Saggio storico sulla rivoluzione napoletana del 1799/Rapporto fatto da Francesco Lomonaco patriota napoletano al cittadino Carnot Ministro della guerra/Annotazioni

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Annotazioni

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Rapporto fatto da Francesco Lomonaco patriota napoletano al cittadino Carnot Ministro della guerra - Colpo d'occhio su l'Italia Nota
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ANNOTAZIONI


p. 292, v. 17. Ferdinando, dietro i successi degli alleati in Italia e della partenza di Macdonald, riorganizzò quegli stessi assassini, quegli scellerati che aveano giá gustato il piacere dell’ anarchia, aggiungendo a’ medesimi un gran numero di galeotti concentrati in Sicilia, che fece sbarcare in diversi luoghi del continente napoletano. Destinò generale in capo di quell’armata cattolica e regale il cardinal Fabrizio Ruffo, il quale, secondo lo stesso suo promotore Pio sesto, non era stato mai né canonista né dottore, e avea prostituita la porpora nella corte e nel serraglio di San Leucio. Si assegnarono al porporato per luogotenenti generali Pronio, Sciarpa e fra Diavolo: il primo, fuorgiudicato e adorno dell’insigne ordine del guidatico; il secondo, birro dell’udienza di Salerno; il terzo, scorridor di campagna, mostro che facea pompa di una tazza, ov’era solito di abbeverarsi di sangue umano. Adescate dal saccheggio, si arrollarono sotto l’infame vessillo orribili ciurme. Sbarcò dunque Ruffo nelle coste della Calabria ulteriore alla testa di un piccolo numero di siciliani. Ivi, con proclami del re, colle promesse del paradiso e con altri mezzi che suggeriscono l’ambizione e l’ipocrisia, fece una gran quantitá di proseliti, i quali erano ben assoldati e promossi agl’impieghi. Per meglio riuscire nelle sue misure si proclamò papa, dando cosí maggior credito alle indulgenze, le quali spargeva a larga mano.

Benché quel dipartimento stava molto scontento del nuovo sistema, giacché i governanti imprudentemente aveano loro fatto l’invito di soddisfare le contribuzioni attrassate e di disporsi a sopportarne un maggior peso per l’avvenire, pure Monteleone, Cotrone, Catanzaro ed altre cittá si opposero alle misure del cardinale, e fecero per lungo tempo una valida difesa. Non poterono però sostenersi, giacché non avevano mezzi opportuni. Mancando loro fra le altre cose l’artiglieria e la truppa regolare, cedettero alla preponderanza delle forze nemiche. [p. 330 modifica]

Malgrado che fosse stata promessa l’indulgenza in forza delle capitolazioni, pure non si risparmiò alcun partigiano della gran causa. Il saccheggio e la morte portarono il lutto e la desolazione dentro le mura delle case repubblicane. Quei che scamparono i furori del pio prelato, essendosi dati alla fuga, furono colpiti di anatemi e della pena del taglione, furono dichiarati nemici di Dio e dello Stato; e chiunque gli sterminava, era colmato di doni ed aveva un brevetto di santo. Cotesta crociata quali effetti non dovea produrre presso un popolo infangato ne’ pregiudizi? presso un popolo che allora, guardando per la prima volta la luce raggiosa della libertá, ne restava abbagliato, senza rischiararsi su’ futuri vantaggi? Ruffo, riuscito a rendersi padrone di tutta la Calabria ulteriore, penetrò nell’altra, seguendo le stesse misure, cioè portando la croce in una mano e ’l pugnale nell’altra.

Ciò non ostante, gli abitanti sostennero i loro diritti col massimo coraggio: si vide un gran numero di patrioti battersi in campagna aperta contro gl’insorgenti; si videro i figli venire a tenzone co’ loro padri, nel conflitto delle opinioni che li dividevano. Non si sapeva se dovevano essere piú care le affezioni della natura o le voci e gl’interessi della patria. Roma vantava i suoi Bruti e i suoi Manli, e Napoli nella culla della libertá vanta maggiori eroi.

Il furore di Ruffo aumentava in proporzione de’ successi, mentre veniva irritato dagli ostacoli. Quei paesi che presentarono uno scoglio alla irruzione furono soggettati al saccheggio. Paola, Rossano, Cosenza ed altre cittá principali divennero preda delle fiamme, per aver mostrato un attaccamento deciso alla repubblica, senza farsi quartiere a’ patrioti, di qualunque etá e sesso si fossero. Tra le altre famiglie, quelle di Labonia e Grisolia furono piú disgraziate delle altre, giacché dal 1794 i loro individui erano stati il bersaglio della corte per motivo delle nuove opinioni. Cosí gl’insorgenti invasero anche la Calabria citeriore.

Il piano di Ruffo doveva essere sconcertato, se la previdenza de’ francesi fosse occorsa a tempo proprio. Tardi si pensò alla spedizione delle Calabrie. Un pugno di patrioti, sotto il comando di Schipani, fu destinato ad andare a combattere le coorti del nuovo Pietro l’eremita.

Disgraziatamente Schipani si trovava alla testa di una legione composta di soli patrioti, i quali erano poco avvezzi al mestiere delle armi e sforniti di disciplina militare. Ciò non ostante, eglino in diversi combattimenti risultarono vittoriosi; ma soggiacquero a [p. 331 modifica]delle perdite, le quali furono fatali alla picciolezza del loro numero. Si dovè passare il ponte di Campestrino, dove si annidava Sciarpa, condottiere di molti assassini di campagna, muniti di cannoni e di altre armi. Il passo era difficile; sicché Schipani vi restò inviluppato. I briganti, avendo riportata la vittoria nell’attacco, si resero cosí audaci, che, malgrado gli ulteriori tentativi, non abbandonarono mai il posto, anche perché Torrusio, vescovo di Capaccio, fomentò la rivolta ne’ vicini paesi colle minacce della superstizione. Sicché la strada tra il Principato citeriore e le Calabrie restò ostrutta, e Sciarpa ebbe un campo aperto ad infestare tutte le vicine comuni, le quali erano fedeli al nuovo governo. Picerno, Balvano, Avigliano furono desolate, malgrado l’eroica energia de’ loro abitanti. In uno degli attacchi morirono, fra tanti altri bravi, i fratelli Vaccaro, giovani incomparabili per le loro qualitá morali e per la sublimitá de’ talenti.

Cotesti avvenimenti diedero luogo a Ruffo di fare una irruzione nella Puglia, dove fu soccorso da’ russi, i quali sbarcarono sulle spiagge dell’Adriatico. Allora l’audacia de’ nemici crebbe, il terrorismo pesò con piú forza su quella provincia, le concussioni furono eccessive, e le forche vennero innalzate in tutte le cittá accanto alla croce. Bari, Barletta, Foggia, Cirignola furono principalmente l’oggetto dello sdegno e delle crudeltá de’ regalisti, e soffersero danni incalcolabili.

Intanto Gravina ed Altamura si accinsero a combattere le orde della tirannia. Il combattimento fu ostinato per piú giorni, e la vittoria si mostrava amica de’ repubblicani; giacché gli abitanti di coteste due comuni si batterono in massa sino all’ultima goccia di sangue, impiegarono le private sostanze a profitto della patria, e non risparmiarono alcun mezzo umano onde trionfare delle forze liberticide: eglino in ultimo, vedendosi privi di mitraglia, misero anche la moneta di rame e di argento ne’ cannoni. Ma le forze de’ patrioti, a fronte di quelle di Ruffo essendo infinitesimali, produssero la caduta delle due cittá. Ecco il rovescio di tutta la Puglia.

