Tragedie, inni sacri e odi/Illustrazioni e discussioni/IV. Manzoni e Napoleone III

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Michele Scherillo

Illustrazioni e discussioni - IV. Manzoni e Napoleone III ../III. Manzoni e Roma laica ../V. Manzoni inedito IncludiIntestazione 23 novembre 2021 75% Da definire

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MANZONI E NAPOLEONE III



In una delle ultime sedute del Consiglio comunale di Milano1, l’ottimo, e allora allora riacclamato sindaco, senatore Ettore Ponti, lesse una nobile lettera di Luca Beltrami. Vi si diceva:

Animato dal desiderio di concorrere a degnamente commemorare la prossima ricorrenza del cinquantesimo anniversario della liberaziono di Milano dallo straniero, che è fra le più remote e care reminiscenze della mia infanzia, intendo assegnare la somma di lire seimila come premio all’autore della pubblicazione, che, per quella ricorrenza, avrà, colla maggiore esattezza storica, e in forma preferibilmente popolare, narrata la preparazione e lo svolgimento della guerra per l’indipendenza nazionale, che Vittorio Emanuele II bandì da Torino nel 1859, assicurando, col generoso e non mai abbastanza riconosciuto aiuto di Napoleone III e della nazione alleata, i nuovi destini di Milano, all’indomani della memorabile battaglia di Magenta.

E dopo d’aver espresso i suoi desiderii circa la formazione della Commissione esaminatrice, il Beltrami concludeva:

Nel caso che, per qualsiasi eventualità, non avesse ad effettuarsi l’assegnazione del premio, l’ammontare del medesimo rimarrà vincolato a quella destinazione che in altra forma concorra ad attestare il debito di riconoscenza verso Napoleone III e la nazione francese; debito in me ravvivato dal persistente ricordo di quella manifestazione cittadina, che or sono trentacinque anni univa in comune proposito le persone alle quali più reverente s’inspira il mio affetto per questa terra natia: mio padre, e Alessandro Manzoni.

Una tale proposta mirava certamente, per il momento in cui era fatta, anche a sollecitare la Giunta perchè riportasse in Consiglio la vecchia, ma sempre fervida, que[p. 447 modifica]stione del monumento nazionale a Napoleone III: di quel cospicuo ma sventurato monumento equestre, il quale, relegato, per sopruso della demagogia milanese, nel cortile del palazzo che fu già sede del Senato e ora è dell’Archivio di Stato, ancora aspetta l’aurora del dì del giudizio, in cui possa varcar l’angusta soglia e assettarsi in un’augusta piazza della rinnovata metropoli. Anche se espiatrice di Mentana, la reclusione comincia a parere un po’ lunga. E insomma, i liberali ortodossi trovano che pur l’acquiescenza moderata debba avere un limite; e non sono nè scarsi nè isolati i segni d’insofferenza contro la soverchieria faziosa larvata di sentimentalismo patriottico.

Difatto, la lettera del Beltrami trovò con le armi al piede la Giunta, erede delle migliori virtù dei moderati ambrosiani. Non si è tutti giovanissimi; e parecchi dei nuovi padri coscritti ricordano l’entusiasmo di tutto il popolo nell’accogliere, tre giorni dopo Magenta, l’Imperatore dei francesi e il Re d’Italia, a capo dei due eserciti affratellati dalla gloria. E tutti hanno nelle orecchie e nel cuore le magnifiche parole con cui, ora compiono poco più di vent’anni, un sindaco eloquentissimo, che molto aveva oprato col senno o con la mano, Gaetano Negri, sfolgorò la protervia di quei demagoghi che, dentro e fuori il palazzo Marino, facendo proprii i rancori dei repubblicani d’oltro Cenisio, brigavano perchè Milano e l’Italia non affermassero monumentalmente la loro gratitudine2.

Per fortuna, le file degli avversarii si sono assottigliate di molto. Tuttavia l’Amministrazione Ponti desidera che la prossima celebrazione del cinquantenario della liberazione di Milano non sia comunque turbata; ed anche pel monumento napoleonico era venuta studiando un modo d’accontentar tutti. O meglio, di scontentar tutti il meno possibile.

Il Ponti — e qui è molta della sua forza — teme di vincer troppo. A un trionfo spettacoloso, coi vinti incate[p. 448 modifica]nati dietro il sno carro, egli preferisce una vittoria che non lasci strascichi di malumori e non provochi reazioni. E cogliendo a volo l’occasione pòrtagli dalla lettera del Beltrami, il sindaco fu ben lieto d’accennare alla soluzione da lui escogitata. È proposito nostro, disse, che il monumento venga rimosso dalla corte del Senato, e completato e messo a posto, coi bassorilievi e le targhe recanti il nome dei Francesi caduti nelle nostro battaglie nazionali, nel bel mezzo dell’amplissima corte del Castello Sforzesco. Milano non avrebbe una piazza ugualmente degna!

Oh certo! In nessun luogo di Milano la bella statua equestre del Barzaghi starebbe meglio che tra le pareti monumentali di quell’insigne monumento che il genio di Luca Beltrami ha divinato e ricostruito. Di mezzo a quella corte elevata, l’imperial cavaliere lancerà il suo sguardo impenetrabile, attraverso via Dante, alle guglie del Duomo; e avrà dietro di sè il Parco, e quell’Arco del Sempione che porta in fronte scolpiti i nomi del primo re d’Italia o dell’ultimo imperatore dei Francesi. Da quell’Arco trionfale appunto entrarono, l’8 giugno del 1859, i due eserciti vittoriosi; e avanti a quell’Arco, il Consiglio comunale, nella seduta del 29 dicembre ’86, aveva deliberato che il monumento sorgesse. All’ospite regale, Milano dunque prepara una sede regale3. E del resto, non sorge appunto nel bel mezzo d’una corte, quella del palazzo di Brera, pur la stupenda statua di Antonio Canova, raffigurante il primo e il massimo dei Napoleoni? E questa statua non ora essa pure rimasta prigioniera, nientemeno che dal 1814 al ’59, e nelle cantine di Brera, per opera d’un’altra tirannia, non piazzaiola, ma imperiale e regale? Chi sa!

È forso un destino che Milano, la città che tra le italiane ottenne i maggiori vantaggi dai Napoleonidi, non debba poterli onorare all’aria libera! Come non è senza destino che il più eccelso dei milanesi, il poeta che meglio abbia [p. 449 modifica]riassunte in sè le più caratteristiche doti del buon sangue lombardo, chinando la fronte dinanzi ai due imperatori, sia rimasto dubbioso se la loro «fu vera gloria»!

Invocato nella su riferita lettera, il Manzoni fu nuovamente invocato dal Beltrami, in un’altra letterina che fece seguire a commento della discussione consigliare. Egli tenno ad affermare che la frase ricordante «il generoso e non mai abbastanza riconosciuto aiuto di Napoleone III e della nazione alleata», dispiaciuta ai radicali, non era sua e non esprimeva un suo «apprezzamento personale». Essa egli l’aveva, dichiarò, «testualmente trascritta da un autografo di Alessandro Manzoni, conservato in uno di quei Musei del Risorgimento nazionale, che raccolgono e preparano gli elementi per la nostra storia».

Un autografo del Manzoni ove si nomini, o esplicitamente si parli di Napoleone III? In uno dei Musei del Risorgimento?... Nessuno dei «laici sagrestani» dell’erudizione storica popolaresca osò chiederlo. I fra Fazio, anche se petulanti, dinanzi alla dottrina dei padre Cristoforo finiscon sempre coll’acquietarsi o mormorare: «Basta! lei ne sa più di me»! Sennonchè, indagatore anch’io e raccoglitore degli scritti manzoniani, è naturale mi sia chiesto: davvero che una volta don Alessandro, il quale pesava ogni parola prima di lasciarla scivolare dalla sua penna, ha fatto una così esplicita dichiarazione sul conto di Napoleone III?

