Le Mille ed una Notti/Storia di Alì Baba e di quaranta ladroni sterminati da una schiava

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Storia di Alì Baba e di quaranta ladroni sterminati da una schiava
Storia di Kodjah Hassan Alhabbal Storia di Alì Kodjah, mercatante di Bagdad
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NOTTE CCCLXIII


STORIA

DI ALÌ BABÀ E DI QUARANTA LADRONI STERMINATI DA UNA SCHIAVA.


La sultana Scheherazade, svegliata dalla vigilanza della sorella Dinarzade, raccontò al consorte la storia ch’egli aspettava.

— Possente sultano,» diss’ella, «in una città [p. 250 modifica] della Persia, sui confini degli stati di vostra maestà, vivevano due fratelli, uno de’ quali chiamato Cassini o l’altro Ali Baba. II padre aveva lasciato loro scarsi beni, ed essendoseli egualmente divisi, pare che eguali esser dovessero le loro fortune; ma il caso dispose altrimenti.

«Cassim sposò una donna la quale, poco dopo il matrimonio, ereditò una bottega ben fornita, un magazzino pieno di merci ed alcune terre, che lo posero d’improvviso in grande agiatezza, costituendolo uno de’ più ricchi negozianti della città.

«Ali Baba, per lo contrario, avendo sposata una donna povera al par di lui, era meschinamente alloggiato, nè aveva altra industria, per guadagnarsi il vitto, e mantener sè ed i propri figliuoli, se non di andarla a far legna in una selva vicina, venendo a venderla alla città, caricata su tre somari, che formavano tutto il suo patrimonio.

«Trovavasi un giorno Ali Baba nella foresta, e finiva di tagliarvi legna bastante all’incirca per caricarne le sue bestie, allorchè scorse una densa polvere sollevarsi in aria ed avanzarsi dritto al luogo dov’egli stava. Guardò allora attentamente, e distinse una numerosa comitiva di gente a cavallo che veniva di trotto.

«Benchè nel paese non si parlasse di ladroni, non ostante venne ad Ali Baba il pensiero che tali esser potessero quei cavalieri, e senza considerare cosa sarebbe accaduto de’ suoi asini, pensò a mettersi in salvo. Salito sur un grosso albero, i cui rami, a poca altezza, spartivansi in cerchio, sì vicini l’un all’altro, da non essere se non da piccolo spazio disgiunti, vi s’appiattò nel bel mezzo, con tanta maggior sicurezza, che potea vedere senza essere veduto; ergevasi l’albero appiè d’una rupe isolata da tutte le parti, molto più alta dell’albero stesso, e scoscesa in modo che per niun verso vi si poteva salire. [p. 251 modifica]«I cavalieri, grandi, robusti, tutti ben montati e meglio armati, giunsero presso la rupe, ove smontarono; ed Ali Baba, contatine quaranta, dal loro aspetto e dall’equipaggio non dubitò non fossero ladroni. Nè s’ingannava: erano infatti malandrini, i quali, senza far alcuna violenza nei contorni, andavano ad esercitare le loro ruberie assai lontano, tenendo convegno in quel luogo; e ciò ch’ei li vide fare, confermollo nella sua opinione. Ogni cavaliere, sbrigliato il palafreno, lo legò ad un albero, gli passò al collo un sacco pieno d’orzo che portava in groppa, e tutti poi caricaronsi delle loro valige, la maggior parte delle quali parvero ad Ali Baba cosi pesanti, ch’ei le giudicò piene d’oro e d’argento.

«L’uomo più appariscente, carico come gli altri della sua valigia, che Ali Baba prese pel capo dei ladroni, si accostò alla rupe, assai vicino alla grossa pianta su cui stava ricoverato, e schiusosi il varco framezzo alcuni cespugli, pronunciò queste parole: «Sesamo, apriti!» cosi distintamente, che Ali Baba potè intenderle. Appena il capo de’ ladroni ebbele pronunziate, si apri una porta; ed egli, fatti passare prima gli altri, introdotti che furono tutti, entrò anch’egli, e la porta si richiuse.

«I ladroni rimasero a lungo entro lo scoglio, ed Ali Baba, il quale temeva che qualcuno di loro, o tutti assieme ne uscissero, s’egli abbandonava il suo posto per fuggire, fu costretto a restare sull’albero, aspettando con pazienza. Si sentì però tentato di scenderne per impadronirsi di due cavalli, balzare su d’uno, condur l’altro per la briglia, e correre in città, cacciandosi innanzi i tre somari; ma l’incertezza dell’evento l’indusse ad appigliarsi al partito più sicuro.

«Finalmente si riaprì la porta, i quaranta ladroni ne sortirono, ed il capitano, entrato per l’ultimo, uscì [p. 252 modifica] pel primo, e dopo averseli veduti sfilare davanti, Alì Baba udì che faceva chiudere la porta, pronunciando queste parole: «Sesamo, rinchiuditi.» Tornò ciascuno al suo cavallo, gli ripose la briglia, attaccò di nuovo la valigia alla sella, e vi salì. Quando in fine il capitano vide che tutti erano pronti alla partenza, si mise alla testa, e ripigliò con essi la strada d’ond’erano venuti.

«Alì Baba non discese però subito dall’albero. — Possono essersi dimenticata qualche cosa,» pensò fra se, «che li costringa a tornare indietro, ed io, se ciò accadesse, mi troverei accalappiato.» Li seguì dunque coll’occhio sinchè li ebbe perduti di vista, e non discese, per maggior sicurezza, se non molto tempo dopo. Avendo tenuto a memoria le parole in forza delle quali il capitano de’ ladroni aveva fatto aprire e chiudere la porta, fu curioso di provare se, pronunziandole, farebbero il medesimo effetto. Passato in mezzo ai cespugli, e veduta la porta che nascondevano, vi si presentò davanti, e disse: «Sesamo, apriti!» Sull’istante la porta si spalancò.»


NOTTE CCCLXIV


— Sire, Alì Baba erasi aspettato di vedere un luogo di tenebre e d’oscurità, ma fu maravigliatissimo trovandone uno ottimamente rischiarato, vasto e spazioso, scavato dalla mano degli uomini, a volta altissima, che dall’alto della rupe riceveva la luce per un’apertura al modo medesimo praticata. Quivi scorse grandi provvigioni da bocca, balle di ricche merci accumulate, stoffe di seta e di broccato, tappeti di [p. 253 modifica] gran valore, e soprattutto oro ed argento monetato a mucchi, ed in sacchi o grandi borse di cuoio le une sulle altre; al vedere le quali cose, gli parve non fossero lunghi anni, ma secoli che quella grotta servisse di rifugio a ladroni succedutisi l’un l’altro.

«Non titubò Alì Baba sul partito da prendere: s’introdusse nella grotta, ed appena vi fu entrato, la porta si rinchiuse; ma non n’ebbe alcuna inquietudine, conoscendo il segreto di riaprirla. Non si attaccò alle monete d’argento, ma bensì all’oro, particolarmente a quello dei sacchi, e levatone in più volte quanto ne potea portare, in quantità sufficiente per formare il carico de’ suoi tre asini, raccolse le bestie ch’eransi disperse, le fece avvicinare alla rupe, le caricò de’ sacchi, e per nasconderli, vi accomodò sopra la legna in modo che non si potessero scorgere. Si presentò quindi dinanzi alla porta, e non ebbe appena pronunziate le parole: «Sesamo, rinchiuditi!» che quella si chiuse; essendosi chiusa da se ogni volta ch’eravi entrato, e rimasta aperta ogni volta ch’erane uscito.

«Ciò fatto, Alì Baba ripigliò la via della città, e giunto a casa, fece entrare gli animali in un cortiletto, chiudendone con gran cura la porta; poi, deposta la poca legna che copriva i sacchi, li portò in casa, ponendoli ed accomodandoli davanti a sua moglie, seduta sur un sofà.

«Apri la donna quei sacchi, ed accortasi ch’erano pieni di danaro, sospettò non il marito li avesse rubati; dimodochè, allorchè questi ebbe finito di portarli, non potè trattenersi dal dirgli: — Alì Baba, sareste mai tanto sciagurato per... —

«Alì Baba l’interruppe. — Zitto, moglie, non allarmatevi; io non sono ladro, a meno che non sia esserlo il togliere ai ladri. Cesserete d’avere questa sinistra opinione di me quando vi avrò narrata la mia buona ventura. — [p. 254 modifica]«Vuotò quindi i sacchi, che formarono un grosso mucchio d’oro, dal quale sua moglie rimase abbagliata; poi, le fece l’esposizione del fatto dal principio alla fine, e, terminando, le raccomandò sopra ogni altra cosa di conservare il segreto.

«La donna, rinvenuta dal suo spavento, si rallegrò col marito della loro fortuna, e volle contare pezzo per pezzo tutto l’oro che stavale davanti.

«— Moglie,» le disse Alì Baba, «non avete giudizio; cosa pretendereste fare? quando avrete terminato di contarlo? Corro a scavare una fossa per nascondervelo; non abbiamo tempo da perdere.

«— Ma pure è meglio,» rispose la moglie, «sapere almeno all’incirca la quantità che ve n’ha. Vado a cercare nel vicinato una piccola misura, e mentre lo misurerò, voi scaverete la fossa.

«— Donna,» ripigliò Alì Baba, «quello che volete fare non serve a nulla, e ve ne asterrete, se vorrete darmi ascolto. Nonostante, fate ciò che vi piace; ma ricordatevi di conservare il segreto. —

«Per soddisfarsi, la donna esce di casa, e va da Cassim, suo cognato, che non abitava molto lontano. Cassim non trovavasi in casa, ed in mancanza di lui, essa si volge alla moglie, pregandola di prestarle per alcuni momenti una misura; chiestole dalla cognata se la volesse grande o piccola, la moglie di Alì Baba ne domandò una piccola.

«— Volentieri,» disse la cognata; «aspettate un momento, che ve la porto subito. —

«La cognata va a cercare la misura e la trova; ma conoscendo la povertà di Alì Baba, curiosa di sapere che sorta di grano volesse misurare la donna, immaginò di applicare destramente sotto alla misura un po’ di sego, e così fece. Tornò quindi, e presentandola alla cognata, scusossi di averla fatta aspettare, dicendo che aveva penato molto a trovarla. [p. 255 modifica]«La moglie di Alì Baba tornò a casa, pose la misura sul mucchio d’oro, la empi e votolla un po’ più lontano sul sofà, e per più volte, sinchè ebbe finito, e contenta del buon numero di misure trovato, partecipollo al marito, il quale aveva allora finito di scavare la fossa.

«Mentre Alì Baba nascondeva sotterra l’oro, ella, per dimostrare alla cognata la sua esattezza e diligenza, le riportò la misura, ma senza osservare esservisi attaccata sotto una moneta d’oro.