Quelli che sanno l’indole del fanatismo, e del fanatismo sdegnato, possono figurarsi quali furono le triste vicende di quelle due cittá, quale fu la miserabile condizione di quelle due benemerite popolazioni. Non ci son colori, non ci è pennello che possa descrivere le tirannie che ivi si esercitarono. Anche i monasteri delle monache vennero incendiati, ed altro non vi restò che pietra sopra pietra... [p. 332 modifica]

Il governo, prevedendo sí fatta catastrofe, avea destinata una spedizione. Ma, essendovi insorta una briga riguardo al comando tra Federici, Francesco Pignatelli e Matera, non solo non si andò innanzi, ma si rinculò; ed i nemici si avanzarono, fecero rapidi progressi e consumarono tutto sotto i loro passi incendiari. Allora l’oscillazione controrivoluzionaria fu piú forte e piú estesa.

Schipani e Muscari combatterono come leoni alla testa delle loro colonne nella Torre dell’Annunziata, ma inutilmente, giacché le loro falangi erano poco numerose. Sicché Ruffo penetrò sino alle porte di Napoli, non abbandonando mai il sistema di distruzione. Il numero de’ disgraziati, che in quell’epoca furono divorati dalla rabbia degl’insorgenti, è incalcolabile; come lo è eziandio quello degli altr’infelici, che per lo appresso sono stati sacrificati ne’ dipartimenti dalla ferocia degl’inquisitori di Stato.

p. 292, v. 26. Se Méjan soccorreva allora i repubblicani, la causa della nostra libertá sarebbe stata guadagnata. Bastava il solo nome francese a spargere il terrore nella vile anima del ladro insorgente. Al semplice suono della tromba repubblicana, il nemico si sarebbe certamente dato alla fuga. Altronde, i patrioti, mossi dalle molle della bravura del soldato francese, si sarebbero vie piú incoraggiati, e l’ostinatezza del coraggio sostenuto dal numero avrebbe fissata la vittoria sotto la bandiera tricolore. Né si dovea temere delle province, giacché vi erano penetrate le leggi dell’abolizione de’ feudi, del testatico, delle gabelle, ecc.; leggi che Macdonald, non si sa per qual politica, avea prima proibito di promulgare. Per queste sagge ma tarde disposizioni, tutti quei popoli, che l’idra feudale a cento teste divorava, cantavano inni di gloria e colmavano di benedizioni il nuovo governo. Se dunque in quell’ epoca opportuna si fossero riportati i sospirati trofei, tutte le anime sarebbero state elettrizzate dal genio della libertá, e l’impero della repubblica si sarebbe fondato.

p. 294, v. 15. Fra le tante altre sono degne di essere nominate la madre de’ fratelli Serra, la madre e la sorella di Ettore Carafa, la cittadina Laurent-Prota, mia grande amica, la Sanfelice, la Fasulo, ecc.

p. 296, v. 3. Il primo, che innalzò lo stendardo dell’eroismo, fu Francesco Martelli. Costui, quando vide che il forte non potea [p. 333 modifica]piú resistere, disse a’ suoi compagni: — Bisogna morire liberi piuttosto che sopravvivere alla servitú. — Sicché egli stesso accese la polvere, la quale colla sua esplosione rovesciò le mura della ròcca. Chi, guardando le rovine di Viglieno, non sará preso di ammirazione, è un essere che non è nato per la gloria; è un uomo a cui la schiavitú ha tolta la facoltá di pensare e di sentire.

Io farei imprimere su’ rottami di quel forte l’iscrizione: «Passaggiero, annunzia a tutt’i nemici della tirannia, a tutte le anime libere che imitino il nostro esempio piuttosto, anziché vegetare all’ombra del dispotismo».

p. 297, v. 4. La caduta di Napoli produsse quella di tutta l’Italia. Né poteva altrimenti accadere. Questa parte dell’Europa, ch’è l’oggetto de’ desidèri e delle conquiste delle altre potenze, non può essere al coverto delle invasioni, se non acquista energia e forza. Or il territorio napoletano è il piú rispettabile per la sua estensione, per la fertilitá, per gli tre mari da cui è circondato, per lo numero, carattere ed energia degli abitanti. Conseguentemente non vi può essere libertá a Milano, a Torino, a Genova, a Roma, ecc., se Napoli è schiava. Napoli, centro del patriotismo, è fatta per esser la sede della libertá italiana.

ivi, v. 34. Questi è quel Matera ch’era stato in Italia aiutante di Berthier e Joubert, a cui salvò la vita nel Piemonte.

p. 299, v. 19. La buona fede de’ patti è uno de’ gran legami delle societá civili. Tolta questa buona fede, se ne rovesciano le basi, e gli uomini ritornano nello stato della collisione, cioè dell’anarchia. I rapporti, che passano tra gl’individui di uno Stato, sono gli stessi che quei di un popolo relativamente all’altro. Le relazioni diplomatiche, le negoziazioni ed i trattati son fatti per mantenere la concordia tra le nazioni, la stabilitá degl’imperi, la conservazione dell’uman genere. Essi dunque sono sacri ed inviolabili; altrimenti gl’individui della specie errerebbero nelle foreste, e lo stato di guerra, cioè di distruzione, desolerebbe il globo. Per questo motivo, non solo i popoli civilizzati, ma ancora i barbari sono fedeli osservatori de’ pubblici patti. I selvaggi si piccano eziandio di fedeltá nelle loro convenzioni: anzi fanno intervenire una divinitá, sotto il cui patrocinio e garanzia i contraenti debbono riposare. [p. 334 modifica]

Il solo re di Sicilia, oltre le altre infrazioni, ne ha commessa una, ch’è la piú funesta e la piú prava di tutte le altre, calpestando le leggi, le usanze ed i costumi di tutte le popolazioni.

Le capitolazioni delle guarnigioni de’ castelli di Baia, Ischia, Castellammare furono richieste e trattate dagl’inglesi. Quella de’ forti di Napoli fu preceduta da un solenne proclama di Ruffo, generale in capo ed agente plenipotenziario di Ferdinando; proclama stampato ed affisso in tutti gli angoli della cittá, con cui s’inculcava al popolo, sotto pena di morte, di rispettare i parlamentari, che da lui si spedivano a’ castelli o che da essi si mandavano a lui a fin di capitolare, per potersi quindi eseguire fedelmente tutto ciò che si sarebbe convenuto. Si passò indi al trattato, ch’è il seguente:

REPUBBLICA NAPOLETANA.

Oronzio Massa, generale di artiglieria e comandante Del Castel Nuovo.


Essendosi dal comandante della flotta inglese Food intimata la resa al Castel dell’Ovo, e dal cardinal Ruffo, vicario generale del regno di Napoli, dal cavalier Micheroux, ministro plenipotenziario di S. M. il re delle Due Sicilie presso la flotta russo-ottomana, dal comandante in capo delle truppe di S. M. l’imperadore di tutte le Russie, e dal comandante delle truppe ottomane a questo Castel Nuovo; il Consiglio di guerra del Castel Nuovo si è adunato, ed, avendo deliberato sulle suddette intimazioni, ha risoluto che i suddetti forti siano rimessi ai comandanti delle truppe disopra enunciate, per avere una capitolazione onorevole; e, dopo di aver fatto conoscere al comandante del forte di Sant’Elmo i motivi di questa resa, in séguito di che il suddetto Consiglio ha redatti gli articoli della capitolazione seguente, senza l’accettazione de’ quali la reddizione de’ forti non potrá aver luogo.

[Seguono i dieci articoli della capitolazione, pei quali si veda sopra, p. 181 sgg. in nota].

Méjan approvò la convenzione, la quale venn’eseguita da’ repubblicani in tutt’i suoi articoli: si dovea osservare solamente dalla corte di Sicilia e da’ suoi alleati; ma Ferdinando, per dare un colorito all’attentato della violazione del patto, trovò il pretesto che non era stata mai sua volontá di negoziare con sudditi ribelli. «Sudditi ribelli»! Ecco il linguaggio de’ re, o sia degli usurpatori della sovranitá popolare. Una nazione, che o sola o coll’aiuto d’un’altra potenza si solleva contro il suo oppressore, contro colui, [p. 335 modifica]che, lungi di essere il magistrato, n’è il despota, non è ribelle. Essa al contrario usa il principale de’ suoi diritti, ch’è quello di riagire contro la violenza. Tal è l’indole del contratto sociale. Ma, ammessa la strana idea che contro i princípi del gius pubblico si volessero considerare ribelli i patrioti, perché Ruffo si induce a capitolare, quel Ruffo ch’era un plenipotenziario del re? Essendo egli entrato in trattato, egli riconobbe una potenza ne’ patrioti. E questa potenza scomparisce, quando si viene all’esecuzione? Da cotesto assurdo come se ne sviluppano gli avvocati della causa della tirannia? Nel solo interesse del despota dunque, nel suo capriccio si può trovare la ragione della violazione del piú solenne de’ patti: e tale è il carattere del potere arbitrario.

