Osservazioni sull'architettura degli antichi/Capo I/La forma degli edifizj

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L'arte di fabbricare

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Capo I - L'arte di fabbricare Capo I - Delle parti degli edifizj

[p. 40 modifica] §. 32. La terza parte di quello capitolo, che tratta della forma degli edifizj, e delle loro differenti parti, si divide naturalmente in due punti: il primo, che concerne la forma, riguarda principalmente i tempj, i quali, tranne ben pochi, erano fra i Greci di figura quadrata, in maniera che la loro lunghezza era il doppio della larghezza: e perciò Vitruvio scrive1 che un tempio, il quale per davanti abbia cinque intercolonni, e sei colonne, debba avere il doppio di quelli intercolonni alle fiancate. Era di questa proporzione il tempio di Giove a Girgenti in Sicilia, come ho fatto vedere nelle mie Osservazioni a parte fu di esso2; poichè con una esatta misura del piano, che ha occupato, e delle sue rovine, si è trovato, che la sua larghezza era di cento sessantacinque piedi: e per conseguenza si dovrà leggere cento sessanta in Diodoro, ove parla della lunghezza di quello tempio, in vece del sessanta. La stessa proporzione si osserva nei tempj quadrati dei Romani. Un picciol tempio fabbricato di peperino presso al lago Pantano sulla strada di Tivoli a Frascati, di cui parlammo innanzi, ha sessanta palmi di lunghezza, e trenta di larghezza. Quella proporzione però sembra che non fosse ancora fissata ne’ tempi antichissimi; poichè l’antico tempio di Giove in Elide era largo novantacinque piedi, e lungo duecento trenta3: quello pure di Giove, che innalzar fece Tarquinio sul Campidoglio4, era a un di presso tanto largo quanto lungo, essendovi appena quindici piedi di differenza.

[p. 41 modifica]§. 33. Di edifizj rotondi con volta, o cupola, non se ne fanno in Grecia che sei nominati da Pausania. Un tempio era accanto al Pritaneo d’Atene5; un altro si vedeva in Epidauro6, vicino al tempio d’Esculapio, architettato dal celebre scultore Policleto, e ornato con pitture di Pausia, cui si era dato il nome di Tholus per motivo della sua volta7; il terzo era a Sparta, ove stavano le statue di Giove, e di Venere8; il quarto, edifizio profano, era in Elide9; e il quinto a Mantinea10, chiamato il focolare comune (ἑστία κοινή). V’erano in altre parti degli edifizj, che portavano un nome stesso, come quello di Rodi11, e quel di Cauno nella Caria12. Finalmente il sesto di quegli edifizj era il tesoro di Minia a Orcomene13. Quantunque sulle pietre intagliate, nelle quali è rappresentato il corpo d’Ettore strafcinato intorno alle mura di Troja, si veggano dei tempj rotondi, non se ne dovrà conchiudere, che questi tempj avessero una tal forma veramente. Sulla nave di straordinaria grandezza, che Tolomeo Filopatore re d’Egitto fece costruire, v’era fra gli altri un tempio rotondo consecrato a Venere14, e sappiamo, che sulle navi degli antichi15 solevano alzarsi delle torri rotonde di muro con tetto a [p. 42 modifica]volta, o a cupola16, come anche delle torri di muro quadrate17. L’architetto Sangallo nella citata sua raccolta di disegni in pergamena parla d’un tempio rotondo a Delfo consecrato ad Apollo.

§. 34. Non può affermarsi, che il tempio fatto alzare da Pericle in Eleusi18 abbia avuto una forma circolare; ma quando anche fosse stato d’una forma quadrata, non è meno certo, che fosse coperto con una cupola, e con una specie di lanterna19. Si vede questa lanterna, ed una cupola sopra il tamburo d’un tempio quadrato scolpito fui più gran sarcofago, che siasi conservato dell’antichità, esistente nella vigna Moirani presso la porta di s. Sebastiano20. Il tamburo non è dunque una invenzione moderna. Più comuni erano i tempj rotondi presso i Romani, che presso i Greci: ad alcuni era stata data una tal forma per una ragione allegorica, come al tempio di Vesta inalzato da Numa Pompilio21; siccome in quello di Mantinea sembra che siasi avuto in mira il focolare. Un tempio rotondo della Tracia, dedicato al Sole, aveva avuto per oggetto il simbolo del disco di questo pianeta22.

§. 35. Alla forma degli edifizj pubblici, e dei tempj appartengono le colonne, che ne’ più remoti secoli erano di legno. Si vedeva ancora al tempo di Pausania23 un tempio in Elide, il cui tetto posava sopra colonne di quercia senza mura; e nel luogo stesso v’era altresì allora una [p. 43 modifica]colonna di quel legno al portico di dietro del tempio di Giunone24. La più antica proporzione, o misura dell’altezza delle colonne, era il terzo della larghezza d’un tempio, come Vitruvio25 c'insegna per l’ordine toscano; e come si trova in generale accennato da Plinio26. Questa proporzione non è totalmente d’accordo con quella dei due antichissimi tempj di Pesto, l’altezza de’ quali è un poco maggiore27. Le colonne andavano diminuendo verso la cima, imitando così li tronchi degli alberi. Il gonfiamento, che Vitruvio chiama entasis, e sul quale il diffonde molto28, non si vede in alcuna colonna dei grandi edifizj; ma bensì a qualcuno piccolo, e de’ meno antichi tempi. Bisogna d’altra parte convenire, che quello gonfiamento niente di grazia accresce alle colonne29. Riguardo alle scanalature, già le avevano le colonne più antiche30. I Greci davano a quest’ornamento il nome di ῥάβδωσις κίονος31, ovvero διάξυσμα32.

§. 36. Quando le colonne erano assai grandi, i Greci le facevano di piccoli pezzi di pietre ineguali, come io fo vedere delle colonne del tempio di Giove Olimpico a Girgenti nelle citate mie Osservazioni fu di esso. Nella pretesa villa di Mecenate a Tivoli, le colonne per metà [p. 44 modifica]incastrate nel muro, come anche l’intiera fabbrica, sono fatte di pietre tagliate a forma di conio. Le colonne di marmo pentelico del tempio di Giove Capitolino, che l’imperator Domiziano fece lavorare in Atene, e poi rilavorare in Roma33, erano più grandi di quante altre colonne di marmo, e di granito siano rimaste a’ tempi nostri; poichè Pirro Ligorio, il quale ne avea veduti dei frammenti, dice nelle sue Antichità, che manoscritte si conservano nella biblioteca Vaticana, che il loro diametro era di dieci piedi; di modo che aver doveano per lo meno ottanta piedi di altezza, come questo stesso scrittore osserva34.

[p. 45 modifica]§. 37. Io non m’impegnerò qui in ricerche sulla origine, e sul motivo delle differenti parti delle colonne; ma, come faccio in genere, così mi contenterò di fare anche qualche osservazione generale sulli diversi ordini delle medesime. Quelli sono cinque nell’Architettura greca, e romana; cioè il toscano, il dorico, lo jonico, il corintio, ed il romano, o composito. Dell’antico ordine toscano non si è conservata che una sola colonna all’emissario del lago Fucino; e non ne sappiamo altro se non ciò che ne dice Vitruvio35. Si vedono colonne toscane colle basi sopra una patera etrusca incisa36, ove rappresentasi Meleagro sedente fra Castore e Polluce, con Paride.

§. 38. Bensì ci restano modelli di colonne dell’ordine dorico dal tempo della loro prima origine alli tre antichi edifizj di Pesto, de’ quali abbiamo parlato avanti37, a un tempio di Girgenti38, e ad un altro tempio di Corinto39, Possono considerai quasi come un semplice fuso di altre colonne. Sono scanalate, e d’una forma conica, cioè che va diminuendo verso la cima; e quelle di Pesto sono ciascuna composte di quattro pezzi. I capitelli hanno semplicemente una rotondità piana, e in quel luogo medesimo, ove nei tempi posteriori le colonne doriche hanno i così [p. 46 modifica]detti ovoli. Su quella parte posa immediatamente l’abaco, detto anche trapezio, che ha più sporto al di sopra del quarto di rotondo, di quello abbiano i più antichi tempj de’ Greci. Quella sorta di sporto dà una grandiosità straordinaria al capitello40. L’altezza delle colonne, che dovrebbe essere di sei diametri presi dalla parte inferiore, non ne ha né pur cinque; e al detto tempio di Corinto, le colonne hanno solamente quattro diametri, compresi i capitelli41.

$. 39. Le proprietà dell’ordine dorico sono d’avere dei triglifi alla parte di mezzo, ossia alla più larga del cornicione, chiamata fregio; delle gocce all’architrave, e dei dentelli alla parte inferiore della cornice42. In uno dei tempj di Pesto i triglifi non erano lavorati nel fregio stesso, ma v’erano incastrati; e tutti ne sono caduti, uno eccettuato43. L’estremità superiore dei loro canali è rotondetta; forma che non hanno gli altri triglifi. In luogo delle gocce sotto alla cornice vi sono in quelli tempj degl’incavi rotondi, e tre filare di sei di quelli incavi per ciascheduna44. Al tempio di Teseo in Atene quelli incavi sono quadrati, e a due filare45.

[p. 47 modifica]§. 40 I triglifi sono posti nel luogo, ove ne’ più antichi tempi i travi del soffitto interiore del tempio uscivano in fuori, e posavano fu di un trave retto immediatamente dalle colonne. V’è tutta l’apparenza, che il cornicione poggiasse ancora al tempo di Pindaro sopra colonne di legno; come quello poeta accenna chiaramente nel suo enigma46. Dice Vitruvio47, che s’inchiodavano i triglifi come un ornato sulla testa dei travi, che usciva fuori; ma quella è una mera congettura; poichè al suo tempo non sussisteva più alcun tempio antico; ed egli non dà ragione veruna di quella specie d’ornamento. Pare che si facessero alle dette teste dei tagli, o segature, affine d’impedire che si screpolassero48. L’intervallo, che passa fra due teste di travi, e loro triglifi, chiamato metopa, era riempito di fabbrica, come osserva lo stesso architetto romano; ma sembra che ne’ più antichi tempi quello spazio restasse vuoto; il che dava aria al legname. Mi viene in pensiere quella osservazione per un passo d’Euripide, ove racconta, che nel momento, in cui Oreste, e Pilade concertavano insieme intorno alla maniera di entrare nel tempio di Diana in Tauride, per indi toglier la statua di quella dea, Pilade propose di passare fra i triglifi, in quel luogo dove era il vacuo; come io credo che vadano interpretate quelle parole:

Ὅρα δέ γ᾽ εἴσω τριγλύφων ὅποι κενὸν
Δέμας καθεῖναι 49.

