Storia della letteratura italiana (Tiraboschi)/Parte II/Capo I

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Parte II - Capo I
Filosofia, Matematica, e Leggi

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Parte II - Capo I
Filosofia, Matematica, e Leggi
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CAPO I.

Filosofia, Matematica, e Leggi.


I.

Setta Pittagorica formata in Italia.


E Cominciando dalla Filosofia, il primo, che ci si offre a ragionarne, è Pittagora. Nè voglio io già sostenere, che egli fosse Italiano. Già abbiam di sopra mostrato1, che non v’ha argomento valevole a provarlo Etrusco. Più insussistente ancora è l’opinione del Canonico Campi, il quale appoggiato a certi antichi versi non bene intesi vorrebbe far credere, che Pittagora fosse Piacentino, nel che egli è stato egregiamente confutato dal dottissimo Proposto Poggiali2 col mostrare singolarmente, che, quando nacque Pittagora, non era ancor fondata Piacenza. Ma se egli non fu Italiano di nascita, pur nondimeno l’Italia può a ragione vantarsi di sì illustre Filosofo.

Egli certamente vi fece lungo soggiorno, e in quella parte appunto di essa, di cui ora trattiamo, cioè nella Magna Grecia, si rendette egli pe’ nuovi suoi dogmi chiaro singolarmente e famoso. Tutti gli Storici, che di lui scrissero, ne fan certa fede; e ciò confermasi ancora dal nome d’Italica, che alla scuola de’ Pittagorici da lui fondata fu attribuito; scuola, come dice il Ch. Montucla3, in cui tutte le cognizioni, che contribuir possono a perfezionar lo spirito e il cuore, furono con ardor coltivate.

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II.

Contesa interno ad essa tra ’l Bruckero, e il P. Gerdil.

Non è quì mio pensiero di fare lunga dissertazione sulla vita, sugli studj, sulle opinioni di questo famoso Filosofo. Converrebbe prima d’ogni altra cosa esaminar la questione tra due dotti Scrittori insorta, Jacopo Bruckero, e il P. Gerdil Barnabita, sollevato poscia pe’ rari suoi meriti all’onore della Sacra Porpora l’anno 1777. Sostiene il primo, ogni cosa a lui attinente essere oscura ed incerta per tal maniera, che vano sia l’accingersi a rischiararla4; e più ragioni ne arreca. Gli Scrittori della Vita di Pittagora tutti di molto tempo a lui posteriori; le incerte tradizioni, a cui ogni cosa si appoggia; la confusione di più Pittagori in un solo; la legge, che dicesi da Pittagora imposta a’ suoi discepoli, e per lungo tempo osservata, di non esporre al pubblico scrivendo le sue opinioni; lo spirito di partito, che in Jamblico e in Porfirio, due de’ principali Scrittori della sua Vita, chiaramente si scorge di offuscar la luce del Cristiano Vangelo, che già cominciava a penetrare per ogni parte, col formar di Pittagora un uom portentoso, e somigliante in gran parte a Cristo medesimo; tutto ciò, secondo il Bruckero, ad evidenza ne mostra, quanto poca fede debbasi a’ racconti, che intorno ad esso si fanno. Ma all’incontro il P. Gerdil entra coraggiosamente a sostenere5, che, comunque più cose vi siano intorno a Pittagora dubbiose e incerte, si può nondimeno della maggior parte de’ suoi dogmi con probabile fondamento venire in chiaro; perciocchè, egli dice, Platone, che a molti de’ più celebri Pittagorici fu famigliare, ben potè agevolmente risapere i dogmi di questo illustre Filosofo, onde a ciò, ch’egli, e dopo lui Aristotele, e poscia Laerzio, Porfirio, e Jamblico ed altri Scrittori ne espongono intorno alle Pittagoriche opinioni, deesi a buon diritto ogni fede. Alle ragioni del P. Gerdil ha controrisposto il Bruckero6 nuove ragioni arrecando, onde confermar l’opinion sua. Troppo male mi si converrebbe l’entrar giudice tra questi due valentuomini. Io lascio dunque, che chi è vago di tali quistioni esamini i loro argomenti, e siegua chi più gli piace; e solo le cose che son più degne di risapersi, e quelle, che più concordemente si asseriscono, verrò brevemente sponendo.

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III.

Epoche della Vita di Pittagora e suoi principj.

Il tempo, in cui egli vivesse, non si può con certezza determinare. Gli antichi stessi non sono in ciò tra loro concordi. Qual maraviglia, che nol siano i moderni? Nel Tomo XIV delle Memorie dell’Accademia delle Iscrizioni abbiamo un’erudita Dissertazione di M. de la Nauze, in cui con mille autorità e con forti argomenti si fa a provare, che Pitagora nacque verso l’anno 640 innanzi l’Era Cristiana, e che morì verso l’anno 550. Al contrario M. Freret in un’altra bella Dissertazione inserita nel Tomo stesso prende a ribattere le ragioni tutte dal la Nauze arrecate, e molte altre ne adduce a provare, che Pittagora morì certamente dopo l’anno 509 innanzi l’Era Cristiana, e che quindi convien credere, ch’egli nascesse circa l’anno 600. Altre opinioni diverse, e le contese tra dotti uomini insorte in Inghilterra su questo punto si posson vedere presso il le Clerc, che de’ libri intorno a ciò pubblicati ci ha dati gli estratti7, e presso il Bruckero, il quale pensa, che più probabile sia l’opinion di coloro, che affermano esser lui nato l’anno 586 innanzi a Cristo. In qualunque luogo nascesse, egli è certo, che dopo più viaggi affine di ammaestrarsi da lui intrapresi, venne a stabilirsi in Italia, il che pensa il Bruckero, che accadesse l’anno 546. Vi fu tra gli antichi ancora chi disse, ch’egli avea avuto a suo discepolo Numa il secondo Re de’ Romani. Ma Cicerone stesso rigetta una tale opinione, poichè, egli dice, Numa certamente visse degli anni assai innanzi a Pittagora8. Crotone e Metaponto furono le due Città, in cui fece egli più lungo soggiorno; ma più altre Città ancora di queste provincie, di cui parliamo, di qua ugualmente e di là dal Faro, giovaronsi de’ consiglj e della dottrina di sì grand’uomo. Grandi cose ne narrano Porfirio e Jamblico da lui fatte anche a politico regolamento delle Provincie medesime, e grandi prodigi ancora per lui operati; ma in questo qual fede loro si debba, è facil cosa a vedere; e anche il P. Gerdil conviene, doversi tralle favole rigettare cotai maravigliosi portenti. Nemmeno puossi affermar con certezza, se egli scrivesse libri di sorta alcuna. Su ciò ancora discordano gli antichi Scrittori, nè tu sai bene, cui debbasi prestare, ovvero negar fede.

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IV.

Eccellenza e fama della sua Setta.

Ciò che puossi con verità affermare, si è, che fu Pittagora il primo, che il nome di Filosofo fin allora sconosciuto prendesse, come ne assicura Cicerone9, e uno de’ primi, che nello studio della Filosofia, della Matematica, e della Morale, non solo cominciarono ad aprir nuovi sentieri, ed avanzarsi più oltre assai di quello che fin allora si fosse usato, ma che additando agli altri ancora le vie da essi scoperte, ed invitandogli a venire lor dietro, aprirono pubbliche scuole, si fecero fondatori di Sette, e cercarono di risvegliare negli uomini tutti desiderio ardente di virtù e di scienza. Quasi tutti i più grandi uomini, di cui si vanta la Grecia, Socrate, Platone, Epicuro, Aristotele, ed altri, furono a Pittagora posteriori. Il solo Talete Milesio fondator della Setta, che Jonica fu appellata, visse innanzi a lui. Ma se Pittagora non ebbe il vanto di essere a lui anteriore di tempo, quello ebbe certamente di superarlo in fama; poichè la scuola di Pittagora più assai che non quella di Talete fu presso gli antichi Filosofi illustre e chiara; e paragonando ciò, che i più accreditati Scrittori ne dicono delle opinioni loro, chiaramente si vede, che Pittagora più addentro innoltrossi nel conoscimento della natura, e che se non giunse in molte cose allo scoprimento del vero, vi si accostò nondimeno assai più vicino che non Talete. E a ciò attribuir si deve la stima, in cui fu sempre Pittagora, mentre vivea, e l’affollato concorso, che ad udirlo faceasi da ogni parte. Ne abbiamo un chiaro testimonio nella lettera a lui scritta da Anassimene, che da Laerzio ne è stata conservata. Atqui, così gli scrive egli, tu Crotoniatis atque Italis ceteris gratus atque in pretio es; accedunt & ex Sicilia studiosi quique10.

V. Della maniera da Pittagora usata nell’istruire i suoi discepoli, del rigoroso silenzio, della sobrietà e temperanza nel vitto, nel sonno, nel portamento tutto esteriore, del dispregio della gloria, della comunione de’ beni, e di altre somiglianti cose, che da essi esigeva, si può vedere il soprallodato Bruckero, che questo punto di Storia con singolare esattezza ha esaminato. Per ciò che appartiene alle Filosofiche opinioni di Pittagora, lo stesso autore dopo aver recate non poche ragioni, come di sopra osservammo, a mostrare, quanto grande sia l’incertezza, in cui [p. 40 modifica]su questo punto necessariamente esser dobbiamo, va diligentemente raccogliendo tutto ciò, che da diversi Scrittori antichi gli viene attribuito intorno alla Filosofia in generale, all’Aritmetica, alla Musica, alla Geometria, all’Astronomia, alla Medicina, alla Filosofia morale, ed alla Teologia, il che pure dal P. Gerdil con somma diligenza si è fatto11 in ciò singolarmente, che alla natural Teologia appartiene, e dal Montucla12 in ciò, che spetta alla Matematica. Faticosa non men che inutile impresa sarebbe il voler qui recare ogni cosa ad esame; né altro potrei io fare, che ripetere ciò, che da’ mentovati Autori si disputa diffusamente; e le questioni, in cui mi converrebbe entrare, sarebbono per la più parte inutili ed oscure. Quando io avessi riempiute più pagine disputando intorno alla Metempsicosi, all’Armonia, e ad altre somiglianti questioni proprie della Pittagorica Filosofia, qual frutto ne avrei io raccolto, se non quello di aver inutilmente annojati i lettori?

VI.

Scoperte Astronomiche e Matematiche in essa fatte.

