La Dama della Regina/X

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X

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IX
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X.

La rivolta di Verona contro le prepotenze francesi, scoppiata la seconda festa di Pasqua — 17 aprile 1797 — fece brillare un ultimo raggio di speranza e di gioia nel salotto di casa Castellani. Ma non solo in quel nobile convegno esultarono i cuori fedeli alla Repubblica: tutto il paese vi prese parte. La notizia, suscitò in tutti un fremito di entusiasmo. I semplici cuori dei popolani sognavano già il trionfo completo della Repubblica, la cacciata degli stranieri e la bandiera di San Marco imperante, per un’altra fila di secoli, sopra un territorio sempre più vasto. La sera, con la illuminazione gratuita del plenilunio pasquale, vi fu un ballo popolare in piazza, e i tre sonatori che si erano stabiliti in paese, per le feste comandate dagli ufficiali, sonarono gratis con maggior lena del solito.

I signori andarono a vedere; e il capitano Cori fece portare in piazza dalla sua cantina un barile di vino perchè ballerini e sonatori si levassero la sete e brindassero ai forti veronesi, ai generosi bergamaschi. [p. 188 modifica]

I signori salirono poi nella sala della podesteria insieme con le signore, che si erano abbigliate come per una festa. Ed essi pure brindarono col vino bianco spumante delle loro colline.

La dama francese avrebbe potuto aversi a male di quell’entusiasmo anti-francese: ma si trattava di francesi repubblicani, di soldati del Buonaparte ed ella quasi ne godova.

Il capitano non finiva di gridare:

— Evviva! Evviva! O forte popolo bergamasco, bravi campagnoli fedeli a San Marco, grande e nobile Verona, evviva, evviva! Veri italiani, degni figli di Roma antica, siate benedetti!...

— Vogliono salvare la nostra Repubblica; danno il buon esempio, ah! se tutti avessero fatto cosi! — esclamava il gran cacciatore.

— Speriamo che il Senato, il Doge e tutti quanti sono, la capiranno finalmente e non vorranno perdere il frutto di questa nobile reazione.

— Chissà cosa faranno! Se volessero; se confidassero nelle forze, popolari, potrebbero ancora riconquistare le proviucie perdute, tener testa al prepotente...

— Abbiamo tante armi, tante navi, e tutto il popolo, tutte le campagne; non manca che un capo, un condottiero: e il popolo lo invoca. È impossibile che il governo non si scuota. Si coprirebbe di vergogna. [p. 189 modifica]

— Sarebbe un vero tradimento.

— Sapete quante navi abbiamo?

— Io le ho contate — diceva il capitano Gori: — sicuro ho avuto la pazienza di contarle. Solo il corpo volante di flottiglia ha cinquantasette legni tra galere, sciambecchi, galeote, feluche... Poi ci dev’essere un centinaio, forse più, tra barche cannoniere, obusiere, passi, galleggianti, bragozzi e pieleghe. E questi legni insieme portano una forza di settecento ottanta due pezzi d’artiglieria, tra adombrine, cannoni, falconetti, obusieri, petriere; e un corpo di cinquemila teste e qualcuna di più — dico la cifra rotonda, non esagero — fra truppe d’oltremare e italiane e artiglieria marina... Ed altre due mila teste dobbiamo avere intorno a Venezia ed altrove. E con tanto buon materiale di difesa e col popolo che si solleva per la sua patria, dovremmo cedere? Ah! per Iddio! sarebbe troppa viltà. Io sono vecchio, ma vecchio veterano, forte ancora o capace di combattere. Ah! come mi sentirei in vena di andare a Venezia con un corpo di gente risoluta, a scuotere quei poveri imbecilliti, che San Marco li salvi!.. Ma se non si muovono, se non ascoltano il grido del popolo, se restano ancora neghittosi, moviamoci noi istriani, armiamo tutte le nostre barche e andiamo.... Proromperemo in Senato e li forzeremo ad assecondare l’appello [p. 190 modifica]di Verona e di Bergamo, ad entrare in guerra contro i francesi.. Sarebbe il buon momento ora che il generale in capo è lontano.... sarebbe... ah!.. se fossi giovine!...

Parlava con tanta foga, con tanta passione, che tutti l’ascoltavano stupiti e commossi; ma la voce gli maucò improvvisamente, abbandonò la bianca testa nelle palme delle mani e pianse.