Guglielmo Cantero le ha tradotte contro tutte le regole del buon senso in questo modo: [p. 48 modifica]

Specta vero intra columnarum cælaturas, quo inane, ac expeditum
Corpus oportet demittere.

Come mai un uomo sì dotto, che ha veduta l’Italia, ha potuto pensare, che siasi cercato d’entrar nel tempio per le scanalature delle colonne50, e che ciò sia stato possibile? Altronde la parola vacuo (κενόν) qui non è relativa a quella di corpo (δέμας), come Cantero ha supposto: e non si tratta di rendersi leggero, e svelto; perchè inane, e vacuum sono due parole di significazione differente: la prima vuol dire vacuo, quando una cosa dovrebbe esser piena, e l’altra non suppone che sempre sia piena51. La parola κενόν è presa qui in un senso assoluto, e deve unirli a ὅπου, dove è vacuo. Neppure Barnes ha inteso quello luogo. Crede che Pilade abbia proposto di entrare fra gl’intercolonnj (intercolumnia), come se lo spazio fra le colonne fosse stato chiuso, o che lì fosse potuto entrare nel tempio, o vogliam dire nella cella, allorché si era entrato nel colonnato, che intorno la circondava. Secondo il senso più verosimile di quello passo, le metope de’ più antichi tempj, de’ quali Euripide ci dà un’idea, erano aperte: e davano per conseguenza il solo mezzo di poter entrare nel tempio chiuso. La parola καθεῖναι, demittere, indica pure, che uno dovea calarsi giù; ciò che dovea farsi nell’interno del tempio. Il P. Brumoi non ha trovato in tutto ciò la minima difficoltà; ma ci spiega bensì a quello proposito in una nota, che cosa sieno i triglifi52.

[p. 49 modifica]§. 41. Il signor le Roy nella descrizione, che dì degli antichi monumenti della Grecia, fissa tre epoche differenti delle colonne dell’ordine dorico: cioè il più antico tempo, [p. 50 modifica]in cui le colonne non oltrepassavano i quattro diametri d’altezza, come quelle di Corinto, di cui si è parlato innanzi; quelle del secondo tempo, come quelle del tempio di Teseo, e del tempio di Pallade in Atene; e quelle del terzo, come quelle del tempio d’Augusto nella stessa, città, che hanno sei diametri. Quelli sono i modelli, che riporta dei differenti stili, e che gli fervono per paragonare tutto ciò che ha veduto e conosciuto di monumenti, e di colonne dell’ordine dorico in Italia. Può ciò non ostante aggiugnervisi una quarta epoca di quest’ordine, fondata sopra un portale di quattro colonne di travertino53 a un tempio di Cora nella campagna romana, otto miglia distante da Velletri. Si ha un disegno scorrettissimo di quello tempio nella descrizione di Cora data da Finy, dal quale è stata ricavata la Tavola in rame, che il P. Volpi54 ne ha data nel suo Latium55. Io però tengo sotto gli occhi dei disegni di quello edifizio fatti dal gran Raffaello, che lo ha disegnato, e misurato con esattezza allorché era in migliore stato che al presente56. Le colonne doriche di etto, il diametro delle quali al pie della colonna è di tre palmi e un quarto, e in cima è di due palmi e otto once; queste colonne, dico, hanno sette diametri di altezza, non compresa la base e il [p. 51 modifica]capitello; e sono in tutta la loro altezza di palmi ventisette e dieci once57. Hanno scanalature, le quali cominciano dal terzo della loro altezza; e questo terzo ne è senza, e tutto liscio58. Posano sopra la base, la quale non si trova in alcun’altra colonna dorica antica, se ne eccettuiamo due colonne, che veggonsi a Pesto59; e differente è il capitello anche dalle altre colonne doriche, e più rassomiglia al capitello toscano. Questa singolarità è stata cagione, che non ostanti tutte le altre qualità doriche, Raffaello preso lo abbia per un edifizio d’ordine toscano, come si vede da [p. 52 modifica]ciò, che ha scritto sul disegno. Dal punto centrale d’una colonna sino al centro dell’altra vi corrono dieci palmi, dal che naturalmente si capisce la larghezza degl’intercolonnj60.

§. 42. Sotto il portale, al di sopra della porta della cella di questo tempio, che ora è murata, vi si legge ancora l’iscrizione in due righe, non in più, come è stata posta da altri, che l’hanno copiata61, e anche inesattamente62:

m. manlivs m. f. l. tvrpilivs dvomvires de senatvs
sententia aedem faciendam coeravervnt eisdemqve probave re

§. 43. In questa iscrizione vi sono due parole scritte in una maniera particolare: DVOMVIRES, in vece di DVVMVIRI: e EISDEMQVE, in vece di EIDEMQVE, o IIDEMQVE. Oltracciò vi sarebbe da fare qualche osservazione sul titolo di DVVMVIRI. M. Manlio non è noto; da lui però si rileva, che il pronome di Marco è stato ripreso dalla famiglia di Manlio, benché per il delitto di M. Manlio cognominato Capitolino, fosse evitato come di cattivo augurio63. Ciò si trova confermato da Tacito secondo la lezione ricevuta64, presso cui il Manlio battuto e vinto dai Germani, ha il pronome di Marco. Vi sono scrittori65, i quali dubitano della verità di quella lezione, per motivo che quello Manlio porta altrove66 il pronome di Cnejo67. Ma [p. 53 modifica]Lucio Turpilio è probabilmente quello stesso, che fece erigere una statua a Germanico68; perocché il pronome dei padre, e quello del figlio era il medesimo. Deve per tanto quello tempio essere stato eretto al tempo di Tiberio; e le due persone nominate nella iscrizione sono state senza dubbio create duumviri per badare alla sua costruzione, e verosimilmente ancora alla sua inaugurazione; sapendosi che il Senato romano creava sovente dei duumviri69 per presedere alle cose sacre70. Il P. Volpi non ha saputo determinare [p. 54 modifica]l’epoca di quel tempio; ma può ben assicurarsi per lo stile della sua architettura, che non sia un’opera del tempo della repubblica.

§. 44. Il bell’avanzo di cornicione dorico esistente altre volte in Albano, e nominato da Chambray71, or più non si trova. Neppure so ricordarmi del sepolcro d’ordine dorico, che quello stesso scrittore asserisce di aver osservato in Terracina72.

§. 45. Il second’ordine delle colonne, che è lo jonico, si crede per la prima volta messo in opera al tempio di Diana in Efeso73. Molti anni dopo che questo tempio ebbe sofferto danno dal fuoco, riedificato venne magnificamente dall’architetto Chersifrone74. Fra le tante colonne, che l’ornavano, trentasei ve n’erano, il fusto delle quali era tutto d’un pezzo. In quello senso, e non altrimenti, credo che debba intenderli un luogo di Plinio75, che in vece della lezione ricevuta in tutte le edizioni della di lui opera: ex is xxxvi. cælatæ uno (altri leggono una) a Scopa, mutando due lettere io leggo uno e scapo, d’un sol fusto. Senza questa correzione non vi si trova senso; e per più ragioni non potrebbe sostenersi. Scopa era uno de’ più grandi scultori coevi di Fidia: che avea dunque a fare colle colonne, che sono opera degli scarpellini? Egli, che era insieme un valente architetto, restaurò il tempio di Pallade a Tegea, nel quale si fa menzione per la prima volta delle colonne corintie. Ciò fu nella xcvi. olimpiade76, e il tempio di Diana non [p. 55 modifica]fu riedificato che nella cvi.: onde vi correrebbe tra la fabbrica dell’uno, e dell’altro tempio un intervallo di oltre novant’anni77. Salmasio78 ha fatte queste difficoltà sul passo di Plinio, e Poleno le ha ripetute79 senza però darcene una miglior soluzione. Altri, che hanno toccato questo punto, parlano sempre di trentasei colonne scolpite da Scopa80. Notisi che Appiano parla di colonne joniche, le quali ornavano l’arsenale del porto di Cartagine81.

§. 46. Mi sovviene qui di un’osservazione, che ho fatta ad uno de’ più bei capitelli antichi elidente nella chiesa di s. Lorenzo fuor delle mura di Roma, ove tutte le colonne e i loro capitelli sono differenti gli uni dagli altri. Nel mezzo di una voluta, in quello che dicesi l’occhio, ove ordinariamente si trova una rosetta, vi è una ranocchia supina; e nell’altra voluta vi è una lucertola voltata intorno alla rosetta82. Siccome i capitelli, che sono in questa chiesa, vi sono stati portati da varj luoghi di Roma, io penserei che quello, di cui parlo, avesse appartenuto una volta al tempio di Giove, e di Giunone, che Metello fece innalzare nel suo portico da Sauro, e Batraco spartani83. Si sa che Plinio [p. 56 modifica]riferisce84 di questi due architetti, che non avendo potuto mettere il loro nome su quel tempio, lo aveano indicato per mezzo della ranocchia, e della lucertola, animali che in greco erano appunto significati dai loro nomi; e dice lo stesso scrittore , che gli aveano posti in columnarum spiris. Arduino85 pensa che fossero scolpiti sulla base delle colonne, vale a dire sul toro, perchè altrove Plinio dà il nome di spira a quella parte86; ma egli non si è ricordato, che Vitruvio chiama collo stesso nome anche le volute87. Io credo pertanto che Plinio siasi servito in quel luogo della parola spira nella sua significazione propria, e primitiva, volendo esprimere una spirale come quella, che forma il serpe intorno a sè stesso: tanto più, che in un sarcofago, che si vede nel palazzo della Farnesina, v’è sopra l’iscrizione88 un capitello jonico del più squisito lavoro, le di cui volute sono realmente formate da serpi uno coll’altro attortigliati. Plinio parla anche qui della spirale delle volute ioniche; e per conseguenza i nomi allegorici degli artisti sono rappresentati nelle volute, come noi vediamo nel capitello, di cui si tratta89. Sarebbe un ardire il voler pretendere, che in [p. 57 modifica] [p. 58 modifica]vece di columnarum, si dovesse leggere capitulorum90. I tempj del portico di Metello sarebbero dunque stati d’ordine jonico91. Che siansi poste in altre volute delle figure allegoriche, non può mettersi in dubbio; e ne abbiamo prova manifesta in sei capitelli jonici nella chiesa di s. Maria in Trastevere, ove per rosetta dell’occhio è collocato un busto d’Arpocrate col dito alla bocca. Nella chiesa di s. Galla, detta anche s. Maria in Portico, cioè a dire, nel Portico di Metello, o d’Ottavia, v’erano ancora al tempo di Bellori92 delle colonne con capitelli jonici; e probabilmente ve ne sono stati de’ simili a quelli, de’ quali abbiamo parlato; ma oggidì vi sono dei pilastri in vece delle colonne; e queste sono in maniera barbara in mezzo di quelli; come è pure stato fatto a’ dì nostri nella chiesa di santa Croce in Gerusalemme.