Non già, s’intende, ch’io dubiti della gratitudine profonda, d’italiano e d’unitario antico e incrollabile, che il poeta d’Adelchi deve aver professata pel sovrano, il quale solo, col valido sussidio del suo esercito valoroso, rese possibile che l’utopia diventasse una realtà. Chi non aveva lesinata la lode nemmeno a quel Gioacchino Murat, contro cui non celarono il loro malanimo perfino manzoniani del [p. 450 modifica]valore di Cesare Balbo, come e perchè mai avrebbe fatto lo schizzinoso col figlio di Ortensia? Il Manzoni non aveva fisime demagogiche o legittimiste; e in politica era molto più vicino al Machiavelli di quanto la sua bonarietà, più apparente che reale, e la bonarietà dei critici, più reale che apparente, non lascerebbe supporre. Ai suoi occhi, il Murat ebbe l’altissimo merito d’avere, egli per il primo, proferita la parola «che tante etadi indarno Italia attese»; e quel merito era stato santificato dal martirio, incontrato con tragico eroismo. Che deve importare a noi Italiani se quel principe, proprio perchè «delle imprese alla più alta accinto », aveva disertata la causa e la bandiera di quello splendido folle che fu suo cognato? Tanto più grati anzi dobbiamo sentirci a lui, che sfidò la collera del despota, fedifrago alla patria italiana, o fece suo il nostro grido: «Liberi non sarem se non siamo uni!». L’impresa fallì, ma il buon esempio era dato. E quel grido, che oramai tutte le convalli della Penisola riecheggiavano, riscosse l’erede del nome e delle tradizioni napoleoniche. Dopo una nuova e lunga storia di umiliazioni, di angosce, di patiboli, di prigionìe, ecco Napoleone III tenderci la mano attraverso lo Alpi. Ed era dunque verosimile che un tal nuovo e sospirato e miracoloso trionfo della Libertà lasciasse freddo e indifferente, verso il principe che ce lo aveva procurato, proprio il poeta di Adelchi, del Proclama di Rimini e del Marzo 1821?

Quante volte sull’Alpe spiasti
L’apparir d’un amico stendardo!...


E ora che lo stendardo amico era apparso, ed era sventolato vittorioso accanto ai nostri «santi colori» sui piani cruenti di Montebello, di Palestro, di Magenta, di Melegnano, di Solferino, proprio ora il Manzoni, così grato al Re e al suo Ministro, volesse mostrarsi ingrato all’alleato magnanimo?4 [p. 451 modifica]

Fra i tanti aneddoti propalati sul grande lombardo, vi fu anche questo, che egli, il veglio venerando «vergin di servo encomio», nel giorno della patriottica ebbrezza, sollecitasse l’onore di baciar la mano dell’imperatore. È forse una storiella5; un tal baciamano politico sente poco di stile manzoniano. Come sarebbe mille miglia lontana dallo spirito manzoniano la supposizione che l’austero poeta si astenesse da quello e da qualunque altro atto di omaggio e di gratitudine, per repugnanza che gli facesso l’uomo del 2 dicembre.

Non mancherebbe altro che di considerare il Manzoni come nu dottrinario, il quale avesse il pregiudizio della così detta pregiudiziale! Il vero è che il pensiero suo su quell’avvenimento non differiva punto nè da quello di Cavour, il quale, in un discorso del ’55, affermò che «pel fatto del 2 dicembre l’ordine non corse più nessun pericolo in Francia»; nè dall’altro, per esempio, del Gioberti, nella Risposta a Urbano Rattazzi.

«La rivoluzione di dicembre fu utile», questi scrisse, «come impedimento di maggiori disordini; utile, come pena correttiva delle varie fazioni. Punì i vecchi conservatori, che per egoismo e studio di parte sciuparono tre anni di tempo prezioso a lacerar lo statuto, manomettere la plebe, impedire la repubblica di assolidarsi per rinnovare una monarchia degenere: e che se avessero vinto, si sarebbero sottosopra portati come il loro vincitore, onde non hanno diritto di lagnarsene. Punì i socialisti intemperanti, che avrebbero a poco andare risuscitata l’antica barbarie e infeudate per lungo tempo al cosacco le più gentili provincie d’Occidente. Punì i democratici, che anche portandosi giudiziosamente nelle cose patrie, non mostrarono in quelle di fuori lo stesso accorgimento: aspirando a rifare gli errori del secolo scorso, a offendere la spontaneità dei popoli, a esercitare una egemonia dittatoria e repubblicana su tutta Europa».

Il sentimento del Manzoni, in politica come in arte, era [p. 452 modifica]bensì democratico, ma per nulla affatto demagogico; e alla forma esterna del governo egli dava un’importanza tutta relativa. La Rettorica come la Mitologia egli le aveva seppellite da un pezzo, e le vuote forme e le grosse parole non lo movevano che al sorriso o alla derisione.

Nella primavera del ’65, proprio quell’imperatore vilipeso, anzi bombardato, dalle frasi magniloquenti di Victor Hugo (il bersaglio era cominciato dopo che, sulla fine del ’49, il futuro poeta dei Châtiments non era stato chiamato, come sperava, a far parte del Ministero!), si degnò di fare omaggio al poeta del Cinque maggio d’un esemplare della sua Storia di Giulio Cesare. E a Costantino Nigra, degnissimo intermediario tra l’augusto donatore e il poeta non meno augusto, questi ebbe a scrivere ringraziando:

Corro alla Storia di Cesare con l’aspettazione e con l’impazienza d’un uomo persuaso che a nessuno è dato di penetrare nello spirito de’ pochi che hanno influito in un modo unico sul corso della società, quanto a chi, con imprese vaste, benefiche e imprevedute, ha dato indizio d’esser già, e di dover essere ancora più, uno di loro. L’inaspettata degnazione dell’Imperatore a mio riguardo, m’impone certamente un obbligo singolare di riconoscenza; ma non può nulla aggiungere all’intensità de’ voti che fo da gran tempo per la lunghezza della sua carriera, e per la conseguente durata della sua dinastia; nella quale sola, dopo tanto avvicendarsi e ripetersi d’inutili e monotoni tentativi, mi par di vedere oramai la possibilità di una stabile quiete, fondata sulle condizioni più essenziali, e finora così poco curate, d’una universale giustizia politica. È vero che, anche contro il nuovo ordine di cose, ci sono proteste di partiti; ma contro quegli altri erano proteste di popoli.

Non si potrebbe esser più espliciti: tredici anni circa dopo il colpo di Stato, il Manzoni augurava cordialmente longevità e stabilità a quel «nuovo ordine di cose» che metteva capo al 2 dicembre 1851! Tuttavia nella lettera stessa accennava bensì con riconoscenza alle «imprese vaste, benefiche e imprevedute» che Napoleone aveva compiute, ma riguardosamente additava quel tanto di più che egli, e con lui l’Italia, s’aspettavano dal potente alleato: «ha dato indizio d’esser già, e di dover essere ancora più...». [p. 453 modifica]

Chè qui è veramente il nodo della questione. A buon conto, secondo il pensiero del Manzoni, fece Napoleone III in pro dell’unificazione dell’Italia tutto quello che agl’Italiani pareva lecito doverne aspettare? Ovvero, fece egli contro di essa qualcosa che gl’Italiani non s’aspettavano e non gradirono?

Ricordiamo alcuni fatti. Nell’aprile 1814, essendosi sparsa la voce che il Senato milanese avesse deliberato d’inviare allo Potenze alleate una deputazione per sollecitare la proclamazione di Eugenio Beauharnais a re del piccolo Regno d’Italia, il Manzoni non aveva esitato ad apporre la sua firma alla nobile per quanto ingenua protesta, con la quale si sconfessava il voto del Senato e si domandava l’immediata convocazione dei Collegi elettorali, «nei quali solamente», era detto, «risiede la legittima rappresentanza della Nazione». Più tardi, alla terza delle Cinque gloriose giornate del marzo ’48, egli non aveva esitato nemmeno a segnare il suo gran nome sotto la domanda che i Milanesi inviarono al re Carlo Alberto per invocarne l’aiuto fraterno. Ma nel maggio di quell’anno medesimo, fu irremovibile, benchè no lo pregassero insistentemente («fin colle lagrime», insiste, con melodrammatica esagerazione, il Cantù) Cesare Balbo e Gabrio Casati, e non volle aggiungere quel nome temuto e venerato al plebiscito lombardo che a quello stesso re chiedeva l’immediata fusione della Lombardia col Piemonte. «Di mille voci al sonito» non volle, questa volta ancora, mescolare la sua, che sarebbe stata la più sonora6. E quando, nell’au[p. 454 modifica]tunno di quell’anno fortunoso, nonostante ogni sua protesta, fu con unanime consenso eletto deputato del collegio di Arona, egli, ringraziando dell’«alto onore», rinunziò risolutamente al «difficile incarico che va unito con un tale onore, anzi ne è fondamento». Si sentiva «inabile» a sostenerlo. «La conoscenza di me medesimo», soggiungeva, partecipando la sua risoluzione al Presidente della Camera piemontese, «m’avverte troppo chiaramente che mi manca più d’una qualità essenziale a un deputato. È un dovere impiegare le proprie forze in servizio della patria; ma, dopo averlo misurate, il lasciar libero un posto importantissimo a chi possa più degnamente occuparlo, è una maniera di servirla: povera e trista maniera, ma l’unica in questo caso».

