Le Mille ed una Notti/Storia di Kodjah Hassan Alhabbal

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Storia di Kodjah Hassan Alhabbal
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STORIA

DI KODJAH HASSAN ALHABBAL.


«— Commendatore de’ credenti, onde meglio far conoscere a vostra maestà per quali vie io sia pervenuto all’alta fortuna della quale godo, debbo prima d’ogni altra cosa cominciare dal parlarle di due intimi amici, cittadini di questa medesima città di Bagdad, ancora viventi, e che possono rendere testimonianza della verità; è ad essi cui, dopo Dio, prima fonte d’ogni bene e d’ogni felicità, sono debitore della mia fortuna.

«Chiamansi questi due amici, l’uno Saadi, Saad l’altro. Saadi, il quale è potentemente ricco, fu sempre del sentimento che un uomo non possa essere in questo mondo felice, se non secondo i beni e le grandi ricchezze che ho per vivere indipendente d’ognuno. D’altro parere è Saad: conviene bensì che bisogna veramente posseder ricchezze perchè necessarie alla vita; ma sostiene che la virtù deve formare la felicità degli uomini, senz’altro attaccamento ai beni mondani, se non riguardo ai bisogni che aver ne possono, e per usarne liberalmente secondo il proprio potere. Saad è di questo numero, e vive felice e contentissimo nello stato in cui si trova. Benchè Saadi sia, per così dire, infinitamente più ricco di lui, sincerissima è nondimeno la loro amicizia, nè il più dovizioso stimasi di più dell’altro. Giammai non [p. 212 modifica] ebbero contesa fra essi se non sopra questo solo punto: in tutte le altre cose la loro unione rimase sempre la medesima.

«Un giorno, discorrendo sullo stesso argomento all’incirca, come Io seppi da essi medesimi, Saadi pretendeva che i poveri non lo fossero se non perchè erano nati nell’inopia, oppure perchè, nati ricchi, avessero perdute le sostanze o per gli stravizzi, o per qualcuna di quelle fatalità imprevedute che non sono straordinarie.

«— Mia opinione,» diceva egli, «è che questi poveri non lo sono se non perchè non possono giungere ad ammassare una somma di denaro bastante per cavarsi dalla miseria, adoperando la loro industria nell’utilizzarla; ed è mio sentimento che se pervenissero a tal punto, e facessero uso conveniente di simile somma, diventerebbero non solo ricchi, ma ben anche, col tempo, opulentissimi. —

«Saad non convenne nella proposizione di Saadi. — Il mezzo che voi proponete,» soggiuns’egli, «per fare che un povero arricchisca, non mi sembra tanto certo quanto credete. Ciò che voi ne pensate è molto equivoco, e potrei appoggiare il mio pensiero contro il vostro con parecchie buone ragioni che ci addurrebbero troppo lungi. Io credo almeno con altrettanta probabilità, che un povero possa diventar ricco per tutt’altra via che con una somma di danaro: si fa spesso, per un caso felice, una fortuna maggiore e più sorprendente che non con un poco di denaro, come voi pretendete, qualunque industria od economia si adopri per farla moltiplicare mediante ben intesi negozi.» [p. 213 modifica]

NOTTE CCCLIII


Questa notte, Schcherazade, continuando il racconto:

— «Saad,» ripigliò Saadi, «ben veggo che nulla guadagnerei persistendo a sostenere la mia opinione contro la vostra; voglio farne l’esperienza per con vincervene, dando, per esempio, in puro dono, una somma qual io vorrei ad uno di questi artigiani, poveri di padre in figlio, che oggi vivono alla giornata, e muoiono mendichi come nacquero. Se non riesco, vedremo se voi riuscirete meglio nel modo che intendete. —

«Alcuni giorni dopo tale contestazione, accadde che i due amici, passeggiando insieme, passarono pel quartiere dov’io lavorava nel mio mestiere di cordaio, imparato da mio padre, e ch’egli aveva imparato da mio avolo, come questi dai nostri antenati. Al vedere il mio arnese ed il mio vestiario, non fu lor difficile giudicare della mia povertà.

«Saad, il quale si ricordò delle parole di Saadi, gli disse: — Se non avete dimenticato l’impegno preso con me, ecco un uomo,» soggiunse, accennandomi, «che da molto tempo veggo esercitare il medesimo mestiere di cordaio, e sempre nello stesso stato di povertà. È un individuo degno della vostra liberalità, ed adattatissimo per fare l’esperienza di cui parlavate l’altro ieri.

«— Me ne ricordo tanto bene,» ripresse Saadi, «che porto addosso di che fare l’esperimento che dite; non aspettava so non l’occasione di trovarci [p. 214 modifica] assieme, e che voi ne foste testimonio. Andiamogli vicino, e sentiamo se ne abbia veramente bisogno. — «I due amici vennero allora da me; ed io, vedendo che volevano parlarmi, cessai dal lavoro. Amendue mi diedero il consueto saluto d’augurio di pace; e Saadi, cominciando a parlare, chiese come mi chiamassi.

«Resi loro il saluto, e per rispondere alla domanda di Saadi: — Signore,» gli dissi, «il mio nome è Hassan, e stante la mia professione, sono comunemente conosciuto sotto il nome di Hassan Alhabbal.

«— Hassan,» ripigliò Saadi, «siccome non v’ha mestiere che non alimenti il suo padrone, non dubito che il vostro non vi faccia guadagnare da vivere agiatamente; ed anzi mi maraviglio che, dacchè lo esercitate, non abbiate fatto alcun risparmio, nè acquistata una buona provvisione di canapa per fare maggior lavoro, tanto da per voi, quanto col mezzo di gente salariata che avreste preso in aiuto, e per mettervi a poco a poco più in grande.

«— Signore,» risposi, «cesserete dal maravigliarvi ch’io non faccia risparmi, nè prenda la via che dite per diventar ricco, quando saprete che con tutto il lavoro ch’io possa fare dalla mattina alla sera, stento assai a guadagnarmi di che sostentar me e la mia famiglia con pane e legumi. Ho moglie e cinque figliuoli, de’ quali neppur uno in età d’aiutarmi nella minima cosa: bisogna mantenerli e vestirli; ed in una famiglia, per piccola che sia, sonvi sempre mille cose necessarie, delle quali non si può far senza. Benchè la canapa non sia cara, ci vuol nondimeno danaro per comprarne, ed è il primo che nella vendita de’ miei lavori io metto a parte, altrimenti, non mi sarebbe possibile supplire alle spese di casa. Or giudicate, o signore,» soggiunsi, «come sia [p. 215 modifica] possibile ch’io faccia risparmi per mettermi più in grande colla mia famiglia. Ci basta essere contenti del poco che Iddio ne dà, e che ci tolga la cognizione ed il desiderio di quanto ci manca; ma noi crediamo che non ci manca nulla, quando abbiamo, per vivere, quello che siamo soliti avere, e non ci troviamo nella necessità di chiederne ad alcuno. —

«Detto ch’ebbi queste particolarità a Saadi: — Hassan,» mi diss’egli, «ora non mi maraviglio più di prima, e comprendo tutte le ragioni che vi obbligano a contentarvi dello stato in cui vi trovate. Ma, se io vi regalassi una borsa di duecento pezze d’oro, non ne fareste voi buon uso, e non credete che con tal somma potreste in breve diventar ricco almeno quanto i primari della vostra professione?

«— Signore,» risposi, «voi mi sembrate uomo onesto, e son persuaso non vorrete divertirvi di me, e che tale offerta me la facciate sul serio. Oso dunque dirvi, senza troppo presumere di me, che una somma molto minore mi basterebbe non solo a divenir ricco quanto i primari della mia professione, ma ben anco per diventarlo in poco tempo io solo più che non lo siano essi tutti insieme in questa grande città di Bagdad, vasta e popolosa com’è. —

«Il generoso Saadi mi mostrò all’istante d’avermi parlato sul serio. Trasse dal seno la borsa, e messo mela in mano: — Prendete,» mi disse, «ecco la borsa; vi troverete dugento pezze d’oro ben contate. Prego Dio che vi dia la sua benedizione, e vi conceda la grazia di farne il buon uso che vi auguro; crediate che qui il mio buon amico Saad ed io avremo grandissimo piacere, quando sapremo avervi esse servito a rendervi più felice. —

«Commendatore de’ credenti, ricevuta la borsa e postamela in seno, mi sentii trasportato da tale allegrezza, e fui si penetrato di gratitudine, che [p. 216 modifica] mancommi la parola, nè mi fu possibile darne al mio benefattore altro segno fuorchè avanzando la mano per prendergli il lembo della veste e baciarla; ma egli la ritirò allontanandosi, e continuò, insieme all’amico, per la sua strada.»


