La fine di un Regno (1909)/Parte I/Capitolo VII

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search
Capitolo VII

../Capitolo VI ../Capitolo VIII IncludiIntestazione 9 maggio 2021 75% Da definire

Parte I - Capitolo VI Parte I - Capitolo VIII
[p. 121 modifica]

CAPITOLO VII

Sommario: I giornali del tempo — Loro tipo e importanza relativa — Il solo Giornale Ufficiale era quotidiano — Direttore e redattori — Teatri e letteratura, niente politica — L’Omnibus, l’Epoca e il Nomade — Don Filippo Girelli e il Poliorama Pittoresco — È editore di altre pubblicazioni — Cesare Malpica — I maggiori caricaturisti del tempo — Melchiorre Delfioo e Giuseppe Verdi — I giornali umoristici — Giuseppe Orgitano e Luigi Coppola — I maggiori scrittori in prosa e in versi — Il Diorama, l' Iride e il Secolo XIX — Ricordi e aneddoti — Ortodosso parola spagnola — Epigrammi e Riviste — Il marchese di Caccavone e il duca Proto — Duello per un sonetto — Vincenzo Torelli e le sue disgrazie — Esce dal carcere politicamente mutato — Le strenne e i loro scrittori — Sonetto petrarchesco di Federigo Persico — La passione per Byron — Le strenne nelle provincie — Altre amenità della revisione — Ricordi faceti di don Gaetano Royer — Domenico Anselmi primo revisore — Il teatro di Shakespeare — I teatri — I maggiori spettacoli di quegli anni al San Carlo — Cantanti, ballerine e critici — Verdi e una pagina di storia teatrale — Un aneddoto al San Carlo riferito da Alfonso Casanova — La Ristori al Fondo — 8ueeita nn delirio — I maggiori vati che la cantarono — La Compagnia dei fiorentini — La Sedowski, Majeroni e Bosso — Adamo Alberti attore e impresario — Luigi Taddei attore e poeta — Opere applaudite e fischiate — I critici — Epigrammi e polemiche — Al teatro Nuovo — La Maria de Rohan e l’Elvira dei Geltradi — Un articolo della Moda — La Fenice e i due teatri dialettali — Circhi equestri.


      Il tipo del giornale napoletano in quegli anni fa quasi esolusivamente letterario, e la maggior parte l’occupavano i teatri. Il giornale era la sola palestra, che si presentasse ai giovani desiderosi di salire in fama. Non mancavano buoni articoli di scienza e recensioni di nuovi libri, polemiche e critiche fatte con garbo, ma abbondavano le sciarade, le epigrafi, gli epigrammi, le poesie e le necrologie. Di cronaca locale neppur l’ombra, e la politica era [p. 122 modifica]confinata tra fatti e cose diverse, o diluita in riviste settimanali che illustravano gli avvenimenti del Giappone e degli Stati Uniti, o riferivano senza commenti, quando ne avevano il permesso dalla polizia, le notizie ufficiali del Regno e degli altri Stati d’Italia: questi ultimi nella rubrica "estero„. Di politica intema, cioè delle notizie politiche del Regno, i giornali non potevano parlare altrimenti, che riproducendo quelle pubblicate dal giornale ufficiale, anzi, secondo il suo proprio nome, Giornale del Regno delle Due Sicilie. Gaetano Galdi e Vincenzo de Cristofaro, direttori, il primo del Nomade e il secondo dell’Epoca, erano impiegati al ministero dell’interno; e Vincenzo Torelli, direttore dell’Omnibus, godeva la fiducia della revisione, ed erano perciò i soli autorizzati a riprodurre le notizie politiche dal foglio ufficiale. La revisione verificava sulle bozze se la riproduzione fosse letteralmente esatta. Una breve rivista commerciale registrava nei maggiori giornali il corso della rendita, la quale nel 1856 si elevò fino a 118 e mezzo, nonchè i prezzi degli olii, dei cereali e delle mandorle, soli prodotti che si negoziassero in Borsa. Una completa rivista commerciale era solo pubblicata dal Giornale del Commercio, che usciva il mercoledì e il sabato ed era diretto da don Benedetto Altamura, fratello di quel don Michele che collaborò, dopo il 1860, in giornali politici retrivi; e, poverissimo, finì correttore del Piccolo e della Nuova Patria, dopo essere stato direttore del Cattolico, che si stampava sotto la protezione del commissario Maddaloni. Altro foglio industriale e commerciale veniva fuori in francese, tre volte la settimana; lo fondò e diresse Carlo Palizzi e aveva per titolo l’Indicateur. V’erano indicati gli arrivi e le partenze dei viaggiatori, gli alberghi e gli appartamenti da appigionare, ed a queste notizie seguivano cenni molto sommarii sulle industrie e i commerci del Regno.

Solo su finire del 1858 gli articoli di politica estera cominciarono ad essere tenuti in maggior conto, e anche meglio scritti. Delle cose italiane si occupavano colla massima prudenza sì, ma con maggiore diffusione: però sulle cose di provincia s’indugiavano poco o nulla. La corrispondenza dalle provincie, come s’intende oggi, con tutte le volgarità, piccinerie e vanità e piccinerie inerenti, non esisteva. Solo delle città, che avevano [p. 123 modifica]un teatro, si riportava qualche corrispondenza laudativa degli artisti abbonati, o recante notizie degli esami o saggi, nei licei regi, coi nomi dei giovanetti premiati.

Nessun giornale era quotidiano, tranne il foglio ufficiale, che però non si pubblicava nelle feste e nelle "grandi gale„ e dipendeva dal ministero di polizia. N’era direttore Filippo Scrugli, con onori di uffiziale di carico nel ministero di polizia e vi collaboravano Domenico Anzelmi, Enrico Cardone, Emanuele Rocco e Giuseppe Portaluppi, i quali erano anche i revisori della polizia. L’Omnibus che, di tutti i fogli del tempo, era il meglio redatto ed il più ampio, veniva fuori il mercoledì e il sabato. Stampava in prima pagina le notizie politiche e, in appendice, romanzi dello stesso Mastriani, con una ricca suppellettile di varietà, di curiosità e di cronaca teatrale, italiana ed europea. Fu nel giornale di suo padre che Achille Torelli cominciò a farsi conoscere, pubblicando qualche racconto, che rivelava l’ingegno eletto del futuro commediografo. Nell’Omnibus avevano già fatte le prime armi Pier Angelo Fiorentino, Achille de Lauzières e Leopoldo Tarantini, che ne fu col Torelli il fondatore.

Ai primi di maggio del 1855 venne fuori l’Aurora, che portava in fronte il verso dantesco:

Dolce color d'oriental zaffiro;


nel giugno, l’Iride, col motto: mille trahens varios adverso sole colores, e nel novembre usci il Diorama, che aveva per motto le severe parole di Seneca: turpe est aliud loqui, aliud sentire, quam turpius aliud sentire, et aliud scribere. Di tutti questi giornali, il periodico che aveva un formato giornalisticamente più regolare, e un insieme più copioso e vario, era, dopo l’Omnibus, il Nomade. Nel secondo sabato di aprile del 1856 si cominciò a pubblicare il Giornale dei giornali, sunto di fogli e di riviste, da non confondersi col Giornale bibliografico delle Due Sicilie, che vide la luce nel febbraio dello stesso anno e si pubblicava ogni quindici giorni, con un supplemento di lettere, teatri e varietà. Questi giornali minori vivevano vita breve e ne [p. 124 modifica]generavano altri più meno simili. La Gazzetta dei Tribunali, la Gazzetta Musicale vivevano quasi clandestinamente, e la prima non si vendeva che in un solo caffè di via dei Tribunali. Giornale illustrato era il Poliorama Pittoresco, che dirigeva don Filippo Cirelli di Molise, e si pubblioava così: nn foglio ogni sabato, ed un fascicolo di quattro fogli, ogni mese. Era stato fondato nel 1839, e le sue illustrazioni molto ingenue erano in litografia, se ritratti o figure; e incisioni in legno dolce, se paesi o disegni. Vi si pubblicavano prose e versi, critiche letterarie e immancabili sciarade. Nell’aprile del 1853 pubblicò una sobria necrologia di Federigo Cassitto, benemerito segretario della Società economioa di Avellino, e una sdolcinata ode del Panzanese, dal titolo Addolorata. Ad opera più vasta attendeva il Cirelli, pubblicando il Regno delle due Sicilie, descritto e illustrato, ma che non riuscì a compiere. Ne parlerò più innanzi, essendo meritevole quella pubblicazione di essere esumata.


Vecchio redattore del Poliorama Pittoresco era stato l’abruzzese Cesare Malpica, che nel 1841 vi scrisse una vita di Napoleone Bonaparte, e poi si diè a scrivere romanzi e libri di viaggio; ricco di fantasia non di coltura, percorse le provincie, raccogliendo impressioni e notizie. Esercitò grande influenza nel mondo letterario prima del 1848, guastò molte teste, ed ebbe discepoli, imitatori e con trafilatori. Nel 1856 morì Giulio Genoino, e Luigi Cassitto pubblicò nel Poliorama un capitolo picciuso, indirizzato al Cirelli, che cominciava così:

Don Felì, s’è stutata la lucerna
De la Pranasso! Genoino è mmuorto,
Sia paoe all’arma soja.... requiammaterna!
La lengua, che se parla abbaseio Paorto,
Mo vide sten cenata!... Addio dialetto....
Chi t’adderizza cohiù? Mo jarrajo staorto!

I giornali non avevano altra diffusione che fra i proprii abbonati o nei caffè, dove, naturalmente, si leggevano gratis. Non vendita per le vie e neppure chioschi nelle piazze. Ebbero vita più lunga l’Omnibus, il Nomade, l’Iride e il Diorama, i quali morirono dopo il 1860, ammazzati dai nuovi tempi, che richiedevano altre energie giornalistiche; anzi il Diorama morì anche prima. Si pubblicava due volte la settimana, e oosì pure la Moda che nacque nel 1852: piccolo foglio [p. 125 modifica]a tre colonne, che dava ai suoi abbonati in premio un figurino colorato, o un disegno di ricamo, o un pezzo di musica.

