Le Metamorfosi/Libro Ottavo

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Libro Ottavo

../Libro Settimo ../Libro Nono IncludiIntestazione 20 dicembre 2008 75% Letteratura

Publio Ovidio Nasone - Le Metamorfosi (2 a.C. - 8 d.C.)
Traduzione dal latino di Giovanni Andrea dell'Anguillara (1561)
Libro Ottavo
Libro Settimo Libro Nono

 
Già fiameggiava l’amorosa stella,
E la vaga fanciulla di Titone
Si mostrava à mortai lucente, e bella;
Et Eolo aperta havea l’atra prigione
Al vento opposto à l’artica facella,
Che gelosa nel ciel suol far Giunone,
Quando si tolse Cefalo à le sponde;
E fidò i lini à vento, i legni à l’onde.

Havendo humile il mar, propitio il vento
Solca con tal prestezza la marina,
Che discoperto il lito in un momento
Al desiato porto si avicina.
E fa l’Attico Re restar contento
Del soccorso de l’ isola d’ Egina.
Fa ’l popol tutto honor con lieto grido
À quei, che per lor ben scendon su’l lido.

Cefalo à pena ha preso il novo porto,
Che ’l veditor, che da la rocca scorge,
Fà con più segni il Re co’l volgo accorto,
Che nova armata à gli occhi suoi si porge.
E fa ’l popol venir pallido, e smorto,
Che la classe nemica esser s’accorge.
Già tutti i merli e tutti i torrioni
Son pieni di bandiere, e di pennoni.

Si scopron tuttavia novelle antenne
Dal veditor de le più alte mura,
Et ei pon nove frasche, e nove penne,
E rende à la città maggior paura.
Teseo, ch’al patrio sen pur dianzi venne,
Come comanda il Re, si prende cura
Del governo de l’arme, e ’n ogni parte
Cerca dispor le genti al fiero Marte.

Non molto andò, che con un’ altro segno
Quel, che stà ne la rocca più eminente,
Fà noto al Re, ch’ogni scoperto legno
Si comincia à piegar verso occidente.
Minos pensò nel Megarense regno
Assicurar l’armata, e la sua gente.
E ’n quella parte dismontare in terra,
La qual credea acquistar con minor guerra.

Prima vuol vendicar sopra di Niso,
Che ’l baston di Megara ha ne la palma,
Androgeo, che gli fu con fraude ucciso,
Dapoi, che de la lotta hebbe la palma.
Però, c’havuto havea per certo aviso,
Ch’ei procacciò, ch’egli perdesse l’alma.
Ne men del Re d’Athene invidioso
Cercò di darlo à l’ultimo riposo.

Ma s’ inganna d’assai, s’al primo crede
Fargli patir la destinata pena.
Che se ben facilmente ei porrà il piede
Su l’odiosa, e traditrice arena,
Non potrà torre al Re la regia sede,
Ne sfogar quel desio, che in Grecia il mena,
Se non gli toglie un crin, c’hebbe dal fato
Per sicurtà del corpo, e de lo Stato.

Ma non essendo noto al Re Ditteo
La mirabil virtù del crin fatale,
Volle smontar nel lito Megareo,
E porre assedio à la città reale.
Venne in soccorso del Re Niso Egeo,
Ma riportò la palma trionfale
Il saggio Re di Creta, che l’astrinse
À fare un crudo fatto d’arme, e ’l vinse.

D’Athene il cauto Re prudente, e saggio
Perduta havendo homai tutta la spene,
Vedendo del nemico il gran vantaggio,
Co’l Re di Creta à questo accordo viene.
Promette à lui di fargli ogni anno homaggio
Di sette illustri giovani d’Athene,
Acciò che per l’havuto in Grecia torto,
Si vendichi su lor del figlio morto.

Non però di Megara il Re s’arrende,
Ma vuol veder di quella pugna il fine,
Tanta fiducia, e sicurtà gli rende
Del regno, e de la vita il fatal crine.
Partirsi il Re di Creta non intende,
Se no’l condanna à l’ultime ruine,
E già visto sei lune il mondo havea,
Ne l’un, ne l’altro Re ceder volea.

Dentro à Megara un’alta torre sorge,
Che fa d’altezza ad ogni altezza scorno,
Che la terra ineguale, e ’l campo scorge
Liquido, e salso à molte miglia intorno.
La cui parete de la cetra porge
Il suon del biondo Dio, ch’alluma il giorno.
Già quando ivi s’aggiunse pietra à pietra,
Trasse à se il suon de l’Apollinea cetra.

Quando fe fare Alcatoe quella torre,
Chiamò fra gli altri Apollo à dargli aiuto:
Il qual volendo un sasso in alto porre,
Appoggiò à la parete il suo liuto.
Subito il muro il suon gli venne à torre,
E sol fra gli altri sassi non fu muto;
Ma da marmo, ò d’acciar percosso alquanto
Puro rendea di quella cetra il canto.

Il Re, che de la chioma altero andava,
Hebbe una figlia d’un leggiadro aspetto,
La qual del suon, che l’alta torre dava,
Spesso prender solea sommo diletto.
Però sovente in cima vi montava,
E dava luogo al giovenile affetto
Là dove percotea marmi con marmi,
Et unia con quel suon la voce, e i carmi.

Ma poi, che ’l Re Ditteo mosse la guerra
Per vendicar l’ucciso Androgeo al padre,
Vi salia per veder fuor de la terra
Le patrie urtarsi, e le nemiche squadre.
E già del campo altier ch’ Alchatoe serra,
À molte sopraveste auree, e leggiadre,
Conosceva i più illustri cavalieri,
E quei, che ne la pugna eran più fieri.

L’eran già noti gli habiti, e i cavalli,
Le divise, i color, l’argento, e l’oro,
Che facean fregio à lucidi metalli,
E sapea i nomi, i gradi, e pesi loro.
Ma ne’ conflitti, e martiali balli
Quel, che d’ Euro nacque, e d’un toro,
Più le piacea d’ogni altro invitto duce,
Ne mai toglier da lui sapea la luce.

Se ’l ben fregiato acciar d’oro, e d’argento
Gli armava il petto, il volto, e ogni altra parte,
E di prudenza armato, e d’ardimento
Spingea il caval ne l’aversario Marte,
Ne facea cader tanti in un momento,
Con tanta sicurtà, fortezza, et arte,
Che ’l giudicava à gli atti, e à la persona
Il fratel formidabil di Bellona.

Snodava il braccio nel lanciare un dardo
Con una leggiadria tanto spedita,
E ’l facea gir si ratto, e si gagliardo
Senza incommodo alcun de la sua vita,
Che colei, che v’havea fermo lo sguardo,
Sentia sempre nel cor nova ferita:
E tutto quel, ch’uscia dal suo valore,
Contra lei novo strale era d’amore.

Scilla (cosi havea nome la donzella)
Mentre à l’arco ei talhor fea curvo il corno,
Onde uscian si veloci le quadrella,
Ch’al folgore del ciel fatto havrian scorno,
Pareale à la maniera adorna, e bella
Veder tirar l’apportator del giorno,
D’ogni atto suo sentiasi il cor conquiso,
Ma molto più s’havea scoperto il viso.

S’ella il vedea tal hor reggere il morso
Nel maneggiarlo, al suo forte destriero,
Murato gliel parea veder su’l dorso,
Tanto vi stava sù costante, e fiero.
Ó che ’l voltasse, ò chel pingesse al corso,
Ó ch’al salto il movesse atto, e leggiero,
Vedea il destrier servir d’ogni atto à pieno,
Tanto ben s’ intendean gli sproni, e ’l freno.

D’ogni maniera sua godea talmente,
(In modo n’era vaga, e ne stupiva),
Che più non possedea sana la mente,
Anzi si l’havea Amor del senno priva,
Che vinta dal desio soverchio ardente,
Spesso in questo parlar le labbra apriva.
Deh, perche non poss’ io metter le piume,
Per goder più da presso il tuo bel lume.

Perche non ho per accostarmi l’ale
À la tua ambrosia, à la tua dolce bocca?
Perche non son quel freno, ò quello strale,
Che la tua bella man sostiene, e tocca?
Perche non lece al mio stato mortale
Di potermi gittar da questa rocca?
Ne tanto mi dorria, ch’ io ne morrei,
Quanto, che ’l mio desir non empierei.

Perche non lece à la mia regia sorte
Movere il piè per lo nemico campo?
Perche le guardie, e le serrate porte,
Fanno al cupido Amor trovare inciampo?
Che s’io potessi te far mio consorte,
Per cui tutta di ghiaccio ardo, et avampo,
Io spregierei l’amata patria, e ’l padre
Per introdur le tue nemiche squadre.

Oime, debb’io dolermi, ò rallegrarmi
De la dubbiosa guerra, che ci fai?
Mi duol, che contra me tu movi l’armi,
Che del mio proprio cor più t’amo assai.
Ma per qual’ altra via potea Amor darmi
Occasion, ch’ io ti vedessi mai?
Non potea Amor con più prudente aviso
Mostrarmi il tuo valore, e ’l tuo bel viso.

Quanto felice havrei la sorte, e Amore,
Se ’l padre mio mancando di coraggio
Homai ceder volesse al tuo valore,
E secondo il cor tuo pagarti homaggio.
E per assicurarti del suo core
Ti desse me per pegno, e per ostaggio,
Che per dar refrigerio à tanto foco,
Troverei forse il mezzo, il tempo, e ’l loco.

Ó sopra ogni altro Re bello, et adorno
D’ogni don che può il ciel dar, più perfetto.
Ó felice colei, ch’arricchì il giorno
D’un si leggiadro, e si divino aspetto.
Se ’l Re del più beato alto soggiorno
Degno de gli occhi suoi la fece obbietto,
S’ella havea il bello eguale al bello, ond’ardo,
Meglio il cor non potea locar, ne ’l guardo.

Ó me tre volte, e quattro, più beata,
S’ivi io giungessi, ove il pensiero arriva,
Ti farei noto il sangue, ond’ io son nata,
E ’l foco, che ’l tuo amor nel cor m’aviva:
Chiederei con qual dote esser comprata
Potria la tua bellezza unica, e diva.
E pur, che non chiedessi il patrio regno,
D’ogni altro mio thesor ti farei degno.

E se ben già l’ardor fè vacillarmi,
Che mi fece il pensier talhor men sano,
E dissi, che per tua consorte farmi
Ti darei con la terra il padre in mano;
À tanto error giamai non potrei darmi,
Vada pur tal pensier da me lontano.
Manchin prima le nozze, e ’l mio desio,
Ch’io manchi mai d’officio al padre mio.

Ben ch’utile è tal hor di darsi vinto,
Che s’have il vincitor più dolce, e grato.
Già fù il figliuolo al Re di Creta estinto,
E la ragione è tutta dal suo lato.
Et oltre à questo in nostro danno ha spinto
Si numeroso stuol, si bene armato,
Ch’oltre, ch’à giusta causa egli s’apprende,
L’arme ha molto migliori, onde n’offende.

Se la ragion per lui spiega le carte,
E d’arme, e genti, e più fornito, e forte,
La vittoria sarà da la sua parte,
Tutto havrà in suo poter la nostra corte.
Hor perche voglio dunque, che ’l suo Marte,
E non che l’amor mio gli apra le porte?
È meglio pur, s’ei dee prender la terra,
Che l’habbia senza sangue, e senza guerra.

Ch’io temo, che qualch’un di colpa ignudo
Mentre i campi maggior la pugna fanno,
Non passi à caso à te l’elmo, ò lo scudo,
Non faccia qualche oltraggio al carnal panno.
E qual saria quell’animo si crudo,
Che per elettion ti fesse danno?
Qual mente si crudel giamai potria
Far, che l’ hasta ver te non fosse pia?

Ogni ragion m’astringe, e persuade,
Ch’io ne la tua pietà fondi ogni speme,
Che per dare homai fine à tanta clade,
Me dar ti debbia, e la mia patria insieme.
Cosi vò far, ne vò, ch’à fil di spade
Siam tutti tratti à le fortune estreme.
Ma poco è questo al mio voler, che ’l padre
Mi vietà il passo, e le sue caute squadre.

Serba le chiavi ei sol saggio et accorto,
E solo à fren le mie voglie ritiene.
Cosi piacesse à Dio, che fosse morto,
Che non mi priveria di tanto bene.
Ma perche da me stessa io mi sconforto,
Se posso sopra me fondar mia spene?
Perch’altrui chieggio quel, ch’è in poter mio,
Poi che ciascuno à se medesmo è Dio?

Al voto pusillamino, e imprudente
Suol sempre ripugnar l’aspra fortuna.
S’altra sentisse al cor fiamma si ardente,
Senza riguardo havere à cosa alcuna,
Tutte le cose opposte à la sua mente
Cercheria d’estirpare ad una ad una.
E perch’ à par d’ogni altra io non ardisco,
Di darmi al ferro, al foco, e à maggior risco?

Ma d’huopo à me non è foco, ne spada,
Per conseguire il fin del mio disegno.
Basta, ch’al padre mio quel crine io rada,
Che gli assicura con la vita il regno.
Quel d’ogni cosa più lodata, e rada
Può far del ben, che brama il mio cor degno.
Può la sua bella chioma aurea, e pregiata
Più d’ogni altro thesor farmi beata.

Mentre l’audace giovane discorre,
Come possa ottener le sue venture,
Il Sol, che sotto il mar s’asconde, e corre,
Lascia l’Attiche parti ombrose, e scure,
Tanto, ch’à Scilla fa lasciar la torre
La notte, alma nutrice de le cure:
E crescendo le tenebre, e l’horrore
Fer, che crebbe ancho à lei l’audacia, e ’l core.

Già ne la prima, e più morta quiete
Havea sepolti i miseri mortali,
E sparso il cor d’obliviosa lete
Il pigro sonno à tutti gli animali;
E ’l Re dentro à le mura più secrete
Dava riposo à suoi diurni mali;
Quando (ò troppo empio error) muta v’arriva
Scilla, e del crin fatale il padre priva.

E coraggiosa al mal, pronta, et accorta,
Toglie le chiavi anchor, ch’ei non la sente,
E nel tempo opportuno apre la porta,
E sola và fra la nemica gente.
Per lo paterno crin, che seco porta,
Di fiducia si grande arma la mente,
Ch’al Re ne và non men calda, ch’audace,
E poi stupir con queste note il face.

Io Scilla son figlia di Niso, e vegno,
Ó d’ogni gratia Re via più c’humano,
Per dar felice effetto al tuo disegno,
E, perche più non t’affatichi in vano:
E porto per donarti meco un pegno,
Co’l quale haver puoi la mia patria in mano.
In questo crin purpureo, ch’lo ti mostro,
Sta il fato, e la ragion del regno nostro.

Mill’anni ti saresti affaticato,
Ne preso havresti mai la nostra terra,
Però ch’ al padre mio rispose il fato.
Tu non sarai mai superato in guerra,
Mentre un purpureo crin, che ’l ciel t’ha dato,
Che fra gli altri capei s’asconde, e serra,
Saprai tener si ben chiuso, e raccolto,
Che non ti sia d’altrui troncato, ò tolto.

Ond’ io, ch’altro non cerco, e non desio,
Che di gradirti, contentar ti volsi,
Me n’andai questa notte al padre mio,
E per donarlo à te l’ancisi, e tolsi,
Ch’essendo tu figliuol del maggior Dio,
Come à la tua beltà le luci io volsi,
La scorsi si mirabile, e si diva,
Che d’amore, e di te restai cattiva.

Ne da quel giorno in quà bellezza io veggio,
Se non la tua, ch’à se mi tiri, e chiami.
Hor poi, che in questo crin è ’l regal seggio
Del padre mio, del regno, che tu brami:
Prendilo, e in ricompensa altro non chieggio,
Se non, che tu mi signoreggi, e m’ ami;
Cosi dicendo, stende al Re Ditteo
Con l’empio dono il braccio iniquo, e reo.

Tosto, ch’ il giusto Re di Creta intende
L’enorme, e infame vitio di colei,
Turbato la discaccia, e la riprende.
Fuggi malvagia, e ria da gli occhi miei,
Fuggi da l’ira mia, da le mie tende,
Non conversar con gli huomini Dittei,
Ó del secol presente infamia, e scorno,
Celati in parte, ove non splenda il giorno.

Và, che non sol del regno alto, e giocondo
Gli Dei gli empi occhi tuoi privin per sempre,
Ma ti neghino il mare, e ’l nostro mondo,
Fin che ’l composto tuo si sfaccia, e stempre.
Stia l’alma poi nel regno atro, e profondo
Mentre rotan del ciel l’eterne tempre,
Và, che ’l tuo volto, e ’l tuo fiero costume
Giamai qua giù fra noi si scopra al lume.

Quell’isola, ch’à Giove il carnal chiostro,
L’origine, la culla, e’l latte diede,
La nobil Creta, il fertil terren nostro,
Dove mi dier gli Dei la regia sede,
Non vedrà mai si abominevol mostro,
Senza pietà nel padre, e senza fede.
Poi comandò pien d’ ira, e di dispetto,
Che la cacciasser via fuor del suo tetto.

Intanto Niso, che del crin s’accorse,
Che mentre egli dormia, gli fu troncato,
E che dinanzi à gli occhi à lui si porse
Quel che molt’ anni pria predisse il fato:
Come prudente al Re di Creta corse
Con gli huomini più degni del suo stato,
Et inchinosse à lui senz’arme al fianco,
E poi gli diede in mano il foglio bianco.

Da poi, che ’l Re giustissimo Ditteo
Le leggi impose à superati regni,
Co’l campo, che levar subito feo,
Prese il camin verso i Cretensi legni.
Il vinto Re del popol Megareo
L’accompagnò con gli huomini più degni
Insino al porto, e tutto humile, e fido
Montar su’l legno il vide, e torsi al lido.

Tosto, che vede dare i remi à l’onde
Colei, da cui fu al padre il regno tolto,
E ch’al suo amore il Re non corrisponde,
Ma senza lei dal lido il legno ha sciolto,
Si straccia ad ambe man le chiome bionde,
Si graffia, e si percote il petto, e ’l volto.
In parte ascosa à gli altri si ritira,
E poi cosi dà fuora il duolo, e l’ira.