Tutti gli si fecero intorno e non pochi con le lagrime agli occhi.

Almerighi sopraggiunto mentre il capitano parlava andò a stringergli la mano e gli disse con voce vibrante di commozione:

— Perdonami, so qualche volta, t’ho offeso: sono stato uno stupido. Se Venezia avesse molti uomini del tuo stampo, non sarebbe quella che è... sarebbe forte e gloriosa come una volta.

Il buon capitano lo guardò, lo guardò fisso; fece l’atto di parlare, ma non trovando le parole, nel cozzo di tanti diversi affetti, si alzò, gli buttò le braccia al collo e lo baciò in fronte.


Nei primi giorni di maggio, Giovanni Resta scriveva al suo parente ed amico Aurelio Castellani: «Il dramma sta per finire: non manca ormai che l’ultima scena. L’altra sera prevalse il consiglio [p. 191 modifica]di lasciar carta bianca ai due deputati spediti a Buonaparte per trattare dei cambiamenti che egli vuole introdurre nella costituzione della nostra Repubblica... I pochi contrari, i pochi che conservano ancora un’anima veneziana e un senso di dignità si sentirono morire; e il nostro amico, il procuratore Francesco Pesaro, indignato e commosso, con le lagrime agli occhi proruppe in queste parole: «Vedo che per la mia patria la xe finta. Mi non posso sicuramente prestarghe più nessun aiuto. Ogni paese per un galantuomo xe patria. Nei Svizzeri se poi facilmente occuparse...». Così egli uscì dalla conferenza; ed oggi è già partito. Fui a salutarlo, oh! come era irritato e triste!... In vita mia neppure quando morì mio padre non ho provato un così grande affanno. Povero amico, chissà quando lo rivedremo... Ora il doge, spaventato, ingannato, si prepara a dimettersi con tutto il Consiglio..... Cosa sarà di noi?......................».

Aurelio lesse questa parte della lettera agli amici cogliendo un momento in cui il capitano Gori era assente, e tutti convennero di non fargliene motto, fino che era possibile nascondergli la verità. Dopo l’ultima illusione fatta nascere dalla rivolta veronese, il poveretto era caduto in grande prostrazione. [p. 192 modifica]

La sera del 13 maggio, i pescatori che si spingevano assai lontano dalla costa istriana ebbero da pescatori dell’altra riva le prime notizie dei fatti avvenuti il giorno prima a Venezia. Notizie confuse, esagerate, di rivolte, di stragi, di tumulti: vere nel fatto principale, l’abdicazione della Repubblica.

Giunsero presto notizie più esatte. Il «Maggior Consiglio» aveva votato l’abdicazione per trasformare tutto l’organismo della Repubblica. E subito avevano proclamata la libertà del popolo. Il nuovo governo per intanto si chiamava «Municipalità provvisoria». Il popolo furibondo gridava: «Viva San Marco!»

In casa Castellani la costernazione era la massima. Gli amici, riuniti nella sala, stavano muti, attoniti, aspettavano altre notizie, nuovi particolari, serbando in cuore la vana speranza di una notizia che smentisse i fatti indistruttibili. Ettore Almerighi, pur non deplorando la caduta di un governo che egli stigmatizzava da lungo tempo, sentiva il peso grande di quel fatto imposto dal despota straniero e compiuto sotto la pressione vergognosa della paura. E poi egli sapeva che i democratici non avevano guardato ai mezzi pur di raggiungere lo scopo. Così, arrivato il giorno in cui, date le sue tendenze politiche, egli avrebbe dovuto essere soddisfatto, aveva il cuore pieno di amarezza. [p. 193 modifica]

In mezzo all’abbattimento, allo smarrimento generale, Aurelio parlò con saggezza:

— È inutile pensare al modo come questa cosa è avvenuta, bisogna piuttosto vedere se può essere utile alla patria. Ora che è avvenuta noi dobbiamo accettare questa nuova forma della nostra Repubblica; l’importante per un vero patriotta non è il trionfo delle proprie idee, bensì il bene della patria. Se gli uomini che andranno alla testa dello Stato sono onesti e intelligenti, se faranno il bene dei più, noi dovremo aiutarli. Il punto nero per me è Buonaparte. Cosa farà egli adesso?

— Farà la pace subito: anzi è già dichiarata la pace — disse il podestà.

— E poi? — domandò malinconicamente Ettore Almerighi.