Gl’inglesi, che si obbligarono co’ generali delle altre potenze di far osservare il trattato; gl’inglesi, che disponevano della volontá del re di Sicilia, il quale in tutti gli affari dipendeva da’ loro cenni, potevano garantire il patto, potevano opporsi alla violazione la piú manifesta del gius delle genti: ma pretendere ciò da’ vili isolani, da quelle anime metalliche, sarebbe lo stesso che domandare lealtá dalla volpe. Gl’inglesi da otto anni vie piú hanno cancellate in tutte le loro azioni le tracce della giustizia universale, ed hanno commessi quelli attentati e quei tratti di perfídia ch’erano degni di Attila. Il furto della flotta olandese, l’alleanza sulle coste della Siria di Achmet, il supplizio del gran Volstonn e di altri bravi irlandesi, gli ostacoli opposti alla esecuzione del trattato conchiuso tra Kléber e la Porta ottomana, non sono bastanti testimonianze della loro cattiva fede e barbarie?

Nelson, che tenea Ferdinando prigioniero al suo bordo e che era circondato da’ legni de’ capitolati che doveano far vela, abbagliato dall’oro di Sicilia e dal pomposo titolo offertogli di duca di Bronte, ardí di rispondere a’ patrioti stessi, allorché si dolsero dell’indugio della loro partenza convenuta nella capitolazione, ardí di rispondere che «al re si apparteneva di premiare il merito e di punire i delitti de’ suoi sudditi». Crudele pirata! se l’intrepido Fox ha invano declamato nel parlamento di Londra contro la tua nera perfídia, non creder giá che il ducato di Bronte e l’oro e le gemme de’ despoti, delle quali fai una impudente pompa, t’involeranno all’esecrazione del genere umano ed all’infamia che i posteri imparziali spargeranno sulla tua abbominevole memoria. [p. 336 modifica]

p. 300, v. 31. Conviene accennare qualche cosa su’ cinque ultimi personaggi, giacché eglino non appartengono alle circostanze, ma alla posteritá. La loro esistenza non è stato un atomo impercettibile nell’oceano de’ secoli: ella ha lasciato delle tracce profonde, che resisteranno all’urto del tempo e delle convulsioni cosmiche.

Io mi figuro i grandi uomini attaccati alla ruota della Fama. Chi sta sulla circonferenza, chi siede sull’asse. I primi sono soggetti ad avere delle vicende, a rovesciare da su in giú e perdersi nella polvere dell’obblio; gli altri sono sempre stabili, e nel girar della ruota non lasciano mai di conservare il medesimo posto. Uno di questi ultimi è il gran Caracciolo. Si sa ch’egli era uno de’ piú grandi ammiragli del secolo, talché i superbi isolani non ne presentano un simile.

Caracciolo, che in tempo della repubblica si trovava in Sicilia, ebbe a rossore d’impiegare i suoi talenti in favore del dispotismo. Rinunciò al posto, e volò in Napoli libera, dove fu fatto ammiraglio. Nel porto della cittá vi erano alcune poche barche cannoniere, le quali erano state scampate dall’incendio per essere vecchie ed inservibili. Il genio di Caracciolo le utilizza, le agguerrisce, va con esse ad affrontare a Procida gl’inglesi, i quali batte, spargendo ne’ loro animi il terrore. Ecco il Duilio della repubblica napoletana.

Per lo appresso egli fece altri prodigi non meno sorprendenti: e per ricompensa n’ebbe la morte, piuttosto per gelosia del barbaro Nelson che per odio della corte.

Io farei imprimere sulla tomba dell’illustre Caracciolo le seguenti parole: «Qui riposa colui che vegliò sempre per la gloria della sua nazione».

Il nome solo di Mario Pagano è un dominio della storia della filosofia. Ognuno conosce il celebre autore de’ Saggi politici e del Processo criminale. La prima opera, che racchiude in sé i semi e le lezioni della felicitá sociale, è il risultato di una profonda analisi dell’uomo e delle costituzioni de’ popoli. L’altra, in cui i principi della ragion criminale sono esposti con tant’ordine e sublimitá, in cui si abbatte il colosso della barbarie e de’ pregiudizi sulla libertá civile del cittadino, è un prodotto del genio.

Beccaria era stato il Colombo della scienza, ma Pagano ha trovato nel paese scoverto da Beccaria le auree miniere delle piú utili e le piú astruse veritá. [p. 337 modifica]

Pagano non è stato solamente uno scrittore: egli merita di essere considerato sotto il rapporto di uomo e di cittadino. Modesto, placido, probo, sensibile, era amato da tutti, giacché era l’amico di ognuno. Nella cattedra si sforzava di dar l’anima al cadavere della barbarie col soffio della filosofia e della ragione; nel fòro, quando era avvocato, era il disinteressato difensore de’ diritti dell’umanitá; quando fu investito della toga, fu l’organo delle leggi e non disuní mai la giustizia dalla moderazione.

Carcerato a cagione de’ suoi princípi repubblicani, fu tranquillo come Epitteto, Ricuperata ch’ebbe la libertá individuale, non potè soffrire l’aspetto del governo tirannico, ed affrontò un volontario esilio.

Fondata la repubblica, ritornò in Napoli, dove, condotto in seno della rappresentazione nazionale, si consacrò con fervore ai sacri interessi della patria ed alla causa della libertá. La costituzione, che diede fuori, era il capo d’opera della politica, giacché racchiudeva tutt’i vantaggi delle altre, senza averne i difetti. Egli considerava che il vizio, il quale faceva traballare le moderne repubbliche, era appunto che non vi era una barriera tra il potere esecutivo e legislativo. Sicché un terzo potere egli immaginò, che opponesse un argine alle usurpazioni dell’uno e dell’altro e mantenesse l’equilibrio della macchina politica, servendo come di sentinella alla libertá.

Pagano solea dire che la libertá è il risultato di tutte le idee ed i princípi della morale, e ch’ella è la mezza proporzionale tra’ due estremi, la licenza e la servitú. Egli desiderava che le cariche rilevanti non si fossero accordate a persone prive di probitá e di talenti; che la santa morale ed il costume fossero la dote del moderno patriotismo, come lo erano dell’antico; che le risoluzioni della tribuna pubblica, figlie dell’effervescenza, dell’entusiasmo, non attraversassero i passi del governo, i quali dovevano essere guidati dalla fredda ragione.

Non so se le sue grida furono ascoltate tra le grida volgari... La repubblica giunse all’orlo del precipizio, e la di lui anima si abbandonò al piú profondo dolore... La tristezza si vedeva dipinta sul suo viso, e gli accenti della collera erano spesso interrotti dalle lagrime. Intanto negli estremi pericoli della patria egli non mancò di prendere le armi, rinserrandosi in uno de’ forti. Cosí, passando dal senato al campo, il Solone di Napoli ne divenne il Curzio. [p. 338 modifica]

La repubblica cade... Pagano, ad onta della capitolazione e malgrado le sue virtú, è gettato nella piú orrida prigione dagli spietati agenti di Carolina, da’ quali in séguito viene strascinato al palco in uno stato di pura impassibilitá, tributando gli ultimi suoi sospiri alla patria.

La natura avea sbagliato di produrre Domenico Cirillo in Napoli e in questo secolo. Egli dovea nascere nell’antica Roma ventidue in ventitré secoli addietro. Le qualitá eminenti, che lo adornavano, erano in gran numero, ed ognuna di esse sarebbe stata sufficiente a formare un grand’uomo.

