La morte di Mirella
| Questo testo è completo, ma ancora da rileggere. |
| ◄ | La bella d'agosto | I larici del Ventoux | ► |
LA MORTE DI MIRELLA
Nel paese degli aranci, nell’ora in cui il giorno di Dio declina, quando i pescatori, avendo tese le loro reti, tirano le barche al ricovero delle rocce, e che lasciando di spogliare i rami, sulla testa o sul fianco le giovani, aiutandosi, caricano le loro ceste piene.
Dalle rive ove l’Argens serpeggia, dai piani, dalle colline, dai sentieri, nelle lontananze s’innalza un lungo coro di canzoni. Ma belati di capre, canti d’amore, arie di zampogne, a poco a poco nelle montagne brune si perdono e regna l’ombra e la malinconia.
Delle Marie che sparivano così si spegnevano le parole. si spegnevano a poco a poco, di nube d’oro in nube d’oro, simili a un’eco di cantico, simili a una musica lontana che al disopra della chiesa antica, se ne sarebbe andata colla brezza. Ella, sembra che dorma
E che sogni inginocchiata, e che uno strano irradiamento di sole coroni la sua fronte di nuove bellezze. Ma nelle lande e nei giuncheti i suoi vecchi l’hanno tanto cercata, che finalmente l’hanno scoperta e in piedi, sotto il portico, guardano stupefatti.
Prendono intanto l’acqua benedetta e portano alla fronte la mano umida. Sulla lastra sonora la donna ed il vecchio S’avanzano nella Chiesa. Spaventata, come un tordo che ad un tratto vede i cacciatori: Dio mio, grida, padre e madre, ove andate? E vedendo quella scena
Mirella cade. Sua madre, piangendo, accorre e la riceve nelle sue braccia, dicendole: Che hai? la tua fronte brucia. No, non è un sogno che mi possiede, è lei che giace ai miei piedi, è lei, mia figlia. E piangeva e rideva.
— Mirella, mia bella piccina, sono io che stringo la tua mano, io tuo padre. Ed il vecchio, soffocato dal dolore, le riscaldava le mani inanimate. Già intanto il vento porta la grande notizia: in gran folla nella chiesa si riuniscono i Santini.
Portatela, portate la malata, dicevano, alla cappella alta, portatela subito! Che tocchi le sante ossa. Nelle loro casse miracolose, che baci le nostre grandi Sante colle labbra agonizzanti. Le donne tostò l’afferrano a due.
Nella parte alta della bella chiesa, sono tre altari sono tre cappelle, costruite una sull’altra in blocchi di viva roccia. Nella cappella sotterranea v’è Santa Sara, venerata dai bruni zingari, piu alta, la seconda racchiude l’altare di Dio.
Sui piloni del santuario, la cappelletto mortuaria delle Atarie innalza la sua volta al cielo. Colle reliquie, sacra eredità, donde la grazia cola in pioggia. Quattro chiavi chiudono le casse, le casse di cipresso coi loro coperchi.
Una volta ogni cent’anni, si aprono. Felice, o felice, quando le scoprono, chi può vederle e toccarle. Bel tempo avrà la sua barca e buona stella, ed i germogli dei suoi alberi avranno frutta a ceste, e la sua anima credente avrà i beni eterni.
Una bella porta di quercia protegge quel dominio sacro, riccamente lavorata e dono dei Beucairesi. Ma sopratutto ciò che lo difende non è la porta che lo chiude, non è il muro che lo cinge, è il favore che gli viene dagli spazi azzurrini.
Portarono l’ammalata per la scala girante alla cappelletta. Il prete, in camice bianco, spinge la porta. Nella polvere, come un orzo reso greve dalle sue spighe, che un turbine ratto scuote, tutti sulle lastre si prosternano gridando:
O belle Sante, piene d’umanità, Sante di Dio, Sante amiche, di questa povera fanciulla abbiate pietà! Abbiate pietà, grida la madre, vi porterò, se essa guarirà, il mio anello d’oro, la mia croce fiorita, e per città e per campi l’andrò a cantare.
O Sante, è questo il mio podere, o Sante è questo il mio tesoro, geme Maestro Raimondo, traballando nelle tenebre.
Mandate me ad ingrassare la terrai Gli occhi chiusi, senza parola, Mirella giaceva. Era allora tardi, perché la brezza dei tamerici ravvivasse la giovane sulle lastre del tetto ove l’aveano deposto, in vista del mare.
Perchè il portico (pupilla di quella cappella benedetta) guarda sulla chiesa: laggiù nell’estrema lontananza, si vede di là il bianco confine che riunisce e separa il cielo circolare e l’onda amara, si vede del gran mare l’eterna rivoluzione.
Di continuo le onde insensate che si accavallano, giammai stanche di perdersi, urlando fra i mucchi di sabbia: Dal lato della terra una pianura interminabile; non un’altura che cinga il suo orizzonte; un cielo immenso e chiaro sulle savane prodigiose.
