Storia delle arti del disegno presso gli antichi (vol. II)/Libro ottavo - Capo II

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Libro ottavo - Capo II

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C a p o II.


Stile sublime — Suoi caratteri - Monumenti che di esso ci rimangono - Stile bello — I suoi caratteri sono... la morbidezza nel disegno... e la grazia... or sublime... or piacevole... or bassa e comica — Delle figure de’ puttini.

Stile sublime. Quando cominciarono a splendere in Grecia i tempi della filosofia e della libertà, l’arte medesima più libera divenne Suoi caratteri. e più sublime. L’antico stile si fondava da principio su regole prese immediatamente dalla natura; ma esse ben presto se ne allontanarono, e divennero ideali, onde si lavorava meno ad imitazione della verità che a norma di quelle regole. L’arte aveasi, a così dire, foggiata una natura sua propria. Sopra tal sistema s’innalzarono i grandi maestri, studiando di ravvicinarsi alla verità della natura. Quella loro insegnò a dare nelle figure un contorno morbido e dolce a quelle parti, che dianzi dure erano, soverchiamente risentite, e caricate, e a rendere più decenti e moderati gli atteggiamenti e le mosse, che dianzi troppo erano forzate; in somma a formar opere che mostrassero meno dottrina, ma più belle fossero e grandiose. Migliorando l’arte su questi principi, celebri si renderono Fidia, Policleto, Scopa, Alcamene, Mirone, ed altri maestri di que’ tempi. Il loro stile può chiamarsi il sublime, poiché ne’ loro lavori, oltre la bellezza, ebber in mira principalmente il grandioso1.

[p. 107 modifica]§. 1. Bisogna qui distinguere il disegno duro dall’affilato o tagliente, affinchè ove, per esempio, si veggono nelle figure della più sublime bellezza le sovracciglia affilate, quello non abbia a prendersi per una durezza di disegno, e come un avanzo del più antico stile; poiché già di sopra osservammo che ciò era fondato nella giusta idea della bellezza. Egli è verosimile però, e si può inferire da qualche passo degli antichi scrittori che il disegno di questo stile sublime conservasse ancora un non so che di rettilineo e d’angoloso; la qual proprietà sembra indicata dalle voci quadrato o angolare, con cui lo distinguevano2.

$. 2. Essendo que’ gran maestri, come Policleto, i legislatori delle proporzioni, i quali le misure d’ogni parte precisamente in tutt’i suoi punti fissarono, è ben probabile che all’esattezza del disegno una parte sacrificassero della, beltà delle forme3. Indi è che nelle loro figure scorgeasi il sublime, bello si, ma tale che, paragonandolo ai morbidi contorni de’ loro successori, mostrava una certa durezza; e quella appunto fu rimproverata a Callone, ad Ecia, [p. 108 modifica]a Canaco, a Calamide4, e a Mirone medesimo5: sebbene tra questi Canaco fosse posteriore a Fidia, essendo scolaro di Policleto6, e fiorisse nell’olimpiade xcv.7.

§. 3. Tal rimprovero fatto dagli scrittori, i quali giudicar vollero d’un’arte che non ben conosceano, fu talora, egualmente mal a proposito, ripetuto a’ nostri giorni riguardo agli artisti moderni. Cosi le figure di Raffaello, nelle quali si scorge in mezzo ai più arditi tratti un disegnar franco, e un contornare esatto, da alcuni, che le hanno paragonate colla morbidezza de’ contorni, e colle molli e ritondette forme del Correggio, sono state riputate taglienti e dure; e tal giudizio ne portò Malvasia, uomo di poco gusto, che ha scritte le vite de’ pittori bolognesi. Nello stesso modo ad un inerudito lettore aspri suonano, e sembrano rozzi e negligentati gli Omerici numeri, e l’antica maestà e nobile facilità di Lucrezio o di Catullo, in confronto dei maestosi versi di Virgilio, e dei teneri modi d’Ovidio. Luciano però annovera la statua dell’Amazzone Sosandra, lavoro di Calamide, tra i quattro più eccellenti modelli della beltà femminile; poiché descrivendo egli una sua ideale bellezza, non solo prende da quella statua l’intero panneggiamento, ma eziandio l’aria modesta del volto, e’l sorriso passeggiero e coperto8.

§. 4. E’ da notarsi altresì che nell’arte lo stile d’una data epoca non è generale a tutti gli artefici, come tutti non hanno lo stesso stile gli scrittori contemporanei. Diffatti se degli antichi scritti non altri ci fossero pervenuti fuorchè quei di Tucidide, non giudicheremmo. noi erroneamente che, siccome questo storico, così scritto avessero con tal brevità e concisione da rendersi oscuri anche Platone, Lisia, [p. 109 modifica]e Senofonte, le parole de’ quali somigliano alle acque d’un ruscello, che placidamente scorre?

