Orlando furioso/Canto 15

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Canto 15

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Canto 14 Canto 16


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 [1]
Fu il vincer sempremai laudabil cosa,
     Vincasi o per fortuna o per ingegno:
     Gli è ver che la vittoria sanguinosa
     Spesso far suole il capitan men degno;
     E quella eternamente è gloriosa,
     E dei divini onori arriva al segno,
     Quando servando i suoi senza alcun danno,
     Si fa che gl’inimici in rotta vanno.
     
 [2]
La vostra, Signor mio, fu degna loda,
     Quando al Leone, in mar tanto feroce,
     Ch’avea occupata l’una e l’altra proda
     Del Po, da Francolin sin alla foce,
     Faceste sì, ch’ancor che ruggir l’oda,
     S’io vedrò voi, non tremerò alla voce.
     Come vincer si de’, ne dimostraste;
     Ch’uccideste i nemici, e noi salvaste.
     
 [3]
Questo il pagan, troppo in suo danno audace,
     Non seppe far; che i suoi nel fosso spinse,
     Dove la fiamma subita e vorace
     Non perdonò ad alcun, ma tutti estinse.
     A tanti non saria stato capace
     Tutto il gran fosso, ma il fuoco restrinse,
     Restrinse i corpi e in polve li ridusse,
     Acciò ch’abile a tutti il luogo fusse.
     
 [4]
Undicimila ed otto sopra venti
     Si ritrovar ne l’affocata buca,
     Che v’erano discesi malcontenti;
     Ma così volle il poco saggio duca.
     Quivi fra tanto lume or sono spenti,
     E la vorace fiamma li manuca:
     E Rodomonte, causa del mal loro,
     Se ne va esente da tanto martoro:
     
 [5]
Che tra’ nemici alla ripa più interna
     Era passato d’un mirabil salto.
     Se con gli altri scendea ne la caverna,
     Questo era ben il fin d’ogni suo assalto.
     Rivolge gli occhi a quella valle inferna;
     E quando vede il fuoco andar tant’alto,
     E di sua gente il pianto ode e lo strido,
     Bestemmia il ciel con spaventoso grido.
     
 [6]
Intanto il re Agramante mosso avea
     Impetuoso assalto ad una porta;
     Che, mentre la crudel battaglia ardea
     Quivi ove è tanta gente afflitta e morta,
     Quella sprovista forse esser credea
     Di guardia, che bastasse alla sua scorta.
     Seco era il re d’Arzilla Bambirago,
     E Baliverzo, d’ogni vizio vago;
     
 [7]
E Corineo di Mulga, e Prusione,
     Il ricco re dell’Isole beate;
     Malabuferso che la regione
     Tien di Fizan, sotto continua estate;
     Altri signori, ed altre assai persone
     Esperte ne la guerra e bene armate;
     E molti ancor senza valore e nudi,
     Che ’l cor non s’armerian con mille scudi.
     

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 [8]
Trovò tutto il contrario al suo pensiero
     In questa parte il re de’ Saracini:
     Perché in persona il capo de l’Impero
     V’era, re Carlo, e de’ suoi paladini,
     Re Salamone ed il danese Ugiero,
     Ed ambo i Guidi ed ambo gli Angelini,
     E ’l duca di Bavera e Ganelone,
     E Berlengier e Avolio e Avino e Otone;
     
 [9]
Gente infinita poi di minor conto,
     De’ Franchi, de’ Tedeschi e de’ Lombardi,
     Presente il suo signor, ciascuno pronto
     A farsi riputar fra i più gagliardi.
     Di questo altrove io vo’ rendervi conto;
     Ch’ad un gran duca è forza ch’io riguardi,
     Il qual mi grida, e di lontano accenna,
     E priega ch’io nol lasci ne la penna.
     
 [10]
Gli è tempo ch’io ritorni ove lasciai
     L’aventuroso Astolfo d’Inghilterra,
     Che ’l lungo esilio avendo in odio ormai,
     Di desiderio ardea de la sua terra;
     Come gli n’avea data pur assai
     Speme colei ch’Alcina vinse in guerra.
     Ella di rimandarvilo avea cura
     Per la via più espedita e più sicura.
     
 [11]
E così una galea fu apparechiata,
     Di che miglior mai non solcò marina;
     E perché ha dubbio per tutta fiata,
     Che non gli turbi il suo viaggio Alcina,
     Vuol Logistilla che con forte armata
     Andronica ne vada e Sofrosina,
     Tanto che nel mar d’Arabi, o nel golfo
     De’ Persi, giunga a salvamento Astolfo.
     
 [12]
Più tosto vuol che volteggiando rada
     Gli Sciti e gl’Indi e i regni nabatei,
     E torni poi per così lunga strada
     A ritrovar i Persi e gli Eritrei;
     Che per quel boreal pelago vada,
     Che turban sempre iniqui venti e rei,
     E sì, qualche stagion, pover di sole,
     Che starne senza alcuni mesi suole.
     
 [13]
La fata, poi che vide acconcio il tutto,
     Diede licenza al duca di partire,
     Avendol prima ammaestrato e istrutto
     Di cose assai, che fôra lungo a dire;
     E per schivar che non sia più ridutto
     Per arte maga, onde non possa uscire,
     Un bello ed util libro gli avea dato,
     Che per suo amore avesse ognora allato.
     
 [14]
Come l’uom riparar debba agl’incanti
     Mostra il libretto che costei gli diede:
     Dove ne tratta o più dietro o più inanti,
     Per rubrica e per indice si vede.
     Un altro don gli fece ancor, che quanti
     Doni fur mai, di gran vantaggio eccede:
     E questo fu d’orribil suono un corno,
     Che fa fugire ognun che l’ode intorno.
     