Alcune cose però, che alla Matematica e alla moderna Fisica appartengono, e dagli antichi scrittori attribuite vengono a Pittagora, o almeno a’ suoi discepoli, voglionsi più attentamente disaminare. E primieramente il soprallodato P. Gerdil ha ingegnosamente mostrato, quanto il sistema delle Monadi Leibniziane sia conforme al sistema fisico di Pittagora13. Veggasi su questo punto singolarmente il bellissimo ed eruditissimo libro di Mr. Dutens intitolato Recherches sur les Decouvertes attribuées aux Modernes14, di cui assai spesso nel decorso di quest’opera dovrem valerci, il quale ancora degli altri sistemi de’ moderni filosofi trova e scuopre i primi semi in Pittagora e in altri antichi. Io non entrerò su questa materia a lunga ed esatta discussione, che nulla potrei dire, che da questo Autore non sia già stato detto. Solo ne accennerò all’occasione alcuna cosa, rimettendo chi più ne voglia all’autore medesimo, che certamente merita di essere letto. Proclo a Pittagora attribuisce il vanto15 di avere il primo ridotta a forma di scienza la Geometria. Ma, come bene riflette il Bruckero16, altri Geometri vi furono certamente innanzi a lui. Non può nondimeno a lui negarsi [p. 41 modifica]l’onore di aver prima d’ogni altro coltivata nella Magna Grecia questa scienza, e di averla a maggior perfezione condotta. A lui con maggiore certezza si concede dagli antichi scrittori il ritrovamento del celebre Teorema, che nel triangolo rettangolo il quadrato della ipotenusa sia uguale a’ due quadrati degli altri due lati presi insieme; della quale scoperta narrano che fosse lieto per modo, che in sagrifizio offerisse alla Muse, secondo alcuni, un’Ecatombe, secondo altri, un bue, secondo altri per ultimo, una massa di farina impastata a forma di bue, per l’abborrimento, in cui egli avea i sagrificj sanguinosi17. Altre geometriche scoperte a Pittagora o a’ suoi discepoli vengono, ma con minor certezza, attribuite, che si posson vedere presso il Bruckero e il Montucla. Egli, secondo Laerzio18, introdusse il primo nella Grecia l’uso de’ pesi e delle misure. L’Astronomia ancora molto debbe a Pittagora, e può a ragione l’Italia nostra gloriarsi, che molte sentenze, che ora sono da tutti i più valorosi Astronomi ricevute, avessero in essa fin da’ più antichi tempi l’origine19. Due de’ più celebri Neutoniani, cioè il Gregori e il Maclaurin, confessano, che Pittagora ha scoperta egli il primo la legge fondamentale della gravitazione de’ corpi celesti verso il Sole, cioè che questa è in ragione inversa de’ quadrati della lor distanza da esso20. La distribuzione della sfera celeste, dice il lodato Montucla citando gli antichi scrittori, l’obbliquità dell’Ecclittica, la rotondità della Terra, l’esistenza degli Antipodi, la sfericità del Sole e degli altri Astri, la cagione della luce della Luna e delle sue Ecclissi, e di quelle ancora del Sole, furono da Pittagora insegnate. Che più? Perfino la natura delle Comete, e il regolare determinato lor corso non gli fu ignoto, come da un testo di Stobeo chiaramente raccoglie il valoroso M. Dutens, che anche per le altre sopraddette opinioni i più certi passaggi degli antichi Autori reca a provarlo21. Egli ancora [p. 42 modifica]vuolsi, che osservasse il primo l’Espero e il Fosforo, ossia la Stella della sera e del mattino, altro non essere che il Pianeta Venere. Anche il sistema Neutoniano della formazion de’ colori vuolsi da Mr. Dutens, che nella Scuola di Pittagora avesse il suo cominciamento22. Vero è nondimeno, che molte di tali opinioni credesi da alcuni, che fosser prima da Talete e da altri Filosofi dell’Ionia sostenute. Ma non puossi almeno negare il vanto a Pittagora di averle e fatte più celebri e più chiaramente spiegate23.

VII.

Tra esse vedesi anche adombrato il Sistema Copernicano.

Il sistema Copernicano stesso videsi fin d’allora nella Scuola di Pittagora sorgere, per così dire, da’ fondamenti. Che la Terra s’aggirasse intorno al Sole; che questo locato fosse nel centro del Mondo, e perfino che i Pianeti tutti avessero i loro abitatori, fu opinione o di Pittagora stesso o de’ suoi Discepoli24. Del movimento della Terra intorno al Sole Cicerone appoggiato all’autorità di Teofrasto fa scopritore Iceta [p. 43 modifica]Siracusano: Icetas (altri leggono Nicetas) Syracusius, ut ait Theophrastus, Coelum, Solem, Lunam, Stellas, supera denique omnia stare censet, neque præter Terram rem ullam in mundo moveri, quæ cum circum axem se summa celeritate convertat, & torqueat, eadem efficit omnia quasi stante Terra Coelum moveretur25. Ma o fosse Pittagora stesso, o Iceta Siracusano, o qualunque altro della Setta Italiana di Pittagora, dovrassi sempre accordare all’Italia nostra un tal vanto di avere fin da’ più antichi tempi ritrovato un sistema, cui tante ragioni ed esperienze hanno poi a’ nostri tempi sì evidentemente confermato, e dimostrato. Gli errori, da cui questo sistema fu allora guasto, voglionsi attribuire o a quella oscurità, in cui un nuovo sistema rimaner suole comunemente, finchè con più attente osservazioni non venga illustrato; o forse anche all’ignoranza de’ posteriori scrittori, i cui soli libri sono a noi pervenuti, che i pensieri degli antichi filosofi esprimer non seppero con giustezza e precisione. Intorno a che puossi vedere il più volte citato Montucla, che le Astronomiche opinioni de’ Pittagorici ha diligentemente esaminate. Osserva egli ancora, che l’Aritmetica ricevette da’ Pittagorici accrescimento e fama, e ch’essi usarono di cifre a quelle somiglianti, che a noi poscia dagli Arabi furono tramandate; e per ultimo svolge egli e rischiara i ritrovati di Pittagora in ciò, che alla Musica appartiene. E benchè egli sembri rivocare in dubbio il celebre fatto della bottega del ferrajo, in cui vuolsi, che le prime osservazioni sul suono facesse Pittagora, non gli toglie però la gloria di averne il primo osservate e determinate le proporzioni. Quindi a ragione conchiude M. Dutens, che pochi Filosofi conta l’Antichità, che abbiano avuto altrettanto di acutezza e di profondità d’ingegno quanto Pittagora26. Io non voglio su tale argomento trattenermi più a lungo, e bastami di avere in brieve accennato, qual aumento prendessero fin d’allora le scienze in Italia, e con qual felice riuscimento le coltivassero i nostri maggiori, mentre tutta l’Europa, se se ne tragga soltanto una piccola parte di Grecia, giaceasi fralle tenebre dell’ignoranza e della barbarie sepolta profondamente. Chi bramasse altre notizie intorno alla Vita e alla Filosofia di Pittagora, oltre gli autori da noi [p. 44 modifica]citati, può vedere la Vita scrittane dal Dacier, e il libro De natura & constitutione Philosophiæ Italicæ seu Pythagoricæ di Giovanni Scheffer stampato in Upsal l’anno 1664 e gli estratti che di amendue ha dati il le Clerc27, e finalmente il Piano Teologico del Pittagorismo del P. Michele Mourgues della Compagnia di Gesù stampato in Tolosa l’anno 1712.

VIII.

Fama in cui era quella Scuola.

La fama, in cui era Pittagora, fu cagione, che molti a lui concorressero, o se ne facesser seguaci. Quindi anche lui morto la Filosofia Pittagorica si sostenne per alcun tempo in quella Provincia medesima, in cui avea avuto principio, e nelle vicine ancora si sparse, e singolarmente nella Sicilia. Piena di Pittagorici, dice Cicerone28, era una volta l’Italia, allor quando fioriva in essa la grande Grecia. E l’eruditissimo Giannalberto Fabricio presso a duecento Pittagorici vien nominando29, che in questo tratto d’Italia e nella Sicilia fiorirono, de’ quali si fa menzione negli antichi Scrittori. Anzi lo studio della Filosofia Pittagorica non si ristette fra gli uomini. Le donne ancora cominciarono fin da quel tempo in Italia a voler sapere di Filosofia, e alcune ne nomina il citato Fabricio30, delle quali ancora si può vedere il Menagio nella sua Storia delle Donne Filosofanti. Altri ampj Catalogi di Pittagorici Italiani si posson vedere nella Biblioteca Siciliana del Canonico Mongitore, nella Lucania dell’Antonini, nella Biblioteca Calabrese del Zavarroni, e in altre opere somiglianti; in alcune però delle quali io avrei voluto, che gli Autori per desiderio di stendere co’ Catalogi de’ loro Scrittori le glorie della lor patria molti non ne avessero annoverati, che da altre Provincie con più ragione si voglion loro.

IX.

Discepoli più illustri di Pittagora.

Ma di quelli almeno, che nel tenere pubblica scuola di Filosofia successori furono al loro illustre Maestro, vuolsi parlare con qualche maggior diligenza. Il diligente Bruckero il nome di tutti, e l’età, a cui vissero, ha laboriosamente raccolto31, come pure le sentenze e le opinioni loro, e in quali cose consentissero a Pittagora, in quali altre da lui discordassero. I più illustri tra essi furono Empedocle d’Agrigento ossia Girgenti in [p. 45 modifica]in Sicilia, intorno al quale leggesi una erudita Dissertazione del Signor Bonamy nel Tom. X. delle Memorie dell’Accademia delle Iscrizioni, che si può consultare da chi brami di questo illustre Filosofo più copiose notizie. Abbiamo nelle Memorie della stessa Accademia una Dissertazione di M. Freret32 in cui pretende di trovare in Empedocle la sostanza del sistema Neutoniano intorno alla gravità universale. Ma, come osserva M. Dutens33, non sembra che ciò possa bastevolmente provarsi. Certamente però egli ebbe fama di gran Filosofo, e ove altra pruova non ne avessimo, bastar ci potrebbe il magnifico elogio, che ne fa Lucrezio così34 dicendo:

Quorum Agrigentinus cum primis Empedocles est,
Insula quem triquetris terrarum gessit in oris,
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Quæ cum magna modis multis miranda videtur
Gentibus humanis, regio visendaque fertur
Rebus opima bonis, multa munita virum vi,
Nil tamen hoc habuisse viro præclarius in se,
Nec sanctum magis & mirum carumque videtur.
Carmina quin etiam divini pectoris ejus
Vociferantur, & exponunt præclara reperta,
Ut vix humana videatur stirpe creatus.

Ebbevi in oltre Epicarmo, che secondo alcuni fu di Megara Città di Sicilia, secondo altri di Samo o di Coo, ma in età di soli tre mesi trasportato in Sicilia35; Ocello nativo della Lucania; Timeo di Locri, il quale da Platone fu avuto in sì grande stima, che il suo Dialogo della natura delle cose, tradotto poi in latino da Cicerone, fu da lui intitolato Timeo; Archita di Taranto da Cicerone e da Orazio mentovato con lode, e di cui fra non molto dovrem favellare, ove de’ Matematici di questo tratto d’Italia terremo ragionamento; Alcmeone da Crotone; Ippaso, a cui da alcuni dassi per patria Crotone, da altri Metaponto, Sibari da altri, tutte Città della Magna Grecia; e Filolao di Crotone; de’ quali tutti e delle opinioni loro [p. 46 modifica]dottamente favella il Bruckero, presso cui più altri ancora si veggono annoverati36.

X.

Anche Platone si fa discepolo de’ Pittagorici.

