Archivio storico italiano, serie 3, volume 13 (1871)/Rassegna bibliografica/I Notamenti di Matteo Spinelli da Giovenazzo

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Salvatore Bongi

I Notamenti di Matteo Spinelli da Giovenazzo ../I capi d'arte di Bramante d'Urbino nel milanese ../Dio nella Storia IncludiIntestazione 7 gennaio 2018 75% Da definire

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I Notamenti di Matteo Spinelli da Giovenazzo, difesi e illustrati da Cammillo Minieri Riccio. - Napoli, Stabilimento tipografico di Antonio Metitiero, 1870, in 8vo, pag. 1-272.


Quando Matteo Spinelli da Giovenazzo, a mezzo il secolo decimoterzo, si dava a notare i fatti de’ suoi giorni, nella più umile forma che possa prendere la storia, non immaginava di certo, che tanto del suo lavoro dovessero curarsi le generazioni future. L’antica sentenza che i libri hanno i loro fati, non fu mai vista si vera, quanto per l’opera del vecchio pugliese; il quale, se con occhio mortale potesse scorciò che dopo lui è avvenuto nel mondo, sarebbe stupito vedendo que’ magri ricordi, che pose forse sul margine di un quaderno di spese domestiche, anche dopo seicento anni occupare la erudizione, non solo di suoi concittadini, ma di stui forestieri e lontani. Ed è anche cosa singolarissima che questi abbiano ottenuto di tirare a loro l’attenzione de’ critici’, non tanto per i meriti intrinseci e per la importanza:<-a che essi abbiano, quanto per i vizi e per le stravaze de’testi, onde sono arrivati a noi. La cronica Spinelliana, divenuta oggetto di curiosità, è stata ripetutamente sottoposta a scrutinio, e ne sono venute delle ipotesi e de’ giudizi contradittorii. Delle diverse opinioni, la più recisa e radicale fu quella di un dotto tedesco, che in una sua [p. 431 modifica]elaborata dissertazione concluse, or son pochi anni, col negarle ogni autenticità ed ogni valore. Il libro di cui abbiamo riferito il titolo è diretto a contradirlo, e fu salutato come fausto indizio che la erudizione, di cui già fummo maestri, abbia sempre dei cultori in Italia; ed a noi parve degno, come studio critico, e per la copia grande delle informazioni storiche che contiene, che ne fosse reso conto con quella maggiore larghezza che è consentita in questo periodico.

Che una famiglia Spinelli esistesse nel secolo XIII, e che fosse una delle principali di Giovenazzo, è cosa da non mettersi in dubbio; e si dice anche essere accertato da documenti che un Matteo di quella casata vivesse ai tempi di Federigo II1. Dell’opera sua non si hanno però altro che codici, i quali debbono dirsi; moderni, poichè è confessione concorde degli eruditi che non se ne trovino di scritti prima del cinquecento inoltrato. Così, per quanta diligenza sia stata usata, non si è trovato scrittore che mentovi l’opera stessa prima d’Angiolo di Costanzo, il quale pubblicando per la prima volta la sua Storia Napoletana nel 1572, scrisse essergli venuti in mano gli annotamenti di Matteo da Giovenazzo, quasi dicesse esserne stato egli il primo scopritore. Giovambattista Carrafa, che lavorava a emulazione del Costanzo, e pubblicava la sua storia nello stesso anno 1572, non dette cenno di conoscerli. Ma dopo questo tempo, la notizia dello Spinelli fu comune agli illustratori delle cose napoletane, e più di tutti ne fece uso il Summonte, il quale affermava essere sua «intenzione d’inserire quasi ad verburti questo autore, affinchè il curioso non resti degli scritti di costui «privo, che tanto son desiderati».2 Più tardi, i napoletani avvertirono che lo Spinello, avendo notato a modo di effemeride i fatti dei suoi giorni, cominciando avanti la morte di Federigo II, l’opera sua vinceva d’antichità la cronica del Malespini, e rimaneva però il più vecchio monumento della prosa volgare. Così la riputazione dello Spinello veniva affidata ad un sentimento potentissimo negli uomini, alla ambizione municipale. Tuttavia il libro, benchè di poca mole (sono [p. 432 modifica]appena venti colonne della raccolta del Muratori), non trovò in Napoli chi lo stampasse, benché alcuno ne avesse anche fatto il proposito, come fu il letterato Giuseppe Campanile, che viveva a mezzo il seicento. Anzi fu cosa assai strana, che mentre i Diurnali si vantavano come una gloria napoletana e per essere scritti in volgare, dovessero la prima volta esser pubblicati fuori d’Italia, voltati in altra lingua, e per tutta altra considerazione. Fu infatti il Papebrochio, che avutane copia dalle librerie gesuitiche di Viterbo e di Roma, li dette fuori (an. 1685) in un volume di corredo alla grande raccolta degli Atti de’ Santi, tradotti in latino, come documento nuovo della empietà di Federigo II e del suo bastardo; «ex italico latine redditum fideliter, ad cognoscendam distinctius ìmpietatem eorum qui tunc ecclesiam affllgebant, Frederici inquarti imperatorìs et notiti eius Manfredi». E fu parimente strano assai che un siciliano, cioè il Caruso, ristampando lo Spinello nell’anno 1723 nella Bibliotheca historica Regni Siciliae, lasciasse da parte il testo volgare, e riproducesse la traduzione del gesuita fiammingo, benché alterata da non pochi e stranissimi errori.

Fin qui però la critica si era pochissimo impacciata di esaminare i Diurnali; e que’ primi che ne avevano discorso per lo più eran rimasti contenti di celebrarne la schiettezza e la veneranda semplicità, e di creder loro, senza scendere ai confronti con altre scritture contemporanee, allora in vero per gran parte sconosciute e poco curate. Ma gli errori di cronologia, che rendono quasi da capo a fine inconciliabili questi ricordi, come si leggono nei manoscritti, con le altre storie e co’ documenti autentici, non potevano rimanere inosservati, quando venissero in mano di studiosi e di editori più attenti. E difatti, quando si pensò di inserirli negli Scrittori delle cose d’Italia, Gio. Bernardino Tafuri, mandava una trascrizione del testo volgare, accompagnata da una censura, dove i più evidenti anacronismi erano notati ed emendati. Il Muratori, stampando quel testo, con la solita traduzione del Papebrochio a fronte, vi sottoponeva varie note emendative, accennando esso pure nel proemio alla confusione grande delle date e degli anni, e rimettendosi, per i particolari, alle correzioni del Tafuri, che per intero [p. 433 modifica]riferiva. In questa prefazione, il Muratori non mise avanti nissun dubbio sulla autenticità della scrittura, nè sull’essere stesa originalmente in volgare; ed è chiaro che il sommo uomo non ebbe qui nè il tempo nè il proposito di studiare la questione. Si trova bensì, che scrivendo in confidenza all’amico, mostrava non capir bene come avesse potuto fallare nell’ordine degli anni uno scrittore contemporaneo3. Cosi al Benvoglienti scriveva: «Io non m’ostinerei a credere originale il volgare dello Spinelli; ma nè pure ad altri riuscirebbe facile il mostrare il contrario».4 Piccolo uso ne fece però nell’opere sue, e negli Annali lo citò quasi sempre sotto condizione e per notare lo spostamento degli anni che lo mettevano in contradizione con altri cronisti. Ferdinando Galiani, non dubitando della autenticità, si maravigliava come il volgare di Matteo somigliasse non al dialetto di Puglia ma al napolitano, e congetturava che il discorso pugliese fosse nel corso de’ secoli passato a Napoli ed estintosi in Puglia. Il Fontanini nell’Eloquenza Italiana citava lo Spinello come il più antico prosatore in volgare. La stessa opinione, confermata dipoi dal Tiraboschi nella Storia Letteria, passava generalmente, senza altre indagini, come canone convenzionale, ne’ Manuali e ne’ Compendi di letteratura e di storia. Alcuni toscani però ripugnavano; ed il Follini, editore di Ricordano (1816), si faceva a contradire rimessamente, negando la contemporaneità dello scritto del pugliese co’ fatti raccontati; e mettendo innanzi che il Malespini potè esso invece aver cominciato la cronica ne’ suoi anni giovanili, ed essere egli forse, non l’altro, il più antico prosatore. I1 napoletano Gravier avea frattanto riprodotto lo Spinello nella raccolta degli storici napoletani, nulla conservando dell’idioma napoletano, ma tutto mutato in toscano.

