Anime oneste/XI

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La lontananza

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LA LONTANANZA





La domenica seguente i fidanzati, accompagnati da Paolo Velèna e da Lucia, uscirono assieme a passeggio.

Caterina aveva la sottile catenella d’oro, distintivo delle promesse spose, e nel mostrarsi in pubblico al fianco di Gonario il cuore le saltava in gola per il piacere ed il trionfo.

Così tutta la città seppe che realmente l’avvocato Rosa sposava la sorella di Sebastiano Velèna, come tutti chiamavano la bella Caterina.

Si verificò il solito fenomeno delle chiacchiere, delle invidie femminili, delle supposizioni e dei conforti maligni. [p. 242 modifica]

— Fortunate quelle Velèna, non è vero? Trovavano i mariti — e che mariti! — come altre ragazze potevano rinvenire un chiodo! Chi avrebbe creduto che Caterina sposasse Rosa? Ma, già, si sapeva; Rosa era predestinato a rimanere in quella casa. Caterina? una bambina; ieri aveva ancora le vesti corte.

— Ma che! Ha ventidue anni.

— Non è vero, ne ha diciassette....

— È così alta!

— Non importa; è giovanissima.

— Dopo tutto è una sciocchina. Anche lui, Rosa, non ritenetelo un giovane serio....

— Forse è un pasticcio combinato dai grandi; non posso credere si sposino per amore.

— No, si vede, sono innamoratissimi.

— È ricco, è molto ricco Gonario; scommetto che è il più ricco giovine di Orolà.

— Dopo tutto cosa ce ne imporla? Buona fortuna non è vero?

Poi si sparse la voce che Sebastiano, scontento per questo matrimonio, si era allontanato da casa sua. [p. 243 modifica]

Molti spiriti gentili ne provarono una ineffabile contentezza.

— Vedrete che il matrimonio non si farà. È una testa dura Sebastiano Velèna.

— È un matto. Chi dunque pretende? chiedevano altri, pur simpatizzando segretamente per Sebastiano, solo perchè egli dava pretesto a sperare che Gonario Rosa non impalmerebbe Caterina.

L’affare intanto veniva esagerato, con certi orribili particolari.

— Sebastiano è stato scacciato di casa, perchè ha minacciato, col revolver in mano, di uccider la sorella....

— No, di uccider Gonario Rosa.

— Perchè mai?

— L’affare è così. Sebastiano voleva che Rosa gli firmasse una cambiale. Rosa ha rifiutato. Da ciò l’odio.

— Sono sciocchezze queste; non ci credo.

— A tuo piacere, ma è così. Intanto vedrai che accadrà qualche scandalo grosso.

— Dov’è Sebastiano?

— In continente, ov’è la sorella. [p. 244 modifica]



Sebastiano invece era lassù, nella vecchia chiesa ridotta a casamento, sull’orlo del bosco d’elci e di cerri, ove una schiera di carbonai continentali riduceva in carbone gli avanzi degli alberi scorzati.

Da tre mesi Sebastiano non si era mosso di là.

Il salto pigliava il nome della vecchia chiesa di S. Giacomo che Paolo Velèna aveva acquistato insieme ai boschi.

Il paesaggio era malinconico e solenne; un vastissimo altipiano incolto, chiuso da linee di boschi che l’inverno aveva resi neri e tristi.

La chiesa era stata comprata da Paolo in uno stato di completa rovina, senza tetto, invasa dai roveti e dall’edera. Ma l’interno, preservato dalla grossa volta, si conservava ancora bene; quindi Paolo aveva speso poco per rifare il tetto di tegole, e suddividere l’unica lunga navata in quattro ampie stanze. [p. 245 modifica]

Un bizzarro locale. San Giacomo era diversa da tutte le chiese di campagna sarde. Non teneva adossate le solite stanze dette cumbissias, ove i fedeli dimorano durante il tempo della novena. Solo due piccole segrestie e un loggiato ad archi dalla parte del nord. Non aveva campanile, e la facciata stendeva appena una punta bizantina al disopra del tetto. Sulla facciata si osservavano striscie di mosaico di rozza fattura.

Nell’interno, oramai nulla più ricordava il luogo sacro.

Due stanze servivano a Paolo nelle lunghe dimore che faceva lassù.

Nelle altre c’era la dispensa, cioè la provvista dei viveri, delle bibite e di tutto il necessario che potesse occorrere agli operai.

