Geografia (Strabone) - Volume 3/Libro VII/Capitolo II

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CAPITOLO II

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Strabone - Geografia - Volume 3 (I secolo)
Traduzione dal greco di Francesco Ambrosoli (1832)
CAPITOLO II
Libro VII - Capitolo I Libro VII - Capitolo III


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CAPO II.


Popoli meridionali al di là dell’Albi. - Dei Geti e delle varie loro denominazioni. - Opinione di Posidonio sopra i Misii menzionati da Omero. - Di Zamolxi e de’ suoi successori presso il re dei Geti. - Sentimento di Apollodoro e di Eratostene sulla Geografia d’Omero. - Racconto di Eforo sui costumi degli Sciti e dei Sauromati. - Stato dei Geti al tempo di Strabone. - Del Danubio e di altri fiumi. - Popoli di quella regione. - Freddo eccessivo. - Corsa d’Achille.

La parte meridionale della Germania, quella cioè al [p. 177 modifica]di là dell’Albi, fin dove è contigua a cotesto fiume è occupata dagli Svevi: quindi le si congiunge la terra dei Geti da principio angusta, e distendentesi poi sino all’Istro verso il mezzodì, e verso il settentrione sin al confine della Selva Ercinia, la quale occupa anch’essa una parte di monti, poi si fa piana e si stende verso il settentrione fino ai Tirigeti1: ma non sapremmo indicare i precisi confini di queste genti. E per l’ignoranza appunto di questi luoghi furon creduti degni di fede coloro che inventarono favole intorno a’ monti Rifei ed agl’Iperborei; come avvenne anche di tutte quelle cose che Pitea raccontò de’ paesi situati lungo l’Oceano, fondando le sue finzioni sopra la notizia ch’egli aveva delle cose celesti e matematiche. Si lascino dunque in disparte costoro: nè prestiam fede a Sofocle dove in una sua tragedia favoleggiando di Orizia asserisce che, rapita da Borea «fu portata da quello a traverso di tutto il mare sino alle estremità della terra, alle sorgenti della notte, d’onde si scopre tutta l’ampiezza del cielo e l’antico giardino di Febo.» Perocchè queste cose non fanno al presente nostro proposito; e però vogliam tralasciarle siccome già fece Socrate nel Fedro2. Ciò poi che dall’antica storia e dalla moderna abbiam potuto raccogliere è quello che segue. [p. 178 modifica]

Gli Elleni supposero che i Geti fossero Traci. Essi abitavano lungo amendue le sponde dell’Istro, e così anche i Misii, che sono Traci pur essi, ora poi detti Mesii3, dai quali discesero anche quei che abitano presentemente fra i Lidii, i Frigii e i Troiani. Anzi anche questi Frigii sono lo stesso che i Brigii, gente di Tracia; come sono altresì i Migdonii, i Bebrici, i Medobitinii, i Bitinii, i Tinii, e credo anche i Mariandini. Tutti poi questi popoli abbandonarono l’Europa, e solo vi restarono i Misii: laonde a me pare che Posidonio abbia ragione quando congettura che Omero volesse nominare i Misii dell’Europa, val quanto dir della Tracia, ove disse che Giove,

                             . . . . . . volti indietro
                             I fulgid’occhi, a riguardar si pose
                             Del Trace di cavalli agitatore
                             La contrada e dei Misii a stretta pugna4.

