Le donne di buon umore/Atto II

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Atto II

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Atto I Atto III
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ATTO SECONDO.

SCENA PRIMA.

Camera.

Leonardo e Mariuccia.

Mariuccia. Venga, venga, signor Leonardo, che non ci è nessuno.

Leonardo. Non e’ è nessuno?

Mariuccia. Nessuno. Posso dir di esser sola. Ci è il vecchio, che non esce mai, ma come se non ci fosse; è sordo, e possiamo parlare con libertà.

Leonardo. Mia moglie non è stata qui?

Mariuccia. Sì signore, la signora Felicita ci è stata. Ma è andata a spasso colla mia padrona.

Leonardo. Quella donna mi vuol far perdere la pazienza.

Mariuccia. Per dire la verità, io non so come la sopportiate. Tutto il giorno in maschera; ogni sera al teatro, ogni notte al festino. [p. 232 modifica]

Leonardo. Ed io pover’uomo, all’alba in piedi. Tutto il giorno al negozio, e a un’ora di notte in letto.

Mariuccia. Volete che ve la dica? Siete un uomo di stucco.

Leonardo. Signora Mariuccia, vi prendete un poco troppo di libertà.

Mariuccia. Oh, io son una che parla schietto. Quando voglio bene a uno, parlo col cuore in bocca.

Leonardo. Che! Mi volete voi bene?

Mariuccia. Lo mettereste in dubbio? Se così non fosse, non lo direi.

Leonardo. Cara Mariuccia, vi ringrazio della bontà che avete per me; ma pensate che io sono cuiimogliato, e che voi siete ancora zitella.

Mariuccia. Eh! Non si può voler bene senza malizia. Non crediate già, che io lo dica per qualche cosa di male. Vi amo, come se foste mio padre; mi parete un buon uomo, e non so dire che cosa non farei per la vostra persona.

Leonardo. (Mi par di buon cuore. Se fosse così mia moglie,) felice me!) (da sè)

Mariuccia. (Non ci penso un fico di lui. Ma se posso, voglio) far disperare sua moglie), (da sè) Perchè non venite a ritrovarmi più spesso?

Leonardo. Ci verrei volentieri, ma ho delle faccende non poche; son solo in casa, e mi conviene tirar la carretta.

Mariuccia. E la moglie a spasso.

Leonardo. E la moglie a spasso.

Mariuccia. E spende, e giuoca, e butta via i danari miseramente.

Leonardo. E se io spendo un testone, grida, strepita, e mi salta agli occhi.

Mariuccia. In verità, non faccio per dire, ma siete un gran bernardone.

Leonardo. Ma voi mi strapazzate.

Mariuccia. Vi parlo così per amore. Quando voglio bene, non mi posso tenere.

Leonardo. Basta, vorrei che venisse questa cara mia moglie.

Mariuccia. Cosa vorreste da lei? [p. 233 modifica]

Leonardo. Vorrei, vorrei.... vi dirò. Siamo ora senza serva in casa, perchè con lei nessuna ci può stare più di otto giorni. Ieri la mia signora ha portate via le chiavi del burro, dell’armadio, della credenza, ed io per non far strepito sono andato a dormir senza cena. Questa mattina l’ho aspettata finora. Ho fame, e non ho un maledetto quattrino per provedere il bisogno.

Mariuccia. Povero mamalucco.

Leonardo. Ma non mi strapazzate.

Mariuccia. Niente, niente, aspettate. Finche ritorna la signora Felicita, volete che io vi faccia una buona zuppa?

Leonardo. Una zuppa!

Mariuccia. Sì, nel brodo di cappone; e con del buon parmi- giano sopra.

Leonardo. Non vorrei....

Mariuccia. Eh sciocco.

Leonardo. Ma voi sempre....

Mariuccia. Zitto, zitto, aspettate. Vado a ordinar la zuppa, e vi scalderete un poco lo stomaco. Vi hanno portate via le chiavi? Uh povero alocco! (parte)

Leonardo. E bella di costei, che non sa far altro che maltrat- tare. Ma non mi pare la cosa cotanto strana. Sono avvezzo da mia moglie a soffrir di peggio.

Mariuccia. (Ritorna con salvietta, tondo e posata) Fino che bolle il brodo, e che si bagna la zuppa, voglio preparare quel che bisogna per il mio caro signor Leonardo. Aiutatemi a tirar innanzi quel tavolino. (tutti due tirano il tavolino innanzi)

Leonardo. Ma se vien gente?

Mariuccia. Che importa?

Leonardo. C è il signor Luca?

Mariuccia. Ci è il sordo, ma non sa niente.

Leonardo. Non vorrei che dicesse....

Mariuccia. Ma siete il gran maccherone.

Leonardo. Grazie.