— Tradirà la Repubblica democratica come l’altra — sentenziò amaramente l’arciprete.

A questo punto la figliola del marchese di Verdier commise l’imprudenza di pronunciare ad alta voce le parole che le venivano spontaneamente sul labbro.

— Vi ha già traditi tutti — disse.

— Come? Cosa intendete?..

— Chi ve l’ha detto?

— Spiegatevi!

Tutti le furono intorno, ansiosi, frementi. Ettore, muto, pallido, interrogava con gli occhi. [p. 194 modifica]

Ella esitò, pentita.

— È un segreto. Non dovrei parlare.

— Parlate! — lo impose Ettore. — Ora non potete più tacere. Cosa sapete?

— Ecco: fra un mese, forse prima, l’Austria sarà padrona dell’Istria e della Dalmazia.. E fra pochi mesi la stessa Venezia sarà in suo potere... Ah! mio Dio!.. come siete agitati!.. Non dovevo parlare; mio padre aveva ragione.

Atterriti, colpiti nel profondo cuore, essi la guardavano con le pupille dilatate, come avrebbero guardato un mostro terrorizzante.

La guardavano e non trovavano la forza di dire una parola.

Ettore Almerighi ferito mortalmente da una arma a due tagli, tremava da capo a piedi. La donna amata, colei che un giorno in un momento d’ineffabile commozione gli aveva detto d’amarlo e dopo quel giorno, l’aveva fatto suo schiavo, umile e devoto... quella donna gli appariva improvvisamente così lontana, così straniera, così indifferente che tutto il suo essere ne rabbrividiva. Dopo alcuni istanti, la naturale reazione che dà all’anima come al corpo la forza di lottare contro lo sfacelo, lo portò a dubitare di sè: forse era un sogno, un incubo: i suoi sensi o la sua fantasia lo ingannavano.

Non poteva durare in tale stato: doveva parlare, interrogarla: farle dire tutta la verità: [p. 195 modifica]scoprire tutta la mostruosa crudezza di quell’anima e odiarla, disprezzarla: o scoprire qualcosa d’inverosimile, e caderle ai piedi ancora una volta.

Parlò; e quella voce, rauca, tagliente, così diversa dalla sua solita voce dolce e armoniosa, fece trasalire tutti quelli che l’udirono.

— È passato qualche tempo dacchè voi sapete queste cose, signora?

Ella tardò a rispondere: sembrò consultarsi: finalmente rispose:

— Mio padre vi accennava quest’inverno come di cosa già espressa dal Bonaparte nei colloqui diplomatici, ma non confermata. Nell’ultima lettera di circa un mese fa, egli mi assicura che il progetto di questa cessione, in compenso di che la Francia avrà il libero possesso d’altri paesi, forma la base del trattato di pace preparato a Leoben.

Ettore replicò subito, scattando:

— E voi non avete detto nulla!.. Avete potuto tacere con me... con me!... Col conte Castellani che....

Aurelio cercò d’interromperlo, ma inutilmente.

— ....col conte Castellani che da un anno vi alberga, con la contessa che vi ama come una figliola!.. E intanto avete potuto discorrere con noi del sole e della pioggia, e sorridere gaia... e inviare a me nelle ore tacite, dolci sguardi [p. 196 modifica]pieni di promesse o teneri sorrisi... menzogneri sorrisi!.. mentre nel vostro cuore di ghiaccio stava chiuso il segreto della nostra condanna... Oh! come mi sono ingannato su voi!.. O meglio, come avete saputo ingannarmi!

Bianca si scosse.

— Signore, voi m’ingiuriate!... Io dovevo obbedire a mio padre... Così non l’avessi disobbedito mai!... E d’altra parte non credevo che fosse per voi una cosa tanto spaventevole.. Mi pareva che, ormai, tra una repubblica decaduta e il nobile governo dell’Imperatore d’Austria, doveste preferire questo.

