Trento città d'Italia per origine, per lingua, e per costumi

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Benedetto Giovanelli

1850 T Indice:Benedetto Giovanelli - Trento città d'Italia per origine, per lingua, e per costumi, 1850.djvu Trento città d'Italia per origine, per lingua, e per costumi Intestazione 9 agosto 2017 25% Da definire

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TRENTO

CITTÀ D’ ITALIA

PER ORIGINE, PER LINGUA, E PER COSTUMI.


RAGIONAMENTO ISTORICO

DI

BENEDETTO GIOVANELLI

IN OCCASIONE CHE I POPOLI DEL TRENTINO

VENNERO RIUNITI AL REGNO D’ITALIA

SECONDA EDIZIONE

RIVEDUTA DALL' AUTORE

1850

TRENTO,


DALLA TIPOGRAFIA MONAUNI.

[p. 2 modifica]Est locus, Hesperiam Graii cognomine dicunt, Terra antiqua, potens armis, atque ubere glebae; OEnotrii coluere viri: nunc fama, minores Italiam dixisse ducis de nomine gentem: Hae nobis propriae sedes

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A CHI LEGGE.


Ecco, o Lettore, una serie di fatti, che per esser noi privi d’una storia patria, la quale abbia qualche ordine, e filo, mi convenne disotterrare in gran parte dalle poche rovine, che di quella de’ popoli a noi confinanti fortunatamente ancor ci rimangono.

Io te la presento a fine d’indagare, e scoprire una verità, che da lungo tempo cercavano di nascondere coloro, che Trento non Città d’Italia, ma di Germania, o del Tirolo francamente dichiaravano. Questa ricerca, per quanto mi sembra, riuscir dovrebbe interessante spezialmente in quest’epoca avventurosa: in cui il più [p. 4 modifica]grande e più potente Monarca dell’Universo riunì il Trentino al suo Regno d’Italia, e fissò in tal guisa immutabilmente il luminoso posto, che da qui innanzi occupar dobbiamo tra le nazioni.

Che se non mi verrà fatto di esporre il mio assunto con quella dignità, che richiederebbe la materia, e il tempo, in cui scrivo, avrò almeno unite sotto un sol punto di vista alcune notizie, che non solo lo comprovano ad evidenza, ma sono eziandio alla nostra Città in particolar modo gloriose.

Tu intanto, benigno Lettore, segui le tracce, ch’io ti segno, e giudica. [p. 5 modifica]Molto si è questionato, qual fosse l’antica patria sede degli Umbri, popolo secondo Plinio il più antico d’Italia, quale quella de’ Tirreni, che vi si unirono, i quali eran forse della stessa origine, e cogli Enotri formavano la gran nazione, che sotto il nome di Etrusca dall’Adige fino alle maremme di Sicilia signoreggi quasi tutta l’Italia prima dei Romani. Ma noi in questione sì importante, ed oscura nulla osiamo decidere, ben sapendo, che ogni nazione vuole aver dato l’essere a quella, che sola trionfo di tutte; riferiremo solamente l’opinione del dottissimo Freret, che fa al nostro proposito, ed è, che i primi Etruschi siano i Reti abitanti già del Trentino, cioè que’ Reseni. nominati, da Dionisio d’Alicarnasso quali autori di quel gran Popolo.

Quantunque la maggior parte de’ moderni abbia fatto poco buona accoglienza al sistema settentrionale per ciò, che riguarda i primi Itali, non furono tuttavia in istato [p. 6 modifica]di distruggere la forza delle ragioni addotte dal Freret, le quali anzi sempre più s’invigoriscono, allorché si voglia riflettere, che le Alpi Trentine erano tutte quelle, che costeggiano il corso dell’Adige dalla sua sorgente sino allo sbocco dalle fauci de’ monti nelle pianure di Verona, e che quindi ben potean fornir colonie al bel paese, ch’Appennìn parte, e ’l mar circonda e l’Alpe, ed innoltre che la radice del nome Tridentum essendo Tri-en potea perciò col cangiar clima, e vicini (che già sono abbastanza note le molte colonie greche di Pelasghi, Arcadi, Trojani ed altri di poi passate in Etruria) e col volger de’ secoli uscirne facilmente la voce Tir-en; e finalmente, che gli Enotri stessi (nome che ha la medesima radice, che ha Trento solo con ordine inverso, e supplito nel nesso con una vocale secondo l’uso delle lingue di que’ tempi) possono esser usciti da questi monti, trovandosi sopra le fonti dell’Adige il Borgo di Nauders in tutte le carte antiche del decimo e duodecimo secolo nominato Oenotrium.