Ó sordo più d’ogni crudo aspe, e fero,
Dove mi lasci, oime? son pur quell’ io,
Che ti fo gir de la vittoria altero
Co’l don, ch’io ti portai, co’l fallo mio.
Ahi, che per satisfare al tuo pensiero,
Offesa ho la mia patria, il padre, e Dio:
Et ho preposto te per troppo amore
Al regno, al padre, et al mio proprio honore.

Oime, ch’eri venuto si discosto
Con tanto or, tante genti, e tante navi,
E ben ch’havessi à noi l’assedio posto,
Le genti, e l’oro in van perdendo andavi:
Ne mai n’havresti il regno sottoposto,
S’io non poneva in tuo poter le chiavi.
Ne ’l don, c’hor te ne fa portar la palma,
Ne tanto amor può intenerirti l’alma.

Oime, che pur dovea pietà impetrare
L’haver sol posta in te la mia speranza.
Oime crudel, qual terra, oime qual mare
Darà ricetto al viver, che m’avanza?
Debbo à la patria mia forse tornare?
Ma con che core oime, con che baldanza?
Se non v’habbiam più imperio, e s’io son quella,
Che di donna real l’ho fatta ancella?

Ma poniam, ch’anchor proprio habbia il governo,
E sia di splendor regio alta, e superba,
Come al cospetto mai n’andrò paterno,
Ver cui fui tanto infida, e tanto acerba?
Dove ogni cittadino, et ogni esterno
Contra l’eccesso mio l’odio anchor serba?
Temon tutti i propinqui un cor tant’empio,
Perch’altrui di mal far non porga essempio.

Ahi, ch’io m’ho chiusa ogni parte del mondo,
Perche sola mi fosse aperta Creta.
Hor se ’l tuo cor ver me fatto iracondo,
La tua provincia anchor mi chiude, e vieta,
Chi darà luogo al mio terrestre pondo?
Chi sarà, che ver me si mova à pieta?
Se tu, ch’altier de la vittoria vai
Per lo mio don, di me pietà non hai?

Figlio d’Europa tu già non puoi dirti,
Di sangue regio, ò di celesti Numi,
Ma ben ti parturì l’infida Sirti,
Le tigri armenie, in atri hispidi dumi.
E quando il tuo mortal formar gli spirti,
Nel ciel reggeano i più maligni lumi,
E ti diè il loro influsso infame, e crudo
Un cor d’ogni pietate in tutto ignudo.

La madre tua non t’ hà spiegato il vero,
Con dir, che Giove à lei toro si finse,
E diella à Creta dal Sidonio impero,
Dove à suo modo poi sforzolla, e vinse.
Se vuoi saper di questo il fatto intero,
Con vero toro amor ligolla, e strinse,
E certo fù, che i tuoi parenti foro,
Una donna ferina, un fiero toro.

O soggette, infelici, e triste mura
Da me tradite, ò voi mesti parenti,
Godete de la mia disaventura,
De la mia sorte rea, de miei lamenti.
Deh padre offeso mio prendi homai cura,
Ch’ io sia donata à gli ultimi tormenti.
Deh corra un de gli offesi à le mie strida,
E poi ch’empio è l’errore, empio m’uccida.

Ma tu crudel, che torni vincitore
Per mezzo mio, per l’empio error, ch’io fei,
Perche mi vuoi punir di quello errore,
Che t’orna di si rari alti trofei?
Tu ’l beneficio, e ’l mio soverchio amore
Con grato officio riconoscer dei:
M’ han gli offesi à punir del mio peccato,
Ma non m’amando tu ti mostri ingrato.

Ben è degna di te la tua consorte,
Ben tu crudel di lei non men sei degno,
Poich’ambi l’alma havete d’una sorte,
Ferino ambi l’amor, ferin lo sdegno.
Le voglie di Pasife infami, e torte
La fecer ne la vacca entrar del legno,
Per sottoporsi, ò Dei, (chi fia che ’l creda?)
À fero Amor, per darsi à un toro in preda.

Già l’amor la tua madre à un toro volse,
Quando nel grembo suo ti diè ricetto.
La moglie tua non men lasciva volse
Gustar d’un Toro il coniugal diletto.
E però l’amor tuo me non raccolse
Vergine essendo, e di reale aspetto.
Che poi che sei da tal razza disceso,
Forse qualche giuvenca il cor t’ha preso.

Se la tua moglie con si raro essempio,
Ad un bue più ch’à te volse il pensiero,
Maraviglia non è, che ’l tuo cor empio
Havea più del selvaggio, e più del fero.
E fede ne può far mio duro scempio,
Ch’offerto t’ ho il mio cor, dato il mio impero,
E tanto beneficio amore, e fede,
Non ha potuto in te trovar mercede.

Tu te ne vai crudel, ne ti par grave
Lasciarmi in tanta pena, affanno, e doglia:
Ma ad onta tua la tua non grata nave
Porterà anchor la mia terrena spoglia.
M’ atterrò ne la poppa à qualche trave,
E ti seguiterò contra tua voglia,
E dove ti farai dal pin portare,
Vedrò trarmi anchor’ io per tanto mare.

Vede fermato il legno regio alquanto,
E star piegata anchor la poggia, e l’orza,
Salta ne l’onde la donzella intanto,
Amor l’accresce l’animo, e la forza,
E con mani, e con piè s’adopra tanto,
Che giunge al legno, e tanto ivi si sforza,
Ch’appoggiata al timon tant’alto poggia,
Ch’à un legno al fin non commodo s’appoggia.

Stà intanto il padre ritirato à l’ombra
Sopra una torre ad un balcone, e guata,
E mesto dal dolor, che ’l cor gli ingombra,
Vede partir la vincitrice armata.
Hor mentre ogni navilio il porto sgombra,
Vede l’infida figlia empia, et ingrata
Come à la poppa regia appresa stasse
Per andar via con la Cretense classe.

Alzando il padre afflitto al cielo i lumi,
Dice con grande affetto; Ó sommi Dei
Se mai fur grati à vostri santi Numi
Gl’incensi, e preghi, e sacrificij miei,
Fate, che ’l corpo mio s’ impenni, e impiumi,
Si ch’ io possa su’l mar punir costei.
Date à l’animo mio l’ale, e la lena,
Si ch’ io le dia la meritata pena.

E spinto dal desio de la vendetta,
Che contra il sangue suo proprio l’accende,
Senza pensar fuor del balcon si getta,
E in aria ver la figlia il corso prende.
Hor mentre più si scuote, e più s’affretta,
Vede che due grand’ali allarga, e stende,
La bocca humana in rostro si trasforma,
Et ogni parte sua d’Aquila ha forma.

Ma non è la ver’Aquila, che questa
Frequenta ovunque il mare, e ’l fonte allaga,
Et à gli augelli aquatici è molesta,
Ne men, che de gli augei del pesce è vaga.
Contra la figlia và crudele, e presta,
Là dove giunta la percote, e piaga,
Co’l rostro, e con gli artigli empia l’assalta,
Tal, ch’ella il legno lascia, e nel mar salta.

Ma di Nettuno la pietosa moglie
Non la volse lasciar cader nel sale,
Anze tolse ancho à lei le prime spoglie,
E le diè per fuggir le penne, e l’ale.
Tal che co’l volo à l’Aquila si toglie,
E fugge l’altrui sdegno, e ’l proprio male.
La segue d’ira acceso, e di dispetto
L’empio Aquilon, c’hoggi Alieto è detto.

Diero à la figlia sua di Ciri il nome
Dal crin tonduto, e poi c’hebbe le penne,
L’ornò lo istesso crin le nove chiome,
Ch’una purpurea cresta il capo ottenne.
Ha di varij color le penne, come
Le vesti havea, quando à cangiar si venne.
Le resta il padre anchora empio nemico,
E serba contra lei lo sdegno antico.

Vergogna anchor l’afflitta Scilla punge
De fatti à la sua patria oltraggi, e danni.
Scogli, e ripe deserte habita, e lunge
Mena da gli occhi humani i giorni, e gli anni.
Il Re di Creta à la sua patria giunge,
E poi, c’ hà dato cosa à tanti affanni,
Con tanta gloria, e tanti altri trofei,
Non manca del suo officio à sommi Dei.

Per honorar le sue vittorie nove
Di ricchissime spoglie i muri adorna,
Va con gran pompa al santo tempio, dove
La scure à cento buoi fiacca le corna.
Ma se ben tante in lui gratie il ciel piove,
Non però lieto al regio albergo torna,
Con tanti suoi trofei fra se si dole
De la cresciuta sua biforme prole.

Si come piacque al Re, che ’l ciel possiede,
Per uno sdegno, che gli accese il petto,
Già la consorte un figlio al giorno diede,
C’havea dal mezzo in su viril l’aspetto.
Tutto il resto era bue dal fianco al piede,
Perpetuo al Re Ditteo scorno, e dispetto.
Molti anni prima il Re del santo regno
Nascer quel mostro fè per questo sdegno.

Dovendo fare una importante guerra
Il Re Ditteo volge à le stelle il zelo,
Ne vuole uscir de la Cretense terra
Senza placar co’l sacrificio il cielo.
Alza le luci, e le ginocchia atterra,
E poi dispiega al suo concetto il velo.
Mandami un’ holocausto ò sommo Dio,
Che al ciel supplisca, e al desiderio mio.

Mancar non puote Giove al cor sincero,
Al prego pio, ch’al padre il figlio porge.
Et ecco un toro candido, et altero
Fuor de la terra in un momento sorge.
Subito il Re Ditteo cangia pensiero,
Come le sue bellezze uniche scorge;
Ne vuol donarlo à l’ultimo tormento
Per migliorare il suo superbo armento.

Fe poi, che da la mandra un’ altro toro
In vece di quel bello al tempio venne,
Dove al suo tempo fra le corna d’oro
Percosso, e morto fu da la bipenne.
E ne fece hostia al più beato choro
Con tutto quell’honor, che si convenne.
Si sdegnò molto il mondo de le stelle,
Ch’ei non sacrò le vittime più belle.

Si sdegna più d’ogni altro il sommo Giove
Contra il figliuolo, in caso tal non saggio,
E parla irato à Venere, e la move
À vendicare il ciel di tanto oltraggio.
Venere co’l figliuol subito dove
Stà la moglie del Re prende il viaggio,
Ch’ambo cerca macchiar di doppio scorno,
Perch’ odia anchor lo Dio ch’apporta ’l giorno.

Non sol la bella Dea port’ odio al Sole,
Perche scoprì le sue Veneree voglie,
Ma cerca, quanti son di quella prole,
Gravar di nove infamie, e nove doglie.
Colei, che di bellezze uniche, e sole
Fu al Re di Creta già data per moglie,
La qual Pasife fu detta per nome,
Nacque del chiaro Dio da l’auree chiome.

Venere adunque andò contra costei,
Per darle fra le infami il primo vanto.
E perche il Re de gli huomini Dittei
Dovendo fare il sacrificio santo,
Tolse quel toro à sempiterni Dei,
C’havea più altero il cor, più bello il manto,
Gli volse far veder, ch’era stat’empio,
E ch’era me’ per lui di darlo al tempio.

Mentre nel toro altero i lumi intende
Pasife, che fe uscir di terra il cielo,
Fà Citherea, che l’arco il figlio tende,
E poi scoccar contra la donna il telo.
Del toro allhor la misera s’ accende,
E loda l’occhio, il volto, il corno, e il pelo.
Già con occhio lascivo il guarda, e l’ama,
E di goder di lui discorre, e brama.

Quando s’avede al fin, che ’l proprio ingegno
Non sa dar luogo al troppo strano affetto,
Confida con un fabro il suo disegno,
Che in corte havea d’altissimo intelletto.
Compose in breve una vacca di legno
Quel si raro huom, che Dedalo fù detto,
Che da se si movea, da se muggiva,
E parea à tutti naturale, e viva.

Ordina poi l’artefice, che v’entre
L’innamorata, e misera Regina.
Mossa ella dall’amor l’ ingombra il ventre,
E ’l fabro al toro incauto l’avicina.
Già il bue la guarda, e si commove, e mentre
Il legno intorno à lui mugghia, e camina,
A l’ amoroso affetto il bue s’accende,
E gravida di se Pasife rende.

Quel mostro nacque poi di questo amore,
C’hor rende cosi mesto il Re di Creta.
Perche scopre il suo obbrobrio, e ’l suo disnore,
Ne può l’ infamia più tener secreta.
Se non punisce lei di tanto errore,
Degna cagion gliel dissuade, e vieta,
Ne vuol di tanta infamia punir lei,
Per non sdegnar di novo i sommi Dei.

Fe far poi per nasconder tanto scorno
Da Dedalo un difficil laberinto,
Il qual di grosse, e d’alte mura intorno
In pochi dì fù fabricato, e cinto.
Com’un dentro vi gia, perdea il ritorno,
E si trovava in mille errori avinto.
Da mille incerte strade hor quinci, hor quindi,
Spint’era hor ver gl’Iberi, hor verso gl’Indi.

Come il fiume Meandro erra, e s’aggira
Co’l suo torto canal, ch’al mare il mena,
C’hor verso ove già nacque il corso il tira,
Hor per traverso, hor ver la salsa arena;
E l’acque in mille luoghi incontra, e mira,
Che seguon lui da la medesma vena:
Cosi vanno le vie chiuse lì dentro
Hor ver l’estremo giro, hor verso il centro.

Come se’l Tebro altier l’irata fronte
Per dritto filo in qualche ripa fiede,
Fà l’onda irata sua tornare al monte,
Tal ch’ei medesmo hor corre innanzi, hor riede;
E nel tornar la nova acqua, che ’l fonte
Manda al mar per tributo, incontra, e vede,
E và per mille strade attorte, e false
Hor verso il monte, hor verso l’onde salse:

Cosi l’accorto, e celebre architetto
Di tante varie vie fallaci, e torte
Compose il dubbio, e periglioso tetto,
Ch’à pena ei seppe ritrovar le porte.
Tosto che in ogni parte fu perfetto,
Vi fero il mostro entrar feroce, e forte.
Cosi per quelle vie cieche, e dubbiose
Il Re Ditteo la sua vergogna ascose.

Già diventato si crudele, e strano
Era il biforme toro, infame, e brutto,
Che si pascea di carne, e sangue humano,
D’ogni prigion, che quivi era condutto.
Il bue non gia per le vie dubbie in vano,
Anzi per l’uso sapea gir per tutto.
E in creta quei, ch’à morte eran dannati,
À questo carcer crudo eran donati.

Quei giovani, che fur dati d’accordo
Al Re Ditteo da l’Attico consiglio,
Trovaro à preghi lor nemico, e sordo
Il Re disposto à vendicare il figlio.
Anzi tutti ove stava il mostro ingordo
Eran donati à l’ultimo periglio.
Al Minotauro il Re spietato, e fello
Commise la vendetta del fratello.

Si traggono in Athene à sorte ogni anno
Quei, che mandar si denno al Re Ditteo,
Tutti in un vaso i nomi Attici stanno,
E sonvi scritti i figli anchor d’Egeo.
Pagati dui tributi al terzo danno
Si manda con sei giovani Teseo.
Fu ne la terza lor miseria à caso
Teseo con altri sei tratto del vaso.

Egli con gli altri Greci s’appresenta
(Secondo era il costume) al Re di Creta:
E ben ch’esser Teseo conosca, e senta,
Non però il crudo Re si move à pieta.
Ne la prigion, che tanta gente ha spenta,
Che la via del ritorno asconde, e vieta,
Comanda il Re, ch’ogni giorno si serri
Un Greco, fin che ’l mostro ognuno atterri.

Ma ben secondo ei s’era convenuto
Quando già s’accordò co’l Re d’Athene,
S’à sorte alcun di lor senz’altro aiuto
Contra il biforme bue la palma ottiene,
Farà libera Athene dal tributo,
E torneranno à le lor patrie arene.
Si che se da quel risco aman salvarsi,
Di senno, e di valor cerchin d’armarsi.

Mentre ch’innanzi al Re l’illustre Greco
Mosse la lingua sua con gran coraggio,
E ch’egli, e gli altri sei, ch’ivi havea seco,
Venian per non mancar del loro homaggio,
E che fur condannati al carcer cieco,
Venne à incontrar Teseo raggio con raggio
Con due, ch’appresso al Re sedean donzelle,
Fanciulle regie à maraviglia belle.

L’una Arianna, e l’altra Fedra è detta,
Ma Fedra è più fanciulla, e meno intende.
Scocca Amor ne la prima una saetta,
E di Teseo di subito l’accende.
Il Greco, se ben Fedra più l’alletta,
Da saggio ad Arianna il guardo rende,
Ch’è bellissima anch’ella, e v’hà più fede
Per l’amor, che già in lei conosce, e vede.

La beltà di Teseo, l’ardire, e ’l senno,
La lingua ornata, e suoi regij costumi,
Con mille rare gratie, ch’à lui denno
Quei, che più son nel ciel, benigni lumi,
Talmente arder di lui la figlia fenno,
Che non potea da lui togliere i lumi,
Di modo, ch’in amar vinse d’assai
Ogni altra, che d’amore arse giamai.

Subito, che Teseo dal Re si parte
Discorrendo fra se la dubbia sorte,
E si và imaginando il modo, e l’arte,
Che ’l può involare à la propinqua morte;
Compar la regia vergine, e in disparte
Gli dice, se vuol farla sua consorte,
Da scampar gli darà la via sicura
Dal bue biforme, e da le false mura.

Teseo promette, e prende il giuramento,
S’ella il può torre al doppio empio periglio
Di farla sposa, e dar le vele al vento,
E condurla in Achea su’l suo naviglio.
È ver, ch’ei molto havria più il cor contento
Quando potesse Hippolito suo figlio
Leggiadro sopra ogn’ altro, e valoroso
Legar con la sorella, e farlo sposo.

La poco accorta vergine à Teseo
Giura di pregar lei con ogni affetto,
Per disporla à passar nel lito Acheo,
E darla sposa al figlio, ch’egli ha detto.
Poi ch’Arianna del figliuol d’Egeo
Si tenne assicurata aperse il petto,
E ’l modo gli mostrò di salvar l’alma,
E d’uscir di quel carcer con la palma.

Gli apre, come potrà nel dubbio speco
Far la fera crudel rimaner morta.
Poi dagli avolto un fil, che ’l porti seco,
E che l’attacchi al legno de la porta,
E che mentre và dentro al carcer cieco
Lo svolga per la via fallace, e torta:
E che fatto à quel bue l’ultimo incarco,
S’avolge il fil, sarà renduto al varco.

