Osservazioni sull'architettura degli antichi/Capo I/Delle parti degli edifizj

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search
L'arte di fabbricare

../La forma degli edifizj ../ IncludiIntestazione 4 dicembre 2015 75% Storia dell'arte

Capo I - La forma degli edifizj Capo I

[p. 64 modifica]§. 57. Il secondo punto del terzo articolo di questo capo concernente le parti essenziali degli edifizj, riguarda in primo luogo le loro parti interne, e in secondo luogo le esterne. Le principali parti esterne sono il tetto, il frontispizio, le porte, le finestre. Il tetto era riguardato dagli antichi (i quali, come si pretende, hanno prese le proporzioni dell’Architettura dalla forma del corpo umano1) come la testa della fabbrica; e vi aveva lo stesso rapporto, che la testa al corpo. Non occupava, come si vede di là delle Alpi, anche ai palazzi reali, la terza parte di tutta l’altezza dell’edifizio; ma bensì era o affatto piano, o avea per lo più un frontispizio piatto, come lo hanno oggidì le casa d’Italia. La supposizione, che i tetti acuti siano necessarj nei paesi, ove cade molta neve, è senza fondamento; perocchè nel Tirolo, ove la neve non manca, tutti i tetti sono bassi2. Alle case de’ cittadini, tutta la cornice, sulla quale posava in parte anche il tetto, era talvolta [p. 65 modifica]fatta di terra cotta, e in modo che le acque potevano scorrere per essa. A tale effetto vi si ponevano a certe distanze delle teste di leone colla gola aperta, per la quale scolava l’acqua, come Vitruvio3 insegna di farli nei tempj. Si sono trovati più pezzi di simili cornici negli scavi d’Ercolano, che possono vedersi nel museo reale a Portici. In Roma i canali delle grondaje alle dette case de’ cittadini si facevano generalmente di tavole.

§. 58. Il frontispizio si chiama in greco ἀετός, ovvero ἀέτωμα. Dovea necessariamente essere in uso a quelle fabbriche, e tempj degli antichi, il tetto de’ quali, e il coperto formava un triangolo. Nè ben si appone Salmasio, il quale4 pretende, che le case fossero tutte fatte a terrazzo; avendosene le prove in contrario in tante antiche pitture5. Se si è riguardato il frontispizio del palazzo di Cesare6 come un pronostico della sua futura apoteosi, non deve per quello intendersi il semplice frontispizio; ma anche i lavori a basso-rilievo, o piuttosto intiere figure, che ornavano quell’edifizio alla maniera dei tempj. Pompeo avea fatta ornare la sommità della sua casa con delle prore di nave; e ciò viene indicato, per sentimento del Casaubono7, in queste parole: rostrata domus. L’altezza dei tempj si ragguagliava sino alla sommità del frontispizio; per conseguenza l’altezza del tempio di Giove a Girgenti era di cento venti piedi8.

§. 59. Si è voluta cercare molto lontana l’etimologia della parola greca., che significa frontispizio, e sino a trovarvi la somiglianza d’un’aquila colle ali stese9. Io [p. 66 modifica]crederei piuttosto, che a principio sia stata posta un’aquila sul frontispizio dei tempj, perchè i più antichi erano consecrati a Giove; e da ciò sia derivata quella denominazione10.

§. 60. Le porte degli antichi tempj dorici erano più strette nella parte superiore, che al basso11; come sono alcune porte egiziane, dette da Pococke12 per tal ragione porte piramidali. Ne’ tempi a noi più vicini sono state usate queste porte alle fortificazioni, ed ai castelli, i di cui muri son fatti a scarpa, come quei dell’ingresso del Castel S. Angelo. Il Bernini ha fatta così rastremata la porta d’un muro del giardino del Papa a Castel Gandolfo, il quale va a sbiescio come i lavori esterni: ma è falso che Vignola abbia fatte due porte simili al palazzo Farnese, e qualcuna al palazzo della Cancellaria13: Vignola non ha mai posto mano a queste fabbriche14. Pare che sì fatte porte siano state proprie ai tempj dell’ordine dorico; essendo in quella maniera la porta del tempio di Cora15, che pure non è molto antico. Finalmente sono state praticate anche ai tempj d’ordine corintio, come è quello di Tivoli.

§. 61. Presso i Greci le porte non si aprivano come le nostre in dentro, ma in fuori: e perciò le persone delle comedie di Plauto16, e di Terenzio17, che vogliono uscir [p. 67 modifica]di casa, danno al di dentro un segno alla porta, come un gran critico18 già ci avea fatto osservare; per il che deesi riflettere, che le comedie di questi autori romani sono per la maggior parte imitate, o tradotte dal greco. Il motivo di quel segno, che davasi alla porta prima di uscire, era per avvertire quelli, che mai passassero nella strada vicino alla porta, di scansarsi per non essere offesi. Ne’ primi tempi della repubblica, Marco Valerio, fratello di Publicola, ottenne come un singoiar distintivo d’onore la facoltà di aprire la porta della sua casa in fuori all’uso de’ Greci; e si dà per certo, che fosse quella porta la sola che fosse fatta in quel modo a Roma19. Si vede ciò non ostante su qualche urna di marmo20, nella villa Mattei21, e nella villa Ludovisi, che la porta fattavi per indicare l’ingresso nei campi elisj s’apre in fuori; e nelle pitture del Virgilio vaticano la porta d’un tempio è come oggidì si fa quella delle botteghe de’ mercanti, e degli artisti. Le porte che si [p. 68 modifica]aprono in fuori hanno il vantaggio di non poter essere sforzate così facilmente come le altre; e non occupando spazio nella casa, danno minor incomodo, che quelle che si aprono in dentro. Si trovano però degli esempj di porte aperte in dentro: una se ne vede a un tempio rotondo fu di uno de’ più belli bassi-rilievi antichi nella villa Negroni22.

§. 62. Coloro, che cercano materia da sottilizzare, pretendono e sostengono, che le porte di bronzo della Rotonda non siano siate fatte per questo tempio23; ma che siano state tolte da altro edifizio. Ciò si è pur lasciato persuadere Keysler, senza dire perchè sulla porta vi sia una grata. Secondo la loro opinione, questa porta avrebbe dovuto arrivare sino all’architrave24. Quelli, che possono vedere le pitture d’Ercolano, osserveranno nel quadro della pretesa Didone25 una porta consimile, a cui è attaccata in cima la grata, che vi serve per dar lume nell’interno dell’edifizio. [p. 69 modifica]Alle case de’ cittadini v’era al di sopra della porta una loggia in fuora, che gl’Italiani chiamano ringhiera, i Francesi balcon, e i Greci στηθαῖον26. In qualche tempio si teneva sospeso avanti la porta un grosso tendone tessuto, il quale nel tempio di Diana Efesina si tirava in alto27; all’opposto del tempio di Giove in Elide, nel quale si calava dall’alto al basso28. Durante l’estate sulle porte delle case si tirava un velo29.

§. 63. Le porte degli antichi non si giravano con bandelle sui gangheri; ma si moveano per di sotto nella soglia, e in cima nell’architrave su quelli, che noi chiamiamo cardini (cardines); parola, che non dà un’idea chiara della cosa: siccome un termine preciso, ed egualmente significante non si trova in alcuna lingua moderna30. L’imposta cardinale avea alle due estremità un’incavatura di bronzo incastratavi, alla quale era attaccata una punta, con cui s’inchiodava, e teneva stretta sul legno. Tale incassatura era ordinariamente di figura cilindrica; ma se ne trovano anche [p. 70 modifica]delle quadrate31, da ciascun lato delle quali uscivano delle spranghe, che andavano a fortificare con tutta la loro lunghezza le tavole, di cui eran fatte le porte. Quelle essendo grossissime erano interiormente scavate.

§. 64. L’incassatura era piantata sì al di sopra, che al di sotto in una grotta piastra di bronzo in forma di conio Storia delle arti del disegno III pag88.svg saldata con piombo, e su di essa si raggirava; di maniera che quando l’incassatura presentava una mezza palla A, vi era nella piastra un incavo, nel quale girava la parte convessa, come si vede alla porta della Rotonda; e allorché questo incavo si trovava nella incavatura, la piastra avea la mezza palla sollevata, che in quella esattamente s’incastrava. Questa unitamente alla piastra si chiamava cardo. Alcune se ne trovano nel museo reale a Portici, il diametro delle quali è d’un palmo; dal che si arguisce la grandezza, che aver doveano le porte. Il loro peso è di venti, trenta, e sino a quaranta libbre. Può servire questa notizia a spiegare diversi passi d’antichi autori tanto difficili creduti sinora, perchè si era data una falsa, o almeno oscura idea di questa parte della porta. Quando le porre erano a due pezzi (bivalvæ), allora amendue le imposte cardinali erano armate all’estremità nella maniera predetta, come si vede alle due della Rotonda; ma quando si facevano a due pezzi ripiegati, e giravano da una parte sola, i due pezzi erano attaccati insieme per mezzo di gangheri con bandelle di bronzo incassate nella grossezza del legno; e benché fodero al di fuori, pure non potevano vederli le punte dei gangheri, che erano coperti in ambe le parti dai battenti. Sono provate queste osservazioni con un di sì fatti gangheri di mezzo, ai due lati del quale si vedono ancora pezzi di legno impietriti32.

