Anime oneste/XII

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Le anime oneste

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LE ANIME ONESTE




Annicca Malvas, donn’Anna, come la chiamano, ritornò dal continente, insieme ad Angela, verso la fine dell’aprile scorso.

Angela Demeda, che non ha figli, è diventata una signora chic. Suo marito in pochissimi anni ha fatta molta carriera; Angela si fa venire gli abiti da Parigi, parla spesso in francese, e allorchè passa in una via lascia dietro di sè una sottile corrente di aristocratici profumi. In viaggio Anna sembrava la sua damigella di compagnia. [p. 276 modifica]

Eppure l’Anna partita nel settembre del 189... non rassomigliava molto all’Anna che ritornava. Sembrava più alta, questa, più formata; persino il suo sguardo era diverso, più vivo, più intelligente. Quando parlava, gli occhi le si animavano meravigliosamente, e il più astuto osservatore non avrebbe mai scorto in quelle iridi sfavillanti di luce alcuna ombra di tristezza o di rimpianto.

Solo a momenti avevano come un’ombra di vaga stanchezza o d’indifferenza che sembrava sprezzante; ma forse era il fastidio del lungo viaggio.

Anna vestiva inappuntabilmente da viaggio; un abito grigio semplicissimo; e un grazioso berretto della stessa stoffa le copriva i capelli attortigliati un po’ al di sopra della nuca, in un nodo stretto, dal cui centro scappava qualche ricciolo. La fronte restava libera, bianchissima, ma sulle tempia piovevano scherzose delle piccole ciocche morbide che tuttavia sembravano ribelli.

Una grande semplicità, una grande noncuranza, in ogni sorriso, in ogni parola. [p. 277 modifica]

Parlando, ella si animava, gli occhi le splendevano, il sorriso dava come una vibrazione metallica alla sua dolce voce, eppure si capiva che ella si interessava ai discorsi altrui solo per gentilezza.

Senza che ella se ne curasse, le vesti le cadevano in modo che ogni piega sembrava studiata. Pareva fosse la stoffa che, fornita di un’anima amante, cercasse ravvolgere con eleganza la gentile personcina. Quando camminava, quando si voltava, i lembi della sottana si rivoltavano, s’impigliavano e poi tornavano a dispiegarsi in maniera adorabile, lasciando ogni tanto vedere i piccoli piedi calzati di scarpette grigie.

Caterina restò sbalordita e quasi mortificata. Al lusso e all’eleganza di Angela era già abituata, ma Anna, ma Anna!

Caterina allattava il suo primo bimbo, piuttosto bruttino e molto cattivo, diceva lei. Il primo pensiero, le prime carezze di Anna, come nove anni prima, al suo arrivo, erano state per Nennele, furono per questo piccino, che le sorrise subito. Ridendo, il piccolo [p. 278 modifica]Giovanni diventava quasi bellino, e Anna lo prese fra le braccia, vezzeggiandolo.

— Lascialo — disse Caterina, — ti sporcherà. Come ti sei fatta bella, Anna!

La squadrava da capo a piedi, sempre più meravigliata. Lei, Caterina, ingrassava; non aveva ancora venti anni ed era già una matrona, così senza busto, con una vestaglia di flanella, che la rendeva più grossa di quel che realmente era.

Dopo i primi mesi di matrimonio i due sposini avevano sempre avuto periodicamente delle questioni che eccitavano Caterina in sommo grado. E siccome tutti davano sempre ragione a Gonario, che del resto se la prendeva per cose da nulla, Caterina si sfogava scrivendo lunghe lettere ad Anna. Le raccontava tutte le volgarità di suo marito, le diceva che la maltrattava, che era un egoista, geloso, superbo, volgare, che si pentiva d’averlo sposato; e qualche volta finiva col rimproverarle di aver favorito e aiutato il suo matrimonio. Anna le rispondeva lunghe lettere gentili, spiritose e spirituali, dicendole tante cosine dolci e [p. 279 modifica]suadenti che la calmavano completamente, perchè quasi sempre le arrivavano dopo un’altra burrasca, quando cioè aveva avuto abbastanza tempo per calmarsi della precedente, nel cui furore aveva scritto alla cugina.

Eppure Anna non le dava mai ragione, la pigliava in giro talvolta, e finiva prodigandole dei consigli d’obbedienza e di sottomissione al marito.

Gonario leggeva queste lettere, e s’accorgeva quanto bene facessero a Caterina.

— Se tu rassomigliassi a tua cugina! — gridava spesso alla moglie bizzarra, quando ella lo tormentava con le sue bizze di bambina cattiva. E il solo ricordo di Anna pareva calmasse Caterina. Allora, come un rimpianto passava negli occhi di Gonario; ma Anna era troppo lontana per accorgersene, ed essendo vicina, ed accorgendosene, avrebbe risposto con uno sguardo di profonda indifferenza.

Dopo la nascita, un po’ tardiva, del piccolo Giovanni, c’era stata una lunga pace, un armistizio che pareva eterno; pure ad un tratto Caterina s’era fatta nuovamente viva con Anna, [p. 280 modifica]con nuove geremiadi: Gonario la trascurava, non pensava che a divertirsi, non amava il piccino, non amava nessuno....