Riguardo alla interpretazione storica del libro, o, per dirla più chiara, a spiegare la confusione delle date e de’ tempi, si era rimasti a darne colpa alla sciatterìa de’ copisti, librariorum incuria, come primo aveva parlato il Muratori. Citandosi lo Spinello si faceva con riserbo, allegando, per così dire, [p. 434 modifica]il benefizio dell’inventario. Nessun erudito del secolo passato e de’ primi anni del presente, si risolvette però a consumar tempo e fatiche per curare radicalmente questa mal concia cronica, mentre tante altre simili e maggiori, e monumenti storici importantissimi, restavano tuttora negletti e dimenticati. La prima prova di ridurla a sesto e conciliarla cogli altri storici e colle narrazioni accertate, mediante una nuova disposizione de’ paragrafi e correggendone gli anni, fu tentala, nel 1839, da un dotto francese, il duca di Luynes, e del sistema e dell’opera sua fu dato annunzio in questo giornale5. Egli ebbe ad un tempo imitatori e contradittori. Il dottore Ermanno Pabst, ristampando lo Spinello nella gran raccolta de’ Monumenti di Storia germanica, diretta dal Pertz6, aveva accettato il metodo del duca francese, ma spesso differendo da lui nell’applicazione: ed il sig. Cammillo Minieri Riccio, bibliotecario di S. Giacomo, assai versato sui documenti napoletani dei tempi svevi ed angioini, dava esso pure una nuova edizione del contrastato libro, con nuova disposizione ne’ paragrafi e negli anni, diversa da quella del Duca di Luynes e del Pabst, anzi accompagnata da un commentario in confutazione del primo. Questa stampa, della quale l’editore non ebbe poi a chiamarsi contento, e che si e proposto di rifare dopo studi maggiori, usciva in Napoli nel 18657. Nello stesso anno gli eruditi pugliesi non avevano indizio alcuno di tutto il lavorìo che si operava attorno ai Diurnali del loro compaesano, poiché si ristampava in Bari il testo del Muratori, colla primitiva censura del Tafuri; e l’editore, che vi metteva innanzi un discorso pieno di parole e vuoto di cose e di notizie, non dava cenno neppure di conoscere il libro del de Luynes8.

[p. 435 modifica]Erano le cose a questo punto, allorché un professore del ginnasio di Luisenstadt di Berlino, il sig. Guglielmo Bernhardi, uscì fuori con un lavoro nuovo, che rovesciava tutti i sistemi e chiamava inutili tutti i rimedi usati attorno ai Diurnali, dagli antichi e da’ moderni critici fino al Pabst; non quello del Minieri Riccio, che gli era rimasto sconosciuto. La critica, secondo lui, aveva sbagliato la strada. I Diurnali dovevano leggersi quali sono ne’ manoscritti e nelle prime stampe; bensì essi dovevano tenersi per opera di un falsario del cinquecento, il quale li aveva fabbricati sopra gli storici posteriori ai tempi e poco autorevoli, ignorando le croniche contemporanee più importanti, allora non anche messe a stampa. Costui aveva però usata grandissima sottigliezza e furberia per far perdere le tracce di una impostura, che a prima vista sarebbe stata goffissima. 1 dotti sarebbero rimasti presi al laccio dall’apparente ingenuità dello stile del supposto autore, e dalla forma di giornale che egli aveva data a quei ricordi. Infine, il contraffattore sarebbe stato appunto colui che primo si valse dei Diurnali stessi e li citò, cioè lo storico Angelo di Costanzo. Il dotto Bernhardi pubblicava questo lavoro sul principio del 1868 a Berlino, con un titolo che mostrava in lui l’assoluto convincimento di avere sciolto una volta l’enimma Spinelliano, Matteo da Giovenazzo, una falsificazione del secolo XVI9. Questo scritto era accolto con plauso da altri dotti tedeschi, i quali in varie riviste si associavano alla sua opinione; e principalmente fu notevole l’adesione del Pabst, che già, come si disse, aveva lavorato con altri metodi attorno ai Diurnali, credendoli genuini10. Fu anzi detto e scritto, che la conclusione del Bernhardi, non era già da ritenersi come una ipotesi, ma proprio come una conquista della scienza moderna sulla sciocchezza e credulità dei passati. Matteo da Giovenazzo doveva essere oramai cancellato dal catalogo degli storici. In questo modo mancava a un tratto quello, che l’ingenuo editore pugliese aveva poco innanzi chiamato nel suo stile «il germe della nostra letteratura storica»; la lingua volgare aveva perduto il prosatore [p. 436 modifica]più antico; un foglio doveva strapparsi a tutte le storie letterarie, e le scuole di Giovenazzo, che si intitolavano col nome di Matteo Spinello, dovevano quindi innanzi cercare il loro protettore nel Dizionario delle favole!

Lo scritto del Bernhardi fu conosciuto in Italia principalmente per la traduzione che ne pubblicò il sig. Achille Coen sul Propugnatore di Bologna diretto dallo Zambrini; ed anche fra noi non mancò di fare assai viva impressione sull’animo dei leggitori. Ai più attenti e scaltriti parve però di scorgere, in quell’apparato critico ed in quella così risoluta dimostrazione, alcun che di specioso e di sofìstico. Quanti e quali fossero i giornali nostri che ne discorressero, non sappiamo; non molti certo, e forse pochissimi. Ne parlarono bensì il prof. d’Ancona nella Nuova Antologia, sulla scorta di una rivista francese, cui la conclusione del tedesco era parsa della maggiore evidenza; ed il barone Reumont in questo stesso Archivio, nelle sue Notizie bibliografiche dei lavori storici pubblicati in Germania sulle cose d’Italia. Ma il d’Ancona ed il Coen non si mostrarono così persuasi dell’inappellabilità del giudizio pronunziato dal critico tedesco, che l’uno nell’annunziarla in quel modo, l’altro nel dare tradotta l’opera di lui, non esprimessero il desiderio che il tema fosse studiato di nuovo, ed i critici italiani dicessero una volta la loro parola. Anche il dottissimo Reumont, non disprezzatore degli studiosi italiani, parlò con animo sospeso del lavoro del suo compaesano, e rammaricando che l’edizione dello Spinello illustrata dal Minieri Riccio gli fosse rimasta ignota, conchiudeva «che non sarebbe superfluo nuovo esame, confrontando l’uno coll’altro».

Ora questo nuovo esame è fatto, e lo dobbiamo appunto allo stesso Minieri Riccio; il quale ha mostrato (ed anche per ciò solamente sarebbe a lodarsi) che nell’odierna Italia, tanto distratta e tanto scaduta negli studi severi, vi è pur sempre chi li coltiva e mantiene il seme, che in altri tempi, giova sperarlo, produrrà frutti più numerosi. Praticissimo della storia del medioevo napoletano, si è, come dicono, inchiodato per più mesi ad un tavolino del Grande Archivio di Napoli, ed ivi ha rifrustrate le vecchie carte de’ tempi svevi [p. 437 modifica]ed angioini, ha riletti e confrontati i cronisti, riandando a passo a passo le orme del Bernhardi, per mettere alla prova de’ documenti l’edifizio da lui innalzato con tanto studio e fatica. E fatica grande ed anzi maggiore, debbe esser costato il lavoro del napoletano, poiché sempre è più facile il distruggere e il negare, che l’affermare provando. Anche il metodo da lui scelto è ottimo. L’argomento che campeggiava nella critica del dotto forestiero, era che le cose dette dallo Spinelli fossero taciute nelle altre memorie contemporanee, o non consentissero con quelle, ed a questo effetto aveva messo ad esame, a tortura anzi, i libri stampati che discorrono di que’ tempi. Ora per difendere il cronista pugliese, bisognava specialmente provarle veridiche per mezzo di documenti, dove l’occhio del tedesco non aveva potuto arrivare. E perciò, lo diciamo senza adulazione, una risposta efficace al libro di lui, non poteva farsi altro che in Napoli, e da persona versata nella storia del regno, come appunto è il Minieri Riccio.

Sarebbe impossibile determinare, per così dire, il momento, quando nella mente dello studioso di Berlino si affacciò l’idea che i Diurnali dello Spinello fossero una contraffazione. Veramente il concetto non potè scendere in lui a priori, avanti di avere preso in esame quel libro. Ma è cosa evidente, che innamoratosi di quella, che a lui dovette parere una rivelazione o una scoperta, ha diretto ogni sforzo della sua erudizione e del suo ragionamento a provarla vera, e da ogni parte ha creduto di scorgerne le prove. È un giudice, convinto in buona fede che ha dinanzi un colpevole, e vede in ogni sua parola, in ogni atto, la testimonianza del delitto. Armato di una larga erudizione, e di molta pratica degli storici e de’ libri a stampa relativi ai tempi compresi nei ricordi dello Spinello, sottomette il suo testo, paragrafo per paragrafo, ad un’indagine argutissima, e da tutto deduce ragioni per la sua tesi. Le cifre degli anni non rispondenti ai fatti, le particolarità storiche non sapute da altre fonti, il silenzio di fatti raccontati da altri scrittori, certe minime differenze nei particolari; tutto è messo a carico dello sciagurato libro e lo mostrano artefatto. Per trovarlo in fallo, lo mette a confronto con autori moderni, pur ch’essi sieno; [p. 438 modifica]a quelli e non a lui, se discorda: se concorda, allora è manifesto ch’egli è il copiatore. Secondo il critico, il fondamento della falsificazione fu il vecchio Villani, copiatore per que’ tempi di Ricordano Malespini; ma quando lo Spinello non confronta col Villani, allora è segno che si fece parlare differentemente perchè il plagio non si scoprisse. Suppone del Villani una edizione diversa dalla volgata, e crede possa esser quella del 1537, che però confessa non avere esaminata. Mette per massima che il falsario dovesse ignorare le croniche dello Iamsilla, del da Curbio e di Saba Milaspina, perchè ai suoi tempi erano inedite; crede fermamente però che egli avesse in mano quella di Lorenzo Buonincontri, i cui manoscritti confessa egli stesso essere assai rari. Tutto insomma, argomenti negativi ed affermativi, congetture, supposizioni, confronti, dubbi, il possibile e l’impossibile, il vero e il falso, la scienza e l’ignoranza, tutto per suo giudizio, concorre a dimostrare che i ricordi dello Spinello sono falsi, Alla sua volta l’erudito di Napoli seguita a passo a passo il discorso del Bernhardi, confutandolo: ora col confronto di altri scrittori o più spesso col mezzo di documenti, provando che il racconto dello Spinello è veridico; ora mostrando che le contradizioni sono apparenti, e che il testo fu male inteso; ora scoprendo i passi intrusi, le lacune e gli arbitrii dei copiatori, che dell’antica scrittura avevano fatto in molti luoghi una sfinge.