NOTTE CCCLIV


Schcherazade, destata dalla sorella all’ora consueta, continuando la storia cominciata, parlò di tal guisa al sultano, questa notte e le seguenti:

— «Riprendendo, dopo la loro partenza, il mio lavoro, il primo pensiero che mi venne fu di pensare al sito dove porre la borsa al sicuro, non avendo nella piccola e povera mia casa nè baule, nè armadio da chiudere, nè sito veruno in cui esser certo che non venisse scoperta, se ve la nascondessi.

«In tale, perplessità, siccom’era solito, come l’altra gente della mia specie, di nascondere la poca moneta che possedeva nelle pieghe del turbante, abbandonai il lavoro, e col pretesto di accomodarlo, rientrai in casa, e presi così bene le mie precauzioni, che, senza farne accorti nè mia moglie, nè i figliuoli, cavai dalla borsa dieci pezze d’oro, ponendole a parte per le spese più urgenti, ed avvolsi il resto nelle pieghe della tela che contornava il turbante.

«La spesa principale ch’io feci nel medesimo giorno, fu di comprare una buona provvisione di canapa; poi, essendo un bel pezzo che nella mia famiglia non si vedeva carne, andai alla beccheria, e ne comprai per la cena.

«Tornava colla carne in mano, allorchè un nibbio [p. 217 modifica] affamato, senza che me ne potessi difendere, vi si avventò sopra, e me l’avrebbe tolta, se non avessi resistito. Ma, aimè! avrei fatto meglio ad abbandonar gliela per non perdere la mia borsa! Più resistenza trovava in me, e più il vorace uccello ostinavasi a volermela rapire, trascinandomi qua e là, mentre sostenevasi in aria senza lasciare la carne; ma sgraziatamente accadde che, negli sforzi ch’io faceva, mi cadesse il turbante per terra.

«Subito il nibbio, lasciata la carne, si gettò sul turbante prima ch’io avessi avuto il tempo di raccoglierlo, e lo portò via. Io gettai tali acutissime strida, che uomini, donne e fanciulli del vicinato ne furono spaventati, ed aggiunsero le loro grida alle mie per tentare che il nibbio lasciasse andare la preda.

«Riesce talora, con simile mezzo, di costringere tal sorta d’uccelli voraci ad abbandonare ciò che hanno preso; ma le grida non ispaventarono il nibbio, il quale portò tanto lontano il mio turbante, che lo per demmo di vista prima ch’ei lo avesse deposto. Sarebbe quindi stato inutile darmi la briga e la fatica di corrergli dietro per ricuperarlo.

«Tornai a casa tristissimo per la perdita del turbante e del denaro: intanto fu d’uopo comprarne un altro, il che portò nuova diminuzione alle dieci pezze d’oro cavate dalla borsa. Ne aveva già spese per l’acquisto della canapa, ed il poco che mi restava, non era sufficiente onde realizzare le belle speranze da me concepite.

«Quello però che maggiormente mi afflisse fu la poca soddisfazione che proverebbe il mio benefattore per avere così mal collocata la sua liberalità quando avesse saputa la disgrazia accadutami, ch’ei poteva risguardare forse come incredibile, e conseguentemente come una vana scusa.

«Finchè durarono le poche monete d’oro che mi [p. 218 modifica] restavano, ce ne risentimmo tutti nella nostra famiglinola; ma ben presto ricaddi nel medesimo stato di prima, e nell’impotenza stessa di cavarmi dalla miseria. Pure non ne mormorai. — Iddio,» diceva, «volle provarmi dandomi del bene, allorchè meno me l’aspettava, e me lo tolse quasi nel tempo stesso, poichè così gli piacque ed era suo. Ch’ei sia lodato, come finora feci, pei benefizi che si degnò impartirmi! Mi sottometto senza mormorare alla sua volontà. —

«Mi trovava in simili sentimenti, mentre mia moglie, cui non avea potuto a meno di mettere a parto della perdita patita, e del modo onde m’era venuta, stava inconsolabile. Erami pure sfuggito, nel mio turbamento, di dire a’ vicini che, perdendo il turbante, io perdeva una borsa di cento novanta pezze d’oro. Ma siccome era loro nota la mia povertà, nè potevano comprendere come avessi col lavoro guadagnata una sì grossa somma, non fecero che riderne, ed i ragazzi ancor più di essi.

«Erano corsi circa sei mesi dacchè il nibbio aveami prodotto il malanno testè narrato alla maestà vostra, quando i due amici, passando poco lontano dal quartiere nel quale io abitava, quella vicinanza fece in guisa che Saad si ricordasse di me. Laonde disse a Saadi: — Non siamo lontani dalla contrada ove dimora Hassan Alhabbal; passiamo di là, e vediamo se le duecento pezze d’oro che gli avete date, abbiano contribuito a metterlo in caso di fare almeno una fortuna migliore di quella nella quale lo abbiamo veduto.

«— Benissimo,» rispose Saadi; «è qualche giorno,» soggiunse, «che pensava a lui, facendomi un sommo piacere del giubilo che proverei rendendovi testimonio della prova della mia proposizione. Vedrete in lui un gran cangiamento, e già m’attendo che dureremo fatica a riconoscerlo. — [p. 219 modifica]«I due amici eransi già incamminati, ed entravano nella via mentre Saadi parlava ancora. Saad, vedutomi pel primo da lontano, disse all’amico: — Mi sembra che gridiate vittoria un po’ troppo presto. Veggo là Hassan Alhabbal, ma non iscorgo nella sua persona verun cambiamento. È così mal vestito come quando gli abbiamo parlato la prima volta. La sola differenza che ci vedo è il turbante un po’ meno sucido. Guardate anche voi se non m’inganno. —

«Avvicinandosi, Saadi, il quale aveami pur egli veduto, si accorse che Saad avea ragione, e non sapeva cosa pensare del poco mutamento occorso nella mia persona. Ne rimase anzi tanto maravigliato, che non fu nemmen egli il primo a parlarmi, allorchè mi furono appresso. Saad, salutatomi al modo solito: — Or bene, Hassan,» disse, «non vi domandiamo come vadano i vostri affarucci dacchè non vi abbiamo veduto; essi avranno preso senza dubbio un andamento migliore, e le dugento pezze d’oro devono avervi contribuito.

«— Signori,» risposi, volgendomi a tuttaddue, «sono grandemente mortificato di significarvi che i vostri desiderii, i voti vostri e le vostro speranze, non meno delle mie, non ebbero l’esito che ve ne attendevate, e ch’io medesimo erami ripromesso. Avrete difficoltà a prestar fede all’avventura straordinaria accadutami. Vi assicuro nondimeno, da uomo d’onore, e mi dovete credere, che nulla v’ha di più vero di quanto siete per udire. — «Allora raccontai il mio caso colle medesimo circostanze ch’ebbi l’onore di esporre alla maestà vostra.

«Saadi non volle prestar ascolto al mio discorso. — Hassan,» disse, «voi vi burlate di me, e mi volete ingannare. Quanto mi dite è cosa incredibile. I nibbi [p. 220 modifica] non se la prendono coi turbanti; non cercano se non di contentare la loro avidità. Voi faceste come tutti quelli della vostra sorta. Se fanno un guadagno straordinario o se accade ad essi qualche inaspettata buona fortuna, abbandonano il lavoro, si divertono, stravizzano, fanno baldoria finchè il denaro dura; e quando hanno scialacquato tutto, trovansi nella stessa necessità e nei bisogni medesimi di prima. Voi non marcite nella miseria se non perchè lo meritate, e vi rendete voi stesso indegno del bene che si vuol farvi.»


NOTTE CCCLV



— «Signore,» ripigliai io, «soffro queste rampogne, e sono disposto a patire anche tutte le altre che sapreste farmi; ma le soffro con tanta maggior pazienza, perchè non credo di averle meritate. La cosa è talmente notoria in tutto il quartiere, da non esservi alcuno il quale non possa attestarlo. Informatevene da per voi, e rileverete che non cerco d’ingannarvi. Confesso di non aver udito dire che i nibbi involassero turbanti; ma pure la cosa mi è accaduta, come un’infinità d’altre che, non mai avvenute, succedono nondimeno giornalmente. —

«Saad prese le mie parti, e raccontò a Saadi tante altre storie di nibbi non meno sorprendenti, alcune delle quali non erangli ignote, ch’egli alla fine, trattasi dal seno la borsa, mi contò altre duecento pezze d’oro in mano, le quali, per mancanza di borsa, mi riponeva ad una ad una in seno. Terminato ch’ebbe Saadi di contarmi la somma: — Hassan,» disse, [p. 221 modifica]«voglio pur farvi nuovamente dono di queste due cento pezze d’oro; ma badate di metterle in luogo abbastanza sicuro onde non v’accada di perderle sgraziatamente come le altre, e di fare in modo che vi procurino quel vantaggio che dovrebbero avervi pro cacciato le prime. —

«Gli protestai che l’obbligazione cui gli doveva per questa seconda grazia era tanto maggiore in quanto che io certo non la meritava, e che nulla dimenticherei onde approfittare del suo buon consiglio. Io voleva proseguire; ma egli, non dandomene l’agio, mi lasciò e continuò la sua passeggiata coll’amico.