Un ragionamento codesto che può a tutta prima sembrare strano ed eccessivamente modesto; e stranissimo e stravagantissimo a noi, usi a sentirci premere e sballottare dalla ressa di quei tanti che, «senza chiamare», gridano d’esser pronti a sobbarcarsi al ponderoso ufficio di rematori della galera governativa. Il vero è che esso non era nè strano nè bizzarro; come invece sarebbe stato se il Manzoni avesse detto che tutti gli altri eletti fossero al caso d’indagar meglio di lui le vicende della Storia longobardica in Italia, ovvero di riesaminare il processo della Colonna Infame. E non parlo di proposito del Romanzo, delle Tragedie, degl’Inni, perchè il Manzoni era il primo a deplorare che, di là dalle Alpi, romanzieri e poeti si credessero abili a manovrare il timone dello Stato. Un’eccellenza quale egli era, si capisce che non dovesse o potesse rassegnarsi alla parto di gregario: il suo sì o il suo no portava la firma del maggior poeta vivente d’Italia. Non voleva che ci fossero o continuassero a esserci lupi, i fieri lupi che tanta guerra avean data e davano all’Italia; ma nemmeno si rassegnava a esser lui una di quelle pecorelle che, al cenno del [p. 455 modifica]pastore, s’accostano all’urna e vi gettano «semplici e quete» la pallina bianca o la nera, «e lo ’mperchè non sanno». Ammirava il D’Azeglio, il suo Massimo; ma per conto suo non sapeva che farsi dell’ammonimento che questi gli scriveva per indurlo a dare il suo nome al voto per l’annessione: «Giudizio! Cose possibili e non poesia, per carità!». Ammirava anche più sinceramente e incondizionatamente Cavour, un massimo «più vero e maggiore»; ma insomma egli aveva chiara e precisa la coscienza che il suo posto non era nè troppo vicino nè sotto quegli uomini di Stato. A lui, sovrano intellettuale d’Italia, toccava una missione lontano e fuori delle burrasche della politica: la sua politica era di non farne. Egli era, e doveva rimanere, un utopista. Sacerdote dell’ideale, a lui spettava di mantener sempre acceso il faro, verso il quale ammiragli e ciurma dovevan costantemente mirare. Facessero i Balbo, i D’Azeglio, i Gioberti, i Cavour l’arte loro il meglio che potessero o sapessero; cercassero di tradurre in realtà la bella e amabile fantasia che tanti petti scoteva e inebriava, e di vincere le immani difficoltà che attraversavano la via, procedendo cautamente a piccoli o a lunghi passi, o magari segnando il passo o arrestandosi7. E continuasse a osare splendidamente Garibaldi, e a tramare e ad agitare Mazzini. A lui, poeta, il cómpito di non lasciarsi fuorviare dalle contingenze, di non occuparsi delle difficoltà, di tener sempre alta e splendente, sul promontorio inaccessibile alle onde della politica, la face dell’utopia: l’utopia fulgida d’un’Italia «libera tutta tra l’Alpe ed il mare»,

Una d’arme, di lingua, d’altare,
Di memorie, di sangue e di cor.


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A Giorgio Briano, ch’era stato il suo grande elettore ed ora non voleva rassegnarsi alle dimissioni di lui, il Manzoni scriveva da Lesa, il 7 ottobre ’48, una lettera ch’è un monumento di onestà politica e di fino senso della realtà. Gli diceva tra l’altro:

...Ma abbia pazienza... Per quanto io veda come possa essere strano in questa urgenza e gravità di cose il parlare di un uomo inconcludente, e il parlarne lui medesimo, e a persona sicuramente occupatissima, bisogna che io mi giustifichi con Lei, e la convinca che quell’inetto, contro il quale Ella insorse tanto cortesemente, fu scritto non solo con verità, ma con proprietà rigorosa, relativamente (veda che la mia modestia non è senza limiti) alle qualità che si richiedono in un uomo pubblico. Per non toccarne che una, ma essenzialissima, quel senso pratico dell’opportunità, quel saper discernere il punto, o un punto, dove il desiderabile s’incontri col riuscibile, e attenercisi, sacrificando il primo, con rassegnazione non solo, ma con fermezza fin dove è necessario (salvo il diritto, s’intende), è un dono che mi manca, a un segno singolare.

«Utopista» impenitente, a lui «il fattibile» le più volte non piaceva, anzi ripugnava; e d’altra parte, nelle assemblee sentiva d’essere «un irresoluto» e un timido. «Ardito finchè si tratta di chiacchierare tra amici», soggiungeva, «nel mettere in campo proposizioni che paiono, e saranno, paradossi, o tenace non meno nel difenderle; tutto mi si fa dubbioso, oscuro, complicato, quando le parole possono condurre a una deliberazione. Un utopista e un irresoluto sono due soggetti inutili, per lo meno, in una riunione, dove si parli per concludere; io sarei l’uno e l’altro nello stesso tempo». Perciò rinunziava subito a partecipare a quelle riunioni dove l’utopia conviene che s’acconci al fattibile: il suo posto era meglio tra gli «amici», dove arditamente avrebbe potuto avventare e sostenere quelli che agli uomini pratici parevano «paradossi». Gli amici avrebbero pensato a diffonderli nel popolo, e quei paradossi sarebbero serviti di lievito agli avvenimenti futuri. La lettera concludeva:

È una cosa dolorosa e mortificante il trovarsi inutile a una causa che è stata il sospiro di tutta la vita; ma Ipse fecit nos et non ipsi nos, e non ci chiederà conto dell’omissione, se non nelle cose alle quali ci ha data attitudine. Io non posso far altro che raccomandar questa causa a chi ha e l’ingegno e gli altri mezzi necessari per aiutarla efficacemente; e farei con grande istanza questa raccomandazione a Lei, se ce ne fosse bisogno. [p. 457 modifica]

Non era un Celestino V il Manzoni, che quel rifiuto facesse «per viltate». Non rinunziava alle chiavi perchè non le avesse care, ma perchè sapeva di lasciarle a chi meglio di lui poteva girarlo e rigirarle, «serrare o disserrare»8. Ed è da miopi — e da grave miopìa erano afflitti, benchè provenisse da cause diversissime, e Cesare Cantù e il povero Stefano Stampa, figliastro del Manzoni — l’accusare di incoerenza il singolar Milanese, che non volle, ostinatamente, sottoscrivere alla domanda d’annessione al Piemonte, e molto invece si compiacque che i migliori e tutti quasi i suoi concittadini sottoscrivessero. L’astensione sua — del poeta che pur allora aveva finalmente trascritta e pubblicata la stupenda sua ode Marzo 1821 (io non conosco, nella letteratura nostra, quale altro serventese possa starle a paro, se non forse l’intemerata di Dante nel canto di Sordello o la canzone All’Italia del Petrarca), insieme col frammento di canzone sul tentativo unitario del Murat — voleva essere un mònito, non già impedire quel primo passo. Il sacerdote dell’ideale ammoniva che si trattava appunto d’un primo passo, e la via da percorrere era lunga; che uno Stato italiano il quale affratellasse il Piemonte alla Lombardia era già qualcosa, purchè nella gioia dell’abbraccio i duo più fortunati fratelli non obliassero gli altri; che la famiglia italiana s’estendeva «dal Cenisio alla balza di Scilla», o fermarsi all’Adda o al Mincio sarebbe stata una iniquità o una stoltezza. [p. 458 modifica]

Non fia loco ove sorgan barriere
Tra l’Italia e l’Italia, mai più!
.   .   .   .   .   .   .   .   .   .   .   .   
Una gente che libera tutta,
O fia serva tra l’Alpe ed il mare.
.   .   .   .   .   .   .   .   .   .   .   .   
Non vedete che tutta si scote,
Dal Cenisio alla balza di scilla?
.   .   .   .   .   .   .   .   .   .   .   .   
Per l’Italia si pugna, vincete!
Il suo fato sui brandi vi sta.
O risorta per voi la vedremo
Al convito de’ popoli assisa,
O più serva, più vil, più derisa
Sotto l’orrida verga starà.


Il Manzoni questo soprattutto temeva, che Piemontesi e Lombardi si fermassero a mezza strada; che rinunziassero al bel sogno secolare, per godersi le dolcezze del conquistato riposo. Allo spirare di quelle prime aure di libertà, egli raddoppiò di vigilanza, perchè il lusinghevole canto delle Sirene non addormentasse i marinari in mezzo al mare. LE a ogni occasione levò la sua voce potente, che per lungo silenzio potè parere fosse diventata fioca.