Non ci estenderemo sul nome di Rezia, che nell’aspra pronunzia de’ montanari, che la S in Z tramutano, da Rezeni e quindi da Resani originato esser potrebbe, nè su quello di Ressen nome tutt’ora vigente nel lago, che serve di fonte all’Adige, e il qual sembra che abbia dato il [p. 7 modifica]nome a Reseni, come a genti, ch’un dì abitavano lungo il fiume, che da lui scaturiva; né su quello di Esis nome intrecciato in quello de’ Reseni, e dato all’Adige, prima che dal mare, in cui sbocca, o dal luogo prossimo alle sue foci serventi anche di porto, Atrianus, e unendo poscia Atrianus Esis, ed abbreviando nella volgar favella Athesis si chiamasse. Solo non possiamo far a meno di osservare, che un tale concorso di nomi eguali singolarmente ai popoli riguardati come primitivi in Italia non può esser fortuito.

Ma che che sia di questi domestici testimonj, che abbiam creduto di dover qui riportare quasi come un suggello alle più gravi osservazioni e congetture del Freret, basta a noi l’averli accennati, poiché finalmente senza ripetere la consanguinità nostra coll’Italia da sì rimota origine anteriore ai tempi di Troja, e quasi del tutto favolosi, ben si può provarla ne’ secoli storici e più vicini col sostegno di non equivoci racconti de’ classici scrittori.

I Galli Biturigi, gli Arverni, ed altri adescati dall’opulenza d’Italia, e resi coraggiosi dal genio non più guerriero de’ suoi abitanti passarono circa l’anno 150 di Roma (sei secoli incirca avanti la nascita di Cristo) le alpi condotti da Sigoveso, e si annidarono nell’Insubria. Invitati dai primi sopraggiunsero poco appresso i Cenomani, [p. 8 modifica]e scacciarono gli Etruschi dalle terre di qua del Po. Ovunque vinti fuggiron questi, ed esuli da’ lor paesi si dispersero in varie terre. Alcuni rammentati dagli storici antichi seguendo Reto presero la via de’ monti cercando asilo nelle alpi, che Dione Cassio, ed altri antichi scrittori chiamano Trentina e Retiche promiscuamente. Il nome di Retiche, dice Trogo, l’ebbero dal condottier de’ fuggiaschi, i quali pure d’allora in poi Reti si chiamarono. Ecco dunque la nobile origine di questi, ecco l’Etrusca, ed, a cagion dell’abbandonato lor patrio suolo, l’Italica de’ popoli Trentini; ecco l’antichità del loro nome, e della parentela cogl’Italiani, de’ quali, Padri credansi, o no, sono certamente i più antichi figlj.

Questi coll’andare de’ secoli crebbero di numero, e s’estesero nei territorj a lor confinanti. Quella parte, che ne’ monti più settentrionali si diffuse, rozza divenne, e barbara, effetto forse del frammischiarsi d’essa coi Comuni Aborigeni, antica progenie de’ Celti, i quali, se vogliam prestar fede all’opinione invalsa negli storici, n’erano, bensì sotto varj nomi, i più antichi abitatori; non così l’altra, che la Valle del Trentino occupava, e di cui varie Colonie popolavano Feltre, Belluno, e sin anche Verona Città Euganea: il che senza dubbio volle dinotar Plinio, allorchè a’ Reti le [p. 9 modifica]attribuisce. Questa fabbricò Trento, e i suoi discendenti ci vissero poveri bensì, ma non tralignarono del tutto dall’esser men rozzo degli avi loro. Ma in quanto alla lingua, di tutti i Reti in generale dice T. Livio, che a suo tempo nient’altro aveano d’Etrusco, che la pronunzia, o forse, se vogliamo ripigliare l’opinione del Freret, non avevano i già coltissimi Etruschi a suo tempo più nulla, in che somigliassero ai non ancora ben colti Reseni loro Padri, eccettuatane la pronunzia, ed, aggiungiamo noi, la superstizione carattere il più distintivo d’ambidue. È quasi proverbio fra dotti, che ove termina, o dubbia si rende la storia de’ popoli, comincia l’esame della lingua, e de’ costumi: esso supplisce, anzi emenda talvolta le loro istorie.

