Storia della letteratura italiana (Tiraboschi, 1822-1826)/Tomo IV/Libro I/Capo V

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Capo V – Viaggi

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Capo V.

Viaggi.

I. Non v’ha chi non sappia quanto a promuovere e a perfezionare le scienze giovino i viaggi, quando al viaggiar si congiunga una riflession diligente su’ costumi, sulle leggi, sugli studi e sull1 aiti de’ popoli, fra’ quali si passa. Come una città non può esser ricca senza un industrioso commercio, per cui ella faccia sue le ricchezze straniere, così le scienze non posson fiorire felicemente, se i dotti ai loro proprii lumi non aggiungan gli altrui. E benchè ciò si ottenga in gran parte col profittare de’ libri che ci vengono dagli stranieri, il recarsi nondimeno tra essi, e il ricercare minutamente lo stato e l’indole loro, e l’esaminar le ragioni della felice o infelice lor condizione, giova per maravigliosa maniera ad arricchire la mente di pregevoli cognizioni. La geografia, la storia naturale, molte parti ancora della fisica e della matematica , la storia civile ancora e la ecclesiastica, e tutte le belle arti non sarebbon certo fra noi in quella sì bella luce in cui le veggiamo, se fosser loro mancate le osservazioni e le scoperte di dottissimi viaggiatori. In questo libro adunque, in cui si tratta dei mezzi onde fu avvivata e promossa l’italiana letteratura, parmi opportuno il ragionare ancora de’ viaggi che dagl’italiani s’intrapresero. Verrà un tempo in cui vedremo viaggiatori italiani trionfar dell’Oceano, approdare a spiagge non più conosciute, [p. 131 modifica]PRIMO I 3 I e ponendo le straniere nazioni al possesso di ricchissimi regni, lasciarne ad esse tutto il vantaggio , ed appagarsi dell.i gloria di averle loro additate. Nel secolo di cui scriviamo, non dobbiam vederne che tenui cominciamenti, tali però che serviron di norma a quelli che lor vennero appresso. Io non parlerò nè de’ viaggi che furon) fatti per motivo sol di pietà, o per la conquista, o per la visita di luoghi santi, nè di quelli che altro fine non ebbero che di chiamare alla Fede le genti che n’eran prive. Cotai viaggiatori son degni della nostra venerazione: ma i loro viaggi non entran nel piano di questa Storia. Io parlo solo di quelli che furono intrapresi per osservare paesi e popoli sconosciuti , o di quelli che intrapresi forse per altro fine, giovarono nondimeno, per la diligenza che in essi usarono i viaggiatori, all’istruzion degli uomini e all" avanzamento delle scienze. 11. Il celebre Marco Polo, e Niccolò e Maffio, o Matteo, il primo padre, il secondo zio di Marco, sono gli unici celebri viaggiatori che in questo secolo noi troviamo. Marco ci ha data la descrizione de’ loro viaggi. Essa fu.stampata in Venezia l’anno 1496, poi fu inserita da Giambattista Ramusio nel secondo tomo della sua Raccolta di Navigazioni e di Viaggi pubblicato l’anno 1559), e finalmente di nuovo impressa in Venezia l’anno 15;)~ (V. Zeno Annot, alla ti ibi tlel Fon lanini, l. 2, p. 270). Di un’altra edizione fattane in Treviso 1 anno i5c)o, che si rammenta nella Storia generale de’ V iaggi (t. 27 ed. in 12, p. 9), io non trovo autor italiano che faccia menzione. Ne abbiamo ancora alcuno [p. 132 modifica]13a LIBRO edizioni latine assai tra loro diverse, che si annoverano nella Storia sopraccitata. A me spiace singolarmente di non aver potuto vedere quella fattane in Berlino da Andrea Muller l’anno 1675, a cui egli ha aggiunte note e dissertazioni erudite. Il Ramusio afferma che Marco la scrisse, standosi in prigione in Genova, in lingua latina: siccome, die1 egli (pracf p. 7), accostumano li Genovesi in maggior parte fino oggi di scrivere le loro facende, non potendo con la penna esprimere la loro pronuncia naturale; ed aggiunge di aver veduta una copia di quest’opera, scritta la prima volta latinamente di maravigliosa antichità , et forse copiata dallo originale di mano di esso Messer Marco. Della prigionia di Marco ragioneremo appresso. Qui solo è ad esaminare ciò che afferma il Ramusio, cioè che Marco scrivesse la sua relazione in latino. Per vero dire, la ragione che il Ramusio ne arreca, parmi leggiadra assai. Dunque perchè i Genovesi, secondo ch’ei dice , non possono scrivere in italiano, Marco Polo che non era genovese, ma veneziano, dovea scrivere in latino? La conseguenza non mi par molto legittima. S’egli avesse detto che i Genovesi non intendevano l’italiano, avrebbe recata una più probabil ragione. Ma i Genovesi non gli concederanno sì facilmente che i lor maggiori al fin del secolo XIII non intendessero, nè sapessero scrivere in lingua italiana. Per altra parte è certo che pochi anni dopo la pubblicazion di quest’opera ella fu recata in latino da Francesco Pipino dell’Ordine de’ Predicatori, della qual versione conservansi copie scritte a mano in alcune biblioteche, ed [p. 133 modifica]PRIMO 133 una fra le altre in pergamena ne ha questa biblioteca Estense da me consultata, e di cui varrommi talvolta in questo capo medesimo. Il traduttore, nella prefazione che premette alla sua versione, afferma chiaramente che Marco aveala scritta in italiano: Librum prudentis, honorabilis ac fidelis viri Domini Marchi Pauli de Vene ti ìs de conditionibus et consuetudinibus orientalium regionum ab eo in vulgare fideliter editum et conscriptum compellor ego fraterFrancischinus Pipinns de Bononia ordinis fratrum praedicatorum a plurimis patribus et dominis meis veridica et fideli translatione de vulgari ad latinum reducere. E il Ramusio non troverà molti che credano a ciò ch’ei dice, che il Pipino credesse essere stata quest’opera scritta in lingua italiana, perchè non gli venne fatto di trovare alcun esemplare latino. La lingua latina era allora dagli scrittori usata assai più dell’italiana, e perciò sarebbe stato più facile ad avvenire che si smarrisser gli esemplari italiani, che non i latini. Ma non giova il trattenersi più oltre su tal quistione che è stata interamente decisa dall’eruditissimo e diligentissimo Apostolo Zeno (l. cit.) coll’autorità di un codice di oltre a 300 anni da lui veduto nella libreria del senator Jacopo Soranzo in Venezia. Esso contiene i Viaggi del Polo, non divisi in libri, come poscia si è fatto, ma solo in capi} e sono scritti in un volgare e antico dialetto veneziano che ha tutti i caratteri di originale. \ i si premette il prologo di un altro scrittore anonimo nel medesimo dialetto, in