La dispensa era un’altra speculazione, perchè si guadagnava su ogni cosa, facendola pagare quasi al doppio agli operai che necessariamente eran costretti a fornirsi di viveri là sul luogo del lavoro.

Essi, poi, i docili e buoni scorzini e carbonai, quasi tutti toscani, nelle ore di riposo si [p. 246 modifica]ritiravano nelle due segrestie, indipendenti dalla chiesa, ed in altre capanne costrutte per l’occasione.

Sebastiano arrivò di notte a S. Giacomo.

Fu ricevuto dal signor Francesco, l’intendente di Paolo Velèna.

Il signor Francesco — lo chiamavano tutti così e pochi sapevano il suo cognome, — uomo energico e fidatissimo serviva Paolo da più di vent’anni. Era venuto anch’egli semplice carbonaio, ma lentamente si era elevato sino al grado supremo d’intendente delle lavorazioni di Paolo Velèna, che lo stimava, lo teneva quasi come un amico, e si fidava completamente in lui. Ora si diceva che il signor Francesco avesse molti denari e che fra poco sarebbe diventato anch’egli impresario e speculatore. Con Sebastiano si conoscevano da molti anni. Il signor Francesco conosceva tutte le idee e le opinioni di Sebastiano, quindi si meravigliò altamente nel vederlo a S. Giacomo, ma non disse nulla. Era un uomo taciturno, secco, alto, calvo, e sopratutto prudente.

Sebastiano non volle spiegargli la sua [p. 247 modifica]presenza; solo quando l’intendente gli disse, l’indomani, con serietà:

— I registri, i libri son quà... — rispose, come uscendo da un sogno:

— Lasciate, non son venuto per questo.

— Perchè dunque è venuto? — si domandò il signor Francesco. Non fece però apertamente alcuna osservazione.

Però in fondo era tormentato dalla novità della cosa. La presenza di Sebastiano l’imbarazzava, tanto più che non riusciva a spiegarsela, come non capiva il contegno del giovine. Sebastiano pareva intontito o per lo meno indifferente. Non parlava, non rideva, non diceva perchè era venuto. A momenti cadeva in una specie di stupore profondo e se l’intendente l’interrogava, rispondeva con degli — ah, sì! — che avrebbero offeso un altr’uomo diverso dal signor Francesco.

Sulle prime Sebastiano si era vivamente preoccupato per il suo cavallo, ma trovatogli del pascolo, dei foraggi, ed anche una capanna, era caduto nell’atonia che sbalordiva e disorientava l’intendente. [p. 248 modifica]

Fecero insieme un giro per il bosco, visitarono i forni già accesi del carbone e quelli che si stavano componendo, perlustrarono tutte le località.

Il signor Francesco fece conoscere a Sebastiano tutti gli operai, gli spiegò tutto l’andamento della lavorazione, e lo costrinse a frugare nei registri e nelle bollette.

Ma Sebastiano non si commosse. Dopo la seconda visita ai forni, si rinchiuse nella stanza assegnatagli, ch’era quella ove soleva dormire suo padre, — mentre nell’altra regnava l’intendente, — e si mise a scrivere.

— Perchè diamine sarà venuto? — ripeteva fra sè il bravo signor Francesco. Un’idea lo turbava sin dal primo giorno della venuta di Sebastiano, idea suscitata dal mistero con cui il giovane si circondava.

— Sta a vedere, — pensava segretamente il signor Francesco, — sta a vedere che il figlio del signor Paolo abbia fatto qualche pazzia. Chi sa? Sono così bollenti questi sardi! Il signor Paolo non sembra neppure di questa razza, ma i suoi figliuoli!... Ci vuol [p. 249 modifica]nulla del resto, quando si è giovani. Chi sa, chi sa!

Infine l’idea era che Sebastiano avesse commesso qualche cosa di irregolare e che ora fosse latitante. Tutto il contegno suo avvalorava il dubbio. Aveva pregato l’intendente di non dir a nessuno ch’egli trovavasi là, e di non disturbarlo punto, caso mai passasse per S. Giacomo qualche cittadino di Orolà. Non voleva esser veduto.

E il dubbio del signor Francesco cominciava a diventare tormentoso allorchè arrivò Paolo Velèna, che fra le altre notizie si degnò partecipargli come e qualmente la sua piccola Caterina si fosse fidanzata all’avvocato Rosa.

Sebastiano era presente, e il signor Francesco non si accorse che questa partecipazione era diretta più ad altri che a lui. — Paolo si ritirò col figlio e ragionarono a lungo in segreto.