— Beata te! — le disse togliendole a viva forza Giovanni dalle braccia. — Tu sembri una bambina ed io una vecchia. Maledetti i matrimoni. Non maritarti mai, Anna mia!

— Se non ho l’occasione! — rise lei.

E la sgridò dolcemente, ripetendole a voce i suoi consigli, mostrandole ad esempio Angela e Pietro.

— Dacchè ho vissuto con loro non li ho mai sentiti dirsi una parola sgarbata.

— Ma Pietro non è esigente; è un cristiano, non è una bestia, come certi altri....

Anna le posò una mano sulla bocca.

— Senti, — disse, — le bestie siamo noi, donne. Gli uomini hanno sempre ragione; non è vero, Giovanni?... — E sorrise al bambino, chinandosi, e posandogli un dito sulla fossetta del mento.

Il bambino tornò a sorridere.

— Perchè dici che è cattivo questo signorino? Guarda come sorride, guarda, guarda, [p. 281 modifica]come è bello. Dice di sì, non vedi, sciocchina che altro non sei!

S’inginocchiò, scoprì i graziosi piedini di Giovanni, li prese tra le mani e li accarezzò, mentre egli rideva con piccoli stridii di uccellino.

— Alzati, alzati, — disse Caterina, — levati di lì. Sì, io sono una sciocca, e Gonario ha ragione. Ma, vedi, mi tratta come una bambina ed è questo che io non posso sopportare ...

— Per questo qui, con questo qui, devi sopportare tutto! — esclamò Anna baciando i bei piedini color di rosa pieni di fossette. (Il piccino muoveva i pollici dei piedini in modo adorabile). — Diventa seria, Caterina. Fra due o tre anni riderai di te stessa. Potresti essere, sei anzi tanto felice! Già, tu non hai conosciuto mai cosa voglia dire il dolore; altrimenti ringrazieresti Dio per la felicità che possiedi, completa!

Così continuò a farle una lunga predica, con tanta convinzione, che Caterina si chiese dove la cugina aveva attinta tanta esperienza della vita e degli uomini. A un certo punto [p. 282 modifica]Giovanni si mise a strillare, piangendo a grosse lagrime.

— Lo vedi! — esclamò Caterina. — È cattivo, cattivo e cattivo!...

— Perchè è cattiva anche sua madre!

Caterina chinò la testa e non rispose; ma a un tratto Anna s’accorse che piangeva assieme al piccino.

— Se tu restassi con me, — mormorò Caterina, — io diventerei buona.... forse....

— Resterò, sicuro che resterò....

Parlarono a lungo di Cesario e di Sebastiano.

Quest’ultimo viveva sempre a San Giacomo. Veniva spesso in città per sbrigare gli affari della famiglia, giacchè Paolo Velèna era sempre occupato nei suoi commerci, e Gonario Rosa se ne lavava le mani volontieri.

Del resto Anna sapeva tutte queste cose. Sapeva che Sebastiano non solo s’era rappacificato con la famiglia e con Gonario, ma aveva persino tenuto al battesimo il piccolo Giovanni. Come la maggior parte degli avvocati, Gonario e Cesario non avevano nè affari nè clienti. Gonario era abbastanza ricco [p. 283 modifica]per farne da meno, — ma Cesario Velèna doveva ben lavorare per vivere nel lusso a cui s’era abituato. Vivere alle spalle della famiglia, senza guadagnare nulla, mentre suo padre lavorava giorno e notte, dopo tutti i sacrifizii fatti onde procurargli una posizione brillante e indipendente, era una cosa stupida e volgare. Non ostante la sua indolenza e il suo sfibramento, Cesario non ci pensava neppure.... E, mediante influenze e raccomandazioni, dopo le ultime elezioni per cui Gonario Rosa e Paolo Velèna procurarono più di un migliaio di voti a un deputato, Cesario fu nominato professore di latino nel ginnasio di Orolà. Perchè professore di latino? Anna non sapeva spiegarselo.

Rivide Cesario verso sera. Si rividero senza entusiasmo, con la freddezza che sempre aveva regnato nei loro rapporti.

Le sembrò che il cugino la guardasse anzi con una vaga aria di derisione, di diffidenza, notando senza dubbio la sua trasformazione. Forse sperava di restituirle un antico debito, ma Anna si guardò bene dal decantare la [p. 284 modifica]famosa bellezza delle donne romane, che pure aveva veduto ed ammirato, e l’incanto delle ville viste al di fuori. O se ne parlò, si guardò bene dal disprezzare le povere case sarde, e le piccole donne dai grandi occhi pieni di sogni vivaci e bizzarri. Studiò, a sua volta, l’altero professore, e nei giorni seguenti cercò di sapere cosa era avvenuto di lui.

Superficialmente Cesario era sempre.... Cesario! Una persona stanca, un viso pallido che diventava brutto, un pince-nez radioso che velava due occhi dalle fugaci espressioni.

Egli era contento, soddisfatto? Con qual serietà, con quale intimo piacere assumeva l’umile parte che gli toccava di rappresentare? Aveva ambizioni, lavorava per salire? Non si sentiva umiliato, vinto, avvilito? Perchè Anna conosceva ben a fondo l’anima di Cesario, e sapeva quanta superbia e quanta ambizione egli celasse, pochi anni prima, sotto la sua posa stanca e indifferente.