Quando i nostri esuli rifugiati a Parigi, prima di tornare in patria dopo i memorabili casi del marzo ’48, si presentarono, guidati da Giuseppe Sìrtori, al capo del Governo provvisorio della Repubblica francese, ch’era Alfonso Lamartine, per invocare la simpatia della Francia alla causa italiana, questi aveva loro risposto: «Vous allez sans doute les rejoindre et les fortifier de votre concours dans cette euvre pacifique, et déjà accomplie, je l’espère, des constitutions nouvelles de toute nature, que la diversité des états de l’Italie fait surgir des besoins, des intérêts, des formes de ses différens gouvernemens». Il Manzoni, che lo aveva conosciuto a Firenze9, non si lasciò trattenere dallo scrupolo di riuscire indiscreto, e il 6 aprile diresse al poeta mi[p. 459 modifica]nistro una lettera di vigorosa protesta contro quello parole, che ad altro orecchio che le sue potevan pur sembrare amabilissime. La lettera, non compresa nell’epistolario, è documento di sommo interesse. Riferite lo parole della risposta del ministro, il poeta italiano ripigliava:

Hélas! cette Italie que vous aimez et dont vous êtes aimé, comme il doit arriver entre un homme éminent et une nation, n’avez-vous pas senti, grand et bon Lamartine, qu’il n’y avait pas de mots plus dure à lui jeter que celui de diversite, et que ce mot, prononcé par vous cormme un mot d’avenir, résumé pour elle un long passè de malheur et d’abaissement? Mais cette diversité n’a pas pour cause les besoins, les intérêts de ceux qu’on appelait les peuples de l’Italie, car il n’y a pas plus de diffèrence entre l’homme des Alpes et celui de Palerme, qu’entre l’homme des bords du Rhin et celui des Pyrénées. Croyez bien qu’il n’y a personne qui sente plus que moi ce qu’il y a de véritablement puissant dans cette politique honnête et pacifique, que le temps et vous avez fait à la France. Quand parlant en son nom, dans toute occasion où agir ce serait troubler, vous vous bornez à exprimer des souhaits ou des regrets comme vous auriez pu le faire lorsque vous ne parlez qu’au nom de votre genie, je vous conçois, c’est-à-dire je ne concevrais pas que vous Lamartine puissiez tenir un autre langage. Mais ici (j’ose vous le dire avec la franchise à laquelle le pouvoir dont vous êtes investi vous donne un droit de plus) ici vous êtes allé au delà: vous avez fait plus que ménager. Il se fait en Italie depuis bien longtemps un travail bien naturel d’assimilation (vous voyez que je pèse les mots), et ce travail vient de passer de la pensée et de la parole à l’action. Quelle sera la forme définitive de cette assimilation? Il faudrait être prophète ou insensé pour oser le predire: c’est un vœu bien vague encore et nécessairement vague, mais il est, grâce à Dieu, aussi général que vif et profond, et le mot que vous avez prononcé c’est son contraire.

E chiudeva:

Adieu, cher poète, car vous ne parviendrez pas à faire oublier ce titre là. Vous avez ici, parmi la foule des personnes qui pensent à vous, un vieux ami, un chrétien qui, incapable par nature de se mêler activement aux grandes affaires de ce monde, a plus de temps pour imployer l’assistance de Dieu sur ceux qui en sont chargés.


A metà del ’59, riaccesasi più che mai la così detta «questione romana», gli animi dei contendenti, così dei neo-guelfi come dei neo-ghibellini, si rivolsero sommessi [p. 460 modifica]al vate venerato, «come aspettando il fato». Tra le Carte Manzoniane ereditate dal figliastro è stato rinvenuto questo singolare biglietto, che il «23 giugno ’59» il Tommaseo diresse a donna Teresa Manzoni:

Se ambasciatore non porta pena, io spero perdono dell’ardimento di questa lettera, che non scriverei di mio capo; ma c’è delle cose che, dette, bisogna ridire per discarico di coscienza. Scrìvesi a me: la questione del dominio temporale, dalla quale dipendono le sorti d’Italia, a scioglierla in modo conforme e all’onore e alla fede degl’Italiani, aiuterebbe, assai più dell’armi e delle negoziazioni, la voce d’uomo autorevole per la pietà religiosa e la moderazione dell’animo, per la potenza dell’ingegno e del nome. Chi sia quest’uomo la modestia dell’affetto coniugale non lo può nascondere a Lei. Non c’è che la troppa modestia di lui stesso che possa reprimere il suo zelo e coraggio, e farglisi scusa. Ella veda di vincerla. Qui ci vuole (dirà lui) un volume. No: una lettera, due versi bastano; anzi questo ci vuole. Io non dico di più. Ho fatto il debito mio; e di bel nuovo chiedo perdono. Mille augurii di cuore.

Ma, quale che ne fosse la ragione, il labbro del poeta non proferì l’attesa parola: «ei fe’ silenzio». E ne rimasero sconcertati Guelfi e Ghibellini. Sennonchè, un anno dopo, ce déplorable Manzoni, il quale nel 1848 non aveva voluto accettare d’esser deputato, accettò invece con entusiasmo «dal suo Re», che voleva dire dal re d’Italia, la nomina di senatore. Ho riferita altrove (p. 414), dalle Curiosità e ricerche di storia subalpina del Carruti (vol. V, p. 114), la lettera che in quella occasione il poeta diresse al conte di Cavour. Ha la data di Milano, 9 aprile 1860; e termina così:

Presentando anche all’Eccellenza Vostra i miei ben dovuti ringraziamenti, La prego di voler gradire la nova protesta del profondo, cordiale e a Lei ben noto ossequio, col quale ho l’onore di dirmi dell’Eccellenza vostra l’umil.mo obbl.mo servitore Alessandro Manzoni.

E non accettò quella nomina quasi fosse un’onorificenza cavalleresca o accademica. Volle essere, e fu, un senatore sul serio. Ai primi di giugno del ’60 andò a Torino, per prestarvi il giuramento; e il 7, o forse meglio l’8, sceriveva di là al suo figliastro Stefano Stampa questa lettera, solo di recente rinvenuta e pubblicata (Carte ined. Manzoniane, p. 52-4): [p. 461 modifica]

Caro Stefano,       Non c’essendo, il giorno del mio arrivo, seduta pubblica, o essendo festa il giorno seguente, ho potuto giurare solamente questa mattina10. E siccome potrebbe parere strano l’andarsene prima della votazione, che sarà probabilmente domani, così mi fermerò probabilmente lino a lunedì. Ho dunque tempo di ricever nove della nostra povera Teresa, e le aspetto da te. Sono solo in casa, e non vi posso quindi mandare i saluti degli Arconati e di Bista [Giorgini]; ma sono di que’ saluti che s’indovinano.
       Ti prego di spedir l’accluso biglietto a Brusuglio. Il mio ricapito è: Casa Rorà, via dell’Arcivescovado. Se aggiungi al mio riverito nome: Senatore del Regno, non avrai bisogno di affrancare la lettera.
       Un bacio per me a Teresa, e addio.

P.S. Se la votazione fosse protratta, dovrei protrarre anch’io la partenza.

Il 26 febbraio del ’61, vecchio di settantasei anni, e non iscevro di acciacchi, egli era presente alla storica seduta di quell’altissimo consesso, per dare il suo voto favorevole alla «consacrazione della costituzione dell’Italia, affermata colla proclamazione di Vittorio Emanuele II a Re d’Italia». Questa volta si trattava di affermare solennemente l’utopia; giovava al geniale ministro che proprio nel Senato risplendesse il grande faro dell’ideale: e l’utopista venerando uscì dal palazzo Madama a braccetto del ministro che del bel sogno poetico aveva saputo faro una realtà. L’episodio è noto: lo narrò fin dal 1873 Giuseppe Massari nei suoi Ricordi biografici del conte di Cavour (p. 405); ma può piacere di riudirne la narrazione dalla bocca d’una spettatrice insigne, la marchesa Costanza Arconati Trotti. Alla sua amica parigina madame Mohl-Clarke, questa riferiva da Torino:

Manzoni a été à Turin au mois de février, et comme de coutume il a logé chez nous. Sa santé est admirable et son esprit toujours le même. Il est venu à Turin pour donner sa voix à la proclamation de Victor Emanuel Roi d’Italie. Il me disait: — Moi qui ai toujours espéré ce moment, quand il semblait le plus éloigné; qui ai affirmé cette espérance contre tous les incrédules (dont vous étiez, me disait-il); pouvais-je manquer le jour où le plus cher de mes vœux se réalisait? — En sortant de la séance du Sénat avec M. de Cavour, on applaudissait sur leur passage dans la rue, et Manzoni le plus naïvement du monde [p. 462 modifica]se mit à applaudir aussi, convaincu que les applaudissements ne s’adressaient qu’à M. de Cavour11.

