Delle Frascherie di Antonio Abati fasci tre/Fascio III

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FASCIO SECONDO.

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Fascio II Delle Frascherie di Antonio Abati fasci tre
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DELLE


FRASCHERIE


FASCIO TERZO.



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Un Italiano Poeta sopranomato Teledapo; bramoso di vagar da Ulisse per meglio verseggiar da Homero, haveva dopò il Romitaggio di tre anni, fatto ritorno in Effeso, ove per lo spatio di molti altri precorsi nell’hospitio dell’humanissimo Egideargo vissuto s’era.

S’imbarcò da un Italico lido Teledapo; e come riferto haveva, per l’imboccatura dell’Adriatico seno approdò di Corfù alle spiagge. Quivi giunto, volle osservare i riti, ove patì naufragi Ulisse, & ove hebbe gli horti il Rè Pheaco, e tosto valicò verso Epiro, paese de decantati Molossi, e c’hebbe de’ generosi Cavalli la Palma. Quindi curioso di veder gl’andamenti della Macedonica Corte peregrinò à quella volta, e pervenuto à [p. 197 modifica]Salonichi, vi dimorò un gran tempo. Ma poi de’ corrotti costumi della medesima nauseato, se ne calò in Thessaglia, vago di vedervi il posto de’ Pharsalici Campi, in cui tuonarono i fulmini delle due Romane battaglie; e di vagheggiarvi etiandio l’amene rive di Peneo, la cui figlia, direbbe un Romanziero, parve in quei primi secoli un’Aurora, nel precorrere con la sua fuga l’orme seguaci d’un Sole. Al fine sù i lidi d’Armiro imbarcatosi, se ne venne radendo di Negroponte le rive, e ne’ confini dell’Isola adocchiate le cime del Caphareo monte, rammentossi delle fiaccola di Nauplo, che fù già un insidioso Faro al naufragio dell’armata Greca. Quindi poi trascorso l’Egeo, e penetrato il mare, che dal temerario Icaro hebbe il nome, approdò alle piagge di Effeso.

Era Teledapo un huono d’amenissima letteratura, e vago non meno di veder mondo, che di profittarsi vagando. Perchè haveva una versatile natura, nell’aderire à i genij di chiunque praticava seco, solea dire, che gli huomini di Mercuriale eloquenza dotati, doveano rassomigliarsi all’Hermafrodito Pianeta di Mercurio, che come gli Astrologi dissero, è co’ buoni buono, cattivo co’ cattivi.

Non somigliava già costui ad alcuni svagati Scioperoni d’Italia, che dopo haver Taverne, e Città varie trascorse, altra curiosità non riportano in Patria, che la [p. 198 modifica]notitia di quei luoghi, in cui goderono con pari delettatione, ò buoni vini, ò male femine. Nè simile poteva dirsi à quel tale, che dopo haver havuto grand’agio di veder maraviglie in una Città di miracoli, in un miracolo delle Città, fatto finalmente ritorno à sua Patria, altro non portò di nuovo, che la copia d’un Madrigale, che trovò col carbone delineato sul muro di una montuosa Taverna, mentre forse il Compositore del medesimo s’abbattè a passar di là sù in tempo d’una folta nebbia. Il Madrigale, se mal non mi rammento, tal’è:

Sapete, Ser Christofano,
 Perchè de l’alto monte,
     Chiamato il Re di Cofano;
     Spesso nebbia fumosa arma la fronte?
     La causa è manifesta,
     Chi sta sù le grandezze, hà fumo in testa.

La vista di Teledapo fù grata così ad Egideargo, che nella sua Casa d’Effeso attendevalo, come à Rorazalfe, che l’haveva ne suo Italiano hospitio fraternamente raccolto un gran tempo. Professava Teledapo un rispettoso, & immutabile genio verso la Virtù di Stamperme; onde anch’egli trasferitosi in uno di quei giorni alla Casa, ove gli amici si convenivano diè materia d’intraprendere sopra le sue trascorse agitationi varij ragionamenti. Frà gli altri la relatione ch’ei diede, non [p. 199 modifica]meno delle vedute novità, che de i provati disagi, suscitò in commune un quesito di tal tenore. S’ERA UTILE IL PEREGRINARE, O NO.

Rorazalfe, che la dimora nella Patria difendeva, contra il parere di Teledapo, che il contrario sentiva, espose i suoi eloquenti sillogismi in tal guisa.

1Quid brevi fortes iaculamur ævo
     Multa? Quid terras alio calentes
     Sole mutamus, patriae qui exul
     Se quoque fugit?

Cantò il Lirico.

Bramano di gir vagando i mortali; nè si avvedono, ch’anzi d’esporsi ad un finito peregrinaggio, infinitamente peregrinano. Il desiderio, che solo si pasce di quel che mancali, non è altro in noi, ch’un viaggio senza termine; onde i pensieri humani assai più fremono di quei mari, che di valicare s’anhelano. 2Scandit aeratas vitiosa naves cura, soggiunse Horatio.

Che giova all’huomo da l’un Clima all’altro la fuga, se il desiderio, che l’accompagna, non è vehicolo, da alleviare alle sue agitationi à noia; mà una Sarcina, che quanto più il grava, più veloce lo sprona, più curioso l’inoltra? S’ama egli da pungolo sì importuno liberarsi, non fà di mestieri, che altrove sia; ma un altro. 3Nusquam est, qui ubique est. L’astinenza d’un [p. 200 modifica]multiplice desiderio è così salute d’una volontà inferma, come 4fastidientis stomachi est multa degustare, quæ ubi varia sunt, & diversa coinquinant, non alunt. I mentali, e corporali esercitij sono, è vero, le armature d’un Huomo contra i colpi dell’Ignoranza, e del Morbo; ma nel distretto d’una Patria non manca suolo da scorrere per la digestiva de’ pravi humori, non mancano motivi ad un’anima, che immobilmente contemplando s’inalza.

Qual maggior maraviglia potrà mai veder altrove un curioso peregrino, che trà le fessure d’un domestico pavimento l’opere d’una industriosa Formica? Questa, che può dirsi con Horatio 5exemplum magni laboris, & non incauta futuri, trascina seco infaticabilmente quelle parte di riunita messe, che pur sono maggiori del suo tutto. Fatta in un tempo Architettrice, & Economa, forma del suo granaio la cava; e quivi raccolte à suo prò le raccolte altrui, ne fà conserva al futuro. Mentre 6turbano i rigori d’Aquario il nuov’Anno, 7ò raggio di vecchia Luna non riluce, contra l’uso de i non satiabili Avari, cessando dall’investigar prebende, s’intana; e con l’esca che dinanzi custodita haveva, scaltramente nutricasi.

Erga gli occhi il curioso al tetto di rustico Tugurio, e vedrà maraviglie, che [p. 201 modifica]fanno tacere i miracoli de’ suoi Obelischi ad una Menfi. Qual mendico usato à limosinar cantando, con preci di cantilene la Rondine chiede sul mattino nell’estrema tegola d’una grand’aia l’adito ad una cella hospitale. Quivi introdottasi, consegna all’arbitrio delle humane domestichezze il pentimento delle sue ritrosie straniere. Poscia senza archipenzolo edificando, e sospendendo senza puntelli una mole, che sembra haver l’aria per fondamento, forma col rostro alla sua volubile posterità la fermezza d’un pensile, ma pensato edificio. Hor non son questi al curioso investigatore argomenti bastevoli per filosofar della Natura, e del Cielo?

Che rilieva à noi il vagare, per haver notitie; se le carte più ne insegnano in un giorno, che il Peregrinaio in un anno: anzi il Peregrinaggio d’un giorno vieta spesso la lettura di quelle cose, che bastano a disciplinar per anni. L’investigare quel che gli Autori scrissero, s’è vero, è superfluo; s’è falso, è ridicolo. Che vantaggio è à noi il riconoscere, 8 se il Nilo nell’estivo escremento si gonfi, se il Tigri sotterraneo sen passi, e poi in estrema ampiezza si dilatti; se il Meandro con frequenti tortuosità s’implichi? Che profitta à gli humani Ingegni il provare, 9se l’aria della Regione Attica è buona à formar [p. 202 modifica]talenti ingegnosi: e se ’l 10crasso aere di Boetia fà stolidi: e per non tediarvi con le credute relationi de gli Autori, che importa à noi l’investigare, s’è favoloso ò no 11 che appresso il Fiume Indo siano collocati due Monti, in uno de’ quali, perchè ha costume di rigettar il ferro, è necessario, che ferrati destrieri velocemente trascorrano: e nell’altro, perc’ha natura di trarlo à sè, è forza che immobilmente si frenino. Vergognosa curiosità fù di colui, à cui, cavalcando per questo Monte, fù necessario il correre, per riferir novella così leggiera, ò ’l discendere, per riportar avviso così pedestre.

Qual bene può trarsi mai del Peregrinaggio, se le peregrinate cose insegnarono i lussi a’ mortali?

12 Prima peregrinos obscena pecunia mores
Inutilis, & turpi fregerunt saecula luxu
Divitia molles

Cantò il Satirico.

Da i Pirenei peregrinò à l’Avaritie Romane l’oro da l’Indie à gl’incentivi delle lussurie, & a’ condimenti delle Gole gl’aromati. I Frigi co’ ricami, gli Attalici con la testura d’oro, i Babilonici con la colorata Sidone con l’ostro, il Perù co’ Rubini il Golfo Persico con le Perle, fomentarono le vanità, e l’alterigie. Fin Palamede [p. 203 modifica]non havria colà appreso il modo di metter in ordinanze le schiere, & additatolo à noi, per porre in disordine il mondo, se le Grù non peregrinavano in aria.

Prima che Roma dall’influsso delle Greche nationi s’effeminasse, fù Republica in Grecia, che per non far contagio tra’ suoi de gli stranieri costumi, ò perchè il curioso i suoi segreti non investigasse, vietò il peregrinaggio, e l’hospitio. Sotto intendevano però gli Atheniesi la nobiltà delle loro schiatte nella figura d’una Cicala, che come dicevan essi, nel Territorio ov’è nata, mena, e compie sua vita. 13Adduce Aristotile l’esempio di molte Città, alle quali recò il Peregrinaggio infortunij; mà senza ricercarlo in esso, sappiamo ben noi quanti popoli invaghitisi delle Europee delitie, per testimonio de’ peregrini relatori, peregrinando poi da remota parte a’ saccomani delle medesime, flagellarono con l’ire de i militari incendij l’innocenze di molti Regni.

Il fumo della Patria è più lucido del fuoco de gl’altri Paesi; e nel godimento di questa consiste la vitalità, e la tranquillità humana. Interrogato Stratonico, che navigli eran più sicuri, rispose, quegli che stanno in secco. 14 Il Re Ugige chiese all’oracolo d’Apolline, qual fusse il più fortunato del mondo, rispose, l’oracolo, esser [p. 204 modifica]un huomo detto Aglaone, che si viveva in Arcadia, & in sessantadue anni non s’era mai dal suo horto allontanato una lega. Gli Visi, ò Zingani son proverbiati col nome di non leali, perche dimorando poche hore in un luogo vi lasciano toppe, non amicitie.

Quanti furono, che per curiosità di vedere, chiusero le luci, e per riportare le notitie degli stranieri al luogo, ov’hebbero la cuna, trovarono frà gl’ignoti stranieri la tomba? 15 quel Granchio appresso Esopo, che volle traghettar dell’acque al lido, cadde in preda d’una Volpe; onde diceva morendo, Ben mi sta, er’io marino, e volli divenir terrestre. Terrestre per contrario è l’huomo: mà come fusse d’ambigua natura come il Cocodrillo, e ’l Fribo, osa etiandio di fidar sè stesso à i rischi delle infedeltà marine, onde può dirsi di lui, mentre naviga, che soleva dir 16 Biante dei Marinari, che annoverar non si devono fra’ vivi, nè fra’ morti.

Per istimolo al viaggiare, il giro de i celesti orbi non è esemplare à gli huomini. Possiam dire in tal fatto con Socrate, quel ch’è sopra noi, non appartiensi à noi. Lascisi all’operation del Cielo il movimento, & imitiamo noi in gran parte come nostra cuna, e madre la Terra, c’haver suole per sua vitale attione la quiete; e se [p. 205 modifica]pur vagando, vogliamo imitar tal’hora le girevoli inquietudini del Sole, rammentiamoci, disse un faceto Ingegno, che il suo Peregrinaggio non può dirsi lungo; mentre distesosi dall’Orto all’Occaso, altro non è, ch’esercitio d’un sol giorno.

La vaghezza del vagare è una folia di Romanzi, un errore da Cavalieri erranti, & un prurito 17 da Orlando, che al fine, per far pieni i suoi desiderij, divenne scemo.

Le Stelle fisse furon sempre più dell’erranti beate; e la Luna, come il più volubile, & inquieto Pianeta, fù sempre il Hieroglifico dello stolto. Mutansi gli stolti Peregrini di sito, come la Luna si muta; e col giro di quest’orbe sogliono i medesimi calcular i venti, e le pioggie alle loro navigationi. Altra differenza non verte frà i moti della Luna, e di quei tali, che per genio di peregrinare, lasciano in abbandono le case e le mogli; se non ch’essa, quando torna à rinovellarsi à noi, porta seco le corna, e quegli quando alle loro case fanno ritorno, le trovano.

Qui con le risa, mà con le commendationi di tutti, terminò Rorazalfe delle sue opinioni il racconto; quando Teledapo, che al contrario partito appligliato s’era, così cominciò à ragionare.

[p. 206 modifica]PRenderò io, Amici, la difesa del Peregrinaggio, già che, sua mercè, m’abbatto oggi in hospitio, agiatissimo per li profitti del mio talento; e perche ne i vostri peregrini Ingegni i miei Ragionamenti faranno anche peregrinanti di piedi, mentre dall’una orecchia valicandovi all’altra, v’additeranno, che non sono degni di trovar meta hospitale nella vostra mente. Dirò dunque in tal guisa.