Una volta il giovine sorprese la cugina a guardarlo, e gli sembrò che ella lo facesse con gentile pietà. E arrossì. [p. 285 modifica]

Mai Anna aveva veduto Cesario arrossire. Ne provò una forte commozione, e il suo cuore le rivelò molte cose. Il rossore di Cesario le diceva:

— Sì, ebbene? So che hai pietà di me, ma cosa me ne importa? Doveva finir così, ma la colpa non è mia. Sì, lo so; ho sprecato quasi un patrimonio, ho logorato i miei anni più forti senza lavorare, o meglio, sì, lavorando, distruggendomi anzi a forza di pensare; e poi ho finito.... qui, umilmente, in un posticino il cui guadagno mi basta appena per vivere.... È troppo anzi, sai, cugina? sai quanti e quanti si direbbero felici al mio posto! Quanti avvocati che studiando hanno mangiato le loro terre, che hanno rovinato le piccole fortune delle loro famiglie, e che ora non hanno un cliente.... quanti medici senza condotta, quanti ingegneri senza impiego.... quanti farmacisti che sbadigliano nel centro di villaggi i cui abitanti non credono alle medicine, quanti notai che viaggiano interi giorni, col rischio di rompersi l’osso del collo, per guadagnarsi venti lire! Quanti, cugina, quanti, se tu sapessi! [p. 286 modifica]Tutti giovani, belli, eleganti, dotti, colti, ambiziosi come me!

— Fammi il piacere, non guardarmi così; io non so cosa farmene della tua pietà, per quanto gentile sia. So tutto quello che vuoi dirmi, ma non so se io ci penso, se sono contento o se soffro. Non so neppure come finirò. Chi sa? Se avrò volontà, se i miei nervi me lo permetteranno, forse avanzerò. Ma perchè? Perchè dovrò lavorare? Non ho alcun ideale, non credo all’amore, e per la gloria mi sento troppo piccolo, troppo vuoto, benchè mi creda ancora un gran personaggio! Tu sai la mia superbia. Vivrò piuttosto così, sempre, senza credere a nulla, procurando di godere, aspettando di continuo un’ora che non arriva mai. Una gran miseria, non è vero, cugina? Sì, sì, senti; quel che io ti dico non è la sola verità. Più in fondo ce n’è un’altra. Tu la comprendi; quindi è inutile ch’io te la riveli. Ne arrossisco, vedi, ma è così. Sì, sono umiliato, ma non voglio dimostrarlo, e sono più superbo che mai nella mia umiliazione. Sono ambizioso, ma spero poco nell’avvenire. E soffro, sì, soffro, [p. 287 modifica]perchè la mia via è stata sbagliata, ma voglio parer indifferente persino a me stesso. Sono uno che non sarà mai contento nè di sè nè di nessuno, comprendi; che vuole e non può infischiarsi del mondo e della vita. Ma ti ripeto, fammi il piacere, non impietosirti per me. Io non voglio la pietà di nessuno e tanto meno la tua. O meglio sì, abbi pure un po’ di gentile pietà per me, ma non dimostrarmela, perchè se io me ne accorgo ho ben il diritto di offendermene e dirti che sei una sciocca! —

Anna capì, e non guardò più Cesario in modo da farlo arrossire.



Verso la metà di maggio Angela ed Anna con Paolo Velena andarono a San Giacomo.

Si andava in carrozza fino al villaggio vicino, donde potevasi salire a piedi, ma Angela preferì viaggiare a cavallo.

Dopo la famosa caduta non aveva più provato il piacere di cavalcare, ed anche Anna non montava a cavallo da parecchi anni. [p. 288 modifica]

Si scelsero due buone cavalline nere, di quelle minuscole bestiole sarde mansuete, dai forti garretti e dall’andatura calma, dette achettas, e il viaggio si compiè felicemente.

Sulle prime Anna dava dei piccoli gridi, paurosa di cadere, ma arrivata davanti a un precipizio, ove cominciavano le faticose salite dell’altipiano, prese una grande risoluzione. Sedette alla sarda, cioè a cavalcioni, e non ebbe più paura.

Angela cominciò a beffarsi della cugina, ma poi finì con l’imitarla, davanti alla probabilità di un capitombolo su per le salite scoscese e dirupate, dove l’erba cresceva a grandi ciuffi, fra il timo silvestre che imbalsamava l’aria.

Nei sentieri dell’altipiano Anna, che metteva ogni tanto al galoppo la cavalla e poi si fermava in lontananza per aspettare i compagni, ritrovò tutta la sua poesia antica.

Il vento delizioso, pregno d’acuti profumi d’erbe palustri e di timo, la investiva con selvaggie carezze, scompigliandole i capelli che le ricadevano sul viso. Quante memorie indistinte recava il vento delle alture, e che [p. 289 modifica]speranze e che sogni erravano con le sue fragranze! Dai roveti verdi, scintillanti al sole, intricati di rose e di fiori, gli uccelli salivano a stormi rumorosi su per il cielo profondo. Paolo avrebbe voluto cacciare, ma temeva di ritardare il viaggio.

Una volta che Anna era molto lontana, Paolo e Angela parlarono di lei e di Sebastiano.

— Un’anima retta! — disse Paolo Velèna, accarezzando con lo sguardo la lontana figurina d’Anna.