Monumenti che di esso ci rimangono. §. 5. Dello stile sublime alcuni monumenti abbiamo, su i quali verificare in qualche modo le nostre osservazioni generali. Il più eccellente, e direi quasi il solo che si vegga in Roma, è la già più volte mentovata Pallade della villa Albani9 alta nove palmi, che non dee confondersi coll’altra statua della stessa dea del più antico stile nella villa medesima10. A questa viene in seguito la Niobe colle figlie nella villa Medici11. Questa Pallade è ben degna de’ grandi artisti di quest’epoca; e un giudizio tanto più sicuro possiamo portare su di essa, quanto che la testa ha tutta la sua bellezza originale, ed è sì intera come se venisse ora dalle mani dello scultore. Essa ha tutti gli esposti indizj dello stile sublime, e vi si scorge una certa durezza che meglio concepir si può che descrivere, e per cui sembra che le manchi nel sembiante quella grazia che a lei ne verrebbe, se ritondati ne fossero alquanto e raddolciti i tratti; quella grazia cioè, che nella seguente epoca dell’arte diede il primo Prassitele alle sue figure, siccome più sotto vedremo. La Niobe e le sue figlie devono senza dubbio risguardarsi come lavori del medesimo stile12. Questo. però non iscorgesi già a quell’aria di durezza che ci ha guidati a fissare l’antichità della Pallade; ma piuttosto ad una certa increata idea di bellezza, e a quella semplicità sublime che nella forma del volto si ravvisi, anzi nell’intero disegno, nel panneggiamento, e nell’esecuzione medesima. Tal bellezza è come un’idea nata senza l’ajuto de’ sensi; un’idea, quale formerebbesi in un intelletto perspicace, in una felice fantasia che sollevarsi sapesse fino alla contemplazione della beltà divina. Quella grande [p. 110 modifica]semplicità ed unità delle forme è tale, che l’opera sembra non aver costata nessuna fatica all’artista, e direbbesi qui prodotta col pensiere, o con leggiero soffio formata. Così l’agile mano del gran Raffaello, pronta ad eseguire le sue idee, disegnò con un sol tratto di penna un bellissimo contorno d’una testa di santa Vergine, e tale che più non l’ebbe a ritoccare nel dipingerla.

Stile bello. §. 6. Dello stile sublime non si possono con esattezza tutti indicare i caratteri, perchè ci mancano le opere di que’ gran maestri che l’arte riformarono. Riguardo ad esse possiamo a coloro paragonarci, i quali osservando una testa antica logora dal tempo e malconcia, l’idea vi riconoscono della persona che rappresenta, senza discernervi il merito del lavoro; come allora che da lungi si osserva e riconosce alcuno senza distinguerne i lineamenti del volto. Ma non così avviene di quello stile che introdussero i loro successori, e che io chiamerò qui stile bello. Potrò parlarne con maggior sicurezza, poiché alcune delle più belle figure dell’antichità, sino a noi pervenute, sono incontrastabilmente de’ tempi in cui questo stile fioriva; e quelle delle quali l’età non ci viene con certezza indicata, possono risguardarsi per lo meno come un’imitazione di esse. Lo stile bello nelle arti del disegno cominciò da Prassitele, e giunse al più alto punto di perfezione ai tempi di Lisippo e d’Apelle, siccome più sotto dimostreremo13; onde l’epoca, in cui fiorì, dee fissarsi poco avanti ad Alessandro il Grande sino ai primi suoi successori.

Suoi caratteri... §. 7. Il carattere principale, per cui questo stile dal sublime distinguesi, è la grazia; e sotto questo aspetto v’è fra i testè mentovati artisti e i loro predecessori quel rapporto che scorgesi fra Guido e Raffaello ne’ tempi a noi più vicini. [p. 111 modifica]Questa verità risalterà meglio dall’ esame che farò del disegno, e della grazia propria allo stile bello.

... la morbidezza nel disegno... §. 8. Nel disegno si cominciò ad evitare quell’angoloso che vedeasi ancora nelle statue de’ grandi artisti, come di Policleto, e l’arte ne fu principalmente debitrice a Lisippo che imitò la natura, piucchè fatto non avevano i suoi predecessori14, tondeggianti facendo i contorni delle figure, che quelli facevano taglienti; e di questa maniera denno probabilmente intendersi quelle statue che Plinio chiama quadrate15, giacché anche oggidì chiamasi quadratura16 quel modo di disegnare ad angoli. Ma non ostante questo cangiamento nel disegno, continuarono a servir di norma agli artisti le forme della bellezza adottate nello stile antecedente, poiché n’era stata maestra la più bella natura. Quindi è che Luciano17, descrivendo una bella donna, ne prese il complesso e le parti principali dagli artisti dello stile sublime, e dai loro successori l’eleganza e quell’attrattiva che piace. Dovea nel sembiante somigliare alla Venere di Lenno, opera di Fidia; ma nei capelli, nelle ciglia, nella fronte alla Venere di Prassitele, della quale pur volea lo sguardo tenero e lusinghiero. Le mani dovean esser quelle della Venere d’Alcamene, scolaro di Fidia; sebbene, quando nelle descrizioni di belle mani trovansi addotte in esempio quelle di Pallade18, intendersi debba probabilmente la Pallade di Fidia stesso, come la più celebre. Abbiamo già osservato che le mani scolpite da Policleto riputavansi le più belle di tutte19.