Una spaventosa risata, stridente, singhiozzante scoppiò nella gola di Ettore. Il capitano Gori ebbe un rantolo: gli altri, fiero occhiate, grida di protesta. Donna Anna Maria si allontanò soffocando i singhiozzi. Elena si coprì il volto. Il conto Aurelio, sempre padrone di sè, stette fermo e silenzioso, le labbra strette, la fronte corrugata. Passarono gravi e lunghi minuti. Ettore Almerighi sembrò ricomporsi, e guardando la dama con pupille scintillanti di un bagliore freddo, le disse pacatamente:

— Avete ragione, marchesa di Verdier. io non dovevo ingiuriarvi...... Veramente non vi ho ingiuriata, ho detto la verità. In ogni modo il torto è mio e ve ne chiedo scusa. Voi siete [p. 197 modifica]sempre la dama d’onore di Maria Antonietta: io, un semplice gentiluomo di provincia, ignaro delle squisite sentimentalità, delle raffinate galanterie, ignaro al punto da prenderle... per vero amore!... Il torto è davvero mio. Ne riderete alla corte del vostro re in esilio.

Bianca fece un gesto di diniego e chinò la fronte quasi sopraffatta dall’angoscia.

Egli non vi badò.

— Non mi resta che ringraziarvi di avere finalmente spezzato l’incanto. Questa volta, sì, è spezzato l’incanto: e per davvero! Vi ringrazio, dunque; e vi auguro tanto bene quanto è il male che m’avete fatto.

S’inchinò profondamente; poi, con un gesto rapido, le voltò le spalle e uscì dalla sala.

Gli altri lo seguirono ad uno ad uno. Rimasta sola con Elena, la dama disse:

— Ricordate, Elena, la scena avvenuta nell’ottobre, fra me e lui, nel bosco?... La ricordate? Allora egli mi offese in ciò che io ho di più sacro al mondo dopo Dio: nella legittima monarchia del mio paese: mi offese nella mia speranza più cara, che è la speranza di mio padre e di tutta la nobiltà di Francia; ed io gli ho perdonato. Egli invece.....

— È diverso! — esclamò Elena. — Assai diverso, credete. È tutt’altra cosa. [p. 198 modifica]

Bianca la guardò stupita e s’allontanò senza replicare.

La mattina del 15 maggio arrivò in paese il dottor Marco Apolonio pazzo di gioia e d’entusiasmo. Veniva a cantare il trionfo della democrazia, a piantare l’albero della libertà. Declamava ad alta voce la sconfitta dell’oligarchia e dell’inquisizione, la fine di una politica d’inganni, di spionaggi, e via di questo passo.

— Abbiamo concluso la pace con la Francia — gridava sulla porta del meschino caffè, ai pochi ascoltatori della piazza. — Bonaparte... ma finite di chiamarlo Buonaparte!.. Napoleone Bonaparte è ora nostro alleato, nostro amico: credetelo a me, egli è nostro amico! Ah! cari concittadini, se lo conosceste!.. Che genio, che cuore!.. La lealtà in persona!...

Ma queste parole enfatiche non producevano l’effetto sperato. I popolani guardavano l’oratore sgomenti e tiravano via per la loro strada.

Con lui era arrivato un giovine veneziano dotato di ugual parlantina. Andavano su e giù per le vie, trinciando l’aria con grandi gesti: sembravano i padroni del mondo. Alcuni marinai che avevano assorbito qua e là qualche nuova idea e imparato il frasario di moda, si misero [p. 199 modifica]intorno ai due caporioni, cantando la marsigliese ed altre canzoni rivoluzionarie. Qualche ora dopo capitò una galera carica di «schiavoni» che ritornavano in Dalmazia, reduci da Venezia, irritati contro i «traditori» e mezzi briachi. Il vento di sirocco aveva spinta la galera nel porto: alcuni ufficiali e una trentina di militi sbarcarono e furono subito insolentiti dal piccolo drappello dei rivoluzionari. Cominciarono le risse e tutto il paese ne fu allarmato: le donne piansero, i ragazzi strillarono, tanto per aumentare il chiasso.

Il conte Aurelio Castellani si era alzato presto presentendo qualcosa d’insolito in seguito agli avvenimenti di Venezia. Il domestico lo informò subito dell’arrivo dei due rappresentanti della «Municipalità provvisoria» e dello sbarco dei militi schiavoni. Prima di uscire egli raccomandò a sua madre di stare chiusa in casa; di non affacciarsi neppure alla finestra. Intanto le chiese conto di Bianca, deplorando il doloroso incidente del giorno innanzi.

— Io non l’ho più vista — rispose la contessa. Ieri sera cenò nella sua camera come sai, e stamane non s’è ancora fatta viva.