Ma niuna cosa ci fa meglio conoscere, in quale stima salita fosse la Setta Italica da Pittagora fondata, quanto il riflettere, che Platone stesso, il divino Platone, venne a bella posta in Italia per conoscervi i discepoli di sì grand’uomo, e per apprendere le loro opinioni. Anzi che egli tragittato poscia in Sicilia, e trovati i libri o di Pittagora stesso, come vogliono alcuni, o, come ad altri sembra più verisimile, de’ più antichi discepoli di quest’illustre Filosofo, li comprasse a gran prezzo, e di essi si giovasse non poco nello scrivere le filosofiche sue opere, ella è opinione di molti antichi Scrittori dal Bruckero allegati. E certo, che a Platone non dispiacesse il farsi bello delle fatiche altrui, ne abbiamo una pruova in Ateneo, il quale parlando di un certo Birsone nativo di Eraclea nella Magna Grecia dice, che da’ Dialogi di lui molte cose tolse Platone: Heraclea prope Sirim civem habuit Birsonem, ex cujus Dialogis multa Plato surripuit37. E Diogene Laerzio ancora nella vita di Platone parla di quattro libri da un certo Alcimo scritti a provare, quanto dal Siciliano Epicarmo avesse tolto Platone. Multum illi (Platoni) Epicharmus contulit Comicus, cujus & plurima transcripsit, ut Alcimus in eis libris, quos ad Amyntam scripsit quatuor numero, meminit. Anzi l’idea ancora dello scriver Dialogi da Zenone nativo di Velia fu suggerita a Platone. Dialogos itaque, [p. 47 modifica]dice lo stesso Laerzio nella Vita di Platone, primum Zenonem Eleatem scripsisse ferunt38.

XI.

Decadenza di quella Setta.

E nondimeno sì celebre Setta non ebbe quella durevolezza, che pareva doversi alla fama, con cui era nata e cresciuta; ma circa ducent’anni dopo la sua origine ella ebbe fine, e il nome e la fama de’ Pittagorici del tutto svanì. Più ragioni ne reca il più volte lodato Bruckero39; l’invidia, che contro di essi accendeva il libero biasimar che facevano i vizj degli uomini, il sospetto, che dall’arcano loro silenzio contro di essi si risvegliava, le civili discordie, per cui molte Città della Magna Grecia miseramente perirono, e per ultimo le Filosofiche Sette insorte in Oriente, che la memoria delle antiche, come suole accadere, estinsero interamente.

XII.

Setta Eleatica nata nella Magna Grecia.

Anche un’altra Setta di antichi Filosofi ebbe nella Magna Grecia l’origine, quella cioè, che da Elea ossia Velia Città di questa Provincia fu detta Eleatica. Ne fu autor Senofane natio veramente di Colofone, ma che nella Magna Grecia passò la maggior parte de’ giorni suoi; come se ella destinata fosse non solo a produrre uomini in ogni sorta di scienza famosi e chiari, ma ad accogliere ancor gli stranieri, e a giovarsi de’ loro talenti e del saper loro. Fu Senofane, al dir di Laerzio, discepolo e successor di Telauge figliuol di Pittagora; ma nuovi dogmi propose da quelli di questo illustre Filosofo diversi assai. Non voglio io nondimeno né a’ miei lettori né a me medesimo recar noja, coll’investigare quali opinioni da lui si insegnassero. Tutta la Filosofia degli antichi è involta fra dense tenebre, fratte quali l’ascose e l’ignoranza, in cui erano essi stessi di molte cose, delle quali però costretti erano a parlare oscuramente, se mostrar voleano di saperne pur cosa alcuna; e l’ignoranza molto maggiore de’ lor discepoli, che non ben intendendo le opinioni de’ lor Precettori davano a’ lor detti quel senso, che più loro [p. 48 modifica]piaceva, e agli errori loro nuovi errori aggiugnevano e tenebre a tenebre. Ma non lascian perciò di esser degni di lode i loro sforzi; e ai loro errori stessi dobbiamo l’aver finalmente in molte cose scoperta la verità. Chi delle opinioni di Senofane volesse più esattamente sapere, vegga il diligente Bruckero40, presso del quale la vita ancora e le opinioni vedrà minutamente esposte de’ più celebri discepoli di questo illustre Filosofo, quali furono singolarmente Parmenide, Zenone diverso dallo Stoico, e Leucippo, tutti nativi di Velia, benchè a quest’ultimo altra patria da altri si assegni.

XIII.

Opinioni singolari di Dicearco.

Io passo leggiermente per le ragioni già arrecate sulle opinioni di questi antichi Filosofi. Ma io penso, che quelli fra’ moderni Filosofi, che col nome di liberi Pensatori voglion essere onorati, e che si danno il vanto di aver diradate le tenebre, fra cui la superstizione e l’ignoranza avea finora tenuti i popoli miseramente involti, mi sapran grado, se un de’ loro più antichi e più perfetti modelli additerò loro in Sicilia; acciocchè si vegga, che, come l’Italia è stata comunemente alle altre nazioni in presso che tutte le scienza Maestra e scorta, così pure l’abuso delle scienze medesime ha avuto in essa cominciamento, almen per riguardo a’ popoli d’Europa. Io parlo del celebre Dicearco di Messina. Uomo non vi ebbe forse nella antichità, che tante scienze cogli studj suoi coltivasse, quante ne coltivò Dicearco. La Geografia, la Musica, la Filosofia, la Storia, la Poesia furono, si può dire, ugualmente a lui care. Su ciascheduna di queste scienze scrisse de’ libri; e in tal fama ne venne, che Cicerone non dubitò di chiamarlo uomo grande e maraviglioso. O magnum hominem! mirabilis vir est41. Ma quali erano i sentimenti di questo divino Filosofo? Quello, che dicesi animo umano, esser un bel nulla. Tenemus ne, dice Tullio, quid animus sit? denique sit ne? an, ut Dicæarcho visum est, ne sit quidem ullus42? e quello, che dicesi animo, non essere veramente dal corpo in alcun modo distinto. Dicæarchus autem, dice lo stesso Tullio, in eo sermone, quem Corinthi habitum tribus libris exponit... Pherecratem quemdam differentem inducit, nihil esse [p. 49 modifica]omnino animum, & hoc esse nomen totum inane: frustraque animalia & animantes appellari; neque in homine inesse animum vel animam, nec in bestia, vimque omnem eam, qua vel agamus quid, vel sentiamus, in omnibus corporibus vivis æquabiliter esse fusam, nec separabilem a corpore ejus, quippe quæ nulla sit, nec sit quidquam nisi corpus unum & simplex ita figuratum, ut temperatione naturæ vigeat ac sentiat43. Quindi, come è necessario, non esser l’animo immortale, contro di che fortemente avea egli disputato: Acerrime autem deliciæ meæ Dicæarchus contra hanc immortalitatem disseruit44. Quindi ancora stolta cosa essere il pensare all’avvenire, e meglio esser il non volerne saper nulla: At nostra interest scire, quæ eventura sint. Dicæarchi liber est, nescire ea melius esse, quam scire45. E nondimeno sul governo delle Repubbliche e su’ doveri de’ Magistrati e de’ Sudditi così saggiamente egli scrisse, che, come narra Suida, legge vi era tra gli Spartani, che il libro da Dicearco scritto intorno alla loro Repubblica fosse ogni anno alla presenza de’ giovani nel pretorio dagli Efori letto pubblicamente. Così al medesimo tempo ch’egli toglieva alla Religione e alla Morale que’ fondamenti, a cui solo l’una e l’altra possono appoggiarsi, parer voleva insieme della Religione e della Morale sostenitor zelantissimo. Nel che se da altri sia egli stato imitato, io lascerò che il decida, chi ha tralle mani le opere de’ moderni liberi pensatori. Fiorì egli verso l’Olimpiade CXVI, e delle opere da lui scritte si può vedere ciò, che ampiamente ne hanno scritto Enrico Dodwello46, il Bruckero47, e il Fabricio48.49

XIV.

La Medicina coltivata nella Magna Grecia.

Allo studio delle Filosofia quello appartiene ancora della Medicina; nè è perciò maraviglia, che avendo i popoli della Magna Grecia e della Sicilia coltivata diligentemente la prima, celebri ancor riuscissero nella seconda. Que’ di Crotone [p. 50 modifica]singolarmente furono in Medicina famosi per testimonio di Erodoto. Questi parla lungamente50 di un Democede Medico di Crotone, che visse a’ tempi di Pittagora, e dice, che in tanta fama egli venne, che i Medici di Crotone stimati eran fra tutti i più eccellenti, e dopo essi que’ di Cirene: Primi Crotoniatæ Medici celebrantur per Græciam; secundi vero Cirenæi. Io non parlerò qui di Epicarmo, di Empedocle, di Pausania, di Filistione, e di altri, che nominati veggonsi da Laerzio51. Nemmeno farò menzione del Medico Menecrate più per boria famoso che per sapere. Nota è la lettera piena di alterigia, ch’egli scrisse a Filippo il Macedone, riferita da Ateneo52, e la risposta, che il Re gli fece consigliandolo di viaggiare ad Anticira. Basterà il rammentare alcuni, a’ quali la Medicina è debitrice assai per le nuove strade in essa aperte. Alcmeone di Crotone53 discepolo di Pittagora fu il primo, come afferma Calcidio Comentator del Timeo di Platone, che osservazioni Anatomiche facesse, e scrivesse sugli animali; anzi sulla costruzione dell’occhio ancora egli scrisse, come osserva il Bruckero54. Erodico fratello dell’Orator Gorgia Leontino (perciocchè a Platone io amo meglio di credere, il quale così afferma55, che a Plutarco, che il vuol nativo di Tracia) Erodico, dissi, fu il primo, secondo Platone56, che la Ginnastica ossia il faticoso esercizio del corpo usasse nella Medicina. Egli è vero, che, secondo l’osservazione dello stesso Platone57, troppo ne abusò, volendo perfino, che si passeggiasse da Atene a Megara, Città oltre a 20 miglia lontana, e che appena toccatene le porte si ritornasse ad Atene. Ma non deesi perciò lasciare di sapergliene grado. Daniello le Clerc58 afferma, ch’ei fu maestro d’Ippocrate, e lo stesso dice il Burigny59. Ma io non ho finora trovato autore antico, che ne faccia testimonianza. Siciliano pure e nativo di Agrigento si fu [p. 51 modifica]Acrone. Plinio afferma60, ch’ei fu autore di quella setta di Medici, che furon detti Empirici, poichè della sperienza valevansi a conoscere la natura de’ morbi, ed a curarli. Ma il le Clerc sostiene61, che molto tempo dopo di Acrone una tal setta ebbe principio. Pare, che qualche rivalità fosse tra lui ed Empedocle, come si raccoglie dal Greco Epigramma da Laerzio riferito62. Io qui nol rapporto, poichè non è possibile il traslatarlo dal Greco in altra lingua, senza che tutta perda la venustà e l’eleganza, fondato essendo lo scherzo sul nome stesso di Acrone e su altre parole, a cui esso nome ha relazione nella Greca lingua63. Vuolsi qui aggiungere qualche cosa ancor della Musica. Il più antico autore, che di essa ci sia rimasto, come osserva il Fabricio64, egli è Aristosseno da Taranto discepolo di Aristotele. Tre libri abbiamo degli Elementi Armonici da lui scritti, le cui diverse edizioni dal Fabricio vengono annoverate. Moltissimi altri libri avea egli composti, e, se Suida non ha preso errore, o qualche sbaglio non è accaduto negli antichi esemplari, creder dobbiamo, che fino a 452 essi fossero.

XV.

Matematici ivi illustri, e primieramente Archita.