Secondo che la vergine l’informa,
S’arma Teseo, ch’entrarvi ama primiero,
Et assicura la dannata torma,
Che vivo non vedranno il mostro altero.
Dove stà l’huom, che doppia have la forma,
Se n’entra il valoroso cavaliero,
E lega, e svolge il lin nel cieco chiostro,
Fin che giunge, ove stà l’horribil mostro.

Con l’arme, e co’l parer de la donzella
Và contra il crudel toro il guerrier forte,
E in modo il punge, lacera, e flagella,
Ch’in breve il dona à la tartarea corte.
Poi dove il fil, ch’ accumula, il rappella,
Dopo vario camin trova le porte.
Al Re co’l capo in man del mostro riede,
E di tornarsi à la sua patria chiede.

Non spiace al Re, ne de la fè vien manco,
Che sia l’infame bue di vita privo,
Che gli parea, che ’l suo deforme fianco
Vivendo il suo disnor tenesse vivo.
Vuol, ch’ogni Greco sia libero, e franco,
E che possa tornare al lito Achivo.
Teseo raccoglie, e seco à mensa il tiene,
E del mesto tributo assolve Athene.

Dal Re, mangiato c’ha, licentia prende
Tutto à la preda sua pregiata intento,
Che di partirsi in ogni modo intende
La notte istessa, se ’l comporta il vento.
Ma pria in disparte la vergine accende
À fuggir, come vede il giorno spento,
Et à menar la sua sorella seco
Per l’effetto, che sà, su’l legno Greco.

Come vede Arianna il giorno morto
Con la sorella sua, che dispost’have,
Lascia la terra, e ’l padre, e corre al porto,
E monta ascosamente in su la nave.
Subito, ch’esser vede il Greco accorto
Di cosi ricca merce il legno grave,
Snoda le vele al vento, e fugge via,
E prende terra à l’isola di Dia.

Fà tosto un padiglion tender su’l lito,
Che fin, ch’apporti il giorno il novo lume,
Con l’incauta fanciulla il Greco infido
Si vuol goder l’insidiose piume.
Ella, che ’l suo amor crede un vero nido
D’ogni gentil, d’ogni real costume,
Al suo finto parlar prestando fede,
À l’empie braccia sue si donna, e crede.

Teseo, che tutto havea rivolto il core
À l’altra assai più giovane sorella,
La qual quel crudo, e traditor d’Amore
Fece parere à gli occhi suoi più bella,
Tolto c’hebbe à la vergine quel fiore,
Che la fè fin allhor nomar donzella,
E nel sonno sepolta esser la vide,
Lasciò con muto piè le tende infide.

Tacitamente al legno si trasporta,
E fa spiegar l’ insidioso lino.
Il vento gonfia à lui propitio, e porta
Ver la prudente Athene il crudo pino.
Piange l’altra donzella, ei la conforta,
E non si scopre il raggio matutino,
Che la dispone à tutte le sue voglie,
E secondo il desio la fa sua moglie.

Già la stellata Dea, che ’l giorno asconde,
Splender vedea le sue tenebre alquanto:
E già l’Aurora, e le sue chiome bionde
À l’herbe, e à fior fean ruggiadoso il manto:
E volando gli augei fra fronde, e fronde
Facean del novo albor festa co’l canto:
Ogni mortal dal placido soggiorno,
Chiamato à le fatiche era del giorno:

Quando Arianna misera fu sciolta
Dal sonno, che lo spirto havea legato,
Ne del tutto anchor desta il viso volta,
Dove crede trovar l’amante ingrato.
Stende l’accesa man più d’una volta,
Poi cerca in vano anchor da l’altro lato,
In van per tutto i piè move, e le braccia,
Tal, che ’l timor del tutto il sogno scaccia.

S’alza, s’ammanta, e con furor s’aventa
Dal fatto poco pria vedovo letto,
E ’l crine, e ’l panno inconta il freno allenta
Ad ogni mesto, e doloroso affetto;
E và spinta dal duol, che la tormenta,
Stracciando il crine, e percotendo il petto,
E dando al ciel mille angosciose strida,
Dove lasciato havea la nave infida.

Guarda s’altro veder, che ’l lito puote,
Ne puote altro veder, che ’l lito istesso.
L’alte sue strida, e le dolenti note
L’amato nome in van chiamano spesso.
Quel suon nel cavo sasso entra, e percote,
E ’l sasso per pietate il chiama anch’esso.
Ella chiama Teseo, Teseo la pietra,
Ne quella, ò questa la risposta impetra.

Mentre corre per tutto, e ’l suo cordoglio
Sfoga con alte strida, alzarsi scorge
Un’aspro, incolto, e ruinoso scoglio,
Ne la cui cima arbusto alcun non sorge,
Percosso dal marin continuo orgoglio,
E curvo, e molto in fuor su’l mar si porge.
Sù per l’erto camin montar si sforza,
E l’animo, ch’ell’ha, le dà la forza.

Quivi ella vide , ò pur veder le parve,
Che la luce anchor dubbia era del cielo,
Per gire, ù già nel ciel Calisto apparve,
Un legno haver fidato al vento il velo.
Tosto il vivo color dal volto sparve,
E cadde in terra più fredda, che ’l gielo.
L’atterra, e d’ogni senso il duol la priva,
E poi lo stesso duol la punge, e avviva.

Si leva, e con questa ira, e questo sdegno
Scopre il dolor che strugge il cor profondo;
Dove fuggi crudel? guarda, che ’l legno
Non ha il numero suo, non ha il suo pondo.
Non son si gravi i membri, ch’io sostegno,
Che debbian l’arbor tuo mandare in fondo.
Se l’alma mia crudel se ne vien teco,
Perche non fai, che ’l suo mortal sia seco?

Non dei soffrir, che vaga del suo obbietto
T’ habbia l’alma à seguir fuor del suo nido.
Cosi del crudo suo noioso affetto
Fà risonar d’ intorno il mare, e ’l lido.
E percote le man, percote il petto,
E co’l gesto accompagna il debil grido.
Porta via intanto l’Austro empio, e veloce
L’Attiche vele, e la Cretense voce.

Visto poi, che la voce afflitta, e mesta
Di passar tanto in là forza non have,
Accenna con la mano, e con la vesta,
Ch’essi han lasciato in terra un de la nave.
La nave se ne và felice, e presta,
Ne vuol per cenni altrui farsi più grave:
E mentre ella più accenna, e si querela,
Vede in tutto sparir l’ingrata vela.

Gli occhi per tutto il mar raggira, e volta,
Stride, e si fiede, e ’l crin rompe, e disface.
Corre di quà, di là, chiama, et ascolta,
Hor alza il grido, hor dà l’orecchie, e tace.
Come maga suol far, quand’ebbra, e stolta,
Lo Dio, c’ha in sen, vaticinar la face,
Che sparso il crin fra varij cerchi, e segni
S’aggira, e grida, e fa mill’atti indegni.

Talhor guardando il mar su’l sasso siede,
Con lo spirto si stupido, e si lasso,
E cosi ferma stà dal capo al piede,
Che non par men di pietra ella, che ’l sasso.
Stà cosi alquanto, e poi, che si ravvede
Ver l’albergo notturno affretta il passo,
E crede anchor trovarlo, e si conforta,
Ne la speranza in lei del tutto è morta.

Ma quando poi la sventurata porge
Dentro à le tende in ogni parte il lume,
E fra i duo lini anchor tepidi scorge,
Ch’ ivi non gode il suo Teseo le piume,
In lei l’ira, e ’l dolor maggior risorge,
E d’ogni luce fa di novo un fiume.
Dove al fin si posar l’ingrate membra,
Si posa, e ’l suo dolor cosi rimembra.

Ó falso albergo de riposi miei,
Quanto il tuo honor, quanto il mio stato offendi:
Ó quanto ingiusto, ò quanto infido sei,
Ó quanto male al tuo debito intendi.
Hiersera à la tua fe due ne credei,
Hor, perche nel mattin due non ne rendi ?
Tu manchi troppo à la ragione, e al vero,
Se ’l deposito mio non rendi intero.

Dove hai posto infedel, che più non veggio
Del deposito mio la miglior parte ?
Dove, oime, per ragion ricorrer deggio
In questa inculta, e solitaria parte?
Quest’isola non hà pretorio seggio,
Anzi mancando di cultura, e d’arte,
D’ogni commercio human la credo ignuda,
E albergo d’ogni fera horrenda, e cruda.

Qui non son navi, e son cinta dal mare,
Ne qui spero rimedio à tanta doglia:
Ma poniam, ch’un nocchier vegga arrivare,
Che per pietate à l’isola mi toglia,
In qual’ arena mi farò portare ?
Qual terra troverò, che mi raccoglia?
Debbo tornare al monte patrio d’Ida,
Dove al fratel fui cruda, al padre infida?

Quand’io, Teseo, co’l filo, e co’l consiglio
Tolsi à la patria tua si dura legge,
Giurasti per lo tuo mortal periglio,
Su’l libro pio, che su l’altar si legge,
Che mentre non prendea dal corpo essiglio
Lo spirto, che ’l mortal ne guida, e regge,
Sempre io la tua sarei vera consorte,
Ne à te mi potria torre altro, che morte.

Ma non son però tua, ben ch’ambedui
Viviam; se si può dir però, che viva
Donna sepolta dal periurio altrui,
E d’ogni human commercio in tutto priva.
Deh, perch’ io anchor co’l mio fratel non fui
Da te donato à la tartarea riva?
Che s’havessi ancho à me la vita tolta,
Saria la fede tua rimasa sciolta.

Ne solo innanzi à gli occhi m’appresento
La morte, c’ho à patir, che fia solo una;
Ma quanto stratio, e mal, quanto tormento
Può dar la crudeltate, e la fortuna.
Co’l pensier veggio colma di spavento
Mille forme di morte, empia ciascuna.
E’l tardar suo di mal mi fa più copia,
Che non farà dapoi la morte propia.

Lupi affamati, e rei veder mi pare
Uscir di folte macchie, over sotterra,
Orsi, Tigri, e Leon, se pur cibare
Quest’isola ne suol per farmi guerra.
Dicon anchor, che suol tal volta il mare
Mandar le Foche, e le Balene in terra:
E al fin di questi, e ciascun altro male
Un sol n’ ho da patir, ma non sò quale.

Ma, s’io discorro ben, non è la morte
La pena, ch’in me può cader più rea.
Quanto saria peggior l’empia mia sorte,
Se capitasse qui fusta, ò galea,
E fosse serva di si vil cohorte
Chi comandava à l’isola Dittea,
Del Re saggio Ditteo la vera prole,
Gli avi eccelsi di cui son Giove, e ’l Sole.

Che peggio haver potria, se fosse serva
De gl’infami ladron de la marina,
Colei, che ne la terra di Minerva
Insieme esser dovea moglie, e Reina.
Venga prima ogni fera empia, e proterva,
E mi condanni à l’ultima ruina,
E faccia il dente suo contento, e satio
Del miser corpo mio con ogni stratio.

Quest’aere, questa terra, e questi lidi
Mi minaccian crudeli ogni empio danno.
Hor su poniam, che questa terra annidi
Quegli animai, che più de gli altri sanno,
Come vuoi più, che d’huomini io mi fidi,
Poi che nasce da un’ huom si crudo inganno?
Ben cieco è l’occhio mio, s’anchor non vede
Quanto può donna ad huom prestar di fede.

Volesse Dio, ch’Androgeo mio fratello
Mai non havesse il tuo regno veduto,
Che non l’havrebbe il Greco empio coltello
In si tenera età donato à Pluto:
Ne veduto io t’havrei nel patrio hostello,
Per satisfare al funeral tributo.
Ne men per torti à cosi gran periglio,
T’havrei dato il mio fil, ne ’l mio consiglio.

Ó cor pien di perfidia, ò viso finto,
Ó infamia singular de tempi nostri,
S’io te tolsi à l’error del laberinto,
Ond’è, ch’à quinci uscir tu à me non mostri?
S’al toro te tols’io, che t’havria vinto,
Come preda me fai di mille mostri?
S’ho il cor mostrato à te fedele, e puro,
Perche sei stato à me falso, e pergiuro?

Ó traditore, ò d’ogni nome indegno,
Che suol qua giù fra noi portare honore,
Dunque, perch’ io ti diè’ l’arme, e l’ ingegno,
Che ti trasser del carcer vincitore;
Dunque, perch’ io t’hò liberato il regno
Da tributo si rio, da tanto horrore;
Dunque per darti in tanta impresa aita
Mi dai la morte, ov’io ti diei la vita?

Ma ben veggo io, che mi lamento à torto,
Che senza il modo mio, senza il mio lino,
Havresti il bue men forte, e meno accorto
Condotto al fin del suo mortal camino.
E come egli giamai t’havrebbe morto,
C’ hai il cor di ferro, e ’l petto adamantino?
E tu sendo si falso, e astuto Greco
Saresti uscito anchor d’error più cieco.

Sonno crudel, che nel notturno oblio
Tenesti l’alma mia sepolta tanto,
Che non potei sentir lo sposo mio,
Che per fuggir si mi levò da canto.
Ó venti troppo pronti al suo desio,
Ó troppo officiosi al nostro pianto,
Ó troppo ingiusti, ò troppo infami venti,
Che desti aiuto à tanti tradimenti.

Ó man cruda, e fallace, che ’l consorte
Mi promettesti, e la miglior mercede,
E poi me co’l fratel donasti à morte,
Con le percosse lui, me con la fede.
Oime, che congiurar ne la mia sorte
Tre per mandarmi à la tartarea sede,
E contra una fanciulla quel, che ponno,
Han fatto tre, la fede, il vento, e ’l sonno.

Oime, morrommi in queste arene esterne,
E pria, che vengha la mia luce oscura,
Io non vedrò le lagrime materne,
Ne la materna sua pietate, e cura.
E de strani animai, tane, e caverne
Saran de l’ossa mie la sepoltura.
Dunque crudo Teseo questo deserto
Vuoi far degno sepolcro à tanto merto.

Tu te n’andrai superbo al patrio lido
Portando in man la vincitrice palma,
Dove ti daran gratie, honore, e grido,
C’habbi levato lor si grave salma.
Tu conterai, com’entro al dubbio nido
Al miser fratel mio togliesti l’alma,
E come poi per vie dubbiose, e torte
Sapesti vincitor trovar le porte.

Quivi havrai da la patria honore, e gloria,
Sendo per te da tanto obligo sciolta,
Et io, che fui cagion de la vittoria,
Me ne starò qui morta, e non sepolta.
Ravviva almeno anchor la mia memoria,
E di, ch’io mi fidai semplice, e stolta;
E poi che desti al tuo desire effetto,
Mi lasciasti in quest’ isola nel letto.

Conta fra tanti tuoi trionfi, e fregi,
Quest’altro tuo dignissimo trofeo.
La stirpe iniqua tua non vien da Regi,
Tu non fosti giamai figliuol d’Egeo.
Giamai non fu, come ti vanti, e pregi,
Tua madre de la stirpe di Pitteo.
Tu non fosti, crudel, mai figlio d’Etra,
Ma ben d’un’ aspra in mar dannosa pietra.

Lascia di novo il letto, e su lo scoglio
Monta, e si fiede, e stride, e chiama, e guarda,
Et hor con prego dolce , hor con orgoglio
Chiama la fede sua falsa, e bugiarda.
Echo, c’have pietà del suo cordoglio,
Dice il medesmo anch’ella, ma più tarda:
Et mentre, ch’ella stride, e si percote,
Risponde à le percosse, et à le note.

Deh fossi sol da me tanto diviso,
(Dicea) che da la poppa de la nave
Potessi il pianto udir, vedere il viso,
Quanta doglia appresenta, e quanto pave,
Che muteresti il tuo crudele aviso,
E di tornar non ti parrebbe grave.
Ma poi che l’occhio tuo non è presente,
Guardami almen con l’occhio della mente.

Riguarda co’l pensier l’amaro pianto,
Che stracciando i capei da gli occhi verso:
Riguarda co’l pensier l’inculto manto,
Come da pioggia esser dal lutto asperso:
Discorri, quanto io t’ho chiamato, e quanto
Ti chiamo anchor con vario, e flebil verso;
E quanto anchor da lamentarmi avanza,
Poi c’hò perduto insino à la speranza.

Deh torna homai Teseo prima, ch’io cada
Sola in tanta miseria in un deserto.
E poi, che ’l merto mio poco t’aggrada,
Io non ti prego più per lo mio merto,
Ti prego per honor della tua spada,
Che da te tanto mal non sia sofferto:
Che s’io non ti salvai, non fei di sorte,
Ch’ io ne dovessi haver però la morte.

Deh se alcuna pietate il cor ti punge,
Rivolta à me la desiata prora,
E se ben sei da questa isola lunge,
Non dubitar di non venire ad hora.
E come la tua nave al lito giunge,
Se trovi l’alma del suo albergo fuora,
Prendi almen l’ossa, e, come si conviene,
Doni à la moglie tua sepolcro Athene.

Mentre cosi la sventurata piange,
E in varij luoghi si trasporta, e duole,
E del dolor, che la tormenta, et ange,
Fan fede le percosse, e le parole.
Lo Dio, che già fu vincitor del Gange,
Come la buona sua fortuna vuole,
Vede passando lei, che si querela,
E fa voltare à quel camin la vela.

Tosto, che Bacco almo, e giocondo intende
In giovane si bella i vaghi lumi,
Et ode il gran dolor, ch’entro l’offende,
E vede gli occhi suoi stillarsi in fiumi,
E sente, che la sua stirpe discende
Da due si chiari, e gloriosi Numi,
Di lei s’infiamma, e la conforta, e prega,
Tanto, ch’ à fine al suo voler la piega.

È ver, che da principio, come quella,
Che la fede de l’huom provata havea,
Si mostrò ver Lieo cruda, e rubella,
E poco del suo amor conto tenea.
Ma Bacco, che disposto era d’havella,
Chiamò la bella, et amorosa Dea
À le sue nozze, e à ei la cura diede
Di dispor la donzella à nova fede.

Venere, che di Bacco è sempre amica,
Et è senz’esso men vezzosa, e calda,
La donna allhor del novo amor nemica
Con preghi, e sguardi pij move, e riscalda.
La piaga, ch’ella havea d’amore antica,
La Dea di propria man medica, e salda:
E poi con ogni suo più caldo affetto
Cerca con novo stral piagarle il petto.