L’intendente non era curioso, e d’altronde peccava un pochino di sordità; quindi non intese nulla; ma ad un tratto le voci del padre e del figlio s’alzarono, diventando concitate e [p. 250 modifica]veementi. E il signor Francesco intese benissimo che Paolo Velèna dava dell’imbecille, del matto e dello stupido a Sebastiano.

— Io non posso, non posso! — diceva costui. — È inutile che mi tormentiate.

Poi le voci si abbassarono di nuovo, e l’intendente non udì più nulla. Egli, si è già detto, era un po’ sordo; sull’uscio che metteva in comunicazione le due vastissime stanze c’era inoltre, a mo’ di portiera, una stuoia che impediva la penetrazione dei rumori dall’un ambiente all’altro.

Ma siccome il signor Francesco non era uno stupido, s’accorse che qualche cosa di grave passava nell’aria, perchè nel rivedere i suoi padroni, — come li chiamava rispettosamente, — trovò le loro fisionomie gravi e commosse. E il suo dubbio diventava quasi certezza, allorchè Paolo Velèna gli spiegò plausibilmente la presenza di Sebastiano a S. Giacomo.

I salti ove gli speculatori sardi, — e il più delle volte non sardi, — fanno le lavorazioni, vengono poi abbandonati in tal modo che non [p. 251 modifica]producono più neppure il tanto da pagare la fondiaria. È vero che il più delle volte sono terreni aridi, dirupati, e non servono che per seminagioni o per pascolo di capre. Un salto sfruttato, che può esser costato ventimila lire, in ultimo ha il valore di cento scudi e anche di meno.

Il territorio di San Giacomo era però un luogo fertile e piano, relativamente caldo perchè riparato dalle montagne che chiudevano, subito dopo il bosco, l’altipiano. E da queste montagne calavano acque abbondanti, ruscelli che in inverno ingrossavano gli affluenti del Cedrino, e in estate s’impaludavano, rendendo l’aria un po’ pericolosa, ma fecondando la terra.

Ora la lavorazione di S. Giacomo era presto terminata, ma Paolo Velèna non intendeva punto di rivendere il salto o di abbandonarlo. Voleva farne un podere, — vigna, orti, frutteto, seminagioni e pascoli, — e Sebastiano era venuto per studiare la cosa.

Il signor Francesco ne restò soddisfatto e si diede dello sciocco ripensando alla sua idea di Sebastiano... bandito! [p. 252 modifica]



Allora quella specie di stupore che fino a quel giorno aveva cambiato la fisonomia di Sebastiano sparve come per incanto. Era partito di casa sua senza saper dove andare, con la morte nell’anima, senza scopo, senza meta. E lassù ritrovava il sogno più intenso di tutta la sua vita. Suo padre gli dava una terra vergine, una casa, una somma per pagare le braccia necessarie onde realizzare il sogno.

Ecco che ora Sebastiano, nel fiore della sua gioventù e delle sue forze, poteva cominciare l’opera sua, con la speranza di vederla completa prima di morire. Allora egli aveva ventisette anni; intimamente era quasi ancora un fanciullo, tanto pura era stata sempre la sua vita; ma la ferrea energia dei suoi nervi e dei suoi muscoli, la gagliarda salute del suo sangue, completavano in lui ciò che l’esperienza e le passioni non gli avevano ancora dato. [p. 253 modifica]

Sulle prime provò una gioia forte, quasi febbrile; gli sembrò che ogni nuvola si diradasse dal suo orizzonte, e credette dimenticare ogni cosa: Anna, le sorelle, i fratelli, la mamma e gli amici, Gonario Rosa e la casa paterna. Neppure per un minuto dubitò di sè e tutto gli parve facile. La sua visione, fino allora basata nel vuoto, gli si profilò davanti, nitida, grande, chiara e luminosa.

Esplorò tutto il salto, angolo per angolo, tastando la terra, esaminando l’acqua e l’aria. A destra del confine del vasto territorio, verso il villaggio, vide una china incolta, piena di olivastri, lentischi e peri selvatici.

— La compreremo! — pensò, ritto nel bel mezzo di un roveto. Cadeva la sera, una di quelle strane sere d’inverno quando il vento spazza le nuvole violette e il cielo sembra insolitamente alto e limpido, — di una purezza d’acqua.