[p. 112 modifica]§. 9. I lavori dello stile sublime in confronto di quei dello stile bello possono assomigliarsi agli uomini de’ tempi eroici, e agli eroi stessi d’Omero, in paragone de’ colti e civili abitatori d’Atene, mentre quella repubblica era in fiore. Facciamo un confronto più fondato sul vero: paragoniamo i primi lavori all’eloquenza di Demostene, i secondi a quella di Cicerone. Siccome l’orator d’Atene ne rapisce con violenza, e quel di Roma soavemente ci attrae; così quelle grandi opere non ci lasciano tempo di riflettere sulle bellezze dell’esecuzione, le quali ne’ lavori susseguenti si mostrano anche non ricercate, come risaltano le bellezze oratorie di Cicerone in mezzo ad una luce generale, che nasce dai principj dell’eloquenza.

...e la grazia... §. 10. La grazia, altro principale distintivo dello stile bello, sta nel gesto, si manifesta nell’azione e nella mossa del corpo, ed ha pur luogo nel getto del panneggiamento, e in tutto ciò che al vestimento appartiene. Gli artisti successori di Fidia, di Policleto, e de’ loro contemporanei, andarono più che quelli in traccia della grazia, e seppero esprimerla ne’ loro lavori; e se i primi a ciò non giunsero, ne fu cagione la sublimità delle idee loro, e la rigida esattezza del loro disegno. Quello punto merita una particolare considerazione.

§. 11. Que’ gran maestri dello stile sublime non altra bellezza aveano ricercata fuori di quella che consiste in una perfetta armonìa delle parti e in un’espressione sublime: aveano cercato il vero bello, anziché il grazioso. E poichè [p. 113 modifica]del bello una sola è la vera idea, che è la più sublime e sempre simile a sé stessa; perciò quegli artisti l’aveano di continuo presente alla loro immaginazione, costantemente tendeano ad imitarla, e doveano quindi riuscirne somiglievoli i lavori. A quella cagione probabilmente ascrivere dobbiamo la rassomiglianza che si ravvisa fra la testa di Niobe e quella delle di lei figlie, tra le quali non si scorge altra differenza se non quanta risultar ne deve dall’età e dal grado di bellezza:

..... facies non omnibus una;
Nec diversa tamen, qualem decet esset sororum20.

§. 12. E siccome era regola fondamentale dello stile sublime di effigiare sì nel volto che nell’atteggiamento gli dei e gli eroi scevri di tutto ciò che dipendea dai sensi, liberi dagl’interni tumulti delle passioni, in un perfetto equilibrio di sensibilità, e con un’anima tranquilla sempre uguale a sé stessa; perciò non son essi andati in traccia d’una certa grazia, né l’hanno espressa. E’ vero però che a ben esprimere una significante ed eloquente tranquillità d’animo si richiede una mente assai elevata; poichè l’imitazione d’uno stato sforzato, dicea Platone21, può in varj modi eseguirsi; laddove lo stato d’un’anima tranquilla e saggia nè facilmente s’imita, nè imitato agevolmente comprendesi dal volgo.

§. 13. L’arte cominciò a sollevarsi con sì esatte e rigide idee della bellezza, come ad ingrandirsi comincia per mezzo di leggi austere una ben governata repubblica. Le antiche figure possono, come già s’è detto, paragonarsi ai semplici [p. 114 modifica]costumi degli uomini di que’ tempi. I primi successori dei grandi maestri dell’arte non fecero come Solone riguardo alle leggi di Dracone, cioè non s’allontanarono dalle loro massime; ma come i più accorti legislatori, temperando colla saggezza le prische troppo austere leggi, più utili le renderono e più miti, così quegli artisti studiaronsi di avvicinare vieppiù alla natura e le forme che dagli antichi erano state disegnate secondo un sistema loro proprio, e la beltà sublime che nelle statue de’ primi maestri era quali un’idea astratta dalla natura; ne rifultò quindi una maggior varietà. Deesi intendere in quello senso la grazia, che diede un nuovo risalto alle opere dello stile bello.