cui dopo aver dette più lodi del Polo si [p. 134 modifica]134 Liniu) aggi tigne: le qual ziando destegnudo in charzere de’ Zenovesi tutte ste cose feze se Ziri ver per inissicr Rustigìelo citaditede Pixa, lo qual era nella dicta prixone con el dito mixier Marcho Polo. HI. Non par dunque che rimanga luogo a dubitare se Marco scrivesse in latino o in italiano,. ossia nel suo volgar dialetto. Su questo originale si fecer poi le diverse edizioni, e versioni latine e italiane, delle quali veggasi il soprallodato Apostolo Zeno. Io non mi trattengo a ricercarne più oltre, sì perchè altre non ne ho io vedute che la italiana del Ramusio, la latina manoscritta del Pipino, e un’altra pure latina, ma in gran parte diversa, che di Simone Grineo è stata inserita nella sua opera intitolata Novus Orbis stampata in Basilea l’an 1537; sì perchè io sfuggo di entrare in cotai minute ricerche che non sono di questa mia opera, e che la condurrebbono a un’eccessiva lunghezza. Solo debbo avvertire che pel confronto ch’io ho fatto delle tre suddette versioni , e per quello che di più altre han fatto e il suddetto Zeno ed altri scrittori da lui citati, si vede una notabile diversità tra le une e tra le altre; il che ci mostra che i traduttori hanno alterata non poco quest’opera, o col cambiare i sentimenti dell’autore da essi non ben intesi, o colf aggitignergli cose ch’egli non avea scritte. Gli Accademici della Crusca ne citano nel lor Vocabolario un testo a penna, che da essi si annovera tra i libri di lingua, e che dal Salviati (Avvert, t. 1, l. 2, c. 12) si dice scritto l’anno 1298. 11 Zeno a ragione riflette che ciò non può essere; poiché nell’antico [p. 135 modifica]primo 135 codice Soranzo, da noi mentovato poc’anzi, si afferma che Marco scrisse la sua Storia I’ anno 1299. Esso però debb’essere assai antico; C(1 è a bramare che un giorno esca alla luce. IV. Premesse queste brevi notizie intorno alle varie versioni di questi viaggi , veniamo omai ad accennare compendiosamente le vicende de’ nostri tre viaggiatori da Marco narrate ne’ primi capi della sua opera. Niccolò e Matteo Polo fratelli postisi in nave a Venezia, viaggiarono a Costantinopoli, ove allora era imperadore Balduino II di questo nome. Ma in qual anno essi partissero precisamente, non si può diffinire, perchè gran varietà ritrovasi su questo punto ne’ varii codici e nelle varie edizioni. Il codice Estense che è per altro pregevolissimo, qui certamente non è a seguirsi; perciocchè dice che ciò avvenne l’anno 1201, mentre Balduino II non cominciò a regnare che l’anno 1228. Anche nell’edizion del Grineo è corso errore, poichè vi si segna l’anno 1269, nel quale dopo più anni di viaggio tornarono i due fratelli in Italia. Più verisimile sembra ciò che dicesi nell’edizion del Ramusio, la qual nota l’anno 1250, e questo è ancor confermato dal codice Soranzo che segna lo stesso anno. Niccolò partendo lasciò incinta la moglie, che alcuni mesi dopo diè alla luce Marco. Da Costantinopoli tragittarono pel Ponto Eusino a Soldadia città dell’Armenia, quindi per terra passarono alla corte di un gran Signore de’ Tartari, detto Barka , in una città che nell’edizione del Ramusio si dice Bolgora ed Assara; nel codice Soranzo Barchachan, nel codice Estense e nell’edizion del Grinco 11011 IV. Viaggi in Turlariu 1* ¡11 lVr*ia di Niccolo ** Matteo y padre «

6*1 nomina. Le quali diversità io fo qui rilevare, non perchè abbia intenzione di proseguire ad annoiare i lettori con questi confronti, ma solo perchè si veda quanto sian tra lor discordanti i codici, e quanto sia perciò ragionevole il credere che molti errori, de’ quali il Polo viene incolpato, debbansi anzi attribuire a’ copisti , i quali nel trascrivere, o nel tradurre quest’opera hanno creduto che fosse loro permesso il farvi tutti que’ cambiamenti che lor sembrassero opportuni. Grandi presenti offrirono essi a Barka, da cui pure furono con regal munificenza premiati. Ma quando, dopo essersi ivi arrestati un anno, pensavano di far ritorno a Venezia, un’improvvisa guerra che si accese tra lui e un altro re tartaro detto Allau , e che finì colla sconfitta di Barka , gli costrinse a gittarsi per vie non battute. Perciò venuti per lungo giro a Ouchacha, o, come leggono più altre versioni, Gathaca , e quindi passato il fiume Tigri, e corso per diciassette giorni un solitario deserto, giunsero a Bocara nella Persia , ove per 3 anni fecer dimora. V. Frattanto un messo spedito da Allau a Kublay gran Signore, o, come dicesi, gran Kan de’ Tartari, passò per Bocara; e avendovi conosciuti i due Veneziani che già aveano appresa la lingua tartara, invitolli a venir seco alla corte di Kublay. Essi nol rifiutarono, e presi a lor seguito alcuni che seco condotti avean da Venezia, si posero in viaggio col messo, e dopo un anno giunsero alla corte di Kublay. Accolti onorevolmente da questo potente monarca, furon da lui interrogati non sol [p. 137 modifica]PRIMO, l?>7 delle cose d’Europa , ma della lor religione ancora , ed essi seppero sì ben soddisfare alle dimande del re , di’ egli determinossi a inviargli in suo nome ambasciadori al sommo pontefice , chiedendogli 100 dotti Cristiani che venissero ad istruire tutti i suoi popoli nella vera fede. A tal fine diè loro sue lettere per lo stesso pontefice, e insieme una tavoletta d’oro improntata del suo sigillo, perchè i governatori de’ luoghi del suo impero, per cui dovean passare, somministrasser loro tutto ciò di che potessero abbisognare viaggiando; e aggiunse loro a compagno uno de’ principali suoi cortigiani , il quale infermatosi dopo venti giorni di viaggio nol potè proseguire. I due fratelli il continuarono, e finalmente dopo tre anni arrivarono a Giazza porto dell’Armenia minore; donde postisi di nuovo in cammino giunsero ad Acri, non già ad Ancona, come leggesi nell’edizion del Grineo. In questa edizion medesima e nel codice Estense si dice che il loro arrivo ad Acri fu nell’aprile del 1272; ma da ciò che ora diremo, è evidente che deesi qui seguire l’edizion delRamusio, che segna l’anno 1269. Perciocchè ivi giunti udirono che il pontefice Clemente IV poco tempo innanzi era morto; ed egli appunto era morto a’ 29 di novembre dell’anno 1268. Era allora in Acri legato pontificio Tedaldo de’ Visconti di Piacenza, arcidiacono di Liegi, a cui i due viaggiatori essendo venuti innanzi, furon da lui consigliati ad aspettare la creazione del nuovo papa. Essi frattanto fecer ritorno a