«Io non ripresi, dopo la loro partenza, il mio lavoro, ma entrai in casa, dove allora non si trovavano mia moglie, nè i miei figliuoli. Delle duecento pezze d’oro ne posi a parte dieci, ed involsi le altre cento novanta in un pannolino che annodai. Si trattava di nascondere in luogo sicuro il pannolino. Dopo avervi ben riflettuto, pensai di porlo in fondo ad un vaso di terra, pieno di crusca, che stava in un canto, dove m’immaginai che nè mia moglie, nè i ragazzi l’andrebbero a cercare. Mia moglie tornò poco dopo, e siccome mi rimaneva pochissima canapa, così, senza parlarle de’ due amici, le dissi che andava a comprarne.

«Uscii di casa; ma mentre m’era recato a fare la provvista, venne a passare per la contrada un venditore di terra da pulire, di cui servonsi le donne al bagno, facendosi udire col solito suo grido.

«Mia moglie, non avendo più di quella terra, chiamò il venditore, e siccome non possedeva danari, gli do mandò se volesse dargli della sua terra in cambio di crusca. Il venditore chiese di vedere la crusca; mia moglie gli mostrò il vaso, e conchiuso il contratto, essa ricevette la terra da pulire, ed il mercante portò via il vaso colla crusca.

«Tornai carico di quanta canapa poteva portare. [p. 222 modifica] seguito da cinque facchini, carichi, al par di me, della stessa roba, con cui riempii un soppalco della mia abitazione. Pagai i facchini della loro fatica, e quando furono partiti, sedei alcuni momenti per rimettermi dalla stanchezza; allora volsi gli occhi al sito dove aveva lasciato il vaso di crusca, e più nol vidi.

«Non so esprimere a vostra maestà la mia sorpresa, nè l’effetto che ne risentii in quel momento. Domandai precipitosamente a mia moglie cosa ne fosse avvenuto; ed ella mi raccontò il bel negozio fatto, come di cosa, in cui credeva aver guadagnato moltissimo.

«— Ah, sciagurata donna!» sclamai; «ignorate il male, che ne faceste a tutti, a me, a voi, ai vostri figliuoli, stringendo un contratto che ci rovina senza rimedio! Credeste vendere un po’ di crusca, ma con essa avete arricchito il vostro venditore di terra da pulire, di cento novanta pezze d’oro, delle quali Saadi, accompagnato dal suo amico, avevami poco fa fatto dono per la seconda volta. —

«Mancò poco che mia moglie non si disperasse quando seppe il gran fallo da lei commesso per ignoranza. Si lamentava, batteasi il petto, strappavasi i capelli, lacerandosi l’abito ond’era coperta. — Me disgraziata!» sclamava; «son io degna di vivere dopo uno sbaglio sì enorme? Dove troverò quel venditore di terra? Io non lo conosco; non è passato per la contrada che questa sola volta, e forse noi rivedrò più mai. Ah! marito,» soggiunse, «avete gran torto; perchè essere così riservato a mio riguardo in un affare di tal importanza? Ciò non sarebbe accaduto, se mi aveste partecipato il segreto. —

«Non la finirei più se volessi riferire a vostra maestà tutto ciò che il dolore le mise allora in bocca. Ella non ignora quanto siano eloquenti le donne nel loro cordoglio. [p. 223 modifica]«— Moglie,» lo dissi, «moderatevi; non comprendete che colle vostre grida ed i vostri pianti state per tirarci qui tutti i vicini? non v’è bisogno che siano informati delle nostre disgrazie. Ben lungi dal partecipare alla sventura nostra, e consolarci, si farebbero un piacere di beffarci per la nostra credulità. Il partito migliore che ci rimanga a prendere, è di dissimulare la perdita, sopportarla pazientemente, in modo che non ne trasparisca la menoma cosa, e rassegnarci alla volontà di Dio. Benediciamolo, al contrario, per chè di duecento pezze d’oro, che ci aveva date, non ne ritirò che centonovanta, lasciandocene, per sua liberalità, dieci, il cui uso, testè fattone, non lascia di recarci qualche sollievo. —

«Per quanto buone fossero le mie ragioni, mia moglie durò assai fatica ad ascoltarle: ma il tempo che mitiga i mali maggiori e che sembrano meno sopportabili, fece che alla fine essa vi si arrendesse.

«— Viviamo poveramente,» le diceva io, «è vero; ma che cos’hanno i ricchi che anche noi non possediamo? Non respiriamo l’aria medesima? Non godiamo della stessa luce, e del calore dello stesso sole? Alcuni agi ch’essi hanno più di noi, potrebbero farci invidiare la loro felicità, se non morissero al par di noi. A ben considerarla, pieni del timor di Dio, che dobbiamo sopr’ogni altra cosa avere, il vantaggio ch’essi hanno su noi è tanto minimo, che non dobbiamo badarvi. —

«Non tedierò più lungamente vostra maestà colle mie riflessioni morali. Ci consolammo dunque, mia moglie ed io, e continuai nel mio lavoro, coll’animo libero, quasi non avessi patite perdite tanto mortificanti, ed a si poca distanza di tempo l’un dall’altra.

«La sola cosa che mi dispiacesse, e ciò accadeva sovente, era quando chiedeva a me medesimo come avrei potuto sostenere la vista di Saadi, allorchè [p. 224 modifica] venisse a chiedermi conto dell’uso delle sue duecento pezze d’oro, e del progresso di mia fortuna, mediante la sua liberalità; e ch’io non ci vedeva altro rimedio fuorchè di sopportare la vergogna che me ne verrebbe, sebbene, anche in questa seconda occasione, io non avessi menomamente contribuito a tal disgrazia per mia colpa.

«Stettero i due amici maggior tempo della prima volta a venire ad informarsi della mia sorte, avendone Saad spesso parlato a Saadi, ma questi aveva sempre differito.»


NOTTE CCCLVI



— «Quanto più differiremo,» diceva egli, «tanto più Hassan sarà arricchito, e maggiore la soddisfazione che ne sentirò. —

«Saad non aveva la medesima opinione dell’effetto della liberalità del suo amico.

«— Voi dunque credete,» egli rispondeva, «che il vostro dono sarà stato da Hassan meglio impiegato questa volta della prima? Vi consiglio a non lusingarvi di troppo, nel timore che non vi riesca più sensibile la mortificazione, ove trovaste sia accaduto il contrario.

«— Ma,» ripeteva Saadi, «non accade tutti i giorni che un nibbio rapisca un turbante. Ciò avvenne ad Hassan, ma ora avrà prese le sue precauzioni per non cadervi la seconda volta.

«— Non ne dubito,» replicò Saad; «se non che,» soggiunse, «potrebbe essere occorso qualche altro caso che anche noi non potremmo immaginare. Torno a ripetervelo, moderate la vostra gioia, e non [p. 225 modifica] nate ad antecorrere in pensiero la fortuna di Hassan piuttosto che la sua disgrazia. A dirvi ciò che ne penso e ne ho sempre pensato, per quanto possa spiacervi la mia persuasione, ho un segreto presentimento che non siate riuscito nel vostro intento, e ch’io riuscirò meglio di voi a provare che un uomo povero può diventar ricco in tutt’altro modo che col danaro. —

«Un giorno finalmente, che Saad trovavasi in casa di Saadi, dopo lungo contrasto fra loro: — È troppo,» disse questi; «voglio entr’oggi chiarirmi della cosa. Ecco l’ora del passeggio; non lasciamola trascorrere, ed andiamo a vedere chi di noi due avrà perduta la scommessa. —

«I due amici partirono, ed io, scorgendoli venir di lontano, ne rimasi tutto agitato, e fui sul punto di abbandonare il lavoro ed andarmi a nascondere per non comparire lor dinanzi. Intento al lavoro, finsi di non averli veduti, nè alzai gli occhi per guardarli se non quando mi furono tanto vicini, che avendomi volto il consueto saluto di pace, non potei dispensarmene civilmente. Li riabbassai però subito, e raccontando l’ultima mia disgrazia, con tutte le sue circostanze, feci lor comprendere perchè mi trovassero povero come la prima volta che mi avevano veduto.

