scherzare. L’a. fris. gabbia significa “accusare, perseguitare”: il che spiega il senso di “ingannare” che fra gli altri ha assunto questo verbo. Il Diefenbach credette che esso fosse d’origine celtica per la ragione che si incontra anche nel prov. ed afr. Ma se questa ragione valesse, bisognerebbe ammettere essere celtiche molte altre parole che sono indubbiamente ger., perchè molte di esse si ritrovano anche in quelle due lingue sorelle, ed in parecchi casi di là sono entrate nell’it., atteso l’influsso che il ger. ha esercitato sulle due lingue fr. maggiore che sulle altre neolatine; ed attesa la grande espansione che nel medioevo come adesso il francese ebbe in tutta l’Europa meridionale. Probabilmente anche stavolta l’it. non procedette direttamente dal ger., bensì dal prov.; poichè quasi tutte le parole it. spettanti al ramo nordico di esso ger. sono passate a traverso la Francia, che ebbe cogli Scandinavi e i Danesi contatti più numerosi ed importanti che l’Italia, e ciò mediante le incursioni dei Normanni e il loro stanziamento alle foci della Senna, nel paese da loro detto poi Normandia, e mediante il commercio ch’essa dovette necessariamente avere più frequente cogli abitanti della Neerlandia, linguisticamente più affini agli Scandinavi che gli stessi popoli della Germania propriamente detta. Del rimanente la plasmazione fonetica dell’it. gabbare, prov. gabar, afr. gaber dall’anrd. gabba è analoga a quella per cui dall’anrd. dubba si formò afr. adober, prov. adobar, it. addobbare (v. Mackel, p. 179). È poi notevole che le lingue ger. ci abbiano dato un certo numero [p. 162 modifica] di vocaboli contenenti l’idea di “deridere, dileggiare” come beffare, celia, gherminella, onire, onta, schernire, scherzare ecc.; il che costituisce un’altra ragione di più, se ce ne fossse bisogno, per derivare di là anche gabbare. Deriv.: gabba-mento-tore, gabbevole; gabba-compagni-cristiani-deo-minchioni-mondo-santi. In tutti questi o derivati o composti all’idea di “burla, beffa” è quasi sempre sottentrata quella di “inganno”, per un procedimento logico facilmente spiegabile. L’ing. gibe, beffa, e to giber, schernire, appartiene esso pure alla stessa radice. Dell’ing. to gab, gabble, cicalare, non saprei dire.

Gabbo, burla, beffa, giuoco, scherzo (Pist. Sen., Novellino). Questo nome [afr. gab], può essersi svolto sul territorio delle lingue rom. dai vb. afr. gaber, prov. gabar, it. gabbare; ma potrebbe anche essere derivato direttamente dall’anrd. gabb, come da ags. crabba, afr. crabe; da anrd. nabbi, afr. nabot; e il significato di “beffa, scherzo” che unicamente presenta questo nome, mentre il vb. offre anche quello d’“inganno”, sembra confermare questa ipotesi. Il Littrè crede che il vocab. nord. abbia un rapporto col radicale gau da cui sarebbe venuto il l. gaudere, godere, rallegrarsi. Anche l’it. gabbare qualche volta significò “godere, gioire” (Fav. Esop.). Quanto al fr. gabatine, è venuto dall’it. gabbatina.

Gabella, dapprima imposta in generale; poi imposta sul sale; infine deposito di sale (Stratto, Part. T. A. 1; Sacchetti, Villani M., Morelli). Questa parola col fr. gabelle, sp. port. gabela, immediatamente venne dal bl. gablum, gabulum, gabella; e questo noi non esitiamo a dirlo derivato dall’ags. gaful, gafol, d’ug. sig., ing. gavel, terreno rendita, gabel, gabella; il qual nome s’era formato dal vb. gifan, got. giban, donde tm. geben, gab, gegeben, dare, e il nome Gabe, dono. Il processo logico per cui la parola dell’idea di “dare” passò a quella di “imposta” ha esempi perfettamente analoghi nell’afr. dace, e nell’it. [p. 163 modifica] dazio, significanti ambedue “imposta”, e provenienti dal l. datio-nis, “atto del dare”. Fu proposto anche l’aat. garba, manipolo. Ma, come nota lo Scheler, l’elisione della r davanti a b non offre alcuna verisimiglianza; ed inoltre anche il senso è molto lontano. Quanto poi all’arb. qabala, esigere, questo si presterebbe assai pel significato. Ma ci sono parecchie osservazioni da fare in contrario. La prima è del Diez, il quale sostiene che l’addolcimento di c iniziale in g nelle parole d’origine araba non ha esempi; il che riman vero anche dopo l’obbiezione del Devic che allegò le rare forme it. caballa, cabella. L’altra osservazione che faccio io è questa. Le parole arabe, come quelle che sono entrate in it. e nelle altre lingue rom. per lo più nei sec. XI e XII, e raramente prima del 1000, difficilmente si trovano nel bl. primitivo. Ora gabella è nome che ci appare, e assai per tempo; onde anche da questo lato s’accresce la probabilità dell’orig. ger. di essa parola. Il tm. Gabe significa “dono” e non “gabella”; ma quest’ultimo concetto è però significato dal composto Abgabe. Deriv.: gabella-bile-re-tore; gabell-evole-iere-ino.

Gaggio (ant.), pegno, cauzione d’una promessa, sfida o patto; salario, ricompensa; capitale (Novellino, Liv. M., Villani). Secondo il Bembo, Prose, 1, 21, questa voce ci venne immediatamente dal provenzale per opera di Dante, «comechè egli di questa non fosse il primo che la portasse». Di fatti l’impronta è tutta propria di quella lingua, nella quale, come nell’afr., era comunissima; e dove una forma secondaria gati, gazi, significava anche “testamento”. Ora l’afr. prov. gage, gatge, gatghe, gaje [donde anche sp. gaggio] provenne dal tema ger. wadio, svoltosi nel got. vadi, wadiis, aat. wetti, ags. wed, anrd. ved, pegno, cauzione, promessa, sicurezza. Immediatamente dal got. vadi formossi il mlt. wadium, vadium, che ricorre già nelle Leg. Alem., e nella cron. Laurish. Essa è dunque una parola che insieme con molte altre riferentisi al diritto, entrò [p. 164 modifica] nel bl. colle invasioni barbariche. Quanto all’ipotesi del Ducange che la derivava dal l. vadum, attribuendo a questo nome il senso di “sicurezza” [res est in vado avrebbe significato “la cosa è in sicuro”, essa è del tutto sfatata, non avendosi prova alcuna dell’asserzione del Ducange circa il valore da lui attribuito a vadum. Osserva però il Diez che dal l. vas, vadis, mallevadore, poteva formarsi un vadium; ma che le antiche scritture recando spesso il g, gu che corrisponde al w ger., lasciano vedere che dalle lingue settentrionali era venuto il vocabolo. Oltredichè, aggiungo io, il l. possedeva già per il concetto di “malleveria” le due parole vadimonium, e vadatum; onde difficilmente si può supporre che il bl. sentisse il bisogno di foggiare una nuova voce da quella radice che ormai era poi anche fuori dell’uso comune. Dal signif. primitivo di “pegno, oggetto messo in pegno, sicurtà”, si svolsero quelli di “garanzia, sicurezza, promessa, ricompensa, salario”. In fr. da gage, si formò il vb. gager “dare in pegno”, poi “fare una scommessa”; donde engager, “impegnare”, e poi “incominciare, intraprendere”, e degager “disobbligarsi”. In it. ingaggiare “intraprendere” è probabilmente una riproduzione del corrispondente vb. francese; e così il dialett. moden. sgaggiarsi “svincolarsi”, e poi “spacciarsi, affrettarsi”. Ma poichè nel bl. si incontrano i vb. invadiare, disvadiare d’ug. sig., non è esclusa l’ipotesi che i vb. ital. siansi formati di là, e siano poi restati voci del dialetto senza entrare nella lingua scritta, come in parecchi altri casi. Quanto al tm. wetten, scommettere, esso procede immediatamente dal mat. wëtten, wëten, aat. wëtan, got. vidan, legare, congiungere: altre forme sono: got. vida, viss, aggettivi; aat. gawët, mat. gewëte, wëtaro; anrd. vadhr, mat. gawâti, wâtjan. È dunque chiaro che il concetto fondamentale del ger. era quello di “qualche cosa che lega”. Il quale concetto preso in senso morale conviene mirabilmente a gaggio, pegno. La [p. 165 modifica] rad. ger. è wad, dal preger. vadh. Nel campo indeu. ha dei singolari riscontri anche di senso in tre lingue: lit., latino, e greco. Il lit. ci offre vadúti, wadúju, riscattare, sciorre, liberare, lett. wadót, riscattare. Il lat. vas, mallevadore, praes [da praevides], lo stesso; vadimonium, sicurtà, vadari, far sicurtà, vadatus, obbligato per sicurtà. Il gr. ἄεθλον, ἄθλον, premio della lotta, guiderdone, ἄεθλος, ἄθλος, gara, lotta, άεθλεύειν, gareggiare, άθλετήρ, άθλετής lottatore (propriamente chi lotta pel premio). La radice gr. è έθ da Fεθ. Dal che si deduce che atleta e gaggio sono evoluzioni della stessa rad. idg. vadh. Nelle rimanenti lingue indeu. la radice idg. assume significati alquanto diversi. Così zend. vadh = vestire, lett. aust = tessere, il che si verifica anche nel lit. áusti, tessere; sans. vadh = giogo. Curtius3 234, 22 399; Fick3 285. Però il Fick3 1, 209 sostiene che vadh sia da rad. idg. tessere. È notevole che il prov. ha il vb. gatiar venuto anch’esso dal tema ger. wadjo, e corrispondente al fr. gager. Ora nelle montagne modenesi (Montese) esiste un vb. ingatiar, “aggrovigliarsi”, desgatiar e sgatiar, nel senso di “stricare fili insieme aggrovigliati”. Questo porterebbe ad ammettere che anche presso di noi dovesse già sussistere un vb. gatiar uguale per forma al prov. e di signif. rispondente a “legare”, ma in senso materiale. V. Ingaggiare e Ingatiare.

Gagliardo, robusto, possente, forzuto, forte (Buti, Boccaccio, Villani). Io credo che, del pari che lo sp. gallardo, proceda direttamente dal fr. gaillard, prov. galhard, che valeva “generoso, vigoroso, ardito”; e una prova l’abbiamo nella comparsa piuttosto tarda che fa in it., cioè nel principio del sec. XIV, quando appunto s’ebbe una specie di travasamento di vocaboli fr. in Italia, per opera sia dei poeti provenzali, sia dei nostri stessi scrittori, e della influenza politica che allora la Francia mediante gli Angioini ebbe in Italia. Il fr. poi, secondo lo Scheler, potè essere venuto da gai (v. Gajo), che in origine [p. 166 modifica] significò “pronto, vivace”; senso affine molto a quella dell’aggettivo in discorso. Di una tale formazione lo Scheler trova un’analogia in baillet, ampliamento di bai. Il Diez al contrario trae tutte le voci romanze dall’ags. gagol, geagle, ardito, lascivo; lasciando però intravvedere possibile anche una derivazione dal cimb. gall, forza, a. gael. galach, coraggio, valentia.

Gaida, gheda, gherone (dial. moden. parm. crem. milan. piem.). È una di quelle voci militari, che importate in Italia dai Longobardi non entrarono nella lingua scritta; ma restarono qua e là allo stato dialettale, e con significato spesso modificato. Infatti nel longob. gaida valeva “lancia, ferro della saetta”. Questo lo apprendiamo da un antico Gloss. Longob. conservato nella Vaticana, dove gaida è spiegato con “ferro della saetta”. Circa poi il signif. assunto sul territorio italiano dalla voce longob. si può vedere il Gloss. Lat. Ital. edito dal Ducange, dove le ghede sono spiegate per = liste delle camicie delle donne =; e Ottone Morena (Rer. It. Scr. t. 6) che parla delle donne da Lodi che avevano alcuni figli ad gaidas vestium suarum se tenentes. Questo nome d’arma fu adunque applicato al gherone delle vesti per la somiglianza di forma ch’esso ha colla ghiera o ferro della saetta. Sulla voce longob. parlò Haupt 1, 554. Essa nell’ags. ha per corrispondente gâd e nell’ing. goad, punta, stimolo. Il dial. sard. ha gaja.

Gaio, allegro, festevole, vago, leggiadro; screziato (Novellino, Guido G., Dante da Majano). Questo agg., a cui rispondono fr. gaj, sp. gayo, prov. gai, jaj, fu già dal Muratori riannodato all’aat. gâhi, pronto vivace; e il Diez suffragò colla sua autorità una tale derivazione, accettata poscia anche dal Kluge e dal Mackel. Il Littrè invece, seguito dal Baist Zeits. 247, accenna ad una possibile provenienza dal np. l. Caius o Gaius, usato in una formola d’una cerimonia nuziale: Ubi tu Gaius ego Gaja: della quale [p. 167 modifica] formola sarebbe sopravvissuto solo il np. Gaius come agg. significante qualche cosa di “lieto e giocondo”. Ma si può domandare: dov’è nel bl. l’anello di congiunzione fra il vocab. del lat. classico e la voce romanza? Inoltre non si ha esempio d’un np. che sia divenuto agg. denotante una qualità stata propria della persona che portava quel np. Quanto all’obbiezione che il Baist muove all’etim. ger. dicendo che l’h ger. intervocale in rom. è rappresentata da c semplice o doppio, il Mackel osserva che questo non succede sempre; onde da skiuhan s’ebbe schivare e da spëhon, spiare. Se a questa considerazione s’aggiunga che il senso di “vivace, pronto, lesto” presenta un passaggio facilissimo a quello delle voci romanze, si può riguardare l’etim. ger. come certa. Il tema ger. era * gahia che diè aat. gähi, kâhi, câhi, gahe, kâhe, mat. gaehe, snello, pronto, frettoloso, tm. gäh, jähc, erto, ripido, subitaneo, vivace; donde, iähzorn, focoso. Fra i derivati t. di questa radice segnaleremo gahîleih, gihîleich, nozze, gahîleihlih, gihileihlich nuziale, gahîlih, gihilih, geniale: senso anch’esso confacentissimo a spiegare quello assunto poi dal romanzo, e che è lo stesso per cui il Littrè e il Baist inchinavano a trarre quest’ultimo dal np. l. Gaius. Secondo il Kluge aat. gâhi, tm. jähe è parola specificamente ger.; che non ha riscontro nelle altre lingue del campo indeu. Nelle lingue neol., oltre all’aggettivo visto di sopra, spetta qui lo sp. gayo, gaya, prov. gai, fr. geai, come nome d’un uccello, la ghiandaja, forse perchè “vivace e grazioso”. Difficile poi è a spiegare come questa voce significasse anche “screziato” [cfr. sp. gayar, fare screziato; afr. piaus gaies et noires, pelle screziata e nera; vall. gajeloter, screziare: Dante, Inf. 1, Di quella fera la gajetta pelle]. Bisogna forse ammettere che si concepisse la varietà e screziatura dei colori come condizione necessaria per la “gaiezza” d’un animale o d’un oggetto. Deriv.: gai-amente-ezza. [p. 168 modifica]

Gala, ornamento che le donne portavan sul petto, striscia di lana o pannolino lavorato e trapuntato; ornamento, abbellimento (Boccaccio, Labir.; Pulci, Ciriffo Calv.). Questo significato non è stato il primitivo, almeno in italiano; e ciò si vede chiaramente nell’afr. gale “allegrezza, voluttà, festino, facezie”, galer “rallegrarsi, fare nozze, menar treno” e vall. s’agalir “pararsi”. Evidentemente il vocabolo it. si restrinse a denotare un effetto di ciò ch’era indicato da principio dal fr., dal quale è verosimile che procedesse l’it. in quella invasione di modi e fogge del vestire che per testimonianza del Villani ci venne dalla Francia sullo scorcio del duecento e sul principio del trecento. Alla sua volta il fr. moderno gala, come anche sp. e port. gala, sono e per forma e per senso riproduzione dell’it. gala. Ora l’afr. gale è dal Diefenbach e dal Diez rimenato all’aat. geil, lussurioso, grasso, libidinoso [in Austria geil = gaio, lieto], ags. gâl, gajo, vivace; e meglio ancora all’aat. geili, fasto, lussuria. Dunque il senso fondamentale è “piacere, gioja”. Dal quale senso era naturale il passaggio del vocab. a significare “quegli ornamenti ed abbellimenti, specialmente di vestito, che sono effetto della gioja e del piacere”. Il Suchier però, pure tenendosi ad un’etim. ger., dà la preferenza all’ags. weale, felicità, opulenza, m. ol. wale; e ciò perchè gale e galer nell’afr. sono spesso scritti col w. Il l. gallari che ricorre in Varrone vale “baccheggiare”, ed è derivazione di Galli, nome dei sacerdoti di Cibele. Quanto all’aat. geil, esso appare primitivamente nel got. gailjan, rallegrare, as. gêl, ags. gál, ol. geil, mat. tm. geil. Nel mat. Biebergeil geil = testicolo. Il ceppo ger. ha per affini il lit. gailús, iracondo, furioso, acuto; a. sl. zêlu, da gailo, acuto, avv. zelo, molto. A semplice titolo d’erudizione accenneremo che sono state proposte anche l’etim. dal gr. τά καλά, le cose belle, e da άγάλλειν adornare, respinte a buon diritto dal Diez; la prima perchè il senso è molto diverso; al che si può [p. 169 modifica] aggiungere che τα καλά è frase insolita nel gr. sia classico che medioevale; la seconda perchè gl’Italiani non rendono mai il doppio l gr. con un l solo. L’arb. chalaa h, vestito orrevole, proposto anch’esso, è inverosimile.

Galante, gentile, grazioso, civile, leggiadro; ora “grazioso colle donne, zerbino, drudo” (Ariosto, Firenzuola). Questo agg., coi corrispondenti sp. galante, gaìan, galano, fr. galant, afr. galand, si è formato da gala. Da principio avrebbe significato “che si dà al piacere”; quindi “che cerca di piacere”. Dal composto galantuomo appare che l’agg. dovette significare anche “probo, onesto”. Nell’ ing. assunse anche il senso di “ardito, coraggioso” [a gallant officer = bravo ufficiale]. Tanto in it. quanto in fr. appare nella scrittura solo nel sec. XVI; e non è inverosimile che sia di coniazione fr., dove la radice gal-er ebbe amplissimo svolgimento (v. Gala). Un’etim. dal l. valens, valente, è impossibile sia per senso che per forma. Il tm. galant è anch’esso d’orig. francese. Deriv.: galante-ggiare-mente-ria, galantina; galantuomo.