 [15]
Dico che ’l corno è di sì orribil suono,
     Ch’ovunque s’oda, fa fuggir la gente:
     Non può trovarsi al mondo un cor sì buono,
     Che possa non fuggir come lo sente:
     Rumor di vento e di termuoto, e ’l tuono,
     A par del suon di questo, era niente.
     Con molto riferir di grazie, prese
     Da la fata licenza il buono Inglese.
     

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 [16]
Lasciando il porto e l’onde più tranquille,
     Con felice aura ch’alla poppa spira,
     Sopra le ricche e populose ville
     De l’odorifera India il duca gira,
     Scoprendo a destra ed a sinistra mille
     Isole sparse; e tanto va, che mira
     La terra di Tomaso, onde il nocchiero
     Più a tramontana poi volge il sentiero.
     
 [17]
Quasi radendo l’aurea Chersonesso,
     La bella armata il gran pelago frange:
     E costeggiando i ricchi liti, spesso
     Vede come nel mar biancheggi il Gange;
     E Traprobane vede e Cori appresso;
     E vede il mar che fra i duo liti s’ange.
     Dopo gran via furo a Cochino, e quindi
     Usciro fuor dei termini degl’Indi.
     
 [18]
Scorrendo il duca il mar con sì fedele
     E sì sicura scorta, intender vuole,
     E ne domanda Andronica, se de le
     Parti c’han nome dal cader del sole,
     Mai legno alcun che vada a remi e a vele,
     Nel mare orientale apparir suole;
     E s’andar può senza toccar mai terra,
     Chi d’India scioglia, in Francia o in Inghilterra.
     
 [19]
— Tu déi sapere (Andronica risponde)
     Che d’ogn’intorno il mar la terra abbraccia;
     E van l’una ne l’altra tutte l’onde,
     Sia dove bolle o dove il mar s’aggiaccia;
     Ma perché qui davante si difonde,
     E sotto il mezzodì molto si caccia
     La terra d’Etiopia, alcuno ha detto
     Ch’a Nettuno ir più inanzi ivi è interdetto.
     
 [20]
Per questo del nostro indico levante
     Nave non è che per Europa scioglia;
     Né si muove d’Europa navigante
     Ch’in queste nostre parti arrivar voglia.
     Il ritrovarsi questa terra avante,
     E questi e quelli al ritornare invoglia;
     Che credono, veggendola sì lunga,
     Che con l’altro emisperio si congiunga.
     
 [21]
Ma volgendosi gli anni, io veggio uscire
     Da l’estreme contrade di ponente
     Nuovi Argonauti e nuovi Tifi, e aprire
     La strada ignota infin al dì presente:
     Altri volteggiar l’Africa, e seguire
     Tanto la costa de la negra gente,
     Che passino quel segno onde ritorno
     Fa il sole a noi, lasciando il Capricorno;
     
 [22]
E ritrovar del lungo tratto il fine,
     Che questo fa parer dui mar diversi;
     E scorrer tutti i liti e le vicine
     Isole d’Indi, d’Arabi e di Persi:
     Altri lasciar le destre e le mancine
     Rive che due per opra Erculea fersi;
     E del sole imitando il camin tondo,
     Ritrovar nuove terre e nuovo mondo.
     
 [23]
Veggio la santa croce, e veggio i segni
     Imperial nel verde lito eretti:
     Veggio altri a guardia dei battuti legni,
     Altri all’acquisto del paese eletti:
     Veggio da dieci cacciar mille, e i regni
     Di là da l’India ad Aragon suggetti;
     E veggio i capitan di Carlo quinto,
     Dovunque vanno, aver per tutto vinto.
     

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 [24]
Dio vuol ch’ascosa antiquamente questa
     Strada sia stata, e ancor gran tempo stia;
     Né che prima si sappia, che la sesta
     E la settima età passata sia:
     E serba a farla al tempo manifesta,
     Che vorrà porre il mondo a monarchia,
     Sotto il più saggio imperatore e giusto,
     Che sia stato o sarà mai dopo Augusto.
     
 [25]
Del sangue d’Austria e d’Aragon io veggio
     Nascer sul Reno alla sinistra riva
     Un principe, al valor del qual pareggio
     Nessun valor, di cui si parli o scriva.
     Astrea veggio per lui riposta in seggio,
     Anzi di morta ritornata viva;
     E le virtù che cacciò il mondo, quando
     Lei cacciò ancora, uscir per lui di bando.
     
 [26]
Per questi merti la Bontà suprema
     Non solamente di quel grande impero
     Ha disegnato ch’abbia diadema
     Ch’ebbe Augusto, Traian, Marco e Severo;
     Ma d’ogni terra e quinci e quindi estrema,
     Che mai né al sol né all’anno apre il sentiero:
     E vuol che sotto a questo imperatore
     Solo un ovile sia, solo un pastore.
     
 [27]
E perch’abbian più facile successo
     Gli ordini in cielo eternamente scritti,
     Gli pon la somma Providenza appresso
     In mare e in terra capitani invitti.
     Veggio Hernando Cortese, il qualo ha messo
     Nuove città sotto i cesarei editti,
     E regni in Oriente sì remoti,
     Ch’a noi, che siamo in India, non son noti.
     
 [28]
Veggio Prosper Colonna, e di Pescara
     Veggio un marchese, e veggio dopo loro
     Un giovene del Vasto, che fan cara
     Parer la bella Italia ai Gigli d’oro:
     Veggio ch’entrare inanzi si prepara
     Quel terzo agli altri a guadagnar l’alloro:
     Come buon corridor ch’ultimo lassa
     Le mosse, e giunge, e inanzi a tutti passa.
     