Sebastiano vide già un giovine e rigoglioso uliveto fremere giù per la china, e vide il frantoio spremere quella limpida ricchezza che è l’olio d’oliva. [p. 254 modifica]

Poi al ritorno, nella luce di un violetto dorato che illuminava i pochi elci della radura, avanzo del taglio, Sebastiano sognò la vigna coi lunghi filari di ciliegi nei larghi viali arenosi, e un bosco di mandorli allineati e sottili. Vide gli orti vicini al ruscello, le cascine, i pascoli; i grani biondeggianti intorno alle vigne....

Giammai dimenticò quella sera.

Le accette dei carbonai picchiavano sui tronchi; qualcuno cantava malinconicamente, e l’eco della sera ripeteva le voci vibranti nella solitudine.

Sebastiano si fermò vicino ai forni sotterrati del carbone, e parlò a lungo con gli operai che lo salutavano rispettosamente.

Più in là incontrò i carradori venuti dalla città per caricare il carbone e recarlo alla spiaggia, donde poi Paolo Velèna lo faceva spedire a Livorno. Sebastiano domandò notizie di casa sua. Uno dei carradori gli recava una lettera e un carro di roba. Aveva veduto la signora Maria; era sana, e così pure tutto il resto della famiglia. [p. 255 modifica]

— Ritorna presto, lei? — domandò.

— Eh, non so, rispose Sebastiano. — Anche dopo finito tutto, io resto qui perchè comincieremo a costrurre il muro intorno al salto.

— Ne faremo una tanca?

— Sì, una tanca.

Prima di rientrare Sebastiano fermossi davanti alla casa bizzarra. Il giovinotto che faceva i servigi al signor Francesco, servendo nello stesso tempo da cuoco, da domestico e da dispensiere, gli passò accanto dicendogli con rispetto:

— Buona sera. È arrivata la sua roba.

— Vengo subito, Marco.

Invece restò un poco a sognare, fermo sulla spianata che circondava la casa. Era quasi notte, ma la falce d’oro della luna nuova cadente al di là dei boschi umidi, illuminava, fondendo la sua luce con la luminosità dell’ ultimo crepuscolo, i mosaici della facciata.

Sebastiano completò la sua visione; vide la chiesa di San Giacomo trasformarsi in una vera casa, e pensò con tenerezza a sua madre che forse, dopo che tutti i suoi figli avrebbero [p. 256 modifica]preso ciascuno la sua via, sarebbe venuta lassù per finire i suoi dolcissimi giorni.

E rientrò. Durante tutta la sera, come sempre, egli aveva pensato anche ad Anna. Non poteva assolutamente scacciarla dal suo pensiero; essa ne formava lo sfondo e restava anche se altre idee lo dominavano: ma quel giorno la sua figura diventava scialba, indefinita, tanto che Sebastiano credeva l’avrebbe presto dimenticata nella sua nuova realtà. Non si disperava più pensando alla sua lontananza, alla loro completa separazione; e, dissolvendosi la sua passione per lei, Sebastiano sentiva svanire anche un po’ il rancore per Gonario.

Non si accorgeva che tutto questo era effetto del suo nuovo sogno; il minimo urto poteva squarciare il velo luminoso che gli copriva l’anima.

Infatti appena vide la roba mandatagli da casa sua, vesti, biancheria, giornali, viveri, due sedie, un guanciale, e infine tutto ciò ch’egli stesso aveva raccomandato al padre di mandargli, sentì tutto il sangue salirgli al cuore, al cervello, e tutte le sensazioni [p. 257 modifica]dimenticate gli tornarono tormentose in un solo momento.

E fu riafferrato dalla tristezza; dalla tristezza cupa e struggente dei primi giorni. I fratelli e le sorelle, e i genitori, ed ogni angolo della sua casa, di cui gli oggetti portati lassù gli recavano come un profumo, una voce muta e affascinante, tornarono in lui vivissimi, parlanti. Lo prese una grande tenerezza per Nennele, una smania di rivederlo, di abbracciarselo tutto quanto, di chiacchierare e ridere con lui. La nostalgia delle abitudini interrotte, dalle cose lasciate per sempre, lo invase sottilmente, come un filtro deleterio, e il passato schiacciò il presente e l’avvenire, come questi, poche ore prima, vincevano il passato.