I Reti Trentini, allorchè la Repubblica Romana, che sulle rovine dell’Etrusca alzò al maggior colmo la sua fortuna, sì potente divenne, che i suoi confini al di qua del Po estese, sagacemente si diedero a’ Romani; non consta precisamente il tempo, in cui ciò seguisse, ma ogni probabilità ci conduce ad affermare, che le aquile di quella nazione conquistatrice già vi prendessero dominio, allorchè pure il confinante paese, che sotto il nome di Venezia era rinomato, vi si arrese; nè ci dee recar meraviglia, che gli storici tacciano del nostro su tal proposito, quando nemmeno di quello [p. 10 modifica]assai più cospicuo, ed importante non fanno menzione.

Certo almeno è, che al tempo della guerra Cimbrica Trento era già suddito, o amico de’ Romani. I movimenti tutti, che fece Catulo in questi contorni, lo comprovano; le sue disposizioni, le misure militari da lui prese, di cui ci lasciaron qualche memoria molti antichi Greci, e Romani scrittori, e spettanti assolutamente a questa parte dell’Alpi, non erano della natura di quelle, ch’un avveduto Generale suol prescegliere in terra nemica. Chi di ciò volesse procurarsi maggior certezza, legga e confronti tra loro T. Livio, Plutarco, Frontino, e Valerio Massimo.

Poscia i Trentini, non si sa da qual tempo in qua, divenuti di condizion latina, ottennero il prezioso dono della piena, ed illimitata, cittadinanza di Roma con assegnamento di Tribù, e voto ne’ comizj. Circa il tempo, in cui l’ottennessero, non ne abbiam quella certezza, che abbiamo del fatto; nondimeno le circostanze storiche di que’ secoli c’invitano a credere, che ne siano stati regalati da Giulio Cesare nell’anno di Roma 705, cioè nel tempo stesso, che i Popoli a lor confinanti, che tra il Po e quest’Alpi abitavano, ebber tal dono.

Sott’Ottaviano Augusto, allorché questo Imperatore giusta il marmo Ancirano assegnò gran parte d’Italia a 120 mila [p. 11 modifica]veterani divisi in vent’otto Colonie; n’ebbe pure una la Città di Trento, ed ecco il secondo innesto di sangue Italico. Era Termeno il termine delle Campagne assegnate alla Colonia di Trento in val d’Adige, e il torrente Finale di quelle nelle Giudicarie. Questi costituirono anche ne’ tempi susseguenti durante il governo degl’Imperatori Romani una parte de’ confini della sua giurisdizione, sotto la quale stava pure la vicina Anaunia; il che si rileva dall’essere stata assegnata alla Tribù Papiria, ch’era quella di Trento; e non incontrandosi nel restante delle Giudicarie al di là della Sarca e del Finale, Paese abitato dagli Stoni avanzo Euganeo attribuito a’ vicini Municipj, che la sola Tribù Fabia, si dee inferire, che quel tratto di valli fosse unito a Brescia, che quella Tribù professava; il che ancor maggiormente prova, che le dette Valli già sin da quel tempo all’Italia appartenessero.

Quando Augusto divisò di soggiogare gl’inquietissimi Reti, i quali a dire degli storici, e del Venosino, armati di scuri risalivano di continuo l’Italia, e la Gallia, e benché respinti e battuti più volte da Claudio Marcello, da Tiberio Gracco, da Marcio Re, da Munazio Planco, da Publio Sillio, e da altri, che trionfaron di loro in Roma, spogliavano tuttavia gli amici de’ Romani, ordinò egli al suo Legato Marco [p. 12 modifica]Appulejo figlio di Sesto, ch’era già stato Console di Roma, di fabbricare un castello sul colle Verruca detto ora volgarmente Dos Trento. Doveva questo servire d’argine contro le incursioni di que’ barbari, e nel tempo stesso di piazza d’armi per la guerra Retica ch’era imminente: ciò si rileva da un marmo antico situato a sant’Apollinare, le di cui note cronologiche evidentemente dinotano l’anno 730 di Roma, cioè sett’anni prima della nominata guerra; prova incontrastabile, che in quel tempo Trento era di già Romano.