«— Cognata,» le disse, rendendogliela, «vedete che non ho tenuto molto tempo la vostra misura; ve ne sono gratissima, e ve la restituisco. —

«Appena la moglie di Alì Baba ebbe volta la schiena, la moglie di Cassim guardò sotto alla misura, e non potremmo esprimere il suo stupore trovandovi attaccata una pezza d’oro. L’invidia s’impadronì sul momento del suo cuore.

«— Come!» sclamò; «Alì Baba ha dell’oro da misurare! dove l’ha egli preso, quel miserabile? —

«Cassim, suo marito, non era in casa, come abbiam detto, ma trovavasi alla sua bottega, d’onde non doveva tornare se non la sera; tutto il tempo ch’egli si fece attendere, le parve un secolo, tanto era la di lei impazienza di dargli una nuova, che non avrebbelo sorpreso meno di lei medesima.»

Schahriar e Dinarzade avrebbero voluto che la notte fosse stata meno corta, per udir più a lungo la continuazione d’un racconto si interessante; ma il giorno venne a por fine a codesto piacere. L’indomani, la sultana delle Indie ripigliò in codesti sensi: [p. 256 modifica]

NOTTE CCCLXV


— All’arrivo del marito a casa: — Cassim,» gli disse la donna, «voi credete di essere ricco, ma v’ingannate; Alì Baba lo è infinitamente più di voi: egli non conta il suo oro, ma lo misura. —

«Domandò Cassim spiegazione dell’enimma, ed ella ne diede lo schiarimento, istruendolo dell’astuzia di cui erasi servita per fare la scoperta, e gli mostrò la moneta trovata attaccata sotto alla misura, moneta tanto antica, da essergli ignoto il nome del principe che vi stava inciso.

«Lungi dal mostrarsi lieto della fortuna che poteva essere toccata al fratello per cavarsi dalla miseria, Cassim ne concepì un’invidia mortale, talché passò quasi tutta la notte senza dormire. Alla domane si recò da lui, mentre il sole non era ancor sorto, e non trattandolo da fratello, nome ormai dimenticato sin dacchè ebbe sposata la ricca vedova: — Alì Baba,» gli disse, «siete ben riservato nei vostri affari; fate il povero, il miserabile, il pitocco, e poi misurate l’oro!

«— Fratello,» rispose Alì Baba, «non so di che cosa volete parlarmi. Spiegatevi.

«— Non fate l’ignorante,» riprese Cassim. E mostrandogli la moneta d’oro consegnatagli dalla moglie: «Quante pezze avete,» soggiunse, «simili a questa che mia moglie trovò attaccata sotto la misura che la vostra venne ieri a chiederle in prestito? —

«A tal discorso, Alì Baba conobbe che Cassim e la moglie di lui (per l’ostinazione della propria consorte) [p. 257 modifica] sapevano già ciò ch’egli aveva tanto interesse a tener celato; ma il fallo era commesso, nè si potea riparare. Senza dar al fratello il minimo segno di stupore, ne’ di dispiacere, gli confessò il fatto, o raccontò pure per qual caso avesse scoperto l’asilo dei ladroni ed in qual sito, offerendogli quindi, se volesse conservare il segreto, di fargli parte del tesoro.

«— Lo pretendo anche,» ripigliò Cassim con fiero accento; «ma,» soggiunse, «voglio sapere dove sia precisamente il tesoro, i segni, gl’indizi, e come possa entrarvi anch’io, se me ne venisse voglia; altrimenti corrò a denunziarvi alla giustizia. Se ricusate, non solo dovrete sperarne più nulla, ma ben anco perderete ciò che ne prendeste, mentr’io, per avervi denunziato, ne avrò la mia parte. —

«Alì Baba, piuttosto per buona indole, che intimidito dalle minacce insolenti d’un barbaro fratello, lo istruì pienamente di quanto desiderava, come anche delle parole di cui bisognava servirsi per entrare nella grotta ed uscirne.

«Cassim non ne chiese di più. Lasciò il fratello, risoluto di prevenirlo, e pieno di speranza d’impossessarsi egli solo del tesoro, parte il giorno dopo di buon mattino, prima dello spuntar dell’alba, con dieci muli carichi di grandi forzieri, ch’ei si propone di riempire, riservandosi di condurne un numero maggiore in un secondo viaggio, secondo i carichi che avrebbe trovato nella grotta. Prende dunque la via insegnatagli da Alì Baba, e giunto presso alla rupe, e riconosciuti i segni e la pianta su cui erasi nascosto Alì Baba, cerca la porta, la trova, e per farla aprire, pronunzia le parole: «Sesamo, apriti.» Spalancasi la porta, egli entra, e quella tosto si richiude.

Esaminando la grotta, stupisce altamente vedendo ricchezze molto maggiori che non avesse immaginato dal racconto di Alì Baba, e la sua ammirazione crebbe [p. 258 modifica] a seconda ch’egli andava esaminando ad una ad una partitamente le cose. Avaro ed amante delle ricchezze qual egli era, avrebbe passato la giornata a pascere gli occhi nella vista di tanto oro, se non avesse pensato d’esser venuto per levarlo e caricarne i dieci suoi muli. Presone adunque un numero di sacchi, quanti ne poteva portare, e venuto alla porta per farla aprire, pieno l’animo d’ogni altra idea fuor di quella che maggiormente importava, avviene ch’egli ha dimenticata la parola necessaria, ed invece di Sesamo, dice: «Orzo, apriti.» Allora si maraviglia che la porta, lungi dall’aprirsi, rimanga chiusa. Nomina egli varie altre sorta di grani, fuor di quello che bisognava, e la porta non si spalanca.

«Cassim non si attendeva simile avvenimento. Nell’estremo pericolo in cui si vede, lo spavento s’impossessa di lui, e più fa sforzi per ricordarsi del vocabolo Sesamo, più s’imbroglia la memoria, ed in breve quella parola diventa per lui come se mai non ne avesse assolutamente udito parlare. Getta a terrai sacchi ond’erasi caricato, percorre a gran passi la grotta ora da una parte, or dall’altra, nè più lo movono tutte le ricchezze dalle quali si trova circondato. Lasciamo Cassim deplorare la sua sorte, ch’ei non merita compassione.

«I ladroni tornarono alla grotta verso mezzodì, e quando ne furono a poca distanza, vedendo intorno alla rupe i muli di Cassim carichi di forzieri, inquieti di tale novità, inoltrarono a briglia sciolta, mettendo in fuga i dieci animali che Cassim avea trascurato di legare alle piante, e che pascevano liberamente; di modo che si dispersero qua e là per la selva, tanto lungi che in breve li ebbero perduti di vista.

«I malandrini non si presero la briga di corrre dietro ai muli, viemaggiormente importando ad [p. 259 modifica] essi di trovarne il padrone. Mentre alcuni girano per cercarlo intorno alla rupe, il capitano smonta cogli altri, e correndo colla sciabola in pugno verso la porta, pronunzia le parole, e quella si apre.

«Cassim, il quale, dal centro della grotta, potè udire il calpestio de’ cavalli, non dubitò dell’arrivo de’ ladroni e della vicina sua perdita. Risoluto almeno di fare uno sforzo per isfuggir loro di mano e salvarsi, si dispone a slanciarsi fuor della porta appena quella si aprisse; quando la vide schiudersi, dopo aver udito pronunciare la fatal parola, sfuggitagli dalla memoria, si gettò fuori così precipitosamente, che rovesciò il capitano; ma non iscampò dagli altri ladroni, i quali, avendo tutti la scimitarra sguainata, gli tolsero all’istante la vita.»

— Questo malvagio fratello non s’ebbe se non quello che meritava,» disse la buona Dinarzade alla sorella, che l’alba aveva allora interrotto; «quanto ammiro ne’ tuoi racconti, cara sorella, è che sempre la morale vi si nasconde sotto il maraviglioso, dimodochè se ne ha istruzione insieme e diletto; spero che il sultano nostro signore ti permetterà di continuare.» E Scheherazade fecelo l’indomani e le notti seguenti.


NOTTE CCCLXVI


— Prima cura de’ masnadieri, dopo quell’esecuzione, fu di entrare nella grotta; trovarono presso alla porta i sacchi che Cassim aveva principiato a movere per portarli via e caricarne i muli, e li riposero a’ loro luoghi, senza avvedersi di quelli tolti in prima da Alì Baba. Tenendo consiglio e [p. 260 modifica] deliberando su quell’avvenimento, compresero come Cassim non avesse potuto uscire dalla grotta, ma non seppero immaginare come vi fosse entrato. Cadde loro in mente che potesse essere disceso dall’alto della caverna; ma l’apertura d’onde veniva la luce era così elevata, e la cima della roccia tanto inaccessibile al di fuori, oltre che nulla loro significava averlo egli fatto, che unanimemente confessarono ciò esser fuori della loro penetrazione. Ch’entrato fosse per la porta, non se lo potevano persuadere a meno che posseduto non avesse il segreto per farla aprire; ma tenevano per fermo d’essere i soli a conoscerlo, benché in ciò s’ingannassero, ignorando d’essere stati spiati da Alì Baba, il quale così lo sapeva.

«In qualunque modo fosse avvenuta la cosa, siccome trattavasi di porre le ricchezze comuni al sicuro, convennero di fare in quattro quarti il cadavere di Cassim, e metterli accanto alla porta, al di dentro della grotta, due per parte, onde spaventare chiunque avesse l’audacia di tentare un’impresa consimile; salvo il non tornare alla grotta se non dopo qualche tempo che esalato fosse il puzzo del cadavere. Presa tale risoluzione, la eseguirono, e quando non ebbero più nulla che li trattenesse, lasciarono il loro ricovero ben chiuso, e risaliti a cavallo, andarono a battere la campagna sulle strade frequentate dalle carovane, per attaccarle ed esercitare le consuete ruberie.

«La moglie di Cassim intanto stava in vivissima inquietudine, vedendo già calata la notte, e che il marito non era ancor di ritorno. Andò a casa di Alì Babà tutta agitata, egli disse: — Cognato, voi non ignoratela quanto credo, che Cassim, vostro fratello, è andato nella selva, e per qual motivo. Non n’è ancora tornato, ed ecco inoltrata la notte; temo gli sia accaduta qualche disgrazia. —

«Alì Baba aveva dubitato del viaggio del [p. 261 modifica] fratello, dopo il discorso tenutogli, ed appunto per questo erasi astenuto di andare quel giorno alla foresta, onde non dargli ombra. Senza farle verun rimprovero di cui ella potesse offendersi, e neppure suo marito, se avesse vissuto, le disse, che non doveva intimorirsi, e che probabilmente Cassim aveva stimato a proposito di non rientrare in città se non molto innanzi nella notte.

«La moglie di Cassim lo credette pure, e tanto più facilmente, considerando quanto fosse importante, che suo marito facesse le cose in segretezza. Tornò dunque a casa, ed aspettò pazientemente sino a mezza notte. Ma dopo quell’ora le sue smanie raddoppiarono con tanto più sensibile dolore, perchè non poteva sfogarlo, nè sollevarsi colle grida, delle quali ben s’avvide che la cagione dovea restare nascosta al vicinato. Allora, se il suo fallo era irreparabile, si pentì della pazza curiosità avuta, per una riprovevole invidia, di penetrare negli affari dei cognati. Passò la notte in pianti, ed appena spuntato il giorno, corse da loro annunziando il motivo che la guidava piuttosto colle lagrime che colle parole.

