Le vite de' più eccellenti pittori, scultori e architettori (1568)/Niccolò detto il Tribolo

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Niccolò detto il Tribolo

Le vite de' più eccellenti pittori, scultori e architettori (1568)/Niccolò Soggi Le vite de' più eccellenti pittori, scultori e architettori (1568)/Pierino da Vinci IncludiIntestazione 23 gennaio 2010 50% Biografie

Niccolò Soggi Pierino da Vinci
Il Tribolo

VITA DI NICCOLÒ DETTO IL TRIBOLO SCULTORE ET ARCHITETTORE

Raffaello legnaiuolo, soprannominato il Riccio de’ Pericoli, il quale abitava appresso al canto a Monteloro in Firenze, avendo avuto l’anno 1500, secondo che egli stesso mi raccontava, un figliuolo maschio, il qual volle che al battesimo fusse chiamato come suo padre Niccolò, deliberò, come che povero compagno fosse, veduto il putto aver l’ingegno pronto e vivace e lo spirito elevato, che la prima cosa egli imparasse a leggere e scrivere bene e far di conto; per che mandandolo alle scuole avvenne, per esser il fanciullo molto vivo et in tutte l’azzioni sue tanto fiero, che non trovando mai luogo, era fra gli altri fanciulli e nella scuola e fuori un diavolo che sempre travagliava e tribolava sé e gli altri, che si perdé il nome di Niccolò e s’acquistò di maniera il nome di Tribolo, che così fu poi sempre chiamato da tutti. Crescendo dunque il Tribolo, il padre, così per servirsene come per rafrenar la vivezza del putto, se lo tirò in bottega insegnandogli il mestiero suo; ma vedutolo in pochi mesi male atto a cotale esercizio, et anzi sparutello, magro e male complessionato che no, andò pensando, per tenerlo vivo, che lasciasse le maggior fatiche di quell’arte e si mettesse a intagliar legnami. Ma perché aveva inteso che senza il disegno, padre di tutte l’arti, non poteva in ciò divenire eccellente maestro, volle che il suo principio fusse impiegar il tempo nel disegno, e perciò gli faceva ritrarre ora cornici, fogliami e grottesche, et ora altre cose necessarie a cotal mestiero. Nel che fare, veduto che al fanciullo serviva l’ingegno e parimente la mano, considerò Raffaello, come persona di giudizio, che egli finalmente appresso di sé poteva altro imparare che lavorare di quadro; onde avutone prima parola con Ciappino legnaiuolo e da lui, che molto era domestico et amico di Nanni Unghero, consigliatone et aiutato, l’acconciò per tre anni col detto Nanni, in bottega del quale, dove si lavorava d’intaglio e di quadro, praticavano del continuo Iacopo Sansovino scultore, Andrea del Sarto pittore et altri, che poi sono stati tanto valentuomini. Ora, perché il Nanni, il quale in que’ tempi era assai eccellente reputato, faceva molti lavori di quadro e d’intaglio per la villa di Zanobi Bartolini a Rovezzano, fuor della porta alla Croce e per lo palazzo de’ Bartolini, che allora si faceva murare da Giovanni fratello del detto Zanobi in sulla piazza di S. Trinità et in Gualfonda pel giardino e casa del medesimo, il Tribolo, che da Nanni era fatto lavorare senza discrezione, non potendo per la debolezza del corpo quelle fatiche e sempre avendo a maneggiar seghe, pialle et altri ferramenti disonesti, cominciò a sentirsi di mala voglia et a dir al Riccio, che dimandava onde venisse quella indisposizione, che non pensava poter durare con Nanni in quell’arte, e che perciò vedesse di metterlo con Andrea del Sarto, o con Iacopo Sansovini da lui conosciuti in bottega dell’Unghero, perciò che sperava con qual si volesse di loro farla meglio e star più sano. Per queste cagioni dunque il Riccio, pur col consiglio et aiuto del Ciappino, acconciò il Tribolo con Iacopo Sansovino, che lo prese volentieri per averlo conosciuto in bottega di Nanni Unghero et aver veduto che si portava bene nel disegno e meglio nel rilievo. Faceva Iacopo Sansovino, quando il Tribolo già guarito andò a star seco, nell’opera di Santa Maria del Fiore a concorrenza di Benedetto da Rovezzano, Andrea da Fiesole e Baccio Bandinelli, la statua del Sant’Iacopo Apostolo di marmo, che ancor oggi in quell’Opera si vede insieme con l’altre: per che il Tribolo, con queste occasioni d’imparare, facendo di terra e disegnando con molto studio, andò in modo acquistando in quell’arte, alla quale si vedeva naturalmente inclinato, che Iacopo, amandolo più un giorno che l’altro, cominciò a dargli animo et a tirarlo innanzi col fargli fare ora una cosa et ora un’altra, onde se bene aveva allora in bottega il Solosmeo da Settignano e Pippo del Fabbro, giovani da grande speranza, perché il Tribolo gli passava di gran lunga non pur gli paragonava, avendo aggiunto la pratica de’ ferri al saper bene fare di terra e di cera, cominciò in modo a servirsi di lui nelle sue opere che finito l’Apostolo et un Bacco che fece a Giovanni Bartolini per la sua casa di Gualfonda, togliendo a fare per Messer Giovanni Gaddi suo amicissimo un camino et un acquaio di pietra di macigno per le sue case, che sono alla piazza di Madonna, fece fare alcuni putti grandi di terra, che andavano sopra il cornicione, al Tribolo, il quale gli condusse tanto straordinariamente bene, che Messer Giovanni, veduto l’ingegno e la maniera del giovane, gli diede a fare due medaglie di marmo, le quali finite eccellentemente, furono poi collocate sopra alcune porte della medesima casa. Intanto cercandosi d’allogare per lo re di Portogallo una sepoltura di grandissimo lavoro, per essere stato Iacopo discepolo d’Andrea Contucci dal monte San Sovino et avere nome non solo di paragonare il maestro suo, uomo di gran fama, ma d’aver anco più bella maniera, fu cotale lavoro allogato a lui col mezzo de’ Bartolini. Là dove, fatto Iacopo un superbissimo modello di legname, pieno tutto di storie e di figure di cera, fatte la maggior parte dal Tribolo, crebbe in modo, essendo riuscite bellissime, la fama del giovane, che Matteo di Lorenzo Strozzi, essendo partito il Tribolo dal Sansovino parendogli oggimai poter far da sé, gli diede a far certi putti di pietra e poco poi, essendogli quelli molto piaciuti, due di marmo, i quali tengono un delfino che vers’acqua in un vivaio, che oggi si vede a San Casciano, luogo lontano da Firenze otto miglia, nella villa del detto Messer Matteo. Mentre che queste opere dal Tribolo si facevano in Firenze, esendoci venuto per sue bisogne Messer Bartolomeo Barbazzi, gentiluomo bolognese, si ricordò che per Bologna si cercava d’un giovane che lavorasse bene, per metterlo a far figure e storie di marmo nella facciata di San Petronio, chiesa principale di quella città, per che ragionato col Tribolo e veduto delle sue opere che gli piacquero e parimenti i costumi e l’altre qualità del giovane, lo condusse a Bologna, dove egli con molta diligenza e con molta sua lode fece in poco tempo le due sibille di marmo, che poi furono poste nell’ornamento della porta di San Petronio che va allo spedale della Morte. Le quali opere finite, trattandosi di dargli a fare cose maggiori, mentre si stava molto amato e carezzato da Messer Bartolomeo, cominciò la peste dell’anno 1525 in Bologna e per tutta la Lombardia, onde il Tribolo, per fuggir la peste se ne venne a Firenze e statoci quanto durò quel male contagioso e pestilenziale, si partì cessato che fu e se ne tornò, essendo là chiamato, a Bologna dove Messer Bartolomeo non gli lasciando metter mano a cosa alcuna per la facciata, si risolvette, essendo morti molti amici suoi e parenti, a far fare una sepoltura per sé e per loro; e così fatto fare il modello, il quale volle vedere Messer Bartolomeo, anzi che altro facesse, compìto, andò il Tribolo stesso a Carrara a far cavar i marmi, per abozzargli in sul luogo e sgravargli, di maniera che non solo fusse (come fu) più agevole al condurgli, ma ancora acciò che le figure riuscissero maggiori. Nel qual luogo per non perder tempo abozzò due putti grandi di marmo, i quali così imperfetti essendo stati condotti a Bologna per some con tutta l’opera, furono, sopragiugnendo la morte di Messer Bartolomeo, la quale fu di tanto dolor cagione al Tribolo, che se ne tornò in Toscana, messi con gli altri marmi in una cappella di San Petronio, dove ancora sono. Partito dunque il Tribolo da Carrara, nel tornare a Firenze, andando in Pisa a visitar maestro Stagio da Pietra Santa scultore suo amicissimo, che lavorava nell’Opera del Duomo di quella città due colonne con i capitelli di marmo, tutti traforati, che mettendo in mezzo l’altar maggiore et il tabernacolo del Sagramento, doveva ciascuna di loro aver sopra il capitello un Angelo di marmo alto un braccio e tre quarti con un candeliere in mano, tolse, invitato dal detto Stagio, non avendo allora altro che fare, a far uno de’ detti Angeli, e quello, finito con tanta perfezzione con quanta si può di marmo finir perfettamente un lavoro sottile e di quella grandezza, riuscì di maniera, che più non si sarebbe potuto desiderare; perciò che mostrando l’Angelo col moto della persona, volando essersi fermo a tener quel lume, ha l’ignudo certi panni sottili intorno, che tornano tanto graziosi e rispondono tanto bene per ogni verso e per tutte le vedute, quanto più non si può esprimere. Ma avendo in farlo consumato il