— Ettore fu tremendo, e si capisce nel suo stato d’animo e con le sue illusioni. Mi è dispiaciuto soltanto che ci abbia tirati in ballo noi, [p. 200 modifica]rinfacciandole quasi la nostra ospitalità. È troppo naturale che ella non ci abbia detto nulla di ciò che suo padre le aveva scritto, tanto più che non ne comprendeva l’importanza.

Donna Anna Maria scrollò le spalle.

— Tu sei buono e giustifichi tutto. Ma io ne sono stanca di questa ospite. Non ha cuore per noi: dopo un anno che la trattiamo con ogni riguardo e cordialità, come una parente, ella si mantiene sempre estranea ai nostri affetti e interessi. È orgogliosa e civetta. Il povero Ettore fa compassione. Spero che ora ne guarirà.

Aurelio sorrise.

— Cosa vuoi, cara mamma; a questo mondo bisogna sempre sperare e aver pazienza.

Prima di andare in piazza, egli salì dalle signore Alvisi per salutarle e raccomandare ad Elena di non uscire di casa. La trovò invece bella e pronta per andar fuori.

— Dove andavi?

— A casa tua. A vedere come sta la zia...

— Da mia madre posso accompagnarti io; ma poi resti lì. Il paese è sossopra.

— Non posso prometterti di restar in casa: nè qua, nè da tua madre.

— Perchè, Elena?

— Sai bene. Se tu corri qualche pericolo bisogna che io ti stia vicina. Anche se ti [p. 201 modifica]tessi di stare in casa, mancherei alla promessa. Per ciò, non prometto.

Egli sentì che la tenerezza gli scioglieva il cuore: comprese che una grande evoluzione era avvenuta in lui. Già da tempo Bianca non lo turbava più; era stato un turbamento passeggiero; cagionato più che da altro, dalle circostanze strane e affascinanti del loro primo incontro. L’amore era ben altra cosa; e lo sentiva adesso. L’ingenua bellezza e il fascino naturale di Elena l’avevano penetrato poco a poco mentre la bimba si faceva donna: e l’amore devoto, che ella non aveva saputo, nè forse voluto nascondere: l’amore a tutta prova, che aveva resistito perfino all’indifferenza, si era trasfuso in lui. L’amava: ne era sicuro: poteva dirglielo.

— Non sai, mia cara Elena, che io soffrirei troppo se ti accadesse il più piccolo male?

— Lo credo.. poichè lo dici. Ma credi forse che io soffrirei meno, se accadesse una disgrazia a te? Tu vuoi essere tranquillo sul conto mio; e pretenderesti che io stia qui a penare mentre tu — ne son certa — ti esponi a tutti i pericoli senza alcun riguardo? No, caro. Elena non può. E poi, vi sono le precedenze, che tu non sai...

— Come?..

— Tu non sai che io ho promesso a tuo padre al letto di morte di vegliare su te, di consolarti nelle angoscie.. [p. 202 modifica]

— Dunque è vero?.. Io ho pensato qualche cosa di simile... È stato proprio lui?.. E ti ha detto di amarmi?

— Sì, Aurelio. Mi ha fatto promettere di amarti e mi promise che tu m’avresti amata — ma io t’amavo già...

— E io ti adoro, Elena, perchè sei adorabile. In quest’ora d’angoscia, in cui la mia patria sta per subire l’onta maggiore, solo l’amor tuo può impedirmi di odiare la vita.

Egli stese le braccia aperte ed ella lo abbracciò senza reticenze, senza civetterie, candida e buona. Il primo bacio d’amore della vergine bocca suggellò il patto di eterna unione.

In piazza, il dottor Apolonio e il compagno suo mettevano lo scompiglio, volendo piantare a tutt’i costi l’albero della libertà. Appena il dottore vide il conte gli si avvicinò chiedendogli di Ettore Almerighi.

— Ma dunque dov’è andato? Nessuno lo sa. Neppure voi?.. Ed io che mi fecevo una festa di piantare questo simbolo di libertà insieme con lui!...

Aurelio osservò che era meglio attendere la partenza dei militi schiavoni prima di accingersi [p. 203 modifica]a quella cerimonia. Essi erano inquieti e guardavano accigliati quei preparativi. Anche il podestà esprimeva la stessa opinione d’Aurelio, tanto più che solo una piccolissima parte della popolazione si mostrava favorevole ai due rappresentanti del nuovo governo.