Perocchè se qui dovessero intendersi i Misii dell’Asia, non sarebbe esatta l’espressione di Omero: mentre il dire che volse lo sguardo alla contrada dei Traci, poi congiungere con questa contrada quella dei Misii, che non sono punto lontani dalla Troade, ma le sono invece confinanti, e stanno al di là della Troade stessa, lungo i due suoi lati, divisi dalla Tracia per mezzo dell’ampio Ellesponto, sarebbe un confondere insieme i due continenti, o non saper punto comprendere l’espressione [p. 179 modifica]del poeta. E nel vero il volgere indietro gli occhi è proprio di chi guarda a quella parte che gli sta da tergo: ma chi dai Troiani trasportasse lo sguardo a genti che stanno al di là di quelli od ai lati, ben si potrebbe dire che spinse lo sguardo più da lontano, non gà che lo volse indietro. E n’è testinomianza anche il vedersi che Omero congiunse con questi Misii gl’Ippemolghi, i Galattofagi e gli Abii, che sono gli Sciti amassici ed i Sarmati: perocchè anche oggidì queste nazioni, e così anche i Bastarni, sono bensì frammiste coi Traci posti oltre l’Istro, ma con quelli altresì abitanti al di qua di quel fiume. Ed è fra questi ultimi che si trovano i Celti, cioè i Boj, gli Scordisci e i Taurisci: dove è da notare che alcuni dicono Scordiscie invece di Scordisci, ed ai Taurisci danno il nome di Tirisci o Tauriste. Dice poi Posidonio che i Misii per sentimento di religione si astengono dal mangiare animali, e perciò anche dalle pecore; ma fanno uso di miele, di latte e di cacio vivendo nell’ozio, e che perciò poi sono tenuti in conto di religiosi e si chiamano capnobati5. Dice altresì che v’hanno alcuni dei Traci, i [p. 180 modifica]quali vivono senza donne: si chiamano Ctisti, e sono considerati come sacri e lasciati vivere nella tranquillità. Afferma inoltre che Omero parlò sommariamente di tutti questi popoli quando menzionò i famosi Ippemolghi che si nutrono di latte, e gli Abii uomini giustissimi: e li chiama (dice) Abii principalmente perchè vivono senza donne, considerando la vedovanza come se fosse un vivere imperfetto, in quella guisa che chiamò imperfetta la casa di Protesilao vedovata a cagione della sua morte: e dà ai Misii il nome di combattenti da vicino (Anchemachi) per dinotare che sono guerrieri eccellenti. Finalmente vuole lo stesso Posidonio che nel libro decimo terzo (dell’Iliade) invece di Misii combattenti da vicino si debba scrivere6 . . . Ma sarebbe forse inutile il voler bandire una lezione approvata già da tanti anni; ed è cosa molto più credibile, che da principio si chiamassero Misii, e che ora abbiano mutato nome. Rispetto agli Abii non sarebbe possibile dimostrare che siano stati detti così dall’essere senza donne piuttostochè perchè vivono senza case stabili ed abitano sopra carri. E nel vero, siccome le ingiustizie si fanno principalmente ne’ contratti e nell’acquisto delle ricchezze, ben fu ragionevole che quegli uomini usi a vivere di così poco si chiamassero giustissimi da Omero; quando anche i filosofi sogliono collocar vicinissima alla temperanza la giustizia, ponendo fra le prime loro cure quella di vivere indipendenti e con [p. 181 modifica]frugalità; d’onde poi alcuni per eccesso andarono a cadere nel cinismo. Per lo contrario il poeta non ci dà alcun indizio dell’essere questi popoli stati senza donne, principalmente i Traci, e fra questi poi quelli che si chiamano Geti. Dei quali si vegga ciò che dice Menandro, non già per finzione, ma seguitando com’è verisimile, la storia: «Tutti i Traci, ma sopra tutti noi Geti (perocchè da costoro mi glorio di trarre la mia origine anch’io) non siamo casti gran fatto.» E di lì a poco seguitando pone parecchi esempj d’incontinenza dicendo: «Non v’ha alcuno di noi che non prenda dieci, undici, dodici donne, e qualche volta anche più. E se trovasi qualcuno che muoia senza averne sposate quattro o cinque, costui viene compianto da noi come un uomo che non provò l’imeneo, misero, celibe.» E tutto questo trovasi confermato anche da altri scrittori: nè è verisimile che gli stessi uomini giudichino miserabile la vita passata senza la compagnia di molte donne, ed abbiano poi per cosa invidiabile e giusta il viverne senza. Oltre di ciò lo stimar religiosi e capnobati coloro i quali vivono senza donne è cosa che grandemente contrasta colle opinioni comunemente adottate. Perocchè tutti si accordano a dire che le donne furono prime inventrici della superstizione: esse poi persuadono anche gli uomini ad un maggior culto della dinità, con feste e con supplicazioni: ed appena sarebbe possibile di trovare alcun uomo che vivendo da solo attenda a siffatte pratiche religiose7. Ecco [p. 182 modifica]di nuovo quello che dice Menandro introducendo a parlare un uomo sdegnato contro il dispendio8 che fan le donne nei sagrifici. «Gli Dei s’aggravano principalmente sopra di noi uomini ammogliati; perocchè siamo sempre nella necessità di celebrar qualche festa.» E quest’accusa medesima la fa ripetere anche dal Misogine9 dicendo: «Noi sagrificavamo cinque volte ogni giorno; e sette giovani ancelle sonavano il cembalo intorno, ed alcune ululavano.» Di qui pertanto apparisce che sarebbe assurdo il credere che presso i Geti gli uomini più religiosi fossero i celibi: e nondimeno per quello che dice Posidonio e che viene affermato anche dagli altri storici non possiam tralasciare di credere che la venerazione degli Dei presso quel popolo non fosse tanta da astenersi fin anco dal mangiare cose animate. Perocchè si racconta che uno dei Geti per nome Zamolxi servì un tempo a Pitagora, ed apprese da lui alcune delle notizie celesti, come ne aveva imparate alcune altre dagli Egizii, ai quali viaggiando s’era condotto. Ritornato poi alla patria fu bene accolto dai principali e da tutta la nazione, come colui che sapeva interpretare i pronostici. All’ultimo persuase il re di pigliarlo a compagno del regno, siccome capace d’annunziare [p. 183 modifica]la volontà degli Dei. Da principio pertanto fu fatto sacerdote di quel Dio che presso i Geti è tenuto in più onore; poscia si fece nominar Dio egli stesso: ed avendo fermata la sua sede in un antro inaccessibile agli altri, quivi passava la sua vita, e rare volte conversava con quei di fuori, ad eccezione del re e delle persone addette al suo servizio: e il re medesimo in questo gli dava aiuto, vedendo che i sudditi gli erano ubbidienti molto più di prima, dacchè s’erano persuasi che i suoi ordini uscissero col consenso della divinità. Questa usanza poi durò fino ai dì nostri, essendosi trovato sempre qualcuno dell’indole di Zamolxi, il quale assisteva al re come consigliere, e dai Geti denominavasi Dio. E considerarono come sacro anche il monte dov’era l’antro predetto, e lo denominaron Cogeone dal fiume che gli scorre vicino: e quando Birebista, contro cui il Divo Cesare aveva già apparecchiata una spedizione, regnava sui Geti, tenea questa carica un certo Diceneo. Per tutto ciò dunque è da credere che la dottrina pitagorica di astenersi dagli animali sia stata introdotta fra i Geti da questo Zamolxi, e che vi abbia poi sempre durato.

