La scienza nuova - Volume I/Libro I/Sezione II

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Sezione seconda - Degli elementi

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Libro I - Tavola cronologica Libro I - Sezione III

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[SEZIONE SECONDA]
(a)1 DEGLI ELEMENTI



Per dar forma adunque alle materie qui innanzi apparecchiate sulla Tavola cronologica, proponiamo ora qui i seguenti assiomi o Degnità così filosofiche come filologiche, alcune poche, ragionevoli e discrete domande, con alquante schiarite diffinizioni; le quali, come per lo corpo animato il sangue, così deono per entro scorrervi ed animarla in tutto ciò che questa Scienza ragiona della comune natura delle nazioni (b)2.

i


(c)3 L’uomo, per l’indiffinita natura della mente umana, ove questa si rovesci nell’ignoranza, egli fa sé regola dell’universo (d)4. [p. 116 modifica]Questa Degnità è la cagione di que’ due comuni costumi umani: uno che «fama crescit eundo», l’altro che «minuit præsentia famam». La qual, avendo fatto un cammino lunghissimo, quanto è dal principio del mondo, è stata la sorgiva perenne di tutte le magnifiche oppenioni che si sono finor avute delle sconosciute da noi lontanissime antichità, per tal propietà della mente umana avvertita da Tacito nella Vita d'Agricola5 con quel motto: «Omne ignotum pro magnifico est».

ii


È altra propietà della mente umana ch’ove gli uomini delle cose lontane e non conosciute non possono fare ninna idea, le stimano dalle cose loro conosciute e presenti.

Questa Degnità addita il fonte inesausto di tutti gli errori presi dall’intiere nazioni e da tutt’i dotti d’intorno a’ principii dell’umanità; perocché da’ loro tempi illuminati, colti e magnifici, ne’ quali cominciarono quelle ad avvertirle, questi a ragionarle, hanno estimato l’origini dell’umanità, le quali dovettero per natura essere picciole, rozze, oscurissime (a)6.

A questo genere sono da richiamarsi due spezie di borie che si sono sopra 2 accennate7: una delle nazioni ed un’altra de’ dotti.

iii


Della boria delle nazioni udimmo8 quell’aureo detto di Diodoro Sicolo: — che le nazioni, o greche o barbare, abbiano avuto tal boria, d’aver esse prima di tutte l’altre ritruovati i comodi della [p. 117 modifica]vita umana e conservar le memorie delle loro cose fin dal principio del mondo.
Questa Degnità dilegua ad un fiato la vanagloria de’ Caldei, Sciti, Egizi, Chinesi (a)9, d’aver essi fondato l’umanità dell’antico mondo. Ma Flavio Giuseffo Ebreo ne purga la sua nazione, con quella confessione magnanima ch’abbiamo sopra udito 10: — che gli Ebrei avevano vivuto nascosti a tutti i gentili; — e la sagra storia ci accerta l’età del mondo essere quasi giovine a petto della vecchiezza che ne credettero i Caldei, gli Sciti, gli Egizi e fin al di d’oggi i Chinesi: lo che è una gran pruova della verità della storia sagra.

iv


A tal boria di nazioni s’aggiugne qui la boria de’ dotti, i quali ciò ch’essi sanno, vogliono che sia antico quanto che ’l mondo (b)11. Questa Degnità dilegua tutte le oppinioni de’ dotti d’intorno alla sapienza innarrivabile degli antichi; convince d’impostura gli oracoli di Zoroaste Caldeo, d’Anacarsi Scita, che non ci son pervenuti, il Pimandro di Mercurio Trimegisto, gli Orfici (o sieno versi d’Orfeo), il Carme aureo di Pittagora, come tutti gli più scorti critici vi convengono; e riprende d’importunità tutti i sensi mistici dati da’ dotti a’ geroglifici egizi e l’allegorie filosofiche date alle greche favole (c)12. [p. 118 modifica]La Filosofia, per giovar al gener umano, dee sollevar e reggere l’uomo caduto e debole, non convellergli la natura né abbandonarlo nella sua corrozione. Questa Degnità allontana dalla scuola di questa Scienza gli stoici, i quali vogliono l’ammortimento de’ sensi, e gli epicurei, che ne fanno regola, ed entrambi niegano la Provvedenza, quelli faccendosi strascinare dal fato, questi abbandonandosi al caso, e i secondi oppinando che muoiano l’anime umane coi corpi; i quali entrambi si dovrebbero dire «filosofi monastici o solitari»): e vi ammette i filosofi politici, e principalmente i platonici, i quali convengono con tutti i legislatori in questi tre principali punti: che si dia Provvedenza divina, che si debbano moderare l’umane passioni (a)13 e farne umane virtù, e che l’anime umane sien immortali. E ’n conseguenza, questa Degnità ne darà gli tre principii di questa Scienza.

vi


La Filosofia considera l’uomo quale dev’essere; e, sì, non può fruttare ch’a pochissimi, che vogliono vivere nella repubblica di Platone, non rovesciarsi nella feccia di Romolo14.

vii


La legislazione considera l’uomo qual è, per farne buoni usi nell’umana società; come della ferocia, dell’avarizia, dell’ambizione, che sono gli tre vizi che portano a travverso tutto il gener [p. 119 modifica]umano, ne fa la milizia, la mercatanzia e la corte, e, sì, la fortezza, l’opulenza e la sapienza delle repubbliche; e di questi tre grandi vizi, i quali certamente distruggerebbero l’umana generazione sopra la terra, ne fa la civile felicità.

Questa Degnità pruova esservi Provvedenza divina e che ella sia una divina mente legislatrice, la quale delle passioni degli uomini tutti attenuti alle loro private utilità (a)15, per le quali viverebbono da fiere bestie dentro le solitudini, ne ha fatto gli ordini civili per gli quali vivano in umana società.

viii


Le cose fuori del loro stato naturale né vi si adagiano né vi durano.

Questa Degnità sola, poiché il gener umano da che si ha memoria del mondo ha vivuto e vive comportevolmente in società, ella determina la gran disputa della quale i migliori filosofi e i morali teologi ancora contendono con Carneade scettico e con Epicuro (né Grozio16 l’ha pur inchiodata): se vi sia diritto in natura, o se l'umana natura sia socievole, che suonano la medesima cosa.

Questa medesima Degnità, congionta con la settima e ’l di lei corollario, pruova che l’uomo abbia libero arbitrio, però debole, di fare delle passioni virtù; ma che da Dio é aiutato, naturalmente con la divina Provvedenza, e soprannaturalmente dalla divina grazia.

ix


Gli uomini che non sanno il vero delle cose proccurano d’attenersi al certo, perché, non potendo soddisfare l’intelletto con la scienza, almeno la volontà riposi sulla coscienza. [p. 120 modifica]

x

La Filosofia contempla la ragione, onde viene la scienza del vero; la Filologia osserva l’autorità dell’umano arbitrio, onde viene la coscienza del certo.

Questa Degnità per la seconda parte diffinisce i filologi essere tutti i gramatici, istorici, critici, che son occupati d’intorno alla cognizione delle lingue e de’ fatti de’ popoli; così in casa, come sono i costumi e le leggi; come fuori, quali sono le guerre, le paci, l’alleanze, i viaggi, i commerzi.

Questa medesima Degnità dimostra aver mancato per metà così i filosofi che non accertarono le loro ragioni con l’autorità de’ filologi, come i filologi che non curarono d’avverare le loro autorità con la ragion de’ filosofi; lo che se avessero fatto, sarebbero stati più utili alle repubbliche e ci avrebbero prevenuto nel meditar questa Scienza.

xi

L’umano arbitrio, di sua natura incertissimo, egli si accerta e determina col senso comune degli uomini d’intorno alle umane necessità o utilità, che son i due fonti del Diritto natural delle genti.

xii

Il senso comune è un giudizio senz’alcuna riflessione, comunemente sentito da tutto un ordine, da tutto un popolo, da tutta una nazione o da tutto il gener umano.

Questa Degnità con la seguente diffinizione ne darà una nuova arte critica sopra essi autori delle nazioui, tralle quali devono correre assai più di mille anni per provenirvi gli scrittori sopra i quali finora si è occupata la critica. [p. 121 modifica]

xiii


Idee uniformi nate appo intieri popoli tra essoloro non conosciuti debbon avere un motivo comune di vero.

Questa Degnità è um gran principio, che stabilisce il senso comune del gener umano esser il criterio insegnato alle nazioni dalla Provvedenza divina per diffinire il certo d’intorno al Diritto natural delle genti: del quale le nazioni si accertano con intendere l’unità sostanziali di cotal diritto, nelle quali con diverse modificazioni tutte convengono. Ond’esce il Dizionario mentale, da dar l’origini a tutte le lingue articolate diverse, col quale sta conceputa la Storia ideal eterna che ne dia le storie in tempo di tutte le nazioni; del qual Dizionario e della qual Istoria si proporranno appresso le Degnità loro propie.

Questa stessa Degnità rovescia tutte l’idee che si sono finor avute d’intorno al Diritto natural delle genti, il quale si è creduto esser uscito da una prima nazione da cui l’altre l’avessero ricevuto; al qual errore diedero lo scandalo gli Egizi e i Greci, ( i quali vanamente vantavano d’aver essi disseminata l’umanità per io mondo. Il qual error certamente dovette far venire la Legge delle XII Tavole da’ Greci a’ Romani. Ma in cotal guisa, egli sarebbe un diritto civile comunicato ad altri popoli per umano provvedimento (a)1, e non già un diritto con essi costumi umani naturalmente dalla divina Provvedenza ordinato in tutte le nazioni (b)1.Questo sarà uno de’ perpetui lavori che si farà in questi libri: in dimostrare che ’l Diritto natural delle genti nacque [p. 122 modifica]privatamente appo i popoli senza sapere nulla gli uni degli altri; e che poi con l’occasioni di guerre, ambasciarle, allianze, commerzi, si riconobbe comune a tutto il gener umano.

xiv

Natura di cose altro non è che nascimento di esse in certi tempi e con certe guise, le quali sempre che sono tali, indi tali e non altre nascon le cose.

xv


Le propietà inseparabili da’ subbietti devon essere produtte dalla modificazione o guisa con che le cose son nate; per lo che esse ci posson avverare tale e non altra essere la natura o nascimento di esse cose,

xvi


Le tradizioni volgari devon avere avuto pubblici motivi di vero, onde nacquero e si conservarono da intieri popoli per lunghi spazi di tempi.

Questo sarà altro grande lavoro di questa Scienza: di ritruovarne i motivi del vero, il quale, col volger degli anni e col cangiare delle lingue e costumi (a)(a) per mano di genti rozze, ci pervenne, ecc.» , ci pervenne ricoverto di falso.

xvii

I parlari volgari debbon esser i testimoni più gravi degli antichi costumi de’ popoli, che si celebrarono nel tempo ch’essi si formaron le lingue. [p. 123 modifica]

xviii


Lingua di nazione antica, che si è conservata regnante finché pervenne al suo compimento (a)2, dev’esser un gran testimone de costumi de’ primi tempi del mondo.

Questa Degnità ne assicura che le pruove filologiche del Diritto natural delle genti (b)3 (del quale, senza contrasto, sappientissima sopra tutte l’altre del mondo fu la romana) tratte da’ parlari latini sieno gravissime. Per la stessa ragione potranno far il medesimo i dotti della lingua tedesca, che ritiene questa stessa propietà della lingua romana antica.

xix


Se la Legge delle XII Tavole furono costumi delle genti del Lazio, incominciativisi a celebrare fin dall’età di Saturno, altrove sempre andanti e da’ Romani fissi nel bronzo e religiosamente custoditi dalla romana giurisprudenza; ella è un gran testimone dell’antico Diritto naturale delle genti del Lazio.

Ciò si è da noi dimostro esser vero di fatto, da ben molti anni fa, ne’ Principii del Diritto universale4; lo che più illuminato si vedrà in questi libri (c)5.

xx

Se i poemi d’Omero sono storie civili degli antichi costumi greci, saranno due grandi tesori del Diritto naturale delle genti di Grecia.

Questa Degnità ora qui si suppone; dentro sarà dimostrata di fatto. [p. 124 modifica]

xxi


I greci filosofi affrettarono il natural corso che far doveva la loro nazione, col provenirvi essendo ancor cruda la lor barbarie, onde passarono immediatamente ad una somma dilicatezza, e nello stesso tempo serbaronv’intiere le loro storie favolose così divine com’eroiche; ove i Romani, i quali ne’ lor costumi caminarono con giusto passo, affatto perderono di veduta la loro storia degli dèi (onde l’età degli dèi che gli Egizi dicevano, Varrone chiama «tempo oscuro» d’essi Romani), e conservarono con favella volgare la storia eroica che si stende da Romolo fino alle leggi Publilia e Petelia, che si truoverà una perpetua mitologia storica dell’età degli eroi di Grecia.

Questa natura di cose umane civili ci si conferma nella nazione francese, nella quale, perchè di mezzo alla barbarie del mille e cento s’aprì la famosa scuola parigina, dove il celebre maestro delle sentenze Piero Lombardo si diede ad insegnare di sottilissima teologia scolastica, vi restò come un poema omerico la storia di Turpino vescovo di Parigi, piena di tutte le favole degli eroi di Francia che si dissero «i paladini», delle quali s’empieron appresso tanti romanzi e poemi. E per tal immaturo passaggio dalla barbarie alle scienze più sottili, la francese restonne una lingua dilicatissima (a)6; talché, di tutte le viventi, sembra avere restituito a’ nostri tempi l’atticismo de’ Greci e, più ch’ogni altra è buona a ragionar delle scienze, come la greca; e come a’ Greci così a’ Francesi restarono tanti dittonghi, che sono propi di lingua barbara, dura ancor e difficile a comporre le consonanti con le vocali. In confermazione di ciò ch’abbiamo detto di tutte e due queste lingue, aggiugniamo l’osservazione che tuttavia si può fare ne’ giovani; i quali, nell’età nella qual è robusta la memoria, vivida la fantasia e focoso l’ingegno, ch’eserciterebbero con frutto con lo studio delle lingue (b)7 e della Geometria lineare, senza domare con tali esercizi [p. 125 modifica]cotal acerbezza di menti contratta dal corpo, che si potrebbe dire «la barbarie degl’intelletti», passando ancor crudi agli studi troppo assottigliati di critica metafisica e d’algebra, divengono per tutta la vita affilatissimi nella loro maniera di pensare e si rendono inabili ad ogni grande lavoro.