Que’ privilegiati, che sentono in loro la curiosità della erudizione, e sanno leggerne i libri senza noia, anzi ritraendone diletto maggiore di quello che altri provi fantasticando sulle scritture che muovono l’immaginazione, faranno bene a mettersi davanti senz’altro il libro del Minieri Riccio, in cui troveranno, assieme colla confutazione, riferita, nelle parti essenziali, la critica del Bernhardi. Il farsi altrimenti una immagine compiuta di questa erudita battaglia, che, per dir così, si compone di una serie di piccole scaramuccie, è cosa assai malagevole. Pure occorrerà che ne sia data qui almeno una idea, per comodo di coloro che non avranno né voglia tempo di applicare alla lettura di più che duecento pa| di stampa fitta, tutta intersecata di citazioni e di brani di documenti.

[p. 439 modifica]Secondo il sig. Bernhardi, Angelo di Costanzo, gentiluomo napoletano e letterato notissimo, ha dunque composti alcuni ricordi storici de’ tempi degli ultimi Svevi e de’ primi Angioini che signoreggiarono nel regno di Napoli, fingendoli scritti da un contemporaneo, che egli chiamò Matteo Spinello da Giovenazzo, e gli ha per il primo annunziati al pubblico, nella sua Storia napoletana stampata nel 1572. Base principale della falsificazione sono stati alcuni libri che già si avevano a stampa, come il Platina, Flavio Biondo, il Fazello e sopratutto la Cronica di Gio. Villani, di cui ebbe, o un cattivo codice, o più probabilmente la prima stampa del 1537. Delle croniche che allora erano manoscritte non vide le più autorevoli, ma vide di certo l’Historia Sicula di Lorenzo Buonincontri. Alcun poco lavoro anche in qualche archivio, ma con poco frutto. Con questi soli materiali, a confessione del Bernhardi stesso, la frode sarebbe riuscita facile troppo a scoprirsi; tuttavia il Costanzo riuscì a gabbare gli eruditi, perchè invece di copiare sempre gli esemplari che aveva tolti a guida sua, con «una certa abilità ha cercato di riunire notizie da diverse parti ed ha adottato un procedimento, per così dire, eclettico, in modo che non accorda pienamente con alcuni dei suoi fonti. Questo metodo lo ha preservato dall’essere scoperto»11. Per imbrogliare sempre più la matassa, il Costanzo, non solo mise in bocca al supposto antico notizie ignote o variate da quelle dei modelli, ma di più, scrivendo egli poi la Storia di Napoli, ha fatto altrettanto verso lo Spinello, cioè abbandonata spesso la sua testimonianza ed accettata invece quella di altri che lo contradicono. Ha fatto anche di più; mentovando i Diurnali ha usata «una espressione oscura quanto è possibile, che a bello studio indica falsamente lo spazio di tempo che comprendono»12. La sua cautela è stata infine così sottile, che volendo scrivere nel falso autore il nome di uno dei suoi antenati, «con manifesta accortezza», lo ha chiamato solamente de [p. 440 modifica]Putheolo senza l’aggiunta di Costanzo13. C’è però un luogo dello Spinello, che è impossibile sia scritto da chi avesse avuta notizia delle Croniche aragonesi dello Çurita, le quali pure erano conosciute dal Costanzo, che se ne valse per la sua storia e le citò ripetutamente. Ma il Bernhardi ha pronta la spiegazione di questo l’atto contradittorio; il falsario ebbe in mano lo Çurita dopo avere compiuta la falsificazione e non fu in tempo a correggerla. Del resto ha scoperto anche il tempo in cui questa fu terminata e «mandata alle copie»; ciò fu avanti il 156814. Egli insomma ha così scrutato l’intimo pensiero del Costanzo, e ne ha scoperti sì bene i più segreti movimenti dell’animo, che meglio non avrebbe fatto se avesse avuto a sua disposizione il demone familiare di lui.

Ma quali saranno le ragioni che consigliarono al Costanzo questo lavoro ad un tempo faticoso ed ignobile? Il Bernhardi ha naturalmente scoperto anche questo punto di capitale importanza per la sua tesi. Il Costanzo ha supposto lo Spinello per più motivi. Prima per interessi genealogici; per aver cioè occasione di mentovare molti antichi personaggi di famiglie napoletane (sono precisamente 90 i nomi de’ casati che si leggono ne’ Diurnali), e fra questi dei Caraccioli, Loffredi e Poderici e di alcune altre famiglie di suoi parenti. Stampando poi la Storia di Napoli, la dedicò ad un Caracciolo, che aveva a moglie una Loffredo; e Francesco Poderico era de’ suoi amici. «È diffìcile tuttociò sia fortuito»15. Altra ragione sarebbe stata la vanità napoletana di potere attribuire alla sua regione il più antico prosatore italiano. Vi avrebbe inoltre concorso il desiderio di poter contradire un passo del Collenuccio. E finalmente, i Diurnali dovevano essere un’arma in mano del Costanzo, nella disputa che allora, ferveva sulla precedenza fra i seggi della nobiltà napoletana.

Colla scorta di autorità e di argomenti d’ogni sorte, il Minieri Riccio mostra come del tutto sia gratuito l’asserto del critico, in quella parte che si attiene al piano ed al [p. 441 modifica]metodo della falsificazione16. La scoperta del contraffattore fa vedere essere assolutamente immaginaria, solamente collo esporre ciò che ha fatto dell’opera falsificata il Costanzo. Il quale ha citato lo Spinello solamente tre volte nella sua storia: 1.° per cavarne i nomi di quelli che tennero una giostra in Bari in onore dell’imperatore Balduino; 2.° per copiarne pochi nomi di altri che furono nell’esercito di Manfredi; 3.° per dire che secondo i Diurnali e secondo il Fazello, re Filippo di Francia, reduce dalla spedizione di Tunisi, si diresse in Sicilia e non a Civitavecchia, come si legge in altri scrittori17. Osserva quindi, ed ognuno può vederlo da sè, che la menzione che Matteo fa di quegli antichi personaggi napoletani, cade a proposito di azioni così indifferenti, che non ne viene lustro nissuno alle famiglie, le quali, del resto, prova con infinite citazioni di documenti, che fossero già tanfo antiche ed illustri, da non vantaggiarsi in modo alcuno della magra menzione di un cronista. Della boria napoletana riguardo alla lingua dello Spinello, il Costanzo mostra di averne così poca, che citandolo nella Storia, non avverte nemmeno che abbia scritto in volgare, e certamente quello sarebbe stato luogo opportunissirao a vantarlo primo prosatore italiano18. Delle altre due ragioni supposte nel contraffattore, cioè di contraddire in un punto storico al Collenuccio, e di giovarsi dell’autorità dei Diurnali nella controversia dei seggi, il Minieri Riccio se ne sbriga con poca fatica, [p. 442 modifica]mostrando che il Costanzo, nel primo caso, non seguita il detto dello Spinello: e che nell’altro, la testimonianza di questi sarebbe stata più contraria che favorevole alla sua parte19.