Mariuccia. Sedete, ch’ è qui la zuppa, (un sercitore porta la zuppa,) e Mariuccia lo fa sedere per forza. [p. 234 modifica]

Leonardo. (Che si ha da fare? Giacchè ci sono, non voglio) dire di no). (Ja sè)

Mariuccia. (Pagherei uno scudo, che venisse ora sua moglie). (da sè)

Leonardo. Farmi di sentir gente.

Mariuccia. State saldo: non abbiate soggezion di nessuno.

Leonardo. Ma non vorrei (vuole alzarsi)

Mariuccia. Fermatevi, Bertoldino, (lo fa sedere, e va a veder chi viene)

Leonardo. Mi farebbe venir la rabbia; ma mandiamola giù. (mangia)

Mariuccia. Sapete chi è?

Leonardo. Chi è?

Mariuccia. Il signor Battistino; l’amante della signora Pasquina, quel stolido, quel scimunito.

Leonardo. Mi dispiace. Non vorrei lo dicesse a mia moglie.

Mariuccia. E non volete ch’io vi tratti da babbuino?

Leonardo. Or ora....

Mariuccia. Eh mangiate.

SCENA II.

Battistino e detti.

Battistino. Si può venire?

Mariuccia. Venite. Ecco qui Cacaseimo.

Battistino. Oh! buon prò faccia a vossignoria, (vedendo Leonardo) che mangia.

Leonardo. Ecco qui; hanno voluto favorirmi per forza.

Battistino. (Mi fa venir l’acqua in bocca). Mi hanno detto che la mia Pasquina è venuta qui. È vero? (a Mariuccia)

Mariuccia. Sì, ci è stata. Era in compagnia di sua madre, e sono andate a spasso colla mia padrona.

Battistino. Saranno andate in piazza a veder Pulcinella, e ci voglio andare ancor io.

Mariuccia. Si andate, che vedrete il vostro ritratto.

Battistino. 11 mio ritratto? [p. 235 modifica]

Mariuccia. Sì, se volete vedere un bel zanni, guardatevi nello specchio.

Battistino. Eh! mi burla. (a Leonardo, con dispiacere)

Leonardo. Segno che vi vuol bene.

Battistino. Davvero? (a Mariuccia, con allegria)

Mariuccia. Sì certo; assaissimo.

Battistino. Se mi voleste bene, dareste anche a me da far colazione.

Mariuccia. Povero bambolino, mangiereste la pappa.

Leonardo. Amico, se volete favorire, siete padrone.

Battistino. Se mi date licenza. (a Mariuccia)

Mariuccia. Accomodatevi pure.

Battistino. Per quel che vedo, ci abbiamo poco da divertirci.

Leonardo. La zuppa era buona; me ne ho mangiato una buona porzione.

Mariuccia. Volete un po’ di stufato?

Battistino. Magari. Leonardo, lo non dirò di no.

Mariuccia. Subito ve Io porto. (Intanto spero che verrà la signora)

Felicita. Vuo’ far di tutto, perchè s’ingelosisca di me). (da aè, e parte)

SCENA III.

Leonardo, Battistino, poi Mariuccia che toma.

Battistino. Ma la gran buona donna, ch’ è Mariuccia!

Leonardo. Eh! non lo sapete? Le serve fanno così. Si fanno merito alle spalle de’ loro padroni; e se le padrone si diver- tono, anch’esse vogliono la conversazione.

Battistino. Non vorrei che venisse il signor Luca. E un uomo, che quando lo vedo, mi fa paura.

Leonardo. Lasciamo che ci pensi ella.

Mariuccia. (Con due tondi e posata) Eccomi qui collo stufatino.

Battistino. Oh caro!

Mariuccia. E qui ci sono quattro polpette. [p. 236 modifica]

Battistino. Oh buone!

Leonardo. Siete troppo cortese, la mia cara Mariuccia.

Mariuccia. Tutto per voi. (a Leonardo)

Leonardo. Per me? (mangia)

Mariuccia. Sì, per voi.

Battistino. E per me? (mangiando)

Mariuccia. Anche per voi.

Battistino. Mi vuol bene la Mariuccia. Non è egli vero?

Mariuccia. Sì certo: le marmotte mi piacciono infinitamente.

Battistino. Dice a voi. (a Leonardo)

Leonardo. Dice a voi. (a Battistino)

Mariuccia. Oh che siate indorati! dico a tutti due.

SCENA IV.

Luca e detti.

Luca. (Di dentro) Mariuccia.

Battistino. (Alzandosi con timore) Oh, il signor Luca.

Leonardo. (Alzandosi) Andiamo via.

Mariuccia. Eh fermatevi; non abbiate paura.

Luca. Mariuccia. (come sopra)

Leonardo. Rispondetegli almeno.

Mariuccia. E sordo; non ci sente.