Fra tutte però le scienze, il coltivamento delle quali accrebbe alla Magna Grecia ed alla Sicilia onore e lode, deesi a mio parere il primo luogo alla Matematica. Non già ch’io voglia alla Sicilia concedere il famoso Euclide autore degli Elementi di Geometria. Il Canonico Mongitore nella sua Biblioteca Siciliana ha usato di ogni sforzo per mostrarlo nativo di Gela Città di quell’Isola. Ma egli ha ben potuto perciò recare l’autorità di molti moderni Scrittori, e per lo più Siciliani, la testimonianza de’ quali non è sufficiente pruova, se da quella degli antichi non è sostenuta; ma di questi un solo non ha egli potuto trovare, che dica Siciliano il Geometra Euclide. Lasciato dunque questo in disparte, due illustri Matematici ci si offrono a ragionarne, uno di Taranto nella Magna Grecia, cioè Archita, l’altro [p. 52 modifica]troppo più celebre di Siracusa, cioè Archimede. E quanto ad Archita già mentovato da noi tra’ Filosofi, fiorì egli circa l’Olimpiade XCVI, come dimostra il Bruckero65, e pel suo sapere venne in tal fama, che Platone ancora, oltre più altri, se gli diede a discepolo; nè solo della sua dottrina, ma della sua vita gli fu debitore. Poichè dannato a morte da Dionigi Tiranno di Siracusa, ne fu campato per una lettera, che al Tiranno inviò Archita66. Più libri egli scrisse, che veggonsi mentovati dagli antichi Autori, e dall’erudito Fabricio diligentemente annoverati67. Ma la Geometria e l’Algebra furon le scienza, in cui per singolar modo si rendè celebre Archita. Fu egli il primo, al dir di Laerzio, che agli usi pratici rivolgesse la Geometria, la qual fin allora a contemplazioni astratte ed inutili erasi applicata. Egli cominciò a ridurre a leggi determinate la Meccanica, gli effetti esaminandone, e spiegandone le ragioni; e del suo valore in questa parte di Matematica diede egli un’illustre pruova col lavoro di una colomba di legno formata per modo, che imitava il volo delle vere colombe. Esercitossi egli ancora intorno al famoso problema della duplicazione del cubo, e ne diede la soluzione, che da Eutocio ne è stata conservata, della quale favellando il Montucla dice, che, benchè essa sia unicamente speculativa, ci fa però concepire una vantaggiosa idea del suo autore68. Intorno ad Archita e alle matematiche scoperte da lui fatte si possono vedere i soprallodati autori, il Bruckero, io dico, il Fabricio, il Montucla69. Il Bruckero attribuisce ancora ad Archita l’invenzion della troclea ossia carrucola, e della coclea ossia vite; ma non allega autore alcuno, che ciò affermi; e noi vedremo frappoco, che la gloria di tali invenzioni più probabilmente si concede ad Archimede. Quale stima si acquistasse egli, chiaro si scorge dalla maniera, con cui ne favellano gli Scrittori. Orazio fra gli altri il chiama Misuratore della Terra e del Cielo e delle innumerabili arene, e uomo, che sulle celesti sfere ardito avea di sollevarsi, e di aggirarsi70. “In quest’Ode [p. 53 modifica]medesima Orazio accenna l’infelice morte di Archita, che perì naufrago presso le spiagge della Puglia in un luogo che dicevasi Litus Matinum. Nè alle scienze soltanto si ristrinse la gloria d’Archita, ma quella ancora di guerriero conseguì egli felicemente. Più volte condusse al combattimento le truppe della sua patria; e condotte da lui mai non furono vinte; appena egli ne ebbe deposto il comando, furono rotte, e disperse71.

XVI.

Fama di Archimede e Scrittori che ne hanno illustrato la Vita.

Assai maggior nondimeno si fu la fama, che si acquistò Archimede, di cui possiamo dire con ragione, che, quando l’Italia altri antichi Matematici non avesse a vantare, di questo solo potrebbe giustamente andar lieta e superba. Io non recherò qui gli elogi, che di lui leggonsi presso gli antichi scrittori, che buoni giudici non sembrerebbero essi forse ad alcuno, poichè vissuti in tempo, in cui la Matematica non era ancora a quella luce e a quella perfezione condotta, in cui è al presente. Alcuni soli più recenti piacemi di addurne. Il Vossio non dubita di chiamarlo: Divini vir ingenii, qui priorum omnium luminibus obstruxit72. Il P. Tacquet lo dice: Apex humanæ subtilitatis: totius Mathematicæ disciplinæ absolutio73. Nella Storia dell’Accademia delle Scienze egli è chiamato uno de’ più possenti Genj, che nelle Matematiche sieno mai stat174. Il gran Leibnizio finalmente, a cui niuno de’ più profondi Matematici non negherà fede, così di lui dice in una lettera a Mr. Huet citata da Mr. Dutens75: Qui Archimedem intelligit, recentiorum summorum virorum inventa parcius mirabitur. Le quali brevi parole contengono il maggior elogio, che di lui possa farsi. E che tali elogi gli sien dovuti, agevolmente il conosce chiunque o ne esamina i libri, che ce ne sono rimasti, o legge ciò, che di lui raccontano gli autori, che ne hanno scritta la Storia. Fra questi meritano singolarmente di esser letti il Conte Giammaria Mazzuchelli, di cui abbiamo una bella Vita di Archimede stampata in Brescia l’anno 1737 e il Montucla, che le invenzioni e le scoperte di Archimede ha diligentemente esaminate76. Belle ricerche ancora [p. 54 modifica]sopra Archimede avea incominciato M. Melot77; ma non so per qual ragione non le abbia egli condotte a fine78. Noi non prenderemo a descriverne minutamente la Vita, intorno a cui nulla ci lasciano a desiderare i mentovati Autori, e il primo singolarmente. Solo i principali studj e le scoperte più ragguardevoli ne accennerem brevemente, trattenendoci ove qualche cosa per incertezza meriti maggior esame.

XVII.

Epoche della sua Vita e sue prime scoperte.

Nacque egli verso l’anno 286 innanzi l’Era Cristiana, cioè verso l’anno 467 di Roma, e Siracusa, che a ragione chiamar possiamo de’ più leggiadri e più sublimi ingegni dell’antichità educatrice e madre, ne fu la patria. S’egli fosse parente del Re Gerone, come vuole Plutarco79, o nol fosse, come altri affermano, poco giova il cercarlo. S’io facessi ricerche intorno alla vita di Gerone, potrei cercare di accrescere a questo Principe nuovo onore, esaminando, s’egli avesse a parente Archimede. Ma questi non abbisogna di quella qualunque siasi gloria, che dalle Reali parentele deriva. La Matematica e la Meccanica singolarmente e la Geometria furono sempre le sue delizie, nè altra passione oltre questa pare ch’egli non conoscesse. Plutarco ed altri antichi Scrittori ne danno pruove tali, che, se si ammettesser per vere, cel mostrerebbero tratto dall’amore di questi studj alla pazzia non che all’entusiasmo; e quella singolarmente dell’essere egli balzato improvvisamente dal bagno, in cui fatta aveva una scoperta geometrica, di cui poscia favelleremo, e così ignudo com’era aggirandosi per le vie della Città gridando ad alta voce; io l’ho trovato, io l’ho trovato. Il Matematico Montucla, che dalla scienza sua prediletta rimover vorrebbe questa qualunque taccia di esser possente ancora a trarre altrui in pazzia, rigetta quai favolosi tali racconti. Io non voglio accingermi a difenderne la verità; ma parrà forse ad altri, ch’essi non sien certo affatto improbabili, poichè di somiglianti trasporti veggiam noi pure al presente non rari esempj.

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XVIII.

Altre scoperte del medesimo.

Uomo di sottile ed elevato ingegno tutto volgeasi Archimede alla contemplazione e allo scoprimento delle più astruse e difficili verità, che le Matematiche ne possono offerire, e niuna sensibil pruova avrebbe egli forse data del suo sapere, se i comandi del Re Gerone e l’assedio della sua patria non lo avesser costretto a porre in pratica ciò, che finallora solo speculativamente aveva appreso e dimostrato. I libri, che di lui ci rimangono, ne sono un chiaro argomento. Noi vi veggiamo la celebre sua discoperta della proporzione, che ha la sfera al cilindro: scoperta, di cui egli compiacquesi tanto, che volle che queste due figure fossero sul suo sepolcro scolpite, e tutto ne formassero l’onorevole elogio, migliore certo d’assai, che non quelle pompose iscrizioni, le quali spesso cercano, ma inutilmente, d’imporre alla troppo accorta posterità. Vi veggiam parimenti le osservazioni da lui fatte sulle conoidi e le sferoidi, le ricerche sulla misura del circolo e sulla quadratura della parabola, ed altre somiglianti, colle quali, come osserva il Montucla80, fu egli il primo tra’ Matematici, che giungesse a determinare a un dipresso la misura del circolo, su cui già da tanto tempo aveano i più antichi speculato e disputato inutilmente. Anzi che l’Algebra ancora fosse da Archimede usata, egli è sentimento del Barrow, del Wallis, e di altri moderni Matematici allegati da Mr. Dutens81. Tutte queste profonde ricerche fecero per l’addietro, e fanno anche al presente considerare Archimede come uno de’ primi Istitutori, per così dire, delle Matematiche scienze. Egli è vero, che i moderni, lasciate le vie intricate e spinose, per cui avvolgendosi Archimede giunse a tali scoperte, altre più facili e più brevi ne han ritrovato. Ma ciò nulla dee toglier di lode a chi il primo cominciò a spianar loro il sentiero; e a lui debbono i posteri, se più facilmente e più presto, ch’egli non fece, vi possono pervenire. Certo il Wallis ottimo giudice in tali materie non temè di onorare Archimede di un tale elogio: Vir stupendæ sagacitatis, qui prima fundamenta posuit inventionum fere omnium, de quibus promovendis ætas nostra gloriatur82.

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XIX.

Quanto a lui debba la Meccanica e l’Idrostatica.

La Meccanica ancora non dee ad Archimede punto meno della Geometria, e, secondo il Montucla, egli può veramente dirsene il creatore, di che chiara pruova ci somministrano i due ingegnosi trattati, che di lui abbiamo, De Æquiponderantibus, e De iis quæ vehuntur in fluido. Io non farommi qui a raccontar lungamente la celebre scoperta, che al Re Gerone egli fece, della frode usata da un artefice, il quale, avendo dal Re ricevuta una tal quantità d’oro per formargliene una corona, vi avea mista parte d’argento. Dicesi comunemente, ch’egli a caso trovasse il modo di fare tale scoperta, mentre stavasi tuffato nel bagno, osservando l’acqua, che per la massa del suo corpo fuori ne traboccava, alla qual occasione ancora narrano, che fosse egli preso da quel trasporto, di cui sopra dicemmo. Ma di questa favoletta ridesi il Montucla; e il metodo ancora rigetta, di cui dice Vitruvio aver usato Archimede; cioè di sommergere in un vaso d’acqua la corona, e quindi due altre masse al par di essa pesanti l’una d’oro, e l’altra d’argento, ed osservare la diversa quantità di acqua, che da esse facevasi travasare. Un’altra più ingegnosa maniera egli ne arreca, con cui potè Archimede scoprire al Re Gerone la frode, maniera tratta da quegli stessi principj, che vengono da lui stabiliti nel suo libro De insidentibus in fluido; cioè che ogni corpo sommerso in un fluido tanto vi perde del suo peso, quanto pesa un volume d’acqua uguale al suo. Io concederò volentieri al Montucla, che di questo principio si valesse Archimede a scoprire la frode; ma che di questo principio medesimo non potesse egli avere la prima idea, mentre si tuffava nel bagno, credo, che difficilmente potrà mostrarsi. Veggasi anche, come ragiona di questa scoperta il Conte Mazzuchelli83 nella vita di Archimede.