Cirillo avea idee le piú nette e le piú sublimi della morale, la quale, ravvisandosi nella sua fisonomia caratteristica e nel suo portamento, era praticata dal suo cuore, sempre aperto a’ sentimenti della pietá e della beneficenza verso altrui. Questi era un Catone che si trovava in mezzo alla feccia di Romolo.

Egli solea dire: — Io avrei soggiornato in Londra o in Parigi, se l’amore di mia madre non mi avesse costretto ad abitare questa terra di oppressione. — Qual rispetto per questa vecchia madre! Qual tenerezza, qual venerazione ei le prestava!

La di lui professione era la medicina, ch’egli conosceva a fondo. La sfigmica, che s’ignora in Europa e che nella Cina è cosí ben conosciuta, facea parte del tesoro delle di lui conoscenze. Uno studio lungo, un corso non interrotto di osservazioni di venti anni gli fecero acquistare la vera cognizione de’ polsi.

Era grande nella chimica, ma era un genio nella botanica, la quale non avea studiata ne’ libri degli uomini, che spesso son bugiardi, ma nella natura, che non inganna mai i suoi veri e fedeli interpreti. L’Inghilterra, la Francia, le Alpi, i Pirenei, il Vesuvio, l’Etna erano state la scuola, in cui aveva appresa questa benefica facoltá.

Quanto era piú ammirabile nell’esercizio della scienza della salute! Le sue cure estendendosi egualmente sul ricco che sul povero, egli versava sull’ultimo il balsamo della pietá, sovente a discapito della sua borsa.

Per gli suoi rari talenti venne eletto medico della corte; ma l’austera sublimitá delle sue virtú non si volle abbassare alle viltá di un cortigiano. Egli trovava nell’oscuritá della vita privata un incanto ed una gioia, che non si gusta a traverso il vano splendore della grandezza, e massime vicino al trono. Egli, non sapendo né [p. 339 modifica]elevarsi né abbassarsi dal suo livello, verificava la massima: che i grandi cessano di esserlo, quando non si sta ginocchioni innanzi a loro.

Penetrate in Napoli le armi repubblicane, tutti gli sguardi e de’ francesi e de’ suoi concittadini si rivolsero nel fondo della sua solitudine. A voti universali egli venne eletto membro del governo provvisorio. La sua modestia però non gli permise di accettare la carica. Vi fu costretto la seconda volta; e Cirillo, facendosi un dovere di rendersi utile alla patria, imprese a percorrere la carriera difficile della legislazione. Sempre eguale a se stesso, sempre semplice, giusto ed umano, si sforzava di medicare le ferite e le piaghe dello Stato, nel medesimo tempo che non trascurava di frequentare gli ospedali e gli asili dell’indigenza.

La macchina politica si scompone, e la sua vecchiaia co’ capelli canuti non è rispettata da’ barbari. Cirillo vien posto nelle catene: a capo di tempo i carnefici gli dicono che, s’egli volea sfuggire la morte, bisognava che in tuono di pentimento avesse chiesta la grazia a S. M.; ma egli, non volendo accattare la vita a prezzo di una viltá, rispose: — Io non domando grazia alla tirannia. La giustizia della mia causa e di quella di tutt’i miei fratelli è riposta nella capitolazione. — Ecco un nuovo Trasea, piú grande e piú forte del primo.

Fu condotto a fare il costituto innanzi a Speziale. Interrogato del suo nome, rispose: — Domenico Cirillo. — Che eravate in tempo del re? — Medico. — In tempo della repubblica? — Rappresentante del popolo. — Ed ora in faccia a me? — In faccia a te sono un eroe. — E come un eroe morí.

Il pretismo è stato sempre la tazza di Pandora, da cui sono usciti i tanti mali che hanno afflitto il genere umano. Si prendano le societá nell’epoca della loro infanzia, si accompagnino ne’ periodi della puerizia, dell’adolescenza, virilitá, vecchiaia, e si osserverá che costantemente i preti, sotto le denominazioni di «druidi», di «maghi», di «gerofanti», di «brammani», ecc., languendo in seno di un ozio contemplativo ed abbrutendo lo spirito de’ popoli, hanno esatto da costoro il tributo della stima e della venerazione col frutto de’ loro travagli.

Il cattolicismo è stato piú fortunato nelle sue intraprese, come piú funesto ne’ suoi risultati, di tutti gli altri culti. I di lui ministri, piú furbi, piú ipocriti, piú magici, piú ambiziosi, piú intolleranti [p. 340 modifica]di tutti gli altri, hanno sparso con maggior impegno il veleno della religione, menando l’errore e la miseria colla schiavitú.

Se ne contano pochi, i quali, disertandosi dalle loro coorti, hanno battuto un altro sentiero, hanno combattuto a favore della specie, impugnando le armi della filosofia contro gli apostoli del fanatismo. Nel numero di cotesti esseri benefici si deve arrollare il celebre Francesco Conforti. Questi era un prete, il quale, elevato sulla cima delle conoscenze umane, ha predicato con istancabil fermezza il vangelo della ragione. Riempito di pene all’aspetto dell’infelicitá universale, ha fatto continui sforzi onde chiuderne la sorgente, ch’è riposta nell’ignoranza e nell’errore. Tal era il suo voto e ’1 suo oggetto fisso.

Nella pubblica cattedra, sviluppando la storia de’ concili, de’ canoni, mostrava agli occhi di tutti il monumento delle usurpazioni, de’ delitti, delle ingiustizie de’ pontefici. Colla fiaccola della critica e dell’erudizione, dileguando le tenebre che covrono la faccia de’ secoli, mostrava come il vecchio mondo è stato incatenato dalle barbare istituzioni della corte di Roma, e come il nuovo è stato coverto dalle ossa di cinque in sei milioni di uomini.

Nello studio privato, insegnando il gius di natura e ’l gius civile, mentre analizzava i diritti primitivi dell’uomo ed i precetti della legislatrice dell’universo, la natura, esponeva l’informe ammasso di tanti stabilimenti di principi ora umani, ora crudeli, ora rischiarati, ora barbari, che, malgrado la contrarietá degl’interessi, degli usi e de’ governi, servono ancora di norma a gran parte dell’Europa. La maniera, con cui estrinsecava le sue sublim’idee, era ammirabile, giacché la sua eloquenza incantatrice veniv’accompagnata da un tuono di voce il piú piacevole, per cui il concorso della gioventú era immenso. Il di lui cuore, essendo inaccessibile all’interesse quando si trattava di diffondere i lumi, facea sí che le porte del suo ginnasio non erano mai chiuse all’indigenza.

Nella famosa quistione se il regno di Napoli dovesse essere considerato un feudo pontificio, Conforti, come teologo della corte, fu destinato a rispondere alla controversia. Sicch’egli con argomenti incontrastabili ne sostenne l’indipendenza; e, confutando le ridicole pretensioni della corte di Roma, mostrò destramente le occulte fondamenta della libertá nazionale. Cosí, mentre con una mano abbatté il mostro religioso, coll’altra ferí il dispotismo politico.

Conforti ha dato fuori molte produzioni, le quali annunziano un ingegno elevato e profondo; ma l’opera che piú l’onora è [p. 341 modifica]l’Antigrozio. Grozio nelle sue concezioni ha commesso il difetto di ricorrere alla memoria, quando bisognava implorar soccorso alla ragione; dotato di una vasta lettura, ha voluto far pompa di erudizione a spese dell’analisi e della facoltá riflessiva: nell’Antigrozio si tiene un metodo tutto contrario. Grozio è incorso nella disgrazia di fare la causa de’ re e de’ preti: ognuno congettura qual causa, qual nobile causa deve perorare l’autore dell’Antigrozio.