Battistino. Potete andare, che mangeremo senza di voi. (a Mariuccia)

Mariuccia. Eccolo; non siamo a tempo.

Luca. Dove diavolo sarà costei? (escendo, cede li due che si cavano) il cappello) Veh, veh! Schiavo di lor signori. Ehi, chi sono costoro? (a Mariuccia)

Mariuccia. Non li conoscete? (non molto forte)

Luca. Che? (non intendendo)

Mariuccia. Non li conoscete? (più forte)

Luca. Non li conosco. (ponendosi gli occhiali)

Leonardo. Leonardo vostro servitore, (accostandosi a lui da una parte)

Luca. Che? (a Leonardo, non intendendolo) [p. 237 modifica]

Battistino. Il vostro servitor Battistino. (accostandosi a lui dall’altra parte)

Luca. Come? ■ (a Battistino, non intendendolo)

Leonardo. Vi prego scusarmi.

Luca. Cosa dite?

Leonardo. Vi domando scusa. (forte assai)

Luca. Cosa è questo strillar così forte? Sono qualche sordo?

Mariuccia. (chiamandola)

Mariuccia. Signore.

Luca. Non rispondi? Mariuccia.

Mariuccia. Signore. (più forte assai)

Luca. Chi li ha fatti venire?

Mariuccia. La signora Silvestra.

Luca. Chi?

Mariuccia. La vecchia. (forte)

Luca. Come?

Mariuccia. La vecchia, (più forte) Che ti venga la rabbia, mi vuol far sfiatare.

Luca. Siete amici di mia sorella?

Leonardo. Scusatemi, signore; sono venuto qui per cercar mia moglie, e per riverire le signore di casa. Sono tutte fuori, e frattanto che si aspettano, sono qui favorito.

Luca. Questa notte mi è calata in questa orecchia una flussione; da questa parte ci sento poco, favorite venir da quest’altra. (restando voltato verso Leonardo)

Leonardo. Già che siete da quella parte, fate voi, Battistino, le nostre scuse.

Battistino. Signore... vi dirò... Ci siamo presa la libertà... Per- ch’essendo venuti a ritrovare quelle persone che non abbiamo trovate...

Luca. Siete voi che parla? (a Leonardo)

Leonardo. Non signore, è quell’altro. (accennando Battistino)

Luca. Oh! l’avevo a tergo, e non me n’ero accorto.

Mariuccia. (Sono cose da crepar di ridere). (a Leonardo)

Leonardo. Permette, signore? (accennando di voler tornare al tavolino)

Luca. Vuole andar via? S’accomodi. (a Leonardo) [p. 238 modifica]

Battistino. Lo stufato si raffredda. (a Luca)

Luca. Parta pure con libertà (a Baltistino)

Leonardo. Ci goderemo quelle quattro polpette. (a Luca)

Luca. Se posso servirlo, mi comandi. (a Leonardo)

Battistino. Vado a finir di mangiare. (a Luca)

Luca. Mi faccia servitore a casa. (a Baltistino) (Leonardo e Batiistino tornano a sedere al tavolino, e a mangiare)

Luca. Mariuccia.

Mariuccia. Signore.

Luca. Ora che sono andati via, vorrei che tu mi dicessi, chi erano quei due. (si volta, e li vede a tavola, che mangiano) Oh bella davvero! Buon prò faccia a lor signori. Si divertine bene. (E un odor che consola). Giacche la roba mia se ne va così, se mangiano gli altri, vogho almeno mangiare anch’io. Un tondo e una posata ancora per me. (a Mariuccia)

Mariuccia. Subito, volentieri. (Ha ragione, per dirla; di quello) che in questa casa si scialacqua, la minor parte è la sua). (parte)

SCENA V.

Luca, Leonardo e Battistino.

Luca. Si contentano lor signori?

Leonardo. Padron.

Luca. Come? (a Leonardo)

Leonardo. Si accomodi.

Luca. Cosa dice?

Leonardo. (Non dico altro.)

Luca. Che ha detto? (a Battistino)

Battistino. Io non ho parlato. ( Viene un servitore, che porta tondo e posata al signor Luca, che mangia) cogli altri.

Luca. Di queste polpette preziose non me ne fanno mai. [p. 239 modifica]

SCENA VI.

Costanza, Felicita e Jetli.

Costanza. Buon prò a lor signori.

Felicita. Bravo, signor consorte. (o Leonardo)

Leonardo. Se non fossimo qui dove siamo, vi direi quello che meritate. Non vi basta di andare dove diavolo voi volete, mi portate via le chiavi ancora?

Felicita. Oh guardate che gran mancamento! Povero bambolino! La marna è andata via, e non gli ha lasciata la merendina.

