Delle Frascherie di Antonio Abati fasci tre/Fascio II

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FASCIO SECONDO.

Delle Frascherie di Antonio Abati fasci tre/Fascio I Delle Frascherie di Antonio Abati fasci tre/Fascio III IncludiIntestazione 16 febbraio 2012 75% Da definire

Fascio I Fascio III
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DELLE


FRASCHERIE


FASCIO SECONDO.



Pagina15Frascherie-1.jpg


HERMOCLE,1 richiesto da Pausania à dire, per qual via potevasi acquistar fama in un tratto, rispose. Con l’uccidere un Famoso. Onde Pausania, privando di vita Filippo, si diè vita nelle memorie de’ posteri. Da tal’esempio Stamperme estrasse alla curiosità de’ suoi ragunati Amici questa vaga propositione in quel giorno, cioè. Che il saper uccidere con colpi di Satira i famosi vitij d’un secolo, fusse hoggi il più efficace methodo, per eternarsi nelle commendationi, e [p. 89 modifica]ne i fogli. Aggiunse in prova de’ suoi argomenti più honorata esser la Fama del Satirico, di quella dell’homicida; perchè all’attione di Pausania, come maligna, si devono le censure della Satira? Ma l’impresa del Satirico, come zelante, non merita di Pausania le pene. Così Pausania ha un dannevole nome, uccidendo chi per valore si facea noto; e ’l Poeta ha una lodevole memoria, trafiggendo chi si fà palese per colpe. Ma perche è così malagevole il sapere uccidere con gloria, come il raffrenare un irritato sdegno da gl’impeti della vendetta, propose Stamperme un più strano, mà ingegnoso dubbio da risolvere; e fù.


Qual sia più difficile nel nostro secolo, il saper far una Satira, ò ’l non farla.


Trovavasi nella brigata Momarte, huomo nella Critica versatissimo, e dotto; mà nel resto più di buona, che di molta eruditione ornato, come non chi molto magna, e più sano di colui, che di poche, e di buon’esche si ciba; e sì erudito può dirsi, non chi lesse molto, mà chi lesse il buono.

Fù invitato Momarte da Stamperme, a rispondere all’anteposto quesito, & a dare alcuna maestrevole notitia sopra le Satiriche origini; ond’egli disposto a [p. 90 modifica]provare, che la maggior difficultà verteva nel fabricar bene una Satira, espose i suoi eruditi fondamenti in tal forma.

La poetica facultà hà due cagioni; una naturale, e l’altra aventitia. La naturale è la felicità dell’ingegno nel poetare, e l’impulso dell’Arte; e questo dalla constitutione de’ Pianeti deriva. Giulio Formico, ed altri giudiciarij Mathematici assegnano co i loro Afforismi alcuni stellati caratteri, che alla formatione d’un chiaro Poeta concorrono; & io sò, che Gildarmo celebre, & espertissimo Astrologo d’Europa nell’erigere la figura ad uno de’ noti Ingegni, che qui m’ascoltano, disse, che per haver esso in Prima Marcurio, la Luna, e Venere uniti con Giove in Sagittario al cuore dello Scorpione, giudicavalo un acuto, e qualificato Poeta; e sopra tutto l’essere Marte in Decima Casa di Mercurio, indicava in lui una famosa, e risentita inclinatione nel lacerar gli altrui vitij con Satire. La cagione avventitia è un Estassi, ò Furore, per cui molte volte accade, che l’huomo sia fuor di sè rapito, e dimenticante se stesso, si vesta d’altri. Così avveniva in Colofone al Sacerdote d’Appoline Clario, che2 a detto di Tacito, non sapendo leggere, rendeva in versi i risponsi.

Platone nel Fedro3 formò, come [p. 91 modifica]sapete, quattro generi di furori, da altretante Deità promossi, cioè il vaticinante da Apollo, il mistico di Bacco, il poetico dalle Muse, l’amatorio da Venere, e la superstitiosa Antichità porgendo a queste favole orecchie, vuole più tosto riconoscere direttamente il dono di questo poetico impeto dalle vane influenze d’imaginarie Deità, che da sè medesima.

Chi è sano di mente, prova hoggi, anche col parere de gli Eruditi, che l’avventitio furor poetico nasca dalle conseguenti cagioni. Dalla temperie naturale, overo acrimonia d’un accesa malinconia, da gl’affetti interni, cioè dall’ira, ò dall’amore, c’hanno facultà anch’essi di concitar facondia ne gli animi, dal vino, che scuote le torbidezze d’un ingegno, riaccendendolo, come in Ennio, & Anacreonte avveniva; e finalmente dalla lettura de’ Poeti migliori, per la quale concepiamo un furor simile.

Ristrette però queste cagioni alla più fondata, e nelle poetice nature più impressa, cioè, che ’l Furore, come Aristotele insegna, derivi da un’accensione d’atra bile, affermo, che in niuno è più fissa, e più connaturale questa accesa commotione di spiriti; che nel Satirico, il quale non da altro affetto riceve il poetico eccitamento, che dall’ira, che pur furore hebbe nome: [p. 92 modifica]

4— — — Facit indignatio versum.

Cantò il Satirico.

L’origine de’ Poemi stessi, che per parer5 di Plinio fu avanti la Guerra di Troia, dice un Autore, che dallo sdegno Satirico una donna nascesse. Narra questi, che una Vecchia villaneggiò un Giovane, perche da lui urtata nell’homero, mentre questi furiosamente passava per via; & esprimendo a caso la Donna nell’impeto dello sdegno un ingiuria metrica, piacque al Garzone il numero; & indi poi si prese occasione di poetare.

Lo sdegno accende la bile flava; quella appicca il suo calore nell’atra, e la infiammatione d’esse, rompendo nelle labre della fantasia, i cui moti son sempre dalla facultà intellettiva secondati, fà muovere, e mischiare quelle imagini di cose che nella fantasia si custodiscono, e quindi nasce quella mentale concitazione, di cui si favella.

Giuvenale, che fù della Latina Satira l’Archetipo, non fù mai più ingegnosamente Satirico, che quando da maggiori impulsi di sdegno fù concitato. Volle mostrare, che i vitij di Roma gli fecero sprone al piede, perche gli davano sul naso; e con furore impetuoso comincia.

6Ultra Sauromatas fugere hinc libet, & glacialem.

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     Oceanum, quoties aliquid demoribus audent.
     Qui curios simulant, & Bacchanalia vivunt.

Mostrò parimente impressi i motivi d’un furioso sdegno in quelle parole pur contra Roma.

     7Et quando uberior vitiorum copia? quando
     Maior avaritiae patuit sinus? Alea quando
     Hos animos?

Ricevendo dunque la Satira più dallo sdegno, che altronde i suoi fondamenti, dirò hora, che questo genere nel suo scusabile, e necessario sregolamento è più di qualunque altro difficile; perché havendo, come disse Casaub.,8 qualche affinità con le favole de’ Drammatici, vien anche ad esser nelle agitationi de gl’affetti, e nella varietà delle cose perplesso, e versatile, è però capace di più stili.

Quì errano à tutto Cielo alcuni moderni Poeti, che fissatisi singolarmente nella testura, ò d’una Canzonetta Lirica, o d’un Oda, detta da essi Pindarica, ò un puro Berniesco all’Antica, credono d’esser perfetti Maestri d’una poetica imitatione; nella guisa, che frà i Pittori, l’uno crede di dar buon’odore della sua Arte; perch’elegge nel campo della natura [p. 94 modifica]la sola imitatione d’un fiore; l’altro quasi educato negli Eremi vuol gloria, non di saper ritraere Figure humane; ma ben sì Paesi, com’erano nella prima Creatione del Mondo, in cui non era ancora formato l’Huomo per vagheggiarli: l’altro che hà solo imparato a dipingere huomini in prigione, perch’è solito di ritraerli in un campo oscuro di quadro, pretende di meritare nel titolo, ch’egli hà d’Antropografo, d’un perfettissimo Artefice, il nome.

Se la Poesia ha con la Pittura somiglianza, è necessario ch’un Poeta, che alle perfettioni aspira, sappia tutto; nella guisa ch’un Pittore deve ritraer tutto; perché imita ogni opera di Natura. 9Pictorem omnia necesse est scire, quoniam omnia imitatur, disse Caldano, & Horatio favellando parimente del Poeta, disse

10— — Argilla quidvis imitabitur uda.

La Satira, come piena d’imitatione di tutte le Machine, così di natura, come di arte, non altronde hebbe nome, che da Satura, cioè piena di varie cose; onde il suo vero Caratterismo, come il meno pratticato, può dirsi hoggi il più difficile, & in un tempo per doppiezza di stili, e di materie il più vago.

Per ragionare de’ suoi principij, vi rammento con l autorità de gli Scrittori [p. 95 modifica]eruditi, che la prima maledicenza hebbe origine dalla Dithirambica; e che mentre gli huomini s’univano colà per sacrificar a Bacco, e cantar le sue lodi, cominciarono a poco, a poco, ad inserir trà esse il biasmo de’ vicini.

Un lume di questa Greca licenza rimane anche hoggidì in Napoli d’Italia ne tempi della Vindemia, ne’ quali è permesso a ciascuno de’ Vindemiatori il villaneggiar chi passa; così accenna Horatio di quei secoli.

11Expressa arbusto regerit onnuit a durus
Vindemiator, & invictus, cui sæpe viator Cessisset.

Scherzò tra le cerimonie di Bacco questa amabile libertà del censurar altrui: sinche più licentiosa rendendosi, rivoltò lo scherzo in isdegno, e lo sdegno trascorse poi a lacerar anche i buoni.

12Libertasque recurrentes accepta per annos
Lusit amabiliter; donec iam sævus apertam
In rabiem verti cœpit iocus, & per honestas
Ire donos impune minax.

disse Horatio.

Da sì licentioso aumento prese ordine la Vecchia Comedia, che fù di [p. 96 modifica]maledicenza cosparsa: e la maniera di questa si reputò non meno gioconda, che ragionevole dal popolo, il qual godeva di veder repressa in tal guisa l’odiosa insolenza de’ Patritij

13Si quis erat dignus describi, quod malus, aut fur,
Aut mœchus foret; aut sicarius, aut alioqui
Famosus, multa, cum libertate notabant.

Domate finalmente le forze popolari in Athene, e riduto il dominio all’autorità di pochi, ma di potenti huomini, raffrenarono in gran parte i Poeti la loro maledica temerità, sbiggottiti particolarmente dall’esempio d’Eupoli, fatto annegare da Alcibiade14. Non est facile in eum scribere, cui potest proscribere, disse Pollione appresso Svetonio.

In questo fu promulgata una legge, che non ardisse alcuno d’esporre al publico Carmi infami contra i vivi.

15Sed in vitium libertas excidit, & vim
Dignam lege regi, lex est accepta, chorusque
Turpiter obticuit, sublato iure nocendi.

Ma perche i Poeti havendo nella detratione habituate le lingue; esclusi dal lacerare i vivi, tolsero dalla Scena il Choro, in cui soleva la principal maledicenza fondarsi, & inventando in sua vece [p. 97 modifica]alcune digressioni, cavillavano in essi i detti, e gli scritti de’ Poeti defunti; e quì motteggiavasi enigmaticamente i vitij de’ Cittadini.

Cessò anche in poco tempo la forma di questa Comedia16, detta dal Mazzone la Mezzana, parendo a’ Potenti, che anche i molti enigmatici contra i lor vitij si riflettessero, e che fusse inhumanità biasmar le opere de gli Scrittori defunti.

Frà quei tempi della vecchia Comedia, e della Mezzana hebbe origine la Tragedia, la quale, benche dica alcuno Scrittore che più antica della Comedia fusse; tuttavolta sapendosi, che il Caratterismo Comico è più semplice del Tragico, è verisimile, com’anche è di parere lo Scaligero17, che questo da quello trahesse l’origine. Certo però è, ch’etiandio nella prima Tragedia, che Satirotragedia si chiamò poi, si introducevano Satiri à morder co’ loro ridicoli sali l’humane taccherelle, acciò che lo Spettatore fra le severità Tragiche ricevesse qualche sollevamento da gli Scherzi; onde Horatio disse, favellando della Tragedia.

18Verum ita risores, ita commendare dicaces,
Conveniet Satyros, ita vertere seria ludo.

Fra la Vecchia Comedia, e la Mezzana, la Satirotragedia, & un genere di [p. 98 modifica]Componimento detto Sillo, à cui diè nome Sileno, uno de’ primi Satiri nutricij di Bacco, andò ne’ Greci, esercitandosi la poesia maledica; poiche dalla Comedia Nuova, che s’inventò poi, parve esiliata la maldicenza contenendo quella, contra l’uso dell’antica, argomenti finti, & una severa testura.

Da queste Greche origini trassero occasione i Latini di dar nome di Satira alla loro maledica Poesia, e quantunque credasi da alcuno, che la Satira da principio fusse anche Senica appresso i Romani, tutta volta attesta, Scaligero,19 Satyram a Latinis acceptam, & extra scenam excultam.

L’inventione della Romana Satira fuor di scena fù assegnata da Horatio à Lucilio; benche da altri Scrittori credesi esser più antica.

20Hinc omnis pendet Lucilius, hosce secutus,
Mutatis tantum pedibus, numerisque facetus
Emunctæ naris.

Lucilio ne meritò il primo vanto; e come che questo genere di Componimento havea perduta la forma Teatrica de gli Antichi, vi creò egli con le sue Machine un nuovo; & esemplare Caraterismo fuor di scena; onde Horatio, che n’emulò l’inventione, hebbe a dire. [p. 99 modifica]

21— — — Haec ego ludo,
Quae nec in æde sonent certantia, iudice Tarpa,
Nec redeant iterum, atque iterum spectanda Teatris.

Questo nome di Satira; perche derivò anche da’ Satiri, soliti ò a discoprire nella nudità le vergogne, od à palesar l’animo sù le labra, come inclinati al vino, che22 operta recludit, parve inventato da’ Romani, per discoprire, ò de gli altrui vitij le vergogne, ò del proprio cuore gli affetti.

Questa ingenua facultà di riprendere senza ritegno le colpe humane, sortì una fortunata, ma pericolosa licenza appresso Giuvenale, & Horatio, i quali si sentirono trarre da un intrepido instinto, à nominare specialmente i vitiosi nelle loro Satire; e benche Horatio, come in rischio di rimanerne ucciso da’ censurati, fusse da Trebatio persuaso, à tacere in quelle parole.

23— — — — — Ut sis
     Vitalis metuo, & maiorum quis amicus
     Frigore te feriat.

tuttavolta non sepp’egli ritenersene; mà conchiuse.

24Quot capitum vivunt, totidem studiorum
     Millia, me pedibus delectat claudere verba.
     Lucili ritu.

[p. 100 modifica]Ma forse, che anch’egli non publicava in quel tempo le Satire, perche Libelli infamatorij non si credessero; e ciò par che accenni in quei versi.

25Non recito cuiquam nisi amicis idque coactus.
     Non ubivis, coramve quibuslibet.

Comunque fusse, mercè di quel libero Secolo non ne ritrassero mai da’ nominati huomini rincontri di castigamento; onde poteva dirsi di quei tempi, quel che diceva Tacito d’altri.

26Rara temporum felicitate, ubi sentire quæ velis, & quæ sentias, dicere licet.

Persio, che non volle avventurarsi a questa aperta franchigia, con l’esempio del precursore Horatio, riformò con poco in sè stesso la licenza del dir Satirico; mentre col nome aperto pochi della sua Età tassò, e molte volte col supposito nome di Tirio, e di Mevio; e benché una volta un impetuoso sdegno lo concitasse a mormorar di Roma, cominciò però, ma non finì, perche dir volendo per forma d’interrogazione. Chi non è ignorante in Roma? Disse.

27Romae quis non?

Altri tempi, altre cure son hoggi. L’arte del censurar le colpe in iscritto, che di Satirica hà titolo, è divisa fra la pura Satira, e ’l Libello infamatorio. [p. 101 modifica]La pura Satira, com’è anche la poetica tutta, fù sempre permessa, e qualificata, dalla facultà civile; il che non avviene del Libello infamatorio, ch’è dannato dalle leggi: questo hà per fine la sola imfamia di chi si mentova, quella hà per oggetto il solo utile di chi ascolta.

La Satira è un’Arte da Maestro, perche flagellando insegna; & alle volte co’ sollevamenti d’un faceto stile insinuando norme, imita, dice Horatio, i Maestri medesimi.

28— — Ut pueris olim dant crustula blandi
     Doctores elementa velint ut discere prima.

Non richiede però mai dilettationi senza dogmi; perché in un Maestro l’insegnare è debito; il dilettare honorario; onde haver non devono il nome di vere Satire quelle, che non d’altro, che di scurilità ridicole son colme, quantunque il ridicolo sia una necessaria conditione di questo Componimento.

La prima intentione della Satira è di rodere i vitij, e sì come il Fisico applica alle volte ad un membro, ò ferro, ò cauterio, col quale, ò le sopite forze s’eccitino, ò le fugate si revochino: così gli Antichi diedero a curar gli animi humani a’ Satirici, i quali radrizzando i curvi costumi de gli huomini, con la loro tagliente mordacità [p. 102 modifica]recassero da’ medesimi gli humori contaminati, e’ semi delle interne perturbationi. S’è vero il detto di Tacito, che 29Vitia erunt donec homines, è così legge di natura, che siano Satire, ove son vitij, come che nelle case, ove son cibi, sian topi, e ne’ corpi ov’è copia de’ pravi humori, sian febri, cioè alterationi di spiriti, recalcitranti col male.

La Satira è nata più à ferire i vitij dell’Huomo, che l’Huomo ne’ vitij: e però si gloria di palesar l’Arciero, non il bersaglio. Il Libello è fatto più per pungere l’Huomo ne’ vitij, che i vitij dell’Huomo: e però ardisce di publicare il bersaglio, non l’Arciero. Insomma la Satira deve fra le honeste cose annoverarsi, e chi l’esclude, ò non sà, ò merita nel Libello i ricovri.