Bisognerebbe dunque concedere che il Costanzo avesse durata quella fatica senza motivo nissuno, la qua! cosa è logicamente inammissibile, per non dire impossibile. Anzi, non avendosi indizio che nissun cinquecentista si valesse mai dei Diurnali, per alcuna di quelle cose che sogliono determinare le azioni umane, bisognerà pur dire che manca la ragione sufficiente per crederli opera, non solo del Costanzo, ma di un falsario qualsiasi. La storia letteraria ci mostra in verità, che degli impostori ne furono in ogni tempo; ma ci insegna anche la ragione che li trasse a batter falsa moneta nel mondo de’ libri. Ora, e più spesso, fu per ragioni di guadagno e di premio, lusingando, ingannandola, la boria di potenti e di ricchi; ora per interesse di clientela e di famiglia: ora per sostenere assunti letterari e politici, cui le genuine testimonianze facessero difetto; ora per qualche manìa di contradizione e di polemica; ora anche, ne’ casi più innocenti, per burlarsi di alcuno. Ma uomini così oziosi e sciocchi, che falsificassero un libro senza una ragione al mondo, per non farne uso nissuno, ma solo per lo sterile capriccio d’ingannare i futuri, la storia non ne ricorda e non può congetturarsi che ve ne siano stati mai. Il ragionamento, o, per meglio dire, la supposizione del Bernhardi pecca poi da un altro lato; in quello cioè di attribuire al falsificatore tanta e così raffinata malizia, e una cautela così ingegnosa nell’esecuzione dell’opera. I tempi in cui pensa egli che sbucassero fuora le effemeridi dello Spinello, non erano sì sospettosi che convenisse usare siffatta scaltrezza,- nè i napoletani mostravano tanta inclinazione alla critica storica, che non si potesse fare un po’più a fidanza con loro. Anche uel secolo susseguente, quando i modi di confronto ed il numero degli studiosi era tanto maggiore, i genealogisti napoletani ed altri scrittori di storie non ebbero tanti scrupoli. Allora appunto lo Stocchi potè ingannar tutti con quella sua gigantesca falsificazione del beato Cala, e ci volle la rivelazione fatta nel confessionario [p. 443 modifica]da uno che era al segreto della trama per aprire gii occhi agli ingannati20. Così Giuseppe Betussi potè nel 1573, cioè al tempo appunto del Costanzo, pubblicare il suo libro del Cattaio, dove le allegazioni di croniche e di documenti immaginari sono così sfacciate, che paiono fatte per burlarsi dei leggitori. E pure egli lo stampò in Padova, fra tanti professori e letterati, e non trovò chi lo chiamasse bugiardo; anzi il libro fu ristampato nel 1669, e nemmeno allora fu dato cenno che si avesse sospetto delle sue falsità. E se Alfonso Ciccarelli fu scoperto e punito, si dovette alla moltitudine ed alla sfacciatezza delle sue imposture; ed infine gli si fece processo per avere finto degli instrumenti di ragione privata, i quali furono il filo, che fece scoprire le altre sue falsità.

Per questa parte manca insomma ogni principio di prova, o di probabilità anche, che alcuno abbia avuto ragione di supporre i Diurnali, ed il nome del Costanzo deve dirsi mescolato in questa faccenda affatto gratuitamente. Resta bensì che egli fu il primo che li citasse; e ciò dovrà ammettersi, finchè non siasi trovato qualche altro scrittore più antico che ne dia cenno, il che è pur sempre possibile che si scopra. Ma in ogni modo, qual cosa più naturale, che chi si accinge a scrivere una storia, cerchi e trovi documenti e croniche dimenticate? Ma pure, vogliamo concedere che i Diurnali potessero essere fabbricati in frode, da persone e per ragioni rimaste ignote, come tante altre cose avvennero nel mondo e rimasero coperte dal mistero. Così tante volte bisogna credere alla evidenza di un delitto, senza aver traccia del colpevole e benchè ne rimanga secreto il motivo.

Ora, se la contraffazione fosse evidente, la tesi del Bernhardi resterebbe in piedi nella parte più sostanziale ed importante. Egli trova invero moltissime cose nei Diurnali, che a’ suoi occhi appaiono bugiarde, contradittorie, impossibili, insomma, ad essere scritte da un contemporaneo, presente o vicinissimo ai fatti che registra. Tutto lo sforzo del Minieri Riccio è quello invece di provarle vere, coerenti ai [p. 444 modifica]documenti, o almeno possibili. Quando lo difficoltà sono meramente cronologiche, osso le toglie di mozzo correggendo gli anni; ed in ciò ha buon giuoco, poichè per lo più gli basta di riferirsi all’ordinamento da lui dato ai paragrafi dello Spinello nella stampa del 1865, cioè in tempo non sospetto e quando la critica del Bernhardi non era aspettata. Tale è il caso della mossa de’ crociati francesi e provenzali, capitanata contro Manfredi dal conte di Fiandra, che nei testi disordinati dello Spinello era assegnata al 1261, e che però il tedesco tratta di fola e di sogno. Ponendola invece all’anno 1264 è giustificata; poichè si prova con altre croniche e con documenti, che veramente allora, e così pochi mesi manti barrivo di Carlo d’Angiò, si facesse per parte di un numero di collettizi o crociati, uri primo tentativo contro il dominio svevo in Italia, il quale allora non riuscì21. Quando poi il critico berlinese nega fede ai Diurnali per trovarvi notizie taciute dagli scrittori contemporanei, o per essere contradittorie al detto di quelli, o a documenti, o anche ai libri moderni, il napoletano si fa tosto a provare che i fatti in questione son veri, o sono maggiormente probabili secondo il detto dello Spinello; ed in questa confutazione gli si porge il destro di mostrare il più delle volte la sua erudizione, e la pratica grande che ha de’ monumenti di que’ giorni. Perchè il nostro lettore sia informato del metodo dei due contradittori, gioverà riferire qualche esempio.

Ne’ Diurnali comparisce tre volte Taddeo da Sessa; nel giugno del 1248, nel 1250 e nel 1256. «Sventuratamente, scrive il Bernhardi, questo uomo egregio» (i consiglieri di Federigo II erano uomini egregi) «era stato ferito mortalmente il 18 febbraio 1248 e dopo pochi giorni avea cessato di vivere. Si può accordare, aggiunge esso, che un contemporaneo scambiasse con un altro messer Taddeo, il quale era conosciuto da tutto il regno, e ne ignorasse la morte?». In questo caso il Minieri Riccio prende ad esaminare su quali testimonianze sia stata creduta la morte di costui, e trova che fu per attestazione di quattro cronisti, alcuno de’quali disse anche essere stato ucciso in quel [p. 445 modifica]combattimento (che fu l’assalto de’ parmigiani e la distruzione di Vittoria), stando alla custodia della camera o tesoro imperiale. E qui bellamente dimostra che la morte di Taddeo è taciuta invece da altri e più gravi testimoni, che di quelli avvenimenti dettero larghe e particolareggiate relazioni; ricorda che la camera era affidata in que’ casi a paggi cavalieri e non ai consiglieri imperiali, fra’ quali messer Taddeo era allora l’intimo e più autorevole; prova con una lettera dello stesso imperatore che il custode ucciso fu il giovine figliuolo di un suo fedele che non era presente al combattimento, ed ammette che questo padre potesse esser bensì lo stesso Taddeo. Ed alla fine lascia persuaso il lettore che la voce di quella morte illustre si spargesse in Italia, o perchè si scambiasse il figliuolo col padre, o perchè fosse addirittura di quelle che ad ogni battaglia si spargono e si smentiscono poi, come anche ai nostri giorni è frequentemente accaduto22.

Lo Spinello scrive all’anno 1249 che Federigo sposasse una sua figliuola a Riccardo di Caserta della casa d’Aquino, ed il Villani ricorda lo stesso personaggio, come appartenente a quella casata, ai tempi di Manfredi. Gli scrittori napoletani, cominciando dall’Ammirato, avevano negato che il conte di Caserta fosse della famiglia d’Aquino, ed avevano così smentito lo Spinello e il Villani. Il Bernhardi non si lascia sfuggire questo supposto sbaglio, e lo attribuisce alla poca informazione del Villani23, secondo lui, in questo caso, consultato dal falsificatore. Ma il Minieri Riccio alla sua volta dimostra che il Conte di Caserta non era già nè della casa di Rebursa, nè un Sanseverino, nè di altre famiglie indicate dai genealogisti napoletani, ma propriamente della casa d’Aquino, confondendo tutti i contradittori con una copia grande di documenti e di informazioni inedite e sconosciute24.

[p. 446 modifica]Ne’ Diurnali è raccontato di un tale che avendo ammazzato in Barletta un saraceno, fu salvato dai birri per opera de’ cittadini, onde due di questi furono per ordine del sovrano impiccati, e la città multata di mille augustali. Il Bernhardi fa la chiosa che qui il l’atto è manifestantemente inventato, perchè secondo le costituzioni fredericiane, nel caso di un omicida sottrattosi al fisco, la Comunità sarebbe stata condannata a pagare solamente cento augustali, se l’ucciso fosse un cristiano, e la metà se fosse maomettano o giudeo. Ed anche qui il napoletano smentisce l’obiezione; e riportando il testo della legge, mostra che i liberatori del colpevole dovettero incorrere nella pena che sarebbe stata applicata a lui, e che la città di Barletta dovette essere multata di un mezzo augustale per ogni fuoco, e che appunto si eseguì la legge nel caso di quell’ammazzamento25.