 [29]
Veggio tanto il valor, veggio la fede
     Tanta d’Alfonso (che ’l suo nome è questo),
     Ch’in così acerba età, che non eccede
     Dopo il vigesimo anno ancora il sesto,
     L’imperator l’esercito gli crede,
     Il qual salvando, salvar non che ’l resto,
     Ma farsi tutto il mondo ubidiente
     Con questo capitan sarà possente.
     
 [30]
Come con questi, ovunque andar per terra
     Si possa, accrescerà l’imperio antico;
     Così per tutto il mar, ch’in mezzo serra
     Di là l’Europa e di qua l’Afro aprico,
     Sarà vittorioso in ogni guerra,
     Poi ch’Andrea Doria s’avrà fatto amico.
     Questo è quel Doria che fa dai pirati
     Sicuro il vostro mar per tutti i lati.
     
 [31]
Non fu Pompeio a par di costui degno,
     Se ben vinse e cacciò tutti i corsari;
     Però che quelli al più possente regno
     Che fosse mai, non poteano esser pari:
     Ma questo Doria, sol col proprio ingegno
     E proprie forze purgherà quei mari;
     Sì che da Calpe al Nilo, ovunque s’oda
     Il nome suo, tremar veggio ogni proda.
     

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 [32]
Sotto la fede entrar, sotto la scorta
     Di questo capitan di ch’io ti parlo,
     Veggio in Italia, ove da lui la porta
     Gli sarà aperta, alla corona Carlo.
     Veggio che ’l premio che di ciò riporta,
     Non tien per sé, ma fa alla patria darlo:
     Con prieghi ottien ch’in libertà la metta,
     Dove altri a sé l’avria forse suggetta.
     
 [33]
Questa pietà, ch’egli alla patria mostra,
     È degna di più onor d’ogni battaglia
     Ch’in Francia o in Spagna o ne la terra vostra
     Vincesse Iulio, o in Africa o in Tessaglia.
     Né il grande Ottavio, né chi seco giostra
     Di par, Antonio, in più onoranza saglia
     Pei gesti suoi; ch’ogni lor laude amorza
     L’avere usato alla lor patria forza.
     
 [34]
Questi ed ogn’altro che la patria tenta
     Di libera far serva, si arrosisca;
     Né dove il nome d’Andrea Doria senta,
     Di levar gli occhi in viso d’uomo ardisca.
     Veggio Carlo che ’l premio gli augumenta;
     Ch’oltre quel ch’in commun vuol che fruisca,
     Gli dà la ricca terra ch’ai Normandi
     Sarà principio a farli in Puglia grandi.
     
 [35]
A questo capitan non pur cortese
     Il magnanimo Carlo ha da mostrarsi,
     Ma a quanti avrà ne le cesaree imprese
     Del sangue lor non ritrovati scarsi.
     D’aver città, d’aver tutto un paese
     Donato a un suo fedel, più ralegrarsi
     Lo veggio, e a tutti quei che ne son degni,
     Che d’acquistar nuov’altri imperi e regni. —
     
 [36]
Così de le vittorie, le qual, poi
     Ch’un gran numero d’anni sarà corso,
     Daranno a Carlo i capitani suoi,
     Facea col duca Andronica discorso:
     E la compagna intanto ai venti eoi
     Viene allentando e raccogliendo il morso;
     E fa ch’or questo or quel propizio l’esce,
     E come vuol li minuisce e cresce.
     
 [37]
Veduto aveano intanto il mar de’ Persi
     Come in sì largo spazio si dilaghi;
     Onde vicini in pochi giorni fersi
     Al golfo che nomar gli antiqui Maghi.
     Quivi pigliaro il porto, e fur conversi
     Con la poppa alla ripa i legni vaghi;
     Quindi sicur d’Alcina e di sua guerra,
     Astolfo il suo camin prese per terra.
     
 [38]
Passò per più d’un campo e più d’un bosco,
     Per più d’un monte e per più d’una valle;
     Ove ebbe spesso, all’aer chiaro e al fosco,
     I ladroni or inanzi or alle spalle.
     Vide leoni, e draghi pien di tosco,
     Ed altre fere attraversarsi il calle;
     Ma non sì tosto avea la bocca al corno,
     Che spaventati gli fuggian d’intorno.
     
 [39]
Vien per l’Arabia ch’è detta Felice,
     Ricca di mirra e d’odorato incenso,
     Che per suo albergo l’unica fenice
     Eletto s’ha di tutto il mondo immenso;
     Fin che l’onda trovò vendicatrice
     Già d’Israel, che per divin consenso
     Faraone sommerse e tutti i suoi:
     E poi venne alla terra degli Eroi.
     

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 [40]
Lungo il fiume Traiano egli cavalca
     Su quel destrier ch’al mondo è senza pare,
     Che tanto leggiermente e corre e valca,
     Che ne l’arena l’orma non n’appare:
     L’erba non pur, non pur la nieve calca;
     Coi piedi asciutti andar potria sul mare;
     E sì si stende al corso, e sì s’affretta,
     Che passa e vento e folgore e saetta.
     
 [41]
Questo è il destrier che fu de l’Argalia,
     Che di fiamma e di vento era concetto;
     E senza fieno e biada, si nutria
     De l’aria pura, e Rabican fu detto.
     Venne, suguendo il Duca la sua via,
     Dove dà il Nilo a quel fiume ricetto;
     E prima che giugnesse in su la foce,
     Vide un legno venire a sé veloce.
     