Il desiderio di sapere è il più ragionevole carattere, che imprimesse in noi la Natura; e poco rilieverebbe il senno; quando da gl’impulsi del desiderio la potenza dell’apprendere non si riducesse all’atto. Non è altrimente quest’appetito un Tiranno della nostra humanità, à cui debba valere di vendetta la privatione; ma bensì un Architetto, che forma d’un rationale edificio il disegno, accioche i sensi delle operationi aderendoli, la struttura d’un compiuto huomo compongano, & istabiliscano. Se l’apparecchiar quelle cose; che a’ vitali vantaggi son necessarie, è non meno effetto, che cagione del saper nostro18 & à questo provedimento il senso della vita più attamente ci conduce, sarà un pronostico in noi dell’haver à sapere desiderare di vedere con grande argomento, disse Seneca, dell’haver à risanarsi; e l’appetir rimedij. [p. 207 modifica]La curiosità d’imparar leggendo, non è vehicolo à ben apprendere, perche la Scienza, che da’ libri si trahe, è acqua di conserva; quella, che dall’esperienza deriva, è Fonte. 19 Le vedute cose sempre più francamente s’imprimono nell’animo, che le lette, che le sentite; nè s’imparerebbero tal volta gli huomini da quel ch’è scritto: se gli Scrittori non havessero peregrinato per ascrivere quel che noi impariamo. È così certo, che dall’essere alla cognitione si vada, come che dalla cognitione all’essere.

Gli oggetti, che tutt’hora n’appresenti l’apparato d’una Patria, non destano à filosofar di Natura le nostre menti; perche niuna cosa è così mirabile, ch’ogni momento rimirata, non iscemi à poco à poco in noi quella maraviglia, che come disse Platone, dalla Filosofia nacque, nella guisa, che 20 Iride vollero gli Antichi, che di Taumante, cioè dell’Ammiratione fusse figlia. A ben conoscere tal volta le vedute maraviglie d’un forastiero contorno, ò li provati agi d’un paterno distretto, fà di mistieri allontanarsene; perche il bene non mai compiutamente si scerne, se non quando perduto si specula: e la forza della cognitione così nella divisione consiste, come quella di Amore nel congiungimento. 21 Maiora credit de abscentibus, disse Tacito. [p. 208 modifica]Non hà dubbio, che l’osservar l’industrie d’una domestica Formica, sarà valevole mezo per dottrinarci nella notitia dell’ammiranda facitrice Natura; mà ben sapremo negare a scorno delle inettie nostre che questo piccolo Animale quantunque non vigoroso, & inetto à i trapassi di lontano Clima, pur a’ ripari delle necessità future, non d’altra guisa, che peregrinando ammaestrarsi.

Non si nega, che il ponderare l’edificio d’una famigliare Rondine, non c’inalzi parimente à specular l’opere d’una provida Natura; mà chi sà, onde questo Animale si partì, e dove ritorna, havrà campo di conchiudere, che ’l solo Peregrinaggio rese la Rondine faconda, ardita, sofferente, domestica, industriosa, discreta, e memorevole.

I talenti humani son come le piante, che traslatate da un suolo all’altro migliorano. A tal fine da Persia si trasmise à noi il Pesco, da Soria il Cedro, d’Armenia il Meliaco, da Cidone il Cotogno, da Cartagine il Granato. Non s’inesterebbono hora ne’ nostri horti queste piante, se non peregrinavano da gli altrui le piante humane.

Qual vago di sapere è frà noi, che non benedica 22 il passaggio delle lettere dalla Phenica? Chi amareggiate hà le labra, che non lodi il primiero tragitto 23 de’ [p. 209 modifica]zuccari dall’Indiche cannamele? Qual bilioso infermo è, che non commendi dalla 24 Tartara Tangut del pietoso Reobarbaro il trasportamento.

Povero Mondo, se i providi huomini non avventurassero co’ trabalzi delle merci l’aumento delle facultà humane, Barbaro Mondo: se i mortali nelle patrie tane inselvati reputassero ornamento della specie nostra il farci esuli dalle società forestiere. Inesperto Mondo, se nella sola pagina d’una campagna paterna credessero i curiosi d’haver ben inteso il contenuto del libro della Natura. Scarse glorie si darebbono da noi al Fattore, se non d’altro, che de’ nostri acquisti se gli intonassero le lodi; se nel trovamento delle occulte cose non si ravvisassero così industri le sue creature; se da testimonij de’ trovatori Nocchieri non s’udissero l’antiche creationi di nuovi Mondi.

È vergognoso il rannicchiarsi, per così dire, in un angolo di muro, à chi è nato per veder il Sole, ch’à gli habitatori di qualunque Clima instabilmente s’espone. E poi, come può dirsi vivere chi non peregrina, s’un Peregrinaggio è la Vita? Non si nega, che ponderato il transito d’un’anima, non sia parimente un peregrinare il morire; mà non si negherà oltre questo, che un’Anima ben peregrinante non [p. 210 modifica]habbia in hospitio il Cielo; anzi quella insatiabile incostanza della nostra humanità, che altro è ella, diceva un Re savio, ch’un Peregrinaggio della nostr’anima immortale? La quale, come sorta di là sù, cerca, sempre, e nuove vie appetisce; nè prima si raccheta, ch’alla sua patria non ritorni. I cadaveri soli non peregrinano; ma per gli honori, che danno loro i Tempij, e per lo propugnacolo d’una corruttibile materia non disdegnano frà le condotte de’ vivi di peregrinar i balsami della Giudea, e gl’incensi da Saba.

Il viaggiare compone gli animi, desta i membri, instruisce le menti, avventura le fortune.

25Fin un cieco Poeta, che di peregrinare con frutto incapace, per formar la vera Idea d’un prudente, in agitatione di Peregrino lo finse. Si devono, in ammassar vantaggi di Virtù, imitar le Api, che vagando anch’esse tra’ fiori, per succhiare i più atti alla compositione de’ loro liquori, e disporli ne’ Favi, si può dire, disse Seneca, 26 che non habbiano la scienza da far il mele, mà di raccorlo. È politica da Moscovita non permettere, che i suoi peregrinino, acciò che allettati dal diletto d’una libertà esterna, non si scuotano de’ suoi dominij tirannici il giogo.

Son Palestre tal volta di rincrescevoli [p. 211 modifica]agitationi le vie de’ Peregrini: mà se gli huomini non havessero materia di dolersi, onde nasceria la Fortezza; Se la Natura ci apparecchiasse il tutto, che ci preparerebbe il senno? più aggrada alla Natura, & al senso un riposo, che alla fiacchezza succeda un’esca, ch’al famelico s’appresenti un calore, ch’all’assiderato si prepari, di quel che facciano le piume agiate, per adescarvi la ritrosia d’uno sonno, un cibo lauto, per destarvi i pruriti d’una addormentata fame, un acceso focolare, per farsi scudo contro le trafitture d’un rigore avventicio. O quanti satia l’apparecchio d’una mensa Siracusana, a’ quali imprime appetenza la parsimonia d’una cena d’Hecate. Il patire impassibili ci rende: e così l’inopio scuote le torbidezze, come la Povertà erudisce le menti. Anche Alessandro peregrinò in guerra; e con l’haver dilatati i suoi dominij fin alla cuna del Sole patì alcuna volta di gelo. È un gran male; disse Bione, non poter soffrire un male.

Quell’Asiatiche Città hanno hoggi del Monte, e dello Scoglio, i cui Popoli più si mostrano col Forestiero incivili, e ruvidi nè basta loro il dire, che per talento di mercature in varij confini s’aggitino; perche sì fatte industrie ad altro non tendono, che à bilanciare di che valore siano le monete, non gli huomini: ond’avvien poi, che simili trafficanti fanno conti non di [p. 212 modifica]conto, sottrare numeri, non sottrarsi dal numero. Devonsi cortesemente raccogliere i Forestieri; perche l’uso della Hospitalità non solo contrahevasi à vicenda frà i nostri Antichi; mà non disdegnarono etiandio gli Dei di farsi presidi de’ commerci hospitali, e di trarne i nomi.

Giovò molto all’aumento del Romano Imperio, che Roma fusse aperta à gli stranieri, & a’ nemici. Le buone Arte furono per lo più da’ peregrini infuse; e molte volte, per l’insegnamento d’esse, i vinti furono del vincitore i Maestri.

27 Grecia capta ferum Victorem cœpit, & artes
     Intulit agresti Latio.

Cantò il Lirico.

Insomma, ove libero si vive, ivi è la Patria, diceva Pompeo; e chiunque della propria, ò per motivo d’elettione, ò per colpo di rea fortuna divenne privo, havrà l’arbitrio di sciegliere frà l’altrui la medesima; perche al Savio vale d’habitanza ogni suolo. Pochi furono in sua patria graditi, e pochi s’udirono che navigando all’altrui, non trovassero l’aura, ò la merce.

Interrogato un Marinaio da un Prencipe, s’egli haveva buon Padre, rispose, che s’era annegato in Mare. Chieseli dell’Avo, e replicò il medesimo; de’ fratelli, e soggiunse [p. 213 modifica]che s’erano parimente sommersi; del che maravigliatosi il Prencipe, col tenore del seguente rimprovero il Barcaiuolo riprese. E voi siete così incauto nell’esempio de gli altrui rischi, che pur seguite costantemente le navigationi d’un pelago, alle cui ingordigie corre, come tributaria a dar esca la prosapia vostra? Ritorcendo l’argomento il Marinaresco Idiota, con la savieza di cotai detti il Prencipe Maestro convinse. Ditemi Signore. Vostro Padre, vostro Avo, e Fratelli vostri, ove morirono? Il Prencipe sorridendo rispose. Ciascuno à suo capezzale morì; E voi, conchiuse il Marinaio; perche non gite à proveder le membra vostre d’Alberghi stranieri, cessando homai di premere quelle piume domestiche, in cui sapete c’hanno fatto l’estremo sonno i vostri Antenati? Sottointendeva in cotali parole quel rozzo, che la Morte con uguale piede picchia i Palagi, e Tuguri, e che nulla rilieva, il non varcar l’onde su i Navigli; mentre co’ moti delle mondane aure è pur forza, che dal mare di questa vita alle riviere d’Occidente approdiamo. Quando Morte vuol assalirne, anco in mezzo à i Tivoli è la Sardegna, diceva un Poeta della Spagna.

Peregrinino i liberi huomini, i forti, i miseri, i dovitiosi, e le sole Donne, à cui il magisterio della casa appartiensi, siano quando à pregrinar se n’escano, [p. 214 modifica]proverbiate di stolte, & al sesso loro, conforme della Luna rassomiglinsi. La Donna non è mai più honestamente segreta, che mentre al suo sposo è congiunta; nè mai più vergognosamente è palese, che quando à peregrinar s’incamina; onde poss’io ragionevolmente conchiudere, la Donna esser simile alla Luna, la quale, fin ch’è ritirata col Sole, è invisibile, e quando à vagar comincia, hà le corna.

Qui Teledapo al suo ragionamento diè fine, e non meno à lui, che à Rorazalfe, si bisbigliarono concordemente i plausi, e le commendationi, mà richiesto Teledapo, à narrare qualche giocondo accidente de i suoi Peregrinaggi trascorsi, pregò Egideargo, che recitar volesse una Satira, datali poc’anzi à leggere, in cui Teledapo, mentre in Italia trovavasi, gl’incomodi di un suo diurno viaggio da Roma intrapreso, hà veva giocosamente ritratti; intendendo forse, di emular con essa Horatio in quella insulsa Satira del suo cammino da Roma à Brindisi; ò Lucilio in quell’altra sua, pur da Roma al Faro di Messina. Onde Egideargo, dato di piglio allo scritto Componimento, che traheva seco, ne fà à i curiosi Amici una grata espressione di questa forma.


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Fascio Terzo. 215

LA


GUERRA


SATIRA.


Altro piacer, che viaggiar, non trovo,
     Che se fortuna hà instabili le piante,
     Non la posso arrivar, se non mi muovo.
Sol moti hà il Mondo. Il Ciel sempr’è vagante,
     Il vago Ciel stimola i Venti al moto,
     A moto d’Aura il Mar fasi incostante.
Un incostante Mar tragge il Piloto,
     Seco il Piloto trahe Remo, e Timone,
     Remo, e Timon muove una Barca al nuoto.
Chi vuol farsi cantar, lassi il Cantone,
     Nè s’intani à cantar d’Orco le fole;
     Già che de l’Alma è in noi l’occhio il Balcone.
Che giova in casa hà ver norma di scole,
     Se in Gener feminin nostri scolari
     Scolano il sen, per generar la prole?
Trottano in sul natio solo i Somari,
     Provido è sol, chi le Provincie hà scorte,
     E sale hà sol, chi navigati hà i Mari.
     Chi fuor non esce, e debole di sorte,
     Che in sentir mentovar Golfo lanciato,
     Esser dirà Golfo lanciato un Forte.

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Parrà colui, ch’udendo nominato,
     Doncherche in occasion di certa Guerra,
     Disse. Affè, che Don Cherche è un gran Soldato.
Geografo di carta, e non di terra,
     Affermerà, ch’un palmo di Campagna
     Da Polonia lontana è l’Inghilterra.
Fiume dunque varcar, scender montagna
     Risolve, e uscir dal Cittadin confino,
     Già che inalza i puzzor l’acqua che stagna.
Non è micca mestier da Paladino,
     Star con la Pala a stuzzicar Carboni,
     E non è camminar starsi al cammino.
Cotai furono in Roma i miei sermoni,
     Quando humor di vagar fittomi in testa,
     M’affazzionai di Compagnuol calzoni.
Qui mi feci un vestito in Feria sesta;
     Perche ’l setimo dì di settimana
     Tutt’i Mercanti miei guardan la Festa.
Fei trà seta frustata, e vecchia lana
     Un fagottin di provision Vestali:
     E Abram vi scrisse. Franco di Dogana?
Poi qual Corrier de’ miei finiti mali,
     Mi stivalai, per haver sorte in selle,
     Già c’han sorte hoggidì sol gli Stivali.
Se lo stellato spron regge la pelle
     D’uno Stival, non saran cose strane,
     Che d’un Stival fian provide le stelle.
Veder già non pensai d’Africa tane,
     Sapend’io ben, quante in Italia stanno
     D’inesto adulterin Bestie Africane.

