Ninfale fiesolano/Parte quarta

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Parte quarta

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PARTE QUARTA




I.

Febo era già co’ veloci cavalli
     Col fido Eleo venuto in oriente,
     E già faceva gli alti monti gialli,
     E rosseggiava l’aria in occidente,
     Ma non luceva ancor per tutte valli,
     Quando Affrico levato prestamente
     L’arco e ’l turcasso prese e fuor si caccia,

     Alla madre dicendo: i’ vo alla caccia.

II.

E dove il dì dinanzi aveva messo
     Il vestir della madre ne fu gito,
     E quivi giunto, i panni di lui stesso
     Si trasse, e quivi quel s’ebbe vestito,
     Una vitalba si cinse sopr’esso
     Per poter esser più presto e spedito;
     E certamente che Vener l’atava
     A acconciar quel vestir, sì ben gli stava.

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III.

Poi i suoi capelli, non già pettinati,
     Pendeano in giù non con troppa grandezza,
     Ma biondi sì, che d’or parean filati,
     E ricciutelli con somma bellezza:
     Ma come che per gli affanni passati
     Nel viso ancora avesse palidezza,
     Pur nondimen quel colore era tale,

     Che più gli dava femminil segnale.

IV.

E poi che s’ebbe acconcio in tal maniera,
     Il turcasso si cinse al destro lato,
     E l’arco in mano e una freccia leggiera;
     E poi ch’alquanto s’ebbe rimirato,
     Gli parea esser quel ched e’ non era,
     E in femmina di maschio trasmutato:
     E certo chi non l’avesse saputo

     Per maschio non l’avria mai conosciuto.

V.

Poscia i suoi panni in quel luogo rimise
     Donde ’l vestir femminile avea tratto,
     Poi verso i monti Fiesolan si mise
     Così acconcio, non già troppo ratto,
     E molte fiere in questo mezzo uccise
     Prima che su fosse salito affatto;
     Ma poi che fu in sul monte maggiore,
     De’ tre, sentì di là un gran romore.

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VI.

Affrico volto verso quelle stride
     Vide più ninfe ind’oltre gir cacciando,
     Ed accennar ver lui con alte gride:
     Sta’ ferma al passo la fiera aspettando.
     Affrico pose mente, e venir vide
     Un fier cinghial fortemente rugghiando,
     Con frecce molte fitte nel suo dosso:

     Affrico sbarra l’arco suo dell’osso,

VII.

E d’una freccia nel petto al cinghiale
     Ferì, che gli passò infino al core,
     Che pelle dura o callo non gli vale;
     E poco andò che gli mancò il furore,
     E cadde in terra pel colpo mortale;
     E come piacque a Venere e ad Amore,
     Mensola era in luogo ch’assai scorto

     Vide a quel colpo il cinghial cader morto.

VIII.

Quivi trasse di ninfe gran brigata,
     Credendo ben ch’Affrico ninfa fosse,
     E Mensola con lor si fu adunata,
     E poi alle compagne a parlar mosse,
     Ed a lor la novella ha raccontata,
     Dicendo: i’ vidi com’ella il percosse,
     Nè sì bel colpo vidi alla mia vita,
     Quanto fe’ questa ninfa qui apparita.

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IX.

Quanto Affrico sentisse di piacere
     Dentro dal core udendosi a colei
     Lodar cotanto, che già dispiacere
     Le fu vederlo, dir non lo potrei,
     Ma color sol lo posson ben sapere
     C’hanno d’amor sentiti i colpi rei,
     E a chi non lo sapesse fo palese,

     Che presso fu più volte e’ non la prese.

X.

Ma credo il tenne più ch’altro paura
     Delle compagne e degli archi ch’avieno;
     Ma poi ch’alquanto con lor s’assicura,
     Cominciò a dir di quel ch’elle dicieno,
     A ragionar con lor della sventura
     Di quel cinghial che morto lì tenieno;
     E com’elle ’l trovaro, e tutti i tratti

     Ch’ognuna aveva addosso al cinghial fatti.

XI.

Mensola disse: or ci fusse Dïana,
     Che noi le faremm questo bel presento.
     Affrico udendo che di lì lontana
     Era Dïana, fu molto contento.
     Ma poi ch’ebbon assai di questa strana
     Bestia tenuto lì ragionamento,
     Fecion da parte un berzaglio tra loro,
     E comiaciaro a saettar costoro.

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XII.