[p. 71 modifica]§. 65. I tempj quadrati non aveano generalmente veruna finestra, e non ricevevano il lume se non che dalla porta, per dar loro così un’aria più augusta illuminandoli colle lampade33. Che non ricevettero lume da altra parte che dalla porta, ce lo attesta espressamente Luciano34. Anche le più antiche chiese cristiane ricevevano un debol lume; e in quella di s. Miniato a Firenze vi sono in cambio dei vetri delle sottili lastre di marmo a varj colori, per traverso alle quali passa una scarsa luce35. Qualche tempio [p. 72 modifica]rotondo, come il Panteon, riceve il lume dall’alto per mezzo di un’apertura circolare36, la quale in questo tempio non è stata aperta dai Cristiani, come taluno ha preteso; provando manifestamente l’opposto l’orlo, ossia ornato grazioso di metallo, che vi si vede ancora attualmente, e che non è lavoro di tempi barbari. Quando ai tempi d’Urbano VIII, fu fatta una gran chiavica per lo spurgo delle immondezze fino al tevere, fu trovata quindici palmi sotto il pavimento di quel tempio una grande apertura circolare per lo scolo delle acque, che potessero cadere dall’occhio nello stesso tempio. V’erano anche dei tempj rotondi senza quest’apertura37.

§. 66. Se si potesse giudicare dagli antichi edifizj, che ci restano, e particolarmente da quei della villa Adriana a Tivoli, dovremmo credere, che gli antichi preferissero le tenebre alla luce; perocchè non vi si trova alcuna volta, nè camera veruna, che abbia delle aperture a modo di finestre. Pare che la luce vi entrasse anche per mezzo di un buco nel centro della volta; ma siccome le volte sono cadute verso il punto della chiave, ossia il punto centrale, non è possibile il convincersene chiaramente. Chechè ne sia38, è certo [p. 73 modifica]almeno, che lunghissimi corridori, o gallerie, metà (otterrà, dette cryptoporticus, e lunghe anche più di cento passi non ricevevano altro lume, che dagli estremi con una specie di feritura, per cui il lume cadeva dall’alto. E’ stato posto al di fuori avanti queste aperture un pezzo di marmo con varie feriture, per le quali passa ora la luce. In una di queste gallerie39 ben poco illuminata si tratteneva, stando in casa sua, M. Livio Druso; e vi riceveva, come tribuno, il popolo romano, e decideva le loro controverse. Quelle della villa Laurentina di Plinio40 aveano finestre da ambidue i lati. La mollezza dei Romani al tempo degl’imperatori era divenuta sì grande, che, durante la guerra, si formavano di quelle gallerie sotterranee nei campi; il che poi vietò l’imperator Adriano41.

§. 67. Nei bagni, come anche negli appartamenti, le finestre erano tutte collocate assai alte42, come lo sono [p. 74 modifica]negli studj dei nostri pittori, e scultori; e come è stato principalmente osservato nelle case sepolte dal vesuvio. Ce ne persuadono anche varj bassi-rilievi, e qualche pittura d’Ercolano43. Le dette case non aveano finestre, che mettessero sulla strada44. Questa maniera di fabbricare non era per verità la più propria per contentare la curiosità, e gli oziosi, ma somministrava un miglior lume agli appartamenti, vale a dire un lume dall’alto. Possiamo argomentare quanto conferisca un tal lume alla bellezza, perocchè le donzelle romane, che sono siate promesse in matrimonio, si fanno vedere, come suol dirsi, in pubblico per la prima volta ai loro sposi nella Rotonda. Nelle camere con finestre poste in alto si stava riparato dall’aria, e dal vento; e perciò gli antichi tiravano a queste aperture una semplice cortina45. Non erano guarnite con ferrate; ma in vece vi si poneva una specie di cancelli gettati di metallo, detti [p. 75 modifica]clathra, disposti in croce, e fermati sopra gangheri, affine di poterli aprire, e chiudere a piacimento. Veggonsene de’ simili a parecchie antiche opere46, e se n’è trovato uno intiero in Ercolano. Al tempio rotondo sul basso-rilievo della villa Negroni, nominato poc’anzi, vi sono cancelli in luogo di finestre da ambi i lati della porta dalla cornice sino a terra47, nella stessa maniera che si trova in alto a un tempio su di un altro basso-rilievo48. V’erano anche delle sale presso gli antichi, nelle quali le finestre grandi e alte andavano dalla soffitta fino a terra49.

§. 68. Che i Romani abbiano usati i vetri sin dal tempo dei primi cesari, par chiaramente provato dai pezzi, che se ne sono trovati in Ercolano. Anche Filone parla di finestre di vetro nel libro dell’ambasceria all’imperator Claudio50; e per conseguenza Lattanzio51 non è il primo scrittore, che ne abbia fatta menzione, come pretende il signor Nixon in una lettera stampata, e diretta all’abate Venuti da Londra nel 1759.52. Ricorderò qui il giudizio, che Ottavio Falconieri dà in una lettera53 scritta da Roma a Niccolò Heinsio intorno ad un’antica pittura, in cui rappresentansi certi edifizj, e un porto, coi loro nomi scritti sotto, come quello di PORTEX NEPTVNI, FO. BOAR., BAL. FAVSTINES. Egli crede quella pittura dei tempi di Costantino. Se ne veggono i disegni coloriti nella biblioteca Albani; e se sono autentici, possono servire a provare l’uso delle [p. 76 modifica]finestre di vetro; vedendosi a quelli edifizj un gran numero di finestre a due parti, poste le une accanto alle altre54. Questa pittura è incastrata in un muro del catino della villa Cesi; ma il principe Panfili attual padrone vi ha fatto dar di bianco sopra, di maniera che non è più possibile vederla. Bellori l’ha fatta ridurre in piccolo, e incidere in rame55.


[p. 77 modifica]§. 69. Ecco quel che avevamo a dire intorno alle parti esterne delle antiche fabbriche. Le parti interne in generale sono, il soffitto, e la volta, le scale, ed in ispecie gli appartamenti.


[p. 78 modifica]§. 70. Il soffitto dei tempj quadrati era per ordinario di legname, tanto ne’ più antichi tempi, come era il soffitto di legno di cipresso nel tempio d’Apollo a Delfo56; quanto nei tempi meno remoti. Tali erano al tempio di s. Sofia, e degli Apostoli a Costantinopoli57. Si è ingannato il traduttor francese di Pausania quando tra gli altri ha dato al tempio d’Apollo a Figalia un soffitto a volta: egli ha presa per soffitto la parola ὀροφός, che quì58, come altrove59, significa tetto. Il tetto di quello tempio era coperto di lastre di pietre. E’ vero che talvolta quella parola significa presso Pausania anche il soffitto; ma è in quei casi solamente, ne’ quali egli vuol esprimere insieme il soffitto, e il [p. 79 modifica]tetto, come in una grotta60. Vero è parimenti, che gli scrittori greci degli ultimi tempi hanno adoperata la stessa parola nel doppio senso; come gli scrittori romani più recenti hanno confuse insieme, e usate promiscuamente le parole, che significano un soffitto piano di legno, ed una volta61. Erano fatti talora questi soffitti dei tempj di legno di cedro. Della forma, che aveano, possiamo trovarne un’idea in quello di s. Giovanni in Laterano, e di s. Maria Maggiore. Non voglio però negare che vi fossero tempj quadrati con volta, quale era, per esempio, quello di Pallade in Atene62. I tempi di quella specie aveano tre navate, come si scorge al detto tempio di Pallade, al tempio della Pace in Roma, e a quello di Balbec. L’interno di essi chiamavasi nave, per cagione delle volte, che gli antichi paragonavano alla carena d’una nave63; e perciò anche al presente diciamo la nave di mezzo, e dei lati64. Il tempio di Giove Capitolino avea tre navate, o celle65; e con tutto ciò aveva il soffitto di legname, che fu dorato dopo la distruzion di Cartagine66.