Pubblicava una copiosa cronaca teatrale di tutta Italia; e pur chiamandosi la Moda, non si occupava di mode. Giornali di caricature propriamente dette non vi furono: caricaturisti due soli, ma valorosi, Delfico e Colonna, la oni opera era il riflesso della vita napoletana. Melchiorre Delfico portava il nome del suo grande congiunto, ed era uno dei cinque fratelli Delfico, della gloriosa e doviziosa famiglia abruzzese, che la tradizione affermava venuta da Delfo qualche secolo prima. Due suoi fratelli erano esuli per causa di libertà: Filippo a Marsiglia, e Troiano a Patrasso. Troiano è morto senatore del regno d’Italia in questo anno, onorato superstite della sua età ricca d’ideati. Melchiorre, che trovavasi in Napoli da alcuni anni, fu il grande caricaturista di quegli anni e l’amico intimo di Giuseppe Verdi, anzi fa il suo caricaturista, quando il Verdi nel 1867 tornò a Napoli per la terza volta. Quelle caricature di Verdi raffigurano il maestro in tutti i periodi ed episodi della sua vita napoletana. Sono gustosissime sotto l’agile matita del geniale artista, che con la sua vigorìa di tocchi, addirittura stupefacente, fa sfilare in comica rassegna gli amici di Verdi e i suoi seccatori. Vedi il barone Genovesi e Fiorimo; ci sono Nicola Sole e Domenico Morelli; c’è Vincenzo Torelli, Marco Arati e Mercatante; ci sono Filippo Palizzi e Giuseppina Strepponi; c’è il fido Tenore — quadrupede affettuosissimo della razza canina, cui il Verdi affibbiò questo nome per il grato ricordo dei suoi interpreti — e poi, in tutti gli atteggiamenti, in tutte le pose, da quelle tragiche dell’ira a quelle drammatiche della commozione, con una gran chioma, con un immenso testone, il Maestro: assediato dai seccatori, importunato dal musicomani, inseguito dagli ammiratori e collezionisti di autografi, nel culmine dell’ispirazione o all’apice della noia: lui, sempre lui, perseguitato dall’inesorabile Delfioo. Nè il Verdi si adontò o s’infastidì del Delfico, il cui inesorabile e signorile spirito artistico lo divertiva e gli eccitava il rarissimo riso. Ebbe per lui una costante e affettuosa amicizia, e le ultime lettere scrittegli sono dal 1891.1

[p. 126 modifica]Enrico Colonna, all’opposto del Delfico, caricaturista per genio e per diletto, era un pittore, il quale faceva delle caricature, cioè delle figure esagerate. Disegnava naturalmente meglio del primo, ma ne era lontano come "fisionomista». Delfico con due tratti riproduceva una persona: unico allora in questo; e Colonna vi riusciva poco. E se si voleva da lui una figura con caricature, la quale significasse qualcosa, bisognava dargli e spiegargli il soggetto. Lavorava di mala voglia, senza neppure un briciolo di quella passione d’arte, che riscaldava il Delfico.

Nel 1854, alla fine di giugno, nacque Verità e Bugie, giornaletto teatrale e umoristico, che ebbe fortuna, nonostante che il suo spirito, non privo qualche volta di finezza, cadesse più sovente nelle freddure e nelle volgarità. Lo fondarono Niccola Petra, Luigi Coppola e Carlo de Ferrariis, i quali presero rispettivamente le sigle di Z, Y e X. Nella terza pagina si pubblicavano alcune caricature in litografia, credo del Colonna, ma il tentativo non ebbe successo. Dopo poco tempo, Petra e De Ferrariis ne uscirono e vi entrò Michelangelo Tancredi, che si firmava K, e vi ebbe molta parte. Vi scriveva pure Giuseppe Rosati, che fu più tardi direttore della Real Casa di Napoli, uomo di vivace spirito, figlio di don Franco, primo medico di Corte, anzi medico di fiducia di Ferdinando II. Niccola Petra era figlio del marchese di Caccavone, ma, pur avendo ingegno svegliato, non possedeva la genialità, nè la larga vena umoristica del padre, onde fu dal duca Proto bollato con questo epigramma:

Perchè figliuol tu sei del Caccavone
Le tue frottole credi argute e buone;
Lo spirito non è fidecommesso:
Smetti, Nicola mio, tu si no f....


Scrisse versi, drammi ed epigrammi, i quali ebbero poca fortuna; studiava diritto col De Biasio, ma il maggior tempo [p. 127 modifica]consacrava al giuoco. Fu, dopo il 1860, procuratore del Re, questore e prefetto. Visse vita turbolenta e agitata, per mancanza di equilibrio morale e si diè la morte avvelenandosi, poco più che cinquantenne. Il giornaletto Verità e Bugie era une espèce de Figaro napolitain, quelquefois spirituel, come disse Marco Monnier. Ai vecchi collaboratori si aggiunse Enrico Cossovich, commissario di marina. Luigi Coppola ne era il proprietario e, col Tancredi, lo scrittore principale; anzi era questi che nella produzione vinceva il Coppola, in quel tempo innamorato cotto della seconda ballerina di San Carlo, la bella Marina Moro, alla quale inneggiava appassionatamente.

Il giornaletto aveva in prima pagina, per motto, questi graziosi versi:

Chi batte questa via
E spine e rose avrà;
È questa una bugia
Ed una verità.

Più che come direttore di Verità e Bugie e proprietario di un’agenzia di teatri, Luigi Coppola acquistò rinomanza in tutta Italia con le sue riviste teatrali, sottoscritte Il Pompiere e pubblicate nel Fanfulla. Morì caposezione al ministero dell’istruzione pubblica del Regno d’Italia, e fu insuperato maestro di freddure. Uomo di una singolare bontà d’animo, aveva tendenze parsimoniose sino all’avarizia e natura così malinconica, che sul suo volto olivastro pareva di leggere la passione di Gesù. Egli scriveva pure dei corrieri nel Nomade, firmati Ticchio, i quali non mancavano di spirito, ma questo non sempre di buona lega. Per far la réclame ai guanti del Bossi, scriveva, per dirne una:

Peli e guanti
Guanti e peli
Son riparo
Sotto i geli.
Guanti e peli,
Peli e guanti
Son le glorie
Degli amanti.

Nell’ottobre del 1868 si aprirono tre nuove botteghe: in via Toledo, la pasticceria D’Albero e il magazzino di [p. 128 modifica]guanti Caridei, e a Chiaia, il caffè Nocera. Coppola ne formò questa sciarada:

Il mio primier dolcifica
L’altro le grinfe asconde,
Il terzo in un confonde
Lo zucchero e il caffè.
E il tutto che cos'è?
Lo dimandate a me?
Non posso dir perchè...

Fra i giornaletti umoristici va ricordato il Palazzo di Cristallo, fondato nel 1856 da Antonio Capecelatro e da Luigi Zunica, che ne era il proprietario; e vi scriveva quel Giuseppe Orgitano, lo scrittore di maggior vena umoristica che abbia avuto Napoli a quei tempi, e che Marco Monnier nel suo libro: L’Italie, c’est-elle la terre des morts? chiamò l’enfant le plus spirituel du Royaume. Cesare della Valle di Casanova, fratello maggiore di Alfonso, n’era redattore, e Zunioa fu cerimoniere di corte dopo il 1860. Orgitano morì segretario al ministero della guerra e di lui, nel Fanfulla, scrisse il suo costante amico e felice collega in umorismo, Vincenzo Salvatore, del quale si parlerà più innanzi. Cesare della Valle di Casanova non ebbe fortuna pari all’ingegno. Era allora uno dei giovani più brillanti ed eleganti della società napoletana, critico teatrale ed epigrammista, immaginoso e iperbolico. A proposito del Palazzo di Cristallo egli scriveva a suo cognato Antonacci, nel dicembre 1856: il nostre giornaletto non può tanto piacere in provincia quanto in Napoli, perchè si occupa di cose affatto napoletane. Posso assicurarti che qui fa furore, e che se ne smaltiscono 1200 copie. Abbiamo per noi tutta la classe alta. Io ho particolarmente scritto l’articolo sull’incarimento dello zucchero, sulla toletta d’inverno, e il "testamento dell’abbonato„. Il giornale andrà meglio in appresso, ma invece morì e gli successe il Diavolo Zoppo con caricature. Per due o tre numeri ne figurò direttore Achille Torelli, giovanissimo; poi la direzione passò a Francesco Mazza Dulcini, ma lo scrittore principale e più fecondo n’era l’Orgitano e con lui il Rosati. Il giornale fu soppresso nel 1859 con un semplice avvertimento al tipografo, il quale era Emanuele Rocco, e con una lavata di testa all’Orgitano, salvato da male maggiore per opera di don Felice Marra, suo capo di ripartimento al ministero della guerra.

[p. 129 modifica]Perchè fu soppresso? Il caso merita di essere ricordato. Si era ai primi giorni del 1859. Il Diavolo Zoppo pubblicò, come caricatura, una figura di donna che entrava in una tinozza e sotto vi erano scritti i versi del Petrarca:

Chiare fresche e dolci acque,
Ove le belle membra
Pose colei, che sola a me par donna.

La donna fu creduta un’allusione all’Italia e la tinozza al Piemonte. Il revisore non vi aveva veduta questa allusione, ma ve la trovò la polizia, onde il giornale fu soppresso e Rocco, revisore e tipografo, la passò brutta. Orgitano scriveva anche nel Nomade alcuni corrieri umoristici, firmati Nemo, i quali facevano sganasciar dalle risa i numerosi lettori. Egli era stato il grande umorista del 1848, col suo celebre Arlecchino.

Il 20 marzo 1858, il Nomade pubblicò una vignetta rappresentante l’attentato contro Napoleone III dinanzi al peristilio dell’Opera, la sera del 14 gennaio. Nello stesso numero annunziava che il giorno 13 marzo, Orsini e Pieri avevano subita la pena capitale, e che i capelli di Orsini, rasi prima dell’attentato, cominciarono a farsi grigi quando comparve innanzi alla Corte, e divennero bianchi pochi giorni prima dell’esecuzione. Scrivevano in questo foglio giovani di valore. Gaetano Galdi seguitò a dirigerlo fin dopo il 1860. Nel settembre del 1858 lo stesso giornale pubblicò una serie di lettere di Luigi Indelli dal titolo: Sullo stato presente delle lettere a Napoli, che meriterebbero di esser lette da quanti amino farsi un’idea del movimento intellettuale in quegli anni. Anche Enrico Pessina vi scriveva articoli, ora di lettere ed ora di scienze. Fra i primi merita speciale ricordo la polemica con Vincenzo Petra, a proposito della Saffo di Tommaso Arabia; e fra gli altri, un’interessante recensione sul bel libro di Giacomo Racioppi: Dei principii e dei limiti della statistica, pubblicato nel 1857. Carlo de Cesare si occupava di economia, d’industrie © di letteratura; Federico Quercia illustrava i versi di Aleardo Aleardi, che egli definì il poeta del secolo XIX, e ne pubblicò il Monte Circello con una geniale prefazione. Saverio Baldacchini scriveva una serie di articoli sul poeta inglese Giovanni Keats, e Carlo Tito Dalbono, erudite ed [p. 130 modifica]enfatiche rassegne sulla pittura napoletana, dalla morte del Solimena a noi.