§. 47. Negli antichi capitelli jonici le volute sono collocate in una linea dritta orizontale; e sono tal volta rivoltate in fuori alle colonne degli angoli, quali li vedono al tempio di Eretteo93. Nei quali ultimi tempi dell’antichità si cominciò a rivoltare in fuori tutte le volute, come può vedersi fra le altre, al tempio così detto della Concordia94, [p. 59 modifica]e come si fa generalmente dai moderni: per la qual cosa è un errore il credere, che Michelangelo sia stato il primo a porle in tal maniera95. Neppur egli è stato il primo che abbia data maggior elevazione ai capitelli jonici; poiché già l’aveano quelli delle terme di Diocleziano, ed erano anche più alti di quanto insegna Vitruvio, vale a dire, il terzo del diametro delle colonne96.

§. 48. Non v’ha cosa più singolare dei capitelli jonici, che Raffaello ha trovati sulle colonne di un portale d’un tempio vicino a s. Niccola in Carcere a Roma, ne’ quali non già i cartocci, ma i fustellini erano posti innanzi, come Raffaello stesso ha notato espressamente in fondo ai suoi disegni.

§. 49 Dopo l’ordine jonico viene l’ordine corintio, di cui, al dir di Vitruvio97, lo scultore Callimaco formò la prima idea vedendo un canestro coperto con una tegola, e circondato da una pianta d’acanto. Il tronco d’una bellissima Cariatide nel cortile del palazzo Farnese porta sulla testa un canestro intrecciato, intorno al quale veggonsi ancora gli avanzi di foglie d’acanto, che lo avviticchiavano, e che hanno dato l’idea allo scultore del capitello corintio. Non è possibile di ben determinare il tempo, in cui abbia vissuto Callimaco98; sebbene abbia dovuto fiorire prima di Scopa: imperocchè questi, come fu detto avanti99, restaurò nella olimpiade xcvi. un tempio di Pallade a Tegea100, nel quale vi era sopra il primo ordine di colonne doriche un second’ordine di colonne corintie: e si vede alla Niobe (monumento, che secondo tutta la probabilità è della [p. 60 modifica]mano di questo artista101, come anche al Laocoonte, che vi è stato adoprato il trapano, di cui lo stesso Callimaco, per quanto si pretende, è stato l’inventore102.

§. 50. Le colonne corintie debbono avere, come è noto, nove diametri d’altezza; ma ciò non ostante le colonne del tempio di Vesta ne hanno undici, compresovi il capitello: donde noi ricaviamo che sia stato eretto questo tempio allorchè si prendevano di già gran licenze nell’Architettura; e che le lunghe colonne fusellate erano già alla moda103.

§. 51. Fu verosimilmente al tempo degl’imperatori romani che si cominciarono ad usare in una particolare maniera le colonne corintie. L’intavolato stesso non poggiava immediatamente sulle colonne; ma si facevano da esso sporgere in fuori dei travi (intendendo di pietra, o di marmo), [p. 61 modifica]che venivano sostenuti da colonne, come si vede al tempio di Pallade nel Foro di Nerva, e all’arco di Costantino. Nella fletta guisa è fabbricato il portale del tempio di Castore e Polluce a Napoli, ove oggidì è la chiesa di s. Paolo de’ Padri Teatini; siccome anche il tempio di Giove Olimpico in Atene104, che l’imperator Adriano fece terminare, ove le colonne anche di fianco reggono dei travi, che sporgono in fuori, come in quel portale.

$. 52. L’ultimo ordine, che gli antichi hanno ritrovato, è l’ordine composito, o romano, il quale in altro non consiste che in una colonna con capitello corintio, cui si sono aggiunte le volute dell’ordine jonico. L’arco di Tito è il più antico edifizio, che ci sia rimasto di quell’ordine.

§. 53. Dobbiamo ancora osservare riguardo alle colonne in generale, che il solo edifizio antico noto in Italia, nel quale ciascuna colonna abbia il suo piedistallo particolare, è un tempio d’Assisi nell’Umbria105. La stessa particolarità si vede in due edifizj di Palmira106, e ad un tempio rappresentato nell’antico musaico di Palestrina107.

§. 54. Non è cosa meno singolare il vedere, che gli antichi hanno usate anche delle colonne ovali, come lo sono quelle, che si trovano nell’isola di Delo. Il signor le Roy, che ne parla108, nota a quella occasione, che v’ha un capitello, appartenente ad una colonna ovale, in Roma alla Trinità de’ monti; senza badare, che incontro a questo nella parte opposta delle scale ve n’è un altro, che perfettamente gli rassomiglia. Ci sono anche in Roma due colonne ovali di granito bianco nel cortile del palazzo Massimi [p. 62 modifica]alle Colonne; e secondo tutte le apparenze quei capitelli di marmo ad esse appartengono, o ad altre della stessa specie109.

§. 55. Aggiugnerò per ultimo, riguardo alla forma degli antichi edifizj, due riflessioni, che mi si presentano alla mente. La prima concerne un’idea del signor marchese Galiani, il quale nella sua traduzione di Vitruvio110 pensa che le case delle persone ricche, e i palazzi ancora (alla campagna, come senza dubbio ha voluto dire111, sapendosi [p. 63 modifica]che in città si usava l’opposto) non avessero che un sol piano, generalmente parlando, senza avere alcuna camera al di sopra del pian terreno. Egli ha ragione per ciò che riguarda la descrizione delle case di campagna di Plinio; ma quanto alla villa Adriana, appare visibilmente che vi sono stati degli appartamenti gli uni sopra gli altri, come pur vedesi alle terme d’Antonino, e di Diocleziano: tali erano ancora duecent’anni sono. Alcune parti di questo sorprendente edifizio aveano fino a tre piani un sopra l’altro112. Nelle rovine di una gran villa sull’antico Tuscolo, ove ora è la Ruffinella, v’erano camere al di sopra degli appartamenti, basse però, e ordinarie; cosicchè sembrano non aver servito ad altro che per li servitori113.

§. 56. La seconda riflessione è per li dilettanti di antichità, i quali vogliono giudicare in parte sopra le incisioni in rame; oppure, che vedendo anche dei monumenti antichi, non hanno tempo abbastanza, o le necessarie cognizioni per distinguere ciò che vi è d’antico veramente dai moderni restauri. E per cagione d’esempio, le fabbriche, e i tempj dei due bassrilievi della villa Medici, che Sante Bartoli ha incisi nella sua opera Admiranda Antiqnitatum Romanarum114, sono in gran parte di mano moderna, e suppliti collo stucco; al che non avvertendosi, uno potrebbe formarsi delle idee false degli antichi edifizj: e ben mi sovviene, che un illuminato scrittore del nostro tempo è stato indotto in errore da quelle incisioni. Il pezzo del bassorilievo, che rappresenta il toro condotto al sagrifizio da due persone, altro non ha d’antico, che le gambe delle due [p. 64 modifica]figure, e una parte del tetto; nel pezzo poi, ove si fa il sagrifizio, vi è d’antico appena una parte della figura inginocchiata, che tiene il toro, e un’altra figura accanto; tutto il rimanente è moderno restauro115. Lo stesso vogliam dire di un portale d’un tempio su di un bassorilievo di più figure nel cortile del palazzo Mattei116, sul cui fregio si legge: IOVI CAPITOLINO. Questo tempio è affatto moderno; e non è stato fatto se non per dare al bassorilievo la grandezza necessaria da empire il luogo, in cui dovea collocarsi.