La Satira.

Con le norme severe, e in un gioconde
     Sempre il peccar dal peccator distingue
     Scopre i peccati, e i peccatori asconde.
Se la publica Astrea col ferro estingue
     Dannati Rei, contra l’oprar dannato
     Son di privata Astrea ferri le lingue.
Huomo è da ben; chi contra i mali irato,
     E d’emenda cagion pria che d’offesa:
     Per questa ancor contra l’human peccato.
Son le Prediche altrui Satire in Chiesa.

Quel commendare, come alcuno usa i [p. 103 modifica]vitiosi, è più politica, che giustitia. Timone aborriva l’human genere, col pretesto della colpa: dicea d’odiare i pravi huomini, perch’eran tali; e gli altri, perché non odiavano i pravi, imputò à peccato, non disprezzare i peccatori.

Il Genere del Carme infamatorio è quello, che fù già vietato per la legge delle dodici Tavole; parendo a’ Romani, che le colpe d’un Cittadino alle sentenze de’ Giudici, e de’ Magistrati; anzi che alle censure de’ Poeti si rimettessero.

Variamente però gl’Imperatori antichi di sì fatti Libelli, ò censure sentirono i versi di Bibaculo, e di Catullo, che gl’Imperatori mordevano, furono da Augusto sofferti, e lasciati leggere; è come dice Tacito. 30Non facile dixerim moderatione magis, an sapientia: namque spreta exolescunt: si irascare, adgnita videntur.

Le leggi di Teodosio, d’Arcadio, e d’Honorio furono anch’esse in tali materia piacevoli, nè vollero che i Detrattori soggiacessero à pene. Quel Tiberio, che non lassò giorno religioso senza flagelli, non ne fece caso in principio; come che in una Città31, in cui era libertà nell’oprare, non dovesse à gli huomini imporsi freno nel dire. Conobb’egli all’hora esser follia il credere32, con l’auttorità presente poter estinguere la memoria dell’Età [p. 104 modifica]futura; mentr’è noto, che sempre più osservabile, e stimata si rende l’autorità de i castigati Ingegni; nè altro mai riportò chi punilli, che vergogna a se stesso, e gloria à gl’Autori. Quei Signori de l’Asia, che oprando male contra i Sudditi, danno loro materia di dir male, dovrebbono più de gli altri soffrirne le mormorationi. Un Rè antico in Europa, sentendo che i popoli da lui gravati, ne mormoravano, hebbe à dire. È dovere, che co’ loro danari parlino à lor modo.

Nerone fù di vario sentimento nel giudicar i Libelli. Schiamazza al Senato33 contra Antistio Pretore, c’haveva fatti Cartelli contra esso; e se Peto Trasea non lo difendeva, era ucciso, non rilegato, mà non è ingiusto che un Grande fulmini contra i suoi Detrattori le pene: Lo strano è, che in quel secolo furono anche sospette, e pericolose le lodi stesse.34 Cremutio Cordo al tempo di Tiberio fù accusato di aver lodato in publici annali Marco Bruto; E v’è di peggio, anche i sogni furono sospetti in quei tempi. Nell’Imperio di Claudio s’udì35 accusato un Cavaliero, che haveva sognato di veder l’Imperatore con alcune spiche di grano, volte capopiede, e detto poi, ch’era significato di carestia: hor pensate, che avverrebbe hoggi à chi dicesse, che vere [p. 105 modifica]carestie, non sognate, siano promosse da’ Magnati Asiatici, non dalle stelle, al sicuro anch’esso sarebbe di carestia punito, perche non magnerebbe pane.

Comunque sia, l’Arte de gl’infamatorij Libelli è giustamente dannata; e molte volte i Prencipi ne puniscono gli Autori, per non dar forza alle passioni de’ maligni in danno dell’innocenza de’ Sudditi.

36Augusto medesimo fù il primo, che in progresso di tempo fe’ caso di stato i Cartelli, mosso dalla malignità di Cassio severo, che con essi haveva cavalieri, e Dame di conto infamati.

Molto meno poi devono gli huomini censurar la vita de’ Grandi, ò sentir de i medesimi le censure, quantunque malvagi fussero. Marte appresso Luciano sparla di Giove con Mercurio, e Mercurio risponde.37Tace neque enim tutum est ista vel tibi dicere, vel audire mihi.

Horatio mostrò molto d’intendere, che i Libelli infamatorij fussero quelli, ch’erano fatti sopra le persone innocenti: mà che nel biasimo delle colpevoli non potesse il nome di Libello haver luogo.

38— — — — — Si quis.
Opprobrijs dignum latraverit integer ipse
Solventur risu tabulæ tu missus abibis.

Mà se ad Horatio dovesse credersi, nasceria questione indissolubile, se à trovar [p. 106 modifica]s’havesse chi fusse a torto, e chi à ragione vituperato: anzi che 39Svetonio nomina Libello famoso quello, che fù scritto contra Domitiano, benche sceleratissimo.

Il dotto Mazzone forma con questi requisiti il Libello. 40Il Libello famoso è una Scrittura, continente il biasimo altrui, fatta, e publicata da huomo maligno, solo per recare, ò manifestare, ò rinovare l’infamia d’altri. Dice scrittura, che hà luogo di cagion formale, per abbracciare anco la prosa, già che Horatio intese solamente de’ versi. La cagione materiale consiste in quelle parole, continente il biasmo altrui: perché il Libello famoso non ha altro oggetto. La cagione efficiente è dinotata da quella clausula, fatta da un huomo maligno: perche la malignità è sola, & adeguata cagione di queste cose. Il fine si scerne in quella circostanza, per recare, e manifestare, e rinovare l’infamia d’altri: perche il Libello ogni volta che imputa il delitto ad un Innocente, porta infamia; se scopre delitto segreto la manifesta; se parla di delitto, già scoperto la rinova.

Soggiunge anche il Mazzone, che quattro conditioni concorrono ad un Libello famoso. La prima è la Scrittura; perché le detrattioni sono a voce, non ponno haver nome di Libello. La seconda, che il biasmo altrui sia il proprio soggetto [p. 107 modifica]della Scrittura; perche quando in essa si trattassero le lode di molti, e trà esse fusse framezata l’infamia d’alcuno, non saria puro libello famoso. La terza è la publicatione; perche non publicandosi il Cartello, non haverebbe l’effetto suo proprio. La quarta è il fine dell’infamia; che però l’Historico, il quale biasma i costumi altrui, per palesare la verità del fatto, non fà Libello famoso; e tanto meno chi scrive delle male operationi d’alcuno, non con arte di disonorarlo; mà di correggerlo, ò per altro amichevole fine, che sia differente dal recar infamia. Da queste permesse del Mazzone si deve trarre una necessaria, benche da lui non distinta consequenza, cioè, che per la formatione d’un libello sia un essentiale requisito il nome dell’infamato: quando però l’aperta descrittione del Personaggio, l’individuo singulare dell’infamia, od una provata confessione dello scrittore che non facesse senz’altra glosa discerner chi fusse.

La mancanza del nome dell’infamato toglie il nome di libello al componimento: e benche i Lettori interpreti per cognietture imaginate ve lo adattassero: ciò non basta, basta à condannarne l’Autore; poiche la Scrittura, se non distingue ella stessa il Personaggio, non può havere il suo necessario fine, ch’è il biasmo demostrativo di quello: e ‘n cotal guisa l’imaginato Scrittore saria così degno [p. 108 modifica]d’assolutione, ò di scusa, come quel Cacciatore che scoccando all’aria un colpo, venisse con la caduta dello strale à percuotere impensatamente, & in remota parte chi passa.

Parve più ridicola la sentenza di un Italiano Prencipe, il quale ascrivendo à suo biasmo una maledica poesia, composta da un chiaro Ingegno, à puro esercitio di talento, e nella quale non esprimendosi il nome dell’infamato, poteva il predicato vitio applicarsi à molti, fe’ decretar in scritto, che il Poeta, come reo di lesa Maestà, gastigato fusse; ma non andò molto, che si vide affisso contra il Prencipe un Cartello in prosa, in cui contenevasi, che in vigore delle leggi non doveva punirsi il Poeta: ma il Prencipe, com’autore di due Cartelli infamatorij; l’uno contra il Poeta da lui infamato, per Autore di Libello, non essendo, nè provandosi tale; l’altro contra se stesso; perché s’era adossato un delitto, dannato dalle leggi con pena di morte, e di cui non s’era fatta in sua persona mentione alcuna nel Componimento.

Sotto la Tirannide non v’è minutia sicura. I detti, i sogni, le meditationi, i sospetti, son presi in delitto di lesa Maestà, e di Religion offesa. Così doppo i primi anni di Tiberio, e di Nerone avveniva; e quell’infame di Caligola, che pur soffrì una volta il mordace moto d’un Sarto, leggesi, ch’arder facesse un Poeta per un puro equivoco. [p. 109 modifica]Supposte le accenate conditioni, questo genere di maledica Poesia, che di libello infamatorio hà nome, è il più dannabile, e di qualunque altro è il più sconcio. Se è noto l’Autore ne hà pena dal Prencipe: s’è oscuro, ne perde l’aura dal publico. Frà due gran contrari contrasta, chi v’attende, trà il prurito del palesarsi, ch’è un impulso d’operante natura, per qualificarsi ne i parti: e trà la politica del tacere, ch’è un necessario effetto di senno, per evitar le pene della legge. Chi vuol vivere, e far professione di veridico, taccia in Asia i biasmi, e le lodi di mentovati Personaggi. Se si biasmano, si corre rischio, se si lodano, si mente.

Mà per venire ad una particolar distintione di quei Satirici componimenti, c’hebbero faccia di Cartelli; nè furon tali in sostanza, io n’addurò alcuni, per additarvi così le argutie, cui tessuti sono, com’anche i giuditij di quelli, appresso i quali, ò restarono impuniti gl’Autori, come innocenti, od approvate le Scritture come facetie.

Faceto, è più degno di riso, che di pena, si reputò in Italia un Componimento.

Contra una attempata, e deforme Dama, laqual per comparir più vaga, soleva ogni mattina impiastrarsi di Rossetto il viso.
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La Poesia è tale.

D’adulatori inganni
     Lidia tracciando l’orme;
     Nel volto suo deforme
     Cerca emendar di vecchia etate i danni;
     Mà in van l’arte affatica?
     Che per vigor d’uno stillato Aprile,
     Sù la guancia senile
     Non trahe d’Helena i fior Hecuba antica?
Con purpurei colori
     Sparge finte fiammelle in sù le gote;
     E crede in noi di non mentiti ardori
     Vampe vibrar da le sue frodi ignote?
     E se le polpe estinte
     D’impallidito labro
     Col suo vivo cinabro
     L’industre mani hà tinte,
     Infra i liquor tenaci
     Crede in amor tendere il visco à i baci;
     Mà de’ vani artifici
     Son le sue colpe ultrici;
     E son sue colpe à l’atra notte uguali,
     Ch’accresce più, quanto più cela i mali;
     Già de i meriggi suoi spente hà l’offese;
     E di porpore accese
     Tingersi indarno suole,
Rosseggia il Ciel, quando in Occaso è il Sole.
     Queste gravi parole,
     Fatto un Peleo ne l’ira,
     Cantai l’altr’hier sù la Meonia Lira
     Quando humor mi saltò
     Del ridicolo stil toccar la chiave;
     Che malamente può

[p. 111 modifica]

     Condannar leggierezze un verso grave,
     Hor sentite in bravar rime più brave.
UNa Dama, che d’Aletto
     Rassomiglia à la figura,
     Quando levasi da letto,
      diletto di Pittura,
     Ma sì strano è il suo Ritratto,
     Che dà spirto à la Natura.
     E pur nasconde il naturale affatto:
     E con stil pietoso, e ladro
     Essa in un tempo è la Pittrice, e ’l Quadro.
Fra i color non vuol bianchezza,
     Perché andria col lordo unita,
     Tinta oscura anco disprezza,
     Per timor d’esser chiarita,
     Sol con ostro il viso accende,
     Che Beltà, quando è sparita,
     Ne’ brutti avanzi una vergogna estende
     Ond’io credo, affermar possa,
     Che le vergogne sue l’han fatta rossa.
Perche forse è fumosetta.
     D’una fiamma il viso tinge,
     Perché Venere sia detta,
     D’un Vulcan foco dipinge,
     Mà sovviemmi altra cagione,
     Un color di carne finge
     Perc’hà la guancia sua magro il boccone,
     E in tener maschera tale,
     La Quaresima sua fà Carnevale.
Piangeria più d’una fiata
     Il tenor di sue brutture;
     Mà del pianto la bucata
     Scopriria maggior lordure,

[p. 112 modifica]

     In veder suo rosso impiastro
     Pensai tosto à le figure,
     C’ha di doppio color l’Anglico nastro,
     Che in pochissimo intervallo,
     Se incarnato è di fuori, è sotto giallo.
Gran vantaggio veramente
     Questa Dama in volto porta,
     Se le viene un accidente
     Non può mai diventar smorta,
     E se un giorno à l’improviso
     Rimanesse in terra morta,
     Haver potria tal Epitaffio al Viso,
     Questa Femina è sì fiera,
     Ch’à dispetto di Morte hà buona ciera.

Squaccherate risa fecero della narrata Poesia gl’Uditori, e perché di tintura trattavasi, Ticleue così replicò à Momarte. Simili facetie più di riso, che di censura degne spiegai anch’io una volta.

Sopra un Amico, che soleva tingersi di nero la canuta barba, per apparir più giovane.

Uditele vi prego.

VOi sù la barba il Tintoretto siete,
     Et io sono in correggervi il Correggio.
     E con ragion la Corretion vi deggio;
     Mentre sul mento una mentita havete.

[p. 113 modifica]

Voi di pel mascherato esser volete,
     Per celarvi da Morte, e fate peggio;
     Estinto è il pel, se così nero il veggio,
     Sepolto è il pel, se lui coperto havrete.
Sempre hò visto di notte in casa mia
     Sopra il carbon le ceneri versate,
     Mà nò il Carbon, che sù la cener sia.
Io vi consiglio, se vi confessate,
     Non dite. Padre hò detta la bugia,
     Gli altri dicon bugia; mà voi la fate.

Contra Donne di mala fama, ripigliò Momarte, e sopra Amici di lodata confidenza niun motto Satirico deve in grado di Libello interpretarsi, nè dannarsi mai. Tale ancora è lo scherzo del seguente Madrigale, nel quale

Un amico rimprovera facetamente all’altro la frequente verbosità delle Lettere, e de’ Carmi, che inviar solevalli.

Tante Prose scrivete, e tanti Carmi,
     Ch’emulator di Scipion voi siete;
     Perch’ambidue Cartagine struggete,
     Con le lettere voi, quegli con l’armi;
     E perche questo è poco,
     Concluderò, ch’hebbe Cartago il foco,
     E la vostra Cartagine l’aspetta,
     Quella hebbe Roma C.., la vostra il netta.

Minor caso poi deve farsi di quelle scritture, che per puro scherzo di chi scrisse [p. 114 modifica]contra Donnicciole di sospetta fama motteggiamo. Udite alcuni versi inviati già da me.

Ad una Giovanetta di Caria, che adduceva per argomento della sua pudicitia l’Età troppo tenera.


CHe questa tua beltà,
     Perche nuova rassembra, intata sia,
     Bella Giovane mia,
     Può esser: mà chi sà?
     Che ’l dubbio mio fia vero,
     Con questo essempio il provo:
     Una femina è simile al bicchiero,
     Che adoprato da molti è sempre nuovo.

Già che ci siamo à simili digressioni introdotti, disse all’hora Egideargo, reciterò anch’io un Componimento, che assai più di quest’ultimo merita annoverarsi trà facetie, benche di censure sia sparso.

Una publica Femina risponde agramente ad uno Astrologo di lei invaghito, che le haveva fatto la Genitura. E dice così.


CH’io vi stimi in amor, vi pretendete:
     Perche dipinto havete
     La mia sorte futura
     Ne la vostra Astrologica figura:
     Mà non posso stimarvi altro, che un matto.

[p. 115 modifica]

     Benche ’l cervello aguzzo
     Haveste de l’Astrologo d’Abruzzo,
     Che conoscea tutte le spine al tatto.
Anzi dirò, che in furia
     Entrar dovrei, perche mi fate ingiuria
     S’egli è vero quel detto,
     Che l’huomo savio domina le stelle,
     Mentre habbiate concetto,
     Ch’io stia soggetta al dominar di quelle,
     Secondo il vostro cenno
     In capo havrò più la pazzia che ’l senno.
Voi mi significate,
     Che in questo vostro Astrologante ufficio,
     Havete fatto il Calcolo, e ’l Giudicio.
     Quando questo affermiate,
     Fatta Astrologa anch’io de’ vostri guai
     Dirò per quanto il mio cervel penetra,
     Che state male assai,
     Perche quei, che fan Calcoli, han la pietra.
Circa il Giudicio poi,
     Voglio affermar, che ve n’è poco in voi
     Voi m’assegnate in vita
     Dodici case: e darvi una mentita
     Io potrei per la gola,
     Che fu la casa mia sempre una sola.
     Fussero Case almeno,
     Mà son, vostra mercè, stanze da fieno.
     Vi ponete un Leone,
     Toro, Capra, Montone,
     E le Reggie del Ciel converse in selve
     Fatte gli Dei domesticar con belve:
     Onde in essempio vostro
     Anco molti Signor del secol nostro

[p. 116 modifica]

     D’inalzar certe Bestie hanno i costumi,
     Perche con Bestie hoggi hanno hospitio i Numi.
Tutto ’l dì voi cantate,
     Che son quest’occhi miei luci stellate,
     Se da stellanti rai
     Piovano in noi buone fortune, e felle,
     Dove s’intese mai,
     Che si dasser venture anco à le stelle?
Mi promette di voi l’Astrologia,
     Che in AscendenteGiove,
     Et io vedo per prove,
     Che fareste Ascendente in casa mia,
     Mà di Giove il Pianeta
     Non par, che in voi si trove,
     Mentre in voi per Giovar non è moneta.
Altra robba vi vuole,
     Per dirla in Astologiche parole,
     Che parlar di Radice, e Direttione,
     Se volete d’altrui la Congiuntione
     Altro vi vuol, che infedeltà d’Amore
     Essere il Can maggiore:
     Altro vuol questo fusto,
     Ch’un Pianeta combusto
     Pongavi pur del Sole mio l’ardore
     In Igneo segno il core,
     Ne’ desiri di voi, benche infiammati
     Sempre il mio cor fia crudo,
     Nè mai si quadreran vostri quadrati,
     Se non havrò d’un Orion lo Scudo:
     E in somma, se danar voi non havrete
     Da casa mia Retrogrado sarete.
Se verran le monete,

[p. 117 modifica]

     V’amerò, bench’Esopo,
     V’accoglierò benche in brutezza un Mostro,
     Quell’Oroscopo vostro
     Vi significa sol, che l’Oro io scopo:
     Anzi in prova vi mostro,
     Che ne’ termini errate,
     Se in me Trino di Venere trovate:
     Perch’in vece di Trino
     Vuol la Venere mia sempre il Quattrino.
Se quattrin non mi date,
     Prego il Ciel, quanto posso.
     C’habbiate un dì mezo Zodiaco adosso.
     Prego habbiate nel petto un Sagittario
     E ne gli occhi un Aquario.
     Che per Donna infedele habbiate un giorno.
     Di dentro i Pesci, e fuora il Capricorno
     E per fin de’ guadagni
     Leone, al fianco, e ’l Cancro, che vi magni.

