Il Vendemmiatore

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Luigi Tansillo

XVI secolo V Indice:Il Vendemmiatore e La Priapea.djvu Poesie/Viticoltura letteratura Il Vendemmiatore Intestazione 24 gennaio 2012 100% Poesie

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IL


VENDEMMIATORE


DI


LUIGI TANSILLO.


I.


Giovani donne e belle, che sovente
Date a’ versi d’amor benigne orecchie,
Perchè voi siate alle mie voci intente,
4Ed io ne’ gli occhi vostri ogn’or mi specchie;
Nè di cosa ch’io veggia mi sgomente,
Le vostre e mie guerriere orride vecchie
Cacciate, prego, fuor del vago stuolo,
8Ed io con voi mi resti, ed Amor solo.

II.


    Gran maraviglia avrete, come io sia
Fatto di rustic’uom nobil poeta,
senza ber di quell’acqua che solía
12Far l’uom repente diventar profeta.
Bacco ed Amor volgon la lingua mia,
E fan d’altro liquor la mente lieta:
E perchè dal mio dir dolcezza versi,
16L’un dà il furore, e l’altro detta i versi.

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III.


    Oltre il favor ch’ho di duo numi santi,
Il qual vo’ che ’n Parnaso m’accompagne,
Quel ch’attendo da voi può far ch’io canti,
20Senza che fonte le mie labbra bagne;
Pur ch’abbia, o donne belle, voi davanti,
Non chieggio altre fontane, altre montagne:
Guidate voi la lingua, che a dir move
24Cosa che insieme a voi diletti e giove.

IV.


    Voi troverete nel mio dir senz’arte,
Ed utile e diletto non mai scritto;
Volgansi pur le più lodate carte,
28Che Italia scrisser mai, Grecia ed Egitto:
Scorte dal mio sermon verrete in parte,
Ov’è del viver vero il cammin dritto;
E, cangiando sentiero, in un momento
32Cangierete in piacer lungo tormento.

V.


    Chè troppo, con ragion, s’io ben discerno,
S’adira il Ciel con voi, donne superbe,
Che negli orti ond’ei diede a voi ’l governo,
36Languir lasciate i fiori e morir l’erbe:
Non vi dovreste lamentar del verno,
Quando voi stesse a voi siete sì acerbe:
Non si doglia d’altrui, nè si lamenti,
40Chi dà cagione a’ suoi proprj tormenti.

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VI.


    Godon le donne che son grate al Cielo,
E i cor non han, qual voi, rigidi e crudi,
Le stagion liete; e poi che neve e gelo
44Cadon su i colli, d’erbe e di fior nudi;
Non han di che dolersi, ancorchè pelo
Cangiando e volto, cangin vita e studi;
Non ha l’agricoltor di che si doglia,
48Purchè al debito tempo il frutto coglia.

VII.


    Ma chi del proprio ben nimica altera
Ne mena il tempo sterilmente tutto,
E passa autunno, e passa primavera,
52Senza coglier giammai nè fior nè frutto;
Giunta a’ suoi chiari dì l’ultima sera,
Quai penitenze, quai sospir, qual lutto
Pensate, che assalir debban costei?
56E trista dice: Oimè, quant’io perdei!

VIII.


    Credete a chi può farven giuramento,
Che stato tristo non ha il mondo ch’haggia
Pena, che vada a par del pentimento,
60Poichè ’l passato non è chi riaggia:
E benchè ogni pentir porti tormento,
Quel che più ne combatte, e più ne oltraggia,
E piaghe stampa, che curar non lece,
64È quando uom poteo molto, e nulla fece.

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IX.


    Potrei narrarvi e mille e mille esempi
Per farvi accorte più degli error vostri;
E senza ire a cercar gli antichi tempi,
68Molti ne potrei dir de’ giorni nostri.
Lasso! io so ben quai dolorosi scempi,
Benchè il contrario nella fronte mostri,
Abbia avuto ed avrò del pentir mio;
72Intendami chi può, chè m’intend’io.

X.


    Fortuna, alata il piè, calva la testa,
E con un crin davanti si dipinge,
E un vecchio zoppo che con quei si resta
76Ch’ella si lascia addietro, anco si finge,
Per mostrar ch’è fugace, e che se presta
La man, quand’uom la trova, il crin non stringe,
Ella sen va leggiera più che il vento,
80E il zoppo vi riman, ch’è il pentimento.

XI.


    Ha quel vecchio duo volti; l’un sospira
Guardando indietro il ben perduto e gli anni;
E l’altro piagne, che dinanzi mira
84Non men futuri che presenti danni:
Nella cittade, ove il desio mi tira,
Quei giorni, ch’uom fa tregua con gli affanni,
Dipinta vidi in piazza questa istoria,
88Che scolpita terrò sempre in memoria.

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XII.


    Porta dunque il pentir troppo gran pena
A chi del fallo suo tardi si pente:
Ma quella via che a tanto error vi mena,
92E fa la vita vostra alfin dolente;
È l’empia ingratitudine che piena
V’ha del suo foco l’orgogliosa mente;
Quel foco, donne mie, ch’arde quà giuso,
96E secca il mar della pietà là suso.

XIII.


    E qual’ingratitudine si vede
Nel mondo che tra noi non sia maggiore?
La terra che a dar frutto il ciel vi diede,
100Con la pioggia del dolce nostro umore;
Per colpa vostra, secca, arida siede
E nel suo seno ogni erba, ogni fior muore;
Oh quanto spiace a donator gentile,
104Veder che nobil don si tenga a vile!

XIV.


    E con lei vien, qual rea compagna mista
L’alterezza che a Dio tanto è nojosa:
Questa inasprisce voi, le genti attrista,
108E nel regno d’Amor turba ogni cosa:
Onde non pur del cor, ma della vista
Vedo alcuna di voi scarsa e ritrosa;
Ch’avendo di sue grazie il ciel sì largo,
112Bramar dovría che in terra ogn’uom foss’Argo.

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XV.


    Or che saría, se le richieste e i preghi,
Toccasser, donne, d’oggi innanzi a voi,
Perchè al voler dell’un l’altro si pieghi,
116Come toccar, già tanti tempi, a noi:
Quando vi grava, che mercè vi preghi
Un uom che v’ama sopra gli occhi suoi?
Per non piegar quei cuori aspri e selvaggi,
120Voi fareste a natura mille oltraggi.

XVI.


    L’alterezza, di voi fera tiranna,
Nel regno del cor vostro usa l’impero;
E s’or del fumo suo gli occhi v’appanna,
124Forse vedrete qualche tempo il vero:
Nè pur il corpo a servitù condanna,
Ma donne non vi fa pur del pensiero:
Qual donna un’ora del pensier dispensa,
128A chi mai d’altro che di lei non pensa?

XVII.


    Se sete al Cielo ingrate, a voi superbe,
Al mondo, ed a color che nascer denno,
Non siate sempre avare, e sempre acerbe;
132Date lor voi quel ben ch’altri a voi denno.
Avranno dunque, o donne, i fiori e l’erbe
Via più che voi ragion, pietade e senno?
Finirà dunque in voi la beltà vostra,
136Per cui si gloria il mondo e l’età nostra?

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XVIII.


    Il candido ligustro, il bel giacinto,
E tanti altri bei fior si cari a noi,
Come aprile ornerian, se all’uno estinto
140Non succedesse l’altro? Cosi poi
Che ’l bel ch’or vince, fia dagli anni vinto,
Il mondo che s’adorna oggi di voi,
Qual rimarrà, se ognuna steril passa,
144Nè del bel volto il successor si lassa?

XIX.


    Non vi maravigliate, che parlando
Di voi, donne leggiadre e valorose,
Vada vostre bellezze comparando
148Ad erbe e fior, via più che ad altre cose;
Quai fior vostre bellezze van mancando,
E son, quai fior, soavi e dilettose:
Dal vago aprir de’ fior nascono i frutti,
152E da voi, donne mie, noi siam produtti.

XX.


    Erbe son dunque e fior vostre bellezze,
E primavera gli anni ch’or menate:
Voi sete gli orti, che le lor vaghezze
156Ne’ dolci grembi vostri riserbate,
Acciò che ogn’uom vi brami, ogn’uom v’apprezze:
E perchè nell’autunno e nella state
Suo convenevol frutto ogni fior porti,
160Noi siamo gli ortolan, voi sete gli orti.

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XXI.


    Questi son que’ begli orti, e questi foro,
Che raccontan gli antichi, ombrando il vero,
Che gli arbor carchi avean di poma d’oro,
164E che le donne che ne avean l’impero,
Acciò ch’uom non cogliesse i frutti loro,
Vi tenean chiuso un drago orrido e fero.
Che se alcun mai d’entrarvi s’arrischiava,
168O il ponea ratto in fuga, o il divorava.