Note

  1. lib. 2. cap. 3.
  2. Vedi qui avanti pag. 3. not. a.
  3. Paus. lib. 5. cap. 10. pag. 398. lin. 3.
  4. Dionys. Halic. Antiq. Roman. lib. 4. cap. 61. Tom. I. pag. 248. lin. 22.
  5. Paus. lib. 1. cap. 5. pag. 12.
  6. id. lib. 2. cap. 27. pag 172.
  7. Pausania scrive, che si chiamava Tholus Θόλος anche il primo nominato di Atene. Vitruvio lib. 7. prtfat. nomina un edifizio a Delfo chiamato pure Tholus, e lib. 4. cap. 7. dà le regole per fare tempj rotondi. Secondo Aristotele, o altri, che sia l’autore, De mirab. auscult. oper. Tom. iI. pag. 726. in fine, le fabbriche a cupola doveano essere molto in uso fra i Greci: e ivi si parla di molte consimili fatte da tempi antichissimi nell’isola di Sardegna. Erano però tutte cupole basse molto, e piuttosto volte rotonde, anziché dell’altezza, e forma delle cupole, che si sono fatte ne’ tempi moderni, com’è quella di s. Pietro in Vaticano. Sarà interessante la serie storica di queste cupole all’uso moderno, che darà il più volte lodato signor cavaliere d’Agincourc nella sua continuazione della Storia delle Arti del Disegno. Può vedersi anche le Roy Ruines, ec. Essai sur l'hist. de l’archit. pag. XVI. segg. Questi osserva Tom. iI. par. 2. pag. 49. seg.; che i monumenti greci ancora esistenti, dai quali possiamo trarre qualche idea delle fabbriche rotonde, sono la Torre de' venti, di cui dà la figura Tom. iI. pl. 3.; e il monumento elevato a Lisicrate, amendue in Atene, di cui porta la figura nel Tom. I. pl. 19. 34. e 35.
  8. id. lib 3. cap. 14. pag. 237. in fine.
  9. id. lib. 5. cap. 20. pag. 429. lin. 15.
  10. id. lib. 8. cap. 9. pag 616. in fine
  11. Constant. Porphyr. Exc. Polyb. lib. 28. pag. 138.
  12. Appian. De bello mitrid. p. 185. D.
  13. id. lib. 9. cap. 38. pag. 786.
  14. Athen. Deipnos. lib. 5. c. 9. pag. 205. E.
  15. Descript des pierr. grav. du Cabin. de Stosch, class. 6. n. 66. seqq. pag. 538. 539.
  16. Vedi anche la Raccolta d’Antichità di Borioni, illustrata da Venuti, ove Tab. 73. si ha una gemma con simili torri su di una nave.
  17. ibid. n. 65. pag. 537.
  18. Plutarch. in Pericle, oper. Tom. I. pag. 159. in fine.
  19. Winkelmann ha forse equivocato intorno a questa fabbrica, di cui Plutarco non dice niente di questo; ma bensì poco dopo pag. 169. princ. dice dell’Odeo, fatto dallo stesso Pericle in Atene, come fu detto qui avanti Tom. iI. pag. 188., che fosse rotondo, e fatto a guisa di un padiglione reale. Il signor le Roy Ruines, ec. Tom. I. par. 2. pl. 9. dà la figura degli avanzi di esso, e lo descrive pag. 19.
  20. Ora nel Museo Pio-Clementino.
  21. Festus v. Rotunda ædes. [Kippingio Antiq. rom. lib. 1. cap. 8. n. 5. pag. 163. crede trovarlo rappresentato su una medaglia della famiglia Cassia, di cui da la figura presa dal Gutero De jure pontif. lib. 1 1. cap. 10.
  22. Macrob. Saturn. lib. 1. cap. l8.
  23. Paus. lib. 6. cap. 24. pag. 515.
  24. id. lib. 5. cap. 16. pag. 417. princip. [Gli antichi tempj dei Greci eraro tutti intieri di legname. Vedi al Capo iI. §. 13.
  25. lib. 4 cap 7.
  26. lib. 16. cap. 23. sect. 56.
  27. Qual sia la diversità, che passa fra li tempj di Pesto, e l'antico etrusco descritto da Vitruvio, potrà vedersi nell’opera più volte lodata del P. Paoli intorno alla antichità di quella città, Dissert. 3. n. 22. segg.
  28. Appena l’accenna nel lib. 2. cap. 2., e lib. 4. cap. 3. Bensì ne dava la figura in fine dell’opera, che poi si è perduta.
  29. Il sig. Piranesi trova l’entasi alla colonna etrusca fra le rovine di un antico tempio in Alba negli Equi al lago Fucino, di cui parla il nostro Autore nel §. dopo il seguente, e ne dà la figura nell’opera Della magnif. de’ Rom. Tav. 31. fig. 6.; e nei quattro pilastri dell’antichissimo sepolcro di C. Poblicio presso il Foro di Marte alle radici del Campidoglio, passato macel de’ corvi, de’ quali da la figura allo stesso luogo fig. 7. Avendola trovata il lodato P. Paoli nelle colonne del terzo edifizio di Pesto, o atrio toscano, nominato qui avanti pag. 4., delle quali diamo la figura nella Tavola IX. in fine di questo Temo, noi ci riserveremo a parlarne meglio nell’indice de’ rami al detto numero.
  30. Le avevano le colonne del palazzo di Salomone, che sono molto più antiche de’ gli edifizj greci. Vedi Regum, lib. 2. cap. 7. vers. 24.
  31. Aristot. Ethic. ad Nicom. lib. 10. c. 3 oper. Tom. iiI. pag. 174.
  32. Diod. lib. 13. §. 82. p. 607. T. I. l. 55.
  33. Plutarch. in Poplic. op. Tom. I. p. 105. princ. [ Vedi qui avanti Tom. iI. pag. 365.
  34. Ligorio nel libro 18. delle sue Antichità, esistenti in detta biblioteca fra i codici ottoboniani, num. 3376 alla parola Tempio, p. 57. tergo, non dice altro, se non che le colonne di que1 tempio di marmo pentelico aveano nove palmi nell’imo scapo. Egli non dà veruna prova di ciò. A me pare incredibile, che colonne tanto grosse potessero servire per quel tempio. Per lo che è il osservarsi, che quando fu riedificato ai tempi di Vespasiano, per risposta degli aruspici non si potè accrescerlo in grandezza, ma soltanto farlo più alto, secondo che narra Tacito Histor. l. 4. c. 53. Lo stesso vi sarà stato praticato poco dopo, quando fu di bel nuovo rifatto da Domiziano: e forse per questa ragione di doversi mantenere l’antica pianta di esso, si saranno dovute rilavorare, e assottigliare quelle colonne di marmo pentelico venute da Atene. È affatto insussistente l’opinione del Nardini Roma ant. lib 5. cap. 15. reg. VIII. pag. 267., del Padre Minutolo Dissert. 5. de Templis, sect. 2. in supplem. Antiq. Rom. Sallengre, Tom. I. col. 124., e di altri, i quali credono, che queste colonne siano le stesse, che ora si vedono nella chiesa d’Araceli; imperocchè, come nota il P. Casimiro nella Storia di essa, cap. 6. pag. 238., queste sono colonne tutte ineguali e per altera, e per grossezza; e oltracciò alcune sono di granito bianco, altre di rosso, di cipollino, paonazzetto, e d’altra pietra. Ma poi il P. Casimiro mostra di non aver letto Plutarco, aggiugnendo, che egli non dica a qual uso, e per qual fabbrica servissero quelle colonne di pentelico fatte venire da Domiziano.
    Colonne più grandi di quelle nominate dal Ligorio sarebbero queste, che lo stesso Padre Minutolo Dissert. 7. de ædific. judic. loc. cit. col. 159. dice scavate a suo tempo (cioè dopo la metà dello scorso secolo) nel monistero di s. Eufemia (per errore dice s. Susanna), vicino alla colonna Trajana, di tale grandezza, che quasi agguagliavano questa colonna Trajana. Tale racconto è esagerato, se quelle colonne appartenevano al Foro di Trajano, ed erano compagne di quella di granito trovata nella parte opposta di quel monistero l’anno 1766., come riferisce Winkelmann nel Tom. iI. pag. 372., e Orlandi nelle note al Nardini lib. 5. cap 9. pag. 235. n. a., la quale aveva soli otto palmi e mezzo di diametro, ed è compagna di altre che si vedono nelle cantine di quel contorno. Il nostro Autore in una lettera al signor barone Riedesel del 9. novembre 1763. par I. p. 326., dice trovata poco prima per la strada d’Albano una colonna di granito sì grossa, che appena quattr’uomini potevano abbracciarla; e un’altra simile scoperta nei fondamenti del palazzo Santa Croce in Roma, che vi si lasciò sepolta per l’enorme sua grandezza. Se ne sono trovate delle altre grandissime nello scavare per fondamenti di case, e per la stessa ragione non sono state estrarre. Da Anastasio nella vita di s. Ilaro, sect. 69. Tom. I. pag 76., si nominano certe colonne, che erano a un triportico vicino a s. Croce in Gerusalemme, chiamate hecaton penta (o peda), di cento piedi; ma forse erano così dette enfaticamente per denotare col numero cento non una precisa grandezza, ma una grandezza straordinaria, e sterminata, come vi nota Bianchini Tom. iiI. pag. 167., il quale peraltro equivoca nel dirle di porfido, confondendole con altre nominate dopo dallo stesso Anastasio, che lo erano veramente. Flaminio Vacca Memorie, n. 78., dice essersi trovato a suo tempo presso il frontispizio di Nerone un colonnato di marmi salini, il maggior de’ membri, ch’egli avesse veduto (eppure scriveva dopo di Pirro Ligorio), composto di colonne grosse nove palmi di diametro, di una baie delle quali fu fatta la tazza della fonte del Popolo, e di un’altra quella di piazza Giulia.
    Le colonne più grandi, che veggansi ancora fuor di Roma, possono crederli, una d’antico ordine dorico senza base, o forse d’antico etrusco, in Taranto nella chiesa della Trinità de’ pellegrini, la quale, per rapporto del lodato Riedesel Voyage en Sicile, ec. lec. 2. pag. 203., ha trenta due palmi e mezzo di circonferenza; e le colonne del tempio di Giove a Girgenti, che superano quante altre mai esistano; come si rileverà nelle note alle Osservazioni del nostro Autore su quel tempio inserite in fine di quelle sull’Architettura. Grandissime erano anche le colonne del tempio di Cizico, di cui parleremo al §. 50.
  35. lib. 4. cap. 7.
  36. Dempst. De Etrur. reg. Tom. I. Tab. 7.
  37. pag. 4. ove not. d. si è notato, che si credono antiche etrusche.
  38. Pancrazi Antich. sicil. Tom. iI. par. 2. Tav. 11. 12. 13. [ Piranesi Della magnif. de’ Rom. Tav. 22. fig. 3.
  39. Le Roy Ruin. des plus beaux mon. de la Grece, Tom. iI. par. 2. pl. 17. pag. 44.
  40. Vedi le Tavole in fine di questo Tomo.
  41. Le Roy ibid. Tom. I. par. 2. pag. 18.
  42. Vitruvio lib. 4. cap. 2. vuole, che i triglifi siano proprj dell’ordine dorico, e dello jonico i dentelli. Anche Euripide in Oreste, vers. 1372. da ai triglifi l’epiteto di dorici; parole, che il traduttore latino ha rese malamente per dorica pinnacula. Ma per li dentelli nell’ordine dorico ne abbiamo l’esempio nella cassa sepolcrale di Scipione Barbato, lavoro del secolo V. di Roma, nominata qui avanti pag. 22. n. d., che può considerarsi come un cornicione, essendovi al di sopra la cornice coi dentelli; sotto il fregio coi triglifi, e le metope, le quali hanno un rosone per ciascuna; e il di sotto, ove è l’iscrizione, tutto liscio potrebbe considerarsi come un architrave. Vedasene la figura in fine di questo Tomo Tav. XIV. e XV. Al tempio di Cora, de! quale si parlerà qui appresso nel §. 41., di ordine dorico, vi sono i dentelli alla cornice sulla porta della cella.
  43. I triglifi erano al tempio piccolo di Pesto solamente, non alle altre fabbriche, come ci avvisa il P. Paoli Dissert. 4. n. 24.; benché siano stati posti anche al tempio grande nelle Tavole da lui datene, colle gocce sotto, delle quali non si è trovato vestigio nè pure al triglifo, che è rimasto al tempio piccolo. Le gocce sotto i triglifi consevatesi in altri monumenti antichissimi, e della stessa architettura presso a poco di quei di Pesto, sono rotonde, per imitare le gocce d’acqua, che rappresentano; come le osservò il signor barone Riedesel a un tempio dell’antica Selinunte dodici miglia lontana da Mazara in Sicilia, Voyage en Sìcile, ec. let. 1. pag. 27.; e al creduto sepolcro del tiranno Terone a Girgenti, ivi pag. 53.
  44. Tali sono nel tempio grande; ma nel piccolo sono diverse. Vedi le Tavole V. e IX.
  45. Le Roy Ruines, ec. Tom. 1. pl. 18. Vitruvio lib. 4. cap 3. prescrive, che le gocce si facciano a tre filare di sei per ciascuna.
  46. Pyth. 4. vers. 475 - 477. [Parla di una casa di un principe, non di tempj.
  47. lib. 4. cap. 2.
  48. O piuttosto per imitare i canali dell’acqua, che vi scorreva, cadendo dalla cornice; giacchè per quella ragione medesima si mettono le gocce sotto i triglifi, ove i detti canali vanno a finire. Non mi pare, che simili tagli, o segature potessero impedire, che i travi si screpolassero, non dovendo essere molto profondi.
  49. Euripide Iphig. in Taur. vers. 113.[ Il nostro Autore ha ripetute queste riflessioni nei Monum. ant. ined. Par. IV. c. 14. num. 206. pag. 271. seg.
  50. Cælaturæ non sono le scanalature; ma lavori d’intagli o bassi rilievi, come già notai nel Tom. iI. pag. 198. not. b.; seppure Cantero non ha inteso dire columnas cælatas
  51. Τὸ κενὸν πᾶν ἐπιθυμεῖ πληρώσεως Quidquid est vacuum desiderat repleri. Clemente Alessandrino Pædag. l. 2. c. 10. p. 223. lin. 25. Tom. I. Secondo lo stesso Clemente Cohort. ad Gent. num. 5. pag. 57. Leucippo Milesio e Metrodoro Chio ammettevano per due principj τὸ πλῆρες καὶ τὸ κενὸν plenum, & inane.
  52. La spiegazione, che dà Winkelmann ai citati due versi, mi pare giustissima. Si dovea però riflettere, che Euripide al v. 128. dice quel tempio ornato di belle colonne; e al vers. 1159. da Ifigenia fa dire al re Toante, che non entri nel tempio; ma si fermi nel vestibolo.
    Ἄναξ, ἔχ᾽ αὐτοῦ πόδα σὸν ἐν παραστάσιν.