Il 5 ottobre del ’62, rispondendo al Giorgini, che gli aveva comunicato il desiderio del ministro Broglio, perchè si degnasse d’accettare la presidenza, se non altro onoraria, della Commissione cui era deferito d’additare i mezzi più efficaci a conseguire l’unificazione della lingua, il Manzoni, chiamato a scegliere tra le due utopie che più lo appassionavano, dell’unità linguistica con la capitale a Firenze, e della politica con la capitale a Roma, intra questi «due cibi distanti e moventi d’un modo», non esitava un momento a decidersi per la seconda. Gli scriveva da Brusuglio:

Tu inviti a un lauto banchetto un uomo che ha lo stomaco rovinato. O mihi praeteritos referat si Juppiter annos! Sai che è ciò che ho sempre desiderato, e che, dopo l’Italia, il mio secondo sospiro è stata da anni e anni quella che sola poteva esser la lingua italiana. Ma ora la mia poca attività se n’è andata, e non mi rimane che la forza di desiderare. Dunque una parte efficace non ce la posso prendere; e riguardo al titolo di presidente d’una commissione, che con tanta degnazione e indulgenza mi viene offerto, sappi, caro Bista, che dell’avere avuti altri titoli in partibus e senza far nulla, ho provata tanta vergogna e così continua, che non mi saprei mai più risolvere a una cosa simile. Aggiungi le domande seccanti che ti fanno quelli che credono che tu sia quale ti nomini, i rimproveri gentili e non meno seccanti di quelli che sanno che non fai nulla, la taccia di vanità che t’è data da altri dietro le spalle etc. — Insomma non posso che ripeterti ciò che scrissi a Massimo in un caso dello stesso genere, cioè che ho provato quanto pesino alle volte i carichi che non si portano. Dico questo, perchè tu mi parli di presidenza nominale; se però non si trattasse che d’essere uno dei membri della commissione a cui tu appartieni, accetterei l’onore non meritato o non meritando, nella speranza che i membri siano in buon numero, tanto che un nullo non ci faccia nè mancanza nè scandolo.

Del resto chi ha voluta la cosa non ha bisogno che gli si indichi il modo. La difficoltà non è lì, tanto il modo è semplice e indicato dalla cosa medesima; dico per chi intende quale sia la cosa che si deve volere; e chi l’ha voluta, è perchè l’ha intesa. Il più è il trovare i molti e molti che ci vogliono per un lavoro, la di cui materia è tanto vasta e dispersa.

E qui si diffondeva sulla necessità di aver sotto mani molti vocabolarii vernacoli, e di rivedere e correggere «il cosiddetto italiano che c’è messo di fronte»; toccava dei [p. 463 modifica]pregi o dei difetti del vocabolario milanese del Cherubini; e accennava alle differenze tra gl’idiomi toscani e alla preferenza da accordare al fiorentino. Soggiungeva:

Non so poi se a tutti i Toscani parrà come a me indispensabile ciò che son per aggiungere, cioè che la parte toscana del vocabolario deva essere veduta e approvata da dei Fiorentini. Le lingue (o gl’idiomi, che è tutt’uno) della Toscana sono, credo, poco dissimili tra di loro, ma non sono un solo idioma, che è ciò che si vuole, o almeno che si deve volere. Accettandoli tutti, e volendo prendere da tutti, si riuscirebbe a non saper se si abbia a dire un grappolo o una pigna o una zocca d’uva; e forse i sinonimi di questo solo oggetto non son qui tutti.

Chiudeva, troncando di botto «la troppo lunga e troppo corta tantafera», coi consueti saluti. Sennonchè, in un foglietto a parte, diceva all’orecchio del genero carissimo e degnissimo:

Supponendo che l’unita lettera possa esser veduta da altri, ho lasciato nella penna una ragione del mio non potere attendere al lavoro proposto; ed è l’essere io tutto tuffato in un altro che non potrei abbandonare [quasi certamente il saggio sulla Rivoluzione Francese]. La giovane è bella, ma avrebbe a essere un divorzio.

Mi sono anche ben guardato d’addurre un motivo, che mi leverebbe una gran parte di coraggio, quand’anche fossi giovane e scapolo: ed è la gran probabilità che la capitale sia per essere altrove che a Firenze. Prima d’ora, se questa non era riconosciuta unanimemente e costantemente per la sede della lingua, non c’era però nessuna altra città che, in questo, le potesse contendere il dominio; e chi avesse riconosciuto che la lingua s’ha a prendere da una città, era costretto a nominare Firenze. Ma una capitale ha, per la natura delle cose, una grande influenza sulla lingua della nazione. Sarebbe, credo, un caso unico che il capo della nazione fosse in un luogo e la sua lingua in un altro. Fino il piemontese, e in così poco tempo, s’è infiltrato un pochino negli scritti e nei discorsi. E almeno sarà creato un conflitto.

Non hanno conosciuto, e non ancora conoscono questa lettera (che il D’Ancona pubblicò per le nozze di Nino Tamassìa, nel giugno del 96, quei critici che han creduto, o credono, di far carico al Manzoni del non aver previste lo necessario conseguenze, avverse al desiderato predominio dell’uso linguistico fiorentino, del trasporto della capitale politica altrove che a Firenze.

Il vigile vegliardo tornò ancora alla capitale subalpina nel dicembre 1864. Massimo d’Azeglio non aveva tralasciato nessun mezzo per impedire all’illustre suocero d’interve[p. 464 modifica]nire alla seduta senatoria del 9, nella quale si doveva approvare il trasferimento della capitalo a Firenze, coll’intesa che fosse una prima tappa verso Roma; ma nè i consigli e le opposizioni sue, nè le rimostranze, i silenzi, perfino le sgarberìe degli amici più antichi o più eminenti erano valsi a trattenerlo a Milano o a fermargli la mano.

Pur troppo, a noi manca finora il modo di apprendere o d’appurare quali fossero i sentimenti del Manzoni durante e dopo il doloroso episodio di Aspromonte e la guerra non meno dolorosa del ’66, circa il malaugurato fatto d’arme di Mentana, e anche in riguardo alla colossale catastrofe del ’70. Chi sa che un giorno o l’altro non verranno fuori, finalmente, dalle biblioteche private, lettere e memorie che ci permetteranno di cogliere pur le sue impressioni immediate su codesti avvenimenti! Ci riesce già molto suggestivo il bigliettino scritto il «14 del 1867», da Milano, «alla Questura del Senato italiano»:

Il sottoscritto Senatore del Regno si fa un dovere di prevenire l’onorevole Questura del Senato che la sua salute e la sua avanzata età non gli permettono di portarsi a Firenze per intervenire alle sessioni per il giudizio sull’imputazione fatta dal Ministero Pubblico al senatore conte Carlo Pellion di Persano. — Alessandro Manzoni.

A scanso di equivoci, si abbia presente ch’egli allora s’avviava a compiere il suo ottantaduesimo anno!

I documenti che abbiamo sott’occhi ci portano di botto al 28 luglio del 1872: alla eloquentissima lettera, cioè, diretta al Sindaco di Roma, che gli aveva partecipato il voto di quei padri coscritti che gli conferiva la cittadinanza della città eterna (vedila più sù, p. 443).

Pochi mesi dopo, l’11 febbraio del ’73, a questa prima dichiarazione di «aspirazioni costanti» della lunga vita «alla indipendenza e unità d’Italia», doveva tener dietro una seconda, non meno esplicita: ch’è quella appunto a cui si riferiva il Beltrami, nella sua seconda letterina. Era sorto a Torino un Comitato, col lodevole proposito di raccogliere «autografi degli uomini illustri che per vario modo cooperarono virtualmente all’indipendenza nazionale». Uomini illustri..., cooperarono all’indipendenza...: ma questi [p. 465 modifica]eran titoli e vanti che non potevano non offendere la modestia pur d’un uomo meno facile del Manzoni a un tal genere di offese! Sennonchè, per dissipare certi falsi apprezzamenti che correvano o si facevano correre sul suo conto, a lui, che sentiva appressarsi il porto estremo e il momento di raccoglier le sarte, premeva di formular nettamente il suo pensiero circa gli epici avvenimenti, dei quali, a buon conto, egli era stato ispiratore e desiderato testimonio. E vinse la modesta e molesta ripugnanza, e strinse un volume in queste poche linee:

Il sottoscritto, al ricevere l’indulgentissimo annunzio del desiderio che in tale raccolta fosse inscritto anche il suo nome, aveva creduto di trovare in ciò una sospirata occasione di spiegare a parte a parte il sentimento speciale che prova, come italiano, per codesta regione estrema della patria comune. Ma essendosi messo alla prova, e avveduto che una tale spiegazione sarebbe riuscita fastidiosamente prolissa per l’onorevole Comitato a cui era diretta, si determina ad accennarne qui il semplice riassunto, evidente, del resto, per chiunque voglia far la fatica d’esaminare attentamente i fatti relativi. Ed è: — che la concordia nata nel 1849 tra il giovane Re di codesta estrema parte della patria comune, e il suo popolo ristretto d’allora, fu la prima cagione d’una tale indipendenza; perchè fu essa, e essa sola, che rese possibile anche il generoso e non mai abbastanza riconosciuto aiuto straniero; e essa sola che fece rimaner privi d’effetto gli sforzi opposti della Potenza allora prevalente in Italia, e fatalmente avversa a questa indipendenza.