§. 71. Gli appartamenti aveano soffitti di legno orizontali, come si fanno oggidì ancora in Italia generalmente, quando non si fanno volte. Allorchè erano formati di tavole solamente, colle quali si coprivano i travi, si chiamavano presso i Greci φατνώματα 67; ma quando aveano degli ornati, che consistevano in riquadri incavati, quali usansi [p. 80 modifica]ancora al presente, si dava loro il nome di laquearia, perchè lacus si dicevano que’ ripartimenti. Le stanze, che non aveano soffitto, si facevano a volta con canne greche schiacciate, e spaccate, dette volte a canne, delle quali Vitruvio68 e Palladio69 insegnano la conduzione. Si dava alle volte la loro forma con dei legni, e delle tavole, su cui si legavano delle canne schiacciate, le quali generalmente sono più lunghe, e forti in Italia, che in Allemagna. Sulle canne si ponevano scorie del vesuvio; su queste si metteva la calce impattata con pozzolana; e l’ultima mano vi si dava con marmo, e gesso pesto. In qualche casa di quelle già sepolte dal vesuvio si sono trovate volte consimili, ma rovinate, e schiacciate.

§. 72. Le scale dei tempj, che dentro ai muri portavano al tetto, erano fatte a chiocciola, come quelle del tempio di Giove Olimpico in Elide70, quelle del Panteon71, del tempio della Pace72, e delle terme di Diocleziano73. Negli altri pubblici edifizj non si sono trovate scale, se si eccettuino i teatri; essendone già da tempo antico stati tolti i marmi, come fu fatto a’ giorni nostri a quella della villa Adriana, e ad un’altra, che è stata trovata vicino al palazzo Santa Croce in Roma. La prima conduceva ad una loggia scoperta sostenuta da colonne magnifiche: andava dritta colli suoi ripiani, ma non avea che otto palmi di larghezza; spazio poco conveniente per un calino d’imperatore. Le scale del preteso calino di M. Scauro, sul monte Palatino, erano della medesima [p. 81 modifica]larghezza, come fa osservare Pirro Ligorio nella pianta, che ne dà nella citata sua opera74.

§. 73. Gli scalini erano generalmente più alti presso gli antichi che non sono oggidì nei palazzi, e nelle abitazioni comode; e quelli che sono intorno ad uno dei tempj di Pesto, non potendosi vedere quelli dell’altro, sono di un’altezza straordinaria. Hanno tre palmi romani di altezza, e due palmi, e tre quarti di larghezza, di modo che si salgono con istento. Quelli, che si sono conservati intorno all’antico tempio di Girgenti, sono di quella medesima altezza; e non sembrano minori quelli del tempio di Teseo in Atene75. Si vede una specie consimile di scalini ad un tempio dipinto sul Virgilio vaticano. Qualche scalino della piramide più grande di Egitto76 ha due piedi, e mezzo d’altezza, altri ne hanno fino a quattro. Questi scalini intorno ai tempj erano difficoltosi a salirsi; ma servivano nel tempo stesso al popolo per sedervi; non avendo gli antichi tempj una capacità bastante per contenere moltitudine di gente. Abbiamo di ciò le testimonianze in antichi autori. Pausania scrive77, che ad un palazzo a poca distanza da Delfo, ove i deputati della Focide tenevano le loro adunanze, vi erano scalini, i quali servivano per sedervi. Anche Cicerone78 parla d’un tempio vicino alla Porta Capena, sugli scalini del quale sedeva il popolo. In tal maniera sulla Tavola Iliaca del Campidoglio79 veggonsi la madre, le sorelle, e i parenti di Ettore a federe piangenti sopra due [p. 82 modifica]scalini, che circondano il sepolcro di quell’eroe80. Quando non v’erano scalini tutto intorno all’edifizio, come nei tempj rotondi, erano solamente all’ingresso; perchè quelli tempj posavano sempre su di un’alta base, e principalmente se v’erano pilastri. E siccome negli ultimi tempi dell’antichità si metteva alle colonne uno zoccolo assai alto, questo faceva che necessariamente l’ingresso ne solfe molto sollevato: quindi è che al detto tempio della villa Negroni vi siano dieci scalini, per arrivare alla porta81.

§. 74. Noi osserveremo ancora, che gli scalini degli antichi non aveano sporto in fuori, o vogliam dire non eran fatti a cordone82, come si usa oggidì; ma erano fatti a spigolo. Gli scalini della villa Adriana erano formati da due lastre uguali di marmo unite insieme ad angolo retto. Non potranno per conseguenza essere antichi gli scalini del portico della Rotonda83.

[p. 83 modifica]§. 75. Intorno alle camere degli antichi non mi tratterrò qui a ricercare, e riferire ciò, che ne hanno detto gli antichi autori; essendo già stato in gran parte riportato da altri moderni, e non potendosene dare una giusta idea senza Tavole in rame. Mi contenterò dunque di parlare di quelle cose, che io stesso ho vedute. Le camere, e quelle in ispecie, ove dormivano, erano spesso a volta rotonda, come abbiamo da Varrone84; e in tal maniera era fatta quella, che Plinio85 descrive della sua villa Laurentina. Si congettura, che camere consimili, trovate nel secondo piano della villa Adriana, fossero camere da letto; poichè v’era una gran nicchia, che serviva d’alcova, e nella quale si collocava il letto. La camera di Plinio avea finestre tutto intorno: in quelle però della villa Adriana la luce scendeva dall’alto per mezzo di un’apertura, che verosimilmente avrà dovuto chiudersi alla notte.

§. 76. A giudicare sulle rovine della nominata villa antica del Tuscolo, come anche sulle camere d’una magnifica villa presso l’Ercolano, ove è stata trovata la maggior parte dei busti di marmo, e di bronzo, che ora adornano il real museo di Portici; a giudicare, dico, su questi monumenti, pare che le camere degli antichi fossero molto anguste86. Quella d’Ercolano, in cui si rinvenne la biblioteca composta di più di mille volumi87, era sì piccola, che stendendo le braccia, si poteva, per così dire, toccar le mura d’ambe le parti. Nel casino del Tuscolo vi era una [p. 84 modifica]piccola camera fra le altre con una divisione particolare fatta in questo modo Storia delle arti del disegno III pag 102.svg : il che farebbe credere, che nella divisione esteriore si tenessero i servitori. A era la porta della camera, e B la porta d’ingresso della divisione interiore, che era fatta con un muro assai sottile. Non si è trovato, come è noto, alcun vestigio di cammini nelle stanze; ma bensì in alcune stanze d’Ercolano si sono trovati carboni; dalla qual cosa si può argomentare che si riscaldassero colla bracia. Neppure a’ nostri giorni si usano cammini nelle case private di Napoli; e le persone di riguardo, che hanno cura della loro salute, tanto a Roma che a Napoli, abitano nelle stanze senza cammini, e non fanno uso di carbone: ma nelle case di campagna fuor di Roma in luoghi elevati, ove l’aria è più pura, e più fredda, gli hypocausta, o stufe erano probabilmente assai più in uso che in città. Nella detta villa Tuscolana si trovarono stufe nelle camere, che si sono scoperte nel fare gli scavi per la fabbrica, che ora vi si vede. Al di sotto di quelle camere v’erano sotto terra delle camerette basse dell’altezza di un tavolino, e sempre due a due sotto ciascuna camera, senza alcuno ingresso. La volta quasi piana superiore di queste camerette era fabbricata di mattoni assai grossi, sostenuta da due pilastri parimente di mattoni commessi insieme senza calce, e soltanto con creta, affinchè non si separassero per il caldo. In quella volta erano dei tubi quadrati di creta, i quali scendevano fino alla metà dell’altezza delle camerette, ed avevano le loro aperture nella camera sopra di esse. Simili tubi continuavano anche nei muri di questa camera, e avevano in un’altra camera al di sopra, vale a dire nel secondo piano, la loro apertura per mezzo di una testa di leone in terra cotta. Si andava a [p. 85 modifica]queste camerette sotterranee per un andito strettissimo di circa due piedi di larghezza; e vi si gettavano da una apertura quadrata dei carboni, il calore dei quali s’insinuava per mezzo de’ tubi descritti fino nella camera, che si trovava immediatamente sopra, il cui pavimento era coperto d’un musaico grossolano, e le mura impellicciate di marmo. Quella camera era quella, che si chiamava la stufa (sudatorium). Il calore di essa si comunicava a quella di sopra per mezzo dei tubi, che salivano nel muro, e aveano un’apertura nell’una, e nell’altra camera per ricevere, e tramandare il calore, che giugneva temperato nella camera di sopra, e potevasi accrescere, o diminuire a talento88. Può formarsi un’idea esatta di quella specie di stufa, e di camere a tubi colla scoperta fatta nell’Alsazia di altre consimili, che il sig. Schoepflin ha fatte esaminare, e disegnare con attenzione grandissima89; e per ciò che riguarda il piano generale non differiscono punto dalle camere del Tuscolo.