Di questa guisa pertanto si possono ottimamente interpretare le parole di Omero intorno ai Misii ed ai celebri Ippemolghi: ma quello che Apollodoro dice nel proemio al libro secondo delle Navi non si potrebbe punto sostenere. Egli loda l’opinione di Eratostene, il quale dice che Omero e gli altri antichi seppero bensì le cose elleniche, ma rispetto a quelle di fuori n’ebbero grande ignoranza, siccome coloro che non conobbero le [p. 184 modifica]grandi vie di terra e non ebbero notizia della navigazione. Concordando pertanto con queste accuse Apollodoro dice che «Omero chiamò pietrosa l’Aulide com’essa è da vero; montuosa Eteone; altrice di colombe Tisbe; erbosa Aliarto: ma poi non conobbe con pari precisione i luoghi lontani; e così pure non li conobbero gli altri. Quindi mentre vi sono circa quaranta fiumi che mettono foce nel Ponto, egli non fece menzione nè anche di uno fra i più ragguardevoli, quali sarebbero l’Istro, il Tanai, il Boristene, l’Ipani, il Fasi, il Termodonte, l’Ali. E non ricordò neppure gli Sciti, se non solamente in generale i celebri Ippemolghi e i Galattofagi e gli Abii. Rispetto ai Paflagoni parlò di quelli che abitano nei paesi mediterranei secondo le relazioni di coloro che dalla parte di terra entrarono in que’ paesi; ma non conobbe quelli che stanno lungo la spiaggia: e questo fu ben naturale. Perocchè allora quel mare non era navigabile, e chiamavasi Axeno10 a cagione del suo essere tempestoso e delle nazioni ond’era abitato all’intorno, principalmente dagli Sciti, i quali avevano in costume di sagrificare i forestieri, mangiarne le carni, e servirsi dei loro cranii invece di tazze. In progresso poi di tempo si disse Eussino, dopo che gl’Ionii vi fondarono delle città lungo la spiaggia. Nello stesso modo Omero ignorò anche le cose spettanti all’Egitto ed alla Libia, come a dire le inondazioni del Nilo e il riflusso del mare, di che [p. 185 modifica]non fece mai menzione in nessun luogo de’ suoi poemi, e nè anche dell’istmo che sta nel mezzo fra l’Eritreo ed il mar d’Egitto, nè dei paesi dell’Arabia e dell’Etiopia, o di quelli lungo l’Oceano; se pure non dobbiamo aderire a Zenone il filosofo che in quel verso d’Omero: Venni agli Etiopi, ai Sidonii ed agli Erembj, invece di questi ultimi vuol che si legga agli Arabi. Nè dobbiamo per questo meravigliarci di Omero; quando anche poeti più recenti di lui ignorarono molte cose o le meschiarono a prodigi. Così fecero Esiodo, parlando degli Emicini, dei Megalocefali e dei Pigmei; Alemano menzionando gli Steganopodi; Eschilo i Cinocefali, gli Sternoftalmi e i Monommati; ed altri mille che trovansi accennati nel suo Prometeo.»

Dopo di ciò si converte poi Apollodoro agli storici che parlarono delle montagne Rifee, del monte Ogigio, dell’abitazione delle Gorgoni e delle Esperidi. Poi cita la terra Meropide di Teopompo, la città Cimmeride d’Ecateo, il territorio Pancheio d’Evemero, e le pietre di fiume che Aristotele diceva essere composte di sabbia, e disciogliersi nelle piogge; e quella città di Libia menzionata dallo stesso filosofo, la quale è sacra a Bacco, e non può chi se ne dilunga trovarla una seconda volta. Si volge poi anche contro coloro i quali affermano che secondo Omero il viaggio di Ulisse fu intorno alla Sicilia. «Perocchè (dice) se pur fosse vero che quell’eroe avesse viaggiato in que’ luoghi dovrebbe dirsi nondimeno che il poeta per amore del meraviglioso trasportò invece la scena nell’Oceano: nel che agli 11 [p. 186 modifica]altri può essere perdonato, ma non punto a Callimaco, il quale fa professione di grammatica, ed impertanto dice che l’isola di Calipso è Gaude, e che Scheria è Corcira.

Prosegue inoltre Apollodoro dicendo che alcuni spacciarono menzogne intorno ai Gerenii, ad Acacesio, alla posizione d’Itaca detta Demo, a Peletronio nel territorio di Pelia, ed al Glaucopio d’Atene: e cessa finalmente da questi suoi rimproveri dopo avere aggiunte alle cose già dette alcune altre di poco momento, trascritte per la maggior parte dai libri di Eratostene, che noi abbiam dimostrati falsi.