E per mostrare à Bacco, che se bene
È la sposa, ch’ei vuol, nipote al Sole,
Non però verso lei quell’odio tiene,
Che ver l’altre ha de la medesma prole:
E per dotar di più fondata spene
La donna, mentre anchor ceder non vuole,
Una bella corona al suo crin toglie,
E n’orna il capo à lei, che vuol far moglie.

Questa corona havea fatta Vulcano
Co’l lavor, ch’ei sapea più diligente,
E v’havea poste intorno di sua mano
Le più pregiate gemme d’Oriente.
Ne v’era in tutto il regno almo, e sovrano
Piu pretioso don, più risplendente.
E ben da creder s’ha, poi che ei con fine
La fe d’ornarne à la sua donna il crine.

Per un tempo non crede, anzi contende
La giovane del Principe Ditteo,
Ma à tanti preghi, e doni al fin s’arrende
Da Venere instigata, e da Lieo.
De lo Dio sempre giovane s’accende,
E de l’amor si scorda di Teseo.
La sposa Bacco, e ascoso il maggior lume,
Felici fa di lei le proprie piume,

Per contentarla più Bacco poi volse
Far sempre il nome suo splender nel cielo,
E l’aurea sua corona al bel crin tolse,
Et à farla immortal rivoltò il zelo:
Al ciel ver quella parte il braccio sciolse,
Onde Settentrion n’apporta il gielo,
Prese al ciel la corona il volo, e corse
Ver dove Arturo fa la guardia à l’Orse.

L’aurea corona al ciel più ogn’ hor si spinge,
E di lume maggior se stessa informa,
E giunta appresso à quel, che ’l serpe stringe,
Ogni sua gemma in foco si trasforma.
Un fregio pien di stelle hor la dipinge,
E di corona anchor ritien la forma
Là, dove quando il Sol la notte appanna,
La vede il mondo, e chiama d’Arianna.

Vinto c’hebbe Teseo l’alto periglio,
E dal tributo liberata Athene;
Dedalo havendo in odio il lungo essiglio,
E Creta, e ’l Re Ditteo, che ve ’l ritiene;
À pensar cominciò, con qual consiglio
Potrebbe torsi alle Cretensi arene,
Che ’l Re l’amò per lo suo raro ingegno,
Ne ’l volle mai lasciar partir del regno.

Dedalo già da la Palladia terra
Fu d’un sublime ingegno al mondo dato,
E già battè d’un’ alta rocca in terra
Un fanciul d’una sua sorella nato:
Ma non volle però mandar sotterra
Tanto alto ingegno l’Attico Senato;
Ma la debita pena moderando,
Gli diè da la città perpetuo bando.

Era il regno di Creta allhora amico,
E collegato à l’Attico governo,
Ch’Athene anchor con animo nemico
Androgeo non havea dato à l’ inferno.
Hor dovendo lasciare il seggio antico
Dedalo, e gire in un paese esterno,
Pensò d’andare à la Cretense corte,
E presso à tanto Re tentar la sorte.

Più d’una statua al saggio Imperadore
Di sua man fabricò, che parea viva,
Per poter gratia un dì co’l suo favore
Dal bando haver, che de la patria il priva.
Ma come il Re conobbe il suo valore,
E l’arte sua miracolosa, e diva,
In tanto amore, in tanta gratia il tolse,
Ch’indi lasciar partir giamai no’l volse.

Ma Dedalo, ch’ardea di ritornare
Al patrio sen, quanto potea più presto,
Fra se discorre di voler tentare,
S’appresso à un’ altro Re può ottener questo.
Ne l’Asia egli vorria poter passare,
E quivi il suo valor far manifesto,
E poi per mezzo della sua virtute
Impetrar gratia per la sua salute.

Ma chiuso era dal mar; ne alcun su’l legno
Torre il volea per lo real sospetto.
Ah dove è (disse) il mio solito ingegno?
Dunque io starò qui seco al mio dispetto?
Possieda pur la terra, e ’l salso regno
Quel Re, ch’à tutti ha il mio partir disdetto;
Il ciel già non possiede, e per lo cielo
Portar vo in aria il mio terrestre velo.

Pon tutta à questo fin la mente, e l’arte,
E di passar ne l’Asia in tutto vago,
Come può torsi à la Cretense parte
Pensa, e passar si spatioso lago.
De gli augei più veloci à parte à parte,
Comincia ad imitar la vera imago.
E d’alterare, di formar pon cura
Aerea, più che può, la sua natura.

I più veloci augelli spiuma, e spenna,
Che ’l volo han più sublime, e più lontano.
Pria comincia à investir la minor penna,
E và crescendo poi di mano in mano.
Tanto, che la maggior l’ascella impenna,
Impiuma la minor l’estrema mano.
Cosi il bicorne Dio par, che in un stringa
Di calami ineguai la sua siringa.

Con la cera, e col lin l’unisce, e lega,
E dove è d’huopo, le comparte, e serra.
Indi con man le curva alquanto, e piega
Imitando ogni augel, che men s’atterra.
Ne cosa al bel lavor ricusa, e nega,
Che ’l possa torre à l’odiosa terra.
E è ogni parte sua si ben distinta,
Che la natura par dà l’arte vinta.

Icaro un suo figliuol tutto contento
Guarda, come i fanciulli han per costume,
Se può imitare il padre: e se dal vento
Vede levate al ciel talhor le piume,
Corre lor dietro, e le raccoglie; e intento
Ferma nel bel lavoro il vago lume.
E la cera addolcendo, anch’ei s’adopra,
E studia d’ imitar la paterna opra.

Non sapendo trattarsi il suo periglio
Si gioca intorno al padre, e si trastulla,
E co suoi giochi il curioso figlio
Talhor qualche disegno al padre annulla.
Poi che del fabro accorto il dotto ciglio
S’accorge, ch’al lavor non manca nulla,
Si veste l’ale industriose, e nove,
Che vuol veder le sue dannose prove.

Imita i veri augelli, e i vanni stende,
Et alza il corpo, indi il sostien sù l’ale,
E battendo le piume al cielo ascende,
Et gode, et si rallegra del suo male.
L’ale, che fe per Icaro, poi prende,
E glie le veste, e fa, ch’ in aria sale.
E di volar gl’ insegna, come sole
Fare ogni augello à la sua nova prole.

Come hanno insieme il ciel trascorso alquanto,
E ’l fabro d’ambi il vol sicuro scorge,
Discende in terra, e poi non senza pianto
Questo ricordo al miser figlio porge.
Vedi figliuol, che ’l novo aereo manto
Per l’aere, onde voliam, ne guida, e scorge,
E condurranne in breve al lito amato,
Se saprem conservarlo in questo stato.

Prendere il volo à mezzo aere convienne,
Che se ci aviciniam soverchio al mare,
La piuma graverà, la qual sostiene,
E ne torrà la forza del volare.
Ma se troppo à l’in sù battiam le penne,
La cera il Sol farà tutta disfare,
E disgiungendo à noi le penne unite,
Farà caderne in grembo ad Anfitrite.

Drizza continuo al mio volar la luce,
Ch’io sò per l’alto ciel le vie per tutto,
Dove Orion, dove Calisto luce,
E dove del mio vol posso trar frutto.
Dapoi, che ’l troppo coraggioso duce
Hebbe de suoi ricordi il figlio instrutto,
Mentre baciollo, e gli assettò le piume,
La man tremogli, e lagrimogli il lume.

Poi c’ ha mostrati i suoi propinqui danni
Al figlio, fa, che seco in aria ascende.
E batte verso Ionia i novi vanni,
Che dismontar sopra quel regno intende.
Non credendo il figliuol d’accortar gli anni,
Il medesmo camin per l’aria prende.
Lascia Ritinna Dedalo, e s’invia,
E passa sopra l’isola di Dia.

Il pescator, che su lo scoglio siede,
E la tremante canna, e l’hamo adopra,
Stupisce di quegli huomini, che vede
Con l’ale, come augei, volar di sopra.
Fà fermare il bifolco à tori il piede,
E per mirargli lascia il solco, e l’opra.
Tutti per rimirargli alzano i lumi,
Conchiudon poi, che sian celesti Numi.

Già sopra Paro havea snello, e leggiero
E questi, e quei l’aure celesti prese,
Quando del volo audace Icaro altero,
De la vista del ciel troppo s’accese;
E spinto in sù dal giovinil pensiero,
Troppo vicino al Sol le penne stese.
S’accostò troppo à la diurna luce,
E lasciò mal per lui l’ incauto Duce.

Il sole il dorso al giovane percuote,
E le composte cere abbrucia, e fonde:
In van l’ignude braccia Icaro scuote,
S’ aiuta in van per non cader ne l’onde.
L’aure con l’ale più prender non puote,
E cade, e chiama il padre, e ’l mar l’asconde.
Vicino à terra fur l’Icarie some
Tolte dal mar, ch’à lui tolse anche il nome.

Intanto l’ infelice padre il ciglio,
Come spesso solea, rivolge indietro,
E quando in aria più non vede il figlio,
Con mesto il chiama, e lagrimevol metro.
E mentre biasma l’arte, e ’l suo consiglio,
Vede notar su’l liquefatto vetro
La piuma, che ne l’aria no’l sostenne,
Perche vicino al ciel troppo si tenne.

Del poco cupo mar vicino al lido
Piangendo il fabro il suo fanciullo tolse,
E l’isola, ove il suo funebre nido
Fondogli, il nome anchor d’Icaro volse.
Mentre il chiudea nel marmo, allegra un grido
Una starna, che ’l vide in aria, sciolse:
Ne sol di tanto mal si mosse à pieta,
Ma mostro à molti segni esserne lieta.

Ben con ragion de tuoi pianti funesti
S’allegra quell’augel, che t’ode, e vede,
Dedalo, che sai quanto l’offendesti,
E quanta infamia il mondo te ne diede.
Ben ti sovien, che già un nipote havesti,
Che fidò tua sorella à la tua fede.
Quest’è l’augel, che del tuo mal si gode,
Per la tua crudeltà, per la tua frode.

Mostrò questo figliuol si raro ingegno,
Che diè la madre al fabro ingiusto, e rio,
Ch’ogn’un facea giudicio, che più degno
Stato saria del suo maestro, e zio.
Dodici volte stato era nel segno
Del suo ascendente il luminoso Dio,
Quando ei fu dato al zio crudele in mano,
Perch’apprendesse l’arte di Vulcano.

Si bene in breve il buon fanciullo intese
La forza de la lima, e del martello,
Che fe stupir il mastro ogni hor, ch’intese
Gli occhi nel suo lavor pregiato, e bello.
Ma quel, che l’empio zio d’ invidia accese,
E contra il sangue proprio il fe rubello;
Fur due, ch’uscir del fanciullesco senno,
Stormenti ignoti al fabro anchor di Lenno.

Nota più volte la dentata spina,
Che nel mezzo del dosso il pesce fende,
E con la mente sua quasi divina
À quel, che può servir, l’essempio intende.
Al fin dà lieto il foco à la fucina,
Poi con la force il ferro acceso prende:
Sopra l’incude poi tanto il castiga,
Che ’l fa venire in forma d’una riga.

Poi con la dotta, e industriosa lima
Vi va formando un dopo l’altro il dente.
La tempra indi gli dà, che idonea stima,
E ne l’onde il fa entrar rosso, e lucente.
Su qualche debil legno il prova prima,
E trova, che ’l suo ingegno à lui non mente.
Anzi, che tal virtù nel suo dente have,
Che sega il sasso, e la nodosa trave.

Due ferri eguali poi da un capo avinse,
Che la forma tenean quasi del chiodo,
E dal lato più grosso in un gli strinse,
Con un soave, e maestrevol nodo.
Co i lati acuti il cerchio poi dipinse,
E di farlo perfetto aperse il modo,
Tenendo di quei due stabile un corno,
E con l’altro tirando il cerchio intorno.

Verso il maestro suo tutto contento
Il semplice fanciullo affretta il passo,
Per palesargli il nobile stormento,
Che parte agevolmente il legno, e ’l sasso.
E, perche vegga come in un momento,
Può far perfetto il cerchio co’l compasso:
E dove haverne honore, e lode intese,
D’invidia, e crudeltate il fabro accese.

L’invidia il core al zio distrugge, e rode,
Che vede ben, che ’l suo veloce ingegno
Havrà maggior honor co’l tempo, e lode
Di lui, ch’allhor tenuto era il più degno.
Pur loda il suo discipulo, e con frode
Cerca di darlo al sotterraneo regno.
Ne la rocca di Palla un dì l’afferra,
E da la maggior cima il gitta in terra.

Ma Palla, ch’ama ogni raro intelletto,
Che cerca dar qualche nov’arte al mondo,
Li cangiò in aria il suo primiero aspetto,
Perche non gisse à ritrovare il fondo.
E vestendo di piume il braccio, e ’l petto,
Sostenne in aria il suo terrestre pondo.
E del veloce ingegno il raro acume
Fe trasportar ne’ piedi, e ne le piume.

Perdice pria, che trasformasse il ciglio,
Nomossi, e ’l proprio nome anchor poi tenne.
E, perche le sovien del suo periglio,
Non osa troppo al ciel levar le penne.
Il nido suo dal rostro, e da l’artiglio
Fatto l’abete altier mai non sostenne.
Teme i troppo elevati arbori, e l’uova
In terra entro à le siepi asconde, e cova.

Si che se s’allegrò del crudo scempio
La starna, che ’l dolor del fabro udio,
N’hebbe cagion, che fu ver lei troppo empio,
Mentre ella fu fanciullo, il crudo zio.
Poi che ’l padre fe dir l’essequie al tempio,
Quanto al primo camin cangiò desio,
E ver l’ isola pia prese la strada,
Ch’altera è anchor de la più nobil biada.

À l’amata Sicilia al fine arriva
Stanco già di volar Dedalo, dove
Del volo, e de le penne il dosso priva,
Ne d’huopo gli è d’andar cercando altrove.
Che quivi appresso al Re talmente è viva
La fama de le sue stupende prove,
E con tal premio Cocalo il ritiene,
Che riveder più non si cura Athene.

Teseo al suo regno intanto era venuto,
Ú trionfò di gemme adorno, e d’auro,
C’havea dal lagrimevole tributo
Sciolta la patria, e ucciso il Minotauro.
Onde honorato il suo nome, e temuto
Glorioso ne gia da l’ Indo al Mauro,
E in somma ogni republica, ogni regno,
Teneva lui fra più forti il più degno.

Hor mentre i santi sacrificij fanno
Ne la prudente Athene in varij lochi,
Et in honor de gli Dei celesti danno
Mirra, et incenso à mille altari, e fochi;
E dopo allegri il dì passando vanno
In conviti, in theatri, e in varij giochi;
Giunge un’ ambasciatore, e invita il figlio
D’Egeo d’esporsi à non minor periglio.

Il darsi Teseo à dure imprese spesso,
La fama, che per tutto i vanni stese,
Oprò, che ’l Re di Calidonia oppresso
Da un grave danno in suo soccorso il chiese.
Hor come giunse il Calidonio messo,
E ’l forte Teseo il lor bisogno intese,
Tutta havendo à l’ honor la mente accesa,
Lieto s’accinse à la proposta impresa.

Guasta, e distrugge il Calidonio campo
Un troppo crudo, un troppo horribil mostro,
Incontra al cui furor non trova scampo
Ne ingegno human, ne fero artiglio, ò rostro.
Armar già i Calidonij più d’un campo
Per fargli l’alma uscir del carnal chiostro,
E sempre rotti fur dal dente fello,
Che di Diana fu sferza, e flagello.

Eneo, che quivi havea lo scettro in mano,
In troppo grande error lasciò caderse.
Diede à gli Dei le lor primitie, e ’l grano
À la Trinacria Dea nel tempio offerse.
Fè, c’hebbe il primo vin lo Dio Thebano,
E subito, ch’ in olio si converse
La prima oliva, andò con pompa, e fede,
Et al Palladio altar l’offerse, e diede.

L’ambitioso honor corse, e pervenne
Di tempo in tempo à i lumi alti del cielo,
Et ogni Dio ne la memoria tenne
Del devoto cultor l’amore, e ’l zelo.
Gl’incensi, e fochi pij sol non ottenne
L’altar de l’alma Dea, che nacque in Delo.
Sdegnata ella contra Eneo i lumi fisse,
(Che l’ ira anchor gli Dei perturba) e disse.

Benche sola io non honorata vada,
Non però andar non vendicata voglio;
Ma ben, che la tua ingrata empia contrada
Provi il furor del mio sdegnato orgoglio
E in vece de la sua vendetta, e spada
Mandò per general danno, e cordoglio,
Un Cinghial cosi fier, di tal possanza,
Che di gran lunga ogni credenza avanza.

L’herbosa Epiro, ò altro humido loco
Toro non vide mai di tanta altezza.
Sfavilla il guardo altier di sangue, e foco,
La dura aspra cervice ogni arme sprezza.
La spuma con grugnir superbo, e roco
Fà il dente, ch’ogni acciar più duro spezza:
Che non invidia a l’Indico Elefante,
Che di durezza vince ogni diamante.

Sembran le sete una battaglia stretta,
Quando han le squadre al ciel l’arbore alzato.
Spira la bocca il foco, e la saetta,
E i frutti, e gli animai strugge co’l fiato.
Contra Cerere irato il corso affretta,
E le toglie la spiga, e ’l seme amato.
E ’l granaio, che vacuo si ritrova,
Digiuno aspetta in van la messe nova.

Il superbo Cinghial corre per tutto
Di Calidonia il miserabil regno,
E togliendo à Lieo maturo il frutto,
Priva i mortai del lor liquor più degno.
Volge come ha Lieo rotto, e distrutto
Contra l’Attica Dea l’ira, e lo sdegno,
E fà, che nega il censo à la sua Diva,
Che maturò per lei la grata oliva.

Cerere, e Bacco, e Palla abbatte, e sforza,
E distrugge, e disfà con ugual legge;
Poi senza l’alma fa restar la scorza
De le non forti, e fruttuose gregge.
Ne mastin, ne pastor, ne darte, ò forza
A tanto horrore, à tanta furia regge.
Ne gl’indomiti tori, e d’ ira ardenti
Difender ponno i più superbi armenti.