Non vanno dimenticati, fra i giornali d’allora, il Bazar letterario, diretto da Vincenzo Corsi e pubblicato a dispense; il Giornale delle madri e dei fanciulli, del quale era editore l’inesauribile Cirelli; la Rondinella, il Truffaldino e le Serate di famiglia, che videro la luce nel 1856. Le Serate di famiglia dirette da Raffaele Ghio e da Michelangelo Tancredi, pubblicavano articoli di educazione, di pedagogia e di amena letteratura. Vissero due anni di vita stentata e bersagliata dai revisori, i quali, tra l’altro, un giorno cancellarono la parola Italia, annotando: "Quando la finirete con questa f... Italia?„; e il titolo di un articolo: La costituzione di un fanciullo, mutarono in: La conformazione di un fanciullo. Il Tornese e il Menestrello comparvero nel 1856; un anno dopo, il Teatro, diretto da Alessandro Avitabile e nel 1858, la Babilonia, giornaletti, mezzo teatrali e scipiti, senza importanza e senza lettori. Don Lorenzo Zaccaro, prete calabrese, che aveva studio di lettere italiane e latine, e fu carcerato per supposta complicità nell’attentato di Agesilao Milano, pubblicò in quegli anni l’Ortodosso, diretto da Giosuè Trisolini, chirurgo militare all’ospedale della Trinità, padre di Tito, allora emigrato, che poi fu dei Mille, e di Giovanni, allora giornalista teatrale e poi impresario. Come il Nomade e l’Epoca, mercè le aderenze dei loro direttori avevano ottenuto raccomandazioni dal ministero di polizia agl’intendenti per avere degli associati, l’Ortodosso ne ottenne dal ministero della guerra, ed erano quasi tutti militari i suoi lettori, del resto non molti. Una sera si discuteva sul significato del suo titolo tra parecchi ufficiali nella Casina militare, che aveva sede sulla cantonata tra la discesa del Gigante e il largo di Palazzo, e fu sentenziato che ortodosso era.... una parola spagnuola!

Parecchi scrittori del Nomade e dell’Omnibus non negavano la loro collaborazione, gratuita s’intende, al Diorama, diretto dallo stesso Antonio Capecelatro, impiegato al ministero di marina poi direttore generale delle poste italiane e che ora, vecchio, vive a Napoli in onorato riposo. L’ufficio del Diorama era in piazza San Ferdinando, sull’antico caffè d’Europa, in un appartamentino interno, sotto l’ufficio dell’Omnibus, e lo [p. 131 modifica]frequentavano, dopo la morte di Ferdinando II, Cammillo Caracciolo, Gaetano Trevisani, Raffaele Masi, Saverio Baldacchini, Floriano del Zio, Guglielmo Capitelli, Federico Quercia, Giovanni Manna e Luigi Indelli, i quali ne erano anche gli scrittori ordinarii. Il Capitelli ha pubblicato, testé, nel suo Excelsior, parecchi ricordi del Diorama, che non son tutti. Il Capecelatro era convinto unitario fin d’allora e forte giuocatore di scopone, il quale illustrò con un opuscolo che levò rumore e di cui mandò cinque copie al suo parente Giuseppe Antonacci a Trani, accompagnandole con un’arguta lettera, nella quale si legge: ... “io non avrei ardito mandarle costà e turbare la tua pace, se non fossi stato a ciò premurato da S. E. il conte di Siracusa, il quale mi ha ingiunto di mandartene ben molte copie...„ Anche don Leopoldo era appassionato dello scopone, che in Napoli contava glossatori e partigiani ferventi. Don Michele Agresti, procuratore generale della Corte Suprema di giustizia, era uno di questi ultimi, e in casa sua si giuocava lo scopone tutte le sere. Egli, grande magistrato per dottrina e probità, avviava i giovani alunni di giurisprudenza alla scienza dello scopone, persuaso che fosse un utile esercizio della mente per calcolare e ragionare.

Fioriva l’epigramma e non mancavano le Riviste. Si conoscevano l’un l’altro, in quel piccolo mondo che pensava, scriveva e si moveva. L’epigramma era uno sfogo della naturale arguzia, e un po’ anche di necessità sociale, non essendovi altro modo di colpire qualcuno, o di flagellare un vizio o pregiudizio che la forma epigrammatica, ispirata anche dal desiderio di far ridere alle spalle degl’imbecilli e dei vanitosi. Filippo Palizzi, aveva ritratto maravigliosamente un tal Rossetti sordo, e Michele Genova disse:


Questi è Rossetti, esclama ognun rapito;
Tal delle tinte è il sovrumano accordo,
Tutto il pittor gli diè, fuorchè l’udito,
Per non opporsi a Dio, che lo fè sordo.

Ma non era il Genova l’epigrammista più arguto. Tenevano in quel tempo lo scettro dell’epigramma Raffaele Petra, più noto sotto il nome di marchese di Caccavone; Michele d’Urso, e Francesco Proto, duca prima dell’Albaneto, poi di [p. 132 modifica]ni, più conosciuto col nome di duca Proto. Il Petra era capo del quinto ripartimento nella direzione generale del debito pubblico; D’Urso era colonnello di marina e fratello di Pietro, ministro delle finanze, e Proto, deputato nel 1848 fra i più eccessivi, era andato in esilio e n’era tornato per grazia speciale di Ferdinando II. Il Caccavone li vinceva tutti. Più spontaneo, più arguto, più fresco nelle immagini, egli conosceva meglio le finezze, l’elasticità e i doppii sensi del gergo dialettale. Molti dei suoi epigrammi, raccolti da Achille Torelli in un volumetto che vide la luce in Napoli nel 1894, si leggono anche oggi con diletto. Se la forma n’è quasi sempre volgare, il pensiero è molte volte elevato e, strano a dire, certi suoi epigrammi pornografici hanno una base morale, perchè mettono in dileggio tipi e abitudini meritevoli di riso e di disprezzo. Il Caccavone era uno stoico e aveva degli stoici l’atticità del pensiero e delle immagini e le abitudini della vita. I suoi versi in lingua italiana sono bellissimi. Non rideva mai, aveva colore terreo, quasi cadaverico, vestiva dimesso, nè mostrava tenerezza soverchia per l’acqua e il sapone. La sua cattedra era il caffè di Europa. Morì vecchio, dopo il 1870. Gli epigrammi di D’Urso e di Proto erano più ingiuriosi che spiritosi, e quasi sempre ad hominem. Nessuno di loro creò tipi, come Taniello, don Lorenzo, la madre educatrice; nessuno scrisse epigrammi italiani in bellissimi versi e con immagini pure. Privi della naturale festività e obiettività del Caccavone, colpivano determinati individui e rasentavano l’insolenza, e il Proto, più stentato ancora del D’Urso, fu fatto segno lui stesso ad epigrammi atroci, ad umiliazioni non poche, da parte di quelli che egli colpiva, e infine a clamorose bastonate. Gli epigrammi del Proto sono stati raccolti in un volumetto da Salvatore Di Giacomo. Il duca non aveva ingegno, veramente: era artifizioso e scontorto in ogni sua manifestazione letteraria, retore, invido di chiunque si elevasse sulla folla, versipelle in politica e in arte. Sfucinavano epigrammi anche Cesare de Sterlick, Vincenzo Torelli, Federico Quercia, Luigi Coppola, Giuseppe Orgitano, Federigo Persico, Giuseppe Rosati e Felice Niccolini. Se ne ricordava uno contro Saverio Baldacchini, attribuito a Giacomo Leopardi e che diceva:

Ei le vergini canta, l’evangelo
Ama, le vecchie .... adora, e la mercede
Di sua molta virtude attende in cielo.

[p. 133 modifica]Delle Riviste sono da ricordare lo Spettatore Napoletano, fonlato dai fratelli Arabia nel 1865, e che visse due anni, e il Museo di scienze e letteratura diretta da Stanislao Gatti, importante effemeride, nella quale egli, il valoroso uomo, con Stefano Cusani, Giambattista Ajello, ed altri esteti diffondeva le dottrine di Hegel tra gli studiosi di filosofia. Era anche poeta e uomo di società, e nel 1859 pubblicò dal sanscrito il Bhagavad-Gita, un incomprensibile poema metafisico indiano, del quale si parlerà più innanzi. Dopo il 1860 il Gatti fu consigliere di prefettura e morì prefetto di Benevento. Spirito colto e sdegnoso, ebbe più ammiratori che amici. Più varia e completa rivista era il Giambattista Vico, fondata dal conte di Siracusa, che fu variamente benemerito della cultura in quegli anni, seguendo gli impulsi del suo indimenticabile segretario Giuseppe Fiorelli. Il Giambattista Vico si occupava di storia, di filosofia, di matematica, di medicina, di archeologia ed economia politica. Usciva ogni mese, stampata nitidamente dal libraio Dura. Vi collaboravano uomini e giovani chiarissimi nel mondo scientifico e letterario: Carlo Troja, i cassinesi Tosti e De Vera, Giuseppe Fiorelli, Giovanni Manna, Salvatore de Renzi, Carlo de Cesare, Guglielmo Guiscardi, Gaetano Trevisani, Remigio del Grosso, Costantino Baer, Federigo Quercia, Quercia, Camillo Minieri-Riccio, Filippo Volpicella, Antonio Tari, Giuseppe Colucci, allora sottointendente di Cittaduoale e altri minori.

Un’altra effemeride di qualche valore fu la Rivista Sebezia, scientifica, letteraria, artistica, fondata da Bruto Fabbricatore, superstite e fido discepolo di Basilio Puoti. Si pubblicava a dispense e la prima vide la luce nel luglio del 1855. Il primo numero, oltre un discorso proemiale, conteneva una lettera di adesione di Francesco Orioli, datata da Roma il 22 luglio 1855, e poi uno scritto inedito, dettato da Cataldo Iannelli nel 1816 per Vincenzo Coco, sulla Storia universale antica; un lavoro di metodologia di Michele Baldacchini; una prolusione di estetica di Paolo Emilio Tulelli ed articoli di Degli Uberti, di Giuseppe de Cesare, di F. M. Torricelli, di Pietro Balzano. Si chiudeva con buone bibliografie di Giovanni Manna, di Michele Melga e di Bruto Fabbricatore. Oltre i sopracitati vi scrissero in seguito Camillo Minieri-Riccio, Enrico Pessina, Gaetano Trevisani, Saverio Baldacchini, [p. 134 modifica]Agostino Magliani, Emmanuele Rocco, Scipione Volpicella e Raffaele d’Ambra. Noto del Magliani una "Lettera critica in cui si paragonano insieme i tre episodii degli amori di Enea e Didone di Virgilio, di Ruggiero ed Alcina dell’Ariosto, e di Rinaldo ed Armida del Tasso„. Il futuro ministro delle finanze scriveva di amori! Michele Melga, in una lettera da Roma, descrisse un quadro di Achille Vertunni, esposto in quella mostra di belle arti.

Il Morgagni era la più importante rivista di medicina, dovuta alla giovanile tenacia del valoroso medico Pietro Cavallo di Carovigno. Ne figurava come direttore il Ramaglia, che non vi scrisse mai nulla. Vi collaboravano Salvatore Tommasi e Cammillo de Meis, esuli in Piemonte. Una volta il Tommasi mandò da Torino un articolo in confutazione alle dottrine materialistiche del Molesohott. Il revisore Minichini ne soppresse per intero la parte espositiva del sistema di Moleschott, premessa all’articolo, e a Pietro Cavallo che gli osservava di venir meno in tal modo ogni fondamento alla critica del Tommasi, rispose: “Eh!, mio caro, l’ho tolta, perchè i lettori potrebbero più volentieri invaghirsi della dottrina materialista di Moleschott, anzichè della critica del Tommasi„. Il Morgagni era stato fondato da Raffaele Maturi, contemporaneamente al Ricoglitore Medico-Cerusico, nei primi giorni del 1855. Poco tempo dopo, le due riviste si fusero in una sola col nome di Morgagni, e Pietro Cavallo vi portò tutto il concorso del suo talento e della sua attività; per cui, in breve, il giornale ebbe fortuna. Oltre ai vecchi professori Villanova, Lauro, De Martino, De Sanctis, vi scrivevano altri giovani medici, che più tardi vennero in gran fama, come Luigi Amabile, Tommaso Virnicchi, Giuseppe Buonomo, Capozzi, De Crecchio, Tanturri, Olivieri e Vizioli. Dopo il 1860 Ramaglia non volle più saperne di figurare come direttore e la direzione fu assunta dal Tommasi, reduce dall’esilio, e con lui e col Cantani, i quali furono i due grandi medici che abbia avuto Napoli negli ultimi anni, il Morgagni divenne una fra le più autorevoli riviste di medicina. Altra buona rivista medica era il Filiatre Sebezio.