Dove poi il Bernhardi scuopre il fianco e si espone disarmato in faccia del contradittore, è allora che si fa a negare la verità di alcune cose raccontate dallo Spinello, perchè nei libri che ha a mano e ne’ documenti a lui noti, non appariscono. La erudizione, come tutte le scienze e le discipline umane, ha un limite che non può nè deve passare, e per non riuscire impotente deve misurare le sue forze. Il negare dei fatti e specialmente dei fatti piccoli, solo perchè non ne abbiamo le prove in mano, sarà;sempre cosa sommamente rischiosa; bene inteso quando essi non sieno in assoluta contradizione con altri casi accertati. Se questo semplicissimo quanto importantissimo canone della critica fosse stato in mente al tedesco, o per dir meglio, se il desiderio di crescere le prove della sua affermazione, non lo avesse trascinato troppo avanti, egli avrebbe in verità diminuita la lista degli aggravi allo Spinello, ma avrebbe tolto a un tempo la parte più facile della confutazione. Infatti ei nega, per esempio, che Federigo, nel Novembre del 1249, facesse un viaggio in Sicilia, e fosse poi presente a Vieste il 20 Febbraio dell’anno appresso; che re Carlo, partito dal regno nell’Aprile del 1207, per la guerra di Toscana, avanti di ritornarvi stabilmente nel 1268, non fosse venuto nel tempo di mezzo a [p. 447 modifica]visitare la sua moglie morente. Non vuol credere che il papa donasse la rosa d’oro allo stesso principe nell’anno 1266; che i consortati o seggi della nobiltà napoletana fossero già istituiti a’ tempi degli Svevi; che nel milledugento esistesse nella famiglia Mastrogiudice uno di nome Sergio; che i Loffredi fossero nel regno avanti ai tempi Angioini; che infine, in un certo tempo, non fosse anche il feudo di Gesualdo in quella casata che si disse appunto de’ Gesualdi. Le quali cose tutte è impossibile di sapere con sicurezza a Berlino, posto anche che non vi manchi nissun libro di erudizione e di genealogia napoletana; per là semplicissima ragione, che in questi libri non è di certo scritto tutto, nè tutto quello che vi è scritto è infallibile. Ora queste negazioni, sono una per una esaminate dal Minieri Riccio, cui riesce di provare che il primo fatto è probabilissimo che accadesse, e che gli altri tutti sono veramente accaduti, come lo mostrano i documenti che con grandissima profusione mette innanzi, ed alcuna volta riferisce per intero26.

Già dicemmo che qualunque varietà che si riscontri fra i Diurnali ed altre croniche, è dal Bernhardi messa a carico de’ primi. Lo Jamsilla, ghibellino e fautore aperto di Manfredi , è da lui preferito e creduto sopra tutti gli scrittori contemporanei, E non si contenta di opporre sostanziali varietà di fatti, ma proprio anche le più lievi particolarità. Basti dire che avendo lo Spinello notato in tre righe lo sbarco di re Corrado in Puglia e detto che tutti i baroni del paese gli andarono incontro per fargli onore, il critico lo rimprovera d’aver passato sotto silenzio che fosse ricevuto sotto un’ombrella o baldacchino, come si ha dallo Jamsilla, che quell’arrivo racconta a lungo ed enfaticamente27. Ma non gli oppone solamente lo Jamsilla ed altri di que’ tempi, ma anche scrittori moderni. Valga di nuovo un esempio. Matteo racconta che Manfredi, per tôrre gli abitanti di Siponto dall’aria maligna, imprendesse a fabbricare la città di Manfredonia, poco distante da quel luogo, ma in un punto di temperie più sana. Sciaguratamente questo fatto è raccontato nello stesso senso anche dal Villani e dal Fazello, che sono [p. 448 modifica]due de’ libri sospetti di aver servito dì guida alla falsificazione. Ora il Bernhardi, per cogliere in bugia questi tre, vuol credere piuttosto all’autorità di due moderni e poco sicuri scrittori, al Pirro ed al Duca della Guardia, e sostiene con loro Manfredonia fosse fabbricata precisamente sulle rovine di Siponto, facendo bugiardi a un tratto tutti i geografi le mappe ed i portolani che assegnano luogo diverso, benchè assai prossimo, a Manfredonia ed a Siponto, del quale era sempre in piedi la cattedrale alla fine del seicento28. Perchè poi lo Spinello dice che quella smisurata campana di Manfredonia, che è passata in proverbio, fu posta per chiamare aiuto in caso di pericolo o di assalto, il Bernhardi questa volta vuol credere piuttosto al Fazello, che scrive con molto minore verosimiglianza, che il re la facesse fabbricare per esser molto amico del suono delle campane29. Altre volte poi nega assolutamente senza valersi di autorità nissuna, ma solo per un suo certo particolare giudizio. Nella indicazione che Manfredi facesse serenate in Barletta cantando con musici e romanzieri, vede un romanzetto ispirato dalla descrizione fatta dal Villani dell’indole di quel principe30. Le notizie di un bambino nato con tre teste, e di un medico colpito da un fulmine, non sono credibili per lui, mancando prove della loro realtà31. Trova anche inverosimile che alcuni personaggi alloggiassero in Giovenazzo presso uno zio di Matteo, e che un altro fosse ospitato nella casa di quest’ultimo; aggiungendo, quasi a modo di beffe, che egli aveva solo venti anni e già possedeva una casa!32 Ma ciò [p. 449 modifica]non basta, che alcune volte ascrive a carico dell’infelice pugliese anche la verità. Ha mentovato alcuni saraceni con nomi veramente usati da quella gente; ebbene, conclude il critico, «ha saputo usare cura diligente per dar nomi autentici di saraceni», copiandoli dal Fazello33. Ha detto che Manfredi ritolse alla Chiesa di Roma il contado di Fondi, che le aveva largito suo padre; ebbene, ha copiato di nuovo il Fazello, «e non si può negare, con grande arte il falsario cita incidentalmente quella notizia al suo luogo conveniente». Tutto, tutto insomma, e arme buona in mano del Bernhardi per sostenere il suo assunto. Ma questi argomenti, in faccia ai quali qualsiasi libro, per quanto sicuro e genuino fosse, potrebbe chiamarsi spurio e supposto, sono ridotti al loro valore dal Miniera Riccio. Ora, mostrando che le contradizioni fra i Diurnali e gli altri contemporanei sono immaginarie, o sono di quelle leggiere varietà che si hanno fra le diverse narrazioni le più autentiche. Ora, facendo toccare con mano, che se dissentono in qualche punto con alcuni libri moderni, l’errore è di questi; e che, infine, le altre negazioni del tutto gratuite, di cui si è riportato qualche saggio, sono inattendibili in faccia alla buona critica.

È cosa singolare che alcuna volta l’erudito tedesco paia quasi scordarsi della sua tesi, che cioè i Diurnali si debbano alla penna di un falsario moderno, e mostri invece di pigliarsela con Matteo in persona. Quegli alloggiamenti di personaggi a Giovenazzo in casa Spinello, sono fra le cose che il Bernhardi crede inventate per boria di genealogia. Ma che interesse potesse muovere il Costanzo ad aggiungere un atomo di gloria ad una famiglia di Giovenazzo, forse allora già spenta, si è dimenticato di spiegarlo. Un’altra cosa notevole è che egli si mostra anche persuaso che i Diurnali sieno infetti di spirito guelfo, benchè in verità non vi sia indizio nissuno che lo scrittore, o moderno o antico che si fosse, tenesse una parte qualunque. Però a così sottile inquisitore non è sfuggita la segreta intenzione, benchè artificiosamente [p. 450 modifica]coperta. Il falsario, invece di trasferire nello Spinello alcuna delle tante accuse, di cui sono pieni gli scrittori guelfi contro la dinastia sveva, ha lavorato di malizia. Non ha scritto, p. es., che Manfredi uccidesse il padre, come tanti altri cronisti scrissero, ma gli ha fatto dire che la sera innanzi alla morte l’imperatore mangiasse delle pere inzuccherate. «Egli acva delle buone ragioni per fare apparire che un suddito o non sapeva questi misteri, o pure per cautela non li scriveva. Tuttavia le pere con zucchero... sono certamente nominate col tacito intendimento di avvalorare il sospetto di veneficio»34. Anche il racconto che Manfredi condannasse un feritore al taglio della mano, è battezzato per inverosimile «e fatto collo scopo di gittare una luce sinistra su quel principe35». Così non sembra credere ad un altro caso di cui è cenno ne’ Diurnali, che cioè Manfredi facesse una volta atto di sottomissione a papa Innocenzo IV. Il Minieri Riccio trova invece molto innocente quel discorso delle pere col zucchero, poichè in antico ed anche oggi, è usanza nel napoletano di porgerle ai malati ed ai convalescenti. Ma perchè trova anche molto verosimile il taglio di quella mano ordinato da Manfredi, e ricorda altre crudeltà di lui e del padre; e perche infine mostra coi documenti quella sommissione, invero poco sincera e duratura, dello svevo, noi dubitiamo assai che sarà battezzato per un erudito guelfo.