Al popol non val più forza, ò consiglio,
Ma corre, dove il caccia la paura,
Ne la forte città fugge il periglio,
Ne sicuro si tien dentro à le mura.
Pur d’ Eneo al fine il coraggioso figlio
Di torre il mostro al dì si prese cura.
E l’Achea gioventù ragunar feo,
Fra quai l’ambasciator chiamò Teseo.

Fu Meleagro, il giovinetto altero,
Figlio d’ Eneo nomato, il qual s’accinse
Per tor di vita il mostro horrendo, e fero,
E l’Achea nobiltà tutta vi spinse.
Ogni famoso in Grecia cavaliero
Contra il mostro infelice il ferro strinse,
Fra quali andò quel, che si fe bifolco
Allhor, che tolse il vello, e l’oro à Colco.

Il gemino valor, c’hoggi in ciel luce
Dal zelo de l’honor suaso, e spinto,
Vi corse, io dico Castore, e Polluce,
Peritoo anchor di vero amore avinto
À quello invitto, e glorioso Duce,
Che superò l’error del laberinto.
L’altier Leucippo, e Acasto il fier vi venne,
Ch’al trar del dardo il primo loco ottenne.

Il Signor de la caccia anchor vi chiede
Plessippo il foste, e ’l suo fratel Tosseo,
Et Ida altier del suo veloce piede,
E ’l fier Linceo, che nacque d’Afareo,
E quello, al quale un’altra forma diede
Nettuno, già donzella, et hor Ceneo.
Quel Dio la trasse al coniugal trastullo,
E ’n ricompensa poi la fe fanciullo.

Ecco vi giunge Hippotoo con Driante,
E con Fenice à questa impresa arride.
Volse à questo camin con lor le piante
Menetio, e Fileo, ilqual nacque in Elide.
E con Ameto l’ Iolao Hiante,
E da la moglie anchor sicuro Eclide.
Eurithion vi fe di poi tragitto,
Con Echion, che fu nel corso invitto.

Non men Lelege, e Hileo drizzan la fronte
Per riparare à Calidonij danni.
Et Hippalo, et Anceo dal Ligio monte,
Corre à provar come il Cinghiale azzanni.
E Panopeo co i due d’Hippocoonte
Figli, e ’l saggio Nestor ne’ suoi prim’anni.
Laerte, et Mopso, e poi con altri mille
Telamon giunse, e ’l gran padre d’Achille.

Al fin la bella vergine Atalanta
Desio d’honore à qesta impresa accende.
Veste succinta, e lucida l’ammanta,
Che di varij color tutta risplende.
Vien con maniera in un gioconda, e santa,
Et in favor del Re si mostra, e rende.
L’arco, e l’andar promette, e ’l bello aspetto
In giovinil valore alto intelletto.

Se ben la vista ell’ ha vergine, e bella,
Non l’ hà del tutto molle, e feminile;
Ma ogni sua parte fuor, che la favella,
Par d’un fanciullo ingenuo, almo, e gentile.
Nel volto impresso par d’una donzella
Narciso il bel nel suo più verde Aprile:
Rassembra à tutti un natural Narciso,
Ch’impressa una donzella habbia nel viso.

Scheneo diè già questa fanciulla al mondo,
Tre lustri pria ne la città Tegea.
Come vede quel viso almo, e giocondo
Il figlio altier de la crudele Altea,
Sente passar per gli occhi al cor profondo
La fiamma del figliuol di Citherea.
Ben potrà, dice, quei lodar sua sorte,
S’ella alcun degnerà farsi consorte.

Ma l’opra, ove l’honor lo sprona, e spinge,
Dal suo maggior piacer l’ invola, e svia,
Contra il crudo nemico il ferro stringe,
E per diversi calli ogn’un v’ invia.
Tutta d’ intorno una gran selva cinge,
Ch’ eletta per sua stanza il verre havia.
De l’empia tana sua tengon le chiavi
Le folte spine, e l’elevate travi.

L’antica selva insino al ciel s’estolle,
Et una larga valle asconde, e chiude.
La pioggia, c’ ha da questo, e da quel colle
Vi conserva nel mezzo una palude.
Là dove il giunco delicato, e molle
Forma le verghe sue di fronda ignude.
Quivi fra salci, e fra palustri canne
Stavano allhor l’ insidiose zanne.

Poi c’ han la selva cinta d’ogni intorno
Gli uniti cacciatori arditi, e accorti;
Altri ripon fra l’uno, e l’altro corno
De la bicorne forca i lini attorti.
Altri cerca co i can, dove soggiorno
Facciano i denti ingiuriosi, e forti.
Altri cerca al suo honore altro consiglio,
E brama di trovare il suo periglio.

Segue Echion con molti altri la traccia
De’ bracchi, che n’ han già l’odor sentito,
E fra i più folti spin si spinge, e caccia,
Tanto che giunge al paludoso lito.
Et ecco geme un can, latra, e minaccia,
Poi da molti altri è il suo gemer seguito,
Tanto che ’l gran baiar lor fede acquista,
Che l’empia belva han già trovata, e vista.

Tosto, che i cani ingiuriosi, e fidi
Indicio dan de la trovata belva,
Si senton mille corni, e mille stridi
In un tratto assordar tutta la selva.
Da tutti i lati à paludosi lidi
Si corre, e verso il verre ogn’un s’inselva.
E già di can si grosso stuolo è giunto,
Che d’ogni lato è minacciato, e punto.

Come ei vede de cani il crudo assedio,
E tante d’ ogni intorno armate mani,
E sente i gridi, i corni, i morsi, e ’l tedio
Di tanti, ch’ intorno ha, feroci alani;
Ricorre à l’ ira, e al solito rimedio,
E altero investe huomini, et arme, e cani:
Et empio, e fello trasportar si lassa
Contra ogn’un, che ver lui lo spiedo abbassa.

Corre à l’ irreparabile vendetta
Con tal furor lo spaventoso mostro,
Che sembra il foco, il tuono, e la saetta,
Che corra in un balen l’ethereo chiostro;
Quando à cacciare i nuvoli s’affretta
Da un lato l’Aquilon, da l’altro l’Ostro,
Esce de nembi il foco, e fiere, e stride:
Cosi vola il Cinghial, freme, et uccide.

Crucciato hor quinci, hor quindi adopra il dente
Nel cane, e ne l’acciar lucido, e bianco.
Ferito un veltro là gemer si sente,
E va leccando l’ impiagato fianco.
Quel mastin tutto aperto fa un torrente
Di sangue, e giace, e geme, e viensi manco,
Si vede l’huom, che l’assaltò co’l ferro,
Ferito, e l’acciar torto, e rotto il cerro.

Mentre correndo il porco i cani atterra,
E ’l bosco risonar fa d’alte strida,
Trassi Echion da parte, e ’l dardo afferra,
E ’l manda in aria, acciò che ’l mostro uccida.
Ma troppo in alto l’hasta da se sferra,
E passa sopra il perfido homicida;
D’acero dopo incontra un grosso piede,
E ’n vece del nemico un tronco fiede.

L’istesso avenne al guerrir di Tessaglia,
À quel, ch’al mar mostrò la prima nave:
Dal forte braccio impetuoso scaglia
Un dardo più mortifero, e più grave:
Forniva con quel colpo la battaglia
Se più basso feria l’acuta trave.
Passò di là dal porco empio, e selvaggio,
Insino à le medolle un grosso faggio.

Mopso figliuol d’Ampico, e Sacerdote
D’Apollo, al ciel la voce alza, e l’aspetto.
Febo, se l’hostie mie sante, e devote
Commosser unqua il tuo pietoso affetto,
Concedi à queste mie supplici note,
Ch’ io primo impiaghi à l’ inimico il petto.
Dar cerca al prego effetto il chiaro Nume,
Ma v’è chi tronca al suo desir le piume.

Come ha incoccato il Sacerdote il dardo,
E c’ ha ben presa al suo ferir la mira,
Quanto può stende il braccio men gagliardo,
E più che può, co’l destro il nervo tira.
Lo stral del divin folgore men tardo
Volando freme, e à la sua gloria aspira.
Ma tolse nel valor la Dea di Delo
L’acuto ferro à l’ innocente telo.

Lo stral senza la punta il mostro giunge,
Per torgli l’alma, e haverne il premio crede,
E gli dà ne la fronte, ma no’l punge,
Che quel gli manca, onde forando fiede.
S’accresce l’ira al porco, e poco lunge
Eupalamon con più compagni vede,
Che fermi al varco stan co i ferri bassi,
Perche ’l nemico lor quindi non passi.

Ne’ lumi del Cinghiale arde, e risplende
L’ira, e dal cor profondo essala il foco.
Già contra i forti spiedi il corso stende,
Fremendo con grugnir superbo, e roco.
Et in un tempo istesso è offeso, e offende,
E al fin (mal grado lor) guadagna il loco.
È la lor forza à tanto horrore imbelle,
Ne può il ferro passar la dura pelle.

Le zanne altero arruota, e d’ira freme,
E manda Eupalamon ferito in terra,
Poi fa, che Pelagon talmente geme,
Che non ha più à temer de la sua guerra.
Lo stesso horrore, e stratio il figlio teme
Ippocoonte, e al corso si disserra:
L’arriva il mostro, e ’l punge nel tallone,
E manda l’alma sua sciolta à Plutone.

Se non havea Nestor l’occhio al suo scampo,
Non havria il terzo mai secolo scorto,
Non vedea mai d’ intorno à Troia il campo,
Ma rimaneva in quella selva morto.
Andò il mostro crudel menando vampo
Contra Nestor fin da fanciullo accorto,
Ma saltò sopra un gran troncone à tempo,
Per non far torto al suo prefisso tempo.

E bene à tempo vi si trovò sopra,
Che giunto il mostro il guarda empio, e si sforza
Di fargli anchora oltraggio, e irato adopra
Il dente altier ne l’ innocente scorza.
Veduto poi, ch’ei perde il tempo, e l’opra,
Rivolge contra i can l’ ira, e la forza,
Che gli son sempre al fianco, ma si lunge,
Che l’ infelice zanna non vi aggiunge.

Impetuoso il fier Cinghial gli assale,
E questo, e quel men destro azzanna, e uccide.
Infinito è il languor, ch’in aria sale
Di questo, e di quel can, che geme, e stride.
Con lo spiedo altre volte empio, e mortale
Orithia và ver le zanne homicide.
Ribatte il colpo il porco empio, e selvaggio,
E toglie al forte pugno il ferro, e ’l faggio.

Corre poi sopra il suo nemico, e ’l parte
Co’l dente altier da genitali al petto,
E gli fà saltar fuor l’interna parte,
E morto il dona al sanguinoso letto.
I due fratei, che fra Mercurio, e Marte
Non haveano ancho il trasformato aspetto,
Gli eran con l’hasta in man tremuli à fianchi,
Su due destrier, via più che neve bianchi.

E sarian forse stati i primi à torre
La vita, ò almeno il sangue al mostro altero,
Ma il folto bosco, ove il caval lor corre,
À l’hasta, e al corso lor rompe il sentiero.
Disposto è in tutto Telamon di porre
Il mostro in terra, e corre ardito, e fero,
Ma dà d’ intoppo in un troncon coperto,
E cade, e perde il desiato merto.

Ch’ in quel, che Peleo il vuol alzar da terra,
La vergine Atalanta un dardo incocca,
E l’arco incurva, e poi la man risserra,
E fa del nervo libera la cocca.
L’ambitioso stral, come si sferra,
Conosce ben, ch’ in van l’arco non scocca,
E certo di ferir batte le piuma,
E toglie il sangue à l’ inimico lume.

Il mostro, che forar si sente il ciglio,
Per la doglia improvisa il capo scuote,
S’aggira, e si dibatte, ne consiglio
Da gittar via lo stral ritrovar puote.
La vergine, che vede il pel vermiglio,
E girarsi il Cinghial con spesse ruote,
Gode, che l’arma sua primiera colse,
E prima al crudo verre il sangue tolse.

Ne men s’allegra il giovane Signore
Di Calidonia, che primier s’accorse,
E mostrò primo il virginal valore
À suoi compagni, e ’l sangue, che fuor corse.
Ben n’havrai (disse) il meritato honore
Vedrai, ch’ indarno il ciel quà non ti scorse.
Vermiglio à molti il volto invito rese,
Poi tutti al periglioso assalto accese.

Si fan l’un l’altro core, e innanzi vanno
Contra la belva insidiosa, e truce,
E tutti al corpo suo cercan far danno
Da quella parte, ove perde la luce.
Ne però strada anchor ritrovar sanno
Da tor per sempre à lui l’aura, e la luce.
Percoton mille strai l’ hirsuta veste,
Ma l’un l’altro impedisce, e non investe.

Ecco contra il suo fato il corso affretta
Il glorioso, et infelice Alceo,
Et con ambe le mani alza una accetta,
E s’avicina al mostro horrendo, e reo.
Questa farà ben meglio la vendetta
Dice, che ’l dardo virginal non feo,
State à veder, se con quest’arme io ’l domo,
E se val più d’una donzella un’ huomo.

S’opponga pur Diana co’l suo scudo,
Difendalo se può da la mia forza,
C’hor hora il fo restar de l’alma ignudo,
E acquisto al mio valor l’hirsuta scorza.
Hor mentre di calare il colpo crudo
Co’l suo maggior potere Alceo si sforza,
Il porco contra lui si spinge, e serra,
E fa cadere in van la scure in terra.

Co’l curvo dente in quella parte il fende,
Che ’l core, e i membri interni asconde, e copre.
La piaga l’infelice in terra stende,
E le parti secrete allarga, e scopre.
Hor mentre, ch’à quel Dio l’anima rende,
Che suol giudicio far de le nostre opre;
Peritoo ò vuol, che ’l porco empio l’azzanni,
Ó si vuol vendicar di tanti danni.

Con l’hasta tridentata affretta il corso,
Dove s’è fatto forte il suo nemico,
Ma tosto pone al suo furore il morso
Teseo suo vero, e cordiale amico.
Dov’è gito (gli dice) il tuo discorso?
Hai tu perduto il tuo consiglio antico?
Non dee l’huom forte mai prender duello
Con animal di lui più forte, e fello.

L’huom saggio dee (sia quanto vuol gagliardo)
Simil fere domar col proprio ingegno.
Con l’huom convien, che l’huom non sia codardo,
Se vuol salvare, ò guadagnare un regno.
Mentre, che ’l persuade aventa un dardo,
Che giunse à punto al destinato segno,
Ma non ferì il Cinghial, che d’ ira acceso
Havea contra un gran veltro il corso preso.

Gli salta il veltre intorno, e ’l mostro fero
Ovunque il can si volge, il capo gira.
L’ardito intanto, e forte cavaliero
De la prudente Athene un dardo tira;
E dato al segno destinato, e vero
Havrebbe, ù l’occhio havea presa la mira;
Ma il can s’oppose in quel, che’l braccio ei sciolse,
E salvò à lui la vita, e à se la tolse.

L’ardito Meleagro havea più volte
Cercato d’investir, ma sempre in vano.
Il moto del Cinghial, le piante folte
Sempre in van fergli uscir l’arme di mano.
Due diverse arme ultimamente tolte,
La prima vuol, ch’ investa di lontano,
Obedisce ella, e fora, e prende albergo
Nel suo pur dianzi inviolabil tergo.

Quando ei vide al Cinghial vermiglio il dosso,
E che punto dal duol s’aggira, e scuote,
Con l’altra arma, c’ ha in man gli corre adosso,
E la sinistra parte gli percote.
Passa il superbo acciar la carne, e l’osso,
Ne il coraggioso cor resister puote.
Il porco mentre può, si duole, e langue,
Poi cade, e manda fuor la vita, e ’l sangue.

Ogn’un con le parole, e con le ciglia
De le sue lodi al vincitor compiace.
Ogn’un s’allegra, e ogn’un si maraviglia
De l’ animal, ch’ in tanta terra giace.
Anchor temon toccarlo, pur vermiglia
Sicuro al fin ciascun l’arme sua face.
Ogn’un, se ben non ha la fera estinta,
Brama del sangue suo l’arme haver tinta.

Ma più d’ogni altro al vincitor dà lode
La gratiosa vergine Atalanta.
L’acceso amante, che la mira, e ch’ode
La soave parola accorta, e santa,
Mentre stupito la vagheggia, e gode
Pon su’l capo al Cinghial del piè la pianta,
E con grata favella, e dolce vista
Sol la sua diva allegra, e gli altri attrista.

Poi ch’è piaciuto à le superne stelle
Di dare effetto al mio nobil pensiero,
Si denno à me queste honorate, e belle
Spoglie, che fede poi faran del vero,
Io dico del Cinghial l’ hirsuta pelle
Co’l capo anchor de le sue zanne altero,
Pur, perche ’l dardo tuo l’ impiagò pria,
Vo teco compartir la gloria mia.

Subito fa levar l’horrida spoglia,
E dandola co’l capo à la sua diva,
D’allegrezza empie lei, d’ invidia, e doglia
Gli altri di Calidonia, che ne priva.
Dispiace à tutto ’l suo popol, che voglia
Del bel trofeo la sua patria nativa
Spogliar, per darlo à la Nonacria parte,
Che non havea ne la vittoria parte.

Disse Plessippo à lei, ch’ un de fratelli
Era d’Altea di Meleagro madre;
Non ti pensar de le honorate pelli
Le mura ornar del tuo Nonacrio padre,
Non creder, ben ch’ i tuoi lucenti, e belli
Lumi, con le fattezze alme, e leggiadre
Habbian del mio nipote acceso il core,
Privar la patria mia di tanto honore.

E contra i servi con gran furia vanne
De l’innocente giovane Tegea,
Che cura havean de le dannose zanne
Donate à lei dal gran figliuol d’Altea:
Le toglie lor per forza, e cura danne
Al suo fratel Tosseo, ch’appresso havea.
Per vendicar la vergine quell’onta
Stringe la spada, e ’l suo nemico affronta.

Ma Meleagro altier, che ’l tutto scorse,
La consanguinità posta in oblio,
Vinto da l’ ira minacciando corse,
E con lo spiedo ingiusto uccise il zio.
Poi del fratel piu giovane s’accorse,
Che contra gli venia crudele, e rio,
E fatto in tutto di pietà rubello
Lo stese morto appresso al suo fratello.

Intanto Altea, che la vittoria intesa
Del figlio havea contra il nefando mostro,
Al tempio và di santo zelo accesa
Co’l grato don di gemme ornata, e d’ostro;
Et ode per la via quanto l’ ha offesa
Quel, ch’ella già portò nel carnal chiostro:
Intende, che ’l figliuol da l’ ira vinto
Ha l’uno, e l’altro suo fratello estinto.