Note

  1. Vedi Tom. I. pag. 347. seg.
  2. È da riflettersi ancora, che in molti paesi della Germania le case sono coperte di tavole, per le quali si richiede maggior pendenza, sì perchè la neve possa scorrervi più presto; e si perchè non s’infradicino dall’umidità.
  3. lib. 3. cap. 3. in fine.
  4. Plin. exercit. in Solin. cap.jj. Tom.I. pag. 853. E.
  5. E in moltissimi bassi rilievi.
  6. Livio presso Plutarco in Cesare, oper. Tom. I. pag. 738. princ.
  7. in Capitolini Gordian. tres, p. 189. B.
  8. Si veggano le Osservazioni dell’Autore su di esso qui appresso in fine di queste.
  9. Salmas. Note in Spartian. p. 155. A. B. Gedoyn Eclairc. sur quelq. diffic génér. qui se trouv. dans les aut. grecs, Acad. des Inscript. Tom. VII. Hist. pag. 110.
  10. Tratta più diffusamente di questa etimologia Begero Spicil. antiq. n. 3. pag. 6. 7., ove crede, che sia derivata dall’aquila, che si metteva sopra il frontispizio, o dentro nel timpano, come dell’una, e dell’altra maniera se ne trovano esempj nelle monete principalmente. Vedi appresso al Capo iI. §. 10.
  11. Vedi Demst. De Etrur. reg. Tom. I. Tab. 21. pag. 266., ove dà un vaso dei così detti etruschi, in cui è una porta rastremata.
  12. Descript. of the East, ec. Tom. I. p. 107. Confer Descript. des pierr. grav. da Cabin. de Stosch, class. 1. sect. 2. n. 39. pag. 10. 11.
  13. Daviler Cours d’architecture.
  14. Avrei desiderato qualche prova di questa asserzione; mentre è comune tradizione, la riportano tanti altri scrittori, che Vignola abbia fatta la porta corintia della chiesa de’ Ss. Lorenzo e Damaso alla Cancellaria, e abbia disegnata anche una porta dorica per la Cancellaria stessa, che poi non fu messa in opera; e abbia fatta quella parte del palazzo Farnese, ove è la galleria dipinta dai Caracci, e molti ornamenti di porte, finestre, e di cammini. Vedi il sig. Milizia Le vite de’ più celebri arch. Tom. iI. nella di lui vita pag. 23.
  15. Vedi Piranesi Antich. di Cora, Tav. 9.
  16. Amphitr. act. 1. sc. 2. v. 35., Aulul. act. 4. sc. 5. vers. 5., Casina, act. 2. sc. 1. vers. 15., Curcul. act. 4. sc. 1. vers. 25., Bacch. act. 2. sc. 2. vers. 55.
  17. Andria, act. 4. sc. 1. vers. 59. Terenzio l’ha tradotta dal greco originale di Menandro; e la scena si rappresenta in Atene.
  18. Muret. Var. lect. lib. 1. cap. 17. Confer Turneb. Advers. lib. 4. cap. 15. [ Vedi anche Sagittario De jan. vet. cap. 23. Il Pancirollo Rer. memorab. lib. 1. tit. 23. pag. 70. afferisce che alcuni a tal effetto avevano alla porta un campanello; ma non ne dà veruna prova. Il Sagittario al luogo citato crede, che Seneca De ira, lib. 3. cap. 35. sia l’unico antico scrittore, da cui ciò si rilevi, ove dice: quid miser expavescis ad clamorem servi, ad tinnitum æris, ad januæ impulsum? Io crederei che da questo passo non si possa trarne alcun fondamento; parendomi primieramente, che vada inteso di chi batteva alla porta di fuori per entrare in casa, o suonava il campanello, come si usa al presente; non già di uno, che voleva uscire di casa, o aprire la porta; nel qual caso il padrone, che stava dentro non doveva impaurirsi sentendo quel suono; nè vi sarebbe stato bisogno di farlo per avvisare quello, che voleva entrare, di scansarsi. In secondo luogo per la maniera generica di parlare, che usa Seneca, intendendola nel senso, che vuole il Sagittario, bisognerebbe supporre generale in Roma l’uso di aprire le porte in fuori in un tempo, in cui era abbandonato anche in Grecia, e rarissimi doveano essere quei, che lo continuavano; come si può raccogliere dalla risposta legale del giureconsulto Scevola, di cui parleremo qui appresso.
  19. Dionys. Halic. Antiq. Rom. l. 5. c. 39. in fine, p. 295. Tom. I., Plutarch. in Poplic. p. 107. E. ov. Tom. I. [ In appresso anche in Roma si farà usata la porta in fuori senza verun privilegio; come si argomenta dal giureconsulto Scevola, di cui parleremo qui appresso, e che viveva ai tempi di Cicerone.
  20. Montf. Antiq. expl. Tom. V. pl. .
  21. Amaduzzi Mon. Matthæjor. Tom. iiI. Tab. 63. fig. 2. Così si vede parimente a un tempio in un basso rilievo affisso nel muro citeriore della Canonica Metropolitana di Firenze, dato dal Gori Inscript. ant. in Etr. urb. par. 2. Tab. 11., e al tempio sul basso rilievo già della villa Medici, ora nella galleria Granducale, dato da Piranesi Della magnif. de’ Rom. Tav. 38. fig. 1., e da noi ripetuto in fine di questo Tomo Tav. XVII. Vitruvio lib. 4. cap. 6. in fine, dà per regola generale, che le porte dei tempj in tutti gli ordini d’architettura si facciano da aprire in fuori.
  22. Ved. Tav. XVIII., e uno presso Grutero Tom. I. p. 198., Boissard par. 3. Tab. 126. Secondo Plutarco loc. cit. pare che a suo tempo l’uso di aprire così le porte fosse andato generalmente in disuso anche in Grecia: græcas (januas) ajunt apud veteres omnes fuisse ad eum modum factas, argumento a comœdis sumpto, quod qui in publicum sunt prodituri, januas suas intus pulsent, & strepitum edant: quo foris qui progrediuntur, vel pro ostio stant, caveant ubi audiunt, ne fores in vicum expansa illidantur in ipsos. E così Elladio Besantinoo, ossia della città di Antinoja in Egitto, nella sua Chrestomathia, di cui dà l’estratto Fozio cod. CCLXXIX. col. 1595., illustrato da Meursio op. Tom. VI. col. 331. dice lo stesso del tempo suo, cioè del principio del secolo IV. dell’era cristiana sotto Licinio e Massimiano, mostrando di aver quasi copiate le dette parole di Plutarco: ideo, inquit apud comicos exeuntes pulsant fores, quia non, ut apud nos nunc ostia olim aperiebantur interius, sed adverso modo. Foras enim trudentes exìbant, manu pulsantes prius, ut audirent si qui ad fores essent, & caverent ne inscii læderentur, foribus repente in viam protrusis. Contuttociò potrebbe dirsi, che solo la maggior parte non usasse più la porta in fuori a que’ tempi; perchè mi pare certo, che taluni così la tenessero anche al tempo di Giustiniano, cioè verso la metà del secolo VI., come si ricava dal frammento del giureconsulto Scevola riportato da quello imperatore fra le leggi, che doveano aver forza a suo tempo, e in appresso, nelle Pandette lib. 8. tit. 2. De servit. præd. urb. l. ult. in fine. Le porte delle botteghe si sono probabilmente sempre aperte al di fuori, come al presente ancora.
  23. Ficoroni Le vest. di Roma ant. lib. 1. cap. 20. pag. 132. dà per cosa nota, che le porte antiche di metallo fossero portate via da Genserico re de’ Goti; ma non cita verun antico autore, che ciò racconti. A lui si unisce l’abate Venuti Accur. e succ. descr. topogr. di Roma, par. 2. cap. 3. pag. 73. Procopio, il quale riferisce le ruberie di Genserico, non fa parola di queste porte, come dirò nella dissertazione su le rovine di Roma da inserirsi qui appresso. Più prudentemente il Nardini Roma antica, lib. 6. c. 4. p. 296. si era contentato di dubitare, che non fossero le primiere. Venuti loc. cit. aggiugne, che quelle due porte siano siate collocate sul bilico ne’ tempi moderni; e che anticamente girassero colle bandelle sui gangheri.
  24. Sarebbe stata allora una porta sproporzionata, e fuor di regola per l’altezza.
  25. Pitt. d’Ercol. Tom. I. Tav. 13. p. 73. [ Ne ho parlato nel Tom. I. pag. 408. n. b.
  26. Moschop. h. v. [ Dai Latini menianum, o mœnianum, come presso Vitruvio lib. 5. cap. 1., Ulpiano l. Prætor ait 2. §. Cum quidam 6. ff. Ne quid in loco publ., Giavoleno l. Malum 24.2. §. Inter 1. ff. De verbor. signif., Festo v. Mœnianum, e ivi Dacier. Quindi è nato il volgare mignano. Si diceva anche solarium, solajo. Ved. s. Isidoro Orig. l. 15. c. 5. Al dire di s. Girolamo Epist. 106. ad Sunniam, & Fretelam, oper. Tom. I. col. 661. solarium, e menianum si diceva anche il solajo, o terrazzo, che si faceva in cima alle case in vece del tetto, come si è detto qui avanti pag. 65. Ma però nel primo senso l’intende questo s. Dottore in Ezechiel. lib. 12. cap. 41. op. Tom. V. col. 504. A., il che non hanno capito gli annotatori; e dice, che dai Greci si chiamavaἐκθέτας, e ἐξώστρας, secondo la lezione di questi editori Veronesi.
  27. Il Buonarruoti Osserv. histor. sopra alc. medagl. ant. Tav. 1. n. 6. pag. 20. ha creduto di trovare qualche vestigio di questo velo, o tendone, in una medaglia di Adriano, ove è rappresentato questo tempio di Diana, o piuttosto la cappelletta, o tabernacolo di essa. Egli però dovea notare, che quel vestigio non si vede tirato in alto, come dice Pausania, che si tirasse; ma quasi fvolazzante da una parte. Un esempio di tendone cosi tirato in alto con tre fili, o cordoni, si ha nelle Pitt. d’Ercol. Tom. I. Tav. 11.
  28. Paus. lib. 5. cap. 12. pag. 405. in fine.
  29. V. Casaub. in Vopisc. pag. 225. B. [ Salmasio ibid. pag. 483. B. parlano amendue delle portiere, che si tenevano alle porte in ogni tempo, e di esse parla Seneca Ep. 80., e tanti altri scrittori citati da Salmasio, dal Casaubono, e dal Sagittario De Jan. vet. c. 24. Si chiamavano vela, e da esse le stanze, o anticamere, come diremmo al presente, si chiamavano prima, e seconda portiera, primum & secundum velum, come dice Anastasio nella vita di Papa Silverio sect. 101. Tom. iiI. pag. 273.; e vedasi anche ciò, che vi nota l’Altaserra intorno all’uso generale delle portiere.
  30. Nella lingua francese si ha quello di crapaudine, che forse Winkelmann ha ignorato. [ In Roma diciamo bilico. Se Winkelmann ha saputi questi termini non gli avrà creduti abbastanza significanti.
  31. Si veda la figura di una di queste incassature, che si darà nella Tavola XII. A.
  32. Questi due §§. sono stati presi dalle lettera del nostro Autore sulle scoperte
  33. Osserva il signor barone Riedesel Voyag. en Sic. ec. let. 1. pag. 40., che all’antico tempio della Concordia in Sicilia non si trova alcun indizio di finestre; onde pensa che non ricevesse altro lume che per la porta. Ma però dice alla pag. 51., che nel Convento di s. Niccolò della stessa città vi è un piccolo tempio domestico assai ben conservato, che ha una piccola finestra antica.