XX.

Sue Invenzioni ingegnose.

Fino a quaranta invenzioni meccaniche attribuivano gli antichi ad Archimede; ma appena ne troviamo alcune indicate negli Autori, che ci sono rimasti. Sua fralle altre dicesi la vite, ossia chiocciola inclinata, in cui l’inclinazione medesima, che il peso ha a cedere, sembra impiegata ad innalzarlo. A qual fine fosse ella da Archimede trovata, controvertesi tra gli Scrittori. Il Montucla afferma, ch’egli immaginolla, affinchè gli Egiziani [p. 57 modifica]se ne valessero a togliere da’ più bassi terreni quell’acque, che il Nilo ritirandosi vi lasciava. Al contrario il Melot sostiene, che l’uso, a cui da Archimede fu indirizzata, fosse quello di distribuire e compartire pe’ campi le acque stesse del Nilo. In due luoghi, dic’egli, parla Diodoro Siciliano della chiocciola di Archimede; in uno dice, che gli Egiziani a questo fine appunto se ne servivano; nell’altro racconta solo, che Archimede ne trovò l’uso in Egitto; ed il fine, aggiugne egli, di asciugare le acque stagnanti del Nilo non è mentovato che dal Cardano, e Diodoro non ne fa motto. Così egli. E certo se noi consultiam Diodoro, noi veggiamo, che l’altro uso solamente alla chiocciola di Archimede egli attribuisce per riguardo all’Egitto. Ecco i due passi, in cui egli ne parla: Incolæ, dic’egli in un luogo84, facile eam (terram) rigant machina quadam ab Archimede Syracusio inventa, quæ a forma cochleæ nomen habet. Nell’altro luogo così ragiona85: Illos aquarum profluxus cochleis, quæ Ægyptiæ vocantur, exhauriunt. Inventor harum fuit Archimedes in sua ad Ægyptum peregrinatione. Ma qui egli non parla dell’Egitto, nè degli abitanti delle terre bagnate dal Nilo; parla della Spagna, e di que’ che lavoravano nelle miniere, de’ quali dice, che incontrando nelle sotterranee cave talvolta acque stagnanti, di questo strumento valevansi a volgere altrove le acque, e ad asciugare le stesse cave. E quindi pare, che il Melot più esattamente che il Montucla definito abbia l’uso, per cui la vite fu da Archimede trovata. Da lui pure si crede, che trovata fosse la chiocciola o vite, che dicesi infinita; da lui la moltiplicazione delle carrucole, che latinamente diconsi trochleæ; e forse ancora, dice il Montucla, ei fu il primo inventore della carrucola mobile, poichè nella Meccanica di Aristotile non se ne vede vestigio; da lui per ultimo, secondo Ateneo86, la macchina, di cui i nocchieri valevansi a votar di acque la sentina delle navi. Intorno a queste e ad altre invenzioni di Archimede veggasi il Conte Mazzuchelli, che diffusamente ne ragiona. XXI. La sterminata nave fatta fabbricare dal Re Gerone, e colle macchine di Archimede gittata in mare, è un’altra [p. 58 modifica]pruova del creatore fecondissimo ingegno di sì grand’uomo. Aveane già egli dato un saggio col trarre egli solo in mare, standosi tranquillamente seduto, una nave mercantile carica di enorme peso87. Ma assai maggiore fu quello, che diede all’occasione di quest’altra nave. Ateneo ce ne ha lasciata una minuta ed esatta descrizione88, cui io recherò qui secondo la traduzione, che nella vita di Archimede ne ha fatta il Conte Mazzuchelli89. Gerone dunque Re di Siracusa strettissimo amico de’ Romani pose ogni studio nella struttura de’ Tempj e de’ luoghi ai pubblici esercizj destinati; e fu vago d’acquistarsi gloria nella fabbrica delle navi, che servir dovevano a caricare formenti. Descriverò io la fabbrica d’una di queste. Sul monte Etna fu provveduto il material de’ legnami, il quale sarebbe stato bastevole per lavorare sessanta galere. Apparecchiati che questi furono, non men che i chiodi e tutto il bisognevole per la fabbrica interiore, colle dirette colonne, e coll’altra materia ad altri usi, parte dall’Italia, e parte dalla Sicilia, oltre alle corteccie delle pioppe dalla Spagna (il testo Greco dice Iberia, la qual voce può ancora significare la Giorgia in Asia) per far le gomene, il canape ed il ginepro dal fiume Rodano, con tutte le altre cose da varie parti del Mondo, condusse de’ fabbri di nave con altri artefici, ponendo alla testa di tutti Archia Corintio architetto; ed acciocchè con coraggio intraprendessero il lavoro, gli andava caldamente esortando, e vi assisteva egli stesso in persona i giorni interi. Nello spazio di sei mesi ne fu compiuta la metà, e questa di mano in mano s’andava coprendo con lamine di piombo, poichè erano al lavoro impiegati trecento artefici oltre agli altri operaj. Ordinò Gerone, che questa metà già compiuta in mar si traesse, e quivi si lavorasse l’altra metà. Ma il tirar questa nave in mare essendo cosa molto malagevole, il solo Archimede ingegnero ve la trasse con pochi strumenti, avendo allestita l’Elica, per mezzo della quale ridusse in mare una nave sì smisurata. Archimede fu il primo, che ritrovasse tal macchina. Allorchè poi nello spazio d’altri sei mesi ridussero a compimento l’altra metà della nave, fu tutta insieme unita con chiodi di bronzo, altri del peso di dieci libbre, ed altri di quindici, [p. 59 modifica]i quali messi in opra per mezzo de’ succhj servivano a tener unite le tavole, e con piastre di piombo venivano al legno inserrati col sottoporvi pece e pezzi di lino. Lavorata in tal guisa la parte esteriore della nave, si diede mano all’interna. Venti ordini di remi erano in essa nave con tre entrate, di cui la più bassa portava nella savorra, ed in essa scendevasi per molte scale, l’altra presentavasi a quelli, che andar volevano negli appartamenti più famigliari, e l’ultima estendevasi nei quartieri dei soldati. Ad un fianco ed all’altro dell’entrata di mezzo erano trenta camere famigliari, e cadauna di queste era fornita di quattro letti. Nel logo ai marinaj destinato n’erano quindici con tre talami per gli ammogliati, fornita ognuna di tre letti, la cucina de’ quali era verso la poppa. Il pavimento di quanto abbiamo riferito era formato di picciole pietre quadrate e diverse, le quali rappresentavano al vivo tutta la favolosa guerra di Troja, essendo l’artifizio in ogni cosa maraviglioso e per la struttura e per la copertura e per le porte e per le finestre. Nell’ingresso poi superiore era il luogo de’ pubblici esercizj, ed alcuni passeggi, che corrispondevano alla grandezza di questa nave. Tra questi v’era situata con maraviglia ogni sorta di giardini, i quali per mezzo di canali di terra o pur di piombo comunicavano all’intorno l’acqua alle piante. V’erano in oltre certi Teatri formati d’ellera bianca e di viti, le cui radici venivano nodrite in vasi pieni di terra, i quali adaquavansi non meno che gli orti. Questi teatri coprivano, e recavano l’ombra ai suddetti passeggi. Anche per i piaceri di Venere eravi un lupanare costrutto, e questo ornato di tre letti col pavimento d’agata, e di altre bellissime gemme, quante potevansi ritrovare in Sicilia. Erano le muraglie non men che il coperto di cipresso, le porte d’avorio, e di cedro Atlantico, ed il tutto ornato oltre ogni credere di pitture, di statue, e di varii bicchieri. Vicina a questo era una sala con cinque letti, le pareti della quale erano di bosso, non men che le porte, ed in questa era la libreria, e nella sommità un orologio fatto ad imitazione di quello solare, che fu già in Acradina (così chiamavasi una parte di Siracusa). Eravi ancora un bagno con tre caldaje di rame, e tre letti, ed un gran vaso da lavarsi di marmo di Taormina [Città di Sicilia] di vario colore, della tenuta di cinque metrete [cioè della tenuta di 540 libbre circa di acqua]. Fabbricate pur furono molte stanze per i passaggieri, e per i custodi della sentina, e separate da questi v’erano da una parte [p. 60 modifica]e dall’altra dieci stalle, ed in queste era pure riposto il fieno pe’ cavalli, non meno che il luogo adattato per lo bagaglio de’ servi e de’ soldati a cavallo. Nelle prora poi era una cisterna d’acqua, che chiudere ed aprire potevasi. Era questa di assi unite, ed impeciate con lino, e conteneva due mila metrete [cioè 216.000 libbre in circa di acqua]. Vicina alla cisterna era una peschiera fatta di molte tavole di legno con lame di piombo: era piena d’acqua salsa, ed in essa ben nodrivansi molti pesci. Dai lati della nave sporgevansi in fuori alcune travi a proporzione tra loro distanti, le quali sostenevano i ripostigli per le legne, i forni, le cucine, le macine, ed altri molti ministeri servili. Sull’esterior della nave v’erano molte statue alte sei braccia, che rappresentavano Atlante, le quali tutte secondo il loro ordine sostenevano la mole del tavolato, ed il lavoro fatto a canaletti nelle cornici delle colonne. Tutta la nave poi era adornata di proporzionate pitture, ed era munita d’otto gran torri, che corrispondevano alla sua altezza, due in poppa, due in prora, e l’altre nel mezzo. A cadauna poi di queste erano legate due antenne, e di sopra eranvi alcuni fori, per mezzo de’ quali si lanciavano de’ sassi contra i nemici, che s’avvicinavano. Ognuna di queste torri veniva ascesa da quattro giovani armati, e due arcieri, e l’interno di queste era tutto pieno di sassi e di saette. V’era in oltre fabbricata per il lungo della nave una muraglia co’ ripari e coi tavolati, e sopra di questi era collocata una ballista da tre legni a guisa di triangolo sostenuta, che lanciava un sasso di tre talenti (quando questi talenti si considerino Attici dell’ordine de’ minori, come io credo ragionevole, secondo l’usanza comune degli antichi, pesava quel sasso cento ottanta sette libbre e mezza Romane; imperciocchè ogni talento Attico minore era di sessanta mine, che corrispondevano a sessanta due libbre e mezza Romane), ed una saetta di dodici braccia, e l’uno e l’altra per lo spazio di uno stadio (vale a dire di un’ottava parte d’un miglio, o sia di 125 passi geometrici), e questa macchina era stata da Archimede fabbricata. V’erano inoltre certi fori in grosse travi intagliati, e sostenuti da catene di bronzo. Tre erano gli alberi della nave, e ciascuno di questi aveva due antenne caricate di sassi, dalle quali uncini e palle di piombo lanciavansi contro i nemici. Era circondata la nave da una palizzata di ferro, la quale teneva lontani gli assalitori, ed eranvi tutto all’intorno certe mani ferrate, le quali gettate per mezzo [p. 61 modifica]d’ordigni nelle navi nemiche s’attaccavano a queste per poterle più facilmente scomporre ed offendere. Da un fianco e dall’altro erano sessanta giovani armati da capo a piedi, ed altrettanti intorno agli alberi della nave ed alle antenne caricate di sassi. Nelle gabbie, che lavorate di bronzo erano sul primo albero della nave, stavano tre uomini, e due per cadauna delle altre. A questi nelle gabbie suddette venivano somministrate da alcuni ragazzi in canestri tessuti di vinchi per mezzo delle carrucole e pietre e saette. La nave aveva quattro ancore di legno, ed otto di ferro. Il secondo ed il terzo degli alberi della nave furono con facilità ritrovati, ma il primo assai difficilmente ne’ monti della Brettagna da un porcajo. Filea ingegnere di Taormina fu quegli, che lo ridusse in mare. La sentina poi, benchè profondissima, votavasi da un uomo solo per mezzo della chiocciola da Archimede inventata. Questa nave fu alla prima chiamata Siracusana, ma dappoichè si privò di essa Gerone, chiamossi Alessandrina. Era accompagnata da altre navi minori, e primieramente dal Cercuro, il quale portava di carico tre mila talenti [cioè 187.500 libbre Romane di peso], e movevasi a forza di remi. V’erano pure di seguito altre barchette e battelli pescarecci, che avevano di carico mille e cinquecento talenti. La gente poi niente era minore della già detta, poichè v’erano sulla prora seicento uomini per eseguire ciò, che veniva ordinato. I delitti, che in questa nave facevansi, venivano giudicati dal Condottiere, dal Governatore della nave, e dal Gedotto, secondo le leggi Siracusane. Su queste navi furono caricati sessanta mila moggi di formento, dieci mila orci di salume lavorato in Sicilia, venti mila talenti di carne, ed altrettanti d’altre vettovaglie, ed oltre a ciò v’erano i comestibili per quelli, ch’erano in nave. Ma essendosi informato Gerone, che di tutti i porti della Sicilia altri non erano capaci di questa nave, ed altri erano pericolosi, stabilì di spedirla ad Alessandria in dono al Re Tolomeo, poichè in Egitto era gran penuria di formento, e colà mandolla.