Gallone, tessuto d’oro, d’argento o di seta; sorta di nastro. (Segni Al., Mem. Viagg., sec. XVIII). È nome venuto verosimilmente dal fr. galon, formatosi da galonner “ornare la testa con fili metallici”; donde anche sp. galon. La tarda comparsa e la sua forma stessa non lasciano supporre che siasi formato da gala, e che da questo sia poi venuto il fr., come vorrebbero alcuni. Deriv.: gallon-ajo-are-cino.

Galoppare, gualoppare, passo del cavallo fra il trotto e il correre (Pulci, Morg.; Ariosto)1. La etim. proposta dal Salmasio e dal Vossio, dal gr. καλπάν, καλπάζειν, trottare, mediante la infissione d’un o, oggi è generalmente abbandonata, perchè il gruppo gr. λπ, massime data la sua posizione intervocale, non è di quelli che [p. 170 modifica] richieggano un’epentesi. Il Diez ne adduce per ragione che la vocale infissa resta sempre senza accento; ma questo, secondo me, varrebbe solo se fosse provato che il vb. galoppare derivasse da galoppo, giacchè il vb. galoppare non ha l’accento sull’o bensì sull’a. Ad ogni modo è manifesto essere molto più vicino l’aat. ga-hlaupan, ags. gehleapan, correre; massime considerato che il prov. galaupar conservando il dittongo au uguale al t. au, come in molte altre voci prov. d’orig. ger. [ad es. aunir da ger. haunian, raubar da raubon, raus da raus], accenna chiaramente a provenienza settentrionale e non greca. S’aggiunge che dal ger. vennero alle lingue rom. parecchie altre parole di signif. affine, come springare, trottare, trampelare, trampoli, trimpellare, truccare, dial. mod. trippellare, dove l’idea fondam. è quella di “pestare, scalpitare”. Il che accenna all’influsso grande degli esercizi cavallereschi venuti in voga dopo l’invasione dei Barbari. Quanto a ger. ga-hlaupan, esso è un composto dove ga è particella prepositiva che sotto diverse forme (v. Schade, Altd. Wört. I, p. 236), era comunissima nell’ant. ger., e massime nel got., col signif. di “compagnia, comprensione, durata, passato, rinforzo”; paragonabile al l. cum, com, con, co, gr. σύν ξύν. Bopp, Vergleich. Gramm. 33, 509. Il secondo elemento del composto, ger. laupan, got. hlaupan, diè nell’aat. anche louffan, laufan, hlauffan, loufen, poi mat. loufen, tm. laufen, correre; as. hlopan [in ahlopan], ags. hléapan, correre, saltare, ballare, donde ing. to leap; anrd. hlaupa, ol. loopen, sv. löpa, dan. löbe. Altre forme secondarie della rad. ger. hlaup sono hlup, hlop [dial. mat. e tm. geloffen, partic.], svizz. hlaubb, löpen, correre. È utile il ravvicinare qui il mat. hüpfen, hupfen, tm. hüpfen da un aat. * hupfen, saltare, m. ing. hyppen, ing. to hip da un ags. * hyppan d’ug. sig.; colle forme accessorie mat. tm. hopfen, ags. hoppian; ing. to hop, balzare, anrd. hoppa, got. * huppôn, * huppian, poi tm. hoppen da aat. * hoppon [a. ger. * hubbôn]; infine ags. [p. 171 modifica] hoppettan, saltellare, mat. hopfzen, tm. hopfen. Questa è rad. specificamente ger.; onde fuori di quel campo mancano corrispondenze sicure. Tuttavia han qualche verosimiglianza il gr. κραπνός, καρπάλιμος, snello, κραπάλη, barcollamento, κάλπη, corsa, καλπάν, καλπάζειν, trottare, il lit. kreipti, girare, krypti, volgersi, kraipyti, ritornare, cz. krepky, violento, forte. Benfey 2, 310; Curtius3 137; Kurschat, Beitr. 2, 157, 174. Invece ormai è rigettata l’affinità col sans. kram, andare, proposta dal Bopp, col l. currere proposta dal Grimm, e col sans. cri, andare, messa innanzi dal Curtius. Però oggi è contestata la derivazione delle voci rom. dall’aat. ga-hlaupan, a cagione che il fr. ant. presenta le forme walap, walaper, e l’it. un gualoppare, dove il w e gua sembrano richiedere un ger. wa. Perciò lo Sckeat nel suo Dict. Etym. propose per fondamento il bt. wallen, ags. weallan, saltellare; aat. wal’an, anrd. vella, dall’idg. wel, wol, donde anche at. welle, ags. wylm, aat. mat. walm. Ma secondo me, quella terminazione in op lo Skeat non ispiega come sia potuta saltare fuori da questo vb. wallen, weallan; molto più che in esso abbiamo l’accento che riposa sulla prima sillaba, mentre nelle voci romanze è molto avanti. Quindi resterebbe a vedere se il g ger. non possa in qualche caso essere rappresentato dal w e gu in qualche lingua o meglio dialetto romanzo. Infine non è da omettere l’ipotesi del Wackernagel che ricorre ad un composto aat. gaho(n)-laupan, dove il primo elemento sarebbe un avverbio formatosi dalla rad. gah, vista alla voce Gajo, e significante “in fretta, forte”: donde il composto varrebbe “correre rapidamente”. Anche in questo caso però sussisterebbe sempre la difficoltà accennata di sopra. In tutti i modi mi sembra poi chiaro che il vb. in questione è d’origine ger., il che è confermato anche da ciò che si dirà alla voce Galuppo. Deriv.: galoppa-ta-tore, galopp-ino-o.

Galuppo (ant.), bagaglione, saccomanno (Canti Carnas.; Pulci, Morgante). Ci pare molto probabile che [p. 172 modifica] questo nome collo sp. galopo d’ug. sig., non sia un deriv. di galoppare formatosi sul territorio delle lingue neolatine; ma che sia provenuto direttamente dall’aat. [ga]-hloufo, -hlaufo, -loufo, -hloupho, -loupfo “corridore, corriere, cocchiere, istrione”. Questi sensi sono tali che presentano un passaggio facilissimo a quello del vocabolo italiano; e dall’altro canto la formazione d’un nomen agentis da galoppare avrebbe dato, se mai, galoppatore, e non galuppo, che esiste sotto la forma vicina di galoppo, ma come nomen actionis. In fr. corrisponde qui galopin, da cui forse l’it. galoppino.

Gana, voglia grande (Lippi, Malmantile, 1, 82). Il Minucci nelle Annotaz. al Malmant. dice che questa è voce spagnuola; e lo stesso ripete il Salvini. Pare adunque che fosse introdotta nel seicento. Ora il Diez la connette al vb. aat. geînon, che dal signif. di “aprir la bocca” potè passare a quello di “desiderare avidamente”, analogamente al prov. badar, l. hiare e al gr. χαίνω. Si può peraltro osservare che avendo il l. aureo ganea significato anche “piacere, diletto”, di là potè formarsi lo sp. gana. L’aat. geînon, diè il mat. ginen, tm. gáhnen d’ug. sig.; affini sono l’ags. ginjan, gánjan; aat. gîwen, gëwôn, mat. gíwen, gëwen, aprir la bocca. La rad. idg. ghi, donde ger. gi, trovasi pure riflessa nell’a. sl. zijati sbadigliare, lit. zioti, aprir la bocca; a. ir. gin, bocca; l. hisco, gr. χειά, buco, da χαίνω. (Il l. h e gr. χ corrispondono spesso a ger. g).

Ganga, matrice dei metalli e dei minerali; pietra a cui è attaccato il metallo nelle viscere della terra. In it. questa voce appare nel Salvini (Nicandro volg.) = Talor di ganga arida pietra ardendo, Cui non doma nemmen gagliardo fuoco =. Il fr. gangue fu usato dal Buffon Min. t. 2. Viene dal tm. Gang, andatura, cammino, che in mineralogia prese la determinazione di “vena, filone”. Questo è uno dei molteplici termini mineralogici che nei tempi moderni trapassarono dal t. nelle lingue neolatine. Non [p. 173 modifica] credo che abbia alcuna relazione con ganga, nome d’uno strumento di tortura usato dai Cinesi (v. Bartoli, Cina). Quanto al t. Gang, viene da mat. ganc, aat. gang, andata, l’andare; ags. gong, donde ing. gang, mucchio, truppa, gangwai, passo stretto; anrd. gangr, got. gaggs, via, gagga, gaggan, gran territorio. Spetta alla rad. ger. gang, preger. gangh [donde anche tm. gehen, ing. to go, andare); a cui rispondono sans. jánghâ, gamba, piede, lit. zengiu, camminare, prazanga, il passar sopra.

Ganza, donna amata disonestamente (Manni, Pananti, Giusti). Fu proposto da taluni il t. Gans, oca, come etim. di questa parola, per la ragione che in alcuni luoghi d’Italia le donne di questa fatta sono chiamate “oche”. Ma allora, io domando, perchè si adottò il nome tedesco di quell’uccello, e non l’italiano? Io per me, giacchè un tal vocabolo, ha evidentemente un suono t., proporrei, di trarlo dall’agg. t. ganzer-e-es, tutto. È noto che le espressioni “mio unico bene, mio tutto” sono usitatissime dagli amanti. E la voce ganza che è stata introdotta negli ultimi secoli, potrebbe essere una voce imparata dai soldati tedeschi che da tre secoli hanno stanziato in Italia. Ma questa è una mia semplice congettura. Deriv.: ganzare, ganzato, ganzerino, ganzo.

Gara, emulazione, concorrenza (Malespini, Compagni). L’etim. dall’arb. ghara, emulare, proposta dal Muratori, per quanto il senso sia identico, ci sembra esclusa non solo dal non esserci in arb. il sostantivo, ma anche dal fatto che l’arabo, ed in generale le lingue orientali, diedero alle lingue romanze termini indicanti oggetti materiali, ma non parole significanti concetti morali. S’aggiunge che il fr. accanto a gare [donde prob. il nostro] presenta l’afr. guarer e prov. guarar che da una parte non possono essere di provenienza araba (il che è confermato anche dal non trovarsi questa voce nello sp. che generalmente è stato il veicolo per l’introduzione dei vocaboli arabi nelle [p. 174 modifica] lingue d’Europa), e dall’altro canto accennano ad una evidente orig. ger. mediante il gu rispondente regolarmente al ger. w. Perciò ormai è accettata l’etim. dell’it. gara dal fr. garer, fare attenzione osservare, molto più che il Veneroni conosce anche un vb. garare; e si trae poi questo dall’aat. as. warôn, a. franc. warôn, badare, osservare. Il passaggio ideologico da “stare attento” a “emulare” non è di difficile spiegazione. L’aat. warôn, che occorre solo in biwarôn [donde mat. bewarn, tm. bewahren], ha per corrispondenti as. warôn, badare, donde wara, mat. war, attenzione; e diè mat. warn, e tm. wehren, d’ug. sig. Procede dalla rad. ger. war, che alle voci guardare, guarentire, guarnire vedremo avere avuto svolgimento grandissimo, ed ha per base l’idg. wor da cui anche il gr. ὁράω, vedere. La etim. da war, guerra, è molto meno verisimile. Deriv.: gareggia-mento-re-tore; gareggio-so. Dall’afr. esgarer, prov. esgarar, si formò l’it. sgarrare, perder di vista, sbagliare.

Garante, mallevadore, mantenitore, (Baldin. Decenn.; Magalotti, Lett. fam., 2, 183). Secondo il Baldinucci sarebbe una riproduzione del fr. garant che direttamente venne dal mlt. warens, guarandus d’ug. sig. da cui derivarono anche a. it. guarento, sp. garante, prov. guaran, gueren, guiren, fr. garant, donde vb. garantir, ed anche it. guarentire (v. questo vb.). Secondo il Kluge, Etym. Wört. p. 638, il bl. riposa immediatamente sull’aat. wërênto “prestante malleveria”, participio del vb. aat. wëren, mat. wërn assicurare, prestare cauzione, dare; a. fris. wera, wara, prestar cauzione, sost. wërand, warend, warande, warende, as. warôn, prestare, mbt. warent, mallevadore. Forme rinforzate col ga sono aat. giweren, mat. gewern, tm. gewahren, anch’esse d’ug. sig. Di qui aat. as. giwar, mat. gewar, tm. gewahr, “attento, accorto”, ol. gewaar, ing. aware “accorto”. L’unica affinità che si riscontri a questo vb. nel campo idg. è irl. feraim “io do”. Il tm. Garantie e ing. warrant, warranter sono riproduzioni del fr. garantie, [p. 175 modifica] garant. Deriv.: garan-tire-zia; guarentire e guarentigia (v. guarentire). Il tm. wëhren, da aat. wërên, mat. wërn, significa “difendere, assicurare” donde anche il composto Landwehr, difesa del paese, come nome d’una parte dell’esercito.

Garathinx, voce longobarda; v. Guarentigia.

Garbo1, modo forma o figura d’una cosa; ornamento; avvenentezza (Fra Giordano; Biringuccio). Collo sp. garbo procedette dall’aat. garawî, karawî, garewî, karewî, garwî, as. garewî, gerwi, mat. garwe, gerve, preparazione, ornamento; ags. gearwe, vestito, ornamento, ing. garb, vestito. Che da questi nomi il rom. abbia tratto garbo mutando il w in b, non può recar meraviglia, dacchè anche il tm. dal vb. aat. gariwen, garawen, [da * garawian], mat. gerwen, garwen della stessa radice ha cavato gärben, gerben, preparare, allestire, ornare, conciare, Gärber, conciatore, Gärberei, concia, Garberhaus, casa di concia. Inoltre non mancano casi analoghi per es. falbo da falw. Questa è adunque un’etimologia sicura, checchè ne dica lo Zambaldi, che fa un tentativo inutile di cavare questo nome dal got. * harwa, mat. here, herwer donde tm. herb, da cui l’agg. garbo che vedremo di sotto. L’it. garbare, formatosi di qui, del pari che sp. garbar, assunsero anche il signif. di “piacere, andare a genio”. Il fr. manca di questa parola, o, a dir meglio, non l’ha tratta dal ger. direttamente, bensì dall’it. al tempo del rinascimento; e poi le ha dato significato specializzato cioè di “cerchio o palla ornata”, che tale è quello di galbe, voce che dal tempo di E. Stefani si formò da garbe, riproduzione dell’italiana. La parola ger. ha per tema garva che ebbe amplissimo sviluppo in quel campo: aat. garo, caro, karo, garawo, garewo, karewo, gariwo, mat. gare, gar, garwe, pronto, perfetto; as. garu, garo, ags. gearu, gearo, geara, geare, [donde ing. yare] gearuve, geareve, gearve, got. * garus d’ug. sig. Poi aat. garawida, karawida, karowida, carowitha, got. * garwitha, preparazione, apparecchio: aat. * garawunga, [p. 176 modifica] mat. garewunge, gerwinga, preparazione; aat. garawian, garawen, karawen, garewen, garwen, [part. pass, garawita, garwita], mat. garwen, gerewen, gerwen, preparare, allestire, vestire, acconciare; as. garuwian, garewan, gariwan, gerwian, gerwëan, gerewan, geriwan, gerwan; ags. gearwian, preparare. La rad. preger. è ghar che s’avrà occasione di vedere di nuovo alle parole Gherone e Giallo colle sue differenziazioni. Deriv.: garba-ccio-re-to-tamente-tezza-tino; garbino; disgarbare; sgarba-taggine-tamente-tezza-to; sgarbo; malgarbo.

Garbo2, acre, acerbo, lazzo, piccante (Ricett. fior., 5, 219; Soder. Arb. 33). Provenne dal mat. hare, harwer, here, herwer, [da got. * harwa, aat. * harw che riscontrasi in finn. karwas], tm. herb, amaro, acerbo. Secondo il Kluge le voci t. hanno qualche verisimiglianza di affinità coll’as. har-m, ags. hear-m ing. harm, mat. harm, aat. haram, dolore, passione, danno. Deriv.: garbetto, gherbo, [dialetti].

Garenna, conigliera in luogo aperto (Targioni-Tozzetti, metà del sec. scorso). Procede direttamente dal fr. garenne, svoltosi dall’afr. warenne, bl. warenna-e, specialmente in Inghilterra, mat. gefrenne, bt. warende, ol. warande, ags. warren. La frase fr. tenir en garenne = tener in guardia, in difesa; onde si rende probabile che le voci fr. siano elaborazioni di garer, warer, osservare, porre attenzione”; e warenne è verosimilmente corruzione di garenne, e questo di garine; la qual formazione in fr. presenta casi analoghi.

Gargo, trincato, maliziato, furbo (Pros. Fior., 6, 178; Salvini; dial. piemont.)2. Procede dall’aat. karag, mesto, dolente, mat. karc, karg, prudente, astuto, tm. karg, [p. 177 modifica] accorto, astuto, tenace, spilorcio; ing. chary, mesto. La sincope della vocale nel mat. karc, contro l’aat. karag è regolare dopo la r. La radice ger. del vocab. è got. kara, cura, as. cara, ags. caru, cearu, cura, passione; aat. chara, colle forme accessorie karia, karôn, karôt, charagi, an. kör, kaera, e deriv. mat. karge, kerge, tm. Kargheit. Dalle voci dell’aat. da una parte a quelle del mat. tm. e it. dall’altra, osservasi un passaggio assai forte nel significato, che prima era di “cura, passione, afflizione” e poi diventa “astuzia, prudenza”; onde questo è uno di quei casi in cui non saprebbesi trovare una ragione rigorosa dell’evoluzione dei sensi. Deriv.: Gargone.