...or sublime... §. 14. A questa Grazia che, siccome le Muse22, non fu venerata che sotto due diversi nomi presso gli antichi Greci23, sembra che siano pure stati attribuiti due differenti caratteri, come alla madre di Amore, di cui è compagna. Una, simile della Venere celeste, è di più sublime origine, costante ed immutabile, come le leggi eterne dell’armonia, di cui essa è figlia; e a questa ebbe mente Orazio quando nominò una sola Grazia, di cui le altre due suppongonsi sorelle24. L’altra, come la Venere nata da Dione, è più soggetta alla materia: essa è figlia del tempo, e compagna della prima Grazia, ossia della celeste, per annunziarla a coloro che non ne fanno i misterj. Discende volentieri dal sublime suo grado; e compiacente, senza però avvilirsi, si comunica a coloro, che la vanno considerando; non è soverchiamente avida dì piacere, ma nemmeno ama di rimanersi negletta o non curata. All’opposto la prima Grazia, compagna degli dei25, sufficiente a sè [p. 115 modifica]stessa non si offre, ma vuol essere ricercata: e troppo sublime è l’esser suo per rendersi comunemente sensibile, poiché al dir di Platone26, la cosa suprema non ha immagine. Essa s’intertiene coi savj, ma ritrosa si mostra ed austera colla gente incolta e vile: nasconde le passioni dell’anima, perchè si avvicina alla tranquillità della natura divina, cui i grandi artisti, giusta l'espressione degli antichi scrittori, studiavano di rappresentarsi27. Quello però, che in essa austero sembra e inelegante, può rassomigliarsi alle frutta acri, le quali, secondo l’osservazione di Teofrasto28, d’ordinario più odorose sono che le dolci; e si sa altronde che penetrante esser deve e sensibile ciò che ha da muovere ed allettare. I Greci hanno paragonata la prima Grazia coll’armonia jonica, e la seconda colla dorica29; e noi potremmo rassomigliarle ai due diversi ordini d’architettura di quelle stesse nazioni.

§. 15. Il padre de’ poeti Omero30 conobbe quella Grazia, che s’introduce ne’ lavori dell’arte, e la rappresentò sotto la figura della bella e leggermente vestita Aglaja o Talia, consorte di Vulcano31, che perciò gli vien data per compagna di lavoro32 nella creazione della divina Pandora33. La Grazia è questa, che Pallade versò sovra Ulisse34, e di cui cantò il sublime Pindaro35. A lei si consecrarono gli artisti dello stile sublime: guidò essa lo scarpello di Fidia nella formazione del Giove olimpico, [p. 116 modifica]nella cui base vedeasi rappresentata collo stesso Giove sul cocchio del Sole36. Dessa fu che l’arco altiero delle di lui sovracciglia amorevolmente piegò nella forma che diffatti avea la figura originale dell’artista, e sul di lui maestoso sguardo parve versare la dolcezza e la beneficenza. Fu desa che assistita dalle sue sorelle, dalle dee delle stagioni e della beltà, coronò in Argo la testa di Giunone37 educata da quelle dee38: testa che dirsi poteva opera sua, perchè a lei somigliante, e perchè guidata avea la mano di Policleto in eseguirla. Essa l’innocente e coperto forrifo esprimea della Sosandra di Calamide, e nascondeasi con bella modestia sulla di lei fronte e negli occhi, e nella elegante semplicità del getto del di lei panneggiamento scherzava. Da essa ajutato e condotto il gran maestro della Niobe si sollevò alla regione delle idee incorporee, ed arrivò al segreto di unire sul medesimo volto le angosce di morte colla più sublime bellezza; e divenne creatore di que’ puri spiriti, e di quelle anime celesti, le quali senza punto muovere i sensi eccitano la mente a contemplare la perfetta bellezza. Quelle figure diffatti sembrano non essere state formate per le passioni, ma solo averle adottate.

... or piacevole §. 16. Gli artisti dello stile bello accoppiarono colla prima la seconda Grazia; e come presso Omero Giunone prende il cinto di Venere per comparire più amabile agli occhi di Giove, così que’ gran maestri studiaronsi di accompagnare la beltà sublime con una grazia più sensibile, e di rendere il grandioso più gradito per mezzo di quella piacevolezza che ci previene. Questa Grazia piacevole si fè vedere a principio nella pittura, per cui alla scultura si comunicò. Il pittore Parrasio divenne per essa immortale: a lui primo [p. 117 modifica]si palesò, ma non tardò poi più d’un mezzo secolo a comparire sul marmo e sul bronzo: che tanto tempo appunto scorse fra Parrasio coevo di Fidia e Prassitele, le cui opere, da quanto si fa, per una particolar grazia da quelle de suoi predecessori distinguevansi39.

§. 17. Come Parrasio può dirsi il padre di quella Grazia nell'arte, così Apelle40 dirsene potrebbe il pittore, poichè seppe rendersela propria41; e quella sola, ad esclusione delle altre due sorelle, espresse in un suo quadro42. Può qui osservarsi che entrambi questi grandi artisti son nati sotto il voluttuoso clima della Jonia, e in un paese, ove qualche secolo prima era stato dotato della Grazia sublime il padre de’ poeti: poiché sappiamo essere stata Efeso la patria dei due mentovati pittori; e forse Apelle da un altro Apelle venuto a Smirne colle Amazzoni traeva l’origine; e avea così qualche consanguinità con Omero, fra i di cui antenati quell’Apelle s’annovera43. Parrasio dotato d’una tenera sensibilità, su cui pur influiva la dolcezza del clima, ed istruito da un padre, che aveasi acquistata della riputazione nell’arte, portossi ad Atene, ove divenne l’amico del savio, del maestro della grazia, Socrate, il quale la fece conoscere a Platone e a Senofonte.