Tribolo, che non pensava se non alla dilettazione dell’arte, molto tempo, e non avendone dall’Operaio avuto quel pagamento che si pensava, risolutosi a non voler fare l’altro e tornato a Firenze, si riscontrò in Giovanbatista della Palla, il quale in quel tempo non pur faceva far più che potea sculture e pitture, per mandar in Francia al re Francesco Primo, ma comperava anticaglie d’ogni sorte e pitture d’ogni ragione, pur che fussino di mano di buon maestri, e giornalmente l’incassava e mandava via. E perché, quando appunto il Tribolo tornò, Giovanbatista aveva un vaso di granito antico di forma bellissima e voleva accompagnarlo, acciò servisse per una fonte di quel re, aperse l’animo suo al Tribolo e quello che dissegnava fare, onde egli messosi giù, gli fece una dea della natura che alzando un braccio tiene con le mani quel vaso che le ha in suo capo il piede, ornata il primo filare delle poppe d’alcuni putti tutti traforati e spiccati dal marmo, che tenendo nelle mani certi festoni fanno diverse attitudini bellissime; seguitando poi l’altro ordine di poppe piene di quadrupedi et i piedi fra molti e diversi pesci, restò compiuta cotale figura con tanta diligenza e con tanta perfezzione, ch’ella meritò, essendo mandata in Francia con altre cose, esser carissima a quel re e d’esser posta come cosa rara a Fontanableò. L’anno poi 1529, dandosi ordine alla guerra et all’assedio di Firenze, papa Clemente Settimo, per veder in che modo et in quai luoghi si potesse accommodare e spartir l’essercito e vedere il sito della città appunto, avendo ordinato che segretamente fosse levata la pianta di quella città, cioè di fuori a un miglio il paese tutto, con i colli, monti, fiumi, balzi, case, chiese, et altre cose, dentro le piazze e le strade et intorno le mura et i bastioni con l’altre difese, fu di tutto dato il carico a Benvenuto di Lorenzo dalla Volpaia, buon maestro d’oriuoli e quadranti e bonissimo astrologo, ma sopra tutto eccellentissimo maestro di levar piante. Il qual Benvenuto volle in sua compagnia il tribolo e con molto giudizio, perciò che il Tribolo fu quegli che mise inanzi che detta pianta si facesse, a ciò meglio si potesse considerare l’altezza de’ monti, la bassezza de’ piani e gl’altri particolari, di rilievo: il che far non fu senza molta fatica e pericolo; perché stando fuori tutta la notte a misurar le strade e segnar le misure delle braccia da luogo a luogo e misurar anche l’altezza e le cime de’ campanili e delle torri, intersegando con la bussola per tutti i versi et andando di fuori a riscontrar con i monti la cupola, la quale avevano segnato per centro, non condussero così fatt’opera, se non dopo molti mesi, ma con molta diligenza, avendola fatta di sugheri, perché fusse più leggera, e ristretto tutta la machina nello spazio di quattro braccia e misurato ogni cosa a braccia piccole. In questo modo dunque finita quella pianta, essendo di pezzi, fu incassata segretamente et in alcune balle di lana, che andavano a Perugia, cavata di Firenze e consegnata a chi aveva ordine di mandarla al Papa, il quale nell’assedio di Firenze se ne servì continuamente, tenendola nella camera sua e vedendo di mano in mano secondo le lettere e gl’avisi, dove e come alloggiava il campo, dove si facevano scaramuccie et insomma in tutti gl’accidenti, ragionamenti e dispute che occorsono durante quell’assedio, con molta sua sodisfazzione, per esser cosa nel vero rara e maravigliosa. Finita la guerra, nello spazio della quale il Tribolo fece alcune cose di terra per i suoi amici e per Andrea del Sarto suo amicissimo, tre figure di cera tonde, delle quali esso Andrea si servì nel dipigner in fresco e ritrarre di naturale in piazza presso alla condotta tre capitani che si erano fuggiti con le paghe, apiccati per un piede, chiamato Benvenuto dal Papa, andò a Roma a baciar i piedi a Sua Santità e da lui fu messo a custodia di Belvedere con onorata provisione. Nel qual governo avendo Benvenuto spesso ragionamenti col Papa, non mancò, quando di ciò far gli venne occasione, di celebrare il Tribolo, come scultore eccellente e raccomandarlo caldamente. Di maniera che Clemente, finito l’assedio, se ne servì; per che, disegnando dar fine alla cappella di Nostra Donna da Loreto stata cominciata da Leone e poi tralasciata per la morte d’Andrea Contucci dal Monte a San Sovino, ordinò che Antonio da Sangallo, il quale aveva cura di condurre quella fabbrica, chiamasse il Tribolo, e gli desse a finire di quelle storie che maestro Andrea aveva lasciato imperfette. Chiamato dunque il Tribolo dal Sangallo d’ordine di Clemente, andò con tutta la sua famiglia a Loreto dove, essendo andato similmente Simone nominato il Mosca, rarissimo intagliator di marmi, Raffaello Montelupo, Francesco da Sangallo il Giovane, Girolamo Ferrarese scultore discepolo di maestro Andrea, e Simone Cioli, Ranieri da Pietrasanta e Francesco dal Tadda per dar fine a quell’opera, toccò al Tribolo, nel compartirsi i lavori, come cosa di più importanza, una storia dove maestro Andrea aveva fatto lo sposalizio di Nostra Donna, onde, facendole il Tribolo una giunta, gli venne capriccio di far, fra molte figure che stanno a vedere sposare la Vergine, uno che rompe tutto pieno di sdegno la sua mazza, perché non era fiorita, e gli riuscì tanto bene, che non potrebbe colui con più prontezza mostrar lo sdegno che ha di non aver avuto egli così fatta ventura. La quale opera finita e quelle degli altri ancora con molta perfezzione, aveva il Tribolo già fatto molti modelli di cera per far di quei profeti, che andavano nelle nicchie di quella cappella già murata e finita del tutto, quando papa Clemente, avendo veduto tutte quell’opere e lodatole molto, e particolarmente quella del Tribolo, deliberò che tutti senza perdere tempo tornassino a Firenze, per dar fine, sotto la disciplina di Michelagnolo Buonarroti, a tutte quelle figure che mancavano alla sagrestia e libreria di S. Lorenzo et a tutto il lavoro, secondo i modelli e con l’aiuto di Michelagnolo quanto più presto acciò finita la sagrestia tutti potessero, mediante l’acquisto fatto sotto la disciplina di tant’uomo, finir similmente la facciata di San Lorenzo. E perché a ciò fare punto non si tardasse, rimandò il Papa Michelagnolo a Firenze, e con esso lui fra’ Giovanni Agnolo de’ Servi, il quale aveva lavorato alcune cose in Belvedere, acciò gl’aiutasse a traforar i marmi e facesse alcune statue, secondo che gl’ordinasse esso Michelagnolo, il quale diede a far un San Cosimo che insieme con un San Damiano allogato al Montelupo doveva metter in mezzo la Madonna. Date a far queste, volle Michelagnolo che il Tribolo facesse due statue nude, che avevano a metter in mezzo quella del duca Giuliano che già aveva fatta egli, l’una figurata per la Terra coronata di cipresso che dolente et a capo chino piangesse con le braccia aperte la perdita del duca Giuliano, e l’altra per lo Cielo, che con le braccia elevate tutto ridente e festoso mostrasse esser allegro dell’ornamento e splendore che gli recava l’anima e lo spirito di quel signore. Ma la cattiva sorte del Tribolo se gl’attraversò quando appunto voleva cominciar a lavorare la statua della Terra, perché, o fusse la mutazione dell’aria, o la sua debole complessione, o l’aver disordinato nella vita, s’ammalò di maniera che, convertitasi l’infermità in quartana, se la tenne adosso molti mesi con incredibile dispiacer di sé, che non era men tormentato dal dolor d’aver tralasciato il lavoro e dal vedere che il frate e Raffaello avevano preso campo, che dal male stesso; il quale male volendo egli vincer per non rimaner dietro agl’emuli suoi, de’ quali sentiva far ogni giorno più celebre il nome, così indisposto fece di terra il modello grande della statua della Terra, e finitolo, cominciò a lavorare il marmo con tanta diligenza e sollecitudine, che già si vedeva scoperta tutta la banda dinanzi la statua, quando la fortuna, che a’ bei principii sempre volentieri contrasta, con la morte di Clemente, allora che meno si temeva, troncò l’animo a tanti eccellenti uomini che speravano sotto Michelagnolo con utilità grandissime acquistarsi nome immortale e perpetua fama. Per questo accidente, stordito il Tribolo e tutto perduto d’animo essendo anche malato, stava di malissima voglia non vedendo né in Firenze né fuori poter dare in cosa che per lui fosse; ma Giorgio Vasari, che fu sempre suo amico e l’amò di cuor et aiutò quanto gli fu possibile, lo confortò con dirgli che non si smarisse, perché farebbe in modo che il duca Alessandro gli darebbe che fare, mediante il favore del Magnifico Ottaviano de’ Medici, col quale gli aveva fatto pigliar assai stretta servitù; onde egli ripreso un poco d’animo, ritrasse di terra nella sagrestia di San Lorenzo, mentre s’andava pensando al bisogno suo, tutte le figure che aveva fatto Michelagnolo di marmo, cioè l’Aurora, il Crepuscolo, il Giorno e la Notte, e gli riusciron così ben fatte, che monsignor Giovan Batista Figiovanni priore di San Lorenzo, al quale donò la Notte perché gli faceva aprir la sagrestia, giudicandola cosa rara, la donò al duca Alessandro, che