Ognuna quivi l’animo assottiglia,
     Con gli archi loro egual dardo lanciava:
     Mensola tosto il suo arco in man piglia,
     E più presso che l’altre al segno dava;
     E Affrico di ciò si maraviglia,
     E tosto l’arco suo in man recava,
     A lato al dardo di Mensola ha messo

     La freccia sì, ch’amendue fur più presso.

XIII.

E come Amor sa ben far quando e’ vuole
     Far l’un dell’altro tosto innamorare,
     Quel giorno usò gl’ingegni che far suole
     Quando le cose ad effetto menare
     Ei vuole, e non menarle per parole;
     Così quel giorno seppe sì ben fare,
     Che di Mensola e d’Affrico lo strale

     Sempre mai era più presso al segnale.

XIV.

Per la qual cosa Mensola veggendo
     Che sempre di lor due era l’onore,
     Ognora più le veniva piacendo,
     E già gli aveva posto molto amore;
     Affrico sempre gli occhi a lei tenendo,
     Piacevolmente le dava favore,
     E acconsentiva ciò ch’ella diceva,
     Ed essa a lui il simile faceva.

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XV.

Ma poi ch’ell’ebbon molto saettato,
     Cominciò loro a rincrescere il giuoco,
     Perchè tutte partirsi da quel lato,
     E ivi presso ne giro ad un loco
     Dov’era una caverna, e lì trovato
     Una di quelle ninfe ch’avea il foco
     Acceso, e messo a cuocer del cinghiale,

     E con esso non so ch’altro animale.

XVI.

Aveva il sole già la terza via
     Fatto del corso suo, quando costoro
     Si adunar tutte ad una bell’ombria
     Che facea lì un grandissimo alloro;
     E sopra ad un gran masso si ponia
     La cotta carne senz’altro savoro,
     E pan che di castagne allor facieno,

     Che grano ancor le genti non avieno.

XVII.

Per bere usavan acqua con mel cotta
     E con cert’erbe, e quello era il lor vino;
     E li nappi con che beveano allotta
     Di legname era il grande e ’l piccolino:
     Apparecchiata tutta quella frotta
     Delle ninfe, mangiando di cor fino,
     Affrico e Mensol si sedeano allato
     Con l’altre, avendo il masso circundato.

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XVIII.

Venuto il fin dell’allegro mangiare,
     Le ninfe tutte quante si levaro,
     E per lo monte con dolce cantare
     A due a tre a quattro se n’andaro,
     Chi in qua chi in là com’a ciascuna pare;
     Affrico e Mensol non si sceveraro,
     Ma con tre altre ninfe si partiro

     Su per lo colle, e inver Fiesole giro.

XIX.

Com’io v’ho detto, Mensola invaghita
     D’Affrico s’era pel suo saettare
     Che sì bene avea fatto, e per l’ardita
     Presenza sua, e pel dolce parlare,
     Che già l’amava come la sua vita,
     Nè saziar si potea di lui guatare,
     Ma non pensi nïun che giammai questo

     Amor con pensier fosse disonesto;

XX.

Perocchè fermamente ella credea
     Che ninfa fusse ind’oltre del paese,
     Perchè segno maschil nessun vedea
     Nella persona, che fosse palese:
     Che se saputo quel che non sapea
     Avesse, non saria suta cortese
     Com’ella fu con l’altre a fargli onore,
     Ma danno gli avria fatto e disonore.

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XXI.

S’Affrico innamorato di lei era
     Non bisogna più dir, ch’assai n’è detto:
     Ma insieme andando, per cotal maniera
     Portava ascoso il fuoco nel suo petto,
     E più ardeva che non fa la cera,
     Veggendosi mirare al suo diletto,
     E parlare e toccare e farsi onore,

     Per peritezza gli batteva il core.

XXII.

E infra sè dicea: che farò io?
     Io non so ch’io mi dica, o ch’io mi faccia:
     Se io scuopro a costei il mio disio,
     Io temo forte che poi non le spiaccia,
     E che ’l suo amor non mi tornasse in rio
     Odio, e con l’altre mi desson la caccia;
     E s’io non me le scuopro questo giorno

     Non so quando a tal caso mi ritorno.

XXIII.

Se queste ninfe almen si gisson via,
     Che son con noi, io pur mi rimarrei
     Qui solo nato con Mensola mia,
     E più sicuramente mi potrei
     A lei scoprire, e mostrar quel ch’io sia,
     E se fuggir volesse, allor sarei
     A pigliarla sì accorto, che fuggire
     Non si potrebbe nè da me partire.