Compare in questo la bara funebre
Per gli occhi suoi troppo infelice obbietto.
Subito ella alza il grido muliebre,
Si straccia i crini, e si percote il petto.
Le donne sue come insensate, et ebre
Mostran vinte dal duol l’interno affetto;
Subito gittan via le vesti allegre,
E cangian le dorate in gonne negre.

La madre un pezzo si consuma, e piange,
Come il fraterno amor ricerca, e vuole,
E si graffia le gote, e ’l capel frange,
E v’accompagna i gridi, e le parole.
Da l’ ira vinta poi forza è, che cange
Il pianto in quel desio, ch’accender suole
Gl’irati à la vendetta, in quel desio,
Ch’ogni più santo amor manda in oblio.

Vestito, c’hebbe Altea del carnal manto
Quel figlio, c’hor gli ha fatto il doppio scorno,
Pregò le Dee con verso humile, e santo,
Che volgon de le vite il fuso intorno,
Che le dovesser far palese quanto
Il suo picciol figliuol godrebbe il giorno.
Venner le tre sorelle al prego giusto,
E poser su le fiamme un verde arbusto.

Volgendo il fuso poi l’avara palma
Disser. Tu, c’hoggi sei comparso al lume,
Sappi, che del tuo petto uscirà l’alma
Tosto, che ’l foco il ramo arda, e consume.
Tornar poi ne la patria eletta, et alma
Le Parche, e presta Altea lasciò le piume,
E con le mani inferme il tizzo strinse,
E poi d’acqua lo sparse, e ’l foco estinse.

E come accorta ascose il fatal legno
Per conservarlo in un secreto loco.
Non era in tutto il Calidonio regno
Parte, che men temer dovesse il foco.
Hor si s’aviva in lei l’ ira, e lo sdegno,
Che vi può la pietà materna poco.
Trova l’ascoso muro, e fuor ne tira
Il ramo, e accender fa l’infame pira.

L’hasta al foco vuol dar, che l’alma chiude
Del figlio, ch’ i fratei mandò sotterra,
Perche le membra sue di spirto ignude
Restino, e vengan poi cenere, e terra.
Tre volte con le man profane, e crude
Per gittarlo nel foco il ramo afferra,
E tre volte le vieta opra si indegna
Qualche poco d’amor, ch’anchor vi regna.

Albergano la madre, e la sorella
Due diverse persone in un soggetto,
E movono in un core hor questa, hor quella
Quando il più pio, quando il più crudo affetto.
Et hor la voglia santa, hor la rubella
Cerca di dominare il dubbio petto.
Il core hor l’homicidio approva, hor vieta,
Secondo vince in lui l’ ira, ò la pieta,

Spesso il timor del suo futuro errore
Le fa di neve diventar la fronte,
La pingon poi di sangue, e di furore
L’ incrudelito cor, gli sdegni, e l’onte.
Se ’l pianto secco vien dal troppo ardore,
Sorger si vede poi novella fonte.
Le pinge il viso hor l’odio, hora il cordoglio,
Questo d’affetto pio, quello d’orgoglio.

Come talhor se la corrente, e ’l vento
Fan tra lor guerra à l’agitata nave,
Pria cede il legno à l’onda, e in un momento
S’arrende à la procella, ch’è più grave:
E in breve tempo cento volte, e cento
Hor l’onda, hor l’aura in suo dominio l’have:
Tal de l’afflitta Altea l’ambiguo ingegno
Hor vinta è da la pieta, hor da lo sdegno.

Al fin la voglia più malvagia, e ria
Con più vigor le domina la mente,
Et empia vien per voler esser pia,
E placar de fratei le membra spente.
Già l’affetto materno in tutto oblia,
Et è miglior sorella, che parente.
Hor come vede il foco andare al cielo,
Cosi à la mente sua discopre il velo.

Poi, ch’arsi i miei fratei da questo foco
Saranno, e ch’ io vedrò cenere farne,
S’io posso il reo por nel medesmo loco,
Non debbo già senza vendetta andarne.
Dunque fia ben, se per placargli un poco,
Fò parte al rogo lor di quella carne,
Che quello spirto rio nasconde, e chiude,
C’hebbe contra di lor le man si crude.

E con quel, c’havea in man celeste ramo,
Si volse à funerali altari, e disse.
Voi tre Dee de le pene eterne chiamo,
C’havete da punir le nostre risse,
Mentre l’ inique essequie spedir bramo,
Tenete alquanto in me le luci fisse,
E date à la mia mano ardire, e forza,
Che doni à i fochi rei la fatal scorza.

Fate me inferne Dee si ardita, e forte,
Ch’al foco ardisca dar la carne propia,
Che con la morte io vò placar la morte,
Et à l’essequie far d’essequie copia,
E poi, che ’l dà la mia perversa sorte,
Non voglio al fallo far del fallo inopia.
Per mille pianti raddoppiati, e mille
Questa fiamma crudel vò, che sfaville.

Adunque il Re di Calidonia altero
De la vittoria andrà del crudo figlio?
E Testio il padre mio con manto nero
Basso havrà sempre, e lagrimoso il ciglio?
Meglio è, che l’uno, e l’altro provi il fero
De la sorte crudel funebre artiglio,
E vadan ambedui colmi di pianto
Havendo afflitto il core, oscuro il manto.

Hor voi pur dianzi dal mortal sostegno
Sciolt’ anime prendete il buon desio,
L’essequie, che vi compra hoggi il mio sdegno
Co’l sangue, e non con l’or del figliuol mio.
Ecco del ventre mio l’ iniquo pegno,
La materna pietà posta in oblio,
Per la troppa barbarie, ch’ in lui scorgo,
À divorare à queste fiamme io porgo.

Oime, dunque havrò il cor tanto inhumano?
Dove mi lascio io trasportar da l’ira?
Perdonate fratelli à la mia mano,
Se da cotanta infamia si ritira.
Ben sà, che ’l face il suo delitto insano
Degno di perder l’aura, ond’ei respira:
Ma non le par ragion, ne giusta voglia,
Ch’io, che già il diedi al mondo, al mondo il toglia.

Dunque ei di tanto error se n’andrà sciolto?
E senza i miei fratei godrà la luce?
Per la vittoria tumido nel volto ?
Per esser sol di Calidonia Duce ?
E ’l corpo vostro hor hor sarà sepolto
Nel rogo, che per voi s’accende, e luce?
E voi, per cui lo ciel più non si volve,
Giacerete fredd’ombre, e poca polve?

Nò, muora pur lo scelerato, e cieco,
Muora per man de l’ infelice madre,
E la ruina de la patria seco
Tiri, con la speranza alta del padre.
Vada pur à goder lo Stigio speco,
Et lasci il regno in vesti oscure, et adre.
Misera, che vuoi far? chi ti trasporta?
La materna pietà dunque è in te morta?

Dunque empia madre à mente non ti torna
Quanto per lui sofferto il tuo seno have?
Che nove volte rinovò le corna
Delia, mentre egli il sen ti fece grave.
Dunque da tanto mal non ti distorna
L’età sua pueril, già si soave?
Dunque il tuo cor colui d’arder non teme,
In cui del regno suo fondò la speme?

Piacesse à gli alti Dei, che nei prim’anni,
Quando questo troncon fu dato al foco,
Visto havessi di te gli ultimi danni
Quei, che temo vedere in questo loco.
Che lasciato havess’io battere i vanni
Al lume, che n’havea già roso un poco.
Tu vivi per mio don, ch’ io l’ ho sofferto,
Ma muori, se morrai, per lo tuo merto.

L’alma havesti da me la prima volta,
Quando co’l parto mio t’offersi al lume:
L’altra, quando fu poi la verga tolta
Al foco, e ch’io lasciai per te le piume.
Hor se’ l’alma io ti toglio, e vò che sciolta
Dal suo mortal vada al tartareo fiume,
Se tu se’ ingrato, ingiusta io già non sono,
Se l’havesti da me due volte in dono.

Rendi homai disleal l’anima, rendi,
E tu Parca crudel tronca lo stame.
Ah madre iniqua, e ria, che fare intendi?
Vuoi diventar per tal vendetta infame?
Non vedi tu, quanto te stessa offendi,
Se sciogli al figlio il suo vital legame?
Misera il veggo, ah quanto è il mio cordoglio,
Che vò, e non posso; e poi posso, e non voglio.

Pria le fraterne piaghe, e l’empia morte,
Si fanno innanzi al mio vedere interno
E l’ ira in me risuscitan si forte,
Che vuol, ch’ io doni il mio figlio à l’inferno:
Ma rende al rio pensier la man non forte
De l’ infamia il timor, l’amor materno:
E mentre dice ogn’un le ragion sue,
Io mi consumo, e vivomi intra due.

Ma voi, per maggior mia noia, e tormento
Cari fratei n’havrete al fin la palma,
E forse havrò dapoi tant’ ardimento,
Ch’anch’ io lasciar vorrò l’humana salma.
Per fare ogn’un di voi di me contento,
Vò far, che segua voi la sua trist’alma.
Con questo dir volse à le fiamme il tergo,
E diede in mezzo al foco al tizzo albergo.

Ó diede, ò parve pur, che per la doglia
Sentendo il foco un strido il ramo desse,
Ma la fiamma empia fe contra sua voglia
Poi che non potè far, che non l’ardesse.
Sentì il figlio d’Eneo l’humana spoglia
(Benche lontan da quelle fiamme stesse)
Ardere, e sentì anchor l’ interno petto
Esser da foco occulto arso é et infetto.

Non sà già la cagion del troppo ardente
Dolor, che dentro gli consuma il core,
Pur co’l valor de l’animosa mente
Si sforza superar l’aspro dolore.
S’ attrista bene assai, che si vilmente
Senza far guerra, e senza sangue more.
Alceo chiama felice, e ogni altro Duce
Cui tolse il rio Cinghial l’aura, e la luce.

Chiama vinto dal duolo il padre anticho,
Ogni fratello chiama, ogni sorella,
La compagna del letto, il fido amico,
E più d’ognun la madre ingiusta, e fella.
Il foco ad ambedui crudo nemico
Distrugge Meleagro, e la facella.
E del ramo, e de l’ huom fu il viver corto,
Ch’un restò poca polve, e l’altro morto.

Giace l’alta città, piangon le mura,
Versan le torri altere in copia il pianto,
La giovenile età, l’età matura,
La nobiltà, la plebe hà nero il manto.
De le donne più pie la turba oscura
Fa gir le strida al regno eterno, e santo:
Batton le mani, e ’l sen, straccian le chiome,
Chiamando spesso in van l’amato nome.

Il vecchio Re con grido afflitto, e lasso
Biasma i troppi anni suoi, sua trista sorte,
Che deve un suo figliuol chiuder nel sasso,
Ch’era in si verde età si saggio, e forte.
Altea, ch’al comun pianto hà volto il passo,
E sà, ch’essa è cagion de la sua morte,
Alza la man, che diede il figlio à Pluto,
E piaga il tristo cor co’l ferro acuto.

S’io cento lingue havessi, e cento petti,
E volto in mio favor tutto Helicona,
E cento de i più rari alti intelletti,
Ch’ in capo mai d’allor portar corona;
Non potrei dire i dolorosi affetti,
Onde l’alta città tutta risuona
D’huomini, di matrone, e di donzelle,
Ma più de le mestissime sorelle.

Deposto il gesto regio, il regio fine,
Si danno in preda à ogni atto indegno, e insano.
Fanno oltraggio al bel viso, à l’aureo crine,
E percotonsi il petto, e mano à mano:
E stando sopra lui piegate, e chine
Chiaman sovente il nome amato in vano.
E mentre il corpo in cener non si sface,
Gli son tutte d’ intorno ovunque giace.

À pena il colpo in cener si risolve,
Che ’l vaso à gara prendon, che la serra,
E al petto stringon la funebre polve,
Mentre, che ’l loco pio non la sotterra.
Ma come il sasso poi gelido involve
Le membra trasformate in poca terra,
Da lor le strida, i moti, e ’l pianto impetra
Lo scritto nome, e la notata pietra.

Poi ch’à la Dea di Delo offesa parve
D’esser contra d’Eneo sfogata à pieno,
Fè, che la piuma à le sorelle apparve
Del morto, e n’ornò lor le braccia, e ’l seno.
E fatta ogn’una augel subito sparve,
Et allentò per l’aria à i vanni il freno.
Tutte à un tratto lasciar l’human splendore
Da la nuora d’Almena, e Gorge in fuore.

L’augel, che Meleagride s’appella,
Dal fratel Maleagro hà preso il nome.
Risplende assai la sua penna novella,
Che leva al ciel le sue terrene some.
Ch’è vaga, varia, colorata, e bella,
Et hà la cresta in vece de le chiome.
Di spetie di gallina è rara, e nova,
Benche come il fagian dipinge l’ova.

Come hebbe Teseo visto il Cinghial morto,
Mostrato il suo buon cor commiato prese,
Ne si trovò presente al danno, e al torto,
Onde la cruda madre il figlio offese.
Per ritrovarsi in breve al patrio porto
Per altro suo disegno il camin prese,
Bench’Acheloo, c’havea la sua contrada
Tutta allagata, gl’ impedì la strada.

Vede Acheloo (lo Dio proprio del fiume)
Che ’l cavalier d’Athene è giunto al passo,
E se scorge huomo, ò legno, intende il lume
Per poter por nell’altra ripa il passo.
Allhor temendo il grato, e amico Nume,
Che no’l dia l’onda al regno oscuro, e basso,
Cortese, e pio se gli fa incontra, e vede,
Se può con questo suo fermargli il piede.

Non ti fidar guerrier Cecropio à l’onde,
Che sforzan troppo rapide le navi,
Et c’han portate al mar le proprie sponde,
Con l’elevate lor superbe travi.
Ogni tetto vicino, ogni alta fronde
Con le parti, c’havean più dure, e gravi,
E con gli armenti stessi, e co i pastori
Tutti hò visti portarne in grembo à Dori.

Ne al can, ne à gli altri bruti il nuoto valse,
Non giovò à l’huomo il suo saggio discorso.
Tanti ne fur donati à l’onde salse,
Quanti rapinne il furioso corso.
Se del consiglio altrui giamai ti calse,
Metti guerriero al tuo desire il morso.
Mentre l’onda và fuor del proprio lido,
Piacciati, ch’ io t’alberghi entro al mio nido.

Per fuggir il guerrier tanto periglio,
Per farsi grato à quel, che ’l persuade,
Lieto rispose, al tuo parer m’appiglio,
Mentre che l’onda tua si fiera cade.
Accetto la tua casa, e ’l tuo consiglio,
Fin che sicure sian l’ondose strade.
Per mano il fiume il prende, e ’l mena seco
Dentro al suo cavernoso humido speco.

Entran d’una in un’altra le spelonche,
Dove l’altero Dio si posa, e chiude.
Comparton tutto il ciel diverse conche,
Che ’l tufo adornan cavernoso, e rude.
Le gocce altre continue, et altre tronche
Van per diversi rivi à la palude:
E da cento antri, e cento senza lume
S’uniscon l’onde in un, che fanno il fiume.

Lieto il cortese Dio di tanto Duce,
Con ogni studio ad honorarlo intende.
Però con tutti i suoi Teseo conduce,
Dove ne l’antro suo più il giorno splende,
Che l’occhio, onde una stanza have la luce,
Verso infinito mar lo sguardo stende.
Quivi spiegar con volto honesto, e chino
Le Ninfe su la mensa il bianco lino.

Comparser le vivande, e ’l Nume accorto
Fece à la mensa pria seder Teseo,
Poi Peritoo con Lelege, ne torto
Del loco ne à la etàé al grado feo.
Poi che dier loro il debito conforto
Co’l raro cibo il più dolce Lieo,
Venne il guerrier d’Athene à caso à dare
L’occhio in mezzo al balcon, che guarda ’l mare.

E levandosi alquanto alto dal seggio,
Il braccio verso il mar tese, e la mano,
Di gratia (disse poi) Signor ti chieggio,
Che per tua cortesia mi faccl piano
Il nome di quell’ isola, ch’ io veggio,
Che mi par molto grande di lontano.
Per farlo allhor lo Dio restar contento
Fè risonare il ciel di quest’accento.

Un sol luogo non è, come ti credi,
Di molto l’occhio, Teseo s’inganna,
Che quelle son cinque isole, che vedi,
Ma la distanza il tuo vedere appanna.
Hor poi che, tua mercè, qui meco siedi,
Et ogni prudent’ huom l’otio condanna,
Ti vò contar l’origine, onde nacque
Ciascuna di quell’isole in quest’acque.

Quelle Naiade fur di più d’un fonte,
Antico tributario del mio fiume,
Ch’à dieci tori già rupper la fronte,
E quei diero à l’altare, e al santo lume.
De la selva gli Dei tutti, e del monte
Furo invitati, e ogni altro agreste Nume
Al prandio, al ballo, et à l’officio pio,
Sol’ io scordato fui, ch’era il lor Dio.

Io, che ’l disprezzo mio chiaro conosco,
Più che non fei giamai, m’ingrosso, e sdegno,
E d’ira, e di furor gonfio, e di tosco,
Non sol levo al terren la biada, e ’l legno;
Ma toglio il campo al campo, e ’l bosco al bosco,
E gli spingo per forza al suo regno:
Vi scaccio anchor, dimessa ogni pietate,
Co i proprij lochi lor le Ninfe ingrate.

Le dono à pena al mare, e à me le toglio,
Che l’onda salsa al mio voler risponde,
E tanto face il suo co’l nostro orgoglio,
Che diamo à quel terren novelle sponde.
E divedendo l’un da l’altro scoglio,
Formiam le cinque Echinade sù l’onde,
Che quelle fur, ch’al sacrificio loro
Negaro al nostro altar l’ incenso, e ’l toro.

Ma l’isola, ch’alquanto è lor distante,
Non fu da l’ira mia donata à l’acque,
Ma ben dal troppo crudo Hippodamante,
Di cui la sventurata donna nacque.
Già il suo leggiadro, anzi divin sembiante
Tanto à le luci mie cupide piacque,
Ch’ignuda entro al mio letto haver la volsi,
E ’l bel nome di vergine le tolsi.