Venezia, ove Niccolò trovò la moglie defunta, e il figlio Marco già [p. 138 modifica]I VI. I.or soggiorno di più anni a ijuelLt tori e. i3S unno giunto ari cth giovanile. Se fosse certo (quanti anni allora contasse Marco, sarebbe ancor certo l’anno della prima partenza de’ due fratelli - ma qui ancora i codici e le edizioni variano notabilmente. Nell’edizion del Ramusio si dice ch’egli avea diciannove anni, il che combina colla loro partenza nel 1250. In un manoscritto di Berlino citato nella Storia de’ Viaggi (l. cit. p. 4) si legge diciassette; nel codice Estense e nell’edizion del Grineo si legge quindici; onde qui ancora non possiamo accertar cosa alcuna. Due anni stettero essi in Venezia attendendo l’elezione del nuovo pontefice. Ma differendosi questa ancora, poichè la sede apostolica vacò allora quasi tre anni, essi temendo che Kublay non si sdegnasse di sì lungo ritardo, preso seco il giovane Marco, navigarono ad Acri, e avute lettere di Tedaldo pel suddetto monarca, ripresero il loro viaggio verso la Tartaria. Ma appena eran partiti da Acri, ecco giunger messi dallo stesso Tedaldo 5 perciocché eragli giunto 1’avviso eli’ egli stesso era stato eletto pontefice. Egli che avea preso il nome di Gregorio X, diede loro altre due lettere perKublay, e non potendo inviargli quel gran numero di ministri evangelici che quegli chiedea, scelse due religiosi dell’Ordine de’ Predicatori, Niccolò da Vicenza, e Guglielmo da Tripoli, i quali co’ tre Veneziani si posero in viaggio. Ciò dovette accadere al fine dell’anno 1271, o al principio del 1272. VI. Giunti a Giazza in Armenia, trovarono che il soldano di Babilonia avea a quella provincia recata guerra j di che atterriti i due [p. 139 modifica]PRIMO i3q religiosi ivi si arrestarono. I tre Veneziani più coraggiosi proseguirono arditamente il lor cammino; e dopo tre anni e mezzo di pericoloso e disastroso viaggio, giunsero ad una città detta Clemensa o Clemeniso , ove allora risiedeva Kublay. Questi avea già spedito loro incontro pel viaggio di quaranta giorni chi onorevolmente gli accompagnasse; e poichè furono giunti, gli accolse con somme dimostrazioni di allegrezza e di onore; e con singolar riverenza ricevè non meno le lettere del pontefice, che l’olio della lampada che ardeva innanzi il sacro sepolcro di Gerusalemme , da lui richiesto, e da essi recatogli. Al giovane Marco fece onorevole accoglienza, e pose lui insieme col padre e col zio tra’ suoi cortigiani. Marco apprese in poco tempo quattro diverse lingue di que’ paesi; e si avanzò tant’oltre nella grazia del suo signore , che fu da lui inviato per gravi affari in provincie assai lontane, alle quali non poteasi arrivare che con un viaggio di sei mesi. Egli soddisfece felicemente a’ comandi di Kublay, e insieme ricercò ed osservò esattamente la situazione e i costumi de’ paesi pei quali viaggiava; talché tornalo aKublay, questi prendeva non ordinario piacere nell" udirlo ragionar delle cose che avea vedute. Per diciassette anni stette egli col padre e col zio a quella corte; e fu spesso mandato or in una, or in un’altra lontana provincia; il che gli diede occasione di conoscere sempre più l’indole e la natura di que’ paesi e de’ loro abitanti; ed egli stesso ci narra che ogni cosa andava diligentemente scrivendo; e che di queste memorie si valse poscia a compilare i suoi libri. [p. 140 modifica]14° LIBRO VII. La lunga assenza dalla patria aveane risvegliato gran desiderio ne’ nostri tre viaggiatori; ed essi perciò chiesero il lor congedo a Kublay. Egli, che assai gli amava, non avrebbe voluto che partissero dalla sua corte. Quando sopraggiunsero tre ambasciatori di Argon re dell’Indie, per chiedere in moglie pel loro sovrano a Kublay una giovane principessa di sua famiglia di diciassette anni detta Kogatim, che discendeva dalla sua stirpe medesima. Or mentre essi apparecchiavansi a tornare all’Indie, conosciuti i tre Veneziani, e inteso il desiderio che aveano di tornare alla lor patria , chiesero a Kublay, che per onorar maggiormente il lor sovrano e le nozze della giovane principessa, li destinasse a compagni del loro viaggio. Egli, benchè di mal animo, pur finalmente il permise, e dati loro gran contrassegni del suo favore, e aggiunti ad essi alcuni suoi ambasciatori al papa e ad altri principi cristiani, li congedò. Dopo una navigazion di tre mesi, giunsero a un’isola detta Jana o Java, e quindi navigando pel mare dell’Indie, dopo il viaggio di un anno e mezzo, come si legge nel codice Estense, giunsero alla corte di Argon; dove o perchè così volesse lo stesso Argon, come si legge nell’edizion del Grineo, o perchè questi frattanto fosse morto, come nelle altre edizioni si dice, la principessa fu data per moglie al principe di lui figliuolo, che nell’edizion del Ramusio si chiama Casan. Quindi i tre Veneziani , ricevute le solite tavolette d’oro, perchè fossero onorevolmente ricevuti ovunque approdassero , con molte ricchezze e con onorevole [p. 141 modifica]PRIMO 14 I accompagnamento postisi in cammino, giunsero finalmente a Costantinopoli, e quindi a Venezia l’anno 1295. Vili. Questa è in breve la descrizione de’ suoi viaggi e delle sue vicende, che Marco Polo ci ha lasciata ne’ primi dieci capi del primo suo libro. Io ho voluto prendermi la nojosa briga di confrontare le cose ch’ei narra, e che qui si sono accennate, colla storia de’ paesi medesimi de’ quali egli ragiona, valendomi singolarmente della Storia Universale degli eruditi Inglesi che hanno esaminati con singolar diligenza i più antichi e i più autorevoli scrittori. Nè io perciò verrò qui sfoggiando in una stucchevole erudizione della storia de’ Tartari, de’ Mogoli, de’ Persiani, e di altri barbari popoli, che annojerebbe troppo i lettori. Solo perchè si vegga che Marco è uno storico esatto e fedele, osserverò brevemente che la più parte de’ fatti ch’egli ci narra, si trovano ancor narrati nella Storia suddetta, in cui pure non si fa alcun uso di questo scrittore, ma solo degli storici orientali, e di que’ che gli hanno attentamente esaminati. Ivi veggiam la guerra di Barka signor del paese che dicesi la gran Bucharia, di cui è capitale Bogar che debb’esser la Bolgara di Marco Polo, contro di Abaka signor dell’Iran (Hist. Univers. t. 22, p. 638; t 20, p 570), il quale avea un fratello detto Alaò-ddin, donde probabilmente è venuto f Aliati del Polo; guerra che finì colla sconfitta di Barka; il quale poco appresso morì l’anno 1265, il