«Non aspettò Alì Baba che la cognata lo pregasse di prendersi il disturbo d’andar a vedere cosa fosse avvenuto di Cassim; ma parti sul momento co’ suoi tre asini, e raccomandatole di moderare l’angoscia, recossi alla selva. Nell’accostarsi alla rupe, non avendo per istrada veduto nè il fratello, nè i dieci suoi muli, rimase colpito dal sangue che vide sparso presso alla porta, e ne concepì cattivo augurio. Presentatosi quindi dinanzi alla porta, e pronunziate le parole, quella si aprì, ed ei fu atterrito al tristo spettacolo del corpo del fratello squartato in quattro. Non esitò allora sul partito da prendere onde render al fratello gli ultimi uffizi, dimenticandone il poco fraterno affetto. Trovato nella grotta [p. 262 modifica] l’occorrente, fece coi quattro pezzi due fardelli, ne caricò uno de’ somari insieme ad alquanta legna per nasconderli, e caricati gli altri due di sacchi d’oro e di legna come la prima volta, appena ebbe finito e comandato alla porta di chiudersi, ripigliò la via della città, senza perder tempo, usando peraltro la precauzione di fermarsi all’uscire della foresta uno spazio di tempo bastante per entrarvi sol di notte. Arrivato, non introdusse in casa se non i due asini carichi d’oro, e quindi, lasciato alla moglie il pensiero di scaricarli, ed in brevi parole partecipatale l’infelice sorte di Cassim, condusse l’altro somaro dalla cognata.

«Bussò il buon uomo alla porta, che gli fu tosto aperta da Morgiana: era questa una schiava destra, intelligente e feconda d’invenzioni per far riuscire le cose più difficili, ed Alì Baba per tale ben la conosceva.

Entrato pertanto nel cortile, e scaricato l’asino della legna e de’ due involti, presa la schiava in disparte: — Morgiana,» le disse, «la prima cosa che ti chiedo è un inviolabile segreto: comprenderai subito quanto esso sia necessario alla tua padrona ed a me. Ecco in que’due fardelli il corpo del tuo padrone; si tratta di seppellirlo come se fosse morto naturalmente. Fammi parlare colla tua padrona, e sta attenti a quello ch’io le dirò. —

«Morgiana avvertì la padrona, ed Alì Baba, che li seguiva, subito entrò.

«— Ebbene, cognato,» gli domandò la donna con grande impazienza, «che nuova recate di mio marito? Non iscorgo nulla sul vostro volto che mi debba consolare.

«— Cognata,» rispose Alì Baba, «non posso dirvi nulla, se prima non mi promettiate d’ascoltarmi dal principio alla fine senza aprir bocca, essendo non meno a voi che a me importantissimo di [p. 263 modifica] servare, su ciò ch’è accaduto, la maggior segretezza pel vostro bene e riposo.

«— Ahi» sclamò essa senza alzare la voce; «questo preambolo mi fa comprendere che mio marito più non esiste; ma nello stesso tempo intendo la necessità del segreto che mi chiedete. Ben veggo che bisogna farmi violenza; parlate: vi ascolto. —

«Raccontò Alì Baba alla cognata tutto l’esito del viaggio sino al proprio arrivo col corpo di Cassim, e:

«— Cognata,» soggiunse, «ecco per voi un motivo di dolore tanto più grande quanto meno ve lo aspettavate. Sebbene il male sia senza rimedio, se v’ha nondimeno cosa alcuna capace di consolarvi, vi esibisco di unire al vostro il poco di bene che Dio mi ha concesso, collo sposarvi, assicurandovi che mia moglie non sarà gelosa, e vivrete insieme in buona armonia. Se la proposizione vi garba, bisogna pensare ad agir in modo che mio fratello sembri spirato di morte naturale; è questo un pensiero, del quale mi pare potete riposare su Morgiana, mentr’io, dal mio lato, vi contribuirò a tutto potere. —

«Qual miglior partito poteva prendere la moglie di Cassim fuor di quello che Alì Baba le proponeva, essa che, coi beni che le rimanevano per la morte del primo marito, ne trovava un altro più ricco di lei, ed il quale, per la scoperta del tesoro, poteva diventarlo ancora di più? Non ricusò dunque l’offerta, ma la riguardò anzi come un motivo ragionevole di consolazione; asciugate adunque le lagrime, che aveva cominciato a versare in copia, e sopprimendo le acute grida consuete alle donne che abbiano perduto il consorte, dimostrò bastantemente ad Alì Baba che accettava la di lui proposta.

«Lasciò questi la vedova di Cassim in tale disposizione, e raccomandato a Morgiana di far bene le sue parti, tornò sull’asino a casa. [p. 264 modifica]«Morgiana non si smarrì d’animo; uscì nello stesso tempo di Alì Baba, e recatasi da uno speziale che dimorava in quelle vicinanze, bussa alla bottega, le aprono, ed ella domanda una specie di pastiglie efficacissime nelle malattie più pericolose. Lo speziale gliene consegnò pel denaro presentato, domandandole chi fosse malato in casa del suo padrone.

«— Ah!» diss’ella con un profondo sospiro; «è Cassim medesimo, il mio buon padrone! Non si capisce nulla del suo male: non parla e non può mangiare.» Ciò detto, portò via le pastiglie, di cui Cassim veramente non era più in grado di far uso.»


NOTTE CCCLXVII


— Sire,» proseguì la sultana delle Indie, «alla domane, Morgiana tornò dallo stesso speziale, e chiese, colle lagrime agli occhi, un’essenza che solevasi amministrare agl’infermi nell’ultima estremità, più non avendosi speranza de’ loro giorni, se quell’essenza non li faceva guarire,

«— Aimè!» diss’ella con grandissima afflizione, ricevendola dalle mani dello speziale; «temo assai che questo rimedio non faccia miglior effetto delle pastiglie! Ah, che perdo un buon padrone! —

«D’altra parte, siccome Ali Baba e sua moglie furono veduti tutto il giorno andare e venir più volte in aspetto assai mesto alla casa di Cassim, niuno si maravigliò all’udire verso sera le lamentevoli grida della moglie di questo, e soprattutto di Morgiana, annunziatili com’egli fosse spirato.

«Il giorno appresso, di buon mattino, Morgiana, la quale sapeva esservi sulla piazza un ciabattino, [p. 265 modifica] onesto e buon vecchio, che apriva ogni giorno la sua bottega molto tempo prima degli altri, esce, ed andatolo a ritrovare, dandogli il buon giorno appena, lo vide, gli mise in mano una moneta d’oro.

«Baba Mustafà, conosciuto da tutti sotto questo nome, Baba Mustafà, dico, uomo naturalmente allegro e sempre pronto a ridere, guardando la moneta, perchè non era ancor ben chiaro, e scorgendo ch’era d’oro: — Buon augurio!» disse; «di che si tratta? Eccomi pronto a servirvi.

«— Baba Mustafà,» gli disse Morgiana, «prendete l’occorrente per cucire, e venite subito con me; ma colla condizione che, quando saremo in un tal sito, vi benderò gli occhi, —

«A tali parole, il ciabattino fece il restio. — Oh, oh!» rispose; «volete dunque farmi fare qualche cosa contro la mia coscienza o contro l’onor mio? —

«Mettendogli in mano un’altra pezza d’oro: — Dio mi guardi,» ripigliò Morgiana, «e all’esigere da voi cosa che non possiate fare con tutta onestà! Venite dunque, e non temete nulla. —

«Baba Mustafà si lasciò persuadere, e Morgiana, avendogli bendati gli occhi col fazzoletto nel sito indicato, lo condusse in casa del defunto suo padrone, e non gli levò la benda se non nella camera ove aveva collocato il cadavere con ogni quarto al suo posto. Quando glie l’ebbe tolta: — Baba Mustafà,» diss’ella, «vi ho condotto per farvi cucire i pezzi che qui vedete, non perdete dunque tempo, e finito che avrete, vi darò un’altra pezza d’oro. —

«Ultimata l’operazione del ciabattino, Morgiana tornò a bendargli gli occhi nella medesima stanza, e datagli la terza moneta d’oro promessa, e raccomandatogli il segreto, lo ricondusse sino al luogo di prima; e colà, levandogli nuovamente il fazzoletto, lo lasciò andare a casa, accompagnandolo coll’occhio [p. 266 modifica] sinchè più non lo vide, onde togliergli la curiosità di tornar indietro ad osservare lei medesima.

«Morgiana aveva fatto scaldare un po’ d’acqua per lavare il corpo di Cassim; talchè Alì Babà, giunto nel momento ch’essa tornava a casa, potè lavarlo, profumarlo d’incenso ed acconciarlo colle cerimonie d’uso. Il falegname portò il feretro già ordinato per cura di Alì Baba, ed affinchè questi non si potesse accorgere di nulla, Morgiana ricevè la cassa alla porta, e pagatolo, lo rimandò, andando quindi ad aiutare Alì Baba a collocarvi il cadavere; quando questi vi ebbe ben inchiodate le assi al disopra, recossi la schiava alla moschea ad avvertire che tutto era pronto per le esequie. Allora le persone della moschea, destinate a lavare i morti, esibirono di venir a compiere la loro funzione; ma essa rispose essere già eseguita ogni cosa.

«Morgiana era appena tornata a casa quando, giunti l’imano e gli altri ministri della moschea, quattro vicini, a ciò chiamati, caricaronsi sulle spalle la bara, e seguendo l’imano, che recitava le preci, la portarono al cimitero. Morgiana, tutta in lagrime, come schiava del defunto, li seguiva colla testa scoperta, mandando alte grida, battendosi a gran colpi il petto e strappandosi i capelli; Alì Baba veniva dopo, accompagnato dai vicini, i quali staccavansi a vicenda tratto tratto per sollevare ed assistere gli altri che portavano il feretro, sinchè giungessero al cimitero.

«La moglie di Cassim, intanto, rimase in casa, desolandosi e gettando lamentevoli grida colle donne del vicinato, le quali, secondo l’uso, accorsero durante la cerimonia della sepoltura, ed unendo le loro lamentazioni alle sue, empirono di mestizia tutto il quartiere.

«Per tal modo, la morte di Cassim fu nascosta e dissimulata fra Alì Baba, sua moglie, la vedova di [p. 267 modifica] Cassim e Morgiana, con tal industria, che niuno della città, lungi dall’averne cognizione, non ne concepì pur il minimo sospetto.

«Tre o quattro giorni dopo i funerali di Cassim, Alì Baba trasportò i pochi suoi mobili, col denaro tolto dal tesoro dei ladroni, portandolo però soltanto la notte, nella casa della vedova, onde stabilirvisi; il che fece conoscere il nuovo suo matrimonio colla cognata. E siccome siffatti sponsali non sono straordinari nella nostra religione, ninno ne rimase maravigliato.