poi la diede al detto Giorgio, che stava con sua eccellenza, sapendo che egli attendeva a cotali studi; la qual figura è oggi in Arezzo nelle sue case, con altre cose dell’arte. Avendo poi il Tribolo ritratto di terra parimente la Nostra Donna fatta da Michelagnolo per la medesima sagrestia, la donò al detto Magnifico Ottaviano de’ Medici, il quale le fece fare da Batista del Cinque un ornamento bellissimo di quadro, con colonne, mensole, cornici et altri intagli molto ben fatti. Intanto col favore di lui che era depositario di sua eccellenza, fu dato da Bertoldo Casini, proveditor della fortezza che si murava allora, delle tre arme che secondo l’ordine del Duca s’avevano a far, per metterne una a ciascun baluardo, a farne una di quattro braccia al Tribolo con due figure nude, figurate per due vettorie, la qual arme, condotta con prestezza e diligenza grande e con una giunta di tre mascheroni che sostengono l’arme e le figure, piacque tanto al Duca, che pose al Tribolo amore grandissimo: per che, essendo poco appresso andato a Napoli il Duca per difendersi, innanzi a Carlo Quinto imperatore tornato allora da Tunisi, da molte calunnie dategli da alcuni suoi cittadini, et essendosi non pur difeso, ma avendo ottenuto da Sua Maestà per donna la signora Margherita d’Austria sua figliuola, scrisse a Firenze che si ordinassero quattro uomini, i quali per tutta la città facessero far ornamenti magnifici e grandissimi per ricever con magnificenza conveniente l’imperatore che veniva a Firenze. Onde avendo io a distribuir i lavori di commissione di sua eccellenza che ordinò che io intervenissi con i detti quattro uomini, che furono Giovanni Corsi, Luigi Guicciardini, Palla Rucellai et Alessandro Corsini, diedi a fare al Tribolo le maggiori e più difficili imprese di quella festa, e furono quattro statue grandi: la prima un Ercole in atto d’aver occiso l’Idra, alto sei braccia e tutto tondo et inargentato, in quale fu posto in quell’angolo della piazza di San Felice, che è nella fine di via Maggio, con questo motto di lettere d’argento nel basamento: "Ut Hercules labore et aerumnis monstra edomuit, ita Caesar virtute et clementia, hostibus victis seu placatis, pacem orbi terrarum et quietem restituit". L’altre furono due colossi d’otto braccia, l’uno figurato per lo fiume Bagrada che si posava su la soglia di quel serpente, che fu portato a Roma, e l’altro per l’Ibero con il corno d’Amaltea in una mano e con un timone nell’altra, coloriti come se fussero stati di bronzo, con queste parole ne’ basamenti, cioè sotto l’Ibero: "Hiberus ex Hispania", e sotto l’altro: "Bagradas ex Africa". La quarta fu una statua di braccia cinque, in sul canto de’ Medici, figurata per la Pace, la quale aveva in una mano un ramo d’oliva e nell’altra una face accesa, che metteva fuoco in un monte d’arme poste in sul basamento dov’ell’era collocata, con queste parole: "Fiat pax in virtute tua". Non dette il fine che aveva disegnato al cavallo di sette braccia lungo, che si fece in sulla piazza di S. Trinita, sopra la quale aveva a essere la statua dell’imperatore armato, perché, non avendo il Tasso intagliator di legname, suo amicissimo, usato prestezza nel fare il basamento e l’altre cose, che vi andavano di legni intagliati, come quello che si lasciava fuggire di mano il tempo ragionando e burlando, a fatica si fu a tempo a coprire di stagnuolo, sopra la terra ancor fresca, il cavallo solo, nel cui basamento si leggevano queste parole: "Imperatori Carolo Augusto, victoriosissimo, post devictos hostes, Italiae pace restituta et salutato Ferdinando frate, expulsis iterum Turcis, Africaque perdomita, Alexander Medici dux Florentiae dedicavit". Partita sua maestà di Firenze, si diede principio, aspettandosi la figliuola, al preparamento delle nozze, e perché potesse alloggiare ella e la veceregina di Napoli che era in sua compagnia, secondo l’ordine di sua eccellenza, in casa Messer Ottaviano de’ Medici comodamente, fatta in quattro settimane con stupore d’ognuno una giunta alle sue case vecchie, il Tribolo, Andrea di Cosimo pittore et io, in dieci dì con l’aiuto di circa novanta scultori e pittori della città fra garzoni e maestri, demmo compimento, quanto alla casa et ornamenti di quella, all’apparecchio delle nozze dipignendo le logge, i cortili e gl’altri ricetti di quella, secondo che a tante nozze conveniva. Nel quale ornamento fece il Tribolo, oltre all’altre cose, intorno alla porta principale due vittorie di mezzo rilievo, sostenute da due termini grandi, le quali reggevano un’arme dell’imperator, pendente dal collo d’un’aquila tutta tonda molto bella. Fece ancora il medesimo certi putti, pur tutti tondi e grandi, che sopra i frontespizii d’alcune porte mettevano in mezzo certe teste, che furono molto lodati. Intanto ebbe lettere il Tribolo da Bologna mentre si facevano le nozze, per le quali Messer Pietro del Magno, suo grande amico, lo pregava fusse contento andare a Bologna a far alla Madonna di Galina, dove era già fatto un ornamento bellissimo di marmo, una storia di braccia tre e mezzo pur di marmo, perché il Tribolo non si trovando aver allora altro che far, andò, e fatto il modello d’una Madonna che saglie in cielo, e sotto i dodici Apostoli in varie attitudini, che piacque essendo bellissima, mise mano a lavorare, ma con poca sua sodisfazione perché, essendo il marmo che lavorava di quelli di Milano, saligno, smeriglioso e cattivo, gli pareva gettar via il tempo, senza una dilettazione al mondo di quelle che si hanno nel lavorare, i quali si lavorano con piacere et in ultimo condotti mostrano una pelle che par propriamente di carne. Pur tanto fece, ch’ell’era già quasi che finita quando io, avendo disposto il duca Alessandro a far tornar Michelagnolo da Roma e gl’altri per finire l’opera della sagrestia cominciata da Clemente, dissegnava dargli che fare a Firenze e mi sarebbe riuscito, ma in quel mentre sopravenendo la morte d’Alessandro che fu amazzato da Lorenzo di Pier Francesco de’ Medici, rimase impedito non pure questo disegno, ma disperata del tutto la felicità e la grandezza dell’arte. Intesa adunque il Tribolo la morte del Duca, se ne dolse meco per sue lettere, pregandomi, poi che m’ebbe confortato a portar in pace la morte di tanto principe, mio amorevole signore, che se io andava a Roma, com’egli aveva inteso che io voleva far in tutto deliberato di lasciare le corti e seguitar i miei studii, che io gli recassi di qualche partito, perciò che avendo miei amici, farebbe quanto io gl’ordinassi. Ma venne caso che non gli bisognò altramente cercar partito in Roma, perché, essendo creato duca di Fiorenza il signor Cosimo de’ Medici, uscito che [fu] egli de’ travagli che ebbe il primo anno del suo principato, per aver rotti i nimici a Monte Murlo, cominciò a pigliarsi qualche passo, e particolarmente a frequentare assai la villa di Castello, vicina a Firenze poco più di due miglia, dove cominciando a murare qualche cosa, per potervi star commodamente con la corte, a poco a poco, essendo a ciò riscaldato da maestro Piero da San Casciano, tenuto in que’ tempi assai buon maestro e molto servitore della signora Maria madre del Duca, e stato sempre muratore di casa et antico servitore del signor Giovanni, si risolvette di condurre in quel luogo certe acque, che molto prima aveva avuto disiderio di condurvi, onde dato principio a far un condotto che ricevesse tutte l’acque del poggio della Castellina, luogo lontano a Castello un quarto di miglio o più, si seguitava con buon numero d’uomini il lavoro gagliardamente. Ma conoscendo il Duca che maestro Piero non aveva né invenzione, né disegno bastante a far un principio in quel luogo che potesse poi col tempo ricevere quell’ornamento, che il sito e l’acque richiedevano, un dì che sua eccellenza era in sul luogo e parlava di ciò con alcuni, Messer Ottaviano de’ Medici e Cristofano Rinieri, amico del Tribolo e servitore vecchio della signora Maria e del Duca, celebrarono di maniera il Tribolo per uomo dotato di tutte quelle parti, che al capo d’una così fatta fabrica si richiedevano, che il Duca diede commessione a Cristofano che lo facesse venir da Bologna, il che avendo il Ranieri fatto tostamente, il Tribolo, che non poteva aver miglior nuova che d’aver a servire il duca Cosimo, se ne venne subito a Firenze; et arivato, fu condotto a Castello, dove sua eccellenza illustrissima avendo inteso da lui quello che gli pareva da far per ornamento di quelle fonti, diedegli commessione che facesse i modelli. Per che a quelli messo mano s’andava con essi trattenendo, mentre maestro Piero da San Casciano faceva l’acquidotto e conducea l’acque, quando il Duca, che intanto aveva cominciato per sicurtà della città a cingere in sul poggio di S. Miniato con un fortissimo muro i bastioni fatti al tempo dell’assedio col disegno di Michelagnolo, ordinò che il Tribolo facesse un’arme di pietra forte con due vettorie per l’angolo del puntone d’un baluardo che volta verso Firenze. Ma avendo affatica il Tribolo finita l’arme, che era grandissima et una di quelle vittorie alta quattro braccia che fu tenuta cosa