    Il traduttor latino ha interpretato questo verso probabilmente senza capirlo:

    O rex, fisse tuum pedem ubi astas, vel in porticu.


    Le parole ἐν παραστάσιν a mio parere, devono intendersi di un tempio in antis, cioè, che aveva nella facciata pilastri alle estremità delle mura, che chiudono la cella, e nel mezzo fra i pilastri due colonne; forma, che appunto Vitruvio lib. 3. c. 1. p. 98., riferisce essersi chiamata dai Greci ἐν παραστάσιν; e veniva a formare un vestibolo. Di queste due colonne forse volle parlare il poeta, o anche di altre, che fossero dentro al tempio; non già di un portico, o colonnato, che lo circondasse tutto. Altrimenti, come si avrebbe a intendere, che dai vani fra i triglifi si potesse penetrare nel tempio, quando questi vani doveano corrispondere nel portico? Supponendo il tempio nella forma descritta, si può dire, che lo stesso ordine d’architettura girasse tutto intorno sul muro; e che nel fregio vi fossero le metope aperte per dar lume nel tempio, o perchè non fosse ancora introdotto l’uso di chiuderle, o per altra ragione. Ma qui fa nascere una questione lo stesso Vitruvio lib. 4. cap. 2., ove non trovo riflessione alcuna degl’interpreti. Egli riprende l’opinione d’alcuni, i quali dicevano, che i triglifi rappresentassero finestre. Chi può mai aver pensato cosa simile, assurda non solamente perchè i triglifi si pongono nelle cantonate, e sopra i mezzi delle colonne, ne’ quali luoghi ripugna alla natura l’esservi finestre, come dice lo stesso scrittore; ma ancora perchè i triglifi sono nelle teste dei travi, i quali sono stati posti in quel luogo necessariamente sin dai primi tempi a reggere il tetto, o per il soffitto, com’egli avea detto poco prima? Sarebbe mai quello un equivoco di Vitruvio, il quale abbia scritto dei triglifi in vece delle metope: Queste erano aperte secondo Euripide; ed è più naturale, che lo fossero, non già i triglifi. Egli avea pur detto poco prima, che gli antichi fabbricatori empirono di fabbrica lo spazio rimaso fra’ travi, ossia le metope, parlando di fabbriche di muro: argomento chiarissimo, che quello spazio era atto a stare aperto; e così sarà stato nelle fabbriche di legno, e ne’ primi tempi. In secondo luogo, Vitruvio segue a dire, che i Greci chiamavano opus i letti dei travi, e dei panconcelli; e che dai Romani erano chiamati columbaria, buchi dei colombajo, o per li colombi: opas Græci tignorum cubilia, & asserum appellant, uti nostri ea cava, columbaria (le quali ultime parole credo siano siate mal tradotte da Galiani, dicendo, i nostri li chiamano cava columbaria, mentre la parola cava dee riferirsi a ea, quei buchi); e che presso i Greci era detto metopa quell’intervallo, che è fra i due letti dei travi. Qui potrebbe dubitarsi, che Vitruvio abbia equivocato nella stessa maniera. Ha voluto cavare la significazione di metopa dai due letti, o buchi dei travi, fra i quali sta; quali che metopa sia inter opas, fra i buchi, non riflettendo alla primitiva maniera indicata da Euripide, nella quale era vuoto l’intervallo fra i due travi, che formavano i triglifi; e da quello vuoto, o buco, dovea cosi chiamarli la metopa, non dai letti dei due travi, che non erano vuoti. Μετὰ ὀπή di cui non ha saputo che dirsi Enrico Stefano nel suo lessico greco, voleva dire piuttosto in foramine, nel buco; oppure, che è più probabile, si può interpretareὀπή μετά foramen inter, cioè buco fra i travi; come si dice presso i latini intervallum, interstitium, intermedium, in vece di valium inter, stitium inter, medium inter; parole compone nello stesso modo, e per significare una cosa di mezzo: onde μετοπή è presso gli architetti quella materia, o quell’ornamento, che va nell’intervallo, nel framezzo, ossia nei buchi, o vani, che sono fra i travi nel fregio dell’intavolato, o cornicione di una fabbrica, detto dai latini intertignium. Cosi columbaria non dovevano essere i buchi dei travi, che erano in opera; ma i veri buchi, o lasciati dai travi adoprativi per far ponti, e quindi toltine; oppure i vani fra le teste de’ travi, o triglifi, tra i quali usavasi lasciare quello spazio vuoto in cima alle case, e alle torri per li nidi dei colombi, o per passaggio di essi nelle soffitte, ove si tenevano per lo più, come al presente. Ved. Varrone De re rust. lib. 3. cap. 7., Columella De re rust. lib. 8. c. 8., Palladio De re rust. lib. 1. cap. 24. Ciò per altro ha detto per un semplice dubbio, al quale sembra, che debba prevalere l’autorità di Vitruvio, che scriveva della sua professione, e parlava di termini, che erano in uso al suo tempo, e doveano capirli nel vero lor senso.