Un altro Castello pure fece egli fabbricare in Vervasio, oggi Vervò nell’Anaunia, del quale ci restano molte lapidi, e fra queste una indicante, che vi teneva i suoi esploratori. Anche gli abitanti di questa Valle ubbidivano al Senato e Popolo di Roma molto prima della guerra Retica, nulla valendo in contrario le autorità di certe edizioni di Plinio, che nel trofeo dell’Alpi eretto ad Augusto presentano i Nauni, poichè ne’ migliori e più accreditati codici antichi di quello storico non si leggono, ma sì i Genauni altro popolo Retico alpino che abitava in vicinanza de’ veloci Brenni nella Valle tutt’ora detta Valgenaun.

Soggiogato ch’ebbe Augusto per opera de’ suoi figliastri i bellicosissimi Reti, all’undecima Regione gli assegnò, e alla [p. 13 modifica]decima i Trentini, distinzione veramente memorabile, perché da lungo tempo sciolti dagli antichi originari legami de’ Reti lor confederati già all’Italia appartenevano. Ed in fatti chiaramente dice Plinio nel suo Panegirico a Trajano, che il monte Pirene detto oggi Prenner separa l’Italia dalla Germania; Città d’Italia chiama Trento Flegon Tralliano nel suo trattato delle cose maravigliose, che scrisse a’ tempi dell’Imperator Adriano, di cui era Liberto, e Tolomeo, che visse a quelli degli Antonini Augusti, la nomina tra le riguardevoli Città Venete.

Parimenti, quando, vinto Massenzio e Licinio, e riunito in se solo l’Impero d’Oriente ed Occidente, divise Costantino l’Italia, Trento vi era compreso, e per tale, come vedremo in appresso, è da presumere, che venisse riguardato sino all’estinzione del Romano Impero sotto Augustolo, molto più, che nessun’ autorità nè di storico, nè di fatti milita in contrario.

Che Trento al tempo del Romano Impero fosse Città riguardevole, la Verruca lo dimostra, che quasi suo Campidoglio si ergeva sul vicin colle; lo dimostrano i tempj che aveva, i Flamini, gli Augustali, i Seviri, e Quartumviri, che nelle copiose sue lapidi frequentemente s’incontrano; lo dimostrano gli avanzi d’un Anfiteatro il maggior pregio delle Colonie, e che_è già [p. 14 modifica]mezzo Secolo, che fu scoperto, e il suo Campo Marzo, che dalle mura meridionali bagnate in allora dal Torrente Fersina sino al rivo detto Salè si estendeva, e della cui esistenza trovansi indubitati vestigj ancor ne’ secoli bassi; lo comprovano in fine i vici, ne’ quali era diviso, e i suoi antichi sobborghi, che al par de’ Campi Marzj non sono soliti trovarsi a far corona, che alle Città più ragguardevoli. Fu probabilmente a riguardo di questi e d’altri pregi, che Pitisco, Arduino, Cluverio, Sprecherio e molti altri gravi e dottissimi Scrittori credettero di dover ravvisare in Trento la Capitale antica della Rezia: ma ripigliamo il nostro assunto.

Anche sotto il dominio de’ Goti era il Trentino tutto considerato qual parte d’Italia: leggansi le lettere del celebre Cassiodoro, e tra queste quella, che sul fine del quinto secolo dell’Era Cristiana diresse il Re Teodorico ai Trentini abitanti all’interno del Castello Verruca; chiama egli col nome di Romani, il che tanto vuol dire che Italiani, l’indigena parte di quelli a distinzione de’ suoi Goti separatamente nominati. E’ cosa nota, che quest’ottimo Sovrano si attenne intieramente al vecchio Romano politico scomparto delle Provincie. Laonde l’anterior condizione Italiana del Trentino e della sua Capitale dal tempo dell’ultimo Antonino sino a quello dell’estinzione dell’ [p. 15 modifica]Impero Romano in Occidente risulta con molta probabilità dall’avere il Monarca Goto riguardati costantemente per Italiani gli abitanti Trentini. Questo Re è quel medesimo, che rifabbricò le mura di Trento poc’anzi distrutte da Attila Re degli Unni, e dilatò l’estensione della vecchia Città unendovi il sobborgo meridionale, Quartiere detto ancor oggi Borgo nuovo.