 [42]
Naviga in su la poppa uno eremita
     Con bianca barba, a mezzo il petto lunga,
     Che sopra il legno il paladino invita,
     E: — Figliuol mio (gli grida da la lunga),
     Se non t’è in odio la tua propria vita,
     Se non brami che morte oggi ti giunga,
     Venir ti piaccia su quest’altra arena;
     Ch’a morir quella via dritto ti mena.
     
 [43]
Tu non andrai più che sei miglia inante,
     Che troverai la saguinosa stanza
     Dove s’alberga un orribil gigante
     Che d’otto piedi ogni statura avanza.
     Non abbia cavallier né viandante
     Di partirsi da lui, vivo, speranza:
     Ch’altri il crudel ne scanna, altri ne scuoia,
     Molti ne squarta, e vivo alcun ne ’ngoia.
     
 [44]
Piacer, fra tanta crudeltà, si prende
     D’una rete ch’egli ha, molto ben fatta:
     Poco lontana al tetto suo la tende,
     E ne la trita polve in modo appiatta,
     Che chi prima nol sa, non la comprende,
     Tanto è sottil, tanto egli ben l’adatta:
     E con tai gridi i peregrin minaccia,
     Che spaventati dentro ve li caccia.
     
 [45]
E con gran risa, aviluppati in quella
     Se li strascina sotto il suo coperto;
     Né cavallier riguarda né donzella,
     O sia di grande o sia di picciol merto:
     E mangiata la carne, e la cervella
     Succhiate e ’l sangue, dà l’ossa al deserto;
     E de l’umane pelli intorno intorno
     Fa il suo palazzo orribilmente adorno.
     
 [46]
Prendi quest’altra via, prendila, figlio,
     Che fin al mar ti fia tutta sicura. —
     — Io ti ringrazio, padre, del consiglio
     (rispose il cavallier senza paura),
     Ma non istimo per l’onor periglio,
     Di ch’assai più che de la vita ho cura.
     Per far ch’io passi, invan tu parli meco;
     Anzi vo al dritto a ritrovar lo speco.
     
 [47]
Fuggendo, posso con disnor salvarmi;
     Ma tal salute ho più che morte a schivo.
     S’io vi vo, al peggio che potrà incontrarmi,
     Fra molti resterò di vita privo;
     Ma quando Dio così mi drizzi l’armi,
     Che colui morto, ed io rimanga vivo,
     Sicura a mille renderò la via:
     Sì che l’util maggior che ’l danno fia.
     

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 [48]
Metto all’incontro la morte d’un solo
     Alla salute di gente infinita. —
     — Vattene in pace (rispose), figliuolo;
     Dio mandi in difension de la tua vita
     L’arcangelo Michel dal sommo polo: —
     E benedillo il semplice eremita.
     Astolfo lungo il Nil tenne la strada,
     Sperando più nel suon che ne la spada.
     
 [49]
Giace tra l’alto fiume e la palude
     Picciol sentier nell’arenosa riva:
     La solitaria casa lo richiude,
     D’umanitade e di commercio priva.
     Son fisse intorno teste e membra nude
     De l’infelice gente che v’arriva.
     Non v’è finestra, non v’è merlo alcuno,
     Onde penderne almen non si veggia uno.
     
 [50]
Qual ne le alpine ville o ne’ castelli
     Suol cacciator che gran perigli ha scorsi,
     Su le porte attaccar l’irsute pelli,
     L’orride zampe e i grossi capi d’orsi;
     Tal dimostrava il fier gigante quelli
     Che di maggior virtù gli erano occorsi.
     D’altri infiniti sparse appaion l’ossa;
     Ed è di sangue uman piena ogni fossa.
     
 [51]
Stassi Caligorante in su la porta;
     Che così ha nome il dispietato mostro
     Ch’orna la sua magion di gente morta,
     Come alcun suol di panni d’oro o d’ostro.
     Costui per gaudio a pena si comporta,
     Come il duca lontan se gli è dimostro;
     Ch’eran duo mesi, e il terzo ne venìa,
     Che non fu cavallier per quella via.
     
 [52]
Vêr la palude, ch’era scura e folta
     Di verdi canne, in gran fretta ne viene;
     Che disegnato avea correre in volta,
     E uscir al paladin dietro alle schene;
     Che ne la rete, che tenea sepolta
     Sotto la polve, di cacciarlo ha spene,
     Come avea fatto gli altri peregrini
     Che quivi tratto avean lor rei destini.
     
 [53]
Come venire il paladin lo vede,
     Ferma il destrier, non senza gran sospetto
     Che vada in quelli lacci a dar del piede,
     Di che il buon vecchiarel gli avea predetto.
     Quivi il soccorso del suo corno chiede,
     E quel sonando fa l’usato effetto:
     Nel cor fere il gigante che l’ascolta,
     Di tal timor, ch’a dietro i passi volta.
     
 [54]
Astolfo suona, e tuttavolta bada;
     Che gli par sempre che la rete scocchi.
     Fugge il fellon, né vede ove si vada;
     Che, come il core, avea perduti gli occhi.
     Tanta è la tema, che non sa far strada,
     Che ne li propri aguati non trabocchi:
     Va ne la rete; e quella si disserra,
     Tutto l’annoda, e lo distende in terra.
     
 [55]
Astolfo, ch’andar giù vede il gran peso,
     Già sicuro per sé, v’accorre in fretta;
     E con la spada in man, d’arcion disceso,
     Va per far di mill’anime vendetta.
     Poi gli par che s’uccide un che sia preso,
     Viltà, più che virtù, ne sarà detta;
     Che legate le braccia, i piedi e il collo
     Gli vede sì, che non può dare un crollo.
     