La morte di Giulio Genoino, l’argutissimo abate, autore di tanti versi e commedie dialettali, e generalmente compianta, ispirò a Niccola Sole un bellissimo carme, pubblicato nel primo numero dell’Iride, che divenne via via un giornale simpatico, diretto da [p. 135 modifica]Achille de Clemente, e scritto in gran parte da Giacomo Racioppi, Ferdinando Catena, monsignor Santaniello e Niccola Sole, tutti di Basilicata, e da Gennaro Serena, mezzo basilisco, e padre di Ottavio, che in quegli anni entrava nel campo della letteratura con versi arieggianti malinconia amorosa. Già l’amore della “fanciulla„ era quasi l’unica ispirazione dei poeti novellini. Se Gennaro Serena si occupava di serii studii legislativi, stampati come articoli di fondo col relativo continua, e il Racioppi scriveva sul movimento estetico del secolo XIX, e Scipione Volpicella pubblicava studii interessanti di storia napoletana ed epigrafi rettoriche, e Niccola Sole, Saverio Baldacchini, Giannina Milli e Felice Bisazza, il borbonico vate messinese, vi stampavano graziose poesie,

Carlo Cammarota vi pubblicò, nel febbraio del 1858, delle ottave finamente umoristica, in morte del celebre cantante Alamirè pseudonimo del Lablache, che mori a Napoli in quell’anno e fu accompagnato al cimitero da uno sterminato stuolo di marsine, mentre le salme degli uomini di valore, soprattutto se sospetti di liberalismo, vi erano menate a lume spento. Indirizzandosi a Carlo Troja, che viveva interamente ignoto al mondo ufficiale, il giovane poeta ebbe accenti sdegnosi e ispirati, tra i quali piacemi riferire questi:

Carlo, tu che di sapienza i lumi
Porti angosciato nelle età più fosche,
E sul lezzo di rancidi volumi
Stai curvo il dorso e le pupille losche,
Che cale a noi dei gotici costumi,
Della trama, che al ragno ordir le mosche,
Dell’acciuffarsi delle due befane
E dei latrati dell’ascoso cane? . . .

Qui il linguaggio, sebbene figurato, era abbastanza evidente, e il mio carissimo Cammarota, divenuto poi il solerte segretario generale del municipio di Napoli, ed oggi in riposo, ebbe qualche grattacapo dalla polizia, il che non tolse però che le ottave in morte di Alamirè avessero fortuna.

Vita molto breve toccò al Secolo XIX, fondato da don Gennaro Correale. Vi collaboravano, quasi esclusivamente, Carlo de Cesare che scriveva di economia, d’industrie e di finanza; Federico Quercia che si occupava di critica letteraria e di teatri; Vincenzo Padula che pubblicava interessanti articoli di varietà, [p. 136 modifica]e Pasquale Trisolini, il quale, dopo il 1860, divenne ufficiale di pubblica sicurezza. Questo giornale rappresentava un complesso di forze vigorose e, per quanto i tempi lo comportavano, discuteva liberamente di arte, di lettere e d’economia pubblica. Chiedeva ferrovie, strade, ponti, bonifiche, istituti di credito fondiario ed agrario. Sugli istituti di credito fondiario scrisse qualche pregevole articolo quel don Gaetano Bernardi che, alcuni anni dopo, si fece monaco di Montecassino e poi fu abate e direttore del collegio benedettino di Sant’Anselmo in Roma, ed è morto da qualche anno. Allora era un giovane elegante e amabile, molto ricercato nella buona società e dava private lezioni di letteratura. Amicissimo di Alfonso Casanova, fu da questi proposto al suo cognato Antonacci come aio dei figliuoli, e in casa Antonacci stette alcuni anni. Era nomo di squisito gusto letterario, ma ad un tratto fa soggiogato da forte vocazione per la vita del chiostro, e si disse esserne stata causa un’infelice passione amorosa. Molto vivace fu una polemica letteraria tra Federico Quercia e Francesco Saverio Arabia, nelle colonne del Secolo XIX, a proposito di alcuni versi di quest’ultimo, dall’altro criticati, per il che l’Arabia montò in bizza. Ma questa polemica, abbastanza vivace, non fini in duello, come l’altra fra Luigi Indelli e Cammillo Caracciolo, a proposito di un sonetto di quest’ultimo: duello ch’ebbe luogo nell’agosto del 1857 e fu argomento per qualche giorno de’ pubblici parlari. Si battettero alla sciabola, in casa di Francesco Rubino, letterato di fine gusto, che per sottrarsi alle molestie della polizia locale, si trasferì da Bari a Napoli con la famiglia, e a Napoli ebbe nome. Di lui si riparlerà ancora. In quel duello Cammillo Caracciolo rimase ferito leggermente alla mano. Egli fu assistito da Federico della Valle di Casanova, terzo fratello di Alfonso e di Cesare, partito nel 1848 per la guerra di Lombardia, e che insicuro della sua dimora a Napoli, viveva fra l’alta Italia e Benevento, città del Papa. Luigi Indelli ebbe per padrino il conte Annibale Capasso, di Benevento, guardia del corpo. La polizia non riuscì ad impedire lo scontro, e quando fu avvenuto, voleva per punizione, esiliare i combattenti a Malta e punire il Rubino. Ma Ferdinando II, assicuratosi che i due pennaruli non si erano battuti per causa politica, li lasciò tranquilli. Il Secolo XIX dava troppo nell’occhio alla polizia, per la qual cosa fu due volte sospeso. Ma a lungo andare, il prefetto [p. 137 modifica]Governa fè intendere al Correale che aveva abbastanza longanimità, e che perciò, senz’altre chiacchiere, smettesse di pubblicare il giornale che morì infatti alla fine di agosto del 1856.

De Cesare, Quercia, Padula e Trisolini trovarono ospitalità nel Nomade, nell’Omnibus, nell’Iride e più tardi nell’Epoca, fondata nel giugno del 1857 dal De Cristofaro. Alcuni scrittori del Nomade passarono all’Epoca, la quale, intendendo la réclame giornalistica un po’ più modernamente, pubblicò una lunga lista di collaboratori, dei quali era primo Carlo Troja ed ultimo ... Giuseppe Lazzaro. Questi iniziò una serie di articoli sull’istruzione» anzi sull’"insegnamento letterario„, concludendo: bruciate le grammatiche, le rettoriche e le poetiche, e ne dava l’esempio.


Se mancavano giornali, come s’intendono oggi, mancavano anche i giornalisti. Eran tutti articolisti intermittenti e a rime obbligate. Unico giornalista, nel vero senso della parola, fu Vincenzo Torelli, la cui influenza nel mondo della letteratura e dei teatri divenne incontestata, per quanto sterile. Torelli rappresentava una potenza, e la sua casa, prima al palazzo Barbaia in via Toledo, e poi in piazza San Ferdinando, dove aveva raccolti molti quadri di autori antichi e moderni, era un magnifico convegno di letterati, di artisti e di quanti uomini di valore vivevano in Napoli o vi capitavano. Della sua prigionia in Santa Maria Apparente, dell’attentato onde fu vittima, e della sospensione del giornale egli non disse mai verbo, neppure dopo il 1860. Per la prima volta, recentemente, ne ha parlato, con particolari esatti. Pasquale Turiello;2 particolari non esaurienti però, perchè il Turiello non volle indagare chi fosse il cortigiano che avrebbe confidato al Torelli le parole di Ferdinando II a proposito della cura idroterapica, e dal Torelli riferite in una lettera anonima stampata neìl’Omnibus, forse per mettere un po’ in luce il professore Tartaglia, il quale iniziava in Napoli la cura della idroterapia. Il re aveva detto queste innocenti parole "Acqua fresca, miracoli, miracoli!„; ma sospettosissimo com’era, s’impensierì e s’irritò di vederle pubblicate testualmente, perchè in quella stessa conversazione, presenti la regina, Alessandro Nunziante e il maggiore Severino, egli aveva tenuti altri discorsi e fatta una volgarissima [p. 138 modifica]ingiuria all’indirizzo di lord Palmerston. Ciò avveniva sulla fine del 1856, dopo la rottura dei rapporti diplomatici con la Francia e l’Inghilterra. Il re voleva quindi sapere dal Torelli chi gli avesse scritta quella lettera, ed avendo questi risposto di non saperlo, ordinò che fosse mandato a San Francesco. E tornando a insistere, o l’altro seguitando a negare, ordinò che fosse tradotto in Santa Maria Apparente, dove il malcapitato, entrando, fu aggredito da un camorrista, armato di rasoio. Don Vincenzo si difese disperatamente dai colpi che gli avventava al collo l’assassino, il quale morì di morte misteriosa, pochi giorni dopo. E poichè dei due cortigiani, alla presenza dei quali il Re aveva pronunziato quelle parole e lanciata la ingiuriosa sconcezza all’indirizzo di Palmerston, uno era il Nunziante, i maggiori sospetti caddero su lui; ma nessuna prova si ha che questi avesse armata la mano dell’assassino, e l’avesse fatto morire misteriosamente due giorni dopo. Il fatta impressionò tutta Napoli, il Torelli s’ostinò a non parlare e il re, visto che tutto era inutile, lo restituì in libertà. L’Omnibus riprese le pubblicazioni, ma don Vincenzo uscì dal carcere politicamente mutato. Il suo zelo per i Borboni intiepidì di molto. Per un assassinio tentato e un altro consumato, non vi fu processo, neppure pro forma! L’autore della lettera anonima, causa di questa tragedia, si disse essere stato involontariamente don Michele Viscusi, allora detenuto in Santa Maria Apparente, ma nessuno vi credette. I maggiori sospetti si fecero sul Nunziante.


Le strenne in prosa e in versi, che ogni anno si pubblicavano, specie da alcuni giornali, erano altro campo aperto alla attività degli scrittori. Lo studio sulle strenne e sui versi, così detti di occasione, come per nozze, per monacazioni (allora molto frequenti), per onomastici, per genetliaci, per decessi, sarebbe interessante, come pur quello sulle poetesse del tempo. Brillavano tra queste Giannina Milli, Giovannina Papa, Anna Pesce, Irene Capecelatro, Adelaide Folliero, Erminia Frascani e quell’Emilia de Cesare, che fece fantasticar tanti sull’esser suo, provocò dichiarazioni d’amore e lettere di laude e ispirò la musa di Felice Bisazza, di Carlo Cammarota, di Giulio Salciti, di Luigi Cassitto e di Gaetano Bernardi, finché non si venne a sapere, e ci volle qualche anno, che sotto quel nome si nascondeva Carlo de Cesare. Sembrava strano che fosse venuta al mondo [p. 139 modifica]una poetessa d’animo e di sentimenti virili e ricca di una cultura, rara oggi e allora rarissima nelle donne.