Sotto i suoi successori Atalarico, Teodato, e Totila Trento restò compreso nell’Italia, anzi i confini di questa si estendevano ancora sino al monte Prenner, di che ci somministra la più convincente prova il contemporaneo Gregorio di Tours Vescovo, e Scrittore illustre, allorché facendo menzione del Castello situato sul Prenner, Italiæ castrum lo nomina.

Invasa l’Italia dai Longobardi, che vi distrussero l’Impero de’ Goti, fu gran parte di quella divisa in Ducati, e Trento divenne la Capitale di uno di questi, che nella sua istituzione era entro mediocri termini ristretto; poiché aveva la meta Lombardica (Mezzo lombardo) e la Teutonica (Mezzo tedesco) per confine verso lo stato di Baviera, che durante la guerra d’Italia ebbe agio di dilatarsi. Ma breve nell’estensione conviene, che sia stato grande nella forza di concentrata Signoria, perché il solo Evino creato Duca dl Trento da Alboino battè a Salorno il potente Cranichio, ed [p. 16 modifica]estese con tal vittoria i confini del suo Ducato.

Gaidoaldo suo successore si sostenne in possesso della parte conquistata sino che visse, ed Alachi, che dopo la sua morte n’ottenne il Dominio, sconfisse un Conte Bavaro, che la faceva da Padrone in Bolgiano, e ne’ luoghi circonvicini, e in tal guisa ingrandì il Ducato con questa Città e colla valle Majense, ossia le pertinenze dell’odierno Merano, ed in conseguenza colle parti montane atesine, come da Paolo Diacono e dalla storia ecclesiastica di que’ tempi si rileva. Anzi quell’autore narrando, come dopo la morte del Re Clefo comandarono in Lombardia i soli Duchi, di trentasei ch’erano, non ne nomina, che cinque, quasichè fossero i soli degni di considerazione, e fra questi quello di Trento.

Sul declinar del settimo secolo perì Alachi, e per_qualche tempo di poi le storie non nominano altri Duchi di questa Città, e non possiamo qui ritenerci di compiangere la perdita delle storie de’ Longobardi compilate dal contemporaneo Secondo, il quale per essere stato Trentino, al certo avrà scritto più estesamente delle cose nostre. Solo trovasi in Aribone, che comandava quel Ducato di Trento un certo Conte Usingo di nazione Lombardo, di cui pure il Muratori fa passaggiera menzione. Il Trentino formò dunque anche sotto i Longobardi [p. 17 modifica]una non ispregievole parte del Regno d’Italia.

Tale restò susseguentemente, dopochè nell’anno 774 terminò il dominio di quel popolo, e Carlo Magno s’impossessò dell’Italia, ed in conseguenza del Trentino; poichè nel 780 Pipino, figlio del suddetto Imperadore, già eletto Re d’Italia intenzionato di battere Tassilone Duca di Baviera, mosse da Milano, e unì il suo esercito in Trento, e si rileva pure dagli annali di Ratisbona, non che all’Aventino, e dalle Cronache Salisburghesi, ch’un Duca Ruperto, probabilmente vassallo di Pipino, con uno stuolo di Lombardi e Trentini partì da qui nel 783, e strappò ancor in quest’anno la Città di Bolgiano dalle mani del suddetto Tassilone, che qual ultimo rampollo degli antichi Duchi Bojoarj non solo ancor la pretendeva, ma l’aveva nuovamente occupata; segno non equivoco, che i Trentini formavano anche a quel tempo coi Lombardi la medesima nazione.

In documenti poi de’ tempi susseguenti si legge nominato ora il Ducato, ora la Marca Trentina di condizione eguale alla Veronese; anzi un insigne Placito tenuto sotto il Re Lodovico Secondo nell’anno 845 rammenta ancora la Corte Ducale di Trento, ed un suo Duca Luifredo, che probabilmente n’era il governatore; e da un documento portato dal Bonelli, che si [p. 18 modifica]riferisce alla metà circa del secolo nono, si rileva, che il Trentino si governava anche a quel tempo secondo le leggi del Regno di Lombardia.