Ora ben può concedersi a Eratostene e ad Apollodoro che i moderni avessero più pratica degli antichi intorno a siffatte cose; ma parmi poi che si potrebbero biasimare amendue d’avere spinta questa loro opinione al di là della giusta misura, principalmente rispetto ad Omero: oltrechè si potrebbe affermare che rimproverano d’ignoranza il poeta intorno a cose delle quali poi essi medesimi non hanno contezza. E rispetto a codeste imputazioni, alcune sono discusse da noi ne’ luoghi convenienti a ciascuna, di altre abbiamo parlato già in generale. Qui poi trattasi unicamente dei Misii combattenti da vicino, e dei famosi Ippemolghi che si nutrono di latte, e degli Abii giustissimi mortali, per mettere a confronto la nostra opinione colle cose dette da Posidonio e dagli altri. E innanzi tutto si valgono di un ragionamento contrario al loro stesso proposito. [p. 187 modifica]Perocchè avendo in animo di mostrare come delle cose lontane dall’Ellade gli antichi furono più ignoranti che i moderni, riuscirono ad una contraria dimostrazione; non solamente rispetto a’ luoghi lontani, ma sì anche rispetto a quelli che trovansi nell’Ellade stessa. Ma (come dicemmo) differiamo queste cose ai loro luoghi opportuni, e qui trattiamo soltanto di quelle che ora abbiamo alle mani.

«Egli è per ignoranza (dicono dunque costoro) che Omero non fa menzione degli Sciti, nè della loro crudeltà verso gli stranieri, nè dell’usanza che avevano di sagrificarli, mangiarne le carni, e valersi dei loro teschj invece di tazze, d’onde poi il Ponto fu soprannominato Axeno. E va per lo contrario fingendosi certi suoi famosi Ippemolghi e Galattofagi ed Abii, giustissimi fra gli uomini, che non sussistono in nessuna parte della terra. - Ma come dunque gli antichi denominarono Axeno quel mare s’egli è vero che non conoscevano la barbarie dei popoli ond’era abitato, e nemmanco quelli che nella barbarie superavano tutti gli altri? Or questi popoli non potevan essere se non gli Sciti. Diremo dunque che anticamente non vi siano stati nè Ippemolghi al di là dei Misii, dei Traci e dei Geti, nè Galattofagi, nè Abii? Pur vi sono anche al presente dei popoli detti Amassici e Nomadi, i quali vivono di pecore, di latte e di cacio principalmente cavallino; nè sanno mettere in serbo cosa nessuna, nè esercitano veruna arte di mercatanzia, fuor quella di permutare le merci. Come adunque diremo che Omero non conobbe gli Sciti, s’egli parla d’Ippemolghi e di Galattofagi? [p. 188 modifica]E che di que’ tempi gli Sciti si chiamassero Ippemolghi n’è testimonio anche Esiodo in quel verso citato da Eratostene, che dice: Gli Etiopi, i Libii e gli Sciti ippemolghi. E qual meraviglia che, per essere cresciuta a dismisura fra noi l’usanza di mercatanteggiare, e con essa le ingiustizie onde suol essere accompagnata, siansi detti poi giustissimi e venerabili coloro che meno di tutti son dati alla mercatanzia ed al far denari, ma ogni cosa (fuor solo il pugnale e il bicchiere) posseggono in comune e principalmente le donne e i figliuoli, come vorrebbe Platone? Anche Eschilo mostra di essere d’accordo con Omero dicendo che gli Sciti nutronsi d’ippace12 e son governati da buone leggi: e questa opinione dura tuttavia presso gli Elleni: perocchè li reputiamo uomini semplicissimi, non punto maliziosi, molto più frugali di noi, e soggetti a minor numero di bisogni; sebbene la nostra maniera di vivere abbia introdotto quasi in ogni nazione un pervertimento di costumi, recandovi il lusso e i piaceri con mille malvagie arti d’arricchire a fine di soddisfarli. Gran parte adunque di questa corruzione prevalse anche appo i barbari, e fra questi anche fra i Nomadi: i quali dopo che si furon volti alle cose del mare si pervertirono a tale da divenire ladroni e uccisori degli stranieri; e contrattando con molti ne ricevettero presso di sè il lusso e il costume del mercatanteggiare, le quali cose pare bensì che conducano alla civiltà, ma nel vero poi corrompono i costumi, introducendo la malizia in luogo di quella semplicità che abbiamo [p. 189 modifica]detta poc’anzi. Ma i Nomadi vissuti prima de’ nostri tempi, e quelli principalmente vicini ai tempi di Omero furono quali esso ce li ha descritti, e tali eran tenuti dagli Elleni. Veggasi in prova quello ch’Erodoto dice di quel re degli Sciti contro cui Dario portò la guerra, e la risposta ch’ei diede ai legati persiani13: e veggasi anche quello che dice Crisippo intorno a Leucone re del Bosforo. Oltre di che alcune lettere di Persiani a noi pervenute sono piene di quella semplicità della quale ho fatta menzione, e così anche i monumenti che ci rimangono degli Egizii, dei Babilonesi e degl’Indiani. Di qui poi è venuto che Anacarsi ed Abari ed alcuni altri a loro somiglianti acquistassero grande riputazione presso gli Elleni, perchè fecero mostra di un certo loro carattere nazionale facile, semplice e giusto. - Ma qual bisogno v’ha mai di citare gli antichi? Alessandro di Filippo nella sua spedizione contro i Traci abitanti al di là dell’Emo essendo entrato nel paese dei Triballi, vide che si stendevano fino all’Istro, e fino all’isola Peuce di quel fiume, e che la riva opposta era occupata dai Geti: e volendo condursi tra loro, non potè approdare all’isola per mancanza di navi, e perchè Sirmo re dei Triballi riparatosi in quella ne lo teneva lontano. Però essendo invece passato fra i Geti prese la loro città; ma subito poi si condusse di nuovo al proprio paese con doni avuti da quelle genti ed anche da parte di Sirmo. E Tolomeo figliuolo di Lago dice che in quella spedizione i Celti abitanti lungo il [p. 190 modifica]mare Adriatico vennero per desiderio di amicizia e di ospitalità ad Alessandro. Il quale avendoli amorevolmente accolti, li domandò in un banchetto, qual cosa sopra ogni altra temessero; immaginandosi che dovessero parlare di lui: ma quelli invece risposero che niuna cosa temevano, se già non fosse che il cielo precipitasse sopra di loro; ma che nondimeno facevan grandissimo conto dell’amicizia d’un uomo grande qual egli era. Or questi ben sono indizj della semplicità di quei barbari, vedendosi da una parte un medesimo principe non permettere ad Alessandro di approdare all’isola già detta, e nondimeno inviargli regali e fare amicizia con lui; e dall’altra alcuni uomini i quali dichiarano di non temer nulla, e tuttavolta considerano come cosa d’altissimo pregio l’amicizia degli uomini grandi. Al tempo dei successori di Alessandro fu re dei Geti un certo Dromichete. Costui avendo fatto prigioniero Lisimaco che gli avea mossa guerra, gli fece conoscere la povertà sua propria e di tutta la nazione, e nello stesso tempo con quanta contentezza la sopportassero; consigliandolo di non fare la guerra ad uomini di tal condizione, ma di volere piuttosto averseli amici. E dopo queste parole lo presentò de’ soliti doni ospitali, conchiuse un trattato di amicizia con lui, e lo rimandò a’ suoi paesi. E Platone nella Repubblica è d’opinione che si debba fuggire il mare siccome maestro di malvagità da chiunque vuol dare a qualche paese un governo bene ordinato, e starne molto da lungi.