Già che si favella di Femine, e di venali, dirò anch’io, disse Rorazalfe, quel che motteggiò una volta un Drudo Poeta.

Contra certa Donnicciuola, che ricercato haveva l’Amante d’una Veste di velluto, e soleva spesso rapirgli qualche Anello, che gli adocchiava in dito.
[p. 118 modifica]

LA mia Femina avara
     M’hà consegnato in mano
     Un contaggio crudel di robba cara,
     Per una Veste di Velluto piano,
     Velluto piano? piano,
     S’ella è di me più trista,
     Vasta Veste però mai non hà vista:
     Una Veste? E di quali?
     Se mi lasciò mendico,
     E come havrai pensieri
     Di voler veste, io le dicea l’altr’hieri,
     Mentre tù vivi in peccati mortali?
     Non sai: ch’al tempo antico
     Sol le Donne da ben eran Vestali?
Mà è poco mal se chiede,
     Ch’è nel rubbar più brava,
     Quando in mia man qualche Anelletto vede,
     Con bel garbo mel cava,
     E dice poi, quand’egli è fuori uscito,
     Oh vediam, come va dentro il mio dito,
     A pena ve l’ha posto,
     Che mi risponde tosto,
     Và ben l’Anello affè,
     Và ben, replico anch’io, mà non per mè.
Oh leggiadro motivo,
     per correr la Quintana in fogge nuove,
     Essa dà ne l’Anello, e non si muove,
     Io non dò ne l’Anello, e son corrivo.

Perch’è uso de’ famigliari ragionamenti, prese a dir Ticleue, che il discorso d’uno ecciti specie di festevoli materie al Compagno; già che d’un avaro [p. 119 modifica]Drudo motteggiò Rorazalfe, vien a mè in taglio di riferirvi una faceta discrittione di

Uno liberal Francese, che cento anni fà, invaghitosi delle bellezze di una Romana, spendeva profusamente in essa.

Mà la censura non può haver titolo di Libello; perche il Poeta nè vi lacera fama, nè vi palesa il nome. Il Sonetto è tale.

UN Cavalier di Francia principale,
     Una Moglie posticcia in casa tiene,
     E perche in lui l’Original stà bene,
     In Corpo Italian copia il suo male.
È liberale, e non hà liber l’ale,
     È incatenato, e dona le catene,
     Frà la carne del letto, e de le cene
     L’oro in borsagli cala, e non gli cale.
Schernisce ogn’un de la sua borsa, i falli,
     Nè si dice altro in Campidoglio, e in Banchi,
     Se non che sian troppo Piccioni i Galli.
Hor quando sia, che di voler si stanchi
     Una Donna da noi gli aurei metalli
     Se ne’ gusti d’Amor pagano i Franchi?

Che val, porre in dubbio, disse Stamperme, se le pure facetie, ancorché Satiriche, cagionino diletti, ò risentimenti ne gli animi? Voi sapete, quanto ridesse Effeso di quel mio Sonetto. [p. 120 modifica]
Contra un Zerbino, in cui fù versato da una finestra un vaso di acqua.
Odalo Momarte, à cui forse non sarà ancora pervenuto à notitia, per la sua lunga lontananza da Effeso.


ERa una volta un giovane lascivo,
     Poltron di cor: ma d’una spada brava,
     Riccio il capel come Interrogativo,
     E’ mustacci à Parentesi portava.
Sempre aà Donne correa, ma non corrivo;
     Sempre lascivo, un soldo non lasciava:
     Così haveva nel piè l’argento vivo,
     Mentre l’argento in borsa agonizava.
Fornicando finestre un dì sen giva,
     Quand’ecco ergendo ad un balcon la fronte
     Lavogli il capo un vaso di lisciva.
Disse uno all’hor, che havea l’argutie pronte
     Se la beltà di specchio non và priva,
     Ecco Narciso hà ritrovato il Fonte.

Quì ridendo con gl’altri, Momarte riattaccò il suo interrotto ragionamento; così ricominciò a dire.

Un antico Poeta motteggia co’ seguenti versi della melensaggine di Claudio, in soffrire gli usurpati dominij della [p. 121 modifica]Moglie. È però ridicolo, per dar titolo di Libello ad un Historia di quei tempi, publicata anche da un Tacito.

AL Tempo antico in negotiar di stato
     Un cece non valea nessuna Donna,
     Hoggi ogn’una hà la fava in Magistrato.
D’Imperante imperito ecco t’indonna
     In guisa tal la sua Mogliera vana,
     Che la Clamide in lui cangiasi in Gonna.
Apre un Tacito il labro, e cosa strana
     Sembra diss’egli à un popolo guerriero
     Una Donna imparar classe Romana.
La torta maneggiar vuol de l’impero
     Monna Agrippina, e Mastro Claudio intanto,
     Non sembra Imperator, ma Pasticciero.
Nel suo fasto rapito è altera tanto,
     Che piagne Roma al suo famoso orgoglio,
     Com’è proprio da fumo il nascer pianto
Profanato hà in Carrozza il Campidoglio;
     E se ’l morale Anneo non la sconsiglia
     Vuol la Natica sua metter nel Soglio
Roma intanto si turba, e maraviglia:
     E pur costei d’Imperator Romani
     È Madre, e Moglie, e fù Sorella, e Figlia
Hor come mai ponno i maneggi humani
     Buon fine haver, se feminil Medea
     Hoggi al Capo viril tronche hà le mani?

[p. 122 modifica]

Come da un sesso tal, Roma dicea,
     Nascerà gran saper, se in Poesia
     Madre non hà chi del sapere è Dea?
Che un gran principio di Filosofia
     Haver possan le Donne, io ben lo scerno
     Perché di Filo san, non di Sofia.
Mà chi crede, che sia buona al Governo
     Una Femina vana, assai vaneggia,
     Non è buona al Governo, è buona al Verno.

Veramente, disse all’hora Ticleue, per lo più le Donne furon sempre alle scienze, & a’ Governi poco atte. In Effeso stesso son così zotiche, che di tutto il libro di Nasone, quale dovria pur piacere ad esse; mentre insegnò i rimedij d’Amore, non sanno altra favola che quella della figlia d’Inaco perche se chiederete loro. Appresso Ovidio chi è Vacca? Tutte vi risponderanno41. Io.

In Africa, ripigliò Momarte, venne in mente al Prencipe di Fessa, di andar visitando alcune Fortezze nel suo Stato; e perche i Popoli appresero, che la visita fusse più diretta à speranza di carpir tributo da sudditi, che à timore di patir sorprese da’ nemici: un bell’humore lasciò vagar per la Città i seguenti versi, ne’ quali però i Savij della Corte più dannarono il giudicio dei Glosatori, che l’artificio dell’incognito Poeta; poiche oltre il tacervesi il nome, la doppiezza dell’equivoco bastava à difenderlo.

[p. 123 modifica]

PErche sia forte un seno,
     Lo Scolar di Galeno
     Suol visitar le debolezze altrui;
     Mà son’hoggi in costui
     L’arte del medicar di varie sorti,
     Per far deboli altrui, visita i Forti.

L’Adulatione, che non favella mai à gli huomini, mà alla fortuna d’essi, eresse già ad un Monarca della Morea una Statua di marmo, mentr’egli era ancora vivo. Stupivano i Savij di questo honore; non meno di quel che fecero i Romani42 nell’erettione, del Tempio sacrato al vivo Nerone, non essendo in uso far pompe divine al Prencipe, se non doppo morte. Aggiugnevasi, che ’l Governo di quel Monarca sapeva di Tirannico; onde solean dire alcuni con escandescenza, che dovea più tosto lo scalpello infiggere nel suo vivo capo un sol colpo, per darli merito di morto, che percuoterne tanti nel suo simulacro, per darli sembianza di vivo. E perch’era sotto la Statua una Inscrittione d’Encomij sì adulterini, che pareva contener più menzogne, che note, un Poeta non oscuro di colà passando, mormorò alcune poetiche censure, lequali apprese tosto dalla rapace memoria d’un Amico, che seco era, furono da quello [p. 124 modifica]immantinente registrate in carta, & alla mia notitia trasmesse; mà non potrei dar loro traccia di Libello, nè condannarne l’Autore; perche non fece egli precorrere publicatione di Scrittura, che le sue offensive intentioni esponesse.

Eccovi la poesia di costui.

OH più de’ Marmi adulation massicce,
     Sù Cortegiani carmi
     Dansi à l’infamie tue glorie posticce.
     Per poter dir: c’han faccia tosta i Marmi,
     Mille note scolpite
     Ti fan d’encomij un complimento horrendo:
     Oh menzogne impetrite,
     Il complimento in voi comple mentendo,
     Non di man, mà di passi
     Dovrian le Pietre esercitarti offitio,
     E dovresti al servitio
     Staffieri haver, non Segretari i Sassi.

Non v’è cosa più della Giustitia nemica, disse qui Rorazalfe, come oprar male, e voler esser commendato per buono. Il desiderio della Gloria, in chi non la merita, è un prurito da infermo ch’è sempre solito d’appetire quel che devono negargli i sani. Non così fece43 Pescennio Negro, che volendo uno recitarli un Panegirico a sua lode tessuto, così disseli: scrivi [p. 125 modifica]le lodi di Mario, o d’Annibale; accioche imitarli possiamo. Lodare i viventi è beffa, massime Imperatore, da cui si spera, i quali si temono, e ch’errar possono. Io desidero di piacer vivo; mà d’esser lodato morto.

Tiberio, tornò à dire Momarte, che fù un Imperatore di sospeso, e d’irresoluto giudicio, lasciava marcire i Cittadini ne’ Governi, ò ne fusse cagione il tedio, d’haver à permutarli, ò l’invidia di veder pochi huomini ricchi de i furti delle Provincie. Un oscuro ingegno, spinto da indiscreto zelo, rinfacciò all’Imperatore sotto sigillo di lettera le sue lentezze, e’ pregiuditij che da quelle ne’ Sudditi risultano; ma non hebbe luogo il Componimento frà i Cartelli, perche il Prencipe non ne publicò la missione, e si valse del motivo, quantunque temerario per un giovevole riscuotimento di Natura. I sensi dello Scrittore furono tali.

TIberio mio, per tante flemme, c’hai,
     Merti d’un Nume i Titoli superni;
     Che se gli Dei nel Ciel vivono eterni,
     Tù eterno ancor non la finisci mai.
Perche largo di mano esser non sai,
     Lungo ti mostri in permutar Governi;
     Per questo avvien, ch’à i nostri humori interni
     Con tante flemme tue bile tù fai.
I tuoi Governator vivon d’inganno,
     Frà Venere comprata, e Astrea venduta
     O ne ruban la Lana, ò Corna danno.

[p. 126 modifica]

Per la tua Naturaccia irresoluta,
     Che non li muta mai, sporchi si fanno,
     Sempre fà porcherie, chi non si muta.

Questi, e simili Componimenti, benche di Cartelli, non meritino le condannagioni; non devono meritar nè meno il lodevole titolo di Satire, ancorche Satirici siano: nella guisa, che un membro, non deve appellarsi huomo, benche d’humano busto si spicchi. Per dar saggi compiuti di un’Arte sono necessarie le ampiezze. L’arte è come la fiamma, se ha pastura si dilatta. È però anche certo, che la vera Satira non è organizata di tai membri, che l’Autore sappia in qual guisa debba generarli, e distinguerli. 44Partes in Satyra nullae, quarum legibus ad certum numerum certamve dispositionem deducaris, disse lo Scaligero. Si sà bene, che la Satira è un corpo nelle sue confusioni ordinato: e benche habbia in uso alle volte di svolazzare oltre i suoi Territorij, tornano però sempre al centro i suoi giri; e come dello stile Pindarico avviene, dilattando il campo alle sue prodezze, adita sempre con lo svagamento l’ampiezza delle sue facultà ingegnose. 45Abrupta omnia, non tamen, non cohaerentia, disse favellando di lei lo Scaligero. In queste parti intricate per la integrità d’un ordine, consiste la difficultà, e la bellezza della Satira. [p. 127 modifica]Politiano favellando de’ suoi compositori disse, 46Summa illis inaequalitas, nunc stricti, & castigati, nunc vagi, & effusi.

Due sono gl’Idiomi della Satira, riprendere, e scherzare.

     — — — 47Pallentes radere mores
Doctus, & ingenuo culpam defigere ludo,

disse Persio. Richiede però per trattamento di questi due mistieri una pronta esperienza di due stili, grave, e faceto; e chi questi non sà ugualmente, e con felicità maneggiare: non si poggia à far Satire, perche meriterà la sferza di chi sà farle.

Le Satire dell’Aretino, dell’Ariosto, e d’altri Antichi, benche d’huomini per altro ingegnosi, e di grido in quel secolo, non devono a’ moderni servir di nome, per delinearle bene: son lodevoli: come nate a fecondar quei tempi, non come educate à disciplinar i nostri. Chi le difende hoggi, hà l’ingegno così rancido, come quel secolo era. I loro stili son più garruli, che sensati; perche poche vaghezze vi si osservano, c’habbiano forza d’incarnare in noi la cantonata d’un ciglio. Anche il moderno Secolo va producendo tal’hora di queste Anticaglie, mà il commendarle rimettesi a’ partiali del Bernia; il quale in quei tempi insegnò à poetare più ne’ Mercati, che nelle Accademie.

[p. 128 modifica]La purità semplice de’ versi non basta a costituire un buon Poeta: e precisamente Satirico.

48Non satis est puris versum conscribere verbis.

diceva Horatio; Anzi ch’egli medesimo credeva esser tolto dal numero de’ Maestri Satirici; perche intese di favellar puramente. Conobbe non bastare la purità alle Satire; ma doversi il titolo di gran Poeta in tal genere, à chi valeva etiandio nelle testura di locutioni più sonore.

49Primum ego me illorum dederim, quibus esse Poetas.
Exceptam numero; neque enim concludere versum
Dixeris esse satis; neque si quis scribat, uti nos,
Sermoni propiora, putes hinc esse Poetam,
Ingenium, cui sit, cui mens divinior, atque os,
Magna sonaturum, des nominis huius honorem.

Non deve però la Satira sollevare tant’alto con la nobiltà dello stile, che non sappia per lo più studiosamente abbassarsi con la caduta d’una popular facetia. Questa inegualità, che in altri stili puramente morali, od Heroici è vitio, nel Satirico è conditione di raddoppiata virtù. [p. 129 modifica]La Satira è un gioco di Palla, che inalzata ricade al basso, caduta rimbalza in alto, con questi cangiamenti tien desto l’Uditore, allettandolo con le dolcezze all’intelligenza di più severi ammaestramenti. Horatio, il qual seppe nella Satira più consigliare, che oprare, diè norma di queste differenze, quando disse.

50Et sermone opus est, modo tristi, saepe iocoso.

Deve il Satirico nella riprensione de i vitij far l’ufficio hor di Rettore, hor di Poeta.

51Defendente vicem modo Rethoris, atque Poetae:
Interdum urbani parcentis viribus, atque
Extenuantis eas consulto.

Mà però è convenevole, che prevaglia più frequentemente nella poetica piacevolezza, come in lui nativa, che nella severità d’Avvocato, come a lui straniera, oltre che non fa ostacolo al credito d’una veridica riprensione il ridicolo.

52— — — ridentem dicere verum,
Quis vetat?

Soggiunse Horatio.

Alcuni abozzati Poeti, ne’ quali le dolcezze fanno bile, si persuadono, le facetie d’una Poesia repugnare alle saviezze de i Compositori; come che i parti dell’ingegno richiedano sempre quella seria [p. 130 modifica]gravità che per lo più a’ costumi dell’animo è convenevole, non fanno i melensi, che il far ridere con maraviglia non è ordinaria fattura; ma come insegnò Horatio ne’ Ridicoli.

53Est quaedam tamen hic quoque virtus.

I Poeti si rassomigliano a Pittori, perche questi, come imitatori di Natura, non restringono la loro Arte più nel dissegno d’un Prencipe, che d’un Paltoniere, e però quei Poeti, i quali, scrivendo in grave, abborrono in altrui quelle argute facetie, di cui inesperti si palesano, può sanamento dirsi, c’habbiano di quel, che non fanno, cioè del Ridicolo.