XXII.


    E che per forza vi si vide entrare
Guerrier, di valor pieno e di fortezza.
Ercole, credo che si fea nomare,
172Che ’l drago uccise e tolse ogni ricchezza.
Le poma d’or son le bellezze care,
Donne, che avete. il drago è la fierezza
Che dentro a’ vostri cuor chiusa dimora,
176Ed ogni bel piacer caccia e divora.

XXIII.


    Prima che ’l tempo, d’Ercole più forte,
Abbia di voi vittoria, e la beltade
Ne porti via, per farne dono a morte,
180Cogliete il frutto della verde etade.
Aprite a’ bei desir le chiuse porte,
Cacciatene di fuor la crudeltade.
Che le vostre bellezze in guardia tiene,
184E non vi fa gioir di tanto bene.

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XXIV.


    Prima che imbianchi il crin, le carni arrughe
E de’ begli occhi annubili il sereno,
Ogni donna dal cor bandisca e fughe
188Il fiero orgoglio, che la tiene a freno:
Onore e castità son ciancie e nughe
Trovate da color che potean meno,
Perchè con le paure e co’ i rispetti
192Coprisson l’altrui forze e i lor difetti.

XXV.


    Nell’età d’or, quando la ghianda e ’l pomo
Eran del ventre uman lodevol pasto,
Nè femmina sapea, nè sapeva uomo,
196Che cosa fosse onor, che viver casto;
Trovò debil vecchion, dagli anni domo,
Queste leggi d’onor che ’l mondo han guasto,
Sazio del dolce, già vietato a lui,
200Volle dar legge alle dolcezze altrui.

XXVI.


    Non avea ’l mondo allor nè MIO, nè TUO,
Fiera semenza onde ogni mal nascesse:
Potea darsi a più d’uno, a più di duo,
204Orrevol donna, senz’altrui interesse:
Perchè non avend’uom che nomar suo,
Non si potea doler ch’altri il togliesse:
Nè gían mai di piacer donne digiune,
208Poichè ogni cosa era tra lor comune.

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XXVII.


    Fean palese a lor voglia uomini e donne
Quel, che secreto appena or si conclude:
Non eran veli ancor, non eran gonne,
212Onde il bel corpo, e l’aureo crin si chiude:
Il fianco, come il volto, e le colonne
Del bel giardin d’amor si vedean nude:
Non si temean le frodi, nè gl’inganni,
216Ch’or giaccion sotto tele e sotto panni.

XXVIlI.


    Oh quanto un’uom, com’io, saría beato,
E voi, donne, in amor forse più ferme,
Se a me fosse dal tempo, e da voi dato,
220Vedervi io nude, e voi nudo vederme!
Che tal par uom gagliardo, e bene armato,
Che poi si trova debile ed inerme:
Tal donna bianca rosa e molle sembra,
224Ch’ha d’olivo il color, d’elce le membra.

XXIX.


    Se quel tempo sì lieto, e sì felice
Non può da voi nel mondo rivocarse,
A questo ch’è sì tristo e sì infelice
228Cerchi ogni saggia, quanto può, sottrarse.
Del ben che toglier qualche volta lice,
Non siate sempre a voi medesme scarse:
Togliete, o donne, il ben ch’è sì fugace,
232E sopra ogni altro a voi diletta e piace.

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XXX.


    Se, mentre il corpo è vivo, non godete,
Sperate di goder, quando egli è morto?
Quel paradiso onde voi tanto ardete,
236Che pensate che sia, altro che un’orto?
E se quest’orto in grembo a voi tenete,
A che cercate altrove ir a diporto?
A che loco cercar da voi diviso
240Se in voi stesse trovate il paradiso?

XXXI.


    Se non togliete il ben che v’è d’appresso,
Come torrete quel che v’è lontano?
Spregiare il vostro, mi par fallo espresso,
244E bramar quel che sta nell’altrui mano,
Voi siete quel che abbandonò sè stesso,
La sua sembianza desiando in vano;
Voi siete il veltro che nel rio trabocca,
248Mentre l’ombra desía di quel ch’ha in bocca.

XXXII.


    Lasciate l’ombre ed abbracciate il vero:
Non cangiate il presente col futuro;
Io di goder lassù già non dispero;
252Ma per viver più lieto e più sicuro,
Godo il presente e del futuro spero;
Così doppia dolcezza mi procuro;
Chè avviso non sarìa d’uom saggio e scaltro
256Perder un ben, per acquistarne un’altro.

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XXXIII.


    Anzi chi perde l’un, mentre è nel mondo,
Non speri dopo morte l’altro bene;
Perchè si sdegna il ciel dare il secondo
260A chi il primiero don caro non tiene.
Così credendo alzarvi, gite al fondo;
Ed a i piacer togliendovi, alle pene
Vi condannate; e con inganno eterno,
264Bramando il ciel, vi state nell’inferno.

XXXIV.


    Voi siete al mondo, voi, chi ben misura,
E non il tempo, le nimiche vere:
Il tempo rende al mondo ciò che fura;
268Quel che furate voi, non può riavere.
Oh quanto, più che voi, deve natura
Amar gli augelli, i pesci, i buoi, le fere;
Nè questi pur, ma più che voi, le piante,
272Ch’eterne serban le sue leggi sante!

XXXV.


    Co i fidi amanti lor volan gioconde
Le semplici colombe, in ciò ben sagge;
Segue l’accesa femmina per l’onde
276Il maschio pesce, ed ove vuol, la tragge;
Mugge la vacca, ed al torel risponde,
Che chiamando la và per boschi e piagge:
L’empia leonessa al suo leon si piega,
280E voi più dure siete a chi più priega?

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XXXVI.


    Io non vo’, donne, ch’egli è troppo ingiusto
Voi tanto attente al ragionar, ch’aggrada,
Che a danno del signor, ch’attende il musto,
284L’uva per terra già calcata vada:
Date gli orecchi al dir, gli occhi all’arbusto,
Sì ch’uva fuor di fescina non cada.
Che son quest’uve, se non gemme, e gravi
288Di liquori sì santi e sì soavi?

XXXVII.


    La fescina vien giù, come avess’ala,
Prendila, donna, innanzi che s’atterri:
Dimmi, giovane bella, s’unqua mala
292Vecchia, che in guardia t’abbia, uscio non serri,
Quando nel sen la fescina ti cala,
E tu con ambe man lieta l’afferri,
Ancorchè il sen ti gravi e ti percota,
296Non ti piace ella piena, più che vuota?

XXXVIII.


    Non vi credete voi, donne leggiadre,
Che la fescina sia di poca stima;
Solea lodarla, e raccontar mio padre,
300Ch’era in gran pregio a quell’etá di prima;
E che i poeti si vedeano a squadre
Far di lei versi (allor non avean rima)
Onde nomar quei popoli Latini
304Dalla fescina i versi fescinnini.

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XXXIX.


    È fescina il canestro che adopriamo
A raccor queste gemme dolci e fine:
Fescinaja è la ninfa ch’io tant’amo,
308E le rime ch’io canto, fescinnine;
Tutti dunque la fescina onoriamo
Dovunque sia, e vada alto, o giù decline:
Ecco che vien; deh prendila con ambe
312Due man, mia donna, e pontila tra gambe.

XL.


    Se la fescina mia nel grembo vostro
Non entra tutta, l’uva di fuor n’esce,
Che avanza di color, perle, ambra, ed ostro,
316E ’l buon liquor, ch’è quel che più m’incresce.
Ma torniamo a seguire il lavor nostro,
Che ad or ad ora trà le man ne cresce:
Dico in somma, che il mondo non ha cosa,
320Che non sia più di voi saggia e pietosa.

XLI.


    Ciò che d’intorno a voi, donne, miriamo,
Par che l’esempio del suo amor n’additi:
A che le selve, il cielo e il mar cerchiamo?
324Risguardate questi olmi e queste viti,
Che noi degli onor lor lieti spogliamo,
Come il silenzio lor par che n’inviti
Sempre alla vera gioja, al ver diporto,
328Dov’io con le mie voci oggi v’esorto.

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XLII.


    Se all’acqua che dal ciel per grazia viene,
La terra il grembo suo chiuso tenesse,
Quest’arbor verde che quí su mi tiene,
332Converría che seccato giù cadesse;
E se l’amata vite ch’ei sostiene
Tra le sue braccia, e notte e dì non stesse,
Questo bel frutto, o nulla o tal saría,
336Che di corlo ogni man si sdegnería.

XLIII.