Egli era molto invecchiato; era calvo, con gli occhi soavi infossati, ma una grande energia si delineava ancora tra le rughe del suo viso sempre rosso. Anche Angela parlò a lungo della cugina, con una specie di rispetto e di ammirazione.

— Non ostante tutto, — concluse, — ella è ancora così bambina! Ogni piccola cosa la turba, ma si rasserena tosto, e dice sempre: giacchè la vita deve finire perchè tormentarci così? Se tutti pensassero che ogni cosa è vana e passeggera quante ree passioni di meno, e come meglio andrebbe il mondo! [p. 290 modifica]

Angela sorrise dicendo queste parole, ma Paolo continuò a guardare la fanciulla con occhi carezzevoli. Forse sapeva qualche cosa, perchè domandò se Sebastiano le scriveva spesso.

— Sì, — rispose Angela. — Sulle prime poco, poco, e lei non gli rispondeva. Ricevendo le lettere di Sebastiano si mostrava indifferente, anzi qualche volta s’infastidiva visibilmente. Ma dopo, mi sono accorta che gli rispondeva subito. Allora si scrissero quasi ogni settimana.

— Leggevi, tu?....

— Uhm! — fece Angela scuotendo la testa. — Le prime lettere me le fece leggere tutte, e mi sono accorta benissimo che Sebastiano era innamorato. Son cascata dalle nuvole, sapete? Poi non mi fece leggere più nulla, ed io non mi sono mai presa la libertà.... sapete bene.... trattandosi di lui. Soltanto mi diceva: mi ha scritto Sebastiano e vi saluta tanto.

— Io credo, — disse più in là la signora Demeda, con un vago sorriso, — io credo che Anna non ritorni con me, benchè ci sia qualcuno che l’aspetti.... Oh, la mia staffa.... [p. 291 modifica]

— Chi l’aspetta? — domandò Paolo chinandosi per accomodar la staffa di Angela.

Ma poi ricordò quanto ella gli aveva scritto poco tempo prima; di un giovane impiegato sardo che frequentando la casa d’Angela s’era invaghito di Anna e l’aveva chiesta in isposa. Anna l’aveva rifiutato, ma egli, come tutti i giovani seriamente innamorati, non s’era dato per vinto.

— È brutto?

— No, anzi! È un bel giovane, è di Cagliari, di buona famiglia, elegante e bravo. Ma Anna non ritornerà.... non ritornerà.... — disse Angela con cadenza, dondolando la testa.

— Ti dispiace?

— Secondo....

— Sebastiano parrebbe un po’ strano, — esclamò Paolo dopo qualche silenzio, — ma non è. Tua madre, lo sapevi, voleva ammogliarlo con Maria. È ricca, ma.... poco importa del resto. Sebastiano diventerà ricco anche senza prender una moglie denarosa....

— Cosa state dicendo? — domandò Anna, fermando la cavalla, e riunendosi allo zio e [p. 292 modifica]alla cugina. — Ci vuol molto ancora? lo non ne posso più.

— Va piano, perciò, — disse Angela. — Fammi il piacere, copriti il capo. Prenderai un malanno. Hai già la faccia abbronzata e macchiata dal sole.

— È nulla; è una fronda che mi ha percosso il viso, — rispos’ella passandosi la mano sulla faccia e sui capelli.

Ma anche Paolo insistè perchè si rimettesse il fazzoletto di seta bianca che le era scivolato sulle spalle.

Verso sera arrivarono.

Sulle prime Anna non vide che un muro alto, infinitamente lungo. Un cancello di ferro lasciava intravedere un viale arenoso, e al di là del muro spuntava la facciata di una chiesa antica.

Una gran calma, un silenzio profondo da per tutto; il paesaggio sfumava in linee uniformi, placidamente stese sotto la tenue luminosità del crepuscolo. Ad occidente i boschi di un verde cupo si disegnavano sullo smalto dorato dell’orizzonte, mentre ad est e al nord [p. 293 modifica]le montagne e i cespugli parevano sfumare nell’azzurro pallido del cielo.

Anna provò come un senso di freddo e il pallore dell’oriente calò sul suo viso sfinito dalla stanchezza.

Paolo scese da cavallo e spinse il cancello, che si apri cigolando.

Una giovinetta in costume apparve in fondo al viale, ma scomparve subito ed ecco che Sebastiano accorse. Pareva trasognato, benchè fosse avvertito dell’arrivo di Angela e di Anna.

— Oh, buona sera!.... — esclamò con le braccia tese, quasi avesse voluto abbracciar tutti in una volta. — Oh Angela, babbo....

Anna restava fuor del cancello, ma Sebastiano sentiva bene la sua presenza.

— Ciao! — esclamò Angela smontando, aiutata dal padre. — Come stai?

— Bene, bene.... Oh, Anna!

E l’anima gli esalò in questo nome.

La fanciulla sorrise, s’inclinò e fece atto di scendere.

Sebastiano l’accolse tra le braccia e se la [p. 294 modifica]strinse pazzamente al petto, mentr’ella arrossiva e tremava come una foglia.



Il sogno di Sebastiano s’era dunque avverato.

La chiesa di San Giacomo s’era trasformata in una casa colonica, un po’ strana e pittoresca nell’insieme, che colpì vivamente la fantasia di Anna. Ella s’era immaginata un casamento bianco, uniforme, benchè il cugino le avesse scritto come e qualmente la sua casa sorgesse sugli avanzi di una chiesa.