I due stili, grave, e faceto in due fogge s’adattano alla satira, ò divisi, ò congiunti. Diviso il faceto leggesi in Giuvenale in quei versi,

54Incipe Calliope, licet hinc considerare non est
Cantandum: res vera agitur, narrate puellae.
Pierides prosit mihi vos dixisse puellas

Divisa poi con catena il satirico à questi versi una Virgiliana gravità, mentre dice.

55Cum iam semianimum laceraret Flavius orbem
Ultimos, & calvo serviret Roma Neroni.

[p. 131 modifica]Riattacca di nuovo à questi versi una inaspettata, e cadente facetia, dicendo.

56Incidit Adriaci spacium admirabile Rhombi
Ante domum Veneris.

Comincia Giuvenale una grave satira di questo tenore.

57Quamvis digressu veteris confusus amici
Laudo tamen vacuis, quod sedem figere Cumis
Destinet, atque unum Civem donare Sybilla.

Termina poi la medesima con un faceto sentimento in tal guisa.

58Sed iumenta vocant, & sol inclinat, eundum est,
Nam mihi commota, iam dudum multo virga
Innuit.

Congiungesi parimente in una frase medesima il faceto, e ’l grave, e questa è la più convenenvole, e pratticata maniera della satira, e di Giuvenale precisamente, che più d’ogni altro seppe formarne l’Idea. Qui è necessario sapere, che le gravità satiriche, di cui hoggi pochi possiedono intelligenza, sono differenti affatto dalle Pindariche; e molte ridicole ampolle ammette la nostra satira, che ’l severo stile de le loro Odi condanna.

Tutt’i versi di Giuvenale son portati [p. 132 modifica]per lo più con gioconda amplificatione, e con tutto che riconoscesse egli per grand’Huomo Horatio in quel verso.

59— — — Venusina digna Lucerna.

Non volle però imitarlo nelle satire, mà lassò frasi, e norme più di lui esemplari in quel genere.

Vuol esprimere Giuvenale l’attione di uno, che russa fingendo di dormire, e dice.

60Vigilanti stertere naso.

Chi dicesse hoggi fuor di satira in grave Vegghianti nari, daria sul naso al sicuro, non havendo a fare con questo membro, più la vigilia, che il sonno; e pur quivi è vagamente detto.

Vuole descrivere una commotione di collera, in cui si stringono i denti, stridendo; e dice con evidenza d’una grave piacevolezza.

61— — — Per lacrymas effundere bilem
Cogaris, pressoque diu stridere molari.

Chiama il Tempio della Dea Iside Ruffiano, perché in esso solevano alcuni traficar adulterj.

62— — Isiacae sacraria Lenae.

Hoggi non saria ammesso nella grave descrittione de’ nostri Tempij sì temerario titolo.

Udite com’egli accoppia il grave, e ’l ridicolo in questi versi. [p. 133 modifica]

63— — — — Vertigine tectum,
     Ambulat, & geminis exsurgit mensa lucernis.

Questa è discrittione satirica d’un imbriaco, che tradotta in frase di pura gravità non suonerebbe così acconcia.

Chi dicesse hoggi in un’Oda, discese in Cielo, sentirebbe da’ Censori metter sossopra il Cielo, e la Terra: e pur in Satira, nella quale i sentimenti sono più ristretti, fu acconciatamente detto da Giuvenale.

64 — — Discendere iussit — — — — — in Cælum.

Favellando di Claudio, volle dire il Poeta, che trasferito in Cielo, fusse di nuovo da gli Dei superiori fatto discendere à gl’Inferi. Anche Seneca scherzando satiricamente di esso, disse:65 Postquam Claudius in Cælum descendit.

Disse altrove Giuvenale.

66surda nihil gemeret grave buccina.

Non si passerebbe forse da un Pindarico il titolo di sordo ad un’Istromento, e pur il satirico chiama sordo chi non sente, e chi non fa sentirsi, altrove ancora disse.

67— — — — surdo verbere cædit.

Più dura parrebbe la traslatione di Persio, il quale traporta il vocabolo sordo dall’udito all’odorato.

68— — spirent cinamma surdum;

Et Horatio l’adatta al sentimento del gusto. [p. 134 modifica]

69— — Exurdant vina palatum.

Quì ancora si strepiteria da Critici.

70— — Algentem rapiat coenatio solem.

Per sole freddo intende Giuvenale una stanza, che habbia il sole di Verno. Chi adattasse questa forma, e le antecedenti ad un verso grave; e le recitasse, poi avverrebbeli quel che d’un Poeta Italiano si racconta, il qual vantavasi d’haver fatto porre in purga un Censore con certa metafora, poiche stomacato quegli in sentirla, si perturbò, e contorse sì fattamente il collo che fu forzato a medicarsene.

Varie, licentiose, & imitabili sono le frasi de’ Poeti Latini satirici; mà però non devonsi traportare altrove, che nelle satire; e non sempre dobbiamo tracciare, come lecite, le arditezze, e valersi delle eccettioni per regole, come alcuni fanno. Dirò solo, che la satira è capace di queste doppiezze ingegnose, con le quali rendendo più malagevole la sua testura, vien anche à meritare 71dal Casaubono titolo, non di plebeo Poema, ma di carme erudito.

È difficile in questo secolo la riprensione de’ vitij, perch’è in uso l’adularli.

72— — — Adulandigens prudentissima laudat
Sermonem indocti, faciem deformis amici.
Miratur vocem angustam, qua deterius nec
Ille sonat, quo mordetur gallina marito.

[p. 135 modifica]È difficile la satira in questo secolo, in cui la libertà del dire è perduta.

73— — — — Unde illa priorum.
Scribendi quodcumque animo flagrante liberet,
Simplicitas: E la satira, disse lo Scaligero

74Est poema liberum, simileque Satiricae naturae, omnia susque deque habens, modo aliquid dicat.

È più difficile di tutti i generi la satira; perch’hà per fine due cose in un certo modo contrarie, cioè lo sdegnarsi, e ridere; che vuol dire mischiar l’utile delle riprensioni col dolce delle argutie.

75— — Iucunda, & idonea dicere vitae.

È difficile la satira, perche i vitij, come inserti anche nelle depravate nature de’ Poeti, malagevolmente ponno esser dannati da medesmi in altrui, e per lo più le colpe, che nel nemico si rinfacciano, non si possiedono dall’Avversario, che le acusa. È così penuria d’huomini, che pravi non siano, come di Poeti, che si sdegnino delle pravità humane. Se questi Poeti fussero, sarebbero anche le satire. Chi si sdegna d’un male, se ne duole? Chi se ne duole schiamazza.

Quei tali, che più vagliono à tesser su’ vitij i Panegirici, che le satire, son più Cortegiani, che Poeti; benche Poeti ancora [p. 136 modifica]ponno esser quelli, che Cortegiani sono, cioè quei tali, che non essendo huomini da bene, paiono essere.

Essendo doppia l’eloquenza, una oratoria, una poetica, è certo, che difficilmente persuaderebbe, chi reputato fusse cattivo, e malamente saria persuaso un’Uditore, che attendesse buon consiglio da colui, in cui è sospetta la fraude. Il satirico deve ò parere, od esser mondo del delitto, che danna in altri, perche altrimente i Lettori rideriansi d’esso, come rise 76Xenocrate, vedendo andar un Ladro al Patibolo: perche imaginò, che i maggiori ladri havessero dannato il minore.

La difficultà della satira si fà maggiore in questo secolo, in cui oltre la cresciuta gravità dello stile, e l’inserimento dell’eruditioni più folte, s’è trovata anche da’ buoni Poeti una più ingegnosa maniera nel Ridicolo, mediante le forme, gli equivoci, ne’ quali gli Antichi della nostra lingua non hebbero, nè talento, nè lume.

Non esclude la satira le lodi, quantunque di pochi, e parcamente: nè perdona talvolta le censure a lo stesso Autore, per farsi lecito l’avventarle in altrui: e la destrezza, che in tai requisiti è necessaria, le sue difficultà aumenta.

Richiede generalmente i sali, che più di qualunque altra cosa fanno risplender [p. 137 modifica]le satire, nella guisa, che le Lucerne, se v’è sale dentro, ardon meglio.

Ammette alle volte i Dialoghi, i quali rendono etiandio più difficile la testura satirica per la oppositione de’ sensi; mà non devono in ciò imitarsi gl’antichi, che non facendo distintione d’interlocutori, cagionarono ne’ versi sentimenti confusi.
77Ex perturbata ratione personarum, disse Casaubono, in questo peccò più di tutti Horatio.

Ama la satira particolarmente l’Idiotismo; mà vi vuol’Arte in usarlo, 78Idiotismum praecipue adamant, rem, quae inter oratorias, & poeticas virtutes raro procedit, magnoque indiget temperamento.

Non esclude qualche oscurità, od ambiguità; perch’è naturale una indistinta implicanza in chi hà sdegno, ò teme di lacerar apertamente un vitioso. 79Plerumque obscuri, & implicati, multa ambigue dicunt, & subdole.

Insomma i satirici, conchiuse Politiano, in argomento delle loro elaborate industrie: 80Reprehendunt, acriter insultant impotenter, vafre cavillantur, austè obrepunt; effluunt lubrice, tergiversantur, illudunt, dissimulant, ardent, versant, suspendunt, feriunt, pungunt, provocant, titillant, stomacantur, attonant ceu fulmine omnia, & concutiunt.

[p. 138 modifica]

Frà i Latini Satirici più renomati, e letti sono Giuvenale, Horatio, e Persio, tutti come Maestri imitar si possono; mà non in tutto, 81Che nuoce, dice Cicerone, alla venustà d’Apelle giunger in alcuni luoghi l’audacia di Zeusi, la diligenza di Protogene, l’ingegno di Timante, la gravità di Nicofane? Queste qualità miste, & unite alla novità de i proprij artificij, formano così nel Pittore, come nel Poeta una tal maniera, che non altronde, poiche dalla propria miniera può vantar l’origine. Non sortì mai grido di grand’huomo in quest’Arti, chi non hebbe Arte di fabricarsi la proprietà d’uno stile. È atto servile, non saper mover passi, che sù l’impressioni dell’altrui vestigia.

82O imitatores servum pecus, ut mihi sæpe.
Bilem, sæpe iocum vestri movere tumultus,

disse Horatio.

Chi si contentasse della sola imitatione non inventerebbe mai, 83nihil enim crescit sola imitatione, disse Seneca. Nello scrivere si devono seguir le vestigia de’ buoni, ma nella guisa, che fa il Pedante, il quale seguita il discepolo, e pur si dice guidarlo.

Chi è commosso à far Satire da una naturale concitatione d’animo, o libidine [p. 139 modifica]d’Arte, pongasi ad imitar i migliori, mà avverta, disse Quintiliano, 84Ne quod facilius est, deteriora imitetur, ac se abunde similem putet, si vitia maximorum artificum consequatur.

Nè tassare, à nome di vitiosi, niuno de’ sopranomati Poeti imitar si deve; e particolarmente Horatio, che non la perdonò à gl’amici stessi.

85Omne vafer vitium ridenti Flaccus amico
Tangit.

disse Persio; e Scaligero lo chiama ingrato, e barbaro; perche 86non s’astenne dal riprendere etiandio Mecenate sotto nome di Malchino.

In Horatio oltre una pronta acutezza nel colpir tutti i vitij, si può anche imitare la gran felicità nello spiegamento, ma non sempre la sua triviale, e prosaica locutione. Non ha egli mai cosa elevata: ma è occupato sempre intorno a’ precetti più vulgati de’ costumi, 87Passim in aliena transit castra non tanquam explorator, sed tamquam transfuga, disse Casaubono. Spesso è Stoico, spesso Epicureo, spesso della razza d’Aristofane. Disdice à sè stesso in molti luoghi, e per tutto mostra l’incostanze della sua natura. Accennò di non pretender vanto di Poeta Satirico per la sola purità; ma si lasciò poi [p. 140 modifica]trascorrere à credere, che le Satire dovessero scriversi nello stille d’un famigliar Sermone; che però di Sermone diè loro il nome. Ecetto, che quel grande ingegno sapeva altrimente scrivere, come diede à divedere nell’Odi; ma volle nelle Satire esser familiare, ò per faticar meno, ò perche credesse, che la negligenza nel numero, e nella frase alla sola Satira si convenisse.

88Horatius modo pure diceret, nihil pensi habuit, disse lo Scaligero. S’ingannò in questo di lunga mano, e ‘l Vossio più di lui che prese à difenderlo, assegnando più tosto ad esso, che à Giuvenale il Principato della Satira, e pur, 89Iuvenalis versus, longe meliores, quam Horatiani sententia acriores, phrasis apertior. Sempre fù opera di maggior industria lo scriver sollevato, e turgido, che pedestre, e smunto; nè il Satirico, che ha l’ufficio di Maestro, deve, come un Servo fusse, estenuar sempre la dicitura.

Persio può anche imitarsi in qualche tratto di magnifica dittione, e di giuditioso insultamento; mà non deve nella secca maniera del suo fraseggiare e nella eruditione astrusa costituirne esempio. 90Persij stillus morosus; & ille ineptus, qui cum legi vellet, quae scripsisset, intelligi noluit, quae legerentur, disse lo Scaligero, & altrove, [p. 141 modifica]( ) Principio est educendum, ne quod fecit Persius, abstrusam ostentes eruditionem.

Fù amico della brevità, che peccò nell’oscuro: onde il Casaubono, che in questa parte s’ingannò col difenderlo, s’acquistò più il titolo di Reo, che di gloria di Avvocato.

Il Carattere Satirico di Giuvenale è, à credere de’ savij huomini, il più qualificato, & esemplare di tutti: e come disse lo Scaligero, ferneticarono alcuni, dicendo, che la venustà Satirica in essa sia aspra, e temeraria. 91Iuvenalis stiles candidus, ac Satyricorum facile Princeps. Imitar non devesi nelle oscenità licentiose; mà nel resto la sua dittione è epica, il suo metro numeroso, i suoi motivi peregrini, i suoi enthimemi forti, e le sue riprensioni dolcemente con la purità Romana congiunte. Egli solo frà i Latini formò l’Idea della Satira. Seguì i precursori, mà calcò sentiero distinto da’ medesimi; e più acconcio à precorrerli. Scrisse ultimo, mà fù il primo nello scriver meglio. E meglio insomma di Horatio poteva dire in quei versi.

92 Libera per vacuum posui vestigia Princeps.
Non aliena meo pressi pede, qui sibi fidis
Dux, regite examen.

Nella Satira Italiana così avvene. [p. 142 modifica]L’Aretino, e l’Ariosto ne aprirono la via; mà non vi passeggiarono bene; l’appianarono, mà non seppero isbarbicarvene l’herbe. Il loro sentiero è fangoso, non lastricato.

Un valent’huomo fù tra’ moderni, che ne compose una, nella cui testura mostrò gran sentimenti, e superò di gran lunga gli Antichi nella nostra lingua: ma perche a mio credere, poca felicità mostrò ne’ Ridicoli, ch’è si necessaria conditione della Satira, lassò anch’egli, che desiderare in essa, e che aggiungervi.

93

— — — — ridiculum acri
Fortius, & metius magna plerumque secares disse Horatio.

Io sono un di quelli, diceva il più giovane Plinio, che amirano gl’Antichi: non però disprezzo, come alcuni, gl’Ingegni de’ tempi nostri: 94neque enim lassa, effæta Natura, vi nihil tam laudabile, pariat; è vitio dell’humana malignità, haver sempre in istima gli Antichi, & in fastidio i moderni, e come disse Tacito 95Dum vetera extollimus recentium in curiosi.

96Nihil est inventum, & perfectum, disse Cicerone. La forma della satira Italiana ponderata la imperfettione de gl’Inventori in quest’Arte, può conseguir senza fallo gradi più vantaggiosi de’ passati, in ordine a’ precetti d’Horatio, & a gli [p. 143 modifica]esemplari di Giuvenale, non bene sillogizati fin hora da alcuno; e perche questo avanzamento deve per necessità aggiungere difficultà nuove à chi lo intraprende, conchiuderò esser tanto più difficile far una Satira, che ’l non farla: quanto più malagevole sarà sempre reputato il saper ben favellare, che il tacere.

Qui tacque Momarte, il cui maestrevol Discorso fù con particolar attentione sentito da gli Amici, parendo loro di fondata, e non di dozzinale eruditione ripieno. In tanto Ticleue, ch’era un huomo non meno curioso nell’osservar gli altrui vitij, che scaltramente maledico nel delinearli in Satira accettò, invitato da Stamperme la cura di rispondere in contraditorio a Momarte, quivi con più ragionevole curiosità attendevan tutti di sapere, come più difficile esser potesse, il non fare una Satira, che il farla.

Era la Casa di Stamperme sù la via del Corso, per lo quale, essendo in quel dì una festività in Effeso, vedevansi da tutt’i lati trascorrere scioperate, e varie le Turbe. Ticleue a cui parve di poter trarre dalla circostanza del luogo, e delle persone una opportuna materia, per la prova del suo sentimento, alzossi tosto da sedere, prese per la mano Momarte, verso la finestra d’una contigua stanza il condusse. Respondeva la finestra sul Corso, e [p. 144 modifica]quel che più vaghezza crescevale, soprastava ad un ampia piazza, nel cui giro, perche nel mezo d’essa in quell’hora un delitioso Fonte facea rezo, soleva più che altrove gir vagando al fresco il numero più qualificato de’ Patritij, e de’ Cittadini.

Quivi giunti, col resto della Brigata i due Competitori, Ticleue di primo tratto con un testo di Giuvenale la sua sentenza decidendo, con assoluto coraggio così a favellar s’introdusse,

Amico.

Difficilem est Satyram non scribere, nam quis iniquæ.
Tam patiens urbis; tam ferreus, ut teneat se?

Momarte, venuto poc’anzi d’Europa, non s’era ancor fatto conoscitore de gl’Effesij costumi: onde frà le curiose dimostrationi di Ticleue, e le confuse maraviglie di lui s’udì trà loro in Dialogo un Satirico Sermone di tal tenore.