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 [56]
Avea la rete già fatta Vulcano
     Di sottil fil d’acciar, ma con tal arte,
     Che saria stata ogni fatica invano
     Per ismagliarne la più debol parte;
     Ed era quella che già piedi e mano
     Avea legate a Venere ed a Marte.
     La fe’ il geloso, e non ad altro effetto,
     Che per pigliarli insieme ambi nel letto.
     
 [57]
Mercurio al fabbro poi la rete invola;
     Che Cloride pigliar con essa vuole,
     Cloride bella che per l’aria vola
     Dietro all’Aurora, all’apparir del sole,
     E dal raccolto lembo de la stola
     Gigli spargendo va, rose e viole.
     Mercurio tanto questa ninfa attese,
     Che con la rete in aria un dì la prese.
     
 [58]
Dove entra in mare il gran fiume etiopo,
     Par che la dea presa volando fosse.
     Poi nei tempio d’Anubide a Canopo
     La rete molti seculi serbosse.
     Caligorante tremila anni dopo,
     Di là, dove era sacra, la rimosse:
     Se ne portò la rete il ladrone empio,
     Ed arse la cittade, e rubò il tempio.
     
 [59]
Quivi adattolla in modo in su l’arena,
     Che tutti quei ch’avean da lui la caccia
     Vi davan dentro; ed era tocca a pena,
     Che lor legava e collo e piedi e braccia.
     Di questa levò Astolfo una catena,
     E le man dietro a quel fellon n’allaccia;
     Le braccia e ’l petto in guisa gli ne fascia,
     Che non può sciorsi: indi levar lo lascia,
     
 [60]
Dagli altri nodi avendol sciolto prima,
     Ch’era tornato uman più che donzella.
     Di trarlo seco e di mostrarlo stima
     Per ville, per cittadi e per castella.
     Vuol la rete anco aver, di che né lima
     Né martel fece mai cosa più bella:
     Ne fa somier colui ch’alla catena
     Con pompa trionfal dietro si mena.
     
 [61]
L’elmo e lo scudo anche a portar gli diede,
     Come a valletto, e seguitò il camino,
     Di gaudio empiendo, ovunque metta il piede,
     Ch’ir possa ormai sicuro il peregrino.
     Astolfo se ne va tanto, che vede
     Ch’ai sepolcri di Memfi è già vicino,
     Memfi per le piramidi famoso:
     Vede all’incontro il Cairo populoso.
     
 [62]
Tutto il popul correndo si traea
     Per vedere il gigante smisurato.
     — Come è possibil (l’un l’altro dicea)
     Che quel piccolo il grande abbia legato? —
     Astolfo a pena inanzi andar potea,
     Tanto la calca il preme da ogni lato:
     E come cavallier d’alto valore
     Ognun l’ammira, e gli fa grande onore.
     
 [63]
Non era grande il Cairo così allora,
     Come se ne ragiona a nostra etade:
     Che ’l populo capir, che vi dimora,
     Non puon diciottomila gran contrade;
     E che le case hanno tre palchi, e ancora
     Ne dormono infiniti in su le strade;
     E che ’l soldano v’abita un castello
     Mirabil di grandezza, e ricco e bello;
     

[p. 172 modifica]

 [64]
E che quindicimila suoi vasalli,
     Che son cristiani rinegati tutti,
     Con mogli, con famiglie e con cavalli
     Ha sotto un tetto sol quivi ridutti.
     Astolfo veder vuole ove s’avalli,
     E quanto il Nilo entri nei salsi flutti
     A Damiata; ch’avea quivi inteso,
     Qualunque passa restar morto o preso.
     
 [65]
Però ch’in ripa al Nilo in su la foce
     Si ripara un ladron dentro una torre,
     Ch’a paesani e a peregrini nuoce,
     E fin al Cairo, ognun rubando scorre.
     Non gli può alcun resistere; ed ha voce
     Che l’uom gli cerca invan la vita torre:
     Centomila ferite egli ha già avuto,
     Né ucciderlo però mai s’è potuto.
     
 [66]
Per veder se può far rompere il filo
     Alla Parca di lui, sì che non viva,
     Astolfo viene a ritrovare Orrilo
     (così avea nome), e a Damiata arriva;
     Ed indi passa ove entra in mare il Nilo,
     E vede la gran torre in su la riva,
     Dove s’alberga l’anima incantata
     Che d’un folletto nacque e d’una fata.
     
 [67]
Quivi ritruova che crudel battaglia
     Era tra Orrilo e dui guerrieri accesa.
     Orrilo è solo; e sì que’ dui travaglia,
     Ch’a gran fatica gli puon far difesa:
     E quando in arme l’uno e l’altro vaglia,
     A tutto il mondo la fama palesa.
     Questi erano i dui figli d’Oliviero,
     Grifone il bianco ed Aquilante il nero.
     
 [68]
Gli è ver che ’l negromante venuto era
     Alla battaglia con vantaggio grande;
     Che seco tratto in campo avea una fera,
     La qual si truova solo in quelle bande:
     Vive sul lito e dentro alla rivera;
     E i corpi umani son le sue vivande,
     De le persone misere ed incaute
     De viandanti e d’infelici naute.
     
 [69]
La bestia ne l’arena appresso al porto
     Per man dei duo fratei morta giacea;
     E per questo ad Orril non si fa torto,
     S’a un tempo l’uno e l’altro gli nocea.
     Più volte l’han smembrato e non mai morto,
     Né, per smembrarlo, uccider si potea;
     Che se tagliato o mano o gamba gli era,
     La rapiccava, che parea di cera.
     