che combina ottimamente coll’epoca del viaggio de’ due fratelli veneziani. Kublay, detto [p. 142 modifica]142 LIBRO altramente Hu-pi-lay, fu mio de^più possenti signori dell’Asia. Eletto imperador de’ Mogoli de’ Tartari e de’ Cinosi l’anno 1:260 (ib. t.17, p. 441); tentò ancora, ma con poco felice successo, di sottomettere il Giappone. Ebbe in pregio le scienze e i loro coltivatori: coraggioso in guerra , prudente nel governo del suo impero, splendido, magnifico, liberale, fu uno de’ più gran principi che regnassero in quelle provinciej e non è perciò a stupire clic egli onorasse tanto i nostri veneti viaggiatori, e che ambisse di farsi conoscere per mezzo loro a’ principi cristiani, ed anche al romano pontefice, benchè probabilmente ei non avesse pensiero alcuno di abbracciarne la religione, come si conosce ancor dal discorso che di ciò egli tenne con Marco Polo, e che da questo scrittore si riferisce (l. 2, c. 2). Veggiamo in fatti che, dopo la metà di questo secolo, si ebbe più volte speranza di ricondurre i Tartari alla Religion cristiana, e che perciò più volte vi furono inviati operai evangelici (Raynaldi Ann. eccl. ad an. 1260, 1288, 1291). Anzi abbiamo un Breve scritto a tal fine da Niccolò IV l’anno 1289 a Cobyla o Cobla gran Kan de’ Tartari (id. ad an. 1289), ch’è appunto Kublay di cui abbiamo ragionato. Pare ancora che il Polo, tornato in Italia, desse qualche nuova speranza al pontefice, ch’era allora Bonifacio VIII, di vedere la gran Tartaria ridotta alla Fede cristiana. Io l’argomento da un codice della Biblioteca Riccardiana (Cat. Bibl. riccard. p. 7), di cui dovrem di nuovo parlare altrove, e che contiene un compendio della nostra religione [p. 143 modifica]PIUMO. l43 fatto dal celebre Egidio da Roma per ordine di Bonifacio, e clic era destinato ad uso del gran Signore de’ Tartari: Capitula Fidei Cristianae composita ab Ægidio de consensu et mandato SS. P. D. Bonifacii VIII, transmissa ab ipso D. Papa ad Tartarum Majorem volentem Christianam colere Fidem. Ma non veggiamo che ne seguisse effetto alcuno. Di Argon re dell’Indie orientali non trovo contezza. Ma sembra certo che qui debba intendersi Argon re dell’Iran, paese chiamato da Marco colla general voce d’Jrulia. Egli in fatti salì a quel trono l’an 1284, e morì l’anno 1291 (Hist. Univers. t 17, p. 644) ec-)* Il qual anno pure accordasi a maraviglia coll’epoca de’ nostri tre viaggiatori. Egli ebbe ancora un figlio appellato Casan o Kazan (ib. p. 650), che quasi cinque anni dopo la morte del padre gli succedette nel trono. Di amendue questi principi troviamo spesso menzione nella storia ecclesiastica di questi tempi, e veggiam che amendue furono più volte pressati ad abbracciare la Religion cristiana ad esempio di altri di lor famiglia; e benchè il padre non vi si inducesse, il figlio però più anni dopo ricevette il battesimo (Raynaldi ad an. 1285, 1288, 1289, 1291, 1301). finalmente io trovo che Chengkin figliuolo di Kublay, e destinato a succedergli, ebbe per moglie la principessa Kokochin, e ch’essa rimase vedova per la morte del suo marito morto l’an 1285 (Hist. Univ. l. cit. p. 485). E mi sembra perciò probabile, benchè ciò nelle Storie non si racconti ch’ella sia la Kogatim, di cui parla Marco, destinata dopo la morte del [p. 144 modifica]144 LIBRO principe suo marito in isposa ad Argon, e data^ poscia a Casan di lui figliuolo; la quale benchè non fosse nata dalla famiglia di Kublay, come Argon bramava, eravi nondimeno entrata colle sue nozze. Egli è dunque evidente che i viaggi di Marco Polo non furon da lui finti a capriccio, e che le più autentiche Storie ci confer- j mano la verità di ciò eli’ ei ne racconta. E basti il saggio fin qui recato a provarlo, senza j ch’io prenda a esaminare minutamente tutti gli altri punti di storia che da Marco qua e là s’accennano nella sua Relazione. Solo non vuol passarsi sotto silenzio un errore di cui vien da; molti accusato, e da cui, secondo il eli. Fo- J scarini (Latterai. venez. p. 414) > sembra più j difficile lo scusarlo, cioè l’aver segnata all’an- 1 110 1162 la vittoria da Gencis-kan riportata so- I pra Uin-kan, c che da’ più esatti scrittori si segna all’anno 1202. Il soprallodato autore di- 1 fende Marco coll’allegare le lezioni notabilmente diverse de’ diversi codici e delle diverse edizioni intorno a quest’anno, e col riflettere che • avendo il Villani segnata questa vittoria all’an- •; 110 1202, pare ch’egli altronde non potesse sa- 1 perlo che da’ Viaggi del Polo , e che questi perciò così abbia veramente scritto. Ma parmi di poter aggiungere ancora che nel codice Estense si pone l’elezione di Gencis-kan all’anno 1187, il che pure è nell’edizion del Grineo; ma nell’Estense inoltre i primi dissapori con Um-kan si segnano all’anno 1200, dal che pro- ¡ hábilmente deducesi che, secondo lo stesso | M arco, la disfatta di Um-kan avvenne appunto verso l’anno 1202. [p. 145 modifica]PRIMO l45 L\. Rimane a vedere s’ei sia stato ugualmente fedele e sincero nella descrizion che ci ha data de’ paesi da lui corsi viaggiando. Ma prima di entrare in questo esame, vuolsi cercare ove e quando prendesse egli a scriverla. Di ciò ei non parla; e nulla pur si dice nella prefazione premessa da Francesco Pipino alla sua traduzione, qual essa è nel codice Estense, benchè in quella che si vede tradotta in lingua italiana, e pubblicata dal Ramusio, ciò pure si accenni. Nel proemio premesso al codice Soranzo si dice solo, come già abbiamo osservato, che Marco si accinse a quest’opera, essendo prigion di guerra in Genova. Il Ramusio nella sua prefazione racconta assai più stesamente la stessa cosa. Ei dice prima che i tre viaggiatori, tornati a casa, non poterono sì facilmente esser da’ loro parenti riconosciuti, tanto eran essi cambiati nelle sembianze; quindi descrive a lungo una magnifica festa ch’essi diedero, in cui spiegarono le gran ricchezze che seco avean portate in abiti, e in tal maniera accertarono tutti che essi erano que’ medesimi che ventisei anni addietro aveano abbandonata Venezia. Aggi tigne, che facendosi molti a chieder novelle a Marco delle cose da lor vedute, e delle ricchezze di que’ gran principi d’Asia, e non sapendo Marco usar altri numeri nel ragionare, che di milioni e milioni, la casa Polo ne ebbe il soprannome di Milione; ed egli afferma di averla veduta così nominata ne’ libri pubblici; e che la corte della lor casa chiamavasi anche a suo tempo del Milione. Ma Apostolo