Leonardo. Come! di sopra più mi burlale? (si alza e si avanza)

Costanza. Signora Felicita, così burlate il marito? Mi meraviglio di voi. Col marito si tace, e se gli porta rispetto. E un uomo finalmente, e cogli uomini non si parla così, e non si va tutto il giorno e tutta la notte a spasso; io gli dirò ogni cosa, io r informerò bene. Sentite, (a Leonardo) Andatevi a pulir il mento, che l’avete sporco di stufato. Ah, ah. (sorridendo)

Leonardo. (Va al tavolino a pulirsi la bocca colla salvietta.)

Felicita. Siete pure graziosa! (a Costanza, ridendo)

Costanza. Avete soggezione di lui? (a Felicita)

Felicita. Niente affatto. (a Costanza)

Leonardo. Questa vita non la voglio assolutamente. (a Felicita)

Costanza. Ha ragione; questa vita non può durare. Voi tutto il giorno a spasso, ed egli in casa a morir di mahnconia. Signora no, non va bene. Al consorte se gli dice così: marito, se mi diverto io, divertitevi ancora voi. Volete venire a spasso con me? Mascheratevi, e andiamo; quando venite meco, sono tutta contenta. Ma se vi piace di star in casa, stateci voi, che non ci voglio star io.

Leonardo. Brava, signora Costanza. Bel pensare da giovane saggia, da fanciulla civile!

Felicita. Eh, mio marito è buono. (ironicamente)

Costanza. Vostro marito è un uomaccino di garbo.

Felicita. Vedrete che questa sera verrà al festino ancor lui.

Costanza. Sicuro che ci verrà. E forse qualche persona ordinaria? [p. 240 modifica]

Felicita. Mi vuol bene Leonardo.

Costanza. E lo meritate.

Felicita. Non è così? (a Leonardo)

Costanza. Non è vero? (a Leonardo)

Leonardo. Siete due gran demoni, signore mie.

Felicita. Non avete niente che fare questa mattina?

Leonardo. Sì, pur troppo ho da fare. Andiamo a casa.

Felicita. Per ora io non ci vengo.

Costanza. Resta a desinare con me.

Felicita. Siete contento?

Costanza. Signora sì; è contentissimo.

Felicita. Grazie, signor consorte.

Costanza. Dategli le sue chiavi.

Felicita. Oh sì, ha ragione. Tenete. (gli dà le chiavi)

Costanza. Non state incomodo.

Felicita. Andate pure.

Costanza. Divertitevi bene.

Felicita. Si rivedremo stassera.

Leonardo. Vado via confuso, stordito, che non so dove mi abbia la testa.

SCENA VII.

Costanza, Felicita, Luca e Battistino.

Felicita. Mi avete fatto ridere veramente.

Costanza. Così si fa. Che serve cogli uomini gridare e taroccare? Con la buona grazia si fa più, e si arrischia meno.

Battistino. (Pasquina non è tornata con loro), (da sè) Signore mie, mi saprebbero dire di Pasquina?

Felicita. (Ecco quest’altro sciocco). (a Costanza)

Costanza. (Divertiamoci), (a Felicita) Come! non sapete niente di Pasquina?

Battistino. lo non so niente.

Costanza. Non sapete che cos’ha fatto?

Battistino. Povero me! Che cosa ha ella fatto? [p. 241 modifica]

Costanza. Ditegli voi quel ch’ è succeduto. (a Felicita)

Felicita. Io? (Che cosa volete che dica?) (piano a Costanza)

Costanza. (Inventiamo qualche cosa per farlo disperare). (piano a Felicita)

Luca. Ora che ho mangiato, mi viene un poco di sonno. (si appoggia al tavolino, e si addormenta)

Battistino. Signore mie, per carità, non mi tenete in pena.

Costanza. Povero Battistino!

Battistino. Ma via, cos’ è stato?

Costanza. Pasquina è fatta la sposa.

Battistino. Con chi?

Costanza. Col capitano Faloppa?

Battistino. E chi è costui?

Costanza. Felicita lo conosce; domandatelo a lei.

Felicita. Sì, è quello ch’ è venuto dall’Indie con un carico di pappagalli.

Battistino. Sapete dove stia di casa?

Felicita. In Venezia.

Battistino. Ma dove?

Felicita. Là giù ai confini del canal regio, sul margine della laguna.

Battistino. Così lontano?

Costanza. Così lontano.

Battistino. Cospetto! Dove sarà Pasquina?

Costanza. Eh, sarà collo sposo.

Battistino. Vado subito....

Felicita. Dove andate?

Battistino. Voglio che me la paghi.

Costanza. E chi?

Battistino. Il capitano Faloppa.

Felicita. Fermatevi, (lo trattengono in due, ed egli fa sforzi per andare)

Battistino. No certo.

Costanza. È troppo lontano.

Battistino. Non importa.