Veramente della chiesa non restava che la facciata, che veniva anche assai alterata dalle finestre e da una porta guarnita di scalinata esterna. Due fabbricati nuovi fiancheggiavano la vecchia chiesa. Tetti di tegole sarde ben cementate di calce; poggiuoli di ferro e di legno; una terrazza dalla balaustrata di mattoni, grandi finestre munite d’inferriata, scale esterne; loggie, e una specie di portico davanti al cortile: un insieme pittoresco.

Oltre l’appartamento del padrone, con annessa cucina, c’erano due ampie cucine, o [p. 295 modifica]stanze terrene, per i servi, ed un’altra stanza separata per le serve.

Cantine ancora vuote, magazzini, dispense e granai.

Nell’ampio cortile c’era un allevamento di galline, anitre e oche; due enormi maiali divoravano un mucchio di patate.

Le stanze erano ancora vuote, e nella frescura un po’ buia delle cantine si respirava l’aria di un sogno ancora basato sulla speranza e sopra un poco di pretensione.

Lo scorso anno solo i granai s’erano riempiti di grano, d’orzo, di fave e d’altri legumi secchi, la cui vendita, fatta per necessità sin dall’inverno, cioè quando le derrate non hanno ancor preso il massimo prezzo, aveva in parte supplito alle spese sempre crescenti per la coltivazione della tenuta.

Paolo Velèna aveva detto a Sebastiano:

— Io ti darò una somma eguale a quella spesa per la laurea di Cesario.

Ma benchè questa somma fosse non indifferente, pareva non dovesse bastare. Solo per i muri erano occorse migliaia di lire. [p. 296 modifica]

— La spesa maggiore però — disse Sebastiano ad Angela, l’indomani dell’arrivo, mentre visitavano la tenuta, — è stata questa qui, l’incanalatura dell’acqua e le vasche.

Le spiegò tranquillamente ogni cosa, mentre Anna, che pareva meglio informata, seguiva in silenzio, senza fare osservazioni.

Davanti alla casa, da una parte e dall’altra del viale che conduceva al cancello, si stendeva il piccolo giardino, e più sotto v’erano gli orti. Tutto era stato concimato a perfezione.

— Una gran spesa anche questa? — domandò Angela.

— Niente affatto. Si spende tutto al più per il trasporto, ma io spendo poco perchè ho i miei servi.

I servi di Sebastiano erano tre; un padre e due giovani figlioli robusti, provetti contadini che lavoravano tutto il santo giorno sotto lo sguardo del padrone.

Ricevevano in tutti e tre seicento lire all’anno, gli scarponi che consumavano, vitto ed alloggio.

Due serve completavano la piccola colonia. [p. 297 modifica]

Una, giovinetta, era sorella dei servi; l’altra, vecchia, era una brava donna di servizio dei Velèna, massaia consumata e onesta coscienza. Quindi non potevano svolgersi idilli pericolosi nella nuova, pacifica e patriarcale dimora.

La vigna era stata piantata ad invito, cioè tutti i contadini di casa Velèna avevano in un dato giorno prestato gratis, dietro invito, l’opera loro; in compenso erano stati loro imbanditi dei pasti pantagruelici. Anche per l’oliveto, ovvero per l’innestatura degli olivastri, s’era seguito lo stesso costume.

Sebastiano condusse lentamente Angela ed Anna attraverso la tenuta. Nei viali della vigna, dell’orto, del giardino, da per tutto, piccoli alberi fruttiferi, alti appena uno o due metri, ridevano al sole che ne smaltava le piccole foglie piene di vita.

Specialmente un filare di albicocchi attirò l’attenzione di Anna. Non v’ha certamente un albero più delicato e poetico dell’albicocco. Le foglie avevano tutte le sfumature del rosso delicato, e così diafane, traversate dal sole, parevano fiori bizzarri. [p. 298 modifica]

I salici, sulla riva del torrente arginato, eran cresciuti meravigliosamente in un anno. S’inchinavano mollemente e ad ogni inchino era una gettata di perle che sembravano cadere e liquefarsi nelle acque splendide del ruscello. Più in giù gli oleandri s’ergevano in grandi macchie, formando isole deliziose, ove i ruscello privo laggiù di argini, s’allargava, scorrendo a lato di un campo pieno di lino. Fra gli oleandri Sebastiano cacciava ogni sera le pernici e gli uccelli che formavano la parte immancabile dei suoi pranzi. Al di là del ruscello si stendeva un boschetto di mandorli.

E da per tutto siepi grigie di giovani fichi d’india, e filari d’uva spina e boschetti di canne, luccicanti al sole.

— È la benedizione di Dio ch’è piovuta su questa terra, — disse Angela, piena di ammirazione.

Infatti ogni cosa fecondava lassù, dagli elci al lino, al fico d’india, alla vite!

Solo gli aranci e le palme non avevano resistito, perchè l’aria alle volte era troppo frizzante e in inverno cadevano nevi abbondanti. [p. 299 modifica]

Ma Sebastiano non disperava ancora di far attecchire almeno gli aranci, dal momento che il terreno era adatto anche per la liquirizia e per i nespoli.

Angela, a tavola, sollevò una questione importantissima.