Il capitano Gori che girava come uno spettro in mezzo ai vari gruppi, seguito come dalla sua ombra da Virgilio de’ Grassi, si avvicinò al conte.

— Ditegli di smettere — tuonò. — O li farò finire io, tutt’e due...

Aurelio lo rassicurò: ci pensava egli a farli smettere; e cercò di calmarlo, pregandolo di ritirarsi in casa; ma il veterano era esasperato: voleva vigilare egli stesso; voleva vendicare la Repubblica.

Allora Aurelio prese da parte l’Apolonio: gli parlò sottovoce a lungo, conducendolo lontano dalla folla. Per un poco parve che l’ardente democratico si calmasse e rinunciasse alla sua impresa.

Elena volle salire in casa del podestà per salutare l’Irene che stava, in quei giorni, più male del solito. Il nobile Alessandri ve l’accompagnò: il povero padre sembrava disfatto.

— Non ho più testa — diceva ad Elena salendo le scale. — Non so quello che faccio. Vedere questa mia povera bimba che muore in [p. 204 modifica]mezzo a queste disgrazie pubbliche è troppo!.. Elena gli disse qualche parola di conforto. L’ammalata ignara del proprio fato, accolse l’amica con trasporto di gioia. Voleva sapere cosa succedeva: Elena doveva raccontarle tutto; e a tutto s’interessava e sognava la gloria della ì nuova Repubblica. Don Ludovico si affacciò all’uscio della camera, salutò le fanciulle e volgendosi all’aulico gli gridò:

— Cosa fate?... Dovreste farvi vedere, parlare al popolo.

— Cosa volete che gli dica? Devo parlare in favore della Municipalità provvisoria?... Io non mi ci sento, li se parlassi contro commetterei un atto di ribellione al potere costituito, protetto dal generale, mi capite. Parlate voi.

Don Ludovico uscì sul balcone, pallido, severo. La sua bella figura di vecchio asceta attirò subito l’attenzione dei militi e dei possidenti campagnuoli venuti in paese con 1 loro fucili da caccia. Aurelio che discorreva ancora con Apolonio, vide suo zio e comprese che voleva parlare.

— Fate silenzio! Il nostro arciprete vuol dirvi qualche parola. Ascoltatelo.

Tutti tacquero, meno il gruppo degli accalorati che continuavano a cantare, fermi intorno alla buca preparata per l’albero.

— Silenzio!.. — gridarono i militi.

— Silenzio! — gridò la massa del popolo. [p. 205 modifica]

Marco Apolomo si accostò ai suoi amici e li pregò di tacere. Allora tacquero e l’arciprete parlò. Abituato al pulpito gli fu facile improvvisare un discorso che non attaccò nessuno raccomandando la calma, la pace, la sommissione alla volontà di Dio. San Marco era sempre il loro protettore: la burrasca sarebbe passata, la Repubblica veneta sarebbe tornata forte e gloriosa...

— Con San Marco! — gridarono alcune voci.

— Sempre con San Marco — rispondeva l’arciprete.

I militi applaudivano.

La folla si calmava: molti campagnoli si dirigevano lentamente alla via del ritorno. Essendo diminuito il vento, gli ufficiali schiavoni si preparavano a ritornare a bordo con i loro uomini. Elena era tornata in piazza col podestà e l’arciprete e tutt’e tre discorrevano con Aurelio e Virgilio de’ Grassi. Il capitano Gori sempre tetro continuava ad aggirarsi tra la folla. Nel frattempo Marco Apolonio ed il suo collega si rodevano.

— Che rappresentanti siamo noi? — chiedeva il veneziano all’Apolonio. — Mi pare che non rappresentiamo un bel niente. Io non sono venuto qui per sentir prediche di preti... Facciamo qualcosa. Questo stemma, per esempio, non va più così. [p. 206 modifica]

— Sicuro, bisogna cambiar la dicitura, lo ho un cartello in tasca. Guarda, per ora si potrebbe appicicarlo sul «Pax tibi Marce evangelista meus. Ti pare?

— Ma sì. Vado a cercare una scala.

Sul cartellino da sovrapporre stava scritto: Diritti dell’uomo e del cittadino.

Il capitano Gori si avvicinò.

— Guai a voi se profanate San Marco!