  53. Le colonne sono otto, quattro alla facciata, e due altre per parte; e sono intonacate, come fu detto pag. 25. col. 1.
  54. Tom. IV. Tab. 13. pag. 140.
  55. Voleva dire tutto l’opposto. Il P. Volpi ha scritto prima, e ne ha data la Tavola in rame al luogo citato nell’anno 1717. Finy ha estratte da lui le notizie riguardanti Cora sua patria, e le ha pubblicate in italiano nel 1751. in 4.; ma fenza figure, per quanto io sappia.
  56. Questi disegni, come anche qualchedun altro d’antichi edifizj, si trovavano nel museo del celebre barone di Stosch, e formavano un volume di sopra una ventina di pezzi. Un altro volume di simili disegni di Raffaello si trova nella biblioteca del fu Tomaso Coke, lord Leicester, che si è fatto conoscere nella repubblica letteraria per mezzo della sua Etruria regalis Demsteri. Raffaello fece questi disegni allorché fu nominato dal Papa per essere architetto di s. Pietro in Vaticano. Doveano servire al gran progetto di rimetter Roma quasi sull’antico suo piano, ideato da Leone X. Si trovano dei dettagli su questa impresa in una lettera di Celio Calcagnini a Giacomo Zieglero, contemporanei di Raffaello: questa lettera è unita a due lettere di s. Clemente, intitolate: S. Clementis epistolæ duæ ad Corinthios. His subnexæ sunt aliquot singiulares vel nunc primum editæ., vel non ita facile obviæ Londini 1687. in 12., ed è posta alla pagina 231. [ Noi ne daremo la parte, che riguarda Raffaello, nell’indice delle Tavole in rame del Tomo I. n. 6.
  57. Se il nostro Autore avesse letto bene le Roy, avrebbe veduto, che questa maniera dorica di sette diametri egli l'aveva fissata insieme alle altre. Il di lui sentimento in sostanza è, che l’ordine dorico fosse al principio assai basso, cioè di quattro diametri, o poco più; e porta per esempio il tempio di Corinto, e quello d’Atene dedicato a Teseo: che dipoi fosse alzato a sei diametri, come dice Vitruvio, e finalmente a’ tempi d’Augusto si facesse la colonna dorica di sette diametri. Vedasi questo scrittore Tom. I. par. 2. pag. 35. segg., e Tom. iI. par. 2. pag. 43. seg. Contro un tale sistema ha scritta il P. Paoli la lettera più volte lodata, che si darà qui appresso. Per la proporzione dei sette diametri, il nostro Autore, come ha fatto nelle Osservazioni sul tempio di Girgenti, che si riportano in fine di quelle sull’Architettura, senza ricorrere al tempio di Cora, e il signor le Roy al tempio d’Atene dedicato ad Augusto, potevano trovarla riferita da Vitruvio lib. 4. cap 1. pag. 130. come introdotta prima de’ suoi tempi, vale a dire prima del tempo di Augusto. Questo scrittore non ammette proporzione più bassa, e più antica nell’ordine dorico di quella dei sei diametri, almeno come usata nella Grecia, ignorando forse i tempj descritti dal signor le Roy, seppure non li credeva d’ordine etrusco, o altro che siasi; giacchè quale fosse prima presso i Dori egli nol dice, e scrive anzi non averlo saputo nemmeno i Greci quando da essi presero l’ordine dorico; o perchè nel vedere un tempio di quella maniera nell’Acaja non badassero alle proporzioni giuste delle colonne di esso; o perchè quel tempio non avesse colonne: dubbio, che mi nasce dal discorso di Vitruvio un poco oscuro. Certo è però da questo discorso, che quella proporzione di colonne a sei diametri è stata inventata dagli stessi Greci; e che questi hanno presa dai Dori soltanto l’idea generale dell’ordine dorico. Ma per tornare al tempio di Cora, la proporzione delle sue colonne è di otto diametri compresavi la base, e il capitello, compresovi anche da Vitruvio, e non già di nove, come pretende il signor Piranesi; e ciò asserisco sulle replicate misure prese dal signor Giovanni Antolini, valente architetto, che le darà fra poco alla luce in più Tavole in rame illustrate colle sue riflessioni, e dettagli. Ora supposta quella proporzione di otto diametri, benchè vi da compresa la base, e capitello, possiamo argomentare, che la fabbrica del tempio sia posteriore a Vitruvio, il quale non avrebbe dovuto ignorarlo altrimenti. L’ortografia della iscrizione, di cui si parla qui appresso, e la forma delle lettere, non è certamente dei tempi di M. Manlio, ne’ quali erano più barbare le parole, e più rozza di molto la forma delle lettere, come costa dal confronto, che ora può farsene colle iscrizioni trovate nel sepolcro degli Scipioni, delle quali parlai nel Tom. iI. p. 309 col. 1. A chi è pratico delle tante iscrizioni raccolte da Grutero, Muratori, ed altri, non farà maraviglia veruna ne il coeraverunt, nè il duomvires, nè l’eisdemque; trovandosi la prima parola frequentemente anche nelle iscrizioni del tempo degl’imperarori, e altre parole anche peggio scritte; e sapendosi, che nei luoghi fuori di Roma non si usava tutta la premura per l’esattezza delle iscrizioni, quantunque fatte fu monumenti pubblici, come si usava in questa città.
  58. Questo terzo è sfaccettato. Le scanalature del resto hanno poco risentimento, e sono senza pianetto.
  59. Non due, ma sei. Vedi qui avanti pag. 6. not. f. La base, o toro, del tempio di Cora è singolare per un non più veduto profilo, fatto in tal maniera incavato con arte, perchè restando il tempio fu di un basamento alquanto alto non venisse tolta alla vista una parte della colonna.
  60. Si potranno vedere le Tavole, e le misure, che darà il lodato Antolini, che confrontano a queste. Si può vedete anche la descrizione, e le figure, che ne ha date Piranesi in un’opera a parte intitolata: Antichità di Cora, sebbene non esattissime.
  61. Vulp. loc. cit. lib. 7. cap. 2. pag. 138., Murator. Nov. thes. inscr. Tom. I. pag. 147. n. 4.
  62. Apian. Inscr. pag. 184. n. 1., Gruter. Inscr. Tom. I. pag. 128. n. 7.
  63. Liv. lib. 6. cap. 12. n. 20.
  64. De morib. German. cap. 37.
  65. Freinshem. ad h. l. Taciti.
  66. Epitome Livii, lib. 67.
  67. A favore dell’opinione di Freinshemio contro la lezione ricevuta di Tacito, vi è un’altra ragione, che non ho veduta rilevata dagli annotatori, o interpreti: ed è, che Festo, il quale scrisse dopo Tacito, alla parola Manliæ, ripete quel decreto fatto da’ la famiglia Manlia, e riferito da Tito Livio, come ancora in uso ai suoi giorni; o almeno come non trasgredito prima: Manliæ gentis patriciæ decreto nemo ex ea Marcus appellatur, quod Marcus Manlius, qui Capitolium a Gallis defenderat, cum regnum affectasset, damnatus, necutusque est. Quell’autorità unita all’Epitome di Livio pare che dovrebbe prevalere: ma pure l’iscrizione del tempio merita la sua fede come monumento pubblico; e non la posso credere anteriore a quel Marco Manlio Capitolino, ma di tempi assai più bassi, come accennai qui avanti. Potrebbe mai dirsi, che essendo il Manlio della iscrizione uno della famiglia Manlia domiciliato in Cora, o addetto ad essa, come dirò qui appresso, egli non avesse atteso quel decreto osservato dalla famiglia Manlia di Roma? Il Sigonio nelle note alla citata Epitome di Livio pretende che vi si debba leggere Cn. Mallius, sulla fede principalmente di antiche iscrizioni.
  68. Gruter. Tom. I pag. 236. n. 2. Confer Pigh. Annal. Roman. Tom. iiI. lib. 18. ann. 764. p. 540. [ Vedi qui avanti Tom. iI. pag. 339.
  69. Liv. lib. 6. cap. 2. n. 5.; lib. 7. c. 21. n. 28.
  70. Si poteva ancora dubitare, che essendo Cora lontana da Roma, ed una colonia, i duumviri, che badarono alla fabbrica di quel tempio, fossero due del consiglio dello stesso paese; essendo certo, che Senato si diceva anche nelle colonie, e nei municipj l’unione dei decurioni, ossia la curia; come si ha da una iscrizione presso Martorelli De regia theca calam. lib. ?. c. 5. par. 2 p. 452., da tante altre presso Grutero, e Muratori, da Plinio Epist. lib. 10. epist. 83. e 115., e dalle altre autorità riferite dal card Noris Cenotaph. Pis. Diss. 1. cap. 2., e da Mazochi Comment. in reg. Hercul. Mus. æn. tab. par. 3. cap. 5. pag. 404.; e avendosi dalle Pandette l. Cura 4. De muner. & honor., l. Curator. 1. De oper. publ., che nei munocipj, e colonie vi era uno del consiglio pubblico destinato curatore delle opere pubbliche; quale era il duumviro Lucio Annio Mammiano Rufo, che presedette, e contribuì alla fabbrica del teatro d’Ercolano, secondo l’iscrizione trovatavisi, riportata dal cavalier marchese Marcello Venuti Descr. delle prime scop. ec., da Seigneux de Correvon Lettr. sur. la decouv. de la ville d’Herc. Tom. I. let. 4. pag. 108., dal Gori Symbol. litter. Tom. I. pag. 120., e da tanti altri scrittori, che hanno parlato delle antichità dell’Ercolano; come anche Publio Celso Murino, sopraintendente alle fabbriche di Pesto, nominato in una iscrizione appartenente alla stessa, data dal barone Antonini nella sua Lucania illustrata, par. 2. disc. 3. pag. 231., e dal P. Paoli Rovine della città di Pesto, Diss. 2. n. 40. pag. 53. Talvolta questi curatori, o presidenti, erano due; e ne abbiamo l’esempio chiarissimo in una iscrizione, che si trova nel cortile del palazzo Farnese, riferita da Bristonio De form. l. 6. cap. 72. pag. 492., da Fleetwood Inscr. p. 67. n. 1., e più correttamente da Piranesi Della magnif. de’ Rom. Tav. 37. Da questa si rileva, che i duumviri presi dal consiglio di Pozzuolo presedettero ad una fabbrica, ossia un portone, o cancello, che si dovea fare cola innanzi al tempio di Serapide, con altri lavori annessi Non ostarebbe punto a questo dubbio l’essere nomi di famiglie romane quelli dei duumviri dell’iscrizione di Cora, o almeno quello di Manlio; perciocchè è cosa nota, che tanti delle famiglie romane andavano nelle colonie, come costa dalle medaglie principalmente, e dalle iscrizioni; e che i liberti, gli uffiziali, soldati, e quelli, che si mettevano sotto la clientela di qualche illustre personaggio, o famiglia, ne psendeano spesso il nome, e il cognome. Vedi Mém. de Trevoux, ann. 1702. art. 5.
    Concorre a confermarmi in tal dubbio l’aver osservato dopo scritte queste riflessioni, che Giuseppe Scaligero nell’indice istorico delle cose memorabili farro alla citata opera di Grutero, alla parola Senatus, Tom. IV. pag. 81., chiama Senatus municipalis, Senato municipale, il Senato appunto nominato in quella iscrizione.