Gargotta, osteria da gente bassa (neolog.). Il Diez respinge l’etim. dal l. gurgustium, catapecchia, e con ragione, perchè da gurgustium non si sarebbe formato un gargotta; e d’altra parte non si spiegherebbe perchè una tale deriv. dal lat. la dovesse fare il fr. e non le altre lingue sorelle, e ciò massime nel sec. 17º. Ma il Diez rigetta altresì l’etim. dal t. Garküche, bettola, adducendo per ragione che nell’afr. c’è gargotter, bollire, e che di là potè formarsi il fr. gargotte. Questa opinione del Diez, accettata anche dal Littrè, ci pare molto discutibile. Certo morfologicamente essa non presenta difficoltà; ma ne presenta dal lato del senso e da quello della storia. Quanto al primo, se gargotter = bollire, a rigor di logica gargotte = bollimento, bollitojo. Ora perchè mai una osteria o una bettola si sarebbe chiamata “bollitojo”? Forse simili luoghi sono notevoli per il “molto bollire”; e non si bolle forse [p. 178 modifica] più nelle osterie e negli alberghi di lusso? è forse il bollire la cosa principale che si faccia nelle bettole? Dal lato poi della storia, il M. M.te Delacroix ci dice che una simil voce fu introdotta in Francia sulla fine del sec. 17º dai reggimenti tedeschi e svizzeri che stavano al servizio dei re francesi; i quali reggimenti è noto che massimamente nel periodo dei regni di Luigi XIV, XV e XVI, cioè dal 1660 al 1790, introdussero in Francia non piccolo numero di vocaboli riferentisi principalmente alla guerra ed all’arte culinaria, come ad es. bivouac, blocus, chabraque, sabretache, vaguemestre; cannette, choucroute, trinquer, ecc. Mi sembra dunque mostrato ad evidenza che il fr. gargotte che si rimbalzò nell’it. gargotta, sia voce veramente originata dal t. Garküche, nonostante quello che opposero il Diez ed il Littrè. I quali in sostanza vennero a dire che il fr. non aveva bisogno di togliere una parola dal t. perchè possedeva una radice dalla quale poteva averla derivata. Ora questo canone ha un valore assai relativo; giacchè il possedere già una radice o voce significante un determinato concetto, non impedì che le lingue rom. (e la cosa si può anche generalizzare) prendessero in prestito dal t. un numero notevole di voci, che si vennero a porre accanto alle preesistenti romanze d’ug. sig. Così l’avere già esse lingue orto non impedì che prendessero giardino, l’avere feretro e cataletto che ne derivassero bara, l’avere dente che togliessero zanna, l’avere nave che accettassero schifo e battello, e via dicendo. In t., oltre a Garküche, bettola, esiste anche Garkoch, pizzicagnolo, vendarrosto, dalla stessa radice. Il piem. ha gargota, da cui cavò gargotter, gozzovigliare.

Gas, fluido aeriforme ed elastico (Volta, Opere, 1, 2, 250). Questo nome inventato dall’alchimista Van Helmont di Bruxelles († 1644) probabilmente si connette al fiammingo geest, corrispondente al t. Geist da aat. geist; as. gêst, ol. geist, ags. gâst, gaést, ing. ghost “ciò che è soprassensibile, sopraterreno”. Non è difficile infatti il [p. 179 modifica] supporre che Van Helmont in un tempo in cui la chimica era ancora bambina concepisse il gas come sostanza incorporea ed imponderabile. Lo Scheler invece inchina a credere che una tal voce abbia per radice quella stessa che riscontrasi nel tm. Güscht, Gischt da mat. gëst, schiuma, spuma, fermentazione, vb. gäschen, spumeggiare, bollire; il che parrebbe confermato dalla circostanza che Van Helmont riguardava il gas principalmente come il vapore che si sviluppa dai liquidi in fermentazione. Quanto al vb. gäschen, esso sarebbe una varietà di gären, dove si sono fusi formalmente aat. jësan, mat. gërn, jësen, schiumeggiare, e il causativo mat. * jern, fare bollire. Al mat. jëst, gëst risponde ing. yest, yeast, ol. gest, feccia, fondigliuolo. La rad. ger. jes, yes la troviamo anche in gr. e nell’indiano. Il gr. ha ζεσ-τός, bollito, ζέσ-μα, ζέω per ζέσω, bollire (è noto che ζ sta per l’antico j, y come in ζυγόν). L’ind. poi presenta la rad. yas, bollire, cuocere. Però L. Meyer (Kuhn, Zeits. XX, 303) sostiene che gas fu una creazione arbitraria di Van Helmont, il quale pensava al gr. χάος. Quest’opinione del Meyer è seguita anche dal Kluge, p. 128. A me però sembra difficile che si possa negare una qualche affinità tra la parola coniata dall’Helmont, e le radici fiammingo-germaniche sin qui esaminate.

Gasindo-io (term. stor.), uomo libero che presso i Longobardi era addetto alla famiglia del Re o del signore; compagno famigliare (Muratori, Dissert. Ant. It., I, 19; Capponi, Longob.). Procedette dal got. gasintha, gasinthja, compagno di viaggio; aat. gasindio, gisindo, gasind, kasind, gisind, mat. gesint [pl. gesinde], compagno di viaggio, accompagnatore, servo; as. gisith, gisidh, ags. gesidh, d’ug. sig. Nel tm. questo sostantivo disparve; ma dello stesso tema gesind, restò peraltro il nome astratto Gesinde, servitù, servitorame, svoltosi dall’aat. gasindi, gisindi, mat. gesinde, as. gisithi, gisidhi, ags. gesidh, d’ug. sig. Restò pure un diminutivo di questo astratto, cioè Gesindel, [p. 180 modifica] gentaglia, canaglia, e la forma accessoria di questo Gesindlin -lein. Quanto all’aat. gasind, got. gasintha, è un composto dov’entra la particella ga vista sotto Galoppare, che significa spesso “compagnia, partecipazione”, e l’aat. sind, sinth, mat. sint, sin, as. sith, sidh, ags. sidh, viaggio, via, arruolamento, messaggio; anrd. sinn, sinni, andata, viaggio, società, protezione, aiuto; got. sinths, via, dal tema ger. sintha. Da questo si svolsero due verbi importanti: il causativo aat. senten, sindan, mat. senden, tm. senden, mandare [got. sandjan, ags. sendan, ing. to send, ol. zend, as. sentjan, anrd. senda] e propriamente = fare andare; e aat. sinnan, mat. tm. sinnen, prendere una direzione, un pensiero, pensare, connesso ad aat. sin, tm. Sinn, senno, di cui parleremo a lungo alla voce Senno. La rad. preger. è sénto, che rivelasi nell’a. ir. sét, armor. hent, via, l. sentio, comprendere, sia corporalmente che spiritualmente; poi lit. siusti, sunti, mandare, suntineti, nunzio, pasiuntine, messaggera, pasiuntimspte, compagnia. Pott2 2, 1, 927; Kuhn Beiträg. 2, 177; Fick3 3, 318.

Gasone, erba, piota, zolla (dial. cremon.). Venne dall’aat. waso, mat. wase, zolla, piota umida, con la forma accessoria aat. wasal. Il tm. è Wasen d’ug. sig. L’ags. ha vase, l’a. ol. wase, fango, melma; il n. bt. wase = fascina per argine. Secondo Grimm, Weigand e Kluge il tm. Wasen è radicalmente identico a Rasen, a quel modo che t. sprechen all’ing. to speak, e che l’ags. weccean, wreccen, svegliare, ags. wrixel a t. Wechsel. Quindi si pone a base d’ambe le voci una rad. idg. con e senza r, e la forma ger. fondamentale sarebbe wraso e waso. Dal primo s’ebbero mat. râse, m. bt. wrase, bt. frasen, tm. Rasen di signif. = a Wasen. Il Weigand, 2, 462 vorrebbe poi riannodare wraso a wrësan, crescere. All’incontro Schade crede che wraso e waso siano voci radicalmente distinte, e che quest’ ultima sia da rimenare a wasan, essere umido; sicchè la zolla sarebbe stata denominata waso, wasen a cagione della [p. 181 modifica] sua persistente umidità. Col crem. gasone vennero di là il fr. gazon, fr. vase, norman. gase, engaser, port. vosa, arag. gason.

Gasto, amante, marito (dial. comasco). Venne dal got. gasts, as. gast, aat. gast, cast, kast, mat. gast, forestiero, nemico, guerriero, ospite. Il tm. Gast, venuto esso pure di là, = ospite. L’ags. ha gâst, gest, gist, giest, gyst, ing. guest, an. gastr, sv. gäst, dan. gjäst. L’it. rispetto all’aat. presenta una fortissima progressione di significato, benchè la presenti non piccola anche il tm. che è passato da quella di “nemico” a quella di “ospite”. La forma preger. fondam. è ghostis che ha lasciato traccio anche nello sl. e nel l. Il primo ci offre a. sl. gosti, ospite, amico, gostiba, pranzo ospitale, gostiniku, albergo; n. sl. gost, gostij; russ. gost, ospite, serb. gost, ospite, gostiti, ospitare, gostionik, invito, gastionika, ospizio. Il lat. presenta hostis e fostis e fors’anche hospes, da hosti-potis, signore del forestiero, forestiero, nemico. Il sans. ha ghasati, divorare. La rad. ghas, che appare nel got. gas-ti, “colui che mangia”; e nel l. hostis propriamente = divoratore, danneggiatore. Bopp Gl.3 125; Fick2 143; Curtius 12 100. Qui il Kluge fa una osservazione che caratterizza l’indole di due popoli; cioè che presso i Romani il “forestiero” era “nemico”, e presso i Germani era “ospite”: e che se ciò non fosse attestato da Tacito là dove parla dei privilegi che godevano gli ospiti presso i Germani, si potrebbe desumere anche dal diverso modo con cui è stata trattata dai due popoli la parola originariamente comune ghostis. Il gast dei Germani ha sempre migliorato in significato; l’hostis dei Latini ha peggiorato; il che sarebbe confermato anche di più se si fosse certi che hostis, forestiero, spettasse alla stessa origine di hostia, bestia pel sagrificio; sicchè il primo fosse lo stesso che “forestiero da sacrificare”. Ma questo è tuttavia incerto. Noterò qui che più d’una volta ho inteso nello montagne modenesi la frase «il tale è il guasto della [p. 182 modifica] tale», dove guasto vale evidentemente «drudo, amasio», Derivato dal vb. guastare non mi pare che possa essere, perchè la sintassi è molto diversa. Sarebbe adunque il moden. guasto la stessa cosa che il comasco gasto?

Gavetta, scodella di legno pei marinari (Pegolotti, Prat. Merc. 93; Folc. Istruz.). Collo sp. gabala, afr. jadeau, fr. iatte procede immediatamente dal mlt. capita d’ug. sig.; il quale riposa sul ger. * gabita, aat. gebita, gebitta, gebeta, gebizza, gepizza, vaso, stoviglia. È parola andata perduta nel tm., e che subì una specializzazione di significato sul territorio neolatino. Lo sp. conosce anche la forma gaveta.

Gazza, gazzera, uccello silvano che imita la favella umana (Novellino 34; Crescenz.; Fra Guido). Questo nome d’uccello, insieme col prov. agassa, gacha, afr. fr. agace, agasse, procedette dall’aat. agaza, agazza, derivato da agatja. Nel campo ger. questa voce ha una larghissima parentela, che però dipende tutta da una forma sorella di agazza, cioè aat. agalastrâ, agelestrâ, agalstrâ, aglastra, mat. agelster, agleister; n. at. agalaster, agelaster, agelester, tm. Elster, d’ug. sig. L’ags. ha agu. Forme dialettali sono: svizz. agerste, agerist, agertsche, agretsche; svev. agestür; bt. agester, egester, ekster, hester, heister; ol. aakster, ekster. Poi francon. eilster, erzgebirg. alastr; lusaz. sles. âlastr, aglastr, sôlastr; transil. salâstr, êlstr, ielstr; fris. haêkstr; holstein-meklemb. heistr; pommer. livon. haêstr; vestfal. iekstr. In Isvevia e’ è haets, kaêgers, nel koburg. hâts, in Franconia super. anche alskr; in Baviera ed Austria alstrn, in Isvizz. anche aêgerst, in Tirolo âgerste. L’unica forma dialettale dipendente dall’aat. agazza, si è Atzel che prevale nel Medio-Reno ed Assia; e si è svolta mediante un * agzel. L’anrd. presenta la forma agastria sempre nello stesso significato. Lutero usa Aglaster. La scrittura Elster prevalse su Alster sin dal sec. 17º. Quanto ad agalstra, esso sarebbe, secondo il Grimm, un composto di á gal astra, uccello crocidante. Dal nome agazza alcuni [p. 183 modifica] vorrebbero trarre il vb. agazzare (ant.) = eccitare, come da afr. agace il fr. agacier d’ug. sig.; e ciò passando a traverso il signif. di “gridar come una gazza”. Ma non so vedere come “il gridar della gazza” possa fornire di transizione al senso di “eccitare, stimolare”; e quindi reputo assai più probabile che sia provenuto dal vb. hazian, proposto già dal Diez. Ma anche senza di questo i derivati ital. sono numerosi: gazzarra, gazzurro; ingazzurrire, ingazzullire, ingarzullire.3 Anche Gazzetta, verosimilmente è venuto da gazza, di cui sarebbe un diminutivo; e sarebbe stata denominazione popolare che avrebbe sin dal nascere bollati a questo modo i giornali, rassomigliandoli a tante gazze per la loro loquacità. Altri però credono che le gazzette abbian tratto il nome da una piccola moneta veneta detta “gazzeta”; ed altri assegnano altre etimologie. Deriv.: gazze-rare-rino, gazzuolo.

Gecchire, (ant.), umiliar[si], avvilir[si] (Dante da Majano; Brunetto, Tesor., 12, 98, 16, 134; Cavalca). È un vb. che non s’incontra in it. proprio in questa forma, ma è presupposto dai suoi derivati e composti. Col prov. gequir, afr. gehir, jehir, a. sp. jaquir, viene dal Diez e dal Mackel tratto dal ger. jëhan, cedere, condiscendere. A me più che una deriv. diretta dell’it. dal ger., pare verosimile la deriv. dal prov. e afr., non già per l’indurimento dell’h aspirata in gutturale, poichè questo caso è normale nelle parole it. d’orig. ger. (p. es., taccagno, taccola da ger. tâha, tecchire da theîhan, smacco da aat. smâhî ecc.), ma piuttosto per l’analogia di non pochi altri vb. che nel ger. terminando in jan, nell’afr. e prov. presero la desinenza in ir e di là entrarono nell’it. (per es. ciausire, onire ecc.); molto più che anche qui si verifica il fenomeno che questi vb. [p. 184 modifica] provenzali essendo stati introdotti in it. dai poeti e dagli scrittori, vi durarono assai poco; mentre d’ordinario parole d’origine ger. diretta entrarono a far parte del patrimonio della lingua parlata, e vi restarono. S’aggiunge a questo che un tal vb. coi suoi derivati ricorre principalmente nel Tesoretto di B. Latini, vale a dire nella versione d’un opera scritta originariamente in fr.; il che dava facilmente il destro d’usare parole fr. con terminazione italiana, come s’avvera adesso nelle versioni dei romanzi di quella nazione. Ora contro la derivazione di prov. gequir e afr. gehir, jehir da ger. jëhan non v’ha certamente nulla a ridire nè per il senso nè per la forma. Ma a me parrebbe probabile anche un’altra origine, che finora non so che sia stata proposta da nessuno, cioè quella dalla radice ger. che diè il mat. gëc, gëcke, uomo fatuo, tm. geck, scimunito, minchione, vb. gecken, beffare, schernire, Geckerei, scimunitaggine; ing. geck, goffo, sciocco. L’affinità fonetica tra questo vocab. t. e l’it. è evidentissima: quanto al senso, da “scimunito, minchione” ad “avvilito, abbietto” il trapasso è facile, ed ha altri riscontri in it. (v. p. es. grullo mogio, addormentato, dal t. grollen, mat. grüllen, deridere, beffare). Se il ger. jëhan, cedere, concedere, possa avere dato origine al mat. gec, tm. geck, non saprei dire: certo a me non pare improbabile, dacchè aat. iah diè tm. gah. Forme t. sorelle sono ol. gek, dan. giaeck, pazzo, isl. gikkr, persona rozza, dove è notevole che l’it. presenta pure gicchito per gecchito, vicinissimo per forma a quest’ultimo. Col mat. giege “stolto” non pare avere alcuna relazione. Deriv.: gecchimento, gecchito, gicchito; aggecchimento, aggecchire.

Geldra (ant.), moltitudine, truppa di poca stima (Allegri, 260; C. Fioretti 82; Buonarotti, Fiera). Coll’ afr. gelde, prov. gelda, truppa, procedette immediatamente dal bl. gilda, gildonia, geldonia che ricorre già nella Legge XIII longobarda emanata da Carlomagno verso l’anno 800, [p. 185 modifica] dove è detto: De sacramentis per Gildoniam ad invicem conjurantium, ut nemo facere praesumat. A quel tempo gilda o gildonia altro non era che un “adunanza, un sodalizio o confraternita” di uomini che si obbligavano a pagare una certa somma per opere pie o conviti che si celebravano in tempi determinati dai socii, chiamati anche congildoni, il che è dichiarato espressamente da un capitolo di Incmaro Arcivescovo di Rheims al suo clero nel 852 che contiene queste parole: Ut de collectis quas Geldonias vel confratrias vulgo appellant (Labbeo, tom. VIII, p. 572), e da una lettera che nel sec. XII il clero d’Utrecht scrisse a Federico vescovo di Colonia ove è detto che un certo Manasse aveva istituito una confraternitatem quandam quam Gilda vulgo appellant. Ora il bl. gilda, gildonia o geldonia riposava sul ger. occid. gilda che diè ol. gild, tm. Gilde, corpo d’artefici, anrd. gilda, m. ing. gilde, ing. guild. Questo significato di “corporazione” non è però il fondamentale: tuttavia non è vero quel che afferma lo Schade, che appaja solo nel sec. XI, giacchè lo troviamo già nel IX; ad ogni modo, come osserva Mackel, p. 96, doveva essere proprio dell’abfr. poichè le parole rom. non presentano che questo. Il senso letterale e primitivo era quello di “offerta, festino, riunione, festiva”, e il m. ol. offre anche quello di “pasto comune”. La parola ha per tema gilda, che non è che una forma varia di got. gild, censo, imposta, aat. mat. gëlt, gëld, kelt, mat. gëlt, pagamento, retribuzione, rifacimento, offerta, imposta, rendita, guadagno, mezzo per pagare; tm. Geld, ol. geld, denaro, moneta, as. gëld, paga, offerta, mercede, ags. gield, gild, gyld, retribuzione, offerta, compenso; afris. gëld, iëld, denaro, riscatto, fris. jild; anrd. giald, pena pecuniaria. Il Kluge p. 133 osserva che il senso di “mezzo per pagare” è l’ultimo in ordine di tempo fra gli acquisiti di questa parola. Si vede adunque che in origine gilda era l’offerta che facevasi per essere membro d’una società; e che in [p. 186 modifica] appresso passò a significare la società stessa. La rad. del ger. gilda va cercata nel vb. aat. gëltan, ghêldan, këltan, mat. gëlten, gëlden, tm. gelten, valere, che in senso di “offrire” faceva nell’as. geldan, e nell’ags. gildan. Questo vb. sarà da noi trattato ampiamente alla voce Guidrigildo. Qui accenneremo soltanto che in it. questa parola subì un notevole peggioramento di significato rispetto alle lingue ger., ed anche alle due lingue francesi sorelle, poichè da quello di “società” passò a quello di “società di gente trista, analogamente al tm. Gesindel che dal senso di “compagnia” degenerò in quello di “gentaglia, canaglia”; il che può dare luogo a considerazioni non troppo lusinghiere sull’influenza che esercita sul morale degli uomini l’associazione e il consorzio. Nel fr. moderno questa voce non si conservò, ed anche in ital. è ormai disusata nella sua forma primiera; ma è comunissima nell’ultima evoluzione delle sue trasformazioni che è cialtrone, venuto da geldrone, accrescitivo di geldra. V. Cialtrone.