[p. 145 modifica]


IL CORSO


SATIRA.


Frà Ticleue, e Momarte.


Ticleue.


MIda ha d’Asin l’orecchie, e da qual pianta
     Spuntò la nuova? da una canna, hor come
     Potrà Bocca tacer, se Canna canta?
Non può tacere il Tosator di chiome
     Questo Gener d’orecchie, onde sotterra
     Ne pianta il Verbo, e poi ne spunta il Nome.
Ogni colpa mortal, che in noi si serra,
     Qual Radice da suol, spunta i germogli;
     È una pianta il Peccato, e noi siam terra.
Per publicar gli stupratori orgogli
     Di Tereo infame, à muta Filomena,
     È pena un’Ago, e son le tele i fogli.
Io mi sento morir, crepar di pena,
     Se col franco parlar non si disgrava
     De le colpe non mie l’Alma ripiena.
Quì la mia libertà può far da brava,
     Se colà sbraveggiar suole il Decoro,
     Quì può farsi un Capello, e là si cava,

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Quì poss’io mormorar: che se nel Foro
     Voglio tal’hor cantar d’Orlando ài vivi,
     Per man di Ferraù piango, e mi moro.
Io non son huom da mormorar de i Divi
     Che non fer la finestra al petto humano
     Per qui mirar gl’ingannator motivi.
Nè men vò mormorar, c’habbiamo in vano
     Dato à Mariti rei Corneo cimiero;
     Mentre toccar nol possono con mano.
Sento nel seno mio moto più fiero,
     Giudica tù se con ragione io possa
     Mandar sequestri al libero pensiero.
Se per fetide colpe havrai commossa
     La mente incolpa i Rei; mentre à la Rima
     Fra le turbe del Corso io dò la mossa.

Momarte.


Bocca, e Boccal son di contraria stima;
     Che nel boccal sempre la feccia affonda
     E nel dir mal sempre la feccia è prima.
Mà qual copia d’humori alza, & inonda
     Sù ’l labro tuo le biliose spume:
     E ti nega il frenar l’impeto a l’onda?

Ticleue.


Fissa colà sù quel Palazzo il lume,
     Se voi saper, come in un Trono s’erga
     D’ambitiosa Avaritia un cieco Nume.
Stanze là son, dove il Padrone alberga,
     Ch’in faccia a l’Austro, e d’Aquilone i fiati
     A schernite stagion voltan le terga.
Vanne la giù d’imo Cortile à i lati;
     E vedrai da Lisippo, e da Mirone
     Con man Deucalionea Sassi humanati

[p. 147 modifica]

Monta, e vedrai, come di Coa fintione
     L’ampia sua Galleria dipinta fue,
     Come à Colòne Idee scorga il Balcone
Vuoi saper quel che sian le mura sue?
     (O di fasto mondan meriti bassi!)
     Tempio d’Egitto, ove s’adora un Bue:
Fastosi là muove un Tiranno i passi;
     E perchè il vanto suo s’erga più forte,
     L’aborre in Carte, e lo sublima in Sassi
L’arme sua col suo Nome hà sù le porte;
     Quasi corra l’oblio l’Arme sian’armi:
     E ’l suo nome scolpito un nome porte.

Momarte.

Oh pazzo da baston, furbo da carmi,
     Non famose fumose alzò le mura:
     Stupidi son, non fan stupire i marmi.
Muoiono ancor le moli, una fessura
     Segna linee à la tema, e cagion tosto
     Cadavero à sè stesso, e sepoltura.

Ticleue.

Là del commercio human sempre discosto,
     Forse perc’hà salvatica la faccia,
     Per peccar più sicur, l’empio è nascosto.
Esce tal’hor, quando i Merlotti traccia:
     E al suo odor de l’uccellate colpe
     Vuol in lochi di Monti andar à caccia.
Mà, perchè suol da facultose polpe
     Levar penne maestre a suoi Vassalli,
     Più che di Cacciator, cera hà di Volpe
S’altri hà morti sul Banco i suoi metalli,
     Gli crea querele, e pur che paghi il reo
     Pene à la Cassa, egli li cassa i falli.

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Hà quest’huomo un figliol, ch’occhio hà Linceo
     Nel far guadagni, è imitator del Padre
     Non la cede in usure à Merdocheo.
Son concerti frà lor d’Arti leggiadre,
     L’uno i Ricchi animò, l’altro gli afflisse
     Un piglia i doni, & un le mani hà ladre.
Come di Sesto, e Cesare si scrisse,
     L’uno non disse mai, quello che fece,
     L’altro non fece mai quello che disse.
L’uno i Decreti autentici disfece,
     L’altro hà leggi innovate, e condannando
     Borsa troncar serve di Boia in vece.
Nutron ambi il delitto, e li dan bando;
     E ogn’un di lor, quasi Hortolan congiunti
     Spende in piantar, per guadagnar troncando.

Momarte.


Dunque nascon fra noi vitij defunti?
     E sarà ver, che in questa Età si scerna
     Ch’un Neron sotterrato i germi spunti?

Ticleue.


Oh pian; v’è peggio in quest’Età moderna
     Per trovar un sol Huom netto di mano.
     Altro vi vuol, che Cinica Lanterna.
S’a custodir ogni Porton Thebano,
     Star vi dovesse un Galant’huomo assiso
     Quante porte starian senza Guardiano!
Quell’Uscio là, dov’è un Editto affiso,
     L’inferno è de’ Clienti: e à petto à questo
     L’inferno de’ Poeti è...

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Ivi il petto d’Astrea forma in Digesto,
     Crudità di sentenze, e chi condanna
     Versa leggi di testa, e non di testo.
Dove inclina il Padron, destra Tiranna,
     Decisioni trabocca: e in consequenza
     Senza i voti di Pluto Eaco non danna.
Più forza di Verona ivi hà Piacenza,
     Publica Verità mai non minaccia,
     Un privato Piacer cita à sentenza.
La Carrozza, e ’l Giurista han varia faccia
     Vuol Carrozza un ontion, perche stia cheta,
     Vuol Giurista un ontion, perche non taccia.
Colà s’unta è la man, tosto decreta
     Le Ragioni la Lingua: e tosto arretra
     Il corso de’ Processi una moneta.
Colà Sisifo segue un cor di pietra,
     Aggirato da rota è un Isione,
     Tocca Tantalo il giusto, e non l’impetra.
Che ti par d’esto Inferno? In quel Portone
     Veggio appunto un di quei ch’in Tribunale
     Con bilancia d’Astrea pesa il doblone.

Momarte.


Ohimè, nausea mi vien, mi si fà male,
     Mi sento Tribular tutte le vene,
     Solo al pensier d’un Tribunal Venale.

Ticleue.


Così và il mondo, e così si mantiene,
     Se s’inghiotte un Boccon, buon hà il sapore,
     Se s’inghiotte un Riccone, huomo è dabene.

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Momarte.


Lassa pur inghiottir. Dice un Scrittore
     Che rade volte un Medico ben vive,
     Che rade volte un Giudice ben more.

Ticleue.


Mà non terminan qui nostre invettive,
     Vedi quel Cocchio? ivi è un Signor cortese,
     Cui del Corpo Regal l’ombra s’ascrive.
Perch’anch’ei ne l’arar regole apprese
     Dal bue maggior, chieder le gratie à lui,
     È un tentar sacrilegij, un crimen læse.
Meglio sarebbe far come colui,
     Che à le Statue tal’hor gratie chiedea
     Per più soffrir le negative altrui.
Damigelle adobbate eran d’Astrea
     Le Gratie un tempo, hoggi son nude tanto.
     Che per veste comprar vanno in Giudea.
Frà quei due, che ragionano in quel canto
     Se voi gustar, mira colui che in faccia
     Sembra un Tersite, & un Isiaco al manto.
Quegli è un Sinon d’inganni, accorto taccia,
     Questo, e quello al Padrone, e Relatore
     Da miniera di colpe argenti caccia.
Ne la Corte è costui riggiratore,
     In far vendere officij, è un Cortegiano,
     Che per vita buscar, vende ogni honore
Apre bocca à colui, che gli unta mano,
     Tratta, trotta, trattiene, e in far contratto
     D’ogni gratia venal fassi il Ruffiano.

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Momarte.


E non si scuote ancor lo stupefatto
     Giove marmoreo? E a sì patente inditio
     Non alza un braccio, e non islancia un Batto?

Ticleue.


Quel poi, ch’è seco, hà de l’ingrati il vitio,
     Io l’hò fatt’huomo, & ei vuol esser bestia,
     Perche tira de’ calci al benefitio.
Prese le norme mie con gran modestia:
     Gettò l’obligo poi, come pesante,
     Il peso d’una gratia hoggi è molestia.
Mostra in gran vanità fasto arrogante:
     Nè sà il meschin, ch’altera testa è vana,
     Spiga eretta di fusto è vaneggiante.
Vedi là quella Cricca Corteggiana,
     Che pallonando và ciarle in partita?
     Parlan quei di Taverna, o di Puttana
Passan color frà ruginosa vita
     Senza splendor natio giorni vitiosi:
     Che ’l nulla oprar sempre à mal’opre invita.
Mai non fecer cammino, e son fumosi,
     Hanno un po’ di latin: ma son vulgari
     Dan di naso à la gente, e son merdosi.
Han poche Compagnie, molti Avversari
     Molte poltronerie, poche bravate,
     Molte squarcionerie, pochi denari.
Son gente da due faccie, e son sfacciate,
     Zerbini al volto, e Ganimedi al...
     Portan labro spion, teste incornate.

[p. 152 modifica]

Mà già che aceto in mescolanze aspergo
     Spruzziam colà quel Gabbadeo Volpino.
     Ch’esce hora fuor da quel dipinto albergo.
Mira come sen và grave in camino:
     È de l’Hippocrisia quegli il modello:
     Negro è di pelo, e furbo in chermosino.
Ne la scena del mondo il suo cervello
     Fà il Personaggio de l’huomo da bene
     E così natural, che sembra quello.
Mà Comedia Vital varie hà le Scene,
     In palco ogn’atto suo sempr’è sagace:
     In Casa poi son le sue Scene oscene.
Sembra il Dio del Silentio un huom di Pace,
     Guardati, Amico mio, da l’acqua cheta.
     Sempre fù verminosa acqua che tace.
Con quell’humile faccia, e mansueta,
     Non sembra un Agno? E con quelli occhi bassi
     Non par, che cerchi in via qualche moneta?
Dove credi, che mova i lenti passi?
     A la visita andrà d’un moribondo:
     Mà per tentar, ch’eredità gli lassi.
Quì sì, che fà da un Orator facondo,
     Sempre mette d’avanti i ben del Cielo,
     Sempre di dietro i gusti d’esto Mondo.
Mà s’à l’Imagin sua levasi il velo,
     S’à la Cifra del cor s’apre il segreto,
     De gl’interessi suoi maschera è il zelo
Il Tempio profanar teme col peto,
     E da sul naso poi tanto a la gente,
     Che non bastano incensi à trarne fieto.

[p. 153 modifica]

Pur che in Ciel Palatino Astro eminente
     L’inalzasse à goder sorte tranquilla,
     L’infamie prenderia per Ascendente.
Non cura in mar di Corte urti di Scilla
     Soffre, simula, inganna: e in conclusione
     Manto ha di Curio, e fodere di Silla.

Momarte.


M’arde il fegato sì, m’ansa il polmone
     Per rabbia tal, che s’altri colpi tiri,
     La vitrea bile mia frango in balcone.

Ticleue.


In quel Carro dorato io vò, che miri,
     Se vuoi, che ’l cor nel suo rabbioso duolo
     Per diffetti minor manco s’adiri.
Siede colà certo patritio stuolo
     Il qual somiglia un nuovo Libro impresso
     Ch’altro non ha di buon, che ‘l Titol solo.
Tutti son Cavalier; mà ti confesso,
     Che tutti han del Tosone: anzi ti dico,
     Che del sangue l’honor, sangue è di Nesso
Quando parlano altrui, sempre un antico
     Fregio di Nobiltà dando à Casate,
     Vanton sangue Cecropio, ò quel di Pico,
Pretendino man dritte, e sberettate,
     Perc’hebber gli Avi lor pompe latine,
     E qual Asin Cumano alzan ragghiate
I pregi lor son come quercie alpine,
     Che pur hebber da Giove alte honoranze,
     Mà sono i frutti poi ghiande porcine.
Non san parlar di praticate usanze,
     Non hà l’ingegno lor letterature,
     Non han senno, valor, non han creanze.

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Momarte.


E non sanno le sconce Creature,
     Ch’al Privilegio de la Nobiltade
     Sempre i costumi rei fan cassature?
A Nobiltà senza Valore accade,
     Quel che sempre accader suol à la vite,
     Che s’Olmo non la regge à terra cade.
Negar già non poss’io, che riverite
     Com’Idoli, non sian patritie genti,
     Mà son gl’Idoli poi pietre stordite.
Chi è più nobil de’ Numi? E pur tu menti,
     Nason, gli honor del sangue lor divino
     Perch’hanno i numi tuoi furbi i talenti.
Cavalier senza garbo è contadino,
     Senza valor Cavallo, ancorche nato
     Sia da Thessala razza, e Vetturino.
Nel Patritio ch’è infame, è terminato
     L’honor del sangue: e per contrario poi
     Nel plebeo c’hà virtudi è incominciato.
E qual è quel melenso hoggi fra noi,
     Che più non prezzi un Seneca Pedante
     Che ’l sangue di Nerone, e i fasti suoi?
E qual’hoggi è Colui, che trar si vante
     Le paterne Virtù da i semi à i Rami?
     Virtù vien da colture, e non da piante.
Non diviser le Parche i nostri stami,
     Fu invention de i Potenti, accioche ’n essi
     Sian de gli error le Nobiltà velami.
Di materia distinta i corpi, e i sessi
     Non fè Prometheo, anzi, che i limi suoi
     Furon per Piatti, e cantari gli stessi.

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Ticleue.


E pur questi son Idoli frà noi,
     Mentre su i Cieli lor s’alzano à volo
     Le Flore idolatrate, e gli Antinoi.
Vedi quei due, c’han l’habito di duolo?
     Son due Lerne di mal, son due Cloache
     Chi contento è quà giù d’un fallo solo?
L’uno à le casse d’or sempre imbriache,
     Mà non vomitan mai, l’altro ha talento,
     Che la Moglie per lui porti le braghe.
L’uno è sottile in cumular argento:
     Mà in tutto ’l resto è il suo cervello ottuso
     Sol frà conti, e contanti hà cor contento.
E sì ostinato in lui sembra l’abuso,
     Che negli aperti, e leciti contratti
     Non ha mai l’Usurar raro il mal uso.
Vende honor, chiede pegni, e rompe patti,
     Nè prezzo di Virtù vanta da Stelle,
     Che da costumi hebrei l’Alma riscatti
L’altro, ch’è seco, e le fattezze hà belle,
     Hà deformi così l’opre, e i consigli:
     C’hà macchie in cor, più che la Tigre in pelle:
Provido è più nel regalar scompigli,
     Di Casa sua, ch’in educar chi nasce,
     Coltiva i campi, e non dirozza i Figli:
Per un filo di Ragno entra in ambasce,
     Brama, osserva, comanda, è un Argo in tutto
     Mà in Ciclopica vita i figli pasce.
Se di sterco canin l’atrio stà brutto,
     Strepita à i servi, e gode con la moglie,
     Ch’i paterni puzzor spiri il suo putto.

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Nessuno hà di Spurina oggi le voglie,
     Che in sè vibrò, per flagellar de’ mali
     L’innocente cagion, fregio di doglie.

Momarte.


A l’aperto vagar di Vitij tali
     Mal può la lingua mia star à le mosse
     Forz’è ch’in Corso anche i suoi fiati esali.

Ticleue.


Se puoi sentir, nè sentirai più grosse,
     Vedi colui, che scuote la sua testa,
     Ch’io non sò se stranuta, ò pur se tosse?
La lettra di Pithagora s’inesta
     Su ’l capo suo, ma per parlar più chiaro,
     Per donneschi lavor l’huomo fà festa.
E s’ancor non m’intendi, io mi dichiaro,
     Molto ricco è Colui, la cui Mogliera
     In Corno d’Amalthea sempr’hà denari
D’Astolfo il Corno al par del suo non era
     Le turbe quei col mormorio cornuto
     Fugava il dì, questi le chiama à sera.
Oh, gran Cippo, ove sei? tù che veduto
     Nascer sul capo tuo Corno innocente,
     Del gran Trono Roman festi il rifiuto.
Vieni, e vedrai nel secolo presente,
     Da vergogna ad honor farsi un trapasso
     Vedrai Cippi di testa, e non di mente.
Mà mi stupia, ch’anco non gisse à spasso
     Frà tanti humor qualche ingrassata Idea
     Mentre à gli humor sempre soprasta il grasso.
Vedi là quel Signor, la cui Livrea
     Hà un musaico di trine? Hor quei rassembra
     Un de’ Laidi, che amar Laide Ephirea

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Perde honor, scema robba, ammorba membra
     In farsi corteggiar da Corteggiane;
     E ne’ commodi lor commodo sembra.
Sforzeria le Lucretie, e le Diane?
     E per carne pagar di Concubine
     A la Famiglia sua litigia il pane.
Ladro il direi di Vergini Latine;
     Ma non veggio fra noi Donna che imiti
     In caste ritrosie l’Alme Sabine.
Non voglion mai le nostre Donne inviti,
     Violenze desian per iscusare
     Con l’altrui forza i lubrici appetiti.
In somma il Reo crede sù l’onde amare
     Far de la vita sua dolce tragitto;
     Nè sà, ch’al fin porta un amare à mare
Pesca tal’hor, mà non gli giova al vitto,
     Che, se ne’ mari altrui frigge chi pesca,
     Nel mar d’Amor l’huomo che pesca è fritto.

Momarte.