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Nè per Francia, ò Castiglia errar qualch’anno:
     Mentr’hoggi per le vie Femine io scerno,
     Che perdendo Castiglia, in Francia vanno.
Non di veder s’un Fiume esito haInferno,
     S’altri dal Paradiso ha à caduta,
     S’Egitio Nil scorga di state un Verno.
Se chi beve il Clitorio, il vin rifiuta,
     O se rosica ferri il Ciprio Topo,
     Se Rana serifea sempre stà muta.
Non di veder del Teranneo Canopo
     Il suol lascivo, ò in Abissini siti,
     Oltre Avana, e Quiloa, Congo Etiopo.
Non curai di veder Nubi, e Nigriti,
     O là di Libia à la deserta banda
     Gli arsicci Garamanti, e i Trogloditi;
Non d’osservar la mercantile Olanda,
     O trascorso il suol Anglo, e lo Scozzese
     Gronnia, e Finnia veder, girne à l’Islanda.
Non curai di mirar tutto il paese
     Da la Tartarea piaggia à l’Indiana.
     Da l’Atlantico mare, al mar Chinese
Non Cataio veder, nè Mangiana,
     Nè col Quinsai l’Imavo, e i seri,
     Nè gli scithi Hiperborei ò l’onda Hircana.
Non di calcar de’ Sarmati i sentieri,
     O qual Ruggier sopra l’areo calle
     Passar frà i Russi, e trapassar Pomeri.
Io non sono Hippografo, e non hò stalle;
     Se volo in carte, in sù le vie vo tardo,
     Perc’ho penne a la man, non sù le spalle

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Al Poeta il Frontin manca, e ’l Baiardo
     E se ’l Carro hà Febeo gli assi son guasti
     Perche la fame sua vi magna il lardo
In borsa io non havea spirti sì vasti,
     Che trar potessi à spinta di monete
     Una pista di poste a tanti pasti.
Mi bastava d’haver piante inquiete,
     Quanto haver suole il Sol lungo il camino
     Quando verso Torin marcia d’A Riete.
Visto havrei quel paese, il qual supino
     Si slonga in mare, e l’Appenin gli forma
     Bottoneria al Gabban, l’Alpe un Cuscino.
Qui può stampar peregrinante un’orma,
     Chi haver professa Italiane impronte,
     Già che l’Italia hà d’un Stival la forma.
Quando le mie bazzecole fur pronte,
     Presi un Destrier, nel cui devoto collo
     Era una corda, e una campana in fronte.
Invoco hor tè Cavallerizzo Apollo,
     Ch’usato sei là per l’Aonio vallo,
     Sopra il Pegaso mio far caracollo.
Fatto conto, c’hor, hor monti à cavallo;
     E à la partita sua sproni il Ronzino,
     Narra per mè di sua partita il fallo.
Questo Ronzin; videlicet Ronzino,
     Giusto non è, ma sette volte intoppa:
     E pur nome han di Giusto buon latino.
Non hà di lingua intelligenza troppa,
     Intende sol, quel che vuol dir, Sta lì,
     Mà non sà poi quel che vuol dir, Galoppa.
Tratta di trotto tutto quanto il dì,
     E s’io scuoto la briglia, e dico nò,
     Mi balza il capo, e mi fà dir di sì.

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Frà diverse mutanze io ben non sò,
     S’egli è Mortaio, ò fà ’l Pistone à me.
     S’io son Pistone, ò pisto me ne vò.
Un beneficio sol fammi il suo piè:
     Che per lungo agitarmi in sù, e in giù,
     Ne lo stomaco mio flemma non è.
Ma se in corpo la flemma io non ho più,
     La bile, il bell’humor sempre ricorda:
     Nè frà Zara peggiore il mio Cor fù.
Equo è in latin; mà d’equità si scorda,
     È destriero in volgar mà non è destro
     Parente a Brigliador Briglia hà di corda
Se ’l punzecchia tal’hor la mosca, ò l’estro,
     Non temendo la man che lo ripiglia,
     Con coda di Scolar sferza il Maestro
Non val prego d’Amor, forza di briglia
     Se nel diletto mio, ch’è transitorio,
     Un retrogrado Granchio il piè gli piglia
A Letargo di sen Vessicatorio
     Non giova mai di sanguinario Sprone,
     E Collirio di Frusta è frustatorio.
S’a la Rota de l’Olio un Issione
     Ei fusse mai, Demostene Lucerne
     Havrian per lucubrar, tarda l’untione
Se in lui Satan da le spelonche inferne
     Venisse, assalteria tardi ogn’Infermo
     Di reggie Torri, e di plebee Taverne.
Io s’hò da dire quel che mi sembra, affermo
     Ch’egli è Fratel de Romanzier moderni
     Ch’ogni quattro parole han punto fermo.
Terni punti non ha, mà punti esterni,
     Non varca stilla in rio, che non vi stalli,
     Non s’intaverna, che non s’incaverni.

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Per mostrar che ’l suo piè male hà di calli
     Muover non osa mai passo con fretta:
     E con ragion: perche le vie son calli.
Se piscia un’hora il Vetturin l’aspetta,
     Perch’a ragione di Diminutivo
     Tanto è un orina al fin, quanto un oretta.
Chi hà mal di pietra, è in orinar tardivo,
     Però tardi sen va; perch’avversaria
     Fassi ogni pietra al suo pedestre arrivo
E in ver di Pietre esperienza havaria,
     C’hor mi dona diaspro; hor far gli aggrada,
     Giàcinto in terra, e Calcedonia in aria
Non muove piè, ch’ad intopar non vada;
     Nè intoppa mai, che sdruccioli non faccia
     Nè fà sdruccioli mai, che non ne cada.
Non cade mai, ch’io sotto lui non giaccia
     Non giaccio sotto lui, ch’io non m’ammacchi:
     28 E pur direi, mè il ver di falso hà faccia:
Pregoti, Apollo mio, che non ti stracchi,
     Che se ben volontier prestoti orecchi,
     Non mancherà frà noi lingua che gracchi.
Non basta nò, che nel cantar non pecchi,
     Mentre al mondo veggiam Turba d’alocchi
     Che per tutt’i Canton fiaccano i becchi.
Diratti alcuni, che i tuoi pensier son sciocchi;
     E daratti cagion, che in sen gli ficchi
     29Materia da coturni, e non da Socchi.

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Lasciali con la forza, che l’impicchi:
     Che da questi cervel dramma di succhi
     Non caveresti mai co’ tuoi lambicchi.
Meglio è, ch’in Pindo tuo, tù t’abbalucchi
     E ch’à finir questo Viaggio strano,
     Col saper di mia Palla Apollo io trucchi
Mentre hora fermo, et hor col passo piano
     Restringendo mè stesso entro il mantello,
     Sul dorso io già del mio Caval Seiano
D’uno pioggia sottil, come il capello,
     Sopra il mio Caporal vena stillava,
     Ma poi fassi Marino anco il Ruscello.
Feci sdrucciolo tal dentro una cava,
     Che ’l capitolo ancor ne stà dolente,
     E guai à me, se vi facea l’ottava.
Mentre cade il Cavallo, & io repente
     I soccorsi del Ciel chiamo anhelante,
     Biastemma il Vetturin, che non hà niente
Rompicolli al Ronzin prega Forfante,
     Nè considera poi la consequenza,
     Che se muore il Cavallo, io resto Fante
Così, mentre vegg’io la mia patienza
     A confusione ad infusion condotta,
     Ne la mollitie altrui fò penitenza.
Si spezzar due Corregge in una botta
     Su ’l Valigin, mà quando un c.. è franto,
     Stupor non è, se la Correggia è rotta.
Pur gridando, & oprando io feci tanto,
     Ch’a le miserie mie trovai soccorso,
     Mentre i molli Calzon stillavan pianto.
Al fin tornai del mio Cavallo al dorso,
     Non di passo Chinea, ma di ginocchio,
     Barbaro di costumi, e non di corso.

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E quando il Sol dentro il suo rancio cocchio
     Si ritirava in camere da basso,
     Perche sentia certo descenso à l’occhio
Bisogno hebb’io, tanto era infermo, e lasso
     Trovar Guarino, e Dante altrui moneta
     Da Boccaccio magnar, dormir da Tasso
Pur come piacque al Ciel, giunsi à la meta
     E con filosofia povera, e nuda
     Trovò gli Historiografi il Poeta.
Non havea tal piacer l’Orca d’Hebuda,
     Quando al confin de la marina Grotta
     Un macello vedea di carne cruda.
Quanto n’hebb’io, ne l’arrivare à un hotta
     Ne la qual mio sentia pronto a pagare,
     Per far pago un desio di carne cotta.
Mi fè gran cortesia ne lo smontare
     L’Hoste contra l’usanza del...
     Ove sol cortesia fassi....
E perche un Hoste entro l’hostile hostello
     Suole l’obligo suo far Camerario,
     Posto in Camera mia stese il mantello.
Questa si fe’, quando era Silla, e Mario,
     Tanto in vista era antica, e sul Cantone
     Se ’l superfluo non fù, fù il Necessario.
Era una cella in ver da devotione,
     Che fin dal tetto una ventosa voce
     Mi mandava del Ciel l’ispiratione.
L’havria fuggita il Diavolo, che coce,
     Perche nuda di tela ogn’impannata
     Sù i legni de i telar scopria la Croce.
Farmi in tanto io voleva un’asciugata;
     Onde l’Hostier mi ricondusse in Sala,
     Che la Crusca diria la Camminata.

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Quivi un Putto vid’io sù per la scala,
     C’havea di secchi Allori una gran massa
     E un acceso carbon dentro una Pala.
A tal vista io gridai (mentre s’abassa
     L’hoste, e gli allori miei d’arder presume)
     La pena de’ Poeti a i Lauri passa.
Sù, sù Lauro immortal cangia costume;
     E già che vuol così Secol vitioso,
     Se già l’ombra mi dasti, hor dammi il lume.
S’apria da basso un Campidoglio untoso
     Ove suol trionfar sera, e mattina
     De le flemme digeste un Huom famoso.
Per assalto di Luccio, ò di Vaccina
     Qui trionfa un Campione, e opime spoglie
     Son del rotto Digiun l’osso, e la spina.
Qui la fame campestre un Hoste toglie.
     Mentre di Samo, e di Temese in olle
     Per le Viscere altrui Viscere accoglie.
Qui frà cibi di mar, d’aria, e di colle,
     In più fogge, in più bande, in un sol punto
     Sacrificij di Gola un foco bolle.
Stava intorno a le fiamme un huom bisunto,
     Ch’arso indarno sarebbe, ò imbalsamato
     Cotanto in vista era infocato, & unto.
Quest’unto Piracmon, Bronte abbruggiato
     Sù l’incude d’un Banco havea le dita;
     Perc’havesse il martel qualche affamato.
Questi hor facea col Sal l’acqua scaltrita
     Hor di spetie condia carne di morti,
     Per balsamar de’ Magnator la vita.
Hor dal bollor visti i carboni assorti,
     Facea reflusso a tumida marina,
     Ove l’Occaso havea l’herbe de gl’Orti.

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Hor, se udia del cenar l’hora vicina,
     Tirar facea di Sposo Gallo il collo,
     A cucinar ponea Madre Gallina.
Questi tal’hor move un bel ballo al bello,
     Et hor lassa l’alesso, e l’osso gitta,
     Raschia pelle, fà palle, arroste pello.
Hor fatta hà fetta, e à lo Schidon l’hà fitta,
     Hor tiene pala, augel pela, e in pila il caccia,
     Hor de’ pesci una frotta in fretta hà fritta.
Sotto il Camin, s’altri a l’insù s’affaccia
     Vede invention, da raggirar Schidone,
     Senza un aiuto minimo di braccia.
Mentre a la sua paterna ragione
     Il fumo sale atro vapor cocente
     Fà una lastra, che incontra, andar girone
Muove questa di par ferro pendente,
     E al ferro al piede lo schidone eretto,
     Volve in rota dentata esca di dente.
Oh de l’human saper parto negletto,
     Per cuocer l’esca a i forastier budelli,
     Del fumoso vapor fassi un Valetto.
Hoggi effetto, e cagion sembran fratelli;
     Nè fia stupor, ch’al fumo esca si volti,
     Se fumo d’esca ancor volta i cervelli.
L’Hoste intanto trahea cibi non molti
     Sù mensa angusta: e d’ogn’intorno havea
     Suùdura Panca i Passaggier raccolti.
Di Nasturcio, di Malva, e Dragontea
     Comparve un Insalata purgativa,
     Buona da entrar, donde scappar dovea.

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Questa un cert’Olio torbido condiva,
     Che s’era Oliva, ò nò, stetti dubbioso;
     Ma poi sentì che veramente oliva.
Comparve poi certo Cibreo brodoso,
     Dove il Sal, dove il Fumo ivan del paro
     Perch’ogn’huomo, c’hà Sal, sempr’è fumoso.
Tutt’i segni del grasso in fumo andaro:
     E ’l brodo suo potea servir di specchio.
     Che se ben fumo havea, tutto era chiaro.
Poscia un Pollo adornò l’alto apparecchio
     Ma ben tosto conobbi à l’imbroccare,
     Ch’era morto di nuovo, et era vecchio
Era più duro assai de l’aspettare:
     E volendol tener per vittovaglia,
     Mai nol potei teneramente amare.
Quindi imparai, quanto esser tristo vaglia,
     Per non cader de la giustitia in mano:
     S’à un tristo anch’io non potei far la taglia.
Certo arrostetto in stil da Cortegiano
     Comparve poi: ma mentre io fea da Boia
     Trovai ne l’inforcar sangue Troiano
Onde gli occhi m’empiè di cruda noia
     Crudo boccon; perche parea gran cosa,
     Che non fusse abbruggiato, e fusse Troia.
Basta però, che in arrabbiata prosa,
     Pria d’accostar legge Manilia al gozzo
     Far volsi in Verre un’Oration famosa
principio di mensa in Mezo sozzo
     Venne un putente vin, più che potente
     A l’armonia d’un Strozzator singhiozzo.