«Quanto alla bottega di Cassim, Alì Baba avendo un figliuolo, il quale da qualche tempo avea finito il suo garzonato presso un altro mercante all’ingrosso, ch’erasi sempre esternato favorevolmente sulla di lui condotta, gliela diede, promettendogli che, laddove continuasse a diportarsi con saviezza, non istarebbe molto ad ammogliarlo vantaggiosamente secondo il suo stato.»


NOTTE CCCLXVIII


— Sire, lasciamo Ali Baba godere del principio della sua buona ventura, e parliamo dei quaranta ladroni. Tornati costoro al nascondiglio della selva nel tempo convenuto, non è a dire la loro maraviglia più non trovando il cadavere di Cassim, e quanto si accrebbe avvedendosi della diminuzione de’ sacchi d’oro.

«— Siamo scoperti e perduti,» disse il capitano; «e se non pensiamo a mettervi un pronto riparo, [p. 268 modifica] perderemo insensibilmente tante ricchezze che i nostri antecessori e noi, con tali stenti e fatiche, abbiamo accumulate. Quello che possiamo argomentare dal danno recatoci, è che il ladro, da noi sorpreso, ebbe il segreto di farsi aprire la porta, e che noi giungemmo felicemente nel punto che stava per uscirne. Ma egli non era solo, ed un altro lo deve come lui possedere. Il suo corpo involato ed il nostro tesoro diminuito ne sono segni incontrastabili; or non essendovi apparenza che più di due persone posseggano questo segreto, dopo aver fatto perir l’uno, è d’uopo far parimente perire anche l’altro. Cho cosa ne dite, bravi compagni? siete voi pure del medesimo mio sentimento,? —

«La proposizione del capitano de’ ladroni fu trovata sì ragionevole dalla masnada, che tutti l’approvarono, e convennero unanimi che bisognava abbandonare ogni altra impresa per attaccarsi unicamente a quella, non dipartendosene se non quando vi fossero riusciti.

«— Io non mi aspettava meno dal vostro coraggio e dal valor vostro,» riprese il capitano; «ma prima di tutto, fa d’uopo che alcuno di voi, ardito, destro ed intraprendente, vada alla città, senz'armi ed in abito da forestiero, ed adopri l’ingegno in guisa di scoprire se non vi si parli della morte strana di colui che noi trucidammo come meritava, chi ei fosse, ed in qual casa dimorasse. È ciò che c’importa sapere anzi tutto, onde non far nulla di cui avessimo poi a pentirci, scoprendoci da noi medesimi in un paese dove siamo da tanto tempo sconosciuti, e nel quale abbiamo interesse di continuare ad esserlo. Ma, onde animare chi di voi si offrirà ad incaricarsi di tale commissione, ed impedirgli d’ingannarsi, venendoci a fare un falso rapporto, che potesse cagionare la nostra rovina, vi domando se non istilliate a proposito che, in tal caso, ei si sottometta alla pena di morte? — [p. 269 modifica] «Senza. attendere che gli altri dessero i loro suffragi: — Io mi ci sottopongo,» disse un masnadiere, «e mi glorio di esporre la vita, incaricandomi della commissione. Se non riesco, vi ricorderete almeno che non avrò mancato nè di buon volere, nè di coraggio pel bene comune. —

«Il malandrino, ricevute molto lodi dal capitano e da’ compagni, si travesti in modo che niuno avrebbelo potuto riconoscere per quello ch’era, e separatosi dalla banda, parti di notte tempo, prendendo sì bene le sue misure, che entrò nella città mentre appena cominciava a spuntar l’aurora. Inoltrassi egli sino alla piazza, ove vide aperta una sola bottega, ch’era quella di Baba Mustafà.

«Stava il ciabattino seduto sulla seggiola, colla lesina in mano, in atto di lavorare al suo mestiere, quando il ladrone se gli accostò augurandogli il buon dì, ed avvistosi della grave sua età: — Galantuomo,» gli disse, «cominciate assai di buon’ora a lavorare; non è possibile che ci vediate ancor bene, vecchio come siete; e quand’anche fosse chiaro, dubito assai abbiate gli occhi abbastanza buoni per cucire.

«— Chiunque siate,» rispose Baba Mustafà, «bisogna che non mi conosciate. Vecchio qual sono, ho vista eccellente, e non ne dubiterete neppur voi quando saprete non esser molto che ho cucito un morto in un luogo dove non faceva certo più chiaro di adesso. —

«Altissima gioia provò il ladrone di essersi, arrivando, rivolto ad un uomo, il quale subito, com’ei non ne dubitava, gli dava da per sè notizia di ciò che avevalo colà condotto, senza domandarglielo.

«— Un morto!» ripigliò con maraviglia; e per farlo parlare: «Perchè cucire un morto?» soggiunse. «Volete probabilmente dire che cuciste il lenzuolo nel quale stava avvolto. — No, no,» riprese Baba [p. 270 modifica] Mustafà; «so benissimo quello che voglio dire. Vorreste farmi cianciare, ma non ne saprete di più. —

«Non ebbe il masnadiero bisogno di maggiori schiarimenti per esser persuaso di avere scoperto ciò ch’era venuto cercando. Trasse di tasca una moneta d’oro, e mettendola in mano al ciabattino, gli disse: — Non ho nessuna voglia di conoscere il vostro seguito, benchè possa assicurarvi che, se doveste confidarmelo, non lo divulgherei certo. La sola cosa di cui vi prego è di farmi la grazia d’insegnarmi o venirmi a mostrare la casa nella quale cuciste quel morto. — Quand’anche avessi la volontà di soddisfare alla vostra domanda,» rispose Baba Mustafà, tenendo la moneta in mano come per restituirla, «vi assicuro che non potrei farlo: dovete credere alla mia parola. Ed eccone la ragione: fui, cioè, condotto sino in un certo luogo ove mi si bendarono gli occhi, e di là mi lasciai guidare sin nella casa, da cui, eseguitovi ciò che dovea farvi, mi ricondussero nella medesima guisa allo stesso luogo. Vedete l’impotenza in cui sono di potervi servire.

«— Almeno,» riprese il ladrone, «dovete ricordarvi all’incirca della strada che avrete percorsa cogli occhi bendati. Venite, ve ne prego, con me; vi benderò gli occhi in quel tal sito, e cammineremo insieme per la medesima strada e le stesse giravolte che potranno tornarvi in mente; e siccome ogni fatica merita premio, eccovi un’altra pezza d’oro. Venite, fatemi il piacere che vi domando.» Sì dicendo, gli diede la moneta.

«Le due pezze tentarono Baba Mustafà; le guardò alcun tempo in mano senza aprir bocca, consultando fra sè che cosa dovesse fare. Si cavò finalmente dal seno la borsa, e ripostevele: — Non posso assicurarvi,» disse al malandrino, «di ricordarmi precisamente della strada che mi fecero fare; ma poichè cosi volete, farò il possibile per rammentarmene.» [p. 271 modifica]

NOTTE CCCLXIX


— Baba Mustafà, con grande contento del masnadiero, si alzò, e senza chiudere la bottega, dove non eravi nulla di prezioso da perdere, condusse il ladrone sino al luogo nel quale Morgiana avevagli ben dati gli occhi. Giunti colà: — Qui,» disse Baba Mustafà, «qui è dove mi posero la benda, ed era voltato come mi vedete.» Il bandito, il quale aveva preparato il fazzoletto, glielo legò sugli occhi, e gli camminò allato, parte conducendolo, e parte lasciandosi da lui guidare, finchè si fermò.

«— Mi pare,» disse Baba Mustafà, «di non essere andato più innanzi.» E si trovò precisamente davanti alla casa di Cassim, dove allora dimorava Alì Baba. Prima di levargli il fazzoletto, il ladrone fe’ prestamente, con un po’ di gesso che teneva in mano, un segno sulla porta; e quando glie l’ebbe tolto, chiesegli se sapeva a chi appartenesse la casa. Baba Mustafà rispose non essere di quel quartiere, e perciò non poteva dirgli nulla.

«Quando il masnadiero vide che non poteva ricavar altro dal ciabattino, lo ringraziò dell’incomodo recatogli; e lasciatolo tornare alla sua bottega, ripigliò la via della selva, persuaso di trovarvi buonissima accoglienza.

«Poco tempo dopo che il ladrone ed il ciabattino si furono separati, Morgiana uscì dalla casa di Alì Baba per non so qual affare; e tornando, notato il segno fatto dal ribaldo, si fermò per osservarlo. — Cosa significa quel segno?» disse fra sè; « [p. 272 modifica] vorrebbe qualcuno male al mio padrone, oppure l’hanno fatto per divertirsi? In qualunque intenzione abbiano potuto farlo,» soggiunse, «è meglio cautelarsi contro ogni evento. —

«Prende dunque tosto del gesso, e siccome le due o tre porte prima di quella erano simili, le segna tutte nel medesimo modo, e rientra in casa senza parlare dell’accaduto ai padroni.

«Il masnadiero intanto, che continuava il suo cammino, giunse alla selva, e raggiunta in brev’ora la compagnia, fece il rapporto del buon esito del suo viaggio, esagerando la fortuna avuta di aver subito trovato un uomo, da cui sapere il fatto ond’era venuto ad informarsi, che niuna fuor di colui avrebbegli potuto indicare. Fu ascoltato con alta soddisfazione, ed il capitano, prendendo a parlare per tutti, dopo averlo lodato per la sua diligenza: — Compagni,» disse, volgendosi alla masnada, «non abbiamo tempo da perdere; partiamo ben armati senza che ciò apparisca, e quando saremo entrati nella città separatamente, l’un dopo l’altro, per non dare sospetto, la piazza maggiore sia il luogo di riunione, gli uni da una parte, gli altri dall’altra, mentr’io andrò a riconoscere la casa, insieme al nostro collega, latore della buona novella, affinchè io possa giudicare del partito che sarà per meglio convenirci. —

«Il discorso del capitano fu dai ladroni applaudito, e fra breve trovaronsi in istate di partire. Sfilarono a due a due, a tre a tre, e camminando a ragionevole distanza gli uni dagli altri, s’introdussero nella città senza destar sospetto, entrandovi per gli ultimi il capitano e quello ch’era venuto alla mattina. Condusse costui il capo nella contrada dove avea segnato la casa di Alì Baba, e giunto davanti ad una delle porte marcate da Morgiana, gliela fece notare, [p. 273 modifica] dicendogli esser quella. Ma continuando la strada senza fermarsi, per non dar sospetto, com’ebbe il capitano osservato che la porta seguente portava un segno eguale e nel medesimo sito, lo indicò alla guida, chiedendo se fosse quella o la prima. Il conduttore, confuso, non seppe cosa rispondere, ed ancor meno quand’ebbe veduto che le quattro o cinque porte successive erano anch’esse marcate nella stessa guisa. Giurò egli al capitano di averne segnala una sola, e: — Non so,» soggiunse, «chi possa aver marcate le altre con tanta somiglianza; ma in questa confusione, confesso di non poter distinguere il mio segno. —

«Il capitano, vedendo il suo disegno andato a vuoto, recatosi alla piazza maggiore, fece dire a’ suoi, dal primo in cui incontrossi, d’aver perduta la fatica e fatto un viaggio inutile, e che non avevano altro partito fuorchè di riprendere la via del comune rifugio. Ne diede anzi l’esempio, e tutti lo seguirono nel medesimo ordine ond’erano venuti.»