Concitatamente mise in ordine ogni cosa. La stanza — che nello stesso tempo funzionava da camera e da ufficio — era vasta, piena di polvere, disordinata. Si vedeva bene che nessuna mano femminile aveva sfiorato mai quelle pareti bianche, di cui una conservava ancora un cornicione da chiesa, quei mobili da campagna, più che modesti. [p. 258 modifica]

C’erano due finestre; una piccola e recente, di legno non ancor verniciato, senza vetri; si apriva solo nelle buone giornate o per cambiar aria. L’altra era il finestrone semi-ovale della chiesa, in alto, sotto il cornicione, ristorato e munito di vetri. La luce così pioveva dall’alto, e in quell’ora penetrava un raggio triste di luna al tramonto, descrivendo una curva di albore giallastro intorno al finestrone, ove non arrivava la scarsa illuminazione della lampada di Sebastiano.

Soprafatto dalla tristezza, il giovine gettò il guanciale sul letto, dopo aver rimesso qua e là la sua roba, e si coricò, aspettando il ritorno dell’intendente.

E si mise a leggere i giornali, ma per quanti sforzi facesse, non potè interessarsi alla lettura di fatti che non lo riguardavano.

Sentiva quell’acuto e intenso egoismo, derivante da una gran gioia o da una gran sofferenza, per cui ci pare che tutto il mondo si compendi in noi, solo in noi, dentro di noi, nei casi e nelle cose che originano la tensione del nostro cervello, dei nostri nervi. [p. 259 modifica]

Mentre leggeva importantissimi dispacci politici, il suo cuore singhiozzava: Io tornerò! Io tornerò! Cosa faccio qui, solo, in questo deserto?

Poi, mentre leggeva un violento articolo di fondo contro il Ministero, pensava alle gravi conseguenze che avrebbe portate in casa sua la sua assenza.

Aveva pensato sovente a ciò; ma giammai così intensamente come in quell’ora.

— Ritornerò! Ritornerò!

Cosa importava il suo sogno, la realtà delle visioni vedute così nitidamente quella sera? E poi? E poi? Cosa importava, se il pernio della sua esistenza era rotto, se nulla poteva compensargli le dolcezze e i dolori provati? Se sarebbe stato solo a godere il suo bene, il suo sogno? Anna!

Egli sarebbe ritornato; doveva, voleva farsi amare da lei. Senza di lei non poteva far nulla. Colle sue piccole mani sottili ella infrangeva ad uno ad uno tutti i nervi, tutti i muscoli di Sebastiano. Egli sentiva incurvarsi la sua alta persona di ferro, e chi l’aveva allontanato [p. 260 modifica]dalla sua casa e dal suo dovere lo riattirava irresistibilmente.



Eppure, per molti e molti giorni, quel secondo io, che sdoppiava Sebastiano, lottò accanitamente contro la nostalgia, contro la passione, contro le disperazioni e le smanie prepotenti del ritorno. L’idea di passar per ridicolo, per matto; il puntiglio, il pensiero di dover abbandonare il suo sogno appena raggiunto, e di sentirsi dire da suo padre: — come? ti sei spaventato? — lo legavano, lo rattenevano.

Sopratutto l’ultimo dubbio.

Durante il giorno, in quelle corte giornate cupe, piene di vento, di freddo, di fango, ma animate dall’opera assidua dei carbonai e dei carradori che circondavano Sebastiano come tante figure nere di un triste sogno, egli tentennava così, tra i puntigli e la passione; ma arrivata la sera, con la pesante malinconia dei crepuscoli nuvolosi d’inverno, col gran silenzio di quella immensa solitudine desolata, [p. 261 modifica]egli sentiva quasi voglia di piangere e il suo cuore diceva: Domani ritornerò!

Era proprio deciso, allorchè una di queste sere appunto, agli ultimi di marzo, ricevette una letterina di Anna che gli diceva press’a poco così: Caterina si sposerà verso il settembre, se non prima. Angela verrà per le nozze e poi mi porterà via con sè... forse per sempre!

L’indomani Sebastiano salì a cavallo e andò al villaggio per cercare gli uomini che dovevano far il primo muro di cinta della tenuta di S. Giacomo. Si recò anche dal padrone del bosco di olivastri, confinante col salto, per far le pratiche onde acquistare il bosco.

Il viso di Sebastiano era pallido, col profilo un po’ contratto; ma una grande energia si leggeva oramai nel suo sguardo duro, severissimo. Egli non sarebbe più ritornato!



In quel carnevale le signorine Velèna si divertirono assai. Andavano ai balli del circolo e ai balli del sotto-prefetto. Gli ufficiali [p. 262 modifica]facevano la corte a Lucia, ad Anna ed anche a Caterina. Gonario era geloso; e una sera fu per sfidare a duello un tenente che corteggiava la sua bella fidanzata. Caterina, gelosa anch’essa, piangeva, diceva di voler mandar via Gonario, e di odiarlo; ogni momento avvenivano delle scene. Ma poi i due fidanzati si rappacificavano, adorandosi più che mai.