Dei tamarici, dal chiaro fogliame e mobili al minimo soffio di vento, lunghi rami di salicorni, e nell’onda talvolta uno stormo di cigni che si purifica, ovvero nella salina sterile un armento di buoi che pascola o che passa a nuoto l’acqua del Vaccarés.
Atirella infine con voce debole ha mormorato parale vaghe: Dal lato della terra, dice, e dal lato del mare, sento venire due soffii, l’uno è fresco come l’aria del mattino, ma l’altro è anelante, ardente e impregnato d’amarezza.
E tacque. Verso la pianura e verso le onde salse, i Santini tosto videro venire un giovane che solleva turbini di polvere. I tamarici sembrano innanzi a lui fuggire e sparire.
È Vincenzo, il panieraio. Oh! povero giovane, degno di pietà. Tosto che suo padre Maestro Ambrogio gli ebbe detto: Figlio mio, non sarà per le tue labbra il gentile ramo di bagolaro, ratto da Valabregue per vederla ancora una volta, parti come un bandito.
In Crau gli dissero: E alle Sante! Rodano, paludi, Crau faticosa, nulla avea arrestato la sua corsa fino agli isolotti sabbiosi della riva. Ma tosto ch’è in chiesa, tosto che vide quella folla, pallido, si alza salle punte dei piedi e grida: Ov’è, indicatemelo, ov’è?
È lassù sulla cappella, tremante, in agonia. E presto, come un perduto salì lo sventurato. Appena la vide, verso lo spazio, alzò le mani ed il viso: Per ricevere sulla mia testa tale disgrazia, a Dio, gridò l’infelice, a Dio che cosa ho fatto?
Ilo tagliato il collo a mia madre? Anatema! mi hanno visto accendere la pipa alla lampada d’ua chiesa? o trascinare fra i cardi il Crocifisso come i Giudei? Che ho fatto, cattivo anno di Dio, per avere tanti mali?
Non era abbastanza avermela rifiutata, essi ancora me l’hanno martirizzata. Ed abbracciò la sua amica. Vedendo Vincenzo lamentarsi così, la folla numerosa che lo circondava, sentiva il cuore trasalire e dividevano il suo dolore, e piangevano insieme.
E come nei burroni d’una valle il rumore d’un torrente che cade in cateratta va a commuovere il pastore lassù sulle creste, dal fondo della Chiesa saliva la voce del popolo che cantava, e tutto il popolo trasaliva pel cantico sì bello che i Santini conoscono.
O Sante, belle marinare, che avete scelte le nostre paludi per innalzarvi in aria la torre ed i merli Della vostra chiesa bionda, come farà nella sua barca il marinaio quando il mare s’agita, se prontamente voi non gli mandate la vostra buona brezza?
Come farà la povera cieca? Ah! non vi è nè salvia nè buglossa che possano guarirla dalla sua sorte lacrimevole, e senza dire una parola ella resta tutto il giorno a ripassare la sua triste vita. O Sante, rendetele la vista, perchè l’ombra, e sempre l’ombra, è peggiore della morte.
Regine del Paradiso, signore della pianura d’amarezza, voi colmate, quando vi piace, di pesce le nostre reti, ma alla folla peccatrice che si lamenta alla vostra porta, o bianchi fiori della palude, se è la pace che occorre, colmatela di pace.
Così i buoni Santini pregavano con grida che vi commovevano. Ed ecco che le Sante alla povera che giace, infusero un pò di vigore, e sulla sua figura un pò rianimata, fiorì una dolce gioia, perchè la vista di Vincenzo fu per lei un piacere indicibile.
Mio bell’amico, donde vieni? gli disse, dì, ti ricordi di quando discorrevamo laggiù alla fattoria, e seduti insieme sotto la pergola? Se qualche male ti turba, corri presto alle Sante Marie, mi dicesti allora, e sarai presto consolato.
O Vincenzo, chè non puoi vedere nel mio cuore come dentro un vetro! Di consolazioni il mio cuore sovrabbonda! Il mio cuore è una sorgente che trabocca; delizie di ogni sorta, grazie, felicità, ne ho in abbondanza. Degli angeli del buon Dio intravedo i Cori.
E qui Mirella si calmava e guardava nello spazio. Pareva che in lontananza, nelle profondità dell’aria azzurra, vedesse cose maravigliose. Poi la sua parola incerta ricominciava: felici, felici le anime che la carne non ritiene più sulla terra!
Vincenzo, hai visto quando risalivano, i fasci di luce che gittavano, Ah! il bel libro, disse, che si sarebbe latto, se le parole che mi hanno detto, senza dimenticarne una, fossero state scritte. Vincenzo, oppresso dal desiderio di piangere, proruppe in singulti per un istante repressi.