Costanza. Sentite.

Felicita. Tenetelo. [p. 242 modifica]

Battistino. Non mi terrebbero le catene, (fugge di mano alle due) donne, e nelV andarsene impetuosamente, urta nel tavolino, lo rovescia, ed il signor Luca cade per terra. Battistino parte.

Luca. Cos’ è stato? (per terra)

Costanza. Signor padre. (aiutandolo)

Luca. Ahi. (alzandosi)

Costanza. Si è fatto male?

Luca. Che?

Costanza. Gli duole in nessuna parte?

Luca. Mi ero un poco addormentato, e non so come sia caduto. Lo sapete voi come sia caduto?

Costanza. Non so niente.

Luca. Che dite?

Felicita. Sarà stato il gatto. (forte assai)

Luca. Il gatto? Che ti venga la peste. Che non vada a man- giar lo stufato. Chi è questa? (a Costanza)

Felicita. Non mi conoscete?

Luca. Che?^

Costanza. E la signora Felicita.

Luca. Sia maledetto quel gatto. Era tanto che non mi tormentava la sciatica: pare ora che mi si sia risvegliata. Cosa dite? (a Costanza)

Costanza. Non dico niente. (sorridendo)

Luca. Cosa e’ è? (a Felicita)

Felicita. Non parlo.

Luca. Ridete eh, frasconcelle? Si burlano i poveri vecchi. Mi duole, e ancora mi burlano. Eh, se vivesse tua madre, mi anderebbe subito a fare un bagno. Pazienza. Insolente, non star a cor- bellare tuo padre, (adirato, a Costanza che sorride) Cosa dite? (a Felicita, che non parla)

Felicita. Ma se non pado.

Luca. Guardate che bella grazia! Ancora voi verrete vecchie, se non creperete presto. Gli uomini, ancorchè vecchi, si stimano qualche cosa: ma voi altre donne, quando siete vecchie, siete solo buone da far teriaca. (parte zoppicando) [p. 243 modifica]

SCENA VIII.

Felicita, Costanza, poi Mariuccia,

Felicita. Ditegli qualche cosa.

Costanza. Che volete che io gli dica? È mio padre.

Felicita. Questi vecchi vogliono sempre strapazzare la gioventù.

Costanza. E la gioventù si burla della vecchiaia. Siamo del pari; non ci stiamo a confondere per queste piccole cose. Che dite della scena del nastro?

Felicita. Io non ne poteva più: mi sentiva proprio crepar di ridere.

Costanza. E mia zia Silvestra dove mai sarà andata?

Felicita. Non è in casa?

Costanza. Oibò, non è in casa; è uscita in maschera dopo di noi.

Felicita. Gran vecchia è quella.

Costanza. Certo: è una cosa particolare.

Mariuccia. Signora, è qui il cavaliere Odoardo, che le vorrebbe fare una visita.

Costanza. È padrone: già il pranzo l’ho ordinato per le ven- tiquattro; si pranzerà e cenerà tutto in una volta.

Felicita. Sì sì, di carnovale per solito tutte le cose si fanno di- versamente.

Mariuccia. Anche il signor Leonardo potrà aspettare a mangiar questa sera.

Felicita. Perchè ha quasi pranzato, non è egli vero?

Mariuccia. Sì certo, e gliel’ho dato io.

Felicita. Avete fatto benissimo. Con licenza della vostra padrona, fate così ogni giorno, che mi contento.

Mariuccia. Se non mi volesse bene, non verrebbe da me.

Felicita. Per il ben che vi vuole, gli dovreste dare anche il vostro salario.

Mariuccia. E voi non ne sareste gelosa?

Felicita. Niente affatto.

Mariuccia. (Ci ho una rabbia del diavolo. Mi voglio mettere) al punto). (parte) [p. 244 modifica]

Felicita. Costei mi fa ridere. Conosco mio marito; e so che non è capace di prendere affetto a veruna donna.

Costanza. Come potete voi assicurarvi di ciò?

Felice. Oh, ne sono certissima; e poi che ci pensi lui: ne anche per questo io non vorrei morire di melanconia.

Costanza. Dite benissimo. Oh, ecco il Cavaliere.

Felicita. Ci farà ridere un poco.

Costanza. Sì certo; è un cavalier graziosissimo.

SCENA IX.

Il Cavalier Odoardo e le suddette.

Cavaliere. Servitore umilissimo di lor signore.

Costanza. Serva, signor Cavaliere.

Felicita. Serva divota.

Cavaliere. Come se la passamo? Stanno bene? Si sono riposate dopo il divertimento del ballo?

Costanza. Io poco.

Felicita. Ed io niente.

Cavaliere. Bravissime! E viva la gioventù. A proposito di gio- ventù, la signora Silvestra è in casa?