«Quand’ebbi finito: — Potrete dirmi,» soggiunsi, «che potea nascondere le centonovanta pezze d’oro altrove che in un vaso di crusca, il quale doveva nello stesso giorno essere asportato di casa mia. Ma erano più anni che quel vaso vi stava, che serviva a quell’uso, ed ogni qual volta mia moglie avea venduta la crusca mano mano che lo riempiva, il vaso era sempre rimasto. Poteva io mai indovinare che in quel giorno medesimo, durante la mia assenza, dovesse passare appunto un venditore di terra da pulire; che mia moglie si trovasse senza quattrini e facesse con lui [p. 226 modifica] quel malaugurato cambio? Potrete dirmi che doveva avvertirne la moglie; ma io non crederò mai che persone sagge, quali son persuaso voi siate, mi avrebbero dato tale consiglio. Quanto al non averle nascoste altrove, qual certezza poteva io avere che vi stessero in sicurezza maggiore? Signore,» aggiunsi, volgendomi a Saadi, «a Dio non piacque che la vostra liberalità giovasse ad arricchirmi, per uno de’ suoi impenetrabili segreti che a noi non è lecito investigare. Egli mi vuol povero, e non ricco. Non lascio però di avervene la medesima gratitudine, come se la vostra intenzione si fosse effettuata. —

«Qui tacqui, e Saadi, presa la parola, mi disse: — Hassan, quando pur volessi persuadermi che il vostro racconto sia vero come pretendete di farci credere, e non fosse per celare i vostri vizi o la mala vostra economia, come potrebbe ben essere, pure mi guarderò dal passar oltre, ostinandomi a fare uno sperimento capace di rovinarmi. Non mi dolgo delle quattrocento pezze d’oro delle quali mi sono privato per tentare di trarvi dalla povertà; l’ho fatto per l’amor di Dio, non aspettandomi; da parte vostra, altra ricompensa fuor del piacere di avervi fatto un po’ di bene. Se alcuna cosa fosse mai capace di farmene pentire, sarebbe l’essermi rivolto a voi piuttosto che ad un altro, il quale ne avrebbe forse cavato miglior profitto.» Poi, voltosi all’amico: «Saad,» continuò, «potete dalle mie parole comprendere, che non vi dò affatto causa vinta. Siete però libero di tentar l’esperienza di ciò che pretendete da tanto tempo. Fatemi vedere esservi altri mezzi, fuor del danaro, capaci di formare la fortuna d’un pover uomo, nel modo che l’intendo io e voi pure l’intendete, nè vogliate cercare altro individuo che questo Hassan. Checchè possiate dargli, non posso persuadermi ch’ei divenga più ricco che non seppe fare colle quattrocento pezze d’oro. — [p. 227 modifica]«Saad teneva in mano un pezzo di piombo, e mostratolo a Saadi; «— Mi vedeste,» ripigliò, «raccogliere a’ miei piedi questo pezzo di piombo; lo darò ad Hassan, e vedrete quanto sarà per valergli. —

«Saadi diede in uno scroscio di risa, burlandosi di Saad.

«— Un pezzo di piombo!» sclamò. «E che cosa può valere ad Hassan più d’un obolo, e che farà egli con un obolo?—

«Allora, presentandomi il pezzo di piombo, Saad mi disse: — Lasciate che Saadi rida, e piacciavi di prenderlo. Ci darete un giorno nuove della buona ventura che vi avrà recato. —

«Credetti che Saad non parlasse sul serio, e che facesselo per divertirsi. Non lasciai però di ricevere il pezzo di piombo per contentarlo, e ringraziandolo, me lo posi nella veste. Partirono i due amici per finire la loro passeggiata, ed io proseguii il mio lavoro.»

— Un pezzo di piombo è ben misero regalo,» disse la sorella della sultana, la quale aveva cessato di parlare. — Forse esso gli sarà più utile dell’oro di Saadi,» rispose Scheherazade; «poca cosa basta talora a cambiar la fortuna di tutta una famiglia.»


NOTTE CCCLVII


— «Sire,» continuò a narrare Kodjah al califfo, «alla sera, spogliandomi per mettermi a letto, tratta ch’ebbi la cintura, quel pezzo di piombo datomi da Saadi, ed al quale io non aveva più pensato, cadde [p. 228 modifica] a terra; lo raccolsi, e lo posi nel primo sito che trovai.

«Quella stessa notte avvenne, che un pescatore mio vicino, accomodando le reti, trovò mancarvi un pezzo di piombo; non possedeane altro da sostituirvi, ned era ora d’andarne a comprare, essendo chiuse le botteghe; eppure bisognava, se voleva aver di che vivere, alla domane per lui e la sua famiglia, ch’egli andasse alla pesca due ore prima di giorno. Ne dimostra il suo dolore alla moglie, e la manda a cercarne pel vicinato onde supplirvi.

«Obbedisce la donna; ma andata di porta in porta dalle due parti della contrada, non trova nulla; portata la risposta al marito, questi le chiede, nominando parecchi vicini, se avesse bussato alle loro porte. Colei rispose di sì. — E da Hassan Alhabbal,» soggiunse il marito, «scommetto che non siete stata?

«— È vero,» ripigliò la moglie, «non sono stata sin là, essendo troppo lontano, e quand’anche mene fossi dato l’incomodo, credete che ne avrei trovato? Quando non si ha bisogno di nulla, è appunto da lui che si deve andare: lo so per esperienza.

«— Non importa,» rispose il pescatore; «siete una poltrona, e voglio che vi andiate. Vi recaste cento volte da lui senza trovare ciò che cercavate oggi vi troverete forse il piombo che m’occorre; torni a dirvi che voglio ci andiate. —

«Usci la moglie del pescatore borbottando, e venne a bussare alla mia porta. Era già qualche tempo che io dormiva; mi svegliai, e chiesi chi fosse.

«- Hassan Alhabbal,» disse la donna, alzami la voce, «mio marito ha bisogno d’un pezzo di piombo per accomodare le sue reti; se per caso l'aveste, vi prego di darglielo. —

«La memoria del pezzo di piombo regalatomi [p. 229 modifica] Saadi era sì recente, specialmente dopo ciò che m’era accaduto nello spogliarmi, che non poteva averlo dimenticato. Risposi dunque alla vicina che attendesse un momento, e mia moglie gliene darebbe un pezzo.

«Questa, svegliatasi anch’essa al rumore, si alza, trova tentoni il piombo dove le insegnai che stava, apre la porta e lo dà alla vicina.

«Lieta la moglie del pescatore di non essere venuta invano: — Vicina,» disse a mia moglie, «il piacere che faceste a mio marito ed a me, è si grande, che vi prometto tutto il pesce che mio marito piglierà col primo tiro delle sue reti, e vi accerto ch’ei non mi contraddirà. —

«In fatti, il pescatore, giulivo di aver trovato, contro ogni speranza, il piombo che gli mancava, approvò la promessa fatta da sua moglie, e le disse:

«— Vi son grato che abbiate in ciò seguita la mia intenzione. —

«Finito quindi di accomodare le reti, andò due ore prima di giorno alla pesca, secondo il solito. Al primo tiro non prese se non un solo pesce, ma lungo più d’un cubito, e grosso in proporzione. Le gettò poscia parecchie altre volte sempre felicemente; ma fra tutti i pesci che prese, non ve ne fu uno che si accostasse al primo.

«Tornato a casa, prima cura del pescatore fu di pensare a me; ed io rimasi sommamente sorpreso, mentre lavorava, al vederlo presentarmisi davanti con quel pesce.

«— Vicino,» mi disse, «mia moglie v’ha questa notte promesso il pesce che avrei preso col primo tiro delle mie reti, in ricompensa del piacere che ci faceste, ed io approvai la promessa. Iddio mi ha mandato per voi questo solo, ed io vi prego di gradirlo. Se me ne avesse riempite le reti, sarebbero stati egualmente tutti vostri. Accettatelo, vi prego, qual è, come so fosse più considerevole. [p. 230 modifica]«— Vicino,» risposi, «il pezzo di piombo che vi mandai, era si poca cosa, che non meritava lo metteste a sì alto prezzo. I vicini devono aiutarsi scambievolmente ne’ loro piccoli bisogni, nè io feci per voi se non quello che poteva attendermene in occasione consimile. Ricuserei perciò il vostro dono, se non fossi persuaso che me lo fate di buon cuore; crederei anzi offendervi se trattassi diversamente. L’accetto dunque, giacchè lo volete, e ve ne fo i miei ringraziamenti. —

«Là si fermarono i nostri complimenti, ed io portai il pesce a mia moglie.

«— Prendete,» le dissi, «questo pesce che il pescatore nostro vicino mi ha testè portato, in riconoscenza del pezzo di piombo che ci mandò a chiedere la notte scorsa. Questo è, a mio credere, tutto ciò che possiamo sperare dal presente che mi fece ieri Saad, promettendomi che mi recherebbe fortuna. —

«Allora le parlai del ritorno de’ due amici, e dei discorsi tenuti seco loro. Mia moglie si trovò imbarazzatissima, vedendo un pesce sì grande e grosso.