Egli si recava ogni giorno in casa Velèna; spesso capitava anche di mattina, e dimenticava d’andarsene. Cesario s’infastidiva e pretendeva che le nozze si facessero presto. La presenza di Gonario, come fidanzato, l’urtava stranamente. Lo conosceva così a fondo che gli pareva impossibile vederlo avviato verso il matrimonio. Era certo che andando avanti di questo passo i fidanzati avrebbero finito con l’odiarsi per eccesso d’amore; bisognava privarli di vedersi spesso o farli sposare presto.

Incalzata dalle seccanti osservazioni di Cesario, la signora Maria cercò di far capire a Gonario che diminuisse le sue visite o affrettasse il matrimonio. Egli non chiedeva di meglio; avrebbe voluto sposarsi subito, lo stesso [p. 263 modifica]giorno. Si fissarono le nozze per i primi di settembre; il tempo necessario per la confezione del corredo di Caterina, e per tante altre piccole cose.

— Si sposano in settembre, ai primi di settembre, — disse una sera Lucia ad Anna.

Stavano nell’orto, appoggiate al muro, nel tiepido pomeriggio di marzo, guardando Nennele che giocava con altri bimbi nella china, ove l’erba rinasceva. Dacchè Caterina non aveva altre cure, altri sorrisi e altri pensieri che per Gonario, Anna, sentendosi sola e triste, s’era avvicinata a Lucia, con la quale non aveva avuto mai molta confidenza. E Lucia, che forse l’aspettava, l’aveva accolta affettuosamente. In pochi giorni si compresero, come non s’erano capite in lunghi anni, e Caterina, che voleva tutto per sè, s’ingelosì della loro amicizia. Non si lamentò perchè capì che la colpa era tutta sua se Anna le si allontanava.

— Che pasticcio, che pasticcio! — continuò Lucia, a voce bassa, ficcando i gomiti fra le pietre del muro e stringendosi la testa fra le mani. [p. 264 modifica]

— Sì, — rispose Anna, — io credevo che stessero fidanzati almeno uno o due anni. — E così ragazzina tua sorella!

E rise, all’idea di Caterina padrona di casa, Caterina che giocava ancora con Nennele, che piangeva per cose da nulla. Poi esclamò:

— Ma è proprio vero? Chi te l’ha detto?

— Mamma. È venuto il padre di Gonario, non l’hai veduta stamane?

— Sì. È venuto per ciò?

— Sì. E hanno deciso così.

— Ma possibile, e tua madre ha acconsentito? — esclamò Anna, sempre meravigliata. Poi, procurando di mostrarsi indifferente, disse: — chi sa che in questi sei mesi Caterina impari qualche cosa. Egli è abbastanza ricco per circondarla di serve, ma questo non basta, in una casa tanto grande, tanto sola. Le serve comanderanno; lei obbedirà, come ora obbediscono Gonario e suo padre....

— Ah, ah, tu non sai! — esclamò Lucia con una risatina amara.

— Nennele! gridò poi, — metti giù quella pietra! Ma... dico, vuoi sentirmi? Nennele, non [p. 265 modifica]farmi perdere la pazienza, accidempoli! Non vedi che ti rovini la vestina? Nennele! Chiamo la mamma?....

Nennele lasciò rotolare la pietra; solo allora Lucia potè ripigliare il discorso con Anna.

— Eh, dunque! — disse con amarezza e con sarcasmo. — Caterina non ha punto bisogno di far da padrona di casa! Restano qui, capisci?...

— Restano qui! — gridò Anna, colpita. Le parve d’impallidire, ma fece uno sforzo supremo per non tradirsi.

— Dispiace anche a te, non è vero? E a chi non dispiace? Ma già, essa è stata sempre la prediletta! Restano qui, qui.... Tanto Sebastiano non ritornerà.... E così avremo due avvocati in casa; che altro ci occorre?

Lucia non potè e non volle dir di più; ma Anna vide due lagrime brillare nei grandi occhi oscuri, e intuì tutta l’amarezza della cugina: ma non le parve meno acuto il suo terrore e il suo dispiacere.