Costanza. Non signore; è escita fuori in maschera, e non è an- cora tornata.

Cavaliere. Per bacco! Ci giocherei averla veduta or ora per mano del contino Rinaldo.

Costanza. Può darsi.

Felicita. Sarebbe bella!

Costanza. (Che si fosse presentata col nastro?) (a Felicita)

Felicita. (E che l’avesse presa per quella?) (a Costanza)

Costanza. (Sarebbe da ridere). (a Felicita)

Felicita. Vorrei che facessimo un carnevale. (a Costanza)

Cavaliere. Vi è qualche bella novità? Raccontatemi.

Costanza. Sì sì, vi racconteremo.

Felicita. Sediamo, che io sono stanca.

Costanza. Chi è di là? (chiamando) [p. 245 modifica]

Cavaliere. Niente, signora, vi servo io. Ecco una sedia; eccone un’altra; eccone una per me. Passiamo il tempo; diciamo qualche cosa di allegro; facciamo quello che per solito si suol fare, diciamo male di qualcheduno.

Costanza. Oh, io non dico mal di nessuno.

Felicita. Nè meno io certamente.

Cavaliere. Quanto è che non avete veduta la signora Dorotea?

Costanza. ^ E stata qui stamattina.

Felicita. E stata qui con sua figlia.

Costanza. Quella donna è sempre stata una pazza, e lo sarà sin che vive.

Felicita. E sua figlia la vuole imitare perfettamente.

Cavaliere. Così mi piace; che non si dica mal di nessuno.

Costanza. Diceva così per dire...

Cavaliere. Eh niente, per conversazione.

Felicita. Voi subito volete criticare.

Cavaliere. Io? Il ciel me ne guardi. Per quanti motivi che io abbia, non critico mai. Per esempio, che importa a me che una moglie vada in maschera ai festini, ai teatri, e lasci il marito a casa, e si faccia fresco di lui? Io non la vuò criticare.

Felicita. (Maledettissimo! Parla di me ora).

Costanza. Signor Cavaliere, parlereste voi fcMse della signora Felicita?

Cavaliere. Oibò! Non so niente. Sarebb’ella forse nel caso? Mi spiacerebbe infinitamente.

Felicita. Parliamo d’altro. Ieri sera siete stato al teatro?

Cavaliere. Sì, signora, ci sono stato. Anzi ho una chiave ancora per questa sera; se comandate, vi posso servire.

Costanza. Che commedia fanno?

Cavaliere. La Vedova spiritosa.

Costanza. ^ Oibò, oibò, non la voglio vedere.

Felicita. E malinconica, è una seccatura.

Cavaliere. E pure vi sono delle scene da ridere.

Costanza. Quando non vi sieno le maschere, le commedie non si posson soffrire. [p. 246 modifica]

Cavaliere. A chi piace una cosa, a chi piace l’altra. Felicita, lo voglio ridere, l’avete inteso?

Cavaliere. Piace anche a me di ridere, ma io rido ancorchè non vi sieno le maschere.

Costanza. Oh, voi in materia di teatro siete di un gusto il più depravato del mondo. Basta dir che vi piacciono i versi martelliani.

Cavaliere. Mi piacciono certo, però quando sieno ben recitati.

Costanza. Io darei delle martellate a chi li ha inventati.

Cavaliere. Pover’uomo, non lo mortificate. Potete credere, ch’ei farà più fatica a scrivere in verso che in prosa: s’ ei fa questa maggior fatica, vi dev’essere una ragione, e la ragione è questa, che qui in Venezia piacciono, ci hanno preso gusto, ed egli è forzato di continuarli. Vi direi qualche altra cosa su questo proposito; ma se niente, niente mi estendo, mi di- rete che un discorso lungo vi secca.

Felicita. Già mi era principiata a seccare.

Costanza. Chi viene?

Felicita. Due maschere vestite alla giardiniera.

Cavaliere. Quanto mi piacciono queste mascherette graziose. (si alzano da sedere)

Costanza. Al signor Cavaliere piacciono tutte le donne.

Cavaliere. Tutte no veramente. Mi piacerebbono tutte, se tutte avessero il mento della signora Costanza; se tutte avessero il pregio della signora Felicita. (Se tutte le donne fossero come) queste, non ne saprei che fare da galantuomo). (da sè)

SCENA X.

Dorotea e Pasquina mascherate alla giardiniera, con morettina di velluto nero sul volto, e panieri in mano con frutti; e detti.

Dorotea. ) „, T-, tanno riverenza, senza parlare.

Pasquina. )

Felicita. Le conoscete? (a Costanza)

Costanza. Io no certamente. [p. 247 modifica]

Cavaliere. Belle, polite, gentili. Non si può fare di più.

Costanza. Maschere, si può sapere chi siete?