Piacesse a Dio che le avessi viste, piacesse a Dio, gridò. Come una zecca mi sarei aggrappato alle loro vesti, mugghiando. Oh! avrei detto loro, regine del cielo, solo asilo che ci resta, prendetemi gli occhi della testa, e i denti della bocca, e le dita delle mani!
Ma lei, la mia bella piccola fata, rendetemela sana e salva! Eccole, eccole, venire nelle loro vesti di lino, ella tosto esclama. Ed agitandosi per svincolarsi dalle braccia della madre, facea segno colla mano verso il mare, in lontananza.
Tosto tutti si rizzarono e fissarono i loro sguardi sui mare. E colla mano sulla fronte: Lontano, non scopriamo. Diceano, nulla per ora, se non il bianco limite che unisce il cielo e l’acqua amara. No, non si vede nulla venire. Sì, sì, guardate bene!
Esse sono su d’una barca a vela, gridò Mirella! Innanzi a loro non vedete come l’onda calma i suoi turbini? Oh! sono desse. L’aria è chiara e il soffio soave che le spinge, aleggia più lentamente che può. Gli uccelli marini le salutano a stormi.
La povera fanciulla delira. Nel mare rosseggiante non vediamo che il sole che tramonta. Sì, si, sono desse, dice la malata. Andate, il mio occhio non s’inganna, e ora profonda, ora alta, o miracolo di Dio, la loro barca viene qui.
Ma già ella si scolorava come una bianca margherita, che i raggi del sole bruciano appena dischiusa, e Vincenzo, collo spavento nell’anima, chino sulla sua diletta, la raccomanda a Nostra Signora, alle Sante ed ai Santi del Paradiso.
Aveano accesi i ceri. Cinto dalla stola violetta, venne il prete col pane angelico a rinfrescare il suo palato che brucia, poi le diede l’estrema unzione e l’unse col santo Crisma su sette parti del corpo, secondo l’uso cattolico.
In quel momento tutto era calmo, non si sentiva sulla lastra che l’oremus del prete. Al fianco della muraglia Il giorno mancante che spariva, svaniva con riflessi biondi, ed il mare a belle ondate lentamente veniva a rompersi con un lungo mormorio.
Inginocchiati, il suo tenero amante con suo padre e sua madre, faceano sentire di tanto in tanto un singhiozzo rauco e sordo. Andiamo, disse Mirella, la separazione si prepara, andiamo, tocchiamoci la mano, perchè della fronte delle Marie aumenta l’aureola.
Innanzi ad esse i fiammanti rosei corrono già dalle rive del Rodano. I tamarici in fiore cominciano ad aulire. O buone Sante, esse mi fanno segno d’andare con loro, che non ho nulla a temere, e siccome esse comprendono le costellazioni, la loro barca in Paradiso ci porterà direttamente.
Mastro Raimondo le disse: Amica, d’avere sterpato tante macchie a che mi servirà, se tu parti dalla casetta? Poiché l’affetto che mi aiutava, veniva da te. Il calore dardeggiava, il fuoco delle zolle mi dava la sete; ma vedendoti, spariva calore e sete.
Quando vedrete alla vostra lampada bruciarsi qualche falena, buon padre sarò io. Le Sante sulla prora in piedi mi aspettano. Sì, aspettate un momentino, vado piano perchè sono malata. La madre allora grida straziata: Oh! no, no, ciò è troppo!
Non voglio, non voglio che muoia, con me voglio che resti, e poi, mia piccola Mirella, e poi se starai bene, Andremo da tua zia Aurana a portare una cesta di melograni; dai Baus non è molto lontano Maillane e si può in un giorno andare e venire.
Non e troppo lontano, buona madre, ma, sentite, farete sola il viaggio, madre mia, porgetemi la mia acconciatura bianca. Vedete le bianche e belle mantiglie che le Marie hanno sulle spalle, quando ha nevicato sulle colline, meno abbagliante è la neve, lo splendore della neve.
Il bruno panieraio le grida allora: Mio tutto, mia bella, tu che m’avevi aperto il tuo fresco palagio d’amore, il tuo amore, elemosina fiorita; te, te per cui il mio fango come uno specchio si è purificato e senza timore mai dei cattivi rumori. Tu la perla di Provenza, tu, il sole della mia giovinezza, sarà detto che io così del gelo di morte sì presto ti vegga in preda? Sarà detto che voi, grandi Sante l’avrete vista agonizzante ed invano abbracciare le vostre sacre soglie?
Ma la giovane gli rispose con voce lenta: O mio povero Vincenzo, che hai tu innanzi agli occhi? La morte quella parola che t’inganna, che cos’è? una nebbia che svanisce coi rintocchi della campana, un sogno che risveglia alla fine della notte!
No non muoio! Con piede leggero già monto sulla barchetta, addio, addio, già prendiamo il largo, sul mare. Il mare, bella pianura agitata, è la via del Paradiso, perchè l’azzurro del cielo tutt’intorno si tocca coll’abisso amaro.