[p. 226 modifica]

Questi orina parea de le Giumente;
     Mà, benche fusse alquanto torbidetto,
     Mi finì di chiarire intieramente.
L’Hoste l’havea per generoso eletto,
     Ma in nuova frase era gagliardo il vino;
     Perche il gagliardo ancor forte vien detto.
In conclusion, per mio crudel destino,
     In carne in vin sù l’affamata guerra
     Non fei Trinciera: e non toccai Fortino
La Notte homai de’ neri passi, ond’era,
     Fatti havea quatro, e di papaver cinta
     Trahea Morfeo da la Cimeria Terra.
Quando aperto il Giubbon la Calza scinta,
     L’infame ardir de la mia cena trista
     A Dormitorio rio diemmi una spinta.
Volea l’Hoste portar lesta la lista,
     Ma quand’un huom vuol gl’occhi suoi serrare,
     Conto non val per contentar la vista.
E a chi per tempo assai si vuol levare,
     Svegliator de la borsa è il Creditore,
     Svegliator de la testa è haver da dare.
Onde i Conti lassai contai quatr’hore,
     Quando le membra mie furon condotte
     In nero letto a ritrovar l’albore,
Dissi allhor frà mè stesso: Oh quanto dotte
     Persone son, che tutto ’l giorno han letto,
     E non han Letto poi di mezza notte.
D’una dura cervice era il mio Letto,
     Havea di pel caprin scorza lanosa,
     Paglia avanzata al’Asinin banchetto:
Quì trà fiori di spigo, e fior di rosa
     Fù del lenzuol la biancheria condutta,
     Mà più tosto sapean d’herba scabbiosa.

[p. 227 modifica]

La tela loro era sì stretta, e strutta
     Che di buccata uscir tosto io pensai,
     Perche la tela era buccata tutta.
Pur soffrì, chiusi l’uscio, al letto andai,
     Mi scalzai, mi sbraccai, soffiai nel lume,
     Mi tuffai rannicchiai, serrai miei rai;
Ch’à stanco seno anco i Matton son piume.

Rise non poco la Brigata della faceta Satira, letta da Egideargo: e parendo pur a Stamperme, che Teledapo recar potesse altra pastura alla comune curiosità, con la narrativa de’ riti di qualche Provincia Europea, l’invitò di nuovo à dar alcuna notitia delle Corti da lui praticate in cammino.

All’inchiesta di Stamperme, sorridendo Teledapo, così incominciò à dire.


Tutte le Corti, benche di temperamento varie son sorelle: 30 e Luciano, come ben osservato havrete, sotto una sola imagine n’appresentò i perfetti delineamenti d’ogn’una. Le Gran Corti però della nostra Italia sono così atte à dar altrui buon esempio, come à trarre in sè le commendationi di quei curiosi, che le mirano: e sopra tutte quella di Roma, alla quale, come à Capo esemplaro per vittù, equità, e culto, par che muova hoggi i suoi piedi peregrini un votivo Mondo; ma già che havete più di mè un antica, e [p. 228 modifica]distinta contezza dell’Italia tutta, & io vi vedo hoggi curiosi d’udir novelle di paesi più stranieri, e che di derisioni sian degni, contentatevi, che solo della Macedonica Reggia, io vi narri confusamente quel poco, che mi rammento, per attestarvi, quanto basta.

La Corte di Salonichi è un Mare; perche molti Fiumi, che dinanzi nelle loro patrie origini erano famosi, quivi intrusi perdono la natura, e ’l nome.

Chi v’entra humile, è forza vi cresca orgoglioso; e chi non s’altera per propria natura, cambiasi per l’altrui esempio, 31 Non ego ambitiosum; sed nemo aliter potest vivere, disse Seneca di un altra Corte.

La Città, ove risiede il Prencipe, par c’habbia il Carnevale tutto l’anno: perche gli animi vi stanno sempre mascherati; mà dirò meglio. Tutto l’anno v’è la State; perche ogn’uno usa di trinciar i panni adosso al Compagno. Sirio vi latra sempre; e gli huomini pur che habbiano ombra da ripararsi, poco curano, che sia di Torre, ò d’arbore; anzi avviene tal’hora, che vi si litiga 32 l’ombra d’un Asino, come disse Luciano di colui, che d’Athene passava à Megara.

La Fortuna è la più adorata Deità di quella Corte. Hà Tempi varij, secondo [p. 229 modifica]i tempi, & in essi è anche varia di Titoli, come anticamente era. Hor si chiama Primigenia, hor Viscatrice, hor Privata, hor Maschia, hor Vergine, & hor altra. Colà però molt’Idoli di fortuna da contrarie razze derivano. Alcuno credesi disceso dal Cielo, come gli Scudi Ancili, & alcun altro si stima sorto da basse origini, come avenne à quel Simulacro, che fè fondere Amasi Rè d’Egitto.

Non v’è Idolo senza Oracoli, non v’è Oracolo, à cui non si versino doni, non v’è dono, che dall’Adulatione non si sacrifichi. L’Adulatione in somma, se non è scala da salire, è strada da premere. Vi sono huomini, che chiamarebbono 33 occupationi divine quelle d’un Tiberio, quantunque brutali fussero.

Il Rè si crea per voti d’urna, non per ragione di retaggio; e perche nella contrarietà, che hà il Soggetto emulato con gli Emuli, son varie le passioni de’ Fattionarij, il più vago Spettacolo della Corte è la mutatione, in cui i Pretendenti rovesciando gli odij nel Rè caduto, trasferiscono gli ossequij nell’inalzato, quindi avviene, che la Fede colà è volubile in tutti, come usata à vaccillar sempre nella devotione de’ Numi; e gl’effetti de’ Tributarij per lo più son meretrici, perche son posticci. Chi vuol vivere in quella Corte, è forzato [p. 230 modifica]così ad haver passione di non esser libero, come à trasportare in varij oggetti la libertà delle passioni humane, perche habbiamo i Cortegiani a sentir rimproverata da Seneca la loro miseria in quei detti. 34 Eorum miserrima conditio, est qui ne suis quidem occupationibus laborat, ad alienum dormiunt somnum, ad alienum ambulant gradum, ad alienum comedunt appetitum & amare, & odisse, res omnium liberrimas, iubentur.

In più guise s’ottengono prosperità in quella Corte, ad alcuni nascono spontanee le venture, come avveniva delle piante nella prima Creatione del Mondo, in altri ogni frutto nasce dai semi; e però chi vuol raccorre oro, lo sparge. Comunemente il bene più s’acquista per genio fatale di chi lo dà, che per sagace industria di chi lo pretende; onde, se fusse Tacito in Macedonia, non porrebbe in dubbio, se la gratia coi Principi dipenda da fato, ò da prudenza humana. 35 Dubitare cogor fato, & sorte nascendi, ut cætera, ita Principum inclinatio in hos, offensio in illos; an sit aliquid in nostris consilijs, &c.

Nel rovescio dei mali variamente, come nel dritto dei beni, procedessi: mà per lo più non vi domina Astrea, senza l’Astro; poiche alcuni, non perche amino, mà [p. 231 modifica]perche son amati, s’inalzano; & altri, non perche odijno, mà perche sono odiati, s’abassano.

Nelle impressioni delle Lettere, i dotti, e le Carte son quasi il medesimo in Salonichi: perche le Carte da gli Stracci nacquero, e i Dotti frà Stracci vivono. Molte volte è Giudice del merito d’un Letterato più la Vista, che l’Udito: ond’io direi, che le nostre Donne hanno più senno di quei Satrapi; perch’essi nello scegliere un Huomo al loro servitio, s’appagano dell’apparenza: e queste nel comprare una pentola, la provano col tintinno.

Formano però anche là un ottima eccettione alla cativa Regola alcuni Personaggi per Ingegno, Natali, e Virtù d’animo esemplari, e di stima degni, e questi non disdegnano di riconoscer gl’inchini d’un Letterato, e di specchiarsi in esso, sapendo, che i Promontorij specchiano le loro gigantee alterigie in quell’onde, che lambiscono i loro piedi; mà perche i Buoni si contano hoggidì, come le Bocche del Nilo, vi sono anche molti per contrario, che chiamano la Poesia Lamina d’Orpello; perche hà splendore nell’apparrenza, mà non vale, che ad ingannare, & à stridere, & altri sono, che commendano i Poeti, per trarne lodi; non amano di comandarli, per dar loro mercedi; e così può dirsi della Poesia, come cantò della Bontà [p. 232 modifica]Giuvenale, 36Laudatur, & alget.

Si vide colà ne gli andati Secoli qualche erudito huomo inalzato, e tenuto in pregio; mà per maraviglia si strepitò col Satirico. Exemplum novorum fatorum, come si disse di Quintiliano arricchito.

Nè mancano anche hoggi letterati huomini, ch’entrano colà a i servigij di quei Primati; ma è certo, che ogn’altro mestiero vi fanno fuor, che il loro, chi sarà più degno di un altro, di dar da bere al Padrone, non havrà però dal Padrone più da magnare di quel che un altro si habbia, anzi, quando il Letterato muoia in servitio, sarà forza, che lasci herede il Padrone, non di quello che hebbe per mercede: ma di quel che avanza per merito.

In somma trattiene quei pochi, che vi distinsi, gli altri, molti vogliono, che le lettere di un Huomo sian prezzo, da comprare il servitio, non pompa da adornare la padronanza. Quindi è, che frà i Sudditi ancora è più scorza di letteratura, che midolla; perche poco frutto se ne tragge; e poche Arti da gli honori son coltivate: e però non avanzandosi gl’huomini per sentiero di scienze à i gradi, non curano gl’ingegni giovanili di trapassare in esse da i Novitiati alle Professioni. Una sola Filosofia si studia in quella Corte, & in [p. 233 modifica]essa la maggior parte de i Padroni son Maestri; ed è, che l Anima di chi regna, non habbia fede nel Cervello, mà nel Sangue.

Questa appunto è la succinta Historia della Macedonica Corte, in sermoni disciolte. Se bramate hora di sentire i meriti della medesima, legati in Versi, eccovi scritta in questo seguente Foglio un acconcia Satiretta, che ne composi in cammino. Rorazalfe, che era vicino à Teledapo, pregollo tosto, che ne rimettesse à lui la Lettura; onde havutono il Foglio, n’espresse immantinente alla curiosità degli Uditori il contenuto con tal ordine.




[p. 234 modifica]

LA


CORTE


SATIRA.


CHe vuoi, Musa, da Corte? io non sò. come
     Quì potrai mantener casto il Decoro;
     Se la Donna hà da Corte hoggi un mal nome.
Viver qui tu non puoi d’altro lavoro,
     Che di far la bucata à i panni brutti;
     Già che abondan lordure hoggi in costoro.
Cavar anco potresti utili frutti
     Dal culcire i Calzoni à i Cortegian,
     Che le Vergogne lor mostrano a tutti.
Ma i consigli per tè tutti son vani;
     Perche la Corte a l’Anime tranquille
     L’Inferno è de la Testa, ò de le mani.
Un Inferno è la Corte, alberga mille
     Enigmatiche Sfingi, Hidre rinate,
     Qui s’inventan Chimere, e latran Scille.
Quì si veggiono Arpie d’oro affamate,
     E per rapir la Gratia d’un Padrone,
     Da Centimani Gigi Armi impugnate.
Quì vedresti talvolta un Issione,
     Di sorte amica à gli anhelanti casi,
     Stringer le nubi, e imaginar Giunone.

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De le Fortune altrui pianger gli occasi,
     Quì vedrai Coccodrilli; e in fare scherni
     Spesso allongar rinoceroti i nasi.
Ma per meglio indagar muscoli interni
     Di Corte, amica Musa, ecco da parte,
     Lascio Bestie di terra, Alme d’Inferni.
Per la prima, ogni Honor posto in disparte.
     Hora Giano Bifronte, hora sfrontato
     Trasforma ogn’un la sua Natura in arte.
E perche rivestir corpo spogliato,
     Opra è pietosa, hà da bugiardi cori
     La nuda verità manto adombrato.
Copron colpa carogna adulatori
     Mantelli, e vuol l’affrontator Bifronte,
     Ch’un bel mentir la sua Vitaccia honori.
Di segrete calunnie hà sempre pronte
     L’armi sul labro, e in Giostrator rivale,
     Fin che ’l piè gli scavalca, urta con l’onte.
Venga un Tullio à la Corte, e in ampie Sale
     Di salata eloquenza un mar derivi,
     Se non sà mormorarvi, hà poco sale
Venga un Numa à la Corte, honor votivi
     Porga a’ suoi Dei, forza sarà, che avanti
     V’adori un Huom; e poi, s’ha Tempo, i Divi.
L’altrui Livor rinoverà sembianti
     A’ suoi candor, candida agresta apprende
     Dal suo bruno Granel lividi amanti.

[p. 236 modifica]

Nè giova il dir, pria d’imparar l’horrende
     Norme di Corte, eleggerei stoccate:
     Ch’al fin tu cangierai stanza, ò vincende
Vuoi da Numa incocciarvi? havrai risate;
     Vuoi parlarvi da Tullio? havrai maligni.
     Vuoi dar frutti, qual Noce; havrai sassate.
Vieni, vieni a la Corte, i più benigni
     Volti vedrai degenerar costumi,
     Corvi vedrai pennelleggiati in Cigni.
Di curioso ardire arma i tuoi lumi,
     Se vuoi veder, come i Pianeti pazzi
     De’ miracoli suoi fanno i Volumi.
Quì Dionisi vedrai fuor de’ Palazzi,
     Deposto il piè da i lubrici Governi,
     Insegnar Deponenti ai suoi Ragazzi.
Vedrai bassi Agatocli a i più superni
     Gradi inalzarsi, e in tributarie Terre
     Empir d’oro non suo gl’Orci paterni.
Quì tù vedrai Cortegiane Guerre
     Hasta una lingua, e scrupoloso farsi
     Di stupro un Clodio, e di rapine un Verre.
Vedrai servo Pallon d’aure gonfiarsi,
     Erger al Ciel, per forza d’altri, il moto
     E per natura sua precipitarsi.
Vedrai de’ Venti un Venturier mal noto
     Entrar ne’ Golfi, e frà i marini dubi
     Di sicura Galea farsi un Piloto.
Vedrai tal hor le tempestose nubi
     Tuonar naufragi, e per sacrarne un voto,
     Spesso adorar qualche latrante Anube.