Come revisore di libri, Conforti ebbe ordine di non far penetrare in Napoli le produzioni del buon senso, gli scritti, che, svelando all’uomo la sua dignitá, gli additano i suoi implacabili nemici. Ma un tal incarico era incompatibile col suo carattere e colle sue vedute. Sicché, cozzando colla potenza del despota, non potea dispensarsi a far circolare nelle mani della gioventú tutti quei libri, i quali sono per lo spirito umano degradato ciocché alcuni rimedi corroboranti sono per gl’infermi acciaccati di languore.

Un tal uomo straordinario, quanto pieno di talenti, altrettanto colmo di virtú, che teneva un piano di condotta, il quale sarebbe degno di elogi e di ammirazione in Berna o in Ginevra, doveva necessariamente essere sacrificato in Napoli; e non altrimenti avvenne. Conforti venne prima privato della cattedra e degli altri impieghi pubblici, e quindi imprigionato. Tutti i giovani furono cosi inconsolabili come se avessero perduto il loro padre, giacché Conforti dava senso, vita e moto alla gioventú.

Imperturbabile e tranquillo visse nella carcere come se fosse stato in sua propria casa, o elevandosi con Platone, o conversando con Plutarco, o approfondendosi con Locke e Leibniz, o istruendosi nella scuola delle sue riflessioni. Fu liberato pochi mesi prima dell’arrivo de’ francesi, senza dar segni manifesti di gioia viva o di letizia gestiente. Dichiarata repubblica Napoli, fu investito della carica di ministro dell’interno, e consacrò il suo zelo, le sue cure, la sublimitá del suo pensare al benessere della patria, in maniera che sembrava essere egli solo capace di un tal posto. Venne poscia eletto rappresentante, e si distinse in grado eminente in mezzo alla folla, giacch’egli era dotto senza pedanteria, virtuoso senza orgoglio, semplice senza affettazione, probo senza ipocrisia. Nel tempo della resa di Capua, dov’era andato a rifuggirsi, fu condotto in Napoli; e, posto in prigione, soggiacque al decreto di morte. Dopo la pena irrogatagli, gl’inquisitori di Stato gli promisero la vita, purché scrivesse su di alcune pretensioni che il [p. 342 modifica]re vantava su lo Stato romano. Conforti scrisse, e malgrado le promesse fu menato al patibolo, che fu per lui l’ultimo gradino, il quale lo slanciò all’immortalitá. Possa l’ombra del mio precettore sorridere a questo elogio, ch’è il pegno della mia riconoscenza e l’omaggio che la veritá rende alla virtú! Possa egli, simile a’ dèi, ascoltare nel suo celeste soggiorno i voti, che un mortale, ravvolto nella polvere di questa bassa terra profanata dal delitto, gli porge relativamente al riposo ed alla felicitá degli uomini!

Vincenzio Russo è uno di quei personaggi straordinari, i quali onorano non solamente la nazione a cui appartengono, ma l’umanitá; non una sola generazione, ma tutte prese insieme.

Questi era un giovane, il quale all’estensione accoppiava la profonditá delle idee, alla vivezza della fantasia e del sentimento (ciò ch’è raro) la profonditá del calcolo e della ragione, ad una sterminata lettura la forza creatrice del genio. Egli univa in grado eminente l’energia dello stile col talento della parola, con una eloquenza senza esempio. Quando aringava al pubblico, alle volte era un fiume vasto, immenso, placido, che scorre sul campo dorato di Cerere o su l’erbe verdeggianti del prato: alle volte un torrente, che cade dalla cima delle montagne, supera gli argini che incontra, e fa rimbombare all’eco del suo strepito i boschi e le foreste vicine. Quando parlava in privato, era un ruscelletto di nettare, che ricrea chi lo gusta.

Il fòro di Napoli, a cui egli si era consacrato, quanto doveva essere orgoglioso di un filosofo e di un oratore di tal fatta! Giudici, avvocati, uomini di lettere, tutti ammiratori della superioritá del suo genio, idolatravano il moderno Demostene. Una volta, mentre egli tuonava in tribunale a pro di un infelice accusato di omicidio, un ministro disse al padre, che gli stava vicino: — Gloriati, amico, gloriati di avere questo grande uomo per figlio! —

Cosa dirò della sua morale? Bisognerebbe godere tutta la puritá dell’innocenza, essere acceso da tutto il fuoco della sensibilitá e di tutte le affezioni filantropiche, avere la tempra dell’anima di un Focione, per poterne fare il ritratto. Chi si può mai lusingare di giugnere all’apice delle sue virtú?... Egli era un essere disceso dal cielo per fare gl’incanti della terra e la felicitá della specie umana. Chi lo conosceva, amava la sua pura amicizia e n’era pago del possesso; chi non ne aveva idea, voleva conoscerlo. [p. 343 modifica]

Vincenzio Russo dunque non era destinato a vivere in un paese in cui la virtú era menata al patibolo. Infatti la regina lo adocchia e cerca tirarlo nella rete della perdizione. Russo fugge, e dove va? Egli non va a cercare ospitalitá in Francia... I francesi, per lui, sono corrotti. Va a ritrovare ne’ monti dell’Elvezia la povertá, la frugalitá e la semplicitá de’ costumi! — Lo svizzero — egli mi dicea — lo svizzero solamente è capace di libertá nell’Europa. —

Dalla Svizzera passò nella Cisalpina, dove sparse gran lumi ed acquistò un nome immortale. Quindi andò in Roma libera, dove diede alla luce i suoi Pensieri politici; opera in cui domina uno spirito di originalitá, in cui si ravvisa un certo carattere di grandezza. Felici quei popoli che possono profittare delle sue lezioni! Felici gli uomini che possono veder realizzati i suoi progetti!

Liberata Napoli, egli ritornò in seno della patria, la quale si pose a servire in qualitá di semplice soldato. Ma Russo non era fatto per agire colla mano: egli aveva un gran capitale nella mente e nel cuore, per poterlo impiegare a beneficio della nazione. Sicché sul principio fu eletto commissario di dipartimento, e poscia rappresentante. Non volle mai ricever paga o compensazione alcuna delle sue fatiche, e fece replicate mozioni nel governo sulla diminuzione de’ soldi delle persone impiegate.

Tutte le sue misure tendevano a compiere la grande opera della rivoluzione, di cui i francesi ne aveano fatto il semplice getto. Il regno della libertá non poteva ergersi sul solo rovescio del trono. Fondare la morale, creare lo spirito nazionale, estirpare gli abusi, i cattivi abiti e gli errori per mezzo dell’educazione, combattere il lusso e la corruzione con ispargere i semi dell’amor della virtú e della patria, animar l’agricoltura, fare scomparire la sproporzione de’ beni, accendere un fuoco marziale nella massa del popolo agguerrendolo, custodire il palladio dell’indipendenza sotto l’egida delle forze nazionali, senza addormentarsi in seno della protezione dello straniero, era appunto fare una rivoluzione, ed una rivoluzione attiva.

Un tal sistema necessariamente gli dovea procurare de’ nemici, e cosí accadde: il serpe dell’invidia incominciò a fischiare contro di lui. La mediocritá, di concerto con l’interesse privato, si sollevò contro i di lui progetti di riforma, e per riuscire implorò soccorso dalla calunnia, la quale fece i maggiori sforzi per profanare il tempio della saggezza. [p. 344 modifica]

Russo si avvide della tempesta, e cercò salvarsi nel porto del silenzio, prendendo congedo dal governo. Ma i sentimenti patriotici, dai quali era acceso, non lo fecero stare nella inazione. Non potendo piú sulla tribuna spezzare le baionette della tirannia co’ dardi dell’eloquenza, entra nelle file della guardia nazionale, si trova pronto in tutte le spedizioni, e si batte come un leone per la causa comune.

Nell’ultimo combattimento del ponte della Maddalena, il gran Russo cade nelle mani de’ nemici. Ah, accidente fatale!... Qui comincia la di lui penosa agonia. Io non posso, senza che l’avoltoio del dolore mi laceri il petto, farne la descrizione; io non posso esporre quest’articolo tragico della sua vita, senza essere assalito dalla piú triste melanconia. Come avrei il coraggio di guardare curvato sotto una verga di ferro e colmo di strazi e di ferite un amico, a cui io prestava una certa specie di culto? Come una tanta perdita, fatale alla patria, all’umanitá, alla filosofia, potrebbe essere da me guardata ad occhio asciutto?...