Eforo nel quarto libro della sua storia intitolato [p. 191 modifica]l’Europa dice in sul finire, che gli Sciti e i Sauromati non hanno tutti una maniera uniforme di vivere. Perocchè alcuni sono inumani a tal segno, che mangiano gli uomini; mentre altri per lo contrario si astengono da ogni essere che abbia vita. E già alcuni (prosegue) hanno parlato della crudeltà di quei primi, sapendo che le cose orribili o meravigliose fanno impressione sugli ascoltanti: ma avrebbero invece dovuto raccontare e proporre esempj dell’opposta virtù: e però (soggiunge) io parlerò di coloro i quali osservano giustissime costumanze. E veramente v’ha degli Sciti nomadi i quali si nutron di latte, e nella giustizia sono a tutti superiori. Di costoro fanno menzione i poeti; fra i quali Omero dice che Giove volse lo sguardo al paese dei Galattofagi e degli Abii uomini giustissimi: ed Esiodo nel poema che s’intitola il giro della Terra dice che Finea fu dalle arpie condotto nella terra dei Galattofagi, i quali si valgono di carri invece di case. Passando poscia lo stesso Eforo ad assegnar le cagioni di tali costumi, dice che sono parchi nel mangiare, e che non si curano punto di accumular tesori; e perciò vivono con reciproca benevolenza, avendo in comune, oltre al resto, le donne e i figliuoli e tutta la famiglia; ma verso gli strani sono indomabili ed invincibili, perchè nulla hanno di che tanto si curino quanto del non essere fatti schiavi. E cita anche Cherilo, il quale descrivendo il passaggio sopra quel ponte di navi, con cui Dario aveva fatto congiungere le due rive del Bosforo così dice: I Saci pastori di scitica origine, abitavano allora l’Asia ferace di frumento; ed erano una [p. 192 modifica]colonia di Nomadi, uomini giusti. Ed Eforo dando ad Anacarsi il nome d’uomo sapiente, dice che appartenne a questa nazione, e nondimeno fu considerato come uno dei sette sapienti a cagione della perfetta sua modestia e prudenza: e inventò lo strumento con cui destasi il fuoco, l’àncora con due becchi, e la ruota del vasaio. E questo io dico, ben sapendo per altro ch’Eforo non dice sempre il vero, principalmente dov’egli parla di Anacarsi. Perocchè e come potrebbe la ruota predetta essere invenzione di Anacarsi, quando la conobbe Omero più antico di lui?

                             Come rapida ruota che seduto
                             Al mobil torno il vasellier rivolve14.