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XXIV.

Ma io mi credo che punto da noi
     In questo giorno non si partiranno;
     E s’io m’indugio, non so se mai poi
     Queste venture innanzi mi verranno:
     Meglio è che facci quello che tu puoi,
     Chè molti per indugio perdut’hanno:
     E fu tutto che mosso per pigliarla,

     Poi si ritenne, e non volle toccarla.

XXV.

Ora m’insegna, Venere, or m’aiuta,
     Ora mi dona il tuo caro consiglio!
     Ora mi par che l’ora sia venuta
     Nella qual debbo a costei dar di piglio:
     E poi pensando il suo pensier rimuta,
     Parendogli a far questo pur periglio:
     E ’l sì e ’l no nel capo gli contende,

     E l’amoroso foco più l’accende.

XXVI.

Ell’eran già tanto giù per lo colle,
     Gite, ch’eran vicine a quella valle
     Che duo monti divide, quando volle
     D’Affrico Amor le voglie contentalle:
     Nè più oltre che quel giorno indugiolle,
     Trovando modo ad effetto menalle,
     Chè mentre in tal maniera insieme gieno
     Nella valle, acqua risonar sentieno.

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XXVII.

Nè furon guari le ninfe oltre andate,
     Che trovaron due ninfe tutte ignude
     Che in un pelago d’acqua eran entrate,
     Dove l’un monte con l’altro si chiude:
     E giunte lì s’ebbon le gonne alzate,
     E tutte quante entrar nell’acque crude,
     Coll’altre ragionando del bagnare:

     Che farem noi? vogliamci noi spogliare?

XXVIII.

E perchè allora era maggior calura
     Che fosse in lutto il giorno, e dal diletto
     Tirate di quell’acqua alla frescura,
     E veggendosi senza alcun sospetto,
     E l’acqua tanto chiara, netta e pura,
     Diliberaron far come avean detto;
     E per bagnarsi ognuna si spogliava,

     E Mensola con Affrico parlava,

XXIX.

E sì diceva: o compagna mia cara,
     Bagneraiti tu qui con esso noi?
     Affrico disse colla voce chiara:
     Compagna mia, i’ farò quel che vuoi,
     Nè cosa che tu voglia mi fia amara.
     E fra sè stesso sì diceva poi:
     S’elle si spoglian tutte, al certo ch’io
     Non terrò più nascoso il mio disio.

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XXX.

Ed avvisossi di prima lasciarle
     Tutte spogliare, e poi egli spogliarsi,
     Acciocchè le lor armi adoperarle
     Contro a lui non potessero: e a tirarsi
     Cominciò lento il vestir, per poi farle,
     Quando nell’acqua entrasse per bagnarsi,
     Per vergogna fuggir pe’ boschi via,

     E Mensola per forza riterria.

XXXI.

E innanzi che spogliato tutto fosse,
     Le ninfe eran nell’acqua tutte quante;
     E poi spogliato verso lor si mosse,
     Mostrando tutto ciò ch’avea davante.
     Ciascuna delle ninfe si riscosse,
     E con voce paurosa e tremante
     Cominciarono, urlando, oimè oimè,

     Or non vedete voi chi costui è?

XXXII.

Non altrimenti lo lupo affamato
     Percuote alla gran turba degli agnelli,
     E un ne piglia e quel se n’ha portato,
     Lasciando tutti gli altri tapinelli;
     Ciascun belando fugge spaventato,
     Pur procacciando di campar le pelli:
     Così correndo Affrico per quell’acque
     Sola prese colei che più gli piacque.

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XXXIII.

E l’altre ninfe tutte quante in fretta
     Uscir dell’acqua a’ lor vestir correndo:
     Nè però niuna fu che lì sel metta,
     Ma coperte con esso va fuggendo,
     Che punto l’una l’altra non aspetta,
     Nè mai indietro si givan volgendo,
     Ma chi qua e chi là si dileguoe,

     E ciascuna le sue armi lascioe.

XXXIV.

Affrico tenea stretta nelle braccia
     Mensola sua nell’acqua, che piagnea,
     E basciandole la vergine faccia,
     Cotai parole verso lei dicea:
     O dolce la mia vita, non ti spiaccia
     Se io t’ho presa, che Venere Iddea
     Mi t’ha promessa, o cor del corpo mio,

     Deh più non pianger per l’amor di Dio.

XXXV.