 [70]
Or fin a’ denti il capo gli divide
     Grifone, or Aquilante fin al petto.
     Egli dei colpi lor sempre si ride:
     S’adiran essi, che non hanno effetto.
     Chi mai d’alto cader l’argento vide,
     Che gli alchimisti hanno mercurio detto,
     E sparger e raccor tutti i suo’ membri,
     Sentendo di costui, se ne rimembri.
     
 [71]
Se gli spiccano il capo, Orrilo scende,
     Né cessa brancolar fin che lo truovi;
     Ed or pel crine ed or pel naso il prende,
     Lo salda al collo, e non so con che chiovi.
     Piglial talor Grifone, e ’l braccio stende,
     Nel fiume il getta, e non par ch’anco giovi;
     Che nuota Orrilo al fondo come un pesce,
     E col suo capo salvo alla ripa esce.
     

[p. 173 modifica]

 [72]
Due belle donne onestamente ornate,
     L’una vestita a bianco e l’altra a nero,
     Che de la pugna causa erano state,
     Stavano a riguardar l’assalto fiero.
     Queste eran quelle due benigne fate
     Ch’avean notriti i figli d’Oliviero,
     Poi che li trasson teneri citelli
     Dai curvi artigli di duo grandi augelli,
     
 [73]
Che rapiti gli avevano a Gismonda,
     E portati lontan dal suo paese.
     Ma non bisogna in ciò ch’io mi diffonda,
     Ch’a tutto il mondo è l’istoria palese;
     Ben che l’autor nel padre si confonda,
     Ch’un per un altro (io non so come) prese.
     Or la battaglia i duo gioveni fanno,
     Che le due donne ambi pregati n’hanno.
     
 [74]
Era in quel clima già sparito il giorno,
     All’isole ancor alto di Fortuna;
     L’ombre avean tolto ogni vedere a torno
     Sotto l’incerta e mal compresa luna;
     Quando alla rocca Orril fece ritorno,
     Poi ch’alla bianca e alla sorella bruna
     Piacque di differir l’aspra battaglia
     Fin che ’l sol nuovo all’orizzonte saglia.
     
 [75]
Astolfo, che Grifone ed Aquilante,
     Ed all’insegne e più al ferir gagliardo,
     Riconosciuto avea gran pezzo inante,
     Lor non fu altiero a salutar né tardo.
     Essi vedendo che quel che ’l gigante
     Traea legato, era il baron dal pardo
     (che così in corte era quel duca detto),
     Raccolser lui con non minore affetto.
     
 [76]
Le donne a riposare i cavallieri
     Menaro a un lor palagio indi vicino.
     Donzelle incontra vennero e scudieri
     Con torchi accesi, a mezzo del camino.
     Diero a chi n’ebbe cura i lor destrieri,
     Trassonsi l’arme; e dentro un bel giardino
     Trovar ch’apparechiata era la cena
     Ad una fonte limpida ed amena.
     
 [77]
Fan legare il gigante alla verdura
     Con un’altra catena molto grossa
     Ad una quercia di molt’anni dura,
     Che non si romperà per una scossa;
     E da dieci sergenti averne cura,
     Che la notte discior non se ne possa,
     Ed assalirli, e forse far lor danno,
     Mentre sicuri e senza guardia stanno.
     
 [78]
All’abondante e sontuosa mensa,
     Dove il manco piacer fur le vivande,
     Del ragionar gran parte si dispensa
     Sopra d’Orrilo e del miracol grande,
     Che quasi par un sogno a chi vi pensa,
     Ch’or capo or braccio a terra se gli mande,
     Ed egli lo raccolga e lo raggiugna,
     E più feroce ognor torni alla pugna.
     
 [79]
Astolfo nel suo libro avea già letto
     (quel ch’agl’incanti riparare insegna)
     Ch’ad Orril non trarrà l’alma del petto
     Fin ch’un crine fatal nel capo tegna;
     Ma, se lo svelle o tronca, fia costretto
     Che suo mal grado fuor l’alma ne vegna.
     Questo ne dice il libro; ma non come
     Conosca il crine in così folte chiome.
     

[p. 174 modifica]

 [80]
Non men de la vittoria si godea,
     Che se n’avesse Astolfo già la palma;
     Come chi speme in pochi colpi avea
     Svellere il crine al negromante e l’alma.
     Però di quella impresa promettea
     Tor su gli omeri suoi tutta la salma:
     Orril farà morir, quando non spiaccia
     Ai duo fratei, ch’egli la pugna faccia.
     
 [81]
Ma quei gli danno volentier l’impresa,
     Certi che debbia affaticarsi invano.
     Era già l’altra aurora in cielo ascesa,
     Quando calò dai muri Orrilo al piano.
     Tra il duca e lui fu la battaglia accesa:
     La mazza l’un, l’altro ha la spada in mano.
     Di mille attende Astolfo un colpo trarne,
     Che lo spirto gli sciolga da la carne.
     
 [82]
Or cader gli fa il pugno con la mazza,
     Or l’uno or l’altro braccio con la mano;
     Quando taglia a traverso la corazza,
     E quando il va troncando a brano a brano:
     Ma ricogliendo sempre de la piazza
     Va le sue membra Orrilo, e si fa sano.
     S’in cento pezzi ben l’avesse fatto,
     Redintegrarsi il vedea Astolfo a un tratto.
     