    Così voi, se i bei grembi non spiegate
All’acqua che d’amor piove e discende,
Cader vedrete a terra la beltate,
340Che v’alza, ove altrui priego non s’intende.
E se alle braccia altrui non v’appoggiate,
Frutto gentil da voi nessun s’attende:
Sian di nostr’acque vostri grembi colmi:
344Siate le vite voi, noi siamo gli olmi.

XLIV.


    Quest’uva che l’altr’ier pendea sì acerba,
Ora è più dolce che del mel le canne:
Fu dura, ed ora è molle; sembrava erba,
348Ed or sembra auro, ch’uman petto affanne;
Se sempre stesse al ramo ov’or si serba,
Come il liquor daría, che lieti fanne?
Per quetar col suo frutto l’altrui speme,
352Prima da voi si coglie, e poi si preme.

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XLV.


    Rendavi la stagion dolci e benigne,
O voi, che un tempo foste acerbe e dure:
Insieme con gli arbusti e con le vigne
356L’agro de’ bianchi petti si mature;
Del color, onde Amore i suoi dipigne,
Sparga le vostre angeliche figure:
Colgasi il frutto, ch’altrui man non scema,
360E dolcemente in seno a voi si prema.

XLVI.


    Voi vedete quest’uve se son vaghe,
Che avanzan di beltà le gemme e l’oro:
Oimè, che in dirlo par che ’l cor m’impiaghe
364La pietà ch’ho di voi, sì che mi moro.
Se del futuro queste man presaghe
Non le cogliesser, che saría di loro?
Putride e marcie vedrian farsi in breve
368Dal vento, dalla pioggia e dalla neve.

XLVII.


    O donne troppo belle e troppo scempie,
Credete voi, qual jer, tali esser oggi?
Ciascuna nello specchio si contempie,
372Vedrà se il bello in lei decline o poggi:
Pria che il verno vi fiocchi sù le tempie,
E l’acqua, e il vento sfiori e sfrondi i poggi,
Cogliete que’ bei fiori e que’ bei frutti,
376Chè tosto si faran languidi e brutti.

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XLVIII.


    Perchè credete, o donne, che si nome
L’uva gentil, quando ella è vecchia, passa?
Se non per farvi accorte col suo nome,
380Che ogni vostra beltà, com’ella passa:
Beltà, che a tempo non si adopra, è come
Uva, che sovra vite ora si lassa;
Che quì marcisce, dove allor che verna,
384L’altra col buon liquor quasi si eterna.

XLIX.


    Quando l’altre dal verno son corrotte,
Questa nettar divino a noi dispensa,
Che si ripon nell’urna e nella botte,
388Come tesor, ch’è di valuta immensa,
Perchè d’ogni stagione, e giorno e notte
Or questa onori, ed or quell’altra mensa,
L’uom vil, faccia gagliardo, e ’l miser lieto,
392E svella d’altrui petto ogni secreto.

L.


    Questi arbor carchi, ch’or s’inchinan tutti,
Quasi la terra ringraziando, e il cielo,
Che gli ha col tempo a tanto onor condutti,
396Se offesi in sul fiorir da freddo gelo,
Appresso i fior non produceano i frutti,
Che pregio avrian? Tal l’ha colei, che zelo
D’amor non sente nell’età sua verde,
400E senza frutto il fior degli anni perde.

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LI.


    Non siate, donne, ingrate e neghittose,
Dove cortese e presto il ciel v’è stato:
Se siete del ben vostro desiose,
404Fuggite e l’uno e l’altro empio peccato:
Sian le campagne rase, siano erbose,
Trovi ciascuna al suo giardin beato,
Chi notte e dì s’ingegni, s’affatighi,
408Il terreno lavori, e l’erbe irrighi.

LII.


    Ed io, come un di lor che di quest’arte
Fui vago da che nacqui, e sono ognora,
E come usar si debba a parte a parte,
412A qual guisa, a qual loco, ed a qual’ora,
Per prova so, non per voltar di carte,
E che per vostro amor contento fora
Andar, s’uopo vi fosse, al regno stigio,
416M’offro ed al vostro, ed all’altrui servigio.

LIII.


    E benchè ad uom che pregio ed onor brama,
Di sè stesso parlar molto sconvegna;
Perchè la lingua, ove il cor teme ed ama,
420Non è nel suo parlar di fede degna,
L’esser altri precon della sua fama,
Pur qualche volta par che si convegna,
Quando viene a parlar per un di dui,
424Per fuggir biasmo, o per giovare altrui.

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LIV.


    Per giovar dunque a voi, la cui salute
Vie più che il proprio ben, donne, desío,
Io stesso canterò la mia virtute,
428Senza che tema biasmo al canto mio:
E forse, poichè intese e conosciute
Le forze avrete, e le prodezze, ond’io
Mi do, più ch’altri, vanto a’ tempi nostri,
432Vi sarà grato avermi agli orti vostri.

LV.


    Ma se, per mia fortuna iniqua e fera,
A tanto onor voi non mi degnerete,
Pur di quest’arte la dottrina vera,
436Nelle parole mie coglier potrete;
E fia vostro piacer più che non era,
Quando i begli orti a coltivar darete,
Sapendo ch’e’ bisogni a buon cultori,
440Per far vostri terren vie più migliori.

LVI.


    Io dico, che convien primieramente,
A chi quest’inclita arte oprar desía,
Che d’ogni tempo, ed abbondevolmente
444Degli strumenti suoi guernito sia;
Chè in altra guisa il faticar sovente
Util ben poco al bel terren saría;
Zappa, vomero, e pal, sodi e sicuri,
448Che quanto più s’adopran, più stian duri.

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LVII.


    Chiunque brama con quest’arme oprarsi,
Convien che membri abbia robusti e sani;
Che per molto chinar, per spesso alzarsi,
452Stanco dal bel lavor non s’allontani;
E perchè possa, ovunque vuol girarsi,
Il corpo abbia leggier, destre le mani,
Colme midolle abbia di caldo umore,
456Acciò che sudar possa a tutte l’ore.

LVIII.


    Di queste, e d’altre cose, s’io n’abbondo,
Non credete a mia lingua, ma a’ vostr’occhi:
E se il veder non basta, io vi rispondo,
460Che farò quì, che il ver con man si tocchi;
E cose troverete rare al mondo;
Non fate voi l’error che fan gli sciocchi,
A rimaner contente del pensiero:
464L’esperienza è il paragon del vero.

LIX.


    Fortunato il terren, ch’ha il mio governo,
Che più che il giorno vi sto sù la notte;
Nè per molto zappar la state e ’l verno,
468L’integre forze mie cadder mai rotte:
Tra l’uno e l’altro mar Reggio e Salerno,
Aspro villan non dà, qual’io, le botte;
Talchè non pur il ferro addentro caccio,
472Ma l’asta ancor vi mando insino al braccio.

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LX.


    Io dò il mio colpo a terra e raro e forte,
Non spesso e debil, comme molti fanno,
E però giova che sian grosse e corte
476Le verghe, che alla zappa entro si stanno;
Lunghe e sottili, in breve si fan torte,
Che per rizzarle, vi si perde l’anno:
Empie il pugno il baston, ch’è qual v’ho ditto,
480Si adopra meglio, e si mantien più ritto.

LXI.


    Vi son genti talor cotanto ingorde
Di finir tosto, che non zappan bene;
Onde appena il terren da lor si morde,
484Che vorría il ferro fin dentro le vene:
Escon le zappe di sotterra lorde;
Però forbirle spesso si conviene:
Bisogna ancor, perchè s’attenda ii frutto,
488Che sia il terren quando si zappa, asciutto.

LXII.


    Con tanta agevolezza il palo adopro,
Che mai sospir di bocca non esalo;
Pria con la falce in man la terra scopro,
492Indi nel grembo suo lieto mi calo,
E col mio corpo tutta la ricopro,
Piantando nel bel sen tutto il mio palo;
Cava, nè mai da sul terren si tolle,
496Finchè del mio sudor fo il fosso molle.

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LXIII.


    E se di sete avvien, ch’io m’arda e strugga
Per soverchio sudor che dal corpo esca,
Non vi credete ch’al buon vin rifugga,
500O mi tuffi nell’acqua pura e fresca;
Solo un ciriegio che premendo io sugga,
O un pomo, all’opra ratto mi rinfresca;
Addolcisce la sete e non l’ammorza,
504E i miglior membri m’erge e mi rinforza.

LXIV.


    Vedo apparir sopra un destrier feroce
Un cavalier ben grande e ben possente,
Or che ’l mondo stà in pace, e l’aria coce,
508Tutto di ferro e d’or, grave e lucente;
S’io fossi scarso a lui della mia voce,
Sarei rustico troppo e sconoscente.
Dite, signor, poiché n’andate adorno,
512Qual più vi preme il capo, o l’elmo, o ’l corno?

LXV.