Nel 888, come racconta Kautz storico Austriaco, Arnolfo Sovrano di Germania e Berengario Duca del Friuli Padrone d’una gran parte d’Italia convennero sul confine dell’uno e dell’altro Regno: Trento restò all’Italia, ed era la Brenta nella Valle Sugana e Lavis nell’Atesina il limite de’ Regni in questa parte; ed allorché circa i1 939 Ugone di Provenza occupò la sempre e da tutti amareggiata Italia, affidò egli il governo de’ confini verso la Germania a Manasse Arcivescovo di Arles, e gli concedette i Vescovati di Mantova, Verona e Trento col governo di tutta la Marca, segno evidente, che anche quest’ultimo veniva riguardato qual parte come per l’avanti d’Italia, anzi sembra, che la sua giurisdizio ne s’estendesse nuovamente sino sopra Bolgiano; poiché, allorquando nel 946 Berengario Margravio d’Ivrea ajutato da’ Tedeschi calò per la Valvenosta coll’intenzione d’invadere la Lombardia, Manasse si fortificò nel Castello Formicario (Sigmundskron) sopra Bolgiano per opporsi al nemico del suo Signore.

Berengario occupato il Castello per tradimento di certo Cherico Adelardo s’avanzò in Lombardia e vinse Ugone. Nulladimeno [p. 19 modifica]vinto poi egualmente dal Re Ottone sol per via di trattati ottenne da questo in feudo l’Ita lia eccettuato le Marche di Verona, di Trento, e di Aquileja, che quali porte d’Italia consegnò il Vincitore al governo del suo fratello Enrico già creato Duca di Baviera, e fu questo il primo passo a que’ vincoli coll’Alemagna, cui posteriormente soggiacque questa parte d’Ita1ia.

Nel susseguente più che mai continuo cambio de’ Sovrani, e dall’esser i Tedeschi distratti da proprie ed intestine guerre, molte Città d’Italia ebbero occasione di procurarsi una qualche libertà, e si governavano per mezzo de’ proprj Magistrati. Lo stesso s’ossera anche seguito in Trento; ciò che in mancanza di altre notizie ci serve di qualche prova, che fosse pure in quel tempo compreso nella citetiore Italia, e che tale restasse fino a che Corrado il Salico nell’anno 1026 passò per Trento, e si trasferì a Roma per la ceremonia dell’incoronazione; passaggio memorabile, perché principal motivo di quel legame, che strinse in qualche modo alcuni secoli dopo il Trentino al Germanico Impero. Seppe il Vescovo Udalrico rendersi talmente amico quel nuovo Sovrano, che nel 1027 ottenne da lui la Contea di Trento, e nell’anno susseguente quella di Bolgiano, e della Valvenosta, come si rileva da due documenti riferiti dal dottissimo nostro Monsignor Gentilotti [p. 20 modifica]elettto di Trento nelle eruditissime sue note all’Ughelli, i quali trasferiscono al pio Vescovo il dominio di quelle, acciocchè lo esercitasse, e le possedesse nel modo stesso, come le possedevano i Duchi e i loro successori; il che evidentemente dimostra, che il Ducato di Trento già ne’ tempi anteriori Bolgiano, le pertinenze di Merano Marano Marano , e la Valvenosta comprendeva, ed in conseguenza, che il forte passo di Finsterminz non lungi dalle fonti dell’Adige era il confine del Trentino, e quindi della Lombardia in quella direzione di monti, come nell’altra alquanto più orientale già ne’ secoli Romani, siccome dicemmo, lo era il Prenner; e qual altro meglio convenirgli poteva a que’ tempi irrequieti, se a dire di Servio e del Principe degli Oratori le Alpi furono sempre considerate qual antemurale assegnato all’Italia da un nume? Ora qual giovamento e riparo le avrebbero mai recato, se non fessero state in suo potere?