NOTTE CCCLXX


Questa notte, Scheherazade, ripigliando la parola:

— Adunata che fu la banda nella selva, il capitano spiegò la ragione per cui li aveva fatti tornar indietro; in conseguenza la guida fu tosto dichiarata degna di morte ad una sol voce, e colui vi si condannò da sè medesimo, riconoscendo che avrebbe dovuto prender meglio le sue precauzioni, e presentò con fermezza il collo a quello che uscì dalle file per mozzargli il capo.

«Siccome trattavasi, per la conservazione della [p. 274 modifica] masnada, di non lasciar invendicato il torto a lei fatto presentasi un altro ladrone, il quale promette dì riuscir meglio dell’altro allora punito, e domanda la preferenza. Viene esaudito: egli parte, corrompe Baba Mustafà, come corrotto lo aveva il predecessore, e colui gli fa, cogli occhi bendati, conoscere la casa di Alì Baba. La segnò il ladro di rosso nel sito meno apparente, contando fosse quello un mezzo sicuro per distinguerla dall’altre già marcale di bianco.

«Ma poco tempo dopo, Morgiana uscì di casa come il giorno precedente, e quando fu per rientrarvi, quel segno rosso non isfuggì ai vigili suoi sguardi; sicchè fatto lo stesso raziocinio della prima volta, non mancò di praticare lo stesso segno alle altre porte vicine e nel medesimo luogo.

«Il masnadiero, di ritorno a’ suoi compagni nella foresta, non lasciò di decantare la presa precauzione, infallibile, come asseriva, per non confondere la casa di Alì Baba colle altre. Il capitano ed i ladri credono colui che la cosa debba riuscire. Recansi pertanto alla città nello stesso ordine e colle medesime precauzioni di prima, armati pure nella stessa guisa, disposti a fare il colpo che meditavano; ed il capitano col malandrino vanno direttamente alla contrada di Alì Baba; ma quivi trovano la medesima difficoltà della prima volta. Pieno di sdegno è il capitano, e l’altro coperto d’una confusione non minore di quella dei suo predecessore in tale intrapresa.

«Per tal modo, costretto il capitano a ritirarsi anche in quel giorno colla sua gente, tutti malcontenti come il dì innanzi, il ladrone, quale autore dell’equivoco, subisce similmente il castigo, cui si era volontariamente assoggettato.

«Il capitano intanto, vedendo la masnada scemata già di due bravi soggetti, temè di vederla [p. 275 modifica] viemaggiormente diminuita se continuava a fidarsi in altrui, onde essere informato al vero della casa di Alì Baba; resa edotto, dal loro esempio, che tutti i suoi non erano capaci se non pei colpi di mano, ed inetti ad agire di testa nelle occasioni, s’incaricò in persona della bisogna, e venuto alla città, coll’assistenza del ciabattino, il quale gli rese lo stesso servigio, come ai due altri deputati della congrega, non pensò a far segni onde conoscere la casa di Alì Baba; ma esaminolla tanto bene, non solo considerandola con attenzione, ma ben anco passandovi e ripassandovi più volte davanti, ch’eragli omai impossibile prenderne abbaglio.

«Contento il capitano dei masnadieri del suo viaggio, ed istruito di quanto desiderava, tornò al bosco; giunto nella grotta, dove i compagni lo attendevano: — Camerati,» disse loro, «nulla ormai c’impedirà di prendere piena vendetta del danno recatoci, conoscendo ora con certezza la casa del colpevole, sul quale dev’ella cadere. Ho già pensato, per istrada, ai mezzi di fargliela sentire così destramente, che niuno potrà aver cognizione del nostro ricovero, nè del tesoro, tale essendo lo scopo cui mirar dobbiamo nella nostra impresa; altrimenti, invece di esserci utile, ne tornerebbe funesta. Per giungere a tal fine, ecco dunque cosa ho immaginato: quando ve l’avrò esposta, se alcuno si avvisi di spediente migliore, potrà comunicarlo. —

«Allora egli spiegò in qual modo intendeva governarsi, e riscossa la generale approvazione, li incaricò che, spargendosi ne’ borghi e ne’ villaggi circonvicini ed anche nelle città, facessero acquisto di muli, in numero di diciannove, e di trentotto grandi vasi di cuoio da trasportar olio, uno pieno e gli altri vuoti.

«In due o tre giorni, i ladroni fecero tal [p. 276 modifica] provvista. Siccome i vasi vuoti erano un po’ stretti d’imboccatura per l’esecuzione del suo disegno, il capitano li fece alquanto allargare; e fatto entrare in ciascuno di essi uno de’ suoi uomini colle armi opportune, lasciando aperto ciò che aveva fatto scucire per lasciar loro libera la respirazione, li chiuse in modo che parevano pieni d’olio; ed a meglio mascherarli, li unse d’olio all’esterno, prendendone dal vaso pieno.

«Così disposte le cose, quando i muli furono carichi dei trentasette ladroni, non compreso il capitano, ciascuno nascosto in un otre, e dell’altro pieno d’olio, il capo, qual condottiero, prese la via della citta nel tempo divisato, e vi giunse sull’imbrunire, circa un’ora dopo il tramonto, com’erasi proposto. Entra, e si avvia direttamente alla casa di Alì Babà, col pensiero di bussare alla di lui porta e chiedere di passarvi la notte co’ muli, col beneplacito del padrone. Ma non ebbe la briga di bussare, trovando Alì Baba sulla soglia, dove prendeva il fresco dopo cena; fermati allora i suoi muli, e voltosi a lui: — Signore,» gli disse, «vengo assai da lontano coll’olio che vedete, per venderlo domani al mercato, ed a quest’ora non so dove andar ad alloggiare. Se non vi fosse d’incomodo, fatemi il favore di ricevermi in casa vostra onde passarvi la notte: ve nè sarò molto grato. —

«Benchè Alì Baba avesse veduto nella selva colui che gli parlava, ed intesane anche la voce, come avrebb’egli potuto riconoscerlo pel capo de’ quaranta masnadieri, sotto il suo travestimento da mercadante d’olio?

«— Siate il ben venuto,» gli disse; «entrate.» Sì dicendo, gli fe’ largo per lasciarlo passare coi muli, com’egli infatti eseguì.

«In pari tempo Alì Baba chiamò uno schiavo che [p. 277 modifica] aveva, e gli comandò, che quando i muli fossero scaricati, li mettesse non solo al coperto nella scuderia, ma lor porgesse anzi fieno ed orzo. Si prese poi anche il disturbo d’andar in cucina ad ordinare a Morgiana di allestir subito da cena per l’ ospite allora giunto, e preparargli il letto in una camera.

«Ali Baba fece anche di più: per festeggiar l’ospite colla miglior accoglienza, quando vide che il capitano dei ladroni ebbe scaricate le sue bestie, che queste erano state condotte nella stalla com’egli aveva ordinato, e ch’ei cercava un sito per passare la notte a ciel sereno, andò a prenderlo per farlo entrare nella sala in cui soleva ricevere gli amici, dicendo non permetterebbe mai che dormisse in corte. Se ne scusò vivamente il capitano, sotto pretesto di non voler essergli d’incomodo, ma invero per aver modo di eseguire con maggior libertà il piano che meditava; nè cedette alle gentilezze di Ali Baba se non dopo pressantissime istanze.

«Non contento Alì Baba di tener compagnia all’uomo che mirava a togliergli la vita, finchè Morgiana avesse servita la cena, continuò a discorrere di varie cose che credè potessergli piacere, e non lasciollo se non quando ebbe finito il pasto con cui avevalo trattato.

«— Vi lascio qui padrone,» gli disse; «non avete che a domandare le cose di cui potreste aver bisogno; non v’ha nulla in casa mia che non sia a vostra disposizione.»

Dinarzade stava si attenta al racconto della sultana, ch’essa non s’avvide dell’alba; ma Scheherazade avverti il consorte esser tempo di alzarsi; ciò ch’ei fece, aspettando con impazienza la notte susseguente. [p. 278 modifica]

NOTTE CCCLXXI


— Sire,» ripigliò l’indomani la sultana, «il capitano de’ malandrini, alzatosi in pari tempo di Ali Baba, lo accompagnò sino alla porta, e mentre questi entrava in cucina per parlare con Morgiana, egli uscì nella corte, col pretesto di andar a vedere nella scuderia se nulla mancava a’ suoi muli.

«Alì Baba, raccomandato nuovamente alla schiava di aver cura dell’ospite, e non lasciarlo mancare di cosa alcuna: — Morgiana,» soggiunse, «ti avverto che domattina vado al bagno prima di giorno; abbi cura che la mia biancheria sia pronta, dandola ad Abdalla (era il nome del suo schiavo), e preparami un buon brodo da prendere al mio ritorno.» Dopo tali ordini, si ritirò per coricarsi.

«Il capitano de’ ladri intanto, all’uscire dalla stalla andò a dare alla sua gente l’ordine di quanto dovevano fare, e cominciando dal primo otre sino all’ultimo, disse a ciascheduno: — Allorchè mi sentirete gettar sassolini dalla stanza dove sarò alloggiato, non mancate di farvi largo, tagliando l’otre da cima a fondo col coltello del quale siete muniti, e di uscirne subito: in breve sarò da voi. —

«Il coltello del quale ei parlava era aguzzo ed affilato a tal uopo. Fatto questo, ei tornò in casa, e presentatosi alla porta della cucina, Morgiana, preso un lume, lo condusse alla camera per lui preparata lasciandovelo, non senza prima domandargli se avevi bisogno di qualche altra cosa. Onde non destar sospetti, il capitano spense il lume poco tempo [p. 279 modifica] appresso, e si coricò bell’e vestito, pronto ad alzarsi dopo il primo sonno.

«Morgiana, non dimenticando gli ordini di Alì Baba, gli prepara le biancherie per il bagno, le consegna allo schiavo Abdalla, il quale non era andato ancor a dormire, e posta al fuoco la pentola per fare il brodo, mentre sta schiumandolo, si spegne la lucerna. Non v’era più olio in casa, e mancavano anche le candele. Che cosa fare? Essa ha bisogno di lume per ischiumar la pentola, e ne dimostra il suo imbroglio ad Abdalla.