    Rispondete, vi prego, o cavaliero,
Non siate sì villan; deh rispondete.
Le corna, ond’è composto il bel cimiero,
516Dite, è lavor di monaco, o di prete?
Al mio parer voi sete un gran guerriero,
Quando col capo e con le man valete:
Chi sia che innanzi a voi vinto non cada,
520Avendo in fronte il corno, in man la spada?

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LXVI.


    Forse dolor di capo vi molesta
O bel guerrier, per l’elmo, ch’è sì greve,
Od il cimier, ch’avete su la testa
524Non è di penna, o d’altro che v’aggreve?
Donne mie saggie, è pur gran cosa questa,
Che il corno sia più che la penna lieve:
Son le corna sì lievi che sovente,
528Chi più n’ha sopra il capo, men le sente.

LXVII.


    Or s’avess’io, qual voi, le corna in fronte
Starei tra torti rami, e viti torte:
Ma voi, se quì sorgesse chiara fonte,
532Vedreste che l’avete, e non son corte.
Ecco che viene, e par che i passi conte,
Un di color, ch’ho in odio più che morte;
Bell’ordin certo, e convenevol parme,
536Il monaco venir dopo l’uom d’arme.

LXVIII.


    Così il guerrier col monaco confassi,
Come il leon col lupo si conface:
Ah superbo poltron, perchè ten passi
540Nè degni altrui, di dir: Dio vi dia pace?
Vai forse cheto e mesto, perchè lassi
Quella diletta che d’amor ti sface?
Ah lusinghier sfacciato, ch’un di dui
544Fai d’ogni tempo, o incorni, o scorni altrui.

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LXIX.


    Non è senza grandezza e senza pompa,
Che ’l monaco il guerrier segua per strada:
Perchè se avvien che ’l bel cimier si rompa,
548Abbia tra via chi ’l conci pria che cada;
O ch’egli il suo cammin non interrompa,
A rifar l’altro dalla moglie vada.
Torniamo al palo, or ch’ho garrito molto,
552Che ’l monaco, e ’l guerrier di man n’han tolto.

LXX.


    Rigido, acuto, grosso, duro e tondo
È, donne, il pal ch’io pianto nella terra;
E di tanta lunghezza, e di tal pondo,
556Quanto par si richieda a simil guerra:
Fin che la punta sua non preme il fondo,
Mai non s’arresta di passar sotterra;
E mentre in sù e in giù, cade e risorge,
560Ove più fere, più dolcezza porge.

LXXI.


    Tanto talvolta nel cavar m’accendo,
Che trasformarmi in pal tutto vorrei;
E tal piacer nella fatica prendo,
564Ch’altro riposo mai non chiederei:
Nè vinto dal sudor, stanco mi rendo
Per aver fatte cinque cave o sei;
Anzi se avvien che buon terren ritrove,
568A sette passo, e non m’arresto a nove.

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LXXII.


    Ma se m’incontro a terren duro troppo,
Non mi vergogno d’adoprar gli aratri;
Non di tronco o di pietra ascoso intoppo
572Può ritardarmi ch’io nol rompa e squatri,
Anzi più forte vò, con più v’intoppo:
E benchè soglian dir, che i terreni atri
Sian più fecondi, dove il seme cada,
576Il bianco a me viepiù, che il nero aggrada.

LXXIII.


    Con un vomero tal la terra sveno,
Che egual nel campo, Cerere non folce;
Tal ch’è contenta, quando l’ha nel seno,
580Ne ’l vorría mai lasciar, tanto egli è dolce;
Piega rigidamente il bel terreno,
E con la stessa piaga il sana e molce;
Quanto più il solco fa profondo e largo,
584Tanto più dolce il seme entro vi spargo.

LXXIV.


    I buoi che danno al vomero vigore,
Stan notte e giorno sotto il giogo a prova,
Nè per soverchio sparger di sudore,
588Nella lor pelle piega unque si trova;
Anzi il trar dell’aratro a tutte l’ore,
Tanto invaghisce lor, tanto lor giova,
Che vorrían tutti entrar col vomer dentro,
592E passar della terra infino al centro.

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LXXV.


    Alcune in vece di giardini e d’orti
Han brevi teste, e pargoletti erbari,
O perchè ancor la poca etá nol porti,
596O perchè i padri lor sian troppo avari;
Quì debbon gli ortolani esser accorti,
Che i modi del governo non son pari:
Sopra quei può l’uom far quanto gli aggrada,
600Con più riguardo sopra questi vada.

LXXVI.


    La man che erbari, e teste talor cole,
Seminar l’erbe, e non piantar vi deve;
Inaffiar ben si ponno, quant’uom vuole,
604Chè non sempre il terren l’acqua si beve.
Palo, nè zappa oprar non vi si suole,
Ma zappolin menarvi lieve lieve;
Sì che del bel terren morda le guancie,
608Ma non che il ferro dentro vi si lancie.

LXXVII.


    De i giorni più miglior delle stagioni,
Che arar si debba e sementar la terra,
Varie son più che i fior le opinioni;
612Chi giunge al ver, chi si dilunga ed erra:
Io, che cercar non vo’ tante ragioni,
Dico, che d’ogni tempo de’ far guerra
L’uom con quel loco, onde tor frutto brama;
616E però quel terren campo si chiama.

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LXXVIII.


    Ogn’opra, ogni fatica, ove si accende
Destro cultor, sia nulla al suo disegno,
Senza quell’acqua che la terra rende,
620E tumida e feconda, e dà sostegno
All’erbe che son nate, e le distende:
Onde a parlar di lei lieto ne vegno,
E vo’ che il modo ver, donne, si mostri
624Come irrigar si debban gli orti vostri.

LXXIX.


    Più che mel dolce, e più che latte pura
Sia l’acqua, che spargiamo agli orti noi:
E perchè il bel terren spesso s’indura,
628Cavar si deve prima e bagnar poi;
Acciò che l’acqua corra con misura,
Porti per canal dritto i rivi suoi;
E tanto util maggiore al terren lassa,
632Quanto più a dentro penetrando passa.

LXXX.


    Dalla lingua de i vecchi empia e villana,
Non si lasci ingannar donna gentile;
Che si bagnino gli orti a settimana
636Dicono, e non d’agosto, ma d’aprile:
Fallace è lor sentenza iniqua e vana,
Conveniente ad uom debile e vile:
Spargansi d’acqua gli orti entro e d’intorno
640Almen tre volte fra la notte e ’l giorno.

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LXXXI.


    Chi non fa questo iniquamente pecca,
Ed è quasi ministro del suo danno:
Chè l’erba verde al miglior tempo secca,
644Nè frutto alcun promette al fin dell’anno.
Mirate come sugge e come lecca
La terra quell’umor; di quì l’inganno
Senil veder si può, di quì far prova,
648Com’uom che più la bagna, e più le giova.

LXXXII.


    Ecco di vaghe donne nobil calca,
Di cui spiacevol vecchia è guida e capo:
Pon mente alla donzella che cavalca
652L’animal ch’è sacrato al Dio Priapo;
Che par mentr’ella gli omeri gli calca,
Che ’l buon asino allegro rizzi il capo:
Dimmi, qual pensi, ch’abbia più del fiero,
656Il tuo, giovane bella, o il mio destriero?

LXXXIII.


    Guarda quante altre belle su i tappeti
Dagli stessi animai si fan portare:
Par, che conoscan gli animai discreti
660Le some ch’hanno addosso, dolci e care;
Onde van ritti il capo e gli occhi lieti,
E fan di grida l’aria risonare.
Credo che dica ognun nel suo idioma:
664Avessi io sotto, come ho su, la soma.

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LXXXIV.


    O vecchia, delle fiere e brutte streghe
La più fiera che viva, e la più brutta,
Ch’hai sul volto infernal più rughe e pieghe,
668Che non ha solchi in sen la terra tutta,
Col capo omai sul piè t’incurvi e pieghe,
E pur vaga di udir quì sei condutta;
A te potessi, ed a mill’altre vecchie
672Appannar gli occhi, ed otturar le orecchie.

LXXXV.


    Quanto alle fiere vecchie maladette,
Io di chiuder le orecchie oggi desío,
Tanto a voi bramo aprirle, o giovanette,
676Acciò che v’entri tutto il sermon mio.
Oh, se una volta dentro vi si mette,
Più di due poi ve ne verrà desío:
Parrà duro a sentir la prima volta,
680Ma più diletta, come più s’ascolta.

LXXXVI.


    Altro ventaglio che non è cotesto,
Io ti vo’ porre in man, purchè tu il prenda,
Ma sotto condizion, donna, tel presto,
684Che spennato dapoi tu non me ’l renda;
Nè di piè, nè di penne il tuo con questo,
Nè di beltà, nè di virtù contenda:
Il tuo è fatto ad arte, il mio qual nacque,
688Il tuo scosso fa vento, il mio vers’acque.