Certamente però, se si vorrà rendergli giustizia, e certamente sarà il primo a fargliela lo stesso Bernhardi, il Minieri Riccio ha mostrato in questo suo lavoro, non solo il più assoluto riserbo verso la persona di cui ha preso a confutare l’opinione, ma anche una rara moderazione di giudizi in quistione siffatta, che altri avrebbe pur trovato modo di trattare con ini moderatezza e con parzialità. Il tratto di storia posto in esame comprende una delle più fiere guerre che abbiano avuto fra loro la Chiesa ed il Principato, e ben pochi sarebbero stati capaci di discorrerne, come egli lece, senza allusioni ai casi moderni e senza odio di parte. Egli invece ha solamente cercato di stabilire la verità dei fatti, usando quella critica seria [p. 451 modifica]e tranquilla, della quale ai giorni che corrono tanto radi sono fatti gli esempi. E veramente pare a noi che egli sia riuscito con questo lavoro a dimostrare del tutto falsa l’ultima conclusione del tedesco. Infatti, se non da quel poco che abbiamo riferito, certo da una lettura attenta ed imparziale della confutazione del Minieri Riccio, nasce il convincimento che i Diurnali di Matteo Spinello sieno, nel loro fondamento e nella sostanza, una scrittura antica, e che non sia accettabile il sistema del Bernhardi, benchè sostenuto con grande apparato, e, ci si passi la parola che non è intesa ad offenderlo, con solenne malizia di erudizione. Con tutto questo, non vorremmo dire però che la confutazione del napoletano ci sia parsa in ogni luogo egualmente sostenuta e sicura; nè vorremmo concludere (ed invero nemmeno egli lo ha espresso) che i Diurnali dello Spinello sieno tale scrittura, nelle condizioni in che son oggi ridotti, da farne gran caso per l’uso storico e come monumento di lingua.

Altri, pur lodando il Minieri Riccio, ha detto desiderarsi alcun che nell’aspetto materiale del suo libro, o, per dir la precisa parola, la evidenza tipografica. La fretta con cui fu composto, deve scusare anche alcuni difetti del discorso, che non sempre corre purgato ed alcune volte volge al pedestre; così le condizioni miserande del commercio librario italiano debbono far compatire la pochissima eleganza e la trascuratezza della stampa. Limitandoci però alla sostanza, diremo di alcuni luoghi dove non pare a noi che l’autore abbia colto nel segno, ed abbia dato motivo di essere ribattuta la sua confutazione, nel caso poco probabile, che il suo avversario non si rassegnasse al silenzio.

Lo Spinello racconta, che dalla persecuzione mossa da Federigo II contro i Sanseverini, scampato un giovinetto di nome Ruggiero, fosse sovvenuto dal papa con una pensione di mille fiorini, e da una sua zia avesse di lì a due anni un legato di ventiquattromila delle stesse monete. Il Minieri Riccio, dopo aver provato con ottime ragioni che la fuga del piccolo Ruggiero seguì nel 1239, regnando Gregorio IX, prende senz’altro a impugnare il tedesco, che avea accennato alla incongruenza di parlare in questo caso di fiorini, essendo detto dagli storici fiorentini, che quel nome si desse alla [p. 452 modifica]moneta d’una dramma d’oro, battuta la prima volta a Firenze nel 1252. Messo forse dal Ducange sulla traccia dell’opera sulle monete francesi del secentista le Blanc, accetta la testimonianza di costui dell’essere stati i fiorini in corso fino due secoli innanzi. Ma già il Muratori aveva letto questo scrittore oggi di nissuna autorità e quelle poche citazioni di documenti mal copiati a cui si appoggia, e le aveva francamente scartate36. Oltre a ciò il Manieri Riccio si fa forte di due documenti napoletani del 1270 e 1331, dove si tratta di censi e rendite antiche in fiorini d’oro. Ma anche questi non fanno prova; poichè in essi deve ritenersi che altre monete antiche sieno state ragguagliate al fiorino allora corrente37. Cosi sarebbe sommamente facile di asserire che nei secoli passati furono fra noi le lire italiane, poichè ne’ documenti de’ nostri giorni si discorre spesso di rendite, censi e capitali d’origine antica, che s’indicano a moneta attuale, benchè di fatto fossero costituiti in monete diverse. Rilegga il napoletano il libro de’ censi della Chiesa romana scritto da Cencio Camerario, dove sono notate quasi tutte le monete che correvano nel mondo fra il secolo XII e il XIII, vegga gli autori più sicuri che discorrono di questa qualità di erudizione, ponga mente alle carte scritte propriamente avanti al 1252, di cui deve avere esaminato un numero grandissimo anche cogli occhi propri, e converrà che questo nome di fiorino non vi si legge mai, e che Gregorio IX e quella contessa napoletana dovettero nella loro liberalità verso il Sanseverino, usare altre specie di denari. Contuttociò non manca modo di spiegare il detto dello Spinello, attribuendolo ad errore dei copisti, che forse non seppero intendere la cifra abbreviata delle monete di cui si discorreva; se pure non è a credersi, che essendo il caso dell’orfano fuggitivo raccontato dal cronista, come cosa accaduta molti anni innanzi a quando scriveva, ragguagliasse, così all’ingrosso, quella pensione e quel lascito, colla moneta che poi era venuta in commercio38.

[p. 453 modifica]La sconfitta e la prigionia del re Enzo, bastardo di Federigo, danno occasione al Minieri Riccio di un discorso che assolutamente non regge. Lo Spinello ricorda que’ fatti senza indicazione dell’anno; ma, se c’è cosa assolutamente fuor di dubbio, è che la battaglia di Fossalta, dove quel principe fu vinto e imprigionato dai Bolognesi, seguisse il 26 Maggio del 1249. Ora non sapremmo spiegare, tanto più che la difesa dello Spinello non lo richiedeva, perchè, repudiando quella data sicurissima, abbia preso a sostenere che il fatto avvenisse nel 125039, come si legge nel Malespini e in altri pochi, i quali in questo caso lavorarono sopra ricordanze scritte alla pisana. Così le spiegazioni che aggiunge sui diversi modi di contar gli anni son fuori di luogo, e confuse. Imperocché, o si contasse rigorosamente a Nativitate come a Lucca (dal 25 Dicembre), o alla romana col primo di Gennaio, o ab Incarnatione (25 Marzo) come i Fiorentini, o alla greca colle indizioni (1.° Settembre), un fatto avvenuto nel Maggio del 1219 sarebbe stato sempre notato con quell’anno; meno appunto che si contasse a modo de’ Pisani, che cominciavano col 25 Marzo, ma crescevano di un anno sopragli altri computi40.

Un altro luogo dove la critica del nostro autore non lascia sodisfatto il lettore, è là dove nega risolutamente il testamento dell’imperatore Federigo. La fine di questo principe, morto scomunicato e in grandissima abominazione della Chiesa di Roma e de’ guelfi, fu soggetto di popolari e stravaganti dicerie, come tutti sanno: e, non solo sulle circostanze della morte, ma anche sul tempo in cui avvenne, corsero voci incerte, cui forse dette anche motivo la politica dei cortigiani, che per qualche giorno la vollero tenere segreta. A provare le ubbìe che corsero in proposito nel volgo, basterà ricordare, che in due documenti scoperti dal Bonaini, si trova come alcuni abitanti di S. Gimignano in Toscana, nel 1257, e pero sette anni dopo, facessero delle [p. 454 modifica]scommesse se si fosse verificato che l’imperatore, che si diceva morto, vivesse tuttora41. Nulladimeno, che Federigo morisse il 12 dicembre 1230 (forse nella notte venendo il 13), parrebbe doversi credere addirittura, poichè l’ebbe, per lettere e per corrieri spediti apposta dai prelati pugliesi, il Cardinale ili S. Giorgio in Velo d’oro (Capocci), che alla sua volta ne scrisse la buona novella ai Bolognesi42. E certamente questi prelati e quel cardinale, allora legato delle Marche, erano in caso di potere e di voler conoscere la verità di un fatto simile, per loro di gravissima importanza. La massima parte de’ cronisti riferisce quella morte al 13; e siffatta data parve la più probabile anche al Muratori negli Annali. Ora, poichè lo Spinello pone anch’esso il giorno di S. Lucia, è inutile dire che il Bernhardi si schiera tosto fra i nemici di quella data; anzi, avendo per massima che i Diurnali non son genuini, dice caduta la principale testimonianza di quella. Del cardinal Capocci se ne sbriga dichiarando che aveva inesatte notizie; modo facile assai di negare fede a qualsiasi documento. Naturalmente, il tedesco fa suo principale appoggio il testamento dell’imperatore, accogliendo delle varie lezioni che si hanno della sua data, quella del 17 Dicembre; la quale ammessa, non può certo credersi che il testatore fosse passato il dì 1343. Il nostro napoletano, come è egualmente naturalissimo, accetta la battaglia, e non solo vuol sostenere collo Spinello che Federigo cessava il dì di S. Lucia, ma vuole di più che il testamento, di cui vanno attorno più copie manoscritte, benchè non autentiche, e che è inserto in croniche e in moltissimi libri di storia, sia falso, e che in fine Federigo non facesse testamento nessuno. E qui ci [p. 455 modifica]perdoni, ma a noi pare che siasi lasciato trascinare troppo oltre dal calore della disputa. Egli giudica falso quel documenta, non perdio vi sieno dentro delle cose impossibili od improbabili, ma per i difetti esterni delle copie che sono arrivate a noi, sendo perduto L’originale. Ma se dalle varietà delle lezioni, dagli sbagli di parole e dalla incertezza delle date, dovesse arguirsi la falsità degli scritti, chi più sarebbe falso del suo Spinello, che pure ha così virilmente difeso per vero? Di più aggiunge non esser credibile che l’imperatore facesse testamento, poichè il dì 13 Dicembre moriva improvviso, mentre era convalescente e sperava di scendere il letto il dì dopo. Ma un uomo come Federigo, il quale aveva più figliuoli che avrebbero potuto contrastarsi la vastissima quanto intricata eredità paterna, che doveva avere tanti negozi da disporre, è possibile, che caduto in una grave malattia, che però gli dette agio di accomodare le cose sue, avesse trascurata una azione, che anche i privati, purchè prudenti, non lasciano di fare? Sappiamo bene che fra le molte cose che sono state scritte sulla fine di Federigo II, non è mancato il sospetto che il testamento fosse composto in frode dai figliuoli di lui. Sospetto assolutamente senza fondamento, per mille riguardi, anche perchè del testamento si parla nelle stesse lettere di condoglianza sulla morte paterna, che Manfredi scriveva a Corrado; le quali allora bisognerebbe dire che fossero scritte dopochè i due fratelli, uno nella bassa Italia l’altro in Alemagna, si fossero accordati insieme a giuocare questa commedia, per ingannare altrui, non si sa bene a che fine. Se Manfredi, presente alla morte del padre, avesse cavato fuori un testamento in cui fosse stato diseredato Corrado, cui il regno spettava per legittimità, o vi fosse stato egli trattato con straordinarissima parzialità, allora forse sarebbe stato luogo a dubitare di frode. Ma il testamento riconosce erede del regno Corrado, e fa a Manfredi una condizione troppo inferiore a quella del fratello, dichiarandolo solamente principe di Taranto e signore di altri pochi feudi; in modo che nissun ragionevole indizio vi si trova che possa dirsi inventato. Anche qui avremmo pertanto desiderato che il napoletano si fosse attenuto a quella critica mezzana e pacifica, che non corre a negare i fatti ed i documenti, se non hanno [p. 456 modifica]in sè qualità d’essere assolutamente rigettati. Però, come il Muratori e tanti altri dottissimi dettero fede al testamento di Federigo, sarà bene di credervi noi pure; e forse potranno anche esser vere le parole di Manfredi, che il padre morisse contrito e umiliato (non dice già assoluto e confessato); perchè, infine, nel milledugento, anche quelli che poco temevano Iddio, morendo, mostravano per lo più molta paura dell’inferno.