Ma col più meditare quest’opera, ritruovammo altra cagione di tal eifetto, la qual forse è più propia: che Romolo fondò Roma in mezzo ad altre più antiche città del Lazio, e fondolla con aprirvi l’asilo (che Livio diffinisce generalmente «vetus urbes condentium consilium»8; perchè, durando ancora le violenze, egli naturalmente ordinò la romana sulla pianta sulla quale si erano fondate le prime città del mondo. Laonde da tali stessi principii progredendo i romani costumi, in tempi che le lingue volgari del Lazio avevano fatto di molti avvanzi, dovette avvenire che le cose civili romane, le qual’i popoli greci avevano spiegato con lingua eroica, essi spiegarono con lingua volgare; onde la storia romana antica si truoverà essere una perpetua mitologia della storia eroica de’ Greci. E questa dev’essere la cagione perchè i Romani furono gli eroi del mondo: perocché Roma manomise l’altre città del Lazio, quindi l’ItaHa e per ultimo il mondo, essendo tra’ Romani giovine l’eroismo; mentre tra gli altri popoli del Lazio, da’ quali, vinti, provenne tutta la romana grandezza, aveva dovuto incominciar a invecchiarsi.

xxii

E necessario che vi sia nella natura delle cose umane una lingua mentale comune a tutte le nazioni, la quale uniformemente intenda la sostanza delle cose agibili nell’umana vita socievole, e la spieghi con tante diverse modificazioni per quanti diversi aspetti possan aver esse cose; siccome lo sperimentiamo vero ne’ proverbi, che sono massime di sapienza volgare, l'istesse in sostanza intese da tutte le nazioni antiche e moderne, quante elleno sono, per tanti diversi aspetti significate. [p. 126 modifica]Questa lingua è propia di questa Scienza. Col lume della quale, se i dotti v’attenderanno, potranno formar un vocabolario mentale, comune a tutte le lingue articolate diverse, morte e viventi; di cui abbiamo dato un saggio particolare nella Scienza nuova la prima volta stampata9, ove abbiamo provato i nomi de’ primi padri di famiglia in un gran numero di lingue morte e viventi, dati loro per le diverse propietà ch’ebbero nello stato delle famiglie e delle prime repubbliche, nel qual tempo le nazioni si formaron le lingue. Del qual vocabolario noi, per quanto ci permette la nostra scarsa erudizione, facciamo qui uso in tutte le cose che ragioniamo.

Di tutte l’anzidette proposizioni, la prima, seconda, terza e quarta ne danno i fondamenti delle confutazioni di tutto ciò che si è finor oppinato d’intorno a’ principii dell’umanità, le quali si prendono dalle inverisimiglianze, assurdi (a)10, contradizioni, impossibilità di cotali oppenioni. Le seguenti, dalla quinta fin alla decimaquinta, le quali ne danno i fondamenti del vero, serviranno a meditare questo mondo di nazioni nella sua idea eterna, per quella propietà di ciascuna scienza, avvertita da Aristotile, che (b)11: «Scientia debet esse de universalihus et ceternis». L’ultime, dalla decimaquinta fin alla ventesimaseconda le quali ne daranno i fondamenti del certo, si adopreranno a veder in fatti questo mondo di nazioni quale l’abbiamo meditato in idea, giusta il metodo di filosofare più accertato (c)12 di Francesco Bacone [p. 127 modifica]signor di Verulamio, dalle natiu’ali sulle quali esso lavorò il libro: Cogitata visa13, trasportato all’umane cose civili.

Le proposizioni finora proposte sono generali e stabiliscono questa Scienza per tutto; le seguenti sono particolari, che la stabiliscono partitamente nelle diverse materie che tratta (a)14.

xxiii

La storia sagra è più antica di tutte le più antiche profane che ci son pervenute, perchè narra tanto spiegatamente e per lungo tratto di più di ottocento anni lo stato di natura sotto de’ patriarchi, o sia lo stato delle famiglie, sopra le quali tutti i politici convengono che poi sursero i popoli e le città; del quale stato la storia profana ce ne ha o nulla o poco e assai confusamente narrato.

Questa Degnità pruova la verità della storia sagra contro la boria delle nazioni che sopra ^ ci ha detto Diodoro Sicolo, perocché gli Ebrei han conservato tanto spiegatamente le loro memorie fin dal principio del mondo.

xxiv

La religion ebraica fu fondata dal vero Dio sul divieto della divinazione, sulla quale sursero tutte le nazioni gentili. Questa Degnità (b)15 è una delle principali cagioni per le quali tutto il mondo delle nazioni antiche si divise tra Ebrei e genti. [p. 128 modifica]

xxv

Il Diluvio universale si dimostra non già per le pruove filologiche di Martino Scoockio16, le quali sono troppo leggieri; né per l’astrologiche di Piero cardinale d’Alliac17, seguito da Giampico della Mirandola18, le quali sono troppo incerte, anzi false, rigredendo sopra le Tavole alfonsine19, confutate dagli Ebrei ed ora da’ Cristiani (i quali, disappruovato il calcolo d’Eusebio e di Beda, sieguon oggi quello di Filone Giudeo20 ): ma si dimostra con istorie fisiche osservate dentro le favole, come nelle Degnità qui appresso si scorgerà.

[p. 129 modifica]

xxvi

I giganti furon in natura di vasti corpi, quali in piedi dell’America, nel paese detto «de los Patacones», dicono viaggiatori essersi truovati goffi e fìerissimi. E lasciate le vane o sconce o false ragioni che ne hanno arrecato i filosofi, raccolte e seguite da Cassanione, De gigantibus21, se n’arrecano le cagioni, parte fisiche e parte morali, osservate da Giulio Cesare22 e Cornelio Tacito23 ove narrano della gigantesca statura degli antichi Germani, e da noi considerate, si compongono sulla ferina educazion de’ fanciulli.

xxvii

La storia greca, dalla qual abbiamo tutto ciò ch’abbiamo (dalla romana in fuori) di tutte l’altre antichità gentilesche, ella dal Diluvio e da’ giganti prende i principii.

Queste due Degnità mettono in comparsa tutto il primo gener umano diviso in due spezie: una di giganti, altra d’uomini di giusta corporatura; quelli gentili, questi Ebrei (la qual differenza non può essere nata altronde che dalla ferina educazione di quelli e dall’umana di questi); e ’n conseguenza, che gli Ebrei ebbero (a)24 altra origine da quella c’hanno avuto tutti i gentili. [p. 130 modifica]

xxviii

Ci sono pur giunti due gran rottami dell’egiziache antichità, che si sono sopra25 osservati. De’ quali uno è che gli Egizi riducevano tutto il tempo del mondo scorso loro dinanzi, a tre età, che furono: età degli dèi, età degli eroi ed età degli uomini; l’altro, che per tutte queste tre età si fussero parlate tre lingue nell’ordine corrispondenti a dette tre età, che furono: la lingua geroglifica, ovvero sacra; la lingua simbolica, o per somiglianze, qual è l’eroica; e la pistolare, o sia volgare degli uomini, per segni convenuti da comunicare le volgari bisogne della lor vita.

xxix

Omero, in cinque luoghi di tutti e due i suoi poemi (a)27, che si rapporteranno dentro28, mentova una lingua più antica della sua, che certamente fu lingua eroica, e la chiama «lingua degli dèi».

xxx

Varrone ebbe la diligenza di raccogliere (b)29 trentamila nomi di dèi30 (ché tanti pure ne noverano i greci), i quali nomi si rapportavano ad altrettante bisogne della vita o naturale o morale iconomica (c)31 o finalmente civile de’ primi tempi. [p. 131 modifica]Queste tre Degnità stabiliscono che ’l mondo de’ popoli dappertutto cominciò dalle religioni; che sarà il primo degli tre principii di questa Scienza.

xxxi

Ove i popoli son infieriti con le armi, talché non vi abbiano più luogo l’umane leggi, l’unico potente mezzo di ridurgli è la religione.

Questa Degnità stabilisce che nello stato eslege la Provvedenza divina diede principio a’ fieri e violenti di condursi all’umanità ed ordinarvi le nazioni, con risvegliar in essi un’idea confusa della divinità, ch’essi per la loro ignoranza attribuirono a cui ella non conveniva; e così, con lo spavento di tal immaginata divinità si cominciarono a rimettere in qualche ordine.

Tal principio di cose, tra i suoi fieri e violenti, non seppe vedere Tommaso Obbes32, perchè ne andò a truovar i principii errando col «caso» del suo Epicuro; onde con quanto magnanimo sforzo, con altrettanto infelice evento credette d’accrescere la greca filosofia di questa gran parte, della quale certamente aveva mancato (come riferisce Giorgio Paschio, De eruditis huius sceculi inventis (a)33 34, di considerar l’uomo in tutta la società del [p. 132 modifica]gener umano. Né Obbes l’arebbe altrimente pensato, se non gliene avesse dato il motivo la cristiana religione, la quale inverso tutto il gener umano, nonché la giustizia, comanda la carità. E quindi incomincia a confutarsi Polibio35 di quel falso suo detto: — che se fussero al mondo filosofi, non farebber uopo religioni; — che se non fussero al mondo repubbliche, le quali non posson esser nate senza religioni, non sarebbero al mondo filosofi.

xxxii

Gli uomini ignoranti delle naturali cagioni che producon le cose, ove non le possono spiegare nemmeno per cose simili, essi danno alle cose la loro propia natura, come il volgo per esemplo dice la calamita esser innamorata del ferro.

Questa Degnità è una particella della prima: — che la mente umana, per la sua indiffinita natura, ove si rovesci nell’ignoranza, essa fa sé regola dell’universo d’intorno a tutto quello che ignora.

xxxvi

La Fisica degli ignoranti é una volgar Metafisica, con la quale rendono le cagioni delle cose ch’ignorano alla volontà di Dio, senza considerare i mezzi de’ quali la volontà divina si serve.

xxxiv

Vera propietà di natura umana é quella avvertita da Tacito, ove disse36: «Mobiles ad superstitionem perculsæ semel mentes»;

[p. 133 modifica]ch’una volta che gli uomini sono sorpresi da una spaventosa superstizione, a quella richiamano tutto ciò ch’essi immaginano, vedono ed anche fanno.

xxxv

La maraviglia è figliuola dell’ignoranza; e quanto l’effetto ammirato è più grande, tanto più a proporzione cresce la maraviglia.

xxxvi

La fantasia tanto è più robusta quanto è più debole il raziocinio.

xxxvii

Il più sublime lavoro della poesia è alle cose insensate dare senso e passione; ed è propietà de’ fanciulli di prender cose inanimate tra mani e trastullandosi, favellarci come se fassero, quelle, persone vive.Questa Degnità filologico-filosofica ne appruova che gli uomini del mondo fanciullo per natura furono sublimi poeti.

xxxviii

E un luogo d’oro di Lattanzio Firmiano quello ove ragiona dell’origini dell’idolatria, dicendo37: «Rudes initio homines deos appellarunt sive ob miraculum virtutis (hoc vero putabant rudes adhuc et simplices) (a)38; sive, ut fieri solet, in admirationem [p. 134 modifica]præsentis potentiæ; sive oh beneficia quibus erant ad humanitatem compositi (a)39.

xxxix

La curiosità, propietà connaturale dell’uomo, figliuola dell’ignoranza, che partorisce la scienza, all’aprire che fa della nostra mente la maraviglia, porta questo costume: ch’ove osserva straordinario effetto in natura, come cometa, parelio o stella di mezzodì, subito domanda che tal cosa voglia dire o significare.

xl

Le streghe nel tempo stesso che sono ricolme di spaventose superstizioni, sono sommamente fiere ed immani; talché, se bisogna per solennizzare le loro stregonerie, esse uccidono spietatamente e fanno in brani amabilissimi innocenti bambini.

Tutte queste proposizioni, dalla ventesimottava incominciando fin alla trentesimottava, ne scuoprono i principii della poesia divina, o sia della Teologia poetica; dalla trentesimaprima, ne dannoi principii dell’idolatria; dalla trentesimanona, i principii della divinazione (b)40; e la quarantesima finalmente ne dà con sanguinose religioni i principii de’ sagrifizi, che da’ primi crudi fierissimi uomini incominciarono con voti e vittime umanc. Le quali, come si ha da Plauto, restarono a’ Latini volgarmente dette «Saturni hostiæ»41i; e furono i sacrifizi di Moloc, appresso i Fenici, i quali passavano per mezzo alle fiamme i bambini consegrati a quella falsa divinità42; delle quali consegrazioni si [p. 135 modifica]barone alquante nella Legge delle XII Tavole43. Le quali cose, come danno il diritto senso a quel motto (a)44:

Primos in orbe deos fecit timor45,


— che le false religioni non nacquero da impostura d’altrui, ma da propia credulità; — così l’infelice voto e sagrifizio che fece Agamennone della pia figliuola Ifigenia, a cui empiamente Lucrezio46 acclama;

Tantum relligio potuit suadere malorum,


rivolgono in consiglio della Provvedenza; che tanto vi voleva per addimesticare i figliuoli de’ Polifemi e ridurgli all’umanità degli Aristidi e de’ Socrati, de’ Leli e degli Scipioni Affricani.

xli

Si domanda, e la domanda è discreta, che per (b)47 più centinaia d’anni la terra, insuppata dall’umidore dell’universale Diluvio, non abbia mandato esalazioni secche, sieno materie ignite, in aria, a ingenerarvisi i fulmini.

xlii

Giove fulmina ed atterra i giganti, ed ogni nazione gentile n’ebbe uno. Questa Degnità contiene la storia fìsica che ci han conservato le favole, che fu il Diluvio universale sopra tutta la terra. [p. 136 modifica]Questa stessa Degnità, con l’antecedente postulato, ne dee determinare che dentro tal lunghissimo corso d’anni le razze (a)48 empie degli tre figliuoli di Noè fussero andate in uno stato ferino, e con un ferino divagamento si fussero sparse e disperse per la gran selva della terra, e con l’educazione ferina vi fussero provenuti e ritruovati giganti nel tempo che la prima volta fulminò il cielo (b)49 dopo il Diluvio.

xliii

Ogni nazione gentile ebbe un suo Ercole il quale fu figliuolo di Giove; e Varrone, dottissimo dell’antichità, ne giunse a noverare quaranta.50

Questa Degnità è ’l principio dell’eroismo de’ primi popoli, nato da una falsa oppenione: gli eroi provenir da divina origine. Questa stessa Degnità con l’antecedente, che ne danno prima tanti Giovi, dappoi tanti Ercoli traile nazioni gentili, oltreché ne dimostrano che non si poterono fondare senza religione né ingrandire senza virtù, essendono elle ne’ lor incominciamenti selvagge e chiuse, e perciò non sappiendo nulla l’una dell’altra, per la Degnità che «idee uniformi, nate tra popoli sconosciuti, debbon aver un motivo comune di vero», ne danno di più questo gran principio: che le prime favole dovettero contenere verità civili, e perciò essere state le storie de’ primi popoli. [p. 137 modifica]

xliv

I primi sappienti del mondo greco furon i poeti teologi, i quali senza dubbio fioriron innanzi agli eroici, siccome Giove fu padre d’Ercole.