  71. Parall. de l'arch. anc. & mod. pag. 19.
  72. ibid. pag. 33.
  73. Vitruv. lib. 4. cap. 1.
  74. Secondo Strabone lib. 14. pag. 949. princ. Chersifrone fu il primo architetto di questo tempio: un altro lo rifece in appresso più grande; e finalmente essendo stato incendiato da Erostrato, come dicemmo nel Tom. iI. pag. 198. n. a. fu riedificato dall’architetto Cheiromato, quello stesso, che fabbricò Alessandria, e volea fare del monte ato una statua.
  75. lib. 16. cap. 14. sect. 21.
  76. Nell’anno primo dell’olimpiade xcvii. Pausania lib. 1. cap. 45. pag. 693.
  77. Sarebbero circa quarant’anni, essendo composta ogni olimpiade di quattr’anni. Si veda ciò, che abbiamo notato nel Tom. iI. pag. 197 feg., ove il nostro Autore ripete questa stessa sua opinione intorno al passo di Plinio.
  78. Plin. exercit. in Solin. cap. 40. p. 571. seqq.
  79. Dissert. sopra al tempio di Diana d’Efeso, Saggi di dissert. dell’Accad. di Cortona, Tom. I. par. 2. §. IX. pag. 14.
  80. Montfaucon Antiq. expl. Tom. iI. liv. 2. chap. 11. princ. pag. 84. [Non dice tanto; ma solo che di trentasei colonne ornate d’intagli, una era della mano di Scopa; come va inteso veramente Plinio.
  81. De bell. punic. pag. 57. A.
  82. Vedasi la figura, che ne daremo quì appresso Tav. XVI., e anche l’indice delle Tavole in rame in fine del Tomo.
  83. Il nostro Autore nei Monum. ant. ined. 206. dà quello stesso capitello, e lo spiega Par. IV. cap. 14. pag. 269. seg.: ma riguardo ai due tempj ha fatte più mature riflessioni, che noi qui daremo nei proprj suoi termini. „De’ due templi del portico di Metello, l’uno era dedicato a Giove Statore, e l’altro a Giunone, Bellori Fragm. vet. Romæ, Tab. 2.; e quantunque Plinio li riferisca ambidue fabbricati da quegli architetti, deve però in ciò prevalere l’autorità di Vitruvio lib. 2. c. 1., il quale dà il nome d’Ermodoro all’architetto del tempio di Giove; talchè debbe dirsi che Sauro e Batraco avessero fabbricato l’altro tempio di Giunone, il quale, secondo i frammenti dell’antica pianta di Roma, era semplicemente prostilo, cioè con le colonne solamente nel pronao, o sia portico anteriore; senz’aver avuto il peristilio, o sia verun circondario di colonne intorno a’ lati. Il tempio di Giove, secondo Vitruvio, aveva il suo pronao, e ’l portico, cioè un portico davanti ed un altro dietro; ma l’antica pianta, di Roma lo dise prostilo peristilo, cioè con un portico davanti, e co’ portici laterali, ma senza postico. Or quella discordanza di Vitruvio con que’ frammenti potrebbe sciogliersi con un’iscrizione mutilata, che si conserva nel palazzo Albani, e che fu scoperta nel cavare in que’ siti medesimi ov’erano anticamente questi templi, Bellori loc. cit. pag. 10. Dicesi in essa che Adriano fece ristaurare que’ templi, has ædes, deformati da un incendio; e supposto che l’iscrizione parli de’ templi di Giove e di Giunone, racchiusi nel portico di Metello, come pretende il Bellori, potrebbe, quanto al tempio di Giove, dirsi, che il portico deretano danneggiato dal fuoco, nel risarcirsi il tempio, fusse stato demolito; talchè Adriano l’avesse accresciuto di portici laterali, cioè, ch’egli avesse ridotto il tempio a peristilo, nel quale stato si farà trovata questa fabbrica in tempo di Settimio Severo, quando fu fatta quell’antica pianta di Roma. Non dirò poi, che i due templi di cui si tratta, furono i primi di Roma fabbricati di marmo„. Da quelle riflessioni si confuta l’errore del P. Arduino nella nota al luogo di Plinio da citarsi qui appresso not. b., ove pretende, che i detti due tempj fabbricati da Sauro e Batraco secondo Plinio, fossero il tempio di Giunone, e di Apollo: errore, che viene pur confutato dallo stesso contesto di Plinio, il quale segue a parlare del tempio di Giove, e di Giunone. Della pianta di Roma ne parlerò nella mia dissertazione appresso.
  84. lib. 36. cap. 5. sect. 4. §. 14.
  85. ad Plin. lib. 36. c. 24. sect. 56. not. 7.
  86. loc. cit.
  87. lib. 1. cap. 2. [ Vitruvio dice spira il toro della base, e la base tutta della colonna nello stesso senso, che Plinio: e il nostro Autore lo ha poi riflettuto nei Monumenti antichi inediti, loc. cit. pag. 269.
  88. Gruter. Tom. iI. pag. 593. n. 2.
  89. Non bisogna supporre quel che è in questione, cioè che Plinio parli delle volute ioniche, e loro spirale. Il sarei portato a negarlo assolutamente; parendomi troppo., ch’ei parli del toro della base, non già dal capitello: primieramente, perchè nel libro stesso cap. 24. sect. 56. chiama anche spira il toro, o base, ditinguendolo dal cappello: primum voummnis spiræm subaitæ, & capitula addita; in secondo luogo, perchè spira si chiama la stessa parte anche da Vitruvio loc. cit., da Polluce lib. 7. cap. 27. segm. 121., da Giuseppe Flavio Antiq. lib. 15. cap. 11. n. 5., e da Festo v. Spira; all’opposto la voluta è detta voluta dallo stesso Vitruvio. Ora con qual coraggio, e fondamento vorremo dire, che il proprio, e primitivo significato di spira fosse la voluta, contro il consenso universale degli scrittori, che hanno parlato di quelle materie? Perchè non fare piuttosto un’altra riflessione più giusta, e dire che si spira sia stato detto il toro, perchè sia fatto a modo di un cerchio attorno al fusto della colonna, o della base, come pare che voglia significare Festo loc. cit. scrivendo: Spira dicitur & basis columnæ unius tori, aut duorum, & genus operis pistorii, & funis nauticus in orbem convolutus; ab eadem omnes simuitudine? Oppure perchè vi fosse fatto sopra qualche lavoro a tortiglione, come tante se ne trovar o di basi intagliate in diverse maniere, alcune delle quali possono vedersi presso Piranesi Della magnif. de’ Rom. Tav. 9. e segg.? Chi sa poi che su questo lavoro non facessero i loro emblemi Sauro, e Batraco, e in maniera da non essere troppo esposti a cancellarsi col tempo, contro ciò, che pare inverosimile al nostro Autore loc. cit. pag. 270., supponendo, che liscio fosse il toro ? Se non che, potrebbe sospettarsi del racconto di Plinio stesso, che fosse una popolare diceria; o almeno si potrà dire, che quei due artisti mettessero la lucertola, e la ranocchia nelle loro opere indistintamente, come un simbolo dei loro nomi per un piacere, che ne avessero; non perchè loro fosse proibito di mettere il nome in lettere su que’ due tempj; perocchè oltre il toro, di cui parla Plinio, e il capitello di s. Lorenzo, si vedono gli stessi emblemi su di un rosone trovato alcuni anni sono negli scavi della villa di Cassio a Tivoli, ora nel Museo Pio-Clementino, dato dal signor abate Visconti nel Tom. I. di esso, Tav. A. n. 10., e ripetuto da noi qui appresso. È da osservarsi però, che su questo rosone vi è anche un’ape, o altro insetto, che per essere in parte rotto non può ben riconoscersi, da cui si deve arguire, o che Sauro e Batraco avessero per compagno in quella fabbrica, se vogliamo crederla opera loro, un altro., che per suo emblema vi avesse posta l’ape, come significata dal suo nome; oppure che quelli emblemi tutti avessero qualche altra significazione ignota a noi, come è probabile, che l’avessero tante figure poste ai capitelli, delle quali si parlerà in appresso nel Cap. iI. §. 11.; o finalmente, che fosse un capriccio degli artisti, come tanti altri ornati, de’ quali non si può dare una ragione scientifica. Il Passeri Thes. gemm. astrif. Tab. 146. porta una gemma, in cui ad alcune stelle vedesi unita una ranocchia, una lucertola, ed un granchio, che potranno avere qualche significazione astronomica, come pensa il citato autore, o altra incognita.
    Ma tutti questi, e i seguenti raziocinj anderanno a vuoto se noi qui aggiugneremo che prima di farli, il nostro Autore avrebbe dovuto esaminare, se il capitello di s. Lorenzo e per la sua forma, e per lo stile del suo lavoro possa dirsi dei tempi di Augusto. Io per me lo credo di qualche secolo dopo, quale è creduto dai buoni architetti, che lo hanno considerato, come accenna anche il signor abate Raffei Saggio di osservaz. sopra un basso ril. della villa Alb. n. 6. pag. 29., quantunque per il passo di Plinio si mostri egli propenso all’opinione di Winkelmann. Supponendolo pertanto di più basso tempo, si potrà credere che i detti animali siano simboli dei nomi degli artisti, che lo hanno fatto, o del padrone della fabbrica, alla quali serviva, secondo l’usanza provata dallo stesso Raffei con tanti esempj, alcuni de’ quali riportano il Fabretti Inscript. cap. 3. num. 37. pag. 186., e Buonarruoti Osservaz. sopra alc. framm. ec. Tav. 9. fig. 4. pag. 74., di mettere simboli nelle monete, sepolcri, ed altri monumenti, allusivi a quelli, ai quali appartenevano.
    Credo per ultimo, che sia qui opportuna cosa il ricercare, se veramente presso i Greci, e presso i Romani vi sia stata legge alcuna, la quale proibisce agli architetti di mettere il loro nome su i pubblici edifizj, ai quali presedevano. Il signor Seigneux de Coirevon Lettr. sur Hercul. Tom. I. let. 4., pag. 109. seg. tratta questa questione, asserendo che ai tempi di Adriano fosse fatta una tal legge, e numerando quei pochi architetti, che hanno posto il loro nome sulle fabbriche fino a noi conservatesi almeno in qualche parte. A questi io aggiugnerò un certo ..anio Dione, di cui si fa menzione in un architrave del tempio di Cerere fra i rimasugli d’antichità dell’antica Capena, ora Civitucula, architetto, che fiorì ne’ migliori tempi delle belle arti, come si rileva dagli avanzi del suddetto tempio. Si veda il ch. monsignor Galletti Capena munic. de’ Rom. pag 11. Ma per la supposta legge di Adriano avrei desiderato vederne qualche prova. Io non ho saputo trovarne menzione presso gli scrittori della vita di quell’imperatore; né li trova registrata fra le leggi romane o quella, o altra che siasi a tal proposito; non potendosi estendere agli architetti le leggi, che si hanno nelle Pandette al libro p. titolo De operibus publicis. Secondo ciò che narra Plinio la proibizione fatta a Sauro, e Batraco mostra di essere stata particolare per essi in quella occasione; e quanto al tempo fu molto anteriore all’imperator Adriano.