Solo rammento per sua gloria ch’egli in mezzo a’ tormenti non si turbò affatto: le violenze e le crudeltá erano dirette contro la sua polvere mortale, ma non arrivavano sino alla sede della sua sublime anima. Condotto innanzi alle due tigri Speziale e Guidobaldi, che, colle mascelle ripiene di carne umana, rigurgitavano sangue, egli oppose alla viltá de’ loro oltraggi la fermezza del repubblicano, l’elevatezza dello stoicismo. Il decreto di morte non lo commosse né punto né poco. Questo fu per lui la sentenza di una vita piú durevole del marmo e del bronzo, di una vita adorna del manto dell’immortalitá.

Strascinato al patibolo, pieno di entusiasmo, disse al popolo: — Questo luogo per me è il letto della gloria; qui l’imparziale posteritá innalzerá il mausoleo, che verrá collocato sulla tomba della sapienza... Popolo! calcola bene i tuoi interessi, e lacera la benda fatale, che il fanatismo e la tirannia ti han posto innanzi agli occhi. Sappi che il sangue de’ martiri della patria, che ora tramanda vortici di fumo, fermenterá, e la fermentazione ne produrrá un maggior numero; sicché la repubblica risorgerá piú bella dalle sue rovine, come la fenice dalle proprie ceneri. — Ultinam!

p. 301, v. 36. Io direi che Ettore Carafa era un nobile di prima classe, se il far pompa di nascita non fosse proprio degli schiavi e degl’imbecilli, i quali ripongono tutta la loro grandezza in una [p. 345 modifica]croce, in un cordone o in altre vili insegne: ma debbo dirlo per mettere in prospettiva il carattere di un personaggio, il quale, disprezzando nel governo monarchico, in cui vivea, gli omaggi, i titoli e le ricchezze, non soffriva di veder gemere la patria sotto una verga di ferro; per cui congiurò di emanciparla dalla piú dura delle servitú. La storia pochi esempi simili ce ne offre, e questi pochi sono registrati nei fasti dell’eroismo.

Carafa fu carcerato in Sant’Elmo, donde fuggí dopo avervi languito per lungo tempo. Andò a trovare asilo a Roma, e quindi a Milano, dove a sue spese organizzò una legione. Penetrate in Napoli le armi francesi, egli ne divise la gloria con tante gesta, in cui si segnalò il patriotismo unito alla bravura. Dal governo fu mandato in Puglia ad estinguere un piccolo vulcano d’insorgenza, che vi era scoppiato. Invano si frapposero argini innanzi a lui: Ettore era fatto per eseguire prodigi.

Giunse ad Andria, suo proprio feudo. Quegli abitanti erano sordi alla voce della ragione. Sicché egli tenne la strada della moderazione; ma, avvedendosi che non potea riuscire, suo malgrado fece uso della forza. Dopo altre prodezze fu mandato in Abruzzo, che fu il teatro della di lui gloria e della di lui catastrofe.

L’assenza di Carafa dalla Puglia divenne funesta a quel dipartimento, giacché i generali francesi, che gli succedettero, come Serrazin e Duhesme, si diedero in preda alle concussioni, le quali disgustarono gli abitanti.

p. 302, v. 19. I principali organi del tribunale di sangue sono Speziale e Guidobaldi. Il primo, uomo di ventura, era l’ultimo tra gli avvocati siciliani. Occupava la carica di giudice della Gran Corte pretoriale in Palermo; carica la quale non si dá se non agli uomini che hanno poco merito e molta miseria. In tempi in cui la corte avea bisogno di uno scellerato, lo ricercò tra la feccia del popolo, e lo ritrovò in Speziale.

Guidobaldi era un uomo miserabile, inetto procuratore in Teramo. Ivi s’introdusse nella casa di Ruggiero, uditore allora della provincia, e fu l’amante della moglie. Ruggiero passò consigliere in Napoli, e la di lui moglie condusse seco il suo amante, che protesse nell’avvocheria. Ruggiero morí. La sua vedova rimase nella miseria, e Guidobaldi l’obbliò. Fu veduta nelle di lui sale chieder la limosina, e riceverla per mezzo de’ domestici, giacché egli sdegnava di vederla. [p. 346 modifica]Appena incominciò l’inquisizione di Stato, Guidobaldi divenne delatore. Fra gli altri tradimenti commise eziandio quello di denunziare un suo amico e cliente insieme, che lo consultava sulle accuse che temeva. Egli fu che fece cadere i maggiori sospetti contro Carafa. E questa infamia ebbe per ricompensa la toga. Si elevò sulla rovina di Giaquinto e Pignatelli, che erano stati i di lui protettori. In séguito distrusse anche Vanni, che lo avea difeso contro Pignatelli e Giaquinto. Spinse la ferocia oltre la linea in cui l’avea portata Vanni. Fu piú crudele e piú vile. Si son ritrovate lettere sue, nelle quali prometteva premi e cariche ad alcuni, per indurli a deporre contro i pretesi rei di opinione. Fu tanto riputato in questo ramo, che la corte lo scelse direttore del tribunale di polizia o sia di pubblico spionaggio. Avvicinatisi i francesí, fuggi, e ricomparve coll’armata cristianissima. Portò tant’oltre le sue idee di crudeltá, che, immaginando il gran numero degl’impiccati che vi sarebbero (i quali, secondo lui, dovevano oltrepassare quello di duemila solamente nella capitale), per far un benefizio al fisco, fece una transazione col boia, a cui invece di ducati sei ad operazione, che prima esigeva, stabilí una mesata fissa. Soleva dire a’ suoi favoriti ch’egli allora pranzava con giubilo, quando piovevano le teste de’ giacobini nella piazza del Mercato.

p. 309, v. 9. La Giunta di Stato, in séguito delle istruzioni ricevute, ha fatta una scala di pene, delle quali la minore è l’esilio. Noi non vogliamo prevenire le riflessioni dell’accorto lettore nell’osservare come in sí fatta classificazione la tirannia ha procurato di collocare la virtú sul posto del delitto, come la forza per un istante ha potuto imporle silenzio; ma la fama a cento bocche la fa echeggiare in tutt’i punti dello spazio, e la giustizia, ch’è l’arbitra dell’universo, la rivendica degli oltraggi ricevuti; giacché la virtú non appartiene al regno degli uomini, ma all’impero delle leggi della natura, di cui ella è figlia.

I. Sono stati considerati come rei di prim’ordine e degni di morte: 1° tutt’i principali impiegati della repubblica napoletana, e sotto il loro nome sono stati compresi tutti quei che furono rappresentanti, direttori, generali, commissari organizzatori, membri dell’alta commissione militare e del tribunale rivoluzionario; 2° tutt’i capi di clubs anteriori alla venuta de’ francesi; 3° tutti coloro che ebbero parte alla presa di Sant’Elmo, che andarono a trovar i francesi in Capua o Caserta, che vennero battendosi [p. 347 modifica]co’ francesi, o che fecero fuoco sul popolo napoletano mentre combatteva co’ francesi; 4° tutti coloro che si batterono a vista delle bandiere del re contra la di lui truppa; 5° tutti coloro che, o scrivendo o parlando in pubblico, avessero detto male del re, della sua famiglia e della religione; 6° tutti coloro finalmente che avessero dati non equivoci segni della loro empietá verso la caduta repubblica.

II. Coloro che erano ascritti alla sala patriotica, e che avevano segnata colle proprie mani la sentenza di morte, sono stati condannati all’esilio in vita ed alla confiscazione de’ beni.