E questo sia detto per dimostrare che giusta una comune tradizione, così dagli antichi come dai moderni fu creduto, che i Nomadi più divisi dall’abitazione degli altri uomini vivessero di latte, senza ricchezza di sorta, e con grande giustizia; nè furono punto un’invenzione di Omero. E rispetto ai Misii, dei quali questo poeta fa menzione, si può a buon diritto domandare Apollodoro, s’egli stima che anche questi siano fantasticati da Omero, o se crede invece che alluda a quelli dell’Asia interpretando a sproposito il testo, come abbiamo già detto. Che s’egli li considerasse come popoli immaginarii, asserendo che nella Tracia non si trovino Misii, direbbe contro il fatto: perocchè anche in questa nostra età Elio Cato trasportò dall’opposta [p. 193 modifica]riva dell’Istro nella Tracia cinquanta mila uomini Geti, di una schiatta che ha la medesima lingua dei Traci. Ed ora abitano quivi e sono chiamati Mesii, o che anche i loro maggiori fossero chiamati con tal nome, e poi nell’Asia l’abbiano cambiato assumendo quello di Misii; o che invece (e questo è più conforme alla storia ed a quanto dice il poeta) avessero il nome di Misii anche prima. Ma di costoro s’è detto abbastanza; ed ora procediamo al rimanente della nostra descrizione: e lasciando in disparte le cose antiche dei Geti, la loro presente condizione è questa. Berebista Geta essendo asceso alla supremazia della nazione, rimise in buono stato i suoi sudditi condotti a male da guerre continue; e tanto coll’esercizio, colla sobrietà e coll’attendere a tutte le cose opportune li innalzò, che in pochi anni venne a formare una gran signoria, ed ai Geti sottomise la maggior parte dei confinanti: che anzi riuscì terribile anche ai Romani, attraversando a suo talento l’Istro, e depredando la Tracia fino alla Macedonia e all’Illiria: quindi manomise que’ Celti che trovansi frammisti ai Traci ed agl’Illirici, e fece sparire al tutto i Boj sudditi di Critariso, ed i Taurisci. Per rendersi ubbidiente la propria nazione ebbe cooperatore quel Dicineo impostore, il quale viaggiò per l’Egitto; ed avendo quivi imparate alcune divinazioni, colle quali prediceva i voleri degli Dei, per poco non fu annoverato fra i Numi, siccome dicemmo allorchè abbiamo parlato di Zamolxi. E della ubbidienza prestata a Berebista v’ha questo indizio, che i suoi sudditi lasciaronsi persuadere a tagliare [p. 194 modifica]ogni vite ed a vivere senza vino. Del resto egli all’ultimo morì, ucciso da alcuni che gli si ribellarono, prima che i Romani mandassero contro di lui un esercito. Coloro poi che successero alla sua signoria, la divisero in parecchie parti; ed anche l’esercito che Cesare Augusto vi spedì di recente, trovò quella regione divisa secondo alcuni in cinque, secondo altri in quaranta parti: ma anche queste divisioni sono a seconda delle circostanze, e variano nei varii tempi. E v’ha anche un’altra divisione di quel paese, rimasta fino ab antico, cioè che alcuni si chiamino Daci ed alcuni Geti: e Geti si chiamano quelli che sono volti al Ponto Eussino ed all’Oriente; Daci quelli che stanno dalla parte opposta, verso la Germania e le sorgenti dell’Istro; i quali io credo che anticamente si nominassero Davi, e che di qui poi anche fra gli Attici si dessero frequentemente ai servi i nomi di Geta e di Davo. E questa opinione è più credibile di quell’altra, secondo la quale cotesti nomi sarebbero provenuti da quegli Sciti che si chiamano Daj: mentre costoro abitano più lontano verso l’Ircania, nè è probabile che fin di là si conducessero servi nell’Attica. Perocchè usavano allora d’imporre ai servi o il nome stesso dei luoghi d’onde traevansi, come Lido e Siro, o quelli che fossero più usitati presso le proprie loro nazioni, per esempio Mane o Mida quelli che venivan di Frigia, Tibio quei della Paflagonia. Del resto la nazione dei Geti sollevata da Berebista a tanto di altezza s’immiserì poi pienamente, così per le discordie intestine, come per opera dei Romani: e nondimeno può mandar tuttavia [p. 195 modifica]in campo quaranta mila soldati. Scorre poi a traverso dei Geti andando al Danubio il fiume Mariso, sul quale i Romani sogliono trasportare le cose occorrenti alla guerra: perciocchè le parti superiori di quel fiume, quelle cioè dalle sorgenti fino alle cateratte (le quali attraversano principalmente il paese dei Daci) le chiamano Danubio; e le parti inferiori, lungo i Geti, sino al Ponto, le dicono Istro.

I Geti hanno una stessa lingua coi Daci: ma presso gli Elleni quelli sono più conosciuti di questi, a motivo delle continue loro emigrazioni dall’una all’altra riva dell’Istro, e per essere meschiati coi Traci e coi Misii. Questo medesimo avviene anche dei Triballi che sono essi pure una schiatta di Tracia: perocchè dovettero spesse volte emigrare per le frequenti incursioni di popoli vicini e forti sopra altri popoli inferiori di forze; come a dire degli Sciti, dei Bastarni, dei Sauromati abitanti al di là del fiume, i quali frequentemente costringono gli assaliti ad attraversare il fiume, e si stabiliscono poi essi medesimi o nelle isole o nella Tracia; ovvero di popoli al di qua del fiume, cacciati principalmente dagl’Illirii. Eransi poi col tempo accresciuti moltissimo e i Geti ed i Daci, sicchè potevano mandar fuori un esercito di ben duecento mila soldati; ma ora appena si trovano in grado di metterne insieme quaranta mila: e poco manca che non si facciano ubbidienti a Roma; ma non sono per anco pienamente soggetti a motivo delle speranze ch’e’ pongono nei popoli della Germania avversi ai Romani. [p. 196 modifica]

Fra il mare del Ponto (dall’Istro15 al Tira) ed i Geti si stende una pianura tutta deserta e senz’acqua: dove Dario d’Istaspe, quando attraversò l’Istro per assalire gli Sciti, pericolò di morir dalla sete con tutto quanto il suo esercito; e tardi se ne avvide, e tornò addietro. Appresso poi, movendo guerra Lisimaco contro i Geti e contro il loro re Dromichete, non solamente corse il pericolo già detto, ma fu preso vivo, sebbene poi si salvasse per avere trovato benevolo quel barbaro, come dicemmo già prima.