Dorotea. (Fa cenno col capo di no.)

Felicita. Dite qualche cosa almeno. No? Siete mute?

Cavaliere. Che cosa avete di buono in questo bel panierino? (vuol metter le mani)

Dorotea. (Gli dà sulle mani.)

Cavaliere. Capperi! Siete ben rigorosa!

Costanza. Ho piacere. Imparate ad impacciarvi con chi non sa- pete chi sia.

Felicita. Spero che poi le conosceremo.

Dorotea. (Fa segno di no.)

Costanza. No? Non vi volete dar da conoscere? Compatitemi, nelle case civili per poco si può tollerare la burla; ma poi... (Dorotea e Felicita ridono) Ridete? Chi diavolo mai saranno?

Cavaliere. Amiche vostre senz’altro.

Felicita. Scommetterei, che sono quelle che io dico.

Costanza. E chi vi pare che sieno?

Felicita. La signora Dorotea colla sua figliuola.

Costanza. Potrebb’essere. Ma che così presto si sian travestite?

Cavaliere. Oh, pensate voi se questa è la signora Dorotea. Non vedete che garbo, che proprietà! Pare a voi che la signora Dorotea possa essere cosi graziosa?

Dorotea. (Sì leva la moretta) Sì signore, sono io per l’appunto.

Cavaliere. Oh, vi avevo già conosciuta. Ho detto così per ob- bligarvi a levar la maschera.

Dorotea. Da vero.^

Cavaliere. Sicurissimo.

Costanza. (E forca vecchia, costui). (da sè)

Felicita. Che vuol dire di questa mutazione che avete fatta?

Pasquina. Per non essere conosciute dal signor Conte...

Dorotea. Eh, non è vero niente. Pasquina l’ha fatto per fare una burla al suo Battistino.

Cavaliere. Bravissime. Queste sono quelle burle che mi piac- ciono infinitamente. Degna figliuola di una madre di spirito. [p. 248 modifica]

Travestirsi da giardiniere per rintracciare l’amante! Che bel talento! Viva la signora Dorotea. Non vi è dubbio, che nessuno ardisca di criticarvi. Ah? Cosa dite, signore mie? Vi è pericolo che si dica male di lei? (a Costanza e Felicita facendo conoscere che) parla ironicamente.

Dorotea. (Parla in una certa maniera, che non la comprendo).

Pasquina. Signora madre, vi ho da dire una cosa.

Dorotea. E che cosa mi vuoi tu dire? (accostandosi)

Pasquina. Ho fame.

Dorotea. Poverina! Non abbiamo ancora pranzato.

Cavaliere. Questo è quel che io stimo; questo è quel che si loda. Patir la fame per andar in maschera.

Dorotea. Credete voi che non abbiamo il nostro bisogno?

Pasquina. In casa non ci è niente.

Dorotea. Sta zitta, impertinente.

Cavaliere. Signora Costanza, avete ancora pranzato?

Costanza. Non ancora, per dirla.

Felicita. Ha ordinato il pranzo dopo le ventitrè.

Cavaliere. Bene dunque, senz’altri complimenti, io resto a pranzo con voi, e con vostra buona licenza, invito ancora queste signore, e sono tcinto compite, che spero averanno la bontà di restare.

Pasquina. Per me ci resto.

Costanza. Mi piace la franchezza del signor Cavaliere.

Cavaliere. Sans facons, madama, sarìs facons. Ci goderemo a tavola queste mascherette gentili.

Felicita. (Pare che sia il padrone di casa). (da sè)

Cavaliere. Signora, spero che non vi offenderete della libertà che mi prendo. Son cavaliere, non ho bisogno di scroccare un pranzo a veruno. Ma siamo di carnevale, mi piace l’al- legria, mi piacciono le signore di garbo come voi siete. Alle- grement toujours; allegrement. [p. 249 modifica]

SCENA XI.

SiLVESTRA con il Conte, e detti.

Silvestra. Ah cosa dite, nipote? Mi ho io ritrovato un bel ca- valiere servente?

Conte. (Come? La signora Costanza è la nipote di questa vecchia?)

Costanza. Brava, signora zia, mi consolo.

Felicita. Mi rallegro con lei, signor Conte.

Cavaliere. Conte Rinaldo, tutti si rallegrano, ed io son furioso per causa vostra.

Conte. E per qual ragione?

Cavaliere. Perchè aspiravo anch’io all’onore di servire la signora Silvestra, e voi mi avete tolta la mano.

Silvestra. (Oh, queste gelosie mi dispiacciono). (da sè)

Conte. Caro amico, io non intendo di fare a voi un insulto, son pronto a cedervi questo grande onore.

Silvestra. Signor no, signor no. Chi prima arriva, prima alloggia. (al conte Rinaldo) " Tu fosti il primo, " Tu pur sarai " L’ultimo oggetto " Che adorerò.