III. Tutti quei, che hanno occupati impieghi subalterni, sono stati affidati alla clemenza del re. — E chi fra loro non ne ha veduti gli effetti?


p. 309, v. 30. Quei, che son versati nella storia, sanno che cotesta imperadrice, nella minoritá del figlio Michele, sterminò un popolo di manichei, che vivevano tranquillamente nell’Asia minore, avendone solamente in un tempo immolati centomila al suo fanatismo. I preti l’hanno collocata nel numero delle piissime donne del secolo nono: dove i nostri gerofanti situeranno Carolina, sua emula?...


p. 310, v. 21. La storia della tirannide umana rammenta con orrore il toro di Falaride, l’orecchio di Dionigi, ecc. Tempi a noi piú vicini ci hanno offerti i lugubri esempi dell’atto di fede, de’ giudizi di Dio, della ruota. La filosofia e la civilizzazione aveano giá banditi dall’Europa sí fatti spettacoli, che insultano la natura e svergognano la specie. In Napoli la Giunta di Stato non solo ha rinovati tutti gli orrori della tirannia, ma ne ha inventati de’ nuovi. Il giovane Acconciagioco, accusato di aver avuto parte in una congiura contro la monarchia, ha sofferto con ammirabil costanza il fuoco nella sua mano in presenza degl’iniqui ministri. E mentre gli si passava un ferro rovente dall’estremitá del dito indice sino al pollice, egli ha serbato il silenzio col piú fiero ed orgoglioso contegno. Cosi sono puniti in Napoli i semplici sospetti...

..

La maniera, con cui sono stati trattati i detenuti nelle carceri, è stata la piú oppressiva e la piú tirannica che mai si possa immaginare. Sembra impossibile che gli agenti della tirannia napoletana abbian potuto superare gli orrori della Bastiglia di Parigi. [p. 348 modifica]Nel Castello Nuovo, precisamente, non si accordava un letto; per cui si dovea dormir sull’umido suolo nel tempo del piú rigido inverno. Non si permetteva ch’entrasse il cibo se non in un solo vaso, e, se taluno prendeva tabacco, questo si mescolava spesso cogli altri cibi. Si mantenevano gli arrestati senz’acqua, e per un mese furono privi anche di pane; cosí che moltissimi, i quali o erano miserabili, o pur aveano le loro famiglie lontane, non godettero di altro soccorso che della pietá degli altri infelici. Ogni due giorni erano spogliati nudi: si visitava tutto il loro picciolo mobile. Né ciò bastava; si visitavano anche le loro persone: si conficcava un dito nell’ano, e questo dito stesso si metteva in bocca, per vedere se vi avevano nascosto danaro o veleno. Per l’ordinario erano battuti, esposti alla berlina e coverti di fango e di sozzure.

Celeste Libertá! tu che sei riputata una chimera da quei che non ti conoscono; tu che, qual nume benefico, rendi contente e liete le genti che ti posseggono, per qual motivo fai il martirio di quei cuori divoti, i quali, in mezzo al profumo degl’incensi, ti pregano di aprire le argentee porte dell’aurora, e far succedere alla notte della miseria i giorni della felicitá, diffondendo i tuoi benefici influssi sul suolo sterile e deserto della tirannia? Per qual motivo fai morire tranquilli ne’ loro letti Augusto e Cromwell, mentre taci innanzi alla morte violenta del gran Mirabeau, e non paralizzi il braccio che porta il colpo fatale a Condorcet e Saint-Just? Per qual motivo rendi sicure le mura della reggia di Pietroburgo e di Palermo, mentre non arresti gli orrori di Varsavia e di Napoli, permettendo che si passeggi ancora impunemente sugli ossami di tante migliaia de’ tuoi proseliti?


p. 311, v. 31. La fisonomia è il gran libro dell’anima umana. I sentimenti, le passioni caratteristiche, le idee per l’ordinario si leggono nell’esterno dell’uomo. Un fisonomista, che guarda attentamente Ferdinando quarto, gli ravvisa subito l’imbecillitá, la viltá e la frivolezza, che formano il fondo del suo carattere. La ferocia e la sensualitá sono qualitá accessorie in lui, e principali in Carolina. Da siffatto impasto morale ne nasce che, quando l’uno teme, l’altra spera e non si avvilisce nelle perdite; quando l’uno vuol frammischiarsi negli affari di Stato, un divertimento che gli si prepara dalla moglie, una Frine che gli si presenta, gli fa tutto obbliare; quando l’uno vuol usare qualche ombra d’indulgenza, [p. 349 modifica]l’altra gl’istilla il furore, e lo fa entrare a parte de’ di lei pravi disegni; quando il primo desidera la pace, l’altra trova i mezzi pronti onde fargli comparire meno truce il demonio della guerra.


p. 313, v. 10. Le leggi della natura sono invariabili, si ne’ cangiamenti fisici che ne’ morali. Costantemente si osserva che la prosperitá e durata degl’imperi è affidata alla custodia della saggezza; che la rovina delle repubbliche e de’ regni deriva dalla corruzione de’ popoli, o dalla imbecillitá, dalla tirannia, da’ vizi di quei che sono al timone degli affari. Ecco l’origine di tutte le rivoluzioni; ecco il cerchio degli slanci e delle cadute, della nascita, dell’ingrandimento e della distruzione delle umane cose.

Il ministro Tanucci, uomo di gran merito, avea conosciuta bene la perversitá della moglie di Ferdinando quarto, allorché si ostinò a non farla intervenire nel Consiglio di Stato ed escluderla affatto dal maneggio de’ pubblici affari. Ma Tanucci fu sagrifícato, e Carolina, abusando della stupidezza di un marito imbecille, si pose in mano le redini del governo. Allora tutto andò male. Questa donna travagliò a rovinare il Regno, perché odiava la famiglia de’ Borboni, disprezzava la nazione, e perché aveva un talento particolare di tutto distruggere, senza saper niente edificare.

Ella aveva avuti moltissimi amanti, ed il secondo avea sempre rovesciati i primi. I suoi amori piú strepitosi sono stati con Gualenga, col duca della Regina, con Marsico, Dillon, Caramanica, Rosmosky ed Acton. Quest’ultimo si elevò quando cadde Rosmosky, e, per sostenersi, all’ascendente, che gli dava l’amore nel cuore della regina, aggiunse la perfidia. Onde, come i primi rivali si erano contentati di perdersi a vicenda, cosí egli non si vide contento se non quando li ebbe tutti distrutti, sapendo conservare se stesso. Caramanica gli faceva ombra, e fu avvelenato per opera sua.

La regina, come tutt’i tiranni della terra, secondo il ritratto che ne fanno Aristotile e Macchiavelli, è ambiziosa, crudele, piena di sospetto e prodiga. Sicché l’accorto Acton istillò o, per meglio dire, fortificò nella di lei anima i sospetti di Stato. Per questo riguardo rovesciò Medici e molti altri nobili, ed ingrandí la lente dell’immaginazione stravolta, colla quale ella guardava i francesi. Per questo riguardo, in tempo di pace, mirava con occhio bieco i ministri della repubblica, i quali eludeva nell’esecuzione de’ trattati, mentre tutto accordava agl’inglesi. In tal guisa Acton divenne [p. 350 modifica]l'idolo di Carolina ed il Richelieu del regno di Napoli in quanto al potere, colla sola differenza de’ talenti.

Per vie piú assicurare il suo impero, egli tenne l’altro mezzo d’interessare Carolina ne’ suoi furti, onde dar campo alle di lei immense profusioni, le quali oltrepassavano la somma di tre milioni di ducati l’anno, e onde agevolarla a salariare lo spionaggio e l’impudicizia. Acton trovò il modo di rubare queste ingenti somme alla nazione, per darle all’iniqua adultera. Da ciò tante specolazioni chimeriche, tanti progetti ineseguibili: da ciò organizzazione di marina, ristaurazione di porti, accrescimento di truppe ed altre imprese, che, incominciate e non mai menate a capo, esaurivano le finanze dello Stato, senza produrre alcun utile reale. In quanto a’ suoi progetti, non mai realizzati, Acton si può paragonare a don Chisciotte, il quale aveva il piacere di fabbricare castelli in aria.