— E i ladri? — domandò. — Non può accadere una grassazione?....

Sebastiano sorrise. Disse:

— Le grassazioni accadono dove c’è danaro e qui non ce n’è. I ladri alla spicciolata poi non li temiamo. Non hai veduto i mastini?

Infatti c’erano tre grossi cani di campagna, che mangiavano per sei persone, ma la notte vigilavano attentamente.

— Conoscono i ladri al fiuto, e son capaci di sgozzare una compagnia di grassatori.

La casa era difesa abbastanza dai muri del cortile e dell’orto, muri tempestati d’aculei di vetro frantumato.

— Eppoi! — esclamò Sebastiano stendendo la mano verso la parete.

La stanza da pranzo, un po’ bizzarra come tutto il resto della casa, adorna di tappeti fatti [p. 300 modifica]d’intere pelli di cinghiale e di muffoni, orlati di scarlatto, funzionava anche da sala d’armi. Sulle pareti s’incrociavano vari fucili, archibugi sardi, revolver, pistole, stocchi e infine tutte le armi nuove e vecchie che Sebastiano aveva potuto scovare in casa sua e altrove.

Molti corni da caccia, polveriere e leppas, lunghi coltelli sardi, entro guajne di cuoio nero, completavano le bizzarre panoplie.

Era un corno da caccia che Sebastiano additava.

— Me l’ha dato il maresciallo del villaggio, dicendomi: Se per caso ha bisogno di noi suoni questo.

Il villaggio era vicinissimo.

Due giorni dopo l’arrivo, Angela volle andarvi; l’accompagnarono suo padre e la serva giovine. Anna restò a S. Giacomo, e chiacchierò tutta la sera con zia Mattoi (Maria Antonia), la serva attempata, che puliva la farina.

— No, non facciamo pane d’orzo, noi, ma pane di grano. Torna più a conto, checchè si dica, — diceva la vecchia.

— Fate il pane nero, s’intende? [p. 301 modifica]

— Già, s’intende. La simula (fior di farina) serve solo per il pane del padrone, il quale, del resto, non sdegna di mangiare il nostro pane.

E levando gli occhi al cielo, guardando attraverso la porta, ove stava seduta Anna con una fronda tra le mani per allontanar le galline che pretendevano entrare nella cucina, zia Mattoi prese a lodare Sebastiano. Lavorava tutto il giorno coi suoi contadini, e faceva una vita frugalissima.

Erbaggi, legumi, uova, qualche tazza di vino e qualche tazza di caffè. Null’altro. I piatti di carne venivan quasi sempre composti dalla selvaggina ch’egli cacciava, o da qualche pollastra. Le paste era zia Mattoi a fabbricarle in casa; la serva giovine lavorava, stirava e cuciva. Nelle ore libere le due serve venivano occupate nei lavori di campagna.

— Siete contente? — domandò Anna.

— Lisendra (Alessandra) borbotta qualche volta; già, si sa, è giovane, vorrebbe veder della gente, ma io!...

Una grande visione di pace e di serenità [p. 302 modifica]brillò negli occhi di zia Mattoi. Aggiunse a voce bassa, che venne quasi coperta dal rumore monotono del vaglio adoperato maestrevolmente dalle sue mani:

— È il paradiso....

Disse tante altre cose con ingenuità.

Ogni tanto la signora Maria e Lucia venivano a San Giacomo per ispezionare la casa: trovavano tutto in ordine perfetto. Già, essi, servi e serve, erano tutte persone fidate, eppoi era impossibile il minimo disordine sotto il comando di Sebastiano.

— Una gran testa! Un’anima retta! — esclamò zia Mattoi, adoperando senza saperlo la stessa espressione detta da Paolo Velèna per Anna Malvas.

Anna cadde un momento in profondi pensieri e fece un sogno tra il continuo, pacifico e ritmico rumore del vaglio di zia Mattoi e il pispigliare pettegolo delie galline che la guardavano da lontano, di sbieco, con un solo dei loro occhi rossi e rotondi. Qualcuna si avanzò ed entrò. Anna non se ne avvide.

Usciu! disse zia Mattoi, agitando le [p. 303 modifica]mani per scacciar le galline. Anna si destò, fece uscire le impertinenti, e domandò:

— Dove macinate il grano?

— Nel villaggio. Facciamo il pane ogni mese, e ogni mese ci tocca scender laggiù. È una seccatura, ma speriamo che cessi presto.

— Perchè?

— Perchè appena gli ulivi cominceranno a dar frutto, il padrone impianterà un molino a vapore (zia Mattoi veramente disse a vapora), sul confine dell’uliveto, ove c’è la strada per andare al villaggio. In inverno macinerà tutte le olive nostre e del villaggio, e nel resto dell’anno macinerà il grano e l’orzo.

— Ma sta a vedere se verranno di laggiù! — esclamò Anna, che pur sapeva tutte queste cose.

— Oh, verranno, verranno! — esclamò zia Mattoi con cieca fede. — Verranno anche da gli altri villaggi, perchè qui sarà tutto a metà prezzo, e si farà tanto presto, mentre laggiù le macine tirate dagli asinelli impiegano giornate intere per macinare venticinque litri di grano. Ogni volta che vado là mi domandano tutti: ma il molino non arriva ancora? [p. 304 modifica]

Dopo molti ragionamenti zia Mattoi assicurò Anna di questo fatto:

— Paolo Velèna ha dato a Sebastiano tutto il salto di San Giacomo e molti, molti danari in contanti; però dopo la sua morte, — che Dio tenga lontana, — Sebastiano non prenderà alcuna parte nell’eredità paterna. Gli resterebbe solo la tenuta di San Giacomo.