Fu l’ultimo scritto dell’alacre vegliardo: proprio cento giorni dopo, il 22 maggio, la grande anima tornava a Dio. «Et ecce» — mai come ora torna opportuna una citazione evangelica! — «homo erat in Jerusalem iustus et timoratus, expectans consolationem Israel, et Spiritus sanctus erat in eo». E quando la consolazione d’Israele venne, egli «benedixit Deum, et dixit: Nunc dimittis servum tuum, Domine, secundum verbum tuum in pace; quia viderunt oculi mei salutare tuum, quod parasti ante faciem omnium populorum».

Il «generoso e non mai abbastanza riconosciuto aiuto straniero», scrisse il Manzoni; l’aiuto, ha determinato il [p. 466 modifica]Beltrami, «di Napoleone III e della nazione alleata». E la parafrasi, certo, non è arbitraria: essa è la trascrizione aritmetica d’una formula algebrica. E non è da supporre che il critico avesse presente una copia diversa dell’autografo manzoniano; dacchè quel brano egli lo aveva già riprodotto fedelmente (salva l’omissione, dovuta a una menda tipografica, nella frase: «rimaner privi [d’effetto] gli sforzi») in una nota al suo manuale hoepliano (A. Manzoni, Milano, 1898, p. 137). Tutto si riduce a questo: che il Beltrami, in una letterina dove certe scrupolosità critiche non sarebbero state al loro posto, non esitò a mettere, per così dire, bravamente i punti su quello lettere della scrittura manzoniana le quali non potevan leggersi se non i.

E bene sta. Tuttavia è un fatto che, quando voleva, il Manzoni sapeva scrivere degli è chiarissimi; perchè dunque non lo fece anche in quell’ultimo e supremo suo scritto? E si badi: in quell’anno stesso, egli fu dei primi a dare il suo nome alla sottoscrizione per il monumento a Napoleone III in Milano: per quel tal monumento per cui ancora ci arrabbattiamo. Ma mentre Giuseppe Verdi, alle stolte censure del Guerrazzi perchè anch’egli aveva sottoscritto, replicava con simpatica ruvidezza: «Qui la politica non ha nulla a fare. Io ho sempre creduto e credo che Napoleone è stato il solo francese che abbia amato il nostro paese; più, egli ha arrischiata la pelle por noi. Tutto questo val bene la mia povera somma!»12; il Manzoni taceva quel nome, appiattandolo dietro la generica espressione di «straniero». Si direbbe ch’ei temesse che, pronunziandolo, qualche «ria parola» gli corresse insieme sul labbro, a turbar la pace delle «stanche ceneri». E a quegli amici, non so dire se più incoscienti o più indiscreti, i quali lo esortavano a sciogliere «un cantico» pure «all’urna» del terzo Napoleone, ricordandogli «come parecchi celebri [p. 467 modifica]poeti avesser l’estro e il poetico fuoco anche nella vecchiaia», egli con evasiva arguzia rispondeva: «Ma eran fuochi a cui nessuno si scaldava!»13.

Sottigliezze!, esclamerà qualche lettore un po’ lesto e frettoloso. Sì, sottigliezze, per il fatto che il Manzoni non era nè uno spirito nè uno scrittore grossolano; e chi voglia penetrarne la mente, bisogna che s’acconci a sottilizzare. Del resto, pur qui ci soccorre la parola stessa del Manzoni. La lettera, pubblicata in un opuscoletto nuziale dal D’Ancona nel 189614, è rimasta presso che sconosciuta; ed è un documento singolarmente interessante e caratteristico.

Al «nunzio» che anche «la spoglia» del secondo imperatore giaceva «orba di tanto spiro», pur la gentile Firenze, non immemore, le decretava solenni esequie in Santa Croce. E perchè esse riuscissero più degne, dell’epigrafe, da porre sulla porta del tempio, si volle commesso l’ufficio al poeta del Cinque maggio. Ma al Giorgini, che del desiderio del Comitato fiorentino si era reso interprete, il veglio onesto e pensoso, che già s’era messo al niego per una simile richiesta di un Comitato milanese, s’affrettò a rispondere, il 25 gennaio ’73:

Rispondere a Bista col silenzio, non sarà mai detto. Non potendo fare ciò che tu mi chiedi, con delle lodi che il fatto dimostra non meritate, non posso a meno di non dirtelo espressamente, aggiungendone la ragione. Ed è che io non ci trovo il bandolo. La richiesta che mi venne fatta qui d’una iscrizione per lo esequie in Domo e dalla quale mi scusai ugualmente, mi fece rammentare che n’avevo fatta pure una, senza trovarci difficoltà. Ma era quella per l’infelice e egregia Confalonieri; e il soggetto era semplicissimo. Una moglie che, dopo la prigionia del marito, non aveva più avuta altra faccenda, nè altro pensiero, che di procurarne o la liberazione o la diminuzione dei patimenti. Me ne fu poi chiesta una per un monumentino del nostro povero Rossari; e fu trovata troppo lunga per una lapide, e messa da una parte. Ma qui non c’era altro inconveniente che la quantità; nel caso di cui mi scrivi, una gran difficoltà mi nasce dalla qualità del soggetto medesimo. Il benefizio che si tratta di celebrare, fu certamente una cosa immensa, anzi unica e incomparabile, ma accompagnata nella condotta da fatti restrittivi, anzi opposti. Distinguere, spiegare, giustificare per ragioni di politica, mi paiono cose le più anti-epigrafiche che si possano [p. 468 modifica]immaginare: non toccare che il fatto, non vedo che si possa fare con de’ termini novi — tanto se n’è detto. Questo non vuol dire che qualchedun altro, e tu principalmente, un bandolo non ce lo possa trovare, ma solamente che non ce lo trovo io.

L’antico utopista non ismentiva sè stesso. Il monumento milanese, le esequie in Duomo e in Santa Croce, sì; ma s’egli avesse dovuto esprimere la gratitudine in nome degl’Italiani, non avrebbe potuto non «distinguere, spiegare, giustificare per ragioni di politica». Insomma, il fulgido ricordo di Magenta e di Solferino era, nella sua mente, inseparabile da quello grigio di Villafranca, di Nizza, di Mentana. Napoleone aveva davvero avuto la coscienza intera dell’immenso «benefizio» che finì col renderci? E di quanto i suoi propositi erano stati sorpassati dalla geniale abilità del grande ministro piemontese, o contrastati dal malvolere del popolo e dei ministri di Francia? Le apparenze almeno lo facevano responsabile e dello strappo angoscioso di quell’ultima città della marina ligure che aveva dato alla patria Garibaldi, e, peggio ancora, del crudele assurdo di un’Italia senza «il suo capo». Onde il costante propugnatore dell’unità, e impenitente oppugnatore del dominio papale, non sapeva risolversi a celebrare l’incomparabile benefizio, senza pur accennare ai «fatti restrittivi, anzi opposti», che l’accompagnarono15. [p. 469 modifica]

Il Manzoni era un ragionatore e un logico inesorabile, non un poeta d’impeto; nè egli si sentiva disposto a riconoscere ai colleghi del Parnaso il privilegio di poter parlare a vànvera e come inebriati, secondo le proprie simpatie o antipatie, ovvero secondo le impressioni del momento.

Chi non ricorda ciò che egli medesimo venne argomentando contro il Parini, ch’era puro il suo Parini, a proposito del costui frammento sulla Colonna Infame? Dopo d’aver riferiti «i pochi versi di quel frammento, ne’ quali il celebre poeta fa pur troppo eco alla moltitudine e all’iscrizione», ei ripigliava:

Era questa veramente l’opinione del Parini? Non si sa; e l’averla espressa, così affermativamente bensì, ma in versi, non ne sarebbe un argomento; perchè allora era massima ricevuta che i poeti avessero il privilegio di profittar di tutte le credenze, o vere, o false, le quali fossero atte a produrre una impressione, o forte, o piacevole. Il privilegio! Mantenere e riscaldar gli uomini nell’errore, un privilegio! Ma a questo si rispondeva che un tal inconveniente non poteva nascere, perchè i poeti, nessun credeva che dicessero davvero. Non c’è da replicare: solo può parere strano che i poeti fossero contenti del permesso e del motivo.

Comunque, egli non se n’accontentava. E si capisco che a noi, nell’onesto ardore di rintuzzare certe aberrazioni o di raffreddare certo scalmane, piacerebbe che la sua venerata parola ci venisse in aiuto più risoluta e tagliente; che tonasse, pur dall’oltretomba, ammonitrice perspicua © cospicua, così da scuotere e persuadere anche i peggiori sordi e gli ostinatamente schivi. Invece quella voce spesso ci giunge vaga e confusa, in modo

Che or sì or no s’intendon le parole.


[p. 470 modifica]E bisogna rassegnarsi. Sarebbe ridicolo e sacrilego desiderare ch’ei fosse stato diverso: «quello era così»! Ma così appunto, ai suoi versi fatidici era reso l’altissimo onore di venir ripetuti ad ammonimento, nella Camera subalpina, nientemeno che da Camillo Cavour!