«— Mi sembri imbarazzata,» le disse Abdalla. «Va a prender olio in uno dei vasi che sono là in corte. —

«Morgiana ringrazia Abdalla del suggerimento, e mentre questi va a coricarsi presso alla camera del padrone per seguirlo al bagno, essa prende l’ampolla dell’olio, e scende in corte. Accostatasi al primo otre che trova, ecco il ladro, che vi stava celato, domandarle sottovoce: — È tempo? —

«Benchè colui avesse parlato a voce bassa, non dimeno Morgiana fu colpita dal suono, tanto più facilmente perchè il capitano dei masnadieri, appena scaricati i muli, aveva aperto, non solo questo, ma ben anche tutti gli altri vasi, per dar aria alla sua gente, la quale d’altronde stava malissimo, senza però essere priva della facoltà di respirare.

«Qualunque altra schiava fuor della nostra, sorpresa com’ella fu, trovando un uomo nell’otre invece dell’olio che cercava, avrebbe fatto un fracasso capace di produrre gravi disgrazie. Ma Morgiana era molto superiore alle sue eguali: comprese in un attimo l’importanza di custodire il segreto; l’urgente pericolo in cui versava Alì Baba, la sua famiglia, ed anche sè medesima; la necessità di mettervi un pronto riparo senza schiamazzo; e colla sua intelligenza ne [p. 280 modifica] avvisò subito i mezzi. Riarmasi tosto dalla sorpresa e dal terrore, senza dimostrare la menoma commozione, facendo le veci del capitano dei ladri, rispose alla domanda, e disse: — Non ancora, ma fra poco.» Accostossi al vaso seguente, e senti farsi la medesima domanda, e così di seguito, sinchè giunse all’ultimo ch’era pieno d’olio; ed alla stessa domanda, diede a tutti la risposta medesima.

«Per tal modo Morgiana conobbe che il suo padrone, credendo dar ricetto in casa propria ad un mercante d’olio, vi aveva invece accolto trentotto ladroni, compresovi il falso mercante loro capitano.

Riempita dunque in fretta la sua ampolla d’olio che prese dall’ultimo otre, torna in cucina, e riaccesa la lampada, prende un’ampia caldaia, va in corte e la riempie coll’olio del vaso. La porta in casa, la pone sul fuoco, e v’ammucchia sotto la legna, perchè quanto più presto bollirà l’olio, tanto più presto avrà eseguito ciò che contribuir deve alla salvezza comune della casa, che non ammette ritardo. L’olio finalmente bolle; essa prende la caldaia, e va a versare in ciascun otre, dal primo sino all’ultimo, tanto olio ardente quanto basta per soffocarli e privarli di vita, come in fatti loro la tolse.

«Eseguita senza strepito codesta azione, degna del coraggio di Morgiana, come aveva progettalo, torna la schiava nella cucina colla caldaia vuota, e chiusa la porta, estingue il gran fuoco acceso, non lasciandovene se non quanto bisognava per cuocere il brodo ordinato da Ali Baba. Spegne poscia la lucerna, e sta in profondo silenzio, risoluta di non coricarsi se non avesse prima osservato cosa sarebbe accaduto, da una finestra della cucina che guardava sulla corte, per quanto poteva permetterlo l’oscurità della notte.

«Non era scorso un quarto d’ora che Morgiana [p. 281 modifica] attendeva, quando il capitano si svegliò. S’alza, guarda per la finestra che apre, e non vedendo alcun lume, e sentendo una gran quiete e profondo silenzio in tutta la casa, dà il segnale gettando i sassolini, parecchi dei quali caddero sugli otri, com’ei non potè dubitarne dal suono che gliene giunse agli orecchi. Porge ascolto, e non ode, nè scorge nulla che faccia comprendere mettersi la sua gente in moto.

S’inquieta, getta altri sassolini per la seconda e la terza volta: cadono sui vasi; eppure nessuno de’ ladroni dà il minimo segno di vita, nè egli può comprenderne la cagione. Tutto agitato, scende nel cortile col minore strepito fattibile; si accosta in egual modo al primo otre, e mentre vuol chiedere al ladrone, cui crede vivo, se dorme, sente un odore nauseabondo d’olio caldo e di bruciato esalante dal vaso, d’onde rileva che la sua impresa contro Alì Baba, per ammazzarlo, spogliare la casa, e riprendersi, se poteva, l’oro tolto alla sua comunità, era fallita. Passa al vaso seguente ed a tutti gli altri l’un dopo l’altro, e trova che la sua gente era perita della medesima sorte; e dalla diminuzione dell’olio nell’otre che avea portato pieno, comprese la maniera adoperata onde privarlo del soccorso ch’ei ne attendeva. Disperato d’aver fallito il colpo, corse alla porta del giardino di Alì Baba, che metteva nel cortile, e di giardino in giardino, scavalcando i muri, fuggì.

«Allorchè Morgiana non udì più rumore, nè vide più tornare il finto negoziante, dopo averlo buona pezza aspettato, non dubitò del partito preso da colui, piuttosto che tentar di salvarsi per la porta di strada, chiusa a doppia chiave. Soddisfatta e lietissima per essere così ben riuscita a porre in salvo tutta la casa, andò finalmente a letto, e si addormentò.

«Alì Baba, frattanto, uscito innanzi giorno, andò [p. 282 modifica] al bagno, seguito dallo schiavo, senza saper nulla del maraviglioso avvenimento accaduto in casa sua mentre dormiva, a proposito del quale Morgiana non avea stimato di destarlo, con tanta maggior ragione in quanto che essa non aveva tempo da perdere nell’istante del periglio, e ch’era affatto inutile turbarne il riposo dopo averlo stornato.»


NOTTE CCCLXXII



— Quando tornò dal bagno, entrando in casa che già il sole era alzato, Alì Baba stupì talmente di vedere ancora al loro posto gli otri, e che il mercatante non si fosse recato co’ muli al mercato, che ne chiese la ragione a Morgiana, la quale era venuta ad aprirgli la porta, ed aveva lasciato tutte le cose nello stato in cui il padrone le vedeva, per offrirgliele in ispettacolo, e spiegargli più sensibilmente ciò ch’ella aveva fatto per la di lui conservazione.

« — Mio buon padrone,» disse Morgiana, rispondendo ad Alì Baba, «Dio vi conservi, voi e tutta la vostra casa! Intenderete meglio ciò che desiderate sapere, quando avrete veduto ciò che debbo mostrarvi: abbiate il disturbo di venire con me. —

«Alì Baba segui Morgiana, la quale, chiusa la porta, e condottolo al primo vaso, gli disse: — Guardate dentro, e ditemi se c’è olio. — «Alì Baba guardò, e vedendo seduto nell’otre un uomo, balzò indietro tutto spaventato, mandando altissimo strido.

« — Non temete nulla,» gli disse Morgiana: [p. 283 modifica] «l’uomo che vedete non vi farà alcun male; ne ha fatto, ma non è più in caso di oprarne, nè a voi, nè a verun altro: non ha più vita.

«— Morgiana,» sclamò Ali Baba, «che vuol dir ciò? Spiegati.

«— Ve lo spiegherò,» riprese Morgiana; «ma moderate la vostra maraviglia, e non destate la curiosità de’ vicini su d’una cosa ch’è importantissimo di tener occulta. Guardate prima di tutto gli altri vasi.

— «Alì Baba guardò ad uno ad uno tutti gli altri vasi, dal primo sin all’ultimo, in cui era l’olio, e nel quale notò che il liquido era notabilmente scemato; e rimase come estatico, or volgendo gli occhi sui vasi, ora guardando Morgiana, senza aprir bocca, tanto era il suo stupore. Alla fine, come se gli fosse tornata la favella: — E del mercante,» domandò, «cosa n’è stato?

«— Quel mercante,» rispose Morgiana, «lo era tanto com’ io sono mercantessa. Vi dirò chi è, e cosa fu di lui. Ma udrete tutta la storia più comodamente nella vostra stanza, essendo tempo, pel bene della vostra salute, che, dopo essere uscito dal bagno, beviate il brodo. —

«Mentre Alì Baba recavasi nella propria stanza, Morgiana, andata in cucina a prendere il brodo, glielo recò; ma prima di sorbirlo, Alì Baba le disse: — Or via, comincia a soddisfare alla mia impazienza, e narrami una storia tanto strana con tutte le sue circostanze. —

«Morgiana, per obbedire al padrone, così cominciò: — Signore, ier sera, quando voi vi foste ritirato per andarvene a letto, preparai le biancherie pel bagno, come mi comandaste, e lo consegnai ad Abdalla. Poscia, posta al fuoco la pentola del brodo, mentre l’andava schiumando, la lucerna, per mancanza d’olio, si spense d’improvviso, nè ve n’era una goccia [p. 284 modifica] nell'ampolla. Cercai qualche moccolo, e non ne trovai neppur uno; Abdalla, vedendomi imbarazzata, mi ricordò i vasi pieni d’olio che stavano in corte, com’ei non ne dubitava più di me, e come anche voi credevate. Presi l’ampolla, e corsi all’otre più vicino; ma quando vi fui presso, ne uscì una voce che mi chiese: — È tempo?» Non mi spaventai, e compresa sul momento la malizia del falso mercante, senza esitare risposi tosto: — Non ancora, ma fra poco.» Passai al vaso susseguente, ed un’altra voce mi fece la medesima interrogazione, alla quale io risposi in egual modo. Andai quindi dagli altri tutti, un dopo l’altro, ed a simile domanda, risposta eguale, nè trovai olio se non nell’ultimo otre, ove riempii l’ampolla. Quand’ebbi considerato esservi in corte trentasette ladroni, i quali attendevano soltanto il segnale od il comando del loro capo, preso da voi per un mercatante, e cui avevate fatto sì care accoglienze, per mettere in combustione tutta la casa, non perdei tempo: riportai in cucina l’ampolla, accesi il lume, e presa la caldaia più grande, andai ad empirla d’olio; postala quindi al fuoco, allorchè fu ben ardente, corsi a versarne in ciascun otre, ove stavano i ladroni, quanto ne occorreva per impedirli tutti dall’eseguire il pernicioso disegno che li aveva guidati.

Finita così la faccenda nel modo già mentovato, tornai in casa, spensi il lume, e prima di andarmene a letto, mi misi ad esplorare tranquillamente, dalla finestra, qual partito avrebbe preso il falso mercante d’olio.