Germani, nome dei popali teutonici invalso sin dai tempi di Cesare. Il Grimm fondandosi su di un passo di Tacito (Germ. 2) sostiene che questo fosse un appellativo con cui i Celti designarono una popolazione teutonica che, valicato il basso Reno, si stanziò nella Gallia belgica; quindi Germani sarebbe voce celtica significante “guerriero furioso, dal forte grido in battaglia”. Sarebbe perciò stata affine a celt. garmwyn, gridator forte, da garm, grido, gael. gairmean, gairm, grido di guerra. Lo Zeuss la trae dal camb. ger, a. ir. gair, vicino, colla sillaba di derivazione man; cosicchè Germani varrebbe “vicini”. Tutto questo porterebbe ad escludere le varie etim. d’origine ger. che s’erano proposte prima, cioè da ger asta, e man, uomini della lancia; da heerman, uomini della guerra; e da wehrmann, uomini della difesa. Deriv.: germa-nico-nismo-nizzare.

Gheffo, v. Gueffo. [p. 187 modifica]

Ghera (Buonarr. Tancia). È lo stesso che Ghiera. V. questa parola.

Gherbellire, (ant.), ghermire, afferrare (Pataffio). Probabilmente non è che una bizzarra derivazione da ghermire.

Gherminella, giuoco di mano per ingannare; truffa, baratteria (Sacchetti, Nov. 69). Secondo alcuni sarebbe un derivato di ghermire, ed allora etimologicamente varrebbe “giuoco fatto per ghermire altrui qualche cosa”. Ma a me pare che siavi molta distanza di significato; giacchè nel vb. domina l’idea della forza e della violenza, mentre nel nome prevale quella della frode e dell’inganno. Perciò si è pensato all’aat. carminot, garminoth, kerminot, germinoth-od, formola magica, incantagione, nome formatosi dal vb. aat. carminôn, garminôn, kermenôn, germenôn, incantare, scongiurare, donde anche milan. ingermà. Ora il vb. aat. alla sua volta procedette bl. carminare svoltosi da carmen, formola di scongiuro, donde anche fr. charmer, charme. Gherminella è nome che non ha riscontro nelle lingue sorelle; e se è veramente d’origine t., immediatamente dovette penetrare in rom. non all’epoca della occupazione longobardica, ma molto più tardi; perchè l’aat. germinôt probabilmente al tempo dei Longobardi non s’era ancora formato dal l. carminare. Ad ogni modo è poi sempre evidente essere questa una parola o direttamente o indirettamente d’orig. germanica.

Ghermire, pigliare la preda colla branca, proprio degli uccelli di rapina; poi in generale “prendere con forza”. (Dante, Inf. 21). Dall’aat. krimman, chrimman, mat. krimmen, grimmen, premere, calcare, grattare, stringere, anrd. kremia, tormentare, punire, si svolse prima il mlt. gremire, e da questo l’it. gremire che poscia si mutò in ghermire. Nelle altre lingue neol. non s’incontra: solo il dialetto normanno presenta grimer, che il Mackel trae appunto da t. krimmen, aat. krimman. Dal vb. aat. il tm. [p. 188 modifica] cavò krimmen, eccitar prurito, prudere, sentir prurito. Col tm. krümm, storto, krümmen, curvare, arroncigliarsi, non sembra avere alcun rapporto. Deriv.: ghermigliare, ghermitore, ghermugio.

Gherone, garone, lembo, pezzo o giunta di veste, falda (Boccaccio, Ottim. Commento). Procedette dall’aat. gêro, kêro, gêrun, lensa, lingua di mare, mat. gêre, anrd. gêiri-e, fris. gâre, pezzo cuneiforme, lembo, falda; ags. gâra, ing. gore. Il tm. è Gehre, Gehren d’ug. sig. L’afr. presenta le forme gueron, geron, giron, gheron, gron, le quali due ultime però sono dialettali. Anche il fr. ha giron, ma in senso di “seno, grembo”. Tuttavia, nonostante questa modificazione di senso, l’origine è sempre la stessa che quella dell’it. come dello sp. girone, port. girâo, cioè l’aat. gêro, gêrun, che alla sua volta viene derivato da ger, lancia, come vedrassi alla voce Ghiera. Ora come questa parola potesse dal significato di “lancia, freccia” passare a quello di “lembo, falda”, e quel che è più a quello di “seno, grembo” che ha in fr., si spiega così. Il ger. ger valeva propriamente “la parte triangolare della lancia”. Perciò un tal nome fu applicato a quella parte del vestimento che pende dalla cintura ai ginocchi e sedendo si ripiega nel grembo, per la somiglianza ch’essa aveva col triangolo della lancia, della quale metafora abbiamo due altri esempi notevolissimi negli scrittori latini medio-evali, presso alcuni dei quali quella parte del vestito è chiamata pilum vestimenti “lancia del vestimento”, ed anche sagitta vestimenti”, che vale lo stesso. Di quest’ultima denominazione è data in uno di essi scrittori anche la ragione con queste parole: sagitta vocatur ea pars vestimenti que contrahitur in sinus eo quod sagittae speciem effingat. E in un passo dei Coutumes de Cluny allegato dal Ducange è detto che questi lembi o sagittae sono chiamati anche girones: Sedens ad lectionem anteriora frocci sui semper in gremium ita attrahit ut pedes [p. 189 modifica] possint bene videri. Girones quoque vel quos sagittas quidam vocant colligit utrinque ut non sparsim iaceant in terra. Da questo passo è facile scorgere anche la ragione del senso di “seno, grembo” assunto, dal fr. giron, cioè perchè quel lembo si ripiegava spesso sul seno. V. del resto Ghiera. Deriv.: gheroncino, aggheronato, ingheronare, sgheronare.

Ghiattire, schiattire, l’abbaiar del cane quando passa la lepre. È un vb. che col fr. glapir, glaper [in alcuni dial. fr. c’è anche glatir], sp. latir, proviene dalla stessa radice ger. che diè aat. klaffôn, tm. klaffen (v. Caleffare), ol. klappen, e fors’anche tm. klatschen, scoppiare, far rumore. Le rad. klap e klat sono originariamente la stessa cosa. Di qui anche fr. claband, glai. Pare che le voci t. sieno onomatopeiche, come gr. κλάζειν γλάζειν, l. lat-rare.

Ghibellino, nome dei partigiani dell’Imperatore nei sec. XIII e XIV, per contrapposizione a Guelfo, ch’era il partigiano del Papa (Malispini, Stor. Fior. 80; Compagni, Cron. 132). Fu importato dalla Germania sulla fine del sec. XII o sul principio del XIII. Ma colà aveva un significato assai diverso, cioè quello di “partigiano degli Hohenstaufen”, mentre Guelfo valeva “partigiano della casa dei Guelfi”, la quale allora possedeva il ducato di Baviera. In t. suonava Waiblinger, ed ebbe origine dal fatto che Corrado III, il primo degli Hohenstaufen salito all’impero nel 1138, era nativo di Waiblingen, piccola città della Svevia. Ora quando questi nel 21 dicembre 1140 assediava Weinsberg, contro il duca di Baviera Enrico il Superbo suo competitore, i suoi assunsero come grido di guerra Waiblingen, mentre i nemici presero quello di Welph, ch’era stato il nome di molti fra i principi di Baviera. Secondo Ottone Frisingense (De rebus gestis Frid. lib. 2, cap. 2) Weiblingen sarebbe stato il nome gentilizio della casa di Franconia (Henricorum de Gueibelingen), nei cui diritti era succeduta la casa di Svevia o d’Hohenstaufen. [p. 190 modifica] In processo di tempo, poichè gli Hohenstaufen si mostrarono osteggiatori accaniti della Chiesa, Waiblinger da “partigiano degli Hohenstaufen” passò a significare “partigiano dell’Imperatore”, e per naturale conseguenza quello di Welpher “partigiano della Chiesa”. Ma questo trapasso seguì dapprima in Italia e non in Germania. V. Guelfo. Deriv.: ghibellineggiare, ghibellinismo.

Ghidardone, lo stesso che Guiderdone (Gradi di S. Girolamo).

Ghiera, dardo o freccia (M. Villani, Morelli). Il Diez trae senz’altro questo nome dall’aat. ger, lancia. Ma il Mussafià propenderebbe pel l. veru, spiedo; il che peraltro a me pare poco verosimile, attesa la difficoltà gravissima del v latino che entrando in it. si sarebbe indurito in gh; il che è, se non anormale, per lo meno rarissimo; mentre la cosa era naturalissima venendo dal g tedesco, che è già duro. Di più: dal veru latino si svolsero parecchie altre parole italiane, e tutte col v, come verrina, verricello, e fors’anche verretta e verrettone, benchè queste due ultime mediante il l. verutum derivato di veru. Dal che si deduce che la maggior probabilità, per non dir certezza, milita a favore dell’etim. germanica; tanto più che la voce ger., come s’è visto e si vedrà ancora, sotto due altre due forme entrò nel romanzo; il che costituisce una prova ch’essa dovette essere molto usata dai popoli settentrionali invasori dell’impero romano; onde non è da maravigliare se ebbe largo sviluppo nel territorio delle lingue neolatine. Ora l’aat. gêr, kêr, mat. gêr, gâr, as. gêr, ags. gàr, anrd. geirr, arma da getto, fu voce di larghissima diffusione presso gli antichi e primitivi barbari dell’Europa settentrionale. Già Polibio e Diodoro parlano del γαῖσος e γαῖσον, lancia dei popoli del Nord. Ora questo γαῖσος γαῖσον è la stessa parola che la nostra, la quale, secondo il Kluge, riposa sul got. * gaiza che si lascia dedurre dagli antichi nomi proprii, come Hario-gaisus, e dal fatto che l’anrd. [p. 191 modifica] avendo geirr e non gärr, mostra che la r dell’aat. riposa su di una s. Era dunque parola schiettamente ger., benchè anche l’a. ir. presenti un gai da * gaiso; e significava propriamente, come è dimostrato dal derivato tm. Geisel, “bastone, fusto”, Quindi si argomenta la probabile affinità con gr. χαῖος, bastone da pastore, e sans. hêsás, pallone. Le si dà per radice sans. highi, eccitare zend. zi, eccitare, gittare, armen. zen, arma. Fick2 739; Bopp. Gl.3 447. Lo Schade crede ad una parentela anche col lit. ginti, giti, cacciare il gregge al pascolo, da sans. hins, battere. Spetta qui anche ags. gád, ing. goad, bastoncello, da idg. * ghai-tâ. Dal tm. gêr scomparve, almeno nella sua forma semplice, poichè il tm. conserva i derivati Gehre, Gehren, e Geisel; ma si conserva in numerosi nomi proprii, nei quali entra come primo elemento del composto, ad es. Gerardo, Gerberto, Gertrude ecc. Nell’aat. da gêr si svolse pure un gêro, che s’è visto avere dato origine a Gherone e voci sorelle nelle lingue neolatine Deriv.: ghierato.

Ghignare, ridere leggermente per ischerno o sdegno (Boccaccio, Sacchetti). Per questo verbo sono state proposte tre etimologie ger.: l’aat. winkian, tm. winken, fare un cenno, da cui è certamente derivato norm. guincher, lanciare occhiate; l’ags. ginian, anrd. gina, aat. ginon, aprir la bocca, donde si sarebbero svolti i sensi di “seguir cogli occhi, spiare, guardare di traverso”; e finalmente aat. kinan, sorridere. Il Diez respinse già la prima, perchè il k medio sarebbe scomparso senza lasciare alcuna traccia di sè; e il Mackel rigetta non solo questa e la seconda, ma persino la terza per la ragione che egli non riconosce a kînan altro senso che quello di “aprirsi, fendersi”. Noi invece crediamo che questo vb., che è evidentemente d’orig. ger., provenga proprio dall’aat. kînan, giacchè la forma è vicinissima, e d’altra parte è vero bensì che aat. kînan, chînen, mat. kînen, dalla rad. gan, ha per signif. fondamentale “aprirsi, fendersi”; ma è altresì vero che un’antica glossa [p. 192 modifica] (v. Graff IV, 450) spiega kinit con “adrisit”; il quale passaggio da “aprirsi” a “ridere” non è punto nè duro, nè insolito; sicchè l’obbiezione del Mackel non regge. Più difficile è il potere dare ragione del senso acquistato dall’afr. guignier, fr. guigner, prov. guinhar, picard. guenier, sp. guinâr, guardare tortamente, se pure non vogliasi dire che questi significati siansi svolti dal primitivo “aprirsi, fendersi”, per mezzo di quello “di scostarsi dal cammino, torcersi”. Ma checchessia delle altre lingue neol., a noi basti l’avere posto in sodo la originazione dell’it. dal ger., dal quale si è già notato essere venuti parecchi altri termini denotanti concetti affini. Der.: ghigna-ta-tore-zzare; ghigno-so.

Ghindare, guindare, tirar su col guindolo; tirar su verticalmente una cosa al lato d’un’altra (B. Crescenzio, Naut. Medit., sec. 17º). Questo vb. si trova anche nello sp. e port. che hanno guindar, e nel fr. guinder, e l’essersi cominciato ad usare solo verso il principio del sec. 17º mi fa sospettare che un tal termine di marina sia venuto da una delle lingue sorelle. Il fr. non appare nella scrittura prima del sec. 16º; il nome guindal incontra già nel 12º. E certo ad ogni modo che le voci romanze riconoscono la loro origine nell’aat. windan, wintan, winden, got. winda n, volgere, torcere girare, mat. winden, tm. windan; as. windan, volgersi, ol. winden; ags. windan, ing. to wind, anrd. vinda d’ug. sig. Da questa rad. nel campo ger. si svolsero mediante apofonesi innumerevoli derivati. Così nell’aat. abbiamo: vinds, wintâ, vinditha, wintunga, wintilâ, windellin, windelen, wand, wandr, want, gewant, gewander, vandus, wanta, wantôn, wandjan, wandida, wentî, wendig, wantal, wantalôn, wantalunga, wantalari, wandeler, (donde verosimilmente il np. di popoli Vandali = viaggiatori), wandelieren, wander, wandern, wanderunge, wintila, wuntani, wuntanussi; nel tm. windel, wandeln, wandern. Esso fu adunque probabilmente tolto ad imprestito dal tedesco nel tardo medio evo, come hisser, ed altri termini [p. 193 modifica] di marineria; e dal fr. è verosimile originassero lo sp. e l’italiano. Deriv.: ghindaggio, ghindato; agghindare. V. anche Ghindaressa, Ghindazzo, Bindolo e Guindolo.

Ghindaressa, manovra volante o cavo che serve a ghindare o ad alzare gli alberi di gabbia. È il fr. guinderesse usato sin dal sec. XII e che pare provenga da un composto t. windreissen (winden = torcere; reissen = strappare).

Ghindazzo, è probabilmente riproduzione del fr. guindas vindas, venuto a sua volta da ol. windas, corrispondente al t. Wind-achse, propriamente = “albero da ghindare” [t. Achse = asse].

Ghirlanda, grillanda, cerchietto di fiori, erbe o frondi per ornare il capo (Dante, Boccaccio). Questa parola che ha per corrispondenti fr. guirlande, sp. port. guirnalda, a. sp. garlanda, a. port. grinalda, prov. cat. garlanda, ing. garland, fu da taluni voluta spiegare con un girulare o virulare, diminutivi immaginarii derivati da girare e virare; ma è chiaro che ad ogni modo di qui si sarebbe svolto un girlanda: in altri termini in questo caso resterebbe inesplicato l’indurimento della gutturale iniziale. Quindi è molto più verosimile l’etim. proposta già dal Frisch dal mat. wierelen, circondare, aat. wiara, corona. L’essersi il dittongo t. wie trasformato nell’it. ghi anzichè in gui, mostrerebbe che il passaggio dovette appunto accadere nel tempo del fiorire del mat. (cfr. Ghibellino da Waiblingen) e non in quello dell’aat. Quanto al suffisso land, è lo stesso che appare in giranda da cui formossi girandola. Il Chevallet pensò a trarre questa parola dal celt. gwyr, curvante, pel fatto che nel brett. riscontrasi garlantez, gael. gwyrlen. Ma è probabile che queste voci siano d’importazione romanza. Perciò sinora la orig. ger. ha per sè la maggiore verisimiglianza. Deriv.: ghirland-are-ella-etta-uzza; inghirlandare. [p. 194 modifica]

Ghirlo, vortice, turbine, (dial. lombardo). Procede dal t. Wirbel d’ug. sig., e propriamente “ciò che si volge in giro”. Formalmente questa parola è affine a ghirlanda, e perciò da essa taluni tentarono di trarre quest’ultima. Ma, anche lasciando stare che le lingue sorelle presentano forme come garlanda e gerlanda d’impossibile derivazione morfologica da Wirbel, fu già osservato dal Diez che il passaggio dei sensi è tanto ardito che non permette di ritenere possibile una tale originazione.