Presso alle foci dell’Istro è situata una grande isola detta Peuce16; e i Bastarni che l’occuparono furono soprannomati Peucini. V’hanno poi anche altre isole molto minori, alcune al di sopra di Peuce, altre più presso al mare. Perocchè quel fiume ha sette bocche, la più grande delle quali dicesi Sacra; e da questa a Peuce v’ha una navigazione di cento venti stadii. Nella parte inferiore di quest’isola Dario fece costruire un ponte, e se ne potrebbe erigere uno anche al di sopra. La bocca Sacra poi è la prima alla sinistra di chi entra nel Ponto; le altre seguono lungo la spiaggia che va al Tira; e la settima è distante dalla prima circa trecento stadii. Vi sono poi negl’intervalli fra queste bocche alcune isolette. E le tre bocche che tengono dietro alla Sacra, sono piccole; le rimanenti sono più larghe ma pur minori di quella. Ma Eforo dice che l’Istro ha sol cinque bocche. Da questo fiume poi al [p. 197 modifica]Tira, navigabile anch’esso, contansi novecento stadii. Nello spazio di mezzo v’hanno due grandi laghi; l’uno dei quali s’apre nel mare per modo che serve anche di porto; l’altro non ha bocca veruna.

Sulla bocca del Tira stanno una torre detta di Neottolemo, ed il borgo di Ermonatte17. Chi poi navighi su pel fiume lo spazio di cento quaranta stadii, trova d’ambe le parti una città, Niconia alla destra, ed Ofiusa alla sinistra; ma coloro che abitano lungo il fiume dicono che Ofiusa18 è distante dalla bocca sol cento venti stadii. A cinquecento stadii dalle bocche del Tira trovasi l’isola di Leuce sacra ad Achille19, e situata nell’alto del mare. Appresso poi è il Boristene20, fiume navigabile pel tratto di seicento stadii; e vicino a questo un altro fiume detto Ipani: e dinanzi alla bocca del Boristene v’ha un’isola con porto. A chi naviga il Boristene per duecento stadii appresentasi una città che porta il nome stesso del fiume, sebbene chiamisi anche Olbia; grande emporio fondato dai Milesii. Tutto poi il paese situato al di sopra dello spazio già detto [p. 198 modifica]fra l’Istro ed il Boristene, comprende primamente il deserto dei Geti già detto, poi i Tirigeti, dopo i quali vengono i Jazigi Sarmati e quelli detti Basilii e gli Urgi, che per la maggior parte son nomadi, e sol pochi danno opera all’agricoltura: e dicono che costoro abitarono spesso lungo tutte e due le rive dell’Istro. Dentro terra poi sono i Bastarni confinanti coi Tirigeti e coi Germani, di schiatta quasi germanica anch’essi, e divisi in parecchie tribù. Alcuni di costoro diconsi Atmoni, alcuni Sidonii; quelli che occupano l’isola Peuce nell’Istro chiamansi Peucini: Rossolani i più settentrionali che tengono le pianure fra il Tanai21 ed il Boristene. Perciocchè tutto quanto ci è conosciuto dalla Germania sino al mar Caspio verso il settentrione, è tutto pianura. Se poi al di là dei Rossolani si trovino abitanti non lo sappiamo. I Rossolani combatterono contro i generali di Mitridate Eupatore, sotto la scorta di Tasio, quando vennero per recare soccorso a Palaco figliuolo di Sciluro, e si mostrarono gente bellicosa: se non che a petto di una falange ordinata e bene in armi, ogni barbara moltitudine è debole; massimamente poi di costoro che s’armano alla leggiera. Que’ Rossolani pertanto, sebbene fossero cinquanta mila, non tennero fronte a sei mila ordinati e condotti da Diofante generale di Mitridate, ma furono uccisi quasi tutti. Costoro portano elmi e corazze fatte di cuoio, e scudi di vimini coperti anch’essi di cuoio: e per offendere hanno lance, spade ed archi. Lo stesso [p. 199 modifica]è da dirsi anche rispetto alla maggior parte degli altri abitanti di quella regione.