Perimele di lei fu il proprio nome,
Hor subito, che ’l padre empio s’accorse
Del fallo suo, la prese per le chiome,
E su quel monte strascinolla, e corse.
Scagliando poi le non più grate some
Dal ruinoso scoglio al mar le porse.
Io corsi, e d’aiutar cercai il suo nuoto,
E dissi al Re del mar fido, e devoto.

Fratello altier di Giove, à cui la sorte
Diede il tridente in man, che regge il mare,
Onde noi Dei de l’onde erranti, e torte,
Tributo ti sogliam perpetuo dare;
Salva questa fanciulla da la morte,
Ch’io fei per troppo amor per forza errare:
Se ’l dritto mio maggior mai ti rendei,
Mostrati grato à me, pietoso à lei.

Poi che l’ha tolto il core empio paterno
D’albergar più ne la terrena riva,
Tu, che di tanto mar tieni il governo,
Non far, che sia nel sal d’albergo priva.
Falla nel tuo gran regno un loco eterno,
Si che la sua memoria almen sia viva.
Piegò Nettuno il volto al prego fido,
E fe tremar d’intorno il mare, e ’l lido.

Il gran romor, che più crudel minaccia,
Le dà maggior timor, maggior sospetto,
Pur si sostien co’l nuoto in su le braccia,
Per non gire à trovar de l’onde il letto.
Anch’ io, perche dal mar vinta non giaccia,
Con man sostegno il palpitante petto.
E ogni hor mi par sentir con più furore
Battere à l’ infelice il polso, e ’l core.

Mentre per salvar lei pongo ogni cura,
Mi par più non sentir carne, ma pietra,
E che ’l bel corpo ogn’hor via più s’indura,
E ch’ogni membro suo cresce, e s’ impetra.
Tal, che l’intellettiva alma natura
Di formarsi una nova isola impetra.
Fatta al fin larga, et alta, e di più pondo,
Co’l piede andò à trovar del mare il fondo.

Poi c’hebbe cosi detto il sacro fonte,
E mostrando pietà nel volto tacque.
Ogn’un devoto al mar drizzò la fronte,
E venerò di cor lo Dio de l’acque.
Sol disprezzò le maraviglie conte
Quel, che fratel de rei centauri nacque;
Ne creder volle à le cangiate forme,
Se ben più d’un fratel vide biforme.

La stirpe, ch’à schernir Peritoo sforza,
Non men gli Dei del suo padre Issione,
Fè, che (disse) Acheloo troppo gran forza
Doni al fratel di Giove, e di Plutone,
Se vuoi, che possa altrui cangiar la scorza,
E donar altre forme à le persone.
E ’l modo, e ’l riso, e ’l mover de le ciglia
Empiè ogn’un di terrore, e maraviglia.

Sdegnossi il fiume entro al suo core alquanto,
Ma non ne diè già ne la fronte aviso,
Che cercando honorar Teseo più santo,
Sofferse dal suo amico esser deriso.
C’havrebbe forse à lui per mostrar quanto
Far puote un Dio, cangiato il senno, e ’l viso,
Ma Lelege, più vecchio, e al ciel più fido
Cercò l’empio far pio con questo grido.

Del ciel la forza ogni potenza eccede,
Ciò, che voglion gli Dei, Peritoo, fassi.
E poco ha fido il cor colui, che crede,
Che non posson cangiar in piante, e ’n sassi.
E per farti di ciò più certa fede
Sappi, ch’un’alta quercia in Frigia stassi,
Ch’appresso ad una tiglia i rami suoi
Stende, c’huomini fur’, come hor siam noi.

Oltre la tiglia è l’arbor de le ghiande,
Dove la forma à due già fu cangiata.
V’è un’altra maraviglia non men grande,
Una palude in un momento nata.
Ú la Folice, e ’l Mergo hor l’ali spande,
E già fu fertil terra, et abitata.
Mi vi mandò mio padre, e vidi, e intesi
Quel, che per ben comun vien, ch’ io palesi.

Lascia il Signor celeste un giorno il cielo
Per voler fare esperlenza in terra,
Se l’huom ver la pietate acceso ha il zelo,
Ó s’à la caritate il passo serra.
E preso d’huom mortal l’aspetto, e ’l pelo,
Ne l’Asia in Frigia co’l figliuol s’atterra.
E mostrano cercando à l’altrui porte,
Ch’impoveriti sian da l’empia sorte.

Poco à Mercurio l’eloquentia giova
Nel raccontar la lor fortuna adversa:
À mille, e mille porte si fa prova,
Per tutto la pietà trovan dispersa.
Ne fra mille, e mille huomini si trova
Un, che non habbia l’alma empia, e perversa.
Ogn’un nega al lor vetro, et al lor sacco
(Benche n’abondi assai) Cerere, e Bacco.

Al fine ad una picciola capanna
L’ascoso Re del ciel co’l figlio arriva,
La qual di paglia, e di palustre canna
E da lati, e di sopra si copriva.
Quivi scoprendo il duol, che ’l core affanna
La vera carità ritrovar viva,
Fur da Fileno, e Baucide raccolti,
Ch’eran consorti già molti anni, e molti.

Da lor la povertà, ch’ogn’uno abhorre,
Con lieto, e santo cor sofferta fue,
Di quel, che manca l’un, l’altro soccorre,
E giova à due con le fatiche sue.
Servi, e Signor cercar lì non occorre,
Tutta la casa lor non son, che due.
Quel, che comincia l’un, l’altro al fin manda,
E da due s’obedisce, e si comanda.

Come poser gli Dei lì dentro il piede,
L’antico Filemon cortese, e saggio,
Che i peregrini affaticati vede
Non da gli affanni sol, ma dal viaggio,
Per ciaschedun di lor porta una sede
D’un mal disposto, e ben tarlato faggio.
Tosto sopra vi pon l’accorta moglie
Per fargli riposar due vecchie spoglie.

Prende la vecchia poi l’aride legna,
E inginocchion desta il carbone, e ’l foco,
E fà, che l’un troncon l’altro sostegna,
Ma in modo, ch’à la fiamma habbia à dar loco.
Nel carbon vivo poi mandar s’ ingegna
Lo spirto unito suo senile, e poco,
Perche co’l suo vigor la frasca accende,
E risoluto in fiamma arda, e risplende.

Un picciol rame concavo indi appende
À la fuliginosa atra catena,
Pien d’una pura fonte, dove intende
Di far bollir la rusticana cena.
Nel picciol horto intanto il vecchio prende
Di molte herbe opportune ogni man piena,
E le porge à la moglie, e anch’ei s’adopra,
Perch’ogni erba si purghi, e ponga in opra.

Quell’herbe, che vuol por, sceglie la moglie
À cocer per la cena, e l’apparecchia.
Filemone il radicchio in un raccoglie
Con la sinistra man debile, e vecchia.
La destra co’l coltel taglia le foglie,
E dalle assai minute ad una secchia,
E le lascia purgar ne l’onde chiare,
Perche poi nel mangiar sian meno amare.

Prende poi il vecchio la bicorne forca,
E và, dove gliè d’huopo, e ’l capo leva,
E guarda in alto, et uno uncino inforca,
Ch’una spalla di porco alto teneva.
Dal fumo, e da la polve oscura, e sporca
La prende, e co’l coltel, ch’à lato haveva,
Ne taglia, e purga una mezzana fetta,
E dalla al rame poi purgata, e netta.

Perche non paia à lor lungo il soggiorno,
Tal volta scioglie à la sua lingua il nido,
E và passando l’otioso giorno
Con rustiche sentenze, e rozzo modo.
V’era un gran vaso lavorato al torno
Di faggio, ch’appiccato era ad un chiodo;
L’empie poi, che la vecchia l’hà ben netto,
D’acqua, c’havea scaldata à questo effetto.

La porta à forestieri, e lor rimembra,
Che giungendo à l’albergo il viandante,
Dee tal volta lavar le stanche membra,
E ristorar l’affaticate piante.
Questa à gli Dei ben carità rassembra
D’anime veramente elette, e sante.
Accettano il cortese almo costume,
Indi entran ne le lor povere piume.

Nel letto di secc’herba di palude,
Che di salce havea i pie, l’asse, e le sponde,
Vanno à posar gli Dei le membra ignude,
Su’l posto bianco lin sopra la fronde.
Fra le due tele alquanto grosse, e crude,
Ma di bucato, il lor corpo s’asconde.
Copre la tela poi d’una vil vesta,
Ch’usavan porvi il giorno de la festa.

Pon la succinta vecchia il desco intanto,
Che posa su tre gambe male intese,
E ’l terzo piede have ineguale alquanto,
Benche un rotto piattello eguale il rese.
Fatta la mensa egual di lino un manto
Bianco, ma rotto alquanto, vi distese:
Con le man poi, ver la pietà non scarse,
Di menta, e varij fior tutta la sparse.

Due vasi havea di terra cotta, e dura,
Da ber l’un novo in tutto, e l’altro usato,
Gli lava con la fonte fresca, e pura,
E pon la miglior coppa da quel lato,
Nel qual dovean ristoro à la natura
Dar gli hosti, che già il letto havean lasciato,
E per ridirlo à l’alme alte, e divine
Volean del loro amor, vedere il fine.

In una stretta rete l’ insalata
Il vecchio pon, che ’l fonte anchor bevea,
La qual se ben minuta era tagliata,
Non però de la maglia uscir potea.
Come ve l’hebbe dentro avviluppata,
Alzò la destra man, che ’l lin tenea,
E non lasciò di raddoppiar le scosse,
Che ’l bevuto liquor fuor non ne fosse.

Lascia indi in una conca ampia, e profonda
L’herba cader, che da la rete suolve,
Poi di Palla il liquor fa, che v’abonda
Co’l mar ridotto in sasso, e dopo in polve.
Con due coltelli poi fa, ch’ogni fronda
Hà l’olio, e ’l sal, che vuol, tanto la volve.
Vi sparge poi del trasformato vino,
Che fortissimo havea sopra il camino.

Fatte lavare in un catin le mani
À gli hosti accorti, à mensa ambi gli chiede,
E con accenti in un rozzi, et humani
Presenta lor la più honorata sede.
E i lini dona lor men rozzi, et strani,
Qual gli può dar lo stato, ch’ei possiede.
Benche non si può dir, che in questo manchi,
Che se son rozzi, e grossi, almen son bianchi.

Chiaman grati gli Dei la santa vecchia,
Che voglia anch’ella homai gustar la cena,
Grat’ella al grido lor porge l’orecchia,
E la fronte senil lieta, e serena.
Pur di privare innanzi s’apparecchia
La pentola de cibi, ond’ella è piena:
Ma fa quattro ova pria le seconde esche,
Ch’erano in uno instante calde, e fresche.

Prende dell’herba anch’ella, e vuol gustarne,
E mangia un poco, indi à servir s’ invia,
E và per l’herbe cotte, e per la carne,
S’asside al fin anch’ella in compagnia.
In quanto al vin può sol del novo darne
La non trovata altrove cortesia,
Pur tutto quel, ch’è in casa, allegri danno
Con quel modo miglior, che ponno, e sanno.

Porta il buon vecchio à la seconda mensa
Co i frutti il latte condensato, e duro,
L’oliva, il pomo, il pero, e ciò, che pensa
Di trovar dentro al suo povero muro;
E spoglia la sua rustica dispensa
Di cio, che v’è più dolce, e più maturo.
Giove per la pietà, che veduto have,
Non trovò mai l’Ambrosia si soave.

Ma sopra ogni altro frutto più gradito
Fu il volto allegro, e ’l non bugiardo amore.
E benche fosse povero il convito,
Non fu la volontà povera, e ’l core.
Ma quel, che la consorte co’l marito
Empiè di maraviglia, e di stupore,
Fù il vin, ch’à ritornar più non vi s’hebbe,
E più che se ne bevve, più ne crebbe.

Come veggon da se crescere il vino,
Per l’alta novità timidi alquanto,
Mandan co’l volto, e co’l ginocchio chino
Subito preghi al regno eterno, e santo,
Consiglian poi, ch’al culto alto, e divino
Denno la forma alzar del carnal manto,
E satisfar d’un sacrificio pio
Al sempiterno, e glorioso Dio.

Facea custodia al lor povero tetto
Un papero, che sol s’havean serbato,
E pensar darlo al regno alto, et eletto,
Non havendo holocausto più pregiato.
Ma l’augel per lo lor picciol ricetto
Fuggendo già da questo, e da quel lato,
E presto, e snello per gli aerei vanni
Stancava ambedue lor tardi per gli anni.

Al fin fuggì lo sbigottito augello,
E in grembo al maggior Dio cercò salvarse.
Ne volle ei, che rendesse il pio coltello
Del sangue suo le pietre sante sparse;
Ma preso il primo suo splendor più bello,
E lasciata la forma, ond’huomo apparse,
Si palesò co’l suo figliuolo, e disse,
Che verso il monte ogn’un seco ne gisse.

Come fanno veder Giove co’l figlio
À i vecchi il volto non veduto unquanco,
Fan riverenti le ginocchia e ’l ciglio,
E quasi al troppo ardor si vengon manco.
Poi seguendo di lor l’util consiglio,
Sollevan co’l baston l’antico fianco,
Sforzandosi, ù lo Dio lor commess’have,
Portar l’afflitto corpo, e d’anni grave.

Lungi un tratto eran d’arco al sommo monte,
Quando i vecchi abbassaro i lumi indietro,
Cader sentendo un ruinoso fonte,
E d’alte strida un doloroso metro.
E de la patria lor l’altiera fronte
Veggon disfarsi in liquefatto vetro,
E l’alte torri lor di mura ignude
Formarsi in un momento una palude.

Mentre con gran stupor guardan le nove
Onde, ch’ascondon l’infelice terra,
E ’l misero occhio lor continuo piove,
Piangendo i suoi, che ’l lago inghiotte, e serra.
Sol la capanna lor veggon di Giove
Fuggito haver l’irreparabil guerra,
E che secondo al ciel s’inalza l’onda,
S’alza l’humil tugurio, e non s’affonda.

In mezzo al lago un’isoletta sorge,
Che la debil capanna alta sostiene,
E mentre questa, e quel l’occhio vi porge,
Vede, ch’ in breve un’ altra forma ottiene.
Farsi le forche sue colonne scorge
D’elettissimo marmo, e ’l tetto viene
Cupola di si grande, e bel lavoro,
Che par da lungi una montagna d’oro.

Le corna de le forche cangian foggia,
E fansi capitelli di gran pregio,
Le stanghe, ove la cupola s’appoggia,
Si fan cornice, et architrave, e fregio.
Dentro, e di fuor più d’una statua alloggia
Sacrate à Numi del divin collegio.
Vi sorge un ponte anchor d’un nobil sasso,
Che dona per passare al tempio il passo.

Il vecchio Filemon tutto tremante
Dando à la fida sua consorte essempio,
China il ginocchio, e le parole sante
Manda con fido core al novo tempio.
Allhor lo Dio, ch’à la cittade errante
Fece sentir de l’onde il crudo scempio,
Si volse à i due, c’havean si ardente il zelo,
E cosi aperse al suo concetto il velo.

Anime grate al ciel, se il nostro sdegno
Sommerse have à ragion l’empia cittate,
Voi, c’havete lo cor pietoso, e degno,
Che tutto è carità, tutta bontate;
Vogliam pria, che torniamo al santo regno,
Rimunerar di tanta alta pietate:
Però il vostro disio fatene aperto
Sicuri d’ottener l’amato merto.

Si consigliar l’anime elette alquanto,
Poi d’ambo Filemon scoperse i voti.
Fanne, Signor, del tempio altero, e santo,
Se ben ne siamo indegni, sacerdoti;
Fa, che custodi siam noi due di quanto
Rinchiudon questi sassi alti, e devoti.
E perche visso habbiam concordi gli anni,
Fa, ch’ un’ hora medesma il dì n’appanni.

Non far, ch’io veggia mai la pira accesa
De la mia dilettissima consorte.
Non soffrir, ch’ella à la mia tomba intesa
Pianga la mia prima venuta morte.
Poi che la lor preghiera hebbero intesa
Gli Dei, tornaro à la celeste corte,
Havendo fatto al lor prego devoto
Gratia, e favor de l’uno, e l’altro voto.

Mentre l’aura spirò dentro al lor petto
Custodi fur del tempio amato, e divo:
Ma dapoi, che quel tempo fu perfetto,
Che ’l corpo lor dovea mantener vivo,
De l’humano pensier, et intelletto
L’uno, e l’altro di lor rimase privo,
Nel modo, ch’io dirò, nel punto stesso,
Secondo da gli Dei fu lor promesso.

Stando ambo innanzi à le gran porte à piede
De i gradi, ove stà un pian fra ’l tempio, e l’onde,
La donna far del suo marito vede
I canuti capei silvestra fronde,
E mentre il guarda, e la cagion ne chiede,
L’arbor ved’ei, che la sua donna asconde.
E più, ch’un mira, e attende il fin, che n’esce,
Più vede che la selva abonda, e cresce.

Vuol tosto questa, e quel mover le piante
Per far l’officio altrui, che si conviene,
E trova mentre pensa andare avante,
Che l’ascosa radice il piè ritiene.
Accorti del lor fin con voci sante
Rendon gratie à le parti alte, e serene.
L’un dice à l’altro, Vale, e non s’arresta
Mentre il comporta lor la nova vesta.

Il Frigio habitator tal maraviglia
Racconta anchor (s’un và da quelle bande)
Che fu la donna pia conversa in Tiglia,
E Filemon ne l’arbor de le ghiande.
Et io, che già v’andai, con queste ciglia
Veduti hò i sacri voti, e le ghirlande,
Che ’l fido peregrin portar si sforza
À gli Dei, che stan chiusi in quella scorza.

Mi fu da prudentissime persone
Vecchie, e d’aspetto venerando, e grato,
Che non soglion parlar senza ragione,
Tutto questo miracol raccontato.
Anch’io vi posi l’ultime corone,
E dissi poi, che ’l mio prego hebbi dato.
Poi ch’essi honor già diero al santo choro,
Sia quello stesso honor dato anch’à loro.

La cosa in se, la grave età, l’aspetto
Del saggio dicitor mosse ogni core.
Ma più d’ogni altro à Teseo accese il petto,
Ch’à gli Dei ne rendeo lode, et honore.
Il fiume Calidonio, che ’l diletto
Conobbe à pien de l’Attico Signore,
Per farlo più stupir, ver lui s’affisse,
E poi con dolce suon cosi gli disse.