Zeno (Bibl. t. 2, p. 186) cita altri scrittori che ripeton l’origine di tal TiRAnoscHi, Fol. IF. 10 [p. 146 modifica]/ 146 LIBRO soprannome dalle immense ricchezze da essi raccolte, e riportate da’ loro viaggii. Racconta poscia il Ramusio che non molti mesi, dappoichè furono giunti a Venezia, sendo venuta nuova, come Lampa Doria Capitano dell’armata de’ Genovesi era venuto con settanta galee1, fino all’Isola di Curzola. e d ordine del Principe e della Illustrissima Signoria fatte che fu. rono armare molte galee con ogni prestezza nella Città, fu fatto per il suo valore sopracomito d una Messer Marco Polo; qual insieme con V altre essendo il Capitano Generale Messer Andrea Dandolo nominato il Calvo, molto forte e valoroso gentilhuomo, andò a trovar l’armata Genovese, con la qual combattendo il giorno di nostra Donna di Settembre, ed essendo rotta (come è comune la sorte del combattere) la nostra armata, fu preso. Perciocchè avendosi voluto mettere avanti colla sua galea nella prima banda ad investir l’armata nemica, et valorosamente et con grande animo combattendo per la patria e per la salute de’ suoi, non seguitato dagli altri rimase ferito et prigione. Fin qui il Ramusio, il quale continua poscia a narrare delle cortesi accoglienze che Marco ebbe in Genova, e come ad istanza de’ Genovesi, fattesi venir da Venezia le sue memorie, prese a scrivere le relazioni de’ suoi viaggi, e come pochi anni appresso egli ottenne ancora la libertà. Dell’anno in cui morissero egli e Niccolò e Maffio, il Ramusio non fa parola. Or quanto alla prigionia di Marco, e all’occasione in cui egli scrisse la storia de’ suoi viaggi, l’autorità da noi mentovata poc’anzi del codice [p. 147 modifica]PRIMO l47 Soranzo basta a persuadercene. Io veggo in fatti che la battaglia dei Genovesi contro de’ Veneziani, qual narrasi dal Ramusio, tale ancor si rammenta e da Giorgio Stella antico storico genovese (Script. Rer. ital. vol. 18, p. 985), e da Andrea Dandolo (diverso dal capitano mentovato poc’anzi) nella sua Cronaca di Venezia (ib. vol. 12, p- 4°7)• Marco Polo non vi si nomina, perciocchè ei non era uomo di sì alto stato di farne distinta menzione; ma i nomi de’ capitani dell’una e dell’altra parte, e il giorno e il luogo della battaglia, e l’infelice esito della stessa concordano pienamente. Solo sembravi aver differenza nell’anno; perciocchè il Ramusio dice che ciò avvenne pochi mesi dopo il ritorno di Marco, seguito nel i2i)5, e secondo i suddetti due storici la battaglia seguì nel 1292. Ma questo non è errore sì grave che dobbiam rivocare in dubbio la sostanza del fatto, e sembra perciò indubitabile che alla cortesia da’ Genovesi usata coll’infelice Marco noi siam debitori dell’opera eli’ egli a loro istanza compose. Ma passiamo omai a cercare qual fede si debba alle relazioni di Marco. X. Io son ben lungi dal voler proporre le relazioni di Marco Polo come interamente ve-, raci, senza falsità, senza errore, senza esagerazione di sorte alcuna. Non concederei sì agevolmente tal lode agli stessi viaggiatori moderni, che pure sì grandi cose ci dicono della loro sincerità e della loro esattezza. Essi giurano tutti ugualmente di aver veduta ogni cosa co’ loro proprii occhi. E nondimeno si contraddicono spesso nella più leggiadra maniera del inondo. [p. 148 modifica]l48 LllillO Noi frattanto, che non ci sentiamo in lena d’intraprendere sì lunghi viaggi, ci stiam dubbiosi ed incerti; e dopo aver lette cento descrizioni dello stesso paese, non ne caviamo spesso altro frutto, che di conchiudere che non ne sappiam nulla. Or se anche i viaggiatori moderni, i quali son pure tanto più colti degli antichi, non hanno però ancor rinunciato al natio diritto di vendere fole, perchè ancor vorrem noi che del diritto medesimo non godesse ancora il nostro Marco? Appena è possibile a un viaggiatore l’osservare, l’esaminare, l’accertare ogni cosa. Spesso non può guardare un oggetto che alla sfuggita; e ancorchè il rimiri con attenzione, spesso non può farne prontamente in iscritto la descrizione. Ciò non ostante ei vuol comparire esatto; e parla perciò di ogni cosa minutamente; e a ciò ch’egli non ha potuto o diligentemente osservare, o ritener fedelmente, supplisce colla sua fantasia, Io dunque non mi farò a difendere Marco Polo in tutto ciò ch’egli racconta; anzi concederò senza pena che molte cose egli abbia esagerate, o fors’anche finte a capriccio. Ma non temerò anJ eor di affermare che gli errori de’ quali egli possa essere a ragione accusato, non son poi tanti, quanti da alcuni si crede. Coloro a’ quali le relazioni di Marco sembrano piene di falsità e d’imposture, misurano spesso i tempi antichi da’ nostri; e perchè ne’ paesi de’ quali egli ragiona, non trovasi ora ciò ch’egli afferma d’avervi trovato, gridan tosto all’errore. Ma egli è certo che ben diversa era la condizione di quelle provincie a’ tempi di cui [p. 149 modifica]pkimo i ^i) ragiona il Polo, da quella che è al presente. Anzi avviene non rare volte che con più diligenti ricerche si venga a scoprire che la cosa è veramente, come da lui si trova descritta. Quindi a ragione afferma l’eruditissimo Foscarini (Letterat. venez. p. 414) che avendo i libri di lui incontrate innumerabili censure... dopo avutesi più certe notizie della China e dell’Indie ne fu assolto dal consenso de’ dotti. E similmente l’esattissimo Zeno (Bibl. t. 1, p. 273, nota): Gli ultimi viaggiatori gli hanno renduta piena giustizia, e i suoi racconti non sono più favolosi, dice il Colomesio’ , dappoichè le nuove relazioni han confermata quella di lui. Nessuno però lo stabilì in concetto di sincero e veridico, quanto la comparsa del Viaggio anteriore di più secoli al suo fatto da due Maomettani, e pubblicato in Parigi dall’ab. Eusebio Renaudot con bellissimi riscontri di questi con quello inseriti nelle ben ragionate sue Annotazioni a quel Viaggio. E perchè non credasi che gl’italiani a scriver così siansi indotti dall’amor della patria, recherò qui ancora il sentimento degli eruditi Inglesi autori della Storia Universale. Si trovano in quest’opera, dicono essi (t. 21, p. 4), molte cose straordinarie ed anche false, ch’ei riferisce sull’altrui relazione; ma ciò eh’ ci dice, per sua propria sperienza, è curioso del pari che. esatto. Egli non solo ha fatto conoscer meglio la Cina, che non si facesse in addietro, ma ha data ancora la descrizione del Giappone, di molte isole dell’Indie orientali, del Madagascar, e delle