bellissima, gli bisognò lasciare quell’opera imperfetta, perciò che avendo maestro Piero tirato molto innanzi il condotto e l’acque con piena sodisfazione del Duca, volle sua eccellenza che il Tribolo cominciasse a mettere in opera per ornamento di quel luogo i disegni et i modelli che già gl’aveva fatto veder, ordinandogli per allora otto scudi il mese di provisione, come anco aveva il San Casciano. Ma per non mi confondere nel dir gl’intrigamenti degl’acquidotti e gl’ornamenti delle fonti fia bene dir brevemente alcune poche cose del luogo e sito di Castello. La villa di Castello, posta alle radici di monte Morello sotto la villa della Topaia, che è a mezza la costa, ha dinanzi un piano che scende a poco a poco per spazio d’un miglio e mezzo fino al fiume Arno, e là apunto dove comincia la salita del monte è posto il palazzo, che già fu murato da Pierfrancesco de’ Medici con molto disegno: perché avendo la faccia principale diritta a mezzo giorno riguardante un grandissimo prato con due grandissimi vivai pieni d’acqua viva, che viene da uno acquidotto antico fatto da’ Romani per condurre acque da Val di Marina a Firenze, dove sotto le volte ha il suo bottino, ha bellissima e molto dilettevole veduta. I vivai dinanzi sono spartiti nel mezzo da un ponte dodici braccia largo che camina a un viale della medesima larghezza, coperto dagli lati e di sopra nella sua altezza di dieci braccia, da una continua volta di mori, che caminando sopra il detto viale lungo braccia trecento, con piacevolissima ombra conduce alla strada maestra di Prato, per una porta posta in mezzo di due fontane che servono ai viandanti e a dar bere alle bestie. Dalla banda di verso levante, ha il medesimo palazzo una muraglia bellissima di stalle, e di verso ponente un giardino secreto al quale si camina dal cortile delle stalle, passando per lo piano del palazzo e per mezzo le logge, sale e camere terrene dirittamente. Dal qual giardin secreto, per una porta alla banda di ponente, si ha l’entrata in un altro giardino grandissimo, tutto pieno di frutti e terminato da un salvatico d’abeti, che cuopre le case de’ lavoratori e degl’altri che lì stanno per servigio del palazzo e degl’orti. La parte poi del palazzo che volta verso il monte a tramontana, ha dinanzi un prato tanto lungo quanto sono tutti insieme il palazzo, le stalle et il giardino secreto, e da questo prato si saglie per gradi al giardino principale cinto di mura ordinarie, il quale acquistando con dolcezza la salita si discosta tanto dal palazzo alzandosi, che il sole di mezzo giorno lo scuopre e scalda tutto, come se non avesse il palazzo innanzi. E nell’estremità rimane tant’alto, che non solamente vede tutto il palazzo, ma il piano che è dinanzi e d’intorno et alla città parimente. E nel mezzo di questo giardino un salvatico d’altissimi e folti cipressi, lauri e mortelle, i quali girando in tondo fanno la forma d’un laberinto circondato di bossoli, alti due braccia e mezzo e tanto pari e con bell’ordine condotti, che paiono fatti col pennello. Nel mezzo del quale laberinto, come volle il Duca e come di sotto si dirà, fece il Tribolo una molto bella fontana di marmo. Nell’entrata principale, dove è il primo prato con i due vivai et il viale coperto di gelsi, voleva il Tribolo che tanto si accrescesse esso viale, che per ispazio di più d’un miglio col medesimo ordine e coperta andasse infino al fiume Arno e che l’acque che avanzavano a tutte le fonti, correndo lentamente dalle bande del viale in piacevoli canaletti, l’accompagnassero infino al detto fiume, pieni di diverse sorti di pesci e gamberi. Al palazzo (per dir così quello che si ha da fare, come quello che è fatto) voleva fare una loggia innanzi, la quale passando un cortile scoperto avesse dalla parte dove sono le stalle altre tanto palazzo quanto il vecchio e con la medesima proporzione di stanze, logge, giardin secreto et alto. Il quale accrescimento arebbe fatto quello essere un grandissimo palazzo et una bellissima facciata. Passato il cortile dove si entra nel giardin grande del laberinto, nella prima entrata dove è un grandissimo prato, saliti i gradi che vanno al detto laberinto, veniva un quadro di braccia trenta, per ogni verso in piano, in sul quale aveva a essere, come poi è stata fatta, una fonte grandissima di marmi bianchi, che schizzasse in alto sopra gl’ornamenti alti quattordici braccia, e che in cima, per bocca d’una statua, uscisse acqua che andasse alto sei braccia. Nelle teste del prato avevano a essere due logge, una dirimpetto all’altra e ciascuna lunga braccia trenta e larga quindici. E nel mezzo di ciascuna loggia andava una tavola di marmo di braccia dodici e fuori un pilo di braccia otto, che aveva a ricevere l’acqua da un vaso tenuto da due figure. Nel mezzo del laberinto già detto aveva pensato il Tribolo di fare lo sforzo dell’ornamento dell’acqua, con zampilli e con un sedere molto bello intorno alla fonte, la cui tazza di marmo, come poi fu fatta, aveva a essere molto minore che la prima della fonte maggiore e principale. E questa in cima aveva ad avere una figura di bronzo che gettasse acqua. Alla fine di questo giardino aveva a essere nel mezzo una porta, in mezzo a certi putti di marmo che gettassino acqua, da ogni banda una fonte e ne’ cantoni nicchie doppie dentro alle qual andavano statue, sì come nell’altre che sono nei muri dalle bande, nei riscontri de’ viali che traversano il giardino, i quali tutti sono coperti di verzure in varii spartimenti. Per la detta porta, che è in cima a questo giardino sopra alcune scale, si entra in un altro giardino largo quanto il primo, ma a dirittura non molto lungo rispetto al monte. Et in questo avevano a essere dagli lati due altre logge, e nel muro dirimpetto alla porta, che sostiene la terra del monte, aveva a essere nel mezzo una grotta con tre pile, nella quale piovesse artifiziosamente acqua. E la grotta aveva a essere in mezzo a due fontane, nel medesimo muro collocate e dirimpetto a queste due nel muro del giardino ne avevano a essere due altre, le quali mettessono in mezzo la detta porta. Onde tante sarebbono state le fonti di questo giardino quanto quelle dell’altro che gl’è sotto e che da questo, il quale è più alto, riceve l’acque. E questo giardino aveva a essere tutto pieno d’aranci, che vi arebbono avuto et averanno quanto che sia commodo luogo per essere dalle mura e dal monte difeso dalla tramontana et altri venti contrarii. Da questo si saglie, per due scale di selice, una da ciascuna banda, a un salvatico di cipressi, abeti, lecci et allori et altre verzure perpetue con bell’ordine compartite; in mezzo alle quali doveva essere, secondo il disegno del Tribolo, come poi si è fatto, un vivaio bellissimo. E perché questa parte, strignendosi a poco a poco, fa un angolo perché fusse ottuso, l’aveva a spuntare la larghezza d’una loggia, che salendo parecchi scaglioni scopriva nel mezzo il palazzo, i giardini, le fonti e tutto il piano di sotto et intorno, insino alla ducale villa del Poggio a Caiano, Fiorenza, Prato, Siena e ciò che vi è all’intorno a molte miglia. Avendo dunque il già detto maestro Piero da San Casciano condotta l’opera sua dell’acquidotto infino a Castello e messovi dentro tutte l’acque della Castellina, sopraggiunto da una grandissima febbre in pochi giorni si morì. Per che il Tribolo, preso l’assunto di guidare tutta quella muraglia da sé, s’avvedde, ancor che fussero in gran copia l’acque state condotte, che nondimeno erano poche a quello che egli si era messo in animo di fare: senza che quella, che veniva dalla Castellina, non saliva a tanta altezza quanto era quella di che aveva di bisogno. Avuto adunque dal signor Duca commessione di condurvi quelle della Pretaia, che è cavalier a Castello più di centocinquanta braccia e sono in gran copia e buone, fece fare un condotto simile all’altro e tanto alto, che vi si può andar dentro, acciò per quello le dette acque della Pretaia venissero al vivaio per un altro acquidotto che avesse la caduta dell’acqua del vivaio e della fonte maggiore. E ciò fatto cominciò il Tribolo a murare la detta grotta, per farla con tre nicchie e con bel disegno d’architettura, e così le due fontane che la mettevano in mezzo; in una delle quali aveva a essere una gran statua di pietra per lo monte Asinaio, la quale spremendosi la barba versasse acqua per bocca in un pilo che aveva ad avere dinanzi. Del qual pilo uscendo l’acqua, per via occulta doveva passare il muro et andare alla fonte che oggi è dietro, finita [la salita] del giardino del laberinto, entrando nel vaso che ha in sulla spalla il fiume Mugnone, il quale è in una nicchia grande di pietra bigia con bellissimi ornamenti e coperta tutta di spugna. La quale opera se fusse stata finita in tutto come è in parte, arebbe avuto somiglianza col vero, nascendo Mugnone nel monte Asinaio; fece dunque il Tribolo per esso Mugnone, per dire quello che è fatto, una figura di pietra bigia lunga quattro braccia e raccolta in bellissima attitudine, la quale ha sopra la spalla un vaso che versa acqua in un pilo e l’altra posa in terra, appoggiandovisi