Questa Degnità con le due altre antecedenti stabiliscono che tutte le nazioni gentili, poiché tutte ebbero i loro Giovi, i lor Ercoli, furono ne’ loro incominciamenti poetiche; e che prima tra loro nacque la poesia divina; dopo, l’eroica.

xlv

Gli uomini sono naturalmente portati a conservar le memorie delle leggi e degli ordini che gli tengono dentro la loro società.

xlvi

Tutte le storie barbare hanno favolosi principii (a)51. Tutte queste Degnità, dalla quarantesimaseconda, ne danno il principio della nostra Mitologia istorica.

xlvii

La mente umana è naturalmente portata a dilettarsi dell’uniforme.

Questa Degnità, a proposito delle favole, si conferma dal costume c’ha il volgo, il quale degli uomini nell’una o nell’altra parte famosi, posti in tali o tali circostanze, per ciò che loro in tale stato conviene, ne finge acconce favole; le quali sono verità d’idea in conformità del merito di coloro de’ quali il volgo le finge, e in tanto sono false talor in fatti, in quanto al merito di quelli non sia dato ciò di che essi son degni. Talché, se bene [p. 138 modifica]vi si rifletta, il vero poetico è un vero metafisico, a petto del quale il vero fisico che non vi si conforma dee tenersi a luogo di falso. Dallo che esce questa importante considerazione in ragion poetica: che ’l vero capitano di guerra, per esemplo, è ’l Goffredo che finge Torquato Tasso; e tutti i capitani che non si conformano in tutto e per tutto a Goffredo, essi non sono veri capitani di guerra.

xlviii

E natura de’ fanciulli che con l’idee e nomi degli uomini, femmine, cose che la prima volta hanno conosciuto, da esse e con essi dappoi apprendono e nominano tutti gli uomini, femmine, cose e’ hanno con le prime alcuna somiglianza o rapporto.

xlix

È un luogo d’oro quel di Giamblico, De mysteriis Ægyptiorum, sopra52 arrecato, che gli Egizi tutti i ritruovati utili o necessari alla vita umana richiamavano a Mercurio Trimegisto.

Cotal detto, assistito dalla Degnità precedente, rovescierà a questo divino filosofo tutti i sensi di sublime Teologia naturale ch’esso stesso ha dato a’ misteri degli Egizi.
E queste tre Degnità ne danno il principio de’ caratteri poetici, i quali costituiscono l’essenza delle favole. E la prima dimostra la natural inclinazione del volgo di fingerle, e fingerle con decoro; la seconda dimostra ch’i primi uomini, come fanciulli del gener umano, non essendo capaci di formar i generi intelligibili delle cose, ebbero naturale necessità di fingersi i caratteri poetici, che sono generi o universali fantastici, da ridurvi come a certi modelli, o pure ritratti ideali, tutte le spezie particolari a ciascun suo genere simiglianti; per la qual simiglianza,le antiche favole non potevano fingersi che con decoro. Appunto come gli Egizi tutti i loro ritruovati utili o necessari al gener umano, che sono particolari effetti di sapienza civile, riducevano [p. 139 modifica]al genere del «sappiente civile», da essi fantasticato Mercurio Trimegisto; perchè non sapevano astrarre il gener intelligibile di «sappiente civile» e molto meno la forma di civile sapienza della quale furono sappienti cotal’Egizi. Tanto gli Egizi nel tempo ch’arrichivan il mondo de’ ritruovati o necessari o utili al gener umano furon essi filosofi e s’intendevano di universali, sia di generi intelligibili!

E quest’ultima Degnità, in séguito dell’antecedenti, è il principio delle vere allegorie poetiche, che alle favole davano significati imivoci, non analogi, di diversi particolari compresi sotto i loro generi poetici; le quali perciò si dissero «diversiloquia», cioè parlari comprendenti in un general concetto diverse spezie di uomini o fatti o cose.

l

Ne’ fanciulli è vigorosissima la memoria; quindi vivida all’eccesso la fantasia, ch’altro non è che memoria o dilatata o composta.

Questa Degnità è il principio dell’evidenza dell’immagini poetiche che dovette formare il primo mondo fanciullo.

li

In ogni facultà uomini i quali non vi hanno la natura, vi riescono con ostinato studio dell’arte; ma in poesia è affatto niegato di riuscire con l’arte chiunque non v’ha la natura.

Questa Degnità dimostra che poiché la poesia fondò l’umanità gentilesca, dalla quale e non altronde dovetter uscire tutte le arti, i primi poeti furono per natura.

lii

I fanciulli vagliono potentemente nell’imitare, perchè osserviamo per lo più trastullarsi in assembrare ciò che son capaci d’apprendere.

Questa Degnità dimostra che ’l mondo fanciullo fu di nazioni poetiche, non essendo altro la poesia che imitazione. [p. 140 modifica]E questa Degnità daranne il principio di ciò: che tutte l’arti del necessario, utile, comodo e ’n buona parte anco dell’umano piacere, si ritruovarono ne’ secoli poetici, innanzi di venir i filosofi; perchè l’arti non sono altro ch’imitazioni della natura e poesie in un certo modo reali.

lii

Gli uomini prima sentono senz’avvertire, dappoi avvertiscono con animo perturbato e commosso, finalmente riflettono con mente pura.
Questa Degnità è ’l principio delle sentenze poetiche, che sono formate con sensi di passioni e d’affetti (a)53, a differenza delle sentenze filosofiche, che si formano dalla riflessione con raziocini; onde queste più s’appressano al vero quanto più s’innalzano agli universali, e quelle sono più certe quanto più s’appropiano a’ particolari (b)54.

liv

Gli uomini le cose dubbie ovvero oscure che lor appartengono, naturalmente interpetrano secondo le loro nature e quindi uscite passioni e costumi.

Questa Degnità è un gran canone della nostra mitologia, per lo quale le favole, trovate da’ primi uomini selvaggi e crudi tutte severe, convenevolmente alla fondazione delle nazioni che venivano dalla feroce libertà bestiale, poiché col lungo volger degli anni e cangiar de’ costumi furon impropiate, alterate, oscurate ne’ tempi dissoluti e corrotti anco innanzi d’Omero; perchè agli uomini greci importava la religione, temendo di non avere gli dèi così contrari a’ loro voti come contrari eran a’ loro costumi, [p. 141 modifica]attaccarono i loro costumi agli dèi, e diedero sconci, laidi, oscenissimi sensi alle favole (a)55.

lv

È un aureo luogo quello d’Eusebio (dal suo particolare della sapienza degli Egizi innalzato a quella di tutti gli altri gentili) ove dice56: «Primam Ægyptiorum Theologiam mere historiam fuisse fabulis interpolatam; quarum, quum postea puderet posteros, sensim cœperunt mysticos iis significatus affingere»; come fece Maneto, o sia Manetone, sommo pontefice egizio, che trasportò tutta la storia egiziaca ad una sublime Teologia naturale, come pur sopra si è detto 57.

Queste due Degnità sono due grandi pruove della nostra Mitologia istorica, e sono insiememente due grandi turbini per confondere l’oppenioni della sapienza innarrivabile degli antichi, come due grandi fondamenti della verità della religion cristiana, la quale nella sagra storia non ha ella narrazioni da vergognarsene. [p. 142 modifica]

lvi

I primi autori tra gli Orientali, Egizi, Greci e Latini e, nella barbarie ricorsa, i primi scrittori nelle nuove lingue d’Europa si truovano essere stati poeti.

lvii

I mutoli si spiegano per atti o corpi c’hanno naturali rapporti all’idee ch’essi vogliono significare.

Questa Degnità è ’l principio de’ geroglifici, co’ quali si truovano aver parlato tutte le nazioni nella loro prima barbarie. Quest’istessa è ’l principio del parlar naturale, che congetturò Platone nel Cratilo58 e dopo di lui Giamblico, De mysteriis Ægyptiorum59, essersi una volta parlato nel mondo, co’ quali sono gli Stoici60 ed Origene, Contra Celso61; e perchè ’l dissero indovinando, ebbero contrari Aristotile nella Periermenia62 e Galeno, De decretis Hippocratis et Platonis63; della qual disputa ragiona Publio Nigidio appresso Aulo Gellio64 Alla qual favella naturale dovette succedere la locuzion poetica per immagini, somiglianze, comparazioni e naturali propietà. [p. 143 modifica]

lviii

I mutoli mandan fuori i suoni informi cantando, e gli scilinguati, pur cantando, spediscono la lingua a prononziare.

lix

Gli uomini sfogano le grandi passioni dando nel canto, come si sperimenta ne’ sommamente addolorati e allegri. Queste due Degnità, supposte che gli autori delle nazioni gentili eran andat’in uno stato ferino di bestie mute, e che, per quest’istesso balordi, non si fussero risentiti ch’a spinte di violentissime passioni, dovettero formare le prime loro lingue cantando.

lx

Le lingue debbon aver incominciato da voci monosillabe; come nella presente copia di parlari articolati ne’ quali nascon ora, i fanciulli, quantunque abbiano mollissime le fibbre dell’istrumento necessario ad articolare la favella, da tali voci incominciano.

lxi

II verso eroico è lo più antico di tutti e lo spondaico il più tardo; e dentro si truoverà il verso eroico esser nato spondaico (a)65.

lxii

Il verso giambico è ’l più somigliante alla prosa, e ’l giambo è «piede presto», come vien diffinito da Orazio.66
Queste due Degnità ultime danno a congetturare che andarono con pari passi a spedirsi e l’idee e le lingue. [p. 144 modifica]Tutte queste Degnità, dalla quarantesimaseconda incominciando, insieme con le sopra proposte per principii di tutte l’altre67, compiono tutta la ragion poetica nelle sue parti, che sono: la favola, il costume e suo decoro, la sentenza, la locuzione e la di lei evidenza, l’allegoria, il canto e per ultimo il verso. E le sette ultime convincon altresì che fu prima il parlar in verso e poi il parlar in prosa appo tutte le nazioni.

lxiii

La mente umana è inchinata naturalmente co’ sensi a vedersi fuori nel corpo, e con molta difficultà per mezzo della reflessione ad intendere sé medesima.

Questa Degnità ne dà l’universal principio d’etimologia in tutte le lingue, nelle qual’i vocaboli sono trasportati da’ corpi e dalle propietà de’ corpi a significare le cose della mente e dell’animo.

lxiv

L’ordine dell’idee dee procedere secondo l’ordine delle cose.

lxv

L’ordine delle cose umane procedette: che prima furono le selve, dopo i tuguri, quindi i villaggi, appresso le città, finalmente l’accademie.

Questa Degnità è un gran principio d’etimologia: che secondo questa serie di cose umane si debbano narrare le storie delle voci delle lingue natie, come osserviamo nella lingua latina quasi tutto il corpo delle sue voci aver origini selvagge e contadinesche. Come per cagion d’esemplo «lex» che dapprima dovett’essere «raccolta di ghiande» (a)1», da cui crediamo detta [p. 145 modifica]«ilex», quasi «illex», l’elce (come certamente «aquilex» è ’l raccoglitore d’acque), perchè l’elce produce la ghianda, alla quale s’uniscou i porci; — dappoi «lex» fu «raccolta di legumi», dalla quale questi furon detti «legumina»; — appresso, nel tempo che le lettere volgari non si eran ancor truovate con le quali fussero scritte le leggi, per necessità di natura civile «lex» dovett’essere «raccolta di cittadini» (a), o sia il pubblico parlamento, onde la presenza del popolo era la legge che solennizzava i testamenti che si facevano «calatis comitiis»; — finalmente il raccoglier lettere e farne com’un fascio in ciascuna parola fu detto «legere».

lxvi

Gli uomini prima sentono il necessario, dipoi badano all’utile, appresso avvertiscono il comodo, più innanzi si dilettano del piacere, quindi si dissolvono nel lusso, e finalmente impazzano in istrappazzar le sostanze2.

lxvii

La natura de’ popoli prima è cruda, dipoi severa, quindi benigna, appresso dilicata, finalmente dissoluta,

(a) [CMA3] o sia civil ràgunauza per comandarvi le leggi (onde la presenza del popolo solennizava gli atti legittimi tra’ Romani, e quindi i testamenti i quali si dicevano farsi «calatis comitiis», ch’erano per necessità di natura tutti nuncupativi, perchè i testamenti scritti furon appresso introdutti dal pretore, poi che s’era ritruovata la scrittura volgare); e a’ tempi barbari ritornati, ne’ quali erano radi coloro che sapessero di lettera, la pubblica ragunanza fu detta «parlamento». Finalmente, poi che fu ritruovata la scrittura volgare, fu da’ gramatici

con comune errore creduto che «lex» sia stata detta «a legenda», quando da «lex», per le origini delle lingue che dentro si truoveranno, deve venir esso «legere», che altro non è che raccoglier lettere. Tanto la scrittura è di sostanza della legge [SN2] E questa Degnità con l’altra antecedente tornano a rinniegare la sapienza riposta de’ fondatori de’ primi popoli. [p. 146 modifica]

lxviii

Nel gener umano prima surgono immani e goffi, qual’i Polifemi; poi magnanimi ed orgogliosi, quali gli Achilli; quindi valorosi e giusti, quali gli Aristidi, gli Scipioni Affricani; più a noi3 gli appariscenti con grand’immagini di virtù che s’accompagnano con grandi vizi, ch’appo il volgo fanno strepito di vera gloria, quali gli Alessandri e i Cesari; più oltre i tristi riflessivi, qual’i Tiberi; finalmente i furiosi dissoluti e sfacciati, qual’i Caligoli, i Neroni, i Domiziani.