  34. De domo, §. 6. oper. Tom. iiI. p. 193. [ Winkelmann non ha avuta troppa pazienza nel leggere Luciano. Questi lodando una casa, dice fra le altre cose, che appena levato il sole restava illuminatissima anche dalla porta, perchè questa era voltata all’oriente, come solevano anticamente farvisi rivoltate le porte dei tempj: quod enim pulcherrimam diei partem spectat (est autem pulcherrima, & amplissima pars principium), & tollentem statim caput solem excipit; quod valvis apertis luce ad satietatem repletur; quo pofitu templa faciebant antiqui: e non poteva dirlo riguardo alle finestre, perchè segue a dire, che quella casa ne aveva da tutte le parti.
    Per quella porzione dei tempj antichissimi, a Luciano si accorda Porfirio presso Celio Rodigino Lect. antiq. lib. 12. cap. 1. Ma l’opposto scrive Clemente Alessandrino Strom. lib. 7. n. 7. oper. Tom. iI. pag. 856. seg. Igino De limit. agror lib. 1. dice come Luciano, e che poi fosse mutata la facciata verso ponente; come Vitruvio ancora prescriveva di fare a suo tempo, lib. 4. cap. 5. I Cristiani d’oriente hanno ritenuto l’uso più antico; quei d’occidente hanno adottato l’uso romano, per quanto cioè lo permetteva la situazione del luogo. Veggasi Bellarmino De cultu Sanct. lib. 1. cap. 3., Calmet Dissert. de templ. veter. in Comment. liter. in Sacr. Script. Tom. iI. pag. 628., Niccolai Il Daniele, par. 1. dissert. XII. p. 288. segg., Schoepflin Alsat. ill. Tom. I. l. 2. sect. 6. §. 125. p. 505., e le note al luogo citato di Clemente Alessandrino. È particolare l’osservazione, che fa il barone Riedesel Voyage en Sic. ec. let. 1. pag. 40. intorno al tempio della Concordia a Girgenti; cioè, che la porta della cella fosse rivolta verso ponente; ma per entrarvi bisognasse salire nel colonnato per la parte opposta d’oriente, e poi girare intorno.
  35. È pure falso, che le più antiche chiese cristiane avessero poca luce, come avea già fatto osservare diffusamente Ciampini Vet. mon. Tom. I. cap. 7. e colle antiche fabbriche, e coll’autorità degli antichi scrittori. Egli nota, che in tante chiese di Roma, per esempio, le finestre sono state ristrette in appresso per restaurarle, o per guardarsi dal freddo, o dai monaci per meditare più raccoltamente con poca luce. Crede Gian Cristoforo Harenberg De specular. vet. c. 1. n. 2. in Thes. novo theolog. philol. Ikenii, Tom. iI. pag. 830., che gli Americani antichi, i Cinesi, e gli Abissinj facessero i loro tempj con poco lume, come narrano i viaggiatori, per dar loro un’aria maestosa. Ma generalmente ne’ bassi tempi in Europa si saranno fatti così per ripararsi dal freddo: almeno per questa ragione credo possano essere strate fatte in tal guisa alcune chiese antiche in Pigna mia patria nel contado di Nizza di Provenza; la più antica delle quali dedicata a Dio in onore di s. Tomaso apostolo, dell’antichità per lo meno di otto in nove secoli, benché sia molto vasta, non ha che un occhio mediocre alla facciata, e ai lati poche feriture a modo di balestriere, alcune delle d’Ercolano diretta al signor conte di Bruhl, di cui parlammo nel Tom. I. pag. I. n. b scritta in lingua tedesca, pag. 53., e qui inseriti dall’editor francese per compimento della materia; dicendo Winkelmann al luogo citato, che avrebbe voluto piuttosto parlare delle stesse cose in una seconda edizione, che meditava di queste Osservazioni. quali sono larghe circa un paro di palmi, e alte quattro; altre hanno la stessa altezza, ma larghe solo mezzo palmo; nè vi è indizio, che vi siano mai stati vetri, o altro riparo dalle intemperie dell’aria.
  36. Il tempio del dio Termine rinchiuso nel tempio di Giove Capitolino, aveva un’apertura, forse consimile, al tetto, affinchè si poterle vedere il cielo; essendo stato solito quello dio essere adorato in luogo scoperto. Ovidio Fastor. lib. 2. vers. 671. seg.: Nunc quoque, se supra ne quid nisi sidera cernat, Exiguum templi tecta foramen habent; e Lattanzio Firmiano Divin. inst. lib. 1. c. 25.
  37. Molti, che si credono tempj, erano bagni. Vedi il P. Paoli Antich. di Pozzuolo Tav. 54. segg. fol. 12. Del Panteon ne parleremo appresso nella nostra dissertazione.
  38. Non mi pare che si possa trarre alcun argomento a questo proposito dalle rovine della villa Adriana, che non si sa per qual uso fossero destinate. Dagli scrittori abbiamo generalmente il contrario. Palladio De re rust. lib. 1. cap. 12. prescrive che le case di campagna abbiano molta luce; e di quelle di campagna, e di città non meno lo dice Vitruvio lib. 6. c. 9. Illuminatissime erano quelle di Plinio, delle quali si è parlato qui avanti pag. 62. not. b, la casa descritta da Luciano, nominata alla precedente: tale il bagno di Claudio Etrusco descritto da Stazio Sylv. lib. 1. cap. 5.; e per tutti vagliono le tante leggi romane, che dimostrano la gran premura, che si aveva, perchè non si venisse dai vicini a pregiudicare al lume delle case di città, e di campagna, come può leggersi nelle Pandette, nel Codice, e nelle Istituzioni, ove si tratta delle servitù. Luca Olstenio, Marsilio Cagnato, ed altri, che hanno creduto come il nostro Autore intorno all’angustia, e poco numero delle finestre nelle antiche fabbriche, sono stati confutati dal Donio De restit. salubr. agri rom. in suppl. Ann. Rom. Sallengre, Tom. t. col. 919., dal Padre Minutolo Dissert. 4. de Dom. sect. 2. loc. cit. col. 92., e da altri scrittori ivi citati. Sebbene io non nego assolutamente, che siansi fatte di qualcuno le finestre anguste; avendoli da Cicerone ad Attic. lib. 2. epist. 3., che l’architetto Ciro così le facesse. Era forse costui addetto alla setta de’ filosofi Accademici, i quali credeano, che la visione si faccia mediante l’emissione dei raggi visuali dagli occhi di chi vede; e che questi raggi tanto più vadano raccolti, e meglio diretti sull’oggetto, quanto più poca e moderata è la luce, che lo investe: all’opposto di ciò, che sostenevano gli Epicurei, i quali facendo uscire le specie dagli oggetti, credevano, che tanto meglio elle giungano all’occhio, quanto più le finestre sono spaziose, e danno libero passaggio alla luce. Vedi Giorgio Greenio De villar. antiq. struct. cap. 5., e Lambino al luogo citato di Cicerone.
  39. Appian. De bell. civil. lib. 1. pag. 372. in fine. Confer Supplem. Livii, lib. 71. cap. 33.
  40. lib. 2. epist. 17.
  41. Spart. in Adriano, pag. 5. D. Confer Casaub. ad h. l. pag. 20. D.
  42. Per meglio spiegarci, diremo, che qualche parte dei bagni avente le finestre in quel modo, come il labro, secondo Vitruvio l. 5. cap. 11., e qualche altra camera. Per altre parti farà stato diverso. Seneca Epist. 86. parlando del bagno di Scipione Africano maggiore a Literno, dice che era molto oscuro all’uso dei bagni antichi, e che prendeva lume da alcune feriture, anziché da finestre; all’opposto dell’uso de’ suoi tempi, che era di farli illuminatissimi con grandissime finestre, per le quali tutto il giorno vi entrasse il sole, e stando a sedere nel bagno si vedesse il mare, e la campagna: in hoc balneo Scipionis minima, sunt rimæ, magis, quam fenestræ, muro lapideo exsecta, ut sine injuria munimenti lumen admitterent. At nunc blattaria vocant balnea, si qua non ita optata sunt, ut totius diei solem fenestris amplissimis recipiant; nisi & lavantur simul, & colorantur; nisi ex solio agros, & maria prospiciunt: col quale discorso fa vedere Seneca, che neppur si attendesse il precetto di Vitruvio. Tale forse era il bagno di Claudio Etrusco, di cui parlai qui avanti; e il bagno di Faustina, che si nominerà qui appresso pag. 76., il quale aveva le finestre grandi a legno. che da terra andavano quali al soffitto. Nelle terme di Diocleziano, e in qualche altra è stata osservata la regola di Vitruvio, e possono vedersene le figure presso Cameron Description des bains des Romains. Rilevo anche dalla citata lettera di Seneca il lusso quasi comune a que’ tempi di fare nei bagni le chiavi, o bocche, per le quali sgorgava l’acqua, in argento: argentea epistomia; per dire, che non era singolare la notizia, che dà Winkelmann di alcune di esse nel Tom. iI. pag. 391. §. 1.
  43. Pitt. d’Ercol. Tom. I. pag. 171. 228., Virgil. vatic. n. 29.
  44. Si vedano le lettere dell’Autore qui appresso art. iv., ove egli su questo punto si spiega meglio, come anche intorno all’altezza delle finestre; e ciò, che vi noterò io.
  45. Digest. lib. 33. tic 6. l. Quæsitum est 12. §. Si domus 16. [ Ulpiano non dice tal cosa in questa legge tanto dibattuta anche dagl’interpreti, come nota Salmuth al Pancirollo Rer. memor. lib. 1. tit. 6. pag. 21. seg. Pare che al più voglia dire, se parla delle cortine, o tendine, che vogliamo chiamarle, alle finestre, crome è più probabile stante che dice, che si usavano in casa, e attesa la differenza, che fa di altre specie di tende, o tele, a modo forse delle incerate, dette vela cilicia, usate fuori delle case allo scoperto per ripararle dall’acqua, e dal vento; pare dico, che Ulpiano voglia dire, che le tendine servivano nelle stame a impedire la luce, e il sole, se volevano in parte oscurarle, come si fa oggidì; mentre secondo lui per ripararle dal freddo si metteva alle finestre la pietra specolare, come dice anche Seneca De provid. cap. 4., e Natur. quæst. lib. 4.. e. ult., e Plinio il giovane Epist. l. 2. epist. 17. Neque specularia, scrive Ulpiano, neque, vela, quæ frigoris causa, vel umbra, in domo sunt. Nessuno dirà mai che quella pietra servisse per far ombra, o riparare il lume, quando la sua proprietà, e il fine, per cui li usava, era di trasmettere, o lasciar passare per li suoi pori una luce chiara, e copiosa; come dice lo stesso Seneca Epift. 90.: speculariorum clarum transmittentium lumen.; Marziale Epigr. lib. 8. epigr. 14, v. 3. 4. edit. Raderi 1627.:

    Hybernis objecta notis specularia puros
    Admittunt soles, & fine fæce diem;

    e s. Basilio In hexaem. homil. 3. n. 4. oper. Tom. I. pag. 36. A.: est autem hic lapis pellucidus, peculiari ac purissima claritate donatus, qui si pro sua natura syncerus & absolutus repertus est, neque ulla exesus putredine, neque fissuris se se ad interiores usque partes extendentes divisus, splendore aeri fere similis existit. Parlano di queste tendine anche Giovenale Sat. 9. vers. 105., ed altri scrittori; ma più spesso fa menzione di quelle, che si mettevano alle finestre delle chiese, Anastasio Bibliotecario nelle vite de’ Pontefici.

  46. Pitt. d’Ercol. Tom. I. pag. 229. 261.
  47. Vedi appresso le Tav. XVII. e XVIII.
  48. Montfauc. Antiq. expl. Tom.V. pl. 131.
  49. Vitr. lib. 6. cap. 6. [ Queste finestre si chiamavano valvæ, dai Latini, oppure fenestræ valvatæ. Plinio Epist. lib. 2 epist. 17. parlando della sua villa Laurentina, scrive: undique valvas, aut fenestras non minores valvis habet. Mattia Gesnero nella nota, che vi ha posta nella sua edizione, si è imbrogliato, e non ha saputo trovare la differenza tra valva, e fenestra: ma poteva capire, se non altro dal contesto, che Plinio intendeva di finestre, che andavano sino a terra a guisa delle porte, chiamate da Vitruvio loc. cit. lumina fenestrarum valvata; parole, che Galiani ha ben tradotte per finestre a guisa di porte
  50. Oper. Tom. iI. pag. 599. lin. 16. edit. Mangey.
  51. De opif. Dei, cap. 8. oper. Tom. iI. pag. 93.
  52. Si vedano le lettere dell’Autore qui appresso al detto art. iv.
  53. Burmann. Syll. epist. Tom. V. p. 527. epist. 458, [Vedi qui avanti Tom. iI. p. 408.
  54. Questo non prova niente; perchè potevano essere anche di altra materia, come di pietra specolare, o altre, delle quali parlerò al luogo citato delle lettere.
  55. In fragm. vet. Roma, pag. 1. [Winkelmann ha poi dato nei Monum. ant. ined. n. 204., e illustrato il pezzo di questa pittura, fotto cui è scritto BAL. FAVSTINES; e può credersi bagno dell’imperatrice Faustina. Ivi Par. IV. cap. 14. pag. 266., nota, che le dette finestre erano tanto grandi, che arrivavano al pavimento, come si vedono nella pittura, e simili a quelle, delle quali ho parlato qui avanti. Nello stesso luogo il nostro Autore ripete una questione già fatta da lui nella lettera al sig. Fuessli sulle scoperte d’Ercolano, stampata in Dresda nel 1764. in lingua tedesca, pag. 30. 31., che sarà bene d’aggiugner qui per compimento della materia: ed è, se gli antichi usassero sportelli alle finestre, come si usano oggidì, per scurare volendo le camere. „ Nel raccoglier, dic’egli, di quante notizie ho potuto sopra le finestre degli antichi, mi son proposto il dubbio, se appo loro fussero state in uso le imposte delle finestre, o sportelli che vogliam dirli, co’ quali, ben si può, quando ne viene il bisogno, render le stanze tutte buje come, per esempio, quando si dorme; e ’l dubbio m’è venuto, sì perchè si trova in varj autori, che nel riposare durante il giorno, un si facesse scacciar le mosche d’addosso, Terent. Eunuch. act. 3. sc. 5. v. 47.53., le quali, se le stanze fussero state prive di luce, non sarebbon certamente zufolate loro d’intorno; sì perchè Suetonio riferisce in Aug. cap 78., che Augusto, nel mettersi a riposare il giorno, si teneva la mano d’avanti qli occhi 3 per non essere offeso dal lume; e finalmente sì perchè appo gli antichi, qualor si parla di pararsi il lume di giorno, non si fa menzione d’altro che di veli (vela) messi dianzi alle finestre, Juvenal. Sat. 9. v. 105: talchè ove Ovidio dice, che la metà della finestra era chiusa, Amor. lib. 1. eleg. 5. princ., convien credere ch’ella fosse parata da una sola cortina delle due, ch’erano a ciascheduna finestra. Ma v’è un passo d’Apollonio Rodio Argon, lib. 3. v. 821., che. sebbene è un pò oscuro, sembra additarne il contrario; imperciocché nel descrivere la smania amorosa di Medea verso Giasone, la quale piena d’impazienza aspettava la luce del giorno, egli narra, che cortei, alzandoli spesse volte dal letto, aprì le porte della camera per veder l’alba:

    Πυκνὰ δ᾽ ἀνὰ κληῖδας ἑῶν λύεσκε θυράων.
    Spesso apriva le serrature delle sue porte.