Ad onta della riferita donazione di Corrado al Vescovo la Città di Trento a distinzione del suo Contado, che unito a’ feudatarj ubbidiva alla Curia Vescovile residente in Trento, era ancor poco tocca dall’influenza Vescovile, e gravi argomenti comprovano, che la Città stessa non fosse compresa nella donazione. In fatti da Documenti del 1182, e 1207 presso l’Ughelli rilevasi, che essa era ancor di condizion [p. 21 modifica]eguale a molt’altre Città di Lombardia, e da un Diploma dello stesso anno di Filippo Re de’ Romani fratello dell’Imperatore Arrigo Sesto riportato dal già citato Bonelli si ricava, ch’era compresa nella Marca Trevigiana, o come vuolsi Veronese, il che secondo l’opinione del chiarissimo Muratori vale lo stesso; anzi argomento maggiore dell’Italica condizione di Trento a que’ tempi si trae dall’avere il suddetto Re de’ Romani ordinato, che le appellazioni della Città di Trento come quelle di Verona, Vicenza, Padova etc. vengano ricevute da Obizzo Marchese d’Este; e queste Appellazioni formavano appunto quel diritto, che Federico si riserbò sopra le Città, che furono comprese l’anno 1183 nella celebre pace di Costanza. Dalchè in certo modo inferir potrebbesi ancora, che Trento pure facesse ultimamente parte della gran lega Lombarda, cioè di quella della Marca di Verona, e di Venezia, che tale fu il titolo, che presero i collegati, nulla ostando il non trovar nominata questa Città in quel atto memorabile, giacché non vi appariscono nemmen Allessandria, e Tortona, delle quali pur di certo si sa, che una volta erano del numero delle collegate.

Così pure verso la metà del decimoterzo secolo Trento si resse qualche anno ancora per mezzo de’ proprj Magistrati, e venne poi egualmente che altre Città d’ [p. 22 modifica]Ialia, vale a dire Verona, Vicenza, Padova e Brescia signoreggiato da Eccelino da Romano, come Capo e Signore eletto della fazione Ghibellina, cui era nuovamente addetta anche la Città di Trento.

Ma spenta ne’ popolari tumulti la formidabile schiatta di Eccelo, e prevalso poscia per gli prosperi successi di Carlo Primo il partito Guelfo, di cui stimavansi capi i Pontefici, crebbe, tra per la secreta protezione di questi e quella aperta dell’Imperatore, e tra per le varie intestine vicende comprovanti l’inconvenienza del popolare reggimento, l’autorità de’ Vescovi anche sulla Città in modo però, che finalmente ne nacque quel misto governo di essa, che si mantenne sino al principio del secolo decimonono, forse unico vestigio conservato dell’antica dominazion consolare nelle Città d’Italia.

Intenti quindi i Vescovi a mantenersi questa, qualunque fosse, parte di Dominio sulla Città, si strinsero sempre più al Conte del Tirolo, ed agli Imperatori di Germania, da’ quali non solo riconoscevan le investiture, titolo e fondamento principale della loro autorità, ma venivano anche sovente creati Vicarj d’Italia, carica a que’ tempi importantissima, e riuscirono essi con tali appoggj sin da principio sì bene in questo loro intento, che già nel 1347 non valse più nulla sull’animo de’ Trentini l’ [p. 23 modifica]eccitamento alla libertà lor fatto dal fanatico Tribuno di Roma Nicolò Rienzi, che a dire del Corio nella sua storia di Milano spedì alla Città di Trento uno dei cinque Stendardi destinati ai popoli d’Italia.

Ma quantunque le relazioni de’ Vescovi col Capo del Germanico Impero, e i politici vincoli e commerciali che sempre più legavan Trento e le sue pertinenze a’ Tedeschi, sussistessero d’allora in poi per varj secoli; tuttavia non furono giammai sì forti a poter alterare anche nelle minime cose il carattere Italiano de’ nazionali Trentini, nè la lor favella, nè gli usi, nè i costumi d’Italia, de’ quali si mantennero sempre tenaci. Alla lingua Alemanna non riuscì giammai, benché ogni sforzo ne facesse il vicin Tedesco, d’oltrepassare l’antico suo confine quasi prescrittole dalla non mai vinta natura, e se m’è lecito dirlo, dall’indole de’ popoli, che vi abitano d’intorno, e precisamente da una innata tendenza, che obbligava il popolo Trentino a preferire mai sempre i modi Italiani, che unicamente al suo carattere più vivo, e al suo clima convengono. Perfettamente eguale nella frugalità ad ogni altro Italiano una sola qualità s’appropriò del Tedesco, ed è nella vita laboriosa, ed infinita pazienza nella coltivazione d’ogni minima parte di terra, che trova alle falde, e nelle fessure de’ suoi monti, che nella massima parte sono [p. 24 modifica]ignudi; ma ciò è piuttosto effetto della ristrettezza del suolo atto a cultura, e della sterilità di quest’Alpi, che nulla producono al sostentamento, se non irrigate dal sudor dell’agricoltore.