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A Corrente guidona un cor devoto
     Sacrificar vedrai preghi esecrandi,
     Nè torcer mai contra il Torrente il nuoto,
Gl’huomin da ben hoggi han da Corte i bandi;
     E se mai per disgratia uno hà ventura,
     D’inalzato Briccon serve i comandi.
L’oro c’hoggi un Padron spender procura
     Somiglia i Fichi d’una rupe alpestre,
     Che son nati de’ Corvi à la pastura.
Sul vitioso Bagoa da le finestre
     Si versan gratie; e a l’ingegnoso Plauto
     Si dispensano i pan con le balestre.
A la Smorfia d’un canto, al suon d’un flauto
     S’apron tanto d’orecchi, e un Letterato
     Sul naso dà, più ch’in Germania un Crauto.
E pur bisogna esser di flemme armato
     Più, che in foco di bile armar le furie;
     E con targa di cor vincer il Fato.
Regole son di Cortegiane Curie,
     Chinarsi al Reo, ch’è Giudice del Buono
     Render le gratie, à chi decreta ingiurie.
Vuoi qualche esempio? Eccolo. A regio trono
     D’un Can barbone, hoggi i mordaci impieghi,
     Più d’un Servo, che tace, accetti sono.
Se muore un Huom frà i Cortegian Colleghi,
     Cent’altri, che vorrian vitto, e prigione,
     Porgono al Rè memoriali, e preghi.

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Ma se muore per sorte un Can barbone
     Subitamente il Rè l’altro domanda,
     Bestia non v’è, che supplichi il Padrone
Guarda in somma chi serve, e chi comanda,
     Guarda bene il Pastor, guarda la lana
     Che diffetti vedrai per ogni banda.
Tanto Croco Cilicia, Hibla Sicana
     Non spuntò tanti fior, quant’hoggi esala
     Noiosi odor Cortegianesca tana.
Giostra è la Corte, ov’è Bugia la gala,
     Premia una Gratia, è Saraceno un Merto,
     In cui di tradigion Lancia si cala.
È la Corte di Musica un concerto,
     Ove ogni bocca a dar Motetti è nata,
     Ove un Falsetto cor sempr’è coperto.
Quì fà Passaggio ogn’hor Turba incantata
     Quì Soprano ufficial lacera un Basso,
     E quì merta Battuta Alma Intonata.
La Corte è un mar di scoglio, nato sasso,
     Peggior di quel, che la falange Argiva
     Ne l’onde Cafaree misi in conquasso.
Mar che mostra al Nocchier calma attrativa
     Mà tosto inganna; e inferocita l’onda
     Di tolta Libertà nega la riva.
Mare, ov’hanno i Pirati aura seconda,
     Ove i liberi arbitrij al remo stanno,
     E dove al fin merce di senno affonda.
Mare, ove molti à ricercar si danno
     L’Isole Fortunate; al fin che giova?
     Sol di Buona Speranza al Capo vanno.
Mar, che costa salato a chi lo prova,
     Ove son Cappe lunghe, e Pesce Spada,
     Ov’un Porpore pesca: e un Granchio trova

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Vuoi veder come in Corte, al mar si vada?
     Osserva in lei, che de le leggi i Venti
     Fanno a giunti Nocchier perder la strada.
Spesso a riva li balzano i Ponenti:
     Ma se cangiano humor gli Dei marini
     Mandan tosto à aevante i Pretendenti.
Così di Corte i Liberi Destini,
     Servon del Garbo altrui spesso à i motivi
     Perche di Corte il Mar vanta i Garbini
     Scola è la Corte, ov’ha principij attivi,
     Per le fortune sue Servo, che mente,
     Ma, se il vero vuol dir studia i passivi.
Quì Virtù Declinata impara à mente,
     Senza che mai provi il Donato al tatto
     Che vive a caso un Numero di Gente.
La Corte hà di Comedia anco il ritratto
     Perche Favola è spesso un Cortegiano,
     E spesso ancor v’è l’oscenario in Atto.’
Ove brava, non fere il Capitano,
     Ove un Servo tal’hor parte hà di Zanni
     Ove fa da Dottor spesso un Gratiano.
Musa, da Corte rea fuggi i tuoi danni,
     Son le Novelle sue di questa sorte:
     Perche pari saranno in tutti gli anni
In dar Nuove di Bestie Africa, e Corte.


Il lodevole talento di Teledapo, che fù da Rorazalfe nella letta Satira rappresentato, diè materia à gl’Amici tutti di biasimare in varie forme i vitij delle corrotte Corti, e le pazze infirmità di chi le corteggia. A tal proposito Ticleue citò un Madrigaletto, scritto già da lui in [p. 240 modifica]Europa ad un togato Corteggiano, in occasion di certo Tabacco, inviatoli. Il Madrigale era tale.


MAndo polvere a voi da far stranuti
Ch’essendo un Cortegian di lunga vesta,
     È forza al fin c’habbiate fumo in testa
     E gran necessità, che Dio v’aiuti.

Egideargo, il quale soleva con pari energia detestare bene spesso i compagnevoli costumi delle Corti d’Asia, prese licenza di recitar anch’egli il seguente componimento SOPRA UNO SPELATO CORTEGIANO, il quale incarognito nelle marce Speranze della Corte, risolve un giorno di ritirarsi in Campagna, e di cantar ivi una grave Canzonetta in lode della Speranza.


NEl mondano Spedale
     Giacea con mal di Cortegiane flemme
     Certo Mattusalemme,
     Disperato era il male:
     Mà con sperar vivacchiando ad hore;
     Perch’a l’uomo che more
     In Cortegiana stanza,
     Macinato Giacinto è la Speranza.
Se volete un estratto
     De la Camera sua, de le sue forme,
     Vi fo saper, ch’ell’era nuda affatto;
     Perche nuda è Colei, con cui si dorme.

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Non havea questa Cella
      Altro Quadro di stima,
      Ch’una Conclusioncella,
      Che discorrea de la materia prima;
      E ciò con gran ragione,
      Perche la conclusione
      Sopra quel muro bianco
      Era prima materia, e l’ultim’anco.
Ne la Camera haveva
      Uno scabello schietto,
      Ch’era d’un piede zoppo:
      Nè poco era in effetto:
      Perche il Padron diceva,
      Questo Scabello è troppo,
      Se vuol meglio seder, seda sul letto.
Gli servia di Buffetto
      De la larga finestra il Tenitorio,
      Gli servia di scrittorio
      Un certo repertorio
      Che più caro tenea de le pupille,
      Dove il filo chiudea, l’Ago, e le spille.
      Con quest’armi emendava
      Cento rotture, e mille,
      Che frà ’l tempo, e i calzon nascer mirava
      Onde l’Ago chiamava
      La bell’Asta d’Achille,
      Che feria le Calzette, e le sanava.
Mà per tornar del mio discorso al punto
      Già che d’Argo si parla, e di cucire,
      Volse un giorno costui, pria di morire,
      Con la Turba compagna
      Traspiantar il suo mal ne la campagna,

[p. 242 modifica]

     Per avverar questa sentenza nuova,
     Chi l’entrate non ha, l’uscite prova.
Questi dice, qual Cigno,
     Che canta à l’hor quando la Morte il preme,
     Sopra l’humana speme
     Tessuto à l’aria un musicale ordigno,
     Così cantò col suo tenor soave,
     Benche d’oro leggiero, in verso grave.
  
     RAsciugate, ò mortali,
     L’humida gota,
     Il Fato rota,
     E seco porta il suo contrario a i mali,
     Sfrondato legno antico
     Rinverde al fin la chioma;
     E in membra adulte è genitor di poma,
     Nel suo racemo aprico
     Troppo breve dimora
     L’acerbo è dolce: e ’l pallido s’indora,
          Manca di Fè,
          Chi sempre geme,
          Chi non hà speme,
          ――― Huomo non è.
     Non fia, che ’n pianto il vostro cor si stempre.
     Sperate sempre.
     Speme di frutto aurato
     Sfera i tormenti
     Ne i mal presenti
     Le sofferenze sol stancano il Fato.
     Temerario Destriero
     A duro pondo il dorso
     Col tempo adatta, e ’l sordo labro al morso,

[p. 243 modifica]

E con servile impero
     Affannato Bifolco
     Fa domo il Tauro, e l’innamora al solco.
     Manca di Fè,
     Chi sempre geme,
     Chi non hà speme,
— — — — — — Huomo non è.
     Non fia, che in pianto il vostro cor si stempre.
     Sperate sempre.
Così cantava un Cortegiano un dì
     Sotto l’ombra d’un Faggio;
     E se ben mi ricordo, in dì di Maggio,
     Quando da presso un Asino l’udì,
     Fece, ragghiando, un strillo,
     Quasi volesse argomentar così,
     Se di quest’herba la verde sembianza
     Simbolo è di speranza,
     Se pasto d’herba à l’Asino s’ascrive,
     Asino è ben, chi di speranza vive.

Proruppero in una risata gli Amici all’udita di questo Componimento; e Momarte, che volle anch’esso trà le censure della Corte annoverar la sua, così repigliò indi à poco.

Veramente le Leggi della Corte son come i tuoni delle Chitarre, che ad arbitrio di chi suona s’abbassano, e s’ergono; e però i Cortegiani sono anch’eglino, come i 37caratteri d’abaco, che variano secondo l’arbitrio di chi calcola, perche hora [p. 244 modifica]vagliono un migliaio, hora un zero. Io però hò calculato, che per lo più sian zeri tutti; perche in quanto ad essi non vaglion nulla, & uniti con numero: uno del Padrone hanno forza di multiplicarti le comodità centinaia. In somma è così periglioso l’entrar in Corte, come difficile il guadagnarvi entrate. Ogn’uno spera d’inalzarvisi, ma non si pensa, che gli urti di una speranza sono anche atti à far cadere.


ECcovi i miei consigli,
     Trè sono i gran perigli,
In cui sempre ciascun dee consigliarsi,
Gir in Corte, alla Guerra, e Maritarsi.

Altro vantaggio non so io scernere in Corte disse all’hora Ticleue, se non quest’uno. Conseguendo colà più fortune, chi hà meno ingegno; è gran beneficio d’un Galant’huomo, poter ivi raccoglier messe di buona sorte senza briga di rivangare nella mente lo studio d’una faticosa coltura. Chi è Asino fatica molto; mà per parer Asino, si fatica poco.

Anzi è tutto il rovescio, soggiunse Stamperme. In Corte il Galant’huomo, per parer Asino, faticherà molto; perche vi sforzerà la natura; mà se sarà Asino, faticherà poco; perche v’incontrerà la fortuna. Saper volete, onde nasce, che gl’Asini hanno comunemente buona Sorte nel Mondo? Udite, se v’aggrada, questa breve Favoletta.

[p. 245 modifica]Contendendo una volta nella maggioranza del Regno un Leone, & un Asino, si sfidano ambidue al Corso da un Molino, ove si trovano, fin alla meta di certo Fonte, ch’era di là da un Colle. Nello spiccar delle Mosse il Leone s’avanza: e l’Asino stimando vana la sua Corsa, s’arresta poco lungi da quelle. Haveva già scorsa la collina il Leone: quando nella Valle adocchia un Asino vicino alla meta: e credendo sia l’Aversario, che precorso l’habbia, si protesta in arrivando, di non cederli, se non si riccore all’indietro. Era quell’Asino ignorante del fatto; mà per promuovere d’un sì temuto Avversario la fuga, cede al detto de’ suoi partiti; e spicca la carriera con esso. Non andò molto, che anche quest’Asino arrestò la sua non durevole carriera; e ’l Leone intanto, che crede haver à lato il Competitore, giunse frettoloso alla Mola. Era quivi quell’Asino, con cui il Leone havea la primiera volta corso? Onde il Leone credendo, che fusse anche della seconda il precorsore, stanco di più cimentarsi, risolve di concederli il palio dello scomesso Regno. Da all’hora in quà fù deciso, che per tutti i versi: Summa rerum penes Asinos maneat: e che gl’Asini più di qualunque altro habbiano non faticate le fortune nelle Corti, e nel Mondo.

Bizzara parve à gli Amici la decisione di Stamperme: e nelle hodierne allegorie [p. 246 modifica]praticata molto: ma perche lo stesso ad altri quesiti trapassando, non diede tempo di soggiunger di più tal fatto, rischiese Teledapo à dire, in qual Natione d’Europa havess’egli trovati diffetti, ò virtù maggiori.

In quanto à ciò, rispose tosto Teledapo, havrei da dirvi molto, e credetemi, che per non offender me con le menzogne, & altrui con le censure, assai più lodevoli saranno sempre nella mia lingua le oscurità che le dichiarationi. Tuttavolta, s’hò da scoprirvi in semplici parole i miei sensi liberi, vi confesso, che il solo Italiano, quando è buono, non hà il megliore quando è pravo, non può il peggiore ritrovarsi, non è Virtù quando al bene si fissa, che perfettamente non imiti; non è sceleraggine, quando nel male acciecasi, che arditamente non intraprenda. La corruttione del suo ottimo è la pessima.

Nella indifferenza poi del genio verso gli stranieri, l’Italia è più scimunita Natione ch’io mi vedessi mai. Ne gli agibili del Mondo hanno ben poco frà loro gl’Italiani la 38 destrezza d’Alcibiade, col sapersi accomodare a diversità di Natura; mà con le forestiere Nationi pochi son gli Heterognathi, direbbono i Greci, che sappiano in un tempo magnare da una macella, e dall’altra. Appresso tutti il [p. 247 modifica]capricio val di ragione, per difendere hora la partialità vers’uno, hor l’antipatia verso l’altro; ma quì, che più li condanna, è che non curano di far le Scimie dì quei tali, che farebbono volontieri con essi da Leoni infermi, per divorarseli. Vedete di gratia, come l’Italia ha copiati in mè gli originali di quei popoli, che già furono le copie de i suoi Originali. Osservate la sconciatura del mio habito, la polvere di Cipro sul mio capo, la moda della barba raliccia, del Capello aguzzo, de i Nastri confusi, del Giubbone smilzo: de i Calzoni sfondati, e dello Stivale piegato a barca, e piantato a corna. Questa è una forestiera Moda, piaciuta all’Italia, perche altri l’usa: usata in Italia, perche altrove piacque.