Ah! come l’acqua ci dondola. Fra tanti astri lassù sospesi, ne troverò bene uno, ove due cuori amici possano liberamente amarsi. Sante, è un organo, lontano, che canta? E l’agonizzante sospira e rovescia la fronte, come per addormentarsi.
All’aspetto del suo volto sorridente, avreste detto che parlava ancora. Ma già i Santini intorno alla fanciulla uno appresso l’altro s’avanzavano, e con un cero che si passavano, le facean uno appresso l’altro il segno della croce. Atterriti i parenti contemplano quel che fanno.
Quantunque sia livida, sembra loro luminosa. Benché la sentano fredda, al colpo inconsolabile, non vogliono, non possono credere. Ma Vincenzo, quando la vide colla fronte che pende indietro, le braccia irrigidite, gli occhi come velati,..
È morta, non vedete ch’è morta? e come si torcono li corde, disperatamente torse i suoi pugni; e colle braccia fuori dalle maniche, cominciarono i lamenti. Sarai tu che piangeranno: con te della mia vita è caduto il tronco.
È morta, morta, non è possibile. Un demone deve sibilarlo. Parlate, in nome di Dio, buona gente che siete qui. Voi avete visti altri morti, ditemi se giunti a fine di vita, sorrideano cosi. Non è vero che la sua figura è quasi più gaia?
Ma che fanno? Girano la testa, son tutti gonfi di singhiozzi. Ah! è dunque vero? La tua voce, il tuo dolce parlare, non lo sentirò più? E qui il cuore di tutti balza, uno scoppio di pianto trabocca, il crepacuore al lamento delle onde aggiunge tosto un coro di pianti.
Così in un grande gregge se una giovenca soccombe, intorno al cadavere, disteso per sempre; nove sere consecutive tori e vacche vengono, cupi, a piangere l’infelice, e la palude, e l’onda, e il vento dei loro dolorosi muggiti risuonano nove giorni.
Vecchio Mastro Ambrogio, piangi tuo figlio. Ahimè, ahimè, dicea Vincenzo, io voglio, Santini, che mi portiate con lei nella fossa. Là, mia bella all’orecchio, tanto e più delle tue Marie, mi parlerai. E di conchiglie, o tempeste di mare, possiate coprirci!
Buoni Santini io ho fiducia in voi, fate per me ciò che dico, per un simile lutto non bastano le lagrime, scavateci nell’arena molle per ambedue una sola fossa. Elevate, sopra, un mucchio di pietre, affinchè mai I onda non possa separarci.
Ed intanto che nei luoghi ov’ella era, si urteranno la fronte contro la terra, pei rimorsi, lei ed io, avviluppati d’un sereno azzurro, Sotto le acque tremolanti, sì io e te, mia tanto bella, negli amplessi deliranti, sempre e senza fine uniremo i nostri baci.
E fuori di sé il panieraio perdutamente si abbandona sul corpo di Mirella, e l’infelice nei suoi abbracciamenti frenetici, stringe la morta. Il cantico laggiù nella vecchia chiesa, così si sente di nuovo risonare:
O belle Sante, Signore della pianura d’amarezza. Riempite, quando vi piace, di pesce le nostre reti; ma alla folla peccatrice che alle vostre porte si lamenta, o bianchi fiori della salina, se è la pace che occorre, la pace concedetele.
LA MORT DE MIRÈIO.
Au pat’ s dis arance, à l’ouro
Que lou jour de Diéu s’esvapouro,
E que li pescadou, qu’an cala si jambin,
Tiron si barco à la calanco,
E que, leissant parti la branco.
Sus la cabesso, vo sus ranco
Li chato en s’ajudant, cargon si plen gourbin,
Di ribo ounte l’Argèns varaio,
Di plano, di coulet, di draio,
S’enausso peralin un long Cor de cansoun.
Mai belamen de la cabrano,
Cant d’amour, èr de canto-bruno,
Pau-à-pau dins li colo bruno
S’esperdon, e vèn l’oumbro emé la languisoun.
Di Marìo que s’envoulavon
Ansili li paraulo calavon,
Calavon pau-à-pau, de nivo en nivo d’or:
Semblavo un resson de cantico,
Semblavo uno liuencho musico
Qu’en dessus de la glèiso antico
S’enanavo emé l’auro. Elo, dirias que dor
E que pantaio ageinouiado,
E qu’uno estranjo souleiado
Encourouno soun front de nouvèlli bèuta.
Mai, dins lis erme e lì jouncado.
Si vièi parént tant l’an cercado
Qu’à la perfin l’an destouscado;
E dre, souto lou porge, alucon espanta.
Prenon pamens d’aigo-signado,
Mandon au front sa man bagnado;
Sus lou hard que respond e la femo e lou vièi
Dedins s’avançon..... Espaurido
Coume quand subran uno trido
Vèi li cassaire: Moun Diéu! crido!