No, era troppo, era troppo! Perchè Dio era cosi implacabile? Ella sperava, aveva sperato [p. 266 modifica]fino allora, che col matrimonio di Caterina sarebbe cessato un po’ del martirio che la opprimeva. Almeno non avrebbe più veduto Gonario a tutte le ore, non sarebbe fuggita più come colta da vertigine, allorchè sorprendeva i fidanzati a guardarsi con l’anima negli occhi; quando egli prodigava a Caterina tutte quelle moine delicate, quelle attenzioni e quelle cure che sono le dimostrazioni più sottili ed evidenti di un grande amore. Aveva anche sperato che dopo le nozze Sebastiano sarebbe ritornato. Ella vedeva e sentiva quanto vuoto egli aveva lasciato in casa sua.

Molte cose s’erano spostate, molti disordini accadevano. La presenza brillante di Gonario non bastava a riempire il vuoto lasciato da Sebastiano.

E Anna intuiva anche la tristezza nascosta di Maria Fara per la lontananza del figlio e per i disordini che quest’assenza causava. Ora, restando Gonario in casa, Sebastiano non sarebbe ritornato mai più. A parte tutto il resto che scandalo non era questo? Ella si considerava la causa di tutto, e si sentiva [p. 267 modifica]mortalmente triste. L’idea che Caterina si sposasse presto, sulle prime le aveva dato una specie di sollievo, ma ora la struggeva.

No, Sebastiano non sarebbe ritornato; e neppur lei poteva restare. Dove, dove sarebbe andata?

— E Cesario cosa dice? — domandò a Lucia.

— Eh, lui se ne importa. Non lo sai com’è fatto? Non si cura di queste miserie, benchè sia stato lui a consigliare che si sposassero presto. La presenza di Gonario, ora, gli dà un po’ di fastidio, ma poi gli diventerà indifferente.... come tutte le altre cose....

— E tu non ti opporrai?

— Io? Dio me ne liberi! Giacchè tutti gli altri sono contenti? Mia madre è sicura che Sebastiano non tornerà.... sai bene.... resta a S. Giacomo per far coltivare il salto.... eppoi! Senti, il secreto è questo. Giovanni Rosa vuole che Gonario metta su casa da sè; mia madre sa che Caterina.... basta, Caterina vuol restare qui, a qualunque costo. Mio padre è contento, tutti son contenti. Io.... io non so nulla, non [p. 268 modifica]dico nulla, ma prevedo brutte cose. Me ne lavo le mani. E tu?

— Ah, io? — esclamò Anna ridendo di mala voglia, — Io sono contentissima.

Ma quando fu sola si appartò nell’angolo più remoto dell’orto e restò lung’ora appoggiata al muro, col viso immobile, gli occhi perduti in una triste visione.

Due settimane prima era andata al suo villaggio per tenere a battesimo la piccina di una sua parente. Ospitata benevolmente dai suoi parenti, aveva per qualche giorno trascorso una vita bizzarra e semplice; le era parso di tuffarsi in un’onda ristoratrice di oblio e di pace. I giovinotti la corteggiavano, le donne l’accarezzavano, portandola di casa in casa, nelle campagne, negli ovili, costringendola a divertirsi e dimenticare.

— Si, — disse a sè stessa, una sera, è stato tutto un sogno! — E le sembrò di aver completamente dimenticato Gonario Rosa, il primo, l’unico, il tormentoso suo sogno. Le parve che ridiscendendo nella città, con le vesti ancora pregne dei profumi agresti delle sue [p. 269 modifica]campagne i cui mandorli e i biancospini erano già in piena fioritura, avrebbe creduto di scendervi la prima volta. Avrebbe riveduto Gonario con indifferenza, forse lo avrebbe amato come un fratello, come amava i suoi cugini. Il viso bronzino del giovine, che spiccava fra tutti gli altri con la sua originale bellezza, non l’avrebbe più fatta fremere. No, ella non l’avrebbe più guardato col sorriso sulle labbra e la paura negli occhi.

Era quasi sicura di sè, allorchè la mattina della cerimonia provò una strana impressione. Al ritorno dalla chiesa, secondo l’uso del villaggio, si fece colazione nella camera ove era nata la bambina. La giovane madre si rimise a letto; vestita dalla vita in su col suo corsetto di velluto fiammante, stava seduta sul gran letto di legno, appoggiata ai guanciali di percalle, con la bambina coricata al fianco. La mensa era imbandita accanto al letto, così che la puerpera prendeva parte al pasto. Erano invitati i più prossimi parenti, e alla fine della colazione doveva giungere un pastore con un porchetto che la comare regalava ritualmente alla madrina. [p. 270 modifica]

Tutto questo divertiva Anna in sommo grado; ella rideva, col volto sfavillante di gioia, e pensava già al piacere di raccontar queste cose bizzarre a Caterina, ad Antonino e a Nennele.