§. 18. La varietà, che s’introdusse allora nell’espressione, non nocque punto all’armonia e alla grandezza dello stile bello. L’anima allora si manifestò ne’ lavori, come sotto una tranquilla superficie d’acqua, e non mai con impeto e violenza. Nell’espressione di patimenti, il più acerbo dolore, come nel Laocoonte, restava rinserrato nell’interno; e la gioja, come molle auretta che appena scuote le [p. 118 modifica]frondi, spandevasi leggermente sul viso, qual vedesi in una Leucotea del Campidoglio44, e nelle teste sulle monete dell’isola di Nasso. L’arte filosofava colle passioni, come con esse, al dir d’Aristotele, filosofa la ragione: συμφιλοσοφεῖ τοῖς πάθεσι .

§. 19. Siccome non è sì facil cosa il distinguere la Grazia sublime dalla piacevole, per darne una chiara idea a coloro almeno che sono al caso di veder Roma, indicherò due monumenti, su i quali se ne potranno studiare le differenze. Vadasi nel palazzo Barberini, e ivi si veda la prima Grazia sublime in una Musa maggiore della grandezza naturale, che tiene in mano una grande lira, βάρβιτος: quella statua, a mio credere, è verosimilmente opera d’Agelada maestro di Policleto, come si dirà più sotto, e perciò anteriore a Fidia. Mentre si ha ancor fresca in mente l’immagine di questa Musa, si passi nel vicino orto del Quirinale, e vi s’osservi un’altra Musa colla medesima lira, e collo stesso panneggiamento. Paragonando allora l’una coll’altra, nella bella e avvenente testa della seconda si ravviserà chiaramente espressa la Grazia piacevole45.

... or bassa e comica. 20. Sì la piacevole che la sublime Grazia sol convengono, com’ognuno ben sente, alla bellezza ideale e sublime, nella di cui rappresentazione debbono essere espresse. L’azione della Grazia però anche più s’estende, e trovasi sparsa su quelle forme eziandio, che non hanno la perfetta idea della beltà, appunto per supplire col grazioso alla mancanza del bello. Questa è la Grazia inferiore, propria principalmente de’ puttini, ne’ quali le forme, che costituiscono [p. 119 modifica]il bello, non sono ancora interamente sviluppate; onde delle altre due prime Grazie non fono ancor suscettibili. Potrebbe quella Grazia chiamarli comica, dando alle altre due l’aggiunto di tragica e d’epica.

§. 21. La Grazia comica si vede espressa nelle teste d’alcuni Fauni e di qualche Baccante per mezzo d’un riso gioviale, per cui gli angoli della bocca tendono in su; e osservasi che, ove la giovialità vien espressa da questi tratti, il volto ha sempre un profilo volgare e compresso, ossia il naso incavato. Questa Grazia è propria eziandio alle teste del Correggio; onde Grazia Correggesca vien detta, avendo esse il testè mentovato carattere.

§. 22. Può quindi spiegarsi in qual senso presso Platone la voce ἐπίχαρις, grazioso, prendeasi come sinonimo di σιμὸς, di naso compresso o simo46, e perchè Aristeneto47 dice sulle tracce dello stesso Platone: καὶ ὁ μέν τις τῶν νέων ὅτι σιμός, ἐπίχαρις παρά σοι κληθεὶς ἐπαινεῖται. Questa voce σιμὸς significa propriamente un naso incavato, ed è il contrario di γρυπὸς, che denota un naso sollevato ed aquilino, nel cui opposto pare a prima vista non potersi esprimere nessuna grazia. Da Lucrezio però possiamo ricavare intorno a ciò qualche lume, e giustificare Platone, argomentando secondo il noto assioma de’ matematici che, se due cose convengono con una terza, convengono pur fra di loro. Presso il poeta latino simo (simulus) preso dal greco σιμὸς è un sinonimo di Σίλενος, Sileno, di cui è pur sinonimo ἐπίχαρις, grazioso, essendo presso i Greci compresi sotto il nome di Sileno eziandio i Satiri e i Fauni, dei quali è propria una [p. 120 modifica]certa grazia. Quindi pure si spiega come per questa grazia, che chiamammo anche grazia fanciullesca, l’espressione σιμὰ γελῶν, applicata all’Amore in un greco epigramma48, debba intendersi non del naso simo, ma del di lui furbo e insieme grazioso sorriso; e perciò in un altro epigramma vien nominato lo stesso Amore senza l’aggiunto di σιμὸς49.