Forz’è pur, che la furia al labro m’esca,
     Pazzo Garzon, se da sembianza maga
     Accesa è l’alma tua, và che stà fresca.
Lussuria è un dolce mal, che i sensi appaga
     Mà per colpa di lumi accieca gente;
     E con arte Circea l’anime ammaga.
E d’un cor lagrimoso Arpia ridente,
     Ch’entro un negotio reo l’otio fà domo:
     Che da’ cardini suoi svelle una mente.

Ticleue.


Concludi hor tù, chi non faria da Momo,
     Mentre s’apre al riverso hoggi il macello
     Mentre Vacca d’amor scortica un huomo?

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Mà il gran fetor de l’amoroso avello
     Non cessa quì. Vide colui, che spalle
     Volta à l’uscio del Tempio? osserva quello
Col ferro d’un man Mario ò Aniballe
     Non vanno mai per bellicose rotte
     Tanti uccisi squadroni, alme Vassalle.
Quanti suole ogni dì l’Heroe da notte
     Con la paga vantar d’un’eloquenza
     Ciparissi abbrancati, Hersi corrotte.
Sol per gusto di dire hà compiacenza
     Di far peccati. Hoggi a la turba oscena
     È gusto il confessar, non penitenza.
Come fusse d’Egisto, ò Polissena
     Un soggetto ingegnoso, ogn’opra pazza
     Sù le complici labra hoggi hà la scena.
Il pretesto de l’Uso hoggi è corazza,
     Contra i colpi del biasmo, e trionfanti
     Suonan Tromba le colpe in sù la Piazza.
Come Scrittor, ch’à i suoi notturni canti
     Tesse luce d’honor, tesse il carnale
     A i notturni disnor luce di vanti.
Onde à pensarvi ben, dubbio m’assale:
     Se lingua in piazze, ò pur se mano in celle
     A scoprir le vergogne hoggi più vale.
Quali in Meroe d’Egitto appaion belle
     Certe femine sconce, à cui Natura
     Più grande del bambin feo le mammelle,
Tal per esser comun, l’opera impura
     Non rassembra deforme, e perch’è uguale
     La quantità le differenze oscura.
Mà non termina quì gloria di male,
     Mira colà, se vuoi saper qual vanto
     Da membrana d’Honor tragga un mortale

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Vedi quel Carro? hor vuoi conoscer, quanto
     Il mal’habito altrui meriti foco?
     Mira colui, ch’è Melibeo di manto.
Tutto il cervello suo lercia in quel gioco,
     Che far Giulio solea con Nicomede:
     Perche il vitio d’Orfeo gli parve poco.
Per le Camere sue, sai che si vede?
     Un Giacinto non fior, ma deflorato,
     Ratto nò, ma rapace un Ganimede.
Reputa in vita sua meno honorato
     Soprastar con decoro à stuol di Corte,
     Che...
E pur costui, che ne l’età più forte
     Fassi de i servi suoi curvo à i comandi
     Fa de’ comandi suoi serva una sorte.
De la legge Scatinia i vecchi bandi
     Non osserva il Signor, perc’han dismesso
     Il Tribunal de la Vergogna i Grandi.
Nè potrian le Vergogne il suo processo
     Giusto formar; mentre si sà ch’Amore
     Corrotte hà già le sue Vergogne in esso.

Momarte.


Tanto à le nari mie cresce il puzzore,
     Tanta nel petto mio bile s’ingrossa,
     Quanto il lercio Signor grado hà maggiore.
Stilla d’olio caduto in veste rossa
     Di Ebalio sangue, e più deforme assai,
     Che sù rozzo Gabban macchia più grossa.
Questi signor, di cui parlato m’hai,
     Son sepolchri, che fuor hanno ornamento
     E aperti poi turbano il naso, e i rai.

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Amico, hai vinto. A l’anima è un tormento
     Se le colpe non sue la lingua tace;
     Mà se vuoto sei tu, pieno io mi sento.
Tanto in morder altrui sarò loquace,
     Quanto in tacer fui dolce, anco un aceto
     Quanto il vin fù più dolce, è più mordace
Già che i Giudici rei non fan decreto
     Contra le colpe, in famigliari editti
     Del publico fallir s’apra il segreto.
Troppo chiari in peccar fansi i profitti,
     Copre l’infamia altrui veste honoranda,
     E son mode de l’Alma hoggi i delitti.
Perche mena il Padron vita esecranda,
     Ne’ Tributarij suoi non la coregge,
     Chi non vieta il peccar, sempre il comanda.
Reggon d’Asia i Monarchi un fren di Legge
     Mà sinistre son poi le lor maniere,
     Perche in sinistra man freno si regge.
Dunque, Amico, è difficile il tacere.
     Quando il peccato altrui l’alme commove
     Chi può tacer, s’anco frà nubi Arciere
In mezo a’ tuoni suoi mormora un Giove?

Quì terminarono i colpi della faretra Satirica di Ticleue, il cui irreparabile impeto posto in bilancia con l’arciere accortezze, da Momarte insegnate, diè materia à Stamperme di conchiudere, che non minor peso portava seco la difficoltà del fare una Satira, che del non farla: mà perche il ben mormorare è dato à pochi, come opera di maestrevol Arte, e ’l mormorare, ancorche male, è uso di [p. 161 modifica]molti, come impulso di risentita Natura, alla vista di alcun’altri passaggieri delitti, i quali benche in transitto paressero a’ riguardanti, non erano però moribondi, impatienti di silentio a gli Amici stuzzicarono tutti alle Satiriche detrationi i carmi, e le prose. Frà i maledici Periodi si formò da tutti una lodevole parentesi in encomio di alcuni Europei personaggi, ne’ quali la Toga e ’l Sago erano all’hora della Virtù argomento, e mercede, mà poi Stamperme stomacato anch’esso alla ponderatione di quei Grandi Asiatici, in cui facevano macchia i vitij d’un’illustrato sangue, proruppe furiosamente in quel verso di Giuvenale.

97 Ad scelus, atque nefas quodcumque est purpura ducis.

Soggiunse poi, che i medesimi potevano degnamente rassomigliarsi a quei libri di Luciano, 98 quorum aurei quidem umblici, verum intus, aut Thyestes est, liberos in convivio comedens, aut Oedipus matris maritus, aut Tereus cum duabus pariter sororibus rem habens.

Intanto Egideargo, come Cavaliero d’ingenua, e di gioconda Natura, vedendo passar per la via un GOLOSO Parasito di quei tempi, che pareva far esercitio, ò per evacuare le ripienezze de’ cibi, ò per cercar manicaretti da riempirsene; [p. 162 modifica]Additatolo à gli Amici, così sogghignando il descrisse.

UNa Curtia Voragine è colui,
     Quando incontra una mensa, e ’l dente v’urta
     Benche la sua voragine non Curta
     Vuol altro affè, ch’un Animale, ò dui,
Spende tutta in magnar la sua moneta;
     E in Vivande ingegnose ha gran misterio,
     Un pranso non daria per un Imperio,
     Perche sà, ch’Imperio ha la Dieta.
Se in mensa havrà tutto un Pollaio arrosto,
     Dicasi pur Duca d’Ossona il Gatto,
     Ogni Boccon, che capita nel piatto
     Ne la Boccona sua s’appiatta tosto.
Non frange mai ne la posata il pane,
     Perche tutto s’affanna à franger carne,
     Onde i Guanti vuol far di Frangicarne,
     S’altri Guanti trovò di Frangipane.
E perche l’invention vuol ricompensa,
     Che sarà Cavalier, corre una voce,
     Io per la parte mia glì fò la Croce,
     Perche prova ogni Quarto à la sua Mensa.

Rorazalfe, che per sobrietà di natura, e per ragion di praticata speculativa, era frà i Compagni ne’ trabochevoli sregolamenti d’una mensa il più continente, e guardingo, si risentì in guisa della descritta voracità del Passaggiero Gnathone, che non potè contenersi di non esagerare anch’esso alcuni fragmenti Satirici, contra la Gola, di questo tenore.

[p. 163 modifica]

DI ben poche bifolche un verde suolo
     Satolla un Tauro, e l’esca sua dispensa
     A squadron d’Elefanti un Bosco solo.
Del corpo human sol la vorago immensa
     Divorati ha i voraci, à lui sol piacque
     Spopular gli Elementi in una mensa.
Stuol, ch’in monti correa, per mensa giacque.
     Questa ammutir fè i musici de l’aria,
     Cantar ne l’olio i mutoli de l’acque.
Schivo l’ingordo homai d’esca ordinaria,
     Fà i boccon peregrin peregrinare:
     E in vivande penate i gusti varia
Chiama l’esche plebee, se non son rare:
     Anzi prodigo d’or mostra che quelle
     S’accostan care al sen, che costan care.
Hoggi han vile il sapor, tinche, e sardelle,
     E a le medesme hoggi negato, e quasi
     Tutto l’honor d’Epicuree padelle,
Sono i son de le frondi homai rimasi
     Senza i Cantor penuti; e ‘n tempo corto
     S’è spogliata d’Augel l’onda di Phasi.
De la Dorica ancona il curvo porto.
     In ventre Italian l’ostriche vota,
     Perche di fame in lui nasca un’aborto:
Fin da l’onda nativa a l’onda ignota
     Peregrin prigioniero il Pesce passa;
     E in Assil di Peschiere à morte nuota.
Quì si fà del Ghiotton grave à la nassa:
     Quì divien esca ad ingrassar mortali:
     Quì fra l’esche mortifere s’ingrassa.

[p. 164 modifica]

E se mai naufragr sibili Australi
     La squamosa Vivanda in gonfi mari,
     Nel vivaio d’un porto ella ha i natali.
A gli Apicij ghiottoni alzin gli Altari
     Sibaritiche mense, e in Siracusa
     A i Parasiti sol sito' si pari.
Spenda in conviti pur borsa profusa
     L’Egittia Dea, sfoggi in banchetti Elisa,
     Che ’l vagante Amator tolse à Creusa.
Non sian le mense à noi laute in tal guisa:
     Più liete sì, perche tal hor la Vita
     Per non parco boccon Parca recisa,
Quel che vol far la Digestion compita,
     Alimenti con Legge al Corpo dia:
     Già che la Legge è col Digesto unita.
Sapete voi quel che la Gola sia?
     È un lago, udir ne desiate il come?
     La sillaba seconda innanzi stia.
E vedrem, ch’una Gola è un Lago al nome.

Eran già le lingue alla maldicenza avviate, nè poteva contenersene alcuna; quand’ecco traversando il Corso frà gli altri un Historico di quei tempi, che nel descriver le guerre d’Asia, dicevasi esser Pittore più di maniera, che del naturale, diè materie a Stamperme di motteggiar CONTRA GL’HISTORICI DELL’IONIA i seguenti motivi.

GL’Ingegni dell’Ionia, Amici, niente meno de gli Animi son degni hoggi delle nostre Satiriche detrattioni. Hor che diremo delle moderne Historie, e di quelle in particolare, che và stampacciando [p. 165 modifica]quel tale, da voi poc’anzi additatomi; volumi delle sue tralunate Verità son libri di Ovidiane Metamorfosi, in cui non altro di vero, che la certezza dell’esser favolosi. E come mai può dirsi gloriosa quest’Arte del nostro secolo, se l’Historia ch’esser deve uno specchio, atto à render gli oggetti, come li riceve, è forzata hoggi à diventar Occhiale da ingrossarli? e che vanto si può mai trarre da un mestiero nel quale chi esser deve veritiero per necessità, si fà bugiardo per politica?

Il genio di commendare l’attion d’un pravo Principe, ò perche s’ama, ò perche se ne teme, è indispositione inseparabile da chi scrive hoggi, à un alterante della Historica natura. Meglio sarebbe narrare a’ nostri l’Historia del Prete Ianni, quantunque di sue sceleraggini colma; mentr’è certo, esser quel Principe remotissimo da ogni intendimento. Se le narrate pravità de’ potenti son vere, piagne chi le scrive; e se le scritte virtù de’ medesimi son false, ride chi le legge. 99 Nerone recitò le lodi di Claudio in un Oratione fatta da Seneca; e ’l Senato in sentir lodarlo di prudenza, e di saviezza, non si potè contener le risa.

I lumi dell’Historia, che per lo più è di belliche relationi guernita, son questi veder oprare, e sapere ben scrivere, al primo [p. 166 modifica]acquisto fà guida la Fortuna, al secondo l’Ingegno. Hor chi è colui, che vanti da un Mercurio due beneficij in un tempo, ali, per giungere à notitia di Nuncio, & eloquenza, per distendere una verità d’Historico? 100 Polibio, ò si trovò presente alle maggiori Guerre che scrisse, ò seppe il vero da chi v’intervenne: e questo lume pur basterebbe quando il riflesso fusse di Sole, non di Luna; ma hoggi ò nelle infingardaggini d’una Cittadina Pace si dipingono le Guerre, ò lo Scrittore và mendicando l’elemosina d’una notitia da chi pensa haver merito nelle sue carte, benche sia certo di non poter estrarne altro, che un tozzo muffo, non bastevole à satiare in esso il vacuo d’una curiosità affamata.

L’altro lume è saper scrivere; e questo è quasi più importante dell’haver veduto, per avventurarsi alla Gloria; mà come possono hoggi accreditarsi i fatti, se non ha credito il nome di chi li narra? In Europa son chiari gl’Historici, veridiche le relationi, onde avviene colà à i Lettori, come qui a’ Medici, che all’hora s’accertano della verità de’ mali, quando è loro nota la natura del temperamento. In Asia non và così. Non son noti gl’Historici nelle notitie; e pensano di notificare le notitie in essi. Se la casa hà i puntelli deboli, o rumose le strutture, mal può [p. 167 modifica]accertarsi di stabilità chi v’habita. In bocca d’un Catone Uticense anche le menzogne si sarebbono accreditate in Roma; perche il testimonio era classico. 101 Un Tacito, che da Tertulliano hebbe di bugiardissimo il titolo quante penne fà parlar di sè, & a quanti fà citare i suoi Testi, come sogli di Sibilla? Non v’è chi reputi intieramente veridico Livio, e pur l’Arte della sua penna fè parer veritiere le menzogne, immortale l’Artefice. Fin dall’estrema Gade vennero huomini, più a veder l’imagine dello Scrittore, ch’ad investigare la verità dello scritto.

Niuna cosa si cita hoggi ne’ fogli de’ letterati con maggior fondamento; che un evento Historico; perche non hanno gl’huomini la più facil via, per governar la vita, che la cognitione delle cose seguite, ma con che fronte potremo noi citar alla luce un fatto; se il Dicitore nella luce stessa delle stampe è oscuro; e se pur vi risplende è moribondo il suo lume? Conclude dunque esser non meno ridicolo attestar hoggi la vile autorità d’uno di questi 102 Proletarij Scrittori, di quel che farebbe in caso di Toscano Vocabolo addurre l’esempio d’un cotal ser Luca da Panzano, ò ’l trattato di Frà Iacopone da Todi, con un profluvio di Volgarizatori, che non havendo nè nome, nè fatti, può [p. 168 modifica]esser dubbio appresso molti: se siano stati huomini. Insomma mal potrebbe nelle conversazioni conseguir titolo di Civile, chi citasse l’Autore d’un Historia, che non fù mai Canonico.

A pena s’era taciuto Stamperme, che Rorazalfe addocchiando dalla finestra due Romanzieri di quei tempi, proruppe impetuosamente così.

E Che dicemo Amici, DE’ ROMANZIERI DELL’ASIA? Una volta in Grecia rumoreggiava una ventosa, e loquace dicitura, che d’Asia derivar si disse. 103 Nuper ventosa est haec & enormis loquacitas Athenas ex Asia commigravit, animosque iuvenum ad magna surgentes veluti pestilenti quodam sidere afflavit, disse Petronio.

L’ambitiosa turgidezza di quello stile non fù lodata in Marcantonio, che usavala: perche, come Plutarco disse. 104 imitava i suoi costumi, ch’eran gonfi, lascivi, e pien di boria. Fù osservato all’hora da’ Savij, che la lettura di quelle Asiatiche frasi stancava, e confondeva i Lettori, e ch’eran simili quei periodi à certi viaggi lunghi, che dall’un luogo all’altro si fanno, senza trovarvisi interpositione d’Albergo, ond’è necessario, per non istancarsi, far posata in campagna. [p. 169 modifica]Si vede hora, che gl’ingegni hanno anch’essi le loro mode, nelle quali la nuova fà odiar la vecchia, lo stile Asiatico, e lungo de gl’Antichi era una Toga con lo strascio, che più valea ad intricare i piedi, ch’à far vedere le simmetrie della vita. Lo stile conciso de’ moderni è un habito succinto co’ trinci, migliore per pigliar aria, che per accostarsi al busto: insomma 105 nil medium est.

In questo solo direi più accettabile l’antico habito del moderno. Nell’antico, come copioso, poteva il Mastro ristringer la forma; mà nel moderno, come manchevole, non havrebbe campo di dilatarla; così anche l’huomo, ch’è usato à far lunghi passi; saprà accorciarli in un tratto: mà chi non mosse mai pedate, se non tra’ ferri, non saprà di subito adattarsi al corso s’è libero.

Seneca hebbe opinione, che nella diversità de gli stili più, ò meno contratti si dovesse servir al genio delle Nationi, & egli fù uno di quelli, che per piacer à Roma 106 interpungere consuevit, e soggiunge. Oratio proferatur malo, quam profluat. Gli appetiti del secolo non devono esser di febricitante mà di sano; perche 107 docti rationem artis intelligunt, indocti voluptatem, disse Quintiliano: nè concludendo, che lo stile impuntato de’ Moderni possa [p. 170 modifica]spuntar l’applauso de’ Savij, mentre incontra per l’appunto il genio di molti; perche talvolta 108 multis placere, est sapientibus displicere, disse Plutarco.