Questa Degnità dimostra che i primi abbisognarono per ubbidire l’uomo all’uomo nello stato delle famiglie, e disporlo ad ubbidir alle leggi nello stato ch’aveva a venire delle città; i secondi, che naturalmente non cedevano a’ loro pari, per istabilire sulle famiglie le repubbliche di forma aristocratica; i terzi, per aprirvi la strada alla libertà popolare; i quarti, per introdurvi le monarchie; i quinti, per istabilirle; i sesti, per rovesciarle.

E questa con l’antecedenti Degnità danno una parte de’ principii della Storia ideal eterna, sulla quale corrono in tempo tutte le nazioni ne’ loro sorgimenti, progressi, stati, decadenze e fini.

lxix

I governi debbon essere conformi alla natura degli uomini governati.

Questa Degnità dimostra che per natura di cose umane civili la scuola pubblica de’ principi è la morale de’ popoli.

lxx

Si conceda ciò che non ripugna in natura e qui poi truoverassi vero di fatto: che dallo stato nefario del mondo eslege si ritirarono prima alquanti pochi più robusti, che fondarono le famiglie, con le quali e per le quali ridussero i campi a coltura; e gli altri molti lunga età dopo se ne ritirarono, rifuggendo alle terre colte di questi padri. [p. 147 modifica]

lxxi

I natii costumi, e sopra tutto quello della natural libertà, non si cangiano tutti ad un tratto, ma per gradi e con lungo tempo.

lxxii

Posto che le nazioni tutte cominciarono da un culto di una qualche divinità, i padri nello stato delle famiglie dovetter esser i sappienti in divinità d’auspicii, i sacerdoti che sagrificavano per proccurargli o sia ben intendergli, e gli re che portavano le divine leggi alle loro famiglie.

lxxiii

È volgar tradizione che i primi i quali governarono il mondo furono re.

lxxiv

È altra volgar tradizione ch’i primi re si criavano per natura i più degni.

lxxv

E volgar tradizione ancora ch’i primi re furono sappienti, onde Platone4 con vano voto disiderava questi antichissimi tempi ne’ quali o i filosofi regnavano o filosofavano i re.

Tutte queste Degnità dimostrano che nelle persone de’ primi padri andarono uniti sapienza, sacerdozio e regno, e ’l regno e ’l sacerdozio erano dipendenze della sapienza, non già riposta di filosofi, ma volgare di legislatori (a)1; e perciò dappoi in tutte le nazioni i sacerdoti andarono coronati. [p. 148 modifica]

lxxvi

È volgar tradizione che la prima forma di governo al mondo fusse ella stata monarchica.

lxxvii

Ma la Degnità sessantesimasettima con l’altre seguenti, e ’n particolare col corollario della sessantesimanona, ne danno che i padri nello stato delle famiglie dovettero esercitare (a)2 un imperio monarchico solamente soggetto a Dio. così nelle persone come negli acquisti de’ lor figliuoli, e molto più de’ famoli che si erano rifuggiti alle loro terre, e si, che essi furono i primi monarchi del mondo, de’ quali la storia sagra hassi da intendere ove gli appella «patriarchi» cioè «padri principi». Il qual diritto monarchico fu loro serbato dalla Legge delle XII Tavole per tutti i tempi della romana repubblica: «Patrifamilias ius vitæ et necis in liberos esto»3; di che è conseguenza: «Quicquid filius acquirit, patri acquirit».

lxxviii

Le famiglie non posson essere state dette con propietà d’origine altronde che da questi famoli de’ padri nello stato allor di natura.

lxxix

I primi soci, che propiamente sono «compagni per fine di comunicare tra loro l’utilità», non posson al mondo immaginarsi né [p. 149 modifica]intendersi innanzi di questi rifuggiti, per aver salva la vita da’ primi padri anzidetti, e ricevuti per la lor vita, obbligati a sostentarla con coltivare i campi di tali padri.

Tali si truovano i veri soci degli eroi, che poi furono i plebei dell’eroiche città, e finalmente le provincie de’ popoli principi.

lxxx

Gli uomini vengono naturalmente alla ragione de’ benefizi, ove scorgano o ritenerne o ritrarne buona e gran parte d’utilità; che son i benefizi che si possono sperare nella vita civile.

lxxxi

E propietà de’ forti gli acquisti fatti con virtù non rillasciare per infingardaggine, ma, o per necessità o per utilità, rimetterne a poco a poco e quanto meno essi possono.

Da queste due Degnità sgorgano le sorgive perenni de’ feudi, i quali con romana eleganza si dicono «beneficia».

lxxxii

Tutte le nazioni antiche si truovano sparse di clienti e di clientele, che non si possono più acconciamente intendere che per vassalli e per feudi; né da’ feudisti eruditi si truovano più acconce voci romane per ispiegarsi che «clientes» e «clientelæ».

Queste tre ultime Degnità con dodici precedenti, dalla settantesima incominciando, ne scuoprono i principii delle repubbliche, nate da una qualche grande necessità (che dentro si determina) a’ padri di famiglia fatta da’ famoli, per la quale andarono da sé stesse naturalmente a formarsi aristocratichc. Perocché i padri si unirono in ordini per resister a’ famoli ammutinati contro essoloro, e così uniti, per far contenti essi famoli e ridurgli all’ubbidienza, concedettero loro una spezie di feudi rustici, ed essi si truovaron assoggettiti i loro sovrani imperi famigliari (che non si posson intendere che sulla ragione di feudi nobili) all’imperio sovrano civile de’ lor ordini regnanti medesimi; e i [p. 150 modifica]capi ordini se ne dissero «re», i quali, più animosi, dovettero ior far capo nelle rivolte de’ fanioli. Tal origine delle città, se fusse data per ipotesi (che dentro si ritruova di fatto), ella, per la sua naturalezza e semplicità e per l’infinito numero degli effetti civili che sopra come a Ior propia cagione vi reggono, dee fare necessità di esser ricevuta per vera. Perchè in altra guisa non si può al mondo intendere come delle potestà famigliari si formò la potestà civile e de’ patrimoni privati il patrimonio pubblico, e come truovossi apparecchiata la materia alle repubbliche d’un ordine di pochi che vi comandi e della moltitudine de’ plebei la qual v’ubbidisca; che sono le due parti che compiono il subbietto della Politica. La qual generazione degli Stati civili con le famiglie sol di figliuoli (a) 1si dimostrerà dentro essere stata impossibile.

lxxxiii

Questa legge d’intorno a’ campi si stabilisce la prima agraria del mondo; né per natura si può immaginar o intendere un’altra che possa essere più ristretta.

Questa legge agraria distinse gli tre dominii che posson esser in natura civile appo tre spezie di persone: il bonitario, appo i plebei; il quiritario, conservato con l’armi e ’n conseguenza nobile, appo i padri; e l’eminente, appo esso ordine, ch’è la signoria, sia la sovrana potestà, nelle repubbliche aristocratiche.
È un luogo d’oro d’Aristotile ne’ Libri politici2 ove nella divisione delle repubbliche novera i regni eroici, ne’ quali gli [p. 151 modifica]re in casa ministravan le leggi, fuori amministravan le guerre (a)3, ed erano capi della religione.

Questa Degnità cade tutta a livello ne’ due regni eroici di Teseo e di Romolo; come di quello si può osservar in Plutarco nella di lui vita, e di questo sulla storia romana, con supplire la storia greca con la romana, ove Tullio Ostilio ministra la legge nell’accusa d’Orazio (b)4 5. E gli re romani erano ancora re delle cose sagre, detti «reges sacrorum»; onde, cacciati gli re da Roma, per la certezza delle cerimonie divine ne orlavano uno che si dicesse «rex sacrorum», ch’era il capo de’ feciali, sia degli araldi (c)6.

lxxxv

E pur luogo d’oro d’Aristotile ne’ medesimi libri ove riferisce che l’antiche repubbliche non avevano leggi da punire 7 [p. 152 modifica]l’offese ed ammendar i torti privati; e dice tal costume esser de’ popoli barbari, perchè i popoli per ciò ne’ lor incominciamenti sono barbari perchè non sono addimesticati ancor con le leggi.
Questa Degnità dimostra la necessità de’ duelli e delle ripresaglie ne’ tempi barbari, perchè in tali tempi mancano le leggi giudiziarie.

lxxxvi

È pur aureo negli stessi libri d’Aristotile quel luogo ove dice che nell’antiche repubbliche8, Pol., V, 7 (9), p. 1310. i nobili giuravano d’esser eterni nemici della plebe (a)9.

Questa Degnità ne spiega la cagione de’ superbi, avari e crudeli costumi de’ nobili sopra i plebei, ch’apertamente si leggono sulla storia romana antica; che dentro essa finor sognata libertà popolare lungo tempo angariarono i plebei di servir loro a propie spese nelle guerre, gli anniegavano in un mar d’usure, che non potendo quelli meschini poi soddisfare, gli tenevano chiusi tutta la vita nelle loro private prigioni, per pagargliele co’ lavori e fatighe, e quivi con maniera tirannica gli battevano a spalle nude con le verghe come vilissimi schiavi.

[p. 153 modifica]

lxxxvii

Le repubbliche aristocratiche sono rattenutissime di venir alle guerre per non agguerrire la moltitudine de’ plebei.

Questa Degnità è ’l principio della giustizia dell’armi romane fin alle guerre cartaginesi.

lxxxviii

Le repubbliche aristocratiche conservano le ricchezze dentro l’ordine de’ nobili, perchè conferiscono alla potenza di esso ordine.

Questa Degnità è ’l principio della clemenza romana nelle vittorie, che toglievano a’ vinti le sole armi, e sotto la legge di comportevol tributo rillasciavano il dominio bonitario di tutto; ch’è la cagione perchè i padri resistettero sempre all’Agrarie de’ Gracchi, perchè non volevano arricchire la plebe.

lxxxix

L’onore è ’l più nobile stimolo del valor militare.

xc

I popoli debbon eroicamente portarsi in guerra, se esercitano gare di onore tra lor in pace, altri per conservarglisi, altri per farsi merito di conseguirgli.

Questa Degnità è un principio dell’eroismo romano dalla discacciata de’ tiranni fin alle guerre cartaginesi, dentro il qual tempo i nobili naturalmente si consagravano per la salvezza della lor patria, con la quale avevano salvi tutti gli onori civili dentro il lor ordine, e i plebei facevano delle segnalatissime imprese per appruovarsi meritevoli degli onori de’ nobili. [p. 154 modifica]

xci

Le gare, ch’esercitano gli ordini nelle città, d’uguagliarsi con giustizia sono lo più potente mezzo d’ingrandir le repubbliche.

Questo è altro principio dell’eroismo romano, assistito da tre pubbliche virtù: dalla magnanimità della plebe di volere le ragioni civli comunicate ad essolei con le leggi de’ padri, dalla fortezza de’ padri nel custodirle dentro il lor ordine, e dalla sapienza de’ giureconsulti nell’interpetrarle e condurne fil filo l’utilità a’ nuovi casi che domandavano la ragione; che sono le tre cagioni propie onde si distinse al mondo la giurisprudenza romana.

Tutte queste Degnità, dalla ottantesimaquarta incominciando, espongono nel suo giusto aspetto la storia romana antica: le seguenti tre vi si adoprano in parte.

xcii

I deboli vogliono le leggi; i potenti le ricusano; gli ambiziosi, per farsi séguito, le promuovono; i principi, per uguagliar i potenti co’ deboli, le proteggono. Questa Degnità per la prima e seconda parte è la fiaccola delle contese eroiche nelle repubbliche aristocratiche, nelle qual’i nobili vogliono appo l’ordine arcane tutte le leggi, perchè dipendano dal lor arbitrio e le miaistrino con mano regia. Che sono le tre cagioni ch’arreca Pomponio giureconsulto i, ove narra

10 [p. 155 modifica]che la plebe romana desidera la Legge delle XII tavole, con quel motto che l’erano gravi «ius latens, incertum et manus regia»; ed è la cagione della ritrosia ch’avevano i padri di dargliele, dicendo: «mores patrios servandos», «leges ferri non oportere», come riferisce Dionigi d’Alicarnasso11, che fu meglio informato che Tito Livio delle cose romane (perchè le scrisse istrutto delle notizie di Marco Terenzio Varrone, il qual fu acclamato «il dottissimo de’ romani»), e in questa circostanza è per diametro opposto a Livio, che narra12 intorno a ciò: «i nobili», per dirla con lui, «desideria plebis non aspernari». Onde per questa ed altre maggiori contrarietà osservate ne’ Principii del Diritto universale (a)13, essendo cotanto tra lor opposti i primi autori che scrissero di cotal favola da presso a cinquecento anni dopo, meglio sarà di non credere a niun degli due. Tanto più che ne’ medesimi tempi non la credettero né esso Varrone, il quale nella grande opera: Rerum divinarum et humanarum diede origini tutte natie del Lazio a tutte le cose divine ed umane d’essi Romani14; né Cicerone, il qual in presenza di Quinto Muzio Scevola, principe de’ giureconsulti della sua età, fa dire15 a Marco Crasso [p. 156 modifica]oratore che la sapienza de’ decemviri di gran lunga superava quella di Dragone e di Solone che diedero le leggi agli ateniesi, e quella di Ligurgo che diedele agli spartani; ch’è lo stesso che la Legge delle XII Tavole non era né da Sparta né da Atene venuta in Roma. E crediamo in ciò apporci al vero: che non per altro Cicerone fece intervenire Quinto Muzio in quella sola prima giornata che — essendo al suo tempo cotal favola troppo ricevuta tra’ letterati, nata dalla boria de’ dotti di dare origini sappientissime al sapere ch’essi professavano; lo che s’intende da quelle parole che ’l medesimo Crasso dice: «Fremant omnes; dicam quod sentio», — perchè non potessero opporgli ch’un oratore parlasse della storia del diritto romano, che si appartiene saper da’ giureconsulti (essendo allora queste due professioni tra lor divise), se Crasso avesse d’intorno a ciò detto falso, Muzio ne l’avrebbe certamente ripreso; siccome, al riferir di Pomponio16, riprese Servio Sulpizio, ch’interviene in questi stessi ragionamenti, dicendogli: «Turpe esse patricio viro ius in quo versar eiur ignorare».