Le strenne più accreditate, per eleganza tipografica, eran quelle di Gaetano Nobile, primo editore che abbia avuto Napoli e forse ultimo. Nel 1856 egli ne pubblicò una di prose e versi, tutta di autrici italiane viventi, dal titolo: La primavera. Tra le prosatrici napoletane, figuravano Adelaide Amendolito Chiulli, Virginia Pulli Filotico, Enrichetta Sava, Carolina d’Auria, Carolina Bonucci; e tra le nuove poetesse, Mariannina Spada, Maria Lettieri, Elvira Giampietri. Vi si pubblicò inoltre una bellissima ode di Luisa Amalia Paladini ed una, inedita, di Giuseppina Guacci, non delle migliori che la insigne donna scrivesse. Questa strenna, per l’originalità sua, levò rumore, quanta ne levò la Ghirlanda, della quale furono collaboratori Saverio e Michele Baldacchini, Giuseppe di Cesare, Federioo Quercia, Giulio Genoino, Gustavo Pouchain, Scipione Volpicella, Luigi Vicoli; e tre superstiti, Ottavio Serena, Federico Persico e Michelangelo Tancredi. Serena cantò in versi sentimentali una Giacinta, fanciulla abruzzese morta nel fiore degli anni, e della quale si rivelava innamorato cotto; Federico Persico stampò nn sonetto petrarchesco, e Michelangelo Tancredi un’Orientale. Esumo il sonetto del mio vecchio professore di diritto amministrativo:

Quand’io la scorgo infra l’estrania gente,
Tutta raccolta e pensierosa in viso,
Sento in messo del cor nascere un riso
Di pace e il volto scolorar repente:
Io non la guardo già, nè mi ci sente
Mai dirle un motto o volgerle un sorriso;
Pur la stanza mi sembra un paradiso
Mentre l’anima mia vi sta presente.
Ma s’io torno colà dove ha costume
Anch’ella andar, nè la ritrova il core,
Che pria dell’occhio, col tremar, m’affida;
Somiglio al pellegrin che conta l’ore
Di rivedere il tempio e l’ara fida,
E quel trova deserto e assente il Nume.

Vi era pare una squisita traduzione dell’Addio di Byron. fatta da Stefano Paladini; ma la passione per Byron a Napoli era finita col 1848: mania meglio che passione. In quel [p. 140 modifica]tempo Pasquale de’ Virgilii tradusse le tragedie del poeta inglese, e la traduzione fu pubblicata a Brusselle nel 1841 con nitidezza di tipi; e Pietro Paolo Parzanese, con la collaborazione di Carmine Modestino, ne traduceva le Melodie ebraiche squisitamente, e le pubblicava a Napoli nel 1837,3 dedicandole allo stesso Modestino, il quale con la sua perizia nell’idioma del Tamigi gli era stato di aiuto nella traduzione. Il De’ Virgilii, intendente di Teramo nel 1860, dopo che venne largita la costituzione, morì conservatore delle ipoteche a Trani. Era un romantico, con tutte le qualità e le iperboli dei romantici, e la sua collaborazione nelle strenue veniva ricercata.

Per il capodanno del 1858, il Nomade offrì ai suoi lettori una strenna speciale. Figuravano, tra i poeti, Stanislao Gatti, Carlo de Cesare, Saverio Baldacchini, Vincenzo Baffi, Luigi Indelli, Giuseppe Campagna, Ottavio Serena, il duca di Ventignano e Luigi Coppola; e tra le poetesse, Irene Capecelatro, sorella di Giuseppe Ricciardi e Ada Benini, toscana. Federico Quercia nel giornale stesso ricercò il valore dei diversi poeti.

Geniali per varietà di argomenti erano le strenne dell’Omnibus. Fu notevole quella del 1858, dal titolo La Sirena, messa insieme da Vincenzo Torelli e dai suoi figli Cesare e Achille e illustrata dai ritratti di Filippo II, Carlo V e Tommaso Grossi, e dalla riproduzione degl’Iconoclasti del Morelli e della Morte di Abele, cartone di Michele de Napoli. Una strenna pubblicò nel capo d’anno del 1857 lo Spettatore napoletano, con versi di Baldacchini, di Baffi, di Enrico Cenni, di Sabino Loffredo, di Angelo Santangelo, del Campagna e dei due Arabia; con prose del Manna e del duca Tomacelli e delicate riduzioni, una di Goethe fatta da Federico Persico, ed una di Longfellow, da Stefano Paladini. Come si vede, gli scrittori delle strenne, così di prosa che di versi, erano sempre gli stessi.

Oltre a quelli nominati, è giusto che ricordi Venturina Ventura di Trani, Emanuele Rocco, Domenico Bolognese, Giuseppe Sesto Giannini, Raffaele Colucci, Quintino Guanciali, Raffaele d’Ambra, Simone Capodieci, Carlo Massinissa Presterà, Vincenzo Baffi e Leone Emanuele Bardare, i cui nomi si vedono più spesso ripetuti in tutte quelle infinite raccolte, che si stampavano col nome di Strenne a Capodanno e a Pasqua o, sotto altro nome, in occasione di nozze, o di morti, come si è detto.

[p. 141 modifica] Il Bardare scrisse una specie di satira, contro gli esteti che erano divenuti una vera calamità in quegli anni: satira piuttosto insipida, che cominciava con questi versi:

Io non so che mai vogliate
Io non io che mai diciate,
Benedetti estetici!

Ma non erano minori calamità le strenne e tutte quelle pubblicazioni veramente inutili, perchè vuote d’ogni contenuto poetico - Quando nell’agosto 1858 si spense a vent’anni Vincenzo Tarantini, figlio di Leopoldo, gli amici pubblicarono una raccolta di prose e versi. Leopoldo Rodinò vi scrisse pagine purissime di prosa e versi; Saverio Baldacchini, versi sciolti; Pessina e il vecchio Caccavone, dei sonetti; Niccola Sole, Amalia Francesconi, Carlo Barbieri e Felice Bisazza, delle odi; Mirabelli, dei distici; Peppino Tarantini, oggi deputato di Barletta e fratello minore del defunto, poche ottave, e un’ottava Mariannina Spada di Spinazzola, la quale, un anno dopo, si fidanzò al marchese Pasquale del Carretto, unico figliuolo del maresciallo.

L’esempio delle strenne era contagioso. A quelle, che si pubblicavano nella capitale, facevano riscontro quelle più scadenti delle provincia. Se ne pubblicò una a Chieti nel 1858, dal titolo Il Salice. La mise insieme Ferdinando Santoni de Sio. Quasi tutti gli autori erano abruzzesi. Silvio Verratti, abruzzese egli pure, ne pubblicò nell’Epoca una rivista apologetica, scrivendo, con poca modestia: "Qui in Abruzzo non possono fiorire poeti voluttuosi e molli, ma si vuol porre l’arte in accordo con tutte le altre idee del tempo, con quelle della beltà morale, della famiglia, dell’amore per l’uman genere, e soprattutto con la sincera religiosità e con la filosofia„. E dei poeti abruzzesi, dopo aver ricordato un po’ fra le nuvole il Rossetti, accennò a Pasquale de Virgilii, al Madonna, al Pellicciotti, al Bruni, alla Milli e ad Emidio Cappelli, che l’anno prima aveva pubblicata la Bella di Camarda, novella abruzzese in terza rima, dedicata a Saverio Baldacchini e bellissima per purezza di forma, d’immagini e di reminiscenze dantesche. In questa strenna furono pubblicate lettere inedite di Pietro Giordani, del marchese di Montrone e di G. B. Niccolini a Raffaele d’Ortensio e una della Guacci a Niccola Castagna. Vi figuravano, inoltre, un carme di [p. 142 modifica]Paolo Emilio Imbriani, un inno e un sonetto di Francesco Dall'Ongaro e componimenti di tre poetesse: Eloisa Ruta, Battistina Cenasco e Giannina Milli: le tre grazie della strenna, come le chiamò il Verrati. Di più, Francesco Auriti, poi alto magistrato e senatore, consacrava lacrimose ottave alla Malinconia; Tito Livio de Sanctis, il celebre chirurgo, un’ode piena di affetto a sua figlia morta e Leopoldo Dorrucci cantava i conforti di un’altra vita.

Anche a Campobasso si pubblicò una strenna molisana, con prose del Chiavitti, del De Lisio e di don Pasquale Albino, e versi dei signori Buccione, Ferrone e Cerio. Ed un’altra ne fu pubblicata nel 1858 a Potenza, dal titolo La Ginestra, a cura di Michele de Carlo di Avigliano, e conteneva poesie e scritti di Niccola Sole, di Francesco Ambrosini, del Giura, del Battista e di altri.


Neppure le strenne sfuggivano agli artigli dei revisori. Fra le tante buffonate, alle quali la regia revisione dava pretesto, ricordo quel che successe al Torelli nel 1853, quando pubblicò per gli associati dell’Omnibus e per il pubblico, una strenna intitolata La Sirena, dov’era la traduzione che il Tancredi aveva fatto di una Orientale spagnuola di José Zorrilla. La poesia conteneva il lamento di un signore arabo, che indarno impetrava amore da una crudele cristiana spagnuola. Il primo esemplare fu, alla vigilia di capodanno, mandato in omaggio al prefetto di polizia. Questi la lesse, ma trovando nell’Orientale espressioni a lui sembrate ambigue, come la mia catena, lo schiavo tuo, prigioniero degli occhi tuoi, angiolo della regione degli aromi, paradiso e simili, montò su tutte le furie contro il revisore e contro il Torelli e proibì la pubblicazione della strenna. Torelli ne fu sgomento. Andavano perduti gli esemplari di lusso, rilegati in velluto e in raso, per il re, per la regina, per i ministri e gli alti funzionarii e andava perduta la vendita agli abbonati dell’Omnibus e al pubblico. Ebbe un’idea luminosa: la poesia incriminata occupava due sole pagine d’uno stesso foglio, propose il taglio di quel foglio e la polizia vi consenti, ma volle prima in mano sua tutt’i fogli strappati, e così permise la pubblicazione.