    Ben vedesi, è vero, che quel, che qui vien detto porta, non sembra poterne significare le imposte delle finestre; ma come risolvere la quistione? Imperciocchè, se un si figura una camera senza finestre, nella quale s’introducesse il lume per la porta, all’uso comune delle case degli antichi, vi nascerebbe un’altra difficoltà a cagione dell’anticamera, nella quale dormivano fino a dodici delle serve di Medea, e la quale, essendo di notte chiusa ed oscura, non potea chiarir questa donna della vicinanza dell’alba„. Per questa franca maniera di parlare, che usa Winkelmann, chi non crederebbe, ch’egli abbia tutto veduto a questo proposito; o che almeno gli scrittori da lui addotti vadano intesi com’egli li espone? Ma svaniscono a mio credere quei dubbj facilmente anche al solo considerare gli stessi scrittori allegati, che Winkelmann non ha ponderati molto. E cominciando da Ovidio, mi pare chiarissimo, che parli appunto di finestre chiuse cogli sportelli. Dice che stava a riposare in tempo di estate sul mezzo giorno, tenendo una parte della finestra chiusa affatto, e l’altra socchiusa in maniera, che per essa entrava nella camera una lune tenue, come è quella dell’alba, o dei crepuscoli della sera, o quella, che appena si vede in una folta selva:

    Æstus erat, mediamque dies exegerat horam:
    Apposui medio membra levanda toro.
    Pars adaperta fuit, pars altera clausa fenestra:
    Quale fere sylva lumen habere solent.
    Qualia sublucent fugiente crepuscula Phæbo;
    Aut ubi nox abiit, nec tamen orta dies.
    Illa verecundis lux est præbenda puellis,
    Qua timidus latebras speret habere pudor.

    Winkelmann, che Scriveva in Roma, ove dura l’uso di riposare nel dopo pranzo, e di tenere le finestre cogli sportelli almeno socchiusi per riparare il caldo, poteva ben figurarsi, che Ovidio parlasse di una cosa consimile; e riflettere, che tale oscurità non poteva ottenersi colle tendine una tirata, e l’altra no. Ci voleva una cosa opaca, e ben compatta, e unita immediatamente alla finestra, non già le tendine, che erano o di tela, o di seta, o di bambace, o di altra materia consimile, non buona per preservare dal caldo, e fare quel bujo. Anche Vitruvio lib. 6. cap. 7. prescrive, che tengansi chiuse le finestre per guardare gli appartamenti dal caldo del sole: il che non poteva farsi altrimenti che con materia grossa e opaca, la quale impedisse il passaggio ai raggi del sole, e alla stessa aria calda: e quella materia non poteva nè più comodamente, nè con minore spesa adoprarsi fuori del legno sì per li poveri, che per li ricchi in ogni paese, e in ispecie nei piccoli, ove senza tante delicatezze di vetri, pietre specolari, e tendine si cerca unicamente ripararsi dal caldo, e dal freddo. Giovenale, a ben intenderlo, conferma questa spiegazione. Parla è vero delle tendine, ma suppone, che già le finestre fossero chiuse cogli sportelli, dicendo, che si turino le feriture delle finestre colle tendine, vale a dire, che con esse si procuri d’impedire, che neppure traspiri per le finestre un filo d’aria, non già di luce, perocché suppone notte; alludendo così all’uso, anche moderno, di chiudere bene le finestre, tirando in fine anche le tendine: e voleva dire con ciò, che si usassero pure tutte le cautele solite, e le immaginabili per tenere occulta una cosa, che si voleva fare con segretezza in sua casa anche in tempo di notte, ciononostante si sarebbe saputa dai vicini prima del giorno:

    O Corydon, Corydon, secretum divitis ullum
    Esse putas? Servi ut taceant, jumenta loquentur,
    Et canis, & postes, & marmora: claude fenestras,
    Vela tegant rimas, junge ostia, tollito lumen
    E medio, clament omnes, prope nemo recumbat:
    Quod tamen ad cantum galli facit ille secundi,
    Proximus ante diem caupo sciet, audiet & quæ
    Finxerunt pariter librarius, archimagiri,
    ec.


    Altri scrittori possono addurrsi, i quali parlano di camere oscurate, e probabilmente cogli sportelli: come Seneca, presso cui leggesi Consol. ad Marc. cap. 22., che Cordo, contemporaneo di Sejano, e di Giulio Cesare, fingendo di volere per disperazione morirsi d’inedia, si chiuse in una stanza, di cui fece chiudere tutte le finestre per restare all’oscuro: lumen omne præcludi jussit, & se in tenebrìs condidit. Apulejo Metam. lib. 2. pag. 57. oper. Tom. I. parla anche di una camera buja per esservi state chiuse le finestre: conclave obseratis luminibus umbrosum. Plinio Epist. lib. 9. epist. 36. esponendo il tenor di vita, che menava nella sua villa Tuscolana, racconta, che quando si svegliava la mattina, teneva le finestre chiuse per alcun poco, benché fosse fatto giorno, per meditar meglio all’oscuro; e poi le faceva aprire per dettare le cose meditate: evigilo circa horam primam, sæpe ante, tardius raro: clausæ fenestræ manent. Mire enim silentio, & tenebris animus alitur.... Notarium voco, & die admisso, quæ formaveram dicto. Così Varrone De re rust. lib. 1. cap. 59. parla degli sportelletti, foriculi, da mettersi alle finestre, o buchi dei colombaj: oporothecas qui faciunt, ad aquilonem ut fenestras habeant, alque ut aere perflentur, curant, neque tamen sine foriculis: ne quum humorem amiserint, pertinaci vento vieta fiant.

    Avremo almeno di certo da questi scrittori, che le stanze potevano oscurarsi o per mezzo di sportelli, o di tendine. E non poteva fare lo stesso anche Augusto contemporaneo di Vitruvio, e di Ovidio, e posteriore a Cordo? Chi vorrà credere, che il di lui palazzo mancasse di un ornamento, o di un comodo, che a’ suoi tempi era comune? Se egli non se ne prevaleva dormendo di giorno, e si contentava di mettersi la mano agli occhi per ripararsi in qualche maniera della viva luce, converrà indagarne altra ragione, che io non crederei fosse perchè dormisse poco, secondo che mostra di volerla intendere il Tissot Della salute de’ letter. §. 75. p. 174.; ma bensì perchè egli portasse avversionc alla oscurità, e allo star solo al bujo; argomentandolo dal riferire lo stesso Suetonio poco dopo, che se egli stando in letto non poteva ripigliar sonno, si faceva leggere; e che mai non volle stare sveglio tra le tenebre senza la compagnia di qualcheduno: nec in tenebris vigilavit unquam nisi assidente aliquo. Se dormiva di giorno in quella guisa, levandosi la mano dagli occhi, non si trovava solo fra quelle tenebre, ch’egli aveva in orrore. La stessa cosa avviene ad altri eziandio a’ tempi nostri, i quali e di giorno, e di notte non possono dormire all’oscuro, e cogli sportelli chiusi. Nè è da sospettarsi, che Augusto dormisse cosi perchè volesse disprezzare i comodi, e menar vita faticata; mentre Suetonio segue a dire, che anzi cercava di dormire comodamente, facendosi coprire anche le gambe.