Ma più che Cicerone e Varrone, ci dà Polibio un invitto argomento di non credere né a Dionigi né a Livio; il quale senza contrasto seppe più di politica di questi due, e fiori da dugento anni più vicino a’ decemviri che questi duc. Egli (nel libro sesto, al numero quarto e molti appresso dell’edizione di Giacomo Gronovio17 a piè fermo si pone a contemplare la costituzione delle repubbliche libere più famose de’ tempi suoi; ed osserva la romana esser diversa da quelle d’Atene e di Sparta, e più che di Sparta esserlo da quella d’Atene, dalla quale più che da Sparta i pareggiatori del gius attico col romano vogliono esser venute le leggi per ordinarvi la libertà popolare già innanzi fondata da Bruto. Ma osserva al contrario somiglianti tra loro [p. 157 modifica]la romana e la cartaginese, la quale niuno mai si è sognato essere stata ordinata libera con le leggi di Grecia; lo che è tanto vero ch’in Cartagine era espressa legge che vietava a’ Cartaginesi sapere di greca lettera18. Ed uno scrittore sappientissimo di repubbliche non fa sopra ciò questa cotanto naturale e cotanto ovvia riflessione, e non ne investiga la cagion della differenza: — Le repubbliche romana ed ateniese, diverse, ordinate con le medesime leggi; e le repubbliche romana e cartaginese, simili, ordinate con leggi diverse? — Laonde, per assolverlo d’un’oscitanza sì dissoluta, è necessaria cosa a dirsi che nell’età di Polibio non era ancor nata in Roma cotesta favola delle leggi greche venute da Atene ad ordinarvi il governo libero popolare.

Questa stessa Degnità per la terza parte apre la via agli ambiziosi nelle repubbliche popolari di portarsi alla monarchia, col secondare tal disiderio natural della plebe, che non intendendo universali, d’ogni particolare vuol una legge. Onde Silla capoparte di nobiltà, vinto Mario capoparte di plebe, riordinando lo Stato popolare con governo aristocratico, rimediò alla moltitudine delle leggi con le «Quistioni perpetue».

E questa Degnità medesima per l’ultima parte è la ragione arcana perchè, da Augusto incominciando, i romani principi fecero innumerabili leggi di ragion privata, e perchè i sovrani e le potenze d’Europa dappertutto, ne’ loro Stati reali e nelle repubbliche libere, ricevettero il Corpo del diritto civile romano e quello del diritto canonico.

xciii

Poiché la porta degli onori nelle repubbliche popolari tutta si è con le leggi aperta alla moltitudine avara che vi comanda, non resta altro in pace che contendervi di potenza non già con le leggi ma con le armi, e per la potenza comandare leggi per arricchire, quali in Roma furon l’Agrarie de’ Gracchi; onde [p. 158 modifica]provengono nello stesso tempo guerre civili in casa ed ingiuste fuori.

Questa Degnità, per lo suo opposto, conferma per tutto il tempo innanzi de’ Gracchi il romano eroismo.

xciv

La natural libertà è più feroce quanto i beni più a’ propi corpi son attaccati, e la civil servitù s’inceppa co’ beni di fortuna non necessari alla vita.

Questa Degnità per la prima parte è altro principio del natural eroismo de’ primi popoll; per la seconda, ella è ’l principio naturale delle monarchie (a)19.

xcv

Gli uomini prima amano d’uscir di suggezione e disiderano ugualità: ecco le plebi nelle repubbliche aristocratiche, le quali finalmente cangiano in popolari; — di poi si sforzano superare gli uguali: ecco le plebi nelle repubbliche (b)20 popolari, corrotte in repubbliche di potenti; — finalmente vogliono mettersi sotto le leggi:

ecco l’anarchie, o repubbliche popolari sfrenate, delle quali non si dà’ piggiore tirannide, dove tanti son i tiranni quanti sono gli audaci e dissoluti delle città. E quivi le plebi, fatte accorte da’ propi mali, per truovarvi rimedio vanno a salvarsi sotto le monarchie; ch’è la Legge regia naturale con la quale Tacito legittima la monarchia romana sotto di Augusto, «qui cuncta bellis civilibus fessa nomine principis sub imperium accepit»21. [p. 159 modifica]

xcvi

Dalla natia libertà eslege i nobili, quando sulle famiglie si composero le prime città, furono ritrosi ed a freno ed a peso: ecco le repubbliche aristocratiche nelle quali nobili son i signori; — dappoi, dalle plebi, cresciute in gran numero ed agguerrite, indutti a sofferire e leggi e pesi egualmente coi lor plebei: ecco i nobili nelle repubbliche popolari; — finalmente, per aver salva la vita comoda, naturalmente inchinati alla suggezione d’un solo: ecco i nobili sotto le monarchie.

Queste due Degnità con l’altre innanzi, dalla sessantesimasesta incominciando, sono i principii della Storia ideal eterna la quale si è sopra detta.

xcvii

Si conceda ciò che ragion non offende, col dimandarsi che dopo il Diluvio gli uomini prima abitarono sopra i monti, alquanto tempo appresso calarono alle pianure, dopo lunga età finalmente si assicurarono di condursi a’ lidi del mare.

xcviii

Appresso Strabone22 è un luogo d’oro di Platone23, che dice, dopo i particolari diluvi ogigio e deucalionio aver gli uomini abitato nelle grotte sui monti, e gli riconosce ne’ Polifemi, ne’ quali altrove24 rincontra i primi padri di famiglia del mondo; [p. 160 modifica]— di poi, sulle falde25, e gli avvisa in Bardano che fabbricò Pergamo26 che divenne poi la rocca di Troia; — finalmente, nelle pianure27, e gli scorge in Ilo, dal quale Troia fu portata nel piano vicino al mare e fu detta «Ilio»28.

xcix

E pur antica tradizione che Tiro prima fu fondata entro terra, e dipoi portata nel lido del mar fenicio; com’è certa istoria indi essere stata tragittata in un’isola ivi da presso, quindi da Alessandro Magno riattaccata al suo continente.

L’antecedente postulato e le due Degnità che gli vanno appresso ne scuoprono che prima si fondarono le nazioni mediterranee, dappoi le marittime. E ne danno un grand’argomento che dimostra l’antichità del popolo ebreo, che da Noè si fondò nella Mesopotamia, ch’è la terra più mediterranea del primo mondo abitabile e si, fu l’antichissima di tutte le nazioni. Lo che vien confermato, perchè ivi fondossi la prima monarchia, che fu quella degli Assiri, sopra la gente caldea; dalla qual erano usciti i primi sappienti del mondo, de’ quali fu principe Zoroaste.

c

Gli uomini non s’inducono ad abbandonar affatto le propie terre, che sono naturalmente care a’ natii, che per ultime necessità della vita; o di lasciarle a tempo che per l’ingordigia d’arricchire co’ traffichi, o per gelosia di conservare gli acquisti. Questa Degnità è ’l principio della trasmigrazione de’ popoli, fatta con le colonie eroiche marittime, con le innondazioni de’ barbari (delle quali sole scrisse Wolfango Lazio 29), con le colonie» [p. 161 modifica]romane ultime conosciute e con le colonie degli Europei (a) nell’Indie.

E questa stessa Degnità ci dimostra che le razze perdute degli tre figliuoli di Noè dovettero andar in un error bestiale, perchè col fuggire le fiere (delle quali la gran selva della terra doveva pur troppo abbondare) e coll’iuseguire le schive e ritrose donne (ch’in tale stato selvaggio dovevan essere sommamente ritrose e schive), e poi per cercare pascolo ed acqua, si ritruovassero dispersi per tutta la terra nel tempo che fulminò la prima volta il cielo dopo il Diluvio; onde ogni nazione gentile cominciò da un suo Giove. Perchè se avessero durato nell’umanità come il popolo di Dio vi durò, si sarebbero come quello ristati nell’Asia, che, tra per la vastità di quella gran parte del mondo e per la scarsezza allora degli uomini, non avevano ninna necessaria cagione d’abbandonare, quando non è natural costume ch’i paesi natii s’abbandonino per capriccio.

ci

I Fenici furono i primi navigatori del mondo antico.

cii

Le nazioni nella loro barbarie sono impenetrabili, che si debbono irrompere da fuori con le guerre, o da dentro spontaneamente aprire agli stranieri per l’utilità de’ commerzi, come Psammetico apri l’Egitto a’ Greci dell’Ionia e della Caria, i quali dopo i Fenici dovetter essere celebri nella negoziazione marittima; onde per le grandi ricchezze nell’Ionia si fondò il templo (a) nell’Affrica e nell’Indie occidentali ed orientali.

. [p. 162 modifica]di Giunone Samia (a)30 e nella Caria si alzò il mausoleo d’Artemisia, che furono due delle sette maraviglie del mondo; la gloria della qual negoziazione restò a quelli di Rodi, nella bocca del cui porto ergerono il gran colosso del Sole, ch’entrò nel numero delle maraviglie saddette. Cosi il Chinese per l’utilità de’ commerzi ha ultimamente aperto la China a’ nostri Europei.

Queste tre Degnità ne danno il principio d’un altro Etimologico delle voci d’origine certa straniera, diverso da quello sopra detto delle voci natic. Ne può altresì dare la storia di nazioni dopo altre nazioni portatesi con colonie ia terre straniere; come Napoli si disse dapprima «Sirena»31 con voce siriaca (ch’è argomento che i Siri, ovvero Fenici, vi avessero menato prima di tutti una colonia per cagione di tratìichij, dopo si disse «Partenope» con voce eroica greca, e finalmente con lingua greca volgare si dice «Napoli»: che sono pruove che vi fussero appresso passati i Greci per aprirvi società di negozi; ove dovette provenire una lingua mescolata di fenicia e di greca, della quale, più che della greca pura, si dice Tiberio imperadore essersi dilettato32. Appunto come ne’ Lidi di Taranto vi fu una colonia siriaca detta «Siri»33, i cui abitatori erano chiamati «Siriti» (b)34, e poi da’ Greci fu detta «Polieo» "35; e ne fu appellata «Minerva Poliade»36 [p. 163 modifica]Questa Degnità altresì dà i principii di scienza all’argomento di che scrisse il Giambullari37: che la lingua toscana sia d’origine siriaca; la quale non potè provenire che dagli più antichi Fenici, che furono i primi navigatori del mondo antico, come poco sopra n’abbiamo proposto una Degnità; perchè, appresso, tal gloria fu de’ Greci della Caria e dell’Ionia, e restò per ultimo a’ Rodiani.

ciii

Si domanda ciò ch’è necessario concedersi: che nel lido del Lazio fusse stata menata alcuna greca colonia, che poi da’ Romani vinta e distrutta, fusse restata seppellita nelle tenebre dell’antichità.

Se ciò non si concede, chiunque riflette e combina sopra l’antichità, è sbalordito dalla storia romana, ove narra Ercole, Evandro, Arcadi, Frigi dentro del Lazio, Servio Tullio greco, Tarquinio Prisco figliuolo di Demarato corintio, Enea fondatore della gente romana. Certamente le lettere latine Tacito osserva somiglianti all’antiche greche38; quando a tempi di Servio Tullio, per giudizio di Livio, non poterono i Romani nemmeno udire il famoso nome di Pittagora ch’insegnava nella sua celebratissima scuola in Cotrone39, e non incominciaron a conoscersi co’ Greci d’Italia che con l’occasione della guerra di Taranto40, che portò appresso quella di Pirro co’ Greci oltramare. [p. 164 modifica]

civ

È un detto degno di considerazione quello di Dion Cassio41; che la consuetudine è simile al re e la legge al tiranno; che deesi intendere della consuetudine ragionevole e della legge non animata da ragion naturale.

Questa Degnità dagli effetti diffinisce altresì la gran disputa: — Se vi sia diritto in natura o sia egli nell’oppenione degli uomini; — la qual è la stessa che la proposta nel corollario dell’ottava: — Se la natura umana sia socievole. — Perchè il Diritto natural delle genti essendo stato ordinato dalla consuetudine (la qual Dione dice comandare da re con piacere), non ordinato con legge (che Dion dice comandare da tiranno con forza), perocché egli è nato con essi costumi umani usciti dalla natura comune delle nazioni (ch’è ’l subbietto adeguato di questa Scienza), e tal diritto conserva l’umana società; né essendovi cosa più naturale (perché non vi è cosa che piaccia più) che celebrare i naturali costumi: per tutto ciò (a)42 la natura umana, dalla quale sono usciti tali costumi, ella è socievole.

Questa stessa Degnità, con l’ottava e ’l di lei corollario, dimostra che l’uomo non è ingiusto per natura assolutamente, ma per natura caduta e debolc. E ’n conseguenza dimostra il primo principio della cristiana religione, ch’è Adamo intiero, qual dovette neir idea ottima essere stato criato da Dio. E quindi dimostra i catolici principii della grazia: ch’ella operi nell’uomo, ch’abbia la privazione, non la niegazione delle buon’opere (b)43, e sì, ne abbia una potenza inefficace, e perciò sia efficace la grazia; che perciò non può stare senza il principio dell’arbitrio [p. 165 modifica]libero, il quale naturalmente è da Dio aiutato con la di lui Provvedenza (come si è detto sopra, nel secondo corollario della medesima ottava), sulla quale la cristiana conviene con tutte l’altre religioni. Ch’era quello sopra di che Grozio, Seldeno, Pufendorfio44 dovevano innanzi ogni altra cosa fondar i loro sistemi e convenire coi romani giureconsulti, che diffiniscono «il Diritto natural delle genti essere stato dalla divina Provvedenza ordinato» (a) .

cv


Il Diritto natural delle genti è uscito coi costumi delle nazioni tra loro conformi in un senso comune umano, senza alcuna riflessione e senza prender essemplo l’una dall’altra.