I revisori dei giornali, delle strenne e dei teatri non [p. 143 modifica]avevano niente da fare coi revisori dei libri, i quali formavano un corpo distinto ed erano quasi tutti ecclesiastici. Sette, i revisori di libri provenienti dall’estero, con sede presso la dogana; e ventuno, i revisori delle opere che si stampavano nel Regno. Fra questi, tre soli laici. Il romoroso e faceto monsignor Salzano n’era il presidente e il sacerdote don Leopoldo Ruggiero, il segretario. Il Ruggiero fu poi arcivescovo di Sorrento e morì nel 1885. Figuravano tra i componenti il canonico don Rosario Frungillo, che resse da vicario capitolare la diocesi di Napoli alla morte del cardinale Riario Sforza, ed è, credo, l’unico superstite. I tre laici erano Calandrelli, Delle Cbiaje e Placido de Luca. Il revisore presso l’officina delle poste si chiamava don Giuseppe Salvo, sacerdote. Il celebre e balbuziente don Gaetano Royer era anche prete, ma già pensionato negli anni dei quali parlo. Però restò viva per un pezzo la memoria di lui, sul cui conto se ne narravano delle belle. Nel 1848 il Mondo Vecchio e Mondo Nuovo lo chiamava don Gaetano ir e or, scomponendone il cognome; e fare l’irre e orre, nel linguaggio dialettale, vuol dire essere indeciso o esitante e, spesso, di malafede. Si ricordava fra gli altri il famoso aneddoto del "perniciotto„. Essendo il Royer revisore teatrale, doveva ogni giorno vistare il cartellone del teatro dei Fiorentini. Una sera si rappresentava una vecchia farsa, nella quale il brillante, entrando in una trattoria, domandava la carta e ordinava un "perniciotto arrosto„. Don Gaetano vistò il cartellone senza la menoma difficoltà, trattandosi di una produzione vecchia e nota; ma la sera di quel giorno, essendoglisi preparata una cena di magro, si ricordò che era venerdì e che in quella farsa il brillante domandava un cibo di grasso! Il pover’uomo prevedeva lo scandalo del pubblico, che avrebbe visto un attore sul palcoscenico mangiar di grasso in un giorno proibito! E senza perder tempo, si cacciò in testa il tricorno, corse trafelato al teatro, e varcata la porta del palcoscenico, cominciò, appena ebbe scorto l’impresario don Adamo Alberti, a balbettare più del solito, " Don don, don Adò .... do ... . don Adaàa .... pe ., .. pesce aa . . . . arro .... rosto, no ... . nocon pe . . . . perni .... niciotto arrosto„. L’Alberti capì subito e il temuto scandalo fa evitato. Ma negli anni, dei quali mi occupo, la revisione teatrale era affidata ai regi revisori della polizia, redattori del “Giornale Ufficiale„ come si è detto, e a capo dei quali era l’Anzelmi, il [p. 144 modifica]meno accostante di tutti, e, che morto lo Scrugli, gli succedette nella direzione del "Gioraele Ufficiale„. Era autore di un’Estetica di lettere ed arti belle Dopo il 1860, l’Anzelmi mostrò del carattere, conservandosi borborico.

Ma tutto ciò che non concerneva teatri od opuscoli di un foglio di stampa, era competenza della revisione ordinaria, che aveva facoltà di sopprimere ogni frase, che potesse avere un’allusione politica, o che non paresse abbastanza ortodossa. A capo di quell’ufficio era il consigliere Maddaloni il quale si mostrava talvolta più pieghevole e ragionevole, mentre gli altri si divertivano spesso a mandare gli scrittori alla Curia, per una seconda revisione dell’autorità ecclesiastica, ed allora addio roba mia, perohè il sentimento dominante in tutta quella scettica burocrazia, era di rompere le scatole a chiunque volesse stampare qualche cosa, o rappresentare qualche dramma o farsa. I revisori non essendo moltissimi, per ottenere l’approvazione di un foglio di stampa spesso si doveva aspettare delle settimane, ed è facile immaginare le imprecazioni e le astuzie degli editori e degli autori.

Nel 1856 Tommaso Arabia aveva intrapresa la pubblicazione del teatro di Shakespeare, tradotto da Giulio Carcano. Era stato destinato a revisore dell’opera il canonico don Gaetano Barbati, un bravo uomo e dotto latinista, ma pieno di dubbii e di scrupoli. A don Gaetano venne in mente che fosse immorale la scena appassionata del primo atto della Giulietta e Romeo, e la cancellò addirittura quasi tutta. Arabia fece notare che quella soppressione, oltre che una irriverenza a così insigne autore, era in aperta contradizione con quanto aveva già fatto il revisore del Rusconi. Fu tempo perduto; e poichè non si aveva a chi ricorrere, Arabia fece di quel foglio di stampa una doppia edizione, una per il revisore, mutilata com’egli volle, e l’altra integra per gli associati, affrontando il pericolo, se la cosa fosse stata scoperta, di andare in carcere. La revisione dei giornali e dei teatri aveva sede presso il ministero di polizia.


I teatri erano aperti tutto l’anno. Avevano compagnie fisse il San Carlo e il Fondo con una dotazione di settanta mila ducati; e Adamo Alberti avea il monopolio del teatro di prosa, per mezzo del quale potè mettere insieme una discreta fortuna, alla [p. 145 modifica]quale purtroppo diè fondo negli ultimi anni della sua impresa, tanto diversi dai primi. E dalla sua rovina, irrisione della sorte!, non andò neppure incolume quell’ameno villino al Petraio, lieto convegno di letterati ed artisti del tempo e sul quale aveva fatta scrivere l’epigrafe "L’arte mel diede, mel conservi l’arte„.

Teneva il primo posto il San Carlo, il classico e magnifico teatro, dove con tenue spesa si assisteva a rappresentazioni di prim’ordine. Una sedia numerata in platea si pagava sei carlini, cioè lire 2,60, e nelle sere di abbonamento sospeso, quattro e anche tre carlini. Non v’erano biglietti d’ingresso. Esisteva perciò una classe così detta di smestitori, i quali assistevano allo spettacolo gratuitamente, o girando di palco in palco, o valendosi del mezzo biglietto che, alla fine del primo atto, ricevevano fuori della sala da un amico compiacente. Quest’astuzia, che era una frode bella e buona, la chiamavano scoppola e veniva particolarmente adoperata dagli studenti; nè erano rari i casi che, scoperta la magagna, lo studente venisse messo alla porta, senza tanti complimenti, dal famoso don Antonio Masula, un vecchio grosso e vivace che sedeva in alto presso l’entrata in platea, ed era d’un colpo d’occhio meraviglioso nel conoscere gli smestitori. Al San Carlo si rappresentò nell’autunno del 1855 la Violetta, cioè la Traviata, il Lionello, cioè il Rigoletto, e il Trovatore sempre con la Medori, Mirate e Coletti: una triade meravigliosa; e per la prima volta, negli ultimi giorni di luglio di quell’anno, Il Roberto di Piccardia di Meyerbeer, che ebbe buona accoglienza e fu eseguito dalla Frassini, dal Villani e dal Codini. Questo "Roberto di Piccardia„ era Roberto il Diavolo che la revisione sbattezzò, perchè la parola "diavolo„ non poteva comparire sul cartellone di un teatro; e poichè Roberto Normanno fu capo di una dinastia, la quale aveva regnato a Napoli e non poteva perciò figurare sulle scene, così gli si fece cambiar paese e divenne di Piccardia. Furoreggiava il ballo del Rota Il trionfo dell’innocenza, che era poi il Fornaretto, e l’altro I paggi del conte di Provenza, in cui debuttò la seconda prima ballerina, signora Negri, fischiata a segno che si svenne sul palcoscenico. È un mostro e balla come un morsicato dalla tarantola, scriveva Cesare Casanova all’Antonacci, e così la Cerani, prima ballerina, ebbe un trionfo indiretto, non essendo simpatica al pubblico neppur lei. La cara, carissima Levaeseur ballerà lunedì nella [p. 146 modifica]“Regina delle rose„, ballo che si riproduce con piacere universale, aggiungeva Cesare. La Levasseur fa una dei fanatismi di quegli anni, ma era sovente inferma, e molto applaudito fu anche il primo ballerino Carus. Il Casanova soriveva pure: “Mercoledì andrà in iscena la “Lucia„ con Mirate la Beltramelli ed un nuovo basso Morelli, e sabato il "Trovatore, con Stefani, Coletti, la Ester Paganini e la Medori. Il Rigoletto con Mirate, Coletti e la Medori fa un favore indicibile, e l’Ester Paganini vi si è aggiunta sostenendo la parte di Rita. La Paganini aveva venti anni, gran contralto e grande attrice. Si rappresentarono pure, in quell’anno, il Don Sebastiano con la Tedesco, il Graziani e il Coletti e l’Anna Bolena, nella quale esordi brillantemente la Sbrisci.

Nella stagione del 1857 l’Anna Bolena fu fischiata e tollerata l’Adelia. I Puritani vi ebbero nell’ottobre dello stesso anno esito incerto. Vi cantarono la Fioretti, il tenore Galvani, il baritono Coliva e il basso Antonucci; applauditissimo il Coliva, fischiato il Galvani. In quel mese tutti i teatri stettero chiusi per cinque giorni, essendo la Corte in lutto per la morte della principessa Maria Amalia, sorella del re e consorte di don Sebastiano Gabriele, infante di Spagna. Morì donna Amalia il 16 ottobre a Pozzuoli di male acuto, nel palazzo del principe di Cardito, che lu acquistato poi dal conte d’Aquila suo fratello. Era la terza sorella di Ferdinando II, sposatasi nel 1832, a quindici anni. Il matrimonio seguì a Napoli per procura, il 7 aprile del 1832, ed in persona ad Aranjuez, il 26 maggio dello stesso anno. Era una donna molto vigorosa nelle forme e di tipo schiettamente borbonico: buona, fu largamente rimpianta. Nel novembre suscitò fanatismo il Trovatore, con la Penco, Musiani, Coletti e la Guarducci. Verdi venne in persona a mettere in iscena la sua opera che accese aspre polemiche; o meglio le accese la Penco, perseguitata dall’Omnibua e difesa dal Nomade.


Nelle stagioni seguenti cadde la Sonnambula per cattiva esecuzione, e nell’ottobre vi ebbe buon esito l’Elisa Fosco di Donizzetti, con la Medori, Fraschini e Coletti. Questa Elisa Fosco era, né più e né meno, che la "Lucrezia Borgia„ battezzata così dalla revisione, perchè casa Borgia aveva avuto due Papi. E si inventò quel "Fosco„ per poter fare il mutamento [p. 147 modifica]oltraggioso di lettera, ch’è nel dramma di Victor Hugo: qui si cancella nella nota scena l’iniziale del casato della protagonista; a Napoli si rabberciava in T l’F, e Fosco diventava Tosco. Sembrano cose inverosimili. Eppure fra i revisori della polizia non mancavano persone di talento, come il Rocco, l’Anzelmi, il Cordella e il Mastriani! Per l’apertura della stagione invernale del 1858, il cronista mondano del Nomade verseggiava:

Presto a San Carlo ritorneremo,
Le antiche sedie ripiglieremo,
Mentre si stona sopra le scene,
Laggiù in platea si fischierà.

E i fischi piovvero davvero e ben clamorosi. Si rivolle il Lionello, con la Fioretti, soprannominata l’usignolo, la Guarducci, Coletti e Fraschini; ma Coletti era rauco e dal primo atto si passò al quartetto dell’ultimo, e lo spettacolo finì presto tra i più alti segni d’indignazione. Fraschini furoreggiava nelle due ballate e la Fioretti nel quartetto finale. Sorte più triste ebbe il ballo Il Ravvedimento, perchè la Tedeschi, prima ballerina, debuttò fra una tempesta di urli. Anche lo Stiffelio del Verdi, più noto sotto il nome di Aroldo, ebbe un successo men che mediocre; ma ottenne il favore del pubblico anche pel ricco allestimento scenico, la Jone del Petrella, rappresentata la prima volta nella sera del 9 novembre 1858. Vi cantarono divinamente la Medori, Negrini e Coletti. Riscosse grandi applausi l’a-solo per clarino, eseguito dal celebre Sebastiani, che era stato l’amante invidiato della Ronzi;, piacque la marcia funebre e se non destò proprio entusiasmo tutta l’opera, il successo andò via via aumentando sino a diventare un trionfo. Esito infelice ebbe, sulle stesse scene, nel marzo del 1859 Il saltimbanco del Pacini. Il saltimbanco fece "un salto mortale„ scriveva il Nomade e continuava:

Spargiam d'immonda cenere
E vestimenti e chiome.