In capo a qualche tempo, intesi che, per segnale, gettava dalla finestra alcuni sassolini, i quali caddero su gli otri; ne gettò una seconda ed anche una terza volta, e non iscorgendo, nè vedendo alcun movimento, discese, e lo vidi andare di vaso in vaso sino all’ultimo; poi l’oscurità della notte me lo fece perdere di vista. Stetti ancora ad osservare per qualche tempo, [p. 285 modifica] e veduto che più non tornava, non dubitai non fosse fuggito pel giardino, disperato della mal riuscita della sua impresa. Persuasa adunque che omai la casa fosse sicura, mi coricai. —

«Terminando, Morgiana soggiunse: — Ecco la storia che mi chiedeste, ed io sono convinta ch’essa sia la conseguenza d’un’osservazione da me fatta da due o tre giorni, e di cui non credetti dovervi parlare. Una volta, tornando di buon mattino dalla città, vidi che la porta di casa era stata marcata di bianco, ed il giorno dopo di rosso, vicino al segno bianco; ed ogni volta, senza sapere a qual fine fossero stati fatti quei segni, io aveva marcato nella stessa guisa e nel sito medesimo due o tre porte de’ nostri vicini, al di sopra e al di sotto della nostra. Se voi connettete ciò con quanto è ora accaduto, troverete che ogni cosa venne macchinata dai ladroni della foresta, de’ quali non so perchè la banda sia scemata di due. Comunque sia, eccola ridotta a tre al più. Ciò dimostra che avevano giurato la vostra ruina, e che sarà bene tenervi in guardia, sinchè sia certo che ne resti qualcuno al mondo. Io intanto non dimenticherò nulla per vegliare, come vi sono obbligata, alla vostra conservazione. —

«Allorchè Morgiana ebbe finito il suo discorso, Alì Baba, commosso per la grande obbligazione che le doveva, disse: — Io non morrò se non t’abbia ricompensata come meriti. Ti devo la vita; e per cominciare a darti un segno di riconoscenza, ti dò sin da questo istante la libertà, aspettando di mettervi il colmo nella maniera che mi propongo. Convengo con te che i quaranta ladroni m’abbiano tese queste insidie. Iddio me ne liberò per tuo mezzo, e spero vorrà continuare a preservarmi dalla loro malvagità, e terminando di sviarla dal mio capo, liberare il mondo dalle loro persecuzioni e dalla maladetta loro genìa. [p. 286 modifica] Or ne resta a sotterrare al più presto i cadaveri di questa peste del genere umano, con tanto segreto, che niuno sospettar possa del loro destino; io corro a lavorarvi con Abdalla. —


NOTTE CCCLXXIII



— Sire,» ripigliò la domane Scheherazade, «il giardino di Alì Baba era di molta lunghezza, e terminato da piante altissime. Senza differire, andò egli dunque sotto quelle piante, col suo schiavo, a scavare una fossa lunga e larga in proporzione de’ cadaveri che vi dovevano seppellire; il terreno era facile a smuovere, e non misero molto tempo a finirla. Trassero allora fuor degli otri i morti, e poste a parte le armi ond’eransi muniti i ladroni, li trasportarono nel giardino, disponendoli nella fossa, e copertili colla terra che ne aveano levata, ne dispersero il resto nei dintorni, per modo che il terreno apparve eguale come prima. Alì Baba fece poi nascondere diligentemente i vasi dell’olio e le armi, e quanto ai muli, non avendone allora bisogno, li mandò a più riprese al mercato, ove li fece vendere per mezzo del suo schiavo.

«Mentre Alì Baba prendeva tutte queste misure per togliere alla cognizione del pubblico il mezzo pel quale erasi in sì poco tempo arricchito, il capitano de’ quaranta masnadieri era tornato alla selva pieno d’inconcepibile amarezza; e nell’agitazione o piuttosto confusione che lo dominava per la sgraziata riuscita dell’impresa, tanto contraria alle sue speranze, rientra nella grotta, senza aver potuto fermarsi, per via, ad alcuna risoluzione su ciò che dovesse tentare contro Alì Baba. [p. 287 modifica]«La solitudine da cui trovossi circondato in quella tetra dimora, gli parve tremenda.

«— Brava gente,» sclamò, «compagni delle mie veglie, delle mie corse e delle mie fatiche, dove siete? Che posso io fare per voi? Vi aveva io adunati e scelti onde vedervi perire tutti in una volta, per un destino si fatale ed indegno del vostro coraggio? Meno amaro sarebbe il mio cordoglio se foste morti colla sciabola in pugno da valorosi. Quando avrò io raccolta una nuova masnada di gente destra come voi? E quando pur il volessi, potrei intraprenderlo, e non esporre tanto oro, tanto argento, tante ricchezze, in preda a colui che se n’è già arricchito in parte? Non posso, nè devo pensarvi, se prima non l’abbia tolto di mezzo. Ciò che non ho potuto fare con soccorso possente, lo tenterò io solo; e quando avrò per tal guisa provveduto acciò il tesoro non sia più esposto al saccheggio, allora lavorerò a faro che non rimanga senza successori, nè padroni dopo di me, e che si conservi ed accresca per tutta la posterità. —

«Presa tale risoluzione, ei non fu imbarazzato a cercare i mezzi di effettuarla; allora, pieno di speranza, e collo spirito tranquillo, passò chetamente la notte.

«Alla domane, il capitano de’ masnadieri, destatosi di buon’ora, com’erasi proposto, si vesti civilmente, conforme al disegno meditato, venne alla città, prese alloggio in un khan, ed aspettandosi che quanto era accaduto in casa di Alì Baba potesse aver fatto rumore, domandò al custode, per modo di conversazione, se non ci fosse qualche cosa di nuovo nella città; colui gli parlò d’ogni altra cosa fuor di quella che importavagli di sapere. Giudicò egli di qui che la ragione, per la quale Alì Baba custodiva l’importante segreto, provenisse perchè questi non voleva fosse divulgata la cognizione, cui solo possedeva, del [p. 288 modifica] tesoro e del mezzo di entrarvi, e perchè non ignorava essere questa cognizione la causa per cui si attentava alla sua vita. La qual cosa animollo vie maggiormente a nulla trascurare per disfarsi di lui per la medesima via del segreto.

«Provvidesi egli allora d’un cavallo, di cui si servì per trasportare al suo alloggio varie sorta di preziose stoffe e tele fine, facendo ripetuti viaggi alla foresta, colle precauzioni necessarie per tenere nascosto il luogo dove andava a prenderle. Per ismerciar quindi le mercanzie, ammassata che n’ebbe quantità sufficiente, cercò una bottega, e trovatala, la prese in affitto, la empi delle sue robe, e venne a stabilirvisi. Li bottega trovossi per caso rimpetto a quella appartenuta a Cassim, ed occupata da poco dal figliuolo di Alì Baba.

«Il capitano de’ ladroni, il quale aveva preso il nome di Kodjah Hussain, non mancò, come nuovo venuto, di fare le sue civiltà; secondo l’uso, ai mercanti vicini. Ma siccome il figlio di Alì Baba era bel giovane, nè mancante di spirito, ed aveva più di sovente occasione di parlargli ed intertenersi seco lui che non cogli altri, si legò in breve d’amicizia con esso. Si diede anzi a coltivarlo più assiduamente, quando, tre o quattro giorni dopo ch’erasi colà stabilito, potè riconoscere Alì Baba, il quale, venuto a trovare il figliuolo, si fermò a conversare con lui, come soleva fare di tempo in tempo, ed ebbe dal figlio medesimo saputo, dopo la partenza di questi, essere suo padre. Crebbe quindi di sollecitudini presso di lui; lo accarezzò, gli fece alcuni regalucci, ed invitollo più volte a pranzo.

«Il figlio di Alì Baba non volle aver tante obbligazioni a Kodjah Hussain senza rendergli la pariglia. Ma egli era alloggiato non troppo agiatamente, e non aveva gli stessi comodi per trattarlo come desiderava; [p. 289 modifica] parlò del suo disegno al padre, facendogli osservare non sarebbe stata cosa urbana di rimaner più a lungo senza contraccambiare le gentilezze di Kodjah Hussain.

«Ali Baba incaricossi con piacere del trattamento.

«— Figliuolo,» gli disse, «domani è venerdì, ed essendo giorno nel quale i mercanti all’ingrosso, come Kodjah Hussain e voi, tengono chiuse le botteghe, andate con lui al passeggio, e tornando, fate in modo di passare da casa mia ed indurlo ad entrarvi. Sarà meglio far così, che non invitandolo nelle forme. Vado intanto ad ordinare a Morgiana di allestire la cena, e tenerla preparata. —

«Il venerdì, il figliuolo di Alì Baba e Kodjah Hussain trovaronsi il dopo pranzo nel sito del convegno, ed andati al passeggio, nel ritornarne, siccome il primo avea cercato di far passare il finto mercante per la contrada nella quale dimorava il padre, giunti davanti alla sua porta, lo fermò, e bussando: — È questa,» gli disse, «la casa di mio padre, il quale, dall’esposizione che gli feci dell’amicizia onde mi onorate, m’incaricò di procurargli il vantaggio della vostra conoscenza. Vi prego di aggiungere questo piacere a tutti gli altri, de’ quali vi son debitore. —

«Sebbene Kodjah Hussain fosse così pervenuto allo scopo propostosi, ch’era di poter entrare in casa di Alì Baba, e togliergli la vita senza arrischiare la propria, non facendo strepiti, non tralasciò nondimeno di scusarsi e fingere di congedarsi dal figliuolo; ma siccome lo schiavo di Ali Baba aveva già aperta la porta, il giovane lo prese cortesemente per mano, ed entrando pel primo, lo tirò seco, forzandolo, in certo modo, ad entrare suo malgrado.» [p. 290 modifica]

NOTTE CCCLXXIV


— Alì Baba ricevette Kodjah Hussain a viso aperto, e colla più buona accoglienza che potesse mai desiderare. Lo ringraziò della bontà usata al figlio, e: — L’obbligo,» soggiunse, «ch’ei ve ne deve e che vi professo anch’io, è di tanto maggiore, in quanto che egli è un giovine inesperto ancora degli usi del mondo, e voi non isdegnate di contribuire a formarlo. —

«Hussain rese ad Ali Baba complimento per complimento, assicurandolo che se suo figlio non aveva ancora acquistata l’esperienza dell’età, aveva però un buon senso che tenevagli luogo dell’assennatezza di molti vecchi.

«Dopo un dialogo di breve durata sopra altri argomenti indifferenti, volea Kodjah Hussain partire; ma Alì Baba, fermandolo: — Dove volete andare, signore?» gli disse. «Vi prego di farmi l’onore di cenar con me; il pasto che voglio darvi è molto inferiore ai vostri meriti, ma qual è, spero lo gradirete con altrettanto buon cuore quanta è la mia intenzione di offrirvelo.

«— Signor Alì Baba,» riprese Kodjah Hussain, «sono persuasissimo del vostro buon cuore, e se vi domando in grazia che non vi dispiaccia se me ne vado senza accettare la vostra cortese esibizione, vi supplico a credere che nol faccio per inciviltà, nè per disprezzo, ma sol perchè ne ho una ragione, cui approvereste se vi fosse nota.

«— E quale può esser mai questa ragione, o [p. 291 modifica] signore?» rispose Alì Baba. «È lecito domandarvela? — Posso dirla,» replicò Kodjah Hussain, «ed è che non mangio carne, nè intingolo ove sia sale; arguite voi stesso la trista figura che farei alla vostra tavola. — Se non avete altra ragione,» insistè Alì Baba, «essa non deve privarmi dell’onore di possedervi a cena, a meno che non lo vogliate assolutamente. In primo luogo, non v’ha sale nel pane che si mangia in casa mia; e quanto alle carni ed agl’intingoli, vi prometto che non ve ne sarà in ciò che vi verrà posto davanti; corro a darne l’ordine. Fatemi dunque la grazia di trattenervi; sono subito da voi. —

«Alì Baba andò in cucina, ed ordinò a Morgiana di non metter sale sulle carni che dovea servire in tavola, e preparare in fretta due o tre intingoli tra quelli che avea già comandati, in cui non fosse sale.