Questa Degnità, col detto di Dione riferito nell’antecedente, stabilisce la Provvedenza essere l’ordinatrice del Diritto natural delle genti, perch’ella è la regina delle faccende degli uomini.

Questa stessa stabilisce la differenza (b) 45 del Diritto natural degli Ebrei, del Diritto natural delle genti e Diritto natural [p. 166 modifica]de’ filosofi: perchè le genti n’ebbero i soli ordinari aiuti dalla Provvedenza; gli Ebrei n’ebbero anco aiuti estraordinari dal vero Dio, per lo che tutto il mondo delle nazioni era da essi diviso tra Ebrei e genti; e i filosofi il ragionano più perfetto di quello che ’l costuman le genti, i quali non vennero che da un duemila anni dopo» essersi fondate le genti. Per tutte le quali tre difFerenae non osservate, debbon cadere gli tre sistemi di Grozio, di Seldeno, di Pufendorfio.

cvi

Le dottrine debbono cominciare da quando cominciano le materie che trattano.

Questa Degnità, allogata qui per la particolar materia del Diritto natural delle genti, ella è universalmente usata in tutte le materie che qui si trattano. Ond’era da proporsi traile Degnità generali; ma si è posta qui, perchè in questa più che in ogni altra particolar materia fa vedere la sua verità e l’importanza di fame uso.

cvii

Le genti cominciarono prima delle città; e sono quelle che da’ Latini si dissero «gentes maiores», o sia case nobili antiche, come quelle de’ padri de’ quali Romolo compose il senato e, col senato, la romana città (a)46; come al contrario si dissero «gentes [p. 167 modifica]minores» le case nobili nuove fondate dopo le città, come furono quelle de’ padri de’ quali (a)48 Giunio Bruto, cacciati gli re, riempie il senato, quasi esausto per le morti de’ senatori fatti morire da Tarquinio Superbo.

cviii

Tale fu la divisione degli dèi: tra quelli delle genti maggiori, ovvero dèi consagrati dalle famiglie innanzi delle città, i quali appo i Greci e Latini certamente (e qui pruoverassi appo i primi Assiri, ovvero Caldei, Fenici, Egizi) furono dodici (il qual novero fu tanto famoso tra i Greci che l’intendevano con la sola parola «δώδεκα») e vanno confusamente raccolti in un distico latino riferito ne’ Principii del Diritto universale49 2; i quali però qui, nel libro secondo, con una Teogonia naturale, o sia generazione degli dèi naturalmente fatta nelle menti de’ Greci, usciranno così ordinati: Giove, Giunone; Diana, Apollo; Vulcano, Saturno, Vesta; Marte, Venere; Minerva, Mercurio; Nettunno; — e gli dèi delle genti minori, ovvero dèi consegrati appresso dai popoli, come Romolo il qual, morto, il popolo romano appellò «dio Quirino».

Per queste tre Degnità, gli tre sistemi di Grozio, di Seldeno, di Pufendorfio mancano ne’ loro principii, ch’incominciano dalle nazioni guardate tra loro nella società di tutto il gener umano; il quale appo tutte le prime nazioni, come sarà qui dimostrato, cominciò dal tempo delle famiglie, sotto gli dèi delle genti dette «maggiori».

cix

Gli uomini di corte idee stimano diritto quanto si è spiegato con le parole.Liv., II, 1. [p. 168 modifica]

cx

È aurea la diffinizione ch’Ulpiano assegna dell’equità civile: ch’ella è «probabilis quædam ratio non omnibus hominibus naturaliter cognita (com’è l’equità naturale), sed paucis tantum qui prudentia, usu, doctrina prœditi didicerunt quæ ad societati humanæ conservationem sunt necessaria»50; la quale in bell’italiano si chiama «ragion di Stato».

cxi

Il certo delle leggi è un’oscurezza della ragione unicamente sostenuta dall’autorità, che le ci fa sperimentare dure nel praticarle, e siamo necessitati praticarle per lo di lor «certo», che in buon latino significa «particol arizzato» o, come le scuole dicono, «individuato»; nel qual senso «certum» e «commune», con troppa latina eleganza, son opposti tra loro.

Questa Degnità con le due seguenti diffinizioni costituiscono il principio della ragion stretta, della qual è regola l’equità civile; al cui certo, o sia alla determinata particolarità delle cui parole, i barbari d’idee particolari naturalmente s’acquetano, e tale stimano il diritto che lor si debba. Onde ciò che in tali casi Ulpiano dice: «Lex dura est, sed scripta est»51 tu diresti, con più bellezza latina e con maggior eleganza legale: «Lex dura est, sed certa est». [p. 169 modifica]

cxii

Gli uomini intelligenti stimano diritto tutto ciò che detta essa uguale utilità delle cause.

cxiii

Il vero delle leggi è un certo lume e splendore di che ne illumina la ragion naturale; onde spesso i giureconsulti (a)52 usan dire «verum est» per «æquum est».

Questa diffinizione come la centoundecima sono proposizioni particolari per far le pruove nella particolar materia del Diritto natural delle genti, uscite dalle due generali, nona e decima, che trattano del vero e del certo generalmente, per far le conchiusioni in tutte le materie che qui si trattano.

cxiv

L’equità naturale della ragion umana tutta spiegata è una pratica della sapienza nelle faccende dell'utilità, poiché «sapienza» nell’ampiezza sua altro non è che scienza di far uso delle cose, qual esse hanno in natura.

Questa Degnità con l’altre due seguenti diffinizioni costituiscono il principio della ragion benigna, regolata dall’equità naturale, la qual è connaturale alle nazioni ingentilite; dalla quale scuola pubblica si dimostrerà esser usciti i filosofi.

Tutte queste sei ultime proposizioni fermano che la Provvedenza fu l’ordinatrice del Diritto natural delle genti; la qual permise che, poiché per lunga scorsa di secoli le nazioni avevano a vivere incapaci del vero e dell’equità naturale (la quale più rischiararono, appresso, i filosofi), esse si attenessero al certo ed all’equità civile, che scrupolosamente custodisce le parole degli ordini e delle leggi; e da queste fussero portate ad osservarle [p. 170 modifica]generalmente anco ne’ casi che riuscissero dure, perchè si serbassero le nazioni.

E queste istesse sei proposizioni, sconosciute dagli tre principi della dottrina del Diritto natural delle genti, fecero ch’essi, tutti e tre, errassero di concerto nello stabilirne i loro sistemi; perc’han creduto che l’equità naturale nella sua idea ottima fusse stata intesa dalle nazioni gentili fin da’ loro primi incominciamenti, senza riflettere che vi volle da un duemila anni perchè in alcuna fussero provenuti i filosofi, e senza privilegiarvi un popolo con particolarità assistito dal vero Dio.