Intanto l’altro era riescito a trovare una scala e l’appoggiava al muro. Ma la folla dei campagnuoli o dei cittadini ed anche gli schiavoni, che stavano per andarsene, s’accorsero di quell’armeggìo; molte voci gridarono:

— Abbasso! Abbasso!

— Viva San Marco!

Quelli che si erano incamminati verso le loro case si voltarono. La piazza fu nuovamente affollata e rumoreggiante. Tutti volevano avvicinarsi alla podesteria.

Un colpo di fucile fu tirato da mano ignota contro gli assalitori dello stemma. Ma sia che la mira non fosse presa bene o che il capitano Gori si frapponesse improvvisamente, la palla destinata ai rappresentanti della municipalità provvisoria, colpì il povero vecchio alla spalla destra, penetrando nei polmoni.

Un grido straziante si udì e la folla vi rispose con un urlo formidabile. Aurelio ed Elena [p. 207 modifica]accorsero per sostenere il ferito; ma non poterono che sollevare un cadavere. Era morto sul colpo il prode veterano, come aveva sempre sognato, come non sperava più, per la sua patria, con una palla nel petto.

— È morto il capitano Gori!

— Lo hanno assassinato!...

La tragica notizia si diffuse subito destando una grande costernazione e un fremito di collera. Chi era stato l’uccisore? Nessuno sapeva. I più credettero che il colpo fosse partito dal gruppo dei democratici e questi, sebbene innocenti, pensarono bene di disperdersi.

Grandiosi funerali furono fatti al nobile veterano. Tutto il paese accompagnò la salma fino al cimitero che era piuttosto lontano. Là, presso la tomba di famiglia trovarono Ettore Almerighi vestito a lutto. Il suo giardiniere, già fin dal mattino, aveva portato in città e deposto sulla bara una immensa corona di frondi di quercia e d’alloro intrecciate al mirto ed ai semprevivi Ettore Almerighi appariva trasformato. Una severità insolita gravava la fronte del fiero giovine dalle ardite eleganze, dalla eccezionale bellezza: le pupille fulminee erano velate di lagrime. [p. 208 modifica]

Dopo il funerale, egli annunciò che partiva per l’Italia. Voleva andare a Roma, a Napoli.

— Sono sicuro che vi sarà da far qualche cosa, laggiù, per l’Italia o per la libertà. Io sono stanco di questa ignavia. Ho bisogno di agire, di combattere, ma non per la gloria del signor Buonaparte.

Aurelio lo guardava tristamente:

— Perchè mi guardi così? Hai paura che faccia qualche follia?..... Non temere: disprezzo il suicidio. Vorrei, sì, una palla in fronte, o nel cuore, ma sul campo di battaglia... chissà! È un bel sogno.

Sorrise vagamente. Poi strinse la mano all’amico Aurelio, a Virgilio de’ Grassi, al buon Annibaie che lagrimava. Baciò la piccola mano di Elena e la pregò di presentare i suoi omaggi, ringraziamenti e saluti alla mamma sua e a donna Anna Maria; gli perdonassero se non andava a salutarle in persona.

— Comprenderanno facilmente il perchè — soggiunse con un triste sorriso...

Questa fu l’unica allusione a Bianca. Accennò poi al servo di avvicinare il cavallo.

— E adesso dove vai per imbarcarti?

— A Porto Rose. Vi è là un brigantino genovese che mi trasporterà in Ancona. Ho mandato Nane Corsi che conosce quel capitano per fissare le condizioni. [p. 209 modifica]

— Che il destino t’aiuti, Ettore, te l’auguro con tutto il cuore; che tu possa ritornarci presto, sano e con nuove illusioni, perchè noi non possiamo vivere senza una cara illusione.

— Accetto il tuo augurio e ti ringrazio; ma preferisco il mio che mette fine a tutto.

Quando fu montato in sella, si ricordò di Apolonio.

— È vero che fu egli la causa della disgrazia?

— Involontaria. Volevano, tra lui e il suo compagno cambiare le parole sul libro dello stemma. Qualcuno della folla, forse un soldato, tirò un colpo contro di loro — pare, non si sa bene — e la palla colpì il povero Gori.

— Beato lui! — sospirò Ettore. Poi risalutò ancora tutti; spronò il cavallo e partì.

— Che Dio t’accompagni! — augurò don Ludovico.

Tornati presso la contessa, Aurelio ed Elena udirono la strabiliante notizia che Bianca di Verdier era partita improvvisamente.