Paire e maire, ounte anas? E de vèire quau vèi,
Mirèio toumbo aqui. Sa maire,
Em’un visage lagremaire,
Ié cour, e dins si bras l’aganto, e ie disié:
Qu’as, que toun front es caud que brulo?
Noun, es pa ’n sounge que m’embulo,
Es elo qu’à mi pèd barrulo,
Es elo, es moun enfant! — E plouravo, e risié.
— Mirèio, ma bello mignoto,
Es ièu que sarre ta manoto,
Iéu toun paire! E lau vièi, que la doulour esten,
Ié recaufavo si man morto.
Lou vènt deja pamens emporto
La grand nouvello: à plen de porto,
Dins la glèiso, esmougu, s’acampon li Santen.[1]
— Mountas-la, mountas la malaulo!
Venien; à la capello-z-auto
Mountas-la, tout-d’un-tèms! que toque li sants os!
Dins si caisso miraclejanto
Que baise nòsti gràdi Santo
De si bouqueto angounisanto! —
Li femo tout-d’un-tèms l’arrapon entre dos.
De-pèr-d’aut de la glèiso bello,
I’a tres autar, i’a tres capello
Bastido uno sus l’autro en blo de roucas viéu.
Dins la capello sousterrado
I’a Santo Saro, venerado
Di brun Bóumian; mai aubourado,
La segoundo es aquelo ounte èi l’autar de Diéu.
Sus li pieloun dóu santuàri,
La capeleto mourtuàri
Di Marìo, amoundaut, s’enarco dins lou cèu,
’Mé li relicle, sànti laisso
— D’ounte la gràci coulo à raisso.....
Quatre clau pestellon li caisso,
Li caisso de ciprès emé si curbecèu.
Un cop, chasque cènt an, li duerbon.
Urous, urous, quand li descuerbon,
Aquéu que pòu li vèire e li touca! bèu tèms
Aura sa barco e bono estello,
E de sis aubre li jitello
Auran de frucho à canestello,
E soun amo cresènto aura lou bon toustèms.
Uno bello porto de chaine
Rejun aquéu sacra doumaine,
Richamen fustejado, e doun di Bèucairen.
Mai subretout ce que l’aparo,
Noun es la porto que lou barro,
Noun es lou bàrri que l’embarro:
Es l’aflat que ie vèn di relarg azuren.
La malauto, à la capeleto,
Dins la viseto virouleto
La mountèron. Lou prèire, en subrepelis blanc,
Buto la porto. Dins la pòusso,
Coume un òrdi grèu de si dòusso
Qu’un fouletoun subran espòusso,
Tóuti sus lou bardat s’aboucon en quilant:
O bèlli Santo umanitouso!
Santo de Diéu, Santo amistouso!
D’aquelo pauro chato agués, agués pieta!
Agués pieta! la maire crido,
Vous adurrai, se ’n co’s garido,
Moun anèu d’or, ma crous flourido,
E pèr vilo e pèr champ iéu l’anarai canta!
— O Santo, acò ’s ma pesqueirolo!
O Santo, acò ’s ma denierolo!
Gemis Mèste Ramoun en turtant dins l’oumbrun
Iéu, mandas-me fuma li maulo!.....
Lis iue barra, sènso paraulo,
— Mirèio èro estendudo. Èro alor sus lou tard.
Pèr que l’auro tamarissiero
Reviscoulèsse la masiero,
Dessus li lauso tóulissiero
L’avien entrepausado, envisto de la mar.
Car lou pourtau (qu’es la parpello
D’aquelo benido capello),
Regardo sus la glèiso: alin, pereilalin,
D’aqui se vèi la blanco raro
Que joun ensèn e desseparo
Lou cèu redoun e l’aigo amaro;
Se vèi de la grand mar l’eterne remoulin.
De-longo lis erso foulasso
Que s’encavaucon, jamai lasso
De s’esperdre en bramant dins li mouloun sablous;
De-vers la terro uno planuro
Qu’a gen de fin; pas uno auturo
Qu’à soun entour fague centuro;
Un cèu inmènse e clar sus d’erme espetaclous.
De clarinèlli tamarisso
Au mendre vènt boulegadisso;
De long campas d’engano, e dins l’oundo perfés
Un vòu de ciéune que s’espurgo;
O bèn, dins la sansouiro turgo,
Uno manado que pasturgo,
O que passo en nadant l’aigo dóu Vacarés.
Mirèio enfin, d’un parla feble,
A murmura quàuqui mot treble:
— De-vers la terro, dis, emé de-vers la mar
Sènte veni dos alenado:
Uno di dos èi serenado
Coume l’alen di matinado;
Mai l’autro es espannado, ardènto, e sènt l’amar
E se teisè..... De-vers la plano,
E de-vers lis oundo salano,
Li Santen sus-lou-cop regardèron veni;
E n’en veson un qu’esfoulisso
De revoulun de terro trisso
Davans si pas; li tamarisso
Parèisson davans éu s’encourre e demeni.