Note

  1. (a) si è da noi dimostro nella Scienza nuova [CMA3] prima4 [SN2] essere stato impossibile, e se ne arrecheranno altre pruove in quest’opera.»
    1. (a) [CMA3] Queste due Degnità accennano qui la propietà de’ regni eroici, della quale udiremo Aristotile in una Degnità poco appresso5.
      1. (a) [CM44] ond’è «illix» da Plauto detta «la meretrice» 68, da cui crediamo detta «ilex», quasi «illex», l’elce, ecc.
        1. (b) [CMA3] Le quali, riconoscendo tai costumi uniformi senza avergli le une all’altre comunicati, gli osservarono come «iura a diis posita» e «τῶν θεῶν δορῶν», «dono degli dèi»; come ne diffinisce il Diritto natural delle genti Demostene. 2 Questo sarà lo più gran lavoro che si farà, ecc.
          1. (a) [CMA3] come dall’imperadore Antonino Pio 17 in poi fu il diritto civile romano comunicato a tutto il mondo soggetto al romano imperio, e non sarebbe un diritto, ecc.
            1. (a) Assiomi o Degnità filosofiche e filologiche, diffinizioni e discrete domande, che devon esser gli elementi di questa Scienza dell’umanità.
            2. (b) onde non più (come finora in tutti i ragionamenti che si leggono sui libri dintorno a’ principii di religioni, lingue, ordini, costumi, leggi, potestadi, imperi, dominii, commerzi, giudizi, pene, guerre, paci, allianze che l’intiero subbietto ne compiono) ragioni contro ragioni, autorità contro autorità con ostinata guerra combattino, ma si compongano in una perpetua pace.
            3. (c) [CMA2] La prima e principale di tutte le Degnità qui [CMA3] appresso proposte [CMA2] era questa gran metafisica verità [CMA3] (la qual noi certamente avevamo usata in tutta quest’opera per rinvenire l’origini delle nazioni e delle scienze, le quali senza dubbio da esse nazioni sono state ritraevate; ma non avevamo fin a quest’altra impressione avvertita), la qual è che l'uomo, ecc.
            4. (d) [CMA3] e con questa smisurata misura esso delle cose che ignora, immagina sformatamente più di quello ch’elleno son in fatti.
            5. 30.
            6. (a) Questa stessa Degnità dimostra la boria esser figliuola dell’ignoranza e dell’amor propio; il quale ci gonfia perciocché in noi sono troppo indonnate l’idee ch’abbiamo di noi medesimi e delle cose nostre, e con quelle come matti guardiamo le cose che da noi non s’intendono. — A questo genere, ecc.»
            7. Si vegga più su, pp. 68, 72-3.
            8. Si vegga più su, p. 68, nota 5.
            9. (a) [In CMA3 il V. ricorda qui ancora una volta la differenza tra il calcolo di Eusebio e quello di Filone di cui a p. 69].
            10. Si vegga più su p. 94, nota 3.
            11. (b) Onde ogni ragionamento erudito che si faccia dintorno ad ogni materia, udiamo incominciare dalla formazione del primo uomo, e che ciò che essi sanno sia principio al quale sien da richiamarsi tutte le cose che sanno gli altri. Questa Degnità dilegua tutte le oppenioni e dimostra vani tutti i voti e’ hanno nudrito i dotti della sapienza innarrivabile degli antichi, ecc.
            12. (c) Entrambe queste Degnità deon ammonir il leggitore il qual voglia profittare di questa Scienza (poiché entrambe queste teorie provengono da ignoranza), di porsi in uno stato x 1 di non saper nulla con docilità che con orgoglio di già saper tutto de’ principii dell’umanità
            13. (a) con la giustizia e, da quella sì moderate, farne ecc.
            14. Cic., Ad Att., II, 1,6: «Nam Catonem nostrum non tu amas plus guani ego; sed tamen ille, optimo animo utens et summa fide, nocet reipublicæ: dicit enim tanquam in Platonis πολιτείᾳ, non tanquam in Romuli fœce, sententiam».
            15. (a) ne fa la giustizia, con la quale si conservi umanamente la generazione degli uomini, che si chiama «gener umano».
            16. De iure belli et pacis, prolegomena.
            17. Non Antonino Pio, ma Caracalla. L’errore del V. (e, con lui, di moltissimi altri, a cominciare da Giustiniano, Nov., 78, § 5) deriva dalla fallace interpetrazione di un passo di Ulpiano, in Dig., I, 5 (De statu hominum), 17: «In orbe romano qui sunt, ex constitutione imperatoris Antonini [così, o «Antoninus Magnus», «Divus Antoninus» è chiamato Caracalla dai giureconsulti romani] cives romani effecti sunt.
          2. Contra Aristogitonem, I, 15, p. 774. Il passo di Demostene (con la variante «θέou», invece di «θέων») il V. trovò riferito in Marcianus, libro primo Institutionum, in Dig., I, 3 (De legib., senatuscons. et longa consuetud.), 2.
        2. (a) innanzi d’impurarsi con lingue straniere, dev’esser, ecc.
        3. (b) spiega la ragione perchè per pruove filologiche del Diritto naturale delle genti antiche ci serviamo [CMA1] per lo più [SN2] de’ parlari latini, i quali troviamo esser tutti parlari eroici, spieganti l’idee propiamente e con verità. Per la stessa ragione, ecc.
        4. CI2, p. 36.
        5. (c) [CM3] in un Ragionamento nel di lor fine.
        6. (a) che si spiega quasi tutta per termini astratti, talchè, ecc.
        7. (b) della Topica e della Geometria, ecc.
        8. I, 8. Si vegga p. 111.
        9. Si vegga l’Appendice.
        10. (a) [CMA3] sconcezze, contradizioni e impossibilità di cotali oppenioni. Ma di queste quattro la prima ne darà altresì i primi fondamenti delle ragioni con le quali questa Scienza stabilisce i principii dell’umanità gentilesca, che si truoveranuo esser quelli della poesia,a cagion che i di lei fondatori per la loro somma ignoranza faccendosi regola dell’universo, con le loro favole formarono gli tre mondi descritti nella dipintura, cioè quello degli dèi, quello della natura e quello loro propio degli uomini. Le seguenti, ecc.
        11. (b) [CMA3] Scientiæ dehent esse de æternis et immutabilibus».
        12. (c) [CMA3] e più profittevole in filosofare, ecc.
        13. Cogitata et visa de interpretat. naturæ sive de invent. rerum et operum (1607).
        14. (a) [CMA3] E primieramente si proporranno quelle che stabiliscano ì principii della storia universale profana e della di lei perpetuità con la sagra, che tutt’i dotti confessano ancor mancare al mondo delle scienze.
        15. (b) è ’l fondamento di tutte l’essenziali differenze tra ’l diritto natural degli Ebrei e ’l diritto natural delle genti e ’l diritto natural de’ filosofi, i quali non vennero traile genti senonsè almeno un mille e cinquecento anni dopo essersi fondate le nazioni ov’essi provennero. Per le quali tre spezie di diritto naturale tra lor confuse si rovesciano gli tre sistemi che ne meditarono gli tre principi di questa dottrina: Ugon Grozio, Giovanni Seldeno e Samuello Pufendorfio, e sopra quelle stesse tre spezie tra loro distinte se ne stabilisce uno diverso da noi.
        16. Op. cit., specialmente c. 5, pp. 335-40: «Omnis generis testimoniis probatum historiam Diluvii a Mose descriptam intelligendam esse de toto terrarum orbe aquis tecto»; — e c. 6, pp. 340-6; «Absurda varia proponuntur quæ non poterunt non provenire, si statuatur neque totam terroni tempore Noachi aquis fuisse tectam, neque omne animalium genus aquis absorptum».
        17. Il Weber postilla semplicemente: «In seinem Werke: De concordia Astrologiæ et Theologiæ»: citazione abbastanza vaga e che mostra che forse nemmeno a lui riuscì vedere direttamente quest’opera dell’Alliac, che, per quante ricerche io abbia fatte in parecchie pubbliche biblioteche italiane, non m’è riuscito finora di rinvenire.
        18. Ioannis Pici Mirandulæ, Concordiae comitis, Disputationem in Astrologiam libri XII, lib. V, cc. 7-11 (in Opera omnia, Basileæ, Ex officina Euricpetrina, MD. LXXII, I, pp. 553-70). — Per altro, il Pico della Mirandola, non che seguire Alliac, lo confuta. Cf r., p. e., c. VIII: «Tempus rerum non ab astrologia, ut putavit Alliacensis, sed ab historia esse petendum»; — c. X: «Errasse multifariam Alliacensem, et, ut quæcumque supponit concedantur, non tamen efficere quod vult».
        19. Seguace delle Tavole alfonsine è l’Alliac, non il Pico della Mirandola. Cfr. op. cit., p..565: «Alphonsus numerat a Diluvio ad Christum annos tria millia centum et duos. Idem sentii Albumasar, quem ille scilicet est secutus. Huic numero refragatur omnis historia. Putat Alliacensis errare omnes historias potius quam astrologos. Qua quæso ratione?».
        20. Si vegga p. 80, n. 3.
        21. De gigantibus eorumque reliquiis ac de his hominibus qui prodigiosis viribus ad Gigantùm naturam proximi videntur accedere, ubi etium Ioan. Goropii error perstringitur qui in sua «Gigantomachia» nulla Gigantum corpora tanta quanta dicuntur fuisse affirmat, A. Ioan. Cassanione Monostroliensi (Spiræ Typis Bernardi Albini, An. CIƆ.IƆ.LXXXVII).
        22. B. G., IV, 1, ove si parla dell'«immanis corporis magnitudo» degli Svevi; e VI, 21, ove si ricorda che i Germani ritenevano che la prolungata impubertà conferisse all’alta statura.
        23. De mor. Germ., 4, ove si accenna ai «magna corpora» dei Germani; e 18, ove si osserva che essi «nudi ac sordidi, in hos artus, in hæc corpora quæ miramur excrescunt».
        24. (a) origini illuminate dal vero Dio, certamente più antiche di quante n’ebbero tutti i gentili.
        25. Si vegga p. 69.
        26. CI2, Ad ornatum capitis XXIII (De gentium lingua divina).
        27. (a) raccolti da noi nelle Note al Diritto universale26, [CMA3] e noi rapporteremo qui dentro a suo luogo, mentova, ecc.
        28. Lib. II, sez. II, cap. IV.
        29. (b) tremila nomi, ecc.
        30. S. Agostino, De civ. Dei, IV, 8 e VI, 9, dà lunghi elenchi di dèi pagani; ma non cita Varrone, né porta il numero di quei dèi a 30000, contentandosi di chiamarli «innumerabili». Varrone invece è citato nel lib. VI, c. 19 {De offic. singulor. deor.), ove si dice che egli «enumerare deos cœwpit a conceptione hominis... ttsqtie ad decrepiti hominis mortem»; ma neppure qui si parla di 30000 dèi.
        31. (c) così domestica e villereccia e pastoreccia, come civile.
        32. IL V. vuole alludere principalmente al seguente passo dell'Epistola dedicatoria Guilelmo comiti Devoniæ, premessa agli Elementa philosophica (in Opera philosophica latine scripta, ediz. Amstel., Blaev, 1668, I, in princ.): «Physica ergo res novitia est. Sed philosophia civilis multo adhuc magis, ut quoe antiquior non sit.... libro quem «De cive» ipse scripsi. Quid autem? Nulline erant philosophi apud Grcecos antiquos, ncque physici, ncque civiles? Fuere certe qui sic appellabantur, teste Luciano, a quo irrisi, testibus nonnullis civitatibus, unde edictis publicis scepius sunt expulsi. Sed non ob eam rem necesse est fuisse philosophiam». — Del qual passo, più che dall’opera dell’Hobbes direttamente, il V. doveva forse aver conoscenza mediante l'op. qui sotto cit. del Paschio, il quale con asprissime critiche lo trascrive a p. 193.
        33. (a) [CMA3] perchè quella aveva trattato solamente dell’uomo nella solitudine, nella famìglia, nella città, con la Morale, con l’Iconomica e con la Politica, non pensò mai all’uomo nella società di tutto il gener umano. Né Obbes, ecc. 2
        34. Georgii Paschii, Phil. D. Eiusdemque in Academia quse Kiloni Holsatorum est, Prof. Ord., De novis inventis, quorum accuratiori cultui facem proetulit anti- ) quitas, Tractatus secundum ductum disciplinarum, facultatum atque artium in gratiam curiosi lectoris concinnatus, Editio secunda priori quarta parte auctior (Lipsiæ, Sumptibus haeredum Ioh. Grossi, MDCC). Nel cap. IV, §§ 8-10 (pp. 190-203), si fa una critica spietata dell’Hobbes, ponendosi in rilievo le derivazioni della filosofia di lui da quella epicurea.
        35. Propriamente, Pol., VI, 56, dice: «Ἐἰ μέν γὰρ ἦν σοφῶν ἀνδρῶν πολίτευμα συναγαγεῖν, ἴσως οὐδὲν ἠν ἀναγκαῖος ὀ τοιο̃υτος τρόπος», alludendo a quell’eccesso di superstizione, onde di proposito deliberato, per motivi di opportunità politica, s’era voluto imbevere la vita pubblica e privata romana.
        36. Ann., I, 28.
        37. Div. Inst., I, 15: «Si enìm nulli reges ante Saturnutn vel Uranum fuerunt propter hominum raritatem, qui agrestem vitam sine ullo rectore vivebani; non est dubium quin illis temporibus homines regeni ipsum totumque gentem summis laudibus ac novis honoribus iactare cœperint, ut etiam «deos» appellarent, sive ob miraculum.... in adulationem præsentis potentiæ,» ecc.
        38. (a) (come gli Americani ogni cosa nuova o grande chiamano «dèi»), sive ecc.
        39. (a)[CMA3] Queste due Degnità, la prima assolutamente e la seconda per la prima e seconda parte, sono particelle della prima Degnità da noi qui sopra posta
        40. (b) (chè nacquero gemelle), e, ecc..
        41. Amph., IV, 2, vv. 15-6: "Nisi formam di meam hodie perduint; Faxo onustis bubulis sit cordis, Saturni hostia».
        42. Si veda più oltre lib. II, sez. III.
        43. Allude forse a Cic, De leg., III, 8: «cito necatus, tamquam ex XII Tabb., insignis ad deformitatem puer».
        44. (a) [CMA3] di Petronio Arbitro: Primos, ecc.
        45. Stat., Theb., III, 661. Cfr. Petr. Arb., Fragm. Satyrici, ediz. Burmann, I, p. 872.»
        46. I, 101.
        47. (b) dugento anni, ecc.
        48. (a) [CMA3] sperdute di Cam subito, di Giafet alquanto dopo, e finalmente di Sem alla fine, tratto tratto fussero, ecc.
        49. (b) Ma per l’altezza della Mesopotamia, ch’è la ten’a più mediterranea della parte più terrestre del mondo, donde incominciò la divisione della terra tra’ figliuoli di Noè, è necessario vi avesse fulminato il cielo da un cento anni prima; donde si truovarono uniti in popolo li Caldei, i quali dugento anni dopo il Diluvio sotto Nebrod alzarono in Babillonia la torre della confusione. Lo che si dimostra da ciò: che ora la vasta terra ove fu Babillonia, è tutta sfruttata, perchè per la sua altezza ne sia scorso giù l’umidore che conservano iuttavia l’altre terre del mondo.
        50. Si vegga p. 61, n. 2.
        51. (a) Queste due Degnità con le tre altre precedenti ne danno l’origine dell’antiche favole, nate da questa umana necessità di comunicar i primi popoli tra loro dintorno alle loro famigliari o civili faccende. E tutte l’anzidette Degnità ne dànno, ecc.
        52. Si vegga p. 80.
        53. (a) [CMA4] (siccome la natia significazione di tal voce «sententia» viene da esso «sentire»), a differenza, ecc.
        54. (b) Tutte e tre queste precedenti Degnità [xlix, l, lui] rinniegano ogni sapienza riposta a’ poeti teologi fondatori del mondo gentilesco.
        55. (a) Questa stessa Degnità rinniega Orfeo con queste favole essere stato l’ordinatore della greca umanità.
        56. Il Weber cita le Præpar. evang., II, 1. Ma né in questo capitolo in cui Eusebio dà un riassunto della teologia egiziana, né negli altri luoghi delle sue opere (come, p. c., nelle Demonstr. evang.) in cui si accenna agli Egizi, v’è alcun passo da cui quello riferito dal V. possa essere stato tradotto. Il solo che a quest’ultimo si accosti in qualche modo, si trova in Præpar. evang., II, prœm.: «δι ̓ ̃ης ̓εμαρτύρησαν τοὺς παλαιοὺς καὶ πρώτους τά περὶ θε̃ων συστησαμένους, μηδέν εἰς φυσικάς αναφέρειν τροπολογίας, μηδ'αλληγορεῖν τοὺς περί θεῶν μύθος ἐπί μόνης δἐ τῆς λέξεος φυλάττειν τας ἱστορίας. Ταῦτα γαρ aἱ παρατεθεῖσαι τῶν ειρημενον ἒδήλουν φωναὶ, ὡς μηκέτι χρῆναιτουτων βιαίους ανιχνέυειν φυσιολογίας, σάφῆ τόν ἑξ ἐαυτῶνἔ ἒλεγχον επιφερομένον τῶν πραγμάτων», — E pochi periodi dopo: «Πᾶσαν μέν οῢν τήν Αιγύπτιακήν ιστορίαν εις πλάτος τῆς Ελλήνων μετείληφε φωνῆς, ιδίως τε τά περί τῆς κατ'αυτούς θεόλογίας Μανετῶς ὸ » ecc. ecc. Αιγύπτιος...»