Non deve lasciarsi nell’oblio un incidente avvenuto al San Carlo nell’ottobre del 1888, e riferito così da Alfonso Casanova al cognato “L’altra sera avvenne un chiasso al “San Carlo„. Si dava la Lucia: al momento del duetto tra soprano e tenore, [p. 148 modifica]e proprio alle parole: "i miei spiriti ardenti„ si intese un urlo immenso inaudito, tra quello dell’idrofobo e quello del lupo di mare. Tutti si alzarono: i cantanti cessarono, l’orchestra tacque. Che è? Che non è? Era un uffiziale americano, che fu preso sotto braccio dal capitano di guardia ed allontanato dalla platea. Allora tutti i compagni tennero loro dietro, e molti altri curiosi, e fu messa in chiaro la cosa. Il povero uffiziale aveva la moglie nel Missouri, e la mattina aveva ricevuto lettera di un suo parente con tristi nuove della salute di lei. Si rattristò tanto che i compagni lo menarono a forza in teatro per divagarsi; ma le patetiche note della Lucia e specialmente quelle carissime del duetto, lo colpirono talmente che il poverino si lasciò uscire quel grido involontario. Furono fatte le scuse, gli uffuziali ritornarono in platea, ma senza il loro compagno che fu menato via. Questa è la Lucia! questo il canto italiano di felice memoria!...


E qui occorre narrare una pagina di storia teatrale, che nessuno forse più ricorda. Nella stagione del 1858 al San Carlo, si sarebbe dovuta rappresentare una nuova opera scritta appositamente da Giuseppe Verdi; ma per gli incidenti che sorsero non potè farsi, onde il contratto ebbe una fine talmente comica, che val la pena di raccontare. Fin dal 1856 Vincenzo Torelli, come segretario dell’impresa dei regi teatri, invitò il Verdi a scrivere un’apposita musica per il San Carlo. Verdi rispose non poterlo fare per quell’anno e non poter accettare la cessione, che l’impresa napoletana aveva fatto della proprietà di opere scritte per lei, ad altre imprese italiane e straniere: qualora si decidesse a scrivere, e forse avrebbe scritto il Re Lear, chiedeva una compagnia di sua soddisfazione e seimila ducati di compenso. Messisi d’accordo su tutto, all’impresa che insisteva perchè accettasse la Penco per il Re Lear, Verdi, il 7 dicembre 1856, rispose da Busseto in questi termini: "rispondo, signor Torelli, poche parole di volo alla vostra del 27 corrente per dirvi che mi è impossibile il fatto della Penco. È nelle mie abitudini di non lasciarmi imporre da nessun artista, tornasse al mondo la Malibran. Tutto l’oro del mondo non mi farebbe rinunciare a questo principio. Io ho tutta la stima del talento della Penco, ma non voglio che ella possa dirmi: signor [p. 149 modifica]maestro, datemi la parte della vostra opera, la voglio, ne ho il diritto„.

Si accordarono però sulla non rappresentazione del Re Lear, scegliendo invece altra opera adatta per la Penco, e il contratto venne sottoscritto nel febbraio del 1867. Fu scelto il Gustavo III di Scribe, del quale Verdi mandò il libretto, svolto completamente con tutte le scene, i dialoghi e le parlate, salvo le rime, perchè fosse sottoposto alla revisione. Il duca di Ventignano, deputato della sopraintendenza dei teatri, respinse il libretto, perchè non in versi e non in rime. L’impresa sperando di compor tutto, per non infastidire il maestro, non gli fece saper nulla di quest’incidente, anzi continuò a sollecitarlo, perchè finisse il lavoro e venisse a Napoli a metterlo sulle scene. E Verdi, il 14 gennaio del 1858, andò a Napoli, dove seppe che i revisori avevano rifiutata l’approvazione del libretto ed erano ostinati a non voler recedere. Dopo più di un mese però la concessero, ma con tali mutazioni, che il Verdi, indignato, non ne volle più sapere e si dichiarò sciolto dal contratto. Cosi non l’intendeva l’impresa, che citò in giudizio il maestro, affermando irragionevole il rifiuto della consegna della musica e della messa in iscena, e chiedendo danni e interessi e persino l’arresto personale di lui. Verdi non andò in prigione, ma i napoletani non udirono il Gustavo III. Più fortunati i romani, i quali udirono l’anno dopo, nella stagione teatrale del 1869, quel Gustavo III, ribattezzato Un ballo in maschera. La censura romana si dimostrò meno goffa della napoletana. Cambiò il titolo e trasportò la scena in America; Gustavo III di Svezia divenne un conte di Warwirch, governatore di Boston; e l’Autarstoven, suo uccisore, si chiamò semplicemente un conte Renato, ma la tragedia restò tal quale. L’impresario Jacovacci fu più avveduto dell’impresario napoletano e della sopraintendenza dei teatri. I particolari della prima rappresentazione del Ballo in Maschera sono da me riferiti in altro libro.4


Gli altri teatri erano dai critici riguardati con maggior benevolenza, forse perchè più del San Carlo si adoperavano a soddisfare i varii gusti del pubblico. Nel 1857 andò in iscena, al [p. 150 modifica]Fondo, la Medea del Legouvè, con la Ristori che destò fanatismo. Ebbe incredibili dimostrazioni di fiori, di sonetti e di epigrammi. La Rachel, venuta a Napoli due anni avanti, vi aveva essa pure rappresentata la Medea e Giuseppe Lazzaro, critico teatrale d’occasione, paragonò la Ristori alla Rachel, giudicando la Ristori superiore alla famigerata francese. La Ristori rappresentò pure al Fondo la Pia dei Tolomei, la Locandiera e la Fedra. Fu pubblicata una raccolta di versi e di prose in lode di lei, e vi scrissero parecchi. Saverio Baldacchini vi stampò una poesia, di cui ricordo quest’ottava, iperbolica e finamente adulatrioe:


Oh, la superba, imperial Parigi
Non l’ha con gli splendori affascinata!
Le dense nebbie del Real Tamigi
Non han la nobil sua fronte turbata.
Ella impresse per tempo i suoi vestigi
Nella città, dai secoli nomata:
Tutta, vedi, è latina, e le non molli
Aure battonla ancor de’ sette colli.

Se l’elegante e sereno poeta cantava così, immaginiamo gli altri. Alfonso Casanova n’era addirittura esaltato, e scrisse un sonetto inverosimilmente seicentesco. Credo che nessuno dei maggiori artisti ricevesse a Napoli lodi e onori, pari a quelli che vi raccolse la marchesa del Grillo. L’eco della sua fama giunse nelle provincie e in breve, il nome di Adelaide Ristori divenne popolare in tutto il Regno, e gli studenti, tornando a casa nelle vacanze, la portavano a cielo, oscurando la fama della Sadowscki, la quale seguitò non per tanto ad avere sempre i suoi partigiani appassionati, e i suoi adoratori. L’anno innanzi aveva sposato il marchese Vincenzo Santorelli.

Nell’agosto dello stesso anno il Fondo tornò teatro di musica. Vi cadde la Rita del Roxas ed uguale insuccesso, forse peggiore, vi ebbe nell’aprile del 1858 la Gioventù di Shakespeare, opera semiseria dei maestro Lillo. Ebbe esito incerto il Pipelet, con la Zenoni e il Conti, e senza infamia e senza lode passò il Barbiere di Siviglia, con la Guarducci, proclamata la più simpatica delle Rosine e che sposò poi Alfonso Catalano Gonzaga, dei duchi di Cirella. Al periodo musicale successe altro periodo di prosa, e nel febbraio si rappresentò allo stesso teatro [p. 151 modifica]Noemi o la figlia di Caino, tragedia spettacolosa di Domenico Bolognese, scritta per la Ristori. Ebbe un successo trionfale. Vincenzo Torelli scriveva: "un successo più clamoroso, un entusiasmo teatrale più deciso di quello prodotto da questa tragedia, non è a nostra notizia. Rompere a mezzo il gesto, la parola, un movimento le cento volte, sono prove di avvenimento più che straordinario, unico„. La Ristori era Noemi e Achille Majeroni, Caino. "Tutti vestiti di pelle, continuava il Torelli, la Ristori era una bellezza, una perfezione e Majeroni, un gigante di forme e di modi; quella l’angelo dell’amore e della pietà, questi il colosso del delitto e del rimorso„ . La figlia di Caino popolò stranamente quel teatro, d’ordinario spopolatissimo e rese quasi deserti i Fiorentini, dove si dava una Bertrada, inconcludente tragedia del Proto, il quale si era dato tutto al teatro. Gli attori della Bertrada recitavano alle sedie e ai palchi vuoti, benché vi prendessero parte la Sadowski, Bozzo e Romagnoli, e Achille Torelli cercasse difenderla con un articolo. Felice Niccolini vi fece su quest’epigramma:

Scellerato Caino! ognor crudele,
Vivo, uccidesti l'innocente Abele;
Or sulla scena apparso, appena noto,
Uccidesti Bertrada e il duca Proto.

E il duca, punto nel vivo, replicò senza sale nè pepe:

A riacquistar la palma il duca Proto,
Or che il gusto del critico ha capito
Tragedieravvi Giuda Iscarioto.

Ma il teatro veramente di moda, dopo il San Carlo e che continuò ad esserlo anche dopo il 1860, fu quello dei Fiorentini. Un teatro di prosa, come quello, Napoli non ha avuto più. Vi recitavano ed erano nella freschezza dell’età, Fanny Sadowski, Achille Majeroni e Michele Bozzo, idoli tutti e tre di un pubblico ipercritico, ma facile agli entusiasmi, e che Majeroni mandava in delirio quando rappresentava il Saul, quel Saul che, dato l’anno innanzi con altri artisti, aveva provooato fischi e proteste. La Sadowski possedeva l’arte di far piangere; e il Bozzo, morto da poco nella miseria, era il cucco delle signore e delle [p. 152 modifica]signorine sentimentali, che lo chiamavano per vezzeggiativo bozzetto, secondo il dizionario speciale della marchesa Messanelli. E v’erano Luigi Taddei e Adamo Alberti, due artistoni di prim’ordine, massime il primo che può chiamarsi senza esagerazione il principe di tutti i caratteristi passati, presenti e futuri; i coniugi Marchionni, Luigi Monti ed Angelo Vestri. Compagnia come non se n’è più viste e affiatamento completo fra tutti. Il Taddei era un po’ poeta. In una sua lunga poesia inedita contro i fogli teatrali, scriveva:


. . . . . . . . . . . . . .
Chi non sa il traffico
Dei giornalisti?
Danno il battesimo,
Sputan sentenza,
Si eriggon giudici
Per eccellenza.
Oggi t'innalzano
Fino alle stelle,
Doman ti levano
La prima pelle.
. . . . . . . . . . . . . .