Ci sia permessa un’altra ed ultima osservazione, che cade su quel luogo di Matteo, dove si dice della rosa d’oro, donata dal Papa a Carlo d’Angiò, la domenica delle palme. Questo passo è al solito tacciato di falsità dal critico berlinese, il quale osserva che la rosa d’oro si soleva donare la quarta domenica di quaresima, detta Laetare, che appunto da quella consuetudine suol chiamarsi anche domenica della rosa. Qui il Minieri Riccio, volendo in qualche modo salvare lo Spinello dal preteso anacronismo, dice esser probabile che il copista, sciogliendo male le abbreviature dell’originale, abbia letto domenica de palmis, ove era scritto in albis. In questo caso è chiaro però che Minieri Riccio scriveva astrattamente, poichè confuse la domenica in albis con quella Laetare, che sono divise l’una dall’altra per lo spazio di quattro settimane44. In cambio, doveva dire che la rosa si benediceva regolarmente, è vero, nella quarta domenica, ma si donava anche in altri giorni; ed avrebbe alla occorrenza potuto trovare esempio di questo dono papale fatto il dì delle palme, ed autorità che alfermano essere quello il giorno consueto della funzione45. Ma le sviste di questa sorta son così facili, [p. 457 modifica]che nissun uomo sa liberarsene in lavori di erudizione, e specialmente quando si scende alle minutezze, come qui si è fatto per necessità da una parte e dall’altra: e lo stesso Bernhardi, che pure si mostra così accorto e diligente, non ha potuto non cadervi una volta46. In ogni modo, quelle pochissime cose che abbiamo trovate da appuntare nel lavoro del Minieri Riccio non toccano il nerbo della questione, nè indeboliscono menomamente la difesa dello Spinello. Anzi aggiungiamo che l’autenticità dell’opera di lui apparisce anche in qualche luogo dove il difensore non aveva colto nel segno. Basti citarne uno per prova. Ne’ Diurnali è scritto che il 12 Maggio 1266 venne Giustiziere in terra di Bari messer Rinieri de’ Buondelmonti di Firenze. Il tedesco aveva opposto a questo passo, che da documenti autentici risulta che, precisamente in quel tempo era invece in detto ufficio il notissimo Pandolfo della Fasanella, già stato al servizio degli svevi, poi passato dalla parte degli angioini. E qui il nostro, stretto da questo fortissimo argomento, non aveva trovato altro partito che di sostenere che il Buondelmonti fosse, non Giustiziere ma Vicegiustiziere, e che l’autore o il copiatore avessero errato nello scrivere quel testo. Che poi la congettura fosse sbagliata se ne accorse a tempo lo stesso Minieri Riccio, che, come poscritta al suo lavoro, ci fe’ sapere essergli sopravvenuto un documento, da cui si vede chiaro che nel 1270, il Buondelmonti cessava proprio dall’ufficio di Giustiziere in Terra di Bari, ed aveva un successore47. Così anche questa [p. 458 modifica]volta fu accertato che lo Spinello aveva esposta la verità, ma che al solito era sbagliata l’indicazione dell’anno.

Ma se l’erudito napoletano è riuscito a mostrare la originale autenticità de’ Diurnali, la sua stessa difesa ha messo in chiaro quanto sieno guaste, le copie che ne rimangono. Egli con vera schiettezza ha confessati questi difetti, e, convien dirlo, è in grazia del suo lavoro che appariscono più grandi e frequenti di quello che i primi editori del libro avessero avvertito. A guastare lo Spinello v’è stato qualcosa di peggio della librariorum incuria, confessata dal Muratori. Le date degli anni bisogna ritenerle per massima come messe a casaccio, e rifare perciò l’ordinamento de’ paragrafl; così in qualche luogo bisogna addirittura aggiungere o togliere o cambiare delle parole48. Le lacune sono moltissime, o per deperimento dell’originale o del manoscritto unico rimasto, dal quale poi vennero le trascrizioni che ora si conservano. Infatti, mentre le notizie cessano di avere un certo seguito fino al 1266, si hanno poi alcuni paragrafetti staccati, che bisogna ascrivere al 1271, al 1272, ed uno anche al 128449. In alcuni passi apparisce accomodato da copisti colla scorta di altri libri e specialmente di Giovanni Villani50; di più vi sono evidenti interpolazioni moderne51. Insomma, i Diurnali, a detta dello stesso apologista, «non solo furono tutti confusi da mano inesperta nella cronologia, ma orribilmente mutilati da mano ignorante e dal tempo52». Cosi il loro dettato «fu bestialmente e indegnamente guasto da [p. 459 modifica]coloro, che da napoletano l’hanno voluto far diventar toscano53». Poichè dall’altra parte è dimostrato che in origine fu scritto da un contemporaneo, dovrà farsene pertanto quel caso, che si farebbe di una antica tavola dipinta, dove i guasti ed i rattoppi avessero in grandissima parte fatta scomparire l’opera dell’antico pennello. Il Bernhardi, ammettendo per un momento che, a forza di correzioni, i Diurnali potessero racconciarsi, concludeva: «Se un libro deve essere, per così dire, scritto da capo perchè possa cavarsene la verità, il suo valore per la storia è nullo»54. Noi diremo invece che sarà necessaria molta cautela e prudenza nel valersene come testimonianza de’ fatti. Cosi nissuno vorrà negare che Matteo possa avere scritto in volgare; che infine, come l’altro Spinello senese notava volgarmente i ricordi ed i conti domestici anche assai anni prima, costui può bene avere usata la favella volgare scrivendo domesticamente i casi pubblici del suo tempo. Ma il citarlo e portarlo per esempio di genuina scrittura volgare, e valersene come autorità negli studi di filologia, sarà sempre opera di poco giudizio; poichè si corre rischio di non citare un dugentista, ma un amanuense del cinquecento, che forse tradusse e certamente guastò e ammodernò una scrittura antica. È peccato invero che non si abbia nella sua nativa forma e nella sua integrità, una narrazione che mostra di essere stata composta senza passione e con ingenuità, e che abbraccia una serie di anni importantissimi nella storia italiana. Tuttavia a consolarci soccorrono molte altre croniche e molti altri documenti dei tempi medesimi, che danno di loro sicurtà agli studiosi. Frattanto i due, che tanto si sono affannati, l’uno per abbattere, l’altro per rialzare quella sdrucita bandiera, hanno dato bella prova della loro erudizione e della loro pazienza. Ma, anche lasciando da parte la ragione finale dei loro lavori, resterà la palma al nostro, poichè non ci ha dato solamente una polemica storica, tutta tessuta sopra fatti già noti, ma un libro onde si aggiungerà alla storia di que’ tempi un numero grande di notizie fin qui non sapute.

[p. 460 modifica]Ora resta che il Minieri Riccio mantenga la promessa di darci lo Spinello largamente illustrato. Poichè speriamo, che da qualche parte, ora che la cosa è proprio ridotta a gara, possa trovarsene qualche codice meno imperfetto e più antico; e perchè in ogni caso, i comentari suoi e tutto ciò che saprà aggiungervi a corredo, scuseranno quello che abbiamo confessato liberamente, cioè la poca autorità dei Diurnali, finchè non se ne abbia un testo migliore.