XXII.

Risposta alle difficoltà contro un tal fatto.

Ma il Montucla stima di dover rigettare tralle favole un tale racconto. Que’, che conoscono, dic’egli, quanto gran parte di potenza tolga il fregamento in qualchesiasi macchina, giudicheranno esser questa una finzione. Egli è inoltre un de’ principj della Meccanica, che quanto guadagnasi in forza, altrettanto perdesi in velocità. Quindi se una macchina pone l’uomo in istato di far egli solo ciò, che cento colle naturali lor forze avrebbon [p. 62 modifica]fatto, egli il farà cento volte più lentamente. Quindi secondo questo principio avrebbe abbisognato Archimede di tempo troppo notabile per far avanzare sensibilmente peso sì enorme. Io non voglio contrastar col Montucla su questi principj. Ma essi non provano, se non che di molto tempo abbisognò Archimede per trarre in mare quella sterminata mole. Ma dice egli forse Ateneo, che Archimede il facesse in un batter d’occhio? Così pare, che abbia inteso il Montucla; ma leggasi il racconto di Ateneo, e si vedrà, che di tale prestezza egli non fa motto. Se altri a render più mirabile il racconto ve l’hanno aggiunta, contro essi si rivolga il Montucla: ma non rigetti la narrazion di Ateneo per una circostanza, che in lui non si trova. Anzi ove abbiam veduto dirsi nell’arrecato racconto, che Archimede la trasse in mare con pochi strumenti, altri leggono, come avverte lo stesso Conte Mazzuchelli, con pochi servi; il che toglie una delle difficoltà dal Montucla addotte, cioè che troppo difficilmente potesse ciò fare il solo Archimede. Egli è vero, che Ateneo è il solo tra gli antichi Scrittori, che di questa nave ci abbia lasciata memoria; ma riflettasi, che egli non ne fa la descrizione a capriccio, nè si fonda su d’una incerta popolar tradizione, ma riferisce la descrizione fattane da Moschione: Cum de ea Moschion quidam librum ediderit, quem nuper attente & studiose legi: sic igitur Moschion scribit. Riflettasi, che antico scrittore dovett’essere questo Moschione, poichè Ateneo ne parla, come d’uomo, di cui appena restava notizia alcuna: Moschion quidam; e perciò essendo Ateneo vissuto al secondo secolo di Cristo, potè forse Moschione essere o contemporaneo, o certo non molto di età lontano da Archimede, morto circa un secolo e mezzo innanzi Cristo. Aggiungasi ancora, che nella narrazion di Moschione da Ateneo inserita nella sua Storia vedesi un Greco Epigramma in lode di questa nave fatto da Archimelo, a cui perciò Gerone fece un presente di mille moggia di grano, nel qual Epigramma quelle stesse proprietà di questa nave veggonsi accennate, che più diffusamente descritte sono nella recata narrazione. Per le quali ragioni pare certamente, che questo racconto secondo le buone leggi di critica si debba ammetter per vero, benchè forse alcune circostanze possano essere state esagerate di troppo, singolarmente per ciò, che appartiene alle parti, di cui la nave era composta, e alle delicie d’ogni maniera, che vi erano aggiunte.

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XXIII.

Invenzione della Sfera Artificiale.

Ma niuno ad Archimede contrasta l’onor della Sfera artificiale ingegnosamente da lui trovata a spiegare ed a rappresentare il movimento degli astri. Pare, ch’egli di questo suo ritrovato singolarmente si compiacesse, poichè fu esso l’unico tra’ suoi lavori, di cui egli ne lasciasse la descrizione nel suo libro intitolato Sphæropoeja. La quale invenzione di tanto pregio fu tra gli antichi, che per riguardo ad essa uomo di divino ingegno fu da Cicerone detto Archimede. Ne in sphæra quidem, dice egli parlando de’ movimenti celesti, eosdem motus Archimedes sine divino ingenio potuisset imitari90.

XXIV.

Machine da lui trovate per difendere Siracusa.

Gli ultimi giorni della vita di Archimede furono quelli, in cui tutte le profonde e sottili sue speculazioni traendo alla pratica, a vantaggio le volse della sua patria assediata allor da’ Romani. Io seguirò qui l’esempio del Montucla, nè tratterrommi a descrivere minutamente le macchine tutte da Archimede in tal occasione usate. Se noi crediamo a’ racconti degli antichi Scrittori, operò egli allora cose portentose al sommo e pressochè incredibili. Dardi e sassi e travi d’ogni maniera lanciati dalle mura contro le navi Romane, ed altre di queste colle macchine di Archimede oppresse e gittate a fondo, altre fermare con uncini, e tratte ad urtare e ad infrangersi fra gli scoglj, altre levate in alto, e aggirate intorno per aria, e rovesciate poscia nell’onde; tutti in somma gli sforzi degli assedianti delusi e ribattuti per modo, che Marcello disperò di potere mai prendere per forza l’assediata Città. Io penso certo, che il terrore, in cui alcune macchine di Archimede dovetter gittare i Romani, gli sgomentasse per modo, che anche assai più di ciò che era paresse lor di vedere; e ne venisser poi quindi quegli esagerati racconti, che leggonsi negli Storici. Ma egli è indubitabile, che ingegnose dovettero essere le macchine, con cui riuscì ad Archimede di frastornare e deludere per tanto tempo l’impeto e il furor de’ nemici. Polibio91, Livio92, e Plutarco93 son gli Scrittori, che più diffusamente ne han favellato. E tra questi Polibio scrittor prudente e cauto, e vissuto nello stesso secolo di Archimede, è certamente degno, che in ciò, che narra, gli si presti credenza.

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XXV.

Se egli incendiasse co’ suoi Specchi ustori le Navi Romane.

A questo luogo appartiene la famosa quistione degli specchi ustorj, con cui pretendesi, che Archimede incendiasse le navi Romane; nel qual fatto tre cose si hanno a distinguere; cioè in primo luogo, se sia fisicamente possibile trovar tali specchj, che ardan le navi a quella distanza, a cui esser doveano le Romane dalle mura di Siracusa; in secondo luogo, ancorchè ciò sia possibile per sè stesso, se le circostanze del luogo permettessero ad Archimede di usare di tali specchj; e per ultimo, ancorchè fosse in ogni modo possibile e verisimile, se questo fatto debbasi avere per certo e indubitato. E quanto al primo, crederon molti del tutto impossibile il trovare uno specchio ustorio di tal forza, che produr potesse l’effetto, che a quello di Archimede si attribuisce; e anche ultimamente il Conte Mazzuchelli nella Vita d’Archimede da lui pubblicata ha preteso di provarlo con matematica dimostrazione. Nondimeno il P. Cavalieri nel suo Trattato degli specchi ustorj, e il P. Kircher nella sua opera intitolata Ars magna lucis & umbræ si fecero a mostrarlo possibile. Una tal possibilità pretesero ancor di mostrare due Professori Tedeschi Gio. Giorgio Liebnecht, e Gio. Cristoforo Albrecht in una Dissertazione stampata in Altemburgo di Misnia l’anno 1704 di cui hassi un breve estratto nel Giornale de’ Dotti di Parigi94. Queste dimostrazioni però erano fin allora state speculative soltanto, e niuno ch’io sappia, erasi accinto e tentarne la pratica. Ma abbiamo nelle Memorie dell’Accademia delle Scienze una Dissertazione di

M. Dufay95, in cui colle sperienze da sè fatte dimostra possibile uno specchio, che produca sì maraviglioso effetto. In maniera ancora più chiara si mostra lo stesso fatto possibile colle sperienze del celebre M. Buffon, di cui si può vedere la bella Dissertazione inserita nelle stesse Memorie96. Descrive egli in essa, per qual maniera per mezzo di molti specchj piani, che in un foco comune riflettevano i raggi del Sole, gli venne fatto di ardere fino alla distanza di 150 piedi, benchè col Sole assai debole di primavera; e aggiugne, ch’egli sperava di potere con nuove sperienze giugnere fino alla distanza di 400 piedi, e forse ancora più oltre.

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XXVI.

Ancorchè cotali specchi sian possibili, il fatto non è probabile.

Non si può dunque dubitare, che non possano i raggi del Sole accender fuoco a quella distanza, a cui esser doveano le navi Romane nell’assedio di Siracusa. Ma è egli probabile, che ciò accadesse? Qui è dove io incontro la maggior difficoltà. Affinchè una materia pe’ raggi del Sole s’infiammi e prenda fuoco, convien ch’ella sia ferma ed immobile; perciocchè non potendosi il fuoco eccitare in un momento, se i raggi vanno a percuotere or in un punto, or in un altro, non produrranno mai quest’effetto. Inoltre se la materia non è tale, che presto prenda fuoco e s’infiammi, molto tempo richiedesi, perchè la fiamma si accenda, e si propaghi all’intorno. Or crederem noi, che le navi Romane si stessero così ferme, che permettessero ad Archimede l’usare a tutto suo agio de’ suoi specchj? o che quando pure cominciassero i raggi del Sole ad operar sopra esse, non si movessero tosto di luogo ad impedirne l’effetto? e che quando ancora le avesse Archimede co’ suoi maravigliosi uncini immobilmente arrestate, non estinguessero in sulle prime i Romani il nascente fuoco, nè gli permettessero l’avvivarsi e il distendersi più oltre? Questo è ciò, che a me rende più improbabile un tal racconto.