«- Cosa volete che ne facciamo?» mi disse. «La nostra graticola non è buona se non pei pesci piccoli, e noi non abbiamo vaso grande a sufficenza per cuocerlo marinato.

«— Questo è affar vostro,» le rispos’io; «acconciatelo come meglio v’aggrada, fritto o marinato, poco m’importa.» Ciò dicendo, tornai al lavoro.

«Accomodando il pesce, mia moglie trasse dalle sue viscere un grosso diamante, che prese per vetro. Aveva ella bensì udito parlare di diamanti; ma se ne aveva veduto o maneggiato, non possedeva però cognizioni bastanti per farne la distinzione. Lo diede pertanto al minore de’ nostri figliuoli onde se ne facesse un trastullo co’ fratellini e le sorelle, i quali voleano a vicenda vederlo e toccarlo, dandoselo l’un l’altro per ammirarne la bellezza e lo splendore. [p. 231 modifica]«Alla sera, accesa la lucerna, i nostri bamboli, continuando i loro giuochi, nel togliersi il diamante per considerarlo l’un dopo l’altro, si avvidero che mandava luce a misura che mia moglie li privava del chiaro della lucerna nel moversi qua e là per terminare di allestir la cena; ciò indusse i fanciulli a strapparselo di mano per farne l’esperienza, piangendo i piccoli allorchè i grandi lor non lo lasciavano quanto volevano, per cui questi erano costretti a renderlo per acchetarli.

«Siccome ogni piccola cosa è capace di divertire i ragazzi e promovere contrasti, e ciò accade di sovente, nè mia moglie nè io non facemmo veruna attenzione al motivo del trambusto e del fracasso onde ci stordivano. Cessarono finalmente quando i più grandi si furono posti a cena con noi, e che mia moglie ebbe dato a ciascuno de’ minori la sua parte.

«Dopo cena, riunironsi i fanciulli, ricominciando il medesimo susurro di prima; io allora volli sapere la causa di tale schiamazzo. Chiamai il maggiore, e chiestogli perchè facessero tutto quel rumore, egli rispose: — Papà, è un pezzo di vetro che luccica quando lo guardiamo colla schiena volta alla lucerna.» Me lo feci portare, e rinnovai l’esperienza; il fatto mi parve straordinario, e domandai alla moglie cosa fosse quel cristallo.

«— Nol so,» rispos’ella; «è un pezzo di vetro che cavai dal ventre del pesce nel prepararlo. —

«Nè io m’immaginai meglio di lei che altro non fosse se non vetro. Pure volli spingere lo sperimento più lungi, dicendo a mia moglie di nascondere il lume sotto il camino; essa obbedì, e vidi che il preteso vetro tramandava tanta luce, che potevamo andarcene a letto senza bisogno della lampada. La feci dunque spegnere, e posi io stesso il cristallo sul l’angolo del camino per rischiararci. [p. 232 modifica]«— Ecco,» dissi, «un altro vantaggio che il pezzo di piombo, datomi dall’amico di Saadi, ci procura, risparmiandoci di comprar olio. —

«Allorchè i miei figliuoli videro che il pezzo di vetro suppliva alla lampada spenta, mandarono a quella maraviglia grida d’ammirazione si alte e con tanto schiamazzo, che rimbombarono ben lungi nel vicinato. Mia moglie ed io accrescemmo lo strepito a forza di gridare per farli tacere, non potendo intieramente conseguirlo, sinchè non furono a letto ed addormentati, dopo avere un bel pezzo ciarlato, alla loro foggia, sulla proprietà maravigliosa del vetro.

«Mia moglie ed io ci coricammo dopo, ed alla domane di buon mattino, senza pensar più oltre al cristallo, andai al solito lavoro. Non deve parer strano che ciò sia accaduto ad un uomo come me, non avvezzo a veder diamanti, o che se avevane veduti, non aveva mai badato a conoscerne il valore.

«Farò qui notare a vostra maestà, che fra la mia casa e quella del più prossimo mio vicino, eravi per unica divisione un leggerissimo assito e pochi mattoni. Or quella casa apparteneva ad un ricchissimo Ebreo, gioielliere di professione, e la camera dove dormiva con sua moglie, confinava coll’assito. Erano già addormentati e coricati, quando i miei figli aveano fatto il maggior chiasso, talchè essendosi destati, rimasero a lungo senza potersi riaddormentare.

«Alla domane, la moglie dell’Ebreo, tanto da parte del marito quanto in proprio nome, venne a lagnarsi colla mia dell’interruzione del loro riposo appena nel primo sonno.

«— Mia buona Rachele,» (così chiamavasi la moglie dell’Ebreo) le rispose mia moglie, «mi duole assai dell’accaduto, e ve ne faccio mille scuse. Sapete cosa sono i ragazzi: un nulla li fa ridere, come poca cosa basta a farli piangere. Entrate, e vi mostrerò l’origine delle vostre doglianze, — [p. 233 modifica]«L’Ebrea entrò, e mia moglie, preso il diamante, poichè infine lo era, e di grande singolarità, che trovavasi ancora sul camino, presentandoglielo: — Ecco,» le disse, «è questo pezzo di vetro che fu cagione di tutto lo schiamazzo che udiste ier sera.» Mentre l’Ebrea, cognita d’ogni sorta di gemme, esaminava con ammirazione il diamante, essa le raccontò come avesselo trovato nel ventre del pesce, e tutto ciò che n’era derivato.

«Quando mia moglie ebbe finito il racconto, l’Ebrea, che ne sapeva il nome: — Aishach,» le disse, riponendole in mano il diamante, «credo come voi che sia vetro; ma siccome è più bello del vetro comune, ed io ne posseggo un pezzo consimile, del quale m’adorno talvolta, parmi ch’esso servirebbe ad accompagnarlo, e lo comprerei se voleste venderlo. —

«I miei figliuoli, udendo parlare di vendere il trastullo, interruppero la conversazione coi loro lamenti, pregando la madre di conservarlo; cosa che essa fu costretta a promettere per acchetarli.

«L’Ebrea, obbligata ad andarsene, uscì; ma prima di lasciar mia moglie, che l’aveva accompagnata sino alla porta, la pregò, parlandole sottovoce, che se avesse intenzione di vendere il pezzo di vetro, ne la avvisasse prima di mostrarlo ad alcuno.»


NOTTE CCCLVIII


La sultana, facendo sempre parlare il cordaio al cospetto del Commendatore de’ credenti, disse al sultano delle Indie:

— «Sire, l’Ebreo era andato di buon mattino alla [p. 234 modifica] sua bottega nel quartiere dei gioiellieri; la moglie corse a trovarlo, e gli annunziò la scoperta fatta, riferendogli la grossezza, il peso approssimativo, la bellezza dell’acqua e lo splendore del diamante, e soprattutto la sua singolarità, ch’era di mandar luce di notte, secondo il rapporto di mia moglie, tanto più credibile ch’era pieno di semplicità.

«L’Ebreo rimandò la moglie coll’ordine di trattarne colla mia, di offrirne alla prima poca cosa, e quanto stimasse a proposito, di crescere in proporzione della difficoltà che trovasse, e finalmente di conchiudere il contratto a qualunque costo.

«L’Ebrea parlò dunque, secondo l’ordine del marito, a mia moglie in particolare, senza aspettare che si fosse determinata a vendere il diamante, e le chiese se ne voleva venti pezze d’oro. Per un pezzo di vetro, com’essa lo stimava, mia moglie trovò enorme la somma; ma pure non volle rispondere affermativamente, e soltanto disse all’Ebrea che non potea trattare, se non ne avesse prima parlato con me.

«Nel frattempo, avendo io lasciato il lavoro, voleva rientrare in casa per desinare, mentre le donne parlavano sulla porta. Mia moglie mi ferma, e mi chiede se acconsentissi a vendere il vetro, da lei trovato nel ventre del pesce, per venti pezze d’oro che l’Ebrea, nostra vicina, ne offeriva.

«Non risposi sul momento, riflettendo alla franchezza colla quale Saad mi aveva promesso, dandomi il pezzo di piombo, ch’esso farebbe la mia fortuna; ma l’Ebrea, credendo ch’io non rispondessi perchè disprezzava la somma offerta:

«— Vicino,» mi disse, «ve ne darò cinquanta: siete contento? —

«Quando vidi che da venti pezze l’Ebrea saltava di botto a cinquanta, tenni duro, e risposi che essa era ben lontana dal prezzo al quale io intendeva di venderlo. [p. 235 modifica]«— Vicino,» ripigliò ella, «prendetene cento pezze d’oro: è molto. Non so nemmeno se mio marito vorrà acconsentirvi. —

«A quel nuovo aumento, le dichiarai che ne volea cento mila pezze; che ben vedeva valerne il diamante assai di più; essere nonostante per far piacere a lei ed a suo marito, come vicini, ch’io mi limitava a quella somma, che ne voleva assolutamente ricavare, e che, se rifiutassero di darmene tal prezzo, altri gioiellieri me lo avrebbero pagato di più.