Giova avvertire che, quando si parla degli amanti di Carolina, non si ha da supporre che il numero si debba limitare a quei soli de’ quali abbiamo fatta menzione. La lussuria insaziabile di cotesta donna ne aveva mille altri, ed anche gl’ignoti erano ammessi al suo lupanare; giacché ella aveva delle profane incaricate a procurarle tutti quei giovani, i quali, per l’aspetto o per .., erano meglio atti a soddisfarla. Una di sí fatte profane era la marchesa di San Marco, la quale agiva nello stesso tempo da Mercurio e da Tribade... Io qui svelerei altri aneddoti relativi alla deboscia di Carolina, se non temessi di offendere il pudore e di mettere in prospetto nuovi ed inuditi tratti di libidine.

Fama corre che anche Castelcicala fosse stato uno de’ suoi lenoni: ma ciò non è certo; e, quando anche lo fosse, la storia non se ne deve interessare. Solo bisogna far conoscere il carattere di questo cortigiano, perché si abomini. Castelcicala è piú vile, piú ignorante e, per conseguenza, piú crudele di Acton. Deve la sua elevazione agli amori della moglie con Pitt, essendo stato promosso in Napoli dal partito inglese. Serviva Acton colla viltá, Carolina colla crudeltá e coll’infamia, in maniera che ambedue non trovarono migliore esecutore de’ loro disegni. Egli, prostituendo la carica ed il sentimento a’ piedi del trono, fu l’autore della persecuzione promossa contro gli avanzi della repubblica; egli fu che incaricò Mattei e molti altri uomini turpi perché dimostrassero che la capitolazione fatta co’ ribelli non dovevasi osservare; egli fu che disse che tutt’i rappresentanti erano rei di usurpata sovranitá; egli a buon conto diede la forma legale alla piú solenne [p. 351 modifica]ingiustizia, e fu uno de’ principali anelli della catena de’ fatali avvenimenti. Carlo Romeo, che in tempo della repubblica non avea commesso altro delitto se non quello di scrivere una canzone contro di lui, andò a depositare la testa sul patibolo. Ventimila persone, che furono arrestate in Napoli e ne’ dipartimenti, debbono ripetere in parte la loro catastrofe da cotesto vile stipendiato del delitto.


p. 318, v. 3. Il re di Sicilia, sempre irresoluto e timido nelle sue deliberazioni, come sono i piccoli tiranni, malgrado l’organizzazione di un esercito di 80.000 uomini, incontrava difficoltá a misurarsi co’ francesi e violare di nuovo il trattato di pace. Ma la regina, che spirava furore e strage, si propose in ogni conto di farlo decidere al partito della guerra. Sicché spedí un messo all’imperatore, pregandolo di mandare in rinforzo delle truppe napoletane almeno un corpo di ventimila austriaci. Francesco secondo rispose che, non essendo quello il tempo proprio, si doveva attendere la primavera. L’impaziente Carolina, che voleva vedere in un istante la distruzione de’ francesi, e che si fidava ad un esercito quanto numeroso altrettanto indisciplinato e malcontento, pensò con Acton di presentare all’imbecille re una lettera a nome dell’imperatore, che assicurava il pronto invio delle sue truppe. Si eseguí dunque il disegno per mezzo di Arriola, ed ebbe il suo effetto.

Dietro la disfatta e dietro la fuga da Roma, Ferdinando restò stupefatto di non aver veduto alcun movimento per parte de’ tedeschi. Altronde, la regina temeva che non uscisse a giorno la trappola in cui ella aveva tirato il credulo marito. Sicché pensò di distruggere quei ch’erano a parte del segreto e che potevano svelarlo al re. Per sí fatto motivo, sotto pretesto di giacobinismo, coll’efficacia di Pasquale di Simone, famosa spia, fece trucidare il corriere dal popolo, che lo strascinò per le strade della cittá. Foggiò ad Arriola un’accusa di segreta intelligenza con Championnet, mediante la quale costui venne posto in castello assieme con Carlo Gonzales, uffiziale della sua segreteria, che poscia fu esiliato nell’epoca della capitolazione ed ora trovasi a Milano con moglie ed una piccola figlia. Dopo di avere cosí compita l’opera dell’intrigo, dell’eccidio, del tradimento, Teodora fuggí in Sicilia, dove non ha cessato di tenere la stessa condotta. E, per vie piú rendersi famosa, è andata in Toscana a fabbricare le armi della [p. 352 modifica]discordia e della guerra civile; quindi a Vienna, per preparare un nuovo diluvio di mali e per sommergervi l’Europa intera. A buon conto, questa donna infernale imita Caligola nel desiderare che tutto il genere umano avesse una sola testa per poterla recidere.


p. 320, v. 14. Il generale Pignatelli avea ricevuto ordine dalla corte che, se i francesi si approssimavano alle porte di Napoli, egli incendiasse l’arsenale, facesse scoppiare una mina sotto la cittá, e che il castello Sant’Elmo la riducesse in cenere bombardandola. Pignatelli non ebbe tempo ad eseguire tutte queste esecrabili scelleraggini. Fuggí in Palermo, dove fu imprigionato per non aver eseguiti i comandi in tutta la loro estensione. Ecco come i re sono nell’ordine morale ciocché i mostri sono nel fisico. Popoli della terra! calcolate una volta i vostri interessi, facendo scomparire il fascino dell’impostura, i prestigi dell’errore. Conoscete l’indole degli assassini coronati, che in tempo di pace vi fanno una guerra di distruzione; armate le vostre braccia del pugnale della rivolta; unitevi in un’immensa assemblea, in seno di cui suonerete la generale per esterminare i felloni della vostra sovranitá.


p. 322, v. 27. Sin dall’epoca in cui Bonaparte sulla cima delle Alpi risvegliò gli assonnati spiriti italiani collo strepito delle sue armi, pose a giorno i suoi disegni di sottrarre dal giogo queste nostre contrade. Ecco i suoi proclami:

Sì, o soldati, voi avete fatto molto... Ma non vi resta forse piú nulla a fare? Si dirá di noi che abbiamo saputo vincere, ma non profittare della vittoria? La posteritá ci rimprovererá di aver trovato Capua nella Lombardia?...

Coloro che hanno aguzzat’i pugnali della guerra civile in Francia, che hanno vilmente assassinati i nostri ministri, incendiati i nostri vascelli a Tolone, tremino. L’ora della vendetta è suonata.

Ma i popoli sieno senza inquietitudine: noi siamo amici di tutt’i popoli, e particolarmente de’ discendenti da’ Bruti, dagli Scipioni e dagli uomini grandi che abbiamo presi per modelli.

Ristabilire il Campidoglio, collocare onorevolmente le statue degli eroi che lo resero celebre, risvegliare il roman popolo anneghittito da piú secoli di schiavitú; tale sará il frutto delle vostre vittorie: esse faranno epoca nella posteritá; voi avrete la gloria immortale di cangiar l’aspetto della piú bella parte dell’Europa.

Popoli dell’Italia! l’armata francese viene per rompere le vostre catene. Il popolo francese è l’amico di tutt’i popoli: venitegli incontro con piena [p. 353 modifica]confidenza... Noi faremo la guerra da nemici generosi; noi non l’abbiamo che contro i tiranni che vi tengono in schiavitú.

                                                                                                         Bonaparte.


Se ne’ preliminari di pace di Leoben il vincitore degli alemanni non potè realizzare le sue vedute, se ne deve incolpare il Direttorio, ch’era alla testa delle negoziazioni. Ora ch’egli siede su’ destini delle repubbliche ed abbraccia nell’immensitá de’ suoi pensieri il genere umano, sará nel grado di dare alla Francia le palme della vittoria, innestate ad un’ottima costituzione politica; all’Europa il tanto sospirato olivo della pace; all’Italia, ch’è la sua madre, i trofei dell’indipendenza e della libertá. In tal guisa il di lui genio, superiore a’ Franklin ed a’ Washington, meriterá la stima dell’universo ed acquisterá titoli immortali alla gloria. [p. 354 modifica]