Ghisa, grosso pezzo di ferro fuso. È un neologismo diventato comune in Italia in questo secolo, e cominciato ad usare probabilmente nel secolo scorso o alla fine del 17.º È difficile stabilire con rigore se provenga immediatamente dal fr. gueuse che gli corrisponde esattamente per senso ovvero sia derivato direttamente dal t. Io propenderei per quest’ultima ipotesi, essendo poco verosimile per la forma che da un fr. gueuse si potesse svolgere un it. ghisa, benchè il dial. ginevrino e quello del Berry abbiano guise. Ad ogni modo l’origine prima di una tal voce è senza dubbio il tm. Guss, getto, fusione, e meglio ancora il mat. guz, [aat. guzzo], come è facile scorgere dal milan. ghisa, che sta forse per güsa, e dal trentin. ghiza; e dal fatto che nel tm. la ghisa è chiamata Gusseisen = ferro fuso. L’aat. giozo, gëozo, giezo = acqua corrente. Verosimilmente questo è uno dei numerosi nomi mineralogici che il tm. ha dato alle lingue romanze; benchè non si spieghi facilmente il trapasso delle forme. Il fr. gueuse che s’incontra già nel sec. XVI, forse ebbe per intermediario il fiamm. guysen, scorrere, che pare per senso e per forma connesso al t. giessen, fondere, versare. Lo sv. gös può essere stato tolto dal fr. Quanto al tm. Guss, guss esso è nome formatosi dal vb. giessen, goss gegossen, mat. giezen, aat. giozan, gëozan, giazan, kiozan, giezen, versare, spandere, fondere, gittare un metallo. Il got. era giutan, as. giotan, geötan, ags. giotan, anrd. giota, a fris. [p. 195 modifica] giata. La rad. ger. è t. gut, e la preger. ghut; da cui anche l. fundo, versare, futis, vaso da fondere, fûtire in effutire, gittar fuori, fûtilis, da gettar fuori, inutile, refutare, confutare, confutare, fons, da fovonts, fonte, poi gr. χέω versare, da χυ coi numerosi derivati χεῦμα, χῦμα vaso da getto, scorrimento, χύσις, fusione, χύτρα, pentola, χοή libazione, χόος χοῦς, sfasciume χυλός χυμός sugo, umidità. Spetta pure qui sans. hu, offrire (versare l’offerto), hutós, offerto, hâvájâmi, faccio offrire, âhavâs, offerta. Bopp, Gl.3 448-41; Corrsen, 12, 158; Kuhn 2, 470; Meyer, Got. Sprach. 15; Curtius3, 93; Grimm, Deut. Spr. 401.

Gialda, (ant.), specie d’arma antica di cui s’è perduto l’uso e la cognizione; ma che si crede lo stesso che la lancia. G. Villani 9, 70, 5. «I gialdonieri lasciarono cadere le loro gialde sopra i nostri cavalieri». Secondo il Diez, dal prov. gelda, società, (v. Geldra) si formò geldon, che dapprima sarebbe stato il “membro di una compagnia”, e poi avrebbe assunto il signif. di “lanciere”, pel fatto che i componenti queste compagnie portavano la lancia; a da questo prov. geldon, sarebbe venuto it. gialdoniere, e di qui da ultimo si sarebbe formato it. gialda. Ma secondo me la denominazione di un’arma dal nome degli uomini che la portano è cosa molto strana, verificandosi piuttosto il caso contrario; e fa poco al proposito il caso di partigiana allegato dal Diez, il quale sembra credere che una tal voce derivasse da partigiano, quando procede probabilmente da partire, “fendere”4. Inoltre dal prov. geldon, si sarebbe svolto un gialdone, e non gialdoniere; e dall’it. gialdoniere un gialdona e non gialda. Per tutto questo io ritengo più verosimile la deriv. dell’it. gialda dal got. giltha, falce, che L. Meyer, Got. Sp. 135, [p. 196 modifica] paragona a l. culter, ma poco verosimilmente secondo lo Schade. Ad ogni modo e nell’uno e nell’altro caso gialda o mediatamente o immediatamente sarebbe di origine germanica. Deriv.: gialdoniere.

Giallo, dal color dell’oro, fra verde e azzurro (Crescenz. Agric. 240, Dante). Questo aggettivo si svolse dall’aat. gälw, gelo, këlo, gélawer, gëlwes [got. gilvs], mat. gël, gëlwer, tm. gelb d’ug. sig.; a cui corrispondono as. gêlo, gëlowo, ol. geel, ags. geolo, geolves, ing. yellow, e l’anrd. gulr formatosi con apofonesi. Il doppio l è dovuto al gruppo lw. Il tema ger. occidentale è gilva, gëlva dal preger. ghelwo. La rad. idg. è ghel ghlô, che nella sua prima forma compare nel l. helvus, giallo-chiaro, giallo come il miele, np. Helvius, biondo-chiaro, helvolus, gialliccio, helvinus, giallo-pallido (del vino bianco); nel lit. geltas, giallo, falbo, geltonas, giallo, goltonókas, mediocremente giallo, gelwas, alquanto giallo, gialliccio, geltonis, color giallo, geltonuti, giallo smagliante, pageltonuli, ingiallire, a. sl. zelenu, giallo, verde, lit. zalias, verde, zelti, verdeggiare. Kurschat, 1, 508. La seconda poi si riscontra nel gr. χλόος χλούς color verdepallido, verdegiallo, χλόη il verde tenero e pallido delle piante, primo germoglio verde-giallo delle piante, χλωρός, gialliccio, verdepallido, χλαρός verde, giallo; zend zairi, giallo, aureo, zairina, gialliccio; sans. haris, giallo [color del leone] biondo, harinás, gialliccio bianco. Bopp, Gl.3 445. Nel campo ger. la rad. ebbe uno sviluppo amplissimo. Vi appartengono infatti principalmente l’aat. galla, donde mat. galle, tm. Galle, fiele, coi corrispondenti got. gallo, as. galla, ol. gal, ags. gealla, anrd. gall d’ug. sig. (del resto questa parte del corpo in tutte le lingue idg. è denominata colla stessa rad.; cfr. gr. χολη χόλος, l. fel, a. sl. zluci da gilki, svoltosi da zelknuti = divenir giallo). Parrebbe dunque che il fiele avesse tratto il nome dal suo colore. Più importante ancora è la formazione di aat. gold, golth, gold, golt, colt, mat. golt, tm. [p. 197 modifica] Gold, oro; as. ags. a. fris. ing. gold, anrd. gull, sv. dan. guld, g. gulth, dal tema ger. gultha; dal quale ceppo ger. ebbero origine fin. kulda, kulta, est. kuld, liv. kûlda, kûld, lapp. golle, kolle. Questo poi sarebbe venuto da un preger. ghlto, a cui è primitivamente affine a. sl. zlato, russo zoloto da * zolto. Gold poi è derivazione partecipiale di rad. ghel, come lit. bal-tas, bianco; ed evidentemente significava da principio “il giallo, metallo giallo”. Spetta pure qui aat. gluoen, mat. glüen, glüejen, tm. glühen, essere infocato, rovente; ags. glówan, ing. to glow, ol. gloeijen, anrd. glda; dalla quale rad. ger. glô glê originarono altresì tm. Glut, mat. aat. gluot, ol. gloed, ags. gléd [got. * glo-di], ing. dial. gleed, vampa; e più lontanamente ags. glóma, glomums, alba, crepuscolo, ing. gloom, anrd. glámr, luna. La rad. glô gle procedette da preger. ghlâ = ghel. Più lontanamente si riferiscono qui anche gruo, gruan, gruot, gruoni, gruose, e più da lontano ancora gluo, gluoan, gluot; e dalla rad. idg. ghrad con ampliamento mediante dentale, glat, glint; e da idg. ghladh, aat. glat, glitan, mat. glinden, glander; poi gër, giri, gîr, gërn e loro derivati; infine grêdus, garo, gor e forse anche warm. Bopp, Gl.3 445; Curtius3, 91; Schleicher, Die Formenslehre ecc. 109. Ma se è certo che l’it. giallo è d’orig. ger., resta molta oscurità sulle forme delle lingue sorelle: afr. ialne, fr. iaune, sp. ialde, port. ialne, ialde, iardo, valac. gáltin. Il Diez trae l’afr. ialne dal l. gálbinus, che avrebbe significato “giallo-verde”. Ora questo l. gálbinus, ricorre sì in Marziale; ma non significa altro che “molle, lascivo, effemminato”; dal qual senso a quello di “giallo” c’è una distanza troppo grande.. C’è bensì nel l. il nome galbus, sorta di legno di tinta gialla, e l’agg. galbanus, derivato da quello. Ma come ammettere che il nome d’un colore presso i popoli di Francia e Spagna provenga dal nome d’un albero assai raro in l., quando l’it. l’ha tratto dal ger? Io crederei quindi che anche le voci neol. corrispondenti all’it. giallo procedano anch’essi dall’aat. gëlo [p. 198 modifica] mediante però un mlt. galbus galbinus, che potè formarsi dal mat. gälb e che il ne di afr. jalne, il d di sp. jalde siano suffissi; molto più che le lingue rom. han tolto dalle lingue sett. numerosi nomi di colori. Deriv.: gialla-mina-stro; gialle-ggiare-zza; gialli-ccio-gno; giallo-gnolo-lino; giall-ore-ume-giall-uria; ingiallire.

Giardino, spazio di terreno annesso a una casa e chiuso da siepe o cancello, coltivato per bellezza e diletto (Malispini, Stor. Fior. 58; Crescenz. Agric. 387). Questo nome insieme con sp. jardin, port. jardim, prov. jardi, gardi, issi, giardina, fr. jardin, dial. fr. gardin, d’ug. sig., procede dal ger. gard, che si svolse nell’aat. gart, garto [gen. dat. gartin, che sembra essere stato il prototipo immediato delle forme romanze], ags. geard, got. garts, anrd. garthr, mat. garte, tm. Garten. Altre forme ger. sono: as. gardo, a. fris. garda, got. garda. Le voci ger. antiche avevano però spesso significato alquanto diverso dalle romanze ed anche dalle ted. moderne. Così il got. garda, gards, stalla, casa, famiglia; aat. gart, cart, circolo, coro, anrd. gardr, abitazione, possesso; ags. geard, ing. yard, luogo cinto, corte, abitazione; as. gard, gardo, siepe, chiudenda. Il tm. però insieme col mat. ha precisamente il significato delle voci neol., e, secondo alcuni, lo stesso aat. garto presentò esso pure anche questo senso. Però in alcuni composti del tm., come Löwengarten, serraglio dei leoni, Thiergarten, serraglio delle fiere, Rossgarten, dei cavalli, perdura tuttavia il signif. di “chiuso, ricinto”. L’ing. garten non riposa immediatamente sul ted., bensì sul fr. jardin, trapiantato in Inghilterra nel tempo del medio-inglese: d’origine diretta ger. è ing. yard da ags. geard. Secondo Kluge p. 127, il significato fondamentale di queste voci è quello di “luogo chiuso, ricinto”, che riscontrasi nell’as. e nell’ags. e nel valac. gard, siepe, venuto anch’esso dal ger. e che fa, per questo riguardo del senso, eccezione alle voci romanze. Alcuni germanisti hanno creduto di connettere [p. 199 modifica] garto e suoi derivati con gürten, cingere, fasciare, da rad. ger. gerd; ma il Kluge ha impugnata questa connessione, perchè, secondo lui, le molteplici affinità che si trovano a questa parola in altre lingue provano ch’essa è di formazione pregermanica, e probabilmente di formazione comune a tutte le lingue idg. occidentali. Quindi non può appartenere ad una radice specificamente ger. Tuttavia altri, come il Friedmann, continuano a sostenere la parentela di questo vocabolo sia col got. bi-gairdan, cingere, donde tm. gürten, cingere, Gurt, cintura, aat. Gürtil, mat. tm. Gürtel, ags. gyrdel, ing. girdle, cintura. Ora ecco le corrispondenze nelle altre lingue idg. Il l. ci presenta hor-tus giardino, co-hors, cortile, gr. χόρτος, recinto, corte, pascolo, fieno, χορός, piazza della danza, danza, schiera, a. ir. gort, biada. Lo sl. ci presenta: lit. gardas, pecorile, zárdis, serraglio di cavalli; a. sl. gradu, giardino, stalla, città, muro, gradici, piccola città, gràzdi, stalla, stalla de’ cavalli, gradina, giardino, graditi, fabbricare, serb. gradac, città, boem. hrad, hradek, città, pol. grod, gorod, città, grodz, siepe, grodzic, assiepare. Miklos. 140, 146. Tutte queste voci sl. presuppongono un idg. dh in luogo del d del got. as. Ma alcuni germanisti ritengono probabile una derivazione diretta di esse dal ger. La rad. idg. di quest’ultimo sarebbe stata gherto; quindi il d del got. avrebbe a fondamento un t idg. Grimm Geschichte d. d. Sp. 402; Curtius3 189; Corssen 12, 100; Fick2 742, 520, 359. È singolare la conformità del derivato aat. gartinâri, gartenâre, mat. gartenaere, tm. Gürtner, ing. gardiner, coll’it. giardiniere. Altri deriv.: giardin-aggio-eria-etto-iere-ino-uccio.

Giava, luogo nel naviglio dove si ripongono gli attrezzi od altro (Ariosto). Sarebbe mai questa parola venuta dall’aat. gawi, kawi, gewi [got. gavi] mat. gou, göu, geu, tm. Gau, luogo, terra, contrada, cantone? Il passaggio letterale sarebbe perfettamente uguale al caso di aat. gëlo che diè giallo e di aat. gartin che diè giardino; in altri [p. 200 modifica] termini lo sdoppiamento dell’a ger. nel dittongo it. ia, non è raro. E neanche il senso presenta grave difficoltà, quando si pensa che la parola it. cantone può significare al tempo stesso un “tratto di paese” (come quando diciamo “il cantone di Berna”) e “piccolo ripostiglio”. Tale è la mia opinione sull’etim. di questa parola non ancora tentata da alcuno.

Giavellina, specie d’arme da lanciare (Montecuccoli). Facilmente è riproduzione dal fr. javeline, sp. jabalina; ma potrebbe anch’essere derivazione del nome seguente.

Giavellotto, sorta di dardo a foggia di mezza picca (G. Villani, 8, 75, 4). Immediatamente questo nome venne senza dubbio dal fr. javelot, il che è provato e dalla forma stessa, e dall’essere la voce stata usata la prima volta dal Villani, vale a dire da uno scrittore che introdusse in italiano non poche parole francesi. Ora il fr. colle forme antiche gavelot, gaverlot, gaverlos, garelos, garlot, gaurlot, iavrelot, glavelot, bret. gavlod, mat. gabilot, a. fiam. gavelote, fu dal Grimm riportato a ing. gavelok, o meglio ad ags. gaflac d’ug. sig., composto del nd. gefia, lancia, e ags. lâc, giuoco. Il Pott invece propose il cimb. gafl-ach, lancia a penna. Il Diefenbach al contrario riannette le voci ger. del mat. alla stessa radice di Gabêl, forchetta, e afr. gaffe, pertica; e da esse sarebber venute le romanze. Tuttavia la etim. vera è sempre incerta; poichè, oltre alle opinioni viste qui, il Littrè ricorre al bl. capiulus, capilum; e il Tobler parte da un glaivelot, dimin. di glaive; le quali due ultime ipotesi peraltro sono combattute da G. Paris per ragioni sia di senso che di forma. Onde l’etim. ger. è sempre una delle più probabili.

Giga, strumento musicale a corde, simile al violino; parte d’una sonata (Dante, Parad. 14; Intelligenza, 292). Questo coll’afr. gigle, gigue fr. gigue (che il Mackel crede venuto da * gige per dissimilazione), prov. gigua, guiga, giga, [p. 201 modifica] a. sp. giga riposa su una forma ger. aat. * giga, che è presupposta dal mat. gige, tm. Geige, violino, m. ol. gighe, anrd. gigia. Qui, come in bara, balco, bracco, ecc., si dà il caso che le forme it. sp. e prov. sono più vicine all’aat. che lo stesso mat. e tm.; il che fornisce un argomento per provare da un canto che dovette esistere realmente una forma aat. giga, come suppone il Mackel, e dall’altro che questo nome fu importato nei paesi romanzi sin dalla immigrazione dei popoli settentrionali, e non già nel medio-evo come sostengono taluni fondandosi sul fatto che mentre la forma mat. gîge, è storicamente certa, l’aat. gîga non è documentata; argomento evidentemente debolissimo. Il Kluge per contrario non parte dall’esistenza di un aat. gîga; dà però il mat. gîge come molto antico, soggiungendo ch’esso non può essere sospetto di derivazione dal romanzo, poichè si verificò il caso contrario. Accenna per altro alla verisimiglianza d’un preger. ghîka. Secondo lui l’affinità coll’a. sl. zica, filo, da lit. gié, filare, è appena possibile. Il tm. da Geige ha cavato geigen, suonare il violino, Geiger, violinista e parecchi composti. Degno di particolare attenzione è il fr. gigue per la evoluzione di sensi a cui esso e suoi derivati sono andati soggetti. Primieramente gigue ha preso anche il signif. di “danza accompagnata da musica”; i derivati giguer = andar presto, saltare, gigotter, muover le gambe, vacillare, ed infine gigot = coscia. Per intendere bene questa progressione di significati, lo Scheler osserva che il nd. geiga valendo “tremare”, e geigr “tremito”, la radice doveva contenere l’idea fondamentale di “vibrazione, scossa”. Sempre secondo lo stesso linguista, da rad. ger. gig, muoversi, originò gigue, gamba, quindi gigot, coscia, gigotter, muoversi, giguer, ginguer, dare il gambetto, danzare e che da giguer, sarebbe venuto gigue, danza, aria di danza, poi strumento. Ma, poichè in it. giga ha solo un significato attinente a musica, quello che dice lo Scheler potrebbe tutt’al più valere pel francese. Nel [p. 202 modifica] quale fr. il vocab. in questione ebbe una storia ed uno svolgimento molto più notevole che in it. e nelle altre lingue sorelle. Oltre di ciò il fr. conserva un documento importante per mettere fuori di dubbio la provenienza del nome. Nel romanzo di Cléomedes si leggono questi due versi:

Et des flauteurs de Behaigne
Et des Gigeours d’Alemaigne.

Da questo si rileva che i suonatori di giga venivano principalmente di Germania, e che di là per conseguenza veniva lo strumento stesso. Per ciò la giga è coll’arpa uno strumento di provenienza germanica. Il fr. diè poi origine all’ing. gig, viola, strumento a corde. In it. è parola antiquata, non incontrandosi più dopo il secolo 17.

Gigotto, coscia di castrato; termine dei macellai (P. Bardi, Avinavoliottoneberlinghieri, metà secolo 17.º; Averani, Nelli). Riposa immediatamente sul fr. gigot, gamba, coscia, la cui origine dalla radice ger. che ha dato anche Giga, v. sotto quest’ultima parola.