A Prima vista pare,
     Che giovenil Brigate
     Usino in capo lor mode Fornare,
     Mentre portan le chiome infarinate,
     Però direi, quando a la Donna bella
     Il Giovane vuol bene,
     Che mal non è, se ne la Testa tiene
     Del pane i segni, un ch’a la carne uccella.
Stravagante pensiero,
     Gl’altri con color nero
     Tingono in sè la verità canuta,
     E ne’ nostri paesi il Cavaliero
     In bugiarda canitie il capo muta;

[p. 248 modifica]

     E rammentando, come
     Da Vecchiezza a morir sia corsa corta,
     Ne la cenere smorta
     Porla sempre il.. in sù le chiome.
Del Cavaliero il volto
     Manco del crin mi garba;
     Poiche, qual Luna in mutar faccia è stolto,
     Quel che cangia la moda anco à la barba.
Una volta del Volto eran modello
     Certi mustacci à punta di lancetta,
     E certa barba torta à grimaldello;
     Hor la moda è interdetta,
     Che con model più brutto,
     Radendo il viso tutto.
     Del peloso ornamento
     Fanno mentir novellamente il mento,
     Ond’à fatica il labro lor barbuto.
     Che ’l barbiero Bifolco
     Quasi tutto ha mietuto,
     Per semenza di peli hà un picciol solco.
E pur cotanto in sua bellezza audaci
     Han coloro i capricci,
     Che in guisa tal rasicci
     Credon rubar da le lor Donne i baci,
     O quanto in ciò son Cavalieri erranti
     Più tosto ogn’uno è degno
     I baci haver da un Zoccolo di legno,
     Mentr’hanno faccia assai da...
Quest’aguzzo Capello,
     Che forse odora male,
     Perch’è fatto à Pitale,

[p. 249 modifica]

     Già ritrovato fù,
     Perche dovea quell’inventor Cervello
     Schizzar in lui qualch’escremento in sù.
     Se pur nol ritrovò,
     Per poter dire io fò
     Contro a l’uso comun lubrica l’opra,
     ... gli altri di sotto, & io di sopra.
Attaccato al Cordone
     Gira d’intorno intorno
     Di più colori adorno
     Un Fondico di Nastri in processione.
     Onde colui, ch’entro Venetia stasse,
     E tal moda osservasse,
     Senza dubbio diria,
     Ch’un Rialto di testa è Merceria;
     Mà con moto più bello,
     Poiche di seta il laccio
     Fà corona al cervello,
     Chiamarei l’Inventore un Cervellaccio,
Mà il Giubbone un usanza
     Di rotonde faldiglie, e di minute,
     Ch’aperte ne la panza
     Forman punte cornute:
     E rassembran la Luna, all’hor che torna
     C’hà due dita di falde, e mostra corna.
Le Falde di costoro,
     Forse, per farvi entrar l’aura di state,
     Han d’occhiute Finestre un Corridoro
     Ove non stanno mai stringhe affacciate:
     Che le povere Stringhe esiliate
     Nel giro de’ Calzoni
     Se ne stan pendoloni,
     E de’ puntali suoi decapitate:

[p. 250 modifica]

     Et altre poi contrite,
     Per vedersi bandite
     Da la primiera stanza;
     Stanno in ginocchio a chieder perdonanza.
La moda del Calzone,
     Perch’aperto nel fondo, e senza intrico
     S’alza fin al bellico,
     Chiamerei per guazzar buona intentione;
     Mà con effetto è de la Brache il Foro
     De’ miei Venti esalati un Sfiatatoro.
Quello, che poi da me
     Con riso adulator sempre si loda,
     E il caminar per strada anco la moda,
     Ogn’un di noi per naturale affetto
     Muove le gambe suo con moto retto;
     E questa gente astuta,
     Per non guastar la piega à lo Stivale,
     Che in figura navale
     Curva a l’indentro hà la sua prora acuta,
     Muovere in via si vede
     Con giro tondo, e à caracollo il piede.
Mà quel, che in fine adorna
     Questa moda cotale,
     È una forma di Scarpa, ò di Stivale,
     Con certe punte organizzate à corna,
     Da queste s’antivede,
     Che ’l dominio cornuto hoggi s’avanza,
     Di non passar la testa, e quì si vede,
     Che son dal Capo anco ampliate al piede.
O pur lassano il capo, e al piè sen vanno;
     Perch’ogn’un s’ammaestre,
     Che i Capi principal corna non hanno,

[p. 251 modifica]

     Ma son proprie le corna à l’huom pedestre.
O pur direi, che un giorno
     Cascar potria da l’human capo un corno:
     Per questo il piè l’han confermato assai,
     Che chi stà sempre in piè, non casca mai.
Mà fia meglio, che ’l piè la meta tocchi,
     Questa c’hoggi i vostr’occhi
     Mirano, Amici, in un paese instabile,
     È l’efimera moda, e non durabile.
     Gl’imitator cervelli
     Da sè stessi rebelli,
     Tosto, che vien un’altra Moda in stima
     Abbandonan la prima,
     E ogn’un si prenderà gioco
     Il rinegar l’usanza, in che si trova,
     Per credere à la nuova,
     Che son sicur di rinegar frà poco.
Vi conclude però Moda di Musa,
     Che, nel portar vestiti,
     Hoggi in Italia s’usa
     Quel che veggio di Donne à gli appetiti
     Ne l’uso de gli Adulteri permesso,
     39Molti haverne, un goderne, e cangiar spesso.

Sollazzevole, & inaspettata riuscì a gli Uditori amici la faceta descrittione della Italiana Moda; ma perche l’habito di Teledapo appariva superbamente guarnito [p. 252 modifica]di dotati merletti, nacque curiosità à Stamperme, di sapere, come havess’egli potuto con l’adescamento di sì ricco arnese uscir franco in sì periglioso camino dalle rapine de’ Ladroni. Rispose alle interrogationi Teledapo, che pur troppo era egli caduto una volta in Italia in si fatto rischio; ma che per miracolo ne sortì libero; e per narrare in disteso l’accidente, che curiosissimo era, ne riprese le narrative in tal guisa.



IO viaggiava, due anni sono, per l’Italia, con la Camerata di molti; quando una mattina, nel passar da un Bosco, urtai in sei mali huomini, benissimo armati, che tutti da uno in poi, erano camuffati nelle buffe. Sbigottiti alla prima vista i Compagni, si ritirarono alquanti passi indietro, in un lato della Spelonca: onde verso me, che volli intrepidamente non muovermi dalla via, tutti i Ladri in un subito con l’armi calate si spinsero. Il Caporale di essi, esercitando meco una furiosa violenza, mi fece tosto una confusa interrogatione del nome, del camino, e de i fuggitivi Compagni. Risposili al miglior modo, che seppi: & in quanto alla mia Comitiva, mi venne detto, che gli altri si eran forse ritirati, per sospetto, che esso con quei suoi Galant’huomini Malandrino non fusse; ma che io, [p. 253 modifica]perche mosso non mi era, reputavali tutti Guardiani di quelle Campagne e del Bosco. Fissatomi poi nel Caporale, che solo con imperio mi favellava, dissili, che il suo bell’aspetto m’indicava in lui più natura da imprendere le difese de i Passaggieri, che da far loro oltraggio. Intanto io mi era tratte dalle braghe alcune monete di argento, e già le haveva offerte a quel Capo, come residui del mio camino; Ma il buon Ladro s’era così fattamente compiaciuto delle mie lodi, perche sue non erano, che cangiato da quel di prima, ricusò di accettare le monete. Uno della imbacuccata di Masnada, che udì questi insolenti rifiuti, lo instigò a prendere i denari: & il Caporale rivolgendo contr’esso l’Arme, disseli impetuosamente. Taci tù che io non voglio nulla da Costui. All’udira di così assassine cortesie, ricominciai ad incalzare troppi rettorici, & aggiunsi alle replicate lodi i miei oblighi. Ripregai tosto l’Amico, a prendere almeno in beveraggio una portione delle offerte monete; & egli tornò a replicarmene con virtuosa pertinacia i rifiuti; Quì si fece frà la mia restiva munificenza, e la prodiga capacità di Colui, la più curiosa gara di cerimonie, che mai frà due Segreterie s’udissero. Al fine, stimandomi honorato da quei boscherecci Penati, più nella licenza, che nell’hospitio, e trahendo meco il [p. 254 modifica]guadagno di cinquecento scudi, che divisi in collane, e monete ch’io teneva frà i nascondigli del Vestimento riposti, ripresi tosto con la mia ricuperata letitia, e senza necessità di sprone il cammino. Intanto i miei Compagni, che, come dissero non havrebbero cuore di fuggire all’indietro: perche parve loro, di esser posti in mezzo da altri della Squadra, che di sotto erano risolsero di sbuccar fuori, e di riporsi tutti nell’arbitrio della Fortuna; Onde gli Assassini, rovesciando ne i fuggiaschi huomini quella fame, che havevano poco anzi sostenuta nel volontario digiuno delle mie monete, svaligiarono ad uno, ad uno i Passeggieri tutti, di quanto puotè rapire la violenza; ò sacrificare in dono la paura. Per lo beneficio dunque, che trassi io da i malefici influssi di quei Malandrini, esagerai frà me stesso questi sentimenti, quando in sicuro mi viddi.


DA sì strano accidente ogn’uno squadri,
     Che in questo tempo a i poveri Poeti
     Rubano ai Donator, donano i Ladri.

Maraviglioso oltre misura parve l’avvenimento, contato da Teledapo, e conchiusero tutti, non haver mai udito Ladro men degno di corda, o più cordiale di colui; ma perche nelle mondane cose, come cantò il Lirico. [p. 255 modifica]

40 Nil est ab omni ... Parte beatum.

Raccontò Teledapo, che nel suo ritorno ad Epheso gli era al rovescio avvenuto.

Disse, che in un luogo d’Epiro fù assalito, e spogliato da i Malandrini, e frà i Cittadini di quel Paese, non senza cagione; secondo di canine razze, più canità, che carità ritrovato havea. Conchiude poi, che in un sol Contado un rustico, ma civile Huomo, l’haveva fraternamente raccolto, e quivi trattenuto si era, finche da Corfù, ove attenenze di parentelle haveva, gli furono i necessarij viatici trasmessi, per lo proseguimento del suo cammino in Macedonia.

A pena Teledapo terminata questa sua narrativa, che Egideargo, anhelante oltre modo delle glorie dell’hospite amico, prese à favellar di lui alla Brigata in sì fatta guisa.

Narrò Teledapo in quest’ultimo accidente i danni della Fortuna, ma non ispiegò per modestia le vantaggiose speculationi dell’Intelletto, che per lo più fra le turbolenze della humana vita rischiarasi. Dall’empie repulse, che trovò egli nelle sue miserie frà quei Cittadini in Epiro, e dalle pietose accoglienze, fatteli in un rustico Huomo nel suo Tugurio, trasse materia in cammino di [p. 256 modifica]descrivere in ampia forma una Favola di Ovidio, nell’Ottavo delle Trasformationi, della quale: se non vi sarà noia l’intenderla, spiegherovvi io la sua alterazione ingegnosa, in questo vaghissimo Componimento di Ottava Rima, che si compiacque di comunicarmi stà mane. Quì parendo ad Egideargo; che Teledapo con un sorriso tacito; e che il resto de i mentovati Amici con le loro instanti preghiere à i suoi ragionamenti acconsentissero, doppo la lettura di un anteriore argomento, prese per lo filo à distendere della promessa inventione la tela; e così cominciò.



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RIsolutosi Giove di punire alcuni empi Habitatori della Frigia; si maschera da huomo in compagnia di Mercurio; e calato in Asia, in habito di mendicante, và chiedendo elemosine col Figlio. Molti li dileggiano, tutti li scacciano, ne trovano chi soccorra loro di un minuzzolo. Finalmente fuori una Città della Frigia, s’abbattono nella sozza Capanna di Philemone, e di Baucide, Marito, e Moglie, che fin da i primi anni, sposatisi, s’erano concordemente in quel Tugurio invecchiati. Quivi giunti gli sconosciuti Dei, chiedono mercede; e Mercurio, che traheva seco la Lira, di [p. 257 modifica]cui fù inventore, canta, come de’ pezzenti è l’uso, una Canzonetta. I Vecchi impietositi li ricovrano, e preparano loro la mensa: e fra tanto Philemone descrive con eloquenza, infusali da Giove, la tranquillità del suo stato rustico. Doppo questo gli hospiti lavano i piedi a i Peregrini, e cortesemente imbandiscono il rozzo pranzo. Si pongono a mensa, nella quale Giove fa multiplicare il Vino. I Vecchi confusi dalla novità, ne ringratiano quel Giove de i Cieli, che era, non creduto frà essi, e gl’incogniti Numi, secondano fintamente la dispositione dei loro Voti. In tanto per far sacrificio a gli Dei hospitali, risolvono di uccidere un Papero: mà mentre Bauci traccia questo per Casa, l’Uccello svolacchiando si ricovra in seno à Giove. Giove all’hora, e Mercurio, riprese le loro lucide sembianze, si discoprono per Dei, & immantinente impingono à gli Alergatori, che con essi ne vadano verso il Monte. I vecchi pieni di stupore, lasciando in abbandono il Tugurio, seguono l’orme de’ Numi. Presso la cima del Monte, Philemone, e Bauci, rivolgendo gli occhi, vedono la Città vicina sommersa da un precipitio d’Acque. Indi à poco, mirano sopra un tranquillo Lago piantarsi sù la base di un Isola la loro Capanna, e questa indi a poco trasformarsi in un Tempio. Quì Giove distingue alli [p. 258 modifica]pietosissimi Vecchi i Flagelli, dati alla Città, e le grandissime Gratie fatte alle loro Mura Hospitali. Et ancora col dichiarare i detti Philemone, e Bauci Custodi di quel Tempio, ove molti Anni poi concordemente se ne vissero. Et alla per fine senz’alcun dolore di Morte, furono ambi in due sacre Querce convertiti.




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GLI DEI

PEZZENTI.




COrrea Secol briccone; e i cori humani
     Eran putride tombe a morta Fede;
     E fea ne’ Rè, quasi in Ladron Spartani
     Mascherata Ragion, giuste le prede,
     Meretrice Amicitia apria le mani
     Per vergogne venali à la mercede;
     E con onta de’ Cieli eran gl’inganni
     Fausti Pianeti à coronar Tiranni.