— È arrivato un signore con un piccolo legno a vela — narrava la contessa — e chiese subito della «marchesa di Verdier, vedova dei cavalier di Clarance» per la quale aveva una lettera. Mi parve un ufficiale austriaco in borghese. Bianca lesse la lettera, suppongo di suo padre; e poco dopo mi annunciò che suo padre la mandava [p. 210 modifica]a prendere da quel signore e che doveva partire subito. Offrii la colazione ad entrambi; mi ringraziarono. Il tedesco aveva furia di ritornare a Capod’Istria, da dove Bianca proseguirà il viaggio, per Vienna. Ho capito però che essa lo aspettava: era vestita per partire e la valigia era pronta. Perchè non ce lo disse prima? Io non la interrogai su ciò.

— Oh! partire così! — esclamò Elena. — Senza una parola, un saluto; partire così per sempre, dopo tanta amicizia!

La contessa ripigliò:

— Non è partita senza ricordarti. Mi ha ripetuto che non ti dimenticherà mai: mi raccomandò che te lo dicessi e ti abbracciassi per lei. Era molto commossa, e non mi parve finta la sua commozione. Per te poi, Aurelio, espresse in termini calorosi la più viva riconoscenza: ti chiamò ancora il suo salvatore. Venne finalmente a parlare di Ettore, e parlò sottovoce, certo perchè il tedesco, che scriveva a quel tavolino, là in fondo, non udisse le sue parole. Mi pregò di dire «à Monsieur Almerighi» che ella dimenticherà le parole amare dell’altro giorno, per non ricordare altro che le gentilezze, le dimostrazioni d’affetto ch’ebbe da lui. E soggiunse: «Povero Almerighi! ha sofferto per me! Ma non è tutta colpa mia: io pure ho sofferto e soffro: diteglielo voi, [p. 211 modifica]Madame!» E intanto piangeva sommessamente, qui vicino a me, soffocando i singhiozzi. Io mi sentivo vinta. Era tanto carina, pareva veramente sincera. All’ultimo mi abbracciò, con tanta effusione d’affetto che piansi anch’io e dimenticai tutto il male pensato contro di lei negli ultimi giorni. Poveretta! Dev’essere davvero infelice ella pure, come Ettore... e forse di più.

Mentre la contessa pronunciava le ultime parole, entrò nella sala la mamma di Elena e molte cose dovettero essere ripetute, perchè la signora Alvisi non sapeva capacitarsi che la dama fosse partita a quel modo, e faceva un sacco di domande. Parlarono poi, a lungo, del funerale, di Ettore Almerighi e dei grandi e dolorosi avvenimenti politici.

— Se l’infame Buonaparte non ci avesse venduti all’Austria, io credo che si potrebbe star bene anche con la Repubblica democratica. Vi sono uomini di valore anche in questa «Municipalità provvisoria» e le loro idee non sono tutte cattive. E poi quando il governo è nostro si può sempre introdurvi dei miglioramenti. Lo straniero invece ci metterà il giogo sul collo e bisognerà tacere.

Avvicinandosi l’ora del pranzo, la contessa che provava più che mai quel giorno il bisogno di compagnia e di distrazione, e intuendo pure il [p. 212 modifica]desiderio di suo figlio, invitò le signore Alvisi a fermarsi con loro. Aurelio ed Elena si scambiarono uno sguardo pieno di tenerezza. A tavola, come suol accadere, la conversazione prese un andamento più spigliato, e Aurelio trovò il momento opportuno per toccare dei suo prossimo matrimonio con Elena. Le madri se ne rallegrarono assai, tanto più che attendevano da lungo tempo quella comunicazione.

— Saranno nozze senza feste, senza preparativi, perchè io ho stabilito che ci sposiamo uno di questi giorni, all’alba, quando don Ludovico dice la solita messa; e subito dopo andiamo in campagna, dove Elena ed io ci stabiliremo per lungo tempo. Voi mi comprendete; io non voglio assistere a ciò che avverrà qui, forse tra poche settimane; e non lo voglio vedere quando sarà avvenuto, se non il più tardi possibile.

Le signore compresero; e l’immagine del fatto esecrabile le colpì improvvisamente: videro, come se fossero state davanti ai loro occhi, le insegne gialle e nere: videro l’aquila bicipite al posto della bandiera di Venezia, del Leone di San Marco, e rabbrividirono.


Fine.