        57. Si veda p. 60.
        58. Il V. allude alla celebre questione, se cioè il linguaggio sia per natura o per convenzione, argomento per l’appunto del Cratilo. Si vedano principalmente, c. 35 p. 425 d.; e c. 43, p. 438 b.
        59. II V., forse, vuole alludere alla sez. VII, e specialmente al c. 7, in cui si dice che i nomi degli dèi sono sorti non per umana convenzione, ma divinamente; donde la loro intraducibilità in altra lingua.
        60. Pei testi degli Stoici sulla questione e l’interpetrazione di essi, cfr. steinthal, Gesch. d. Sprachw. -, I, pp. 288-90, 293, 296-7.
        61. Orig., Contra Celsum, 1, 24; V, 45 (Opera, ediz. Migne, I, coll. 701 sgg., 1249 sgg.). Si vegga anche Exhortatio ad martyrium, 46 [ibid., col 625 sgg)
        62. Arist., De interpretatione, passim, specialmente c. 4.
        63. Né in quest’opera, né negli altri numerosi luoghi di Galeno in cui si parla di Aristotele e di Platone (giusta l’accuratissimo indice del Kuhn), si accenna mai alla questione del linguaggio.
        64. X, 4: «Quod P. Nigidius argutissitne docuit nomina non positiva esse, sed naturalia». Ma alla polemica Gellio accenna in modo generalissimo: «rem sane in philosophiæ disceptationibus celebrem».
        65. (a) [CMA1] e poscia essersi affrettato col frapporvi i dattili.
        66. Ep. ad Pis., v. 252: «Pes citus», a cui il V. postilla: «Ut in præsenti musica nota brevis in systematis principio præposita productæ celere rhytmum significat.
        67. Cioè dalla i alla xxii.
        68. Propriamente Plaut, Asinaria, I, sc. 3, vv. 67-8, dice: «ædis nobis area’ st, auceps sum ego, Esca est meretrix, lectus inlix est, amatores aveis».
      2. Traduzione letterale del «pecuniam.... vexant» sallustiano (Cat., 20).
      3. Si supplisca: «vicini» o altro termine equivalente. In SN2 il V. aveva scritto: «più innanzi».
      4. Respubl., lib. V, p. 473 d.
      5. Degn. LXXXIV.
    2. (a) un’ infinita libertà, ch’è tanto dire ch’un imperio infinito, solamente, ecc.
    3. Tra i frammenti delle XII Tavole non ve n’è alcuno così concepito. Ma è chiaro che il V. voglia alludere a un passo di Papiniano (in Collat. legum mosaicar. et romanar., 4,8): «Cum patri lex regia [e secondo la tradizione, Romolo: cfr. Dion. Alic., II, 26] dederit in filium vitæ necisque potestatem», ecc., — raffazzonato da esso Vico da qualche sua fonte, giusta l’arbitrario sistema di ricostruzione delle XII Tavole allora in voga, nel modo riferito nel testo.
    4. Lib. II, c. 25; Scoverta delle prime famiglie di altri che di soli figliuoli.
  2. III, 10 (14), p. 1286.
  3. (a)[CMA3] ed erano prefetti delle divine cerimonie, [SN2] e che i regni antichi si diferivano per elezione, non per successione; il quale civil costume riputa esser propio dei barbari [CMA3] (il qual ultimo detto sarà da noi esaminato nel libro quarto). [SN2] Di questa Degnità la prima parte per la lxxviii [lxxxii] è conseguenza della lxvii [lxxii]; la seconda cade tutta a livello, ecc.
  4. (b) e perchè le leggi èrano osservate come cose sagre ne’ tempi eroici, i re romani, ecc.
  5. Cfr. lib. II, sez. II, cap. VII, § 7.
  6. (c) E sì, nelle persone degli re eroici passarono unite sapienza di leggi, sacerdozio di cerimonie divine e regno d’armi; e l’uno e l’altro regno si diferi per elezione: l’ateniese tino a’ Pisistratidi, il romano fin a’ Tarquini. Né turba queste da noi dette cose il regno spartano (che fu eroico), nel quale succedevano i soli Eraclidi; perchè, come si spiegherà dentro, vi venivano per elezione i nobili della razza di Ercole.
  7. II Weber cita Polit., II, 5. Ma né a questo posto, né in tutti i libri politici (e nemmeno nell'Etica nichomachea e nella Rettorica, ove avrebbe potuto essere per la materia che concerne) si trova il «luogo d’oro» che il V. attribuisce ad Aristotele. Parimente negativa é riuscita l’indagine nell'Index aristotelicus del Bonitz, sotto le parole greche corrispondenti a quelle adoperate dal V. Quindi: a) o il V. lesse la Politica con un comento in cui poteva essere qualche frase somigliante al suo «luogo d’oro» (il quale, si badi, esprime un pensiero contrario a quello genuino di Aristotele, che non pone Stati senza leggi, almeno di carattere pedagogico, se non scritte); b) oppure il V. citava a memoria, per vaghi ricordi: e in tal caso è possibile che egli si riferisse realmente alla Polit., II, 5. pp. 1278-9 (ove Aristotele parla, non già di assenza di leggi, ma di leggi non scritte, di consuetudini), cui si potrebbe raccostare (tanto per ispiegare l’origine del «luogo d’oro»), Pol., III, 9, p. 1285; VI, 8, p. 1321-2 e VII, 2, p. 1323-5. Ma fra le due supposizioni preferisco attenermi alla prima, per qualche esempio non infrequente nello stesso V. (si veda, p. c., p. 73, n. 3.
  8. Non già nelle antiche repubbliche, ma vῦν ..... ̉εν ̉ενίαις ̉ομνύουσι,: «καί τᾣ δὴμᾣ κakóvous ἔσομαι καί βουλεύσω ̔́ο τι ́αν ̓ἓχω κακόν » — dice Arist.
  9. (a) come fu la casa nobilissima Appia alla plebe romana. Questa Degnità, ecc.
  10. pomp., Liber singularis Enchiridii, in Dig. I, 2 (De orig. iuris), 2. — Senonchè Pomponio non accenna punto al desiderio della plebe di avere le XII Taw. («... placuit publica auctoritate decem constitui viros», e niente altro, egli dice a questo proposito nel § 4), e tanto meno, naturalmente, che tra le cause di siffatto desiderio fossero le tre accennate dal V. Parla, sì, della mano regia e del ius incertum, ma a tutt’altro proposito (§1: «... initio civitatis... populus sine lege certa, sin iure certo primum agere instituit, omnìaque manu a regibus gubernabantur»; «Exactis regibus... iterum... cœpit populus romunus incerto magis iure... uti»). — Inoltre la frase «ius latens», non ricorre mai nei frammento pomponiano: forse, con essa il V. volle alludere a quel che si dice nel § 6; e cioè, che interpetrare le leggi e formolare le legis actiones era attribuzione del collegio dei pontefici, i quali su ciò conservavano il più alto segreto. — In SN1 II, c. 36, verso la fine, si parla a dirittura dell’«error di Pomponio», nell’asserire che la plebe «avesse desiderato» le XII Tavole, «per costringersi la libertà della mano regia a dover sempre ministrare, ove bisognava, le leggi non più nascoste incerte, ma certe e fisse nelle Tavole».
  11. Le parole riferite dal V. non si trovano in Dionigi. Qualcosa di simile questi dice nel lib. X, c. 3: «Οἰ,̔,, υ̒πατοι καὶ οἱ τῆς βουλῆς προεσῶτες, τους είσφέροντας καιυὰ πολιτεὺματα δημάρχους, καὶ κωλὺειν αξιοὺντας τὸν πάτριον τῆς πολιτείας κόσμον αῖτίους ἀπέφαινον τῆς ταραχῆς»;— e ibid., c. 4, in cui ricorda che consoli e senato protestarono «ὡς οὑκ ἐπιτρέψουσιν αυτοῖς [ai tribuni] νόμους εῖσηγεισθαι, καί τούτος ἀπροβουλεὺτους».
  12. Propriamente Liv., III, 31, dopo avere riferito che i tribuni della plebe proposero al senato che si creassero «communiter legum latores, et ex plebe et ex patribus», dice, sì: «Rem non adspernabantur Patres»,ma. soggiunge subito che costoro: «laturum legem neminem nisi ex patribus aiebant». D’altronde, i passi in cui Livio (al contrario di ciò che afferma il V.) accenna all’ostruzionismo dei patrizi contro la riforma che condusse alle XII Tavv., abbondano: cfr. III, 11, 14, 21, 25, 29.
  13. (a) [CMA3] e più crivellate nel Ragionamento in fine di questi libri, essendo, ecc.
  14. Si vegga più su, p. 68.
  15. De orat., I, 44. Una minuta illustrazione del passo dà il V. nel Ragionamento primo (che qui si aggiunge in Appendice), § 3.
  16. Pomp., in Dig., 1. e, § 43: «Turpe esse patricio et nobili et causas oranti ius», ecc.
  17. Non il cap. IV, ma il cap. VI del sesto libro (g§ 43-56) s’intitola: «Σὺγκρισις τοῦ Λακώνων καί Καρκηδονίων ̉ Ρωμαίων τε πολιτεὺματος», in cui, se Polibio istituisce un raffronto tra Roma, Sparta e Cartagine nel modo detto dal V., non fa, per altro, alcun parallelo tra Roma e Atene.— Atene anzi (così come Tebe e Creta) è esclusa da Polibio dal novero delle famose repubbliche, e pel breve tempo in cui vi ebbero splendore le forme repubblicane, e per l’eseguita del territorio da essa dipendente.
  18. Iustin., XX, 5: «Ne quis postea Carthaginiensis, aut literis græcis, aut sermoni studeret; ne aut loqui cum hoste aut scribere sine interprete posset». Ma fu un senatoconsulto provvisorio, dovuto a Suniato, nemico di Annone. Annibale, infatti,scriveva in greco.
  19. (a) [CMA] Questa Degnità con la seguente, unita con la lxviii, scuopriranno queste tre verità importantissime: I. i principii finor seppolti della dottrina politica; II. la natural successione delle repubbliche; III. e finalmente che dalle plebi de’ popoli vengono sempre e tutte le mutazioni degli Stati civili.
  20. (b) oligarghiche o popolari, ecc.
  21. «Qui cuncta discordiis», ecc., dice Tac, Ann., I, 1.
  22. XIII, 1, 25.
  23. Plat., Leges, lib. III, pp. 677-680 a.
  24. Non altrove, ma ibid., p. 680 b. Il passo, per altro, suona così: «Δοκοῦσι μοι πάντες τὴν ἐν τούτῳ τῷ χρόνῳ πολιτείαν δυναστείαν καλεῖν, ὴ καὶ νῦν ἔτι πολλαχοῦ καὶ ἐν ́Ελλησι καὶ κατά βαρβάρους ἐστι̇ λέγει δ'αὐτήν που καὶ ῍Ομηρος γεγονέναι περί τήν τῶν Κυκλὦπων οἳκησιν, εἰπών̣ Τοῖσίν δ'οὔτ'ἀγοραί βουληφόροι οὒτε θέμιστες. ̉ Αλλ'οἲ γ'ὔψηλῶν ὀρέων ναίουσι κάρηνα. ̉ Εν σπέσσι γλαφυροῖσι, θεμιστεὺει δὲ ἒκαστος Παίδων ἠδ'ἀλόχων, οὐδ'ἀλλήλων ἀλέγουσιν».
  25. Ibid., pp. 680 e-681 d.
  26. Ibid., pp. 681 e. Ma il fatto di Bardano che fonda Troia è riferito da Platone come esempio, non della seconda, ma della terza forma della vita civile.
  27. Ibid., pp. 681 d-682 e.
  28. Di ciò nulla in Platone.
  29. De aliquot gentium migrationibus, sedibus fixis, reliquiis, linguarumque initiis et immutationibus ne dialectis, Libri XII, In quibus præter cœteros populos, Francorum, Alemanorum, Suevorum, Marcomanorum, Boiorum, Caruorum, riscorum, Celtarumque atque Gallo-græcorum tribus, Primordia et posteritas singulorum quæque ex his insigniores principum comitumque ac nobilitatis totius pene Germanice, Latiique et Gallice stirpes processerunt, diligenti examine historice, deniqueautorum Annaliumque, cum lectione tum collatione traduntur atque explicantur. Autore Wolfango Lazio, Viennensi Austr. Medico et invictissimi Rom. Regis Ferdinand! Historico (Basileæ, Cum imperatoriæ ac regiæ Maiestatis privilegio ad annos quindecim, 1572, in f.)
  30. (a) [CMA1] innalzato in Samo, la città capital dell’Ionia; e nella Caria, ecc.
  31. Napoli non s’è mai chiamata «Sirena». Più correttamente, SN2, II, c. 63: «La fondatrice [di Napoli] fu detta «Sirena», che deve la sua origine senza contrasto alla voce «sir >, che vuol dir «cantico» ovvero «canzone»; la quale istessavoce «sir» diede il nome a essa Siria».
  32. Non sono riuscito a trovare la fonte donde il V. cava questa notizia. Svetonio, Tib.,71, e Dione Cassio, LVII, 15, parlano, anzi, dell’antipatia di Tiberio pel greco.
  33. «Σειρίτης». Strab.,VI,1, 14;il quale la dice, per altro, fondata dai Troiani.
  34. (b) al riferir di Strabene; la qual ecc.
  35. «Πολίειον». Strab., l. c.
  36. Qui il V. fa una piccola confusione. Giacché, ad avvalorare l’ipotesi dell’origine troiana di Siritide, Strab l.c. dice: «Tῆς δὲ τῶν Τρὼων κατòικικjας τεκμὴριov ποιούνταί τὰ τῆς ̉ Αθηνᾱσ τῆς ̒ Ιλιάδος [non già Poliade»]. ξóaνov ίδρομένον αὐτόθι»,ecc. Anzi (egli soggiunge) a Roma, a Lavinio, a Luceria, «’Ιλιὰς Ἀθηνᾶ καλείται, ὡς ἐκείθεν κομισθείσα».
  37. Origine della lingua fiorentina, altrimente «Il Gello», di M. Pierfrancesco Giambullari, accademico fiorentino (In Fiorenza, Appresso Lorenzo Torrentino, MDXLIX, Con Privilegio, in 16), passim; in cui il G. sostiene la tesi che, derivando il fiorentino dall’etrusco, e questo alla sua volta dall’arameo o siriaco, portato in Toscana da Noè, la lingua italiana sia di origine aramea o siriaca. Cfr. SN1, II, c. 62.
  38. 2 Ann., XI, 14.
  39. Si vegga p. 93.
  40. Si vegga p. 113.
  41. Meno poeticamente Dione (Fragmenta valesiana, 67): «τò μὲv.. προσταττόμενον σφίσιν ὠς καὶ βίαιον δυσχεραίνουσι τὸ δ'αὐθαίρετον ὠς καὶ αὑτοκράτορες ἀγαπῶσιν».
  42. (a) [CMA3] il giusto è in natura e non nelle oppenioni degli uomini.... Adunque la natura umana, ecc.
  43. (b) [CMA3] (che sarebbe una bestia, una pianta, una pietra); e sì, ne abbia, ecc.
  44. Grozio, op. cit.; Selden, op. cit.; Puffendorf, De iure nat. et gent.
  45. (b) da noi qui sopra detta del diritto natural delle genti, diritto natural de’ filosofi e diritto natural degli Ebrei, che credevano nella Provvedenza d’una mente infinita e sopra il Sinai ebbero riordinata da Dio quella legge ch’avevan avuto dal principio del mondo (così santa che vieta anco i pensieri meno giusti, la quale non poteva osservarsi che da un popolo che riverisse e temesse un Dio tutto mente, che spia ne’ cuori degli uomini); e ’n forza di tal legge osservavano tutti i doveri dell’onestà, onde «giusto» nella lingua santa significa «uomo d’ogni virtù», per lo che gli Ebrei sono da Teofrasto47 chiamati «filosofi per natura». Per tutte le quali, ecc.
  46. (a) (tralle quali fu, come ne rapporta un’oppenione Suetonio, l’Appia Claudia co’ suoi vassalli, venutavi da Regillo); come al contrario, ecc.
  47. Il V. allude a un passo di Porfirio, De rerum animatorum abstinentia (riferito da Euseb., Præpar. evang., IX, 2), in cui si cita per l’appunto Teofrasto, a proposito del fatto che gli Ebrei, durante il periodo del digiuno, «ἄτε φιλόσοφοι ὂντες », parlano ogni giorno di Dio.
  48. (a) Tarquinio Prisco prima e poi Giunio Bruto, ecc.»
  49. Non un distico, ma tre versi di Lucilio (Sat., ediz. Mailer, I, ix, [3], e*) riferisce il V. in CI2, c. 20: • Ut nemo [leggi: nemo ut] sii nostrum, qui [leggi: quin aut] Pater optimu’ Divum [leggi: divom] | Ut [leggi: aut] Neptunu’ Pater, Liber, Saturnu’ Pater, Mars, lanu’, Quirinu’ Pater omnes dicamur [leggi: siet ac dicatur] ad unum».
  50. Non m’è riuscito di ripescare nel Digesto questo passo. Nella voluminosa e accuratissima opera del Voigt, Die Lehre von «ius naturale», «æquum et bonum» und «ius gentium» der Römer (Leipzig, Voigt und Gtinther, 1856;, I, p. 362, non si cita intorno all'æquitas civilis se non un passo solo (Ulp., libro XXXVIII ad edictum, in Dig., XLVII, 4, Si is qui testament., ecc., 1, § 1), nel quale si dice semplicemente che l'actio rerum corruptarum, «ut Labeo scripsit, naturalem potius in se quam civilem habet aquitatem. Che il V. abbia attribuito a Ulpiano qualche comento di autore moderno al passo innanzi riferito? Nemmeno la Glossa ha a q. l. nulla a cui il V. abbia potuto attingere.
  51. Ulp., libro quarto de adulteriis, in Dig., XL, 9 (Qui et a quib. manumissi liberi non fiunt), 12, § 1:» Quod quidem perquam duriun est, sed ita lex scripta est».
  52. (a) ed anco i volgari latini scrittori dal secolo d’Augusto in poi, in ragionando «de iusto», usano, ecc.

  1. Si supplisca:«piuttosto».