Le tende dei nomadi sono di feltro e piantate su’ carri sui quali abitano; e intorno alle tende stanno le pecore, d’onde traggono latte, cacio e carni per vivere. Costoro trasferendosi di luogo in luogo van dietro sempre a’ pascoli erbosi; l’inverno nelle paludi circonvicine alla Meotide, la state nelle pianure. Tutto poi quel paese è freddissimo fino ai luoghi posti sul mare fra il Boristene e la bocca della Meotide. Fra i siti marittimi sono più settentrionali la bocca già detta della Meotide, e più ancora quella del Boristene, l’intimo seno del golfo Tamirace o Carcinite dov’è l’istmo del gran Chersoneso22. E sebbene trattisi di pianure, nondimeno il rigore del clima si fa manifesto da ciò, che non vi nascono asini, per essere questo animale intollerante del freddo; e i buoi o vi nascono senza corna, o loro le tagliano colla lima, perchè questa parte mal può resistere al freddo. E i cavalli colà sono piccoli e le pecore grandi. Oltrechè soglionsi spezzare anche l’idrie di rame congelandosi i liquori in esse contenuti. Ma l’intensità del gelo si scorge principalmente in quello che avviene presso alla bocca della Meotide: perocchè il braccio di mare tra Fanagoria e Panticapea23 si carreggia diventando duro e facendosi strada. [p. 200 modifica]Quivi allora si scavano i pesci dal ghiaccio in cui rimasero imprigionati, col mezzo della così detta gangama, principalmente gli antaci consimili nella grandezza ai delfini. Però dicono che Neottolemo generale di Mitridate, in un medesimo luogo, la state ebbe vittoria dei barbari in uno scontro navale, e l’inverno in un conflitto equestre: e dicono inoltre che in quest’ultima stagione sogliono seppellire sul Bosforo le viti ammucchiandovi molta terra. Raccontasi eziandio che quello stesso paese soggiace a caldi eccessivi; o che così paja a quegli uomini non abituati; o che ciò proceda dall’essere quelle pianure senza punto di vento, e perchè l’aria più densa più fortemente si affuochi, come si vede allorchè formansi i così detti parelii nelle nubi.

Pare che sulla maggior parte dei barbari di quella regione signoreggiasse quell’Atea il quale ebbe guerre contro Filippo di Aminta.

Dopo l’isola situata rimpetto del Boristene, andando verso il nascer del sole, navigasi alla punta della Corsa d’Achille24. Ivi è un luogo ignudo benchè sia detto bosco sacro di Achille; poscia la Corsa d’Achille stesso, penisola che sporge nel mare, rendendo immagine di un nastro lungo circa mille stadii verso l’oriente, e largo al più due stadii, e in qualche luogo sol quattro jugeri. È distante dal continente da amendue le parti della sua estremità sessanta stadii; ed è arenosa, e scavando vi si trova dell’acqua. Verso il mezzo è il collo dell’istmo di circa quaranta stadii; e finisce alla punta [p. 201 modifica]detta Tamirace, la quale ha un porto che guarda al continente.

A questa penisola tien dietro il golfo Carcinite di notabil grandezza, che si stende al settentrione per lo spazio di mille stadii circa: ma i nativi di quel luogo25 ne contano tre volte tanti sino all ultimo recesso del golfo; e si chiamano Tafrii. Ed anche questo golfo lo dicono Tamirace dal nome del promontorio.

  1. I Geti occuparono per lungo tempo la sponda settentrionale del Danubio: e quelli di cotal gente che si stendevano sino al Dniester od al Tira prendevano da questo fiume il nome di Tirigeti (G.).
  2. Nel dialogo di Platone così intitolato.
  3. Abitavano la Servia e la Bulgaria, dette da loro Mesia inferiore e superiore.
  4. Il., lib. xiii, v. 3.
  5. Questa voce (καπνοβάτας) non potrebbe significare se non uomini camminanti nel fumo o sul fumo. Gl’interpreti e gli editori più accreditati la giudicano alterata, benchè si trovi senza nessuna varietà in tutti i testi; ma le voci che propongono di sostituire non sono punto soddisfacenti. Lo stesso può dirsi della voce Ctisti che incontrasi poco dopo; se pure non significa fondatori, per dinotare uomini fondatisi da sè soli, senza il concorso delle donne.
  6. Il Coray toglie questa lacuna dicendo: si debba scrivere Mesii. Ma ecc.
  7. Queste parole non si trovano nella traduzione francese del Coray, sebbene nella sua edizione greca si legga come nelle altre: σπάνιον δ᾽ εἴ τις ἀνὴρ καθ᾽ αὑτὸν ζῶν εὑρίσκεται τοιοῦτος.
  8. Leggo col Coray e cogli Edit. franc. ἀχθόμενον ταῖς δακάναις. Prima leggevasi ταῖς ὰκάταις contro gl’inganni.
  9. Misogine (cioè odiator delle donne) s’intitolò una commedia di Menandro.
  10. Val quanto dire Inospite: il contrario di Eussino che significa Ospitale.
  11. Cioè: Agli altri interpreti di Omero.
  12. L’ippace è il cacio cavallino già mentovato. (Coray).
  13. Erod., lib. iv, c. 127.
  14. Il., lib. xviii, v. 600.
  15. Cioè dal Danubio al Dniester.
  16. Piczina.
  17. Akerman.
  18. È difficile a dirsi se trattisi qui di Ofiusa, o di Niconia, o di entrambe queste città; e forse in vece di πόλιν dovrebbe leggersi τὸν πύργον, la torre. (Edit. franc.).
  19. L’isola Ilan-Adasi o dei Serpenti. Rispetto al fiume Ipani (dice il Gossellin) non si trova se non il Bog che gli potrebbe corrispondere; ma il Bog è all’occidente del Boristene, mentre, secondo Strabone, Tolomeo ed altri antichi, l’Ipani dovrebbe trovarsi all’oriente.
  20. Il Dnieper.
  21. Il Don ed il Dnieper.
  22. Trattasi qui dell’istmo di Perecop, e della Crimea, detta anticamente Chersoneso Taurico.
  23. Fanagoria era sulla costa asiatica: Panticapea su quella d’Europa.
  24. Il Capo Czile. (G.)
  25. Il testo dice soltanto οἱ δὲ e le migliori edizioni segnano in questo periodo una lacuna.