Poscritto. — Questo Saggio mi procurò l’onore d’una Lettera aperta, nel Momento di Torino (20 gennaio 1909), di quel sagace indagatore del pensiero e dell’arte Manzoniana che è il marchese Filippo Crispolti. Essa è assai notevole; e chiedo vènia al cortese contradittore se la riferisco qui nella parte essenziale16.

— «..... Ora, se questa è una sottigliezza, Ella ha fatto benissimo a dire che, nell’interpretare uno scrittore sottilissimo come il Manzoni, anche le sottigliezze hanno il loro giusto ufficio. Ma in questo caso mi sembra che sarebbe stata più opportuna un’altra sottigliezza. Cioè ricordare che in quella lettera [all’Agodino, dell’11 febbraio 1873] il Manzoni rifugge dai nomi proprii in ogni caso. Come si è contentato di un’allusione per indicare Napoleone III e la Francia, si contenta di un’allusione per indicare l’Austria: «la Potenza allora prevalente in Italia». Perfino Vittorio Emanuele ed il Piemonte, il nome dei quali non poteva aver bisogno d’essere dissimulato, egli li accenna così: «il giovane re di cotesta estrema parte della patria comune».

Del resto, negli ultimi anni il Manzoni parve avere una strana ripugnanza ai nomi proprii. Tra i suoi scritti inediti che aspettano la luce, vi è appunto il frammento del lavoro con cui avrebbe voluto illustrare la propria lettera all’Agodino: stupende pagine sulla Indipendenza d’Italia, [p. 471 modifica]delle quali Dino Mantovani pubblicò alcuni brani nella Stampa-Gazzetta Piemontese del 16 febbraio 1905. Ebbene, nei diciotto grandi fogli di quel manoscritto non si vedono quasi mai nominate espressamente lo varie potenze, i varii prìncipi, i varii ministri. Era stato suo metodo in ogni tempo il sostituire talvolta alla pura enunciazione di certe persone e di certe cose quella di qualche loro carattere essenziale, per presentarlo sotto l’aspetto più interessante, e quindi dar più sostanza ai suoi periodi, e abbreviare, se non il loro svolgimento materiale, almeno il tempo necessario al lettore per capire più addentro il suo pensiero. E invero, quando in questi stessi frammenti inediti, per indicare la rivoluzione di Vienna del 1848 la chiama «rivoluzione nella capitale della potenza straniera regnante in una non piccola parte d’Italia»; quando, invece di nominare Carlo Alberto, parla del «capo dell’illustre ramo di Carignano, succeduto nel regno subalpino»; quando, citato questa volta il Petrarca per nome, a proposito della canzone all’Italia, evita di nominare Dante, contentandosi di dire «un più antico e maggior poeta», egli aggiunge elementi che i soli nomi non indicherebbero, e quindi è più efficace e in certo senso più breve.

Ma con l’andare degli anni cadde nell’esagerazione di un tal metodo: a forza di circonlocuzioni i periodi diventarono faticosi; e il suo desiderio di determinare sempre meglio il proprio pensiero, rischiò di produrre nel lettore la stessa stanchezza della troppa indeterminazione. L’odio per «quell’infamità del nome e cognome» parve che, dopo Renzo, si fosse attaccato a lui, in un modo quasi morboso; tanto che al fine del manoscritto, quando le forze non gli ressero più, e tutto dimostrò la finale decadenza della mano e della mente, il tentativo di adoprare finalmente un nome proprio, cioè quello dell’Agodino, non gli riuscì. Egli lo ha storpiato.

Dopo ciò, perchè attribuire a riserve politiche il fatto, che nella lettera da Lei citata il Manzoni abbia dissimulato il nome di Napoleone III e della Francia sotto la parola «straniero»? Oramai egli scriveva sempre così. [p. 472 modifica]

In secondo luogo, i dubbii di Lei nascono dall’essersi egli rifiutato, con un’arguzia evasiva, a «sciogliere un cantico all’urna» del terzo Napoleone. Ma che occorressero misteriose ragioni politiche per indurlo a questo rifiuto, non mi pare probabile, poichè erano sufficienti motivi i suoi ottantott’anni; l’aver egli tralasciato, almeno da una trentina d’anni, di scriver versi; l’essere uno strano titolo per cantare Napoleone III l’aver cantato Napoleone I.

In terzo luogo, finalmente, Ella è resa trepidante dalle parole che il Manzoni scrisse il 25 gennaio 1873, per scusarsi con Giambattista Giorgini dal comporre l’epigrafe su Napoleone III, richiestagli per i funerali in Santa Croce....

Ma a me sembra che gli atti napoleonici, a cui il Manzoni alludeva © che avrebbe voluto distinguere, spiegare, e politicamente giustificare per non doversi ristringere al puro intervento armato del 1859 tante volte e da tanti lodato, non dovessero riguardare nè Nizza, nè Aspromonte, nè Mentana, poichè essi susseguirono l’intervento, non lo «accompagnarono», come il Manzoni ha detto. Evidentemente il Manzoni alludeva alla pace di Villafranca, con la quale Napoleone lasciò inadempita la promessa fatta nel suo proclama, di liberare l’Italia dalle Alpi al mare, e tentò ufficialmente di porre le basi di quella federazione italiana che il Manzoni aborriva. Ecco perchè non mi sembra che i tre dubbii di Lei reggano.

Senonchè il mio sottilizzare sopra le Sue sottigliezze condurrebbe a ben poco, non essendosi mai visto che il suscitare un dubbio sul valore dei dubbii altrui produca una certezza; se non mi servissi di questa mia critica soltanto per appianare la via al documento, dirò così, liberatore.

Che cosa il Manzoni pensasse di Napoleone III dopo Mentana (dopo cioè quel secondo intervento francese che, a quanto mi riferiscono persone più esperte di me nella biografia manzoniana, gli dolse assai; non so poi se facendone egli colpa all’Imperatore, o a’ governanti italiani che per inettitudine e doppiezza ve lo strascinarono per i capelli), che cosa, dico, ne pensasse ancora, ce lo ha detto [p. 473 modifica]apertissimamente egli stesso in pagine che involontariamente Le sono sfuggite.

Alludo a quella prefazione al suo saggio sulla Rivoluzione francese, la quale fu certamente scritta non prima del 1869, poichè Stefano Stampa ci dice che succedette alla stesura del saggio stesso, in cui è citato un volume degli Archives Parlamentaires pubblicati appunto in quell’anno. Mentana era di due anni prima. In quella prefazione, dopo aver detto quali forze italiane contribuissero a far l’Italia, parla nel modo seguente della parte che l’Imperatore francese vi ebbe. Anche in questo scritto senile egli usa raramente i nomi proprii, ma non si dirà che qui, con la designazione di «potente sovrano straniero, nipote di Napoleone I», egli abbia voluto far di tutto per tener celata la persona di Napoleone III....» — .

E qui il Crispolti riferiva quel brano della prefazione al saggio sulla Rivoluzione francese, che è già stato riprodotto in questo volume, a p. 428-429, dalle parole Dall’altra parte alla fine. Quindi ripigliava:

«E se queste parole non bastassero ad indicare che, a giudizio del Manzoni, la gratitudine era il contraccambio dovuto per tale atto dagl’Italiani all’Imperatore, si può citare ancora un altro brano, in cui un tal giudizio è avvalorato da un paragone insigne.

«Il Governo e i cittadini degli Stati Uniti d’America non hanno mai creduto di derogare alla loro dignità nazionale, nè di detrarre alla gloria ottenuta nell’acquisto della loro indipendenza, col confessare, anzi col protestare altamente, in ogni occasione, i loro obblighi verso la Francia e verso il suo sventurato re Luigi XVI, per il grande aiuto che n’ebbero nella dubbia impresa. È anzi uno dei bei caratteri di quella virtuosa e sensata, non meno che eroica, Rivoluzione; e sarà bello per la nostra l’aver comune con essa un tal sentimento; come, in mezzo a tante diversità di circostanze, di modi e di vicende, ebbe comune la giustizia della causa, e la felicità della riuscita».

Come vede, mentre Ella con incredula speranza si domandava: «davvero che una volta don Alessandro, il quale pesava con tanta cautela ogni parola che la sua penna formulasse sulla carta, s’è lasciato andare a una così esplicita dichiarazione sul conto di Napoleone III»?, mi è capitato [p. 474 modifica]sott’occhi ciò che faceva al desiderio Suo, ossia la prova provata che il Manzoni non mutò, per Nizza o Aspromonte o Mentana, l’opinione ch’egli si era formata sulle benemerenze della persona imperiale verso il regno d’Italia, e sul contegno che questo doveva tenere verso di lui.