coste (I Africa, talché poteasi raccogliere dalle sue [p. 150 modifica]l5o LIBRO opere, che il passaggio diretto all Indie pel mare era non sol possibile, ma praticabile. E poco appresso, dopo aver detto che molte cose da lui e da altri antichi viaggiatori riferite e redoansi false, soggiungono (p. 5 nota): ma quelli che poscia hanno esaminate più da vicino la storia, le scienze, la geografia di que’ paesi, hanno riconosciuto che vi era del vero in molte cose da questi viaggiatori narrate, le quali prima sembravano incredibili. XI. Sarebbe impresa da non uscirne giammai F accingersi a esaminare tutte le accuse che da molti si danno alle relazioni di Marco Polo. Gioverà nondimeno l’averne un saggio, perchè si vegga che spesso autori anche dottissimi troppo facilmente accusan altri di negligenza e di errore. Io scelgo perciò la critica che ne han fatta i moderni inglesi autori della Storia de’ Viaggi. Convien confessare, dicono essi (Hist. des Voyag, t. 27, p. 13, ec.), che le relazioni di Marco Polo son piene di errori. Veggiam quai siano i principali. I nomi sono scritti con sì poca esattezza , che spesso non si può sapere a quai luoghi appartengano; difficoltà che spesso si accresce dall affettazione eh’egli usa di dare i nomi mogolici alle provincie e alle città della Cina. Se noi avessimo l’originale di Marco, potremmo accertare com’egli avesse segnati i nomi delle città e delle provincie. Ma noi veggiamo la grandissima diversità che passa tra i diversi esemplari e manoscritti e stampati che abbiam di quest’opera; e veggi amo quanto essi sono stati guasti dall’ignoranza de’ copiatori. Perchè dunque attribuire a Marco un difetto [p. 151 modifica]PRIMO l5l Ji cui probabilmente ei non è punto colpevole? Clic se egli adopra le voci mogoliche a spiegar le città e le provincie cinesi, che colpa ne ha egli, il quale verisimilmente non sapea la lingua cinese, e usava di que’ nomi che udiva usarsi da quelli con cui trattava? Innoltre i detti autori il riprendono perchè non ha segnata la latitudine de’ luoghi (a). Questo vuol dire che il nostro Marco non era nè astronomo nè geometra; e io non veggo perchè debba a lui farsi delitto di cosa ch` era allora comune a quasi tutti gli uomini. Quante altre relazioni hanno essi inserite nella lor Raccolta de’ Viaggi, che hanno questo difetto medesimo, nè essi perciò le han creduti inutili? Passano quindi a darci un saggio delle favole e degli errori di cui Marco ha ingombrati i suoi Viaggi; e il primo si è ciò ch’ei narra avvenuto ne’ funerali di Mangu-Khan, cioè che secondo il costume che aveano i Tartari di trucidar coloro che incontravan per via, quando portavano a seppellire sul monte Alchai i cadaveri de’ loro monarchi, furono in quella occasion trucidati venti mila uomini. Al che essi oppongono la rarità degli abitanti della Tartaria, ove dicono , si potrebbe viaggiare tre settimane senza (a) Io non so intendere come il sig. Lnndi nel suo Compendio della mia Storia possa rimproverarmi (i. 2, p. 333) ili aver ammesse le obbiezioni che si l’anno a Marco Polo, cioè di non aver segnata la latitudiu de’ luoghi , il che io ho qui osservalo espressamente, di aver nominati i paesi di Og e Magog, e di aver creduto alla magia de’ Tartari, delle quali cose ho pur latto cenno poco appresso. [p. 152 modifica]i5a unno incontrare la decima parte di venti mila uomini. Ma chi assicura questi dotti scrittori che Marco abbia scritto venti mi lai Così veramente si legge nell’edizion del Grineo e nel codice Estense: ma nell’edizion del Ramusio si legge dieci mila (l. 1, c. 44). Ed ecco già il numero diminuito della metà. E forse il Polo scrisse anche meno. Ma diamo ancora ch’egli scrivesse dieci mila. Se i suddetti scrittori avessero riflettuto che Mangu-Khan morì non già nella Tartaria, ma nella Cina, la quale ognun sa quanto sia e fosse anche allor popolata; se avessero riflettuto che morì ucciso nell’assalto dato a una piazza (Hist. Univers. t. 17, p. 44°)> e c^ie perciò i suoi soldati dovean essere accesi d’un fiero sdegno contro i Cinesi; se avessero riflettuto per ultimo al lungo viaggio che conveniva lor fare,. per recare al consueto sepolcro il lor monarca, non avrebber forse creduto favoloso il racconto di Marco Polo. Lasciamo alcune altre cose di niun conto ch’essi riprendono in Marco , come il nominarsi da lui i paesi di Og e Magog, i quali per altro anche dagli storici inglesi sono stati situati nella Tartaria (ib. p. 13), ei prodigò magici ch’ei narra seguir talvolta alla tavola del Kan, i quali però egli non dice di aver veduti, come asseriscono i raccoglitori de’ Viaggi, ma narra solo, per quanto pare, sull’altrui relazione, ed altre simili minutezze non degne di essere esaminate. Lasciam, dico, da parte cotali inezie, e vegniamo a più gravi accuse. XII. Marco Polo, dicono i medesimi autori, tra gl’infiniti errori di cui ha empito il suo [p. 153 modifica]PRIMO ] 53 libro, afferma ancora che Gencis-Kan era re de’ Tartari, e tributario di Ung-Kan ossia del Prete-Gianni. Se tutti gli errori di Marco sono somiglianti a questo, non vi ebbe mai scrittore più di lui veritiero. Non e: * egli forse Gencis-Kan principe de’ Mogoli? E questo tratto di paese non comprendevasi egli nella Tartaria? Leggasi la descrizione di quel vasto impero fatta dagli autori della Storia Universale (ib. p. 229)), e vedrassi che i Tartari occidentali chiamansi indifferentemente Tartari e Mogoli. Leggasi la medesima Storia (ib. p. 288), e vedrassi che Gencis-Kan unitosi cogli altri Kan de’ Mogoli, ricusò di pagare il consueto tribuno a Vang-Kan eli’ è appunto l’Ung-Kan di Marco Polo, e che è quel desso che fu in quel secolo conosciuto sotto il nome di Prete-Gianni (ib. p. 278). Che vi ha dunque di falso in queste parole del nostro scrittore? E come mai i suddetti scrittori han potuto così di leggieri accusarli di errore? Più ragionevole sembrar potrebbe il rimprovero eh1 essi fanno a Marco di aver errato nella serie de’ successori di Gencis-Kan, perciocchè Marco nomina Kui, Barkim, Allau, Mangu e Kublay; e le Storie più esatte nominano Oktay, Kayuk, Mangu e Kublay. Ma in primo luogo chi può accertare come siano stati da Marco scritti que’ nomi, e quanto gli abbiano contraffatti i copisti? In fatti nell’edizione del Ramusio si leggono diversamente i nomi de’ primi tre successori di Gencis-Kan, e diconsi Cyn, Banthyn ed Esu. Innoltre veggiam sovente che i gran Signori de’ Tartari aveano diversi nomi presso le diverse nazioni [p. 154 modifica]154 LIBRO a cui comandavano. Così Cayuk dicevasi ancora Quey-yeu (ib. p. 428), e Kublay dicevasi ancora Hu-pi-lay (ib. p. \.