§. 23. Per dare una più chiara idea di questa grazia addurrò qui ad esempio una non guasta tesi:a della statua d’una Baccante, esistente nella villa Albani. Non potendo essa credersi un ritratto copiato da un volto naturale, deve considerarsi come una bellezza ideale; e ciò non ostante ha un profilo incavato, e gli angoli della bocca e gli occhi tirati in fu alla maniera d’alcuni Fauni; dal che deggiamo inferire che gli antichi artisti nelle figure delle Baccanti, comechè ideali, esprimessero quella che grazia chiamavasi da Sileno o da Fauno. Sovviemmi a questo proposito, che i Romani per giuoco chiamarono simo l’imperator Galba50, sebbene altronde avesse questi un naso aquilino51. L’autore del museo Capitolino unisce insieme quelle due proprietà, e ci narra seriamente che Galba non solamente aveva il naso aquilino, ma anche schiacciato52, senza riflettere che ciò rinchiude una manifesta contraddizione. I commentatori di Suetonio non toccano punto quella difficoltà, che a mio parere vien subito sciolta, ove la voce simo prendasi qui per antonomasia, come dicono i grammatici, cioè dicendo per giuoco l’opposto di quello che si vuole significare; e in tal caso chiamarono simo o naso schiacciato quell’imperatore per beffeggiare il rilevato suo naso.

Delle figure de’ puttini. §. 24. Ignoriamo se gli artisti dello stile sublime, che aveano per iscopo le figure perfette de’ corpi adulti, siansi [p. 121 modifica]abbassati sino ad imitare le forme de’ bambini incomplete e di superflua carne ridondanti. Sappiamo però che i loro successori, lavorando nello stile bello, mentre cercavano il delicato e ’l piacevole, rappresentarono sovente la natura qual si vede nella prima fanciullezza. Aristide, che dipinse una madre morta col figlio alle poppe53, avrà probabilmente dipinto in questo un puttino da latte. L’Amore sulle più antiche gemme fu rappresentato non come un bambino, ma come un giovanetto, qual vedesi fu una bella gemma del commendator Vettori a Roma54, la quale, a giudicarne dalle lettere, con cui è scritto il nome dell’incisore ΦΡΥΓΙΛΛΟΣ, è una delle più antiche che abbiano il nome dell’artefice. Ivi Amore è giacente, se non che alcun poco si solleva come per giuocare; ha grandi ale d’aquila, quali dar soleansi ne’ primi tempi dell’arte a tutte quasi le divinità, e tiene una conchiglia aperta della specie delle bivalve. I successori di Frigillo come Solone e Trifone fecero l’Amor più bambino, e più brevi ale gli diedero: sotto tal forma, nella maniera de’ puttini del Fiammingo, si vede l’Amore fu moltissime gemme. Così pure formati sono i puttini sulle pitture d’Ercolano, e specialmente su una di fondo nero; e sono della stessa grandezza, come le belle figure delle danzatrici ivi dipinte.

§. 25. Fra i più bei puttini di marmo esistenti in Roma meritano d’essere annoverati un Cupido dormente nella villa Albani, un puttino che giuoca con un cigno nel Campidoglio55, uno che cavalca una tigre nella villa [p. 122 modifica]Negroni56, ove pur sono due Amorini, de’ quali uno fa paura all’altro con una maschera; e questi bastar possono a mostrarci quanta abilità avessero gli antichi artisti a ben imitare la natura nell’età fanciullesca. Il più bel puttino però che ci resti dell’antichità, sebbene mutilato, è un Satiretto di circa un anno, e di grandezza naturale, esistente nella villa Albani: è questo in alto rilievo, e tale che ne sporge fuori quali intera la figura: egli, coronato d’ellera, sta bevendo (probabilmente da un otre che vi manca) si voluttuosamente e con tanta avidità, che le pupille son del tutto rivolte all’insù, e appena vedesi una traccia della stella dell’occhio che è incavata57. Questo pezzo, e ’l bell’Icaro, a cui Dedalo attacca le ale, lavorato in simil maniera58, sono stati scoperti alle radici del monte Palatino dalla parte del Circo Massimo. I fin qui addotti monumenti possono servire a distruggere un antico generalmente ricevuto pregiudizio che gli antichi nel rappresentare i puttini sieno stati inferiori ai moderni.

§. 26. Questo stile bello dell’arte greca s’è mantenuto per un tempo considerevole dopo Alessandro il Grande in varj artisti, i cui nomi sino a noi pervennero, come dimostrerò in appresso, traendone argomento sì dai marmi che dalle monete.