Es Vincenet lou panieraire!.....
Oh! paure drole e de mau-traire!
Soun paire Mèste Ambroi pas-pu-lèu i’aguè di:
Moun fiéu, sara pas pèr ti brego
Lou poulit brout de falabrego!
Que tout-d’un-tèms de Valabrego,
Pèr la vèire enca ’n cop, partè coume un bandit.
En Crau ie dison: Es i Santo!
Rose, palun, Crau alassanto,
Rèn l’avié detengu de courre enjusqu’i tes.
Mai pas-pu-lèu es dins la glèiso,
Pas-pu-lèu vèi aquelo prèisso,
Pale, sus lis artèu se drèisso,
E cridavo: Mounte es? ensignas-me mounte es?
Es amoundaut à la capello,
Dins uno angòni que trampello! —
E lèu coume un perdu mountè lou marridoun.
Entre la vèire, vers l’espàci
Levè si man emai sa fàci:
— Pèr encapa tàli desgràci,
À Diéu, cridè lou paure, à Diéu que i’ai fa dounc?
Ai-ti coupa la gargamello
En quau tetère li mamello?
Escumerga, m’an vist abra moun cachimbau
Dins uno glèiso a la viholo?
O tirassa dins lis auriolo
Lou Crucefis, à la Jusiolo?.....
Qu’ai fa, malan de Diéu! pèr agué tant de mau?
Pas proun que me l’an refusado,
Enca me l’an martirisado! —
E ’mbrassè soun amigo; e de vèire Vincèn
De la grand forço que trenavo,
Lou mounde foui qu’envirounavo
Sentien soun cor que tresanavo,
E pèr èu trasien peno, e plouravon ensèn.
E coume, i vabre d’uno coumbo,
Lou brut d’un gaudre que trestoumbo
Vai esmòure lou pastre amount sus li cresten,
Dóu founs de la glèiso mountavo
La voues dóu pople que cantavo,
E tout lou tèmple ressautavo
Dóu cantico tant bèu que sabon li Santen:
O Santo, bèlli mariniero,
Qu’avès chausi nòsti sagniero
Pèr i’auboura dins l’èr la tourre e li merlet
De vosto glèiso roussinello,
Coume fara dins sa pinello
Lou marin, quand la mar bacello,
Se ié mandas pas lèu voste bon ventoulet?
Coume fara la pauro avuglo?
Ah! noun i’a sàuvi nimai buglo
Que poscon ié gari soun lamentable sort;
E, sèns muta, tout lou jour islo
En repassant sa vido tristo.....
O Santo, rendès-ie la visto,
Que l’oumbro, e toujour l’oumbro, es pire que la mort!
Rèino de Paradis, mestresso
De la planuro d’amaresso.
Clafissès, quand vous plais, de pèis nòsti fielat:
Mai à la foulo pecadouiro
Qu’à vosto porto se doulouiro,
O blànqui flour de la sansouiro,
S’èi de pas que ie fau, de pas emplissès-la!
Ansin li bon Santen pregavon,
Emé de crid que vous trancavon!
E veici que li Santo à la pauro que jai
Boufèron un brisoun de voio,
E sa caro un brisoun galoio
S’enflourè d’uno douço joio,
Car de vèire Vincèn i’ agradè quenounsai.
— Moun bèl ami, de mounte vènes?
Ie faguè. — Digo, t’ensouvènes
De la fes qu’emé tu parlavian eila au mas,
Asseta ’nsèn souto la triho?
Se quauque mau te desvario,
Courre lèu i Sànti Mario,
Me diguères alor, auras lèu de soulas.
O Vincenet, que noun pos vèire
Dins moun cor coume dins un vèire!
De soulas, de soulas, n’en regounflo moun cor!
Moun cor es un lauroun que verso:
Abelimen de touto merço,
Gràci, bonur, n’ai à reverso!
Dis Ange dóu bon Diéu entrevese li Cor.
Aqui Mirèio s’abaucavo,
E dins l’estendudo alucavo:
Semblavo, peralin au fin founs de l’èr blu,
Veire de causo espetaclouso.
Pièi sa paraulo nivoulouso
Recoumençavo: Urouso, urouso
Lis amo que la car en terro detèn plu!
Vincèn! as vist, quand remountavon,
Li flo de lume que jitavon!
Ah dis, lou libre bèu que se n’en sarié fa,
S’aquéli resoun que m’an dicho,
Fin que d’uno, s’èron escricho!
Vincèn, que lou plourun esquicho,
Laché mai soun gounflige un moumen estoufa:
— Basto lis agué visto! basto!
Èu cridè, coume uno langasto
Me sariéu à si raubo arrapa tout bramant....