Ma ciò che mi ha condotto a un tale richiamo non è stata la voglia di metter bocca nella polemica del monumento, nè, molto meno, la petulanza di volerle ricordare un passo manzoniano non tornatole alla memoria. È stato il piacere provato nel vedere, prima, il gran conto che Ella fa del pensiero politico manzoniano, poi l’aver Ella riconosciuto che ancora lo si è studiato troppo poco; finalmente l’aver Ella con l’esempio incoraggiato gli studiosi a provarcisi. Poichè io credo che quando quel pensiero potrà essere ricomposto, apparirà di importanza somma (benchè, con ogni riverenza, in molte parti io dissenta da esso) nella varietà degli atteggiamenti politici degl’illustri Italiani recenti. Si vedrà, fra le altre cose, che questo letterato, il quale, in tanto imperversare dei letterati nella politica, fu il solo che negasse a se stesso la capacità o quindi il diritto di mescolarsene attivamente, fu forse anche il solo fra loro che di cose politiche s’intendesse per davvero.

E a me, che una volta feci aggrottare le ciglia a molta gente definendo il Manzoni come il genuino discendente cristiano di Nicolò Machiavelli, piace ora di farmi forte anche dell’autorità di Lei, in grazia delle parole che leggo nel citato Suo articolo: «In politica era molto più vicino al Machiavelli di quanto la sua bonarietà, più apparente che reale, e la bonarietà dei critici, più reale che apparente, non lascerebbe supporre».

Mi creda dunque con ossequio, e in qualehe modo anche con gratitudine, dev.mo Filippo Crispolti» — .

Note

  1. Questo saggio fu prima pubblicato nella Nuova Antologia del 1º gennaio 1909.
  2. Il mirabile discorso è ripubblicato nel vol. I delle Opere di G. Negri, Milano, Hoepli, 1905.
  3. È inutile soggiungere che non se ne fece più nulla! Nella corte del Castello sono accatastate, dietro una stecconata coperta da una rustica tettoia, le targhe e i bassorilievi della base del monumento equestre. E aspettano!
  4. Dal Rapporto della Commissione municipale, del 1898, tolgo lo seguenti cifre: a Montebello (20 maggio) caddero 114 francesi; a Palestro (30 maggio), 41; a Magenta (4 giugno), 686; a Melegnano (8 giugno), 183; a Solferino (24 giugno), 1521. In tutto, 2548; i cui nomi, incisi su centodieci lastre, sì leggeranno tutti, a Dio piacendo, o sulla base del monumento o su un apposito obelisco.
  5. Cfr. D’Ovidio, Nuovi studii manzoniani; Milano, Hocpli, 1908, p. 301.
  6. Un altro che negò il suo voto alla fusione propugnata dal Governo provvisorio, fu Carlo Tenca. Il quale cedette ad altri la direzione del XII Marzo, il monitore della rivoluzione, e nelle colonne dell’Italia del Popolo affermò nettamente: «Noi siamo dichiaratamente e prima d’ogni altra cosa unitarii. Noi respingiamo l’unione, voce equivoca, non definita, che usurpa le forme e tradisce l’anima del concetto italiano, sostituendo al futuro un rimancggiamento nelle condizioni del presente, al trionfo dell’elemento nazionale una transazione d’accordo fra gli clementi provinciali che costituiscono attualmente il paese..... Noi combatteremo dunque, inesorabili, per l’Unità...». Cfr. Massarani, C. Tenca e il pensiero civile del suo tempo; Milano, Hoepli, 1886, p. 62 ss.
  7. «In politica», ammoniva Cavour (Discorsi, vol. IX, p. 490), «ciò che a mio credere bisogna anzitutto sfuggire, se si vuol riuscire a qualche cosa, è la taccia di utopista. La riputazione che più facilita la riuscita delle trattative nella sfera politica e diplomatica, è quella di uomo pratico». È in una lettera del 1859 (Lettere ecc., raccolte da L. Chiala, vol. III, p. 141) dichiarava: «È duro l’avere a rinunziare ad alzare la voce a favore dell’infelice Venezia; eppure è forza il far tacere le più vive simpatie politiche, per non sacrificare il possibile al desiderabile».
  8. Anche il Rosmini ebbe, in quegli anni fortunati che paiono così remoti per la diversità dagli attuali costumi politici, a rifiutare, tra le altre, pur la candidatura politica, fattagli offrire, forse nello stesso collegio di Arona, dalla signora Manzoni. Lo attesta questa letterina, trovata recentemente tra le Carte dello Stampa, con la data di «Stresa, 5 dicembre 1849»:
         «Illustrissima signora Contessa,      Tali sono le mie doevrose occupazioni, tale altresì la presente mia condizione, che mi riuscirebbe del tutto impossibile l’accettare un mandato di Deputato. Ho dovuto fare questa dichiarazione ad altri Collegi elettorali. Considero per altro come un sommo onore, che taluno ponga gli occhi sull’umile mia persona, e La prego di far sentire a quelli, che hanno fatto parola di ciò, la mia più viva riconoscenza. — Mi saluti donn’Alessandro con quell’affetto che Ella sa, cd aggradisca i sentimenti della mia venerazione, coi quali sono Suo umilissimo obbligatiss. servo A. Rosmini».
  9. Tra le Carte inedite Manzoniane, ora possedute dell’Istituto pei Figli della Provvidenza, è questo biglietto: «Monsieur et illustre confrère, en passant hier è Milan j’ai desiré saluer l’homme qui en fait la gloire. Je me proposais d’y retourner ce matin chez vous, mais une course à Come m’en empéchera. Recevez du moins en passant tous mes voeux et tous mes sentiments. — 15 oct. 1S44. — Lamartine».
  10. La festa era stata il 7, quella del Corpus Domini; o il giuramento sarà avvenuto l’8. Perciò credo che il Manzoni abbia equivocato nella data della lettera.
  11. Cfr. G. Gallavresi, Fonti sconosciute e poco note per la biografia di Alessandro Manzoni; Milano, 1908, p. 29.
  12. Cfr. A. Luzio, Profili biografici e bozzetti storici; Milano, Cogliati, 1906, p. 426. — Colgo a volo l’occasione di menzionar l’opuscolo dell’ottimo sacerdote e patriota don Luigi Vitali, Il monumento a Napoleone III, Milano, Cogliati, 1908, ancora caldo e fremente degli entusiasmi del ’59, nonostante i 72 anni dello scrittore.
  13. D’Ovidio, Nuovi studii manzoniani, p. 316.
  14. Nozze Tamassia-Centazzo: VI lettere di A. M. a G. B. Giorgini; Pisa, Nistri, 1896, p. 18 ss.
  15. A mente calda anche Cavour aveva maledetto il trattato di Villafranca; ma tornato ministro, dovè riconoscere e far riconoscere che, «se questo trattato non corrispose alle nostre speranze, non sodisfece i nostri desiderii e lasciò insodisfatte le più legittime nostre aspirazioni, tuttavia sanzionò un gran bene per l’Italia.... Senza i preliminari che condussero a questo grande atto politico, sarebbero stati possibili quegli alti fatti che tanto contribuirono al risorgimento d’Italia, non solo costituendo un regno forte e potente, capace di promuovere nell’avvenire la gran causa italiana, ma altresì facendo risorgere al cospetto del tribunale delle nazioni la riputazione d’Italia?» (Discorsi, vol. XI, p. 85). E quanto alla cessione di Nizza, egli asseriva nell’eloquentissimo Discorso del 26 maggio 1860 (vol. XI, p. 99): «Io potrei dirvi che il compenso del trattato noi l’abbiamo avuto nel trattato di Zurigo, giacchè non possiamo disconoscere che le concessioni strappate all’Austria lo furono in massima parte per opera della Francia. Potrei dirvi che questo compenso noi l’abbiamo ottenuto quando l’imperatore dei Francesi... osava dichiarare al pontefice rispettosamente, ma risolutamente, con la non mai abbastanza celebrata lettera del 30 dicembre, che il suo dominio sulle Romagne era finito. Sì, o signori, questa lettera segna un’epoca memorabile nella storia d’Italia; con questa lettera l’imperatore dei Francesi ha acquistato, a mio credere, un titolo alla riconoscenza degl’Italiani non minore di quello che ottenne sconfiggendo gli Austriaci sulle alture di Solferino. Sì; perchè con quella lettera egli metteva fine al regno dei preti, il quale è forse altrettanto dannoso all’Italia della signoria austriaca. E con ciò fare l’imperatore compieva un atto magnanimo, perchè, per giovare all’Italia, per por fine a quella signoria, egli non esitava ad alienarsi un partito potente in Francia, che sino allora gli aveva dato, in apparenza almeno, un valido appoggio». Et haec meminisse iuvabit!...
  16. La Lettera è stata dall’autore medesimo ristampata nell’interessante volumetto delle sue Minuzie Manzoniane, Napoli, Perrella, 1919 p. 108 ss.