 [83]
Al fin di mille colpi un gli ne colse
     Sopra le spalle ai termini del mento:
     La testa e l’elmo dal capo gli tolse,
     Né fu d’Orrilo a dismontar più lento.
     La sanguinosa chioma in man s’avolse,
     E risalse a cavallo in un momento;
     E la portò correndo incontra ’l Nilo,
     Che riaver non la potesse Orrilo.
     
 [84]
Quel sciocco, che del fatto non s’accorse,
     Per la polve cercando iva la testa:
     Ma come intese il corridor via torse,
     Portare il capo suo per la foresta;
     Immantinente al suo destrier ricorse,
     Sopra vi sale, e di seguir non resta.
     Volea gridare: — Aspetta, volta, volta! —
     Ma gli avea il duca già la bocca tolta.
     
 [85]
Pur, che non gli ha tolto anco le calcagna
     Si riconforta, e segue a tutta briglia.
     Dietro il lascia gran spazio di campagna
     Quel Rabican che corre a maraviglia.
     Astolfo intanto per la cuticagna
     Va da la nuca fin sopra le ciglia
     Cercando in fretta, se ’l crine fatale
     Conoscer può, ch’Orril tiene immortale.
     
 [86]
Fra tanti e innumerabili capelli,
     Un più de l’altro non si stende o torce:
     Qual dunque Astolfo sceglierà di quelli,
     Che per dar morte al rio ladron raccorce?
     — Meglio è (disse) che tutti io tagli o svelli: —
     Né si trovando aver rasoi né force,
     Ricorse immantinente alla sua spada,
     Che taglia sì, che si può dir che rada.
     
 [87]
E tenendo quel capo per lo naso,
     Dietro e dinanzi lo dischioma tutto.
     Trovò fra gli altri quel fatale a caso:
     Si fece il viso allor pallido e brutto,
     Travolse gli occhi, e dimostrò all’occaso,
     Per manifesti segni, esser condutto;
     E ’l busto che seguia troncato al collo,
     Di sella cadde, e diè l’ultimo crollo.
     

[p. 175 modifica]

 [88]
Astolfo, ove le donne e i cavallieri
     Lasciato avea, tornò col capo in mano,
     Che tutti avea di morte i segni veri,
     E mostrò il tronco ove giacea lontano.
     Non so ben se lo vider volentieri,
     Ancor che gli mostrasser viso umano;
     Che la intercetta lor vittoria forse
     D’invidia ai duo germani il petto morse.
     
 [89]
Né che tal fin quella battuglia avesse,
     Credo più fosse alle due donne grato.
     Queste, perché più in lungo si traesse
     De’ duo fratelli il doloroso fato
     Ch’in Francia par ch’in breve esser dovesse,
     Con loro Orrilo avean quivi azzuffato,
     Con speme di tenerli tanto a bada,
     Che la trista influenza se ne vada.
     
 [90]
Tosto che ’l castellan di Damiata
     Certificossi ch’era morto Orrilo,
     La columba lasciò, ch’avea legata
     Sotto l’ala la lettera col filo.
     Quella andò al Cairo; ed indi fu lasciata
     Un’altra altrove, come quivi è stilo:
     Sì che in pochissime ore andò l’aviso
     Per tutto Egitto, ch’era Orrilo ucciso.
     
 [91]
Il duca, come al fin trasse l’impresa,
     Confortò molto i nobili garzoni,
     Ben che da sé v’avean la voglia intesa,
     Né bisognavan stimuli né sproni,
     Che per difender de la santa Chiesa
     E del romano Imperio le ragioni,
     Lasciasser le battaglie d’Oriente,
     E cercassino onor ne la lor gente.
     
 [92]
Così Grifone ed Aquilante tolse
     Ciascuno da la sua donna licenza;
     Le quali, ancor che lor ne ’ncrebbe e dolse,
     Non vi seppon però far resistenza.
     Con essi Astolfo a man destra si volse;
     Che si deliberar far riverenza
     Ai santi luoghi ove Dio in carne visse,
     Prima che verso Francia si venisse.
     
 [93]
Potuto avrian pigliar la via mancina,
     Ch’era più dilettevole e più piana,
     E mai non si scostar da la marina;
     Ma per la destra andaro orrida e strana,
     Perché l’alta città di Palestina
     Per questa sei giornate è men lontana.
     Acqua si truova ed erba in questa via:
     Di tutti gli altri ben v’è carestia.
     
 [94]
Sì che prima ch’entrassero in viaggio,
     Ciò che lor bisognò, fecion raccorre,
     E carcar sul gigante il carriaggio,
     Ch’avria portato in collo anco una torre.
     Al finir del camino aspro e selvaggio,
     Da l’alto monte alla lor vista occorre
     La santa terra, ove il superno Amore
     Lavò col proprio sangue il nostro errore.
     
 [95]
Trovano in su l’entrar de la cittade
     Un giovene gentil, lor conoscente,
     Sansonetto da Meca, oltre l’etade,
     Ch’era nel primo fior, molto prudente;
     D’alta cavalleria, d’alta bontade
     Famoso, e riverito fra la gente.
     Orlando lo converse a nostra fede,
     E di sua man battesmo anco gli diede.
     

[p. 176 modifica]

 [96]
Quivi lo trovan che disegna a fronte
     Del calife d’Egitto una fortezza;
     E circondar vuole il Calvario monte
     Di muro di duo miglia di lunghezza.
     Da lui raccolti fur con quella fronte
     Che può d’interno amor dar più chiarezza,
     E dentro accompagnati, e con grande agio
     Fatti alloggiar nel suo real palagio.
     