«L’Ebrea confermommi essa medesima nella mia risoluzione colla premura dimostrata di conchiudere il negozio, offrendomi a più riprese sin cinquanta mila pezze d’oro, ch’io ricusai.

«— Non posso,» diss’ella allora, «darne di più senza il consenso di mio marito. Ei tornerà stasera; vi domando dunque, in grazia, di pazientare sinchè egli vi parli e vegga il diamante.» Il che io le promisi.

«Alla sera, tornato l’Ebreo a casa, seppe dalla moglie che non aveva riuscito colla mia nè con me, l’offerta fattami di cinquantamila pezze d’oro, e la grazia a me domandata.

«Stette l’Ebreo spiando il momento ch’io abbandonassi il lavoro per tornar a casa, ed allora: — Vicino Hassan,» disse, accostandomisi, «vi prego di farmi vedere il diamante che vostra moglie mostrò alla mia.» Lo feci entrare e glielo mostrai.

«Or siccome già annottava e non era peranco acceso il lume, conobbe egli tosto, dalla luce tramandata dal diamante e dal suo grande splendore in mezzo alla mia mano, la quale apparivane tutta rischiarata, che sua moglie gliene aveva fatto un rapporto fedele. Lo prese anch’egli, ed esaminatolo a lungo, nè cessando dall’ammirarlo: — Or bene, vicino,» disse, «mia moglie, per quanto mi ha detto, ve ne ha [p. 236 modifica] offerto cinquanta mila pezze d’oro; affinchè siate contento, io aggiungerò altre ventimila.

«— Vicino,» risposi, «vostra moglie vi avrà detto che l’ho messo a centomila: o voi me le date, o terrò il diamante; non c’è via di mezzo. —

«Stiracchiò egli assai tempo nella speranza ch’io glielo cedessi a qualche cosa di meno; ma non potè nulla ottenere, e nel timore ch’io non lo mostrassi ad altri gioiellieri, come avrei fatto, non mi lasciò senza aver conchiuso il negozio, al prezzo ch’io ne chiedeva. Mi disse di non aver presso di sè le centomila pezze d’oro; ma che alla domane, prima dell’ora medesima, mi avrebbe consegnata tutta la somma; e me ne portò anzi lo stesso giorno due sacchi, da mille cadauno, per arra del contratto.

«Il giorno appresso, ignoro se l’Ebreo prendesse a prestito dagli amici o facesse società con altri gioiellieri: fatto sta che mi formò la somma convenuta, recandomela nel tempo che me ne avea data parola; io gli consegnai il suo diamante.

«Condotto in tal guisa a buon termine la vendita del diamante, e ricco infinitamente al di là delle mie speranze, ringraziai Dio della sua bontà e liberalità, e sarei corso a gettarmi appiè di Saad, per dimostrargli la mia gratitudine, se avessi saputo ove dimorava. E lo stesso fatto avrei con Saadi, al quale doveva la prima obbligazione della mia fortuna, benchè non fosse riuscito nella sua buona intenzione per me.

«Pensai quindi al buon uso che dovea fare d’una somma sì ragguardevole. Mia moglie, coll’animo già pieno della vanità comune al suo sesso, mi propose subito ricchi abiti per lei e pei figliuoli, e di comprare una casa ed ammobigliarla sontuosamente.

«— Moglie,» le dissi, «non è con tal sorta di spese che dobbiamo cominciare; lasciatemi fare: ciò che chiedete verrà col tempo. Sebbene il denaro sia [p. 237 modifica] fatto per ispendere, bisogna però procedere in guisa che produca un fondo dal quale si possa ricavarne una rendita senza esaurirlo. Ed è a ciò ch’io penso, e subito domani comincerò a stabilire questo fondo. —

«Il giorno dopo, impiegai la giornata andando da buona parte delle persone del mio mestiere, le quali non trovavansi in miglior condizione ch’io non fossi stato sin allora, ed anticipando loro un po’ di danaro, li impegnai a lavorare per me in varie sorta d’opere di cordami, ciascuno secondo l’abilità ed il suo potere, promettendo di non farli aspettare, ma di essere esattissimo a ben rimunerarli delle loro fatiche, a misura che mi portassero i lavori. Il giorno successivo, finii d’impegnare egualmente gli altri cordai di quel ceto ad occuparsi per me; e da quel tempo, quanti ve n’hanno in Bagdad, continuano in codesto lavoro, contentissimi della mia esattezza a mantenere la parola che ho loro data.

«Siccome quel gran numero d’operai doveva produrre lavori in proporzione, presi in affitto magazzini in vari siti; e stabilito in ciascuno un commesso, tanto per riceverli, quanto per ispacciarli all’ingrosso ed al minuto, in breve, con tal economia, mi costituii un guadagno ed una rendita considerevoli.

«In seguito, per riunire in un sol luogo tanti magazzini dispersi, comprai una casa grande, che occupava un vasto terreno, ma cadeva in rovina. La feci atterrare, fabbricando invece quella che vostra maestà ha ieri veduta. Ma per quanto sia d’apparenza, è composta soltanto dei magazzini che mi sono necessari, e delle stanze onde ho bisogno per me e la mia famiglia.» [p. 238 modifica]

NOTTE CCCLIX


— «Era già qualche tempo che avea abbandonata l’antica mia piccola casuccia, per venirmi a stabilire nella nuova, allorchè Saadi e Saad, i quali sin allora non avevano più pensato a me, se ne ricordarono. Laonde, convenuti d’un giorno di passeggio, passando per la via dove mi avevano veduto, rimasero altamente sorpresi di non iscorgermi colà occupato nel mio piccolo negozio di cordami, come di consuetudine, e domandarono cosa fosse stato di me, e se fossi morto o vivo. Crebbe la loro maraviglia quand’ebbero saputo che l’uomo, del quale domandavano, era divenuto un ricco mercante, e che non lo si chiamava più semplicemente Hassan, ma bensì Kodjah Hassan Alhabbal, vale a dire il mercatante Hassan il cordaio, e ch’erasi fatta fabbricare in una via, cui lor nominarono, una casa dell’apparenza d’un palazzo.

«I due amici vennero a cercarmi in quella via, e strada facendo, Saadi, non potendo immaginarsi che il pezzo di piombo fosse origine di sì alta fortuna: — Provo la maggior gioia,» disse a Saad, «di aver formata la fortuna di Hassan Alhabbal: ma non approvo che m’abbia dette due menzogne per cavarmi quattrocento pezze d’oro invece di duecento, non potendo certo attribuire la sua fortuna al pezzo di piombo che voi gli deste, e nessuno ve lo attribuirebbe meglio di me.

«— Tale è il vostro pensiero,» rispose Saad, «ma così non la penso io, nè veggo perchè vogliate fare a [p. 239 modifica] Kodjah Hassan l’ingiustizia di prenderlo per un mentitore. Mi permetterete di credere ch’egli ci abbia detta la verità, e neppur mai pensato a mascherarla, e che il pezzo di piombo datogli da me sia la causa unica della sua buona ventura. Questo è ciò di cui presto lo stesso Kodjah Hassan ci chiarirà entrambi. —

«I due amici giunsero nella via in cui era la mia casa, tenendo sempre discorsi consimili. Quivi domandarono dove si trovasse; fu loro insegnata, e mirandone la facciata, durarono non poca fatica a credere che fosse quella. Bussarono alla porta, ed il mio portinaio apri.

«Saadi, temendo di commettere un’inciviltà se prendeva la casa di qualche distinto signore per quella che cercava, disse al portinaio: — Ci fu indicata questa casa per quella di Kodjah Hassan Alhabbal; fateci il favore di dirci se c’inganniamo. — No, signore, non v’ingannate,» rispose il portinaio, aprendo il cancello, «è dessa appunto. Entrate; egli si trova in sala, e troverete fra gli schiavi qualcuno che vi annunzièrà. —

«Mi furono annunziati i due amici, ed io li riconobbi. Appena li vidi comparire, mi alzai dal mio posto, corsi incontro ad essi e volli prendere il lembo della loro veste per baciarla; me l’impedirono, e fu d’uopo ch’io permettessi, mio malgrado, che mi abbracciassero. Li invitai allora a sedere sur un gran sofà, mostrandone loro uno più piccolo da quattro persone che guardava sul mio giardino, pregandoli ad accomodarsi; ma essi vollero ch’io mi mettessi al posto d’onore.

«— Signori,» dissi loro, «non ho dimenticato che sono il povero Hassan Alhabbal; e quando pur fossi tutt’altro di quel che sono, e non vi avessi le obbligazioni che vi debbo, so quello che vi è dovuto; [p. 240 modifica] vi supplico a non volermi far tal dispiacere.» Quando furono seduti al posto che lor si doveva, mi assisi dirimpetto.