\i), e Timur di lui nipote avea anche il nome diChingtson (ib.p. 499); e similmente più altri. Come possiamo noi dunque dal vedere nominati diversamente i primi successori di Gencis-Kan inferire che Marco Polo abbia in ciò preso errore? Ma frattanto i mentovali scrittori da questi pretesi abbagli del nostro viaggiatore traggono una conseguenza con cui per poco non cel rappresentano come un solenne impostore, cioè eh egli non sia mai entrato nè nella Tartaria, nè nella Cina, nè nel Katay. Noi abbiam dimostrato ch’essi non sono stati troppo felici nell’accusar Marco Polo. Se dunque non son provate le accuse con cui essi han cercato di mostrarlo scrittore infedele e mal istruito, cade per se medesima a terra la conseguenza che ne deducono. Ma com’è possibile, dicono essi, e con quest’ultimo argomento conchiudono la lor accusa contro di Marco Polo; com’ è possibile che s’ei fu alla Cina, non vedesse la gran muraglia famosa di divisione tra quell’impero e la Tartaria, e non ne facesse parola nelle sue relazioni? Io non mi farò a cercare per qual parte vi entrasse il Polo, benchè forse al cercarne con diligenza si rinverrebbe che gli scrittori inglesi non provano abbastanza che ei non vi potesse entrare che per la gran muraglia. Ma senza ciò, egli è pur certo che Marco ci parla assai della Cina. Dunque s’ei non la vide, ne cercò almeno o da’ libri, o da quelli che vi avean viaggiato. Or com’è possibile, dirò io ancora, che in [p. 155 modifica]PRIMO l55 liiun libro ei trovasse menzione della prodigiosa muraglia, o che niuno gliene parlasse? coni’ è possibile che avendo sapute tante altre più minute cose di questo impero, di questa che è una delle più ammirabili, non abbia saputo nulla? Trovino i censori del Polo un’opportuna ragione a spiegare come mai egli, avendo per relazione intese tante altre cose della Cina, abbia ignorata questa; ed essi vedranno che questa stessa ragione gioverà forse a spiegare come, avendovi egli viaggiato, non ne abbia fatta parola. In somma il silenzio di Marco Polo intorno alla famosa muraglia è misterioso ugualmente, o egli abbia veduta la Cina co’ suoi proprii occhi, o l’abbia veduta solo cogli occhi altrui. E come esso non basta a negare ch’egli non abbia avuta relazione e notizia dello stato di quell’impero , così non basta a negare che egli non v’abbia viaggiato. E chi sa ancora se ci sia giunta intera l’opera, qual fu da lui scritta, o se qualche parte non se ne sia smarrita? X1IT. Abbi am finora esaminati i rimproveri che gli autori della Raccolta de’ Viaggi han fatti „ al nostro veneto viaggiatore; non già per prò- " vare che le sue relazioni non contengano fole ed errori, ma per mostrare che non son sì spregevoli, come altri ha creduto. Per altro già abbiam confessato noi pure che molte cose false e molte ridicole egli ha inserite ne’ suoi Viaggi, o perchè da lui non esaminate abbastanza, o perchè troppo facilmente credute. Ma ciò non ostante non può negarsi che il viaggio de’ tre Veneziani non abbia recato grandissimo XIII. F.Wi i.ini Ile Rrliikioi di Marco. « [p. 156 modifica]i5i> Linno giovamento, e elie la loro impresa non debba considerarsi come una delle più ardite e delle più vantaggiose. Nè mi farò io qui a ripetere gli elogi di cui molti scrittori hanno onorato Marco, che potrebbon forse sembrar dettati da una troppo credula ammirazione. Sol tra gli antichi nominerò il celebre Pietro d" Abano, che gli fu coetaneo, e che ebbe occasione di favellargli. Egli narra alcune cose che da lui gli furono raccontate, e così dice di Marco: l)e ipsa quoque cum aliis retulit mihi Marcus Venetus omnium, quos unquam scitum, orbis major circuitor, et diligens indagator (Conciliat. diss. 67). Ma lasciando cotali encomii, io recherò qui il sentimento dei più volte mentovati raccoglitori de’ Viaggi, i quali non essendo certo troppo favorevoli al Polo non possono aversi in conto di sospetti, o di pregiudicati (l. cit. p. 11, ec.). Il Rubruquis (viaggiato!’ francese che alcuni anni prima dei Poli corse la Tartaria) e il Polo sono i più celebri tra gli antichi nostri viaggiatori nella Tartaria. Le lor relazioni hanno infinitamente giovato alla geografia, perchè uno ci ha fatto conoscere le parti settentrionali della Tartaria, l’altro le meridionali. Il Rubruquis vi ha aggiunte notizie esatte intorno a’ costumi de’ Mogoli. Ma egli non viaggiò fuorchè per deserti. Il Polo al contrario traversò provincie fertili e popolose. Il Rubruquis non passò oltre a Karakarum. Il Polo per vie diverse s’avanzò fino all’estremità orientale del continente. Ei descrive con ordine le provincie e le città della piccola Tartaria, del Tangut, del Katay, e de’ paesi vicini alla [p. 157 modifica]PRIMO l57 Tartarici; T altro non ce ne dà che idee imperfette e confuse. Il Polo non si ferma nel continente. Entra nell’oceano orientale e naviga intorno ali Indie, viaggio di cui non v’ha esempio tra’ Grecie tra’ Romani antichi. Scende in terra, e continua il suo viaggio intorno alla Persia e alla Turchia. Alle cose da lui vedute aggiugne le apprese per altrui relazione. Finalmente ci riporta alla patria infiniti lumi su tutte le contrade marittime dell’Asia e dell Africa, dal Giappone all Occidente fino al Capo di Buona Speranza. Quindi prosieguono a dire ciò che narra il Ramusio, che a’ suoi tempi serbavasi ancora in Venezia nel monastero di S. Michele di Murano una Carta geografica disegnata e delineata dallo stesso Marco, in cui vedeasi espresso il Capo che fu poi detto di Buona Speranza, e l’isola di Madagascar; e che da ciò si raccoglie che i Portoghesi nelle prime loro spedizioni non iscoprirono che una parte de’ paesi scoperti due secoli prima da Marco, e che anzi egli servì loro di guida. Solo al principio del XVII secolo, conchiudono essi, cominciarono gli Europei a seguir le tracce del Polo nella Tartari a, ma a passi sì lenti, che dopo il viaggio di esso fino a quelli degli ultimi missionarii gesuiti appena aveano visitata la terza parte de’ paesi da lui descritti. Così per confessione ancora di chi rimira i Viaggi di Marco Polo come pieni di favole e in gran parte finti a capriccio, questo nostro Italiano co’ suoi due compagni furono i primi a penetrare in quelle sconosciute provincie, e a segnare il sentiero che più secoli dopo