Ben a ragione dunque secondo il fin qui detto anche la maggior parte de’ Geografi sempre all’Italia annoverò la Città di Trento col suo Circondario, e ben divulgata ancor nel secolo decimosesto convien, che fosse questa saggia opinione, poiché il Pontefice Paolo Terzo fermo di non voler congregare il Concilio in Germania propose nel 1541 a Cesare per tal oggetto la Città di Trento, segno, che per Italiana pure a quel tempo la riconosceva; e se in tanto meriggio de’ riferiti incontrastabili fatti non riuscisse omai superfluo il debil lume delle congetture, diremmo ancora, che per Italiana la caratterizza la per molti secoli sussistita dipendenza del suo Vescovo da un Metropolita Italiano, cioè da quello di Aquileja, convenendo i dotti, che l’estensione antica delle Diocesi, e di altre ecclesiastiche giurisdizioni corrisponde nella massima parte a quella degli antichi territorj; ma il fin qui detto basti per prova del nostro assunto.

Non merita poi alcun conto, chi Trento per Città del Tirolo, ed il suo Territorio per parte di quello riguardar voleva, poiché ad ognuno noto, come nuovo, in [p. 25 modifica]quanto dato a Provincia, sia tal nome, non comparso, che nella metà del decimoterzo secolo, ed affibbiato posteriormente da taluno anche a questa parte d’Italia forse sull’inconcludente motivo, ch’il Conte del Tirolo (da un vecchio Castel Romano così nominato) secondo lo stile di que’ tempi venne da qualche Vescovo, già ammaestrato dalle requenti invasioni de’ Mainardi, forzatamente riconosciuto qual Avvocato della Chiesa di Trento, e dato alla medesima, sotto titolo principalmente di comune difesa, sede, e voto nelle Diete provinciali di quel Contado. E quindi ben a ragione scrisse l’immortale Muratori al dotto Roveretano Abate Girolamo Tartarotti, che non pensava mai, che anche Trento fosse compreso nel Tirolo, e resterà sempre un oscuro Enimma, che in vano cercherà il suo Edippo, su qual ragionevol fondamento avanti il secolo decimonono qualch’uno tra gli uomini per scienza rispettabili strascinato forse dal solo volgar pregiudizio nelle sue opere nominasse Trento Città Tirolese.

Fu la pace di Luneville, che per pochi mesi bensì conferì il dominio assoluto del Trentino all’Imperatore d’Austria, che poi lo volle aggregato alla Contea del Tirolo, fu quella di Presburgo, che lo fece cedere alla Corona di Baviera; ma la suggezione d’un popolo ad un eventuale dominio non dee confondersi colla natural ed originaria [p. 26 modifica]sua condizione. Il MASSIMO che regge i destini de’ popoli, ci restituì alla cara Madre, e sanzionò gli antichi nostri diritti all’onor della sua grandezza, al godimento delle sue felicità. Ma come uguali Egli ci rese in tutto agli altri Italiani facendoci loro compagni nelle Sue grandi imprese, partecipi de’ premj e vantaggj, e consorti nella gloria e nella cittadinanza, e segnatamente nell’avventurosa sorte d’essere governati sotto i di Lui angusti auspicj, e in Suo nome dal GIOVANE EROE figlio del Suo cuore, idolo del nostro, e pari agli altri sudditi del Suo vasto Impero col darci le stesse leggi, le stesse costituzioni, e Magistrati per dottrina non meno che per amor di giustizia cotanto rispettabili, così pure nulla agli altri cederemo in gratitudine, fedeltà, e divota affezione.


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