«Allora Saadi, prendendo la parola e volgendosi a me: — Kodjah Hassan,» disse, «non saprei esprimere quanta gioia io provi vedendovi all’incirca nella condizione ch’io bramava, quando vi feci dono, senza rinfacciarvelo, di dugento pezze d’oro, tanto la prima che la seconda volta, e son persuaso che le quattrocento pezze abbiano prodotto il cambiamento maraviglioso nella vostra fortuna, che veggo con molto piacere. Una sola cosa mi spiace: non comprendo, cioè, qual ragione possiate aver avuto per dissimularmi ben due volte la verità, adducendo perdite accadute per certi contrattempi che mi parvero e mi sembrano tuttora incredibili. Sarebbe forse che quando vi vedemmo l’ultima volta, avevate ancora sì poco avanzati i vostri affari, tanto colle prime duecento, come colle duecento ultime pezze d’oro, che vi vergognaste di farne la dichiarazione? Voglio crederlo così anticipatamente, ed attendo che mi confermiate nella mia opinione. —

«Saad udì il discorso di Saadi con somma impazienza, per non dir indignazione, e lo dimostrò cogli occhi bassi, e scuotendo la testa. Pure lo lasciò parlare sino alla fine senza aprir bocca; ma quand’ebbe terminato: — Saadi,» ripigliò, «perdonatemi se prima che Kodjah vi risponda, io lo prevenga per dirvi che ammiro la vostra prevenzione contro la sua sincerità, e che persistiate a non voler prestar fede alle assicurazioni che ve ne diede prima. V’ho già detto, e lo ripeto, ch’io gli ho creduto subito, sul semplice racconto de’ due accidenti occorsigli; e checchè ne possiate dire, sono persuasissimo che siano veri. Ma lasciamolo parlare; saremo da lui medesimo chiariti, chi di noi due gli renda giustizia.» [p. 241 modifica]

NOTTE CCCLX


— «Dopo i discorsi dei due amici, presi la parola anch’io, e voltomi ad entrambi: — Signori,» dissi loro, «mi condannerei a perpetuo silenzio sullo schiarimento che mi domandate, se non fossi certo che la vostra disputa a mio riguardo non è capace di rompere il nodo d’amicizia che unisce i vostri cuori. Eccomi dunque a spiegarmi, poichè lo esigete; ma, anzi tutto, vi protesto che facciolo colla medesima sincerità, colla quale vi ho prima esposto quanto m’era accaduto. —

«Allora raccontai di punto in punto tutto il fatto, come vostra maestà lo intese, senza ommettere la minima circostanza. Le mie proteste però non fecero bastante impressione sull’animo di Saadi per guarirlo dalla sua prevenzione; e cessato ch’io ebbi di parlare: — Kodjah Hassan,» ripigliò egli, «l’avventura del pesce e del diamante trovato nel suo ventre così a proposito, mi sembra tanto incredibile, quanto quella del vostro turbante rapito da un nibbio e del vaso di crusca cambiato con alquanta terra da pulire. Checchè però possa esserne, io sono ormai convinto che voi non siete più povero, ma ricco, com’era mia intenzione che diveniste per mezzo mio, e me ne rallegro sinceramente. —

«Essendo tardi, egli si alzò per accommiatarsi, e Saad nello stesso tempo di lui. Mi alzai anch’io, e trattenendoli: — Signori,» dissi loro, «vogliate permettermi che vi domandi una grazia, e vi supplichi a non negarmela; ed è di soffrire che abbia [p. 242 modifica] l'onore di darvi una cena frugale, ed un letto per ciascheduno, onde potervi condur poi domani per acqua ad una casetta di campagna da me comprata per andarvi di tempo in tempo a pigliar aria, d'onde vi ricondurrò per terra nel medesimo giorno, cadauno sur un cavallo della mia scuderia.

«— Se Saad non ha affari che lo richiamino altrove, acconsento di tutto cuore,» disse Saadi.

«— Non ne ho alcuno,» soggiunse Saad, «quando si tratta di godere della vostra compagnia. Bisogna dunque,» continuò, «mandare alle nostre case ad avvertire che non ci aspettino. —

«Feci subito venire uno schiavo, e mentre essi lo incaricavano della commissione, impartii gli ordini necessari per la cena.

«Attendendo l'ora, feci vedere la mia casa e tutte le sue dipendenze ai miei benefattori, i quali la trovarono ben intesa relativamente al mio stato. Li chiamai amendue indistintamente miei benefattori, perchè senza Saadi, Saad non mi avrebbe dato il pezzo di piombo, nè senza Saad, sarebbesi Saadi rivolto a me per darmi le quattrocento pezze d'oro, alle quali attribuisco l'origine della mia fortuna. Li ricondussi poscia nella sala, dove mi fecero varie interrogazioni sui particolari del mio traffico, ed io risposi loro in modo che parvero contenti della mia condotta.

«Vennero finalmente ad avvertirmi che la cena era servita, e siccome aveano preparata la mensa in un' altra sala, ve li feci entrare; quivi esternarono la loro compiacenza sull'illuminazione ond'era rischiarata, sulla nitidezza del luogo, sulla credenza e le vivande che trovarono di loro gusto. Li festeggiai pure, durante la cena, d'un concerto di voci e d'istrumeuti, e quando furono tolte le mense, d'una compagnia di ballerini, ed altri divertimenti, procurando far il possibile onde dar loro a conoscere, quanto grande fosse la mia gratitudine. [p. 243 modifica]«Alla domane, essendo convenuto con Saadi e Saad di partire a buonissima ora per goder del fresco, ci recammo, prima dello spuntar dell’alba, alla sponda del fiume, dove imbarcatici sopra un magnifico battello, guarnito di tappeti, che ci si era apparecchiato, col favore di sei buoni remiganti e della corrente, in un’ora e mezzo circa di navigazione, approdammo al mio casino di campagna.

«Smontando a terra, fermaronsi i due amici, meno per considerarne la bellezza esterna, quanto per ammirarne la situazione vaghissima per le belle vedute, nè troppo limitate, nè troppo estese, che la rendevano amena da tutti i lati. Li condussi negli appartamenti, e ne feci loro notare gli accessori, le dipendenze ed i comodi, cose tutte che li empirono di maraviglia.

«Entrammo poi nel giardino, ove ciò che più loro piacque fu una selva d’aranci e cedri di tutte le specie, ond’era profumata l’aria, che sorgevano in filari a distanze eguali, inaffiati, d’albero in albero, da un rigagnolo perpetuo d’acqua viva presa dal fiume. L’ombra, la freschezza nel massimo ardore del sole, il dolce mormorio dell’onda, il garrito armonioso d’un’infinità d’uccelli, e parecchi altri diletti li colpirono in modo che fermavansi quasi ad ogni passo, ora a dimostrarmi la loro soddisfazione per averli condotti in luogo di tanta delizia, ora per felicitarmi dell’acquisto da me fatto, e volgermi altri cortesissimi complimenti.

«Li condussi sino in capo a quella selva, ch’è molto lunga e larga, e feci lor notare un bosco di alti alberi che termina il mio giardino; guidatoli quindi ad un gabinetto aperto da tutte le parti, ma ombreggiato da un gruppo di palme che non impedivano la libera vista, li invitai ad entrarvi per riposare sopra un sofà adorno di tappeti e cuscini.

«Intanto, due de’ miei figliuoli, che avevamo [p. 244 modifica] trovati in casa, da me mandativi da qualche tempo col loro precettore per godervi la buon’aria, ci avevano lasciati onde entrare nel bosco, e siccome andavano cercando nidi d’uccelli, ne scoprirono uno fra i rami d’un foltissimo albero. Tentarono subito di salirvi; ma non avendo la forza, nè la destrezza di riuscire, lo mostrarono ad uno schiavo, ch’io aveva loro dato, e mai non li abbandonava, dicendogli d’andar a snidare gli uccelli. Salì lo schiavo sull’albero, e giunto al nido, stupì vedendolo fatto entro un turbante. Prende il nido com’era, discende dalla pianta, e fa osservare a’ miei figliuoli il turbante; ma non dubitando non fosse cosa cui aggradissi di vedere, lo diede al maggiore perchè me lo portasse.

«Io li vidi venire da lontano coll’allegria solita de’ fanciulli quando trovano un nido, e presentatomelo: — Papà,» mi disse il primogenito, «guarda questo nido in un turbante.»


NOTTE CCCLXI


— «Saadi e Saad non furono meno di me sorpresi della novità; ma io lo fui ben più di loro, riconoscendo il turbante per quello che il nibbio mi aveva involato. Nel mio stupore, dopo averlo esaminato e rivolto bene da tutte le parti, domandai ai due amici: — Signori, avete bastante buona memoria per ricordarvi esser questo il turbante ch’io portava il giorno, in cui mi faceste l’onore di parlarmi per la prima volta?