Fatta meta un guadagno, a spron battuto,
     Falli adulti correan scoscese miglia;
     Nè mai solea con l’arbitrario aiuto
     Arretrar la Sinderesi la briglia,
     D’ogni Ricco il Mendico era il rifiuto,
     Nè da Borsa pietà trasse, ò da Ciglia;
     E sol la robba altrui per tutti i canti
     Taide parea con quantità d’Amanti.

Mentre attendean vituperose sette
     Nel suol de l’Asia a barbicar costumi,
     Là sovra il Ciel, per decretar vendette,
     Consiglio fean gli stomacati Numi,

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     Chi volea sopra i Rei piover Saette,
     Chi versar sopra i Rei gorgo di Fiumi,
     Al fin Giove del Cielo lassa i vestigi,
     Chiama Mercurio, e cala seco a’ Frigi.

Mascherar da vil huomo il divin volto
     A le persone lor parve opportuno,
     Già che in Latin, di cui gli Dei san molto
     La persona, e la maschera è tutt’uno,
     Poscia in vil Saltambarco il corpo involto,
     Scesero in Frigia à simular digiuno:
     E quì gli Dei conclusero ab experto,
     Ch’andar pezzendo hoggi è Destino al Merto.

Nè parve à Giove, e al suo Cillentio strano
     Prender forma d’un Huomo, e di un Guidone,
     Se già, in fuggir dal gran Tifeo lontano
     L’uno Augello si fè, l’altro un Montone
     Benche Giove, in pensar che la sua mano
     Già per Danae gentil piovea doblone,
     Fè maggior pitoccando il suo martiro,
     Perch’allor era un Oro, hora era un Iro.

Giove un Vecchio si finse, e li reggea
     La mentita Vecchiaia un Bastoncello,
     Mercurio poi, che scaltro ingegno havea
     Facea per eccellenza da Munello,
     Chiedea mercede in versi, e li piovea
     Da le luci un Rimario del Ruscello,
     E in queste note à la raminga fame
     Trar si credea l’alta pietà d’un Rame.

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Mortali, ò voi, che da le Stelle havete
     D’alimenti fecondo un pingue suolo,
     Ne le miserie altrui deh riflettete
     Di dotata Fortuna un raggio solo,
     Ne la fame, che n’ange, e ne la sete
     Temprin vostre letitie il nostro duolo;
     Che il Ben, versato in Povertà mendica
     Seme farà multiplicato in Spica.

Mà che val l’Eloquenza? un membro mozzo
     Haver anco potea che era vano,
     Con la muffa barbuta un secco tozzo,
     Non v’era un Huom, che gli appettasse in mano,
     Al arse sete humidità d’un Pozzo,
     Nè pur si offria, che veramente è strano
     Altro mai non udian per ogni Terra
     Che A la Forca Guidoni, ite à la Guerra.

Incocciava qual Rospo a le sassate
     L’ostinato Mercurio a i fieri detti;
     E perche i Ricchi in quell’avara Etate
     Le Poesie chiamavano diffetti,
     Chiedea mercede in prosa: e dicea. Date
     L’elemosina à questi Poveretti;
     Ma solo udia dal popolo rapace
     Queste secche parole, Andate in pace.

Una Donna in Balcon le chiome aurate
     Spandea d’Emulo Sole à i paragoni,
     Fissò Mercurio in lei luci impensate,
     E le disse così le sue ragioni;

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     Voi, ch’à pescare un cor, reti asciugate,
     Cangiate omai le vostre prede in doni;
     Ch’à voi più recherà glorie divine
     L’argento d’una man, ch’oro d’un crine.

Quì la crudele Arpia, bench’auree masse
     D’Alchimistico crin non caccian fame
     Involto entro una carta a i Numi trasse
     De gli ori suoi lo scardassato stame,
     Mà si legge, ch’irato a l’hor cangiasse
     Giove i suoi crin di Canape in legame,
     Quasi volesse dirle. Hor che le ricche
     Chiome non hai, la fune lor t’impicche.

Chiese Giove elemosina a un Zerbino;
     Mà fè in guadagni il solito progresso,
     Ch’Amor del foco suo sotto il camino;
     Le monete di lui squagliava spesso.
     Ogni servo d’Amor brama il quattrino
     Perche Cupido, e cupido è lo stesso;
     Nè fia stupor, ch’al povero sia crudo,
     Chi nega un Cencio a un cieco Dio, ch’è nudo.

Certo brodo ad un Hoste un giorno chiede
     La lor Dovinità, ch’era già secca,
     Un Piatto unto, mà voto à l’hora diede
     L’Hoste a Mercurio, e disseli. Tò lecca,
     Rise Mercurio, e replicò. Si vede,
     Che l’Hoste in noi d’hostilità non pecca
     Vuol, che netti i suoi piatti un Dio digiuno,
     Perche nettare, e Nettare è tutt’uno.

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Ma fù caso ridicolo à gli Dei,
     Mentre fean d’Elemosine richiesta,
     Da una Finestra in lor certi Plebei
     Versaro un vaso d’acqua in sù la testa,
     Piovano pur disse a l’hor Giove, i Rei,
     Un dì fia lor la pioggia mia molesta;
     Ma per quanto in quel dì disse un Lunario
     Giove, e Mercurio stavano in Aquario.

Incontrando per strada un . . .
     Che la Crusca direbbe un Barbassoro,
     Me . . tuæ, disse, commendo,
     Mercurio, e nel latin chiese un ristoro.
     Quei, saper di latin forse credendo,
     . . . non habeo, disse loro,
     Così volendo dir. Non hò un quattrino,
     Disse ch’era empio, e non sapea Latino.

Mossero al fin da la Cittade i passi,
     Tanti digiuni de l’humana aita,
     Quanto satij de’ Vitij, e in rozzi sassi
     L’orme trovar d’una Pietà bandita,
     Spesso il Valor fede traspianta, e fassi
     Civile il Bosco, e la Città romita,
     E ad onta pur de la magion superbe
     Germe d’alta Virtù spuntan frà l’herbe.

S’ergea fuori del Borgo in vicinanza
     Roza magion d’Architettura scabra,
     Che di mura infrascate havea la stanza,
     E vil Necessità n’era la Fabra.

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     Quì compendio d’un Horto empia la panza:
     Quì discorso d’un Rio bevean le labra,
     E quì solea propagator Vassallo
     Tributi dar di Pollutioni un Gallo.

Del selvaggio Tugurio havean governi
     Baucide, e Philemon d’anni già grevi,
     Pondo di Povertà regeano alterni:
     un bel soffrir tutt’i dolor fà lievi.
     Vissero Amanti a Primavere, a Verni,
     Finche un fior giovenil cadde le nevi,
     E fatta poi l’accorta Età men scaltra,
     De l’un Impero era un servaggio à l’altra.

Congiunti eran così che ne’ conviti
     Sì congiunti non son le mense à i Sali:
     Se non quanto frà lor da gli appetiti
     Facean divorzi i fomiti carnali,
     Due sarmenti parean di secche viti,
     Pazzi parean d’infracidati pali,
     Poco à pranso magnavano, mà quasi
     Sempre traean la colation sù i nasi.

Non si sapeva, se più consumate
     Havessero le membra ò ’l Matrimonio,
     Si sa ben che più antica havean l’Etate
     Ch’anticaglie non hà scritte il ...
     Si ricordavan quando erano nate
     Le gambe Serpentine ad Erittonio,
     Anzi, c’havean disse un Notaio in Cirra
     Da la Casa Sassonia Ava una Pirra.


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Corta vista havean ambi; e haveano ancora
     I fessi occhiali lor vista non sana;
     Onde Giostra gentil vedeasi à l’hora,
     Che la Vecchia cucia la sua Sottana,
     Ne la cruna d’un Ago un quarto d’hora
     Con la Lancia d’un fil correa Quintana
     E se reggea dritta visiera il Naso,
     Erano al fin l’imbroccatore il Caso.

Quando Bauci prendea, per far attorte
     Le sputacchiate Canapi, la Rocca,
     Colei parea, che lunghe vite, ò corte
     Fila, ò tronca al Mortal, quando gli tocca
     È ben ver, che la Parca hà in man la Morte,
     E haver Bauci parea la Morte in bocca,
     E di nero cammin presso al calore,
     Filar solea le corte vite à l’hore.

Hor quivi appunto, ove Innocenza hà sede
     Smontar fero gli Dei la sua molestia,
     Smontar, diss’io: perche non giano à piede,
     Dei, che per ira eran saliti in bestia.
     Qui Ser Giove il buon giorno à i Vecchi diede,
     A la moda, con modo, e con modestia,
     E mostrarono assisi in un istante
     Mendicata stanchezza, e mendicante.

Perche spesso cantar Mercurio suole,
     Com’uso è de’ pezzenti, una canzone,
     Certa Lira, ch’à seco, e fù sua prole,
     Stacca tosto dal fianco, e in man si pone,

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     Giove tacea, perche canore gole
     Haver non danno mai Regie persone.
     Che spesso fà, come in Neron si mira.
     Scordar gl’Imperi un’accordata Lira.

Col curvo Archetto, ond’hà la destra armata,
     Và le corde a ferir da l’alte, a l’ime;
     E forma in un con la sinistra alata
     Belle fuge animose in sù le cime,
     Poscia per trar dal sen voce purgata,
     Da le torbide fauci il visco esprime,
     E apprese il tuon, ch’a le sue note ei mesce
     Lenta al suono lo spirto, e al canto il cresce.



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SPrigionatevi pensieri,
     Che premete
     D’una Reggia i nidi avari,
     Qui vedrete
     Senza foco i fumi alteri,
     E procelle senza mari,
     Mirerete
     Dentro il velo
     D’una Nube senza Cielo
Paventar Alma, che speri,
     Sprigionatevi pensieri.
     
     
Trasferitevi speranze,
     Che à tutt’hore
     Siete à l’Anima un tormento;
     Mentre un core.

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     Pien d’inutili baldanze,
     Per voi sole abbraccia un vento,
     Per voi more,
     Corta vita;
     E ’n chi brama hora gradita,
     Breve dì non vuol tardanze,
          Trasferitevi speranze.
     
Accoglietemi Campagne,
     Voi mi aprite
     Ciel sereno, & ombre grate.
     Voi gradite,
     Che letitie il cor guadagne
     Da Speranze seminate,
     Le romite
     Vostre Selve
     Campi son d’uccise Belve,
     De’ pensier son le Compagne,
          Accoglietemi Campagne.
     
D’una Cintia cortese urna stillante
     Fecondi in voi del buon Cultor la speme;
     E chino il Sol frà rugiadose piante
     Covi à raggi temprati il vostro seme,
     Passi armata la Nube, à voi davante.
     E saluti col tuon Turba che teme,
     Fermata poi sotto avversario Cielo,
     Vibri in solco di Rei globi di gelo.



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Quì fè posa Mercurio al dolce canto,
     Poiche il varco vocal di sete ardea,
     Onde à temprar l’ardor tolse da canto
     Torto vaso ripien d’ambra Lenea,
     Questo al labro sospese, e l’orlo intanto
     Con bei gorgogli in Nettare piovea;
     Fin che sparso d’humor l’Organo roco,
     L’humido precipizio estinse il foco.

In ascoltar la Povertà canora
     Un pietoso tintinno à i Vecchi suona;
     E questi all’hor, senza interpor dimora,
     Dentro chiamar la Deità barona.
     Sopra certi treppiè, che stavan fuora,
     Li fè seder la rancida Padrona,
     Havea zoppo un Treppiede il piè compagno,
     Ma il pezzo d’un piattel gl’erse il calcagno.

Bauci un Pan frà lor due tolse à partire,
     Crudo non già, benche Neron parea,
     E diè lor certo Vin, che potean dire,
     Un Vinitian, perche de l’acqua havea,
     Magnar poco gli Dei, perche venire
     Ganimede ogni dì Giove facea,
     Che trahea tanti gusti Ambrosiani,
     Quanti haver ne potrian quattro Milani.

Chiesero intanto a’ Pitoccanti i Vecchi,
     Dove han la casa, ove il lor piè cammini;
     E Giove, perche aprian tanti d’orecchi,
     Appettò gran carote a quei meschini,

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     Al fin quesiti fecero parecchi
     A la Coppia Consorte i Pellegrini,
     Poi Filemon lo stato suo descrisse
     Con confusa eloquenza, e così disse.

IN questo Albergo, ove mi trasse il Fato,
     Del mio giorno vital godo il sereno;
     E se vivendo huom fù giamai beato,
     Qual custode d’Elisio i giorni meno,
     Non fan tributi misero il mio stato,
     Non fan pensieri lacero il mio seno,
     Le Reggie sprezzo, e sol vedermi curo
     Cittadino di Ciel, pria che di muro.
Tempo già fù quand’è l’Huom meno accorto,
     Che di mia libertà cangiai lo stato;
     E fui nel mar de le Speranze assorto,
     E fui palco d’Ambitione al fiato;
     Hor che ne’ flutti miei trovato hò ’l porto,
     Lascio à tumide Turbe il mar turbato;
     E godo io qui, come il veder soave
     Sopra lido sicur naufraga Nave.
Qui di rozzo confin son Rege anch’io;
     Forma la Reggia mia sterpo selvaggio,
     Inostrano le Rose il manto mio;
     M’indora il suolo il mattutino raggio,
     Tapeto è l’herba, ove s’imperla il Rio,
     È Trono un Monte, ove dà scetro il Faggio,
     Son mie corone i fior, Bauci è compagna,
     Tributario un Monton, tributo un’Agna.