Lucca, Marzo 1871

Salvatore Bongi.




Note

  1. Minieri Riccio, op. cit. 103.
  2. Summonte. Historia di Napoli. II, 134 della seconda edizione.
  3. Lettera al Tafuri, in Arch. Stor. Ital. N S. IX. Dispensa 2.a, p. 16.
  4. Lettere inedite ai Toscani di L. A. M. - Firenze, Le Monnier, 1854, pagina 356.
  5. Arch. Stor. Ital. I, 619.
  6. Monum. Germanica hist., vol. XIX, pag. 464 e seg. (Stampato nel 1866)
  7. Cronaca di Matteo Spinello da Giovenazzo, ridotta alla sua dizione ed alla primitiva cronologia, con un comento in confutazione del Duca di Luynes sulla stessa cronaca, e stampato in Parigi nel 1839 - Napoli, 1865, in 4to.
  8. I Diurnali di Messer Matteo Spinello da Giovenazzo, con discorso del professor Luciano Loparco, e con note filologiche di Ciro d’Agostini- Bari, tipografia Cannone, 1865, in 8vo piccolo.
  9. Matteo di Giovenazzo eine faelschung des xvi Jahrhunderts. Berlin, 1863, in 4to.
  10. Göttinger gelehrte Anzeingen, 1868, n.° 24.
  11. Minieri Riccio, pag. 24. Per non moltiplicare le note, si citerà sempre il libro del M. R. anche per i passi del tedesco, quando integralmente vi sono riportati.
  12. M. R., pag. 29.
  13. M. R., pag. 165
  14. M. R., pag. 25 e 36.
  15. M. R., pag. 29 e 165.
  16. Avrebbe potuto aggiungere che è parimente senza base la supposizione della diversità della Cronica del Villani stampata dal Fasolo nel 1537, dalle altre edizioni posteriori, per ciò che attiene ai fatti di questi tempi, tutta la varietà essendo nella ortografia e nella correzione, in questa prima assai trascurate. Trattandosi di due luoghi disputati, diremo che alla morte di Innocenzo IV, vi si legge: «La Chiesa, che più di due anni stette senza pastore»; e che la battaglia di Benevento si scrive accaduta «l’ultimo di febbraio», come negli altri testi.
  17. M. R., pag. 25.
  18. Non potrebbe dirsi nemmeno che la comparsa avvenuta nella letteratura della Cronica del Malespini, colla stampa fattane nel 1568, avesse potuto eccitare il Costanzo a creargli un competitore per l’antichità della lingua, poichè lo stesso Bernhardi è persuaso che i Diurnali fossero già stati composti in quell’anno, e che il Costanzo non conobbe mai il Malespini. M. R., pag. 26.
  19. M. R., pag. 35 e 172.
  20. Si vegga la relazione del P. Paolo Antonio Paoli lucchese intitolata: Notizie spettanti all’opera apocrifa intitolata: Storia degli Svevi e vita del beato Calà. - Roma, 1792, fogl.
  21. M. R. 81 e seg.
  22. M. R., 44 e seg.
  23. Si è già accennato che per questi tempi Gio. Villani non fece quasi altro che copiare Ricordano Malespini. Ma il Bernhardi tiene per fermo che il falsificatore consultasse e conoscesse solo il primo.
  24. M. R., 140 e seg.
  25. M. R., pag. 152.
  26. M. R., pag. 56, 129, 132, 138, 160, 166 e 172.
  27. M. R., pag 61.
  28. M. R, pag. 107 e segg. Fra i moltissimi che si possono citare, si vegga Leandro Alberti, Descrittione d’Italia, cart. 222, ediz. ven., 1553. Il Magini, nell’Italia. Bologna, 1620. mappa di Capitanata; e il Portolano del secolo XV. stampato dal Pagnini nel IV volume della Decima.
  29. M. R., pag. 115.
  30. M. R.. 155.
  31. M. R., pag. 156.
  32. M. R. pag. 161. Secondo alcuni passi de’ Diurnali, Matteo Spinello sarebbe nato il 1231. Il M. R., pag. 162, cita un documento del 1239, secondo il quale esso avrebbe avuto in dono dal re Federigo un feudo in Lavello. Ora, se può benissimo stare che nel 1250 avesse una casa, che poteva dirsi sua anche viventi i genitori, è assai improbabile che avesse un feudo in dono da un re nell’età di soli otto anni. La citazione di quella carta è cavata dal duca Della Guardia, e ciò maggiormente fa sospettare o che sia errata, o che si riferisca a un altro Matteo Spinello più antico.
  33. M. R., pag. 159.
  34. M. R., pag. 150.
  35. M. R., pag. 152.
  36. Antiq. Ital. Diss. XXVIII.
  37. M. R., pag. 101 e seg.
  38. M. R., pag 90.
  39. M. R., pag. 90.
  40. In un altro luogo (pag. 179) pare che il M. R. abbia voluto dire che le parole die XIII entrante Decembris stiano ad indicare la notte del 12 Dicembre entrando il giorno 13. In questo caso è sbagliata la interpretazione, porche le parole intrante ed epseunte, non si applicano alle ore dei giorni, ma bensì all’essere il giorno indicato o prima o dopo la metà del mese.
  41. Note al Roncioni, Stor. Pis., I, 523, in Arch. Stor. Ital.
  42. Savioli, Ann. Bologn. III, II, 274.
  43. Queste discussioni, di cui altri giudicherà la reale importanza, non sono nuove. La necessità di conciliare la data del testamento, che nelle diverse trascrizioni ha incerta la numerazione del giorno, ma concorda nel segnare un sabato del mese di dicembre 1250, era già stata avvertita dal Mansi nelle note al Rainaldo: esso credeva che si dovesse leggere nel testamento il 10 dicembre, che era appunto un sabato. Il Dal Borgo, tenendo per genuina data del testamento il 17 Dicembro, fu il primo che sostenne doversi posticipare di qualche dì la morte dell’imperatore. Diss. Stor. Pisana, I, 272.
  44. M. R., 133.
  45. Giovanni Sercambi nella Cronica di Lucca, dicendo delle azioni di Urbano VI, fermato in questa città nel 1386, scrive che «la Domenica di Lazaro, volendo il Papa observare quello che in tal giorno e consueto farsi, s cantando la Messa honorevolmente in Sancto Martino, come ebbe cantata la Messa, donò una rosa d’oro ad uno gran barone ambasciatore dell’imperatore». Cronica, ad anno. Mss. nell’Archivio di Stato in Lucca. È inutile aggiungere che la Domenica di Lazzaro è appunto quella delle Palme. Lo stesso autore, sotto l’anno 1408, racconta che il dono della rosa fu fatto egualmente in Lucca da Gregorio XII a Paolo Guinigi della medesima; ma questa volta dice che fu nella Domenica del pane ordeace, o de’ pani d’orzo, cioè Laetare. La terza ed ultima volta che la rosa d’oro si donasse in Lucca fu quando Pio V la mandò alla Repubblica. Questa volta, cosa assai insolita, la rosa era stata benedetta dal Papa in Roma nella messa della notte di Natale 1564, e venne presentata alla Signoria lucchese, da ambasciatori mandati appositamente, nel Gennaio 1565.
  46. M. R., 27. Al Bernhardi venne scritto per astrazione che Gio. Boccaccio, nell’opera de Viris illustr., citi lo scritto di Michele Riccio de Regibus Neapolis et Siciliae. Il Boccaccio era morto 75 anni prima che il Riccio nascesse.
  47. M. R., 84-193. Tolomeo da Lucca, il Malespini ed altri antichi, copiati poi da moltissimi fino al Litta (Famiglia dei Buondelmonti), raccontano che Federigo, espugnato nel 1249 il castello di Capraia in Toscana, e fatti ammazzare i guelfi che lo difendevano, lasciasse in vita uno dei principali, cioè Ranieri de’ Buondelmonti, detto Zingano o Zingani, dopo averlo bensì fatto abbacinare; e che quindi costui si ritirasse nell’eremo camaldolese dell’isola di Montecristo, e che qui morisse, dopo una vita di contemplazione e di penitenza. Ora sarebbe a vedere se per caso questo guelfo eremita non fosse lo stesso che si trova poi al servizio del re Carlo. I cronisti toscani possono aver perduto la traccia di lui dopo che andò nel ritiro, ed il trionfo della sua parte dopo la battaglia di Benevento, può avere consigliato lui a tornare alla vita attiva, e re Carlo a valersene comi; iio e sicuro nemico degli svevi. E vero che egli doveva esser privo della vista, se l’abbacinamento, supplizio prediletto a Federigo, era un acciecamento assoluto. Ma la politica ha anche il privilegio di far vedere i ciechi. In ogni modo questo sia un dubbio e non più.
  48. Si vegga p. es. il M. R., alle pagg. 67, 87, 106, 133.
  49. M. R., 20.
  50. M. R., 6.
  51. M. R., 6, 75.
  52. M. R., 20.
  53. M. R., 41.
  54. M. R., 87.