Le dolci dissipitezze de’ nostri Asiatici Romanzi d’argomentano dalle forme, usate dalla più parte de gli Scrittori, i quali non imitando in quest’Arte il merito d’alcuni Romanzieri Europei, ch’esemplari sono hoggi nelle memorie nostre, d’altre Idee non riempiono tutt’hora le loro carte, che di sconce descrittioni, ed inverisimili eventi.

Chi dice, che frà ’l Popolo dell’herbe i Fiori son Consoli, che gli Dei, per vedere, e non esser visti, s’affacciano à i forami de le Stelle, come à buchi di Gelosia celeste, Che il Mare è tempestato dell’amorose lagrime, perche in lui la Dea de gli Amori hà barcheggiante la Cuna. Chi soggiunge, che la sua Donna è un’Arcipelago di bellezze Che le Ciglia son due Navi Turche, perc’hanno forma di meze Lune, che il Viso è il Visir; che gli sguardi, come turbatori della quiete amorosa portan seco i Turbanti. Si ponno udire in sentimento di civili forme più barbare diffinitioni di queste? Ma torniamo alle loro spezzature.

109 Plutarco s’ingegnò difenderli, quando disse l’oratione esser come le monete, che [p. 171 modifica]tanto più vagliono, quanto in minor materia abbracciano gran prezzo: mà non pensò quel grand’huomo, che le monete, c’hanno un gran valore costretto, non facilmente in corti denari si cambiano; oltre che le moderne prose Asiatiche son come quei danari Alchimistici di Caracalla, che altro mostravano di fuori, altro rinchiudevano.

Sapete com’io chiamerei i loro stili concisi? Udite. Panni d’arazzi piegati, perche non vi si scerne estensione di Figure; ma direbbe un altro, ch’è meglio chiamarli Stili à musaico: perche le parti non son commesse, e le congiuntioni non vi fanno legatura. Potrebbono dirsi ancora, Vestiti coperti di trine; perche il fondo non v’apparisce, nè vi scerne altro che Punti; mà per conchiudere con la miglior diffinitione, dirò che lo Stille sì fattamente conciso è una carne rotta di piccatiglio commoda à mastigare, mà non già per distinguervi buona qualità di carne, se pur non dicessi, che per esser trista è buona per chi non hà denti da mormorarne; ò che più tosto fà stomaco; mentre la sua polpa è sì minuta, che par più evacuata, che da assaggiarsi.

Egideargo alla vista d’alcuni matricolati Ingegni, che givano rimenando rime sul Corso, si commosse anch’egli in tal guisa CONTRA I POETASTRI D’EPHESO: che non potendo più contenerne le Censure; prese così à dire. [p. 172 modifica]110 SEcli incommoda Pessimi Poetæ, cantò Catullo.

Varij sono i temperamenti de’ nostri Effesij verseggiatori. Alcuni che di Diarrea patiscono, vogliono d’Improvisatori il titolo; nè sanno, che l’acque impetuose menano arena, ò loti.

111 — — — in hora sæpe ducentos,
Ut magnum, versus dictabat stans pede uno,
Cum flueret lutulentus.

Disse d’uno di questi cotali Horatio. Un certo Crispino Poeta verboso sfida Horatio, non à far versi migliori, ma di più numero.

112 Detur nobil locus, hora,
Custodes, videamus, uter plus scribere possit.

Cede Horatio alla disfida, mà così rispondeli.

113 — — — Di bene fecerunt, inopis me, quodque pusilli
Finxerunt animi, raro, & per pauca loquentis;
At tu conclusas hircinis follibus auras,
Usque laborantes, dum ferrum molliat ignis,
Ut mavis, imitare.

La prestezza non giova, che in saper prender l’occasione, la qual s’offre, e fugge in un punto, nelle Arti la prestezza è cieca, e [p. 173 modifica]manca di senno. La Natura più tempo pone in produrre gli Animali di lunga vita, che quelli di corta; così fà anche nelle piante, e però la fragil Bieta presto nasce, & il durevole Busso cresce à lungo tempo. 114 Cito faciendo non fit, ut bene faciamus? bene faciendo fit ut cito, disse Quintiliano.

Nella Poesia, quegli huomini, che sanno poco, amano il molto, benche non buono. Quei che sanno molto, s’appagano del poco, pur che non sia malo. Nerone che volendo improvisar una volta disse quello sconcio verso, citato da Persio.

115 Terna Mimalloneis implerunt cornua bombis.

Fra le inettie de’ suoi passatempi, disse Tacito, 116 si dilettò anche l’improvisatori, i quali supplivano alla parole, da lui proferite, per farne il verso,

Sono anche hoggi frà noi alcuni secchi Cervelli, le cui Poesie paiono scheletri; perche non v’è nè imagine, nè polpa. Dicono di seguir lo stile del Petrarca, ma ò non sanno imitarlo, ò non devono.

Non sanno imitarlo; perche ne prendono la purità, non i candori; la natura, non l’artificio, la materia, non la forma, & imparano nel suo passeggiar poetico l’andamento de’ piedi, non l’aria del volto. Non devono imitarlo, perche la virilità del [p. 174 modifica]nostro secolo, non più discepolo in quest’arte, come quello era, appetisce forme più maestose, e più scaltre. Se ’l Petrarca frà noi si trovasse, credetemi, che ò resecherebbe molto da quelle antiche maniere, ò giugnerebbe grado, con le inventioni moderne, alla gloria, ch’egli acquistò singolarmente in quel rozzo secolo con le sue ingegnose colture. Potria dirsi di lui quel che Horatio soleva dir di Lucilio.

117 Si foret hoc nostrum fato delatus in aevum,
Detereret sibi multa, recideret omne, quod ultra
Perfectum traheretur.

E perche troveria hoggi in comporre assai maggiore la fatica di quel che si trovasse all’hora, anch’egli

118 — — — In versu faciendo
Saepe caput scaberet, vivos & rederet ungues.

Insomma di queste antiche rozzezze, à cui mancano delle moderne maniere i culti, può dirsi quel che rispose ad un Poetaccio Teocrito, cioè, ch’altro non può piacere ne’ lor versi, se non quel che manca. Chiamano arditezze le forme nostre, e modestie le loro; nè s’avvedono, che per deformità di volto son forzati à difender la purità del loro stile; nella guisa, che le Donne all’hora son più honeste, quando [p. 175 modifica]son più deformi; e però avviene anche alle loro poesie, come à Donne tali, che se son buone, son per sè; se son brutte, non son per altri.

Queste accennate maniere di verseggiare, prosequì impatientemente Stamperme come da pochi accettate, s’odono hoggi in poco numero; mà il ridicolo consiste nello stile più praticato de’ moderni, che com’herba inutile, và spontaneamente germogliando ogni dì da’ cervelli inculti dell’Asia. Scemerò io in gran parte la fatica, intrapresa da Egideargo di motteggiarne.

SOn certi Ingegni hoggi frà noi, che per non gir dietro alla maniera de gl’Italiani Poeti, ne’ quali ha grado di eccellenza quest’Arte, vogliono in tal guisa co’ loro aerei trapassi precorrerli, che son forzati i lor metri a divenir oggetti invisibili delle curiosità ingegnose. Affannano tutt’hora le loro poetiche industrie in descrittioni frivoli, come quei Scultori, che perdono tempo in iscolpir capeli, à cui fa pelarella il Tempo.

119 Æmilium circa ludum faber imus, & ungues
Exprimet, & molles imitabitur aere capillos,
Infelix operis summa.

Nello loro publiche radunanze non di altro cinguettano, che di minutie: com’ [p. 176 modifica]eran quelle, in cui soleva Tiberio esercitar i Grammatici. Qual fusse la Madre d’Hecuba, e qual nome hebbe Achille, quando fù ascoso in habito di Donna, ò pur patiscono di quel morbo, conosciuto ne’ Greci da Seneca, ch’era di sapere, 120 qual numero di Remiganti havesse Ulisse, e se prima fusse scritta l’Iliade, ò l’Odissea.

Hanno questi tali un stile così arrischiato, che fà compassione à vederlo. Paiono coloro, che sù la corda caminano, son cotanto nelle arditezze intrepidi, che fanno inhorridir chi li vede; anzi inducono nello spettatore quella tema, che dovrebbono haver essi. Chiamano più mirabili, quelle frasi, che son manco sperate, e più degno di lode quel concetto, ch’è più ardimentoso. Persio havrebbe chiamate le lor forme.

121 robusti carminis ossas

o pur detto havrebbe, che

Scloppo tumidas intendunt rumpere buccas. I lor versi, tra’ quali 122 ne carmen quidem sani colori enituit, direbbe Petronio, hanno più belletti, che bellezze; e le parole crestute, che usano, sono oltre la conditione humana temerarie: perché, ò son create, ò risuscitate, diceva Lipsio. 123 Pigmenta quaerunt, & adscititios fucos: & ab Ennio usque, Pacuvioque demortua verba; si può dir loro, come disse Apelle ad un Scolare, c’haveva dipinta [p. 177 modifica]Helena più ornata d’oro, che di buon disegno, non sapendo ritraerla bella, la facesti ricca. In fatti le lor opre tutte son parti senza concetto, pesi fuor di bilancia, fabriche senza archipenzolo; e come disse Caligula di Seneca, arena senza calce.

Descrive l’ignoranze di costoro un Poeta di moderna Moda in una sua Ottava quadrimetra, e dice così.

UNa razza arcipazza in piazza gira,
     Di stralunati Vati, e nati bassi,
     Ch’irne avanti co’ canti à tanti aspira:
     E col tetro suo metro a dietro stassi,
     Tirar genti saccenti, intenti han mira,
     E sol tira lor lira ira di sassi;
     E a l’hor, che fuor canti han d’amor produtti
     Il suon d’un buon grugnon chiamano tutti.

Ridevasi apertamente della bislacca ottava, quando Egideardo, per terminare de’ citati Poeti il giudicio, così ricominciò à ragionare.

Volete udir delineate per l’appunto le turgide ampolle de’ Poeti nostri, & mellitos verborum globulos, come di quei suoi Scrittori motteggiò Petronio? Non vi spiaccia sentire questa nova Satiretta contra essi.


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IL PEGASINO


SATIRA.


SOpra il Groppon d’un Asinin Pegaso
     Giunser l’altr’hier con rimenate some
     Certe bestie Poetiche in Parnaso.
Febo pregai, che m’accennasse, come
     Si chiamavan costor, ma disse irato,
     Non sai tù, che non han gli Asini il nome?
Sembran questi un somar, c’habbia inchinato
     Il Capo al rio, ch’apena poi vi tiene
     L’ombroso labro suo l’orlo ammollato.
Nessun di lor ne le Castalie vene
     S’è tuffato giamai; ma bevon solo
     Col preputio di un labro in Hippocrene.
Tutti in luce di Stampe amano il volo,
     Per non parer a l’Asina simili,
     Ch’ama ne’ parti suoi l’ombre di un suolo:
Fondan l’honor de gl’Hiperbolei stili
     Ne’ versi molti, e veramente suole
     Contar il pover huom bestie in ovili.
Bagnar dentro il Ruscelli ogn’uno vuole
     Le sue rime Stivali, e nel viaggio
     L’Elucidario sol serve di sole.
Vanta la frase lor, vanta il linguaggio
     Bombardante fragor, turgido bombo,
     Voci sesquipedal, tuoni di Maggio.

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S’io chiamo il verso lor rotto di lombo,
     Se contra i piedi suoi Satire impugno,
     Di queste in onta mia sento il rimbombo.
S’io dasse lor per ogni error un pugno,
     Non saprei giudicar, chi stasse peggio,
     O man indolita, ò il pesto grugno.
'Quando a qualche Guerrier muovon corteggio
     D’armate lodi, in su gli Etherei palchi
     Con traslati cotal fanno un passeggio.
Il tuo merto guerrier l’Etra cavalchi,
     Né provi mai, col raggirarsi a tondo
     De la Dea Libitina i Catafalchi.
Se scopia il labro tuo tuon furibondo,
     Terremoto di tema Africa n’habbia;
     E a’ bronzi tuoi serva di palla il Mondo.
Catenata sia l’Asia, e pien di rabbia
     Frà i suoi Trionfi Baiazetto hostile
     Chiuso ti segua in Tamburlana gabbia.
Scorrano l’Arme tue da Battro a Thile;
     E ’l suo cretoso, ove approbaste antenne
     Mandi a Roma à donar some di Pile.
L’Inventario de’ merti in dì solenne
     Legga tua Fama; e spenacchiando l’ali,
     Doni à i dotti Scrittor mazzi di penne.
E se vede, che chiudi i rai vitali,
     Sterpi da sè le piume sue più fine,
     E per requie tua formi i guanciali.
Hor non mertan costor Cavoli al crine?
     O de’ Cavoli almen suggere i brodi,
     Fetido honor de le Febee cucine?
Ma udite ancor questi arrischiati modi,
     Quando co’ lor poetici furori,
     Di Beltà feminil stupran le lodi.

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Latti rose bellezze, à i vostri honori
     Su queste vie, dove il bel piè sen varca,
     Polvere sia d’inceneriti cuori.
I bei crini di voi filò la Parca,
     Di pel di Frisso, ò i vostri crini hà tocchi
     Per donarvi un Perù, Frigio Monarca.
Se battaglia è un Amor, forz’è che scocchi
     Fieri colpi di Sagro il guardo vostro,
     Perche polver è l’huom, foco i vostr’occhi
O pur dirò con più lodato inchiostro
     Che del Carro di voi Fetonte Auriga
     Sdrucciola scorrerie sul petto nostro.
N’andreste in Ciel su l’Apollinea biga;
     Mà farebbe litigi il vostro seno
     Frà i suoi candori, e frà la lattea riga.
Anzi al vostro apparir tosto sia pieno
     L’invulnerabil Ciel d’alme ammalate,
     E le cure del Ciel nega un Galeno.
Havreste colà sù regie pedate;
     Ma di voi vergognosa andria Ciprigna
     Ch’ella à rete fù presa, e voi pigliate.
Udiste vena mai così benigna?
     E non deve a costoro esser permesso
     Nel Permesso Febeo serto di Vigna?
Ma già che i Versi lor lodano il sesso
     Di Citherea n’habbia il Marito cura;
     E sia foco, e Vulcano oggi uno stesso.
Non perche sia Pindarica fattura,
     Ne’ versi lor: mà perche sono i rei
     Pindari nel morir, provino arsura.
Qui conchiudete voi spirti Febei,
     Che questi Autor di metriche molestie
     Son bestie, da tirar risa d’Orfei.
Son Orfei, da tirar morsi di Bestie.

[p. 181 modifica]Parve à gli Uditori della Satira, ch’Egideargo l’havesse molto ben sonata à i Cantori Pegasini; ond’hebber tutti un insolito compiacimento della meritata censura; mà perche i Soggetti della maldicenza crescevano al sommo, parendo a’ Dicitori più numerose le follie humane di quel che si fussero l’hore, che a raccontarle porgevan agio, Stamperme spiegò nelle sue diffinitive decisioni i Processi universali delle moderne stoltitie, e così conchiuse.

SOn tanti gli Argomenti per le nostre Satire, Amici, che ben poss’io nell’Epilogo d’una sola restringendoli tutti, conchiudere questa sera con Horatio quel detto,

124 — — — Huc propius me,
Dum doceo insanire omnes, nos ordine audite.

Sù la prova di questa Horatiana propositione hò in mente una nuova, e non insulsa Satira d’un Italiano Poeta, ma perché l’hora è tarda; e l’ombre della sera c’invitano à goder quei refrigerij, che ci negò il giorno, usciamo alquanto verso la spiaggia del Mare: che se la memoria non mi manca, farrovvene una ridicola narrativa in camino.

Uscì con la Brigata Stamperme, & a pena della sua Magione era fuori, che stimolato al racconto della promessa Satira, ne fè tosto a piano passo un disteso spiegamento di tal tenore.


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LA PAZZIA


SATIRA.


Huc proprius me, dum doceo insanire,
     Omnes, mondani Popoli vi chiamo,
     Cantò già in Roma un Sonator di Lire
Che tutti habbiam del pazzo tronco un ramo
     Cantar vo anch’io su la Follia mondana.
     State attenti, Signori: e incominciamo.
Canterò d’uno stuol, ch’a la fiumana
     Crede andar in Cesena, e par che guazzi
     Del Frigio Gallo entro corrente insana.
Punta da l’Estro Inachio, alza schiamazzi
     Musa, in cantar pazzie; che ben conviene
     Furor di vena entro il furor de’ Pazzi.
Sian de’ fusti d’Anticira ripiene
     Spetial Botteghe, e Machaone dia
     Con gli Ellebori suoi purga à le vene.
Com’appunto sen và gente per via,
     Chi sù, chi già, chi và a sinistra, ò a destra,
     Così ne’ morbi suoi varia è pazzia.
Altro è pazzo in Cortile, altri in finestra
     Chi per angusti vicoli si perde:
     Chi s’impantana in sù la via maestra.
Molti rami à Pazzia, suo tronco verde
     Ha frutti sì; ma non maturan mai:
Nè per freddo, ò calor la foglia perde.