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Quì, dove un pian, s’avvalla, un rio gorgoglia.
     Dove un colle s’inalza, un bosco ombreggia,
     Hor colgo al verme serico la foglia,
     Hor guido al verde pascolo la greggia,
     Hor de la lana altrui rado la spoglia.
     Hor la fiscella mia le mamme alleggia,
     Recido hor l’herbe, hor le ghirlande ordisco;
     Gli augelli hor odo, hor l’imprigiono al visco.
Hor ne l’anfore serbo il mel raccolto;
     Hor divido dal mel glebe di cera,
     Hor dal Tronco paterno il ramo tolto,
     Adultero facc’io d’Arbor straniera,
     Hor Susine appassite al Sol rivolto,
     Verde Fico hora colgo, hor Gelsa nera;
     E con palme annerite, e roche voci
     Serbo tal’hor le lapidate Noci.
Quì, dove ogn’hor con mesto mormorio
     De’ sassosi ripari un Rio si duole,
     Sotto l’ombra immortal d’un lauro mio
     Canto tal hor di Semele la prole,
     E se l’onta d’un Sol Dafne fuggio,
     Dafne quì mi rintuzza onta di Sole;
     Finche nel sonno i rai l’aura fà spenti;
     Perch’i lumi amorzar, prova è de’ venti.
Ne la bella Stagion, che ’l gran Pianeta
     Scorre da’ Pesci à l’animal Friseo,
     Stringo l’olmo, e la vite in copia lieta,
     E di lieta union sembro Himeneo.

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     Quì s’armato di ferro avvien ch’io mieta
     L’inutil ramo al palmite Leneo,
     Veggio al cader di vanità ferite
     Sotto maestra man piagner la Vite.
Quando arde poi sù la stellata mole
     Di Leon Cleoneo Giuba crinita,
     Vestesi il Campo mio d’un biondo Sole,
     E del Sole i color l’arista imita;
     A l’hor la falce mia mieter la suole,
     In faccia à chi ne crea, l’esche di vita;
     E pria che in man d’horrida Parca inciampi,
     Sembro a’ sostegni miei Parca de’ Campi.
Qual’hor di State in frà gl’ardori estremi
     Tempra Erigone pia fervide ambasce
     Al nato humor de’ gravidi racemi
     Con doglio prigionier formo le fasce.
     Mentre de l’uve i crespi globi, e scemi
     De la pioggia l’humor gonfia, e li pasce,
     Miro quanto in un Bacco acqua contrasta,
     Che in vite il crea, se ne’ cristalli il guasta.
Se il gran Pianeta il lucido governo
     Da l’Arciero Centauro in Capra muta,
     Di gelata stagion pronto à lo scherno
     Fuggo trà Lari miei l’aura temuta.
     Quì m’affido à le fiamme, in fin che il Verno
     Hà per trimestre Età chioma canuta;
     E un legno al fin, cui la mia Vita è peso,

[p. 272 modifica]

     Mi regge intiero, e mi ravviva acceso.
Questa vita mortal di Prato hà faccia,
     Ove han molti Animai vario il talento.
     In lui segue del Lepre il Can la traccia,
     La Cicogna lacerte, herbe l’armento.
     Là trà piume otiose altri sen giaccia,
     Varchi le gole altrui stranio alimento,
     Quì la fame, la sete, e ’l sonno mio
     Appaga un Prato, una Radice, un Rio.
Sprezzator studioso io quì non vivo
     D’ogni diletto, ond’è Natura amante;
     Nè aborro il ben, perche del ben son privo?
     Nè mostro Hippocrisia trà queste piante,
     Scarso non sembra al buon Colono il rivo,
     Che comparte al suo prato humor bastante;
     E à far de l’Alma mia satie le brame,
     Basta un lieve alimento à poca fame.
Pari à spatio di campo io serbo il seme,
     Pari à l’esca, à la fame io vanto il merto;
     Nè da lungo digiun spinta la speme,
     Anhela al fin d’un alimento incerto,
     Così di Povertà duol non mi preme;
     Nè à cader vò, per rimirar tropp’erto,
     Che Fortuna è de’ piè pari à la spoglia,
     Tropp’ampia atterra, e tropp’angusta addoglia.
Chi mena i dì con legge di Natura,
     Ne la parca magion l’anima acqueta,
     Chi d’un avido spirto i moti cura,
     Al suo lungo sentier non trova meta,

[p. 273 modifica]

     Alma non satia in povera misura,
     Hà ne la copia sua fame inquieta;
     E se ’l ben, ch’anhelò, mai non raguna;
     Delitto è di desio, non di sfortuna.

Forse avverà, ch’al ben oprar m’inspire
     Solitario confin di chiuse Valli.
     Langue hoggi il vezzo, ove non è ch’il mire,
     Ch’anco la gloria sua tentano i falli.
     Non vuol Boschi superbia; e human fallire
     Specchio non vuol di liquidi cristalli,
     Là sù le vie d’adulator ripiene
     Non favolose colpe hoggi han le scene.

Volea pur dir, perche de’ Vecchi il petto
     Naturalmente i Cicalecci esala:
     E però de l’Aurora anco il Vecchietto
     Fu convertito in garrula cicala;
     Mà da Bauci à tacer videsi astretto,
     Ch’un’appesa caldaia à terra cala.
     Per quì lavar con rusticani arredi
     La non pedestre impurità de’ piedi.

Scalza i Numi il buon Vecchio, e in genocchione,
     A non creduti Dei celebra honore,
     Lei terge, asciuga, e in ristorarli pone
     Grande humiltà, gran carità di core,
     Mentre salia de la devota attione
     Al Ciel de’ Nasi il sacrificio odore,
     Queste insegnar le Deità mendiche
     Norme cortesi à le Rozzezze amiche.


[p. 274 modifica]

Voi, che in aperto suol lieti ascondete
     L’anhelato da pochi otio innocente
     E da l’empia Città mai non trahete,
     Qual da putrido humor, morbi a la mente,
     In suon mormorator voi più godete
     Fra’ sassi un rio, che frà le Corti un dente
     E fate in voi con l’unità gradita,
     Poveri di desio, ricca una vita.
     
Sprezza i fasti grand’Alma, e ’l magistero
     D’un senno difensor merti l’infonde,
     Non vanta Nave mai scaltro Nocchiero
     Che d’oro hà il rostro, e d’hebano le sponde.
     Cara è la Nave ancorchè tinta à nero,
     Le cui ferme giunture escludon l’onde;
     E per far le maree d’ira spumanti
     Rende a’ colpi di prua gli urti refranti.
     
Di bella vanità schiva è Natura,
     E sol contra i perigli arma il talento,
     Così prode Guerrier spada non cura,
     Chi trahe spoglia gemmata, else d’argento
     Gradito è il ferro, in cui la tempra è dura
     E in colpo emulator rompe ardimento;
     Che i robusti ripari, e di repente
     A punta pentrò, franse à fendente.
     
Quei Grandi là, cui le fortune diede
     L’ostro d’un crin, cui la Fortuna inostra
     Sembran colui, che in coturnato piede
     Clamide favolosa al popol mostra;

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     Che se spoglia regal più non possiede,
     Fà de l’orme plebee povera mostra;
     Così quà giù ne l’ultima partita
     Torna al nulla primier pompa di vita.

Bauci, che intenta a l’opra meritoria,
     Poste in ordine havea diverse cose,
     E di coglier ne l’horto hebbe in memoria
     Una insalata d’herbette odorose,
     Rucchetta, Indivia, Crispigno, Cicoria,
     Pimpinelle, Borragine, Acetose;
     Un Pagliariccio al fin; ma senza paglia,
     Nobilitò col titol di Tovaglia.

Stesa già la tovaglia grossolana,
     C’havea di grattacascio anche il modello,
     Dispose i Piatti in lei di Porcellana,
     Perch’usava mangiarvi anco il Porcello
     Qui la Vecchia distese a carovana,
     Noci, pere, Carote, e un Ravanello,
     Ma per levar de la Radice il fieto,
     Due Cipolle acconciar volle in aceto.

Comparve qui la Nespola brumale,
     Al cui frutto gentil Giove s’agguaglia,
     Perch’egli ancor qual Nespola regale,
     La corona tenea, premea la paglia.
     Certe Castagne ancor dieder segnale,
     Quanto il lor frutto à Viandanti vaglia,
     Che s’altri havrà di navigar talenti,
     La castagna in un sen genera i Venti.

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Sviscerato pendea certo Porchetto,
     Che pur dianzi ingrassò ghianda di cerro,
     Bauci da l’Animal tratto un lombetto,
     Vi sparse il sale, & infilzollo à un ferro,
     Mentre al foco il volgea, dentro un Panetto
     Spremea l’humor, che distillava il Verro
     Che s’ei tal’hor guastò le biade altrui,
     Degno è ben, che le biade espriman lui.

V’era nel grasso un Cavolo torzuto,
     Ambrosia de’ Ghiotton Napolitani,
     A cui diede Mercurio il ben venuto,
     Che anch’egli havea Napolitane mani
     Questo, e ciò, che imbandir havean saputo
     Posero in mensa i providi Villani;
     E che vi fosse, Ovidio, e di parere,
     Un par d’ova tostissime da bere.

Era in tavola un Pane, il qual havea
     Gran pretension sopra la lingua Hetrusca,
     Perch’a la cera sua nato parea
     In mezo à l’Accademia de la Crusca.
     Trovar Vino miglior poi non potea,
     Chi d’un Vin Corso andar volesse in busca
     Era un Corso leggier, che non s’adacqua.
     Ma tanto corso havea, ch’era tutt’acqua.

Già lavate s’havevano i Romei
     Le nette mani, e s’erano asciugati,
     Contra l’uso ladrissimo di quei,
     Che di man non son netti, e son lavati.

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     Già d’Assisi a la Magna eran gli Dei,
     E da Vinetia a Brindisi passati:
     E già rotta la carne in più bocconi,
     Di fette havean, non affettati i doni.

Già si credea Filemone, che voto
     Fusse il Boccale, onde traheano il Vino,
     E già presolo in man, volea far moto
     Verso il Baril, che stavali vicino;
     Quando a l’atto d’alzarlo il Nume ignoto
     Lo riempiè d’un Nettare divino,
     Stupissi il Vecchio, e lo stupor a Bauci
     Le parole attaccar fece a le fauci.

Pur grati al Ciel gli Albergator senili
     Con humiltà di core alzan le ciglia;
     E ogn’un di loro i sacrificij humili
     A gli hospitali Numi erger bisbiglia,
     Quì Giove anch’ei, per crescer core a’ vili,
     De’ miracoli suoi fea maraviglia:
     E l’oration con meritorio passo
     Fea giro al Ciel per ritrovarlo a basso.

Era un Papero in casa, il qual vivea
     Contra gli humani odor per sentinella,
     E di lui capital già si facea,
     Per darne al Ciel la vittima novella;
     Mà mentre intorno al suol lassa correa
     Per haverlo a le man, la Vecchiarella,
     Verso i Numi l’Augello il volo muove
     Et è di lui la Salvaguardia un Giove.


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Giunto il Papero a Giove, immantinente
     Lassar gli Dei l’adulterin sembiante;
     E presa la natia forma splendente;
     Instupidir de gli hospiti le piante.
     Abbagliati adorar quei di repente
     Il Nume Caducifero, e ’l Tonante,
     E Giove a l’hor del suo baleno a i doni
     Volle accoppiar di tai parole i tuoni.

Siam Numi. Al fin da’ nostri cenni havranno
     Non creduti dolori l’Alme vicine,
     N’andrete impuni voi ne l’altrui d’anno
     Mà seguir mi convien l’orme divine.
     Tosto in traccia de’ Numi i Vecchi vanno
     A contemplar de la Tragedia il fine,
     L’uscio aperto lassar: mà dice il Testo,
     Chi memoria hà di Ciel, scordasi il resto.

O belle à gl’occhi miei verde Campagne,
     Care à l’orecchie mie Linfe sonore,
     Valli, à cadente sen pronte Compagne,
     Rivi algenti lavacri à l’arso core,
     Già che amico destin vuol ch’io scompagne
     Da l’herbe il fianco, e da l’humor l’ardore,
     A Dio valli, à Dio rivi, ecco in congedo
     Un fior al prato, un bacio à l’acque io chiedo.

Sì dicea Filemon, mentre il suo passo
     Movea dal patrio suol timido, e tardo:
     Finchè in cima del colle al corpo lasso
     Dier posa i Vecchi, e n’arretraro il guardo

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     Ahi vista amara. Un Rio mirar da un sasso
     Spumante uscir, precipitar gagliardo:
     E la dura Città d’acque cospersa
     Entro il molle flagel videro immersa.

Liquefatta in palude eccola a pena,
     Che d’un Isola in lei spunta l’oggetto:
     E ’n questa poi, qual Deitade in scena,
     Il Tugurio fedel mirasi eretto.
     La Capanna è già Tempio, in cui balena
     Arsa face, aureo muro, argenteo tetto,
     Nel fumante Camin cupula appare,
     E la Mensa hospital s’erge in Altare.

Mirate là, disse à l’hor Giove à quelli,
     Come forza di Ciel l’opre compensa:
     Quali ad anime ree piove flagelli,
     Quale ad anime pie premio dispensa.
     Hogg’è de’ Pesci il sen tomba a’ Rubelli,
     E Sacrario è di Dei la vostra mensa,
     N’havrete voi di Sacerdoti il zelo;
     Fin ch’ambo à un punto estingua aura di Cielo.

Sparvero i Numi, e i Semidei Custodi
     N’adoraro nel suol l’orma stampata,
     E Nuncij al fin de le divine lodi
     Torsero il piè ver la magion sacrata.
     Quì si visser congiunti: in fin che i nodi
     D’amor disciolse humanità cangiata,
     E fatti rami i crin scorze le vesti,
     Fero in due Tronchi à tronca Vita inesti.


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Vi sia norma un Esempio. A l’altrui pene
     Non siate voi di poche gratie avari,
     Se bramate, che ’l Ciel dal vostro bene
     Farsi pietoso a’ vostri mali impari:
     La Pietà, che quà giù gl’egri sovviene,
     D’humido campo al vapor lieve è pari
     Che dal suol dissettato in alto poggia,
     E cade poi ricco d’usure in pioggia.


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Quì diè fine Egideargo alla lettura delle ottave di Teledapo, alle quali per la varietà delle materie, e de gli stili, opportunamente frapostivi, fecero ben tosto una lodevole appendice Rorazalfe, e Stamperme, mà perchè l’hore della sera invitavano gli Amici più faticati a’ refrigerij ò dell’aria, ò della mensa; Stamperme consigliò à tacere, attestando col parer d’Hippocrate, che il Silentio, à chi vuol astenersi dal bere, era un ottimo Antidoto contra il male della sete.



IL FINE.