Sì; ella era guarita dal male della melanconia, e mai aveva riso con tanta sincerità.

Dopo un’ora, com’era stabilito, arrivò il pastore; un giovinotto vestito accuratamente per l’occasione.

Egli depose sulla tavola un largo canestro di asfodello dove, su un letto di molli frondi di mirto, rosseggiava il porchetto della comare; e disse delle frasi d’occasione.

Ma Anna non udì nulla. Quasi un fantasma le fosse apparso improvvisamente, ella guardava con gli occhi sbarrati il giovine pastore. Un’angoscia profonda seguì la gioja di poco prima; ed Anna sentì con umiliazione e con terrore che non dimenticava. Il suo mondo interno non mutava: gli avvenimenti esterni potevano per un momento velarlo; ma il minimo urto bastava poi a diradar ogni nebbia.

Era una cosa semplicissima e dolorosa, uno [p. 271 modifica]di quei fatti singolari che pur accadono spesso.

Il volto del giovine pastore si rassomigliava perfettamente a quello di Gonario Rosa!

— Me ne andrò anch’io, come Sebastiano, — pensò Anna staccandosi dal muro, dopo aver ricordato, rabbrividendo ancora di umiliazione e di rancore contro la sua impotenza, l’impressione provata quel giorno.

E la lontananza le arrise come una grand’iride di pace e di speranza. Attraversò tutto l’orto. Al di là del muro i bambini giocavano ancora; attraverso la siepe le loro grida e le loro risate allegre giungevano fino ad Anna.

Ella ricordò; ricordò i primi giorni dopo il suo arrivo, e rivide Sebastiano che con le forbici in mano minacciava di tagliar la punta del naso a Caterina.

E passò, con un sorriso su le labbra pallide, i cui angoli si ripiegavano pure con infinita tristezza.

Nel tiepido cielo di un azzurro slavato, [p. 272 modifica]diafano, viaggiavano insensibilmente due fila di nubi sparpagliate, bianchissime; parevano due grandi drappi di velo strappato, alitanti leggermente all’alta brezza che smoveva appena le cime dei mandorli. Avevano come un sorriso tenue di suprema dolcezza, e sembravano viaggiare verso un sogno lontano, che pur sapevano di non poter raggiungere. Nello spirito fine della pensierosa fanciulla si riflettevano tutte queste espressioni della natura e del cielo.

Molte volte ella attingeva dalla visione delle cose inanimate, tutto il coraggio, la forza, l’idealità che non poteva trovare nelle anime umane.

Così nella tristezza di quella sera le sembrò che gli alberi, il cielo, le nuvole, le trasparenze dell’orizzonte, sentissero i suoi pensieri e vi partecipassero. Senza dubbio il sentimento che ella dava alle nuvole viaggianti era il suo. Passando sotto i mandorli in fiore, respirando l’aria mite ove s’erano dispersi tanti suoi sogni, il suo cuore disse, pensando al giorno della partenza: addio! [p. 273 modifica]

E le sembrò che le ultime cime dei mandorli fioriti si curvassero al suo passaggio per salutarla, piovendo sulla sua testina, sulla sua treccia, sulla sua camicetta di lana oscura, una folata di piccole foglie bianche e di calici rossi, per dirle: addio!

Nel rientrare vide che c’era Gonario.

Caterina, muta per l’allegrezza, che trapelava però da ogni suo movimento, preparava il vassoio col servizio del caffè.

Gonario passeggiava attraverso la camera.

Pareva non desse attenzione a Caterina, che pur non sentendosi guardata metteva una grazia indescrivibile in ogni moto delle mani e della persona affaccendata. Gonario continuava ad andare e venire; ma con tutta la famigliarità che s’era presa, cantava l’aria del Riccardo III:

Avrai d’effluvi arabici
Il crine imbalsamato..

C’era tanta passione e sopratutto tanta intenzione nella sua voce, che Anna sentì il bisogno [p. 274 modifica]di far conoscere, poco dopo, mentre serviva il caffè, la decisione presa: di seguire Angela in continente, almeno per qualche tempo, dopo le nozze di Caterina. E lo scrisse anche a Sebastiano.



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