Mensola le parole non intende
     Ch’Affrico le dicea, ma quanto puote
     Con quella forza ch’ell’ha si difende,
     E fortemente in qua e in là si scuote
     Dalle braccia di quel che sì l’offende,
     Bagnandosi di lagrime le gote;
     Ma nulla le valea forza o difesa,
     Ch’Affrico la tenea pur forte presa.

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XXXVI.

Per la contesa che facea si desta
     Tal, che prima dormia malinconoso,
     E con superbia rizzando la cresta
     Cominciò a picchiar l’uscio furioso,
     E tanto vi percosse colla testa,
     Ch’egli entrò dentro, e non già con riposo,
     Ma con battaglia grande e urlamento,

     E forse che di sangue spargimento.

XXXVII.

Poi che messer Mazzone si ebbe avuto
     Monteficalle, e nel castello entrato,
     Fu lietamente dentro ritenuto
     Da que’ che prima l’avean contrastato:
     Ma poi che molto si fu dibattuto,
     Per la terra lasciare in buono stato
     Per pietà lacrimò, e del castello

     Uscì poi fuori umil più ch’un agnello.

XXXVIII.

Poi che Mensola vide esserle tolta
     La sua virginità contro a sua voglia,
     Forte piangendo ad Affrico fu volta,
     E disse: poi c’hai fatto la tua voglia,
     Ed hai ingannata me fanciulla stolta,
     Usciam dell’acqua, ch’io muoio di doglia,
     Però ch’io vo’ del mondo far partita,
     Togliendo a me con le mie man la vita.

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XXXIX.

Affrico udendo il suo pietoso dire,
     Con lei insieme uscì dell’acqua fuori,
     E veggendo la sua doglia e il martire,
     Dentro del cor ne sentia gran dolori:
     E ben ch’avesse in parte il suo disire
     Contento, gli crescevan vie maggiori
     Le fiamme dentro al petto e più cocenti,

     Veggendo in lei cotanti turbamenti.

XL.

Ma poi che rivestiti amendue furo,
     Mensola il dardo suo prendeva presta,
     E al petto si poneva il ferro duro
     Per morte darsi senz’altra richiesta:
     Veggendo Affrico il suo pensiero scuro,
     Prestamente là corse, e prese questa,
     E lei gavigna, e quel dardo gettava

     Per lo boschetto, e poi così parlava:

XLI.

Oimè, anima mia, or che è quello
     Che tu volevi fare? o che sciocchezza
     È questa, o qual pensier cotanto fello,
     Che qui te conduceva a tal fierezza?
     O lasso me! che farei, tapinello,
     Se io perdessi la tua gran bellezza?
     Che solo un’ora in vita non starei,
     Ma con le proprie man m’ucciderei.

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XLII.

Sì gran dolore a Mensola al cor venne,
     Che nelle braccia d’Affrico cascata
     Tramortì tutta, ond’egli la sostenne;
     E poi che nel bel viso l’ha mirata,
     Le lagrime negli occhi più non tenne,
     Temendo ch’ella non fosse passata
     Di questa vita, perchè tra le fronde

     Di molti alberi con lei si nasconde.

XLIII.

Quivi a seder con lei insiem si pose,
     In sul sinistro braccio lei tenendo,
     E con la destra man le lagrimose
     Guance di lei asciugava, e piangendo
     Diceva con parole assai pietose:
     O morte, or hai ciò ch’andavi caendo;
     Che poichè tolto m’hai ogni mia gioia,

     Con lei insieme converrà ch’io muoia.

XLIV.

E riguardando il tramortito viso,
     E quel baciando, diceva: amor mio,
     Perchè da te sì tosto m’ha diviso
     La ria fortuna in questo giorno rio?
     E questo ed altro mirandola fiso
     Diceva, bestemmiando il suo disio,
     Che fu troppo corrente a tal’impresa,
     E che sì forte avea Mensola offesa.

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XLV.

Ma poi ch’egli ebbe fatto un gran lamento
     Sopra ’l palido viso tramortito,
     E mille volte e più con gran tormento
     Baciato, e delle lacrime forbito,
     Nè più avendo di viver talento,
     Di morte darsi avea preso partito,
     E per morir già si volea levare,

     Quando Mensola sentì sospirare.

XLVI.

Li spiriti di Mensola rotando
     Eran per l’aer già gran pezzo andati,
     E dopo molto nel corpo tornando
     Nelli lor luoghi si furon rientrati,
     Quando Mensola forte sospirando
     Si risentì con atti spaventati,
     Dicendo: oimè, oimè, lassa, ch’io moro!