sopra, avendo la gamba manca a cavallo sopra la ritta. E dietro a questo fiume è una femina figurata per Fiesole, la quale tutta ignuda nel mezzo della nicchia esce fra le spugne di que’ sassi, tenendo in mano una luna, che è l’antica insegna de’ Fiesolani. Sotto questa nicchia è un grandissimo pilo sostenuto da due capricorni grandi, che sono una dell’imprese del Duca, dai quali capricorni pendono alcuni festoni e maschere bellissime, e dalle labra esce l’acqua del detto pilo, che essendo colmo nel mezzo e sboccato dalle bande, viene tutta quella che sopravanza a versarsi dai detti lati, per le bocche de’ capricorni et a caminar, poi che è cascato in sul basamento cavo del pilo, per gl’orticini che sono intorno alle mura del giardino del laberinto, dove sono fra nicchia e nicchia fonti, e fra le fonti spalliere di melaranci e melagrani. Nel secondo sopra detto giardino, dove avea disegnato il Tribolo che si facesse il monte Asinaio, che aveva a dar l’acqua al detto Mugnone, aveva a essere dall’altra banda, passata la porta, il monte della Falterona in somigliante figura. E sì come da questo monte ha origine il fiume Arno, così la statua figurata per esso nel giardino del laberinto, dirimpetto a Mugnone, aveva a ricevere l’acqua della detta Falterona. Ma perché la figura di detto monte, né la sua fonte ha mai avuto il suo fine, parleremo della fonte e del fiume Arno, che dal Tribolo fu condotto a perfezzione. E dunque questo fiume [ha] il suo vaso sopra una coscia et appoggiasi con un braccio, stando a giacere, sopra un leone che tiene un giglio in mano, e l’acqua riceve il vaso dal muro forato, dietro al quale aveva a essere la Falterona, nella maniera a punto che si è detto ricevere la sua la statua del fiume Mugnone. E perché il pilo lungo è in tutto simile a quello di Mugnone non dirò altro se non che è un peccato che la bontà et eccellenza di queste opere non siano di marmo, essendo veramente bellissime. Seguitando poi il Tribolo l’opera del condotto, fece venire l’acqua della grotta, che passando sotto il giardino degl’aranci e poi l’altro, la condusse al laberinto e quivi preso in giro tutto il mezzo del laberinto, cioè il centro in buona larghezza, ordinò la canna del mezzo per la quale aveva a gettare acqua la fonte. Poi prese l’acque d’Arno e Mugnone, e ragunatele insieme sotto il piano del laberinto, con certe canne di bronzo che erano sparse per quel piano con bell’ordine, empié tutto quel pavimento di sottilissimi zampilli, di maniera che volgendosi una chiave si bagnano tutti coloro che s’accostano per vedere la fonte. E non si può agevolmente, né così tosto fuggire, perché fece il Tribolo intorno alla fonte et al lastricato, nel quale sono i zampilli, un sedere di pietra bigia, sostenuto da branche di leone, tramezzate da mostri marini di basso rilievo. Il che fare fu cosa difficile, perché volle, poiché il luogo è in ispiaggia e sta la squadra a pendio, di quello far piano e de’ sederi il medesimo. Messa poi mano alla fonte di questo laberinto, le fece nel piede di marmo uno intrecciamento di mostri marini tutti tondi straforati, con alcune code aviluppate insieme così bene, che in quel genere non si può far meglio. E ciò fatto, condusse la tazza d’un marmo stato condotto molto prima a Castello, insieme con una gran tavola pur di marmo, dalla villa dell’Antella, che già comperò Messer Ottaviano de’ Medici da Giuliano Salviati. Fece dunque il Tribolo per questa commodità prima che non arebbe per aventura fatto, la detta tazza, facendole intorno un ballo di puttini posti nella gola, che è appresso al labbro della tazza, i quali tengono certi festoni di cose marine traforati nel marmo con bell’artefizio. E così il piede, che fece sopra la tazza, condusse con molta grazia e con certi putti e maschere, per gettare acqua, bellissimi. Sopra il quale piede era d’animo il Tribolo che si ponesse una statua di bronzo, alta tre braccia, figurata per una Fiorenza, a dimostrare che dai detti monti Asinaia e Falterona vengono l’acque d’Arno e Mugnone a Fiorenza. Della quale figura aveva fatto un bellissimo modello, che spremendosi con le mani i capelli, ne faceva uscir acqua. Condotta poi l’acqua sul primo delle trenta braccia sotto il laberinto, diede principio alla fonte grande, che avendo otto facce, aveva a ricevere tutte le sopra dette acque nel primo bagno, cioè quelle dell’acque del laberinto e quelle parimente del condotto maggiore. Ciascuna dunque dell’otto facce saglie un grado alti un quinto, et ogni angolo dell’otto facce ha un risalto, come anco avea le scale che risaltando salgono ad ogni angolo scaglione di due quinti. Talché ripercuote la faccia del mezzo delle scale nei risalti, e vi muore il bastone, che è cosa bizzarra a vedere e molto commoda a salire. Le sponde della fonte hanno garbo di vaso et il corpo della fonte, cioè dentro dove sta l’acqua, gira intorno. Comincia il piede in otto facce, e seguita con otto sederi fin presso al bottone della tazza, sopra il quale seggono otto putti in varie attitudini e tutti tondi e grandi quanto il vivo, et incatenandosi con le braccia e con le gambe insieme fanno bellissimo vedere e ricco ornamento. E perché l’aggetto della tazza, che è tonda, ha di diametro sei braccia, traboccando del pari l’acque di tutta la fonte, versa intorno intorno una bellissima pioggia a uso di grondaia nel detto vaso a otto facce, onde i detti putti, che sono in sul piede della tazza, non si bagnano, e pare che mostrino con molta vaghezza quasi fanciullescamente essersi là entro per non bagnarsi scherzando ritirati intorno al labro della tazza, la quale nella sua semplicità non si può di bellezza paragonare. Sono dirimpetto ai quattro lati della crocera del giardino, quattro putti di bronzo a giacere scherzando in varie attitudini, i quali se bene sono poi stati fatti da altri, sono secondo il disegno del Tribolo. Comincia sopra questa tazza un altro piede, che ha nel suo principio, sopra alcuni risalti, quattro putti tondi di marmo, che stringono il collo a certe oche che versono acqua per bocca. E quest’acqua è quella del condotto principale che viene dal laberinto, la quale a punto saglie a questa altezza. Sopra questi putti è il resto del fuso di questo piede, il quale è fatto con certe cartelle che colono acqua con strana bizzarria e ripigliando forma quadra sta sopra certe maschere molto ben fatte. Sopra poi è un’altra tazza minore nella crocera della quale, al labbro, stanno appiccate con le corna quattro teste di capricorno in quadro, le quali gettono per bocca acqua nella tazza grande, insieme con i putti, per far la pioggia, che cade come si è detto nel primo ricetto, che ha le sponde a otto facce. Seguita più alto un altro fuso adorno con altri ornamenti e con certi putti di mezzo rilievo, che risaltando fanno un largo in cima tondo, che serve per basa della figura d’un Ercole che fa scoppiare Anteo, la quale secondo il segno del Tribolo è poi stata fatta da altri, come si dirà a suo luogo. Dalla bocca del quale Anteo, in cambio dello spirito, disegnò che dovesse uscire, et esce, per una canna acqua in gran copia, la quale acqua è quella del condotto grande della Pretaia, che vien gagliarda e saglie dal piano, dove sono le scale, braccia sedici, e ricascando nella tazza maggiore fa un vedere maraviglioso. In questo acquidotto medesimo vengono adunque non solo le dette acque della Pretaia, ma ancor quelle che vanno al vivaio et alla grotta, e queste, unite con quelle della Castellina, vanno alle fonti della Falterona e di Monte Asinaio e quindi a quelle d’Arno e Mugnone come si è detto e di poi, riunite alla fonte del laberinto, vanno al mezzo della fonte grande, dove sono i putti con l’oche. Di qui poi arebbono a ire, secondo il disegno del Tribolo, per due condotti ciascuno da per sé ne’ pili delle logge et alle tavole e poi ciascuna al suo orto segreto. Il primo de’ quali orti, verso ponente, è tutto pieno d’erbe straordinarie e medicinali, onde al sommo di quest’acqua, nel detto giardino di semplici, nel nicchio della fontana dietro a un pilo di marmo, arebbe a essere una statua d’Esculapio. Fu dunque la sopra detta fonte maggiore tutta finita di marmo dal Tribolo e ridotta a quella estrema perfezzione, che si può in opera di questa sorte disiderare migliore. Onde credo che si possa dire con verità ch’ella sia la più bella fonte e la più ricca, proporzionata e vaga che sia stata fatta mai. Perciò che nelle figure, nei vasi, nelle tazze et insomma per tutto, si vede usata diligenza et industria straordinaria. Poi il Tribolo, fatto il modello della detta statua d’Esculapio, cominciò a lavorare il marmo, ma impedito da altre cose lasciò imperfetta quella figura, che poi fu finita da Antonio di Gino, scultore e suo discepolo. Dalla banda di verso levante, in un pratello fuor del giardino, acconciò il Tribolo una quercia molto artifiziosamente, perciò che, oltre che è in modo coperta di sopra e d’intorno d’ellera intrecciata fra i rami, che pare un foltissimo boschetto, vi si saglie con una commoda scala di legno similmente coperta, in cima della quale nel mezzo della quercia