Oh! i’auriéu di, rèino celèsto,
Soulet recàti que nous rèsto,
Prenès-me lis iue de la tèsto,
E li dènt de la bouco, e li det de la man!
Mai elo, ma bello fadeto,
Oh! rendès-me-la gaiardeto!
Velèi! velèi veni ’mé si raubo de lin!
Elo subran se bouto à faire.
E ’n boulegant pèr se desfaire
D’entre la faudo de sa maire,
De la man vers la mar fasié signe eilalin.
Quatecant tóuti se dreissèron,
De-vers la mar tóuti fissèron,
E la man sus lou front: — Eilalin descurbèn,
Venien entre éli, rèn pèr aro,
Senoun alin la bianco raro
Que joun lou cèu e l’aigo amaro.....
Noun, se vèi ren vèni..... — Si! si! regardas bèn!
Soun su ’no barco sènso velo,
Cride Mirèio. — Davans elo,
Vesès pas coume l’oundo aplano si revòu?
Oh! qu’es bèn èli! L’er clarejo,
E l’alen siau que li carrejo
Lou mai plan que pòu voulastrejo.....
Lis aucèu de la mar li saludon à vòu.
— La pauro chato revassejo.....
Sus la marino que rougejo
Vesèn que lou soulèu que vai se cabussa.
— Si! si! lis èi, fai la malauto;
Boutas! moun iue noun me desfauto,
E quouro founso, quouro-z-auto,
O miracle de Diéu! sa barco vèn d’eiça!
Mai deja venié ’scoulourido,
Coume uno blanco margarido
Que lou dardai la rimo, entre que s’espandis;
E Vincenet, l’esfrai dins l’amo,
Agrouva contro aquelo qu’amo,
La recoumando à Nostro-Damo,
La recoumando i Santo e Sant dóu Paradis.
Avien abra de candeleto,
Cencha de l’estolo vióuleto,
Venguè lou capelan’ mé lou pan angeli
Refresca soun palai que crèmo;
Ie dounè pièi l’Ouncioun estrèmo,
E la vougnè ’mé lou Sant Crèmo
En sèt part de soun cors, segound l’us catouli.
D’aquéu moumen tout èro en pauso;
Noun s’entendié dessus la lauso
Que l’oremus dóu prèire. Au flanc de la paret,
Lou jour-fali que se prefoundo
Esvalissié si clarta bloundo,
E la marino à bèllis oundo
Plan-plan venié se roumpre em’un long chafaret.
Ageinouia, soun tèndre amaire,
Emé soun paire, emé sa maire,
Trasien de tèms en tèms un senglut rau e sourd.
— Anen! diguè Mirèio encaro,
La despartido se preparo.....
Anen! touquen-nous la man aro,
Que dóu front di Mario aumento la lusour.
À l’endavans, li flamen rose
Courron deja di bord dóu Rose.
Li tamarisso en flour coumençon d’adoura.
O bòni Santo! me fan signe
D’ana ’m’éli, qu’ai rèn à cregne,
Que, coume entèndon is Ensigne,
Sa barco en Paradis tout dre nous menara.
Mèste Ramoun ie diguè: Migo,
D’avé ’strassa tant de garrigo,
De que vai me servi, se partes dóu maset?
Car l’afecioun que m’ajudavo,
De tu venié! La caud lardavo.....
Lou fio di mouto m’assedavo.....
Mai te vèire empourtavo e la caud e la set!
Se ’n cop veirés à voste lume
Quauque sant-fèli que s’alume,
Bon paire, sara iéu..... Li Santo, sus la pro,
Soun drecho que m’espèron. Eto!
Esperas-me ’no passadeto.....
Vau plan, iéu, que siéu malauteto.....
La maire alor esclato: Oh! noun, noun, acò ’s trop!
Vole pas, vole pas que mores!
Emé iéu vole que demores!
E pièi, ma Mireiouno, e pièi, se ’n cop vas bèn,
Anaren vers ta tanto Aurano
Pourta ’n canestèu de mióugrano:
Di Baus n’èi pas bèn liuen Maiano,
E se pòu dins un jour faire lou vai-e-vèn.
— Noun, es pas liuen, bono maireto!
Mai, boutas! lou farés souleto!
Ma maire, pourgès-me mis ajust blanquinèu:
Vè li blanco e bèlli mantiho,
Qu’an sus l’espalo li Mario!
Quand a neva sus li mountiho,
Pas tant bléujo èi la nèu, la tafo de la nèu!
Lou brun trenaire de garbello
Ie crido alor: Moun tout, ma bello,
Tu que m’aviés dubert toun fres palais d’amour,
Toun amour, aumorno flourido!
Tu, tu pèr quau ma labarido
Coume un mirau s’èro clarido,
E sèns crento jamai di marridi rumour;
Tu, la perleto de Prouvènço,
Tu, lou soulèu de ma jouvènço,
Sara-ti di que iéu, ansin, dóu glas mourtau
Tant lèu te vegue tressusanto?