Girifalco, girfalco, girofalco, uccello di rapina, il maggiore delle diverse specie (M. Polo, Milione; Crescenz., Agricolt.; Boccaccio, Filocopo; Sacchetti, Nov.). L’it. immediatamente procede dall’afr. girfalc, gerfaut, prov. girfalc, donde anche fr. gerfaut, e sp. gerifalte. L’afr. riposa sub. bl. gerofalcus, gyrofalcus. Ora il bl. fu dalla fantasia popolare creduto un composto in cui entrasse come primo elemento il lat. grec. gyrus, giro; sicchè l’uccello sarebbe stato così denominato dal suo “girare in tondo”. Questa interpretazione ci è attestata espressamente da Alberto Magno: «dictus est a gyrando quia diu gyrando acriter praedam insequitur». Anche due altre etim. furono proposte, cioè dal gr. ἱερός, sacro, e κύριος, signore: la prima, occasionata dal fatto che una sorta di falcone è detto sacro, avrebbe dunque significato “falco sacro”; e [p. 203 modifica]l’altra “falco principe”. Il Diez s’attenne senz’altro all’etim. latina; ed allegò a sostegno dell’antica interpretazione popolare, che il gr. κίρκος vale al tempo stesso “giro, circolo” e “falco”. Ma gli studi fatti dai germanisti e dai romanisti dopo la morte del Diez hanno dimostrato ad evidenza che il bl. gyrofalcus, e quindi i suoi derivati romanzi, non sono di origine latina e molto meno greca. Essi riposano sul ger. * girfalko, donde mat. girvalke, giervalke, gervalke, tm. Geierfalk, bt. gierfalke, gêrfalke, geierfalke, ol. giervalk; il quale è composto di Geier e di Falk, dove il primo elemento per la somiglianza formale casualmente affine al l. gyrus, fu interpretato falsamente come significante il concetto espresso da quest’ultimo5. Il Baist anzichè ger. girfalko mette a fondamento l’anrd. geírfalk, e fu approvato da G. Paris, Rom. XII, 100. Il Mackel invece ritiene sia più adatto alle forme romanze l’aat. gêrfalko, corrispondente all’anrd. geirfàlki, e all’ags. garfalca. Quanto all’opinione del Baist che mat. gîrvalke e gêrvalke fossero tolte in prestito dall’anrd. geirfalcki, ma senza corrispondere più ne per concetto nè per forma al vocabolo originario, il Mackel crede che ciò non sia giusto; essendo più ovvio ad ogni modo il supporre che la parola fosse presa in prestito al tempo del primitivo mat. (sec. 11, 12), come sembra accennare il np. Gárfalch, e che poi le ulteriori forme siano dovute ad una erronea interpretazione etimologica popolare. Altri però sulla origine e sul valore di mat. girvalke la pensano diversamente; tali sono Io. Schmidt, Schade e Kluge; i quali in sostanza ammettono che sia voce schiettamente ger., e che la prima parte del composto sia l’aat. gir, gîri, mat. gîre, [p. 204 modifica] dial. mod. geier, avido, bramoso, spettante alla rad. ger. gîr, desiderare, che diè tm. gier, gierig, gern, begheren ecc. Ciò è confermato anche dal fatto che nel tm., oltre a Geierfalk, s’usa anche il semplice Geier, derivante da aat. gîr, kîr, mat. gîr. La rad. ger. gîr ha un riscontro nel sans. grdhras, “avido, avvoltojo” rad. idg. ghar. Il trovarsi già nell’aat. la forma gîr, e molto più il fatto che il sans. grdhras vale ad un tempo “avido” e “avvoltojo” finisce di atterrare del tutto l’ipotesi del Diez che traeva dal lat. grec. gyrus, giro, il primo elemento del bl. girifalcus. Al che bisogna aggiungere che la caccia coi falchi fu insegnata ai popoli lat. dai Tedeschi, come confessa apertamente il Baist (Zeits. di Gröber, VI, 427).

Gilbo, di color cenerognolo (Palladio, Marz. 15). Si deriva comunemente dal l. gilvus, d’ug. sig.; ma non potrebbe anch’essere il tema del t. gelb, giallo, prima latinizzato, e poi ridotto a forma italiana; e che penetrò anche nel fr. gilbe, ginestra dei tintori? Anche nel tm. abbiamo un Gilbe, giallore, da mat. gilwe, aat. giliwî, gelawî, vb. gilben, colorare in giallo. Il cangiamento del w ger. in b lat. e rom. l’abbiamo visto anche sotto falbo.

Gilda, è la forma bl. del ger. gilda, che già s’è visto sotto Geldra, e che nel fr. oltre a gilde diè gueude. Da gilda a geldra si passò mediante la infissone d’un r, come da ags. filt si cavò feltro, e da Geneva si cavò Ginevra.

Giolito, godimento che prendesi nella quiete dopo la fatica; festa, allegrezza (Redi, Fagioli), è una riproduzione dell’afr. jolit, fr. joli, formatosi dal fr. jolif, mediante l’aggiunta del suffisso (v. Rothenberg De suffixorum mutatione). Sull’origine poi ger. primitiva rimandiamo a Giulivo.

Giucco, quasi affatto privo di senno (Pananti, Guadagnoli). Pare non sia altro che un doppione di ciocco che figuratamente vale “balordo”, e ciò mediante la forma ciucco che in alcuni vernacoli toscani usasi per lo stesso [p. 205 modifica]che giucco. Quanto all’orig. ger. v. Ciocco. Deriv.: giucca-ta-ggine; giucche-rello-ria.

Giulivo, questo aggettivo che sta per giolivo (v. Diez, Gramm. 13, 166) immediatamente viene senz’altro dall’afr. jolif, iolive, gajo, lieto, galante; il quale senso, oltre che nell’it. e afr., si riscontra anche nell’ing. jolly. Ma il fr. moderno ioli, formatosi anch’esso di là, significa “gradevole, piacevole, grazioso”. L’origine prima d’un tale aggettivo è l’anrd. jol, festa solenne, e propriamente festa del natale. In isved. e dan. jùl, [ing. yule] = festa di natale, e julmonat = dicembre. È parola trasportata dai Normanni in Francia dove prese il suffisso if [il prov. formò jolivitat], e donde fu trapiantato anche in altri paesi del mezzodì dell’Europa. Deriv.: giuliv-amente-etto-ità-itade.

Gonfalone, confalone, vessillo seguito da un determinato numero di soldati; insegna d’un comune; bandiera d’una chiesa o confraternita (Malispini 183; Guido Colon. 307; Giamboni, Orazio 511; Fra Bartol.). Coll’afr. gonfanon, confanon [ginev. conforon, bandiera di chiesa], prov. gonfanon, confano, gonfano, gonfaino, golfaino, fr. gonfanon, confalon, sp. confalon, a. sp. port. gonfalâo, sicil. cunfaluni, bl. cuntfano, ha per fondamento il ger. gunt(i)fano, aat. gundfano, guntvano, chundfano, ags. gûdhfana, gútfana, bandiera di guerra. L’a. ger. guntfano è un composto di aat. gundja e di fano. Quanto ul secondo elemento v. Fanone. Circa il primo, l’aat. gundja, che appare solo in questo composto e in alcuni np., ha per corrispondenti as. gúdhja, gûdëa, gûdh (nel composto gûdhamo) e significa “lotta, battaglia, guerra”. L’ags. gûdh vale lo stesso; l’anrd. gûdhr, gummz, guerra, dea della guerra. (Grimm, Deutsche Gramm. 2, 457; Vigfusson, 221). Il got. è gunths, e il tema ger. è gunthi o gunthia. Secondo il Fick2 67 approvato dallo Schade si connette a lit. giñczás, contesa, ginczúkas, litigioso, giñczytis, contendere, giñklai, armi; a. sl. gnati, eccitare. Miklos. 131, sans. ghâtas, strage, uccisione, rovina, ghâtin, [p. 206 modifica] uccisore, hantâr, uccisore, dalla rad. han, ghan, battere, uccidere, distruggere. Al contrario il Bopp, Gl.3 313, e L. Meyer, Kuhn 7, 17 lo riannodano a sans. yudh, combattere, ed anche a sans. gandh, violare, percuotere; e il Pictet 2, 190 a nigandhana, mischia. Ma queste ultime affinità sono rigettate dallo Schade e da altri. Nel tm. l’aat. guntfano è sparito (anzi non ricorre neppure nel mat.); e s’usa in quella vece Kriegsfahne o Sturmfahne oppure il semplice Fahne. Questa voce in it. ha avuto uno svolgimento di significati maggiore che nel fr. Di fatti in quest’ultima lingua ha solo il senso militare, che era il primitivo, e quello ecclesiastico; le manca il signif. di “insegna dei magistrati, del Comune, d’arte”, e quello di “drappello, moltitudine” senza contare i non pochi traslati. Anche i derivati ital. sono assai più numerosi dei fr. e tutti importanti per la parte che rappresentano nella storia delle città e repubbliche ital. del medio evo. Eccoli: gonfalonata; gonfalo-nerato-neratico-nierato-nieratico; gonfalo-niere-nieri-niero; venez. confaloniero. In tutte queste forme in luogo della gutturale media s’incontra anche la tenue, che corrisponde alla forma accessoria dell’aat. chundfano.

Gora, canale per cui si cava l’acqua de’ fiumi mediante le pescaie; canale da mulino; acqua stagnante e pantanosa (Dante, Villani, Boccaccio). Gora per guora procede dall’aat. wuorî, mat. wüere, wüer, wuere, argine per respingere o condurre acqua, tm. Wehr, argine difesa. Il dial. sviz. presenta wûr, il bav. wuor wüer, wüerin, il tirol. wüer, calle forme derivate wuorag, wuoragi, wuëren coll’idea di “innaffiamento, ubbriacatura”. Il lad. dei Grigioni ci dà vuor da cui è facile il passaggio all’it. guora, gora. Questa voce che fra le lingue rom. è posseduta solo dall’it. e dal lad., dovette probabilmente venirci pel tramite dei Longobardi. Il tema ger. era vôrâ vôriâ; e la rad. è vôr, differenziatasi da var, e questa da war. Quindi il signif. fondamentale è quelle della “difesa”, e non quello [p. 207 modifica] della “irrigazione”. È quindi connesso a tm. wehren, difendere, riparare, da aat. warian, got. varian, inpedire, proteggere. Il venez. gorna = grondaja è la stessa cosa che gora, come suppone il Diez? Del resto, gora è parola antichissima sul territ. it., poichè in un documento spettante all’anno 710 (Brunetti, Codex diplom.) n’è già fatta menzione: altra prova dell’importazione longobarda. Deriv.: gorajo.

Goti [t. Die Gothen], nome d’uno de’ più antichi popoli germanici che fiorì nei sec. IV, V e VI, un cui ramo gli Ostrogoti [Ostgothen] occupò e dominò l’Italia dal 489 al 553. V. Ostrogoti e Visigoti. Deriv.: gotico.

Graffio, antica macchina da guerra uncinata; strumento con uncini specialmente per ripescare vasi caduti nel pozzo (Dante, Inf. 21; Buti). L’etim. dal l. graphium, rappresentante il gr. γραφεῖον, stile da scrivere, fu con ragione rigettata dal Diez, perchè il vocab. gr.-lat. non contiene l’idea di uncino essenziale alla voce italiana. D’altra parte è troppo evidente la corrispondenza dell’aat. krapfo, krafo, mat. krapfe, tm. Krapfen, uncino, artiglio ripiegato, sia coll’it. che collo sp. garfio, garfa, e più ancora col prov. grafio d’ug. sig., borg. graffiner, grattare, fr. agraffe, pettine, vb. sp. agarrafar, engarrafar, vall. agrafe, afferrare. Accanto ad aat. krâffo, krafo dovettero probabilmente esistere * krapfio e krafio che spiegherebbero ancor meglio le forme romanze, e costituiscono una ragione di più per dare la preferenza alla deriv. ger. su quella dal cimb. crab, craf, accennata da taluni, poichè in quest’ultimo caso non s’intenderebbe facilmente l’inserzione dell’i. La radice ger. che abbiamo innanzi accanto allo forme già viste si sdoppiò anche in altre, come grappo, grapo, mediante la Lautverschiebung o differenziazione fonica, e in krampha, krampho di cui ci occuperemo alle voci Grampa, Granfia-o, Grappa-o; altra ragione per l’orig. ger. di graffio. Secondo il Faulmann il vocab. t. sarebbesi svolto da vb. aat. hrëspan [p. 208 modifica] per hrëpfan, e questo a sua volta da aat. greifan; al contrario il Kluge ed altri mettono quest’ultimo vb. come indipendente da tutti i precedenti. Deriv.: graffiare (stropicciare con cosa uncinata), graffia-mento-to-tore-tura; graffietto, aggraffare. V. anche Raffio e deriv.

Gramaglia, vestito di lutto (Casa, Soderini † 1596; Mellini). Secondo alcuni sarebbe derivato dallo sp. gramalla, specie di toga. Ma poichè il Vocabolario dell’Accademia Sp. stampato nel 1734 non dice niente affatto che quella sia veste da lutto, a me parebbe che potesse anche essere un astratto formatosi in Italia dall’agg. gramo, di guisa che venisse e significare “tristezza, mestizia”, e poi per transizione naturale “vestito da lutto”. Si può inoltre osservare che gramaglia appare in Italia già nella 1ª metà del sec. 16º, quando lo sp. non aveva ancora esercitato alcuna influenza sull’it.

Gramo, mesto malinconico, tapino (Dante, Sacchetti). Col prov. gram, afr. gram, graim d’ug. sig., procedette dall’aat. gram, adirato, mat. tm. gram d’ug. sig.; ags. gram, grom, ing. ol. gram, anrd. gramr. Nel ger. appartengono qui anche anrd. grami, amareggiamento, mat. e tm. Gramm, tristezza, poi vb. got. gramjan, aat. gremjan, cremian, gremman, gremmen, kremen, mat. gremen, fare adirare, eccitare, ags. gremjan, gremman, amareggiare, e inoltre aat. gramizzôn e grimizzôn, grimmo e grimm che rivedremo sotto Gricciare, Grinta e Grinza. Secondo il Faulmann a fondamento di tutte queste voci starebbe il vb. aat. grëman, “diventare burbero, imbronciare”, che a sua volta sarebbesi formato dal vb. rîman, toccare, affine a l. crimen, e riposa sull’aat. chrimman, tormentare, da cui si sarebbe poi svolto grimmen con concetto rinforzato, e forma pure rinforzata con g: il quale rinforzo formale col g in t. è assai comune. V. Raffio. Però il trovarsi già il g nel preger. rende inverosimile una protesi nel puro campo ger. Nel campo idg. corrispondono alla rad. ger. [got. * grama da [p. 209 modifica] preg. ghrmo] lit. grumenti, mugghiare cupamente, grumsti, minacciare, a. sl. grumeti, tuonare, grumenie gromu, tuono, grimati, tuonare, suonare, Miklos. 143, 144, 146; pol. grzmiéc, tuonare, grzmienie, il tuonare; poi gr. χρόμαδος, digrignare, χρόμος, nitrire, e fors’anche χρεμέθω e χρεμεθίζω, nitrire, l. fremo e frendo, fremere, sbuffare, zend. grantó, adirato. Curtius3 192; Corrsen 12, 159. Deriv.: gramare (ant.), che, secondo il Bembo procede direttamente dal prov. afr. gramajer, gremajer; gramezza, che corrisponde ad afr. graigne, e fors’anche gramaglia e quindi gramaglioso.

Grampa, branca, zampa (Burchiello). Riposa sul ger. kramp, aat. kramph, as. cramp, curvato, storto, tm. krampf, il quale agg. già da gran tempo diè origine anche sul territorio ger. ai sostantivi Krampe, e Krümpes, uncino. Il Kluge osserva che il tm. Krampe, uncino della porta, è parola del bt., perchè nell’at. ci dovrebbe essere il pf; il che appare dalle forme parallele al bt., cioè ol. kram per kramp, uncino, artiglio, ing. cramp, artiglio, crampirons. Nel tm. c’è anche Krampe = tesa del cappello, da bt. Krempe, che pel signif. s’attiene strettamente all’aat. chrampf, storto, ricurvo, anrd. krappr, stretto, dove chrampf riunisce i due sensi di “uncino” e di “orlo, corona”. Dal ger., oltre all’it., si svolsero altresì afr. fr. crampe, prov. crampa d’ug. sig.; borg. se crampir, ripiegarsi, afr., crampi, ripiegato insieme. Anzi, poichè evidentemente questa voce entrò nel rom. dal bt., e l’unico popolo basso tedesco che influì sui paesi latini per la lingua, furono i Franchi, è probabile che questa parola sia a noi venuta direttamente dalla Francia; e la tarda comparsa di questa voce nella scrittura sembra confermare questa mia ipotesi. Ma nell’abfr. dovette esistere anche un krampo da cui il fr. crampon d’ug. sig. V. Granfia, Rampa, e Rappare. Deriv.: aggrampare.

Granfia, unghia adunca degli uccelli di rapina; artiglio (Lippi, Malm.; Segneri). Certamente questa voce [p. 210 modifica] non è che un doppione di Grampa, riposante sull’aat. cramph, tm. Kramph, d’ug. sig., pel solito fenomeno del riprodurre che fa l’it. or colla labiale tenue or coll’aspirata la labiale teutonica, che poi oscilla anch’essa spesso, come si vede nel caso delle due voci tedesche della stessa radice, anzi dello stesso tema, che hanno dato origine a graffio e a grappo. Del resto la formazione di Granfia, oltrechè da krampf, si potrebbe spiegare anche da aat. chrapho, chrapfo, mat. krapfe, tm. Krapfen, artiglio, mediante la nasalizzazione come nel caso di griffe e grinfe; anzi il senso sarebbe più confacente e più strettamente connesso che nel primo caso. Il cangiamento del genere nel passaggio dall’una all’altra lingua è frequente. Ad ogni modo la parola in quistione risale sempre alla stessa rad. germanica. V. anche Griffe e Grinfe.

Granfi, ranfi, intirizzimento doloroso che viene alle gambe (dial. moden.). Anche questa è uno dei molteplici aspetti assunti sul territorio it. dalla rad. krap, crapf, che dall’agg. krampf, curvato, storto, svolse nel mat. anche un sost. krampf, trasmesso al tm. Krampf, proprio nel senso del moden. granfi, ranfi, cioè di “contrazione dolorosa dei muscoli”. Questa determinazione di senso benchè lo Schade non l’accenni, dovette anzi essere avvenuta anche nell’aat., giacchè la troviamo già nell’as. cramp, e poi nell’ing. cramp che non può averla derivata che dall’ags.; e la parola trovandosi in Italia solo nel modenese fu probabilmente importata dai Longobardi, o da qualcuna di quelle colonie di genti barbariche che si stanziarono in questi dintorni sino da tempi antichissimi. Per ischiarimenti ulteriori sullo svolgimento della rad. sia sul territorio ger. sia sul romanzo e specialmente sull’it., rimandiamo alle voci precedenti e a Grappa, Griffa e Grinta.