è una stanza quadra con sederi intorno e con appoggiatoi di spalliere tutte di verzura viva, e nel mezzo una tavoletta di marmo, con un vaso di mischio nel mezzo. Nel quale, per una canna viene e schizza a l’aria molta acqua e per un’altra la caduta si parte, le quali canne vengono su per lo piede della quercia in modo coperte dall’ellera, che non si veggiono punto. E l’acqua si dà e toglie quando altri vuole col volgere di certe chiavi, né si può dire a pieno per quante vie si volge la detta acqua della quercia, con diversi instrumenti di rame per bagnare chi altri vuole, oltre che, con i medesimi instrumenti, se le fa fare diversi rumori e zuffolamenti. Finalmente tutte queste acque, dopo aver servito a tante e diverse fonti et ufficii, ragunate insieme se ne vanno ai due vivai, che sono fuor del palazzo al principio del viale, e quindi ad altri bisogni della villa. Né lascerò di dire qual fusse l’animo del Tribolo intorno agl’ornamenti di statue che avevano a essere nel giardin grande del laberinto, nelle nicchie che si veggiono ordinariamente compartite nei vani. Voleva dunque, et a così fare l’aveva giudiziosamente consigliato Messer Benedetto Varchi, stato ne’ tempi nostri poeta, oratore e filosofo eccellentissimo, che nelle teste di sopra e di sotto andassino i quattro tempi dell’anno, cioè primavera, state, autunno e verno, e che ciascuno fusse situato in quel luogo dove più si truova la stagion sua. All’entrata in sulla man ritta a canto al verno, in quella parte del muro che si distende all’insù, dovevano andare sei figure, le quali denotassino e mostrassero la grandezza e la bontà della casa de’ Medici, e che tutte le virtù si truovono nel duca Cosimo, e queste erano la Iustizia, la Pietà, il Valore, la Nobiltà, la Sapienza e la Liberalità, le quali sono sempre state nella casa de’ Medici et oggi sono tutte nell’eccellentissimo signor Duca, per essere giusto, valoroso, nobile, savio e liberale. E perché queste parti hanno fatto e fanno essere nella città di Firenze Leggi, Pace, Armi, Scienze, Sapienza, Lingue et Arti, e perché il detto signor Duca è giusto con le leggi, pietoso con la pace, valoroso per l’armi, nobile per le scienze, savio per introdurre le lingue e virtù e liberale nell’arti, voleva il Tribolo che all’incontro della Iustizia, Pietà, Valore, Nobiltà, Sapienza e Liberalità, furono quest’altre in sulla man manca, come si vedrà qui di sotto, cioè: Leggi, Pace, Arme, Scienze, Lingue et Arti. E tornava molto bene che in questa maniera le dette statue e simulacri fussero, come sarebbono stati, in su Arno e Mugnone a dimostrare che onorono Fiorenza. Andavano anco pensando di mettere in sui frontespizii, cioè in ciascuno, una testa d’alcun ritratto d’uomini della casa de’ Medici, come dire: sopra la Iustizia il ritratto di sua eccellenza, per essere quella sua peculiare; alla Pietà il Magnifico Giuliano; al Valore il signor Giovanni; alla Nobiltà Lorenzo Vecchio; alla Sapienza Cosimo Vecchio o vero Clemente VII; alla Liberalità papa Leone, e ne’ frontespizii di rincontro dicevano che si sarebbono potute mettere altre teste di casa Medici, o persone della città, da quella dependenti. Ma perché questi nomi fanno la cosa alquanto intrigata, si sono qui appresso messe con quest’ordine:

STATE. MUGNONE. PORTA. ARNO. PRIMAVERA. ARTI. LIBERALITÀ LINGUE. SAPIENZA. SCIENZE. NOBILTÀ ARMI. VALORE PACE. PIETÀ LEGGI. IUSTIZIA. LOGGIA. LOGGIA. AUTUNNO. PORTA. LOGGIA. PORTA. VERNO.

I quali tutti ornamenti nel vero arebbono fatto questo il più ricco, il più magnifico et il più ornato giardino d’Europa, ma non furono le dette cose condotte a fine, perciò che il Tribolo, sin che il signor Duca era in quella voglia di fare, non seppe pigliar modo di far che si conducessino alla loro perfezzione, come arebbe potuto fare in breve, avendo uomini et il Duca che spendeva volentieri, non avendo di quegli impedimenti che ebbe poi col tempo. Anzi non si contentando allora sua eccellenza di sì gran copia d’acqua, quanta è quella che vi si vede, disegnava che s’andasse a trovare l’acqua di Valcenni, che è grossissima, per metterle tutte insieme, e da Castello, con uno acquidotto simile a quello che aveva fatto, condurle a Fiorenza in sulla piazza del suo palazzo. E nel vero se quest’opera fusse stata riscaldata da uomo più vivo e più disideroso di gloria, si sarebbe per lo meno tirata molto inanzi. Ma perché il Tribolo (oltre che era molto occupato in diversi negozii del Duca) era non molto vivo, non se ne fece altro. Et in tanto tempo che lavorò a Castello non condusse di sua mano altro che le due fonti con que’ due fiumi, Arno e Mugnone, e la statua di Fiesole, nascendo ciò non da altro, per quello che si vede, che da essere troppo occupato come si è detto in molti negozii del Duca. Il quale fra l’altre cose gli fece fare fuor della porta a San Gallo, sopra il fiume Mugnone, un ponte in sulla strada maestra che va a Bologna. Il qual ponte, perché il fiume attraversa la strada in isbieco, fece fare il Tribolo, sbiecando anch’egli l’arco, secondo che sbiecamente imboccava il fiume, che fu cosa nuova e molto lodata, facendo massimamente congiungere l’arco di pietra sbiecato, in modo da tutte le bande che riuscì forte et ha molta grazia, et insomma questo ponte fu una molto bell’opera. Non molto inanzi, essendo venuta voglia al Duca di fare la sepoltura del signor Giovanni de’ Medici suo padre, e disiderando il Tribolo di farla, ne fece un bellissimo modello a concorrenza d’uno che n’avea fatto Raffaello da Monte Lupo, favorito da Francesco di Sandro, maestro di maneggiare arme appresso a sua eccellenza. E così essendo risoluto il Duca che si mettesse in opera quello del Tribolo, egli se n’andò a Carrara a fare cavare i marmi, dove cavò anco i due pili per le logge di Castello, una tavola e molti altri marmi. Intanto essendo Messer Giovan Battista da Ricasoli, oggi vescovo di Pistoia, a Roma per negozii del signor Duca, fu trovato da Baccio Bandinelli, che aveva apunto finito nella Minerva le sepolture di papa Leone Decimo e Clemente Settimo, e richiesto di favore appresso sua eccellenza; per che, avendo esso Messer Giovanbatista scritto al Duca che il Bandinello disiderava servirlo, gli fu rescritto da sua eccellenza che nel ritorno lo menasse seco. Arivato adunque il Bandinello a Fiorenza, fu tanto intorno al Duca con l’audacia sua, con promesse e mostrare disegni e modelli, che la sepoltura del detto signor Giovanni, la quale doveva fare il Tribolo, fu allogata a lui. E così presi de’ marmi di Michelagnolo, che erano in Fiorenza in via Mozza, guastatigli senza rispetto, cominciò l’opera; per che, tornato il Tribolo da Carrara, trovò essergli stato levato, per essere egli troppo freddo e buono, il lavoro. L’anno che si fece parentado fra il signor duca Cosimo et il signor don Petro di Tolledo, marchese di Villa Franca, allora veceré di Napoli, pigliando il signor Duca per moglie la signora Leonora sua figliuola, nel farsi in Fiorenza l’apparato delle nozze, fu dato cura al Tribolo di fare alla porta al Prato, per la quale doveva la sposa entrare venendo dal Poggio, un arco trionfale; il quale egli fece bellissimo, e molto ornato di colonne, pilastri, architravi, cornicioni e frontespizii. E perché il detto arco andava tutto pieno di storie e di figure, oltre alle statue, che furono di man del Tribolo, fecero tutte le dette pitture Battista Franco Viniziano, Ridolfo Ghirlandaio e Michele suo discepolo. La principal figura dunque, che fece il Tribolo in quest’opera, la quale fu posta sopra il frontespizio nella punta del mezzo sopra un dado fatto di rilievo, fu una femina di cinque braccia, fatta per la Fecondità, con cinque putti, tre avolti alle gambe, uno in grembo e l’altro al collo. E questa, dove cala il frontespizio, era messa in mezzo da due figure della medesima grandezza, una da ogni banda. Delle quali figure, che stavano a giacere, una era la Sicurtà, che s’appoggiava sopra una colonna con una verga sottile in mano, e l’altra era l’Eternità con una palla nelle braccia e sotto ai piedi un vecchio canuto figurato per lo Tempo col Sole e Luna in collo. Non dirò quali fussero l’opere di pittura che furono in questo arco, perché può vedersi ciascuno nella discrizione dell’apparato di quelle nozze, e perché il Tribolo ebbe particolar cura degl’ornamenti del palazzo de’ Medici egli fece fare nelle lunette delle volte del cortile, molte imprese con motti a proposito a quelle nozze e tutte quelle de’ più illustri di casa Medici. Oltre ciò nel cortile grande scoperto fece un suntuosissimo apparato pieno di storie, cioè da una parte di Romani e Greci, e dall’altre di cose state fatte da uomini illustri di detta casa Medici, che tutte furono condotte dai più eccellenti giovani pittori che allora fussero in Fiorenza di ordine del Tribolo, Bronzino, Pierfrancesco di Sandro, Francesco Bacchiacca, Domenico Conti, Antonio di Domenico e Battista Franco Viniziano. Fece anco il Tribolo in sulla piazza di San Marco, sopra un grandissimo basamento alto braccia dieci (nel quale il Bronzino aveva dipinte di color di bronzo due bellissime