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LXXXVII.


    Il meglio io non ho visto, or veggolo: Ecco
Tra vaghe giovini orrido vecchione;
Arbor che sei dalla radice secco,
692Qual follía tra le fiamme oggi ti pone?
Tornati al chiuso ovil, tornati, becco:
Non tornar nò; va pur: Non è ragione,
Quando all’aprir del dì la mandra s’apre,
696Che vadan senza un becco tante capre.

LXXXVIII.


    Che gatto è quel, che a guisa di monile,
Hai sul candido collo, o donna, attorto?
Or non ischifi tu cosa gentile,
700Al bel viso appressar cuojo di morto?
Gitta, onorata man cosa sì vile,
Prendi un vivo animal che meco porto;
Ch’ha sì bel pelo, e pelle sì leggiadra,
704Che ogni gran donna ne sarebbe ladra.

LXXXIX.


    Ha l’animal ch’io porto quì rinchiuso
Più caldo il tatto, e più soave il pelo,
E mostra ben che ’l destinò quaggiuso
708A servir donne, e non ad altro il cielo:
È sempre bello in vista, e buono ad uso,
O regnin l’uve, o i fiori, o ’l caldo, o ’l gelo:
Nè temer, se ben muor, che mai si lasce,
712Che quante volte muor, tante rinasce.

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XC.


    Ma donde vien cotal varietate,
Che questa ha il pelo, e quella ha in man le penne?
Par che ad un tempo l’una con la state,
716L’altra col verno a far battaglie venne:
Ma se schermirvi d’amenduo bramate,
Senza che bue v’impeli, o uccel v’impenne,
Ecco quì dentro l’animal, che serve
720E quando il terren gela, e quando ferve.

XCI.


    Voi mi potreste dir, perchè si asconde?
È forse perchè graffia, o perchè morde?
Oh s’ei non si coprisse almen di fronde,
724Troppo il vederlo vi farebbe ingorde:
Che giova, se al mio dir nullo risponde,
Ch’io stanchi me gridando, e gli altri assorde?
Orsù, pria che venghi altri a darne briga,
728Dicansi l’ore che il giardin s’irriga.

XCII.


    L’ore dell’irrigar, benchè alcun volle,
Che la sera e il mattin sian le migliori,
Che a nona l’acqua sparsa a terra bolle,
732Ed ardon l’erbe gli scaldati umori;
Io vo’, che ’l mio giardin stia sempre molle,
Senza dar tante leggi a’ miei sudori:
Giova a tutte ore, acciò che l’erba cresca
736Far che la terra sia bagnata e fresca.

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XCIII.


    Deh! se quell’acqua, di che lieto ognora
Bagno la terra, ove vo’ far semenza
Voi provaste un sol giorno, una sol’ ora,
740Forse vi dolería di starne senza.
Voi del mio dir tutte ridete; ancora
Ne bramereste far l’esperienza.
Oh se la fate, un’acqua proverete,
744Che quanto più si bee, più doppia sete.

XCIV.


    Quando io vi posi innanzi gli strumenti,
Che de’ begl’orti adopro alla coltura,
Il miglior mi scordai, ch’abbia alle genti
748Mostro mai arte, o dato mai natura:
Poco le stelle, e poco gli elementi,
E poco gioverebbe umana cura,
Senza questo ch’io dico, illustre ordigno,
752E sia pur il terren, grasso e benigno.

XCV.


    Nomar possente, e generoso ed almo
Questo strumento, come il Sol si debbe;
Ed onorarlo or d’inno ed or di salmo,
756Ogni poeta, ogni cantor dovrebbe.
Quasi sempre di altezza è men di un palmo,
O tanto, o poco più, qualor più crebbe:
Ma posto innanzi, men d’un palmo appare
760Ciò che natura, ed arte, e il ciel puon fare.

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XCVI.


    Questo è quel vago, o donne, e bel legnetto
Che si caccia sotterra e fa la fossa;
Per dir sue lodi un altro dì v’aspetto,
764Che dal mattino incominciar si possa,
Non or che ’l Sol quasi nell’onde ha ’l petto,
Onde il ciel quì s’imbruna, ivi s’arrossa:
Sol oggi vi dirò qual esser deve
768Poichè ’l tempo mi sforza ad esser breve.

XCVII.


    In dir l’altrui, quanto esser deve e quale
Stimate che ’l mio stesso si dipinga:
Sia lungo, qual dicea, s’è più, più vale,
772E grosso tanto ch’altrui man nol cinga.
La punta abbia di ferro, e qual pugnale
La guardia, e ’l pomo al piè dove si stringa,
E duro sì, che torto non si faccia
776Perchè sotterra e notte e dì si giaccia.

XCVIII.


    Oltre la zappa, il pal, l’aratro e l’acque,
E le stagion d’oprarli e ’l modo e l’ora
De’ quali il men si disse e ’l più si tacque,
780S’io vi vo’ dir tutte quell’arti ancora
Ch’usar da noi si ponno, e da qual nacque
Meglio al terreno, e meglio a chi ’l lavora
E parlar d’ogni pianta oggi abbastanza
784Via più dell’opra che del giorno avanza.

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XCIX.


    Ma, perchè rare volte uman desío
Di suo molto sperar buon frutto prende,
Senza soccorso d’alcun nume pio
788Che ’l ben ch’egli desía, dona, o contende;
Onde ciascun fa maggior preghi al Dio,
Ch’ha più poter dell’opra, ove egli intende:
Di quì nacquero i tempj e i sacerdoti,
792L’offrir degli olocausti, e il dar de’ voti.

C.


    Perchè de’ campi folta spica mieta
Dà Puglia all’alma Cerere i suoi prieghi,
A Bacco Nola, perchè d’uva lieta
796Grave ogni vite l’amat’olmo pieghi.
Chiama Febo, o (qual io) Bacco, il poeta,
Perchè ’l chiuso pensier in versi spieghi:
Marte il guerrier, Nettuno il pescatore,
800Vulcano il fabbro, e colui ch’ama, Amore.

CI.


    Così molt’altri e molti onora il mondo
Numi benigni, e presti a i desir nostri;
A chi più porge, ed a chi men, secondo
804Più largo o meno altrui par che si mostri;
Acciocchè, donne mie, frutto giocondo
Il soave lavor de’ terren vostri
Dopo tanti sudori a noi riporti,
808Bisogna ch’onoriate il Dio degli orti.

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CII.


    Alla madre d’Amor, Venere bella
La tutela degli orti il mondo diede,
E non senza cagion, sì come a quella
812Onde il principio d’ogni ben procede:
Ma poi che questa Dea, già nuova stella,
Se ne portò nel ciel sua ricca sede,
Perchè non sia quà più da ladri offesa
816Lasciò degli orti al figlio la difesa.

CIII.


    Non ad Amor, com’è ’l parer d’altrui
(Ancor che sotto ’l ciel cosa nessuna
Nè nascer può nè viver senza lui),
820Ma a quel che dalle fascie e dalla cuna
Ella amò più che gl’altri figli sui;
Il qual, senza cercar maggior fortuna,
Nato si giace ove nascendo giacque,
824Vago sol di morir là dove nacque.

CIV.


    Ella ’l produsse, e Bacco generollo,
Onde spesso da lui toglie il vigore:
Priapo il nominò chi pria chiamollo,
828Benchè in più voci il mondo ancor l’onore;
Non arco in mano, nè faretra al collo
Porta, come ’l crudel germano, Amore;
Con lunga falce in man finger si suole,
832Ma l’arme con che nacque, adopra sole.

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CV.


    Non Flora, nè Pomona, ma Priapo
Bisogna che da voi dunque s’onori;
Cingete il sacro e venerabil capo,
836Di liete e dolci erbette e di bei fiori,
Non di ruta o d’assenzio o di senapo,
Ma di quell’erbe ch’han miglior sapori
Ed a’ vostri giardin nascon d’intorno,
840Fate ghirlande a lui di giorno in giorno.

CVI.


    Se così pie, religiose e sante
A questo dolce Dio vi mostrerete,
O che bell’erbe, o che leggiadre piante
844Ne’ ben colti terren sorger vedrete,
Che nascer già non vi potero innante:
Così cangiando stil, donne, farete,
Acciò ch’uom mai di voi non si lamenti,
848Gl’orti fecondi, e gli ortolan contenti.

CVII.


    Ma non vo’, donne belle, che vi faccia
La molta fè sì gli animi sicuri,
Ch’aperto ogn’orto e notte e dì si giaccia
852Sì, ch’ogn’uom vi depredi, ogn’uom vi furi,
Acciò che ’l mondo non vi vada a caccia,
Arminsi d’uscio e cingansi di muri;
Purghinsi ancor che non divengan selve
856Nè sian nidi agli augei, lustri alle belve.