XXVII.

Nè è abbastanza provato.

Ma ancorchè un tal fatto si mostri e possibile e probabile, rimane ancora a vedere, se debbasi veramente credere avvenuto. Ella è certo cosa maravigliosa, che i tre antichi autori, che delle macchine di Archimede hanno diffusamente parlato, di questi specchi non faccian motto. Ne parla Zonara; ma oltrechè egli è autore troppo recente per ottener fede, ella è così sciocca la descrizione, che egli ce ne fa, che non merita di esser confutata. Speculo quodam, dic’egli97 secondo la traduzione di Girolamo Wolfio, versus solem suspenso, aereque ob densitatem & lævitatem speculi ex iis radiis incenso, effecit, ut ingens flamma recte in naves illata omnes eas cremaret. Nulla io dico dell’autorità di Eustazio Commentatore di Omero98, poichè egli è pure autor troppo recente, vissuto nel secolo XII. Più autorevole è il testimonio di Giovanni Tzetze, che nelle sue Chiliadi Storiche di questo specchio distintamente favella. Egli è [p. 66 modifica]anch’esso autor recente, cioè del secolo XII, ma allega a testimonj del fatto antichi autori, Dione, Diodoro, Erone, Pappo, Antemio, Filone, anzi aggiugne egli, tutti gli Scrittori di Meccanica, ac omnes Mechanographos. Ma ciò è appunto, che mi fa sospettare, che quando Tzetze cita tutti questi Autori, egli intenda parlare di quegli, che di tutte le macchine d’Archimede ne lasciaron memoria, delle quali parla egli pure, ma che forse niuno di essi di questi specchj favellasse distintamente. In fatti è egli possibile, che avendo pur noi molti de’ Matematici antichi, e molti degli antichi Scrittori da Tzetze rammentati, niuno ci sia rimasto di quegli, che parlavano di tali specchj; o se alcuni ci sono rimasti, quella parte appunto ne sua perita, ove di essi facean menzione? Ne parlan per ultimo Luciano99 e Galeno100, e questi son certamente i più autorevoli testimonj, perciocchè vissuti l’uno e l’altro nel secondo secolo di Cristo; ma io non so, se l’autorità di questi Scrittori, antichi certo, ma posteriori di oltre a tre secoli ad Archimede, basti a superar la difficoltà presa dal silenzio degli altri, e singolarmente di Polibio, e dalla inverisimiglianza, che nell’incendio delle navi abbiamo osservata. Ciò non ostante M. Dutens sostiene vero il fatto101. Io ne lascio il giudizio agli Eruditi.

XXVIII.

Morte di Archimede.

Checchessia di tal fatto, l’assedio di Siracusa fu ad Archimede fatale. Presa finalmente la Città da’ Romani l’anno di Roma 542 mentre i furiosi vincitori qua e là scorrevano saccheggiandola, un soldato avvenutosi in Archimede, che senza punto turbarsi all’universale sconvolgimento della Città, stavasi tutto intento alle usate sue speculazioni, brutalmente lo uccise. Varie sono presso i varj Scrittori le circostanze del fatto; ma poco giova indagarle, certa essendone la sostanza. Marcello General de’ Romani ne ebbe, e ne mostrò pubblicamente dolor grande. Fu ad Archimede conceduto l’onor del sepolcro, quale [p. 67 modifica]l’aveva egli desiderato. Ma questo sepolcro medesimo era ito in dimenticanza più di 100 anni dopo, quando Cicerone andò Questore in Sicilia. Narra egli stesso102, in qual maniera gli venisse fatto di scoprirlo a’ Siracusani, i quali tanto ne avean perduta ogni memoria, che assicuravano il sepolcro di Archimede non esser certamente tra loro. Così un Romano riparò in certo modo l’ingiuria, che questo valentuomo avea da un altro Romano ricevuta. Ad alcuni han data noja in questo racconto di Cicerone quelle parole humilem homunculum, con cui egli chiama Archimede, come se dirlo volesse uom dappoco e spregevole. Su queste parole si può vedere una Dissertazione del Sig. Fraguier nelle Memorie della Accademia delle Iscrizioni103. Ma senza inutilmente perderci in dissertare, basta il riflettere, che sì gran concetto avea Cicerone di Archimede, che volle cercarne il sepolcro, e che chiamollo, come fu detto di sopra, uomo di divino ingegno, per comprendere, che quelle parole humilem homunculum non significano già uomo da nulla, ma uom privato e povero, e vissuto lungi dalla luce de’ pubblici onori. Ma di Archimede basti fin qui. Vitruvio insieme con Archimede nomina ancora un certo Scopina Siracusano come autore di macchine ingegnose: Hi autem inveniuntur raro, ut aliquando fuerunt... Archimedes & Scopinas ab Syracusis, qui multas res organicas numeris naturalibusque rationibus inventas atque explicatas posteris reliquerunt104. Ma di lui niun’altra memoria ci è rimasta.

XXIX.

Legislatori della Magna Grecia, e prima Zaleuco.

Prima di passare da questi gravi e severi studj di Filosofia e di Matematica, di cui finor abbiam ragionato, a’ più dilettevoli ed ameni, ci conviene ancor dir qualche cosa de’ celebri Legislatori, che la Grecia Grande e la Sicilia anticamente ci diede. Come le passioni degli uomini renduta han necessaria la promulgazion delle leggi, così necessaria ne rendono lo studio ancora. Quindi alla Storia Letteraria di una nazione appartiene per necessaria connessione la Storia della Giurisprudenza, e di quegli, che ne furono, per così dire, i primi Padri e Fondatori. Molto più che con probabile fondamento si può affermare, che gl’Italiani in questo ancor precedessero agli altri popoli, [p. 68 modifica]e lor servisser di scorta. I Locresi popoli della Grecia grande, dicesi dal Fabricio105, che i primi fosser tra i Greci, e quindi tra tutti i popoli di Europa, che avessero leggi scritte. Zaleuco di Locri schiavo prima e pastore, secondo alcuni, e poscia pe’ suoi meriti posto in libertà, ma secondo Diodoro106 uomo di chiaro lignaggio, fu il loro Legislatore, ed egli vien riputato più antico di Solone, di Licurgo, e di altri celebri Greci Legislatori107. Egli dalle leggi de’ Cretesi, de’ Lacedemoni, e degli Ateniesi, leggi, che non erano ancora scritte, ma per tradizione passavano da’ padri a’ figli, raccolse quelle, che gli parver migliori, altre ne riformò, altre ne aggiunse, e il primo corpo di Leggi scritte venne formando in Europa. Egli è vero, che fu opinion di Timeo, che questo Zaleuco non mai ci vivesse al mondo; ma al testimonio di Timeo contrappone Cicerone quello di Teofrasto108, scrittore, secondo molti, più autorevole di Timeo, e la tradizione costante di tutti i Locresi. Delle leggi di Zaleuco un saggio abbiamo in Diodoro109, da cui veggiamo, quanto saggio e religioso Legislatore egli fosse, perciocchè esse avevano questo principio: Richiedersi da’ suoi Cittadini, che innanzi ad ogn’altra cosa abbian per fermo esservi gli Iddii; e che volgendo al Cielo lo sguardo e il pensiero, e considerandone la struttura e l’ordin maraviglioso, non pensino quello essere stato lavoro o di fortuito caso o di umano accorgimento; quindi rispettino e onorino gli Iddii, da’ quali ogni bene e ogni vantaggio viene agli uomini. Abbiamo inoltre l’animo da’ vizj d’ogni sorta sgombero e puro; perciocchè gli Iddii non tanto de’ sacrificj e delle sontuose feste si piacciono, quanto de’ saggi ed onesti costumi degli uomini. A qual tempo egli vivesse, non si può esattamente determinare. Diodoro il fa discepolo di Pittagora; ma il Bentley nella Apologia della sua Dissertazione sopra le Lettere a Falaride attribuite con buoni argomenti dimostra, essere stato Zaleuco più di Pittagora antico. I due fatti, che di lui si raccontano, cioè, che avendo egli nelle sue leggi ordinato, che agli adulteri cavati fosser gli occhi, sorpreso in adulterio il proprio suo figlio, il [p. 69 modifica]rigoroso insieme e tenero Padre per divider la pena, e mantenere a un tempo la legge, un occhio facesse cavare al figlio, l’altro a sè stesso; e che avendo egli pur fatta legge, che niuno venisse armato a favellare al popolo, ed avendo egli stesso incautamente in tempo d’improvviso tumulto contravvenuto alla sua legge, da sè medesimo si uccidesse; questi due fatti, io dico, son raccontati da autori troppo recenti, perchè meritino o pronta fede, o esatta ricerca. Oltre che, per ciò che appartiene al secondo, una somigliante morte da altri si attribuisce a Caronda, a Diocle da altri, come or ora vedremo.

XXX.

Caronda.

Caronda fu egli pure famoso tra gli antichi Legislatori. Era egli nativo di Catania in Sicilia, secondo alcuni, secondo altri, di Turio nella Magna Grecia; e secondo il Bruckero visse egli ancora innanzi a Pittagora110. Fu egli, come narra Diodoro111, da que’ di Turio prescelto a scriver loro le leggi, ma queste furon poscia da altre Città ancora così della Magna Grecia, come della Sicilia ricevute. Di essa fa un esatto compendio il medesimo Autore. Io una sola ne scelgo, come più di tutte confacente al mio proposito. Un’altra legge ancor più eccellente, dice Diodoro, ma dagli antichi Legislatori trascurata, promulgò egli; cioè che tutti i figli de’ Cittadini fossero nelle belle lettere istruiti, e che la Città pagasse perciò a’ Precettori il dovuto stipendio; perciocchè egli avea preveduto, che coloro, i quali per le domestiche angustie non avesser potuto dare a’ lor Maestri la dovuta mercede, sarebbono stati privi di letteraria educazione; ed egli alle altre arti pensò giustamente che le lettere dovessero antiporsi. Questo è il primo esempio di scuole a spese del pubblico aperte a comune vantaggio; e non è certamente picciola lode della nostra Italia, che in questo ancora ella sia stata alle altre nazioni norma ed esempio. Di lui racconta Diodoro, che da sè medesimo si diede la morte in quella maniera appunto, che vedemmo poc’anzi narrarsi da altri di Zaleuco. Aggiugne Diodoro, che questo genere di morte attribuiscono altri a Diocle, e lo stesso Diodoro di fatti non molto dopo112 parlando di Diocle afferma, che per tal maniera finì la vita.


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XXXI. Diocle ed altri.

Il mentovato Diocle fu legislatore de’ Siracusani. Ma delle leggi di lui non abbiamo più minuta contezza. Così pure altri Legislatori di queste Provincie d’Italia noi veggiam nominati, ma de’ quali altro non sappiamo che il nome loro, e di quei popoli, a cui formaron le leggi. Tali sono Andromada da Reggio Legislatore de’ Calcidesi, Elicaone, Teeteto, e Pitio degli abitanti di Reggio, Onomacrito Locrese de’ Cretesi, Protagora de’ Turii, Timarato de’ Locresi. I loro nomi, e le poche notizie, che di essi e delle loro leggi ci sono rimaste, si posson vedere presso Giannalberto Fabricio, che tutto ciò, che ad essi appartiene, coll’usata sua diligenza dagli antichi Autori ha raccolto113. Ma egli è ormai tempo, che a’ più lieti studj si faccia da noi passaggio, e si mostri, quanto in questi ancora abbia l’Italia al giovamento delle altre nazioni contribuito.