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Nè tanti Corvi hanno i German Febrai
     Nè là frà gl’Indi in tanta copia stanno
     Remora de’ Navilij, i Baccalai.
Quante carche di seta, ò rozzo panno
     Manda à noi nel meriggio, e ne la sera
     Flotte di Mattutin l’India de l’Anno.
Matto al lume son io, matto a la cera:
     Ma quanti esser dicean Bellerofonte,
     Che poi la testa lor tutta è Chimera?
De l’humane stoltezze il primo Fonte
     Vò che tù, Musa mia, con l’indovina
     Facondia di Cassandra, altrui racconte.
Nè star a dir, ch’ad esser matto inclina
     Ciascun; perchè ciascun figlio è del Sole
     C’ha l’origini sue da una Mattina.
Altro saper, ch’equivoci vi vuole,
     L’ingegno tuo, ch’anco ne’ Ciel penetra
     Più fondata Ragion tolga a le Scole.
Di Iapeto il figliuol, che Geometra,
     fù del fango humanato, e a dargli vita
     Fe’ del natio color furto ne l’Etra.
Perche Natura ancor, ch’a senno unita,
     Ne gli affetti comun Bestie pareggia,
     Fe’ con l’esempio suo l’opra fornita.
Far vuole un Rè, che di ragion la Reggia
     Quasi Bruto abbandoni; e con rapine
     Segreto appaia ingoiator di Greggia.
E vicino a l’Ovile, in cui ferine,
     L’orme talvolta un Licaone imprime
     L’arti ritrae d’inclination Lupine.
Far vuole un huom, che con dentate rime,
     Perche dorme il Pastor, latra à chi fura
     E d’accorto Mastin gl’empiti esprime:

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Far vuole un huom, che libertà non cura
     Bench’a giogo servil trovisi avvinto,
     E da Toro arator flemme procura.
Far vuole un Huom, che per Cugino estinto
     Sul cadavero d’or faccia un Macello
     E da Corvo Neron copia un istinto.
Far vuole un Huom di stupido cervello,
     Che di Scettro Baston nato è Vassallo,
     E d’Asinina Idea stampa il modello.
Far vuole un Huom, che per soave fallo
     Corteggia i rai d’un mercenario Ciglio,
     E ‘l cor gli dà d’effeminato Gallo.
Far vuole un Huom, ch’a un minimo bisbiglio
     Fà de la tema sua sprone al calcagno,
     E la vil codardia toglie al Coniglio.
Far vuole un Huom, che per tirar guadagno
     Spesso dal naso suo mosche si scaccia,
     E gl’imprime in natura arte di Ragno
Supposto homai, che bestiale traccia
     Segua chi nasce, in prova mia rispondo,
     Che chi bestia imitò, matto si spaccia.
Homero anch’ei stese da l’alto al fondo
     Catena indissolubile, e fatale,
     Perche merta catena un matto Mondo
O vecchio è il Mondo, ò infirmità l’assale,
     Se vecchio egli è, qual rimbambito è insano
     Se infermo egli è, fà delirarlo il male.
È ver, che alcun di questa insania è sano,
     Mà è sol Colui, ne la cui statua un Giove
     Diè con lo spirto suo l’ultima mano.
Che s’a pena potean di savie prove
     Sette in Grecia vantarsi, imaginate,
     Quanti s’udian sciocchi Margiti altrove

[p. 185 modifica]

Ma già ch’io vi contai le più probate
     Ragion, c’havesse mai Secol vetusto,
     Di nuove teste homai testi restate.
Dove nacque Pazzia, non si sà giusto,
     Ma benche sia d’origine ferina,
     Molte Città d’esserle Patria han gusto.
Molte fur quelle ancor, che a la divina
     Musa del Greco Homer parria sì fero
     E tutte in litigar giro in ruina.
E perche nel poetico mestiero
     Senno non è senza pazzia, ch’ancora
     Non è senza bugia Poeta vero.
Racconta un certo Autor d’arte canora,
     Che la Pazzia com’a una Savia avvenne
     Dal Ventre di una Testa è uscita fuora
Narra Costui, che la pazzia sen venne
     Di una Donna in balia, Corte chiamata
     Che in officio di Balia la mantenne.
Soggiunge poi, che la Pazzia sia nata
     Dal Capo di un Poeta sì meschino,
     Ch’a pena havea d’uno Spedal l’entrata
 Qui manca il Testo intiero del Lambino;
     Però ch’un certo Sorcio maledetto
     Fece il vero carattere rosino
In questo Foglio si legge imperfetto
     Un nome d’Alessandra, e se non sbaglia
     Dice, Alessandra a lui diè Casa, e letto
Ma par, ch’un altro Interprete prevaglia,
     E per la casa, e letto del Poeta
     Intenda un’Alessandria de la Paglia
Quì comprender si può, perc’han moneta
     Più de’ Poeti i Pazzi, e perche resti
     Frà Poeta, e Pazzia vario il Pianeta.

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E quì concludon de’ moderni i Testi,
     Che mancano à i Poeti i Mecenati,
     Ma non mancano i Piladi à gli Oresti.
Narra un dotto però, fra i più lodati,
     Che la prima Pazzia nacque da’ Numi
     Perchè fatuo in latin nome hà da’ Fati.
Febo fu il primo pazzo egli i costumi
     Mostrò primier d’infuriato Amante,
     Quando in Dafne corrivi hebbe i suoi lumi.
Dopo il diluvio il Sol le pazze piante
     Mover s’udì, perc’havea d’oro il raggio
     Al ratto altier d’un feminil sembiante.
Così d’Amor dentro il focoso oltraggio
     Fù la prima stoltezza, e ’l Sol che crea
     N’accese poi tutto l’human legnaggio.
De la prima Follia, qual da una Idea,
     Naquer ne l’huom molti insensati istinti,
     Che non van le Pazzie tutte à livrea.
Da radice cotal nacquer distinti
     Nel tronco d’un cervel rami di mali,
     Morbi, usanze, delitti, e laberinti.
Per accennar le pazze Usanze, e quali
     Più ridicole mai s’udir di queste
     Nate per non morir, mance natali?
Sorelle son di Saturnali feste,
     Ch’anco in Decembre il Popol di Quirino
     Serve de’ piedi suoi facea le teste.
A le mance volgar, disse un Latino,
     Diè nome un Huom, che in maneggiar l’Impero
     Di Roma, riuscì molto mancino.

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125Questi à i Roman quasi novel Staffiero,
     Ordinò che le mance, e ne fè bando,
     Gli portasser de l’Anno il dì primiero.
S’è convertito poi l’uso in comando;
     Però vediamo i Natalitij argenti
     Ne le nuove Calende andar calando
Mà se i grandi passati, havean presenti,
     Hoggi turba servil ne fà rapine,
     Sì nel mar Cortegian girano i Venti.
Come le Nevi che sù cime alpine
     Da nube di Gennar scarica l’Anno,
     Sù le basse Valee scorrono al fine.
Così l’alte venture hoggi si danno,
     Eminente Padron pria le possiede,
     Poi sù feccia di merti à posar vanno.
Una volta un Signor à un Pazzo diede
     Certa untione odorifera da testa;
     E ’l pazzo humor tosto se n’unse il piede.
Perche, dicea, se ne i capelli hò questa
     Untion, l’odor và in sù: se à basso m’unto
     S’erge al naso il Profumo: e al piè mi resta.
Così dirò di queste mance appunto,
     Son fatte al capo, è ver, ma il fiato loro
     Sul naso dà perche pedestri han l’unto
Ecco un’altra Pazzia, c’hoggi è Decoro
     Chi fà il mestier de la Segretaria
     Dà buone Feste altrui col suo lavoro.
Dona quel, che non hà per cortesia,
     Fà cortesia, per esser importuno,
     E pronostica altrui, per dir bugia.

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Di tutti i ben fa pieni i voti ad uno,
     Mentre il meschin di simili presenti
     Più del voto Signor sempr’è digiuno.
Fà la rimessa di mille contenti,
     Quasi fusser le Stelle, un matto disse,
     Del gran bancon del Ciel Zecchini ardenti.
E perch’a forza i vani auguri scrisse,
     Fede non scrisse mai, pari al desio,
     Ma profetò quel ben, che maledisse.
Ecco un’altra sciocchezza un Padre, un Zio
     Mi muore, e vuol l’usanza delle Corti,
     Ch’io vesta di Cottone il dolor mio.
Vorrei saper perche convien, che porti
     Vestimento da Morte un vivo herede,
     Se si spogliar la viva veste i Morti?
E già che il Morto i beni suoi mi cede,
     Perche dee scorrucciarsi il mio vestire
     Se cagion d’allegrezze altri mi diede?
E perche deggio in sacrificio offrire
     La comprata baietta ad huom che mora
     Mentre sò, che non è baia il morire?
Dirammi alcun, che compra tal s’honora
     La perdita del sangue, e non pon mente,
     Che i miei denar sono il mio sangue ancora.
La maggior parte de l’humana gente
     Più lagrima le spese, che la morte,
     E perduto denar più che parente.
Mà udite una pazzia di un’altra sorte
     Consegnar al Barbier mento barbato,
     Per comparir, qual Galeotto, in Corte.
La Natura col pel senno ci ha dato;
     E par che l’Huom di barba si quereli;
     Quasi un gran Barbarismo in lui sia nato.

[p. 189 modifica]

126Furono già sotto gl’Ausonij Cieli
     Trecent’anni le Barbe, e finalmente
     Venne Sicilia a muover guerra a peli.
Per guadagnar denari, acciar radente
     La Sicilia portò; che tanto è dire,
     Buscar denar, come spelar la gente.
Benche, con barba il Becco hoggi si mire,
     Non mi dite, che possan gli ammogliati,
     Se gran barba han sul mento, honor mentire.
Perch’io dirò, che senza barba nati
     Son anco i Becchi, anzi i bambin Caproni
     Nascon prima cornuti, e poi barbati.
Dite pur ch’è pazzia farsi Garzoni
     Non d’età, ma di peli, e doppio danno
     Pagar Barbieri, e far di Lana i doni.
Vivon meglio le Pecore, ch’ogn’anno
     Solo in Calende tepide son tose;
     E per premio al Barbier la lana danno
Si potrebbon portar barbe pelose;
     Mà da’ Censor si chiameriano oscene,
     Già che frà i pel son le Vergogne ascose.
Solim Imperator dicea. Fò bene
     A portar fra i Ministri il mento raso,
     Perch’altri per la barba non mi mene
E pur hoggi fra noi vivono a caso
     Sì polite politiche, che ancora
     Chi non ha barba, menasi pel naso.
Una certa Pazzia Nasi innamora,
     Che nome hà di tabacco, e a mio giuditio
     Già da l’urna dei mal trasse Pandora.

[p. 190 modifica]

È medicina, e non fà mai servitio,
     Non fà servitio, e a chi la piglia è grata,
     Grata è per uso, & usasi per vitio.
A lordar Nasi, e fazzolletti è nata,
     Però scerner non sò se più conviene
     A i Nasi, ò ai fazzoletti una bucata.
Come in suol polveroso ondose vene
     Piovon dal Ciel, così dal naso esclusa
     Sù la polvere sua la pioggia viene.
S’a sgravar il cervello un huomo l’usa,
     Ragione non havrà, mentre si lagna,
     Che leggier di cervello altri l’accusa.
Sempre cola un humor, che il labro bagna;
     Ond’io non so, se magni, ò cachi il Naso,
     O faccia colation Naso, che magna.
Ecco un altro morbin, ch’esce dal vaso,
     Vi son certi hoggidì, vaghi di Nuove.
     Che de le cose altrui fanno un gran caso.
Sentir vorrian vittoriose prove
     In chi non usa lor mai cortesia,
     E in chi non l’odia mai, perdite nuove.
Mai non vider Monarchi, e benche sia
     Da sconosciuti Principi negletta,
     Li regalano ogn’hor di simpatia.
Quando giunge il Corrier vedesi in fretta
     A bocca aperta un flusso di persone,
     Correr quasi Gazzotti a la Gazzetta
Se la nuova è conforme a l’intentione,
     Crescendo il polso a le Vittorie fiacche
     D’una Chiavica fanno un Torrione.
     Altre verrà con le sue Nuove stracche,
     Che ’l Maresciallo a prese mille picche
     Con sei Cornette, ò Corno, che l’ammacche.

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Altri dirà, che il Duca d’Ostericche
     Hà rotti i Fanti, e la Cavalleria
     Col Capo, ò la capezza, che l’impicche
Se fusse verità tanta bugia
     Di rotti Fanti, & huomini da sella,
     Sarebbe ne’ Braghier la carestia.
Ma se per sorte è infausta la Novella,
     Quel Poeta somigliano romito,
     C’hà robba in capo, e vota la scarsella.
Meritan tutti insomma il ben servito,
     Che ad Olindo già diè Mastro Torquato
     O non visto, o mal noto, o mal gradito.
Chi si mostra amator d’altri, ò sdegnato
     Senza ragione è matto, e molto più
     Hà di Fera, che d’Huom senso impastato.
Il Politico è come la Virtù,
     Che secondo il parer d’huomo, che sa,
     Di due cose contrarie fatta fù.
Verbigratia la Liberalità,
     Che più non s’usa al mondo d’hoggidì,
     Frà lo Spilorcio, e ’l Prodigo si fa.
Il politico ancor fatto è così,
     Frà due contrari il Genio suo discreto
     Fassi mirabilmente un terzo chi.
Un esempio vò dar, benche faceto,
     Liquida nemicitia è sempre stata
     Fra l’Olio tardo, e ’l furioso Aceto;
E pur si vede, ch’a la mescolata
     Di questi humor, che mai non sono uniti
     Si concia de l’Italia l’Insalata.
Ma già che a dir d’altri cervelli i riti
     Vi vuol gran tempo, in pochi verbi io narro
     L’infinite Pazzie ne gl’infiniti.

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Sentir gran freddo, e sberrettare un Carro
     Di Cavalier, che passano per via;
     E pigliar per creanza un buon cattarro.
Nel gir per strada, pretender ch’io dia
     Precedenza di Muro à le persone,
     Mentr’è d’altri la Casa; non la mia.
Nè ponderar, che questa conditione
     Di preso muro il Passaggier non merta
     Mentre d’huomo, che piscia, è pretensione.
Non esser noto, & anhelar l’offerta
     D’un Signor Illustrissimo sul Piego;
     E ’l Titolo voler, sù la coperta.
Farei distintion sopra il sussiego,
     Coperta à un Pazzo, concedo, a un oscuro
     Assegnar l’Illustrissimo lo nego.
Senza mai studiar tempo futuro
     Goder tempo presente, e solo amare
     Con l’optativo i modi d’Epicuro.
Fra l’infinito al verbo consumare,
     E non saper, che si Declina il mondo,
     Quando non v’è da ber, nè da magnare
Tutto haver ne’ piacer l’animo immondo:
     Nè ponderar, che in dolce humor di sciamo
     S’attinge un dito, e non si tuffa al fondo.
Emular per honor Cabbalo infame
     Entro un lusso ghiotton, ch’oro disperde
     Nel gusto altier d’ambitiosa fame.
Nè saper, ch’ogni cibo al fin si perde
     Dentro i Letami; e s’ha da Rege i fasti
     Il Rege è quel, che si chiamava Smerde.

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Dare a la fame sua sordidi pasti:
     Per non far col rumor d’un pagamento
     A Moneta, che dorme, i sonni guasti.
Crescer guadagni, e haver canuto il mento
     Qual Pellegrin, che sù la meta voglia
     Proveder di viatici il momento.
In volontario laccio Huom, che s’ammoglia,
     Imprigionar la libertade; e fare
     Di Consorte Galea schiava una voglia
Montar Pegaso un Huom, che maneggiare
     Non sà la briglia: e creder fra i Poeti
     Gir in Parnaso: e poi per naso andare.
Consumar di sua vita i giorni lieti
     Fra le guerre amorose, e haver sepolti
     In Tromba feminil tutti i segreti.
Spender tempo, cervello, e soldi molti
     Di meretrici Arpie dietro gli amori,
     C’han mani occhiute, & acciecati i volti.
Con affetti affettati haver humori
     D’invaghir Dame; e in far da Ganimede
     Puzzar d’Hircania, e haver d’Arabia odori.
Haver gran Libreria, nè porvi piede
     Per rivedervi a suo profitto un foglio:
     Come quel, c’ha la Gobba, e non la vede.
Comprar speranze a prezzo di cordoglio:
     Perch’habbia poi trà i Cortegiani affronti
     Imbarcata Ambitione urti di Scoglio.
Merto Pigmeo, che in gran fortuna monti,
     Andar superbo, e non saper che i Nani
     Non ponno esser Giganti sopra i Monti.

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Haver Seneca tutto per le mani?
     Nè saper poi, quando una lingua abbaia
     Che mordon sol gli sconosciuti i Cani.
Certe parole di tela Cambraia
     Mostrar ne le promesse, e tosto vario
     Far opre di Puzzol, voci di Baia.
Cinque officij voler per un salario;
     E per vestir la pelle d’un Padrone;
     Starsi dishumanato un Segretario.
Bandir fiasco da mensa, e a discrettione
     Star d’un Coppier flemmatico, e volere
     Patir di sete per riputatione.
Ma son pur pazzo anch’io, meglio è tacere,
     Parlar poco del molto è una follia;
     E i capi human son di follie miniere.
Frà le Turbe che passano per via,
     Poche danno hoggidì saggio di sagge,
     E chi fà da Sennucio, hoggi è Mattia.
O fortunate voi Fere selvagge,
     Che sotto i Padiglioni de le Stelle
     Premete i Matarazzi de le piagge.
Voi fortunate Pecore, & Agnelle,
     Senza che la misura vi pigliate,
     Nascete con le gonne de la pelle.
Se ’l Ciel vi guardi d’esser scorticate,
     Ditemi in cortesia, s’Esopo vuole,
     Qual perdita è cagion, che guadagnate?
Chi non vi fà seguir dogmi di scole,
     O stil di Corte? e chi fù in voi cagione,
     Che d’errar, di penar cor non si duole?
Chi v’hà levata tanta soggettione
     D’aprir lo Scatolin de le Creanze?
     Buon dì, buon anno, e servitor Padrone.

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Chi vi donò, frà le Cittadinanze,
     A la barba di tanti Galatei
     Il passaporto de le petulanze?
E chi dievvi licenza, ò Bruti miei,
     Che per la via, quando vi vien il bello,
     Senza tante creanze ogn’uno crei?
Sò, che voi mi direte: e questo, e quello:
     Mà vi sò dir, che ’l vostro benefitio
     È la bella penuria del cervello.
Che de l’huom criminal Fisco è il Giuditio.

Quì prorompendo in strabocchevole riso gli Amici, concordemente da Stamperme si separarono; e ciascuno di loro incaminossi in un tratto dalla sua non lontana Magione à i ricoveri.


Fine del Secondo Fascio.