«Morgiana, la quale stava per mettere in tavola, non seppe frenarsi dal dimostrare il suo malcontento a quel nuovo ordine, e dallo spiegarsene chiaro col padrone. — Chi è dunque,» gli disse, «quest’uomo tanto difficile, che non mangia sale? La vostra cena non sarà più buona se ritardo a servirla.

«— Non andar in collera, Morgiana,» rispose Alì Baba; «è un galantuomo. Fa quello che ti dico. —

«Obbedì Morgiana, benchè mal volentieri, e venuta in curiosità di conoscere l’uomo che non mangiava sale, quando ebbe terminato, ed ammannita da Abdalla la tavola, lo aiutò a recare le vivande; ma guardando Kodjah Hussain, lo riconobbe subito, adonta del suo travestimento, pel capitano de’ masnadieri, ed esaminatolo con attenzione, si avvide che celava sotto l’abito un pugnale. — Non mi maraviglio più,» disse allora fra sè, «che lo scellerato non voglia mangiar sale col mio padrone! è il suo più fiero nemico, e vuol assassinarlo; ma io ne l’impedirò. — [p. 292 modifica]«Finito ch’ebbe Morgiana di servire in tavola e di farla servire per mezzo di Abdalla, colse il tempo mentre cenavano, e fece i preparativi necessari per l’esecuzione d’un colpo de’ più arditi; avea già compita ogni cosa, allorchè Abdalla venne ad avvertirla che attendevansi lo frutta. Reca le frutta, e quando lo schiavo ebbe levato quanto stava sulla tavola, ve le dispone. Poscia mette accanto ad Ali Baba un tavolo, e su questo il vino con tre tazze; ed uscendo, conduce seco Abdalla come per andar a cenare insieme, e lasciar ad Alì Baba, secondo l’uso, la libertà di conversare e divertirsi piacevolmente coll’ospite, e farlo ber bene.

«Stimò allora il falso Kodjah Hussain, o piuttosto il capitano de’ quaranta ladroni, giunta l’occasione di togliere la vita ad Alì Baba. — Ora,» disse fra sè, «ubbriacherò il padre ed il figlio, e questi, al quale pur voglio lasciare la vita, non m’impedirà di piantare il pugnale nel cuore di suo padre; indi fuggirò pel giardino, come già feci l’altra volta, mentre la cuoca e lo schiavo non avranno ancor finito di cenare, oppure si saranno addormentati in cucina. —

«Invece di cenare, Morgiana, penetrando il pensiero del finto Kodjah Hussain, non gli diede il tempo di mettere in esecuzione la sua perfidia; vestitasi di un abito graziosissimo di ballerina, e presa un’acconciatura conveniente, si cinse una cintura d’argento dorato, alla quale attaccò un pugnale con fodero e manico dello stesso metallo, «quindi coprissi il volto con una maschera. Così travestita, disse allo schiavo: — Abdalla, prendi il tuo tamburello, ed andiamo dal padrone a dare all’ospite, all’amico di suo figliuolo, il divertimento che talvolta diamo a lui stesso. —

«Prende Abdalla lo strumento, comincia a suonarlo camminando dinanzi a Morgiana, e presentasi in [p. 293 modifica] sala, mentre questa, entrando dietro a lui, fa una profonda riverenza con aria franca, come per domandar licenza di mostrare la propria abilità.

«Siccome Abdalla vide che il padrone voleva parlare, cessò di battere il tamburello, e questi: — Entra, Morgiana, entra,» le disse; «Kodjah Hussain giudicherà di quello onde sei capace, e ce ne dirà il suo parere. Almeno, o signore,» soggiunse, volgendosi al finto negoziante, «non crediate ch’io entri in ispese per darvi questo bel divertimento. Me lo trovo in casa, e vedete che sono il mio schiavo e la mia cuoca e spenditrice a un tempo, quelli che me lo danno. Spero che non vi spiacerà. —

«Kodjah Hussain non si attendeva che Alì Baba fosse per aggiungere quel divertimento alla cena onde l’onorava, e ciò gli fece temere di perdere l’occasione ch’ei credeva aver trovata. Ad ogni evento però, si consolava della speranza di poterla rinvenire in breve, continuando a coltivare l’amicizia del padre e del figlio. Laonde, benchè avesse preferito che Alì Baba si fosse compiaciuto di non darglielo, finse nondimeno di mostrategliene grato, ed ebbe la condiscendenza di dichiarargli che se ne sarebbe divertito anch’egli.

«Allorchè Abdalla vide che Alì Baba e Kodjah Hussain avevano cessato dai loro discorsi, ricominciò a suonare lo strumento ed accompagnarlo colla voce sopra un’arietta da ballo; e Morgiana, la quale non la cedeva a veruna danzatrice di professione, ballò in modo da farsi ammirare, anche da tutt’altra compagnia di quella alla quale dava tale spettacolo, ed in cui forse non eravi che il falso Kodjah Hussain che vi facesse poca attenzione.

«Ballate ch’ebbe varie danze colla stessa grazia e la forza medesima, trasse finalmente dal fodero il pugnale, e tenendolo in mano, ne ballò una in cui giunse a superar sè medesima per le figure diverse, [p. 294 modifica] i leggeri movimenti, i salti sorprendenti c gli sforzi maraviglisi con cui seppe accompagnarla, ora brandendo il pugnale come per ferire, ora fingendo di piantarselo nel seno.

«Infine, come fuor di respiro, strappò ad Abdalla il suo tamburello colla sinistra, e brandendo sempre colla destra il pugnale, andò a presentare l’istrumento dalla parte concava ad Alì Baba, ad imitazione dei ballerini e ballerine di mestiere, che usano così per sollecitare la liberalità degli spettatori.

«Alì Baba gettò nel tamburello di Morgiana una moneta d’oro; colei si volse quindi al giovane, che seguì l’esempio del padre. Kodjah Hussain, vedendo ch’essa stava per presentarsi anche a lui, avea già tratta dal seno la borsa per farle il suo regalo, e vi metteva la mano, allorchè Morgiana, con un coraggio degno della fermezza e risoluzione sin allora spiegate, gli ficcò nel cuore il pugnale tanto addentro, che non lo ritrasse se non dopo averlo spento.»


NOTTE CCCLXXV


Il giorno già stava per ispuntare, quando Dinarzade destò la sorella. — Per fortuna,» disse la sultana, «siamo alla fine del racconto, e credo d’aver il tempo di finirlo.» E voltasi al consorte:

— Sire,» continuò, «Alì Baba ed il figlio di lui, spaventati da quell'azione, mandarono un altissimo grido. — Ah, sciagurata!» sclamò il primo; «che cosa hai fatto? È forse per rovinar me colla mia famiglia? [p. 295 modifica]«— Non già per rovinarvi,» rispose Morgiana; «il feci per la vostra salvezza. —

«Aprendo allora la veste di Kodjah Hussain, e mostrando ad Alì Baba il pugnale ond’era armato: — Guardate,» disse, «qual fiero nemico è costui, e fissatelo ben in volto: in lui riconoscerete il falso mercante d’olio ed il capitano de’ quaranta ladroni. E non considerate anche ch’ei non volle mangiar sale con voi? Ci voleva di più onde persuadervi dell’iniquo suo disegno? Era già entrata in sospetto sin dal momento in cui mi faceste conoscere di avere un simile convitato. L’ho poi veduto, e ben iscorgete che mal fondato non era il mio sospetto. —

«Alì Baba, riconoscendo il nuovo obbligo che doveva alla donna, per avergli salvata una seconda volta la vita, l’abbracciò, e le disse: — Morgiana, ti ho data la libertà, ed allora ti promisi che la mia riconoscenza non si sarebbe limitata a ciò, e vi avrei fra poco posto compimento. Il tempo è venuto, ed io ti faccio mia nuora.» Poi, volto al figlio: «Giovane,» proseguì, «io vi credo abbastanza buon figliuolo per non trovare strano ch’io vi dia in moglie Morgiana senza consultarvi. Voi non le dovete minori obbligazioni di me. Vedete che Kodjah Hussein non avea ricercata la vostra amicizia se non nella mira di riuscir meglio a togliermi la vita col tradimento; e se vi fosse riuscito, non dovete dubitare che avrebbe sacrificato anche voi alla sua vendetta. Considerate di più che, ammogliandovi a Morgiana, sposate il sostegno della mia famiglia finchè vivrò, e l’appoggio della vostra sino alla fine dei vostri giorni. —

«Il figlio, ben lungi dall’attestarne verun malcontento, dimostrò com’ei consentisse a quel matrimonio, non tanto per obbedire al padre, quanto per esservi indotto dalla propria inclinazione.

«Si pensò poi a’ sotterrare il corpo del capitano [p. 296 modifica] accanto a quelli dei trentasene ladroni, e ciò pur si fece con tal segretezza, che non fu saputo se non dopo molti anni, quando niuno più era interessato nella pubblicazione di questa memorabile storia.

«Pochi giorni appresso, Alì Baba celebrò le nozze del figliuolo con Morgiana con grande solennità, dando una splendida festa, accompagnata da danze, da spettacoli e dai consueti divertimenti; ed ebbe la soddisfazione di vedere che i suoi amici ed i vicini da lui invitati, senza conoscere i veri motivi di quel matrimonio, ma che d’altronde non ignoravano le belle e buone qualità di Morgiana, lo lodavano altamente della sua generosità e del suo buon cuore.

«Dopo il matrimonio, Alì Baba, astenutosi di tornare alla grotta, sin da quando ne aveva tratto il cadavere del fratello Cassim sopra uno de’ suoi tre asini, coll’oro ond’erano carichi, temendo di trovarvi i ladroni od esservi sorpreso, se ne astenne ancora dopo la morte de’ trentotto masnadieri, compresovi il capitano, nella supposizione che i due altri, de’ quali eragli ignoto il destino, fossero tuttora in vita. Ma scorso un anno, e visto che non erasi tentata alcuna cosa per inquietarlo, ebbe la curiosità di farvi un viaggio, prendendo le precauzioni necessarie per la propria sicurezza. Montato dunque a cavallo, e giunto vicino alla caverna, prese buon augurio non accorgendosi di vestigio alcuno d’uomini, nè di cavalli. Messo piede a terra, attaccò ad un albero il destriero, e presentandosi davanti alla porta, pronunciò le parole: «Sesamo, apriti!» da lui non dimenticate. La porta spalancossi, egli entrò, e lo stato in cui trovò tutte le cose, gli fecero giudicare niuno esservi entrato dal tempo circa che il falso Kodjah Hussain era venuto ad aprir bottega nella città, e che così la masnada de’ quaranta ladroni era scomparsa ed