dovea [p. 158 modifica]l58 LIBRO battersi da altri. Io debbo qui avvertire che la Carta geografica dal Ramusio attribuita a Marco Polo è opera non già di Marco, ma di un monaco camaldolese del monastero medesimo, detto Mauro, come prova in una sua dissertazione il ch. P. D. Abondio Collina dello stesso Ordine (Comm. Acad. Bonon. t 2, pars 3, p■ 378), e di cui noi pure diremo altrove. XIV. Assai men celebre nelle Storie è un altro viaggiator italiano di questo secolo, perchè la Relazion da lui scritta non è mai stata data alle stampe. Fu questi Ricoldo detto da Montecroce dell’Ordine de’ Predicatori, e fiorentino di patria, il quale avendo viaggiato gran parte dell’Asia per condurre alla religion cristiana i Saraci ni, scrisse la descrizion de’ paesi da lui veduti , de’ lor costumi e delle sette da essi seguite, e morì poscia in Firenze nel convento di Santa Maria Novella l’anno 1309). I PP. Quetif ed Echard dicono (Script. Ord. Praed. t. 1, p. 504) di non aver veduto alcun codice di tal descrizione in lingua latina, in cui la scrisse Ricoldo, ma solo una traduzione manoscritta in francese dell’anno 1351 , di cui dan qualche saggio. Un codice nell’original lingua latina se ne conserva nella biblioteca del capitolo di Magonza, da cui il Gudeno (Sylloge Monum. p. 383) ne ha pubblicata la prefazione e il principio. Questo sembra anzi prometterci una descrizione ascetica che erudita. Nondimeno è a credere che vi siano sparse per entro quelle notizie ancora che possono giovare alla storia; e così in fatti si afferma nella prefazione premessa alla traduzione francese. [p. 159 modifica]primo 15g Nè vuoisi tacere che nella sua prefazione llieohlo narra ili avere, essendo ancor secolare, viaggiato assai in lontane provincie per motivo di erudizione: maxime cum in mente mea revolverim, quas longas et laboriosas peregrinationes assumpseram, adhuc secularis existens, ut addiscerem illas seculares scientias quas liberales appellant. Di lui abbiamo alle stampe una breve confutazione dell1 Alcorano, intorno alla quale e ad altre cose che a questo viaggiatore appartengono, veggansi i suddetti PP. Quetif ed Echard. XV. A questi viaggiatori italiani io debbo per ultimo aggiungere un ardito, benchè infelice, tentativo fatto in questo secolo stesso da’ Genovesi per trovare la via marittima alle Indie orientali, che fu poi scoperta due secoli dopo dai Portoghesi. Di questo memorabil fatto niuno, ch’io sappia, ha parlato de’ moderni scrittori de’ Viaggi e delle Navigazioni. Ne troviamo però memoria nelle storie genovesi del Foglietta, il quale all’anno 1292 narra un tal fatto, e nomina i due magnanimi capitani che a ciò si accinsero, cioè Thedisio Doria e Ugolino \ ivaldi. Tedisius Auria et Ugolinus Vivaldus duabus triremibus privatim comparatis et instructis... aggressi sunt maritimam viam ad eum diem orbis ignotam ad Indiam patefaciendi, fretumque Herculeum egressi cursum in Occidentem direxerunt; quorum hominum... qut fuerint casus, nulla ad nos unquam fama pervenit (Hist. Genuens. l. 5). Il veder narrata una sì ardita impresa sol dal Foglietta, e taciuta nelle antiche Cronache genovesi, mi avrebbe [p. 160 modifica]lGo LIBRO forse tenuto alquanto dubbioso e sospeso. Ma fortunatamente mi è riuscito di trovarne memoria presso uno scrittore contemporaneo; e io debbo questa scoperta alla sofferenza che ho avuta di scorrer tutta l’opera di Pietro d’Abano, intitolala il Conciliatore , per trarne quelle notizie storiche che mi avvenisse di rinvenirvi. Ei dunque parlando di que’ paesi, dice che circa trent’anni innanzi (egli scriveva al principio del secolo seguente) i Genovesi, apparecchiate e ben provvedute due galee, ardiron con esse di uscir dallo stretto di Gibilterra, e ingolfarsi nel vasto oceano; ma che più non se ne avea avuta notizia alcuna; e quindi addita la strada terrestre che allor teneasi per andare alle Indie, cioè di entrare nella Tartaria andando verso settentrione, e di piegar quindi a levante e a mezzogiorno. Ecco le parole di questo scrittore: Parum ante ista tempora Januenses duas paravere omnibus necessariis munitas galeas, qui per Gades Herculis in fine Hispaniae situatas transiere. Quid autem illis contigerit, jam spatio fere trigesimo ignora tur anno. Transitus tamen nunc patens est per magnos Tartaros eundo versus aquilonem, deinde se in orientem et meridiem congirando (Conciliat. diss. 67). Ed è probabile che questi medesimi Genovesi, o altri dal loro esempio eccitati, fossero quelli che scopriron prima d’ogni altro le isole Canarie , dette ancor Fortunate. Perciocchè egli è certo ch’esse furono scoperte verso questo tempo medesimo, e che furono scoperte dai Genovesi. Ne abbiamo una indubitabile testimonianza presso il Petrarca, il quale [p. 161 modifica]PRIMO l6l parlando di esse dice: Eo siquidem et patrum memoria Genuensium armata classis penetravit (De Vit. Solit. l. 2, sect. 6, c. 3). Io mi maraviglio che gl’Inglesi autori della Storia de’ Viaggi non abbian fatta parola di questa scoperta, e che abbian creduto che le isole Canarie solo nel secolo xv si rendesser note agli Europei. E nondimeno potean leggere in quasi tutti gli storici di quei tempi la solenne, benchè inutile, pompa con cui Clemente VI l’anno 1344 conferì la sovranità di quell’isole al principe Luigi di Spagna, che non potè mai giungerne al possesso (Rainaldi Ann. eccl. ad h. an.; Petra re ha ib. ec.). Egli è dunque evidente che agl’italiani, e specialmente a’ Genovesi, si dee la lode di aver tentata una sì difficile impresa; e non è a stupire che quella città medesima che avea già prodotti uomini di sì raro coraggio , producesse poi anche due secoli appresso il primo e immortale discopritore del nuovo mondo (*). (*) Il sig. ab. Lampillas, che vuole togliere quasi del tutto agl’Italiani la gloria della scoperta del nuovo mondo, si maraviglia che gli scrittori italiani attribuiscano così francamente ai Genovesi questo scoprimento (delle Canarie), mentre appena si trova autore, di quei che ci narrano questi viaggi, il quale faccia menzione de’ Genovesi , e quei pochi che gli nominano , aggiungono ad essi i Catalani, i quali in quei tempi non erano meno famosi dei Genovesi nelle navigazioni (Saggio , par. 2, t. 1, p. 232, ec.). Io m’aspettava ch’ei citasse gli autori da lui qui accennati, e autori che fossero vicini a que’ tempi ne’ quali scoperte furono le Canarie. Ma veggo di’ egli allega sol l’opera intitolata fìlUHOSCHI, Voi. IV.