  90. Al luogo citato dei Monumenti antichi, pag. 270. Winkelmann dice interrogativamente quello stesso sentimento, mostrando quasi di approvare una simile correzione; ma questa resterà esclusa se si rifletta a ciò, che si è detto nella nota avanti, e principalmente alla distinzione, che fa Plinio di spira, e di capitello.
  91. Questa conseguenza non si potrà ricavare dal passo di Plinio, secondo ciò, che si è detto; siccome né anche si potrà dire, che il capitello di s. Lorenzo appartenere al tempio, o tempj nominati da lui; mentre egli non dice, come probabilmente lo avrebbe detto, se quegli emblemi fossero posti eziandio ai capitelli. Potrebbe piuttosto la stessa conseguenza tirarli da Polluce, il quale al luogo citato lib. 7. cap. 27. segm. 121., chiama σπείρα spira la base delle colonne ioniche, a differenza della base delle colonne doriche, detta da lui στυλοβάτη stylobata. Ma Vitruvio lib. 3. cap. 3. non fa veruna distinzione dell’ordine, a cui la spira convenga specialmente; e vediamo anche negli ordini corintio, e composito le basi con due tori lavorati di sculture. Si veda nell’indice dei rami alla Tav. XVII. di questo Tomo.
  92. Nota ad fragm. vet. Romæ, Tab. 2. pag. 10.
  93. Le Roy Ruines des plus beaux monum. ec., Tom. I. par. 2. pag. 51. [ Vedi appresso al Capo iI. §. 12.
  94. Vedi Tom. iI. pag. 413.
  95. Domenichi Vite de pitt. napol. Tom. I. pag. 48.
  96. Vitruvio lib. 3. cap. 3. pag. 116. vuole, che l’abaco di questo capitello si faccia di lunghezza, e di larghezza quanto è il diametro della colonna preso dall’imo scapo, e un diciottesimo di più: l’altezza poi, compresevi le volute, sia la metà della larghezza.
  97. lib. 4. c. 1. Vedi la lettera del P. Paoli qui appresso, al §. 40.
  98. Vedi Tom. iI. pag. 95. e 332. Al primo luogo citato Winkelmann fa molte osservazioni intorno alla di lui epoca in proposito di un basso rilievo del museo Capitolino da taluni creduto quello di Callimaco nominato da Plinio, che era in bronzo, non in marmo.
  99. Vedi qui avanti pag. 54. not. b.
  100. Paus. lib. 8. cap. 45. pag. 693.
  101. Vedi Tom. iI. pag. 199. seg.
  102. Vedi loc. cit. pag. 96.
  103. Maggiore era la proporzione delle colonne, tutte di un sol pezzo, del tempio di Cizico, città della Misia, che secondo Sifilino nella vita di Antonino Pio, pag. 269., riportata anche nell’opera di Dione Cassio lib. 70. cap. 4. Tom. iI. pag. 1173., e Zonara Annal. lib. 12. princ. Tom. I. p. 593. D. erano alte cinquanta cubiti, ossiano settantacinque piedi greci, e settantuno di Parigi, come nota il conte di Caylus Rec. d’antiq. Tom. iI. Antiq. grecq. pl. 66. pag. 251., e di diametro aveano quattro cubiti: vale a dire, che erano dell’altezza di dodici diametri e mezzo: dalla quale proporzione si può dedurre, che fossero di ordine corintio, non trovandosi ciò registrato. Gli autori non convengono intorno all’epoca precisa di questo edifizio. Ma si possono conciliare, col dire, che sia stato principiato dall’imperator Adriano, spiegando così Giovanni Antiocheno, cognominato Malala, che Hist. chron. lib. 11. in fine, p. 119. A. lo dice alzato dallo stesso imperatore, come dicono anche il Cronico Alessandrino, e il Paschale, e Winkelmann nel Tom. iI. p. 377.; e che sia stato poi compito da M. Aurelio, e Lucio Vero, come espressamente disse Aristide Panegyr. Cyzic. oper. Tom. I. pag. 241., il quale si trovò presente alla dedica di esso, e in quella occasione vi recitò la citata orazione panegirica. Diremo quindi, che abbia errato Sifilino, e Zonara, o l’autore, che essi hanno copiato, nel dire, che rovinasse per un orribile terremoto sotto l’impero d’Antonino Pio. Si può vedere anche Jebb nella Collettanea storica premessa alle opere dello stesso Aristide, ove all’anno di Roma 922. n. 12. tratta questo punto; ma non mi pare, che abbia pensato a quella conciliazione. Comunque sia questo fatto, stante il piccolo divario di tempo, che correrebbe fra quest’imperatori, sotto i quali l’arte non era ancora tanto decaduta, possiamo dire, che quelle colonne siano state fatte in un’epoca anteriore a quella, che vorrebbe fissate il nostro Autore per la proporzione degli undici diametri; a quella cioè, in cui gli architetti si prendeano già gran licenze di uscir dalle regole. Che fine abbia avuto quel tempio non lo saprei affermare. Trovo solamente presso Codino De Orig. Constantinor. p. 65. B., che da Cizico furono portate colonne in Costantinopoli per il tempio di s. Sofia riedificato da Giustiniano; ed è ben probabile, essere state tolte da quel tempio, che secondo Maiala, e Sifilino era il più grande del mondo; e secondo Aristide pareva una città. Vedi anche le Osservazioni del nostro Autore sul tempio di Girgenti, al §. 26.
  104. Pococke Tom. iI. par. 2. pl.78.
  105. Pallad. Archit. lib. 4.. cap. 26. [Quest’architetto lo ha fatto più alto della tua vera misura.
  106. Wood Ruin. de Palm. pl. 4.
  107. Vedi Tom. iI. pag. 311. seg. Si vede pure a un tempio in un bassorilievo già della villa Medici, ora nella galleria Granducale a Firenze, dato dal Piranesi Della magnif. de’ Rom. Tav. 38. fig. 1., e da noi ripetuto in fine di questo Tomo Tav. XVII.
  108. Tom. iI. par. 2. pag. 51. pl. 26.
  109. Il signor le Roy al luogo citato dà la figura del supposto unico capitello alla Trinità de’ monti; ma scorretta assai, come fa osservare il Piranesi Della magnif. de’ Romani n. 67. pag. CIX., che la dà più esatta nella Tav. 6. fig. 12., sì perchè egli ha mutate le frondi d’ulivo, in frondi di quercia; come anche per avervi apporti del suo gl’indizj del pilastro, o siano le piatte facce, delle quali non vi è ii minimo vestigio, o principio. Scrive questo architetto, che quel capitello combini colle dette colonne di Delo. Non sarebbe impossibile, che di là fosse venuto; perchè dal cavalier Gualdo di Rimini furono portati amendue dalla Grecia, e quindi donati nel 1652. ai PP. della Trinità de’ monti: della qual donazione, e del detto anno, in cui furono donati, si fa menzione nella iscrizione porta alla piccola loro base. Crede poi le Roy, che quella sorte di colonne ovali si adoprassero per maggior fortezza, nelle cantonate. Le colonne di Massimi possono considerarsi come due mezze colonne per ciascuna attaccate ad un sottile pilastro dello stesso pezzo di granito, che hanno in mezzo; e dalla ineguaglianza, e rozzezza del lavoro mi pajono opera di questi ultimi secoli, e forse fatte contemporaneamente alla fabbrica del palazzo per il luogo ove sono; come può argomentarsi anche dagli altri molti lavori di sculture, che vi sono stati fatti; sebbene io non contradirei molto a chi volesse crederle antiche.
  110. lib. 2. cap. 8. pag. 76. n. 1.
  111. Intende espressamente, delle case di città, e di quella di campagna, come si spiega meglio al lib. 7. cap. 4. pag. 276. n. 2. Egli però avrebbe dovuto dar qualche ragione della sua franca, e ferma credenza. Si può dire anzi certissimo, che in amendue i luoghi si usavano case di più appartamenti dai nobili, e dai plebei, e dai poveri. Ce ne danno un fortissimo argomento le tante leggi romane, che proibirono di alzare le case oltre una determinata misura, per impedirne la rovina, e gli altri danni, ai quali andavano soggette, come osservava Seneca il retore Controv. lib. 2. controv. 9.; e le tante altre intorno alla servitù dell’alzare, o non alzare più alte le case per non impedire la luce, o il prospetto al vicino: delle quali tutte noi parleremo a lungo nelle nostre Vindiciæ, & observationes juris, vol. iI. Le leggi per la detta servitù non solo avean luogo in città, ma in campagna eziandio, come si ha dal giureconsulto Nerazio l. Rusticorum 2. princ. ff. De fervit. præd. rust. Varrone De ling. lat. lib. 4. cap. 23. scrive, che i cenacoli, ossiano gli appartamenti superiori, erano detti cenacoli, perchè vi si cenava, abitando nel piano inferiore: ubi cœnabant cœnaculum vocitabant. Posteaquam in superiore parte cœnitare cœperunt, superioris domus universa cœnacula dicta; e Seneca il filosofo Epist. 90. In appresso si affittavano alla povera gente, o dai padroni si davano ai loro liberti, come si ha da Plutarco in Sylla, princ. oper. Tom. I. pag. 451., e da tanti altri scrittori, che potrebbero addursi. Le due ville di Plinio aveano amendue più appartamenti: al che non ha voluto avvertire il Galiani, e il nostro Autore se ne sarà scordato. La villa Laurentina, secondo che scrive Plinio lib. 2. epist. 17., avea il casino d’un piano solo; ma da una parte avea una torre di quattro piani. L’altra villa nel Tusco avea il casino di due e di tre piani, senza torri, come ne scrive lo stesso, padrone al lib. 5. epist. 6. Giovenale Sat. 14. vers. 88. segg. parla delle case di campagna di Centronio a Tivoli, a Palestrina, ed a Gaeta, che erano altissime. Lo stesso scrive Sidonio Carm. 22. vers. 209. segg. del Borgo, o villa di Ponzio Leonzio; lo stesso Seneca il filosofo Epist. 89., e Consol. ad Helv. cap. 9. ed altri di altre generalmente. Vedi anche Giorgio Greenio De villar. antiq. struct. c. 6.
  112. Il celebre cardinal Perrenot de Granville ha fatto levare, e disegnare esattamente sue spese, da Sebastiano di Oya, architetto del re di Spagna nei paesi bassi, la pianta delle terme di Diocleziano; e quelli disegni sono stati incisi con gran maestria, e pulizia in ventisei Tavole in foglio da Giacomo Cock di Anversa. Fu pubblicata quest’opera con una succinta spiegazione nel 1558., e al presente è assai rara.
  113. Vedi al §. ultimo di questo Capo.
  114. Tab. 44. e 43. secondo l’ordine, che le descrive qui Winkelmann.
  115. Il primo di questi bassirilievi ora è nella Galleria Granducale a Firenze, e vi è d’antico più di quello, che dice il nostro Autore; seppure egli non ha equivocato, intendendo forse parlare di altro bassorilievo affisso col secondo da lui nominato alla facciata del palazzo, non dato dal Bartoli. Anche questi amendue hanno più d’antico.
  116. Montfauc. Ant. expl. suppl. Tom. IV. après la pl. 13. [ Amaduzzi Monum. Matth. Tom. iiI. Tab. 39.