storie) nel zoccolo che era sopra le cornici, un cavallo di braccia dodici, con le gambe dinanzi in alto e sopra quello una figura armata e grande a proporzione, la quale figura avea sotto genti ferite e morte: rappresentava il valorosissimo signor Giovanni de’ Medici padre di sua eccellenza. Fu quest’opera con tanto giudizio et arte condotta dal Tribolo, ch’ella fu ammirata da chiunche la vide, e quello che più fece maravigliare, fu la prestezza nella quale egli la fece, aiutato fra gl’altri da Santi Buglioni scultore, il quale cadendo, rimase storpiato d’una gamba, e poco mancò che non si morì. Di ordine similmente del Tribolo fece, per la comedia che si recitò, Aristotele da San Gallo (in queste veramente eccellentissimo, come si dirà nella vita sua) una maravigliosa prospettiva. Et esso Tribolo fece per gl’abiti degl’intermedii, che furono opera di Giovambatista Strozzi, il quale ebbe carico di tutta la comedia, le più vaghe e belle invenzioni di vestiti, di calzari, d’acconciature di capo e d’altri abbigliamenti, che sia possibile imaginarsi. Le quali cose furono cagione che il Duca si servì poi in molte capricciose mascherate dell’ingegno del Tribolo, come in quella dell’Orsi, per un palio di Bufole, in quella de’ Corbi et in altre. Similmente l’anno che al detto signor Duca nacque il signor don Francesco suo primogenito, avendosi a fare nel tempio di San Giovanni di Firenze un suntuoso apparato, il quale fusse onoratissimo e capace di cento nobilissime giovani, le quali l’avevano ad accompagnare dal palazzo insino al detto tempio, dove aveva a ricevere il battesimo, ne fu dato carico al Tribolo, il quale insieme col Tasso, accomodandosi al luogo, fece che quel tempio, che per sé è antico e bellissimo, pareva un nuovo tempio alla moderna ottimamente inteso, insieme con i sederi intorno riccamente adorni di pitture e d’oro. Nel mezzo sotto la lanterna fece un vaso grande di legname intagliato in otto facce, il quale posava il suo piede sopra quattro scaglioni. Et in sui canti dell’otto facce erano certi viticcioni, i quali movendosi da terra, dove erano alcune zampe di leone, avevano in cima certi putti grandi i quali facendo varie attitudini tenevano con le mani la bocca del vaso e colle spalle alcuni festoni che giravano e facevano pendere nel vano del mezzo una ghirlanda attorno attorno. Oltre ciò aveva fatto il Tribolo nel mezzo di questo vaso un basamento di legname con belle fantasie attorno, in sul quale mise per finimento il San Giovanbattista di marmo, alto braccia tre, di mano di Donatello, che fu lasciato da lui nelle case di Gismondo Martelli, come si è detto nella vita di esso Donatello. Insomma, essendo questo tempio dentro e fuori stato ornato quanto meglio si può imaginare, era solamente stata lasciata in dietro la cappella principale, dove in un tabernacolo vecchio sono quelle figure di rilievo che già fece Andrea Pisano. Onde pareva, essendo rinovato ogni cosa, che quella capella così vecchia togliesse tutta la grazia che l’altre cose tutte insieme avevano. Andando dunque un giorno il Duca a vedere questo apparato, come persona di giudizio, lodò ogni cosa e conobbe quanto si fusse bene accomodato il Tribolo al sito e luogo et ad ogni altra cosa, solo biasimò sconciamente che a quella capella principale non si fusse avuto cura. Onde a un tratto, come persona risoluta con bel giudizio, ordinò che tutta quella parte fusse coperta con una tela grandissima dipinta di chiaro scuro, dentro la quale San Giovanni Battista battezzasse Cristo et intorno fussero popoli che stessono a vedere e si battezzassino, altri spogliandosi et altri rivestendosi in varie attitudini, e sopra fusse un Dio Padre che mandasse lo Spirito Santo, e due fonti in guisa di fiumi per Ior e Dan, i quali versando acqua facessero il Giordano. Essendo adunque ricerco di far questa opera da Messer Pierfrancesco Riccio, maiordomo allora del Duca, e dal Tribolo, Iacopo da Puntormo, non la volle fare, perciò che il tempo, che vi era solamente di sei giorni, non pensava che gli potesse bastare. Il simile fece Ridolfo Ghirlandaio, Bronzino e molti altri. In questo tempo essendo Giorgio Vasari tornato da Bologna e lavorando per Messer Bindo Altoviti la tavola della sua capella in Santo Apostolo in Firenze, non era in molta considerazione, se bene aveva amicizia col Tribolo e col Tasso. Perciò che avendo alcuni fatto una setta, sotto il favore del detto Messer Pierfrancesco Riccio, chi non era di quella non participava del favore della corte, ancor che fusse virtuoso e da bene. La quale cosa era cagione che molti, i quali con l’aiuto di tanto principe si sarebbono fatti eccellenti, si stavano abandonati, non si adoperando se non chi voleva il Tasso, il quale, come persona allegra, con le sue baie inzampognava colui di sorte che non faceva e non voleva in certi affari, se non quello che voleva il Tasso, il quale era architettore di palazzo e faceva ogni cosa. Costoro dunque avendo alcun sospetto di esso Giorgio, il quale si rideva di quella loro vanità e sciocchezze e più cercava di farsi da qualcosa mediante gli studii dell’arte, che con favore, non pensavano al fatto suo, quando gli fu dato ordine dal signor Duca che facesse la detta tela con la già detta invenzione. La quale opera egli condusse in sei giorni di chiaro scuro e la diede finita in quel modo che sanno coloro che videro quanta grazia et ornamento ella diede a tutto quello apparato e quanto ella rallegrasse quella parte, che più n’aveva bisogno in quel tempio e nelle magnificenze di quella festa. Si portò dunque tanto bene il Tribolo, per tornare oggimai onde mi sono, non so come, partito, che ne meritò somma lode, et una gran parte degl’ornamenti, che fece fra le colonne, volse il Duca che vi fussero lasciati, e vi sono ancora e meritamente. Fece il Tribolo alla villa di Cristofano Rinieri a Castello, mentre che attendeva alle fonti del Duca, sopra un vivaio, che è in cima a una ragnaia, in una nicchia un fiume di pietra bigia grande quanto il vivo, che getta acqua in un pilo grandissimo della medesima pietra; il qual fiume, che è fatto di pezzi, è commesso con tanta arte e diligenza, che pare tutto d’un pezzo. Mettendo poi mano il Tribolo per ordine di sua eccellenza voler finire le scale della libreria di San Lorenzo, cioè quelle che sono nel ricetto dinanzi alla porta, messi che n’ebbe quattro scaglioni, non ritrovando né il modo, né le misure di Michelagnolo, con ordine del Duca andò a Roma, non solo per intendere il parere di Michelagnolo intorno alle dette scale, ma per far opera di condurre lui a Firenze. Ma non gli riuscì né l’uno, né l’altro, perciò che non volendo Michelagnolo partire di Roma con bel modo si licenziò, e quanto alle scale mostrò non ricordarsi più né di misure né d’altro. Il Tribolo dunque, essendo tornato a Firenze e non potendo seguitare l’opera delle dette scale, si diede a far il pavimento della detta libreria di mattoni bianchi e rossi, sì come alcuni pavimenti che aveva veduti in Roma, ma vi aggiunse un ripieno di terra rossa nella terra bianca, mescolata col bolo per fare diversi intagli in que’ mattoni. E così questo pavimento fece ribattere tutto il palco e soffittato di sopra, che fu cosa molto lodata. Cominciò poi e non finì, per mettere nel maschio della fortezza della porta a Faenza, per don Giovanni di Luna, allora castellano, un’arme di pietra bigia et un’aquila di tondo rilievo grande con due capi, quali fece di cera perché fusse gettata di bronzo, ma non se ne fece altro e dell’arme rimase solamente finito lo scudo. E perché era costume della città di Fiorenza fare quasi ogni anno per la festa di San Giovanni Battista, in sulla piazza principale, la sera di notte una girandola, cioè una machina piena di trombe di fuoco e di razzi et altri fuochi lavorati, la quale girandola aveva ora forma di tempio, ora di nave, ora di scogli e talora d’una città o d’uno Inferno, come più piaceva all’inventore, fu dato cura un anno di farne una al Tribolo, il quale la fece, come di sotto si dirà, bellissima. E perché delle varie maniere di tutti questi così fatti fuochi, e particolarmente de’ lavorati, tratta Vannoccio Sanese et altri, non mi distenderò in questo, dirò bene alcune cose delle qualità delle girandole. Il tutto adunque si fa di legname, con spazii larghi che spuntino in fuori da piè, acciò che i raggi, quando hanno avuto fuoco, non accendano gl’altri, ma s’alzino mediante le distanze a poco a poco del pari, e secondando l’un l’altro, empiano il cielo del fuoco, che è nelle grillande da sommo e da piè; si vanno, dico, spartendo larghi acciò non abrucino a un tratto, e facciano bella vista. Il medesimo fanno gli scoppi, i quali, stando legati a quelle parti ferme della girandola, fanno bellissime gazzarre. Le trombe similmente vanno accomodando negli ornamenti e si fanno uscire le più volte per bocca di maschere o d’altre cose simili, ma l’importanza sta nell’accomodarla in modo che i lumi, che ardono in certi vasi, durino tutta la notte e faccino la piazza luminosa. Onde tutta l’opera è guidata da un semplice stoppino, che bagnato in polvere