— Impossibile! — esclamò Anna. Pensò ch’era un’ingiustizia perchè ricordò le spese fatte per Cesario, ma zia Mattoi l’assicurò che le cose stavan proprio cosi.

— Però l’aiutano spesso ancora. Gli mandano di casa sua molte provviste, e l’aiuteranno sempre finchè la tenuta non produrrà di tutto. Sì, gli mandano olio, vino e formaggio. Tutto l’altro c’è già.

— Ho veduto una capanna e dei pastori, — disse Anna, per provare sin dove giungeva la competenza di zia Mattoi. — Non sono dunque di zio le greggie?

— No. Hanno affittato i pascoli. Il padrone voleva comprar delle greggie, ma suo padre [p. 305 modifica]non ha voluto. Creda a me; torna più a conto affittare i pascoli.

Anna s’accorse che zia Mattoi sapeva ogni cosa, e domandò sorridendo:

— Discorre spesso con voi, Sebastiano?

— Sì, altro! Io lo chiamo “figlio mio„ e Lisendra dice che egli mi vuole molto bene. Se mi permette ora le fo una domanda! — esclamò zia Mattoi.

Da due giorni essa smaniava di far questa domanda ad Anna. Non ne aveva avuto mai il coraggio; ma ora la bontà e l’affabilità della fanciulla glielo davano.

— Dite pure, zia Mattò!

— È vero che lei è la sposa del padrone?

Anna arrossì; volse il viso verso il cortile e rise.

— Chi ve l’ha detto? domandò.

— Lisendra me l’ha detto, ed anch’io ho veduto....

— Che cosa avete veduto?

— Eh, non ho veduto. Ho compreso.... mi scuserà se lo dico?

— Dite, dite pure! — esclamò Anna [p. 306 modifica]giocarellando con la fronda. Era così turbata che le galline fecero una seconda invasione nella cucina.

— Maledette galline! — gridò zia Mattoi, — non mi lasciano in pace un momento. Usciu, usciu, su lussiu bos picchet!1 Eh, già, io me ne sono ben accorta. Il padrone non fa altro che parlar di lei. Si vede bene che ci pensa.

Anna si alzò e scacciò le galline, poi ritirò la sedia dove stava seduta e chiuse la porta. Zia Mattoi la guardò timidamente, come cosa sacra, e disse:

— Già, lei è una signora; forse le parrebbe di star male qui, ma invece starebbe tanto bene!

E siccome Anna accennava d’andarsene, esclamò:

— Si è offesa?

— Ma no, zia Mattoi!

— E allora perchè non mi risponde?

— Domani, domani vi risponderò! — E se ne andò ridendo gentilmente, mentre zia Mattoi [p. 307 modifica]restava tutta confusa per il suo ardire, e per il contegno di Anna, che le aveva rivelato qualche cosa.



Sebastiano ritornò verso il tramonto e vide Anna alla finestra.

— Come? — esclamò toccandosi il cappello bianco a larghe tese. Non sei andata al villaggio?

— No.

— Scendi allora, che andiamo ad incontrarli: credo che saranno di ritorno.

Subito Anna si ritirò dalla finestra, e comparve sull’alto della scalinata esterna. Era vestita quasi di bianco; un abito semplicissimo che ricordava vagamente il famoso vestitino cosparso di margherite, indimenticabile nel passato di Anna.

La blusa scollata, con un risvolto di pizzo, con le maniche corte, cascanti, rientrava sotto la piccola cintura della sottana allacciata dietro.

Intorno al collo Anna mise un fazzoletto di [p. 308 modifica]seta bianca, da porsi sul capo in caso di bisogno.

— Andiamo molto lontano? — domandò.

— No; fino al sentiero. Ti sei annoiata, Anna?

— Niente. Ho chiacchierato con zia Mattoi. Che brava donna!

— Si, una brava donna.

Per un lungo tratto di via non dissero altro: attraversarono l’orto lussureggiante di verdura, e la vigna. Uno dei tre servi dava l’acqua all’orto; l’acqua che serpeggiava pei solchi, riscintillando ogni tratto nella tiepida luce del tramonto. E il fresco profumo delle piccole piantine di basilico pareva la fragranza dell’acqua e della terra umida.

Gli altri due servi finivano di far i solchi lungo i filari delle viti, nella vigna. Al di là c’era il favaio, e Anna lo attraversò tutto, mentre Sebastiano passava da un lato.

Le alte fave giungevano sino alle spalle di Anna. Da una parte e dall’altra ella vedeva così una specie di mare, ondeggiante alla brezza. Era un silenzioso ondulamento grigio, [p. 309 modifica]argenteo. I papaveri e le margherite mettevano vivide note accese in quel mare bizzarro, e Anna raccolse un mazzetto che si mise nella cintura.