Conte. Signora mia, per non lasciarvi andar sola vi ho servito sin qui; or siete in casa, e poichè mi vedo con voi in una tal casa dove non mi sarei sognato di poter essere, permette- temi che io me ne vada. (guardando sotto occhio Costanza)

Silvestra. Oh via, se mi volete bene, restate.

Costanza. Signore, siete voi in una casa che vi spaventa?

Conte. Sì certo, e voi ne dovreste sapere il perchè.

Costanza. Spiegatevi: non v’intendo.

Silvestra. SI cara nipote, fatemi questo piacere, obbligatelo che non se ne vada. Crudele! (al Conte)

Conte. (Mi muove il vomito). Non vi ricordate voi quello che in maschera mi diceste? (a Costanza) Costanza, lo? [p. 250 modifica]

Conte. Sì, voi non mi mandaste a far squartare ben bene? E chi è quell’altra, che si è sottoscritta?

Dorotea. (Andiamo via, che ci scuopre). (piano a Pasquina)

Pasquina. (Oh, io non ci vengo. Ho fame). (piano a Dowlea)

Cavaliere. (Son curioso di rilevare il fine di questa scena), (da sè)

Felicita. Io credo che vi sognate, signore.

Costanza. ^ Io non sono capace di dir queste cose.

Felicita. E vero; noi siamo quelle due maschere, colle quali avete parlato.

Costanza. E siamo quelle che vi hanno lasciato il caffè nelle chiccare.

Conte. Oh povero me! Siete quelle dunque?...

Silvestra. Orsù, finiamola. 11 signor Conte senz’altri discorsi re- sterà qui per amor mio. Non è egli vero, la mia gioietta? (al Conte)

Conte. Tutto quel che volete, (a Silvestro) Signora mia, sono l’uomo più confuso di questo mondo. Cinque nastri compagni mi hanno imbarazzato la mente. (a Costanza)

Costanza. Ecco quelle dei cinque nastri. Due noi, uno la signora Silvestra, e due quelle mascherette, che dopo si sono travestite.

Conte. Come! la signora Dorotea! (con ammirazione)

Dorotea. Ma! E così, signore.

Conte. Siete voi dunque, che mi ha mandato?

Dorotea. Vi ricordate le belle insolenze che mi avete detto?

Conte. Compatite, se ho detto poco.

Dorotea. Perdonate, se non vi ho mandato di core.

Cavaliere. Bella, bella davvero. Ogni tiista memoria ormai si taccia, e pongansi in obblio le andate cose.

Silvestra. Resterà il mio Contino?

Cavaliere. Il Conte ha da restare a pranzo con noi. Non è egli vero, signora Costanza?

Costanza. Se comanda, è padrone.

Conte. Ma lo dice in una certa maniera...

Silvestra. Non v’ è bisogno ch’ella ve lo dica. Comando io in questa casa. [p. 251 modifica]

Cavaliere. E vero; nelle case comandano le più vecchie.

Silvestra. Non è per questo; io non son vecchia: non comando per esser vecchia; comando, perchè sono la sorella del signor

Luca. 11 Contino ha da restar a desinare con me. E voi an- date via, signor msolente.

Cavaliere. Pazienza. Per uno scherzo mi discacciate. Può essere che un giorno possa farvi conoscere la tenerezza dell’amor mio.

Silvestra. Bricconcello! Venite qui tutti due.

Conte. Signora... (ricusando)

Cavaliere. No certo... (ricusando)

Silvestra. Animo. Con chi parlo? Quando una donna comanda, non SI dice di no.

Cavaliere. Ha ragione. Conte, non ci abusiamo di questa buona fortuna. (dà la mano a Silvestro)

Conte. (Mi giova fìngere per la signora Costanza). Son qui a ricevere le vostre grazie. (dà la mano a Silvestra)

Costanza. E viva la signora zia.

Felicita. E viva la signora Silvestre.

Silvestra. Animo, andate innanzi, che non voglio aver di voi soggezione. (a Costanza)

Costanza. (Oh che bella figura!) (parte)

Felicita. (Oh che vecchia pazza!) (parte)

Silvestra. Andate innanzi anche voi. (a Dorotea e Pasquino)

Pasquina. Vado, signora. (Almeno si andasse a tavola presto). (parte)

Dorotea. (Ci resto per far mangiare quella povera figlia), (parie)

Silvestra. Ora ce ne anderemo con nostro comodo.

Cavaliere. Voi potete disponere di tutto me stesso.

Silvestra. Sì caro, (al Cavaliere) E voi? (ol Conte)

Conte. Sì signora, come volete.

Silvestra. Ah, non so che dire; il mio cuore non può essere che di un solo. Fme dell’Atto Secondo.

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