Note

  1. Tale appunto è il giudizio, che ne porta Demetrio Falereo De elocut. §. XIV., paragonando due diversi stili di elocuzione alli due stili dell’arte; all’antico cioè, e a quello di Fidia, il primo de’ quali era secco, e meschino; il secondo mostrava della diligenza unita ad una maniera grandiosa: Unde & edolatum habet quiddam tuperior locutio, & leve. Quemadmodum & veterum simulacra, quorum ars videbatur contractio, & tenuitas (ἡ συστολὴ καὶ ἰσχνότης): eorum vero, qui secuti sunt, locutio Phidiæ operibus jam similis est, habens quiddam & amplum, & exquisitum simul (τι μεγαλεῖον καὶ ἀκριβὴς ἅμα)
  2. Plin. lib. 34. cap. 8. sect. 19. §. 2. [Credo che il sig. Falconet Notes sur le 34. livre de Pline, a questo luogo citato, num. 9., œuvr. Tom. iiI. pag. 116. segg., abbia ragione di dire, che Winkelmann ha male inteso, e applicato ai contorni rettilinei il termine di quadrate usato da Varrone presso Plinio l. cit. (non già di angolari) parlando delle statue di Policleto; poiché Plinio poco dopo nel §. 6. espressamente ripete lo stesso sentimento parlando della statura, o proporzione delle statue degli antichi, i quali le facevano larghe di vita anzi che no, o come diremmo, piuttosto tozze, quali erano gli uomini naturalmente: al quale disegno rimediò Lisippo, che fece le sue più svelte, e gracili: Statuaria arti plurimum traditur contulisse, capillum exprimendo, capita minora faciendo quam antiqui: corpora graciliora, siccioraque, per quæ proceritas signorum major videtur. Non habet latinum nomen symmetria, quam diligentissime custodivit, nova, intactaque ratione quadratas veterum staturas permutando: vulgoque dicebat, ab illis factos, quales essent, homines: a se, quales viderentur esse. Nello stesso senso adopra quella parola quadrata Suetonio parlando della statura di Vespasiano nella di lui vita c. 20.: Statura fuit quadrata, compactis, firmisque membris; Cornelio Celso De med. lib. 2. cap. 1. ove dice, che quella è la miglior costituzione di un corpo: Corpus habilissimum quadratum est, neque gracile, neque obesum; ed altri, che potrebbero addursi.
  3. Se le Canefore in terra cotta, di cui parlerò più sotto, fossero, siccome io immagino, copie delle famose Canefore di Policleto, potremmo da quel basso-rilievo ricavare un più sicuro indizio del carattere di questo stile, e della durezza di disegno che lo distingueva. Vedi lib. IX. cap. iI. §. 17.
  4. Quintil. Inst. orat. lib. 12. cap. 10.
  5. Plin. loc. cit. §. 3.
  6. Paus. lib. 6. cap. 13. pag. 483. lin. 27.
  7. Vedi appresso al libro IX. capo iiI. §.2. e segg.
  8. Imag. §. 6. op, Tom. iI. pag. 464.
  9. Tav. XIII. Tomo I.
  10. Monum. ant. ined. num. 1 7.
  11. Ora nella galleria Granducale a Firenze nel quinto gabinetto.
  12. Vedi appresso al lib. IX. capo iI. §. 19.
  13. libro X. capo I.
  14. Plin. lib. 34. cap. 8. sect. 19. §. 6.
  15. Ho fatto vedere il contrario qui avanti pag. 107. not. a.
  16. Lomazzo Idea del Tempio della Pitt. cap. 4. pag. 15.
  17. Imag. §. 6. op. Tom. iiI. p. 463. seq.
  18. Anthol. lib. 7. num. 100. vers. 1.
  19. ibid. num. 109. [Ho già notato nel Tomo I. pag. 382. not. b., che questo luogo non va inteso delle mani scolpite da Policleto, ma della di lui perizia nello scolpire: nel qual senso, e antonomasticamente per le opere, parlano tanti altri scrittori quando nominano le mani di un artista; come tra gli altri Petronio Satyr. pag. 311.: Zeuxidis manus viai nondum vetustatis injuria victas; Silio Italico Sylv. lib. i. cap. 3. vers. 47.:

    Vidi artes, veterumque manus, variisque metalla
    Viva modis.

    Marziale lib. 4. epigr. 39. vers. 3. segg.:

    Solus Praxitelis manus, Scopæque,
    Solus Phidiaci toreuma cæli,
    Solus Mentoreus kabes labores;

    ed altri presso il Volpi nelle note a Properzio lib. 3. eleg. 21. v. 30. pag. 841.