Grappa, picciuolo specialmente della ciriegia; piccola spranga di ferro ripiegata da due capi per collegare cerchi, affissi (Lucan. volg. 258; S. Agost. volg.; [p. 211 modifica] Poliziano). Non credo a chi dice che questo nome siasi formato dal vb. grappare, e che questo provenisse dal solito ger. krappo, * grappa, aat. krapfo, tm. Krappen; e non lo credo perchè non è verosimile che un vb. denotante un’azione compientesi con un oggetto materiale abbia dato origine al nome dell’oggetto, poichè si verifica spesso il caso contrario (così zappare viene da zappa, arare da aratro, vangare da vanga). Inoltre come mai un vb. ital. sarebbesi formato direttamente da un nome ger., se prima questo non fosse già penetrato nelle lingue romanze? Quindi credo alla priorità del nome rispetto al vb. in it.; il che è poi confermato dallo sp. dove s’incontra bensì il nome grappa, grappon, ma non il vb., e dal prov. che ci presenta esso pure solo una forma nominale grapa; l’afr. conta i nomi crape, grape, a-grape, il fr. grappin, e dial. nor. ha grapper e pic. agraper, afferrare. Il bl. era agrapa che ricorre già nei testi del sec. 7.º; e riposa su ger. * krappa, forma parallela a krappo donde prov. grap. Deriv.: grappa-re-riglia, grappiglia.

Grappo, l’atto d’aggrappare, afferrare; grappolo (Fior. d’Ital.; Pecorone). Questo non è un doppione di grappa, ma parola derivata da ger. krappo che penetrò nel rom. prima della Lautverschiebung nel mat. krâpfe, tm. Krapfen. Dal concetto di “uncino” fondamentale in questa parola, si svolse quello di “afferramento” che è il primo di grappo; poi quello in generale di “qualche cosa che afferra”, che si restrinse poi a quello di “grappolo”, per la proprietà che ha questo di tenere insieme uniti gli acini dell’uva. Il prov. ha grap. Deriv.: grappella, grapposa.

Grappolo, ramicello a cui stanno appiccati gli acini dell’uva. Propriamente è dimin. di grappo, ma preso nel senso speciale “di tralcio di vite che tiene stretti ed uniti gli acini dell’uva”. Questa determinazione è tutta propria della lingua it. Deriv.: grappo-letto-lino-luccio. [p. 212 modifica]

Graspo, ramicello del tralcio della vite spogliato dei chicchi (Crescenzio, Agric.; Soderini, Coltiv.). È lo stesso che raspo, premessa la gutturale; come avviene spesso sia in it. che in t. (cfr. Granfi da Ranfi). Per l’etim. ger. della parola v. Raspo.

Grattare, stropicciare o fregar la pelle colle unghie per attutarne il pizzicore (Dante, Sacchetti). Venne in un coll’afr. grater, fr. gratter, sp. prov. gratar, dal ger. kratton che si svolse nell’aat. chrazzôn, mat. kratzen, kretzen, tm. kratzen, d’ug. sig. Appartengono qui, oltre a mat. kratz, kretz, tm. Krätze, grattamento, anche nd. krota, incidere, sv. kratta, ing. to grate, fregare, grattare, got. gakruton, sminuzzare, e tm. kritzeln da mat. kritzen, aat. krizzôn, eccitare, intagliare; ed alcuni vorrebbero riportarvi ancora Kreiss, circolo, da rad. krît; donde kritión, da cui chrizzôn, sarebbe “tracciare linee”. Secondo il Faulmann l’aat. chrazon, tm. kratzen sarebbesi formato da graz, germoglio e significherebbe “strofinare con aghi o simili”, che risalirebbe a rad. raz d’un vb. ger. rizzon, aat. rizon, strappare. È adunque falsa l’ipotesi di Diez e Schade che l’aat. sia venuto dal l. charaxare, grattare, scrivere, che a sua volta sarebbe venuto da gr. χαράσσειν incidere, disegnare: il che del resto si deduce anche della forma stessa; giacchè da charassare non sarebbe stato possibile la formazione di un grattare. Il bl. cratare, secondo lo Scheler, ricorre già nelle Lois des Frisons. Deriv.: gratta-ticcio-tura-zione; grattugia-giare-giato-giatura.

Gremire, afferrare (Fr. Barberino; Berni). Vedi Ghermire.

Greppa, greppo, luogo dirupato e scosceso; vaso di terra rotto; raggrinzamento delle labbra che fanno i bambini quando cominciano a piangere (Dante, Buti). Questa voce ger. che fra le lingue rom. penetrò solo nell’it. e nel lad., e quindi fu verosimilmente d’importazione longobarda, riposa sull’aat. clëb, clëp, promontorio, cachlëp, [p. 213 modifica] rupe, haohchlëp, consistenza, anrd. klif, as. ags. clif, poggio, promontorio, mat. (basso renano) klippe, tm. Klippe, anrd. klippa, d’ug. sig. Si riferiscono qui anche anrd. kleif, serie di scogli, ing. cliff, punta, prominenza. Tutte queste forme accennano ad un got. * klif, klibis, e si svolsero secondo il Faulmann da vb. clëphan, fendere, scoppiare; quindi varrebbero propriamente “pietra ruvidamente tagliata”. La rad. ger. è klib che riscontrasi anche nel vb. kleiben, fendere, dividere. Accanto all’it. greppa-o, abbiamo lad. grip, e venez. grebano. Il signif. della frase fare greppo è evidentemente metaforico. Quando all’indurimento di l in r, esso è avvenuto anche in freccia da ger. vliz.

Greppia, quel luogo della stalla composto di lunga e alta cassetta murata, dove si mette il mangiare ai cavalli e ha sopra di sè la rastrelliera (Pulci, Morg.). Venne dall’aat. krippia da cribbia, crippëa, crippa, krippha, chripha, mat. krippe, kripfe, tm. Krippe, d’ug. sig. Altre forme ger. sono got. * kribjô, as. kribbia, kribba, ags. cribb, ing. crib, mangiatoja; poi svizz. krüpfli, bt. krübbe, ags. crybb, nd. krubba, e kripf nel Palatinato. Pel Kluge la voce ger. s’attiene al mat. krëbe, corba: quindi il signif. di “specie di corba” sarebbe il punto di partenza per krippe e derivati. All’incontro il Faulmann sostiene che qui sia avvenuta la fusione di due temi, cioè di aat. chrippa, crippa, crippëa, che sarebbe d’origine bt. e procederebbe da vb. chripfian per * chripfjan, afferrare che a sua volta rimonterebbe a mat. reffen [tm. raffen], aat. raffian; e di anrd. krëbe, corba, che spiegherebbe il signif. di “siepe intrecciata”, e deriverebbe da vb. rëpan, stendersi. abbracciare. Oltre all’it. greppia, dial. creppia, grupia, gropia, risalgono al vocab. ger. il prov. crepia, crepcha, crupia, afr. crebe, greche, fr. crèche. Dal fr. originò m. ing. crache, ing. cratch. Alcune delle forme prov. e it. riposano evidentemente sopra certe forme ger. secondarie proprie dell’anrd. e bt. Lo sp. non possiede questa voce, e si vaio in suo luogo di pesebre [p. 214 modifica] dal l. praesepe, come fanno tuttavia alcuni dial. it., ad es. il mod., che usano persepe accanto alla parola ger.; la quale adunque fu d’importazione franco-longobarda.

Grès, (neolog.), pietra formata per l’aggregazione di piccoli grani di sabbia. E un termine mineralogico tolto in prestito dal fr. d’ug. sig.; il quale, col prov. gres, sabbia di grani grossi, procedette da bl. gressius, gressum, svoltosi da aat. griez, grioz, tm. Gries, come fr. grêle da griezel. Spettano pure qui prov. greza, gressa, fr. grêle, grandine, vb. grêler; dim. fr. grésil, prov. grazil, vb. grésiller, grazilhar. Di qui pure grésoir. V. Grisatoio.

Greto, la parte del letto del fiume che resta scoperta dalle acque, spiaggia, terreno ghiajoso, renajo (Malispini, Compagni). L’etim. da ghiareto, proposta dal Flechia, ci pare inverosimile perchè la sincope del gruppo ghia è troppo dura e non presenta esempi analoghi, e non so che i dialetti lo convertano altrimenti che in gia. Quindi resta sempre probabilissima la derivazione fatta dal Diez dall’as. griot, griet, grëot, sabbia, ghiaia, via, da cui bt. grut, sabbia, calcinaccio; ags. gréot, sabbia, spiaggia, riva, lido, donde ing. grit, sabbia, ghiaja, sassolini; a. fris. grët, sabbia, spiaggia, anrd. griot, pietra. Le forme dell’aat. erano grioz, crioz, grëoz, crëoz, griez donde mat. griez, granello di sabbia, sabbia, selce, ciottolo, e tm. Griess, arena. Il significato dall’aat. e voci parallele, la somiglianza anzi uguaglianza dall’it. con alcune delle antiche forme ger., massime con quella dell’as. e ags., e il fatto che dalle stesse voci ger. è venuto anche il fr. grès, pietra arenaria, grêle, grandine, coi numerosi derivati, prov. gres, greza, gressa, sabbia grossa, mettono fuoi’i di dubbio l’orig. ger. anche dell’it. greto. Pare peraltro che il fr. proceda immediatamente dalle forme dell’aat., mentre l’it. è più vicino a quelle dell’ags.: caso contrario a ciò che avviene comunemente; giacchè le parole fr. d’orig. ger. riposano per lo più sulle forme bt., e le ital. su quelle [p. 215 modifica] dell’aat. Quanto alle voci ger., esse dipendono tutte dal vb. aat. griezan, mat. griezen, spezzare, stritolare, che secondo Faulmann sarebbe in origine stato la stessa cosa con aat. riuzan, scorrere, e rûzan, crepare, scoppiare. Nel campo ger. si svolsero di qui molti derivati, come grioz, griezic, griezelin, griezelach; grûz, griuzel, griuzeler, grûzing; gruzi. V. anche Gruzzo-lo. Il tema ger. secondo lo Schade è grut. Lo sl. presenta anch’esso questa radice: lit. griústi (griúdziu, griudau, griusiu) premere, calcare, griustojis, un che preme, griustùwas, attrezzo premente, grúdas, piccolo granello di sabbia, sale, grano; grudèlis, grudytis, granello; lett. grauds, grano, graudinsch, granello, graudains, granino, grúdenes, orzo mondato, grúst, pestare, colpire; a. sl. gruda, zolla. V. anche Grès. Deriv.: gretoso.

Gretola, ognuno dei vimini o stecchi della gabbia; scheggia. (Pulci Luca, Cirif. Calv.; Firenzuola). Il Menage la trasse da l. crates, che non si presta, poichè l’oscuramento della vocale tonica sarebbe senza ragione; e d’altra parte crates diede già grata. Anche da graticula, dim. di crates, è impossibile la derivazione, prima di tutto per lo spostamento dell’accento; e poi perchè avrebbe ad ogni modo dato un gratiglia; ed anche il senso è alquanto diverso; perciò riteniamo che venga da aat. chrettili, crettili, dimin. di aat. cratto, cretto, grezzo, mat. krat, gratte, gretto, kretze, kreze, tm. Krätze, corba, gerla, che, secondo il Diez, sarebbe a sua volta derivato da l. crâtes, graticcio. Invece il Kluge e il Faulmann credono che aat. cratto coi suoi paralleli e derivati siano voci prettamente ger.; il che del resto s’argomenta anche dal fatto che la desinenza o nell’aat. (come già osservai altra volta) non si riscontra nelle parole d’origine latina. Il Kluge vorrebbe riannodare la forma secondaria mat. krenze a tm. Kranz, corona. Certo poi aat. chratto, mat. chratte, è affine ad ags. cradal, ing. cradle, culla, e a ol. krat, ags. craet, ing. cart, carro, ing. crate, paniere, canestro; e non ha niente che fare con gr. [p. 216 modifica] κάρταλλος, corba. Il nome si svolse, secondo il Faulmann, da vb. aat. gratjan, grazjan, intrecciare, forma rinforzata di vb. razan, girare, volgere, che ha per rad. rad; e per tal modo si collegherebbe a rëdan, scuotere, crivellare, e a ridan, torcere (v. Ridda). A me peraltro parrebbe che it. Gretola potesse ricondursi a mat. grettelin, sportellino, panierina, dim. di mat. gratte, paniere da pesce; essendo la forma più vicina che quella di aat. chrettili, e il signif. identico. Anzi poichè il tm. Gräte, venuto da mat. gratte, significa “lisca, spina, resta, punta, orlo acuto”, è chiaro che a questo modo resterebbe più facilmente spiegato il senso di “scheggia”, proprio del vocabolo it. Ed anche un’altra provenienza ger. mi pare possibile, cioè da aat. grintil, crintil, mat. grintel, grindel, stanghetta, cavicchio, leva; carint. grintl, albero dell’aratro, ags. grendel, campo cinto con travi; che ha numerosi corrispondenti nel campo sl., come: a. sl. greda, trave, serb. sl. greda, stanza, lett. grîda, pavimenti, sl. gredeli, timone dell’aratro. La deriv. da aat. grintil, mat. grintel dal lato della forma non presenterebbe difficoltà; e pel senso c’è minor distanza che nell’etim. del Diez, ammesso che Gretola originariamente valesse “astuccio della gabbia”. Nelle altre lingue rom. questo nome non s’incontra; e quindi è dovuto probabilmente ad importazione longobarda.

Gretto, troppo misurato nello spendere; avaro, spilorcio, sordido (Caro, Grazzini). Venne dal mat. grît, avarizia, cupidigia. Entrando in it. questa voce ha preso un significato anche più odioso, cioè quello di “spilorcio, misero”. Il mat. presenta anche grîtecheit d’ug. sig., e gli agg. grîtic, grîtec, avaro, cupido. Però, benchè una forma di quest’agg. nell’a. ger. non sia documentata, essa dovette nondimeno esistere; perchè è diffìcile credere che una voce significante un concetto morale sia penetrata in in it. nel tempo del mat., il quale ha dato pochissime parole alle lingue rom., e quelle poche denotanti per lo più [p. 217 modifica] oggetti materiali. Una tal voce, benchè sotto forma modificata, è posseduta anche dal fr., che ci presenta gredin, [pic. guerdin, loren. gordin], mendico, degno di compassione, dove il d in cambio del t è dovuto propabilmente alla immediata origine bt. L’origine del mat. grit è da cercare nel got. grêdus, anrd. grâd, ing. greed, affamato, avido, a cui rispondono a. ol. grete, avidità, gretigh, avido, vorace. Deriv.: grett-amente-eria-ezza-ino-itudine.

Gricciare, fare una cera oscura. Questo vb. che non s’incontra in questa forma, ma che è presupposto dai derivati, col fr. grincer, ha per base l’aat. grimizzôn, inferocire. Sono venuti di qui il com. sgrizá, stridere dei denti, e moden. grisôr, sgrisôr, ribrezzo della febbre. Deriv.: griccio, gricciolo.

Gridare, mandar fuori la voce con alto suono strepitoso; levare alte voci (Dante). Il Diez accettò senz’altro la etim. proposta già dallo Scaligero da l. quiritare, pronunziato anche kiritare, e quindi colla scomparsa dell’i atonico critare, donde poi sarebbesi svolto, oltre all’it., sp. i, e fr. crier. Ma all’orig. latina fa una forte concorrenza il got. grêtan, greitan, piangere, gridare, urlare, ags. gréotan, graetan, anrd. grâta; donde ol. krijten; da cui venne certamente fr. [re]-gretter, rimpiangere. Nel tm. la forma gotica non s’è conservata; ma ve n’ha un’altra, schrejen, gridare, da mat. schrien, aat. scrian d’ug. sig. che le è affine. Deriv.: grida-cchiare-mento-ta-tore-trice; grid-ìo-o; sgrida-re-ta.

Griffa-ia, pl. Griffe-ie, artigli, branche (dialetti dell’Alta Italia). Riposa immediatamente sull’aat. grif, griph, mat. grif, [genit. griffes], tm. Griff, l’afferrare, il toccare, presa, artiglio. Il sost. dell’aat. si formò da vb. aat. grifan, grîfen, chrîfan, chrîphan, mat. grîfen, tm. greifen toccare, tastare, sentire, afferrare. In alcuni dial. it. in cambio della f, sussiste tuttavia la tenue p: piem. gripè, ghermire, grip, sorta di macchinetta addentellata per [p. 218 modifica] prendere sorci, sard. aggrippiar, lom. grippà, acchiappare, tosc. far grippe, rubare. Le sue corrispondenze nel got. e in altri dial. ger., e in alcune lingue idg. si vedranno sotto Grippo. Colle voci dial. it. si svolsero di qui anche il lad. grifla, artiglio, il fr. griffe, artiglio, e vb. afr. grifer, fr. griffer, prov. grifar, afferrare. V. anche Grifo. Deriv.: grifare (ant.), griffiare, aggriffiare, sgriffiare.

Grifo, parte anteriore del capo del porco e del cinghiale; muso (Crescenzi, Boccaccio). Più che il l. gryphus, dal gr. γρυπος, curvo, adunco, che si presta poco pel signif., è da preferire l’aat. mat. griff, visto già sotto Griffa, e che come dal significato di “afferrare” potè passare a quello di “artiglio, branca”, potè assumere anche quello del “muso del porco”, per la proprietà che questo ha di afferrare fortemente.