Sara-ti di, vous, gràndi Santo,
Que l’aurés visto angounisanto
E de-bado embrassa vòsti sacra lindau?
Su ’cò-d’aqui, la jouveineto
Ie respoundeguè plan-planeto:
O moun paure Vincèn, mai qu’as davans lis iue?
La mort, aquéu mot que t’engano,
Qu’es? uno nèblo que s’esvano
Emé li clar de la campano,
Un sounge que reviho à la fin de la niue!
Noun, more pas! Iéu, d’un pèd proumte
Sus la barqueto deja mounte.....
Adiéu, adiéu! Deja nous emplanan sus mar!
La mar, bello piano esmougudo,
Dóu Paradis èi l’avengudo,
Car la bluiour de l’estendudo
Tout à l’entour se toco emé lou toumple amar.
Ai! coume l’aigo nous tintourlo!
De tant d’astre qu’amount penjourlo,
N’en trouvarai bèn un, mounte dous cor ami
Libramen poscon s’ama! — Santo,
Es uno ourgueno, alin, que canto?
E souspirè l’angounisanto,
E revessè lou front, coume pèr s’endourmi —
Is èr de sa risènto caro,
Aurien di que parlavo encaro.....
Mai deja li Santen, à l’entour de l’enfant
Un après l’autre s’avançavon,
E 'm’ un cire que se passavon
Un après l’autre la signavon.....
Atupi, si parènt arregardon que fan.
En-liogo d’èstre mourtinouso,
Éli la veson luminouso;
An bèu la senti frejo, au cop descounsoula
Noun volon pas, noun podon crèire.
Mai Vincèn, éu, quand la vai vèire
Emé soun front que pènjo a rèire,
Si bras enregouï, sis iue coume entela:
— Es morto! vesès pas qu’es morto?
E coume torson li redorto,
À la desesperado éu tourseguè si poung;
E ’mé si bras foro di mancho,
Acoumencèron li coumplancho:
I’a pas que tu que saras plancho!
Emé tu de ma vido a teumba lou cepoun!
Es morto! Morto? Es pas poussible!
Fau qu’un Demòni me lou sible.....
Parlas, au noum de Diéu, bòni gènt que sia ’qui,
Vautre, avès agu vist de morto:
Digas-me s’en passaiit li porto
Risoulejavon de la sorto!.....
Pas verai qu’a sis èr quasimen ajougui:
Mai dequè fan? Viron la tèsto,
Soun tóuti gounfle! Ah! n’i’a de rèsto!
Ta voues, toun dous parla, iéu l’entendrai pas plu!
Aqui de tóuti lou cor boundo,
Un lavàssi de plour desboundo,
Lou crèbo-cor au planh dis oundo
Apoundeguè subran un desbord de senglut.
Ansin, dins uno grand manado,
Se ’no ternenco es debanado,
À l’entour dóu cadabre estendu pèr toujour,
Nòu vèspre à-de-reng, tau e tauro
Van, souloumbrous, plourala pauro;
E la palun, e l’oundo, e l’auro
De si doulourous bram restountisson nòu jour.
— Vièi Mèste Ambroi, plouro toun drole!
Ai! ai! ai! Vincèn fasié, vole,
Santen, que dins lou cros em’ lo m’empourtés.....
Aqui, ma bello, à moun auriho
Tant-e-pièi-mai de ti Mario
Me parlaras. — E de couquiho,
O tempèsto de mar, aqui nous acatés!
Bràvi Santen, de vous me fise!.....
Fasès pèr iéu ce que vous dise:
Pèr un dóu coume aquéu es pas proun lou ploura!
Cavas-nous dins l’areno molo
Pèr tóuti dous qu’uno bressolo!
Aubouras-ie ’no clapeirolo,
Pèr que l’oundo jamai nous posque separa!
E d’enterin qu’i lio mounte èro
Se turtaran lou front sus terro
Dóu remors, iéu em’ elo, enclaus d’un blu seren,
Souto lis aigo atremoulido,
O iéu ’mé tu, ma tant poulido!
Dins de brassado trefoulido
Longo-mai e sèns fin nous poutounejaren!
E, desvaga, lou panieraire
À la perdudo vèn se traire
Sus lou cors de Mirèio, e lou desfourtuna
Dins si brassado fernetico
Sarro la morto..... Lou cantico,
Eilavau dins la glèiso antico,
Coume eiçò tourna-mai s’entendié ressouna:
O bèlli Santo, segnouresso
De la planuro d’amaresso,
Clafissès, quand vous plais, de pèis nòsti fielat!
Mai à la foulo pecadouiro
Qu’à vosto porto se doulouiro,
O blànqui flour de la sansouiro,
S’èi de pas que ie fau, de pas emplissès-la!
(Mirèio, C. XII).
Note
- ↑ Abitanti della Città delle Sante Marie.