 [97]
Avea in governo egli la terra, e in vece
     Di Carlo vi reggea l’imperio giusto.
     Il duca Astolfo a costui dono fece
     Di quel sì grande e smisurato busto,
     Ch’a portar pesi gli varrà per diece
     Bestie da soma, tanto era robusto.
     Diegli Astolfo il gigante, e diegli appresso
     La rete ch’in sua forza l’avea messo.
     
 [98]
Sansonetto all’incontro al duca diede
     Per la spada una cinta ricca e bella;
     E diede spron per l’uno e l’altro piede,
     Che d’oro avean la fibbia e la girella;
     Ch’esser del cavallier stati si crede,
     Che liberò dal drago la donzella:
     Al Zaffo avuti con molt’altro arnese
     Sansonetto gli avea, quando lo prese.
     
 [99]
Purgati de lor colpe a un monasterio
     Che dava di sé odor di buoni esempi,
     De la passion di Cristo ogni misterio
     Contemplando n’andar per tutti i tempi
     Ch’or con eterno obbrobrio e vituperio
     Agli cristiani usurpano i Mori empi.
     L’Europa è in arme, e di far guerra agogna
     In ogni parte, fuor ch’ove bisogna.
     
 [100]
Mentre avean quivi l’animo divoto,
     A perdonanze e a cerimonie intenti,
     Un peregrin di Grecia, a Grifon noto,
     Novelle gli arrecò gravi e pungenti,
     Dal suo primo disegno e lungo voto
     Troppo diverse e troppo differenti;
     E quelle il petto gl’infiammaron tanto,
     Che gli scacciar l’orazion da canto.
     
 [101]
Amava il cavallier, per sua sciagura,
     Una donna ch’avea nome Orrigille:
     Di più bel volto e di miglior statura
     Non se ne sceglierebbe una fra mille;
     Ma disleale e di sì rea natura,
     Che potresti cercar cittadi e ville,
     La terra ferma e l’isole del mare,
     Né credo ch’una le trovassi pare.
     
 [102]
Ne la città di Costantin lasciata
     Grave l’avea di febbre acuta e fiera.
     Or quando rivederla alla tornata
     Più che mai bella, e di goderla spera,
     Ode il meschin, ch’in Antiochia andata
     Dietro un suo nuovo amante ella se n’era,
     Non le parendo ormai di più patire
     Ch’abbia in sì fresca età sola a dormire.
     
 [103]
Da indi in qua ch’ebbe la trista nuova,
     Sospirava Grifon notte e dì sempre.
     Ogni piacer ch’agli altri aggrada e giova,
     Par ch’a costui più l’animo distempre:
     Pensilo ognun, ne li cui danni pruova
     Amor, se li suoi strali han buone tempre.
     Ed era grave sopra ogni martire,
     Che ’l mal ch’avea si vergognava a dire.
     

[p. 177 modifica]

 [104]
Questo, perché mille fiate inante
     Già ripreso l’avea di quello amore,
     Di lui più saggio, il fratello Aquilante,
     E cercato colei trargli del core,
     Colei ch’al suo giudicio era di quante
     Femine rie si trovin la peggiore.
     Grifon l’escusa, se ’l fratel la danna;
     E le più volte il parer proprio inganna.
     
 [105]
Però fece pensier, senza parlarne
     Con Aquilante, girsene soletto
     Sin dentro d’Antiochia, e quindi trarne
     Colei che tratto il cor gli avea del petto;
     Trovar colui che gli l’ha tolta, e farne
     Vendetta tal, che ne sia sempre detto.
     Dirò, come ad effetto il pensier messe,
     Nell’altro canto, e ciò che ne successe.


 
 [1]
Gravi pene in amor si provan molte,
     Di che patito io n’ho la maggior parte,
     E quelle in danno mio sì ben raccolte,
     Ch’io ne posso parlar come per arte.
     Però s’io dico e s’ho detto altre volte,
     E quando in voce e quando in vive carte,
     Ch’un mal sia lieve, un altro acerbo e fiero,
     Date credenza al mio giudicio vero.
     
 [2]
Io dico e dissi, e dirò fin ch’io viva,
     Che chi si truova in degno laccio preso,
     Se ben di sé vede sua donna schiva,
     Se in tutto aversa al suo desire acceso;
     Se bene Amor d’ogni mercede il priva,
     Poscia che ’l tempo e la fatica ha speso;
     Pur ch’altamente abbia locato il core,
     Pianger non de’, se ben languisce e muore.
     
 [3]
Pianger de’ quel che già sia fatto servo
     Di duo vaghi occhi e d’una bella treccia,
     Sotto cui si nasconda un cor protervo,
     Che poco puro abbia con molta feccia.
     Vorria il miser fuggire; e come cervo
     Ferito, ovunque va, porta la freccia:
     Ha di se stesso e del suo amor vergogna,
     Né l’osa dire, e invan sanarsi agogna.
     
 [4]
In questo caso è il giovene Grifone,
     Che non si può emendare, e il suo error vede,
     Vede quanto vilmente il suo cor pone
     In Orrigille iniqua e senza fede;
     Pur dal mal uso è vinta la ragione,
     E pur l’arbitrio all’appetito cede:
     Perfida sia quantunque, ingrata e ria,
     Sforzato è di cercar dove ella sia.
     
 [5]
Dico, la bella istoria ripigliando,
     Ch’uscì de la città secretamente,
     Né parlarne s’ardì col fratel, quando
     Ripreso invan da lui ne fu sovente.
     Verso Rama, a sinistra declinando,
     Prese la via più piana e più corrente.
     Fu in sei giorni a Damasco di Soria;
     Indi verso Antiochia se ne gìa.