Grande è il poter d’un Dio, quando trasforma
Quei, c’ han l’ interna mente in tronchi, e in sassi,
E fatto, ch’uno è tal, più non mov’orma,
Anzi in eterno ò legno, ò scoglio stassi:
Ma quando un fanno andar di forma in forma,
E quel, che piace à lui, continuo fassi;
Questa è forza maggior, che in un momento
Un può cangiarsi in cento forme, e in cento.

Proteo è di quei, che far cio ponno, hoggi uno,
Che suole indovinar gli altrui secreti,
E guarda il grande armento di Nettuno,
E già de l’Ocean nacque, e di Theti.
Questi secondo à lui viene opportuno,
Per torsi in tutto à gli huomini indiscreti,
Hor si trasforma in un giovane acerbo,
Et hora in un Leon fero, e superbo.

Quando la fama in ogni parte sparse,
Che ’l saggio Proteo predicea il futuro;
Da mille, e mille regni ogn’un comparse
À dimandar di qualche dubbio oscuro.
Ond’ei cercando come liberarse
Da tanti, che v’andar, che troppi furo,
Ottenne da le parti alte, e tranquille
Poter cangiarsi in mille forme, e in mille.

Hor quando il rivelar non era honesto
Qualche secreto in pregiudicio altrui,
Ó quando troppo alcun gli era molesto,
Per torlo in un momento à gli occhi sui,
Facea l’aspetto suo grave, e modesto
Parer crudele, e furioso à lui.
Facendosi hor Cinghial crudo, e iracondo,
Hora un dragon da far terrore al mondo.

Tal volta un par di corna al capo impetra,
Che toro il fà parer fero, e robusto,
Tal volta giace una insensibil pietra,
Tal volta d’arbor sorge altero un fusto.
Come poi si disarbora, ò si spetra,
Se qualch’un’ altro è nel pregarlo ingiusto,
Si fonde, e sparge in copioso fiume,
Ó si risolve in fiamma accesa, e in lume.

Ne solo al saggio Proteo il ciel compiacque
Di trasformarsi in qual si voglia sorte;
Ma à Metra anchor, ch’al gran Nettuno piacque,
Che d’Autolico Emonio fu consorte.
Costei, che d’Eresittone già nacque,
Dal grato Dio de la marina corte
Di trasformarsi in ogni forma ottenne,
E vi dirò l’origine, onde venne.

Non fu fra tutte l’anime nefande
Più nefando huom del padre di costei.
Fra gli altri vitij suoi non fu il più grande
Disprezzator del culto de gli Dei.
Tagliò fra gli altri un’ albero di ghiande
Ne’ boschi, ch’in Tessaglia have colei,
Che con benigno core, e lieta vista
Offerse à l’uso human la prima arista.

Mandava il grosso ceppo inferiore
Insino al ciel la cima alta, e superba.
Gian le radici al tenebroso horrore,
Dove han l’alme più ree pena più acerba.
E tanto de la selva era maggiore,
Quanto la selva era maggior de l’herba.
E i rami suoi fean ombra à tanto suolo,
Ch’era una selva intera un tronco solo.

D’un’alma Ninfa albergo altero, e degno
Era l’incomparabil quercia antica,
Che la vita comune havea co’l legno,
Molto diletta à Cerere, et amica.
E infinite corone facean segno,
Qual di pampino ordita, e qual di spica,
Co i voti, che cingeano il ceppo annoso,
Ch’era dentro à quel tronco un Nume ascoso.

Spesso, dove il sacrato arbore adombra
Legar le Driade pie palma con palma,
E co’l ballo honorar la sua sant’ombra,
E la sua deità propitia, et alma.
Poi per saper, che spatio il tronco ingombra,
Che di rami sostien si grave salma,
Fer de le man legate una catena,
E bastar tutte à circondarlo à pena.

Ma non resta però l’iniquo, e crudo
Di comandare al servo, che l’atterri,
E ne la scorza, ch’al troncon fà scudo,
Cominci à dar co più sicuri ferri.
Il servo, che non è di pietà ignudo,
Si ritien d’oltraggiare i sacri cerri.
Gli toglie egli di man la scure à forza,
E con questo parlar dà ne la scorza.

Siasi sacrata pur l’altera fronde
À l’inventrice de la prima biada,
Che vò, anchor che la Dea vi si nasconda,
Che la superba cima in terra vada.
Come vede la quercia alta, e feconda
La scure alzar, perche su’l tronco cada,
Tremando geme, e ’n sudor piove il lutto,
E vien smorta la fronde, e il ramo, e ’l frutto.

Qual, se ’l montone al santo altar si punge,
Sparge il rosso liquor, che in vita il serba:
Cosi, come al troncon la scure giunge,
E vi si ficca dentro empia, e superba,
S’apre la vena, e manda il sangue lunge,
E macchia d’ogn’ intorno i fiori, e l’herba.
E tutti, che v’havean volte le ciglia,
N’hebber misericordia, e maraviglia.

Fra tanti un pur vi fu, che ne ’l riprese,
Ch’ardì vetar, che non ferisse il cerro.
Disse ei volgendo à lui le luci accese,
Che n’ hai tu à far, s’ io qui percoto, et erro ?
E da l’arbor, c’haver dovea l’offese,
Rivolse à lui lo scelerato ferro,
E havendo à l’infelice il capo aperto,
Disse; Del tuo cor pio questo fia il merto.

Poi tornando à ferir la santa trave
Co’l medesimo suo rancore, e sdegno,
Questa voce n’uscì mesta, e soave;
Ninfa son’ io, ch’albergo in questo Iegno,
Amica de la Dea, che tien la chiave
De l’abondanza del terrestre regno:
Hor morendo t’annuntio, che di corto
La pena havrai, che merta un tanto torto.

Segue egli di ferir sdegnato, et empio,
Et ogni servo suo fa, che seco erra,
Che fatti accorti dal passato essempio
Fan con mill’altri colpi al tronco guerra.
Già già minaccia il ruinoso scempio
L’arbor superbo, e già la cima atterra,
E schianta più d’ogni altro altero, e grosso
Mill’altre piante, à cui ruina adosso.

Le Driade meste, e attonite del danno,
Commesso dal sacrilego homicida,
Squarciano i bei crin d’or, squarciano il panno,
Piangendo la sorella amata, e fida.
S’ornan di veste oscure, e in fretta vanno
Empiendo il ciel di dolorose strida,
E fan la fertil Dea del danno accorta,
Perc’habbia à vendicar la selva morta.

L’alma benigna Dea da l’ ira vinta,
Ch’ogni mente più pia talhor commove,
Consente lor, ch’ogni pietà sia estinta
Ver l’offensor del santo arbor di Giove.
E fra se volve à la vendetta accinta
Le pene, che può dar più crude, e nove.
Mille pene hàda far pietate altrui,
Ne degno di pietà posson far lui.

Risolve al fin, che le sue crude pene
Debbian venir da la noiosa fame,
E che quanto più fa le canne piene,
Tanto più da mangiar dimandi, e brame:
Si ch’al fin consumato ogni suo bene,
Rompa à la vita ria Cloto lo stame.
Fra mill’altri tormenti acerbi, e rei,
Questo più piacque à l’Amadriade, e à lei.

E s’à la fame Cerere presente
Potesse stare alquanto, e sopportarla,
Ov’ella hà sempre asciutto, e ingordo il dente,
Sarebbe ita in persona à ritrovarla.
Hor poi, che ’l fato eterno no’l consente,
Vuol, ch’una alpestre Dea vada à pregarla.
E con queste parole accorte, e pronte
La Dea del pian mandò la Dea del monte.

Stà ne l’estrema Scithia un monte alpestro,
Che d’ogni pianta fruttuosa è ignudo,
Sterile d’ogni spiga, e ben terrestro,
Per lo freddo, che v’hà maligno, e crudo.
Nel luogo ivi più sterile, e men destro
Contra il freddo à la fame un’ antro è scudo,
Sottoposto à le nevi, al ghiaccio, e à venti,
Dove batte il tremor continuo i denti.

Ferma nel tristo volto il viso alquanto,
E dì da parte mia, ch’entri nel petto
Di quel, che fece oltraggio à l’arbor santo,
Per fare à la mia selva onta, e dispetto.
E ’l faccia dal digiun distrugger tanto,
Che vinto, sia da l’affamato affetto,
Si ch’ à satiar la sua digiuna scorza
Non bastin le mie spighe, e la mia forza.

Perche ’l lungo camin non ti spaventi
Dovendo ire à trovar l’Artico polo,
Prendi co’l carro mio gli aurei serpenti,
E ver la fredda Scithia affretta il volo.
Drizz’ella al vol contra i più freddi venti,
E giunge al monte abbandonato, e solo.
E vede lei, che fuor de l’antro stassi
Pascendo il suo digiun fra scogli, e sassi.

Ogni occhio infermo suo si stà sepolto
In una occulta, e cavernosa fossa.
Raro hà l’inculto crin ruvido, e sciolto,
E di sangue ogni vena ignuda, e scossa.
Pallido, crespo, magro, e oscuro ha il volto,
E de la pelle sol vestite l’ossa:
E de l’ossa congiunte in varij modi,
Traspaion varie forme, e varij nodi.

De le ginocchia il nodo in fuor si stende,
E per le secche coscie par gonfiato.
La poppa, ch’ à la costa appesa pende,
Sembra una palla à vento senza fiato.
Ventre nel ventre suo non si comprende,
Ma il loco, ù par, che sia già il ventre stato.
Rassembra in somma l’affamata rabbia
D’ossa una notomia, che l’anima habbia.

Come l’Oreada Dea di lei s’accorge,
Si stà tutta paurosa, e non s’appressa,
Che con tal rabbia trangugghiar la scorge,
Che teme forse esser mangiata anch’essa.
Ó per non s’affamar lontan le porge
Con breve dir l’ambasceria commessa.
Pur se ben vide à lei lontan la fronte,
Tornò quasi affamata al patrio monte.

Se ben l’ingorda Fame è ogni hor contraria
À l’opre sante de la Dea Sicana,
Non hà in questo da lei la mente varia,
Anzi corre à infettar l’alma inhumana.
Ne vien contra Austro à vol fendendo l’aria,
E giunge à la magione empia, e profana,
E ritrova, ch’un sonno alto, et intenso
Ha tolto à quell’empio huom la mente, e ’l senso.

Con l’arrabbiate man tutto l’abbraccia,
Ch’ad infettarlo in ogni parte aspira,
E soffia pur ne l’infelice faccia,
E dentro al petto suo se stessa spira.
E mentre, ch’egli l’aura hor prende, hor scaccia,
Lo spirto de la fame inghiotte, e tira.
Si cangia il sangue in aere, e fuor ne viene,
E ’l soffio de la rabbia empie le vene.

Com’ogni vena sua fatt’hà digiuna,
E impresso il cor de l’arrabbiata voglia,
Torna à gli scogli suoi per l’aria bruna
À cor la steril sua radice, e foglia.
La nova d’Eresittone fortuna
Già l’esca in sogno à masticar l’invoglia,
E secondo, che ’l sogno il cibo finge,
Il dente v’affatica, e l’aura stringe.

Ma poi, ch’insieme il sonno, e ’l sogno sparse,
E sentì quell’ardor, ch’entro l’arrabbia,
Fece, che in copia la vivanda apparse,
E ne fe dono à l’affamate labbia.
Ma quanto più mangiò, tanto più n’arse,
E crebbe del mangiar maggior la rabbia.
Cerere, e Bacco, e con la copia il corno
Donato al ventre havria tutto in un giorno.

Se si diporta, ò se negotia, ò siede,
Ó se per riposar si dona al letto,
E desto, e in sogno la vivanda chiede,
Ne satio render può l’ ingordo petto.
Cio, che la terra, e ’l mare, e ’l ciel possiede,
Dimanda, e dona all’arrabbiato affetto.
Ne i pesci, ne gli augei, ne i grossi armenti
Bastan per satollar gli avidi denti.

L’armento, il pesce, il gran, la vigna, e ’l frutto
Supplir non ponno al ventre suo digiuno.
Fà gire ogni hor per l’avido condutto
Vivanda nova al suo corpo importuno.
E quel, che può supplire al popol tutto,
Non può (chi ’l crederia) supplire ad uno.
Che mentre gode il cibo, il cibo brama,
E quanto più trangugghia, più s’affama.

Si come il mar nel suo capace seno
Tutti i fiumi terreni inghiotte, e serra,
E satollar giamai no’l ponno à pieno
Tutte l’acque perpetue de la terra:
Cosi il miser mortal non è mai pieno,
Se ben cibo perpetuo il dente afferra.
Che non sol l’esca in copia à lui non giova,
Ma sete induce in lui d’altr’esca nova.

Come mai non ricusa il bosco, e l’esca
La fiamma, ch’alta al ciel manda la vampa,
Ma il novo cibo aggiunto fà, che cresca
Tanto maggior la sua vorace lampa;
E quanto piu la selva in lei rinfresca,
Tanto più ne divora, e più s’ vampa;
E chi il cibasse, crescerebbe il foco
Tanto, che ’l mondo à lui sarebbe poco:

Cosi, se l’ infelice il cibo prende,
Et à la gola cupida compiace,
Non la satolla, anzi l’ardore accende,
E maggior forza accresce à la fornace.
E più, che le porge esca, più n’attende,
E diventa più rapida, e vorace.
Ne può supplire al suo arrabbiato zelo
Quanto può dar la terra, il mare, e ’l cielo.

Già in buona parte diminuto havea
La facultà ricchissima paterna,
Ne però diminuta esser vedea
Per tanto divorar la fame interna.
Ne l’ inghiottir perpetuo empir potea
La sempre voracissima caverna.
Ma à pena al pasto havea dato ricetto,
Che si dolea d’haver digiuno il petto.

Poi che giù per la canna ampia, e profonda
Tutto il suo patrimonio hebbe mandato,
Gli restava una figlia alma, e gioconda,
Non degna di tal padre, e di tal fato.
Hor poi, che d’altro bene ei non abonda,
Per satisfare à l’avido palato,
Con la solita mente empia, e proterva
Vende la carne propria, e falla serva.

Ella, che generosa à maraviglia
Era, et havea la servitute à noia,
La lingua al Re del mar volse, e le ciglia,
C’hebbe da lei già l’amorosa gioia.
Qualche partito, ò Dio de l’onde piglia
À la ria servitù, che si m’annoia:
E s’io ti piacqui mai, per premio chieggio,
Che m’ involi à costui, cui servir deggio.

Non disprezza il suo prego il Re de l’onde,
E ben ch’al suo signor foss’ella avante,
Subito cangia à lei le chiome bionde,
E ’l suo leggiadro angelico sembiante.
E sotto un volto d’huom la donna asconde,
C’have una canna in man lunga, e tremante,
Con cui su’l lido s’affatica, e pesca,
Gittando in grembo à l’onde il ferro, e l’esca.

Lo stupid’huom, che più colei non vede,
Con cui credea goder l’infami piume,
S’aggira intorno, e guarda, e indietro riede,
E non può riveder l’amato lume.
Poi che quivi non scorge altro, ne chiede
Al pescator del tridentato Nume,
Dimmi, se ’l Re del mar sempre sia teco,
Dove è gita colei, ch’era qui meco.

Se ’l mare ogn’ hor ti sia muto, e composto,
E à l’esca dia favor, che ’l pesce appella,
Dov’ha la donna il suo volto nascosto,
Ch’innanzi à me venia povera, e bella.
Non sò, dove il suo piede habbi riposto,
Più lunge non appar l’orma novella.
Se ’l pesce l’esca tua credulo imbocchi,
Dimmi, come m’è sparsa innanzi à gli occhi.

Conosce allhor, che ’l Re de l’onde Metra
La gratia, onde pregò, l’have concessa,
E s’allegra fra se, mentre egli impetra
Da lei, che nova à lui dia di se stessa.
E con questo parlar da se l’arretra,
E al proprio albergo il fè tornar senz’essa.
Ignoto peregrin da queste sponde
Io non ho gli occhi mai tolti à quest’onde.

E cosi il Re del mar porga à quest’arte
Quel liberal favor, ch’io le desio,
Come d’huom non ho visto in questa parte
Altro segnal, che ’l tuo vestigio, e ’l mio.
Scornato il comprator da lei si parte,
Senza poter dar luogo al suo desio.
Et ella, che di lui più non ved’orma,
Si sente ritornar la prima forma.

Quindi ritorna, e conta al suo parente
Come ella apparse hor pescator, hor donna.
Come da lei l’ingordo padre sente,
Che può, se vuol, cangiar l’humana gonna,
Costretto da la fame immantinente
Fà, ch’un nuovo signor di lei s’indonna.
Cangia ella, per fuggir, l’alme, e leggiadre
Membra, e si fà giumenta, e torna al padre.

Vende poi il padre, e cinque volte, e sei
L’amabil viso, e d’ogni gratia adorno,
E quanto pregio haver puote di lei,
Tanto al ventre ne dà lo stesso giorno.
Usando ella i suoi inganni ingiusti, e rei,
Tutti, che la comprar, lasciò con scorno.
Hor bue si fece, hor corvo, et hora augello
Per dar l’esca non giusta al padre fello.

Ma poi che fu scoperto il crudo inganno,
Onde acquistò le fraudolenti cene,
E ’l morbo intento al destinato danno
Gli rendè più che mai vote le vene.
Contra il proprio suo corpo empio, e tiranno
Fè de le membra sue le canne piene,
Tanto ch’al fin lasciò lo spirto ingiusto,
Da denti proprij il lacerato busto.

Si che non sol Proteo se stesso asconde,
E si veste quel pel, che più gli è grato.
Ma come havete inteso il Re de l’onde
Concesse à l’Amor suo lo stesso fato.
Ma perche cerco io trarne essempi altronde?
Non soglio anch’ io cangiar figura, e stato?
Ma il mio poter tant’oltre non si stende,
E solo il volto mio tre forme prende.

Perche in tutto talhor forma ho d’un fiume,
Tal volta in un serpente io stommi avolto;
Talhor celo entro un toro il divin lume,
Ond’è, c’ hoggi d’un corno ho privo il volto.
Volea anchor dire il Calidonio Nume,
E forse come, e quando gli fu tolto;
Ma in questa il cor gli si commosse tanto,
Che non potè tenere in freno il pianto.