«— Non credo,» rispose Saad, «che Saadi vi [p. 245 modifica] abbia fatto maggior attenzione di me; ma nè egli, nè io potremmo dubitarne, se vi si trovassero le cento novanta pezze d’oro.

«— Signore,» ripigliai, «non dubitate che questo non sia il mio turbante: oltre che lo conosco benissimo, mi avveggo anche dal peso ch’è appunto quello, e ve ne accorgerete anche voi, se volete aver il disturbo di prenderlo in mano. —

«Glielo presentai, levatine prima gli uccelli che diedi ai ragazzi; ed egli, presolo in mano, lo passò poi a Saadi, per giudicare del peso che poteva avere.

«— Voglio credere che questo sia il vostro turbante,» mi disse Saadi; «ma pure ne sarò meglio convinto, quando vegga le centonovanta pezze d’oro in contanti.

«— Almeno, signori,» soggiunsi, ripigliando il turbante, «osservate bene, ve ne supplico, prima che lo tocchi, non essere da oggi che si trova sull’albero; lo stato in cui lo vedete ed il nido che vi sta sì opportunamente accomodato, senza che mano d’uomo v’abbia preso parte, sono segni certissimi che vi si trovava sin dal giorno in cui il nibbio me lo involò, e fu da esso lasciato cadere o deposto sulla pianta, i cui rami hanno impedito che cadesse a terra. Non vi dispiaccia se vi faccio fare questa osservazione: ho troppo grande interesse di togliervi ogni sospetto di fraude da parte mia. —

«Mi assecondò Saad nel mio disegno. — Saadi,» ripigliò, «questo riguarda voi, essendo io persuasissimo che Kodjah non ci abbia ingannati. —

«Mentre Saad parlava, levai la tela che in più giri circondava il berretto che faceva parte del turbante, e ne trassi la borsa, cui Saadi riconobbe per la medesima a me donata; e votandola davanti a loro sul tappeto: — Signori,» soggiunsi, «ecco le pezze d’oro: contatele voi medesimi, e vedete se ci sono tutte. — [p. 246 modifica]«Saad le dispose a dieci a dieci sino al numera di centonovanta; ed allora Saadi, il quale non poteva negare una verità tanto manifesta, presa la parola, e voltosi a me: — Kodjah Hassan,» mi disse, «convengo che queste centonovanta pezze d’oro non abbiano potuto servire ad arricchirvi: ma le altre centonovanta che nascondeste in un vaso di crusca, come voleste farmi credere, avranno potuto contribuirvi.

«— Signore,» ripigliai io, «vi dissi la verità tanto riguardo a quest’ultima somma, come sulla prima. Non vorreste che mi ritrattassi per dirvi una bugia.

«— Kodjah Hassan,» mi disse Saad, «lasciate Saadi nella sua opinione. Io acconsento di buon cuore che ci creda che voi gli siate debitore della metà della vostra fortuna per mezzo dell’ultima somma, purchè egli convenga ch’io vi ho contribuito per l’altra metà, mediante il pezzo di piombo che vi diedi, e non metta in dubbio il prezioso diamante trovato nel ventre del pesce.

«— Saad,» riprese Saadi, «io voglio quello che voi volete, purchè mi lasciate la libertà di credere che non si fa danaro se non col danaro.

«— Come!» soggiunse Saad; «se il caso volesse ch’io trovassi un diamante del valore di cinquantamila pezze d’oro, e che tante me ne fossero pagate, avrei io acquistata tal somma col denaro?»


NOTTE CCCLXII


— «La contesa si fermò qui. Ci alzammo, e tornali in casa, essendo servito il pranzo, ci ponemmo a mensa. Finito il pasto, lasciai ai miei ospiti la libertà di [p. 247 modifica] passare il gran calore del giorno in riposo, mentre andava a dare vari ordini al custode ed al giardiniere. Li raggiunsi poi, e discorremmo di cose indifferenti sinchè, passato il maggior ardore, tornammo in giardino, restandovi al fresco quasi sino al tramonto. Allora, i miei due amici ed io, saliti a cavallo, e seguiti da uno schiavo, giungemmo a Bagdad a due ore circa di notte, con un bellissimo chiaro di luna.

«Non so per qual negligenza della mia gente era accaduto che in casa mancasse l’orzo pei cavalli. I magazzini erano chiusi, o troppo discosti per andarne a fare così tardi la provvista.

«Cercandone pel vicinato, un mio schiavo trovò un vaso di crusca in una bottega; comprò la crusca e la portò nel vaso, colla promessa di restituirlo il dì dopo. Lo schiavo versò la crusca nella mangiatoia, e distendendola, affinchè i cavalli ne avessero tutti la parte loro, senti sotto la mano un pannolino legato e pesante. Mi portò il pannolino senza toccarlo e nello stato stesso, in cui si trovava, e me lo presentò, dicendo esser forse quello, del quale avevami udito parlare tanto sovente, raccontando agli amici la mia storia.

«Pieno di giubilo, dissi a’ miei benefattori: — Signori, Dio non vuole che vi separiate da me, se non pienamente convinti della verità, onde non ho cessato di assicurarvi. Ecco,» continuai, volgendomi a Saadi, «le altre centonovanta pezze d’oro, ricevute dalle vostre mani; le riconosco dal pannolino che vedete. —

«Sciolsi l’involto, e contai in loro presenza la somma. Mi feci anche portare il vaso che riconobbi, e lo mandai a mia moglie per domandarle se lo conoscesse, con ordine di nulla dirle di quanto era accaduto; lo riconobbe anch’ella subito, e mi mandò a dire essere lo stesso vaso pieno di crusca da lei cambiato colla terra da pulire. [p. 248 modifica]«Si arrese Saadi di buona fede, e riavendosi dalla sua incredulità, disse a Saad: — Vi cedo, e con voi riconosco che il denaro non è sempre un mezzo sicuro per accumularne dell’altro e diventar ricco. —

«Quando Saadi ebbe finito: - Signore,» gli dissi, «non oserei proporvi di riprendere le trecento ottanta pezze che a Dio piacque di far oggi ricomparire per disingannarvi dall’opinione della mia mala fede. Sono persuaso che non me ne faceste dono coll’intenzione di poi restituirvele. D’altra parte, non intendo approfittarne, contento come sono di ciò che egli mi ha in diverso modo mandato; ma spero approverete ch’io le distribuisca domani ai poveri, acciò Iddio ce ne dia ad entrambi la ricompensa. —

«I due amici dormirono in casa mia anche per quella notte, ed il giorno susseguente, dopo molti abbracciamenti, tornarono alle case loro, contentissimi del l’accoglienza da me loro usata, e di aver conosciuto che io non abusava della fortuna, di cui, dopo Dio, andava ad essi debitore. Nè ho mancato di recarmi a ringraziarli ciascuno in particolare; e da quel tempo ho per grand’onore il permesso da essi datomi dì coltivare la loro amicizia e continuare a visitarli. —

«Il califfo Aaron-al-Raschid prestava a Kodjah Massan tal attenzione, che non avvidesi del termine della di lui storia se non dal suo silenzio: allora gli disse: — Kodjah Hassan, è molto tempo ch’io nulla sentii che mi recasse tanto piacere quanto le vie maravigliose por le quali Iddio si compiacque di renderti felice in questo mondo. A te tocca continuare a rendergliene grazie col buon uso che fai de’ suoi benefizi. Mi piace farti sapere che il diamante, il quale formò la tua fortuna, è nel mio tesoro; e, da parte mia, sono contentissimo di conoscere per qual mezzo vi sia entrato. Ma poichè può anche darsi che nello spirito di Saadi rimanga ancora qualche dubbio sulla [p. 249 modifica] singolarità di codesto diamante, cui risguardo come la cosa più preziosa e degna d’ammirazione di quanto posseggo, voglio che tu qui lo conduca, insieme a Saad, affinchè il custode del mio tesoro glielo faccia vedere; e per poco che sia ancora in credulo, riconosca che il denaro non è sempre un mezzo sufficiente pel povero onde acquistare grandi ricchezze in poco tempo e senza molti stenti. Voglio pure che tu racconti la tua storia al custode del mio tesoro, affinchè, fattala porre in iscritto, vi sia conservata col diamante. —

«Ciò detto, avendo il califfo, con un cenno di capo, dimostrato a Kodjah Hassan, a Sidi Numan ed a Baba-Abdalla d’essere contento di loro, essi presero commiato prosternandosi davanti al suo trono; e se ne andarono.»

Voleva la sultana Schrherazade cominciare un’altra novella; ma il sultano delle Indie, il quale s’avvide che l’aurora già cominciava ad apparire, differì a darle ascolto al mattino seguente.


Note