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CVIII.


    Non abbia il giardin vostro ampie le porte,
Ma gli usci a guisa di fortezza stretti.
Non vi paja d’uom grosso, o donne accorte,
860Ch’orto e giardin confonda ne’ miei detti;
Perchè ne’ bei terren dativi in sorte
Vi sono orti, giardin, selve, boschetti,
Paludi, monti, pian, tuguri e logge,
864E tutto ov’uom si vada, ov’uom s’allogge.

CIX.


    Guarda verso il cammin, che nella valle
Sempre asciutta e fiorita entro di lauro
Tre altre donne assise in sulle spalle
868Non di monton, che nuoti, nè di tauro,
Ma d’asinel che trotta; e verdi e gialle
Le gonne han tutte tre, conteste d’auro:
Io non le posso salutar sì lunge,
872Che la mia stanca voce non c’aggiunge.

CX.


    Se ben son lunge salutar le voglio,
Ancor ch’io gitti le parole in vano:
Griderò ben più forte ch’io non soglio.
876Oh del giallo! oh del verde! ite pian piano,
O venite ver quà ch’io vi raccoglio.
Ancor che ’l grido s’oda di lontano,
Son tanti gl’urli de’ destrier ch’han sotto,
880Che delle voci mie non odon motto.

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CXI.


    Volete, belle ninfe ch’io vi mostre
Onde nacque il costume e santo e bello,
Che un’alta donna nelle parti nostre
884Non sdegna andar sull’umile asinello?
Vecchio uso fu delle prime Ave vostre,
Non credete che sia tra voi novello,
Più dell’antico ha, donne mie, quest’uso,
888Che non ha quel dell’ago e quel del fuso.

CXII.


    Un tempo al gran Priapo desir prese,
Di guadagnar peregrinando fama.
Si mise in alto in Grecia, e ’n Puglia scese,
892Ove il suo nome ancor s’onora e s’ama.
Bramoso di vedere il bel paese,
Ch’ogn’altro peregrin cotanto brama,
Varcò l’Aufidio, indi varcò il Calore,
896E venne quà raccolto a grande onore.

CXIII.


    Tant’onor gli fer quì, tante carezze
Che più non n’avrian fatte al sommo Giove,
Sì per le naturali sue bellezze,
900Come per le mirabili sue prove:
I poderi, le case, e le ricchezze
Offriano a lui, perchè non gisse altrove:
Ei d’onor vago, che l’avea quà addutto
904Deliberava il mondo correr tutto.

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CXIV.


    Ma, perchè questo loco al ciel sì caro
(Era regno del padre, Dio del vino)
E perchè belle donne assai ’l pregaro
908Per più dì si ritenne dal cammino:
Spesse volte a diporto cavalcaro;
Beata chi avea sotto il suo ronzino
Che ’l pose sotto a mille donne e mille
912Entro e fuor, per le selve e per le ville.

CXV.


    Vi giunse in tempo per maggior ventura,
Che si spandean com’or l’uve dal Sole:
Allor nacque l’usanza ch’ancor dura
916Che a donna l’uom può chieder ciò che vuole,
E parlar come detta altrui natura,
Senza velame o giri di parole.
Il piè si dice piè: le chiome, chiome;
920Ogni membro si onora del suo nome.

CXVI.


    Malgrado dell’onor, della vergogna,
E della gelosía che se ne rode:
Ciascun domanda quel che gli bisogna,
924E non gli cal se ’l mondo tutto l’ode:
La donna d’ascoltar non si vergogna
Nè l’uom paventa dell’altrui custode;
Sia maladetta la regina avara
928Che fe’ per noi sì dolce usanza amara.

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CXVII.


    Dicon che un tempo quì regnasse poi
Del buon Priapo una regina amica,
Che irata, per punir sudditi suoi
932Che non servar con lei l’usanza antica,
Pose il fio che si paga oggi da noi,
Acciò che ogn’uom liberamente dica;
Onde se ben tal libertá non cerca,
936Del suo per forza ognun di noi la merca.

CXVIII.


    Giva a diporto la regina bella
Con nobil compagnía per la foresta:
Ogni sua donna, ed ogni sua donzella
940Fu da’ vendemmiator d’amor richiesta.
Grida ciascun, chi questa vuol, chi quella,
Nulla di lor senza il suo invito resta;
Per viltà, credo, alla regina sola
944Nessun di quei villan disse parola.

CXIX.


    Non ho, turbata, la regina disse,
Dunque io, com’elle, orecchie ed altre cose?
Degno era ch’un di voi mi riverisse
948Con vostre ingiurie dolci ed amorose:
L’usanza allor tra le sue leggi scrisse,
E ’l fio d’un grosso ad ogni scala impose:
Se stato a quell’etá fuss’io nel mondo,
952Quei d’oggi addosso non avrian tal pondo.

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CXX.


    Pagan le scale il fio, ma la licenza
Vuol che di dire a tutta gente tocche.
Han l’orecchie d’udir la pazienza
956Come han di dir la libertà le bocche:
Chi fece a questa legge resistenza,
(Il che fanno talor le turbe sciocche)
Oltra che fora altrui mostrato a dito,
960Come di grave error n’andría punito.

CXXI.


    Che gloria era a veder questo paese
Quando Priapo vi facea soggiorno,
Il qual vi s’indugiò via più d’un mese,
964Che parve a quelle donne men d’un giorno;
E l’ore tutte a lor diletto spese
Per questi nostri campi entro e d’intorno:
E se talor del dritto suo mancava
968Scornato innanzi a lor ne lagrimava.

CXXII.


    Quando talor mancava del suo dritto
(Ch’a tutti, e sempre sodisfar non possi)
Ne rimanea per qualche spazio afflitto
972Sì, che qual era, non parea che fossi:
Com’uom che colto sia sopra il delitto
Gli occhi avea molli, e i fior del volto rossi;
Nè si vedea mai lieto nell’aspetto
976Fin che non ristorava il suo difetto.

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CXXIII.


    Ogni umil donna si stimava Dea
Mettendo il piè Priapo entro ’l suo arbusto;
Ei, ben ch’uom grande, a sdegno non avea
980In ogni loco entrar, quantunque angusto:
Conoscendo il buom uom quanto mal fea
Lasciar le belle donne al miglior gusto,
Finchè lor uva in tutto non si colse
984Scostarsi dal lor sen giammai non volse.

CXXIV.


    Ma, poi che di partir tempo gli parve
Lasciò la terra, ove ’l suo nome accrebbe.
Donne, lungo mi fora a raccontarve
988Quanto la sua partita a tutti increbbe;
Pianse alle braccia lor quand’ egli sparve,
Sì, che ciascuna del suo pianto bebbe:
Vi fu donna che tanto se ne dolse
992Che con Priapo in bocca morir volse.

CXXV.


    Ne fu per divenir più d’una folle,
Quando sparir sel videro davanti.
Qual donna non restò bagnata e molle
996Il seno, e degli altrui e de’ suoi pianti?
Com’uom ch’a forza dal suo ben si tolle
Con le voci e con gl’occhi alfin tremanti
Dal grembo lor si svelse il bel Priapo,
1000Lagrimoso le guancie, e chino il capo.

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CXXVI.


    Ogni donna riman vedova e sola,
Che sposo e compagnía seco sen porta:
Chi la vista perdéo, chi la parola,
1004Chi giacque lungo spazio a terra morta.
Ma molte la memoria ne consola,
E molte la speranza ne conforta:
Ciò che di lui partendo quì rimase,
1008Qual sacro si guardò nelle lor case.

CXXVII.


    Da indi in quà fur gli asinelli suoi
Sopra ogn’altro animal tenuti in pregio
Da voi quì, donne, e di gir sotto a voi
1012Gli fer Capoa e Nola privilegio,
Che non aveva allor, com’ebbe poi
Napoli la corona e ’l titol regio,
Ma le città maggior queste due foro,
1016Che davan legge a Terra di Lavoro.

CXXVIII.


    Come moglie d’amato pastorello
Che ’l verno, dietro al gregge altrove è gito,
Ch’ogni monton gradisce ed ogni agnello
1020Per la dolce memoria del marito;
Così le donne fer dell’asinello
Dapoi che ’l buon Priapo fu partito,
Il qual per dritta e per obliqua strada
1024Cercò d’Italia bella ogni contrada.

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CXXIX.


    Dal mar d’Adria al Tirren, da Leuca a i monti
Che fan siepi tra noi ed Alemagna
Non trovò luoghi ad onorar più pronti
1028Che i lieti campi sua persona magna,
Dove Sebeto e Sarno han foci e fonti,
E della terra che ’l bel Mincio bagna
Ove tanto onorar quell’uom divino,
1032Che nomar se ne volse cittadino.