Poi attraversarono i campi di grano e d’orzo, veramente splendidi. Avevano anch’essi dei bagliori argentei, ma le ondate non erano più silenziose. Le spighe baciandosi, incalzandosi, susurravano una dolce canzone. Il sottile fruscio aveva note ridenti, melodiose. Quanti poeti hanno mai ascoltato la poesia cantata dalle spighe ancora verdi sotto il sole di maggio?

Entrando nel bosco, i lembi delicati della veste d’Anna si frustarono un poco, ma ella non se ne accorse punto. Là cominciava un piccolo sentiero, traverso i pascoli.

Gli elci dalle foglie nuove, gli elci in fiore, si chinavano al passaggio di Anna e di Sebastiano.

E il cielo pareva più azzurro, più diafano, guardato attraverso la molle delicatezza delle foglie gialline.

Gli uccelli nascosti cantavano al sole morente. [p. 310 modifica]

Si sentiva, nel loro canto, il gorgheggio di fontane cristalline, il trillo di chitarre lontane, il profumo dei ciclamini e delle edere bagnate di fresche rugiade. Anna e Sebastiano camminavano sempre, senza parlare.

Poi improvvisamente, dopo una piccola scorciatoia, si trovarono al confine del bosco, vicini ad un muro basso coperto d’erbe.

— Sei stanca? — domandò Sebastiano.

E fece sedere un po’ la fanciulla, ch’era tutta rosea in viso, un po’ stanca davvero.

Anch’egli sedette. Il sole era tramontato; al di sopra delle montagne lontane splendevano larghe fasce d’oro, listate di rosa; al di là del muro scendeva il giovine uliveto.

Gli ulivi erano piccoli ancora, teneri, delicati. S’inclinavano sulla china come virgulti di pianticelle nane, e avevano il colore pallido e polveroso della ruta. Sebastiano li guardò con amore e indicò alla cugina il sito ove avrebbe fabbricato il molino.

Ripresero la via. Col tramonto del sole era cessata la brezza, e già presentivasi la gran pace del vespro. [p. 311 modifica]

Parlarono di Lucia e di Cesario.

Pensarono che con la loro ambizione quei due avevano forse sbagliata la via della vita, — perchè Lucia correva il rischio di restar zitella e Cesario non si sentiva certo felice e soddisfatto.

— Ed egli mi derideva, ti ricordi? — esclamò Sebastiano. — Eppure io credo che il mio avvenire sia migliore del suo. Prima ch’egli diventi professore di Università io sarò straricco.

— Io credo, — disse più avanti, — che andando di questo passo, se Dio non interrompe i miei disegni, fra cinque anni San Giacomo renderà tanto da far vivere dieci famiglie.

Anna mise un’esclamazione di stupore.

— Troppo presto fra cinque anni — disse. Forse tra dieci.

E tacquero ancora. Sebastiano precedeva; allontanava le erbe fiorite per render più facile il passaggio ad Anna, e non si voltava mai.

Ella camminava cogli occhi immersi nella [p. 312 modifica]lontananza; pareva guardasse lungo il sentiero, se mai poteva scorgere Angela e lo zio, ma in realtà vedeva solo Sebastiano, con la sua maschia figura di lavoratore dalle mani abbronzate e dagli occhi pieni di sole, di forza, di gioventù e d’amore.

Arrivarono finalmente alla meta. Era già un po’ tardi. Cominciava la sera, e all’occidente l’oro del tramonto scioglievasi in trasparenze glauche luminose.

Era una gran pace arcana lassù: pianure dolcissime, mari di infinita soavità, di gaudio senza confine.

Sentiva Sebastiano la gran poesia di quell’ora? Anna non lo sapeva, ma sapeva di sentirla ben lei.

Un piccolo cancello di legno dava sul sentiero, e da una specie di spianata, chiusa da un muro, l’occhio spaziava nelle pianure lontane, piene di luce e di pace.

— Non si vedono! — disse Anna guardando. — Arriveremo tardi.

— Non importa. C’è la luna.

Anna s’appoggiò al muro e guardò in su. [p. 313 modifica]

— Quanto hai lavorato, Sebastiano! — disse guardando l’oliveto. — Sei contento?

Sebastiano si sedette accanto a lei, e scosse la testa, ma non rispose.

— Oggi ho riletto tutte le tue lettere, — prosegui la fanciulla tremando leggermente. — Le ho portate qui, sai?

Egli non rispose ancora, ed ella tacque quasi confusa. Era strano. Sebastiano dunque non trovava più nulla da dirle, ora ch’ella gli stava vicino? Ora che voleva finalmente rispondergli come lui desiderava?

— Sì, ho lavorato e lavorerò ancora, ancora, fino alla morte! — esclamò egli dopo un momento, arrossendo per l’intensa commozione. — Ma tu ripartirai, ed io... io non avrò più neppure il conforto di scriverti....

La sua voce diventava amara, ma Anna non lo lasciò terminare.

— Io resterò! — disse.

Sebastiano balzò ritto, spaventato dalla sua felicità.

Quasi senza avvedersene attirò Anna a sè e la guardò intensamente negli occhi. [p. 314 modifica]

Anna comprese quanto egli aveva sofferto, e con una sola frase trovò il modo di ricompensarlo d’ogni cosa. Gli disse semplicemente

— Ti voglio bene.

E fu così che le loro anime oneste s’unirono per sempre.





Fine.

  1. Usciu (voce per scacciar le galline), che vi prenda la tosse!