Benchè Adamo Alberti avesse, come ho detto, il monopolio del teatro di prosa e una sovvenzione di quattromila ducati; un’incredibile gretteria vi fu sempre negli allestimenti scenici e in tutto l’addobbo dei Fiorentini. La non ampia sala era illuminata ad olio e vi si respirava un’aria quasi di mistico raccoglimento. C’era un’orchestra, ma ahimè, quanto strimpellata! Però, per valore di artisti e scelta di opere, non si poteva desiderare di meglio. Una buona rappresentazione in quel teatro era considerata come un vero godimento intellettuale dalle persone colte, perchè ogni produzione di qualche valore aveva il suo strascico di critiche letterarie e di polemiche, che forse non si scrivono più. Erano critici teatrali, fra i più reputati e temuti Enrico Pessina, Federico Quercia, Luigi Indelli, Vincenzo Torelli, Floriano del Zio, Vincenzo Petra e i più instancabili, Andrea Martinez e Pietro Laviano Tito. Michelangelo Tancredi era persecutore umoristico del Majeroni in versi e in prosa. Celebre la polemica per la Saffo dell’Arabia, rappresentata nel 1857 e che fu un avvenimento letterario e teatrale. Ma quella Saffo, [p. 153 modifica]più che una riproduzione del personaggio convenzionale, era un lavoro con allusioni politiche, che il pubblico afferrava a volo e copriva di applausi, suscitando naturalmente le ire dei retrivi e dei pedanti. Enrico Pessina ne scrisse nell’Iride un articolo apologetico e con lui polemizzò vivacemente, nella Rondinella, Vincenzo Petra, indomabile brontolone, ma il futuro illustre professore gli scaraventò in risposta un articolo di sei colonne e lo ridusse al silenzio. Gli articoli del Pessina e del Petra furono raccolti e pubblicati in opuscolo, dal titolo La Guerra Saffica, e chi li legge oggi non può non riconoscere che il Petra, nonostante le sue pedanterie, giudicava più esatto del Pessina.

Adamo Alberti raccoglieva da ogni parte lodi e quattrini, e gli elogi eran meritati, perchè quegli anni rappresentarono una serie di successi al suo teatro. Il Proto prese la rivincita con la Gaspara Stampa, che divenne il cavallo di battaglia della Sadowski. Floriano del Zio pubblicò nella Rondinella non un articolo, ma un libro su questo lavoro del Proto perchè l’articolo occupava diciassette colonne fitte fitte, senza interlinee e si prolungò per parecchi numeri del giornale. Il romoroso duca fece anche rappresentare una sua infelice riduzione del Coriolano di Shakespeare. Fu applaudita la Cameriera astuta del Castelvecchio con la Sadowski; piacquero il Cristoforo Colombo del Giacometti, il Riccardo Savage di Antonio Capecelatro e la Scuola degl’Innamorati di Paolo Ferrari, ma nel novembre vi cadde una Rita di Vitaliano Prina. Nello stesso mese ebbe discreto, ma non duraturo successo, una commedia del Laviano Tito in versi martelliani, Porpora a Vienna, per cui il Caccavone disse:

Se del pubblico fa strazio infinito,
Porpora è di Nerone, e non di Tito.


E così della Maschera, altra commedia dello stesso autore, rappresentata nello stesso anno ai Fiorentini, il Caccavone, flagellatore di tutt’i seccatori e di tutti gli autori fischiati, ammonicse sarcasticamente:

Neron dannava a morte le persone,
Che alle commedie sue avean dormito;
Se questa era l’usanza di Nerone,
Fortuna che la "Maschera„ è di Tito.

[p. 154 modifica]Nel 1859 vi cadde la commedia di Gherardi del Testa: La pagheremo in due, e vi era caduta per non più rialzarsi Lucia la cantatrice di Avitabile, troppo palese storia della Penco, con personaggi, tipi e aneddoti ben noti e allusioni volgari. Tra gli spettacoli di quegli anni ricorderò, fra i più fortunati, il Cavalier d’industria e la Donna a quarant’anni del Martini, la Gismonda da Mendrisio di Silvio Pellico, l’Elnava di Michele Cuciniello, e un proverbio dello stesso Laviano Tito, Dopo la pioggia il sereno. Ebbero esito fortunato la Margherita d’Orbey di Gustavo Pounchain e la Pia dei Tolomei di Marenco, non che Il cuore tira la mente di Saverio Mattei, che vi rappresentò Ferdinando Galiani quando era segretario dell’ambasciata napoletana a Parigi. Non ebbe sorti felici la Leggerezza di Raffaele Colucci e suscitò vivaci discussioni la Medea del Ventignano, che la Sadowski volle esumare per far piacere alla haute napoletana. Le discussioni furono lunghe e vivaci, anche per la fama dell’autore. Pietro Laviano Tito e Stanislao Gatti dissertavano sulle fonti, dalle quali si attinsero i fatti della sventurata e colpevole regina della Colchide e anche sulle più famose artiste, che l’avevano a volta a volta rappresentata, ricercando quale di esse aveva saputo rappresentar meglio il personaggio della protagonista, il modo come si conosceva il mondo greco e donde il Ventignano trasse il suo dramma, se lo trasse più da Eschilo che da Sofocle, e se quanto vi era di più greco e di tracio nella rappresentazione spettasse più all’autore, che all’arte della Ristori. Persino il duca Proto ne scrisse una noiosa epistola alla duchessa Teresa Ravaschieri.


Al Teatro Nuovo l’impresario Musella riapri la stagione del 1858 con la Maria de Rohan, che non destava alcun interesse perohè quattro anni prima si era data al San Carlo„ con la Medori, Coletti e Naudin, e non era piaciuta forse per la licenza che si presero gli artisti, eseguendo un po’ troppo liberamente l’opera non fra le migliori del Donizzetti. Allo stesso teatro il pubblico si annoiava a Cicco e Cola e a Ser Pomponio, ma applaudì Paolo e Virginia del maestro Aspa, l’Elmava e i Pirati spagnuoli del Petrella e una nuova musica del maestro Pappalardo, l’Atrabilare, la quale visse assai poco, così com’era vissuta poco l’Elvira dei Geltradi, prima produzione dal [p. 155 modifica]giovane maestro Giuseppe Cacace di Taranto sopra libretto di Ernesto del Priete. Fu data solo due volte, eseguita mediocremente, e non più ripetuta per questioni insorte, come disse la "Moda„, tra il maestro e l’impresario. Il Cacace era un appassionato dell’arte, e ben conosciuto tra gli artisti, che si riunivano nel Caffè dei fiori. L’opera, che ebbe piuttosto favorevole successo, diè occasione a polemiche fra i critici, e la Moda scriveva: “Se questa opera fosse stata prodotta nel teatro del Fondo, o anche nel medesimo teatro Nuovo, ma con qualche artista diverso; e più, in tempi ne’ quali la tragedia lirica su questo teatro non meritava la censura del pubblico, che ora pretende opere buffe e e semiserie, avrebbe avuto esito brillantissimo, comunque il maestro non possa lamentarsi della riuscita; meritando pur egli fatta la possibile lode per aver data come prima produzione un lavoro, di cui si pregerebbe un più provetto maestro. La sovrabbondanza di musica nell’istrumentale, e che in alcuni pezzi he dato appicco alla censura di qualche aristarco, se non è lodevole, attese le attuali esigenze, mostra che il maestro ha farina nel sacco„.

Il maestro Cacace aveva non solo cultura, ma copiosa e naturale ispirazione melodica. Compose un’altra opera dal titolo Isabella, che non fa mai rappresentata. Scrisse inoltre musica sacra e un canto funebre di grande effetto, che ancora si esegue a Taranto nella settimana santa. Nel 1860 musioò un inno patriottico su poesia di Gaetano Portacci.

La Fenice inaugurò la stagione del 1858 con la Pazza del Vesuvio di Federigo Riccio, e nello stesso tempo destava furore al San Carlino la parodia delle crinoline e quella esilarantissima del Trovatore, succeduta all’altra, del Roberto di Piccardia, nonchè alle 99 disgrazie di Pulcinella e alla commedia del Marullo: Pulcinella che fa tricchetracche tanto a parte co no finto Farfariello. San Carlino e la Fenice, posti a pochi passi di distanza, si facevano una rabbiosa concorrenza, ma la palma del primato fu sempre del San Carlino. La Fenice scritturò il De Lise, che si faceva applaudire da un pubblico eteroclito. Al Sebeto si davano, annunziate da rumorosi colpi di grancassa e dal noto grido: jamme, jamme, ca mo se principia,5 tre [p. 156 modifica]presentazioni al giorno, senza che si riuscisse a sfamare la numerosa compagnia.6 Oltre i teatri, c’erano i circhi equestri. Nel 1858 levò rumore quello diretto dai fratelli Guillaume bruciato spettacolosamente nel 1855 e che poi si era rifatto coi danari dell’assicurazione. Eguale rumore aveva levato quello del Soullier un anno prima.



Note

  1. Nei numeri III e IV di Ars et Labor, la graziosa ed elegante rivista che dirige e pubblica Giulio Ricordi, c’è uno studio su Melchiorre Delfico di Amilcare Lauria, interessante e curioso. Vi sono riprodotte io caricature del Verdi e parecchie caricature politiche del 1860, meravigliosamente belle per concetto ed esecuzione. È addirittura un’opera d’arte quella ch’egli intitolò: Mondo vecchio e Mondo nuovo: il passato che precipita in mare, e la rivoluzione che sale a suon di tromba e di gran cassa. 11 Delfico ebbe nella caricatura politica le stesse rare qualità del Teja, ma sotto alouni rapporti gli fu superiore.
  2. P. Turiello, Dal 1848 al 1867, nella Rivista storica del Risorgimento italiano, diretta dal prof. Manzone. — Volume I, fascicoli 3 e 4.
  3. Tipografia del Tasso.
  4. Roma e lo Stato del Papa. — Roma, Forzani, 1907, vol, 1°.
  5. Andiamo, andiamo, che ora si principia.
  6. Un mio ricordo personale. Il teatro “Sebeto„ disparve nel 1870, in seguito ad un’ordinanza da me emessa, essendo vicesindaco del quartiere Porto. Era divenuto un immondo covo di ladri e di donne della più bassa prostituzione. La questura esitava a mettervi le mani, e il vecchio duca Cirella, proprietario di quelle caratteristiche casette ad un piano, sulle cui rovine sorge l’"Albergo di Londra„ e dov’era il minuscolo e sudicio teatro aveva paura di sfrattarne l’impresario, che contava non pochi protettori nella mala vita del quartiere, e perciò veniva ogni giorno petulantemente a sollecitare l’intervento dell’autorità municipale. Dopo lungo discutere e non poche difficoltà, fu da me emessa l’ordinanza, giustificata da ragioni di pubblica igiene, e quel ch’è più maraviglioso, fu fatta eseguire dalle guardie municipali. E così il vecchio "Sebeto„, di Zeza e Colombina, le donne caratteristiche di Pulcinella, finì di esistere.