  20. Ovid. Metam. lib. 2. v. 13. 14.
  21. De Republ. l. 10. op. Tom. iI. p. 604.: Πολλὴν μίμησιν καὶ ποικίλην ἔχει, τὸ ἀγανακτητικόν, τὸ δὲ φρόνιμον &c. [ Mos ille ad querelas, & indignationem sese effundens, plurimam, multiplicemque imitationem cepit: prudentem vero, & pacatum merem, quum semper sibi ipsi sit similis, neque facile possumus imitari, neque dum illum imitari instituimus, facile percipitur a turba in theatrum videlicet ex variis hominum generibus confluente: affectus enim ab ipsìs alieni sit imitatio.
  22. Confer Liceti Responsa de quæs. per epist. pag. 66.
  23. Paus. lib. 2. cap. 18. pag. 254. lib. 9. cap. 35. pag. 780. V. Eurip. Iphig. in Aul. vers. 555.
  24. Carm. lib.. od. 19. vers. 16., lib. 4. od. 7. vers. 5.
  25. Hom. Hymn. in Ven. vers. 95. [ Le dice tutte tre compagne degli dei.
  26. in Polit. op. Tom. iI. pag. 286. princ. Τοῖς δ᾽ αὖ μεγίστοις οὖσι καὶ τιμιωτάτοις οὐκ ἔστιν εἴδωλον οὐδὲν πρὸς τοὺς ἀνθρώπους. [ Rerum porro illarum, quorum maxima & gravissima sunt momenta, nulla est tam efficaciter expressa imago, ad hominum sensum cæptumque efformata.
  27. Plato De Republ. lib. 2. oper. Tom. iI. pag. 377. E. [Riprende i poeti, e i pittori, che rappresentavano la divinità con tutt’altri attributi da quelli, che le convenivano.
  28. De caus. plant. lib. 6. cap. 22.
  29. V. Arist. De Republ. lib. 8. c. 7. [Tratta dell’armonia dorica e della frigia, e delle loro diverse qualità.
  30. Iliad. lib. 18. vers. 382.
  31. ibid. vers. 383.
  32. Plato in Polit. op. Tom. iI. p. 274. C.
  33. Hesiod. Theogon. vers. 582.
  34. Hom. Odiss. lib. 8. vers. 18.
  35. Olymp. 1. vers. 9. [Parla del sole di mezzo giorno.
  36. Paus. lib. 5. c. 11. pag. 403. princ.
  37. id. lib. 2. c. 17. pag. 148. lin. 20.
  38. idem lib. 2. c. 13. pag. 140. in fine.
  39. Lucian. Imag. §. 6. op. Tom. iI. p. 463.
  40. Plin. lib. 35. c. 10. sect. 36 §. 10.
  41. Ælian. Var. hist. lib. 12. cap. 41.
  42. Paus. lib. 9. c. 35. pag. 781. in fine.
  43. Suida v. Ὅμηρος. [ Dice che Meone figlio di Apelle, e padre di Omero venne a Smirne colle Amazzoni.
  44. Parla forse della testa data nei Monum. antichi ined. num. 55.
  45. Questa statua passata ora al Museo Pio-Clementino, e data in rame nel Tomo I. di esso Tav. 23., viene riconosciuta dal sig. abate Visconti per una copia del famoso Apollo Palatino di Scopa lodato da Plinio l. 6. c. 5. sect. 4. §. 7.; e il suo merito non è tanto quanto crede qui il nostro Autore; ma bensì da un’idea di buon originale. Della Musa di Barberini vedi appresso lib. IX. capo I. §. 21.
  46. De Republ. l. 5. op. Tom. iI. p. 474. D. Ἢ οὐχ οὕτω ποιεῖτε πρὸς τοὺς καλούς; ὁ μέν, ὅτι σιμός, ἐπίχαρις κληθεὶς ἐπαινεθήσεται ὑφ᾽ ὑμῶν, τοῦ δὲ τὸ γρυπὸν βασιλικόν φατε εἶναι. [ Nonne ita soletis esse affecti erga formosos? Hic nimirum quia simus est, gratiofus a vobis dicitur, & eo nomine laudatur etiam: aquilinum, regium appellatis.
  47. lib. 1. epist. 18. pag. 125. Itaque juvenum si quis simus, laudas tanquam concinnum.
  48. Anthol. lib. 7. n. 15. v. 4. edit. 1600. pag. 584. [ Simis naribus ridens.
  49. ibid. pag. 585. seq.
  50. Suet. in Galba, cap. 13.
  51. Lo stesso ivi, cap. 21.
  52. Bottari Mus. Capit. Tom. iI. Tav. 19.
  53. Plin. lib. 35. cap. 10. sect. 39. §. 19.
  54. Description des pierr. grav. du Cab. de Stosch, cl. 2. sect. 11. n. 731. pag. 137.
  55. Mus. Capit. Tom. iiI. Tav. 64. [ Senza perdersi in tante speculazioni, come ha fatto monsignor Bottari nella spiegazione di questa figura, che crede un simbolo dell’inverno, io crederei che essa non fosse altro che una copia di un consimile gruppo fatto in bronzo dal famoso Boeto di un fanciullo, che in una maniera graziosa strozzava un'oca: infans eximie anserem strangulat, come scrive Plinio lib. 34. cap. 8 sect. 19. §. 23.; trasportato dalla Grecia in Roma da Nerone, e collocato da Vespasiano nel tempio della Pace, come sembra potersi raccogliere da ciò, che siegue a dire Plinio.
  56. Di cui si è parlato nel Tomo I. p. 391. not. a.
  57. Questo Satiretto, o, a parlare più propriamente secondo l’uso degli antichi Romani, Faunetto, ora è passato al Museo Pio-Clementino; e gli è stata adattata nel restaurarlo una piccola tazza in atto di accostarsela alla bocca con ambe le mani, e di bere. Nello stesso Museo vi è un altro bellissimo putto, anche in marmo bianco, il quale puerilmente stende la mano sopra un’oca stando appoggiato su d’un fianco. Può dirsi di circa un anno considerandosene la pinguedine conveniente a quella età e il non avere denti benché abbia la bocca aperta. È stato trovato in uno scavo fatto non è gran tempo vicino a Genzano. Altri belli putti in marmo si trovano in altri musei di Roma, e in qualche casa privata, che potrebbero qui annoverarsi.
  58. Monum. ant. ined. num. 95. [ e nella stessa villa Albani nel casino.