     A pianger cominciò senza dimoro.

XLVII.

Affrico quando vide ch’era viva
     Mensola sua, che prima parea morta,
     Tutto nel cor di letizia ravviva,
     E poi con ta’ parole la conforta:
     O fresca rosa, olïente e giuliva,
     Per cui la vita mia gran pena porta,
     Deh, non ti sgomentar, nè aver paura,
     Che tu puoi star con meco ben sicura.

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XLVIII.

Tu se’ in braccio di colui, il quale
     Sopr’ogni cosa t’ama e vuolti bene;
     Ogni tuo dispiacere ed ogni male
     Son nel cor mio angoscïose pene.
     O lasso a me! ch’io mi credetti avale
     Che morte ti tenesse in sue catene,
     E voleami levar per morte dare,

     Se non che or ti senti’ sospirare.

XLIX.

Oimè dolente, lassa sventurata!
     Diceva Mensola, Affrico mirando,
     Tapina a me, per che fu’ io mai nata,
     O mai in vita! dicea lagrimando,
     Or fuss’io stata il giorno strangolata
     Ch’io prima fui veduta! o almen quando
     Le veste di Dïana mi fur messe

     Ch’un feroce cinghial morta m’avesse.

L.

Deh non ti sgomentare, anima mia,
     Affrico disse, che ’l cor mi si sface
     Veggendo a te tanta malinconia,
     Senza pigliar consolazione o pace,
     E menar la tua vita tanto ria:
     E certo che bisogno non ti face,
     Però che se’ con colui che più t’ama
     Che non fa sè, e che sola te brama.

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LI.

Acciò che tu mi creda che sia vero
     Ch’io t’ami tanto quant’ora t’ho detto,
     Io ti vo’ raccontare il fatto intero:
     Ch’egli è ben quattro mesi che soletto
     Giva cantando senza alcun pensiero
     Per questa costa, quando in un boschetto
     Sentii mormorar voci, onde più presso,

     Per veder chi parlava, mi fu’ messo.

LII.

Io vidi intorno a una bella fontana
     Molte ninfe sedere, e vidi poi
     Sopra tutte seder la Dea Dïana
     Che sermonando ammuniva voi
     Con rigido parlare, e molto strana:
     Poi a’ miei occhi corson gli occhi tuoi,
     E la tua gran bellezza, che nel core

     Sentii ferirmi dallo stral d’Amore.

LIII.

Poi le diceva com’ivi nascoso
     Gran pezza stette, sol per lei mirare,
     E come venne sì disideroso
     Di lei, che non potea gli occhi saziare
     Di mirar questo bel viso vezzoso,
     E sì dicendo, la volle baciare;
     E come poi, quando ognuna partie,
     Mensola andiamne, chiamar la sentie.

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LIV.

Raccontò poi le lagrime e’ sospiri
     Che per lei avea sparte in abbondanza,
     E l’angosciose pene co’ martiri,
     E come Vener sopra sua leanza
     Gli avea promesso lei ne’ suoi dormiri,
     E datoli di ciò grande speranza,
     E quante volte l’era ita cercando,

     Ed ogni cosa le venia narrando.

LV.

E poi com’egli un giorno la trovoe
     Tutta soletta, e com’ella fuggia,
     E quanto umilemente la pregoe,
     E come ella crudele non l’udia;
     E poi del dardo ch’ella gli lancioe,
     E della quercia dove quel feria,
     E come disse, guarti, e poi smarrilla,

     Nè più la vide poi nè più sentilla.

LVI.

Ancor del sacrificio ch’avea fatto
     Alla Venere Iddea, e la risposta
     Ch’ella gli fe’, e come tosto e ratto
     Si contraffe’, e poi per quella costa,
     A modo d’una ninfa contraffatto,
     A cercar lei si mise senza sosta,
     E com’ora in sul monte la trovoe;
     Dappoi sa’ tu, com’io, che seguitoe.

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LVII.

Ora t’ho raccontato il gran tormento
     Ch’io ho per te portato e sostenuto,
     E però s’i’ ho usato sforzamento,
     L’ho fatto sol perchè forza m’è suto,
     Non perch’io sia di noiarti contento,
     Ma solo Amor, che m’ha per te tenuto
     In queste pene, n’ha colpa e cagione,
     Duolti di lui, che n’arai più ragione.