CXXX.


    Dopo la sua partita, altari e tempj
Gli alzò divoto il popol Mantovano,
Ove dell’opre si vedean gli esempj
1036Che fatte avea col capo e con la mano;
Ed un grand’uom di Mantoa, ch’a que’ tempi
Cantava l’arme d’un baron Trojano,
Scrisse de’ fatti suoi famose istorie,
1040E sparse Italia e ’l mondo di sue glorie.

CXXXI.


    Stavan le mura di quei tempi, assise
Tutte su due colonne o due pilastri,
Ch’eran di più colori e di più guise,
1044E di tofi e di selci e d’alabastri,
Parea che fusser da natura incise
Nel natío monte, e non da man di mastri,
E tutti avean dinanzi agli usci belli
1048Folti boschetti o teneri pratelli.

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CXXXII.


    Le late mura, e gli archi e le colonne
Tutte eran di miracoli coperte;
Pendean mille camicie e mille gonne
1052Ch’avean per voti le donzelle offerte,
E mille altre tabelle dalle donne
Affisse, che, dal medico deserte
Il buon Priapo avea guarite affatto
1056Con la sola virtude del suo tatto.

CXXXIII.


    Vi eran le guerre e le discordie pinte,
Ch’egli avea in pace e in amicizia volte,
E le battaglie col suo auspicio vinte;
1060Le rocche prese e le bandiere tolte.
Vi eran trofei di zone a forza scinte
E d’arme da riparo insieme avvolte,
E stocchi e lancie d’uman sangue asperse,
1064Che la vittrice turba al tempio offerse.

CXXXIV.


    V’era scolpito ogni amoroso fatto,
De’ guerrier di quel tempo ogni conflitto,
Notato il nome e ’l volto era ritratto
1068Tanto del vincitor quanto del vinto;
Colpo nissun si discernea di piatto
Nè di rovescio quì, nè di man dritto,
Ma tutte eran di punta le ferute,
1072Dal mondo e dalla gente più temute.

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CXXXV.


    E v’erano ministri e sacerdoti,
Che di que’ tempj avean governo e cura,
A’ cui velati il capo o le man voti
1076Non licea mai d’entrar le sacre mura;
Le cerimonie, i sacrificj e i voti
Non si facean se non in parte oscura,
Benchè in ogni angol del beato loco
1080Dì e notte ardesse inestinguibil foco.

CXXXVI.


    Giurato avrei, ch’eri uom fatto di stucco,
O tu che sotto noi sì saldo passi,
Se non gridavi. Taci ignobil cucco,
1084A che la voce alzar se i vanni hai lassi?
Non credo ch’oncia si trarría di succo
Per far di te, quel che dell’uva fassi;
E pur n’assordi! Và al tuo nido e cova,
1088Di strano augel con le tue piume l’uova.

CXXXVII.


    Non vi crucciate, donne, se interrotto
Ho il bel lavor, dove più fresco torno:
M’han quasi il capo quei che passan, rotto;
1092Chì col grido l’introna e chi col corno,
Se passasser più schiere quà di sotto,
Che non hanno uve i campi ch’ho d’intorno
Io non mi vi torrò, donne, di sopra,
1096Finchè non reco a fin la mia dolce opra.

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CXXXVIII.


    Potrammi qualche pura verginella,
Che mal esperta ad ascoltar ne vegna,
Qual pianta domandar, qual’erba è quella
1100Che agli orti nostri meglio si convegna,
O seminar si possa, che sia bella,
E via maggior virtù seco ritegna?
Dirovvi di quai piante e di quali erbe,
1104Vo’ che ’l vostro terren s’adorni e inerbe.

CXXXIX.


    L’amaraco odorato, il buon serpillo,
L’erba che col suo fior vagheggia il Sole,
Il basilico amaro a chi nutrillo,
1108L’aspra boragia, le crespe scaruole,
L’eruca a Vener sacra, il petrosillo
Che ciascuna di voi tanto ama e cole,
E le molt’erbe ch’usa il viver nostro,
1112Non ponno aver radice al terren vostro.

CXL.


    E retti gigli, e flessuosi acanti,
Vermiglie rose, pallide viole,
E narciso e jacinto, e croco, e quanti
1116Fior generò mai nella terra il Sole,
Quando di varj odor, di color tanti
Lieta le guancie si dipinge ed ole,
Benchè ogni loco faccian lieto e bello,
1120Non giovano al giardin di ch’io favello.

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CXLI.


    L’arancio, il cedro, e gl’altri arbor felici
Ch’imitan ne’ color gemme e metalli,
Ancor che volentier prendan radici
1124Ne’ giardin, come i vostri, chiusi in valli,
E teman le montagne e le pendici
Come legno, che ’l freddo oltraggio falli,
Benchè abbian frondi sempre e frutti e fiori,
1128Vostro terren non vo’ ch’unqua gl’onori.

CXLII.


    Non ci vo’ verde lauro o bianco moro,
Che tessa ombra co’ rami a chi gli è sotto,
Non noce Indiana, o pomo Perso, o moro,
1132Ch’empia di gemme il sen quand’egli è rotto,
Non fico, ancor ch’io me ne struggo e moro,
E più che ’l mondo tutto ne son ghiotto,
Perchè senza che ’l fico vi sia messo,
1136Il giardin tutto è fico per se stesso.

CXLIII.


    Un’erba sola è quella che de’ porre
Ogni donna e donzella al suo bell’orto:
I frutti che ne pon dì e notte corre,
1140Avanzan tutti gl’altri di conforto:
Ma il sugo che premendola ne scorre,
Potría quasi dar vita a un corpo morto.
Vidi io sanar sovente con quest’erba
1144Donne, ch’eran già presso a morte acerba.

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CXLIV.


    Io son, dirà talun, d’opinione
Che l’erba a chi tu dai lodi cotante
È la zucca, o ’l cocomero o ’l popone:
1148Qual fia, s’una non è delle tre piante?
Io non vi nego che sian belle e buone,
E che si debban porre a molte innante,
E che negli orti vostri eran gradite,
1152Ma vi dirò come ne fur bandite.

CXLV.


    Crescean le zucche e gli altri due compagni
Nè primi tempi, e si fean quasi a paro
Degli abeti diritti e duri e magni,
1156Allor negli orti vostri si piantaro
Più ch’erba che ’l Sol scaldi e l’aria bagni;
Ma poi che, a lungo andar, troppo invecchiaro,
E si fer molli e pargoletti e torti,
1160Allor banditi fur da’ bei vostri orti.

CXLVI.


    L’erba che nasce nell’Egitto, e porta
Oblío d’ogni tristezza nelle foglie,
Quella, che spezza il ferro, apre ogni porta,
1164E da’ laghi e da’ fiumi l’acque toglie:
Quella, che asciuga il sangue e riconforta,
E qualunque erba oggi da noi si coglie,
O si colse da altrui nel tempo antico
1168Non si pareggia all’erba di ch’io dico.

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CXLVII.


    Voi non la troverete, donne, in tasca
D’erbolajo ch’esperto a voi si mostri;
Non credete che generi o che nasca
1172In altra parte che negl’orti vostri;
Da noi si mangi, o da animal si pasca,
Come si fa dell’altre a’ lidi nostri.
Anzi ella è tal, che non può donna alcuna
1176Tenerne dentro al suo giardin più ch’una.

CXLVIII.


    Quando la notte cresce, e ’l giorno manca,
Ed ogni pianta le sue foglie perde;
Quando s’apre il terren, quando s’imbianca,
1180Sempre quest’erba si sta integra e verde,
E se viene talor languida e manca
Si ristora in un punto e si rinverde;
Quant’ombra più l’aduggia e calor preme,
1184Tanto più spiega i fiori e manda il seme.

CXLIX.


    Or chi potría la lingua a fren tenere?
Eppur gridate, donne: Taci taci;
Ciascun che passa mi provoca e fere.
1188Par ch’io sia il gufo, essi gli uccei rapaci:
Quest’olmi e quercie omai non pon tacere
Udendo tante strida e sì mordaci.
Gite voi sì superbi e sì protervi,
1192Perchè v’armin le corna o tori o cervi?

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CL.


    Oh vergogna e disnor di questa etate
A che batter sì forte le calcagna?
Col rauco corno, strepito mi fate
1196Acciò che di risponder mi rimagna.
Sonate pur: Gran cosa è in ver ch’abbiate
Sì presta l’armonía, sendo in campagna:
Non è gran fatto ch’or l’abbiate presta,
1200Avendo sempre gli strumenti in testa.

CLI.