    Coll’argomento medesimo si può rispondere a Winkelmann per il luogo di Terenzio: che non per difetto di saper oscurare le stanze, mettendo almeno qualche riparo alle finestre o di tela, o di altra materia, si usava di sventolare così la gente; ma che ciò usavasi per altra ragione. Quella comedia, come delle altre di Terenzio si è detto qui avanti pag. 66., è tradotta, o imitata dal greco, e greco senza dubbio è l’argomento di essa. Che presso i Greci fossero adoprati gli sportelli pare chiaro dal passo addotto d’Apollonio Rodio, al quale non vedo possa fare difficoltà il chiamarti porte le finestre da questo poeta; giacché porte si chiamavano anche dai Latini, dicendole fores, e bifores, per la somiglianza, che hanno con esse o per l’uso, o perchè talune si aprissero in fuori a modo delle porte; come si vedono al basso rilievo della galleria Granducale dato dal Gori Inscr. ant. in Etr. urb. ext. par. 3. Tab. 20. Avrà dunque un’altra significazione il luogo di Terenzio. Egli dice, che l’eunuco facea vento con un ventaglio ad una donzella, che stava sul letto dopo essere uscita dal bagno: con che fa piuttosto capire, che l’eunuco volesse farle fresco, anzi che cacciarle via le mosche d’attorno. E dato ancora, che quella fosse stata l’intenzione di colui, ciò non proverebbe cosa alcuna; perchè di cacciare le mosche d’attorno a chi dormiva era pure in costume, forse per mollezza, ai tempi dell’imperator Pertinace, come si ha da Dione nella vita di Severo lib. 74. c. 4. Tom. iI. p. 1244., ai quali tempi in Roma si sapevano oscurare le camere anche di mezzo giorno, secondo le citate autorità di Ovidio, e di Vitruvio.

    Nel tempio di Gerusalemme descritto da Ezechiele, che commenta s. Girolamo Comment. in Ezech. lib. 12. cap. 4. oper. Tom. V. col. 501. E., alle finestre non vi erano vetri, o pietre specolari; ma semplici sportelli di legni preziosi intarsiati: e sportelli sembrano quelli, che veggonsi al nominato basso rilievo della Granducale.

  56. Pind. Pyth. 5. vers. 52.
  57. Codin. De Orig. Constant. p. 64. 73.
  58. Paus. lib. 8. cap. 41. pag. 684.
  59. id. lib. 5. cap. 10. pag. 398. lin. 16.
  60. lib. 9. cap. 33. pag. 776. lin. 31. [ Credo, che qui Pausania parli anche del tetto semplicemente; come pure lib. 1. cap. 40. pag. 97. in fine, ove discorre di un tempio di Giove Polveroso Κονίου; e per semplice tetto, o coperto di tugurio usa la stessa parola Strabone lib. 4. pag. 301. lin. 15 Non nego peraltro che ὀροφός significhi talvolta anche lacunar, soffitta piana, come nota Silburgio allo stesso Pausania lib. 1. cap. 19. p. 44., e come Winkelmann intende Esichio qui avanti Tom. iI. p. 368. della parola ὀροφικός.
  61. Confer Salmas. in Vopisc. pag. 393. A.
  62. Babin Relat. d’Athéne, pag. 27.
  63. Salmas. Plin. exercit. in Solin. cap. 55. Tom. iI. pag. 855. C.
  64. Nelle Costituzioni Apostoliche lib. 2. cap. 57. si dice, che il vaso stesso della chiesa sia fatto simile ad una nave.
  65. Rycq. De Capit. cap. 13.
  66. Plinio lib. 33. cap. 3. sect. 18.
  67. Salmas. loc. cit. [ Polluce Onom. l. 7. cap. 27. segm. 112
  68. lib. 7. cap. 3.
  69. De re rust. lib. 1. cap. 13.
  70. Paus. lib. 5. cap. 10. in fine, pag. 400.
  71. Sono di pianta triangolare.
  72. Vedi Tom. iI. pag. 364.
  73. Si vede una scala consimile a un avanzo di tempio vicino a Girgenti, che è un capo d’opera in questo genere, come osserva il barone Riedesel Voy. en Sic. ec. let.i. pag. 4.1. Tale era una della casa, o tempio, di cui parla Luciano in Philopatr. §. 23. Tom. iiI. pag. 611., che più probabilmente era una chiesa cristiana, come dopo il Cave, ed altri, sostiene il ch. P. Mamachi De’ cost. de’ primit. Crist. Tom. I. lib. 1. cap. 4. §. 2. n. 2. pag. 302.; e molti secoli prima fu usata nel tempio di Salomone, come si ha Regum l. 3. cap. 6. vers. 8., Giuseppe Flavio Antiq. Jud. lib. 8. c. 3. n. 2. Tom. I. pag. 423. Generalmente si facevano così le scale segrete.
  74. Io sospetterei, che fra i tanti scalini di marmo della scala dell’Araceli ve ne potessero essere degli antichi; essedo stati tolti quei marmi da fabbriche antiche, e tra le altre dal tempio di Quirino, come scrive il P. Casimiro Storia d’Araceli, cap.27.; sebbene Pirro Ligorio nel lib. 18. delle sue Antichità, al luogo, che citammo qui avanti pag. 44.. not. a., dica, che fosse di peperino questo tempio, senza darne veruna prova.
  75. Le Roy Ruin. des plus beaux monum. de la Grece, Tom. I. pl. 8. Sono quattro scalini.
  76. Pocock’s Descr. of the East. ec. Tom. I. pag. 43.
  77. lib. 10. cap. 5. pag. 808. lin. 10.
  78. Ad Attic. lib. 4. epist. 1.
  79. Fabretti Explic. Iliac. Tab. num. 110. Confer. Gori Mus. guerr. ecc. cap. 3. pag. 17, [ Foggini Mus. Capit. Tom. IV. Tav. 68.
  80. Secondo le regole, che dà Vitruvio lib. 3. cap. 3., e lib. 9. cap. 2., gli scalini non doveano essere molto alti, comunque variino gl’interpreti nell’intenderlo; perchè egli al primo luogo citato dice chiaramente, che si abbia riguardo a non far la salita faticosa. Può trarsene anche argomento dal leggersi in Dione lib. 4. c. 21. Tom. I. p. 355., che Giulio Cesare nel suo primo trionfo salì in ginocchione i gradini del tempio di Giove Capitolino (come di essi solamente lo intende il Nardini Roma ant. lib. 5. c. 15. reg. VIII. p. 271. col. 1.); e nel lib. 60. c. 23. Tom. iI. pag. 960., che lo stesso fece Claudio. Non farebbe stata facile, ed agiata cosa il fare questa salita per un numero di scalini non indifferente, se fossero stati alti assai. Nè alti sarebbero gli scalini, de’ quali parlammo qui avanti pag. 84. n. a., se possiamo crederli antichi. Nei tempj, ove sono stati fatti gli scalini tutto intorno, io distinguerei quelli, per li quali immediatamente si saliva, da quegli altri, che servivano di basamento; cosicchè quelli fossero più bassi per comodo di chi saliva; e gli altri più alti per accordo, e maestà della fabbrica presso a poco come nelle gradinate dei teatri, che erano più alte ove si sedeva, e meno ove si saliva. Trovo infatti, che al tempio della Concordia a Girgenti dalla parte orientale, per cui si ascende al portico, vi erano gli scalini assai bassi; di sei de’ quali, alti mezzo palmo, vi sono ancora gli avanzi, secondo che riferisce il signor barone Riedesel Voyage en Sic. ec. let. 1. pag. 41. Nel tempio grande di Pesto giravano alti tutto intorno gli scalini; ma per diminuire quell’altezza a comodo di chi saliva, si era adattato uno scalinetto posticcio fra l’uno e l’altro. Quello scalinetto non vi è restato, perchè forse era di metallo, o altra materia preziosa, oppure perchè non ha retto al corso de’ secoli; ma ben si arguisce che vi forse da un certo incastro fra l’uno e l’altro scaglione, che sembra adattatissimo a ritenere una terza cosa collocata nel mezzo, con cui mentre adornavasi l’esterior parte del tempio, di tre gradini se ne formavano cinque, e davasi una comoda salita; come giustamente ha riflettuto, ed osservato il P. Paoli Rovine della città di Pesto, Dissert. 3. n. 49. pag. 104.
  81. Vedi la Tav. XVIII. qui appresso.
  82. Non so perchè Galiani gli abbia fatti così nella Tavola XI. fig. 5. aggiunta alla sua traduzione di Vitruvio.
  83. Sarebbe una sciocchezza anche il pensarlo. Nel citato basso rilievo già della villa Medici, ora nella galleria Granducale a Firenze dato da Piranesi Della magn. de’ Rom. Tav. 38. fig. 1., e da noi ripetuto in fine di questo Tomo Tav. XVII., i sette scalini del tempio sono ad angolo acuto, che esce in fuori la terza parte dello scalino, formando per di sotto un sottosquadro concavo sull’altro scalino; seppure non sono stati fatti in tal guisa perchè così porta la natura del basso rilievo: al che non mi pare abbia fatta riflessione il lodato signor Piranesi nelle note, che fa sulla stessa Tavola.
  84. Confer Scalig. Conject. in Varron. de ling. lat. lib. 7. pag. 162.
  85. lib. 2. epist. 17.
  86. Vedi le lettere dell’Autore qui appresso art. iv.
  87. Vedi le dette lettere art. i.
  88. Si vedano le dette lettere art. iv.
  89. Alsat. illustr. Tom. I. Tab. 15.