Note

  1. P. I. num. XXVIII.
  2. Memor. Storiche di Piacenza T. I pag. 38.
  3. Hist. des Mathemat. T. I. p. 113.
  4. Histor. Crit. Philosoph. T. I p. 991.
  5. Introd. allo Studio della Relig. pag. 246, 263 ec.
  6. Append. ad Hist. Crit. Philosoph. p. 262 ec.
  7. Bibl. Choisie T. X p. 79.
  8. De Orat. L. II n. 154.
  9. Tuscul. Qu. L. V n. 3.
  10. Laert. Lib. II in Vit. Anaximen.
  11. Loc. cit.
  12. Hist. des Mathem. t. I pag. 122 &c.
  13. Loc. cit. pag. 272 &c.
  14. T.I pag. 77 &c.
  15. Præf. in lib. II Eucl.
  16. T. I pag. 1060.
  17. V. Brucker. loc. cit. p. 1061.
  18. L. VIII c. XIV.
  19. Delle opinioni di Pittagora e de’ Pittagorici intorno a tutto ciò, che all’Astronomia appartiene, merita ancora di esser letta la Storia di M. Bailly, in cui dottamente non meno che esattamente ogni cosa si esamina (Hist. del l’Astron. Ancienne p. 206 &c., 446 &c.).
  20. V. Dutens. T. I p. 156 &c.
  21. T. I pag. 202 &c.
  22. T. I pag. 181.
  23. E qui ed altrove io ho affermato, che Pittagora ed altri antichi Filosofi hanno gittati i primi semi della buona Filosofia, e che molte sentenze, che ora da’ più famosi Astronomi e Fisici son ricevute, ebbero fra essi la prima origine, e ho a tal proposito citato con lode il libro di M. Dutens, intitolato Récherches sur le decouvertes attribuées aux Modernes &c., in cui egli questo punto medesimo ha preso ad esaminare con assai diligenza. Ma contro questo Scrittore si è levato recentemente M. Saverien, e nella Prefazione al primo Tomo delle sue Vite degli antichi Filosofi ha asserito, che chi è di tal sentimento scrive a caso, e senza cognizione di causa: ch’ei debb’esser uomo assai poco versato nella Metafisica, e del tutto nuovo in Geometria, e nell’Astronomia e nella Fisica assai male istruito. Ecco dunque due Scrittori di ben diverso parere. A chi di essi darem noi fede? Chi vuol operar saggiamente, non dee arrendersi alla semplice asserzione nè dell’uno nè dell’altro; dee esaminare le opere degli antichi Filosofi, i lor detti, le lor sentenze, confrontarle con quelle de’ moderni Filosofi, e decidere, chi de’ suddetti autori abbia colto nel vero. Ma anche senza intraprendere un sì faticoso esame, la diversa maniera, con cui questi due Scrittori procedono nell’esporre il lor sentimento, parmi che possa essere bastevole fondamento per dare all’un sopra l’altro la preferenza. M. Dutens riporta fedelmente i detti degli Antichi su ciascheduna delle quistione, e colle lor parole alla mano mostra, ch’essi in molte cose hanno scoperto, o almeno adombrato il vero prima de’ moderni. M. Saverien avrebbe dovuto chiamare all’esame tai passi, e mostrare ch’essi non provano abbastanza ciò, che vorrebbe M. Dutens. Ma egli non si cura di ciò; e vuole, che gli crediamo senz’altro, che M. Dutens si è ingannato. Noi il pregherem dunque a darcene prima le pruove, poichè finora ci pare, che il suo avversario sia stato più felice di lui nel sostenere la sua proposizione.
  24. V. Bruck. & Montuc. loc. cit. & Dutens t. I p. 171, 195, 220.
  25. Acad. Qu. LIV n. 39.
  26. T. II p. 143.
  27. Bibl. Chois. t. X p. 159 e 181.
  28. De Orat. l. II n. 154.
  29. Bibl. Græc. t. I p. 490.
  30. Ib. p. 514.
  31. Loc. cit. pag. 1101 &c.
  32. Tom. XVIII p. 101.
  33. Tom. I p. 147.
  34. Lib. I v. 717 &c.
  35. V. Bruck. t. I p. 1121.
  36. Di Alcmeone parla ancora l’Imperadrice Eudossia, che verso la fine del XII secolo scrisse il suo Dizionario Mitologico-Storico intitolato Ionia, e pubblicato pochi anni addietro dal dottissimo M. Ansse de Villoison, ed ella ragiona ancora di quegli, de’ quali in questo Capo si è fatta menzione, cioè di Archita, di Aristosseno, di Acrone, di Dicearco, di Zenone, di Epicarmo, di Menecrate, e di un altro Medico Siracusano detto Democrito, e di un Filosofo pure Siracusano detto Dione, e anche del Tiranno Dionigi (Anecdota Græca Venet. 1781, Vol. I, p. 69, 74, 72, 49, 135, 204, 166, 290, 129, 137, 136). Ella è cosa degna d’osservazione, che in quasi tutti gli articoli Eudossia usa le parole stesse, che si trovano in Suida; e come l’età di questo Scrittore non è abbastanza accertata, così riman dubbio, se Suida abbia copiata Eudossia, o Eudossia Suida, o se, come crede l’erudito Editore dell’Opera di Eudossia, abbiano amendue attinto a un’altra fonte comune.
  37. Lib. II Deipnos. sub. fin.
  38. Della Setta Pittagorica e delle altre, che nella Magna Grecia fiorirono, e de’ più illustri Filosofi e Matematici, che usciron da esse, hanno poscia anche più ampiamente trattato il Sig. Matteo Barbieri nelle sue Notizie Istoriche dei Matematici e Filosofi del Regno di Napoli stampate nel 1778, e il Sig. Pietro Napoli Signorelli ora Segretario di quella R. Accademia nelle sue Vicende della Coltura delle due Sicilie.
  39. Loc. cit. pag. 1105.
  40. Loc. cit. p. 1142 &c.
  41. Ad. Att. lib. II Ep. II.
  42. Acad. Qu. lib. IV n. 31.
  43. Tusc. Qu. lib. I n. 152.
  44. Ibid. n. 164.
  45. De Divinat. lib. II n. 130.
  46. Dissert. de Dicæarcho edita Vol. II Geogr. Græc. Edit. Oxon.
  47. Hist. Crit. Philos. t. I p. 854.
  48. Bibl. Græc. tom. II p. 295.
  49. Anche la Storia Filosofica, se crediamo a Suida, dee alla Sicilia o il primo suo Scrittore, o almeno uno de’ primi; perciocché, secondo lui, fu di patria Messinese Aristocle, il quale oltre alcune altre opere in dieci libri raccolse tutte le opinioni de’ Filosofi, che finallora eran vissuti, e le diverse sette da essi formate.
  50. Lib. III n. 131.
  51. Vit. Phil. lib. VIII.
  52. Deipnos. Lib. VII.
  53. Intorno al saper Medico e Anatomico di Alcmeone e di Empedocle veggansi ancor le Memorie di M. Goulin (Mem. pour servir à l’Hist. de la Medec. an. 1775 p. 87 &c, 92 &c.).
  54. Tom I p. 1132 in not.
  55. In Gorgia.
  56. Lib. III de Rep.
  57. In Phædro.
  58. Hist. de la Medicine p. 229 edit. Genev.
  59. Hist. de la Sicil. tom I p. 18.
  60. Hist. Nat. lib. XXIX cap. I.
  61. Ib. p. 224.
  62. Lib. VIII In Emped.
  63. Acrone dicesi da Suida più antico d’Ippocrate, come ancora Empedocle, il che vuolsi notare, perchè si vegga, che il grande oracolo della Medicina giovossi probabilmente di questi Medici, che l’aveano preceduto. Lo stesso Suida il fa autore di un libro dell’Arte Medica, e di un altro intorno al vitto salubre, e aggiugne, ch’ei fece alcune osservazioni sui venti.
  64. Bibl. Græc. t. II p. 257.
  65. Hist. Crit. Phil. tom. I p. 1128.
  66. Laert. Vit. Philos. l. VIII in Archita.
  67. Bibl. Græc. tom. I p. 493.
  68. Hist. des Recherches sur la Quadrature du Cercle p. 243.
  69. Histoire des Mathem. tom. I p. 137, e 188.
  70. Lib. I Od. XXIII.
  71. V. Bruck. loc. cit.
  72. De Art. & Scient. Nat. cap. XVI.
  73. Historica Narrat. de ortu & progr. Mathes.
  74. Anno 1709.
  75. Tom. II p. 161.
  76. Hist. des Mathem. t. I p. 231 &c.
  77. Mem. de l’Acad. des Inscript. tom. XIV p. 128.
  78. Delle osservazioni Astronomiche di Archimede parla ancora M. Bailly (Hist. de l’Astron. Moderne T. I p. 44.), il quale con breve ma grande elogio lo dice il Newton della Scuola Greca.
  79. In Marcello.
  80. Hist. de la Quadrat. du Cercle p. 29. V. etiam Dutens t. II p. 133 &c.
  81. T. II p. 152.
  82. Ap. Montucla Hist. des Mathem. t. I p. 233.
  83. P. 18 &c.
  84. Lib. I p. 40 edit. Amstel. 1746.
  85. L. V p. 360.
  86. Deipnos. lib. V.
  87. Plut. in Marc.
  88. Loc. cit.
  89. Pag. 43 &c.
  90. Tuscul. Quæst. lib. I.
  91. Excerpta lib. VIII.
  92. Dec. III lib. IV
  93. In Marcello.
  94. Journ. des Scav. 1705 p. 532.
  95. An. 1726.
  96. An. 1747 p. 82.
  97. Annal. t. II.
  98. Ap. Frabric. Bibl. Græc. t. II p. 552.
  99. In Hippia.
  100. De Temperam. lib. III c. II.
  101. Tom. II p. 138 ec. Nel Giornale Enciclopedico de’ 15 Agosto dell’anno 1771 pag. 116 è stata pubblicata una lettera di questo medesimo Autore, in cui egli arreca un bel passo di Antemio da Tralle, autore del V secolo, estratto dai MSS. della Real Biblioteca di Parigi, il quale spiega assai ingegnosamente, per qual maniera Archimede potesse cogli specchj ardenti incendiare le navi Romane. Questo è un nuovo argomento a provare la possibilità del fatto, ma non già a mostrarne la probabilità nelle circostanze di sopra accennate.
  102. Tusculan. Quæst. lib. V.
  103. Tom. II p. 306.
  104. Architect. L. I C. I.
  105. Bibl. Græc. lib. II c. XIV.
  106. Lib. XII.
  107. V. Bruck. tom. I p. 435.
  108. De Leg. lib. II.
  109. Loc. cit.
  110. Tom. I pag. 436.
  111. Lib. XII.
  112. Lib. XIII.
  113. Bibl. Græc. lib. 2 cap. XIV.