Grigio, griso, di colore tra oscuro e bianco (Giamboni, Dante, Arrighetto, Sacchetti). Collo sp. e port. gris, donde griseta, prov. afr. fr. gris, donde grisette, procedette dall’as. aat. mat. grîs, canuto, brizzolato, grigio, tm. greis, grigio, canuto, e Greis, vecchione [propriamente = uomo canuto]. L’as. gris ricorre già nelle glosse dei sec. 8-9 (Graff, Diutiska, II, 192), il mat. presenta anche la forma grise, vecchione, e grîse, color grigio, poi vb. grîsen, divenir grigio, da aat. grîssên; mentre nel signif. di “fare grigio” presuppone un aat. grîsian. Altre forme ger. sono: mat. grîswar, di color grigio, aat. grîsil, crîsil, grigiastro, e mat. grisinc, vecchione. Il bl. era griseus; e da questo pare si sviluppassero it. grigio, lad. grisch, e a. sp. griseo. It. grisetto, sp. griseta, fr. grisette, in origine erano una specie di stoffa grigia; il fr. assunse anche il signif. di “persona avvenente e di piccola statura”. Secondo il Kluge il bl. griseus, ricorrente già nel 9.º sec, donde l’it., riposerebbe su got. * greisja; e il voc. ger. che passò dal bt. nel at., sarebbe nella sua storia primitiva ancora inesplicato. Per contrario secondo il Faulmann è un agg. che si svolse dal vb. aat. [p. 219 modifica] rîsan, salire, cadere, anrd. risa, sollevarsi, mat. krîsen, strisciare, da ricondursi tutti all’ags. grindan, triturare, macinare; e l’agg. grîs da hrîs sarebbesi formato da rîsan in senso di “debole, fragile”. Ma questi ravvicinamenti del Faulmann ci sembrano molto arditi per la forma e molto più per il senso. La parola ger. in quistione non ha nulla che fare coll’altra di ug. sig., e che apparentemente le sembra connessa anche foneticamente, cioè agg. grau, mat. grâ, aat. graô, grigio. Deriv.: grigiastro, grigioferro, grigiolato, grigione, Grigioni [t. Graubünder].

Grignare, ridere. Questo vb. non è usato come semplice, ma s’incontra nel composto digrignare (v. questa parola) con significato però alquanto diverso, e in parecchi dialetti, come bergam. com. grigná, dirugginare i denti, lad. grigná, baie, prov. grinar, e moden. (Montese) sgrignare, ridere rumorosamente, dove è notevole la conservazione del signif. primitivo. Procede da aat. grînan, crînan, mat. crînen, storcere la bocca ridendo o piangendo, dirugginare i denti; donde anche ing. grin, piangere, anrd. grima, maschera, elmo. Spetta pure qui mat. grinnen, stridere co’ denti, l’ing. to groan da ags. gránian, gemere, sghignazzare; poi tm. greinen, lagrimare, e grinsen, ghignare. Il Faulmann fa aat. krinan = hrinan, e poi riconduce ambedue questi vb. ad aat. hringen, tm. ringen, torcere, storcere, a cui corrisponde l. ringor, rignare. Hrinan sarebbe attivo e significherebbe “dilatare storcendo”: grinan passivo, e varrebbe “essere adirato”. Egli ammette anche che mat. krien, gridare, sia una ulteriore formazione da aat. grinnan.

Grimaldello, strumento di ferro ritorto da uno dei capi, che serve per aprir le serrature senza la chiave (Sacchetti, Buonarroti, Pulci). Immediatamente questo nome pare riposi sull’afr. cramail, donde fr. crémaillère, [da quest’ultimo sp. gramallera] crémaillon d’ug. sig.; giacchè se procedesse direttamente da bl. cramaculus, [p. 220 modifica] presenterebbe una forma gramacchio, o un quissimile. Ora il bl. cramaculus che produsse le forme fr. già viste, e le parallete vall. cramâ, cramion, cramier, sciamp. cramaille, s’era svolto da ol. kram, uncino di ferro.

Grimo, grinzo, rugoso (Cecchi). È un agg. proveniente dall’aat. grim, crim, grimmi, crimmi, mat. grim, grimme, tm. grimm; as. ags. ing. grim, anrd. grimmr. Il senso dell’aat. era di “adirato, nemico, selvaggio, doloroso”. Il tm. grimm e grimmig = atroce, feroce, crudele, furioso, truce, stizzoso. Dal che si vede che l’it. restrinse il signif. del vocabolo a denotare un semplice effetto materiale della collera, cioè “l’increspamento o corrugamento del viso da essa prodotto”; il che si verificò anche nelle parole Grinta e Grinza che spettano alla stessa radice. Non così fecero alcuni dialetti e lingue affini: così il lad. e com. grimo significa “adirato”, il prov. grim = afflitto, mesto, grima = afflizione, grimer = affliggersi. Questo agg. t. grimm ebbe numerosi derivati in quel campo, come aat. grim [donde tm. Grimm] collera, furore, grîma, maschera, grimheit, crudeltà, grimlicho, grimneag, grimmeg [da cui tm. e ol. grimmig] vb. grimmen, grimman, adirarsi, infuriarsi, grimmida, collera, grimmisón, infuriare. Esso ha, mediante apofonesi, la stessa origine di gramo, con cui ha comune anche il significato, cioè vb. aat. krimman, chrimman, opprimere, raschiare, pungere, ed in origine s’applicava propriamente al “dolore del ventre”. La rad. è chram, che il Faulmann rannoda a Kerb, incavare. Vedi Grinta e Grinza.

Grinfe, artigli (dial. piem.). È forma nasalizzata di Griffe (v. q. parola).

Grinta, faccia oscura e torva, brutta cera accigliata e superba. È voce propria del dial. lombardo; ma che ormai ha preso la cittadinanza ital., e come tale fu usata dal Giusti. Procede certamente dall’aat. grimmida, crimmida, [got. grimitha], collera, mestizia, che è uno dei derivati [p. 221 modifica] dall’agg. grimm, vista sotto Grimo; e prova evidente di ciò è il venez. grinta che vale precisamente, come il voc. ger. “collera, corruccio”. La dissimilazione del primo m in n è eufonica. L’evoluzione fonetica da grimmida-tha a grinta è pari a quella per cui da l. amita si passò a mil. anda, fr. tante, e da l. semita a. sp. senda. Del resto grimida scorgesi anche in piem. grimassa, smorfia, fr. grimace, e lom. grima, ruffiano, tiranno; il quale ultimo senso fa pensare al senso di “tirannide” che il Diez assegna a grimmida. È molto verosimile che questa parola, che ha per sua patria l’alta Italia, sia stata d’importazione longobarda6.

Grinza, ruga profonda proveniente da vecchiezza (Pulci, Medici). Questo è un nome che ha la stessa radice del precedente; ma anzichè da una supposta forma grintea, venuta da grinta, che mi pare poco probabile visto che grinta è voce dialettale, mentre grinza è da gran tempo parole schiettamente ital., io inchinerei a trarre grinza da aat. grimmiza, gremmizza, che secondo il Kluge sono forme documentate svoltesi dal vb. aat. grimmissôn, da cui anche afr. grincer.

Grippo, febbre catarrale epidemica, con dolore di capo, indolimento di membra e grande lassezza (Guadagnoli). È stato tolto in prestito dal fr. grippe d’ug. sig., nome formatosi dal vb. gripper, afferrare; che a sua volta col m. fr. griper poi grimper (sec. 16.º), si svolse da as. ags. grîpan [got. greipan], mat. gripen, bt. grîpan, afris. sv. grîpa, ing. gripe, ol. grijpen, dan. gribe. Queste nel campo ger. sono del resto forme parallele ad aat. grîfan, grîfen ed alle altre viste sotto Griffa, ed hanno corrispondenti nel campo sl. lit. griepti, abbrancare, graibyti, afferrare, graipstyti, [p. 222 modifica] abbracciare, grépty, rastrellare, lett. grâbt, afferrare, a. sl. grabiti, rapire, grabaja, rapina, serb. grabîti, rapire, gr. γρίφος γρίπος, rete da pescare, γριπεύς, pescatore, γριπίζειν, pescare; apers. garb, abbracciare, afferrare; zend. garew, afferrare; a. ind. grabh, grah, prendere, da rad. ghrabh. Bopp Gl.3 132; Kuhn, 7, 222; Meyer, Got. Sp. 17; Curtius3 449; Zacher Zeit. f. d. Phil., 1, 15; Fick2 749, 521; Schmidt, Ges. d. indg. Voc. 28, 59.

Grisatoio, strumento di ferro a tacche per rodere i margini dei vetri (Baldinucci, Voc. Dis.). Venne da fr. grisoir d’ug. sig. Questo poi s’era formato da grisè “fatto grigio”, e indicante il ferro limato all’ingrosso, a differenza di blanchir, render bianco, limar per bene.

Groppa, schiena dei quadrupedi e massime di quelli da soma (Liv. Dec.; Cres. Agric). Coll’afr. crope, prov. cropa, fr. croupe, croce del cavallo, sp. grupa, port. garupa, procede da un aat. * kruppa, che appare, in anrd. kroppa, kryppa, tronco, busto, torso, dorso, gobba, escrescenza, appartenente ad anrd. kroppr, gobba, scrigno. Questa rad. in t. ebbe un amplissimo svolgimento formale, e uno non meno ampio svolgimento di significati. Ne vennero infatti aat. mat. kropf, tm. Kropf, gozzo, scrofola, ventricolo degli uccelli; ol. crop, gozzo, seno, ing. crop, gozzo degli uccelli, punta, messe, dall’ags. cropp, il quale ultimo peraltro significa propriamente “gozzo, punta, cima dell’albero, cima del grappolo”. Ma il signif. fondamentale è di “massa rotonda insieme ravvolta, rotondità sporgente”, che è il dominante nelle voci romanze, e che vedremo sotto Gruppo. Il got. * kruppa lascia scorgere però una relazione col gr. γρυπός, curvo, a. sl. grûbû, dorso, sl. grbanec, ruga, serb. grba, gobba, quando “escrescenza” rappresentava il senso fondamentale del tema della voce. Altri derivati ger. sono il tm. Krüppel, storpio, venuto dal bt. krüepel, con innumerevoli corrispondenze ger., fra cui accenneremo ing. cripple, ags. cryppel, nd. cryppell, [p. 223 modifica] kryplingr, svizz. chrüpfl, chrüpfe, svev. kropf, kruft, krüftle, bav. krapf, kropf, persona cresciuta e krüpfen, curvarsi. D’altra parte il Kluge e Faulmann riattaccano il tutto alla rad. di kraufen, strisciare. Quanto al tm. Kruppe, croce del cavallo, esso riposa sul fr. croupe, da cui venne anche ing. croup. V. anche Gruppo. Deriv.: groppata, groppiera, groppone, sgropponare.

Groppo, viluppo, nodo, intoppo (Dante). È forma sorella di Groppa e di Gruppo; ed è quella fra le tre che rispecchia meglio l’originale ger. per il senso generico di “nodo, rilievo, gonfiamento”, mentre le altre due contengono una specificazione di esso. Per il prototipo ger. rimandiamo a Groppa. V. anche Gruppo.

Grosella, uva spina. L’it. non possiede questa voce altro che nella forma del dialetto comas. crosela, perchè tradusse la parola ger. con voci it. d’ug. sig., “uva crespa, crespina, uva spina”. Però la voce ger. era penetrata nel bl. sotto la forma di groselus, groselarium; come appare da un passo che risale al principio del sec. 10º: radix sacræ spinæ quæ vulgo groselarium vocatur. Ora questo grosselus, groselarium, da cui si svolsero con com. crosela, sp. cat. grosella, port. groselheira, fr. groseller, procedette da t. kraüsel che entra come primo elemento in kraüselbeere, sved. krusbar, ol. kruisbezie, kroesbesie, uva crespa, dove kraus, krausel, vale precisamente “crespo”. Questa uva è chiamata dai Tedeschi anche Stachelbeere, ossia “uva spina”, dai Fiamminghi steckelbesie; e dagl’Inglesi gooseberry, corruzione di grooseberry, uva grossa, per distinguerla dalla piccola “uva spina” o ribes. Le lingue romanze pertanto tolsero dal ger. solo la prima parte del composto, rigettando il resto come zavorra inutile.

Grosso, di molto corpo e volume; grande, denso, rozzo, duro, gravido, ecc. (Dante, Crescenz.). Quest’agg. [sp. grueso, fr. gros] è dal Diez e dietro a lui dagli altri etim. in generale tratto da bl. grossus, che sarebbe forma [p. 224 modifica] secondaria di crassus. Però il poco uso che si fece nel bl. di grossus, la grande diffusione che ebbe ed ha nelle lingue ger. il corrispondente aat. grôz, donde fra gli altri tm. gross e ing. great; e più ancora il significato di “incinta, gravida” che ricorre spesso nell’aat. e che è comunissimo nell’uso popolare di questa voce, mi inducono, se non a fare deriv. il voc. it. dal ger., almeno a supporre che quest’ultimo abbia avuto un influsso sulla diffusione e sullo svolgimento sematologico del primo: in altri termini che in questo, come s’è verificato in parecchi altri casi, la parola romanza contenga la fusione di una latina e d’una ger. affini di suono e di senso, ed aventi la stessa origine indeu. S’aggiunge che, a detta dello stesso Diez, sono certamente d’orig. ger. le voci corrispondenti del dial. del Berry, grot, grout, groute, les grous, grosso, grande.

Grufolare, il razzolare dei porci col grifo. E un rinforzamento di grifolare, venuto da grifo, “muso di porco”, e sul mutamento dell’i in u dovette influire certamente l’u di grugno che ricorreva alla mente di chi per primo coniò quel verbo.

Grullo, mogio, addormentato, sbalordito per cagione sia fisica, sia morale (Buonarroti, Fier.; Salvini, Fagioli). Proviene da mat. grüllan, deridere, beffare; donde tm. grollen, aver astio, odio, Groll, astio, rancore; a cui il Kluge confronta ags. gryllan, stridere, m. ing. grillen, scandalizzare. La parola it. avrebbe adunque originariamente signignificato “deriso, beffato”. Ora chi è dileggiato e schernito d’ordinario resta avvilito ed intorpidito: questa sarebbe, secondo me, la spiegazione del trapasso del signif. di questa parola dal primitivo all’attuale. Il Faulmann p. 148 dice appartenere a questa stessa rad. anche tm. grell, adirato, gridante, da mat. grëll, aspro, adirato, formatosi da vb. mat. grëllen, gridar forte per la collera; che sarebbe affine ad aat. grinnan, stridere. Ma il Kluge opina invece che la rad. e le affinità di grell siano sconosciute. Deriv.: grul-laggine-lerello-leria-lino; ingrullire. [p. 225 modifica]Pagina:L'elemento germanico nella lingua italiana.djvu/253 [p. 226 modifica]Pagina:L'elemento germanico nella lingua italiana.djvu/254 [p. 227 modifica]Pagina:L'elemento germanico nella lingua italiana.djvu/255 [p. 228 modifica]Pagina:L'elemento germanico nella lingua italiana.djvu/256 [p. 229 modifica]Pagina:L'elemento germanico nella lingua italiana.djvu/257 [p. 230 modifica]Pagina:L'elemento germanico nella lingua italiana.djvu/258 [p. 231 modifica]Pagina:L'elemento germanico nella lingua italiana.djvu/259 [p. 232 modifica]Pagina:L'elemento germanico nella lingua italiana.djvu/260 [p. 233 modifica]Pagina:L'elemento germanico nella lingua italiana.djvu/261 [p. 234 modifica]Pagina:L'elemento germanico nella lingua italiana.djvu/262 [p. 235 modifica]Pagina:L'elemento germanico nella lingua italiana.djvu/263 [p. 236 modifica]Pagina:L'elemento germanico nella lingua italiana.djvu/264 [p. 237 modifica]Pagina:L'elemento germanico nella lingua italiana.djvu/265 [p. 238 modifica]Pagina:L'elemento germanico nella lingua italiana.djvu/266 [p. 239 modifica]Pagina:L'elemento germanico nella lingua italiana.djvu/267 [p. 240 modifica]Pagina:L'elemento germanico nella lingua italiana.djvu/268 [p. 241 modifica]Pagina:L'elemento germanico nella lingua italiana.djvu/269 [p. 242 modifica]Pagina:L'elemento germanico nella lingua italiana.djvu/270 [p. 243 modifica]Pagina:L'elemento germanico nella lingua italiana.djvu/271 [p. 244 modifica]Pagina:L'elemento germanico nella lingua italiana.djvu/272 [p. 245 modifica]Pagina:L'elemento germanico nella lingua italiana.djvu/273 [p. 246 modifica]Pagina:L'elemento germanico nella lingua italiana.djvu/274 [p. 247 modifica]Pagina:L'elemento germanico nella lingua italiana.djvu/275 [p. 248 modifica]Pagina:L'elemento germanico nella lingua italiana.djvu/276 [p. 249 modifica]Pagina:L'elemento germanico nella lingua italiana.djvu/277 [p. 250 modifica]Pagina:L'elemento germanico nella lingua italiana.djvu/278 [p. 251 modifica]Pagina:L'elemento germanico nella lingua italiana.djvu/279 [p. 252 modifica]Pagina:L'elemento germanico nella lingua italiana.djvu/280 [p. 253 modifica]Pagina:L'elemento germanico nella lingua italiana.djvu/281 [p. 254 modifica]Pagina:L'elemento germanico nella lingua italiana.djvu/282 [p. 255 modifica]Pagina:L'elemento germanico nella lingua italiana.djvu/283 [p. 256 modifica]Pagina:L'elemento germanico nella lingua italiana.djvu/284 [p. 257 modifica]Pagina:L'elemento germanico nella lingua italiana.djvu/285 [p. 258 modifica]Pagina:L'elemento germanico nella lingua italiana.djvu/286

  1. Le forme sorelle sono fr. galoper, prov. galaupar, sp. galoper.
  2. Il Diezgargo come voce propria solo del dialetto piemontese: invece è propriissima della lingua italiana. Infatti l’usarono 1.º il Dati Cical. «Fa di mestieri adunque esser di calca, uomo gargo e tristo di nidio»; 2.º il Salvini Lett. IV «Pochi galantuomini si trovano e lo scoprirsi a gente garga e sciocca è pericoloso»; 3.º il Fagiuoli Rim. 6 «Egli come guerrier feroce e gargo — A quanto dico volta sempre il tergo»; 4.º il Pananti Paret. 72 «Ma qualche gargo v’è furbo trincato — Ch’accenna di cader ma non ci casca». Questa parola adunque non incontrandosi che in it., dovette probabilmente essere importata dai Longobardi. È poi singolare che sia viva solo in quelle che furono le due estremità del regno dei Longobardi, il Piemonte e la Toscana.
  3. Però almeno alcuni di quosti derivati non sono sicuri. Così a gazzarra si assegna con molta verisimiglianza per etim. una parola arabo-spagnuola. V. Villani G. 251.
  4. Il Littrè osserva opportunamente che il fr. pertuisane rimonta al sec. XV, mentre, partisan in senso milit. non è cosi antico.
  5. Il Diefenbach cita anche la forma greiffalk; ma questa è evidontemente una corruzione popolare dovuta ad una falsa interpretazione per cui si credeva che il composto significasse “falco rapitore” e che il primo elemento venisse da greifen, afferrare.
  6. Se è vero ciò che dice lo Schade p. 352, cioè che l’aat. grint, crint, scabbia, crosta mat. grind, [tm. Grint], significò anche “capo”, mi pare possibile un’orig. anche di là.