piena di solfo et acquavita a poco a poco camina ai luoghi, dove egli ha di mano in mano a dar fuoco, tanto che abbia fatto tutto. E perché si figurano, come ho detto, varie cose, ma che abbino che fare alcuna cosa col fuoco e sieno sottoposte agli incendii et era stata fatta molto inanzi la città di Soddoma e Lotto con le figliuole, che di quella uscivano, et altra volta Gerione con Virgilio e Dante addosso, sì come da esso Dante si dice nell’Inferno, e molto prima Orfeo che traeva seco da esso Inferno Euridice et altre molte invenzioni, ordinò sua eccellenza che non certi fantocciai, che avevano già molt’anni fatto nelle girandole mille gofferie, ma un maestro eccellente facesse alcuna cosa che avesse del buono, perché datane cura al Tribolo, egli con quella virtù et ingegno che aveva l’altre cose fatto, ne fece una in forma di tempio a otto facce bellissimo, alta tutta con gl’ornamenti venti braccia. In qual tempio egli finse che fusse quello della Pace, facendo in cima il simulacro della Pace, che metta fuoco in un gran monte d’arme che aveva a’ piedi. Le quali armi, statua della Pace e tutte altre figure, che facevano essere quella machina bellissima, erano di cartoni, terra e panni incollati, acconci con arte grandissima, erano, dico, di cotali materie, acciò l’opera tutta fusse leggera, dovendo essere da un canapo doppio, che traversava la piazza in alto, sostenuta per molto spazio alta da terra. Ben è vero che, essendo stati acconci dentro i fuochi troppo spessi e le guide degli stopini troppo vicine l’una all’altra, che datole fuoco, fu tanta la veemenza dell’incendio e grande e subita vampa, che ella si accese tutta a un tratto et abbruciò in un baleno, dove aveva a durare ad ardere un’ora al meno. E, che fu peggio, attaccatosi fuoco al legname et a quello che dovea conservarsi, si abbruciarono i canapi et ogni altra cosa a un tratto, con danno non piccolo e poco piacere de’ popoli. Ma quanto apartiene all’opera, ella fu la più bella che altra girandola la quale insino a quel tempo fusse stata fatta già mai. Volendo poi il Duca fare, per commodo de’ suoi cittadini e mercanti, la loggia di Mercato Nuovo, e non volendo più di quello che potesse aggravare il Tribolo, il quale come capo maestro de’ capitani di parte e commessarii de’ fiumi e sopra le fogne della città, cavalcava per lo dominio per ridurre molti fiumi, che scorrevano con danno, ai loro letti, riturare ponti et altre cose simili, diede il carico di quest’opera al Tasso, per consiglio del già detto Messer Pierfrancesco maiordomo, per farlo di falegname architettore, il che invero fu contra la volontà del Tribolo, ancor che egli nol mostrasse e facesse molto l’amico con esso lui. E che ciò sia vero, conobbe il Tribolo nel modello del Tasso molti errori, de’ quali, come si crede, nol volle altrimenti avvertire, come fu quello de’ capitelli delle colonne che sono a canto ai pilastri, i quali non essendo tanto lontana la colonna che bastasse, quando tirato su ogni cosa si ebbero a mettere a’ luoghi loro, non vi entrava la corona di sopra della cima di essi capitelli; onde bisognò tagliarne tanto che si guastò quell’ordine, senza molti altri errori, de’ quali non accade ragionare. Per lo detto Messer Pierfrancesco fece il detto Tasso la porta della chiesa di Santo Romolo et una finestra inginocchiata in sulla piazza del Duca, d’un ordine a suo modo, mettendo i capitegli per base e facendo tante altre cose senza misura o ordine, che si potea dire che l’ordine tedesco avesse cominciato a riavere la vita in Toscana per mano di quest’uomo. Per non dir nulla delle cose che fece in palazzo di scale e di stanze, le quali ha avuto il Duca a far guastare perché non avevano né ordine, né misura, né proporzione alcuna, anzi tutte storpiate, fuor di squadra e senza grazia o commodo niuno. Le quali tutte cose non passarono senza carico del Tribolo, il quale intendendo, come faceva, assai, non parea che dovesse comportare che il suo principe gettasse via i danari et a lui facesse quella vergogna in su gl’occhi, e, che è peggio, non dovea comportare cotali cose al Tasso che gl’era amico. E ben conobbono gl’uomini di giudizio la prosonzione e pazzia dell’uno in volere fare quell’arte che sapeva et il simular dell’altro, che affermava quello piacergli che certo sapeva che stava male. E di ciò facciano fede l’opere che Giorgio Vasari ha avuto a guastare in palazzo, con danno del Duca e molta vergogna loro. Ma gli avvenne al Tribolo quello che al Tasso, perciò che sì come il Tasso lasciò lo intagliare di legname, nel quale esercizio non aveva pari, e non fu mai buono architettore per aver lasciato un’arte nella quale molto valeva, e datosi a un’altra della quale non sapea straccio, e gli apportò poco onore, così il Tribolo lasciando la scultura, nella quale si può dire con verità che fusse molto eccellente e facea stupire ognuno e datosi a volere dirizzare fiumi, l’una non seguitò con suo onore e l’altra gl’apportò anzi danno e biasimo che onore et utile, perciò che non gli riuscì rassettare i fiumi e si fece molti nimici, e particolarmente in quel di Prato per conto di Bisenzio, et in Valdinievole in molti luoghi. Avendo poi compero il duca Cosimo il palazzo de’ Pitti, del quale si è in altro luogo ragionato, e desiderando sua eccellenza di adornarlo di giardini, boschi e fontane e vivai et altre cose simili, fece il Tribolo tutto lo spartimento del monte in quel modo che egli sta, accomodando tutte le cose con bel giudizio ai luoghi loro, se ben poi alcune cose sono state mutate in molte parti del giardino. Del qual palazzo de’ Pitti, che è il più bello d’Europa, si parlerà altra volta con migliore occasione. Dopo queste cose fu mandato il Tribolo da sua eccellenza nell’isola dell’Elba, non solo perché vedesse la città e porto che vi aveva fatta fare, ma ancora perché desse ordine di condurre un pezzo di granito tondo di dodici braccia per diametro, del quale si aveva a fare una tazza per lo prato grande de’ Pitti, la quale ricevesse l’acqua della fonte principale. Andato dunque colà il Tribolo e fatta fare una scafa a posta per condurre questa tazza et ordinato agli scarpellini il modo di condurla, se ne tornò a Fiorenza, dove non fu sì tosto arivato, che trovò ogni cosa piena di romori e maladizioni contra di sé, avendo di que’ giorni le piene et inondazioni fatto grandissimi danni intorno a que’ fiumi che egli aveva rassettati, ancor che forse non per suo difetto in tutto fusse ciò avenuto. Comunche fusse, o la malignità d’alcuni ministri e forse l’invidia, o che pure fusse così il vero, fu di tutti que’ danni data la colpa al Tribolo, il quale non essendo di molto animo et anzi scarso di partiti che no, dubitando che la malignità di qualcuno non gli facesse perdere la grazia del Duca, si stava di malissima voglia, quando gli sopragiunse, essendo di debole complessione, una grandissima febre a dì 20 d’agosto, l’anno 1550, nel qual tempo, essendo Giorgio in Firenze per far condurre a Roma i marmi delle sepolture che papa Giulio Terzo fece fare in San Piero a Montorio, come quelli che veramente amava la virtù del Tribolo lo visitò e confortò, pregandolo che non pensasse se non alla sanità e che guarito si ritraesse a finire l’opera di Castello, lasciando andare i fiumi, che più tosto potevano affogargli la fama che fargli utile o onore nessuno. La qual cosa come promise di voler fare, arebbe, mi credo io, fatta per ogni modo se non fusse stato impedito dalla morte, che gli chiuse gl’occhi a dì 7 settembre del medesimo anno. E così l’opere di Castello, state da lui cominciate e messe inanzi, rimasero imperfette perciò che, se bene si è lavorato dopo lui ora una cosa et ora un’altra, non però vi si è mai atteso con quella diligenza e prestezza che si faceva vivendo il Tribolo e quando il signor Duca era caldissimo in quell’opera. E di vero chi non tira inanzi le grandi opere, mentre coloro che fanno farle spendono volentieri e non hanno maggior cura, è cagione che si devia e si lascia imperfetta l’opera che arebbe potuto la sollecitudine e studio condurre a perfezzione. E così per negligenza degl’operatori, rimane il mondo senza quello ornamento et eglino senza quella memoria et onore, perciò che rade volte adiviene, come a quest’opera di Castello, che mancando il primo maestro, quegli che in suo luogo succede voglia finirla secondo il disegno e modello del primo, con quella modestia che Giorgio Vasari, di commessione del Duca, ha fatto, secondo l’ordine del Tribolo, finire il vivaio maggiore di Castello e l’altre cose secondo che di mano in mano vorrà che si faccia sua eccellenza. Visse il Tribolo anni 65. Fu sotterrato dalla Compagnia dello Scalzo nella lor sepoltura e lasciò dopo sé Raffaello suo figliuolo, che non ha atteso all’arte e due figliuole femine, una delle quali è moglie di Davitte, che l’aiutò a murare tutte le cose di Castello, et il quale come persona di giudizio et atto a ciò, oggi attende ai condotti dell’acqua di Fiorenza, di Pisa e di tutti gl’altri luoghi del dominio, secondo che piace a sua eccellenza.

IL FINE DELLA VITA DI NICCOLÒ, DETTO IL TRIBOLO