    Ecco un dottor che finge il Salomone,
Che sotto un gran cappel mi sembra un fongo.
Io non vo’ farne ingiuria alla stagione,
1204Ma a dargli un fiero assalto mi dispongo.
O tu che sai di legge e di ragione,
Solvi il gran dubbio ch’ora in man ti pongo;
Deh! dimmi, è buona o rea l’usanza d’oggi,
1208Che vuol che sopra l’uom la donna poggi?

CLII.


    Dimmi dottor, degli uomini alla forca
Qual più di voi, tua moglie o tu n’appende?
Tua moglie ha men del reo, chè, benchè torca
1212Il collo al malfattor, pur vivo il rende.
Il Sol, più che non suol, tosto si corca:
Qualche donna di là, forse l’attende,
Pria che nel grembo altrui tutto si gette,
1216Bisogna per concluder, ch’io m’affrette.

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CLIII.


    Donzella, che solinga abbia paura
Di notturno fantasma, o d’orrid’ombra,
O di strega o di magica fattura,
1220Quando l’oscura notte il cielo adombra,
Tenga quest’erba in seno, e stia sicura.
A chi tanta tristezza il petto ingombra,
Che la trae quasi di se stessa fuore,
1224Mangi quest’erba, che rallegra il core.

CLIV.


    E se stomaco avesse freddo e stanco,
Lo scalda e lo rinforza al digerire.
A chi rinchiuso umor nojasse il fianco,
1228Il sugo di quest’erba nel fa uscire.
Feconde fa le sterili, empie il manco,
E fa le brutte subito abbellire:
E quel, che par cosa più rara e nova,
1232Che tanto a fredde, quanto a calde giova.

CLV.


    Chi gli occhi avesse molli, e ’l viso smorto
Questa rasciuga quei, questo incolora:
Chi piange il suo signor lontano o morto,
1236Questa la trae d’ogni cordoglio fuora.
A che via nel parlar più vi trasporto
Per dir quanta virtute in lei dimora?
Il mondo tutto, e ciò che eterno serba,
1240Spento in breve saría senza quest’erba.

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CLVI.


    M’accorgo agl’occhi, che ciascuna brama
Saper quest’erba, che cotanto io lodo:
Dirolla per saziar l’ardente brama
1244E delle dubbie menti sciorvi il nodo.
Quella non mi sovvien come si chiama
Dagli ortolan di Roma a certo modo,
Che vien menta piccina a dir tra’ nostri
1248È l’erba degna de’ begli orti vostri.

CLVII.


    Non vi spaventi il nome di piccina,
Che in picciol corpo regna gran virtute.
Ogni lodata gemma è piccolina,
1252E in tanto prezzo al mondo son tenute,
Benchè io tenga di lor poca dottrina,
Com’uom che poche n’ho tocche o vedute.
Le gemme, donne, ond’io talor vò ricco,
1256Son l’uve, ch’oggi da quest’olmo spicco.

CLVIII.


    Io vi vedo negli occhi e nella fronte
Segno apparir di nuova maraviglia;
Come se cosa strana uom vi racconte,
1260Voi mi guardate con rugose ciglia.
O Febo, a cui son tutte l’erbe conte,
Onde ogni uman languor rimedio piglia,
Per gli amor tuoi, cangiati in erbe e in fiori,
1264Fa testimon che la mia lingua onori.

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CLIX.


    E se pur, Febo acceso di disdegno
Nega di farlo, e di profan m’accusa,
Che al cominciar dell’opra, onde al fin vegno,
1268Nè lui vuolsi onorar, nè sacra musa;
Purchè vi venga un Dio pur di se degno,
Che sappia la virtù nell’erba infusa,
Fal tu, Priapo a queste donne, e mostra
1272Quanto ha forza e virtù quest’erba nostra.

CLX.


    Tu Dio degli orti, vedi, fiuti e palpe,
Non pur l’erbe che crescon sulla terra,
Cui nè chiuso vallon nè rigid’alpe,
1276Uscio o salita il gir mai vieta o serra,
Ma sotto entrando qual coniglio o talpe
Cerchi quante radici van sotterra.
Poi che tutte le sai, quest’una insegna
1280Onde ciascuna al suo giardin la tegna.

CLXI.


    È dunque la miglior dell’altre piante,
O donne mie la menta pargoletta,
E con ragion l’ho posta a tutte innante,
1284Com’erba che più giova e più diletta.
Questa ciascuna al suo giardin si piante;
Piante, io vo’ dir, che di sua man la metta,
E nutrimento di sua man le porga,
1288Perchè felice ad ogni tempo sorga.

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CLXII.


    Domandate a color, che nelle scole
Tormentan con le verghe i fanciulletti,
E sanno il sugo trar dalle parole,
1292Sì come voi dall’erbe e da’ fioretti.
Quest’erba che così nomar si suole,
È cosa ella che gravi, o che diletti?
Essi il diranno: ma per farvi liete,
1296Io ve la mostrerò se voi volete.

CLXIII.


    Ogni alma trista il Sol mirar rallegra,
Ed ogni infermo corpo il gusto sana,
Se alcuna tra voi fosse e trista ed egra,
1300Ratto fia con quest’erba e lieta e sana.
Lo stipe ha rosso, e la radice ha negra,
Non la spregiate come cosa vana:
Se non avesse in sè molta vaghezza,
1304Stimate la virtù, non la bellezza.

CLXIV.


    Il desío non s’appaga col parlare,
Per quanto io scorgo: orsù sciolgasi il laccio
Di quella tasca ove si suol serbare;
1308Mentre per trarla fuor, l’apro e dislaccio,
Se vi volete più maravigliare,
Una di voi dentro vi metta il braccio;
Chè da lei tocca, in un momento cresce,
1312E caldo latte e mel dalla cima esce.

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CLXV.


    Voi, donne belle rivolgete il viso,
Chiaro mostrando che ’l mio dir vi spiace:
S’io vo’ mostrarvi il vostro paradiso,
1316Perchè ’l mirar, qual prima, or non vi piace?
Chi con le fronde il volto copre, e ’l riso,
Chi si fa in dietro, e chi ridendo tace.
Or non siate sì schive e vergognose,
1320Che ’l fin s’attende nell’umane cose.

CLXVI.


    Deh! quanto errai nel cominciar del canto,
Giovani, a cui il mio dir vo’ sol che piaccia.
Quando le vecchie vi levai da canto,
1324Perche con lor non vi levai di faccia
Questa, che avvolta di sanguigno manto
Vi batte nelle guancie e vi minaccia?
E per far onta a noi, gioja alle vecchie
1328A me chiude la bocca, a voi l’orecchie.

CLXVII.


    Vattene via, vergogna, vatten via
Ch’altro color che ’l tuo vo’ che ne copra.
Seguite il suon dell’alta voce mia
1332Voi, che di Bacco sete meco all’opra:
Cacciam da noi questa malvagia e ria,
Che i vostri e miei tesor non vuol ch’io scopra;
Vattene via vergogna, aspra e severa,
1336Cagion, ch’ogni piacer nel mondo pera.

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CLXVIII.


    Vergognar tu, vergogna, ti dovresti
D’apparir quì tra noi nel tempo, quando
Le parole e i pensier gravi ed onesti
1340Son da noi relegati, o posti in bando.
Dovevi udir, se non sei sorda, questi
Che ti van con lor grida via scacciando:
Nè puoi scusar che ’l grido non s’intende
1344Ch’ogn’uom per farsi udir nell’aria pende.

CLXIX.


    I tanti tuoi timor, tanti rispetti
A i giorni sacri, non a questi serba,
Or con lascive voci or con bei detti
1348Ciascun le sue fatiche disacerba:
Trova duque vergogna altri ricetti,
Mentre per addolcir la vita acerba
N’empion de’ frutti lor canestro e sacco
1352Non Giove e Palla, ma Venere e Bacco.

CLXX.


    Poi che andar non sen vuol quest’importuna,
Che partir si devría, partendo il giorno;
Siccome quella che a splendor di Luna
1356Suol raro ire a turbar l’altrui soggiorno.
E perchè credo, che di voi ciascuna
Voglia forse alla villa far ritorno,
Salvo chi restar meco desiasse
1360Per veder se al mio dir l’opra uguagliasse.

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CLXXI.


    Itene in pace, e quei piacer che l’ora
N’ha tolti, e la vergogna oggi da i petti,
Io prego Amor, cui la mia lingua onora,
1364Che li serbi e riponga a i vostri letti.
Tosto che appaja in ciel la bella aurora,
Se alcuna trae dolcezza de’ miei detti,
Di sfacciata prontezza il volto s’armi,
1368E torni un’altra volta ad ascoltarmi.


Il fine del Vendemmiatore
del Tansillo.